CAPITOLO X
LE COLONIE ELLENICHE — GOVERNO, POLITICA, ECONOMIA PUBBLICA, CULTURA, ARTI
Dall’anno 720 in cui Sibari fu fondata sulle spiaggia ionie d’Italia fino, su per giù, al 420, in cui il novello popolo deI Lucani scende nella valle Crati per oppugnare la città di Turii succeduta a Sibari, corre un periodo di tre secoli circa; che è lo spazio di tempo, in cui l’ellenismo italiota surse, crebbe in floridezza, si estese in dominio, e giunse a quel limite di altezza, onde nella stessa esuberanza di forza incomincia a declinare. In tre secoli, o poco più, le piccole fattorie di commercio, le grame colonie agricole di espulsi o diseredati della madre patria addiventano stati di floridissime città; trasformano le antiche prime capanne in tempii, teatri, odèi, in cui l’arte greca imprime la nòta di una bellezza, che nella pietra, nella creta, nel bronzo, rivela il divino. La popolazione aumenta in numero e ricchezza; si accasa su’ due mari; si distende per l’interno; naviga a studio di traffici a’ più lontani lidi conosciuti; stringe leghe di commercio; le città sul Jonio si estendono sul Tirreno, a da Crotone sorge Ipponio, Medma, Terina; da Sibari Lao, Scidro, Posidonia; i commercii da una spiaggia si protendono sull’altra, e Siri fa lega con Pixo e con Lao, Lao con Sibari e con Posidonia, Posidonia con Metaponto.
Intanto la popolazione di sulle spiaggie si inoltra nell’interno. Ragioni elementari di sicurezza, necessità di prodotti agrarii a consumo dell’aumentanta popolazione, nuovi coloni arrivanti di tempo in tempo dalla madre patria, spirito di avventure, cupidigia di miglior fortuna e la stessa ambizione di dominio, queste ed altre furono cause naturali che le città italiote della spiaggia si propagassero nell’interno della regione a stabilirvi colonie o fattorie di gente della propria stirpe, a soggettarvi i prischi abitatori mercé presidii che erano allo stesso tempo coloni e soldati.
Seguendo, come è naturale supporre, il corso dei fiumi, s’inoltrarono man man nell’Interno, e vi dimorarono. La storia di questa espansione non parla espressamente, se non dell’esteso dominio di Sibari, potentissima su venticinque città e su quattro popoli o tribù; e se (come innanzi fu visto) non è dato d’indicare con sicurezza quali specialmente fossero gli uni e le altre, ben può credersi che, distendendosi lungo le valli del Crati e del Sibari-Coscile, travalicarono l’Appennino e vennero non solamente al Tirreno; ma per la linea dell’Appennino stesso progredirono di qua e di là per l’interno del paese, che fu poscia il Bruzio e la Lucania.
Oltre alle espansioni di Sibari, è probabile, che gli abitatori dell’abbattuta Siri rimontarono l’omonimo fiume, e vennero a stanziare nel paese onde sgorgavano le sue fonti, intorno al monte Sirino. Nessuna città di greche origini è ricordata, intorno alle diramazioni di questa montagna, dalla storia scritta: ma i nomi topografici accennano a stabilimenti ellenici; benché nella identificazione di cotesti nomi si vuol essere guardinghi a non confondere l’onomastica greca di tempi antichissimi ellenici, e quella relativamente moderna dei tempi bizantini. Influenti dell’antico Siris sono fiumi, che ancora oggi hanno il nome di Serapotamo e di Sarmento; il primo è indubbiamente e in tutto di fonte ellenica; il secondo, testimonio di ellenismo almeno nella terminazione sua.
Rimontando l’Agri, che è l’Aciris fiume d’Eraclea, s’incontra, a metà corso, il paese che oggi è detto Armento; e che non è dubbio sia sorto da prossima città d’ignoto nome, ma sicuramente di civiltà greca e floridissima; e ne dànno testimonio gli abbondanti cimelii e notissimi che la terra caccia dalle sue viscere ivi d’intorno, e lungo le fiumane dell’Agri e del Sauro. Più in su, e in quelle vallate dell’Appennino, onde scaturisce lo stesso Agri da un lato e il fiume Platano da un altro, era, per quanto è dato di credere, quella stazione o paese che è detto Acidios negli antichi itinerarii, e che appartiene senza dubbio all’onomostlca greca1. La stessa forma del nome della città di Grumentum fa sospettare non ad origini ma a posteriori colonizzazioni elleniche; a prova di che non tengo conto nè delle sue monete a greca grafia, di cui parleremo altrove, nè di certe iscrizioni che indicherebbero in essa greci istituti, se non fossero false2. In tutte quelle contrade cimelii di ellenico carattere non mancano a quando a quando di venir fuori dalla terra, intorno a Marsico nuovo segnatamente dapoiché vasi sepolcrali furono trovati ivi in buon numero.
Simili ritrovamenti per tutta la valle dell’Acalandro, oggi Salandrella, nelle campagne di Tricarico, di Albano, di Campomaggiore, di Accettura, di S. Mauro, dove, pure testé, fu rinvenuta sopra una piccola stele, o piramidetta d’argilla una iscrizione greca arcaica del secolo VI a.C.3.
Presso un influente dell’alto Casuentus o Basento, che è il fiume di Metaponto, è Anzi, l’antichissima città che rimonta, com’io credo, alle più vetuste immigrazioni enotrie-ariane; ma che fosse sede di popolo ricco e fiorente, lo mostrano ai tardi nipoti i ricchi tesori di vasi dipinti e di altro genere cimelii, che da un secolo in qua sono venuti fuori dalle sue terre.
