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CAPITOLO XI

GEOGRAFIA E DEMOGRAFIA DELLA REGIONE NEI SECOLI XIII, XIV, XV

FINANZE COMUNALI

I tempi aragonesi che comprendono tutta la seconda metà del secolo XIV, segnano anche pel reame di Napoli la fine del medio evo; e la fine di questo grande periodo storico coincide o di poco precede il grande evento politico, che fu la cessazione della secolare indipendenza del Regno e la mutazione di esso in provincia; in provincia della lontana monarchia di Spagna.

Le tristi vicende di guerre dinastiche e feudali e gl’indeclinabili perturbamenti alla pubblica tranquillità abbiamo delineate, in relazione al nostro soggetto, nei capitoli precedenti. Nel corso dei due ultimi secoli, del periodo mediovale, il potere sovrano non cresce di ordine e di forze, ma cresce la forza del feudo che dilarga e abbarbica tutto; e mentre d’altra parte il comune lentamente e oscuramente viene abbozzando e conformando i suoi organi essenziali agli uffizi delle funzioni sue proprie, comincia, più lentamente la lotta, che durerà ancora dei secoli, contro il feudo.

In quest’ultimo periodo di tempo due fatti, di carattere generale, emergono all’attenzione della storia: essi riflettono la distribuzione demografica della popolazione sul territorio su cui è sparsa.

La popolazione decresce gradatamente di numero, invece di quel naturale aumento che non è negato se non a popoli selvaggi o barbari, decimati da carestie e da guerre.

E decresce il numero dei centri abitati in misura che è forza dire maravigliosa, senza che, per agglomeramenti di popolo precedenti, il totale numero di esso aumenti. Questo duplice movimento di costrizione produce, da ultimo, tale un vuoto nell’etnografia della provincia, che fa sorgere per necessità di cose l’altro movimento d’immigrazione di gente dalle coste del mare, albanesi o greche, sul continente napoletano: genti che ancora ai nostri tempi dopo quattro secoli, non si può dire siano del tutto fuse e confuse con la gente di stirpe italica.

Lo stato demografico della regione a cominciare, come punto di partenza, dai primi tempi angioini si può ricavare dai registri, ancora esistenti nell’archivio di Stato di Napoli, della cancelleria angioina. Questi registri sono i «Cedolarii» delle tasse; e in essi, anno per anno, si leggono allistati i paesi dei «giustizierati» o provincie; e, di fronte a ciascuna terra abitata o città, è annotata, in oncie, tari e grani, la somma della tassa che è imposta al comune in ragione del numero dei suoi fuochi o famiglie. Era la tassa detta del «sussidio generale»1; e veniva ragguagliata alla ragione «di un augustale per ogni fuoco, e alla ragione di quattro augustali per oncia». Ogni oncia, adunque, di tassa rappresenta quattro fuochi o famiglie. In origine fu tassa straordinaria; ma ai tempi angioini era già un’imposta ordinaria annuale, oltre le identiche straordinarie davvero, in casi speciali di gravi eventi allo Stato o alla casa del Re.

Prendiamo le mosse dalla più antica testimonianza del Cedolario, che è dell’anno 1276-1277 (poiché l’anno cominciava a settembre); e il lettore, spero, ci saprà grado, se gli mettiamo, integro sotto gli occhi, in calce a questo capitolo, il fedele quadro statistico dell’importante documento.

Egli per la opportunità dei confronti potrà tener conto delle risultanze del Cedolario dell’anno 1320, che altri già pubblicò per le stampe2.

Nel 1277 i paesi del giustizierato di Basilicata abitati sono di numero 148, e vengono gravati della tassa di 4287 oncie di oro, 5 tari e grani 16. Nel 1320, dopo mezzo secolo, la tassa, per lo stesso territorio, scende (e non per diminuzione di quotità) ad oncie 3670, tari 3 e grani 16, a carico di 140 paesi; il quale numero, però, sale a 154, se si tien conto, come vedremo, di altre piccole terre ovvero «casali» che ivi sono detti omesse.

La prima e la meno importante osservazione, cui ci invita il nostro documento, riflette i limiti del Giustizierato, o provincia, la quale, come è noto, non aveva nessuna importanza amministrativa, e poca importanza politica.

Dal lato di Calabria, sul Tirreno, stendeva un lembo alquanto più largo che non oggi, fino al fiume Laino; e comprendeva Avena e Papasidero (non però Scalea, né Laino città) oggi in provincia di Cosenza. Dalla parte del Jonio, includeva Rocca imperiale, e inoltre Nucara; la quale fu aggregala al giustizierato di Val di Crati nel 1320. Dal lato della provincia di Salerno, mancava, invece, di quei molti paesi della valle del fiume Pergola, quali Brienza, Vietri, S. Angelo Le Fratte, Salvia, che oggi sono in Basilicata, e allora nel giustizierato salernitano. L’Ofanto la divideva dall’Avellinese; il Bradano dal Leccese; dal lato di Puglia si estendeva fino a Lavello e a Spinazzola; ma non giungeva a Montemilone. Su per giù sono i confini della provincia quali si mantennero per tutto il XVIII secolo.

