CAPITOLO XXII
TOPOGRAFIA ANTICA DELLA REGIONE
La notizia delle sedi, che le popolazioni lucane occuparono fino alla trasformazione barbarica del mondo romano, dovrebbe essere la parte meno oscura e più largamente conosciuta del loro passato, dapoiché i maggiori lavori dell’archeologia napoletana si concentrarono appunto sulla topografia degli antichi popoli della bassa Italia: ma ciò non è vero che in parte. Dopo l’opera amplissima, e pel suo tempo accurata, del Cluverio nel secolo XVII, poco ebbe ad aggiungere alla esatta notizia dell’antica topografia della bassa Italia l’erudizione napoletana del secolo XVIII; e nell’ora trascorso secolo altresì, che pure nella prima metà ebbe raccolte quasi tutte le sue cure intorno alla numismatica ed alla topografia. Qualche punto oscuro o dubbio, per verità, è chiarito; qualche congettura è rettificata: non pertanto il campo non è sgombro d’altre congetture, d’altri dubbii; né mancano lacune che riempirà forse l’avvenire, quando i trovamenti, o fortuiti o domandati espressamente alla terra avranno messi alla luce titoli e monumenti, che la certezza della storia desidera ed aspetta.
Noi tratteremo brevissimamente questa parte del nostro subbietto per tutto ciò che è fuori contestazione e riconosciuto.
I popoli Eburini, i primi dei Lucani mediterranei, che si incontrano alla destra del fiume Sele, ebbero sede nell’antichissima Eburum, che risponde all’attuale città di Eboli. Meno di un duecento passi dall’odierna città si veggono ancora alcune reliquie di costruzioni a massi poligonali, che erano parte delle fortificazioni della città antica1. Fu una delle più remote sedi di abitazione umana; se egli è vero che le antichissime genti di razza celto-iberiche, che si dissero Siculi lasciarono ivi orma di loro passaggio, secondo che ci fu dato arguire dall’onomastica topografia. La stessa posizione della città prossima al Sele dové farla una delle prime conquiste e accasamenti dei Lucani, che ne cacciarono i più antichi abitatori. Se poi gli Elleni delle spiaggia posidoniati vennero a stanziare fin là, non si può affermarlo; ma non mancano trovamenti nelle sue campagne di antichi sepolcri con suppellettile ceramica che indica gente greca, i quali furono forse di piccole colonie o di singoli individui di stirpe italiota, ivi residenti2; altro non si può concludere, per ora. Non si conoscono monete di questa città.
Essa doveva avere un contado, o circondario di minori aggregati di gente, che costituivano quello che gli antichi dissero popoli Eburini: ma più di così, nulla ci è noto.
Vulceium
Prossimi ad essi, i popoli Vulcentani o Vulceiani abitarono Vulceium, che risponde all’odierno paese di Buccino. Nelle sue vicinanze si veggono ancora gli avanzi di costruzioni a poligoni irregolari: e su di essi è parso di scorgere scolpito l’emblema del fallo, che pure si è intraveduto su per altre costruzioni simiglianti nel paese del Lazio e de’ Volsci. Fu anche questa, a nostro avviso, stazione antichissima di gente celto–iberica: e ne fu fatto cenno più innanzi3. La città ebbe importanza al tempi dell’impero, come la sua letteratura epigrafica dà argomento a credere. Forse in questa città ebbe sede la famiglia, che fu certamente di origine lucana, di quel Bruzio Presente, la cui figlia Crispina fu moglie a Commodo Imperatore4.
Paghi di Vulceium
Aveva intorno buon numero di paghi. Di quattro di essi si ha il nome in un titolo epigrafico di tempi costantiniani che ancora esiste in Buccino5; e sono il pago Forense, il pago Norano, il pago Aequano e il pago Trasmunc(iano). Nello stesso titolo è ricordato il fondo Sicinianus: e non è dubbio che ad esso risponda (come già fu avvertito da altri) il prossimo paese di Sicignano. Ma anche gli odierni paesi di Laviano, di Colliano, di Ricigliano6, come indica la uscita del nome, furono vichi o gruppi di case coloniche dei tempi romani, in dipendenza di Vulceio. Non altrimenti pel prossimo San Gregorio; ove la denominazione della contrada di monte Vetrano indica manifestamente (come in seguito sarà chiarito) che ivi esisteva un paese abitato7.
La moderna denominazione del paese non è altro che il diminutivo di Vulceino, onde Vulcino e Pulcino nelle carte del medio evo8. Al cadere dell’Impero, quando le antiche città già stremate di floridezza e di popolo furono distrutte o disfatte dai barbari, le scemate e mal difese popolazioni, abbandonando l’antico posto, si traevano a’ prossimi monti, o a prossimi luoghi più acconci a difesa. La nuova città che sorgeva, in condizioni di popolo, di fama, di civiltà tanto diminuite, non lasciava sempre l’antico nome; bensì questo, rispondendo alla nuova condizione delle cose, veniva a prendere la flessione del diminutivo. Gli esempii sono numerosi e significativi9.
Numistro
A settentrione, e prossimi a Vulceium, erano i popoli Numistrani; e la città, capo del loro contado, che fu Numistro, sedeva nelle vicinanze del paese che oggi è detto Muro Lucano. Non si hanno argomenti sicuri dell’identità topografica, ma è molto probabile. Nella enumerazione di Plinio i Numistrani pare fossero a confine coi Vulcentini e con gli Ursentini; e nel territorio di Muro esistono reliquie di antichi paghi, e si scovrono anticaglie e marmi letterati10. Ad un due miglia lontano dall’abitato, nella contrada detta «Raia S. Basile», sono vestigie di antiche costruzioni a grossi poligoni di sagome irregolari, soprapposti l’un l’altro senza cemento; e questi è a ritenere reliquie di un arx dei tempi remotissimi, anteriori ai Romani. Lì propriamente dovè essere il posto dell’antica Numistro; la quale, ad ogni modo, era non solo tra i Lucani e non molto discosta dall’Apulia, anziché nei Bruzii11, ma era prossima ai Vulcentini.
Urseium
A confine coi Vulceutini e coi Numistrani, io allogo i popoli Ursentini.
Dell’antica Ursentum è ancora dubbio il posto; è dubbio per me il nome stesso della città12; di certo non altro avanza che qualche rarissima moneta su cui è il nome degli «Ursentini»13. Seguendo una mezza analogia di parole, alcuni allogarono la città nel villaggio di Orsomarso, tra i confini di Calabria e Basilicata al versante tirreno; altri, con maggior seguilo, a Contursi, che è infatti non lungi da Buccino. Ma Contursi è denominazione medioevale dei tempi longobardi, rispondente ad un Castrum Comitis Ursi14: d’altra parte, le denominazioni topografiche moderne dal tema di «Orso» sono frequenti presso di noi, e numerose.
Io credo, che i popoli Ursentini stanziarono nel territorio, che è intorno e tramezzo ai due paesi odierni di Vietri di Potenza e di Caggiano. Testimonianze di antichi abitatori per quei territori non mancano, grazie a scoverte di epigrafi e di altro genere anticaglie.
Ma dalla stessa nomenclatura topografica d’oggigiorno le prove risultano copiose, e per me evidenti, l.e parole di «Vietri, di Vetere, di Vetrano, di Avetrano, o Vetrana, o Vetrice, o Vecchio, o Antico» infisse a punti topografici, sono denominazioni-indice: esse mostrano senza alcun dubbio, che ivi era il posto di «antiche» città, ovvero vichi, o fori, o castelli, o luoghi «anticamente» abitati. Oltre che il nome stesso di Vietri al paese odierno è già argomento dell’antichità sua, si trovano nel suo territorio, a un due chilometri in linea retta al nord-ovest dell’abitato, il luogo detto «Vetranico», e un po’ più discosto, verso il nord-est, l’altro che è detto il «Vetrice»; che io credo indubbiamente sedi di antichi paghi, o antiche abitazioni di popoli, probabilmente Ursentini. Confina al territorio di Vietri quello di Caggiano (due paesi a brevi distanze tra loro); e nel territorio di quest’ultimo, non più che un tre chilometri discosto dall’abitato, è al sud-est, verso la contrada detta il «Casale» l’altra contrada che è denominata «Veteranurso»15. Tra il Casale e Veteranurso è una contrada che è detta «Tempa di tiesti»; e qui è accertato che furono rinvenuti antichi sepolcri in mattoni e accenno di antiche fabbriche16, e ben si sa che la parola tiesti del dialetto equivale a cocci di terra cotta. Altri indizi di antichità sono le denominazioni stesse dei paesi Caggiano, Balvano, Romagnano, nonché Satriano (oggi diruta città), che circondano intorno intorno il territorio di Vietri. Tutte pruove per me che ivi erano sedi di popolo frequente, sparso per ville e città. Che quel popolo fosse degli Ursentini non ho prova diretta; ma in difetto di ogni altro spiraglio di luce che ci guidi a stabilire il posto dell’antica città, basta, mi pare, la denominazione topografica di «Veteranurso» nelle vicinanze di Caggiano, e la certezza dell’incolato colà di antiche genti17.
Né si opponga (quanto a Vietri di Potenza) che questo nome risponde non a città, ma ai Campi Veteres che sono ricordati di tal nome in Tito Livio, là dove cadde morto in imboscata traditrice il console Sempronio Gracco. Altrove abbiamo esposte le ragioni intrinseche, per cui quei famosi «Campi» non potevano essere a Vietri18; e passo oltre.
Fiume Tanagro
Tutte queste città erano poste per l’alta valle del fiume Silaro, e prossime ai corsi di acque che si scaricano in esso, e che prendono il nome di Platano, di Botta o di Bianco. Il primo è nome di antiche origini, e forse anche il secondo19; l’ultimo è così detto sia perché corre per letto di pietra satura di carbonato di calce, sia per contrasto al fiume «Negro» nel quale il Bianco si scarica. Il Negro, promiscuamente e in istile nobile è detto col nome antico di Tànagro; e questo io penso sia derivato dal τέναγος greco20, che risponde preciso alla condizione topografica antica; poiché significa appunto «un luogo paludoso per limo, carici ed acque stagnanti» com’era il bacino del Tànagro nei remoti tempi, prima che esse fluissero di corso regolare e abbondevoli tanto entro ai meati sotterranei naturali presso l’odierna Polla, quanto per quei lavori che eseguirono in lontani tempi le floride città lucane circostanti, come fu detto nel capitolo precedente. Dopo le antiche opere di sanificamento le acque delle scomparse o diminuite paludi, raccolte o avviate che furono per l’alveo creato o depresso, avvivarono il corso perenne del fiume; il quale prese allora, com’è naturale, il nome stesso che aveva la palude, di cui era e il prodotto e lo smaltitoio.
Sontia
Nella valle superiore di questo fiume, la quale si dilarga in un bacino amenissimo, furono le sedi antichissime dei popoli Atinati, Tegianesi e Sontini. Di Sontia, che era la città di questi ultimi popoli, non resta niente più che il nome nell’odierno paese di Sansa21. Tutto perì! E se la mancanza di qualsiasi vestigio o ricordo di anticaglia non è prova valevole, pure potrebbesi arguire che la città non ebbe incremento di coloni dopo i tempi della repubblica romana, come avvenne per tutte le altre città antiche lucane, forse perché l’aria inquinata dai paludi sottostanti alla città22 e dagli altri non molto lontani stagni presso al fiume Calore, ebbe a respingere di là ogni novello arrivo di gente, ed esinanire ogni virtù prolifica nell’antico suo popolo. Non si ha di essa né marmo scritto, né moneta, né cenno che fosse colonia o prefettura. Forse l’aria pestifera era già sovrana, quando la regione fu sottomessa ai Romani.
Tegianum
Questo non accadde per le città di Tegianum e di Àtena, che erano prossime anche alle acque ristagnanti dello stesso bacino. Benché non sia ancora noto per titoli o monumenti sicuri che il nome dell’antica città fosse Tegianum, pure è nota per titoli la respublica Tegianensium23, e questo, nonché il nome moderno di Diano a cui risponde l’antica città, fanno certi del nome antico della città stessa24. Che questa fosse situata nel posto appunto che oggi occupa l’abitato di Diano o Tegiano, si argomenta, a giudizio di Mommsen25, da alcune assai grosse basi di pietra esistenti nella città odierna; le quali avendo fatto ufficio di sostegno alle antiche statue di imperatori poste per decreto dei decurioni, non è presumibile che dalla sottostante pianura fossero state trasportale ove è Diano sul colle. Ma è prova anche più concludente questa, che ancora è dato di scorgere nella cerchia della città odierna le fondamenta di due antichi tempii, e di un anfiteatro, o teatro od odeone che sia26. Le reliquie di antiche ed eleganti opere architettoniche che furono scoverte a piedi del colle non bastano a provare la verità delle opinioni di scrittori locali, che la città di Tegianum sedesse piuttosto nel piano, alla contrada detta oggi di San Marco; come non basterebbe per vero a sostenere la tesi opposta la considerazione che l’aria palustre, di più intensa malvagità nella pianura, consigliava anzi di abitare in alto sul colle che in giù prossimamente agli stagni.