Quivi molti dei corsi d’acqua secondarii conservano ancora i nomi di origini elleniche. Tali la Camastra influente del Basento, e il Bilioso influente del Bradano4. Nella valle del Bradano i ritrovamenti di antichi sepolcri di ceramiche greche sono frequentissimi: nè mancano notizie di greche iscrizioni5. Rimontando l’Appennino, anche tra’ minori corsi d’acqua, che si versano al Tirreno, l’onomastica greca farebbe arguire alla presenza di antica gente ellenica in quella parte più elevata della regione lucana. Tali i nomi del fiume Tànagro, del Plàtano, del Landro, della Botta6. Qui veramente fu proprio la zona centrale degli antichi stabilimenti degli Osco-Sabellici; però molto piu scarse e dubbie emergono lo relazioni con l’ellenismo.
Di città elleniche di qualche importanza su quei clivi dell’Appennino tace la storia: non si fonda su basi solide la congettura che Tegianum fosse di greche origini, nè è fuori contestazione che da greche origini fosse Àtena. Ma quei sprazzi di ellenismo onomastico testé cennati indicano, almeno, che ivi furono brevi stabilimenti o fattorie di gente greca in dipendenza delle maggiori città più lontane, prossime al mare: stabilimenti al primo arrivo distrutti o sottomessi dagli invadenti Lucani. Dalle monete in greci caratteri non si può trarre argomento per la esistenza di popolazioni elleniche: ma di, ciò sì parlerà appresso7.
Le relazioni delle città greco-italiche delle splaggie con i popoli che trovarono già abitatori della regione, non si possono determinare mercé dati storici certi. Forniti i nuovi coloni de’ sussidi di una più alta civiltà, essi espulsero o sottomisero presto i vecchi abitatori. I primi venuti dalle coste elleno-epirotiche al golfo di Taranto non si può determinare, se arrivarono a gruppi di filibustieri senza donne, e le acquistarono quindi sulle tribù enotrie che sottomisero, o se fu migrazione di famiglie, come furono certamente le colonizzazioni meno remote. Ma i primissimi stanziamenti di filibustieri o predoni cessero e si confusero presto con i coloni propriamente detti. Se ai primi arrivati la guerra dié le terre e le donne; i coloni che erano legalmente usciti dall’antica patria, e da questa forniti di navi, di viveri, di armi e di capo legittimo, condussero seco senza dubbio e donne e figliuoli. E portavano anche con sè e il fuoco tolto al focolare sacro della patria, e i culti religiosi della propria stirpe, e gli usi, gli istituti, le leggi della madre patria, secondochè derivassero da schiatta ionica o dorica. Fu legge o consuetudine o istituto generale, a tutti, quella, che le famiglie dei primi coloni, fondatori della colonia, avessero e conservassero dei privilegii sulle famiglie posteriormente arrivate, o annesse, o da loro derivate in processo di tempo. Era dunque in tutte quelle città come istituto storico, e, surto dalla stessa natura delle leggi, un ordine aristocratico, che per ragioni di nascita o, a dir meglio, di origine godesse di privilegii prevalenti; i quali io non so (benchè sia probabile) se si estendessero al dominio delle terre conquistate, ma di certo erano privilegii o prevalenze nel reggimento della città. I capi delle antiche famiglie e i discendenti da queste formavano il Senato o maggiore consiglio della città, che decideva di tutti gli affari. Era di mille membri in alcune città, come si trova scritto per Crotone, per Locri, per Reggio, per Cuma ed Agrigento; in altre di cinquecento, come probabilmente per Sibari. Come e in che limiti si esercitasse il potere esecutivo non si sa con certezza; ma è ricordato lo «Stratego» a Taranto, eletto ogni anno; ad Eraclea gli «Efori» (e il primo di essi dava il suo nome all’anno) ed in seconda linea i «Polionomi» o Giudici; a Crotone i «Pritani»; a Locri gli «Arconti» e il «Cosmopolita», ordinatore o moderatore che voglia dirsi, delliordine civile; a Petilia il «Demiurgo» che era eponimo dell’anno; a Sibari i «Nomofilaci» o custodi delle leggi, forse ispettori, forse sindacatori per l’osservanza dei provvedimenti presi nelle pubbliche adunanze consiliari; a Turii i «Simbuli» consiglieri o custodi delle leggi anche essi8.
Il fondo delle loro leggi doveva essere un diritto consuetudinario conforme a quello delle originarie città onde essi vennero alla novella patria; ma la mistione stessa di coloni di varia provenienza, e le necessità del tempo ebbero a creare un complesso di altre consuetudini, di altri ordinamenti più o meno disformi da quelli della prima età. Per alcune di questo città italiote la tradizione aggiunge alcunchè di più speciale, ed è che a Locri diè le leggi Zaleuco (e sarebbe lui il più antico legislatore, e quelle le più antiche leggi scritte)9; mentre a Cotrone, a Sibari, anzi a Turii diè leggi Caronda; poi a Turii anche Protagora di Abdera; ad Elea Parmenide, il gran filosofo e cittadino, ed anche Zenone suo discepolo. E talune di coteste leggi, segnatamente quelle di Zaleuco e di Caronda, la tradizione le ha trasmesse a certi storici, che ne riferiscono dei frammenti. Ma se Zaleuco non è un mito, quelle pretese sue leggi sono invenzione tarda di sofisti o di filosofi neopitagorici; e se Caronda, catanese, esistè di fatto, e se diè leggi alle città calcidiche della Sicilia ed a Reggio calcidica, non è agevole capire come e perché un tipo di legislazione di gente dorica avesse potuto comunicarsi accettevole alle città di gente achea; nè molto meno si intende per Turii. Caronda visse assai lungo tempo prima della fondazione di questa città nel secolo V. Delle leggi turiesi carondiane secondo lo notizie di Diodoro, e del contenuto di esse non conforme ai remoti tempi, si è fatto parola innanzi. Sono anche esse invenzioni di retori o sofisti.