È da notare, innanzi tutto, che tra i 148 paesi e luoghi abitati del 1277 mancano Atella, Palazzo, Barile, Maschito, Ruvo, Grassano, Spinoso, Carbone; e parecchi della valle del Sinni, come San Giorgio, San Severino, Fardella, Francavilla, Terranova, Bollita. Ammesso un possibile errore di omissione per qualcuno di essi (come io ritengo per Grassano, che è già nominato nel registro normanno de’ Baroni, del 1154-1168) la mancanza di tanti altri vuol dire che sursero ad entità di terre abitate e tassate dopo di quest’epoca, che è quella del primo re angioino.

Ma ciò che emerge di più singolare e di più inaspettato, da cotesto elenco, è la scomparsa di molti e molti paesi che esistevano abitati al declinare del secolo XIII, ma che non si troveranno più all’aprirsi del secolo XV. Li abbiamo segnati con l’asterisco, nell’elenco che segue in fine del capitolo, e sono al numero di 43; che vuol dire poco meno di un terzo del totale!

E sono:

Caldane, Tufaria, S. Giuliano, Pulsandra, Perticara, Laurosello, Trifogio, Gallipoli, Rocca di Acino, Pietra di Acino, Satriano, Castrobellotto, Gloriosa, Platano, Santa Sofia, Agromonte, Faraclo, Battifarano, Appio, Anglona, Casale Sant’Andrea, Monticchio, Bellomonte, Armatieri, Montemarcone, Bariano, Gaudiano, Lagopesole, Cervarizzo, Monteserico, Casalaspro, Irso, Rodio, Avenella, Andriace, Scansana, Trisaia, Pristinace, Casale Pisticci, Oggiano, San Basilio, San Nicola de Silva, Terre Tancredi de Guarino3.

Né qui si arresta il limite della lacuna; giacché nel Cedolario dell’anno 1320 (che fu pubblicato a stampa dal Minieri Riccio), oltre ai paesi e luoghi abitati che abbiamo riferiti pel 1276-1277, si trovano questi altri cioè:

1. Casale Rubei; che era nella valle del torrente Rubbio, influente del Sinni, tra Francavilla e San Costantino. Esso è ben diverso dall’attuale «Ruvo di Monte».

2. Casale Santa Marie de Cornu; che era nella tenuta «Incoronata» in territorio di Montescaglioso. Un monasterium S. Maria de Cornu è detto in territorio di Salandra, nella bolla di Lucio IV del 1183. (Ap. Zavarroni, p. 24).

3. Casale quod dicitur Altus loannes; che è l’«Autojanni» presso Grassano.

4. Grassanum, che è l’attuale paese di tal nome.

5. Casali Sancti Mattei — ? —

6. Casali Sancti Lupicosi — ?? — (Una contrada e un corso di acqua detto Lapellosa è in territorio di Venosa).

7. S. Salvator, che era nella tenuta «San Salvatore» sul Jonio, tra i fiumi Bradano e Basento.

8. S. Theodorus; che era alla contrada «S. Teodoro» a destra del Basento in quel di Pisticci.

9. Casale Batayani — ? — che non credo sia né Baragiano, né Barreano.

10. Casale S. Martini de Pauperibus; che è tassato per onc. 22, tar. 14, e che è diverso dal Sanctus Martinus dello stesso Cedolario del 1320, tassato per onde 36 e 10: laonde sono diversi4.

Sarebbero, dunque, altri dieci paesi, abitati nella prima metà del secolo XIV, ma scomparsi poi nel secolo seguente; cioè, in totale, 53 paesi, scomparsi! — Né per verità sarebbero i soli; chi ha rovistato vecchie carte potrebbe aggiungere ben altri, come Vitalba, Cisterna, Castro Cicurio, Montechiaro presso Carbone, S. Nicola della Tempagnata presso Spinoso; Sicileo, Policoro, Acinapura, tutti e tre in diocesi di Anglona fino al 1526, ed altri.

Ma diamo ancora un passo innanzi; e dal 1320 veniamo allo stato delle cose di un secolo dopo. — Nel Cedolario dell’anno 1415 i paesi del giustizierato di Basilicata sono cento ed uno.

Tra questi cento ed un paese del 1415 compaiono già i nuovi abitati di Atella, di Spinoso, di Calciano… che non sono nei documenti del 1276 e del 1320 sopraindicati. Mancano però, e non so se per omissione del documento o se, piuttosto, per diserzione di abitanti, come è certo per Rionero, (vedi a p. 88) i paesi di Avigliano, di Rionero, di Rotondella, di San Chirico da Tolve, di Trivigno, di Cerchiosimo, di Campomaggiore, che erano già tassati, e però abitati nel 1320. Mancano ancora Palazzo, Barile, Maschito, perché non surti ancora a dignità di paesi; e mancano, per la stessa ragione, tutti quelli della valle del fiume Sinni che abbiamo nominati poco innanzi. E non perché spopolati e scomparsi, ma perché compresi nel giustizierato di Salerno, mancano Marsiconuovo, Saponara, Vietri, Brienza e gli altri prossimi paesi della valle del Platano. Ciò non pertanto, le terre abitate nel 1415 sono 101.