E infatti, un quattro in cinque chilometri all’oriente di Tegiano, ben lontano dal ponte detto di «Siglia» sul Tànagro27 è una contrada denominata «Cozzo la Civita». Qui esisteva, senza dubbio, un’antica città in posto poco elevato dal piano sottostante. Non era qui certamente l’antico Tegianum. Io credo invece che ivi fosse l’antica «Marcelliana» che è indicata nell’Itinerario di Antonino28, e viene indicata siccome prossima, anzi suburbana alla città di Consilino, da Cassiodoro29. Il «Cozzo la Civita» non è più che un sette chilometri lontano dal grosso paese di Padula, presso di cui era, senza dubbio, l’antico Consilinum. L’azione malefica dei grossi paduli dovè spopolare del tutto codesta Marcelliana, che fu pure nel primo medio evo sede del vescovo, quando la sede abbandonò Consilino.
Consilino, che è ricordata come prefettura nel libro delle Colonie, e con la denominazione di Castrum da Plinio30 è scritta Cosilianum nella non molto corretta tavola peutingeriana31. Tra dubbie indicazioni di posto, oggi deve ritenersi accertato che esistesse presso l’odierna Padula nel luogo, un qualche chilometro all’oriente là dove è appunto detta la «Civita». Ivi esistono ancora molte vestigie di antichità: tali quelle di un arx e di una torre quadrata, che dalla costruttura ad opera (come dicono gli archeologici) incerta, il Lenormant considera dei tempi della repubblica, circa l’epoca sillana. Vi si veggono inoltre gli avanzi, in qualche parte ben conservati, di una robusta cinta fortificata dei tempi antichissimi, anteriore forse ai Lucani. È costruzione a blocchi enormi irregolari; e di essi abbiamo fatto cenno altrove32. Non mancano all’epigrafia lucana iscrizioni latine trovate nei dintorni di questa città33.
Qualche moneta dei tempi di Costantino rinvenuta nei ruderi della Civita presso Padula, fa prova che esisteva ancora nel secolo IV dopo C.: esisteva al V perché ricordata da Cassiodoro. Ma al secolo VI, non pare esistesse più. Ai primi tempi della Chiesa, Consilino fu sede di vescovo: ma da una lettera di papa Pelagio riferita nel Decreto di Graziano, è forza ammettere che, alla seconda metà del secolo VI, la sede episcopale di Consilino erasi ridotta a Marcelliana34. Il tramutamento fa arguire che Consilino era già caduta in quei tempi che corrispondono al diffondersi per la Lucania dei Longobardi del ducato di Benevento. Allora, nella geografia ecclesiastica, Marcelliana prese il posto di Consilino, e non già di i Chiusi, come Consilino è detta (certamente per errore) in talune edizioni del Decreto. Una Chiusi di Lucania non si sa che abbia esistito mai35.
Àtina
Non lungi da Tegianum, ma a destra del Tànagro, era l’antica Àtina, dove oggi è appunto il paese di Àtena, sopra un colle alquanto elevato dalla pianura malsana. Ivi sono ancora reliquie di antiche costruzioni, tra cui riconoscono le vestigie d’un anfiteatro. Un discreto numero di antiche epigrafi latine che vennero trovate nel suo territorio indicano che fu città ai tempi imperiali fiorente. Che fosse stata un certo tempo «prefettura» è noto dal libro delle Colonie: dové quindi resistere, con le altre città lucane, contro la conquista romana. Da suoi titoli epigrafici è manifesto che ebbe le magistrature di municipio: forse fu colonia altresì, in seguito alla divisione de’ suoi terreni fatta da Cajo Gracco famoso36. Fu certamente tra le più antiche città lucane; ma è dubbio se di origini osco-sabelliche, fondata da quei primi coloni della regione che vennero dalla Campania, ove è pure un’antica città di Atìna; o se da origini elleniche, come credono i nostri scrittori. Questi si fondano sul nome che risponde (essi dicono) a quello della celebre città dell’Attica e alla divinità sua tutelare; si fondano inoltre su d’una moneta a leggenda greca e dai simboli d’Atena-Pallade, che si attribuisce alla città lucana. Ma l’attribuzione della moneta a questa città è dubbia, e da altri negata37: e la grafia greca della moneta stessa proverebbe nulla; perché, come si è detto, fu la grafia di tutta la gente lucana, che non ebbe altri caratteri pei suoi monumenti, finché non prese l’alfabeto latino dopo la fusione con Roma.
Quanto al nome, parmi impossibile di ammettere la pretesa relazione col nome o della città di Atene, o della dea Atèna Pallade. Osta l’accentuazione diversa delle due parole, che è diversità sostanziale: onde sorge, per lo meno, un dubbio, che attende altre ragioni ed altre prove per venir dileguato38.
Forum Popilii
Fra i paghi in dipendenza di Àtina è molto probabile che fosse quel Forum Popilii, che si trova indicato nella Tavola peutingeriana, e di cui si può ben arguire l’esistenza in questo luogo dal marmo itinerario detto di Polla, più volte ricordato.
Il pago o villaggio ebbe origine da quel Pretore P. Popilio Lenate, Console nel 622-132 che costruì la strada da Capua a Reggio; e ne abbiamo fatto ripetutamente parola, e di lui, e del suo marmo famoso39. Che un «forum» con «aedes publicae» egli costruisse in questa amena valle del Tànagro, ove fu posto il marmo, lo afferma l’iscrizione che egli vi fece incidere, ed è indubitato. La strada che non poteva salire sul colle di Àtena, provvide alle comodità pei viandanti al piano che è ai piedi del colle; e quivi le necessità del commercio e dei cultori dei campi ebbero creato un villaggio. Il quale, se può ritenersi che risponde all’odierna Polla, non fu proprio là dove è l’abitato di Polla; né le trasmise, parce detorto, il proprio nome40. Polla ha nome ed origini medioevali; e dalla polla di acqua perenne, che rampolla a pie’ di essa con linfe abbondanti e fresche, venne il nome al luogo, ove surse il primo nucleo del villaggio41. La derivazione da Apollo, fatta femmina, è un supposto d’eruditi moderni; ammesso anche per vero, che alcuni antichi ruderi in certo punto delle campagne di Polla fossero reliquie d’un tempio dedicato ad Apollo42; né punto contradetto, che i lauri cresciuti intorno ai ruderi stessi testimoniassero, postumi di tanti secoli, in favore di Apollo!
Nell’antico «territorio di Àtina»43, come scrisse Plinio, ed oggi prossimamente all’odierna Polla, il fiume Negro o Tànagro si scaricava, e in certe circostanze si scarica (come fu detto) nelle viscere del monte di Polla per balzar fuori spumeggiante sia dagli spechi che si aprono nella forra detta di Campestrino, sia, come si crede, un par di chilometri più in giù dalla grande spelonca che è prossima al paesello di Pertosa, a cui diede il nome.
Ad Nares lucanas
Senza tener conto delle opere che le antiche città lucane Àtina, Tegiano ed altre eseguirono per incanalare le acque stagnanti del bacino (opere che non ci è dato indicare con più determinatezza di quella che si disse nel capitolo precedente), dirò che qui presso, dove si chiude a settentrione il bacino di Tegiano e il Tànagro s’imbuca, e dove esso riapparisce dalle spelonche, come Plinio ricorda, qui io riferisco la stazione topografica che è detta Nares lucanas nella tavola Peutingeriana, e che si trova indicata in un frammento di Sallustio; la quale parmi prendesse il nome appunto dalle bocche di scarico del fiume medesimo44. Prossima a questa stazione è segnato, nella tavola suddetta, il Forum Popilii e una stazione detta Acerronia. Se il Foro Popilio fu (come è probabile) a San Pietro presso Polla, ben risponderebbe la stazione Ad Nares lucanas nel luogo che noi si indica tra Polla in giù e Pertosa od Auletta, donde divergerebbe quella linea di strada verso il nord, che riattacca alla strada per a Venosa e per a Potenza. L’Acerronia, che è di ignoto posto, ma che fu senza dubbio quivi intorno, vorrei trovarla in uno di quei luoghi di antiche abitazioni già accennati presso Vietri di Potenza, se altri non voglia là dove oggi è detto Massa Vetere, non lungi da Caggiano45. Gli eruditi napoletani l’allogano invece al paese di Brienza, ove è un luogo che è detto Cerrana46: ma la fonetica della parola non toglie il dubbio; né dalla poca precisione della Peutingeriana si può trarre argomento a più precise indicazioni. Del riscontro, pure non indegno di riflesso, tra Acerronia e la stazione denominata Acidios sarà detto più innanzi.
Caesariana
La stazione Ad nares lucanas era all’estremo lembo settentrionale della vallo o bacino che ora è detto «Vallo di Tegiano». Allo estremo limite opposto, verso il sud-est, era l’altra stazione detta Caesariana; di cui è incerto ancora il posto preciso; né certa del tutto la flessione del nome, che è Cesernia nella tavola di Peutingero, e nel geografo ravennate del medio evo che la ricopia. L’Olstenio volle trovarne il posto in quel Casalnuovo che oggi è detto Casalbuono; argomentando egli dal dato itinerario che gli faceva riconoscere Marcelliana in Polla, e seguendo da questo punto il dato della distanza, arrivava a Casalnuovo. I nostri eruditi si fermarono a Casalnuovo per Cesariana, ma non a Marcelliana per Polla; e vuol dire die accettarono una conseguenza di cui negavano la premessa. Per noi Cesariana deve trovarsi verso l’odierno paese di Rivello; là dove nel suo territorio sono avanzi di antiche fabbriche e il ricordo ancora d’una «Civita» o città47. A. questo posto si conformerebbero le misure dell’itinerario di Antonino, se si parte dal punto che abbiamo indicato per Marcelliana. E se è vero che nella Peutingeriana è allogata più prossima al mare, avverto che in essa è posta a sinistra, non a destra di un fiume che erratamente ivi è detto il Crater, e non può essere altrimenti che il fiume Noce: onde mal risponderebbe a Sapri, ma piuttosto ad Acquafredda (secondo il Lenormant); se non paresse del tutto improbabile la linea di una strada militare, che dal bacino di Tegiano scendesse giù alla spiaggia del mare per di là risalire a Nerulo (oggi Rotonda o Castelluccio), fra gli alti Appennini dei Bruzii. Rivello, del resto, non è che a poche miglia dal mare.
Popoli Sirini
Per le città di Marcelliana e di Cesariana la via militare, che fu la Popilia, correva oltre per la Lucania fino a Nerulo e a Submurano, quindi a Cosenza, quindi a Reggio. Al di là di Cesariana è il monte di Sirino, da cui trae la prima origine il fiume Sinno48, che è l’antico Siris. Quivi intorno fu la sede di quei popoli lucani, che Plinio disse Sirini. Ma nulla sappiamo della loro città capo-contado, né di città secondarie loro. Ebbero essi una città detta Sirno, o Sirino o Siri (diversa però dell’italiota nel Jonio), donde trassero il nome? o vissero, sparsi in oppidi e villaggi di poca importanza, per l’alta valle del Siris? ovvero dal nome generico della valle derivato a questa dal fiume che la percorre, ebbero, appunto per la poca importanza loro propria, il nome di Sirini che loro è dato dalla storia? Questa seconda ipotesi è più probabile. Su tutta la distesa di terra da Cesariana a Summorano, a piè dell’odierna Morano, gli itinerarii non ricordano che Nerulum e Semuncla: quello era un oppido o città di qualche importanza; questa una stazione, che forse fu un vico. Però i campi qua e là mostrano ancora vestigie di antiche fabbriche, e vi si scavano sepolcri, armi, utensili, monete antiche: indizii di terre sparsamente e forse largamente abitate.
Nerulum
Nerulum si suole situare all’odierno paese di Rotonda: ma ivi non è vestigio di antiche fabbriche49. Invece, tra Rotonda e Castelluccio, è un luogo largamente sparso di ruderi; ove avvennero ripetuti trovamenti di antichi cimelii. Qui crederei, piuttosto, la giacitura di Nerulo: e le misure degli antichi itinerari non si oppongono, anzi conforterebbero. In quei ruderi alcuni dei nostri eruditi vollero vedervi quella antichissima Tebe lucana, la quale essendo distrutta, a ricordo di Plinio, fino dai tempi di Catone (che morì nel 605 di Roma, o 149 a.C.), è vano pensiero di potere oggi riscontrare dove ella si fosse.
Laos
Meno insecuro parrebbe di allogarvi invece l’antica e greca Laos, chi volesse argomentare dal posto della odierna Laino che non è lontana da quei ruderi, a cui abbiamo dianzi accennato. Ma Strabone dice la città di Lao «poco discosta dal mare»50; e Laino è tra’ monti, un trenta chilometri circa lontano dalle acque del Tirreno. La sede della grecanica Laos si ritiene, dai più, presso l’odierna Scalea in un luogo ove sono sparsi mucchi di antiche rovine; e dove ultimamente un viaggiatore archeologo ha creduto vedervi invece il posto dell’antica Temesa51. Tanto si va ancora a tentoni per le strade dell’antica patria nostra!
Per me, l’odierno Laino sorse da frammenti di popolo della città di Lao che era prossima al mare, nel territorio intorno all’odierna Scalea; né veggo ragioni prevalenti per allogare qui Temesa; né allogare presso al Laino di oggi, ove sono ruderi di fabbriche laterizie, l’antica Laos; se questa, a testimonio dell’antico geografo, era più prossima al mare52.
