CAPITOLO XVII
LE GUERRE DI ANNIBALE, PER LA LUCANIA, NELLA BASSA ITALIA
Da Pirro ad Annibale, i due più formidabili invasori della bassa Italia ai tempi di Roma, corre lo spazio di poco più che mezzo secolo; e in questo periodo di tempo i popoli di stirpe sannitica quotarono in pace coi Romani, come essi medesimi dissero ad Annibale, per testimonio di Tito Livio1, Accettando del tutto per vera, anche pei Lucani, la quieta pace di mezzo secolo dello storico di Roma, passiamo ai tempi procellosi di Annibale; nei quali avvenne che la regione posta in mezzo tra il Bruzio e l’Apulia fu uno degli obiettivi strategici continui dell’azione militare dei Romani, i quali ivi venivano, e, se respinti, incessantemente tornavano, agl’intenti d’intercludere i passi al gran nemico che manovrava pertinacemente dal Bruzio all’Apulia. In quel lungo avvilupparsi di zuffe, di assedi, di attacchi e battaglie, gli è evidente che uno dei persistenti obiettivi di Annibale era quello di tenere occupata la regione dei Bruzii come testa di ponte alla Sicilia, prossima a Cartagine, e dove egli teneva e cercava alleati. L’altro obiettivo mirava a Taranto, la più ricca città greca del mezzodì, che gli avrebbe assicurato il dominio della penisola salentina come testa di ponte alla Macedonia, da cui s’imprometteva soccorsi e diversivi ad offesa di Roma. Questa d’altra parte, occupando e rioccupando la terra della Lucania, poteva, allo stesso tempo, minacciare o combattere i Cartaginesi intorno Taranto, combatterli o tagliarli fuori del Bruzio; raffrenare o punire, o avere amico un popolo fiero e bellicoso quale i Lucani. Fu pertanto la Lucania campo di battaglia continuo in quella lunga e feroce epopea; onde è facile comprendere quali danni ed offese ebbero a soffrirne i popoli.
La battaglia di Canne avvenne nel 538 di Roma, o 216 a.C. Con ardimenti, audacie, pericoli, e vittorie, e fortune che sorpassano le maraviglie delle leggende, Annibale aveva corso dalla Spagna alle Gallie, alle Alpi, alla Valle del Po, all’Italia di mezzo fino nell’Apulia; e qui prostrò Roma a Canne. Cominciò allora nella bassa Italia una lotta feroce tra Roma e un uomo feroce e grande; e la lotta durò per dodici anni. Seguir questa lotta passo a passo, anno per anno, non ci è consentito dai limiti del nostro subbietto. Ma a chiarirne le vicende più ponderose, sarà opportuno di avvertire che essa ebbe quattro fasi, quattro grandi eventi, che divisero come in quattro atti la grande e tragica epopea. Nella prima fase della guerra, Capua, la maggiore città dell’Italia dopo Roma, si dà ad Annibaie, e il successo, come dopo la disfatta di Canne, irraggiò altri successi favorevoli al vincitore. Nella seconda, gli obbiettivi si intrecciano; Roma intende a riprendere Capua; e Annibale mira ad impadronirsi di Taranto. Nella terza fase Capua cede prostrata a Roma, Roma la punisce con l’atroce ferocia di cui i suoi storici accusano Annibale; e Taranto apre le porte a questo. Nel quarto ed ultimo atto è lo scioglimento del dramma. Annibale aspetta invano i soccorsi che sperava di fuori, mentre quelli della sua patria o non gli giungono o gli vengono negati; egli cede alla fortuna di Roma, e dalla spiaggia insanguinata del Bruzio abbandona definitivamente l’Italia.
Il disastro di Canne decise i dubbi e mal disposti popoli della bassa Italia a pro del vincitore. Dal campo di Canne emissari e coorti si spargono d’intorno per fomentare e promuovere il moto delle città. Suo fratello Magone muove per la Lucania alla volta dei Bruzii2, ed egli risale la Valle dell’Ofanto per venirne in Campania, ove mirava a Capua e alle belle città grecaniche del Tirreno: preme intanto a destra e a sinistra sugli Irpini e sui Lucani. Alle sorgenti dell’Ofanto sedeva la città di Compsa. La cittadinanza era divisa tra le fazioni di due grandi famiglie, quella dei Mopsii e quella dei Trebii. I Mopsii, potenti per favore di Roma, prevalevano: ma poiché Ia fortuna di Roma a Canne declina, Stazio Trebio si volta ad Annibale. I Mopsii fuggono; Ia città si dà ai Cartaginesi senza contrasto e ne accoglie i presidii3. — La storia dei Bianchi e dei Neri ha molte antiche radici in Italia.
L’incendio, poiché l’esca era pronta nel malcontento dei popoli, divampa celerissimamente. Dopo Canne, dice Livio4, si diedero alla parte di Annibale gli Atellani, i Calatini, gli Irpini, una parte dell’Apulia, tutti i Sanniti eccetto i Pentri, tutti i Bruzii e i Lucani, ed oltre a questi, i Surrentini5, le città sul mare abitate dai Greci, quei di Taranto, quei di Metaponto, di Crotone, di Locri, e i Galli Cisalpini, e vuol dire tutta la bassa Italia dal Volturno allo stretto siculo. Ma non sì che qui e qua egli non trovasse resistenza, come vedremo, a Petilia, a Cosenza, a Crotone, altrove. Gli stessi umori interni delle città non dappertutto favorivano la causa del vincitore; è ricordato dagli storici, che i Senati e vuol dire i benestanti della città erano piuttosto favorevoli a Roma, mentre le plebi erano per Annibale. Lo stesso ordinamento federativo di quelle comunità, con vincoli indubbiamente ben larghi, nonché le fazioni in esse prevalenti, facevano sì che l’indirizzo della cosa pubblica non fosse nello stesso tempo uno ed uguale.
Annibale, avuto Consa, passa il Silaro, ed entrato nella Campania, tenta Napoli, ma vanamente. Però Capua, la maggiore delle città italiche dopo Roma, divisa che era da interne fazioni, e queste abbattute o elevate di animo, secondo gli umori, dal disastro di Canne, si dà con equi patti ad Annibale; poiché aveva invano richiesto soccorso ai Romani; e il fatto piega a non dissimili esempi i popoli circostanti.
Allora Annibale fa Capua centro strategico delle operazioni di guerra; e pur mirando ad avere a sé l’altro punto importantissimo che era Taranto, manovra quind’innanzi, di continuo, tra questi due estremi. Prende e saccheggia Nuceria; stringe d’assedio Nola: ma qui accorre Marcello, che ha il disopra nella mischia; e l’assedio è rotto; prende invece ed incendia Acerra, e assedia Casilino che gli si arrende per fame.