In generale, si ha da notare questo, che lo elenco del 1415 è quello che più si avvicina allo stato deffinitivo della geografia della provincia, secondo che essa si venne formando e raffermando dal secolo XVI in avanti. E vuol dire che l’abbandono o lo spopolamento di quei cinquanta e più paesi, di sopra indicati, avvenne prima del 1415, cioè nel secolo XIV: mentre i novelli paesi surti dopo questa epoca, sono quasi tutti della gente albanese, venuta al cadere del XV secolo.

Un altro elenco dei paesi della provincia pel secolo XV porta la data dell’anno 1445 nella stampa che ne fece il Tutini, ed il titolo di «Tassa delle Collette per la coronazione di re Alfonso» (Discor. de’ sette uffiz. Nei Maest. Giustiz. 85). Ma come altri ha dubitato del titolo, io dubito della esattezza di questa data, 1445, che stimo assai più tardi, per speciali ragioni cennate da noi in altro luogo.

Checché sia, sono 97 paesi; che sarà lecito di elevare fino al numero di 100, stante l’omissione di alcune terre demaniali, quale Acerenza. Ma tra quei 97 sono ancora alcuni paesi del tutto scomparsi, e che (si vuol notare) non si trovano annotati nel Cedolario ora accennato, del 1415; e vuol dire che erano aggregati di popolo di recente erezione. Essi sono (oltre Oggiano caduto pel tremuoto del 1456, ed oltre Ferrandina che surse o crebbe dalle ruine di quello) questi altri, cioè:

Ferraccianum, presso Bernalda.

Salchium, che io credo la tenuta detta «il Salice» presso Pisticci.

Aitella: che non è Atella, pure nominata in questo elenco; e che non so se, per errore di trascrizione, corrispondesse al casale Avinella sul fiume Bradano e il mar Jonio; o fosse invece una denominazione diminuitiva di Ajeta, ai confini di Calabria.

Rotinum — ? —5.

Se questi ultimi quattro paesi aggiungeremo agli altri 53 de’ Cedolarii del 1277 e 1320, scomparsi, si avrà il totale di 57 paesi, dileguati, quali centro di popolo, nel corso di due secoli, dal 1250 al 1450!

Questo gravissimo fatto di spopolamento dové decidere i sovrani e i feudatari del Regno a chiamare coloni dall’Albania e dall’Illirio, per ripopolare le terre deserte: quindi fu visto, per la seconda metà del secolo XV e pel XVI, un sorgere di nuovi paesi da gente venuta di là dal Jonio e dall’Adriatico, che fu meno forse sospinta ad emigrare dall’odio ai Turchi invasori, quanto attratta alle larghe promesse ed ai lauti patti, pure non sempre mantenuti, dei feudatari laici ed ecclesiastici e dei re del reame di Napoli. Leandro Alberti, che faceva viaggio pel Regno verso il 1526, scriveva della Basilicata: «vi sono assai luoghi anche ora disabitati».

Abbiamo ricordato, di sopra, che la imposizione del «sussidio generale» era ripartita in ragione di un augustale per fuoco o famiglia. Ogni oncia di oro importava quattro augustali, ovvero carlini sessanta di argento; che davano, come è noto, il valore di sette tari e mezzo, ovvero quindici carlini (lire 6,37) per ogni augustale. Questi autentici dati di ragguaglio porgono facile il modo di risalire alla notizia statistica della popolazione della provincia.

Per l’anno 1277 il totale della tassa (tralasciando le frazioni) è di 4.283 oncie; avremo quindi il complesso di 17.132 fuochi per l’intero giustizierato; i quali se ragguaglieremo a cinque per famiglia, daranno il totale di 85.660; e se, tenuto conto dei sfuggiti al calcolo per omissione o per frodi, ragguaglieremo a sei, si raggiungerà il totale di 102.792 abitanti.

Per l’anno 1320 (come è noto pel Cedolario pubblicato dal Minieri Riccio) la tassa ammonta a 3.670 oncie; quindi 14.680 fuochi; e in questi, a sei per fuoco, 88.080 abitanti per la provincia; che vuol dire una diminuzione di 14.712 in 43 anni.

Per l’anno 1332, l’ammontare della tassa ci è noto da una notizia che ne dava il Galanti6, e fu di 3.673 oncie, 3 tari, 16 grani. Si ha dunque, per 14.692 fuochi, una popolazione totale di 88.142 abitanti; poco maggiore di quella di dodici anni innanzi; che può significare così aumento vero di popolo, come numerazione rettificata e più esatta.

