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CAPITOLO XV

LINGUA, LETTERATURA E CULTURA DEL POPOLO

Il campo del dialetto basilicatese, se questo si consideri nei suoi caratteri prevalenti, si estende oltre ai confini dell’odierna provincia, e comprende anche le popolazioni che dimorano su pei clivi degli Appennini degradanti alla sinistra sponda del fiume Sele. È il confine dell’antica Lucania. Non pertanto sarebbe ridevole se si dicesse lucano, chi non voglia confondere tempi e cose etnicamente diverse. Né il dialetto dei paesi dell’odierna provincia di Salerno posti sulla sinistra del Sele, si potrebbe dirlo salernitano; giacché le parlate sia della città capo della provincia, sia dei paesi alla destra del Sele medesimo hanno fisionomia e carattere differenti; essi si aggruppano manifestamente ai caratteri, di cui è tipo il dialetto della città di Napoli; il quale non si potrebbe dirlo «campano» se non per convenzione.

Pure stando geograficamente di mezzo tra la Calabria e la Campania, il dialetto degli Appennini lucani non si può dire che sia anello di congiunzione tra il calabro e il salernitano, ovvero napoletano. Ma si può dire, che per la legge de’ suoni, in generale e tra certi limiti, si accosti al calabro; mentre per l’organismo grammaticale ha i caratteri piuttosto del napoletano. In cotesto complesso di differenze e di somiglianze non si ritenga il dialetto basilicatese come un tutto unico e compatto dal Sele al Bradano, dal golfo di Policastro al golfo di Taranto. Ai confini delle cose colori e limili si mescolano; e le parlate dei paesi di Basilicata sulla zona di confine verso la Puglia o il Leccese partecipano piuttosto ai caratteri specifici prevalenti, quanto ai suoni e mutazioni di lettere, in quei paesi dell’Adriatico.

Le differenze più spiccate e di più generale carattere col dialetto napoletano o campano sono queste, che il campano pronunzia tutte le vocali in fine di parola, mentre il basilicatese sopprime l’e finale; e soventi pronunzia come una semimuta anche qualche altra vocale terminativa. Nel calabro predomina il suono dell’u schietto finale dove l’italiano mette l’o; nel basilicatese questa stessa vocale o finale non dilegua, o piuttosto ha un suono indeciso, che per molti luoghi piega all’u. Nel calabro inoltre, predomina la i sulla e; e, nell’organismo grammaticale, va tra i caratteri suoi più spiccati nella coniugazione del verbo la mancanza del passato prossimo, che non fa difetto al basilicatese.

Fra le parlate della regione nostra le diversità appaiono infinite, ossia tante quanti i paesi stessi; ma diversità poco o punto nel lessico, punto nell’organismo grammaticale o sintattico, tutte nella fonologìa e nella permutazione di certe lettere. Queste diversità fonologiche si potrebbe distinguerle per zone; ma nelle stesse zone o tratti di paesi più estesi si avrebbe a distinguere certe, come a dire isole, che manifestano dei fenomeni fonici singolari. Tali sono, per esempio la pronunzia dell’u nella parlata di Viggiano, che ha il suono pretto dell’u francese, e che non avendo riscontro nei paesi circostanti o lontani della regione stessa, non saprei spiegare altrimenti, se non come eredità glottica di un qualche grosso gruppo di coloni francesi ai tempi dei re di razza angioina, o prima ancora, ivi accasati, ma dalla storia ignorati. Tale il mutamento strano della lettera t in r nella parlata di Potenza. Una più larga trattazione che questa non sia, potrebbe e dovrebbe, in seguito a più minuto studio analitico delle parlate nostre, distinguere il campo dialettale appunto a zone, secondo la massima affinità loro, circoscritte forse da limiti di montagne o da grosse fiumane; ma non possiamo scendere a tante particolarità qui, dove non ci è consentilo altro, che di cogliere i tratti generali di affinità. Solo diremo della zona che piega verso il Leccese o verso il mare Jonio nella bassa valle del Bradano e del Basento: qui si avvertono certi caratteri fonici speciali, che la distingue risentitamente dal resto della regione dei paesi in montagna; e questi caratteri indicheremo, più che altri appariscenti, nel gruppo gl che ivi si tramuta in ggh; nel gruppo o sillaba que ove, soppressa l’e, resta una sillaba cu, che dà un’aria singolare e strana a quei parlari; nella perdita del g innanzi alla r nella trasformazione della stessa g in i.

Il carattere più spiccato delle parlate basilicatesi è questo, il dileguo, cioè, dell’ultima vocale della parola; dileguo che è perfetto, se essa è un’e, come l’e muta dei francesi; imperfetto se un’i ovvero un’o; giacché la i finale non dilegua ma si pronunzia debole e quasi evanescente o svanita: e l’o ha un suono debole così che pare svanito, o indeciso tra l’o e l’u. Ma la vocale a resta sempre; e se in qualche parlata pare dilegui, gli è piuttosto che essa sta in luogo dell’e. Anche l’u resta, e non muta. Ma tutte le vocali finali resistono se l’accento vi cade su; e resistono nei monosillabi: però le parole tronche e accentate dell’italiano non le ha, e invece le accresce come nell’antico italiano; anzi in qualche caso accresce anche i monosillabi.1 Se per eccezione mozza una parola, che non è tronca in italiano, vuol dire che l’accento rappresenta e rivela una sincope della parola stessa; come nel caso dell’infinito dei verbi, al quale tronca l’ultima sillaba e accentua l’ultima che resta.2

La permutazione delle lettere siegue leggi costanti, ma variano da gruppi di paesi a paese; tal che coglierne tutte le forme è studio difficile, se non impossibile. Soventi nello stesso ambiente, nello stesso paese si avverte qualche diversità che non si riesce a spiegare: come, ad esempio, perché sulla stessa bocca la parola cassa addiventa cascia, mentre passo e massa restano tal quali, e non mutano.

I gruppi nd, mb mutano costantemente in nn, mm; il pi in chi; il chi in ci; que in chi, cui e que; il gruppo ll generalmente in dd, ed anche, per molti paesi, in ggl’; il gl, dove non muta e dove muta in ggh; il ge, gi in je, j, sci, gi; il ga, gu in ja, ju.

Le declinazioni sono conformi alle leggi grammaticali dell’italiano. Tra le parecchie eccezioni che sarebbe troppo minuzioso indicare, una sola è degna di nota; ed è questa: la parola in cui l’accento tonico cade sull’o piega a duplice mutazione nel plurale, e u (il) fiore, u pastore, u calore diventano i fiuri, i pasturi, i caluri. Questa è legge generale per l’o, tonico: qualche volta, non sempre, accade anche per l’e; e pede, prèvite, érmice al singolare (piede, prete, émbrice) si mutano al plurale in piedi, priéviti, irmici. Questa morfologia grammaticale non si riscontra nel calabrese, ma è nel napoletano.

Manca la forma del superlativo in issimo, e quella del comparativo in ore, benché questo non sia prettamente italico, ma latino; pel superlativo usano raddoppiare, cioè ripetere due volte la parola stessa, che è la forma rudimentaria che spiega la figura del superlativo di alcune lingue romanze. Pei numerali ordinativi non hanno se non la parola primo; per gli altri non usano se non il poi.

Quanto al verbo, è caratteristico questo, che manca della voce del futuro; per cui usa il presente con avverbio di tempo (anche il calabro ne manca): ma ha il passato prossimo ed il passato remoto3 che il calabro non ha. L’infinito in ere, breve, viene sincopato dell’ultima sillaba, e così ragguaglia alla terza persona del presente; gli infiniti in are, ere lungo ed ire o si mantengono, o sincopando si accentuano, come fu detto. Quanto al partecipio, escono, salvo eccezioni, in uto i verbi in ire ed ère, ed in ato quelli in are.

