CAPITOLO VII
GUERRE DINASTICHE. GUERRE FEUDALI
(1370-1442)
L’economia del nostro lavoro ci forza, spezzando la catena dei tempi, a sorvolare anni e lustri su per la fitta trama della storia; dalla quale ci è debito di raccattare quelle sole filamenta che si annettono al nostro parziale subbietto.
Muore Carlo II, a cui succede re Roberto; passa anche lui; e fa posto alla nipote Giovanna, che maritata a sedici anni con un suo cugino d’Ungheria, è regina e vedova a diciotto, dopo una tragedia domestica, che, sprizzandole di sangue il nome, fu scusa ai suoi nemici dell’ultimo fato che la spense.
Da questa amabile e sventurata, forse più che colpevole, donna ebbero origine i lunghi guai d’una guerra civile, dall’infecondo seno preparati alla sua patria. Rimaritata a Ludovico di Francia, poi a Giacomo della Marca, e poi ad Ottone di Bruswich, sperando in una prole che non venne mai, infine adottò, mal consigliata, in figlio ed erede alla corona di Napoli, Luigi d’Angiò, secondogenito del re di Francia. Ma Carlo di Durazzo, marito alla nipote della regina, che vedeva venir meno le speranze della promessa a lui successione nel regno, aspetta l’occasione favorevole per levarsele contro come aperto pretendente; e l’occasione non tarda.
Vacando per la morte del Papa la sedia papale, una parte dei cardinali in Roma eleggono a pontefice Urbano VI, già arcivescovo d’Acerenza e poi di Bari: gli altri cardinali di Avignone eleggono Clemente VI; e la regina di Napoli favorisce il Papa di Avignone che è città dei suoi dominii provenzali. Il Papa di Roma scomunica il Papa di Avignone, e con esso la regina di Napoli; dichiara anzi vacante il trono di questo feudo di Santa Chiesa, e ne dà la investitura a Carlo di Durazzo. Carlo re, doveva sostenerlo delle sue forze contro il Papa di Avignone, e largheggiare di ricchezze e dignità principesche a pro di un Prignano, nipote di lui.
Conchiuso il patto, il pretendente con gli aiuti spirituali e temporali di Santa Chiesa entra nei confini del regno. La cittadinanza inacerbita per gli interdetti fulminati da Roma alle chiese si commuove a suo favore; baroni ambiziosi e cupidi tentennano e congiurano, si dànno intanto a rapine e vendette, che il dissolversi sperato e previsto degli ordini stabiliti doveva rendere agevole e impuni. Il Duca di Andria, primo tra i più alti baroni e parente della regina stessa, cavalcò contro la città di Matera; e togliendola di forza ad un Sanseverino conte di Tricarico, pretendeva che la presa città fosse parte del suo principato di Taranto (anno 1371): e poiché la regina non potendo piegare a partiti men violenti cotesto alto prepotente, fu in necessità, per decoro dell’autorità regia, di mandargli contro le sue genti d’armi, il Duca ed i suoi escono dal regno, e congiurando presso il papa, si fanno primo nucleo nell’esercito di Carlo invasore. I baroni della regione prossima alle terre pontificie, aderiscono al re; e questi procede occupando senza intoppo Abruzzi e Terra di Lavoro.
All’invasore e pretendente male si può opporre Ottone di Bruswich, marito della regina; e questa aspetta invano i soccorsi chiesti e non giunti che troppo tardi, dalla sua Provenza.
Carlo entra in Napoli da vincitore; assedia la regina in Castelnuovo, che non può resistere, e capitola, ed egli ricevendola in grazia, mostra di essersi pacificato con Lei, ma indi a pochi giorni, essa è condotta con grande scorta d’armati dal Gran Giustiziero del regno nel Castello di Muro, e Ottone nel prossimo castello di S. Fele: due città in Basilicata che appartenevano in feudo a Casa di Durazzo.
Quello che avvenne tra le intime pareti del castello di Muro non si seppe mai di notizia certa; ma si sa che la regina fu spenta sia di laccio, sia tra i piumacci del suo letto soffocata1. Ne portarono il cadavere a Napoli; e il 20 maggio del 1382 fu dato a pubblica mostra in chiesa, per tarpare ogni speranza di riscossa nei fautori di lei.
Ottone non molto di poi fu liberato dalla sua prigione di S. Fele.