La popolazione dei 148 paesi del 1277 ricadrebbe, in inedia, a non più che 682 abitanti per ogni paese! Ma poiché le cifre medie statistiche, prese da sé e non per termine di confronto, non hanno un valore reale, e niente insegnano che non sia artifiziato e falso, accenneremo invece, senza indugiare altrimenti, alle città, più popolose della regione che erano queste:

Melfi fuochi 1150 ovvero 6900 abitanti

Venosa » 584 » 3304 »

Potenza » 484 » 2904 »

Montepeloso » 457 » 2742 »

Rapolla » 408 » 2411 »

Saponara » 402 » 2412 »

Montescaglioso » 372 » 2232 »

Venivano dopo, in ordine decrescente, Tito, Miglionico, Pomarico, Aliano superiore, Tursi, Stigliano, Muro, Rivello, Lauria, Marsiconuovo, Maratea… e facciamo punto qui, che è inutile proseguire. Il lettore, quando ne abbia vaghezza, potrà riprendere i computi, sui dati del documento.

Ci ha paesi in embrione, sì tenue è il numero dei fuochi che risulta da una tassazione di quattro oncie, di tre, di un’oncia sola! Ma che divario, che sbalzo di cifre per la demografia di alcuni paesi di questo secolo XIII in confronto degli stessi paesi dell’età nostra!

Quale intima e ignota ragione di storia ha potuto portare sì alto, fino a 20 mila abitanti oggidì, il paese di Avigliano che allora noverava non più che 16 fuochi, di fronte al prossimo Ruoti, allora di 27 fuochi, ed oggi anche meno di 4mila abitanti! Sarconi, numeroso per 91 fuochi, di fronte a Moliterno di 18 appena, ed oggi questo sette volte maggiore di quello; e Pietrapertosa allora di 280 fuochi di contro a Laurenzana, di soli 89 fuochi, che è oggi maggiore del doppio; e Rivello allora più numeroso altrettanto di Lagonegro! Nella storia intima e speciale di ciascun paese è senza dubbio la ragione dell’ingrandimento degli uni, dell’esinanimento degli altri. Ma le intime evoluzioni di questa storia ci sono ignote!

Se la tassazione del «sussidio generale» era imposta in ragione di un augustale a fuoco o famiglia, non intenda da ciò il lettore, che, infatti, ogni famiglia pagasse di tassa un augustale, ovvero quindici carlini all’anno. Una scienza finanziaria ancorché bambina non potrebbe aver misurato allo identico peso la capacità contributiva della famiglia del povero, e quella dell’agiato o del ricco: e l’arte della pubblica finanza nel secolo XIII e XIV non era poi sì barbara o bambina come quella dei tempi di Attila o Tamerlano. Gli è dunque da ritenere che anche per questi due secoli, e vuol dire anche pei tempi angioini, il numero dei «fuochi» relativamente alle contabilità finanziarie dello Stato, fosse non altro che una «moneta di conto» come si esprime il Galanti per le numerazioni dei fuochi dei tempi vicereali; un criterio, cioè di ripartizione proporzionale tra paese e paese, e non altro.

Ad ogni modo, la tassazione aveva fondamento sul numero dei fuochi. È necessario, dunque, di ammettere quale un istituto fiscale ordinario dei tempi angioini la numerazione dei fuochi periodica, con emendazioni consecutive in più o in meno. Ma è necessario di ammettere, inoltre, qualcos’altra, ed è questa che siamo per dire.

Nei «Cedolarii» che ancora esistono (come il lettore potrebbe vedere nella stampa di quello più volte citato del 1320) quando si annovera una terra o paese omesso nelle precedenti cedole, o che fosse per avventura di recente origine, si trova scritto: inquiratur, et taxetur per Justitiarium juxta facultates suas. È formola che si ripete sovente. Or poiché non è detto — «si tassi secondo il numero dei fuochi» —; e poiché facultates indica indubbiamente, come in italiano, averi e ricchezze, è forza conchiudere che la tassazione tra i singoli abitatori di una terra avveniva secondo le facoltà loro, cioè redditi o possidenza, mediante qualche simbolo di catasto o di apprezzo, discretivo dei redditi delle famiglie per industria o per lavoro.

Sicché la notizia del numero dei fuochi non serviva altrimenti al fisco (ossia ai Razionali della regia Curia, ovvero Tesoreria dello stato, che spediva le «Cedole» delle imposte, da riscuotere, ai Giustizieri delle provincie) non serviva altrimenti, se non per ripartire tra i varii paesi del giustizierato la somma che la Curia stimava imporre alla provincia secondo il computo della forza numerica demografica della regione. La somma così ripartita e imposta come «contingente» al paese, veniva poi ripartita dall’Università7 con altri criterii, che non erano quelli del censimento individuale o di famiglia.

È facile comprendere che le tasse imposte ai Comuni in ragione del numero delle famiglie, ma pagate dal Comune secondo le «facoltà» di ciascuna famiglia che si determinavano per via di apprezzo, non potevano non riuscire gravosissime, se, esclusa la capitazione, la tassa non avesse dovuto toccare che i ricchi, possessori di terre o di capitali investiti in industrie visibili. Ma la terra di feudo era esente; erano esenti le chiese, gli ecclesiastici, il barone; e in queste piccole e grame comunità rurali le famiglie che non fossero di miseri villani o di poveri artieri restavano troppo scarse di numero a sostenere un peso che nominalmente era di tutti.