Il verno che sopravviene sospende i fatti di guerra; i Romani restano per le città intorno Capua; e i Cartaginesi in Capua, a quegli ozi che furono soggetto a tante declamazioni di retori, trasmutati in generali di eserciti. Un’altra parte degli Africani era in Apulia.
In questa forzata sospensione di arme Annibale rimanda Annone nei Bruzii; ed alle operazioni di questo luogotenente e fratello del gran venturiero vuolsi indirigere, pel nostro istituto, l’attenzione nostra.
Attraversa la Lucania occidentale per entrare nel Bruzio, come Magone, dopo Canne, aveva attraversata la Lucania orientale. Le popolazioni sul suo passaggio si dànno in fede agli invasori, e se resistono, ne hanno saccheggiate ed arse le campagne d’intorno alle città, che era costume di guerra non solamente africano, ma romano altresì. Un esercito di Roma gli tien dietro, secondo la tattica di tutta quella guerra, ed ora l’esercito al comando di Tito Sempronio Longo. Annone piegò il cammino verso Grumento per isforzarla; ma sopraggiunse il Console, e nella pianura intorno alla città, s’impegnò il fatto d’armi che fu battaglia, perché vi rimasero uccisi, dice Livio6, piucché duemila dei soldati di Annone e non più che duecento ottanta dei soldati del Console, il quale vi prese 41 insegna militare. Annone riparò nel Bruzio. Altre città e castella sul confine degli Irpini furono riprese dai Romani; tali Vercellio, Vescellio e Sicilino, già datasi ai Cartaginesi; e i capi delle dedizioni ai nemici furono (dice Livio) decollati. Guerra per ogni verso, ferocemente spopolatrice e immane.
Nella campagna punica del Bruzio fu e restò memorabile l’assedio di Petilia. I Petelini, quasi soli tra’ Bruzii7, perseveravano nella fede a favore di Roma. Onde erano stretti e combattuti non solo dai Cartaginesi invasori della regione, ma dagli stessi popoli di loro gente, perché appunto si erano separati dai comuni consigli8.
Messi fieramente alle strette, mandarono a chiedere soccorsi a Roma; ma i suoi oratori invano pregarono, supplicarono e piansero invano, prostrati a terra, sul passaggio dei senatori che entravano alla Curia. Roma che aveva Annibale alle porte e i suoi eserciti sparsi in tanti luoghi, non trovò opportuno di soccorrere un piccolo alleato nel lontano corno della penisola. Il Senato rispose a Petilia che essa aveva dato grande e nobile testimonio di sua fede a Roma; poteva dunque decidere da sé ormai, come stimasse opportuno. A questa risposta gli animi non caddero, il Senato di Petilia decise di resistere; rafforzò le difese, e raccolse entro le mura quello che dal contado parve utile e necessario.
L’assedio durò parecchi mesi: consumate le biade e gli animali d’ogni sorta, dettero mano ai cuoi, alle erbe, alle radici, alle cortecce più tenere di arbuscelli e cime di rovi disbruscati. E non furono sforzati prima che mancassero loro interamente le forze di poter stare in piedi in su le mura, e sostenere il peso delle armi. Vinti dalla fame, più che dalla forza, cessero al fato; ed entrò nella cittò Imilcone, luogotenente di Annibale. Quello che ivi fecero i vincitori, non è scritto; ma può supporsi. Roma, memore di tanta fede e di tanti danni, tenne sempre Petilia tra le città federate e più favorite.
Dopo Petilia, i vincitori vennero a Cosenza; ma questa fu difesa assai men pertinacemente, e tra brevi giorni si diè a patti. Con i Cartaginesi cooperavano consenzienti i Bruzii, sia per cupidigia alle ricchezze delle greche città, sia per tenerle in dominio con il favore e l’aiuto del vincitore di Roma. Ma questi, mirando a ben altro che a far grande la gente Bruzia, non li favoriva quanto essi speravano o desideravano; e ne erano mal soddisfatti. Con le schiere di Annibale essi assediavano Crotone, mentre Amilcare, capitano di Annone, stringeva di blocco Locri. Crotone già così nobile e potente città per copia di ricchezze e di abitatori, dopo le molte ruine e le molte vicende interne ed esterne, non aveva a quei giorni che una popolazione di ventimila uomini appena, la quale occupava meno della metà dell’antica città, che ai tempi di Pirro abbracciava lo spazio di dodici miglia9.
La scarsezza di popolo mal rispondeva al grande cerchio delle mura; e queste mal guardate, fecero agevole ai Bruzii di sorprenderla, e ai malcontenti interni di tradirla. Una fazione di popolari aprì le porte ai nemici che entrarono in città: ma la rocca restò in mano al governo ed al Senato che in essa si ritrasse. Né, in sulle prime, volle cedere agli accordi, che Annone, sopraggiunto, proponeva: la città era spopolata e decaduta, i Bruzii, mescolati ai Crotoniati, l’avrebbero ripopolala di loro gente. Gli Elleni risposero che preferivano la morte; con i Bruzii, in città, avrebbero avuto i padroni in casa, e con essi e per essi perduto l’indipendenza, le proprie leggi, le proprie costumanze, finanche la propria lingua! Però la difesa si chiarì manchevole; la rocca cedé, e gli ottimati si ritrassero (consenziente Annone che pareva favorirli contro i Bruzii) nella città di Locri, venuta in mano dei Cartaginesi.
Locri anch’essa si era preparata alla difesa; e quanto di foraggi e di scorte esistesse pel suo contado, faceva entrare in città. Un giorno i suoi foraggiatori furono tagliati fuori da Amilcare, il quale, a mezzo di essi, trattò della resa della città, e con buoni patti; poiché Annibale faceva politica generosa con le città greche poste sul mare e prossime alla Sicilia. Fu a Locri garantito di reggersi con le proprie leggi10 e conchiuse un patto di mutua difesa, che vuol dire garantita dalle offese immancabili al ritorno dei Romani. La guarnigione di questi che era nella città fu lasciata imbarcare e ne venne a Reggio, che era la sola città rimasta ai Romani in quel corno della penisola.
Se era importante per Annibale l’avere a sé favorevole il paese e le città greche del Bruzio, come aumento di forze e come posto avanzato agli aiuti che non cessava di sollecitare da fuori, era, invece, di suprema necessità ai Romani il riprendere Capua, e cacciare l’inimico dalla Campania, tanto prossima a Roma. Qui dunque si concentra il nerbo della difesa e della offesa dei due grandi inimici.
Per opportuno apparecchio, alla presa di Capua Fabio comincia dallo stringere la città di Casilino sul Volturno, e intanto chiama a rinforzo l’esercito di Tito Sempronio Gracco che era a Lucera. Annibale, da sua parte, chiama dal Bruzio Annone. Questi aveva un esercito di ben diciassettemila uomini a piedi, e in essi la maggior parte Bruzii e Lucani11, oltre a mille e duecento a cavallo, tra pochi Italici e i più di Numidia e Mauritania. Le forze di Gracco erano torme di raccogliticci e di servi, offertisi volontari a combattere per avere in premio la libertà.
