APPENDICE I
DOCUMENTI1
A.
INCENDIO DI LAURIA — AGOSTO 1806
La ignota o poco nota relazione che segue riferiamo dal libro intitolato — Grands épisodes inédits et causes secrètes de la politique et des guerres sous le Directoire exécutif, le Consulat et l’Empire, etc. etc. Lettres à Mr. le Général Pelet, directeur du dépôt de la Guerre, Sénateur; à MM. Thiers, Lamartine, La Guerronière et Delamarre, par M. CHARLES DE MONTIGNY-TURPIN, général rétraité. — Paris, de Soye, imprimeur, 1852, in 8".
Queste lettere furono pubblicate a grande distanza di tempo e di luogo dagli avvenimenti che lo scrittore ricorda; e i pallidi riflessi della memoria lontana hanno, forse, conturbati in chi li raccolse i contorni delle cose. In più parti l’esagerazione dello scrittore è evidente, a cominciare dalla prima e più grossa:
Ils (les insurgés) se réunirent au nombre de trente mille! élite des chasseurs, composant l’avant-garde, à Lauria.
E l’esagerazione era quasi necessaria, sia per rilevare il valore delle armi francesi, sia per giustificare la barbarie selvaggia degli ordini dati ed eseguiti!
… L’insurrezione per attirarci nell’interno, si ritirava verso un centro di difesa, e spingeva contro i nostri fianchi i montanari del Cilento e di Basilicata, chiamando quelli di Salerno e di Molise alle nostre spalle, con le vecchie bande di briganti.
Essi si riunirono al numero di trentamila (!!), avanguardia di scelti cacciatori, a Lauria, città fortificata dalla natura meglio che non avrebbe fatto l’arte di Vauban o di Carnot (!).
Massena a Lagonegro aveva avuto notizia che a Lauria era perito tutto un battaglione di polacchi; ed a Torraca ed a Sapri era perito, sorpreso da numero maggiore, un battaglione francese. Il maresciallo ordinò a Max Lamarque di dare un esempio di terrore, punendo di ferro o di fuoco paesi ed abitanti.
Lo stesso ordine fu dato a Gardanne, che marciò contro Lauria. Con noi restava il maresciallo e il suo stato maggiore.
La marcia fu lenta e circospetta, perché le vie erano acconcie ad imbuscate: ma, poiché il nemico voleva attenderei a Lauria, non incontrammo né abitatori, né bestiami; campagne e villaggi vuoti o silenziosi; pace che dissimulava la guerra.
In cammino verso la funesta città, all’altezza di Rivello, la testa della colonna si arrestò, prosa da orrore e da sdegno; essa ora giunta al luogo ove, del battaglione polacco massacrato a Lauria, gli ammalati e l’ordinatore Marchand, inseguiti, avevano subìto il martirio. L’avanguardia aveva dovuto opporre una forte resistenza, per almeno due ore, e lo mostrava quella gran quantità di avanzi di cartuccie bruciate e sparse sul terreno. E si vedevano i resti di più che duecento cadaveri fatti a pezzi: e qui torturati gli uomini della cassa con l’ordinatore; là sgozzati gli ammalati, più in là spiedi e reliquie di un festino da cannibali (!!): in una parola, l’ambulanza aveva avuto la stessa sorte che il convoglio dei prigionieri di Orleans a Versailles l’8 settembre 1792; i mostri si rassomigliano dappertutto!… E ci stava di faccia la città colpevole! E lì la massa dei nemici; lì la vendetta! — e ci spingiamo innanzi.
La città è circondata da due larghi e profondi fossati scavati e percorsi da acque temporalesche, che convergono quando si avvicinano verso là dove vanno a sboccare noi torrente La Fiumara. Al punto tra essi meno largo è un ponte, anzi due ponti in pietra: e questo era stato asserragliato da enormi pietroni. Dietro della barricata sono gl’insorti, le cui masse profonde e strette si appoggiano ai muri della città per tutta la lunghezza del burrone al di là del ponte. Le terrazze e le finestre delle case sono occupate da armati di schioppo; altri dietro al riparo di macigni, e di là giungono a noi, da ritta e da manca, palle di due oncie, che ci tolgono degli uomini. Ma non ci si bada; e noi si arriva al piè del primo burrone, al grido di avanti! avanti!