La tradizione di sua natura unifica e sintetizza; come la vista alle cose lontane, essa sopprime i particolari, non vede che la massa; e quando nella massa lontana apparisce, come punto luminoso, qualche nome celebre o qualche famoso fatto onde è colpita la fantasia, si aggruppa intorno ad esso incosciente la sintesi della tradizione; e così nasce il mito, che è sovente il prodotto d’incrostazioni, di sovrapposizioni, di trasformazioni di fatti storici. Così Caronda e Zaleuco divennero legislatori universali delle colonie elleniche italiote. Ma il mito rispecchia un fatto, da cui prende le mosse e in cui la fantasia del popolo trova i primi germi. Ed è probabile che la pretesa legislazione carondiana o zaleuchiana per le città, della Magna Grecia significhi non altro che un rinnovamento degli ordini interni delle città stesse, pel quale fu messo termine al periodo delle norme consuetudinarie, che lasciavano di loro natura aperto il varco agli arbitrii delle classi dominatrici oligarchiche; e fu iniziato il periodo delle leggi scritte, che infrenava l’arbitrio e dava il benefizio della determinatezza della legge ai popoli delle città.
Quanto a Parmenide e a Zenone, datori di leggi ad Elea, la notizia, men che tradizione, si trova solo in qualche scrittore di tarda età10. Non sarò per negarla del tutto; ma, con un dotto autore delle antichità del dritto pubblico dei Greci, ritengo non si trattasse di un «codice di leggi dettate per commissioni dello Stato, affinché avessero a servire all’uso pratico; erano probabilmente non altro che trattati nei quali esponevansi da quei filosofi le opinioni che essi avevano intorno allo Stato e alle migliori legislazioni. E tali io ritengo (egli aggiunge) anche le leggi attribuite al sofista Protagora di Abdera per lo stato di Turii; cioè un lavoro letterario simile ai libri di Platone, intorno alle leggi»11.
Abbiamo accennato al prevalere delle prime famiglie accasatesi nella nuova colonia di fronte ai coloni arrivati dipoi, e poiché le immigrazioni susseguenti non dovettero essere rare o scarse, durante i primi secoli della Storia elleno-italica, ne consegue, che questo primo e più antico fomite di contrasto interno ebbe sempre più a crescere e farsi vivo con l’andare del tempo. Nè minore esca al fuoco latente aggiungeva la diversità di origini, per patria o schiatta, delle genti ultime arrivate. Da questa stessa condizione di privilegio sorgeva una distinzione tra aristocrazia e democrazia; nè aggiungeremo quelle altre latenti cause di malessere e perturbamenti che è sempre nel sistema della schiavitù. Le qualità dei rapporti tra le città italiote e i popoli Enotrii o Conii, che esse sottomisero nell’interno, non ci sono note per notizie sicure e chiare, non sappiamo se più che schiavitù, fu relazione di colonato, o più che di coloni servi, fu di tributarii. Ma una soggezione tra città dominante e popoli soggetti, come a Sibari, esisteva. Ed è ben probabile, che altre delle precipue città italiote si trovassero nelle condizioni stesse di Sibari verso i popoli circostanti.
Da tutte queste cause e dall’altra più generale, che, per lento lavorìo dello spirito umano, le classi chiuse e privilegiate vengono lentamente a consumare la propria energia di fronte alle classi escluse dai privilegii e aspiranti all’eguaglianza, da tutte coteste cause erano senza dubbio favoriti quei mutamenti interni, che la storia della città italiote adombra; per i quali i così detti tiranni s’insignorirono della sovranità a Sibari, a Crotone, a Metaponto, ad Eraclea, ad Elea, ed altrove12, e distruggendo o modificando gli antichi ordini, si appoggiavano senza dubbio sulle classi popolari. Ma se veramente quegli interni e universali mutamenti riuscivano a beneficio sostanziale del maggior numero e della universale giustizia, non ci è dato affermarlo con piena cognizione di causa.
Se da cotesti fomiti d’interni dissidii volgiamo la mente alle cause di perturbamenti esterni, non potremo non inferirne che quelle città vivevano, come i comuni italiani al medio evo, in un vivere poco riposato, in una pace poco sicura. Città strette su breve lembo di terra e ciascuna di esse autonoma, rotte da governi a popolo, ancorché il popolo in talune non era altrimenti che delle classi privilegiate; circondate da genti barbare; città dedite ai commerci, che secondo l’antica civiltà non erano che esclusivi e chiusi, non potevano non vivere tra loro in perpetua gara di prevalenza, o di predominio, o di esclusivismo pien di sospetti. Reggio battaglia contro Locri; Locri contro Crotone; Crotone contro Sibari; Sibari contro Siri; contro Siri stessa Taranto, e contro Metaponto; Posidonia contro Elea; taluna di esse è distrutta dalle fondamenta, tal’altra decade dall’antica grandezza; tal’altra sorge e predomina. Taranto guerreggia coi Messapi ed altri barbari dell’interno; così Sibari e Crotone, e Metaponto, ed Elea con gli Enotri degli Appennini. Incursioni di Sanniti si trovano rammentate dagli storici sia verso Metaponto, sia verso la Petilia che è all’oriente del gran groppo silano; e taccio delle ultime dei Lucani, dei Bruzii e dei despoti di Siracusa.