Forum Annii
Fra Laino e Blanda (che oggi si allogherebbe non a Maratea, ma a Tortora) fu un Forum Annii, che occorre di aggiungere alla topografia della Lucania. ll nome non è noto altrimenti che da un frammento di Sallustio sotto la forma di Anni forum; né finora è stato oggetto alle investigazioni degli eruditi. Illuminati dall’onomastica dei luoghi, crediamo che rispondesse alla contrada campestre che oggi è denominata Vannifora, posta tra i due paesi di Ajeta e Scalea.
Il frammento sallustiano parla di Spartaco guerreggiante tra i Bruzii e la Lucania, e dice:
«Preso, egli, a guida uno dei prigionieri picentini, venne dai gioghi di Eboli, non visto, alle Nares Lucanas (tra Polla ed Auletta); quindi al Foro di Annio, che faceva giorno, e non avvertito dalla gente dei campi»53.
Semunela
Anche alla stazione detta Semunela non sappiamo quale preciso posto assegnare. La parola arieggia al fiume Semnum o Sinno, secondoché già avvertì e volle correggere il Cluverio: ed io preferisco di allogarla presso al fiume medesimo, e non alla contrada che è detta Serra del Sambuco54, ove per falsa analogia d’allitterazione fu posta dal barone Antonini nostro e da altri. L’itinerario dell’imperatore Antonino indica Semuncla sulla linea stradale in mezzo tra Grumenlo e Nerulo; quindi la Semuncla dovrebbe trovarsi in vicinanza dell’odierno Latronico o di Agromonte, ivi prossimo: il primo dal significato del suo nome ricorderebbe fabbriche o reliquie di laterizi; il secondo è campo di antichi ruderi e di travamenti di vario genere anticaglie.
Alla stazione di Semuncla faceva capo la strada, di cui fu già parlato, che da Venusia scendeva a Potentia e per Acidios e Grumentum toccava a Nerulo e a Sumacurano, pei Bruzii.
Grumentum
Grumento, che ci è parso di poter noverare tra le antichissime stazioni de’ Lucani e forse degli Enotri, era capo-luogo dei popoli Grumentini, e fu città importante non solo a’ tempi dell’autonomia lucana, ma ai tempi romani.
Strabone, è vero, ne fa cenno come città di poco momento: ma se il suo non è sbaglio, vuol dire che ai tempi del geografo, dopo i travagli delle guerre dei Soci55 e delle civili, era assai decaduta. Ma dovè presto assorgere a civile importanza dopo le consecutive immissioni di coloni da parte di Roma, tenuto conto delle notizie che si ricavano dalla superstite massa della sua epigrafia, o dai larghi avanzi, ancora visibili tra le sue ruine, di monumenti e publici edifizi, come teatro, anfiteatro, acquidotti, portici, porte e mura della città. Fu tra le più antiche sedi di vescovi della regione; e questo indica l’importanza sua nei bassi tempi: però tutto quanto si attiene alla storia del suoi antichi vescovi e alla sua totale distruzione per ingiurie saraceniche, è ottenebrato da falsi documenti e guasto da falsi monumenti56.
Fu capo di minori paghi de’ popoli grumentini sparsi ivi d’intorno; dei quali si può avere un indizio dallo studio dei luoghi che ancora vi accennano pel nome topografico57. Ma molte false indicazioni e false tradizioni erudite è facile che sviino l’indagatore. Di sicuro, io non accenno se non al luogo che oggi è detto di «Grumentino»; ivi presso a un posto che lo si dice «Il Casale» ed un altro che viene nominato «Ponte Pagano» e vuol dire dei paghi o del pago. Quando la città fu distrutta, il grosso del popolo si accasò a «Grumentino» che sostituì, diminuita di popolo, d’importanza e di nome (secondo che più innanzi fu avvertito) l’aulica città; poi ai torbidi tempi le ragioni di difesa consigliarono i neo-Grumentini a raccogliersi sull’alto del colle presso le torri del signore feudule; e surse, indubbiamente da Grumento, la Saponara. Il nome di altri sei o sette paghi è ricordato nelle tradizioni della chiesa saponarese; ma i luoghi non ne serbano vestigia di sorta; e ragioni estrinseche di controversie giuridiche dànno argomento che siano tradizioni inventate in tempi postumi. Gli scrittori, invece, non si pèritano di dire antico il prossimo paese di Sarconi, e questo sarebbe, per la pretesa antichità del nome, uno degli antichi paghi della città. Nulla, per vero, osta che ivi fosse stato un antico pago o vico suburbano alla città di Grumento; ma il nome Sarconi ha origini del tutto medioevali, ed ha significato suo proprio nel basso latino58. Un altro degli antichi paghi dovè sorgere presso Tramutola al luogo detto «Tempa di Chiesa», ove si vedevano vestigia di antichi ruderi fino ai tempi nostri59; un altro forse alla contrada «Salemme» ove s’incontrano, scavando, frequenti reliquie di antiche cose, un altro presso a Moliterno, nel colle ove le attuali denominazioni topografiche di «Vetere», di «Fabricata» e di «Muraglie» attestano indubbia dimora di antica gente.
Mendicoleo?
Qui a Moliterno alcuni scrittori allogarono, pure dubitando, quell’enigma topografico che nella Peutingeriana è scritto Vico Mendicoleo60. Ma nulla autorizza a credere; e questo resta ancora un enigma.
Nell’amenissima ed alta valle dell’Agri, ove sedeva precipua città Grumento, altre città minori esistettero senza dubbio a destra e a sinistra del fiume stesso, là d’intorno dove oggi sorgono Marsico Vetere, Marsico Nuovo e Paterno. Non discosto dal due primi paesi sono ancora dei luoghi che vengono detti la «Civita». Indizio sicuro di antiche dimore; un’altra contrada «La Civita» è presso l’origine della sorgente Alaggia, a destra dell’Agri. Paterno, nell’onomastica topografica latina del bassi tempi, è parola generica, che indica il luogo della «patria di origine»61, dal quale un altro paese ad essa prossimo è surto. Ma io non sono in grado d’indicare quali antichi nomi si ebbero quelle auliche città; e le congetture, più che opinioni degli indagatori, è inutile rilevarle qui62.
Acidios
La stazione di Acidios è segnata nell’itinerario di Antonino tra Grumentum e Potentia: ed è d’incerto posto anche essa. L’antico storico della Lucania l’allogherebbe all’incrociarsi del fiume Sauro con l’Agri, ov’è il luogo detto «Aciniello»: ma la testimonianza autorevole dell’Itinerario non consente sviarci sul basso Sauro o sul basso Agri, ma ci avvia sull’alto Agri alla linea Grumento-Potenza. E seguendo questa linea, fu chi ha voluto trovare l’Acidios verso Marsiconuovo, meno perché dal prossimi monti ha le prime origini l’Aciris, ovvero l’Agri; quanto perché di qua correva la strada per a Potenza; e lì fu trovata una colonna miliare del tempo di Diocleziano63: e sarebbe indicazione accettevole, se non ostassero le distanze segnate nell’itinerario stesso, le quali ci menano invece ad un posto tra Marsiconuovo e Brienza, e più prossimo a questa: là dove i nostri eruditi hanno allogata l’Acerronia della Peutingeriana64.
Potentia
La città di Potentia, capo dei popoli potentini, giaceva nel piano presso alla fiumara del Basento, a piè del colle, sul quale oggi siede Potenza, capo della provincia di Basilicata: ivi il luogo è sparso di ruderi, e attesta col nome di «Murate» le antiche reliquie. Potentia ebbe il nome, probabilmente, da quei popoli picentini che la dura politica romana trasportò di forza dalle spiaggie dell’Adriatico alle spiaggie del Tirreno, nei campi tra il Silaro e Salerno, ove oggi ancora il luogo di Sant’Antonio di Vicenza ricorda la città Picentia che essi fondarono. Erano 300mila famiglie! cacciate da un luogo ad un altro; e poiché forse la terra alla destra del fiume Sele faceva difetto alle comodità di tanto popolo, qualche sprazzo di esso passò l’Appennlno intermedio, scese nell’alta valle del Basento, e vi fondò una città che ricordando Potentia Picena, dava un novello nome a un più antico posto di abitazioni umane. La città crebbe d’importanza, come può desumersi dalla latina epigrafia che ne rimane: e se un tempo fu prefettura, passò poi, come le altre per la legge Giulia, a municipio. Non si ha notizia di sue monete che attestassero autonomia; né di altro genere titoli che indicassero prevalenza sua su altre città nei tempi della federazione lucana65; ma è probabile avesse in sua dipendenza vichi o paghi per i terri torii d’intorno, e non mancano a quando a quando trovamenti di pietre scritte, di suppellettili funebri e di oggetti d’arte nelle campagne che largamente la circondano.
Dicono che l’antica città si tramutasse dalle sponde del fiume sul colle ove oggi è posta, non prima del secolo XIII, quando il tremuoto del 1278 l’aveva tutta guasta e disfatta66. Ma che esistesse anche prima là dove oggi è, basta a provarlo il fatto di talune iscrizioni del secolo XII che ancora si leggono incise sulle mura di taluni antichi edifizii dell’odierna città. Del resto, all’assetto lungo, oscuro e penoso della nuova società dopo la venuta dei barbari, quale delle antiche città lucane che era in pianura non risalì ai prossimi colli, per ragione di sicurezza e difesa?
Antia
Da Potentia (agli indizii della tavola peutingeriana) partiva un altro ramo di strada che toccava alla città di Antia. Questa antichissima sede degli Osco-lucani, e forse (argomentando dal nome)67 di gente anteriore allo stesso popolo osco, non è improbabile che avesse avuto dei coloni ellenici. La grandissima quantità di ceramica dipinta che si è venuta scoprendo negli antichi sepolcri del suo territorio, è un indizio, se non argomento del loro incolato, Di questa industria promiscua all’arte del vasaio e del dipintore, e della produzione propria alla città abbiamo parlato dinnanzi; e abbiamo fatto cenno di una iscrizione osca in lettere greche, che è antico e singolare monumento della civiltà della città lucana nei tempi anteriori, probabilmente, di sua soggezione a Roma. Null’altro avanza dell’antica Antia, fuorché il nome: e quel che ne avanza non l’ha conservato che il sepolcro!
Atella, Abella, Rufo
A Potenza stessa faceva capo la strada Erculea (di cui si è discorso al capitolo precedente), la quale, distaccandosi dal centro di Venusia, si veniva sviluppando pei luoghi intorno al famoso monte Vulture. E qui intorno sono Atella, Bella o Abella, Rufo o Ruvo (di Monte); le quali benché ignote agli antichi storici, io credo furono sedi antiche di popolazioni lucane: i nomi attestano antichità premedievali; e le antiche città omonime della Campania e dell’Apulia confermano la congettura.
Melfi, Vitalba, Rapolla
Non altrimenti di Melfi che ebbe lustro, ma non origine dai Normanni; e trasse il nome dal fiume Melfi, omonimo all’altro fiume Melfi che si scarica nel Liri. Di un’antica città di Vitalba, presso i paesi di Atella e di San Fele, tutto è ignoto: nessuna notizia in titoli o scrittori, prima del mille68. Non è antico però (come si pretende) il nome della prossima Rapolla: e solo una falsa analogia di allitterazione l’ha potuta riferire alla città di Strapello, di cui Plinio nomina i popoli Strabellini nella regione II d’Augusto69. Rapolla è parola dei mezzi tempi70. A cotesti Strabellini risponde meglio la ora indicata Abella o Bella, che per noi, senza dubbio, è di origini anteriori al medio evo.
Venusia
Il paese intorno al Vulture era antico e indeterminato confine tra le genti appule e le lucane, tra Peuceti ed Enotri: Venusia, la città illustre e capitale di quel distretto, se appartiene all’Apulia nella ripartizione che fece Augusto, non fu precisamente appula, né fu tenuta come tale prima di Augusto; poiché lo stesso suo gran lirico e cittadino resta in forse se si avesse a dire lucano, ovvero appulo. Fu città di antichissime origini, sede di popolazioni enotrie, occupata anche dai Sanniti, e quindi, indubbiamente, dai Lucani. Roma la volle una delle più poderose sue colonie in Italia, se ebbe a mandarvi, una sola volta, fino a 20 mila coloni, numero che non fu raggiunto in nessun’altra deduzione di colonia dalla grande città. Punto strategico di primo ordine, perché, posto che era in mezzo a confine di più popoli, doveva essere di freno e di sprone agli Appuli, ai Salentini, ai Lucani, ai Sanniti, restò sede di guarnigione militare numerosissima. Ivi risiederono e si commescolarono soldati, ausiliari e legionari di tutte le parti d’Italia e del mondo romano. Ivi si raccoglievano gli eserciti consolari della bassa Italia, sia per rifornirsi se vinti, sia per disporsi all’azione dell’entrare in campagna. Un’epigrafia abbondantissima latina, che dai tempi della Repubblica va sino all’Impero in declino, attesta la civiltà della cittadinanza; non manca qualche iscrizione osca dei tempi remoti dell’occupazione sannitica; né mancano finanche iscrizioni ebraiche che mostrano la presenza di una colonia giudaica nel secolo V dopo l’era volgare71; dal che è facile arguire la civiltà e la perdurante floridezza della città, che è ancora delta «splendida» in titoli del IV secolo d.C. Splendida in tutto, incise in pietra la serie dei nomi dei suoi magistrati, duumviri, edili, questori, e il calendario delle sue feste; e, per quanto ne avanza, anche il nome di quelle «famiglie di gladiatori» che, o per magnificenza dei suoi opulenti cittadini, o per mercimonio dei suoi pubblicani, combattevano nell’arena di quell’anfiteatro, di cui restano ancora le poderose costruzioni.