Quindi avvenne che le popolazioni del reame chiesero ed ottennero, sotto gli angioini, di vivere, come si diceva, sia per apprezzo, sia per gabella, di fronte alle dimande del fisco. La gabella era pagata sotto forma di dazii, che l’Università del comune imponeva sulle varie forme della produzione, del lavoro e del traffico. La tariffa di cotesti dazii veniva stabilita per statuto, deliberato dall’Università, confermato o autorizzato dal Re, e durava indeterminatamente.

Per la Basilicata ne è stato reso noto di recente, per le stampe8, un esempio unico, che riguarda la città di Rapolla, ed è statuto del 1303: e perché desso, nelle sue linee d’insieme, è presso che simile ad altri parecchi delle principali comunità del Barese de’ tempi medesimi9, si può ritenere come tipico, per le terre maggiori o minori della regione nostra.

Il «dazio», come era detto, di Rapolla, toccava in brevi limiti la produzione della terra; più ampiamente il lavoro e la compravendita delle derrate; non ometteva il capitale investito in industria della pastorizia o sotto forma di fabbricati. Ma il più rudemente trattato è il lavoro10.

Il fine e valoroso autore del Rionero Medievale, che pubblica e illustra questo documento, riduce la tariffa daziaria rapollana, per quanto è possibile, alla misura ed alla moneta dell’oggi, intesa però, come egli avverte, nel solo suo valore intrinseco. Ed alla stregua di questo suo computo, equiparando «un grano di oro» a centesimi 12 di lira, si verrebbe, per la tassa sui salarii, a queste cifre; e sono:

Pel lavoratore della terra, lire 4.80 all’anno; per ogni operaio artigiano (a lire 0,24 per settimana) lire 12,48; pel fornaio, mugnaio, lire 12,48; pel panattiere, lire 6,24, ecc.

Poiché il debito fiscale è commisuralo a settimane, è probabile che dalla totale somma si defalcassero le giornate vacue di lavoro per disoccupazione forzata. E se così fosse, minor danno!

Per un più adeguato giudizio della pressione tributaria, ci manca ogni notizia del salario all’operaio dei campi, all’operaio dell’officina. Ma possiamo pure credere, senza fare cieco atto di fede, che la condizione economica del minuto popolo non era migliore di quella che non fu nei secoli che seguirono al cieco, al barbaro medioevo! Quanto è lento il progresso che intende durare!

APPENDICE

ELENCO dei paesi della provincia, o Giustizierato della Basilicata nel Cedolario dell’anno 1276-1277, con la somma della tassa in oncie, tari e grani, di cui venivano gravati.

Aggiungo un asterisco al nome dei paesi, che oggi più non esistono.

onc. tar. gran.

Melphia cum ludeis 287. 19. 6.11

Rapolla 102. 3. 14.

Venusium 137. 3. —

Petrapagana12 62. 17. 8.

Olivetum 9. 22. 8.

*Caldane13 — 5. —

Salandra 30. — —

Petraperciata14 70. 4. 4.

Raponum 5. 4. 16.

  1. *Tufaria15 8. — 12.

Albanum 27. — 24.

Lauria 60. 8. 8.

Triclina 11. 28. 4.

Rivellum 67. 1. 4.

Lacus niger 30. — —

Moliternum 18. 4. 16.

Marathia 47. 13. 4.

Saponaria 100. 17. 8.

Biyanum16 51. 11. 8.

  1. Tramutola 6. 8.

*Sancto Juliano17 10.

Marsicum novum 57. 3. 12.

Marsicum vetus 4. 25. 16.

Sanctus Martinus 40. 18. 12.

*Pulsandra18 1. 8. 8.

Castrum Saracenum 36. 28. 16.

Calabra19 4. 3.

Sanctus Arcangelus 11. 15. 12.

Missanellum 5. — 12.

  1. Gallucium (sic) 10. 16. 16.

Roccanova 6. 18. 8.

Alianum inferius 10. 3.

Allianum superius 65. 3.

Guardia 25. 3.

Cornetum (sic) 25. 9. 12.

*Perticarum20 60.

Castrum medium 16. 2. 8.

*Laurosellum21 10. 8. 8.

*Trifogium22 35. 1. 1.

  1. Accepturam

Curilianum23

*Gallipolum24 10. 24. 12.

Astilianum 55. 14. 8.

*Rocca de Acino25 — 5. —

Gurgolionum 7. 13. 4.

*Petra de Acino26 1. 18. 12.

Campus maior 3. 22. 16.

Brundisium de Montanea 34. 1. 16.

*Satrianum27 37. 22. 4.

  1. *Castrum Bellot (tum)28 3. 17. 4.

Armentum 25. 24. 12.

Ansia 24. 14. 8.

Laurenzana 22. 10. 16.

Calvellum 41. 5. 8.

Abriola 19. 18. 12.

Trivinea 5. 9.

Vineola 9. 18.

*Gloriosa29 13. 26.