Nel verbo occorre di notare alcune particolarità. La terza persona del passato rispecchia in generale più chiaramente la forma e il tipo del latino; e quello che fu amavit, audivit, è divenuto amau o amav’, sentiv’ o sentï nel dialetto. Ma nel gruppo potentino, per un processo che qui è fuori di luogo discutere, la caratteristica della terza persona del passato esce in aze (con pronunzia dolce, quasi s, del z): e dirà amaze, facéze, venéze, foze per amò, fece, venne, fu. Alcune singolarità più spiccate ricorrono in molti paesi del circondario di Lagonegro; e la parlata di Senise, per esempio «appiccica la pronominale vi e ti alla terza persona singolare del perfetto o imperfetto indicativo, e ti e si alla terza persona singolare del presente indicativo».4 A Castelluccio, la enclitica si è aggiunta alla seconda persona singolare dell’indicativo del verbo attivo (e dicono: dòrmisi, camminisi, ecc.). A San Chirico Raparo qualcosa di simile. A Maratea, l’enclitica ti alla terza persona singolare del presente e del perfetto; e si alla seconda persona del presente. Forme manifestamente latine con l’aggiunta di una semplice vocale: ed idiotismi che non hanno riscontro nelle parlate degli altri paesi della regione; ma lo hanno invece con dei paesi della prossima Calabria. Accennerebbero dunque ad un’antica e viva corrente di rapporti demografici tra questa regione della Basilicata meridionale e la prossima Calabria.

Anziché corruzione dell’italiano è, come tutti gli altri dialetti italici, trasformazione del latino rustico o popolare; e cotesto (se mancassero le pruove logiche) si mostra nell’analisi dei mutamenti delle lettere e nella trasformazione delle parole, che trovano la ragione di essere, o l’addentellato loro nell’originaria parola latina, anziché nell’italiana corrispondente. Quindi il contenuto del dialetto, ossia il lessico, se corrisponde (tenuto conto della fonologia e morfologia propria) alla lingua italica, gli è perché e in tanto che questa corrisponde al latino antico popolare, da cui derivano amendue. Senza rimontare a cotesta antica fonte molta parte delle parole dialettali non si comprenderebbero. Non è dubbio che il carattere, anzi il patrimonio del latino si scorge manifesto in tutti i dialetti dell’ Italia meridionale: ma se in qualche parte più e in qualche parte meno, io dirò che più che altrove si incontra spiccatissimo nelle parlate basilicatesi dei paesi posti sulla spina della catena appenninica, tanto a levante, quanto a ponente. È l’antica sede dei primigenii Osco-Lucani.

Di fronte alla massa di vocaboli redati dal latino antico e popolare, è poca cosa quello che deriverebbe da altre fonti. I Longobardi che dominarono tanto tempo pel principato di Benevento, e di Salerno, e vuol dire tanta parte della regione lucano-basilicatese, ebbero a lasciare senza dubbio qualche traccia del loro originario idioma nelle parlate dei popoli su cui dominarono. Manca ancora del tutto un’indagine sulla derivazione delle parole dialettali da questa speciale fonte; ma da qualche esempio che mi soccorre alla mente,5 parmi lecito ritenere, che le treccie delle leggi longobardiche e della consuetudini originate da esse non mancano nel lessico del dialetto. Qualche elemento di schietta origine araba, o del semitico, è dovuto ai commercii delle popolazioni basilicatesi con quelle che ebbero più lungo contatto con gli arabi di Sicilia, o con le popolazioni giudaiche, che, come fu detto, vissero per lungo tempo in molti punti della Basilicata.6 Di tale o dell’altro elemento spagnuolo è facile rintracciare la fonte, pel tempo non lontana; meno abbondevole e men certo è, a mio avviso, quel tanto che ci abbiano potuto lasciare i re, i signori e le corti che ci vennero dalla Provenza o dalla Normandia. In ogni modo, poca cosa.

Ma un rivolo assai più copioso si deriva dal greco; e qui sorge la quistione se dall’antico greco, o dal medievale o bizantino. Per noi, che siamo venuti rintracciando le minute orme dell’incolato grecanico-bizantino nella provincia nostra e nelle contermine per molti secoli del medio evo, non pare dubbio che a cotesta origine debba riferirsi tutta quella parte del greco che s’incontra nel lessico dialettale delle nostre popolazioni. Non vogliamo recisamente negare che qualcosa non sia direttamente pervenuta dai più antichi abitatori ellenici della Magna Grecia; non vogliamo negarlo, perché non abbiamo ragioni recise a farlo: ma ci si consenta di credere che cotesti possibili pulviscoli lessicali delle antiche colonie elleniche siano piuttosto entrati nella lingua dialettale moderna per via del latino rustico o popolare.

La storia mi dice che tra l’ellenismo delle antiche colonie e l’ellenismo medievale della regione, ci è di mezzo una parentesi di latinismo che investì, avvolse e signoreggiò tutta la convivenza, per oltre cinquecent’anni: la logica mi avverte che tra due cause probabili di un fenomeno, la causa prossima esclude la causa remota. Le antiche colonie elleniche della Magna Grecia imbarbarirono, scriveva Strabone fin da’ suoi tempi; e divenute che furono municipii e colonie romane con in grembo coloni latini, e le leggi latine, e gli ordini giuridici amministrativi, militari e sociali romani, era forza si romanizzassero; così e come e quando si romanizzarono e latinizzarono i municipii che erano già in origine popolati di gente osco-lucana, o bruzia, o sannitico-campana. Linguaggio, civiltà, e signoria latina dura secoli e secoli, si abbarbica, ramifica, si espande e assorbe tutto; e procedendo e sviluppando si trasforma gradatamente, insensibilmente nella civiltà e nel linguaggio italico: su questa poi avvien che s’incalmi un tallo di civiltà greco-bizantina. E questo innesto di grecità cresce a sua volta e si espande nello spazio e nel tempo per onde di coloni che arrivano ad onde e s’incalzano; e quali fondano nuclei di nuovi paesi, aggruppandosi in società particolari; quali si aggregano a paesi o società preesistenti di genti latine; ma gli usi, i costumi, gli ordini famigliari, il culto e il linguaggio originarii essi li mantengono per anni, anzi per qualche secolo e più; tantoché lo Stato pubblica per loro le leggi in greco, dirime e giudica le loro controversie in greco; mentre la chiesa parla, esorta e prega in greco. E tutto questo è durato per la seconda metà del medio evo, fino all’aprirsi dell’era moderna, un cinque secoli addietro! Come dunque si potrebbe ragionevolmente negare una più prossima parentela, una più stretta affinità tra questa più viva e più prossima sorgente, e quei zampilli che si rivelano grecanici nel lessico dialettale della Basilicata e delle regioni contermine poste sul Jonio e sul Tirreno?

Gioverà di raccogliere questi sprazzi di grecismo, che sono quasi ciottoli erratici di un idioma sul campo dì un altro e giova richiamare anche su questo subbietto l’attenzione e la indagine di coloro che vorranno illustrare la storia del loco in cui nacquero. Io ne ho raccolto un certo numero, che è scarso e breve senza dubbio in virtù della grande difesa della provincia;7 ma, per la ragione stessa della cosa, numero che non può farsi maggiore senza l’aiuto dei molti, a cui la parlata di quello o di quell altro paese è familiare. Nel breve peculio che ho messo insieme, è da notare segnatamente il numero delle parole attinenti alla pastorizia. Fu dunque di pastori, di bifolchi e caprai e porcaiuoli la grande massa di coloni che ci vennero di là dal Jonio, ed è naturale; e da non essi unicamente: ad attestare la presenza de’ cultori de’ campi soccorrono i tanti nomi di greca origine, che, infissi alle contrade dei territorii, siamo venuti indicando in un capitolo precedente.8 Inoltre speciali costumanze e traccie di usi popolari ci si rivelano dalle parole della stessa origine: sicché è lecito conchiudere che i varii gruppi di questo genere coloni si sparsero, dove più dove meno, per tutta la regione. E per le limitrofe fu lo stesso.