Gardanne va dinanzi a tutti: granatieri e volteggiatori di corsa avanzano in mezzo un nembo di piombo, e son già alla barricata del ponto. Il fuoco nemico incalza. Cadono i primi arrivati: altri li rimpiazzano; cadono anche questi, ed altri sovvengono: la strada è ingombra di caduti. Si fa un momento di sosta per sgombrare il passaggio, per soccorrere ai feriti. Ma i calabresi credono che i francesi siano scoraggiati; e balzano dalla barricata e scannano quelli che raccolgono i feriti. Si vedono intanto venir giù verso il passaggio del ponte — quasi fiotti di mare in tempesta — le masse profonde dei neri cappelli a punta. Ma le baionette dei francesi ricevono a dovere i calabresi dai coltelli terribili; poiché con i loro coltelli, e col fucile in ispalla, osano attaccare i bravi. Puniti di tanta audacia, mordono la polvere; una cinquantina appena si salvano, fuggendo; e sono inseguiti dai nostri, fino alle loro masse. I nostri fuochi di plotone e le omicide baionette non arrivano a farlo retrocedere; ma o cadono o si piegano per terra, e in quello stretto ammasso né i più valorosi possono combattere, né i vili fuggire. E noi stessi, per aprirci il varco, dobbiamo abbattere quosta muraglia di uomini immobili (!!)
Infine, il ponte è spazzato: lo stato maggiore e i dragoni vi passano a quattro di fronte, tanto esso è stretto. All’apparire delle spalline e degli elmi luccicanti, un fremito generale pervade quelle masse di uomini: ed una scarica che parte da finestre e terrazze prende di mira, come alla selvaggina il cacciatore, ufficiali e dragoni. Le trombe suonano la carica: cavalli, ufficiali e dragoni sono uccisi, ma uccidono e schiacciano. La sciabola fa il suo mestiere: né grazia, né pietà. È sfondato, schiacciato, sciabolato tutto ciò che s’incontra per la lunga strada di Lauria che dal ponte in dritta linea va alle Calabrie. Allo sbocco della strada verso Castrovillari incontrammo un’altra barricata. Qui una grandine di palle vomita dalle finestre; e per fare cessare il fuoco la fanteria sfonda le porte.
Furono viste delle donne, donne in gran numero ed anche giovinette, difendere la soglia tutelare e proferire la morte alla violazione del focolare domestico: armate di pugnali, colpire gli assalitori, e intrepido dare e ricevere la morte. O inutile virtù, o fanatismo del focolare, o atroci vendette, ultimo sforzo di un coraggio barbaro ed immortale, chi oserà pronunziare se voi foste degno di lode o di biasimo?
Spose e fanciulle di Lauria! moderna Sagunto! il vostro eroismo ecclissato, macchiato dagli atroci delitti dei vostri mariti, figli e fratelli, i delitti di tutto il paese che è necessario di punire e spaventare, tanto eroismo, ahimè! non troverà grazia al tribunale di Scipione!
Massena arriva con la riserva. Il fuoco già consuma le prime case della città di basso; non ne resterà una sola: e bivaccheremo tutti, maresciallo e soldati, sulle pietre insanguinate di una città che è una fornace ardente.
E sperperata per ferro e per fuoco la città di basso, restava la città alta: ma anche essa investita dalle fiamme e dal fumo non fu difesa che dalle bande straniere al paese. Gli abitanti più ricchi, avendo ricevuto un’educazione di seminario e civile, quasi vernice che rode i pubblici costumi addolcendo il coraggio, erano fuggiti dall’abitato, e le bande di fuori occupavano le case dei fuggiti e continuavano a battersi. Gardanne si avanza: e l’attacco decise questi forsennati a fuggire da tutte parti.
Fu notato, e non senza un senso di stima, che neppure un solo, in mezzo al generale spavento, ebbe gittato via la sua arme. La guardia muore e non si arrende! Il calabrese fugge, ma come il Parto in fuggendo colpisce il nemico: e finché esso tiene in mano la sua schioppetta, non si arrende. Il valore non è esclusivamente francese. Dio, padre degli uomini, l’ha dato a tutti i suoi figli.
Non inseguimmo il nemico… E così abortiva il piano di lord Stewart e della insurrezione, la quale si raccozzava in Cosenza, dove andammo per iscovarla.
B.
CAPITOLAZIONE DEL CASTELLO DI MARATEA — 1806
Dal castello di Maratea, 10 dicembre 1806.
Al signor GENERALE LAMARQUE — Campo di Maratea.
Signor Generale,
Gli articoli da essere approvati sono i seguenti:
1. Che gli uffiziali si rinvieranno in Sicilia sulla loro parola d’onore di non più servire contro S.M.
2. I soldati tutti che sono nel Forte sono tali per averli dichiarati S.M. Ferdinando IV con dispaccio del 12 agosto corrente anno. Posto ciò, a tenore del 2° (sic) articolo accordato, devono imbarcarsi tutti coloro che lo vogliono; e ritornare nelle loro patrie coloro cui ciò piace.