Tendendo da diversi punti di partenza allo stesso obbiettivo, i due eserciti si scontrarono sul fiume Calore presso Benevento. Fu combattuto dalle due parti fieramente: e poiché Gracco, a inanimire le sue torme tolte agli ergastoli, aveva bandito che sarebbe data la libertà a chi avesse portato al campo il capo di uno degli inimici, quelle, non che colpire ed abbattere, straziavano gli avversari caduti o feriti. Vinsero le insegne di Roma; e fu vittoria sanguinosa: scamparono dell’esercito di Annone men di duemila, e Ia più parte a cavallo; prova del valore grande, ma sfortunato, dei vinti; mentre i vincitori non ebbero che un duemila morti, se si vuol credere allo storico di Roma. I vincitori entrarono in Benevento con bottino di armi, di prigioni e di bestiami, tolti al campo del vinto, e forse alle popolazioni circostanti. La città li accolse in gran festa: furono imbandite le tavole in pubblico sulle vie e le piazze; i soldati sedettero a mensa coperti il capo col pileo e con le bende di lana bianca, simbolo e premio della ottenuta libertà
Annone con le reliquie delle sue forze torna verso il Bruzio. Gracco lo segue per la Lucania, e in questa fa accolta di soldati, tra coloni e popoli amici13; e una scapigliata schiera di costoro, tra villici e servi14, guidati da un Pomponio Veientano o di Veio, temerario uomo e di mala fama, si spargono senza ordine, a guasto e a saccheggio, per le terre dei popoli favorevoli agl’inimici. Annone li coglie di sorpresa, e li batte con danno loro grande e non minore, dice lo storico, che egli aveva sofferto presso a Benevento. Pomponio vi restò preso; e la sua cattura fu il minor male del fatto di arme. Il quale ove propriamente accadesse, non posso dire altrimenti che sui confini tra i Bruzii e i Lucani15.
Tito Sempronio continua la sua campagna devastatrice in Lucania: e combattendo qui e qua, prende molte castella, che per la poca nobiltà loro, non furono a noi tramandati di nome dagli storici16: i quali invece ricordano, che passò oltre tra i Bruzii, e dei dodici popoli Bruzii che si erano dati in fede ai Cartaginesi17, due tornarono in soggezione ai Romani, cioè quei di Cosenza e quei di Turii, i più prossimi alla Lucania.
Intanto Casilino, non potuta soccorrere a tempo da Annone, fu presa da Fabio, che ne disperde qua e là gli abitanti. Poi mettendosi sulle peste di Annibale, che, con la sua tattica di volteggiatore instancabile, si ritira verso l’Apulia, percorre devastando il paese de’ Sanniti, e prende le città di Telesia, di Compulteria, di Mele, di Furfule, nonché di Consa sul confine Irpino-Lucano. Di qua fa punta nella Lucania settentrionale e s’impadronisce di Bantia18. Quindi passa in Apulia, inseguendo il grande avversario che manovra tra Taranto e Salapia. Ma Annibale si chiude in Salapia; e con l’intento di prendere i quartieri d’inverno, fa che essa si approvvigioni dei frumenti che vengono trasportati da Metaponto e da Eraclea19; il che vuol dire che i campi devastati della Apulia poco o punto avevano reso agli infelici abitatori di essa, e che men devastate da Annone e da Romani furono allora le pianure lucane sul Jonio. E vuol dire altresì che in quel tempo Metaponto aveva già ceduto ad Annibale; e si sa che essa si arrese non appena il presidio romano della città fu chiamato invece a rinforzare la difesa di Taranto, che era sempre più stretta dai Cartaginesi20.
In questo mentre, a rinfocolare gli animi mal disposti delle popolazioni dell’estrema Italia, sopravvenne un fatto che fu occasione a grandi eventi. Roma, a guarentigia di fede, aveva presi ostaggi dalla città di Taranto, e questi un giorno fuggirono dalla custodia loro; però, venuti di nuovo in mano al Romani, furono atrocemente puniti; prima con le verghe battuti nel Foro, poi, a clamore di popolo, gettati giù dalla Rupe Tarpea21. L’eco del fatto si ripercosse atroce nella cittadinanza Tarantina. Una congiura di nobili giovani entra in accordo coi Cartaginesi; e la città col favore delle interne intelligenze, viene presa di assalto, non restando al Romani che solamente la rocca, ove continuarono a difendersi gagliardamente col rinforzo del presidio che richiamarono da Metaponto. Questa allora si dà ad Annibale; e l’esempio ne è seguito non guari dopo da Turii, ove non può opporsi agli interni moti del popolo il presidio romano.
In questo avvolgersi di fazioni guerresche, il principale obbiettivo di Roma era sempre quello di riprendere Capua. Il più grosso suo esercito si stringe intorno a questa città; un altro è nel Sannio intorno a Benevento; un terzo in Lucania al comando di Sempronio Gracco; i quali due ultimi dovevano, nonché difendere le regioni occupate, ma opporsi a che Annone dal Bruzio e Annibale dall’Apulia venissero in soccorso degli assediati di Capua. Questa pertanto cominciava ad affamare; ed Annibale ordinava ad Annone di raccogliere quanto di vettovaglie potesse per venire in soccorso alla travagliata città; e questi infatti, raccogliendo e predando arriva a mezza strada sul cammino per Capua; ma è sorpreso e battuto dalle legioni romane, che raccattano l’ampio bottino, e l’obbligano a ritirarsi precipitosamente nel Bruzio.
Profittando di questo fatto, i Consoli muovono l’esercito da Benevento per stringere dì maggiori forze la città del Volturno; e affinché fosse chiuso il passo ad Annibale che dall’Apulia venisse a soccorrerlo, fu fatto ordine a Tito Sempronio Gracco, che dalla Lucania sollecitamente con la cavalleria e i fanti più lesti fosse venuto a postarsi in Benevento, lasciando il resto delle legioni in guardia del paese ammessogli a difesa22.
Gracco era per portarsi alla posta indicatagli; ma egli, che è in segreti accordi per un’impresa profittevole agl’interessi di Roma, vuole innanzi tutto menarla a termine; sperava anzi di poterlo fare senza indugio, poiché le intelligenze erano molto innanzi. Dà invece in un agguato, colpa il tradimento da un verso, e l’indulgenza o l’inesperienza sua militare dall’altro. Livio racconta il fatto con queste parole23:
«Una parte dei Lucani essendosi data al Cartaginesi, era Flavio Lucano capo di quella parte la quale teneva con i Romani, e ai medesimi creato «Pretore» era già stato in magistrato un anno. Essendo costui subitamente mutato di animo, e cercando di acquistar grazia presso i Cartaginesi, non gli parve meritare abbastanza, ribellandosi egli, il tirar seco gli altri Lucani a ribellarsi, se non fermava e consacrava la lega col nemico mediante la vita e il sangue del suo capitano ed ospite insieme, da lui tradito.