Non è popolo che non abbia una sua letteratura; e il nostro ha la sua, di cui è organo e forma il linguaggio, del quale abbiamo finora indicati alcuni dei suoi caratteri. È letteratura orale non scritta; e consta, come tutte le letterature di popoli bambini, di canti e di racconti.

La forma metrica di questi canti (non altrimenti che di tutte o quasi tutte le cantilene delle popolazioni meridionali) è quasi esclusivamente in otto versi, ma a due sole rime intercalate; è l’antico strambotto, fonte originaria del sonetto. Una sua impronta più spiccatamente popolare è nell’intreccio assonante e consonante della duplice rima: il verso è l’endecasillabo, fuorché per gli indovinelli; anzi i canti in versi a minore misura dubito siano di origine schiettamente popolare; o vennero d’altronde. Accompagnano i canti con un un motivo musicale, anch’esso popolare e semplice; e di questi motivi il più consueto, il più generale e il più antico per conseguenza, dicono aria capuana, dalla provenienza sua originaria senza dubbio. L’aria capuana è il motivo musicale proprio delle serenate, che gli amanti portano di rito alle fanciulle, e le cantano in istrada, all’aria aperta, a piena notte, con l’accompagnamento grave della zampogna pastorale, od allo strimpellìo di un’arpa e di un violino accordati ad un flauto, ma anche in questi concerti della gioventù più ricca il trovatore o cantore è sempre un canterino del popolo.

Il motivo musicale è creazione anche esso popolare; o chi abbia inteso qualche volta per le aperte campagne gli echi di queste cantilene, che frotte di giovinette gittano all’aria, a letizia del lavoro fatto in comune a sarchiare il grano cestito in erba, a spiccar l’uva dai tralci, a raccattar le castagne che cascano dall’albero, non dimenticherà presto queste quasi voci poetiche della natura viva, quasi profumi brevi ed acuti di fiori silvestri. L’aria musicale del canto vale, nella nuda semplicità sua, più che il contenuto del verso.

Questa facoltà musicale è, dove più dove meno, generale in tutti i volghi dell’Italia meridionale. Per la regione nostra è caratteristica e forse più intensa, nel paese di Viggiano Qui la popolazione maschile è quasi tutta educata alla musica strumentale, sia per istudio di un mestiere, sia per isvago e sollazzo; e poiché vanno in volta pel mondo intero, ormai sono noti da per tutto i «Viggianesi»; e noti oggi per fama non bella, poiché l’arte degenerò in mestiere, e il mestiere in accattonaggio. Ma questo, più che manifestazione musicale, è fenomeno d’emigrazione; e non accade di parlarne qui.

Il tema generale di tutti cotesti canti è l’amore, nelle multiplici manifestazioni sue di desiderio, di gelosia, o disperazione, lamenti, invettive, o preghiere. Affatto ignota la nòta patriottica; ignoto ogni accenno a condizioni politiche, ad avvenimenti storici.9 Appena qui e qua un ricordo fugace de’ Turchi sbarcati alla marina; ricordo e testimonio alle miserie delle popolazioni rivierasche al mare, nel secolo XVI e XVII. Canti storici non ne hanno: solamente nei villaggi albanesi, con la indimenticata tradizione del loro Scanderbeg, si odono canti che si riferiscono ad esso e ad altre avventure epiche dei tempi anteriori alla loro venuta in Italia; ma è lecito dubitare che siano canti di conio autentico popolare. Rammento della mia fanciullezza un vecchio contadino, festevole, arguto e brioso, il quale talvolta ripeteva quasi clandestinamente, su nòta lugubre musicale, un canto per la morte di re Gioacchino; e vi si nominava Trentacapilli, quel capitano di milizia che catturò a Pizzo il re infelice. Morto il vecchio cantore, non è stato possibile di raccogliere un qualche brano del canto; ed alla generazione succeduta al vecchio è forse del tutto ignoto il nome del re, che per la tragica fine e gli epici eventi della sua vita di soldato e di re poteva avere maggiore diritto che altri alla memoria del popolo. Ma la memoria storica manca ai popoli incolti, finché la storia non si tramuti in leggenda: allora il maraviglioso la imprime nella mente, cingendola di una aureola che la tradizione rende viva e perenne.

Di canti religiosi hanno le laudi, le leggende di miracoli, e qualche brano d’inno al santo protettore; e se in tutte coteste manifestazioni di pietà schietta e di arte infantile, il sant’uffizio troverebbe tanto da condannare l’eresia del poeta, e il maestro i solecismi dell’arte, non manca il sentimento poetico e l’ingenuità spontanea che rende amabile il fanciullo. In uno di questi canti, vien dai giudei commesso allo zingaro (genìa straniera e invisa al popolo), lavoro dei chiodi che dovranno configgere alla croce di Cristo; e la povera madre va a pregare il fabbro vagabondo, che faccia men gravi, men pesanti questi strumenti del martirio! e lo zingaro, tristo e villano, risponde che li farà più pesanti che può! In un altro, la madre sgomenta va in cerca del figliuolo, che è già in mano ai carnefici, e picchia all’uscio di casa Pilato, ma di dentro risponde il figliuolo, che non può aprirle, poiché è legato alla colonna, e pure le chiede a sollievo dell’arsura un gotto di acqua, e la madre si strugge, che non glielo può dare!

La leggenda di Sant’Alessio, quella di Santa Cesaria, e per ricordarne un’altra che è delta «il paggio del re» sono trasformazioni popolari ritmiche di racconti agiografici medioevali; intrecciano alla nòta lirica la nòta drammatica; e non dubito dire, che alita in esse un sentimento poetico sì vero e vivo, che vince i pregiudizii di scuola o di setta, e tronca sul labbro il sorriso agli stessi pretenziosi giudici della poesia aulica e coturnata.

Né l’intenzione satirica manca all’opera poetica del popolo e del nostro; nè talvolta certa nota di sensualità, che pure artificiosamente velata, non è opera veramente di popolo. Uno di cotesti canti, che è assai diffuso anche pel suo motivo musicale, lamenta le pene e le venture della vita del pastore con un senso arguto ed equivoco tra il compianto e lo scherno, che esce dalle ingenuità di queste cantilene. Un canto sul mestiere del ramaio ha un ritornello consueto di questi girovaghi per le vie dei villaggi, ma tutto intessuto di frasi a doppio senso; è poesia cantata dal popolo però di fattura forse al di sopra della poesia del popolo. Gli indovinelli10 a parole ritmiche o rimate hanno una loro forma speciale e propria di stile, che è quella di parere equivoci, rasentando la licenza e lo sconcio; ma di fatto non sono. Tutti incominciano con quattro versi di cappello, che si ripetono per ognuno e dovunque.