L’individualismo dello spirito greco e il concetto dello stato ellenico, che era quello di stato-città e di città predominante su altre minori, non consentivano, che una condizione politica diversa rendesse men precaria la pace tra le varie città italiote; ove non sia un potere, che predomini fra uguali a mantenere intatti i limili e i diritti di ciascuno, gli attriti, le gare, le cupidigie violenti fra’ popoli limitrofi saranno così facili e frequenti, come tra individui viventi nella stessa città.
Si trova fatta parola (è vero) di leghe o confederazioni delle città italiote fra loro, ma le scarse notizie non dànno argomento che d’istituti temporanei, surti dal bisogno della difesa comune contro gli attacchi esteriori. Tale è la confederazione dell’anno 393 a.C. che fu stretta per fare argine alle invasioni delle tribù Lucane, prevalenti ai confini italioti; e poi alla invasione del despota siracusano Dionigi; e ne sarà cenno in appresso.
Né altrimenti, a mio avviso, quella, del secolo V che fu detto avesse la sede dei Concilii generali in Eraclea, e che iniziata, come si fa congettura, da Archita Stratego di Taranto, non durò oltre ai tempi di Alessandro il Molosso. Temporanea e ristretta anch’essa alle città più prossime ad Eraclea, di esse si parlerà più innanzi.
Tra’ dotti de’ nostri tempi fu chi, argomentando dal sistema monetario uniforme, ne ebbe inferito l’esistenza di una confederazione più antica tra le città italiote di stirpe achea. Le città di Sibari, di Crotone, di Caulonia, di Locri, di Turii, di Temesa e Terina, nonchè Lao, Metaponto, Pandosia, Pixo e Posidonia mostrano, per i più antichi tempi, un identico sistema monetario, del quale si parlerà più particolarmente fra breve, ed è quello delle monete incuse o concave, che non ebbe luogo nè in altre città italiote, nè in altra regione. Ma cotesta uniformità monetaria fu in virtù d’una lega politica, ovvero semplicemente commerciale? o fu sistema propagatosi spontaneo, mercé l’esempio e la necessità delle cose, tra popolazioni prossime nonché limitrofe?
Quando la prima colonia italiota, sia stata Sibari, sia Crotone, sia Metaponto, emise, sull’esempio di Corinto, la prima moneta greco-italica sulle spiagge jonie, l’evidente utilità, facendo introdurre presso le altre colonie italiote l’uso del metallo improntato a moneta, era naturale l’introducesse con gli stessi caratteri del tipo che le altre imitavano. Del resto, se pure dall’uniformità della moneta si vuole argomentare ad accordi di leghe, questi non potrebbero estendersi al di là di una lega commerciale monetaria.
Ma anche in questo caso, noi non sapremmo come concordare con essa il fatto di quelle monete incuse che portano impresso il nome di due sole città. Il duplice nome è testimonio indubitato di lega commerciale, se non forse politica, tra le due; tali le monete, che portano il nome di Siri e Pixo, di Metaponto e Posidonia, di Crotone e Pandosia, di Crotone e Temesa, ed anche di Crotone e Imera, ed altre ed altre. Mostrano esse senza dubbio una stabilità corrente di commercii tra le città, del Jonio e quelle segnatamente del Tirreno; mostrano che le monete avevano corso legale tra loro, ossia nelle due città; ma mostrano altresì, per argomento indiretto, che le monete non segnate della leggenda onomastica di duplice città non avevano corso, che entro il territorio o lo stato della singola città che I’ebbe coniata, e non altrove. Una lega, dunque, commerciale-monetaria fra tutte le città che usarono il sistema delle incuse è tutt’altro che certa13.
Leghe politiche, ma .temporanee, e ristrette ad un certo numero di città, è probabile, è naturale che avessero potuto e dovuto stringersi nel corso di quei parecchi secoli, che ebbero vita autonoma le città della regione che fu detta da’ Romani la Magna Grecia. A questo ristretto e temporaneo ordine di cose si vuol riferire (oltre a quelle leghe di cui testé fu fatto cenno) l’altra, che, come si deduce dalle parole di Polibio, mise termine al grandi turbamenti, onde riarsero le città italiote sul Jonio per lo scompiglio violento (che altrove narreremo) contro i Pitagorici perseguitati come partiti politici. Atene intervenne, e fu accettata come preferita paciere fra le rivali città che si dilaniavano. Un trattato di pace e di amicizia fu conchiuso tra esse, alla metà del secolo V, auspice la città di Pallade-Minerva; ma non è noto, se fu pure trattato di federazione politica offensiva o difensiva. Farebbe crederlo questo, cioè, che le amicate città stabilirono un santuario comune dedicato a Giove Omario, che ben si può credere tenesse luogo dì quell’autorità, nonché sacra, politica, che i santuari celebri oracolari non mancarono di esercitare in Grecia, mirando all’unità ed alla difesa degli interessi comuni del corpo federativo. Ma ogni più ampia notizia su questo trattato e sul santuario ci manca; e l’uno e l’altro o non dovè resistere gran tempo, o restò senza influsso sull’andamento delle cose; la storia ne tace interamente; neppure il luogo o la regione è noto dove surse il santuario.