Petra fixa 12. 12.

  1. Petra Castalda*30 9. 1. 16.

Barayanum31 4. 25. 4.

*Platanum32 3. 22. 15.

Picirnum 24. 15.

Murum 53. 18.

Sancta Sofia33 18. 1. 4.

Labella34 15. 26. 8.

Rotum 6. 26. 8.

Acermons35 4. 10. 4.

Tihanum36 16. 19. 16.

  1. Curcosimum37 17. 4. 4.

*Faratrum38 10. 19. 16.

Latronicum 16. 7. 4.

Byanellum39 30. 3.

Episcopia 3. 4. 4.

*Battibaranum40 3. 2. 8.

Clarus mons 21. 6. 12.

Senisium 27. 18. 12.

Noha 20. 9. 12.

Columbrarum. 31. 21. 12.

  1. Tursium 60. 3.

*Appium41 8. 27.

Nucaria cum casalibus42 20. 3.

*Anglonum43 15. 12.

Rotunda maris44 10. 8. 8.

Sanctua maurus 16. 9. 12.

Mons murrus 15. 22. 16.

*Casale Santi Andree45 10. 7. 16.

*Monticulum46 11. 24.

Castrum novum 12. 2. 8.

  1. Castellutium 32.

Cracum 20. 22. 4.

S. Clericus de Valle Sinni47 23. 24.

Avena48 20. 18.

Papasiderum49 12. 16. 8.

*Bellus mons50 6. 9. 12.

Sanctus Felix51 46. 6.

*Armatera52 7. 26. 8.

Rocca Imperialis 98. 25. 1.

*Mons Marconus53 5. 23. 8.

  1. Florencia 70. 12.

Ripacandida 30. 15.

Rivus niger 12. 22. 16.

Lavellum 20. 27. 12.

*Bareanum54 3. 27.

*Gaudeanum55 98. 3. 12.

*Lacus pensilis56

Spinatiola57 40. 27.

Bancia 7. 3. 12.

*Cervaricium58 9. 22. 16.

  1. *Mons Selicola59 22. 27.

Gentianum 13. 16. 16.

Oppidum60 46

Agerentia 23. 13. 16.

*Casaleasprum61 2. 12. 12.

Balium62 8. 26. 8.

Cancellarium 10. 15.

Sanctus Quiricus de Tulbia 42. 8.

Tulbium 33. 3. 12.

Tricaricum cum Cauciano 31. 21. 12.

  1. Mone Pelusius 114. 13. 4.

*Yrsum63 28. 18. 12.

Pietragalla 5. 21.

Criptola 20. 18.

*Rodia64, inquiratur et taxetur

Millonicum 10. 16.

Pomaricum, cum pheudo

Raynaldi de Aspello

et quondam Nicolai

de Garaguso65 66. 3.

Mons Caveosus 93. 3. 12.

Camarda66 19. 4. 4.

*Avenella67 13. 12. 12.

  1. Pisticium 27. 9.

*Andracium68 6. 20. 8.

Mons Albanus 55. 2. 8.

*Scansana69 6. 3. 3.

*Trisagia70 2. 11. 8.

*Prisinacium71 3. — 12.

Fabale 25. — 16.

*Casale Pesticii73 12. 1. 14.

Avillanum 4. 4. 4.

Potentia 121. 5. 8.

  1. *Ogeanum74 100. 29. 8.

Sarconum 22. 22. 6.

Castrum de Grandis 18. 18.

Titum 80. 7. 4.

*Sanctus Basilius75 4. 3.

Rotunda vallis Layni76 28. 4. 16.

*Casali S. Nicolai de Silva77 1. 16. 4.

Garagusum 12. 18.

  1. Terra Tancredi de Guarino78 — 6. —

Summa taxationis generalis subventionis aur. unt. IIII. II. LXXXIII. tar. V. gr. XVI. — Dat. Neap. die XXII. januarii. — (1277).

Sono, dunque, 148 paesi o terre abitate, che venivano gravate della tassa di 4.283 oncie di oro, 5 tari e 16 grani, nell’anno 1277.

NOTE

1. È la tassa Generalis Subventionis, ragguagliata ad rationem de augustali uno pro quolibet foculari, e de augustalibus quatuor per unciam. Così è scritto negli ordini di Carlo I del 1270 e 1280, che si leggono pubblicati dal VIVENZIO: Delle antiche provincie del R. di Napoli. Napoli, 1808, 250-510. — Conf. MINIERI RICCIO, Cod. dipl. I, 44.

2. In MINIERI RICCIO, Notizie storiche tratte da 62 registri angioini dell’archivio di Napoli. Napoli, 1877, p. 177. — È opportuno notare che in questa stampa molti nomi di paesi sono trascritti erratamente; e vi si legge, per es. Crisegium per Trifogium, Acernus per Acer mons, Statrianum per Satrianum, Grisosutrum per Cursosimum, ecc.