A fare le vendette della spenta regina viene nel regno Luigi d’Angiò; ma dopo due anni di abbattimenti di eserciti, di assalti a città e di sperperi guerreschi, egli muore a Bisceglie; e il suo esercito si dissolve. Carlo a sua volta, ito in Ungheria, pretendente alla corona di S. Stefano, vi è ucciso. Egli era già venuto in cattivi termini con Papa Urbano, iracondo, violento e ambiziosissimo, che vedeva mal satisfatte le sue temporali cupidigie dal re. Chiuso il Papa nel castello di Nocera presso Salerno, che era una città data in feudo al suo nipote Prignano, ogni giorno fa squillare una campanella a richiamo di popolo; e dall’alto degli spaldi, frammezzo a lugubri ceri accesi, scomunica Carlo e le sue genti, che lo stringono di assedio. Un giorno egli è liberato, ma a danaro, dalle forze di Raimondo Orsini e di Tommaso Sanseverino Conte di Montescaglioso, che lo menano a Buccino; e di là alle foci del Sele, ove si imbarca sulle galee genovesi che lo aspettavano.
Carlo di Durazzo, morendo, lascia un figlio di dieci anni, che nel nome di Ladislao ebbe grande animo, fortunose vicende, e fama di alte geste e di tristissimi fatti.
A quel Luigi d’Angiò, che era morto a Bisceglie, tien dietro, nelle pretese al reame di Napoli, il figliuolo, a nome anch’esso Luigi che si disse II. Quindi, come di solito, lo stato si divide per lotte intestine tra i due competitori; i due papi della cattolicità a favorir l’uno contro l’altro i due, in sostegno della propria causa; e i baroni del reame a parteggiare per l’uno o per l’altro, con quanta onesta letizia, si pensi! dei popoli soggetti.
La città di Napoli tumultua agli incitamenti delle interne fazioni; il giovinetto re e la madre regina si chiudono in Gaeta; ed entra nella città, viceré, per Luigi d’Angiò, Tommaso Sanseverino. Gran parte dei baroni giurano fedeltà al nuovo arrivato, finchè la fortuna arrida. La quale, non guari dopo, piega ai favori di Ladislao, quando egli, sposando una ricca moglie, che ripudierà presto, trova quel tesoro di danaro, nerbo della guerra, che gli dànno abilità di assoldar gente d’armi e capitani di ventura. E con questi ausilii può vincere le resistenze delle terre di Abruzzi e del Duca di Sessa, potentissimo in Terra di Lavoro; e vinti che gli ebbe, ne viene ad assediar Napoli, che gli si arrende a buoni patti. Luigi d’Angiò non può resistere; s’imbarca, e torna in Provenza.
Allora il giovane re, rinvigorito dalla vittoria, intende che la debolezza del potere regio deriva dall’arroganza e dal prevalere dei grandi vassalli, che con le forze di loro grandi feudi dettano leggi al sovrano: e deriva la povertà della corona dallo smembramento dei grandi feudi, dati in appannaggio ai baroni, che di loro forze avrebbero dovuto in compenso servire in guerra al re, ma che ormai invertivano le parti. Prevalevano sugli altri il Duca di Sessa, cui era soggetta mezza Terra di Lavoro; il Principe di Taranto, cui era sommesso il Leccese e gran parte delle Puglie; Niccolò Ruffo, signore della Calabria catanzarese e reggiana; e i Sanseverino, che dominavano quasi tutta la Basilicata, il Cosentino, il Cilento2. Comincia la lotta aperta dello Stato contro il feudo, del re contro il feudatario; e quest’uomo che entra in lotta con quel senso morale del secolo, che si assommerà, nei Borgia, nei tirannelli di Romagna, nei capitani di ventura, marita senza scrupolo alla astuzia il tradimento, la perfidia alla forza. Dimanda in isposa la figliuola del Duca di Sessa; e invece ne svergogna la famiglia, ne abbatte i capi, ne occupa lo Stato. Va con la sua gente contro l’Orsino, Principe di Taranto; ma quegli che vede non poter resistere allo sforzo invadente, gli viene incontro, gli rende omaggio, e si sottomette; poi muore: e il re per averne gli Stati e i tesori, ne sposa la vedova, ma per soli tre dì è marito alla donna che abbandona. Il Ruffo, signore del Catansarese, gli fa resistenza aperta, ma è vinto; perde lo Stato e va in esilio. Usa forza e inganni contro i Sanseverino, numerosi quanto potenti.