Restate sempre comunità indipendenti, gelose dell’autonomia propria e schive di sminuirne l’imperio con vincoli federali che non fossero transitorii; vissute tali anche nei trambusti delle fazioni interne oligarchiche o democratiche, le città greche dell’Italia continentale mai non ebbero un despota di genio come Dionigi, Agatocle o Gelone, che le imbrigliasse e le stringesse di forza in un complesso unico di Stato. Pure predominando a quando a quando l’una sulle altre o di ricchezza, o di potenza o di autorità, come Sibari prima, poi Crotone, poi Taranto, od altra, non esistè mai né il fatto, né il concetto che le città greche della bassa Italia avessero formato un complesso politico unico; uno stato, insomma, ancorché federativo, ma singolo rispetto ad altri stati dell’antichità, sia pure rimpetto a quello che prevalse su tutti negli ultimi tempi, la repubblica romana. I Romani indicarono col nome di «Magna Grecia» quell’insieme di città elleniche sparse sulle rive del mar Jonio e del mar Tirreno; e questa denominazione latina ha fatto credere qualche volta all’esistenza d’uno stato unico che portasse il nome di Magna Grecia. Ma non fu così. Nè fu altrimenti vero che quel nome venisse dato o fosse usato dalla Grecia per indicare il complesso delle città italiote. Quel nome fu del tutto ignoto agli scrittori greci più antichi; non si trova la prima volta se non in Polibio, che visse nel secolo II, cioè dal 210 al 128 a.C. e non può ammettersi, che fosse stato dato dalla Grecia alle sue colonie dell’Italia, se desso suona, com’è infatti, un concetto di prevalenza, di maggioranza, che la Grecia propria non avrebbe mal riconosciuta in una sua provincia. Quel nome nacque a Roma per distinguere, di un nome ellittico e comprensivo, il complesso delle varie e floride e ricche e popolose città di stirpe greca; uniche (di fronte a Roma) per unità di lingua, di origini, e di civiltà, non per unità di stato14. Fu nome geografico, e non politico; e cadde dall’uso della lingua del Lazio anche prima che le città, entrate l’una dopo l’altra entro il cerchio della signoria romana, venissero perdendo i caratteri della greca civiltà; ma cadde quando Roma venne a comprendere che quelle città non erano uno stato unico, ma sì città autonome, formanti ognuna uno stato separato ed autonomo.
Questa stessa condizione di cose, per cui ogni città era uno stato autonomo, le portò tutte a quel grado di floridezza, a cui giunsero in una simile condizione di cose i comuni italici del medio evo. Benché non si possa credere a quel numero maraviglioso di armati messi in campo, secondo vecchi scrittori, da Sibari e da Crotone nel secolo VI, l’esagerazione stessa, se altro non fosse, è argomento che la popolazione di quelle floride città era relativamente strabocchevole. Non è dubbio, che la principale e più ricca fonte dell’economia publica loro fu l’agricoltura. La fertilità senza paragone, e non ancora esausta delle terre, ove già furono Metaponto, Eraclea, Siri e Sibari, e Crotone, dà ragione delle ricchezze onde parla la storia, e fa arguire alla importanza de’ loro commerci dai prodotti della terra. Metaponto che impronta alle sue monete il simbolo della spiga, e che manda ogni anno a Delfo, una «state d’oro» come enfaticamente era detto il covone in oro mandato in voto all’Iddio del sole della razza ellenica dovea senza dubbio nutrire col prodotto dei suoi campi, con quelli della prossima Eraclea, tutte le popolazioni montanare de’ circostanti paesi, che poi furono Lucania.
Fra le altre singolari magnificenze di Sibari è ricordato l’aver costrutto canali, che congiungessero alle sue cànove della città le navi del porto già pronte ai commerci. Erano dunque o pel vino o per l’olio opere o congegni come usa oggi, a risparmio di tempo e di fatica, la progredita meccanica delle grandi città industriali a caricare o scaricare negli interni bacini le grandi navi dei loro commerci. Furono lodati fino dai tempi romani e gli oli di Turi, e i vini dolci e fragranti di Lagaria, prossima ad essa. Le tavole d’Eraclea mostrano quali minute cure prendessero ai miglioramenti agrari, alle varietà delle culture, alle irrigazioni, alle costruzioni rurali, alla piantagione di vigne, ficheti, oliveti. Se per le felici campagne sul Jonio l’oleastro vien su spontaneo a preparare boschi di ulivi, i coloni chiedevano alla Grecia migliori specie di uve; e le stesse tavole eracleesi nonché altri monumenti di Petilia15 ricordano la vite aminea, che essi domandavano alle terre della Grecia per ingemmarne le spiaggie sul Jonio.
Ma la terra, che apriva il grembo fecondo alle città delle spiaggie ionie orientali non era larga de’ suoi sorrisi agli abitatori delle spiaggie tirrene occidentali. E qui l’attività dei popoli si spiegava nelle arti marinare della navigazione lontana e della salagione dei pesci. Così a Velia, a Lao, a Terina; sulle cui spiaggie la caccia al tonno e la produzione del sale dall’acqua marina deve essere sì antica, quanto la salagione delle alici, che ricorda Strabone.
Che queste città esercitassero in larga scala il commercio per via di mare, è stato negato da parecchi: il Sibarita (diceva un ironico proverbio) nasce, pasce e muore tra’ due ponti della sua città; altri soggiunge che non aveano porti; il commercio esterno della bassa Italia era fatto dai navigatori della jonica Mileto e dai Tirreni; all’infuori di Taranto, tutte le altre ebbero punto importanza marinaresca.
Or tutto questo, se non voglia esagerarsi, può essere accettato. Quel che riguarda Sibari non è che una delle consuete amplificazioni dei retori, derivata dal preconcetto che il Sibarita era un’oziosa e molle creatura, e la vita marinaresca è dura e perigliosa. Che cosa sappiamo noi di schietto e di certo sulla vita intima di quella città?
L’esistenza dei porti, se la mutata configurazione delle spiaggie non permette che si attesti per Sibari, può affermarsi per Metaponto, per Siri-Eraclea, per Velia, per Posidonia, per Palinuro, e per quell’antica ignota città ove oggi è Sapri: le reliquie visibili sulle spiaggia stesse e le notizie di storici ne fanno certi.