Bantia
Prossima a Venosa era Bantia, sede precipua di «popoli bantini»; e, benché accosto alla regione pugliese, appartenne indubbiamente alla Lucania, se Plinio annovera i Bantini tra i popoli lucani. Ebbe origini remotissime, forse da popolazioni dell’Epiro anteriori anche alle colonizzazioni greche72. La storia delle guerre romano-lucane la nomina qualche volta; una pietra letterata ne ricorda la «Repubblica» cioè il Comune: ma non è altrimenti nota ai moderni che per la famosa tavola di bronzo in lingua osca, del cui contenuto abbiamo parlato innanzi73. Un povero villaggio ne conserva ancora l’antichissimo nome; e le dense boscaglie che lo circondano ancora, richiamano alla mente i saltus bantini del gran poeta del luogo; il quale del tocco del suo bulino immortale ama a quando a quando disegnare dal vero i campi della regione ov’egli visse fanciullo. Presso di Bantia era la fonte Bandusia splendidior vitro, che il poeta stesso ha reso illustre e famosa, e gli archeologi hanno coverta di tenebre e resa introvabile. Ma è indubitato per documenti autentici, che presso di Bantia era, nel medio evo, un villaggio detto «Bandusio» che fu nome di qualche pago o vico in dipendenza della città, e di antiche origini anch’esso74.
Oppidum
Altro pago di Bantia era senza dubbio Genzano, che è paese moderno, ma ha forma di nome antico. E tra i popoli Bantini parmi si potessero annoverare con certezza così le popolazioni di Ferentum come di quell’Oppido, già noto ai dotti per la ora ricordata tavola osco-latina di Bantia, che fu trovata nel suo territorio. Oppido, che un malsano amore di patria ha voluto battezzare modernamente nel nome di «Palmira» è nome antico; e parecchi scrittori vogliono che corrisponda alla voce di Opino, che è stazione dell’Itinerario di Antonino, messa in mezzo tra Venusia e l’altra stazione ad Fluvium Bradanum. Fatto sta, che Oppido-Palmira non è in mezzo tra questo fiume e Venusia; à, invece, sulla destra del fiume; e questa è prova evidente che la voce «Opino» non può indicare l’Oppido moderno. Io non so a che risponda l’«Opino» dell’Itinerario; e poiché le distanze tra Venosa, il Bradano e Potenza sono in esso superlativamente scorrette, non si può cavarne fuori neppure un dato di approssimazione75.
Però il nome odierno di «Oppido» non è che voce generica: e il nome specifico che esso ebbe nell’antichità è perduto.
Ferentum
Anche il Ferentum presso Bantia è ricordato da Orazio; e poiché lo disegna coll’aggettivo di umile, vuol dire che giaceva alla pianura, e non sul colle ov’è l’odierna Forenza, che gli corrisponde.
Acheruntia
Prossima a Ferentum era Acheruntia, nel luogo stesso ove oggi è Acerenza, che ben risponde alla nòta topografica dello stesso poeta, che la disegnava come un nido di aquila in alto! celsae nidum Acheruntiae. Se fondazione di coloni ellenici, o dei primissimi oscosabellici, gli è dubbio. Propenderei a riferire le origini a genti osco-sabelliche, ricordando l’Akere (oggi Acerra) degli Oschi della Campania, onde i Lucani si dipartirono, e considerando alle flessioni di Acherun, Acheruns, che hanno manifesta parvenza di affinità all’idioma osco. Fu di certo una delle antichissime sedi di popoli: e reliquie dell’industria dell’età litica; reliquie d’un’arcaica arte lucana; epigrafi, benché scarse, latine; sepolcri e suppellettile ceramica dipinta; monete dei tempi imperiali, attestano la successione antichissima delle genti che l’abitarono. Il luogo fortissimo per natura dové preservare gli abitatori dalle offese delle perpetue guerre che distrussero di violenza o di esaurimento tante altre città. Il forte sito la fece accetta ai Goti, e più lungamente ai Longobardi; tra i quali fu arnese di guerra validissimo a duchi ambiziosi e ribelli: perciò Carlomagno ordinò si smantellasse.
Ad assolvere le notizie che ci restano della topografia mediterranea della Lucania, occorre indicare le tre mansioni, a cui metteva capo, secondo l’Itinerario d’Antonino, la via interna che da Venosa scendeva ad Eraclea sul Jonio. Dipartendosi dall’Appia presso Venusia, toccava, dopo 12 miglia, la stazione Ad Pinum, che alcuni, per dubbia analogia fonetica, stabilirono a Spinazzola; e non può ammettersi; giacché sarebbe assurdo che avesse potuto svilupparsi per Spinazzola una strada che non si drizzava a Taranto, cioè all’est di Venosa, ma scendeva ad Eraclea, che piega al sud-est.
Ad Pinum
Io allogherei l’Ad Pinum nelle campagne al sud-est dell’odierno Genzano, e propriamente al luogo che oggi è detto Aia Vetere, in contrada «Serra gravinese». Ma è affatto ignota l’altra stazione di Ipnum o Ipinum, o _Impinum (_secondo le varie trascrizioni dei codici); è dubbia l’altra di Caelianum, che in taluni codici si trova scritto Celeianum.
Aeleianum
Quest’ultima stazione, per analogia fonetica, fu fatta rispondere all’odierno Cirigliano; ma è lecito il dubbio, chi consideri che l’evoluzione linguistica accorcia piuttosto che accrescere l’estensione della parola, come di tutte cose fanno l’uso e l’attrito. Io vorrei leggere nell’Itinerario piuttosto Aeleianum; e risponderebbe la stazione nelle vicinanze dell’odierno Aliano. Ma la somma delle misure itinerarie essendo largamente sbagliata per tutta la distesa geografica tra Venosa ed Eraclea, manca un criterio accettevole. non che una guida alla soluzione del problema.
Le coste sul mare Jonio e sul Tirreno erano abitate dalle popolazioni di origine elleniche, che caddero solamente in parte sotto la supremazia dei Lucani, finché agli uni e agli altri si impose l’imperio di Roma. Fra le popolazioni di razza ellenica e quelle di lingua osca non fu mai buon sangue; la vicinanza stessa cresceva forse, non attenuava le ragioni de’ conflitti. Non si fusero e confusero che dopo molto scorrere di tempo, quando Roma, unificata l’Italia, comprese nello stesso scompartimento amministrativo Lucani ed Elleni, e quando con l’espandersi della sua civiltà e delle sue colonie la civiltà ellenica e l’osco-lucana venne a confondersi nella civiltà latina.
Delle sedi che occuparono gli Elleni sulle coste della regione lucana si è fatta speciale trattazione in altro luogo76; e si sa, per quanto riflette le spiaggie sul golfo di Taranto, che i popoli Metapontini stanziavano presso al mare, tra’ fiumi Bradano e Basento; quei di Siri e d’Eraclea, tra il Siri o Sinno e l’Aciris, che oggi è Agri; Sibari e Turii nella valle dell’attuale Coscile. La Pandosia lucana aveva territorio e confine coi campi di Eraclea; e la città, di non indubbia sede, giaceva probabilmente ove oggi sono le reliquie della città medioevale di Anglona.
Lagaria
È ignota la postura di Lagaria77, che Plinio, accennando alla bontà dei suoi vini, erratamente fa prossima a Grumento; e che i più degli scrittori moderni, tratti alle parvenze di una monca allitterazione, vorrebbero riconoscere nell’odierno paese di Nucara. Questo nome è del tutto medievale, ed avendo derivazione sicura dal frutto, di cui è od era ferace il territorio, non ha niente che vedere col nome antico.
Cicurio
L’oppido o castello che ebbe il nome di Cicurio, e fu di origini epiroliche antichissime78, era nel territorio della dizione metapontina, presso l’odierno Pomarico, nel luogo che serba le ruine ed il nome di Cicurio. La Leutarnia di Licofrone non era in Lucania.
Popoli Irtini, Vertìna
Nell’àmbito dello Stato di Metaponto, a sinistra del Bradano, erano i popoli Irtini; dei quali altro non avanza che un’arcaica iscrizione greca (di cui ho fatto parola)79 e il nome di Irso, che tuttavia ritiene una collina presso Montepeloso che oggi si denomina Irsina. lo riferisco a cotesti popoli Irtini la città di «Vertìna» che Strabone ricorda80 tra le minori e meno chiare città della Lucania, e di cui è ignota finora ogni altra meno improbabile situazione.
Calasarna, Armento
Insiememente a Vertina Strabone stesso ricorda il nome di Calasarna: ed anche questa è di affatto ignoto posto. Ma, innanzi tutto, è per me dubbio se quella parola comprenda una o due città, la sola Calasarna, ovvero due: Halesa ed Arna81. Tutte e tre avrebbero riscontro in altre omonimie geografiche: in Halisarna, città della lega etolica; in Halaesa, città greca della Sicilia, tra Cefalù e Caronia presso Pettineo; in Arna, città antica in Tessaglia, e nell’Umbria a Civitella d’Arno, presso Perugia. Questa ignota Calesa, Calasa, o Calesarna io sarei per allogare là, dove i numerosi e ricchi sepolcreti dell’odierna Armento fanno fede di una città greca a cui appartennero, e che finora è ignota di nome a tutti. Ricchi sepolcri, ma muti, non però muto forse del tutto il territorio; nel quale è un luogo ancora oggi denominato Galaso, e le ruine di un monistero che nelle carte medievali è detto Monasterium Galasi82. Basta egli questo povero accenno a ricordo di un popolo, le cui reliquie scoperte dal caso fanno credere di civiltà floridissima e ricca? Bastasse almeno a richiamare su quel punto l’attenzione degli studiosi, e le ricerche degli amatori delle antichità patrie!
Nomi dei fiumi
Tutta la regione che va dal mare alle pendici della cerchia appennina fu abitata da coloni elleni. Essi dalle grandi e note città della spiaggia si diffusero in su entro terra, più innanzi di quello che non si crede. L’onomastica del territorio, o quella dei maggiori fiumi anzitutto lo dimostra. Presso Roccanova nella vallata dell’Agri, come non ammettere presenza di gente greca nei luoghi del territorio, che hanno ancora il nome di «Nice e di Ardea?»83. Tutti i grandi fiumi della regione ebbero nome greco: e Bradano da βραδὺς e δινέω, tardo al moto e vorticoso84; Basento, copioso e profondo, da βασσα concavitas85; l’Agri, che è detto ἀκιρις e non altrimenti sì nelle Tavole d’Eraclea e sì in Strabone86, è ἀκιρός, cioè «senza moto, ovvero lento e tardo» anche esso, come il Bradano. La Salandrella, che nell’ultimo tronco al mare è detta oggigiorno anche Cavone (accrescitivo di «cava») è di greca origine anch’essa, sia che ricordi il fiume Chelandrum dell’Epiro, sia che risponda al greco χαράδρα, che vuol dire cava, è via scavata dalle acque, è letto di torrente87. Il «Bilioso», che è un influente del Bradano, da οὔλιος, pernicioso (ai campi) o dal guado periglioso; e la «Camastra» o Canastra, influente del Basento, ben si riattacca al greco ἀναστρέφω che indica forza che sovverte ed allaga88. Il «Caulo», piccolo torrente che si versa nell’Agri non molto discosto da Grumento, è nome derivato dal greco αὐλος89; e sarebbe l’equivalente della parola «vallone» nel significato che le si dà nell’idioma popolare della regione.
Lainium Laos
Se ci rivolgiamo alle coste del mar Tirreno, troveremo non minore numero di città elleniche, e le due famosissime, a diversi titoli, di Elea e di Posidonia, di cui fu già discorso a lungo. La città di Laos era al confine tra il territorio della Lucania e quello dei Bruzii; giaceva poco lontana del mare90; e quantunque il posto non sia fuori di ogni dubbio, si vuol ritenere probabile al luogo detto le Mattonate presso Scalea. Cadde, per ignote cause, tra i tempi di Strabone e quelli di Plinio; e tutti o parte dei suoi popoli si ritrassero nell’interno delle terre, ove fondarono un paese, che è il Lainium della Peutingeriana, oggi Laino, e che con la inflessione diminutiva del nome, come tante altre città, significava la diminuita importanza della città che risorgeva91. Dalla nuova città prende anche nome il fiume, che nel primo suo corso ha il nome di Mèrcuri.