Entra adunque in trattative con Magone che era nei Bruzii; e conviene che i Lucani entrerebbero con le proprie leggi nell’amicizia dei Cartaginesi24, e a suggello della lega direbbe Gracco In mano ai nemici. Magone viene al luogo predesignato con grande moltitudine25 di fanti e cavalli, e dopo esplorato da tutte le parti, ivi si agguata.
Quindi Flavio viene a Gracco, e gli dice e lo fa persuaso che egli era a mezzo di una grande impresa, aver cioè persuaso i pretori di tutti i Lucani26, che erano passati in fede di Annibale dopo Canne, che tornassero alla fede dei domani; poiché le cose dell’avventuriero declinavano, e i Romani non erano gente dura (diceva) a perdonare. Ma costoro (continuava) volevano la fede di Gracco: stringere con esso lui le destre27 in pegno di fede e di amicizia; ed avevano stabilito al convegno un luogo, fuor di mano, ma non molto discosto dal campo dei Romani. Venisse egli dunque, e tutta la nazione dei Lucani tornerebbe in fede ai Romani28. Gracco si partì pel convegno con Flavio, non da altri accompagnato che dai littori e da una squadra di cavalli.
E giunto al luogo designato, che era una valle chiusa da selve e da monti, diè nell’agguato. I Cartaginesi gli furono sopra, e Flavio con essi; Gracco e i cavalieri mettono piede a terra; e avvoltosi al braccio sinistro il paludamento a difesa (perché essi non avevano portato seco gli scudi)29, danno dentro ai nemici che li saettavano dall’alto. Fu mischia calda e dura; Gracco vi giacque morto. E morto, e con i fasci de’ suoi littori, Magone ne mandò il corpo ad Annibale, che gli fece solenni esequie. Questa è la vera fama del fatto (conchiude Livio); e il fatto avvenne nelle terre dei Lucani, presso ai piani chiamati Campi Veteri30»: — benché non manchi chi dica invece essere caduto Gracco presso Benevento, o che si bagnasse nel fiume Calore, o che quivi presso fosse colto da scorridori numidi.
Per verità, le narrate circostanze del fatto, se sono vere come Livio le racconta, non darebbero del generale romano un grande credito nelle cose di guerra. Se si può scusarlo della sua sùbita fede ai detti dell’ospite infido, e se è lecito forse non credere alla non meno ingenua circostanza che la scorta del capo dell’esercito era armata a mezzo, le particolarità essenziali del fatto non è lecito di mettere in dubbio; e però come altrimenti giudicare un generale che fa agevole ai nemici di tendergli insidie, con grande numero di soldati, non lungi dai suoi accampamenti, in tempo di guerra, e in paese non amico per animo di popoli, o per aspra accidentalità di terreno anzi acconcio agli agguati di guerra? Io confesso che tutto il racconto della congiura non mi ha l’aria di un’autenticità schietta; parmi piuttosto una di quelle ricostruzioni fatte dalla fantasia popolare ai grandi eventi che la colpiscono.
Il luogo ove accadde l’agguato e la morte di Sempronio Gracco è ignota alla topografia della regione. La giacitura dei campi detti già «Vecchi» dai Romani dei tempi di Livio, se vuol riferirsi (come fanno i nostri scrittori) al paese che oggi è detto Vietri di Potenza, è del tutto arbitraria. Anziché a questo odierno Vietri, che è tra gli Appennini presso ad un influente del fiume Sele, il luogo dell’agguato dové, invece, essere non molto discosto dai confini dei Bruzii; se Magone con ingente schiera di fanti e di cavalli poté venirne in Lucania, non lontano dagli accampamenti romani, senza che alcun sentore ne arrivasse a costoro. Il tragitto dai Bruzii ai «Campi Veteres» non doveva essere che discretamente breve, perché il traditore avesse potuto fare assegnamento sulla riuscita della congiura.
L’uccisione di Gracco elevando per la Lucania gli spiriti avversi ai Romani, dové dare principio a moti ostili di popolo, che, nel silenzio della storia, è facile arguirlo dal fatto ricordato, che il di lui esercito, composto che era di raccogliticci, alla di lui morte si sbandò31, e che il console Appio Claudio dalla Campania venne in Lucania, mentre in Campania l’altro console Fulvio era entrato, ad offesa, sul territorio di Cuma32.
Ed in Lucania lo segue Annibale; che, in tutto lo svolgersi di questa guerra, va, viene, ritorna, piomba all’improvviso, si ritrae e ricomparisce qui e qua con una prontezza, una astuzia, una strategia di un venturiero di genio; e che sconcertar doveva tutti i disegni della consueta arte di guerra dei Romani, mentre tant’alto sovrastava dell’intelletto ai capitani di questa. In Lucania or dà la caccia ad Appio, or da questo è cacciato: poi d’un tratto scomparisce e si mostra a Capua; ma non dimora, e ritorna in Lucania, ove si scontra con un grosso gruppo di armati raccogliticci, che avevano a capo un Centenio Penula33.
Era costui un centurione segnalato per grandezza di corpo e di coraggio. Aveva chiesto al Senato il comando di qualche legione; promettendo, esperto che era dei luoghi e della tattica di Annibale, avrebbe fatta guerra di partigiani. Ed ebbe infatti un 8000 uomini, tra cittadini di Roma e soci: con essi e con altri che raccolse per via, giunse in Lucania col doppio di armati. Ma intoppa presto in Annibale; e non era dubbio l’esito dello scontro tra vecchi agguerriti soldati e gente impronta e novella. I soldati di Centenio furono nonché rotti disfatti, e lui vi trovò la morte.
Queste varie e tentate da tutte parti diversioni di Annibale, non giungevano a illanguidire lo sforzo dei Romani, che si concentrava contro di Capua. Nell’anno 541 (211 a.C.), che fu l’anno nefasto a questa nobile ed infelice città, quando il blocco si strinse, egli lo si trova nei Bruzii, e di là, con le truppe sue di ordinanza leggiera, ne venne subitamente a Capua, seguitato dipoi dal grosso treno dei suoi elefanti. E poiché non è riuscito nell’attacco di sbaragliare i Romani, forma l’audace disegno di correre sopra Roma, forse a sorprenderla, indifesa, con un colpo di mano; forse a diversione delle forze inimiche stringano Capua. E struggendo e sperperando pei luoghi che attraversa, venne prossimo a Roma: abbeverò i cavalli numidi nelle acque dell’Aniene; picchiò quasi dell’asta alle porte della città, ed empì la città di tale spavento, che ne passò la memoria paurosa alla più lontana posterità, anche per via del linguaggio. Ma il disegno non riuscì; e ritraendosi fieramente onde era venuto, non indugiò a Capua; passò oltre nelle terre di Lucania, quindi nei Bruzii, infino a Reggio, e con tanta prontezza, che parve ai poveri paesi il fulmine che spazza pria del lampo che accenna34.