Che tutto questo materiale ritmico di indovinelli, di laudi, di canti e cantilene siano opera veramente di popolo, non vorrei dire; da quel tanto che delle provincie del mezzogiorno è pubblicato per le stampe,11 è facile scorgere in parecchi il riflesso della composizione letterata, che traduce o piega stentatamente la parola aulica alle forme della parlata dialettale. Qualche letterato del popolo del secolo XVII dovè raffazzonare e mettere insieme di quelle ottave a sentimenti generici di amore, di sdegno, di gelosia, che poi si diffusero oralmente di paese a paese, di regione a regione. Quell’indeterminato e generico che è in tutto questo complesso a me noto di canti popolari, non abilita a potere determinarne la età; ma non mi paiono recenti: sarei per dirli anteriori, o di perto non posteriori al secolo XVII. In un canto che si ripete a Picerno l’innamorato che invita il rivale a scendere «nello steccato con pugnale e spada» accenna per lo meno al XVI secolo. Un canto che va fuori della falsariga ordinaria, perché sul fondo lirico intreccia il dramma e il racconto, narra l’avventura di un marito lasciato in asso dalla recente sposa; in esso è nominata con vocabolo popolare una moneta dei tempi aragonesi, onde si trae con sufficiente approssimazione la logica delle sue origini.12

La letteratura novellista dei nostri volghi è tutta a fondo epico, non perché narri di eroi e di battaglie, ma perché al mondo reale s’intreccia il soprannaturale, ed un ambiente maraviglioso circonda ed investe tutto, uomini e cose. E la concezione di un mondo ideale che non esiste più, ma che un tempo è esistito: e come e perché abbia finito di esistere, essi non chiedono; e perciò la concezione loro resta ancora poetica. Questo mondo ideale è tutto popolato di fate, di orchi, di folletti, di spiriti, amici o inimici agli uomini, e intorno ad essi la fantasia è venuta aggruppando un ciclo di cònti, fiabe e leggende ricco e strano; che sono senza dubbio eco, o ricordo di un materiale epico e novellistico del più remoto medio evo, cristiano e germanico, con sprazzi arrivati dall’oriente, e con qualche reliquia dell’età pagana, ma questa nei nomi anzi che nel contenuto. Derivano da fonte cristiana tutte le fiabe di spettri, lemuri ed ombre di trapassati, che sono tuttavia una grande e viva parte della psicologia popolare; nonché quei racconti delle avventure di Cristo e suoi apostoli in pellegrinaggio pel mondo; di cui è ben noto saggio la ballata goethiana di Cristo e le ciliegie. Nell’antichissima e ricca letteratura dei vangeli apocrifi è, senza dubbio, la fonte originaria di questo ciclo di leggende apostoliche; ma ce ne ha di conio moderno altresì, inventate da spirito meno pio che caustico, ad intenti schernevoli, e talvolta, strano innesto! licenziosi. In tutto cotesto ciclo di leggende risalta per singolare carattere la figura di San Pietro, che è addivenuto un tipo popolare, un po’ attaccabrighe, un po’ ficcanaso, ma in fondo bonaccio e correntone.

Benché tutte derivate dal medio evo, non vi si riscontra niente delle epopee o dei romanzi cavallereschi di quella età; quantunque tra pochissimi libri tuttora letti dai minori ceti del popolo siano, unico e veramente popolare, i Reali di Francia: e vuol dire che i romanzi cavallereschi tanto in voga a quei tempi secondo le storie letterarie, non giunsero nei bassi strati del popolo, e non ebbero altrimenti voga fuor che nella classe elevata della società feudale.

Di fatti o personaggi storici nessun ricordo, nessun accenno; nulla. Sono racconti di una età preistorica, senza nòta di tempo e senza nòta di luogo; benché non si dicano altrimenti che storie. Però di attinenti a tale luogo, a tale società corre di bocca in bocca una serie di brevi racconti arguti e d’intenti satirici contro qualcuno dei paesi della regione loro, a cui si affibbia ogni sorta balordaggini, ingenue o sciocche; e, dirò altresì, contro alcuno dei ceti sociali, specie preti e frati. Ma (degno di nòta più che altro) niente contro i signori, contro i baroni feudatarii, contro i regnanti; nulla: anzi di cattivi re non ne conoscono i cònti popolari; e ciò non per la prudenza terrena del proverbio — poco di Dio, punto del re —, ma perché il re è in terra la giustizia e la bontà di Dio. Ai cònti, alle fiabe veramente popolari ogni intenzione politica manca.

Della cultura letteraria di questo popolo non c’è da dire molto, quando pei tempi nostri, cioè per l’ultimo anello di una catena di più e più secoli, si sono ricordate le cifre statistiche dell’analfabetismo. Le quali dànno per ogni 100 abitanti, da sei anni in su, la proporzione di 85,18 analfabeti,13 che, manco male! discende a 73,25 pei coscritti della leva del 1863, ed a 69,69 per quelli del 1864.

Che cosa dire del passato? Scuole pubbliche volle stabilite nella città di Melfi Federico II:14 ma a prendere le mosse da sì alte origini manca ogni filo di notizie; ed è forza discendere molto in giù il corso dei secoli. La scuola elementare popolare non comincia ad apparire tra le spese del comune prima de’ bilanci dei tempi murattiani, dopo il 1806! E allora, e fino alla metà del secolo nostro, lo stipendio al maestro fu pari, su per giù, alla mercede pagata al sagrestano per dare l’abbrivo mattutino alla macchina dell’orologio pubblico, messo sul campanile della parrocchia! La scuola era detta «pia» forse perché gratuita; ma, tra la disistima e l’incuria pubblica, non ne traeva un qualsiasi profitto, se non la piccola borghesia, o il ceto popolare addetto ai negozii. Fino a tutto il secolo XVIII, non è raro caso il trovare le pubbliche carte sottoscritte per segno di croce dagli amministratori della comunità analfabeti.

La cultura delle classi superiori al minuto popolo non veniva altrimenti che da scuole rette dai chierici; dai seminarii, cioè, e dai conventi. Agli ultimi anni del decimottavo secolo, nel 1795, la provincia di Basilicata numerava 127 paesi; e in questi erano 116 conventi di uomini, 17 di donne e 5 conservatorii di donzelle.

I conventi non avevano obbligo di pubblico insegnamento; ma che un qualche frate, a profitto proprio o della comunità, si occupasse all’insegnamento, è credibile. Tutta l’istruzione secondaria veniva dai seminarii che erano molti, secondo il numero delle diocesi; ed alcuni di straordinaria ampiezza, come quello di Matera, che aveva posti per 250 alunni, e un concorso in proporzione. E degno di nòta, ed è testimonianza di lode alla regione, il non breve novero di sussidii offerti dai cittadini alla istruzione pubblica, nel corso del secolo XVII. Il seminario di Melfi, piccolo per poco estesa diocesi, aveva quattro posti gratuiti pei quattro paesi della diocesi Rapolla, Atella, Ripacandida e Barile.15 Eliseo Gervasio, dotto uomo della stessa città, morto nel 1627, fondò nella sua patria non soltanto una casa e un collegio dei padri Somaschi, ma altri posti per studii a Napoli, a Roma, e nel seminario.16 Il cardinale De Luca di Venosa, morto nel 1683, oltre ad un monte frumentario pei coloni e un monte per doti a povere fanciulle, istituì un legato a sussidio d’istruzione a’ suoi concittadini in Napoli, che esiste ancora. Per Atella fondò due posti di studii Cesare Contursi; per Calvello altri posti un Caselli; altri benemeriti (e mi duole ignorarne il nome) per Tolve; le reliquie di minori sussidii esistono ancora stremate e confuse tra gli ufficii delle opere pie di Vietri, di Brienza e di Montepeloso.17 Un Ferrante Parigi legava le sue sostanze, sotto certe condizioni, ai gesuiti di Napoli, perché avessero aperto un loro collegio a Moliterno: ma le condizioni non si avverarono e la Compagnia non venne: e se fu un bene o un male, altri a sua posta sentenzii.18 Io ricorderò infine l’esempio singolare del feudatario di Ruoti, di casa Capece-Minutolo,19 che fondò in quel suo feudo una scuola di catechismo (e vorrei credere fosse pure scuola elementare) e assegnò al maestro lo stipendio di 40 ducati, che pel tempo non era misera mercede, nè scarsa.