E dice uno storico3:
«Ne fa carcerare quanti ne poté avere (e furono undici) in Castelnuovo, ove gli fa strangolare, e poi gittare, nei fossi di quello, ai cani: tra i quali incarcerati fu Tommaso, conte di Montescaglioso, con Guglielmo suo figliuolo; Vincilao, conte di Venosa e di Amalfi, con un suo figliuolo; Ugo, conte di Potenza; Luigi, conte di Melito e Belcastro; Arrigo, conte di Terranova; Gaspero, conte di Matera, e Ruggiero (conte di Tricarico), primogenito del Duca di Venosa con tre suoi fratelli. Alcuni di questi ultimi furono ritenuti prigioni. Gli altri Sanseverino, il conte di Nardò, il conte di Lauria, il conte di Marsico, fuggendo, si salvarono nel Castello di Taranto».
E questa fu la seconda persecuzione dei Sanseverino (conchiude lo storico stesso), essendo stata la prima a tempo dei re svevi.
Mandò ad occupare i loro Stati per la Basilicata e per la Calabria; e dove trovò resistenza pose assedio e prese d’assalto. Abbiamo notizia da superstiti documenti, che un suo condottiero, a nome Giovanni de Tritia4 campeggiò Saponara; e qui erano convenuti a difesa anche gli uomini di Spinoso, paese feudale dei Sanseverino anche questo. La città dopo qualche tempo si arrese nel 1405 ad equi patti; e questi furono: ampio indulto, rispetto alle leggi e consuetudini della città, e ai possessi dei cittadini, mantenimento pel regio dominio, e franchigia per parecchi anni dalle pubbliche gravezze. Qualche anno innanzi la città di Napoli arrendendosi al re che la strinse d’assedio, gli presentò i capitoli del trattato di resa, che il re giurava di concedere sotto forma di grazia5. Così fece la Saponara6.
Cresciuto di potenza, il giovane re aspira a maggiori destini oltre il Tronto; guerreggia a crescere dominio in Italia, e comincia coll’occupare Roma, che già il Papa aveva stretto una lega contro di lui, e chiamato al gran feudo di S. Chiesa Luigi d’Angiò, a cui dà l’investitura. Con questo novello pretendente si raccozzano i baroni ribelli e i Sanseverino; e con le costoro milizie e le papali e quelle che assolda dei capitani di ventura entra l’angioino alla conquista del regno. Ma fortuna o ingegno non lo seconda; il nerbo della guerra, i danari fanno difetto; e pure avendo egli rotto Ladislao sul Garigliano, non può venirne innanzi; e torna in Provenza. Ladislao a sua volta si spinge contro gli stati papali; ed occupa, per la quarta volta, la città di Roma; tratta con lo Sforza, il gran condottiere, che era a servizio del suo avversario; lo prende ai suoi stipendi; e per attaccarlo più stabilmente alla sua causa investe il figlio di lui, Francesco, di molte città e terre feudali nel regno; tra cui occorre di nominare Tricarico, Senise, Chiaromonte, Calciano, Salandra, Craco, Grassano7 che erano già dei Sanseverino. Ma nel fior dell’età e dei trionfi una febbre palustre gli tronca la vita nell’occupata Perugia il 1414. Ambizioso, animoso, irrequieto, astuto, con poche o punto virtù private e con punto scrupolo sulla scelta dei mezzi, ebbe in animo alti disegni, ma impari forse l’ingegno, e, di certo, impari gli strumenti ad eseguirli, che erano le milizie feudali, mal disposte e intermittenti e restie, e quelle compagnie di ventura venderecce e istabili e ladre.
Morì senza figli: la corona passò alla sorella Giovanna II, che, senza figliuoli anch’essa, e governata dalle volubili passioni di femmina, fu causa delle maggiori calamità al paese che le venne in dominio. Il pretendente d’Angiò si apparecchia per venire alla conquista del regno; il Papa le è inimico, perché Castel Sant’Angelo, della già occupata Roma, è ancora in presidio della corona di Napoli: il famoso Braccio di Mentone, ai soldi del Papa, è per venirne alle ostilità sul confine, e gli Abruzzi sono in fermento. Ella manda contro Braccio, l’altro non meno famoso capitano, che era lo Sforza: ma questi è vinto a Viterbo; e poiché tardano le paghe dal tesoro di Napoli (per intrighi dei cortigiani, come egli diceva) il capitano di ventura, secondo gli usi del tempo, lascia il servizio della regina, e si dà al competitore Luigi d’Angiò, che viene alla conquista del regno. Sforza lo precede in Abruzzi.