E andò lontano perché gli giungesse men dura l’eco della resa di Capua! la quale, stretta dalla fame, prostrata di animo pei non più possibili soccorsi di fuori, cèsso ai Romani; e ne fu così atrocemente, così violentemente punita, che il suo è uno dei fatti più miserevoli e spietati che ricordi la storia, miniera copiosa di tragedie, ed ecatombe di popoli e di città.
Capua apre le porte. I senatori non supplicano, non pregano; banchettano all’ultima ora della patria, e nell’ultimo nappo prendono il veleno, propinando a Giove liberatore: Taurea Iubellio, dopo avere spenti e moglie e figliuoli onde sottrarli all’ignominia e ai supplizi di Roma, si passa di sua mano il petto con un coltello, in faccia al feroce proconsole che gli fa villania.
Il disastro di Canne levò gli spiriti delle popolazioni italiche a favore di Annibale; il disastro di Capua fu il contraccolpo a favore di Roma.
Da quel tempo il gran capitano, aspettando soccorsi, non manovrò altrimenti che tra la Apulia e i Bruzii. I Romani invece avanzando, intendevano di stringerlo sempre più tra quegli estremi contini con manifesto e giusto disegno: ma non ebbero generali sì valenti o ingegnosi da batterlo o da chiuderlo per modo che gli fosse forza di darsi per vinto: e fu d’uopo di ancora altri anni di lotta e di sangue. Due eserciti gli stavano di contro, l’uno appoggiandosi a Venusia correva il campo per l’Apulia, l’altro nella Lucania, che mirando al Bruzio, completava il cerchio che doveva stringerlo in mezzo. Ma quel continuo mutare di generali romani ogni anno, come ogni anno mutavano i consoli, non era fatto per accrescere tesoro di esperienza e di accorgimento, né per colorire compiuti disegni da parte de’ generali romani.
Il console Marcello prende alcune città dei Sanniti, ed ha Salapia per tradimento. Gneo Fulvio, proconsole, si accosta a Erdonea; ma accorre Annibale e lo batte; abbrucia la città che non può difendere e ne mena gli abitanti a Metaponto e a Turii35. Marcello, che gli corre dietro dal Sannio, incontra Annibale in Lucania, presso la città di Numistrone36. Quegli accampa alla pianura, e questi tiene il poggio. E il giorno dopo si azzuffano le legioni con tutto lo sforzo punico, composto di Numidi, di Spagnuoli, di frombolieri delle isole Baleari, di volontari italici, e degli elefanti. L’urto si rinnova più volte: alle schiere stanche e disfatte sottentrano altre fresche, finché sopravviene la notte e rimane la battaglia indecisa. Ma la notte Annibale toglie il campo, e dà volta verso l’Apulia: e Marcello, lasciati i suoi feriti in Numistrone, gli va alle spalle. Accadono tra loro verso Venosa e lì d’intorno altre mischie, altre zuffe che nulla decidono e a nulla approdano, se non è di stremare sempre più le forze del condottiero.
L’anno dopo, che è il 545-209, vengono a comando degli eserciti Fabio Massimo e Q. Fulvio Flacco. Quegli deve operare contro Taranto, e questi in Lucania e i Bruzii; mentre Marcello con altre legioni appoggiandosi sempre a Venosa intende a coprire l’Apulia dalle scorrerie di Annibale. Questi, come sempre, apparisce e sparisce fulmineo; batte i Romani sotto Canusia; ricombatte il dì dopo con Marcello che ne ha la meglio; ritorna lampeggiando nei Bruzii, e al suo arrivo scioglie Caulonia dall’assedio dei Romani.
Intanto Fulvio Flacco dal paese degli Irpini viene in Lucania, e riceve sottomesse Vulceio, Grumento37 ed altre città, le quali vacillano alla fortuna d’Annibale che tramonta, e consegnano ai Romani i presidi cartaginesi. Egli accoglie clementemente le popolazioni che si sottomettono e non altrimenti li castiga che di parole, contro l’uso romano38; e questo cenno di saggia politica ebbe frutto, perché vennero a lui dai Bruzii i costoro legati, Vibio e Pactio, di nobile stirpe, i quali dimandarono pei Bruzli gli stessi patti che pei Lucani. Fabio d’altra parte prende Taranto, che era l’altro obiettivo massimo di Roma dopo Capua; e nell’immenso bottino che ammassano dalla ricchissima città, sono ricordate ottantatremila libre d’oro, gran quantità di argenti, statue, dipinture, e, ricchezza di armenti! trentamila teste di servi. Annibale che accorre in aiuto non arriva che a Metaponto, e gli è forza tornare nel Bruzio. Ma la caduta di Taranto sempre più precipita la sua fortuna, la quale è certo che saprà rilevarsi se gli giungono a tempo gli aiuti esterni, che attende e che sollecita con premura, cui mal rispondono gli esterni nemici di Roma.
Il nuovo anno 544–208 portò a capo degli eserciti i nuovi consoli T. Quinzio Crispino, e Marco Marcello. Questi restava con uno degli eserciti intorno a Venosa, quegli39 prese il comando dell’altro per la Lucania e il Bruzio. Geloso delle imprese di Fabio a Taranto, Crispino spinge parte delle suo forze all’assedio di Locri, ma a nulla approda, e vien tolto l’assedio all’apparire di Annibale. E poiché questi con la mobile strategia del guerrigliero tornava verso l’Apulia, Crispino torna anche esso nella Lucania settentrionale e si congiunge all’esercito di Marcello verso Bantia40.
Non era discosto gran tratto il campo di Annibale, e tra’ due accampamenti si ergeva un colle selvoso che parve al Console fosse utile di occuparlo pria che nol facessero i Cartaginesi. Volle egli pertanto portarsi ad osservare di persona la importanza e le circostanze dei luoghi; e con esso andò invitato l’altro console Crispino e molti degli ufficiali superiori, affidati da poca scorta di cavalieri. Quivi dettero in un agguato dei non lontani inimici: nella mischia restò morto Marcello, morti e prigioni gran parte degli ufficiali, e Crispino fu ferito sì gravemente, che ne mori non guari dopo41. Con sì infelici accorgimenti di guerra da parte dei supremi capitani di Roma, non è forse difficile di spiegare come Annibale poté restare per tanti anni padrone della bassa Italia; egli, lontano dalla patria, in mezzo a popoli di altre razze, di altra lingua, di altra civiltà.
In luogo dei due consoli uccisi furono designati M. Livio ed M. Claudio Nerone. A quello fu commesso di opporsi contro di Asdrubale, che già era arrivato nelle Gallie alla volta d’Italia in soccorso di Annibale; ed a M. Claudio Nerone fu dato l’incarico di tener testa ad Annibale per la Lucania42; mentre II pretore Q. Fulvio teneva il campo con due legioni nei Bruzii43.