Ai benefici promotori di istituti per la cultura dello spirito mi sia concesso di aggiungere coloro che per ispirito di pietà, intesero alleviare una qualche parte dei tanti dolori che travagliano l’umanità sofferente. Se li mosse spirito di pietà religiosa che importa? non dimenticheremo, che oggi nè quèsto, nè altro di altro genere spirito muove altri a imitarli. Le più antiche notizie per me raccolte ricordano un Berardino Bevilacqua che volle fondato un ospedale per gl’infermi in Rivello; e fu aperto nel 1502:20 a Lagonegro la famiglia Cresci ne istituiva uno per gl’infermi e per i pellegrini nel 1515, e un altro ivi stesso la famiglia Marsicano nel corso dello stesso secolo XVI.21 A Moliterno il vescovo Ascanio Parisi chiama i Padri di San Giovanni di Dio a reggere quello che egli aveva fondato nelle sue case l’anno 1596, che però non durò oltre il 1652 e fu soppresso; a Maratea, nel 1734, ne surse un altro per legato di Giovanni de Lieto; un altro in San Chirico Raparo istituito dall’arciprete Rinaldi; altri, in epoca ignota per origine e per estensione, in Sarconi, in Lauria, in Castelluccio, in San Martino, in Melfi e altrove. Al cadere del secolo XVIII se ne numeravano 15, ed erano nei paesi di Matera, di Montepoloso, di Acerenza, di Venosa, di Muro, di Bella, di Lagonegro, di Ferrandina, di Viggiano (?), di Vietri, di Tursi, di Saponara, di San Fele, dì Miglionico e di Rotonda.22

Ma ai rinnovamenti sociali e legislativi dei primi anni del secolo XIX, poiché anche la pubblica beneficenza ebbe nuovi ordinamenti e trasformamenti e accentramenti, in quel rimescolìo, tra il buono e il reo, non rimasero gli ospedali per gl’infermi che sei, nelle città di Potenza, di Matera, di Melfi, di Venosa, di Maratea e Vietri. Questi ebbero ufficio d’istituti «distrettuali» cioè a pro di tutti i circondarii della provincia; ma in fatto, perda natura loro propria, non possono recare alcun prò fuorché all’incolato unicamente paesano.

E tornando alla pubblica cultura, non vuolsi dimenticare che ai tempi di Carlo III cominciò a spirare altra aura anche da noi: il «secolo dei lumi» illuminava e premeva d’intorno dovunque. Dopo la espulsione dei gesuiti dal reame nel 1769, il governo di Tanucci, ministro, stabilì si aprissero pubbliche scuole per le provincie, a compenso dell’opera degli espulsi, ed a spese degli amplissimi redditi della Compagnia incamerati allo Stato. L’abate Genovesi ebbe grande parte, d’impulso e di consiglio, al nuovo indirizzo educativo. Per la Basilicata furono istituite tre scuole, una a Muro, le altre a Marsico vetere ed a Latronico, e si dissero normali; una «Scuola regia» superiore a Matera, città capo luogo della provincia. In questa era insegnamento di belle lettere, geografia, storia, matematiche, filosofia, medicina, giurisprudenza, dritto di natura, e agricoltura. Era dunque un embrione di Università a prodotto minuscolo, eppure proficuo: ma non durò; il nuovo indirizzo e il nuovo assetto che presero, fra non guari, le cose dello Stato travolse e rinnovò tutto il passato; anzi, pel tempo che essa durò, non credo che assolvesse mai, ancorché in parte, il programma degli studii promesso.23

Che qualità d’insegnamento derivasse da coteste fonti, si potrebbe arguire dai lamenti che in tutte le sue opere non restava di farne il Genovesi, sia pel contenuto, sia per l’indirizzo. Pel contenuto, non era altrimenti occupato che allo studio del latino, come mezzo, fine, e tutto. Istruzione data da chierici, non aveva altro intento, non sapeva proporsene altro che quello di fabbricar chierici. E per questa via che poteva condurre agli altari, s’incamminavano tutti quelli che frequentassero una scuola: il clero era un ceto privilegiato; la via era agevole e corta; e la legge economica della minore spesa di produzione e del maggiore o più pronto profitto determinava tutti verso la speciale sorgente di pubblici redditi destinati ai nativi del paese, che erano le chiese ricettizie. Quindi il numero dei preti era proporzionatamente grande dovunque, e in qualche luogo, strabocchevole.24

Tra questi studiosi chi si elevasse dal comune ed umile livello, andava da maestro nei seminarii della diocesi; o, più rara fenice, veniva in Napoli a patrocinare liti nel foro, con la suprema ambizione di giungere in fine allo stallo dei consigli giudiziarii dello Stato; e, per vero, non sarebbe scarsa la lista di costoro, che, nati nell’àmbito della provincia, e fatti i primi studii nelle scuole di chierici e di frati, vennero da giovani nella città di Napoli, e vi trassero la vita nell’esercizio di alti uffizii e di libere professioni, con splendore di fama e di lucri. Ma a che pro questo rosario di «uomini illustri» (come usa dire gli scrittori delle storie municipali), se la cultura loro, piccola o grande che fosse, non prova nulla, né per la cultura della provincia in cui nacquero, ma in cui non vissero; né per la civiltà delle popolazioni che non li ebbero in mezzo a loro di esempio vivo e presente?

Sorgevano, benché rare, certe spiccate figure di uomini di carattere, che elevandosi sul livello comune sono di ricordo. Di Angelo Antonio La Monica, di Melfi, abbiamo parlato più innanzi. Qui ricorderò, a titolo di onore, quel Carlo Danio, arciprete della chiesa di Saponara, che dirò lo scopritore nonché l’illustratore della sepolta Grumento; poiché da lui sopratutto venne, quel tanto di luce che diffusero su questa città gli scrittori del secolo XVIII. Fece scavi e ricerche a sue spese tra le molte ruine, sparse per fratte e vigneti, dell’antica città; ne raccolse i marmi letterati, li trascrisse; e questi con non poche altre reliquie, sottratte alle macerie che le nascondevano, statue, bassorilievi, arche, colonne; dispose ordinate in un suo giardino, accanto al domestico oratorio, sul cui ingresso aveva scritto «Officina per la salute dell’anima».25 Largamente generoso delle notizie de’ suoi trovamenti e delle inedite iscrizioni agli eruditi napoletani che il richiedevano, si incontra il suo nome, con nòta di onore e di riverenza, nelle opere di molti scrittori de’ suoi tempi. Morì nel 1737; e legò la sua biblioteca ai Cappuccini della sua patria con espressa clausola che fosse tenuta aperta all’uso del pubblico; ed oggi, a traverso lunghe vicende, è del comune. Ma quel tesoro di cimelii è da gran tempo disperso, salvo qualche povera reliquia nell’orto accanto alle case di un onesto operaio, che già furono del Danio.

Si diffuse a quell’epoca un certo generale desiderio di ricerche e di studi per la storia delle città, che è prova di un risveglio intellettuale, senza dubbio. I dotti del luogo, qui e qua, ne lasciarono scritte le memorie, la più parte inedite ancora; ma per chi le ha viste, sono testimonio, pur troppo, d’una cultura bassa e barbarica. Per queste erudite scritture di uomini dotti, l’origine, per esempio, di Saponara era da un’ara della Dea Sapona; Spinoso venne dalla distruzione di Carro nuovo, e questo fu

«paese edificato dal gran Francois troiano compagno d’Enea nella distruzione della bella Troia e di Miento che edificò Grumento»;26

Castelluccio è da un «Castello di Luccio» suo fondatore; Latronico da un laconico, che era il soprannome borioso di Tessalo, ricordato da Plinio come medico di Eraclea, la quale successe alla città di Siri; e dalla distrutta Siri vennero gli abitatori di Siluci, presso Latronico, o Siruci, la quale fu detta quasi Siris huc! — Così scrivevano i dotti della provincia, ai tempi del Muratori; e sorrideremo. — Ma che giudizio faremo della pubblica cultura anche de’ tempi posteriori, quando avremo ricordato che quelle ed altre dello stesso conio notizie di storia si trovano ripetute in libri a stampa di gente tenuta a Napoli per dotta, e talune anche in libri dei nostri tempi?