Blanda
Non lontano da Lao e Laino era la città di Blanda; che oggi, con maggiore probabilità, è allogata, non a Maratea, ma prossima a Tortora, ove si riscontrano ruderi, lapidi scritte, reliquie di mura ciclopiche. È probabile fosse stata un posto di coloni ellenici o italioti. Non si conoscono monete sue; e non si trova nominata che una sola volta (e a mio credere92 erratamente) nelle guerre dei Romani in Lucania. Un titolo epigrafico, di recente scoverto, la indica come colonia romana dei tempi augustei; e quanto alla storia di meno antichi tempi, è noto solamente che nel VI secolo fu città sede di vescovo. — E come cadde è ignoto; se per incursioni longobarde, o saraceniche o piuttosto se infestata dalla malaria, non altrimenti che altre città della costa.
Scidro
Ma tutto è ignoto della città di Scidro: né monete, né titoli epigrafici, né di notizie altra se non questa, che fu probabilmente colonia di Sibariti93. Chi indicò la odierna Sapri come rispondente all’antica Scidro, fu tratto in errore dall’errata lezione di Sipron per Scidro in una edizione dì Erodoto. È probabile fosse sul golfo della stessa Lao: ma dové essere abbandonata in ben remoti tempi, se non ha lasciato di sé nessun altro ricordo, che il nome nelle carte dell’antico scrittore che fu detto il padre della storia, e di là nella magra compilazione di Stefano Bizantino94.
Buxentum, Pisciotta
All’occidente di Sapri, nelle vicinanze dell’odierno Policastro, era Pixo, fondazione ellenica, che divenne ai Latini Bussento, quando Roma vi mandò, una sua prima colonia nel 558-196, e una seconda dopo sei anni. Anche il fiume che le è prossimo ebbe lo stesso nome di Pixo, dai macchieti dei bossi lussureggianti per le verdi sue sponde. Da una sua rarissima moneta, di cui fu altrove fatto cenno, si argomenta alle antichissime origini sue, che la farebbero contemporanea a Siri, e del secolo VI avanti Cristo. Gli eruditi ricordano che Stefano Bizantino la disse città della Enotria: il che sarà vero, se vuolsi intendere di città fondata sul territorio che fu degli Enotri, come accadde per Elea; ma non sarebbe, se si intendesse come di città fondata e denominata da genti enotrie; per le quali non è punto stabilito che parlassero il greco. Era città sede di vescovi nel secolo VI. Poi scomparve, non altrimenti che le altre greche città di queste spiaggie. L’aere pestifero del suo fiume che impaluda al versarsi nel mare, costrinse senza dubbio gli abitanti della città a mutare di posto; e si trasferirono al luogo ov’era un’antica arce (paleo–castrum) forse della stessa città; onde dall’antico castello ebbe origine il moderno nome di Policastro95. Ma à probabile che un gruppo del popolo stesso ebbe a trasferirsi al di là del promontorio di Palinuro, dove diedero origine alle prime sedi del piccolo Pixo, o pixoctum, che è il paese odierno di Pisciotta. Il nome ha la forma diminutiva dell’italiano, che era già nato e parlato dal minuto popolo; ma mutò di genere, da maschio in femmina, riferendosi a «villa» o paese non murato. «Pisciotta» nell’idioma italico non ha tema che significhi l’albero del bosso.
Molpa, fiumana del Lambro
Nient’altro è per me noto dell’antica Molpa dei tempi ellenici o romani. Ma agli scrittori napoletani è nota qualcos’altra; ed è un erudito brano di cronaca inedita, che da un monistero del Cilento venne detta di San Mercurio; brano pubblicato dall’Antonini: nella quale cronaca, di un frate celentano del secolo IX, sarebbero le peregrine notizie d’Imperatori romani, che ebbero nascimento e dimora in quella città. La cronaca si dice inedita, ma è del tutto ignota, ed il brano è del tutto falso: e chi dei moderni ne ripete le notizie senza punto di dubbio97, non ricorda lo stato della cultura nel secolo IX; pel quale è un anacronismo stridente la minuta erudizione del frate, che ivi parla di Pelasgi e di Tirreni! L’Antonini che inventa marmi letterati e titoli notarili a sostegno d’immaginarie città, non si smentisce, se allo stesso scopo inventa cronache del secolo IX.
Amalfi
È probabile che da questa città di Molpa (e non da Melfi della Lucania mediterranea) venne la popolazione, che andò a fondare Amalfi, in territorio appartenente allora al ducato di Sorrento. Il vico, l’oppido, il castello che essi fondarono, prese nome dai «Molpitani» ovvero A Molpa, o Castrum a Molpa, donde aveva origine: e sollevandosi man mano vincitore il neoidioma italico sul latino, l’affisso divenne parte integrante della parola: e surse Amalfi, pronta a conquistare lontani mari ai suoi commercii, e raccomandare il glorioso nome alla storia.
Petilia
Di Velia, che seguiva a ponente verso Molpa98 e di Pesto, non occorre altro discorso, dopo quanto fu detto altrove, al capitolo IX. E della Petilia, che l’Antonini disse lucana, e che egli volle impiantare sul monte della Stella, nella valle dell’Alento, non diremo altro, se non questo, che il Maglioni, uomo di fine giudizio, aveva già significato allo stesso Antonini la inanità delle pruove da lui messe innanzi: e se ci è da fare le meraviglie, è la persistenza di molti eruditi napoletani nel concetto dell’Antonini. Nonché città capitale della Lucania, essa non ebbe posto in Lucania, né per la valle dell’Alento, né per la valle del Tànagro o di Tegiano. Per l’una e per l’altra opinione le prove mancano del pari99.
Triste e singolare fenomeno! Tutta questa ricca corona di popolose e illustri città, innalzate dagli antichi Elleni sulle coste italiche del duplice mare, scompaiono tutte col cadere dell’antica civiltà; e non rimangono in piedi che tre sole, Taranto, Reggio e Napoli; quelle tre sole città che Strabone affermava sì fattamente, che spesso ne è ignoto, nonché dubbio, il posto che occuparono?
La causa generale e complessa delle invasioni barbariche non basta; perché di altre città italiote, si ha notizia fin verso il mille, quali Cuma, Pesto, Metaponto… — Né basta l’altra delle incursioni saraceniche dalla Sicilia, che si suole mettere in conto a complemento della prima, e che, del resto, è piuttosto supposizione per molte di esse, che fatto provato.
Le cause furono complesse e multiplici: alcune tumultuose e temporanee, altre non impetuose ma persistenti. Lo stabilimento dei barbari pel mondo romano, e il conseguente assettarsi in un dato modo della società feudale dovè predisporre le cause generali che verremo determinando. Le città antiche erano, in generale, poste in pianura; venute in florida civiltà, crebbero a numeroso popolo; quindi una non breve cerchia di mura le difendeva. La società feudale si ordinò, per sue ragioni intrinseche, non per le città e le pianure, ma in castelli, sui monti. L’uomo del settentrione non amava il chiuso delle città, preferiva le campagne: poi la divisione delle terre ai vincitori portò il conseguente sorgere di abitazioni umane sui nuovi possessi per ricoverarvi i cultori della terra e il signore di essa.
Questi nuovi nuclei di città dovevano di necessità esercitare influenza di attrazione sulle popolazioni delle vecchie città, in ragione dei favori e dei privilegii che il signore delle terre concedeva a quei che venissero a crescere il numero dei cultori e dei vassalli.
D’altra parte, le stesse antiche città cadevano d’importanza, ed esinanivano di popolo. Non erano più un centro di governo da poiché il governo era presso il signore feudale; e il popolo non che crescere diminuiva, quando lo stato di guerra, i ladronecci, le rappresaglie erano la condizione ordinaria della società; e la guerra, se non distruggeva popoli con cannoni e mitraglie, argomenti dei secoli civili, devastava i campi, abbruciava i còlti; onde lo stato economico ordinario era penuria e carestia. Spenti o asserviti i ricchi nelle prime invasioni; poste barriere di dogane e di passi chiusi tra feudo e feudo, cioè tra un paese e l’altro contermine, non fu altra classe di popolo che il colono; e a lui la guerra dell’anno toglieva di che vivere nell’anno.
Esinanita con le stremate agiatezze la forza prolifica delle popolazioni, il paese in meno d’un secolo dovè spopolarsi. E là dove e quando, o per emigrazioni, o per le piaghe delle guerre, o per le strettezze dell’economia pubblica il popolo mancava o assottigliava di numero, mancava alla cinta murata della città il numero di armati bastevoli a guardarla e difenderla. Ne seguì per necessità delle cose che le città furono, dove ristrette di cerchia, dove abbandonate del tutto. Per parecchie il fenomeno si manifestò fino nel nome, poiché le nuove sedi che occuparono, ripeterono, sì, l’antico nome, ma (come fu già osservato) in forma diminutiva.
Scegliendo nuove sedi, è naturale si conformassero alle condizioni generali dell’epoca; corsero al prossimo colle che era facile difendere con poche opere fortificate, ma preferirono i posti più impervii e dirupati, che la configurazione del suolo faceva più agevole alla difesa.
Questo spopolamento graduale delle città antiche fu, in taluni luoghi, causa ed effetto, allo stesso tempo, di un altro fatto determinante: e questo è il prevalere della malaria. Le città prossime allo sbocco dei fiumi nel mare, nel tronco inferiore, ov’essi hanno poco declivio, si spopolarono, più che tutto, per causa della malaria. Decadenti e decadute per mancata residenza di governo, per l’inesistenza dei ricchi, per la popolazione stremata, era conseguenza immanchevole che i campi d’intorno inselvatichissero, i còlti si restringessero, la pastorizia nomade prendesse il di sopra sulla cultura dei campi. Ai fiumi mancarono le opere di difesa, e le acque stagnarono per manco di cura alle opere di scolo. Ma stagnarono per un’altra causa, per un altro fatto naturale e costante: e questo fu l’azione fatale del mare sulla spiaggia. L’onda che flagella la spiaggia accresce ostacolo al libero scolo d’ogni fiume; e il fiume che incontra intoppo, si contorce, diverge, allenta il còrso, depone man mano il peso che convoglia, si eleva sul proprio letto, trabocca, impaluda; e così questa lotta d’ogni giorno tra le due opposte forze, perdurando secoli senza che la mano dell’uomo intervenga a rimuoverne o a temperarne le conseguenze, avviene che regioni fiorentissime e liete diventino afose solitudini dominate dallo squallore e dalla morte.
Questo è lo stato, queste le cause e le conseguenze che operarono per tutta l’ampia curva di spiaggia, che è detto il golfo di Taranto, dove già sorgevano Metaponto, Siri, Eraclea, Sibari, Turii, Pandosia, Lagaria. Non altrimenti per Lao, per Molpa, e Bussento e Velia e Pesto. Ivi, se la vita circola e si agita sana durante i tepori d’un mite inverno, la state non è che il regno della malattia e della morte. La malaria scacciò l’uomo; all’abbandono dell’uomo tennero dietro le ruine; quindi le acque violenti e scomposte covrirono di limo le ruine stesse. Oggi bisogna cercare ancora sotto il limo dove fu Sibari, dove Eraclea, dove Siri, e Turii, e Caulonia, e Temesa, e Lao, e Molpa, e Marcina, e Cuma!
NOTE
1. Vedi innanzi al capitolo IV.
2. Vedi innanzi al capitolo XXI.
3. Al capitolo IV.
4. V. Corp. Insc. Latin. vol. X, n. 408. — Della gens Brutia sono numerosissimi i titoli epigrafici per le città lucane, a Grumentum, n. 249: e pass. nel C.I. per vallo di Tegiano. A Bruzio Presente (due volte Console, e la prima nell’892-138 d. Cristo) è diretta da Plinio (62-107 d. Cristo) la epistola 3 del VII libro, ove si legge:
Tanta ne perseverantia in modo in Lucania, modo in Campania? Ipse enim (inquis) Lucanus, uxor Campana: juxta causa longioris absentiae, non perpetuae tamen…
5. Corp. Insc. Latin. vol. X, n. 407.
6. Frammenti di antichi musaici e di iscrizioni sepolcrali vennero scoperti a due chilometri da Ricigiano; e se ne fece cenno nella Lucania letteraria di Potenza del 1885, pag. 155.
7. Ivi è anche una contrada detta Teglie, sincope di Tegole, dai grandi frammenti ceramici antichi: e qui fu scoverta di recente una iscrizione sepolcrale dei tempi vespasianici, posta a un C. Mettio Rufino… Curatori reipublicae Volcejanorum. (In Notizie degli scavi di antichità, Settembre, 1880); e nel Corp. Insr. Latin. X, n. 413.
8. «Comitatus de Pulcino» è detto nel Catalogo normanno dei Baroni. (Nei Cronisti Napolet. edizione Del Re, I, p. 588).
9. Ricorderò: Palestrina da Preneste; Ferentino da Ferentum; Carini da Hiccari; Mistretta da Amastra; Lentini da Leoontium; Taormina da Tauromenium (?); Barletta da Bardulum; Minervino da Minerbium; e Buccino, Laino, Grumentino (casale), Pisciotta, da Vulceium, Laos, Grumentum, Pixos.
10. Dei molti titoli epigrafici pubblicati dagli scrittori napoletani come appartenenti a Numistro o trovati in quel di Muro, parecchi sono giudicati apocrifi dal Mommsen. — Conf. Corp. Insc. Lat. vol. X, n 78*, 79*.
11. Conf. LIVIO, lib. VII, deca III, 2, ov’è discorso della battaglia tra Annibale e Marcello sotto Numistro, della quale vedi innanzi al capitolo XVII.