Claudio Nerone si recò all’esercito che stanziava intorno a Venusia, e raccolto, a scelta, sotto il suo comando 40,000 pedoni e 2500 cavalli mosse contro Annibale, che dai Bruzii veniva per la Lucania. I due eserciti si scontrarono nel territorio della città di Grumento, che è nell’alta valle dell’Agri; e sostarono l’uno contro l’altro non molto tra loro distanti. Per quanto è dato arguire dal racconto confuso e incompleto di Livio e dalla notizia de’ luoghi, Annibale accampò sul colle, ove oggi siede la Saponara, postando le squadre de’ cavalli alle radici orientali del colle stesso, verso la fiumara di Sciàura, sicché pareva attingesse alle mura di Grumento44. Ma con altra parte delle sue schiere dové occupare anche il prossimo colle che è detto «del monte» e che avanza i suoi sproni tra ponente e il minor colle che è detto di Sant’Elia
Questa arcuata e breve catena di poggi domina dal lato meridionale la pianura che è solcata dal fiume Agri; il quale ivi serpeggiando si avvicina di molto ad essi. E i Romani, che venivano dall’Apulia, traversato l’Agri a monte, sostarono, ad un millecinquecento passi dai nemici, sul colle che separa il paese di Tramutola di oggi dall’Agri; e spingendo innanzi l’avanguardia verso gli ultimi accampamenti cartaginesi, questa stanziò sul colle ora detto Monte delle Vigne. Era ivi il posto elevato, onde più acconciamente si potesse dominare la via che da Grumento per Potenza si spingeva nell’Apulia. Fra due campi, così postati di contro, restava in mezzo la valle pianeggiante che ora è detta di San Giuliano45.
La mischia si attaccò in questa valle fra le due avanguardie del colle «alle Vigne» e dall’altra «a Sant’Elia»; ma non tardò a svolgersi in battaglia per i campi posti sull’Agri, se vi prese parte un grosso esercito46 dall’una e dall’altra parte, nonché Ia cavalleria de’ due contendenti e il treno degli elefanti.
Pare che Annibale intendesse di passare oltre il fiume pel cammino all’Apulia, schivando i Romani o forzando il passo ai Romani; sicché con tutte le sue forze spiegate in battaglia scese dai colli, su quali accampava47. Ma i Romani, perché non fuggisse, l’attaccarono, e quello tenne fermo all’urto di questi, finché non giunse alle spalle delle schiere cartaginesi una grossa mano di fanti e di cavalli di Romani e loro socii, che il Console aveva mandato, la notte innanzi, per altra via48 a girare le posizioni dei nemici. Questo decise della giornata che fu vinta dal Console C. Nerone con la perdita di soli cinquecento uomini, a detta di Livio, mentre Annibale ebbe ottomila uomini uccisi, due elefanti morti49, altri quattro presi, ed otto insegne perdute. Il vinto si ritirò negli accampamenti, e vi restò chiuso qualche dì; mentre il Console il giorno di poi fece raccogliere i morti delle due parti e insieme seppellirli; poi una notte, tenuti accesi i fuochi del campo per illudere l’avversarlo, Annibale uscì chetamente e passò l’Agri in giù, verso Spinoso; e il Console non se ne avvide che al tardi. Ma gli tenne dietro; e lo raggiunse presso Venosa, ove si venne nuovamente alle mani, e dove i Cartaginesi lasciarono nella zuffa tumultuaria duemila soldati, dice lo storico di Roma50, che (è forza dirlo) attingeva notizie statistiche forse da bullettinl di guerra o di origini troppo popolari, o troppo favorevoli alla fortuna di Roma. Di là Annibale piega a Metaponto, poi torna di nuovo a Venosa; e il Console sempre alle spalle a dargli la caccia. E poiché quegli pare accenni a disegni nell’Apulia, Claudio mirando anche egli all’Apulia abbandona la Lucania; ma vi chiama, a coprirla, il Proconsole Fulvio che era nei Bruzii51.
Il gran volteggiatore schivava di affrontare, di proposito, le forze inimiche; era necessità di risparmiare le stremate sue truppe, mentre aspettava i soccorsi, che gli arrecherebbe il fratello Asdrubale, il quale era già arrivato in Italia, e scendeva appunto per le spiaggie adriatiche. E in questa che Annibale lo attende per l’Apulia, vennero a mano di Claudio i segreti messaggi di Asdrubale, che ragguagliava il fratello de’ suoi disegni, del suo cammino, de’ punti di congiungimento e di arrivo. Un lampo di genio illuminò la mente del Console; ed ideò il disegno arditissimo, onde venne il colpo mortale ad Annibale, e a sé fama insigne nella storia de’ fatti di guerra. Ideò di congiungere le sue forze a quelle di Livio Salinatore che erano nell’Umbria, per combattere, inaspettato, Asdrubale, pria che questi si congiungesse ad Annibale, e senza che questi ne avesse sentore. Il difficile era eseguire il disegno con celerità, con segreto e sicurezza di evento; e a queste soddisfece pienamente l’animo, l’ingegno e l’energia del Console. Scelse, dai migliori del suo campo, per ottomila uomini; ordinò in precedenza lungo il cammino i provvedimenti dei viveri e dei trasporti; uscì inavvertito dagli accampamenti; percorse in soli sei giorni duecento cinquanta miglia; si congiunse al collega Livio; e, insieme uniti, battono al Metauro l’esercito di Asdrubale, che ne è disfatto, e lui morto: e non appena ebbe vinto che ritorna con la celerità stessa fulminea, in altri sei giorni, ai suoi accampamenti di Venusia nell’Apulia; e Annibale non ne ha sentore, se non quando gli casca ai piedi, lanciato dalle macchine romane, il teschio di Asdrubale ucciso. L’insigne movimento strategico di Claudio, e la precisione singolare con cui venne eseguito, decise allo stesso tempo del fato di Asdrubale, di Annibale e di Roma. Annibale accasciato s’inselva, come l’orso ferito a morte, ne’ Bruzii: mena seco i Metapontini, e quelle schiere di Lucani che avevano seguito le sue sorti; e abbandonando quindi innanzi ogni tentativo per le terre di Lucania e di Apulia, si asserraglia nell’ultima penisola, alle ultime difese, agli ultimi partiti.