E di questa stessa epoca una letteratura poetica, che, se fosse a stampa, potrebbe aggiungere un notevole contributo alla notizia della coltura generale della regione; ma per vero nulla perde l’Italia che non sia a stampa; e qualche migliaio di sonetti per vestizione di monache, per morti illustri, pel primo avvento del vescovo nella diocesi, o per le espansioni erotiche di un seminarista, non mostrerebbero tutt’al più che gli influssi del Frugoni, o dei coniugi Zappi aleggianti fin tra le forre e le balze degli Appennini basilicatesi. Sopraggiunse la novità dell’Arcadia, e si belò anche lì, ma poco; perché le officine arcadiche possono tenersi in piedi nelle città, ma nei paeselli di campagna non possono; ivi l’ignoto presta il campo all’ideale dell’idillio; qui la realtà cruda delle cose spezza le ali all’ideale stesso. Scrivendo il latino meglio che l’italiano, non si attentavano di scrivere in prosa, salvo che nei quaresimali dei chierici dotti, nei quali per vero non era se non la spazzatura degli oratori sacri a stampa del secolo XVII.

Era il tempo delle accademie come è oggi dei congressi, teatro degli istrioni dotti e degli istrioni indotti; ma nella estesa provincia non surse a vita ufficiale nessun’accademia, come nella prossima Calabria. Seminarii, conventi e scuole private, ad ogni festività della chiesa o del vescovo, indicevano un trattenimento di accademia pubblico, a leggere prose e versi in latino, in greco, in ebraico, come a Melfi, occorrendo: e questo era l’unico veicolo a un po’ di rinomanza nei tempi che l’istituto del giornale, a tanto la linea, mancava ancora. Ma il contagio era nell’aria; e la febbre accademica affannava tutti. Don Giambattista Pignatelli, principe di Marsiconuovo e singolare uomo per pietà beghina e per dottrina teologica, veniva a passare qualche anno di svago nel suo feudo di Moliterno, e qui — come scrive uno dei due o tre gesuiti che dettarono la biografia del ricco signore27 — istituì nel suo palagio

«un’adunanza accademica, in cui due volte per settimana intervenir dovevano» (corvata feudale di nuovo genere!) i più intelligenti del paese, parte per discorrere e parte per ascoltare: al padre Biancullo, domenicano, diessi la incumbenza di favellare sopra i testi più difficili della Bibbia; il P. Antonio da Potenza, francescano, per filosofiche e teologiche quistioni; tre o quattro giureconsulti i punti più classici della giurisprudenza; ai giovani meno esperti assegnossi a tradurre il Baronio, ad altri a ripetere la somma delle lezioni di Ferdinando Zucconi. Il Principe assegnava le materie e ripartiva i soggetti. Al fine dell’erudito trattenimento dispensare faceva rinfreschi secondo le stagioni, trattone la quaresima».

Se dunque era una corvata imposta ai vassalli del ceto nobile, era almeno una corvata raddolcita dai rinfreschi, tranne la quaresima! Non tutti gli accademici del regno o di fuori potevano sperare altrettanto, bisogna convenirne!

Ma se cotesti gentiluomini accorrevano ai trattenimenti del principe feudatario per prendere i sorbetti e commentare il digesto, non dimenticavano i più allegri passatempi; e dotarono il loro paese di un teatro comunale, che venuto su nel 1772, fino a pochi anni fa era ancora in piedi. Due o tre volte all’anno, alle solenni festività paesane, recitavano essi la commedia; e, poiché non consentita ancora dal costume la promiscuità di sesso sul palcoscenico, radevano i baffi, e il ruolo della prima donna era bello e trovato. Teatro ed attori ebbero non scarsa fama pel tempo.28

L’autore in voga era il Cerlone, un setaiuolo napoletano che scrisse un mucchio di commedie e tragicommedie spettacolose, con un via vai di sultani, di pascià, di principi dell’India e della Persia, con mercanti olandesi, e schiavi e schiave napoletane, e, ingrediente di ogni cibreo, il pulcinella goffo e sciocco e volgare, che, grazie a lui, divenne tipo sempre più goffo e volgare. Più tardi entrò nel repertorio anche il Metastasio. Apparecchiate che erano da lunga mano, le rappresentazioni sceniche addivenivano l’avvenimento dell’anno; e, giuochi olimpici municipali ad entratura gratuita, il concorso della gente era grande e grande la fama d’intorno, ad ammirazione ed esempio. Quindi i paesi più popolosi ebbero anche essi i loro teatri, scene e palco improvvisati e temporanei, anziché stabili: ed ivi la cittadinanza colta faceva le sue annue prove, a gloria della patria e a lustro della festa patronale, come dicevano, con un entusiasmo, con uno slancio che si è mantenuto popolare fino agli ultimi tempi.

I primi esempi ne vennero dai signori dei feudi, i quali dalla capitale vi si recavano a passare una parte dell’anno a svago e ad intenti di economia o di lusso maggiore. Fra costoro, primo tra primi, si trova annoverato il conte della Saponara, don Carlo Sanseverino. Restaurò ed ampliò ivi il castello, al cadere del secolo XVII; lo abbellì a pitture di artefici celebrati; fino la scuderia, amplissima, volle fastosa di ori e di specchi; e alle sale aggiunse un teatro che fu detto «leggiadro» dal viaggiatore e letterato toscano, l’abate Pacichelli, morto nel 1702. E il nostro buon dottore Gatta, che imbocca la tromba epica quando parla di questo signore, attesta che non «isdegnava di inghirlandarsi la chioma di poetici allori, unendo alla gloria delle armi quella delle lettere», e dice che «egli fu il primo che in questa provincia facesse comparire sulle scene lucane (in Saponara) il concento e la melodia nella rappresentazione di quel famoso suo dramma, intitolato l’Elidoro o il Fingere per vivere, fra le epitalamiche fedi di donna Aurora, di lui figlia, col duca di Laurenzana».29 Donna Aurora Sanseverino, nata in Saponara, anche essa scriveva versi: fu anzi dell’Arcadia; e per verità le sue «rime» che si leggono a stampa, valgono forse più che le cabalette solite delle zampogne arcadiche.

L’istruzione continuò ad essere data unicamente dal ceto dei chierici, per tutto il secolo XVIII. Un rivolo da fonti laicali incomincia a filtrare dai tempi tanucciani: ma non si aprì un varco appariscente prima del Governo, che si disse «del decennio» quando cominciò, di regola, anche l’insegnamento dello Stato. Base dell insegnamento secondario continuò ad essere il latino; ma vi si aggiunse qui e qua un po’ di geografia, un po’ di matematiche; ma punto di storia moderna, poco o punto dell’antica; e delle discipline filosofiche quanto si credeva bastasse a spiegare la vecchia nomenclatura della scuola. Qualche sprazzo di greco, non rimase se non in qualche seminario; a Tursi, per esempio, che aveva in diocesi cleri di gente albanese. Nessuna istruzione alla donna, nè prima, né dopo: così per le minori classi del popolo, così, o con rara eccezione, tra le classi elevate. Dopo il 1830 l’orizzonte delle scuole laiche si venne allargando, e aggiunsero al latino lo studio della lingua patria; ma sì l’ombrosa vigilanza della polizia, sì l’angusto ambiente di una regione impervia e chiusa quasi del tutto ai materiali commerci, tenevano le scuole, di conseguenza, chiuse ai progressi delle idee e dei bisogni della civiltà.

Aumentarono gradatamente di numero, specie nella parte montuosa della provincia verso le valli dell’Agri e del Sinno, ove non era piccolo paese che non avesse una o più scuole d’insegnamento secondario, e talvolta anche professionali. Erano ingegni naturalmente svelti ed acuti, che per la picciolezza e l’isolamento del loco natìo non trovavano come altrimenti espandersi e rendersi utili, e si davano a spezzare in briciole il pane delle lettere e delle scienze. Ma scuole rette da un solo maestro, insegnavano la enciclopedia: di qua la debolezza intriseca loro. Pure riescirono utili; e più, in genere, apprezzate che non fosse l’insegnamento ufficiale dell’unica scuola dello Stato e dei molti seminarii; i quali sempre più declinavano nella stima pubblica quali istituti di educazione e d’istruzione, colpa l’ignoranza grande e l’avarizia maggiore dei vescovi, interpreti e complici alla politica dello Stato. Singolare eccezione, ma per brevissima durata, quello di Matera.