12. Negli antichi titoli e scrittori non si trova che la parola Ursentini. È per me dubbio se il nome della città fosse Urseio o Ursento. Plinio ricorda, nella sua enumerazione, Ursentini e Vulcentani (in Livio, Vulcientes): e non pertanto il nome della città di questi ultimi fu Vulceium o Vulcei (Corp. Ins. Lat. X, 436), onde si legge nelle epigrafi civitas vulceiana (Corp. Ins. Lat. X, 407). Ricordo che nella Betica era la città di Urso. Non potrebbe dunque la città degli Ursentini di Lucania essere Ursei o Urseium, come l’indubbio Vulcei?
13. Vedi innanzi al capitolo XXI.
14. In GIUSTINIANI, Diz. Geogr. ad v. «Contursi», è citato il libro De omni vero officio di ANTONIO PEPE di Contursi, nel quale è detto che il paese «avesse surta la sua denominazione da Orso conte di Conza, che nell’840 andò in aiuto di Siginolfo principo di Salerno». — Io non ho potuto trovare, nelle biblioteche pubbliche di Napoli, questo libro del Pepe. Ma leggo nelle addizioni all’UGHELLI (Ital. Sacra, vol. VI, p. 800, ediz. Venezia, 1720) queste parole:
Ex eadem progenie (di Radelchi di Conza) dicitur fuisse Ursus Comes Compsanus, qui nomenclaturam dedit oppido Conturnii ejusdem dioecesis.
Gli è vero che nel territorio di Contursi trovano sparse reliquie di antichità, specie alle contrade di Tuori e di Sainaro. Di quest’ultima gli eruditie fecero il nome di una pretesa antica città di Saginaria, donde sarebbe poi surto Contursi al medio evo (GIUSTIN. Dizion. Geogr. ad v., ANTONINI, 201, Corcia, III, 92). — Ma Sainaro deriva da saina o sagna del basso latino, che significarono un’erba palustre, della specie dei giunchi; onde Sainaro o Sagniaro (o non Saginaro) (conf. Felicaro, del dialetto, Salicara, etc.) valse luogo ferace di giunchi. — Per Tuori, vedi innanzi al capitolo XIII, n. 9.
15. Vedi la carta topografica dello Stato Maggiore, foglio 199, IV. Le distanze, ma in linea retta, sono date secondo questa carta. Ricorderò, a rincalzo delle denominazioni ben frequenti dall’Orso, che anche presso l’abitato di Caggiano è una contrada detta di Orsomanno, che non ha che fare nulla con l’antica Urseio.
16. Da lettere, all’autore, dell’egregio signor arciprete Giallorenzi.
17. Dalla Monografia di Caggiano del canonico ALESSIO LUPO, nell’opera: Il Regno delle Due Sicilie descritto ed illustrato (per cura di F. CIRELLI) che rimane incompleta, traggo queste notizie:
«I ruderi degli antichi Vichi intorno Caggiano sono ancora visibili; ritengono tuttavia i loro nomi, cioè Massa, Massavetere e Casale, nomi indicanti luoghi abitati, come viene confermato dagli avanzi di antichità che si van discoprendo, consistenti in aquidotti di creta e di piombo, monete romane, consolari ed imperiali; qualche moneta urbica, specialmente di Turio, di Velia, di Taranto, di Metaponto, ecc., ed in tumuli di opere laterizie e da fabbriche con iscrizioni sepolcrali» (pubblicato nel Corp. Insc. Latin.).»
«Nelle vicinanze del primo dei detti Paghi eravi un pubblico bagno, e i ruderi ne erano visibili nella contrada ancor oggi detta il Bagno…»
Nel 1795 furono trovate, nell’abitato di Caggiano, un tesoro di oltre a 4500 monete romane «tutte consolari», di argento battuto tra il VII ed VIII secolo di Roma. — Frequenti i trovamenti di antichi vasi o sepolcri. Non meno notevole questo:
«Non ha molto, nel farsi uno scavo, in luogo poco distante dall’abitato, fu rinvenuta una fornace piena di tali vasellini, quivi messi a cuocere. Oltre a ciò, quando nei contorni dell’abitato si scava il terreno a qualche profondità, si rinvengono sepolcri di opere laterizie».
18. V. al capitolo XVII.
19. Platano, fiume di Muro, da πλατυς, largo. La parola Botta sarebbe reliquia popolare dell’antico ποταμος?
20. La s finale, per il noto fatto del rotacismo eolico, passa soventi in r. Nel latino honos ed honor; arbos ed arbor; intus ed intra; e poi munus-eris, Iepus-leporis, etc. Quindi il tenagos (e doricamente tanagos) delle popolazioni greco-italiote passò alle popolazioni latino-italiche di tanagos, tanagoris. Avvertì VARRONE, VII, 27, che gli antichi Iatini pronunziarono s dove più tardi fu pronunziato r; e dissero plusimi, asena, Casmena, janitos per plurimi, arena, Casmena, janitor. A conferma del Τέναγος ricordiamo che τὲναγιζειν è spiegato: Fluvius vel mare dicitur quum decrescens limum reliquit.
21. Secondo il ROMANELLI (Topog. ant.) che lo ripeteva dal Lanzi (Ling. etrus.) in una greca iscrizione su lamina di piombo trovata a Strongoli, ove era l’antica Petilia, si legge il nome Sontia in greco; ma è un equivoco. Quella parola è Σαοτις, nome di donna, e non di Sontia. Vedi Corp. Ins. Gr_æ_c. e in CORCIA, Op. cit. III, pag. 263.
22. La contrada detta il «Lago», all’est di Sansa, ricorda ancora gli antichi paludi.
23. Vedi nel X vol. del Corp. lnsc. Latin. pag. 33.
24. In tutte le edizioni di Plinio, la denominazione che si dà ai popoli di Tegianum è di Tergitani: lezione guasta, probabilmente d’un Tegejani, o Tegiiani. Nel liber Coloniar. è detta Tegenensis la prefettura. — Che la città, in origine, fosse detta «Tegira» come un’omonima città della Beozia, e che perciò fosse di fondazione ellenica, è supposizione gratuita del CORCIA (Op. cit. III, 99). — Pel «vico» artificiosamente detto «Tergia», negli atti di S. Laverio, che hanno voluto riferire a questa Tegira o Tegianum, rimandiamo al nostro libro: L’Agiografia di S. Laverio del 1162 illustrata, Roma, 1881, pag. 121.
25. Nel Corp. lnsc. Latin. vol. X, pag. 33.
26. LENORMANT, che visitò i luoghi, À travers l’Apulie et la Lucanie, II, pag. 91.
27. Ponte di «Siglia» dice il popolo; e gli eruditi, che hanno le pretese di correggere il popolo e nobilitare i dialetti, dicono invece «ponte di Silla», e argomentano, su questo dato, a fondazione di un Silla, non so se il dittatore o chi altri.
Nell’epigrafia tegianese sono due titoli che accennano ad un C. Luxilio (Corp. Ins. Lat. n. 293 e 304). Io credo che alcuno di cotesti marmi, già incastrato nelle mura del ponte porché non andasse perduto, diè giusta ragione alla denominazione del popolo, secondo la sua propria fonetica, e però non alle correzioni erudite.
28. Vedi al capitolo precedente.
29. CASSIODORO, Variar. lib. VIII, epist. 33:
… Est enim locus ipse camporum amoenitate distentus, suburbano quondam Consilinatis antiquissimae civitatis, qui a conditore (?) sacrorum fontium Marcilianum nomen accepit…
Questo accenno topografico di Cassiodoro farebbe ritenere come più certa l’opinione di quelli che allegano Marcelliana a piè del colle di Padula, ovvero di Sala.
Ma la lingua e lo stile di Cassiodoro non affida come quella di uno scrittore classico: — e la linea di strada per la valle del fiume Calore a Marcelliana (di cui è parola al cap. XXI) mi porta piuttosto a darle posto a sinistra, anziché a destra del fiume Tànagro.
30. Lib. III, 15.
31. In un latercolo militare la città è detta Cosilino. — Vedi Corp. Insc. Latin. vol. X, pars II, pag. 961.
32. Cap. IV. — Conf. LENORMANT, À travers l’Apulie et la Lucanie, II, pag. 114-9.
33. Vol. X del Corp. Ins. Lat. al cap. XVI (Tegianum).
Lo accertamento del posto di Consilinum alla «Civita» di Padula oggi ci è dato dalla iscrizione ivi trovata (in due frammenti) nel 1880, che dice:
M. VEHILIUS PRIMUS
CUR. R. P. COSILINATIUM
PORTICUM HERCULIS
A SOLO IMPENSA R. P. INS
TANTIA SUA F. C.
La iscrizione si conserva dal benemerito prof. A. Rotunno, in Padula. — Fu pubblicata nelle Notizie degli Scavi, 1900.
34. La lettera di papa Palagio (non è detto se il primo o il secondo di tal nome) è nel Corpus Juris Canonic. Pars I, dist. 76, Can. 12.
35. Per le varie lezioni del passo del Decretum, e per le questioni relative, conf. Ia nostra illustrazione dalla Agiografia di S. Laverio, già citata, pag. 38.
36. Nel territorio di Àtena è stato rinvenuto di recente (Notiz. scavi antich. 1897) un cippo o termine graccano che porta queste parole: C. SEMPRONIUS T. F. — (CAjo Gracco) — AP. CLAUDIUS C. F. — P. LICINIUS P. F. — III VIR. A. I. A. (agris judicandis adsignandis), e dall’opposto lato: K(ardo) VII. Un Identico cippo era stato trovato, qualche anno innanzi, nel prossimo territorio di Sala Consilina, e se ne legge il frammento nel C.I.L. X, 289.
Sono i nomi dei triumviri che per la legge Sempronia, rogata da Tiberio Gracco (621 di R.-133 a.C.) ebbero lo incarico con la potestà di dividere ed assegnare l’agro pubblico del popolo romano e la potestà giurisdizionale di dirimere le contestazioni per confini od usurpazioni sull’agro stesso. Durò questa speciale magistratura agris adsignandis et judicandis fino al 624, ma non guari dopo, nel 630 al più tardi, la potestà speciale di giurisdizione, judicatio, le venne tolta. Morto miseramente il primo di quei triumviri, che fu Tiberio Gracco, gli viene sostituito il fratello Caio, che è questi del cippo di Àtena.
E nel breve periodo di tempo, dal 621 al 636, 133 al 121, i triumviri Caio Gracco, Appio Claudio e P. Licinio Crasso delimitarono, nel territorio di Àtena o contigua città, quella parte del territorio che era stato dichiarato pubblico del popolo romano, e venne suddiviso in centurie per le assegnazioni ai cittadini romani, sia proprietari semplici, sin costituiti in colonia.
A questo fatto si connette senza dubbio il fatto del pretore Popilio che sedò le contese violenti tra pastori e agricoltori. È dubbia solamente la nota cronologica. Le contese agrarie sedato dal pretore si dibattevano o combattevano sull’«agro pubblico», certamente del popolo romano. Era esso, dunque, già in dominio della grande città. E ben può inferirsi che sull’agro pubblico, o demaniale romano, dato temporaneamente a corrispettivo di canone e in aspettazione di assegnazioni colonarie, si agitarono le violenti contese, per uso o abuso dei dritti di pascolo delle greggi degli uni sui còlti degli altri, che invocavano forse la guarentigia del concedente. Il pretore venne a frenare ovvero a disciplinare i dritti, e l’uso del pascolo vagabondo sui fondi, assegnati o no, dell’usuario cultore: finché l’agro demaniale non si assegnasse o vendesse. E il passaggio da «agro pubblico di Roma» a territorio ripartito a coloni, fu opera eseguita dai triumviri del cippo di Àtena: e qui dové allora prendere stanza un popolo di coloni da Roma.
37. V. al capitolo precedente.
38. Dirò come semplice congettura che potrebbe riferirsi, per apocope dell’ultima sillaba, alla parola greca α-τέναγος e indicherebbe «luogo non palustre», cioè «sano» (vedi innanzi per la parola Tànagro); e perciò equipollente antichissimo! ai nomi moderni dei paesi Montesano e Buonabitacolo dello stesso bacino del Tànagro.
39. Vedi innanzi al cap. XXI.
40. Il Foro Popilio à probabile sorgesse al piano, ove al medio evo venne su il villaggio di San Pietro presso alla fontana, il quale, essendo detto S. Petri ad Pollam aquae, trasmise il nome abbreviato la paese che surse ivi presso, sul colle vicino.
41. Parve al LENORMANT (Op. cit. II) che la parola «Polla» fosse appunto una contrazione di Popilii. Pure ammessa (e dubiterei) la contrazione in Poplii, il supposto Poplius o Poplus, non avrebbe potuto dare che Pioppo, non Polla. — Della strada Popilia, se ne è parlato al capitolo precedente. — Quanto alla città di Petilia, che alcuni vollero allogare a Polla, ne fu fatto cenno al cap. XX e se ne discorrerà in seguito.
42. ALBIROSA, L’osservatore degli Alburni, Napoli, 1840, pag. 25.
43. In campo Atinate, sono le parole di Plinio.
44. Il frammento sallustiano sarà riferito più giù. Esso mostra che nella Peutingeriana non è errore, come molti dei nostri scrittori hanno ritenuto, il Nares Lucanas, che essi emendarono in Marcelliana. — Ricorderò che erano dette appunto Nares dai latini (VITRUVIO, VII, 4) extremae canalium partes, per quas humor egeritur.