3. Per la situazione topografica di esse vedi le note allo Elenco in fine di questo capitolo.

4. Un Casale S. Martini de Pauperibus è indicato nel SyIlab. memb. ad r. Siclae, ecc. (vol. II, p. II, 140), ed ivi è detto appartenete alla Casa dei Templarii, come da carta del 1306. — Leggo nel Tansi (pag. 66, Hist. Coenob. Montiscaveosi) che nel 1160 Giovanni, abate del monastero Caveosano, donò ecclesiam S. Martini de Ostiliano ad Azone, canonico del Santo Sepolcro di Gerusalemme, ecc.; la quale chiesa, dice il Tansi, che ancora ai suoi tempi (1746) apparteneva aj cavalieri gerosolimitani. Da ciò deduco che il «San Martino dei poveri» sia nel territorio di Stigliano, ove oggi è la contrada «Difesa di San Martino»; quantunque non concordino pertettamento le due notizie del Syllabus e del Tansi.

5. Nello elenco a stampa del Titini è pure un Amaglianum (del duca di Melfi), ignoto: ma io credo sia, per errore, invece di Aviglianum.

6. Descriz. geogr. e politica delle Sicilie, vol. II, p. 20; Napoli, 1794.

7. Si può vedere nel Syllab. membran. ad r. Siclae pertin. etc. un gran numero di carte, ove l’Università di tale o tal paese, in eseguimento degli ordini del Giustiziero, elegit taxatores et collectores pecuniae generalis subventionis (v. vol. II, part. II, pag. 158, e pass.).

8. In GIUST. FORTUNATO, Rionero Medievale, con 26 docum. inediti. Trani, 1899, p. 33.

9. Pubblicati dal sig. EUST. ROGADEO, Ordinamenti e commerci in terra di Bari nel secolo XIV. Bitonto, 1900, in-8º.

10. Una più minuta notizia non parrà superflua al lettore.

L’artigiano, barbiere, carpentiere, fabbro, muratore, calzolaio, carrettiere ed altri di tal genere artefici, paga due grani, di oro, la settimana; e i loro «garzoni» un grano.

Gli operai della terra, zappatori, potatori, carbonieri un tari e mezzo all’anno.

Il panattiere, il fornaio, il mugnaio, il venditore di ortaggi o frutta, un grano la settimana.

L’operaio salariato, un grano per ogni tari di salario annuo.

Il «negoziante» ossia chi compra per rivendere, paga per qualsiasi merce (esclusi pannilani, lini o serici) e per ogni oncia di prezzo, cinque grani.

Per ogni «salma» o soma di frumento, di orzo, di legnami un grano, tanto colui che vende, quanto chi compra.

Pel fitto di case, forni o molini, un grano per ogni tari di fitto annuo.

Per ogni cento capi di bestiame armentizio, all’anno quattro tari e mezzo: ma per ogni vacca «indomita» un grano.

Pei prodotti della terra, grano, orzo, vino mosto, aceto, un grano a salma, e se olio due grani a staio, quando però vengano introdotti in città.

Di altre minute voci mi passo.

11. Superfluo avvertire che nel Cedolario le somme sono scritte in numeri romani.

12. L’attuale Pescopagano.

13. Non esiste. Era nella contrada campestre detta tuttavia «Le Caldane» tra Atella e il monte Carmine di Avigliano.

14. L’attuale Pietrapertosa.

15. Non esiste. Era un casale della Badia di S. Lorenzo, verso l’Ofanto, in quel di Pescopagano. (Da comunicazione dell’on. Fortunato).

16. O Byanum. È l’attuale Viggiano.

17. Non esiste. Credo sia il «San Giuliano» contrada nel territorio di Saponara. — Altre contrade dette «San Giuliano» sono nei territori di parecchi altri paesi dolla provincia.

18. Non esiste. Era nel territorio di Noia, oggi Noepoli. (Da comunicazione dell’on. Fortunato).

19. È l’attuale Calvera. Calabra similmente è scritta nei documenti greci del Syllab. graecar. membran. Nap. 1860.

20. Non esiste. Era al nord di Corleto e di Guardia, che ne hanno preso l’appellativo: ivi è la contrada tuttavia detta: «Torre di Pellicani».

21. Non esiste. Era presso Cancellara, ove è la contrada campestre detta Aurisiello.

22. Non esiste. Era tra Pietrapertosa e Campomaggiore. Nel noto Registro normanno dei Baroni è portato come un solo feudo: Campum maiorem et Trifogiam feuda in III militum.

23. L’attuale Cirigliano.

24. Non esiste. Era nella contrada e bosco anche oggi detto di Gallipoli, tra Tricarico, Accettura ed Albano.

25. 26. Non esistono. Erano nella bassa valle del fiume Sauro, là dove il questo fiume si avvicina la fiumana di Cirigliano. Ivi anche oggi è contrada detta «Rocca di Achino».

27. Non esiste. Città, un tempo sedo di Vescovo, tra Tito e Pietrafesa, distrutta nella prima metà del secolo XV. Vedi al capitolo IX.