Chi non distinguesse istruzione da educazione non avrebbe da aggiungere altro a queste rapide linee di un quadro, che ci è forza di mantenere in proporzioni brevi e sommarie.

Le antiche scuole non attesero; non ebbero pensiero all’educazione dell’animo, non che all’urbanità dei modi; ma curando nei giovani alunni l’adempimento delle pratiche di pietà ordinate dalla chiesa, le vecchie scuole tennero di aver risposto all’obbligo virtuale di ogni insegnamento, che è etico, civile e scientifico. Dopo i rivolgimenti politici e sociali dei primi anni del secolo XIX, onde emerse il nuovo ordinamento della società contemporanea, un nuovo indirizzo s’impose a tutti; e le tradizioni del passato cessero, o si attenuarono. Non è dubbio che un’aura d’incredulità precoce aleggiò per le scuole; ove alle dimentiche o rimosse pratiche di pietà si sostituì il nulla. Il pubblico costume divenne più sciolto; e la scioltezza, per vario ordine di ragioni, diè in licenza.

Venne il periodo della reazione europea dopo il 1815; e si strinsero in pieno accordo Stato e Chiesa a salvare, come dissero, l’ordine sociale. Il grande inimico da tener d’occhio, il grande amico da carezzare era il pubblico insegnamento; e per esso indirizzare la gioventù della nuova generazione al rispetto delle potestà pubbliche, alla devozione per gli ordini stabiliti, all’odio della libertà che era sorella alla licenza. Ma l’immane cómpito andò fallito: il rispetto, la devozione e l’odio potè imporlo il gendarme; la scuola fu muta o vana. Tornati per forza alle pratiche di pietà, queste furono l’unica educazione degli animi; ma imposte per forza, mantenute dalla forza, ripetute per abito, non nobilitate dalla spontaneità, divennero formole e suoni; non scalfirono nè meno la superficie dell’animo: crebbero l’ipocrisia pubblica, o l’indifferenza pubblica.

L’insegnamento, d’altra parte, non restò che formale; e quello studio delle lettere, che ebbero il nome di belle e di liberali, perché erano fatte a liberar l’animo dalla selvatichezza della barbarie e dell’egoismo, e ingentilirlo con l’esempio del bello, quello studio, pure essendo unico cómpito delle scuole, restò non altro che esercizio di memoria, vacuo di contenuto; nè il maestro seppe discoprire luce di ideale all’occhio del discente, nè egli stesso l’avea visto mai. Mancava alla società ogni aura, di quel libero ambiente che vivifica e sana: era nella mancanza di ogni onesta libertà la radice prima di ogni pubblico danno. E allora apparve, suggellato dalla lunga consuetudine, il divorzio tra insegnamento ed educazione; e fu complice del divorzio il concetto teorico virtualmente ammesso da tutti, che l’uno era compito delle scuole, l’altra della famiglia.

Né la famiglia portò alcun rimedio, o fece atto alcuno di protesta, o levò alcun lamento contro questo sostanziale difetto di una funzione sociale, sì delicata e importante, quale è l’istruzione pubblica.

Il nuovo assetto degli ordini sociali, ai principii del secolo, era venuto creando una nuova classe di borghesi, che per numero, per operosità e per inframmettenza divenne in breve tempo la classe preponderante e dirigente. Gente nata il giorno innanzi, non aveva tradizioni domestiche, non usi e consuetudini gentili; né la mano del tempo aveva ancora levigata l’originaria ruvidezza loro dalla selva e dal macigno. Spente, o scomposte ed ecclissate, in una parentesi di trasformazione economica, le antiche famiglie civili e le non numerose signorili famiglie che vivevano ancora al cadere del XVIII secolo, la nova gente venuta su dalle industrie, dai traffici, dalle piccole professioni liberali, prese a rincorsa il campo; e quando arricchì, per merito o per fortuna di un lavoro assiduo o proficuo, si affrettò, sì, a prendere gli abiti esterni e le parvenze della nobiltà vecchia e spenta, ma lo spirito delle classi vecchie o nobili non giunse a compenetrarla. Crebbe la classe, estesa, prevalente ed assorbente dei «galantuomini» come si dissero; ma la classe dei gentiluomini non crebbe. Le antiche tradizioni delle famiglie signorili, la generosità, la lealtà, la rettitudine al di fuori ed al di sopra della legge scritta, la religione alla parola, il sentimento del dovere e quello del decoro, il rispetto di sè stesso, restarono, senza dubbio, doti di alcuni individui, patrimonio di qualche famiglia, segnati a dito; ma patrimonio di classi non restarono. Dal nuovo ordine di cose economico e sociale si era svolto prevalente uno spirito plebeo, un sentore di volgarità, che penetrava tutto e tutti: i nobili ridiventati ricchi, e i ricchi aspiranti a nobiltà restarono, nell’animo, plebe; e se parve non negabile progresso la coscienza del dritto svegliata, è forza aggiungere che la coscienza del dovere non sempre fu desta.

Di questi germi di barbarie sociale le scuole laiche non se ne proposero il rimedio; quelle dei seminarii li accrebbero. La scuola non conferì nessuno aiuto all’educazione pubblica.

Fortunatamente questa è eco di altri tempi, e quasi preistoria dei tempi nuovi: e dei tempi nuovi qui non si parla.

NOTE

1. Virtù — virtute; no, sì — none, sine.

2. Vedere, vedè; finire, finì; fuorché negli infiniti sdruccioli, e per leggere dice lêgge.

3. Ma il passalo remoto è usato poco.

4. Per esempio: Fudditi per fu, accudititi per accadde. — Vedi Parlari italiani in Certaldo nella festa del V centenario di M. Giov. Boccaccio. Omaggio di Giov. Papanti. Livorno, 1875, ove la parlata di Senise è scritta ed annotata dall’egregio professore GIUSEPPE FALCONE: e vedi inoltre l’Appendice III a questo volume.

5. Nel dialetto, Scèrpola è corredo di cose mobili o di ornamenti allo sposa, ma di poco valore; è detta quasi per isprogio. Parola frequente in documenti longobardici del 774, 853, 870, ecc. presso Lupi, Fumagalli, ecc. (V. Gloss. di Bluhme alle Leges Longob. IV, Mon. Germ. Histor.) — Frasciare è abortire, degli animati (legge 328 di Rotari). — Chiovo, in qualche luogo è il vomero dell’aratro (plovum nella legge 288 di Rotari) — Frisenga, è la porca giovine. — Gualano, bifolco o custode di un branco di buoi; ecc.

6. Nel dialetto: Miscisca, carne in conserva sotto aceto.

7. Vedi all’Appendice II in fine del volume.

8. Nel Capitolo III.

9. Sarebbero forse un’eccezione i quattro versi canticchiati in Basilicata, in Terra d’Otranto, in Napoli e in molte altre parti d’Italia, che cominciano

Non mi chiamate cchiu Donna Sabella, ecc.

che per l’accenno, nel quarto verso, alla Basilicata, parrebbero essere nati piuttosto qui che altrove? Qui, per vero, si ripetono a modo proverbiale anche oggi; ma io dubito che sia canto indigeno e proprio della provincia. Esso è riferito nella raccolta CASETTI-IMBRIANI (vol. II, pag. 428). — Si è disputato chi fosse la Donna Sabella così miseramente travagliata dalla fortuna: ed oggi parrebbe accertato che quei versi si riferiscano alla Regina Isabella di Lorena, moglie a Renato d’Angiò, la quale dal 1435 e il 1438 tenne testa nel Regno, virilmente guerreggiando, contro Alfonso di Aragona che alfine vinse (v. al cap. VII): ed ella perde tutto, e si ritrasse in esilio. I quattro versi si trovano già riferiti in un mss. anteriore al 1438. — Vedi nell’Archivio storico delle provincie Napoletane. Napoli, 1888, a pagine 623 e 624.