Era già il sedicesimo anno della lunga guerra (di R. 546-207 a.C.); e il combattere Annibale nei Bruzii toccò ai nuovi Consoli L. Veturio Filone e Q. Cecilio Marcello. Arrivati che furono nel paese dei Bruzii cominciò il saccheggio e lo spopolamento, al modo usato, sul territorio di Cosenza; e poiché la preda già fatta parve per allora sufficiente, dettero volta: ma intopparono in un agguato di gente Bruzia e Numida, che ritolsero una parte delle prede, e li posero al pericolo di essere schiacciati52. Si cavarono alla meglio dalle distrette inattese, e ripararono, con danno e vergogna, nei confini della Lucania onde erano mossi, la quale poi, prostrate le sorti di Annibale, era tornata senz’altri sforzi di combattimenti ai Romani vincitori e padroni53.
L’anno dopo (547) non accaddero notevoli eventi tra gli eserciti avversarii, poiché la peste travagliava i campi d’ambedue, e la moria si diffondeva per le regioni limitrofe della Lucania, ove il Romano avea stanze e retroguardo. Ma fu presa Locri dai Romani che unirono allo sforzo i loro presidi di Reggio e di Sicilia; e in Locri le crudeltà, le enormezze che vi commisero alcuni degli ufficiali superiori (indipendentemente dalla punizione inflitta alla città stessa da Scipione) furono tali e tante, che ne arrivò l’eco fino in Senato, il quale, insolitamente, ordinò un’inchiesta e il castigo dei rei.
L’ultimo anno della ostinata e feroce guerra fu il 548-204. Ai consoli P. Sempronio e Q. Licinio si dànno man mano, sforzate più che volontarie, le città dei Bruzii, che ebbero il nome di Clampezia54, di Cosenza, di Pandosia, di Uffugo e Verge, Besidia, Otricoli e Zifeo. Il nemico che avanza, incontra qui e qua Annibale; il quale se qualche volta ha il disopra, non può a lungo sostenersi in aperta campagna e si chiude in Cotrone. Ma poste alle strette, le sue schiere si difendevano disperatamente: in un ultimo fatto di armi con le legioni di Licinio, le perdite degli africani furono tali, che la fama ne parve esagerata anche allo storico di Roma.
A Cotrone aveva fatto raccogliere gran numero di navi; e col segreto disegno di lasciare l’Italia, fece la cernita delle forze che gli restavano: il fior fiore tenne intorno a sé per imbarcarle a tempo opportuno; il resto mandò a presidio per le terre dei Bruzii. Allora nel tempio di Giunone Lacinia fece scolpire il suo testamento di odio, di gloria e di vendetta, numerando sul marmo del monumento il nome delle battaglie vinte, delle città sottomesse, delle tante altre gesta compiute. Imbarcò con le sue genti dell’Africa anche i Lucani, i Bruzii, gli Appuli e i Greci che erano in esse; e confortò con molte promesse gl’Italici che avevano combattuto tra le sue schiere, di venirne con lui a Cartagine. Accettarono quelli che non speravano pace o perdono o fortuna, se tornassero alle loro genti; i più ricusarono: e questi furon tratti, per finta arte dei capi, nel recinto del tempio della Giunone Lacinia. Ed ivi, o vendetta ultima e vana di un animo feroce e selvaggio, o castigo a preteso ammutinamento di soldati agli ordini del capo, li fece saettare tutti a morte, come belve nel chiuso; atrocemente! dice Livio55 e ben dice; ma che pure non sempre condanna egualmente le non minori atrocità romane.
NOTE
1. III Deca, lib. III, § 42.
2. Argomento dalle parole di Livio, lib. III, deca III, § 2.
3. LIVIO, lib. III, deca III, § 14.
4. LIVIO, deca III, lib. II, § 61. Lo stesso Livio in un altro luogo, lib. III, deca III, § 11, dice che sola partem Samnitum ac Lucanorum defecisse ad Poenos.
5. DURUY, Histoire des Romains, I, p. 391-2, invoce di «Surrentini» vuole si legga «Salentini», e sembra giusto. Egli dice, per esagerazione, inesatta l’enumerazione in questo passo di Livio; e giustamento avverte, fra l’altro, che «i Greci del golfo di Taranto restarono fedeli; Petilia non cadde che dopo disperata resistenza; Crotone, Locri e Ia lucana Cosenza dopo un assedio, e nel 215: Taranto nel 212, e per sorpresa. Metaponto e Turii defezionarono, ma nel 212 e 213 (Liv. XXV, 1, 15), cioè quando Annibale era stato respinto dalla Campania nella Magna Grecia; Reggio (XXIII, 50) e Brindisi restarono sempre fedeli. Quanto ai Cisalpini, la battaglia di Canne non cangiò nulla alla loro sorte».
6. Libro III della deca III, § 37:
Quibus diebus Cumae liberatae sunt obsidione, iisdem diebus et in Lucanis ad Grumentum T. Sempronius, cui Longo cognomen erat, cum Hannone Poeno prospere pugnat. Supra duo millia hostium occidit, et ducentos octoginta milites amisit: signa militaria ad quadriginta unum cepit. Ibid. § 20.
7. LIVIO. — Uni ex Brutiis.
8. Id. ibid.
9. LIVIO, lib. III, deca III, § 30.
10. LIVIO, lib. IV, deca III, 1.
11. Maxima ex parte Brutii et Lucani. Così LIVIO, lib. IV, della deca III, § 15.
12. LIVIO, IV, deca III, 16.
13. LIVIO, IV, deca III, § 20:
Gracchus in Lucanis aliquot cohortes, in ea regione conscriptas, cum praefecto sociorum in agrum hostium praedatum misit.
14. Inconditae turbae agrestium, servorumque… dice LIVIO, lib. V, deca III, § 1.
15. LIVIO, al lib. V, deca III, § 1, accennerebbe ai luoghi «nei Bruzii»; ma al § 3, ibid., dice invece:
… T. Pomponium Vejentanum populantem temere agros in Lucanis. Costui è detto Praefectus socium, al § 1, ibid.
16. LIVIO, lib. V, deca III, § 1:
Sempronius Consul in Lucanis multa proelia parva, haud ullum dignum memoratu, fecit; et ignobilia oppida Lucanorum aliquot expugnavit.
17. LIVIO, lib. V, deca III, § 1.
18. LIVIO, lib. IV, deca III, § 20:
Fabius in Samnium ad… recipiendas armis quae defecerant urbes processit. Oppida vi capta, Compulteria, Telesia, Compsa, Melae, Fulfulae, et Orbitanium. Ex Lucanis, Blandae, Apulorum Aecae appugnatae… Haec inter paucos dies gesta…
Qui, in luogo di Blandae, io penso si abbia a leggere Bantiae. Blanda, se non fu a Maratea, fu di certo prossima al mare Tirreno, sulla spiaggia che corre da Pesto a Laino; ed oggi, con probabilità maggiore, è allogata a Tortora. — In Lucania era Tito Sempronio, mentre nel Sannio era Fabio, di cui (dice Livio ivi stesso) circa Luceriam provincia erat. Non pare, dunque, verosimile che Fabio dal Sannio, od anche da Consa, venisse ad oppugnare Blanda sul Tirreno, e tornasse quindi subito nel Sannio e in Apulia, ove prende Eca; mentre, invece, nelle terre prossime a Blanda era l’esercito di Tito Sempronio. Questa inverisimiglianza è rimossa del tutto, se, nel passo di Livio, si legga «Bantiae».