È noto che alla battaglia di Salamina presero parte alcune navi di Crotone. Turii, nella guerra del Peloponneso, mandò in aiuto di Atene fino a tredici triremi16; e Metaponto due nella guerra di Sicilia, oltre a 300 arcieri. E dalle flotte di guerra non è egli lecito argomentare al naviglio di commercio? Rivalità di commercii diedero origine (come fu detto) alla distruzione della città di Siri per opera di Taranto e di Turii, collegato ai suoi danni; e Siri che avea federazione monetaria d’antichissima data con Pixo sul Tirreno, non mostra già fin dal secolo VI l’estensione, l’indirizzo del commerci tra le due città dei due mari? Quel Sibarita Smintaride che va a Sicione tra gli aspiranti alla mano della figliuola di Clistene, re o tiranno che sia, e mena con sè tale un codazzo di corte e di famigli che ne è piena la storia antica, viaggiò su nave propria con propri marinai17: il yacht dunque di questo ricco signore può dare argomento all’esistenza delle industrie nautiche della grande città. Le monete di Velia sono state trovate dappertutto, anzi fino nelle Gallie presso Marsiglia e Saint Remi18. Alcune delle monete di Metaponto sono battute sopra antiche monete di Gela, di Agrigento, di Siracusa; e vuol dire che Metaponto faceva commercio dei suoi prodotti con le città dell’isola.
Argomento di alta civiltà e di floridezza economica singolare è questo delle monete, ed è debito di farne speciale parola.
Il più antico sistema monetario delle città greche della bassa Italia è quello delle monete dette incuse, le quali mostrano da un lato il tipo in rilievo, e dall’altro lo stesso tipo in concavo. Questo genere di monete ebbero corso per tutto il secolo VI e per qualche parte del V tra le città di stirpe achea, non pure esclusa Taranto in origine. L’uniformità del peso, del taglio, e della forma fece argomentare, come si è detto, ad accordi monetari tra quelle città; ma se davvero esistettero, furono indipendenti da leghe politiche, poiché nel non breve tempo del corso delle monete incuse molte di quelle città si dilacerarono.
Il metallo tipico che adoperarono non fu se non l’argento, anche per le monete di appunto; la moneta di oro non fu cominciata a battere se non tardi, dal secolo IV in poi, ed in ristretta misura. Esclusero il bronzo, che fu proprio alla monetazione dei popoli italici; esse non l’usarono che negli ultimi tempi di loro autonomia.
Egina fu la prima nell’antica Grecia a battere moneta nel secolo VII; da essa venne il suo sistema monetario alle antiche colonie calcidiche di Sicilia e d’Italia, cioè Cuma, Imera, Zancle e Reggio; le quali tennero anticamente per unità di misura una moneta del peso di grammi 12.40 in argento, conforme a quella di Egina.
Le colonie achee d’Italia seguirono invece il sistema monetario di Corinto; il quale porta per unità di misura il peso di grammi 8.40 d’argento. Tale altresì fu l’unità tipica del sistema attico, secondo la riforma di Solone nell’olimp. 46, ovvero 594 a.C.; ma si distingue dal corinzio pel sistema di suddivisione della moneta tipo. Il sistema attico solonico prendeva le mosse dalla metà dell’intero; il corinzio partiva dal terzo della moneta tipo; per l’attico due dracme erano uno statere; pel corinzio erano invece tre dracme. Mommsen è di avviso che il sistema corinzio fosse più antico dell’attico di Solone; e crede che le zecche delle città achee italiote fossero già in piena attività, quando avvenne in Atene la riforma monetaria solonica. Diremo, perciò, che gl’influssi e le importazioni e i commerci dei navigatori di Corinto sulle spiaggie italiche decisero all’uso della moneta coniata, sulle spiaggie italiche? È probabile. Ed è certo che Sibari batteva moneta di argento molto tempo prima che nell’Italia di mezzo avesse corso l’aes grave segnato; il quale, del resto, non fu eseguito che da artefici avviati alla scuola dei greci italioti.
Il peso effettivo della moneta di queste colonie italiote fu, in media, di grammi 8.20 di argento19; e questo si considera come peso normale. Tutte hanno lo stesso tipo dalle due faccie, eccetto piccole differenze per qualcuna. Sulle monete di Pandosia e di Crotone è messo insieme, emblema dell’una e dell’altra città, il toro e il tripode. Alcune monete di Posidonia improntano il Nettuno in piedi che brandisce il tridente, e con esso il toro di Sibari; queste sono, al certo, dei primi tempi della colonizzazione da Sibari: mentre le monete posidoniati, che portano il Nettuno dalle due faccie, sono di altra epoca e sistema, appartenendo invece al sistema campano. Le suddivisioni più antiche vanno per terzo, per sesto, per dodicesimo dell’intero, col peso di 2.73, di 1.36, di 0.68 di argento. È ignoto se ebbero il nome dracma, di obolo o qualsiasi altro, presso i popoli italioti che le usarono20. Il nome di obolo si trova su monete di rame di Metaponto; ma sono di epoca posteriore al secolo IV. Quanto ai tipi, ricorderemo che le monete metapontine, di un sesto della moneta tipo, hanno la testa di bue in concavo; quelle identiche di Sibari, un’aurora; quelle di Lao, una ghianda: sulle monete che sono il dodicesimo, improntano tre mezzelune le metapontine e le crotoniati.