La regina in tanto frangente adotta per figlio ed erede Alfonso d’Aragona, che è re di Sicilia; e intanto che questi fa apparechi di un’armata di galee in di lei aiuto, essa viene a patti di pace col Papa; prende a soldo Braccio di Mentone contro lo Sforza. I due grandi condottieri, rovesciate le parti, sono a campo l’uno contro l’altro sui confini del regno: e mentre l’Angioino con buon numero di navi si mostra nelle acque di Napoli, lo Sforza per terra, che tende allo stesso obiettivo, è già padrone della linea del Garigliano, e occupa Aversa. Contro le squadre di Braccio, spedisce, a capo di mille cavalli, il capitano Tartaglia che era nato a Lavello, e che benchè avesse il nome di Angelo, è famoso nelle storie dei capitani di ventura pel nomignolo, che gli venne dal difetto all’organo della lingua8. In tutta questa genìa fortunosa di soldati mercenari il coraggio fino all’audacia e allo sbaraglio teneva luogo di ogni altra virtù, che mancava sì nei capi maggiori o minori, sì negli inferiori. Allo Sforza balena il sospetto che il Tartaglia sia entrato in segreti accordi con l’avversario Braccio; e vecchi rancori ripullulando in esso all’assillo del sospetto recente, detto fatto, lo fa prendere, mettere alla tortura, e mozzare il capo nella piazza di Aversa9.
Ma non tarda a cambiar la scena e le parti degli attori in questo dramma, che intramano, a flagello dei popoli, intrighi di cortigiani, passioni di femmine, leggerezze di consigli, ambizioni e invidie de’ grandi.
La regina annulla l’adozione di Alfonso, e adotta invece il figlio del pretendente Luigi d’Angió, che era in Roma. Pertanto lo Sforza viene in aiuto della regina, e tornando le terre dello Stato alla devozione di questa, non rimane al diseredato, ma non vinto Alfonso, che l’estrema parte del reame, la Calabria. E in tanto turbinare di eventi le invidie e le prepotenze dei feudatari accrescono torbidi e anarchia.
Il Principe di Taranto, con molto sforzo di cavalli e di fanti, va contro il Conte di Tricarico e il Conte di Matera, e s’impadronisce di queste ed altre città di casa Sanseverino: la regina gli fa ordini di restituirle; egli indugia, o ricusa; e quella gli manda contro, con molto nerbo di genti, il condottiero Giacomo Caldora e Luigi d’Angiò, che tolgono al riottoso lo stato di Taranto10. Tanto bastava; ed egli si dà alle parti di Alfonso.
Luigi, che da queste fazioni nel Leccese passa nella Calabria per combattervi Alfonso, muore a Cosenza. E la Regina, prima che anche essa muoia poco di poi nel 1435, accresce le divisioni degli animi e le ragioni di guerra, nominando a suo successore il fratello di Luigi, Renato d’Angiò.
Quindi i baroni di parte angioina mandano in Provenza a sollecitare l’avvento di questo Renato; i baroni di parte aragonese mandano in Sicilia a sollecitare Alfonso. In luogo di Renato, che era allora prigioniero di guerra in Borgogna, viene la moglie di lui Isabella; e con essa sono gli aiuti di Genova, sempre avversa ai Catalani, gli aiuti del Papa, e famosi capitani, come il Caldora. La fortuna incomincia dal sorridere alla virile donna; poiché nella famosa battaglia navale nelle acque di Ponza, le navi genovesi sbaragliano la flotta e fanno prigioniero con altri in gran numero Io stesso re Alfonso. Ma questi, dalla sua prigionia presso il Duca di Milano, esce non guari dopo, e più forte: la fortuna e la sua parte nel reame si rialzano; va e prende Gaeta; e assedia, benché invano questa prima volta, la città di Napoli. La guerra pel regno divampa: il Papa manda eserciti con a capo e condottiero un Patriarca, il famoso Vitelleschi, che entra nelle Puglie capitano di ventura, a sostenere la causa di Renato; a pro del quale e contro il Principe di Taranto, che è passato ad Alfonso, viene con le sue numerose forze il Caldora famoso. Il quale in queste fazioni di Puglia, saccheggiando e taglieggiando, secondo gli usi soldateschi del tempo, prende Lavello, prende Venosa, dà il sacco a Ruvo di Monte, e a Pescapagano; poi fa tregua col Principe, e passa in Abruzzo. Non guari dopo Alfonso lo compra a danaro, ed egli con le sue bande lascia in secco Renato, e passa negli Stati del Papa. Tempi, usi, costumi, governi non indegni dei barbari.