3. La truppa francese darà libero e sicuro il passaggio, sino al luogo dell’imbarco, a quella del Forte, facendola scortare da uffiziali, ai quali si consegneranno le armi.
4. È stato accordato che si sarebbero fatte rispettare la vita di tutti e le proprietà sulla parola di Generale d’onore.
Col suo aiutante speditoci ieri tutto ciò rimase conchiuso, onde siamo pronti di cedere la piazza e di osservare la nostra parola.
ALESSANDRO MANDARINI
Vice-Preside di Basilicata
1. Accordato, dove brameranno andare.
2. I paesani saranno mandati alle loro case con una carta di sicurezza, segnata dal sig. Generale, mediante la quale saranno rispettati; ma prima giureranno sopra il Cristo di non più prendere le armi.
3. La porta sarà aperta entro mezz’ora, e cinquanta granatieri ne prenderanno il possesso. Il Generale lascerà i passaporti ai paesani che verranno successivamente a deporre le armi al quartier generale.
4. Sulla parola d’onore del Generale la vita di tutti sarà rispettata.
MAURIZIO2 LAMARQUE.
C.
ECCIDII DI ABRIOLA, NEL 1809
Matera, 1° ottobre 1809.
Il Relatore al Consiglio di Stato, commissario straordinario del Re nelle due Calabrie e Basilicata, a S.E. il Ministro dell’interno.
Eccellenza. Io devo a V.E. il quadro de’ mali che hanno in questi ultimi mesi straordinariamente afflitto la Basilicata, e che oggi mercé le saggie sovrano disposizioni veggonsi in gran parte cessati. Ma sino a che un tale quadro giunge al grado di verità, o di esattezza degno de’ sguardi del Principe, permetta l’E.V. che io non differisca di vantaggio il lagrimevole racconto delle stragi accadute in ABRIOLA; luogo ove sovra qualunque altro hanno campeggiato la fedeltà, ed il coraggio da un lato, la perfidia, e la più immane crudeltà dall’altro.
L’ex barone di Abriola, signor Tommaso Federici, sin dall’anno 1806, serviva con zelo e con intrepidezza il Governo, in qualità di tenente colonnello delle guardie civiche. Nell’ultima organizzazione della legione essendosi ridotto il numero degli uffiziali, egli perdé il suo grado. Infinitamente sensibile a questa perdita, il suo ardore non ne fu perciò rallentato. Continuò a servire con la medesima energia, ed a far guerra a’ briganti come per lo addietro.
Intanto fermentava sordamente in Abriola un desiderio di rivolta.
I fratelli Oronzio, Vincenzo Bruno, il signor Michele Passarelli, il signor Ettore Rossi, tenente dell’espulsa dinastia, il monaco francescano Giovanni Paladino, e sopra tutti Rocco Buonomo alias Scozzettino ne erano i principali elementi. Quest’ultimo in Aprile corrente anno si pose alla testa di una banda, e cominciò a battere l’aperta campagna. L’ex barone Federici unì anch’egli della gente, e, secondo le occasioni, or inseguiva i ribelli, or si difendeva da essi.
Così furono impiegati i mesi di maggio e di giugno. Ma in luglio, moltiplicato il numero de’ facinorosi, e nate le comitive di Taccone di Laurenzana, Izzo, Nigro di Tricarico, e la Petina di Marsicovetere si unirono tutte tra di loro, e con quella di Scozzettino; e forti in circa 400 uomini si diressero la sera 19 luglio sopra Abriola.
Il signor Federici sorpreso dalla notte, e dall’improvviso assalto, ebbe appena il tempo di rinchiudersi nel castello con 24 tra galantuomini e suoi dipendenti del luogo, e con 30 legionari del distretto che erano colà di passaggio. Le rispettive famiglie degli assediati eran seco loro.
Il sito del castello era forte ed eminente, ma scarso di viveri, e di munizioni da guerra, mancava interamente di acqua. Ciò nonostante i rifuggiati si distinsero con coraggio, ed i due primi giorni furono spesi ad un vivissimo vicendevole fuoco.
Nel terzo giorno riuscì al signor Federici far pervenire al signor Intendente, scritte sopra un lembo di tela le seguenti parole: «come sapete, io sono qui assediato con una partita di galantuomini e legionari da tre giorni. Ci manca la provisione di bocca: ci manca la munizione: o ci soccorrete subito, o siamo morti».
Il signor Intendente trovavasi in quel momento senza truppa, senza gendarmeria e senza forza di sorta alcuna. Uscì egli medesimo sulla pubblica piazza di Potenza. Fece emanare un bando, col quale invitava gli abitanti ed i legionari di quella città a marciare in aiuto degli assediati. Promise per ogni individuo la paga di dieci carlini. Ma non fu ascoltato. Temendo tutti per le proprie famiglie si ostinarono a non voler uscire dall’abitato.