45. Qui l’allogano alcune moderne carte tedesche.
46. Il luogo presso Brienza è detto Cerrana, Come già scrisse il Lombardi (nel Saggio, ecc. XXXIV), e non Cerrona come si legge nel Corcia (p. 96, III). E poiché è infatti Cerrana e non altrimenti, la permutazione dell’a in o sulla sillaba dove cade l’accento tonico, mi lascia dubitare della equipollenza dell’antica alla nuova parola.
47. È al sud–est di Rivello la «Serra la città». L’Antonini a pagina 412 scriveva:
«Credo bene che Rivello non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne e nei suoi luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi «La Città» molte medaglie e statuette di bronzo… In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigie di antiche fabbriche laterizie, e chiaramente ivi s’osserva la ruinata figura di un circo».
Non ometterò di dire che egli, pure dubitando, vorrebbe mettervi Blanda, la quale oggi si riconosce a Tortora.
48. La parola Sinno, per derivare dall’antico Siris, presuppone un Sirnus o Sirinus. Se la si deriva dal «monte Sirino» non si elimina ma si allontana la difficoltà etimologica che resta. Si potrebbe, forse, considerare come un diminutivo italico di Siris, il fiume della Siritide, quasi il «piccolo Siris», come è naturalmente alle origini sue.
49. Lo attesta il Lombardi, nel Saggio sulla topografia, ecc. delle città italo-greche, lucane, ecc. comprese nella Basilicata, § XLI. Negli Opuscoli accademici, ediz. Cosenza, 1836, p. 220.
50. Lib. VI, 388: paulum supra mare.
51. LENORMANT, Grande Grèce, vol. III, chap. II.
52. Vedi appresso.
53. C. SALLUSTII CRISPI, quae supersunt, recensuit Rud. Dietsch. — Lipsiae, Tuebneri, 1859, nel vol. II. È il Framm. 67 del libro III, Historiar. (già pubblicato da parecchi e dal Mai), e dice:
… Et propere nanctus idoneum ex captivis ducem Picentinis, deinde Eburinis jugis occultus ad Nares Lucanas atque inde prima lucepervenit ad Anni forum ignaribus cultoris…
Nell’edizione citata è dato il fac-simile del frammento, secondo il Codice vaticano, in lettere maiuscole: in esso è scritto Naris lucanas.
54. Da Semuncla non potrebbe derivare, nel nostro italico, che Semonchia o Semoglia; ma Sambuco (sammuco o savuco del dialetto) è impossibile.
55. Per le origini del nome vedi al cap. IV. Per le battaglie ivi combattute, v. capitoli XVII e XVIII.
56. Conf. l’Agiografia di S. Laverio, ecc. di sopra citata.
57. Nel Corp. Ins. Lat. X, parte II, al n. 1093. È un’iscrizione grumentina (dell’anno 711 di Roma, 42 avanti Cristo), ove è cenno di un portico innalzato da T_. Vettius. Serg_(ia) architectus de peq. pagan(ica).
58. Vedi appresso alla Parte II, capit. III.
59. Lo attesta il Lombardi, che era nativo appunto di Tramutola, nel Saggio, ecc. citato poco innanzi.
60. CORCIA, Op. cit. III, pag. 74, il quale però, a pag. 109 dello stesso volume, muta di avviso. Il Romanelli l’allogava a Lagonegro.
Ai futuri indagatori della topografia lucana mi sia lecito indicare, al nord dol paese Casaletto Spartano, un luogo che è detto Monte Collo.
61. Vedi nella Parte II, capit. III, numero 59.
62. Alcuni (Corcia per esempio) allogherebbero qui l’Abellinum Marsicum, che è nominato da Plinio nella «seconda regione dell’Italia di Augusto», che era limitata dall’Ofanto: ma Ia troppa distanza dall’Ofanto all’Agri non conforta la congettura. Altri allogarono a Marsico Vetere l’ignota Vertina (ricordata da Strabone) in grazia all’allitterazione delle due parole, che non hanno punto affinità fonetica tra loro. Altri, a Marsiconovo o Paterno, vollero trovarvi Consilino: e si appoggiavano ad un frusto di marmo letterato, che Mommsen non crede autentico (Insc. R. Neap. n. 109*). — La parola Marsico, come si dirà altrove (Parte II, cap. III), è dal basso Iatino medievale.
63. Nel Corp. Insc. Latin. X, 6975 innanzi ricordata.
64. Sorge un dubbio che non fosse un duplice nome di unico luogo equivalente ad Acirronia, di cui sopra. — Io credo l’Acidios un posto in antico di quegli Elleni che colonizzarono l’interno del paese dalle coste tirreniche. Nel greco avrebbe il significato di «pagliaio», argomento delle umili origini sue. Nelle tavole di Eraclea, la parola che ha significato di pagliaio è appunto ἀχυριος64a. Nello stesso significato si ha ἀχυρών che si inflette in ἀχυρῶνος64b. Le due forme collimano. Sarebbe pertanto uno stesso paese a duplice forma di nome? Secondo questo concetto, la nomenclatura ufficiale sarebbe acidios, e la nomenclatura popolare (che è quella che comunemente siegue la tavola dei bassi tempi) darebbe acirona.
64a. Vedi MAZZOCCHI, pag. 229.
64b. E significa: Receptaculum palaearum ed acervus palaearum: lo scambio fonetico della χ in κ non osta nell’onomastica della regione. Conf. Acherontia — Aceruntia ed Acerenza, Archiepiscopus — Arcivescovo, etc.
65. Che fosse sede di Presidi della Lucania nei tempi imperiali è affermazione (ANTONINI, 564; CORCIA, III, 83, ed altri) che a fonda unicamente sugli «Atti del martirio dei dodici fratelli d’Africa» (di cui vedi al capitolo XI della Parte II): ma quanto degli Atti è titolo, per ragioni intrinseche ed estrinseche, di nessuna autorità.
66. Lo affermò prima il GIUSTINIANI, Diz. geog. ad v.; e ripeté il Corcia.
Le iscrizioni, di cui è cenno nel testo, sono del 1180 e 1200, già pubblicate dall’Ughelli (Ital. Sacr. VII, 133) e più esattamente dal dottor M. La Cava nella Lucania Letteraria di Potenza, dell’aprile 1885.
67. Vedi al capitolo IV.
68. PLINIO, III, § XVI. — Opinione del D’Anville. Ap. CORCIA (Op. cit. III, 561) che vi aderisce, ricorrendo ad una strana etimologia greca di Strabelli dai «tortuosi anfratti»! del Vulture, o, meno strana, da «pini»: mi che, ad ogni modo, non ha che fare con la parola Rapolla.
69. Vedi alla Parte II, capitolo III.
70. Vedi al capitolo III, n. 86 della Parte II.
71. Se ne parlerà alla Parte II, Cap. IV.
72. Vedi al capitolo IV.
73. Nel capitolo XX. Vedi Append. I, a questo volume.
74. Questo vico o «Castello Bandusio» è nominato in una Bolla del 1103 di Pasquale II, che si legge nel Bullar. Roman. (vol. II, 123) e nell’Ughelli (Archiep. Acheruntini. Ital. Sacra, VII, col. 20). L’abate Capmartin de Chaupy, nell’opera Découverte de la maison de campagne d’Horace. Rome, 1767, fu il primo a ricordare questa Bolla, in cui non solamente è parola di un castello o villaggio, ma di un Bandusio fonte apud Venusiam. Le parole sono queste:
Tibi… concedimus, confirmamus coenobium ipsum (Beatae Mariae de Banzi) et omnia que ad illum pertinent… videlicet ecclesiam S. Salvatoris cum aliis ecclesiis de Castello Bandusii… (sieguono altre chiese e «casali») ecclesiam SS. Martyrum Gervasii et Protasii in bandusino fonte (o monte?) apud Venusiam.
Di qua l’abate De Chaupy trae valido argomento che la Fons Bandusiae dell’ode 13, nel libro III, era non già in Sabina, ma qui in questo pago tra Bantia e Venusia: non senza aver ricordato come il P. Sanadon, uno degl’interpreti del poeta, accertasse che i «migliori manoscritti» di Orazio portassero Bandusiae e non Blandusiae, come altri legge.
Il De Chaupy venne in pellegrinaggio scientifico sui luoghi, per trovare questo ascoso tesoro di fonte «dalle chiare acque che mormorano, difese dall’atroce ora della canicola che ferve e fiammeggia, grazie all’ombra dei lecci, cui vengono a chiedere ristoro di frescura i buoi sciolti dall’aratro e le mandre che vagano in pascolo». E stimò di averla trovata presso l’odierno paese di Palazzo San Gervasio (a sei miglia da Venosa) nel luogo che era detto appunto la Fontana Grande, ma di cui non restava allora che l’ombra del gran nome! come egli mestamente si esprime (Op. cit. vol. III, pag. 363 e 537). Ma i nostri dotti non si acquetarono a questa sentenza: e Andrea Lombardl (nel § XVII del citato Saggio sulla topografia delle antiche città lucane, ecc.) trova le testimonianze visibili della fonte oraziana in certi avanzi di antiche condutture scoverte il 1830 nel boschetto di Paglione, che è ad un chilometro da Palazzo, là dove fu posto a nudo un tratto di antico acquedotto, e di lì poco lontano «un ampio serbatoio costruito da mattoni con pavimento laterizio»; mentre non guari discosto è anche la fontana del Sambuco, anche essa pretendente agli onori del gran poeta. Nel bosco comunale di Palazzo un’altra fontana ha il nome di Frontiduso (?); e questa l’Ingenua erudizione locale traduce e sincopa in fons (ban)dusa! — Tra tanta copia, scelga il lettore: io mi astengo! — Fra i molti contraddittori al De Chaupy è singolare l’anonimo traduttore francese del Vogage de H. Swinburne dans Ies deax Siciles. Paris, 1785. Nel volume II, pag. 208, contro la indicazione della celebrata fontana a Banzi, egli argomenta, con tutta serietà, così:
«Se fosse stata in Lucania, come mai il poeta avrebbe detto alla fontana: dulci digne mero… Cras donaberis haedo. Orazio non aveva cànova (!) in Venosa, e non ne acquistò mai in quei luoghi da che ne parti di otto anni…»
Oh eruditi esilaranti! Se non aveva cànova, se non aveva fattori, dove egli avrebbe preso un nappo di vino e il capretto occorrente al sacrificio quel povero poeta!
75. MOMMSEN (Corp. Ins. Lat. X, p. 710) inclina a credere che questa linea dell’Itinerario, la quale segna: 1. Venusia; 2. Opino; 3. ad Bradanum; 4. Potentia, siasi confusa con l’altra linea dell’Appia antica, che da Venosa si dirigeva a Taranto, e in quest’ultima linea sarebbe stato l’«Opino», che egli crederebbe (pare) lo stesso che l’Ad Pinum dell’Itinerario medesimo. — Vedi al cap. XXI.
76. Ai capitoli VII, VIII e IX.
77. In un diploma del 1099, Rodolfo conte di Montescaglioso dona alla di San Michele di questa città molte terre e chiese, quali sono, tra le altre, San Nicola de Appio, San Benedetto de Acina, San Giovanni de Arenella, e inoltre la chiesa di Sanctae Mariae de Lacaria (p. 142 della Histor. Cronolog. Monast. S. Michaelis Arcang. Montis Caveosi, del P. TANSI. Napoli, 1746. A questa Lacaria (come scritto nella stampa) dovrebbe corrispondere, a mio credere, l’antica Lagaria: ma non mi è riuscito di trovare ove precisamente fosse posta la contrada detta Lacaria; benché non è dubbio per me fosse posta nelle pianure del Jonio dal Bradano al Sinno, o fiume di Canna. Presso Montalbano Jonico, a sinistra dell’Agri, è una contrada detta Isca o Lacara. Qui corre II pensiero a prima giunta: ma sorge il dubbio che il Lacara fosse il plurale antiquato o popolare di laghi, come càmpora, lòcora, dònora, ecc. di campi, luoghi, doni, ecc.
78. Vedi al capitolo IV.
79. Vedi al capitolo XX.
80. Lib. VI, 390: Oppidula exigua Lucanorum, Grumentum, Vertinae (Ουερτιναι), Calasarna.
81. Non debbo passare sotto silenzio che tutti i parecchi manoscritti consultati per la edizione del Didot di Strabone scrivono Ia parola, a quanto pare, in unico contesto.
82. Galasium, nel privilegio del 1123 contenuto nella Bolla di Callisto II; Galasum in Bolla del 1111; in un atto del 1070 è detto Castellum Armenti et in ejus territorio Monasterium Galasi, ecc. apud ZAVARRONI, Esistenza e validità dei Privilegii alla chiesa di Tricarico, Napoli, 1740: all’Appendice, p. 22, 25 e 29.
Le reliquie del «Castello Galaso» si veggono tuttora a tre miglia da Armento, verso oriente, presso quella Serra Lustrante o Lustratica, ove si sono rinvenuti i più ricchi antichi sepolcri.