La moneta di oro comparve verso la metà del secolo IV, come fu detto; ma fu coniazione di poca importanza: non è pervenuta fino a noi se non qualche moneta, che è il terzo dell’unità tipo, quasi tutte delle zecche metapontine. La moneta di oro con la legenda de’ popoli «Bruzii» ha fatto supporre una confederazione monetaria o politica delle città de’ Bruzii, ai tempi di Pirro.
Verso la metà dello stesso secolo quando il nomo o nummus era ancora la pricipale moneta di argento, il peso della moneta tipo scende alquanto più basso che nel periodo precedente: nelle monete di Taranto declina fino grammi 6.6; ma per le zecche di Metaponto e di Turii, che mostrano maggior vigore di produzione, il peso normale non va al disotto di grammi 7.5.
È dello stesso periodo di tempo la comparsa del doppio-nomo, e dei mezzi-nomi. Il primo è ben raro, fuorché nelle serie delle monete di Metaponto e di Turii. I mezzi-nomi, che mancano pel periodo più antico, si trovano in copia tra le monete di Metaponto, di Taranto e di Velia, della quale ultima città furono forse originarii. Essi datano dagli ultimi tempi della monetazione di argento in Italia, quando Metaponto non coniava che frazioni di nomi, e non nomi o nummi.
Sulle monete di argento delle città achee italiote non si trovano iscritti i nomi di magistrati, come si leggono sulle monete campane e di Taranto dell’ultima epoca. Mommsen crede che l’invasione de’ Lucani al IV secolo annientò la confederazione achea; e molte di quelle città furono o sottomesse o annichilate. Da quel tempo in poi le città achee non emisero (egli, pensa) che piccola moneta di argento e moneta di rame: mentre Taranto e Napoli continuavano a battere i grossi pezzi di argento. — È una congettura, donde dovrebbe dedursi questo, che la moneta di grosso taglio in argento avrebbe dovuto essere coniata invece, e come per dritto di sovranità, dalla confederazione lucana: ma di cosiffatta moneta di argento non si ha notizia finora.
Nel secolo III, e propriamente l’anno 208, Roma proibì la monetazione in argento in tutta la regione italica che aveva sottomessa; e così fu suggellata la dipendenza statuale delle tante città autonome italiote da Roma. Da questo divieto fu francata soltanto la città di Pesto che era già colonia romana: e mentre questa per singolare privilegio batte ancora moneta di argento (però sul sistema campano dell’unità della litra e non della dracma), alle zecche delle altre città italiote fu permesso di coniare il bronzo pei minuti commercii della vita quotidiana; finché ai tempi imperiali anche questa facoltà venne tolta, perché la coniazione del bronzo restò di dritto, in Italia, al solo Senato.
Se dalla considerazione della moneta come titolo degli ordini economici delle città, si vuole passare a considerazioni di ordine estetico, è a tutti noto che nelle serie monetarie delle città italiote s’incontrano dei veri capilavoro.
«Nella parte tecnica erano superiori — dice il Mommsen — a quelle della madre patria, poiché invece delle grosse monete di argento coniate da un solo lato (come era uso nella Grecia propria e tra i dorii italioti) le città di stirpe achea italiote, servendosi di due punzoni uguali, parte in rilievo e parte incavato, battevano grandi e sottili monete di argento con le leggende; questo stesso modo di coniare, preservando le monete dalla falsificazione che poteva farsi mediante la facile soprapposizione di fine lamiere di argento a metalli vili, prova il buon ordine e la coltura dello Stato»21.
Le monete di Velia della prima metà del secolo IV a.C. sono tra le più perfette opere dei monetieri delle città italiote; e vanno messe a paro di quelle maravigliose di Siracusa. Su queste monete eleatiche si legge il nome dell’artefice che le ebbe incise, ora Cleudemos, ora Filistion. Dovevano essere nomi ben celebri all’antichità, e largamente apprezzate le bellissime opero loro. Quando i conii monetarii delle città focesi delle Gallie erano consumati dall’uso e faceva mestieri di ringiovanirli, Massilia (come crede fermamente il Lenormant) si rivolgea agl’incisori che lavoravano per Elea22.
Che gli artefici improntassero il loro nome sulle monete, non era uso in Grecia; e non si trova se non come rara eccezione per qualche sua città. Ma l’uso era stabilito per la Sicilia e per la Magna Grecia: le monete di Siracusa e quelle di Metaponto, di Eraclea, di Elea, di Pandosia, di Reggio e forse di Turii improntano cotesti nomi, a caratteri minutissimi e impercettibili, sulle loro monete. A quelli finora noti dei due grandi artefici di Elea, si può aggiungere23 il nome di Aristosseno che è letto sulle monete di Eraclea e su quelle di Metaponto; il nome di Eufronio su altre di Eraclea; quello di Cratesippo e di Egineto per Reggio, il nome di Malide per Pandosia24.
Se cotesti artisti improntarono il loro nome su tiloli sì delicati di Stato, vuol dire che erano uomini liberi, non schiavi. Ma non potremmo concludere da ciò, che era del tutto in mani libere l’esercizio delle arti e delle industrie nelle città italiote, che, come tutto l’antico ordinamento sociale, avevano anch’esse fondamento nella schiavitù. Ma o liberi, o non liberi uomini, a quale altezza portarono essi l’arte del compasso, a quale nobiltà l’arte dello scalpello, a quale eleganza i prodotti della gliptica e della toreutica! Innanzi a quelle maraviglie, di cui non sempre avanza altro che frastagli e reliquie, non si potrebbe non credere all’afflato della dea Libera che invigorisce la mano e l’ingegno di chi le creava, se disse il vero ai suoi Elleni il gran vate; lo schiavo perde metà dell’anima!