19. LIVIO, ibid.
20. LIVIO, lib. V, deca III, § 15.
21. LIVIO, V, deca III, § 7.
22. LIVIO, lib. V, deca III, § 15:
Ne Beneventum sine praesidia esset… Ti. Gracchus ex Lucanis cum equitatu ac levi armatura Beneventum venire jubent; legionibus stativisque ad obtinendas res in Lucanis aliquem praeficeret.
23. Lib. V, deca III, § 16.
24. Liberos cum suis legibus venturos in amicitiam Lucanos.
25. Ingentem numerum.
26. Omnium populorum Praetoribus…
27. Praesentisque contingere destram: id signum fidei secura ferre…
28. Ut omne nomen lucanum in fide ac societate romana sit.
29. Nam nec scuta quidem secum extulerant! (LIVIO, ibid. § 6). Ma è credibile? o che si abbia invece a leggere extulerat, cioè lui Gracco?
30. Haec vera fama est: Gracchus in Lucanis ad campos qui veteres vocantur, periit. Lib. V, deca III, § 16.
31. LIVIO, V, deca III, § 20.
32. Inde Consules, ut averterent Capua Hannibalem… diversi, Fulvius in agrum Cumanum, Claudius in Lucanos obiit. LIVIO, ibid., § 19.
33. LIVIO, ibid., § 19.
34. Ex Lucanis (Hannibal) in Brutium agrum ad fretum vero ab Rhegium eo cursu contendit, ut prope repentino adventu incautos oppresserit. LIVIO, lib. VI, deca III, § 12.
35. LIVIO, lib. VII, deca III, § 6:
Herdoneam… multitudine omni Metapontum ac Thurios traducta, incendit.
36. LIVIO, ibid. VII, deca III, § 2:
Consul ex Samnio in Lucanos fransgressus, ad Numistronem in cospectu Hannibalis loco plano, cum Poenus collem teneret, posuit castra.
37. Argomento da LIVIO, lib. VII, deca III, § 61.
38. LIVIO, VII, deca III, § 15:
Iisdem fere diebus ad Q. Fulvium Consulem Hirpini et Lucani et Vulcentes, traditis praesidiis Hannibalis, quae in urbibus habebant, dederunt se se; clementerque a Consule, verborum tantum castigatione ab errorem praeteritum, accepti sunt.
39. LIVIO, VII, deca III, § 25:
Consulum alter T. Quintius Crispinus ad exercitum, quem Q. Fulvius Flaccus hobuerat, cum supplemento in Lucanos est profectus.
40. Itaque in Apuliam ex Brutiis reditum, et inter Venusiam Bantiamque, minus trium millium passuum intervallo, Consules binis castris consederunt. LIVIO, lib. VII, deca III, § 25.
41. LIVIO, VII, deca III, § 27. Il luogo dell’agguato dové essere non lontano da Venosa e da Banzi, verso l’Apulia.
42. LIVIO, VII, deca III, § 35.
43. Ibid., § 36.
44. LIVIO, lib. VII, deca III, § 41: Grumenti moenibus prope junctum videbatur Poenorum vallum.
45. I dati topografici della battaglia di Grumento (in Livio, lib. VII, deca III, § 41) sono questi:
Eodem (loco, Grumenti) a Venusia consul romanus contendit; et mille fere et quingentos passus castra ab hoste locat: Grumenti moenibus prope junctum videbatur Poenoram vallum: quingenti passus intererant. Castra punica ac Romana interjacebat campus: colles imminebant nudi sinistro latere Carthaginiensium, dextro Romanorum, neutris suspecti…
Le indicazioni dei luoghi, nel testo, secondo le denominazioni moderne sono congetture dello scrittore. Gli eruditi locali indicarono altri luoghi. A tacere del dottor Gatta, che fu accampare Claudio Nerone a Spinoso, lontano o fuor di mano dalla dalla strada che poteva battere Annibale per andarne in Apulia, il Rosselli (Stor. Grumentina, p, 80) intende che Annibale accampasse a «Serra Calcinara» e i Romani a «Serra San Pietro» che sono due piccole eminenze amendue sulla destra dell’Agri, e non lontane da Grumento. Ma oltre che la distanza tra queste due «Serre» o piccole colline è brevissima (assai troppo discosta dai 1500 passi di Livio), pure concesso che ciascuna di esse avesse potuto contenere accampamenti per 40mila uomini e 2mila cavalli, non si capisce come a «Serra San Pietro» l’esercito romano chiuderebbe il passo per l’Apulia ad Annibale; né si vede quali fossero, da quei luoghi, «i colli a sinistra dei cartaginesi e a destra dei romani» che ricorda lo storico. Del resto, che qualcosa manchi nel racconto di Livio a chiarire la vicenda e i luoghi del fatto d’armi, è facile credere: egli non fa menzione del fiume Agri, sulle cui rive sicuramente ebbe a svolgersi la battaglia.
46. Ipse (Claudio) luce prima copias omnes peditum equitumque in aciem eduxit… LIVIO, ibid.
47. … In modo Romanum quaerere apparebat, ne abire hostem pateretur. Hannibal, inde evadere cupiens, totis viribus in aciem descendebat. Ibid.
48. Probabilmente girando per le contrade Chiriconi, Bungi e San Nicola, arrivarono alle spalle de’ combattenti sulla destra dell’Agri.
49. Molti scrittori napoletani, da quelli del secolo XVIII ad altri fino ai tempi nostri, riferivano a questi due elefanti uccisi ad Annibale le ossa fossili, che più volte si sono rinvenute nella pianura sul fiume Agri, ove sedeva Grumento. Mi que’ fossili appartengono alla fauna di età geologiche, di quanto più remote età dai tempi di Annibale.
50. Ibid., § 42.
51. Hannibal, copiis ejus (Hannonis) ad suas additis, Venusiam retro quibus venerat itineribus, repetit, atque inde Canusium procedit. Nunquam Nero vestigiis hostis obstiterat, et Q. Fulvium, quum Metapontum ipse proficisceretur, in Lucanos, ne regio ea sine praesidio esse, arcessierat. — LIVIO, Ibid., § 42.
52. LIVIO, Ibid., § 11.
53. In saltu angusto a Brutiis jaculatoribusque Numidis turbati sunt… Major tamen tumultus quam pugna fuit: et praemissa praeda, incolumes et legiones in loca culta evasere. Inde in Lucanos profesti. Ea sine certamine tota gens in ditione populi romani rediit. LIVIO, lib. VIII, deca III, § 11.
54. LIVIO, deca III, lib. IX, § 38, e lib. X, § 19.
55. Ibid., § 20.