83. Avverto però che ivi tu incolato di gente greco-bizantina al medio evo. Vedi Parte II, capitolo IV.
84. Ovvero sincope di βραδυδυνὴς. — CORCIA, il primo, disse da βραδὺς, Op. cit. III, pag. 88.
85. Donde βασσων profundior: così il CORCIA, III, pag. 325.
86. ακιρῶς remisse, e sine motu, ap. Hesych. ἀκιρός, nihil agens, ap. Theocr. Si noti la grafia Aciris e non Acheros, che pel fiume lucano non si trova mai scritto: e la iscrizione di Numini Herculis Acheruntini Vitalis, etc. che si dice scoverta presso Eraclea (ap. Romanelli , Topog. I; CORCIA, III, 318) è falsa. — L’italico «Agri», anziché dal latino Aciris, è derivato dal greco ἀκιρòς: che, pronunziandosi come dattilo, fa possibile la contrazione che ha avuto luogo nella parola italica.
87. Era detta Salandra al medio evo. Vedi al capitolo IV.
88. ἀναστρέφω — subverto; αναστεφομαι — versor in aliquo loco.
89. Aυλων e αυλος, alveo e canale.
90. Vedi innanzi.
91. Contro Ia mia affermazione non voglio omettere di riferire l’acuta congettura del valoroso geologo G. DE LORENZO, di cui ricordammo al cartolo VI le profonde investigazioni sulle Reliquie de’ grandi laghi pleistocenici nell’Ital. merid. — Scelga il lettore. — Egli di Laino scriveva (pag. 29):
«Qui Strabone parla di un golfo di Lao, mentre ora II fiume Lao termina a mare con un delta prominente, simile al triangolo isoscele ottusangolo: è chiaro quindi che questo gran delta, largo alla base più di 10 chilometri, si è formato dopo i tempi di Strabone; e che prima dell’era volgare esistesse in suo luogo uno spazioso golfo o seno (κολπος), che dai promontorii di Scalea e di Cirella s’intornava molto nelle terre, fino ad incontrare le acque del fiume Lao. Ciò va d’accordo con la «poca distanza» che separava la città dal mare».
92. V. al capitolo XVII.
93. In ERODOTO, lib. VI, 21, si legge non altro che queste parole:
«I Sibariti che, dopo Ia perdita della loro patria, abitavano Lao e Scidro… non presero il lutto per la distruzione di Mileto», ecc.
94. La pretesa relazione tra l’antichissima Scidro e l’attuale paese di Papa Sidero non è menomamente attendibile. Questo paese come l’altro di Abate Marco, non Bate Marco, di Circhiosimo, di Cironofrio sursero nel medio evo da Laure o conventuoli di monaci, specie basiliani, all’avvento delle popolazioni bizantine per le regioni bagnate dal Jonio e Tirreno. Lo dimostra il loro nome: papa. cir. V. II Parte, Cap. IV; e per Circhiosimo ivi.
95. CORCIA, Op. cit. III, 64.
96. Λάβρος — rapido.
97. CORCIA, Op. cit. III, 58; ANTONINI, pag. 69, e 377, 378. — Vedi innanzi, al capitolo IX.
98. A tre miglia da Velia, gli eruditi napoletani trovano una villa del vecchio Catone (che veramente ebbe ville in Lucania, a ricordo di Plutarco) in quel luogo sparso di ruderi, che è detto La Catona (CORCIA, III, 54; RICCIO, 100; ANTONINI, 329, ecc.): ma è un falso vedere. Un posto detto La Catona (che è denominazione non infrequente nel Napoletano) si trova, per esempio, presso Reggio; un altro presso Terranova del monte Pollino: la parola ha origini medievali dal greco-bizantino, e significa (tra altri sensi) «magazzino e guardaroba»; e per estensione, come a Reggio e qui presso Velia ebbe senso di «scalo o stazione di navi» (Conf. AMARI, Stor. musulm. III, 672).
99. La questione di una Petilia Lucana, sollevata prima dall’Antonini, e da altri scrittori accettata e difesa con gli stessi argomenti dell’Antonini, per qualunque verso si pigli, non regge in gambe. Le iscrizioni da lui pubblicate per darle posto sul monte della Stella sulla valle dell’Alento sono false99a.; e falso il brano di un atto di notaio del secolo XVI, che egli ricorda.
Si fonda egli, inoltre, sopra alcune frasi di Plutarco, nella vita di Crasso, le quali, dopo di Iui, servono di falsariga alle identiche argomentazioni di altri scrittori; e a questo titolo non si può trascurarle. — Crasso combatteva contro Spartaco nei Bruzii; di qua il gran ribelle era fuggito agli inseguimenti del console. Una parte delle truppe di Spartaco si separa da lui, e, al comando di Casto e di Gannico, accampano presso «la palude Lucana». Crasso li attacca e li mette in rotta. Dopo la costoro strage (continua Plutarco) Spartaco, nel ritornar che faceva99b verso i monti Petelini, era stretto alle spalle da Quinto, legato di Crasso e dal questore Scrofa, che gli venivano alle reni. Ma il Trace si volge loro di fronte: i Romani turpemente fuggono, e il questore vi tocca una grave ferita. Questa vittoria gonfiando gli animi, perdé Spartaco: i suoi non vollero andare innanzi, e, ammutinati, lo sforzano armata mano a condurli per la Lucania contro i Romani.
Dov’era la Palude Lucana? — Qui il nodo della questione. — Era presso la città di Pesto, ovvero tra Pesto e il prossimo Capaccio, pel Cluverio, per l’Antonini, pel Romanelli, pel Corda, pel signor Riccio ed altri ancora. Ma, chi gliel’assicura? dimanderemo. — Frontino, facendo parola di certi stratagemmi di Crasso nelle guerre contro Spartaco, accenna ad un monte detto Calamario o Calamacio. Per Cluverio e gli altri scrittori, Calamacio è lo stesso che Capacio o Capaccio: e da ciò segue che Ia palude lucana è quella appunto indicata di sopra, tra Pesto e Capaccio. Ma chi assicura a Cluverio la identità di Calamacio a Capacio? — Io penso, egli risponde, che il vero nome fosse Calamatius mons; donde poscia fu fatto il volgare Calmatio, e ben presto Calpatio e finalmente Capacio99c. — Che questa genesi filologica paresse giusta ad uno scrittore (del resto dottissimo ed acuto) del secolo XVII, non fa maraviglia: ma fa maraviglia che per i dotti scrittori del secolo XIX cotesto processo filologico sia parso sì naturale e legittimo da non aver bisogno di prova. Ma la prova resta ancora da darsi: e resta da darsi non già nelle permutazioni, cui si riferisce Cluverio del l in c, ma nella mutazione trascurata della lettera m nella p, che è assai strana metamorfosi alle leggi foniche del nostro idioma. E Capaccio, d’altronde, non ha le sue prossime e più giuste origini filologiche da Caput aquae, ovvero, meglio, da Caput aquagii?99d Resta dunque dunque campata in aria la identità della «Palude Lucana» con gli stagni presso Pesto, o con quali altri si voglia tra Pesto e Capaccio99e..
Se ricorriamo ad altro genere argomenti, si può forse ritenere come «probabile» che esistesse la grande Palude in qualche parte dell’ampia valle del fiume Sele, comprese in essa le valli o i bacini dei molti influenti del Sele medesimo. E dico «probabile» se raffronto al passo surriferito di Plutarco le parole di Paolo Orosio e un breve frammento di Sallustio, relativo a Spartaco. Crasso (scrive OROSIO, V, 24) «fece battaglia coi fuggitivi e ne uccise seimila: ma prima di assalire Spartaco, che accampava a Capo Sele — ad caput Silari fluminis castrametantem — batté i Galli e i Germani compagni di esso, e ne uccise 30mila!! Trattengo ogni osservazione su queste cifre sbalorditoie, e vengo al frammento di Sallustio (v. innanzi), ove è detto che Spartaco «prende a guida uno dei prigionieri picentini, e nascostamente va dai monti di Eboli — Eburinis jugis — alle Nares Lucanas: e di poi, sul fare del giorno, pervenne al Foro di Annio» — che era, come si è detto, alquanto al di là di Maratea. Credo siami lecito di ritenere che questi gioghi o catene di monti di Eburum siano i medesimi che quelli onde ha origine il fiume Sele, il Caput Silari di Orosio; e che i fatti di armi indicati nelle parole specialmente di Orosio siano gli stessi di quelli narrati da Plutarco. Di qua il giudizio di probabilità cho ho espresso di sopra: e di qua le conseguenze che mi pare lecito di trarne; ed è che Ia Palus lucana, di cui è parola, si dovrebbe trovare nell’alta valle del Sele, che indicherò verso Palo Monte, o S. Gregorio Magno: quello, che del suo nome indica appunto un’antica Palus, e questo ove era un amplissimo «pantano» di recente scomparso, fanno testimonianza alle antiche storie.
Ora, tornando al passo di Plutarco, non mi par dubbio che ciò non dà nessun appoggio alla tesi dell’Antonini e dei suoi molti seguaci. Spartaco, intesa la disfatta dei suoi, retrocede, o ritorna, o s’incammina verso i monti Petilini, e questi monti non è necessario che fossero presso Pesto o Capaccio: perché le parole del biografo non dicono che si ritirò o si salvò nei monti di Petilia, come interpreta l’Antonini (p. 96) e gli tien bordone il signor Corcia (III, 41). Spartaco, battuto, era naturale retrocedesse verso i Bruzii onde era venuto, e dove era la sua base d’operazione più prossima alla Sicilia.
I monti Petilini o erano nei Bruzii, o sul cammino che menava al paese dei Bruzii: più di così non può significare il luogo di Plutarco. Chi, pertanto, volesse riferire cotesti monti alla Petilia Bruzia, oggi Strongoli, che è la sola conosciuta, non sarebbe fuori la grazia di Dio e degli interpreti imparziali.
Ma, per lealtà di critica, un’ultima osservazione non debbo tralasciarla, ed è questa: Se la lezione dei «monti Petilini» in Plutarco è esatta; se non ci ha qualche lacuna nel contesto (che per vero non pare), io mi domando, come mai, se la battaglia, perduta dagli schiavi insorti, avvenne nella gran valle del Sele, se fu pertanto presso al confine occidentale della Lucania, e se da questo punto Spartaco retrocedeva verso il Bruzio, come mai ha potuto venire in mente ad uno scrittore diligente di indicare quale indirizzo della ritirata del Trace un punto così lontano, come i monti di Petilia (o Strongoli) posti all’estremo Bruzio orientale, al di là della Sila sul Jonio? Interpreta ivi Plutarco il pensiero intimo di Spartaco? Ovvero è naturale induzione dello scrittore alla prossimità della meta a cui il Trace tendeva?
Qui, per vero, io resto in dubbio; e, infra due, dirò che, o Plutarco pei monti Petilini voleva intendere i monti della grande Sila, e in questa ipotesi il suo concetto sarebbe meno illogico, meno innaturale; ovvero volle intendere di una regione montuosa di qualche Petilia, che fu davvero in Lucania.
Ma se esisté in Lucania, e dove, lo dirà l’avvenire; di presente è lecito negarlo.
99a Vedi nel Corp. Insc. Latin. vol. X, dal n. 99* al 120* delle falsae vel alienae.
99b Ovvero: retrocedendo; ἀναχωρουντι nel testo.
99c Ital. Antiq. pag. 1256. Io ignoro dove sia questa «Calamacio» di Frontino, poiché la sua identità con «Capaccio» è un supposto senza fondamento. Intanto, ai fututri investigatori di questi dati topografici, accenno che presso il Di Meo (Annali Diplomatici, VIII, 185) è ricordata una carta del 1079, in cui un Pietro dona al monastero di Cava la chiesa di San Nicolò di Colmagio in Procolo, di Nocera. Frontino non dice che il suo Calamacio o Colamcio fosse in Lucania, benché si argomenti che non fosse lontano dal Silaro. Non sarebbe, perciò, fuori di posto, se in quel di Nocera.
99d Ho sempre dubitato che fosse del tutto esatta la derivazione da Caput aquae; perché il qu latino davanti allo vocali a, o, u non muta; e perché non si spiegherebbe, nella ipotesi, coma la terminazione femminina di aqua sia cambiata nel mascolino Capaccio. Vuoilsi invece ritenere che la parala originaria fu Caput aquagii; e ricordo che Festo disse: Aquagium, quasi acquae agium, id. est. aqueductum. Dunque: Cap (ut aqu) aggio, il capo dell’acquidotto che portava le acque a Pesto.
99e Debbo aggiungere che di questa Palude lucana Plutarco dice che contiene acqua «in certi tempi dolce, la altri salsa e non potabile». L’Antonini ha trovata la sua Palude presso Pesto di acque sempre di eguale sapore (p. 222), ma il signor Riccio (Top. Ant. Luc. par. II, 22), che sta per la situazione della palude a Capo di fiume, presso Capaccio vecchio, dice che quella un «grazioso laghetto» formato da sorgenti di acque dolci e di altre acque salse: e perciò gli è questo, senz’altro, il luogo cui accenna Plutarco. Ma se è un grazioso laghetto, non è una palude od uno stagno, e se «laghetto» non intendo come un nappo di acque minuscolo avesse potuto ricevere il nome sì ampio di palude Lucana.