La disfatta di tanta forza strema difesa ed animo all’Angioino: gli aiuti genovesi per mare non sono bastevoli; gli sforzeschi ai suoi stipendi sono rotti e sbaragliati da Alfonso in Puglia, e le città della regione si dànno al vincitore. Il quale va contro Napoli; l’assedia nel 1442; vi penetra pel tramite delle acque condotte alla città; e vi è proclamato re.
NOTE
1. Che fosse spenta nel castello di Muro è affermato dal Costanzo, dal Summonte, dal Giannone (XXIII, 5), e sopratutto dalla tradizione.
Altri scrittori indicano invece o Aversa, o San Fele o San Felice (che è lo stesso) o un castello innominato di Puglia. — Nel Cronicon Siculum incerti auctoris, pubblicato la prima volta, con grande apparato di storia dal ch. prof. De Blasio, per incarico della Società di storia patria di Napoli, è detto a pag. 45 (Napoli, 1888):
Ann. dom. MCCCCLXXXII die sabati XXVIII, martii. V indic. dominus rex Carolus misit captivam dominam reginam Johannam et domin. Ottonem virum suum; dominam reginam ad castrum Muri, et dom. Ottonem ad castrum sancti Felis de provincia Basilicate… Que domina regina asseritur fuisse mortua in carcere dicti Castri Muri XII Julii ejusdem anni.
Che la tradizione del Muro fosse da tenersi verace, non fu più dubbio per me, quando nella bolla del 1386 di Clemente VII, trovai espressamente attestato che la regina fu spenta ivi — in eadem civitate, cujus etiam superius dominium ad eam spectabat… crudeliter ineterempta (Ap. UGHELLI, VI, 847). Il prof. De Blasio sullodato, riferendo le diverse affermazioni degli scrittori contemporanei o quasi; si appoggia anch’egli a questa testimonianza della bolla Clementina: a me piace trovarmi d’accordo con sì dotto uomo.
2. Delle diminuzioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle Memorie della prov. di Lucania. Napoli, 1732.
3. Nell’anno 1404. SUMMONTE, pag. 535 e con qualche variante dei nomi in altri scrittori. — Conf. TANSI, Hist. Monast. Montiscav. 105, e GATTA, Memorie della prov. di Lucania, 1732, 170.
4. Tra i condottieri al soldo di Ladislao si trova nominato nel COLLENUCCIO (Stor. lib. V, pag. 213, ediz. Venez. 1611) tra gli altri, un Zanin dalla Trezza, che è senza dubbio questo che è indicato nel testo secondo il documento nostro. È un nome a pronunzia veneta, con un casato o nomignolo, derivato, forse, da sue trecce di capelli eteroclite, come «l’enorme ciuffo, che usciva sulla fronte» ai bravi di D. Rodrigo, reliquie appunto dei soldati di ventura delle epoche procedenti.
5. Nel 1399 assediò Potenza: e della capitolazione con essa era, fino ai tempi dello storico della città, il canonico Viggiani, una Carta data in Campo felici, prope Potentiam, die 10 aprilis 1399 (Viggiani, pagina 78): ma nell’archivio della città oggi non si trova.
6. I capitoli della resa di Saponara, confermati dal re con diploma del 14 aprile 1405, dato in Castro novo (sic: nostro?) Salerni, sono pervenuti fino a noi, che li troviamo trascritti, dalla pergamena originale, nelle Memorie Grumentine-Saponariensi mss. ed inedite del dottor Ramaglia (di cui puoi vedere, se ti piace, la nostra illustrazione alla Leggenda di S. Laverio del MCLXII. Roma, 1881, p. 5).
7. SUMM. III, 553.
8. Angelo da Lavello era nato verso il 1370, come leggo nel libro del Bozza, che ne ha raccolto in un cenno biografico tutto «lo stato di servizio» e vuol dire il mutamento nei soldi e i precipui fatti d’armi, a cui prese parte fino all’anno 1421 che fu spento (ANGELO BOZZA, Il Vulture, ovvero Brevi Notizie di Barile, ecc. Rionero, 1889, pag. 114). — Da un libro di recente pubblicazione — La vita e le rime, di Simone Serdini, detto il Saviozzo, di G. Volpi. Torino, Bona, 1890. — sappiamo che il Serdini, senese, dal servizio di Malatesta di Bologna, passò come «cancelliere» o segretario a quello di Tartaglia; venne con lui nel reame di Napoli, ove cantò rime pel re Ladislao; ma caduto in sospetto dello stesso Tartaglia, per motivo non ben chiaro, questi lo fece imprigionare a Toscanella; ed ivi si uccise in carcere, nel 1419.
9. SUMMONTE, 593-4.
10. SUMM. 616.