28. Non esiste. Era in territorio di Laurenzana; ove ancora ne è viva la denominazione.

29. Non esiste. Era presso Vignola o Pignola, e credo risponda a quello che oggi è detto Arioso.

30. L’attuale Sasso, oggi detto «di Castalda».

31. L’attuale Baragiano.

32. Non esiste. Era lungo il fiume «Platano» tra Picerno e Baragiano.

33. Non esiste. Era tra Ruoti e Bolla, nel luogo che anche oggi è detto «Castelluccio S. Sofia».

34. L’attuale Bella.

35. Non esiste. Era nella contrada anche oggi detta Agromonte sul fiume Sinni, tra Latronico e Chiaromonte. Un’altra contrada Agromonte è tra AteIIa e Lagoposole.

36. L’attuale Teana.

37. L’attuale Cerchiosimo.

38. Non esiste. Era Farachum, nella contrada detta «le Calanche» nel territorio tra Carbone, Teana e Chiaromonte.

39. L’attuale Viggianello.

40. Non esiste. Era in quel di Castronuovo S. Andrea, presso la fiumana Serapotamo.

41. Non esiste. Era a sinistra del fiume Bradano, verso il Jonio, in quel di Montoscaglioso. Una contrada detta «Accio» è in quel di Pisticci.

42. Paese che fu aggregato al giustizierato di Cosenza, o Valle di Crati verso il 1320. Tra i suoi casali era, forse, Bollita, oggi Nuova Siri.

43. Non esiste. Era presso Tursi.

44. L’attuale Rotondella.

45. Non esiste. Era sulle pendici del Monticchio o Vulture, come da comunicazione dell’on. Fortunato, che esclude sia l’attuale S. Andrea di Conza.

46. Non esiste. Era nell’attuale contrada di Monticchio o Vulture.

47. L’attuale S. Chirico Raparo.

48. 49. Sono gli attuali paesi di Avena e Papasidero, in provincia di Cosenza.

50. Non esiste: e non è l’attuale Belmonte Calabro. Era, invece, nel territorio di Gravina, al sud, verso la fiumana Basentello; nel luogo che oggi è detto «Benemonte». — V. Syllab. membr. ad r. siclae, etc. volume II, p. II, 38.

51. L’attuale S. Fele.

52. Non esiste. «Armatieri» era tra Atella e S. Fele.

53. Non esiste. Monte Marcone è contrada campestre di Avigliano, al sud-est di Lagopesole.

54. Non esiste. Era in quel di Venosa. Un Casale «Barano» è dipendente dall’Abate della SS.ª Trinità di Venosa nel Registro dei Baroni normanni.

55. Non esiste. La contrada è presso Lavello.

56. Non esiste come paese: è un aggregato dì casupole, in dipendenza amministrativa dal comune di Avigliano. Nel Cedolario non porta tassa: forse franca come villa del Re, che era il famoso castello di Lagopesole.

57. Oggi in provincia di Bari, ma restò in Basilicata fino a tutto il secolo XVIII.

58. Non esiste. Fu nelle vicinanze di Palazzo S. Gervasio — Conf. Syllab. ora citato; vol. II, part. II, p. 150.

59. Non esiste. Ma risponde all’attuale Castello e tenuta di «Monte Sirico» presso Genzano.

60. È l’attuale «Palmira»! secondo la strana denominazione odierna.

61. Non esiste. Era presso Pietragalla.

62. L’attuale Vaglio.

63. Non esiste. Era presso Montepeloso, che oggi ha cambiato il nome In quello di «Irsina».

64. Non esiste, è di ignota ubicazione. Un feudo di «Rodiano» era in territorio di Favale.

65. Uno di codesti feudi era forse «Castro Cicurio» (che oggi non esiste più) nel territorio di Pomarico.

66. È l’attuale Bernalda.

67. Non esiste. È contrada a destra del fiume Bradano, verso il mare, in quel di Montescaglioso.

68. Non esiste. Andriace è contrada nel territorio di Montalbano.

69. Non esiste. È contrada a sinistra del fiume Salandrella, verso il mare.

70. Non esiste. «La Trisaja» è contrada verso il Mare Jonio, in quel di Bollita (oggi Nuova Siri).

71. Non esiste. Era «Pristinace», e fu non lontano o nel territorio di Favule, oggi Val Sinni.

72. L’attuale Val Sinni, già Favale.

73. Non esiste. Era, forse, nella tenuta di «Avena» (diversa da «Avinella» ove un «Casale Sancta Maria de Avena» apparteneva nel 1133 al Monistero di S. Maria di Pisticci.— Vedi Tansi, Hist. Coenob. Montis Caveosi, p. 46.

74. Non esiste. Era presso Ferrandina: e fu distrutto dal terremoto del 1456.

75. Non esiste. La tenuta «S. Basilio» è sul fiume Salandrella, in quel di Pisticci.

76. È l’attuale Rotonda.

77. Non esiste. Un Monasterium S. Nicolai de Silva, cum casali Andriacii, è detto in territorio di Montalbano, in un documento del 1070, presso Zavarroni, pag. 8 dei doc.

78. Ignota. Forse in quel di Montescaglioso. Una contrada «Guarino» è in territorio di Moliterno.