Il quarto giorno, i briganti cominciarono in Abriola le uccisioni, presentando per terrore le recise teste agli ocelli degli assediati. Rivolti indi al signor Federici gli promisero pace e vita purché consegnasse loro tre vittime designate, o scelte tra i suoi seguaci. Egli si ricusò con nobile orgoglio, degno di un miglior fine, e raddoppiò di severità e vigilanza.
Ma le offerte che non poterono scuotere la sua virtù, a danno de’ suoi compagni, fecero vacillare l’altrui a danno proprio: giacché avendo i scellerati assalitori fatto sperare piena libertà a chiunque lo sacrificasse, niuno lo tradì; ma quasi tutti lo abbandonarono, domandando agli assassini delle scale per discendere dal castello, come praticarono.
Ridotto il signor Federici con pochissimi suoi fidi, risolvé finire di morte magnanima, e generosa. Fece aprire le porte del castello, ed armato tentò fuori strada (sic) in mezzo a’ briganti, che lo massacrarono.
La moglie baronessa Francesca Vassallo cadde estinta a’ suoi fianchi.
Il vecchio Pasquale de Stefano con tre suoi figli, Michele, Vincenzo e sacerdote D. Luigi furono uccisi. Maria Michelina Mocciola, vedova del primo di detti figli, rimase semiviva sotto sette colpi di arma da fuoco.
Il decrepito Egidio Sarli, padre del sindaco della Comune, fu fucilato.
Valentino Fanelli, Anna di Giulio, Egidio Passarelli, Giuseppe Antonio la Rocca, ed altri subirono il medesimo destino.
Le case di tutti questi infelici furono saccheggiate, i loro cadaveri straziati ed arsi.
Rimanevano una sorella del sindaco Sarli, due figlie nubili del morto de Stefano, e cinque figli impuberi del signor Federici. La Sarli fu disonorata da un capo massa. Delle sorelle de Stefano una fu trascinata agli altari, e forzata a sposare il brigante Taccone; e l’altra era destinata a consimile sozzura con Scozzettino se la morte non lo toglieva di mezzo. I figli infine del signor Federici furono tutti condannati miseramente a morire.
Il brigante la Petina va in traccia di essi per eseguire la truce sentenza. Gl’innocenti fanciulli erano stati balie e dalle nutrici ridotti in casa di un tal Lancieri, il solo uomo di pietà che volle accoglierli. Svelato il loro asilo, fuggirono nella chiesa credendosi ivi in salvo. Ma sopraggiunge il sicario, ed uno dopo l’altro scanna la piccola Maria Lorenza di anni 3, Maria Vincenza di anni 9 ed il giovinetto Girolamo di anni 8. Dopo che, prende il primogenito di anni 13 e lo brucia vivo sui cadaveri de’ genitori; e come il disgraziato figliuolo si sforzava uscire dalle fiamme, egli con la punta della baionetta vel riconduceva!
Eccellenza. Le famiglie di tante vittime della loro fedeltà meritano certamente compenso: ma specialmente lo meritano i superstiti delle famiglie Federici, de Stefano e Sarli in cui il sacrifizio è stato contemporaneamente di fortuna, di onore e di sangue. Rimane ancora della prima il giovinetto Carlo Federici di anni 10, il quale fu nella confusione dei colpi trafugato dal sacerdote Giuseppe Rivelli. Trovasi oggi in Napoli presso il di lui zio signor Vincenzo Federici, capitano di fregata al Real servizio di S.M.
Della famiglia de Stefano è sola viva la nominata vedova Michelina Mocciola che guarita dalle ferite sta attualmente in Potenza con una figlia bambina.
Della famiglia Sarli poi esistono il sindaco di Abriola, ed il signor Vincenzo, giudice nella Corte criminale di Teramo; magistrato che riunisce a’ lumi necessari non poco ingegno e moltissima probità.
Se l’E.V. oltre i soccorsi pecuniari la di cui misura non può essere che la liquidazione dei danni, potesse spandere su questi individui dei benefizi personali, l’umanità e la giustizia le farebbero plauso.
In fine sono degni di Abriola di essere commemorati con lode i ridetti Lancieri e Rivelli, ed il signor Gennaro Passarella: e con biasimo quell’arciprete signor Verga, ed il P. predicatore Doti, i quali lungi dall’opporsi a’ progressi del locale brigantaggio, si vuole che lo abbiano promosso e favorito.
Gradisca V.E. il mio profondo rispetto.
POERIO
NOTE
1. Posti a mia disposizione dall’on. G. FORTUNATO, che ringrazio.
2. Così nell’apografo; ma Lamarque ebbe nome Massimiliano.