10. In dialetto: cosa-cosella.

11. Vedi Canti popolari delle provincie meridionali raccolti da ANTONIO CASETTI e da VITTORIO IMBRIANI. Torino, 1871. — In questi sono pubblicati della Basilicata canti di Moliterno, di Saponara, di Spinoso, di Latronico. — Per Matera v. Canti del popolo Materano annotati e pubblicati da LUIGI MOLINARO DEL CHIARO. Napoli, 1882. — Nella Lucania Letteraria, giornale settimanale di Potenza, dell’anno 1885, sono altri di Brienza, di Corleto Perticara, di Matera, di Picerno, di San Chirico Raparo, di San Mauro Forte, e alcuni di San Costantino in greco-albanese. — Canti popolari basilischi (!) di Maratea furono pubblicati nel GIAMBATTISTA BASILE, giornale di Napoli del 15 marzo 1885. — Tutti, da qualcuno in fuori, poco o punto notevoli.

12. È una notevole «ballata» (come si direbbe) che fu gà pubblicata da noi col titolo Fior di ulivo, nella raccolta CASETTI-IMBRIANI (pag. 192, del vol. I. Torino, 1871). Lo sposo tradito reclama dalla traditrice gli restituisca i regali di nozze, e ricorda gli orecchini elle gli costarono 36 zecchini, e l’anello, di cui dice:

«Chisto mi costa trentasei ascelli».

Così nella stampa, secondo il mio apografo ove non erano omesse le varianti (assurde ambedue) di «36 castelli e 36 vascelli». La vera lezione dev’essere «36 aucelle» perché aucella o cella era detta dal popolo una moneta che portava l’impronta dell’aquila, e fu coniata a’ tempi aragonesi. Nel 1468, 55 aucelle valevano un ducato di carlini 11 e gr. 4; nel 1537 le celle correvano ancora e per grano 1 ⅔ ognuna. Conf. FARAGLIA, Stor. dei prezzi. Napoli, 1878, pag. 38.

13. Secondo il censimento del 1881. E suddividendo per sesso, si hanno 77,03 dei maschi; 92,53 delle femmine. E secondo i distretti:

86,52 pel distretto di Lagonogro

85,49 id. di Matera

84,38 id. di Melfi

81,66 id. di Potenza

_____

85,18

Per la provincia di Cosenza si ha la proporzione di 86.36; di Catanzaro, 83.79; di Salerno, 80.04.

14. È nelle Epistolae di PIER DELLE VIGNE (lib. III, n. 14), una dell’imperatore, ove si legge: Tu judex, Jacobe Symbaldi, scholam Melphiae de terris tibi Capitanatae et Basilicatae justitiaratibus studeas ordinare.

15. V. Constitutiones synodales del vescovo Branciforte. editae 1660… Questo libro porta in fronte la data di Melphiae, episcopali palatio, ex typografia haeredum Laurentii Valerii, 1661, superiorum permissu. Non pare potersi dubitare della ignota esistenza di cotesta tipografia melfitana: l’ARANEO accenna ad un altro libro che era l’Officium sancti Alexandri martyris, patroni principalis civitatis Melphiae, stampato nello stesso anno 1661 e nella stessa tipografia. Op. cit. pag. 183.

16. ARANEO, Stor. di Melfi, pag. 481.

17. Conf. Statist. del Regno d’Italia. Le opere pie al 1861, vol. IX. Compartimento di Basilicata. 1871.

18. Da schede notarili del 1630.

19. GIUSTINIANI, Diz. geogr. ad v. — Non debbo omettere che in Ruoti vennero ad abituro gruppi di dalmati schiavoni.

20. Da bolla del vescovo del 1502, in copia presso di me.

21. Da memorie mss.

22. In SACCO, Dizion. geograf. storico. Napoli, 1795.

23. Vedi Not. stor. della città di Matera, di G. GATTINI (Napoli, 1882), pag. 464.

24. Verso il 1730 a Vignola, che era un paese di circa 4,000 abitanti, numerava 70 preti, e 150, dico centocinquanta, chierici! Lo afferma il GATTA che scrisse nel 1732 le Memorie topogr. stor. della prov. di Lucania, a pag. 342. — Nel 1729 Moliterno, paese di un 2,000 abitanti, aveva 31 preti, 4 suddiaconi e 6 acoliti: super giù la stessa proporzione. Così a Saponara nel 1742, che erano 32.

25. Conf. GATTA, Memor. topogr. stor. di Lucania. Napoli, 1732, pag. 260 e 138. E vedi del vol. I capitolo penultimo.

26. Memorie mss. del 1765.

27. La vita di Giambattista Pignatelli, principe di Marsiconuovo, scritta dal P. SAVERIO SANTAGATA, sacerd. d. C. di G. libri 4. Napoli, 1751.

28. Ad una parete interna del palcoseonieo di questo teatro si leggono ancora, scritti sull’intonaco, i «Programmi», ovvero i titoli delle commedie cerloniane e i nomi dei signori che lo rappresentavano. Si scrissero inoltre, a conforto dei giovani attori, un «Memento» di precetti dell’arte drammatica; che non sarà inutile di riferirli qui, a documento della cultura del tempo e del luogo:

«Avvisi a ben incitarsi. — Il suggeritore non si faccia udire dagli ascoltatori. — (L’attore stia) in carattere, e stia fermo col corpo e coi piedi. — Gestisca con la mano destra, raro colla sinistra, e con ambe se impeto di collera o contesa, o esclamazione lo richiedesse, e con cui (?) comincia con quella il periodo terminar si deve. — Badi con cui fa scena, da cui non si distragga con gli occhi e con la mente. — Reciti con voce forma e naturale, andaggio: ma non troppo. — Badinsi sopratutto alle ultime sillabe. — Fuori cantilena o declamazione. — Cangi voce o gesti secondo il senso delle parole. — Cambisi ed acceleri la voce nelle parti di forza. — Chi fa da donna stia col petto verso l’udienza. — Stia accorto all’uscire ed entrare di scena: ed avrà il viva».

Vedi nella Lucania Letteraria, giornale di Potenza del 1885, l’articolo Moliterno, a pag. 110.

29. Memor. topograf. stor. della provincia di Lucania, raccolte da COSTANTINO GATTA. Napoli, 1732, pag. 227-8 e 233-4.

Quando Carlo III, ai primi tempi del suo regno, venne in Matera,«assisté ivi con piacere — dice il suo storico (Giorn. stor. del SENATORE, ap. GATTINI, Op. cit. pag. 147) — ad una commedia rappresentala all’impronta»: ma se rappresentata dai gentiluomini materani lo storico non dice. — A Latronico, nel 1770, alcuni cittadini ebbero il permesso di mettere in iscena la commedia sacra intitolata Il simbolo della Grazia, ovvero La Casilda, del dottor Filippo Itto, «che viene diretta alla perfezione del buon costume» dicono le carte della Giunta dei teatri che ne diè il permesso (ap. B. CROCE, I Teatri di Napoli. Append.) — Fra i titoli di «farse» di Pirro Antonio Caracciolo, contemporaneo del Sannazzaro, trovo riferito questo: «Farsa composta e recitata per Pirro Antonio Caracciolo al cospetto della illustrissima principessa di Bisignano Insenise (sic), in persona di un turcomanno». Credo sia appunto il paese di Seniso, che sino al secolo XVI fu un feudo dei Bisignano. (In Studii di stor. letteraria napolet. di Francesco Torraca. Livorno, 1884, pag. 70).