Esistono ancora presso Metaponto come poetica corona di un poggio a larghissimo orizzonte, quindici colonne doriche di un tempio dedicato a non si sa quale divinità: ed esse quantunque mancanti come sono di epistilio, di fregi, di basamento, mostrano lo scheletro d’un edifizio, di cui pochi forse avrebbe avuti di più belli l’Ellade; che rese poetica, elegante e serena, come una strofa di Sofocle, il marmo della statua, le colonne del tempio. Quelle reliquie metapontine, elle per la misura più del consueto larga dell’intercolunnio e più del consueto sporgente l’abaco del capitello, mentre rispecchiano la gravità d’un arcaismo sereno e puro, riflettono in chi guarda il concetto, insieme e armonicamente fuse, della leggerezza e della solidità.
Alle opere architettoniche loro forniva ornamento e decorazione l’opera di terracotta, e aggiungeva risalto e gaiezza la policromia. È nota a tutti gli studiosi dell’arte classica quell’ammirevole cimasa ornata di palmettee protomi di leoni schiudenti la bocca ad uso gronda dell’acqua piovana, cimasa che girava intorno all’orlo d’uno dei tempii metapontini, e che dopo tanti secoli è ancora vivida dei colori onde ora dipinta. Frammento di arte «assolutamente classico», come dice il Lenormant, essa si mostra oggi nel museo del Louvre all’ammirazione ed allo studio di quanti amano l’arte greca25. È reliquia di Metaponto.
Quelle quindici colonne sono gli avanzi di un tempio esastilo, ossia di sei colonne di fronte e dodici per lato: i dotti dei nostri tempi le giudicano opera della prima metà del secolo V avanti Cristo26.
Più antico, forse di un secolo27, è il tempio di Nettuno a Pesto, la cui meravigliosa solidità ha potuto farlo giungere, pressoché intero ed unico per l’interezza sua, fino ai giorni nostri:
«La impressione grandiosa, che irraggia da questo tempio in chi lo contempla, può ragguagliarsi (dice un insigne uomo che è giudice competente) a quella del Partenone. Lungo 56 metri e largo 20, era un tempio ipètro; e vuol dire che la cella, o santuario in cui era allogata la statua dell’Iddio, restava a cielo scoverto. Tempio periptero perché tutto circondato di colonne, che sono 36 di numero, scanalate ed enormi, ne ha dodici per ciascun dei fianchi, e sei per ciascuno degli altri lati: alte ognuna 8 m. 90 e larghe 2.27; l’interno della cella ha 16 colonne di 2 metri di diametro. A primo aspetto l’architettura di questa magnifica opera parrebbe povera di decorazioni esteriori; ma questa stessa mancanza di decorazioni, questa semplicità in cui non si trova altro che il necessario e l’essenziale, fa vibrare anche più viva la nòta di forza, di maestà grandiosa e d’incrollabile solidità dell’edifizio. Le enormi colonne che stringono lo spazio tra l’una e l’altra, il diametro loro che va sensibilmente rastremando dalla base in su, la cornice che sporge molto in fuori, la robusta commessura dell’insieme, la disposizione di tutte le parti semplice e chiara, le nobili proporzioni e l’elegante profilo dell’intera massa… tutto, insomma, è come una rivelazione del genio dorico nella sua maschia austerità.28»
Così Francesco Lenormant. Una nòta di grandezza impronta tutto l’insieme, che pare colossale e non è; ma è colossale, è grandiosa, è profonda, è intensa l’impressione che investe colui che contempla questa aurea massa di tufo, che vi avvince, vi tiene immoto e vi sussurra nell’animo una parola di maraviglia e di stupore.
Opera della metà del secolo VI avanti Cristo, in questo periodo di tempo si elevò dunque alla maggiore altezza estetica l’arte delle costruzioni nella città di Posidonia; ma non decadde nei due secoli seguenti. Del secolo quinto sarebbe l’altro recinto di colonne ancora in piedi nei campi di Pesto che è un tempio o una stoa; del secolo IV probabilmente un terzo che è di minori proporzioni e che dicono di Cerere; in essi, per vero, la linea dell’insieme meno grandiosa, la nòta estetica assai meno potente, anzi il soverchio aggetto dell’abaco del capitello sulle colonne del tempio, o stoa che sia, e la rastremazione in alto soverchia delle colonne lasciano una vibrazione di disagio in chi dall’insieme della selva marmorea delle colonne porta gli occhi al potente architrave che le incorona.
È, forse, della stessa ultima età la cinta delle muraglie cho ancora circondano Pesto: anche esse di greco lavoro, sorgevano in tempi in cui l’influsso della civiltà italica, o italo-romana, o campana era pervenuto agli italioti: nelle porte di queste mura che ancora esistono in piedi, si vede la volta a cunei, che non è caratteristica di puramente greco lavoro. Il Lenormant vorrebbe da essa argomentare all’età delle mura, che egli congettura fatte o rifatte al secolo IV avanti Cristo, quando alla città era uopo difendersi dai Lucani invadenti.
Se era giunta a tanta altezza l’arte delle seste o del compasso, non doveva rimanere al disotto I’arte che dipingeva e scolpiva. Una delle tombe a camera scoperte presso Pesto mise in luce delle dipinture (oggi si veggono nel museo di Napoli), che ritraggono scene e costumi della vita italiota, le quali giudicano del secolo III avanti Cristo, quando, per vero, l’arte ellenica accusa una certa efflorescenza di ornamentazione soverchia, e minor purità di concezione, non altrimenti che le pitture ceramiche eseguite agli stessi tempi per l’Apulia e per la Lucania.
Ma la fortuna fece scovrire nei campi della stessa città un’altra tomba, ove comparve alla luce una dipintura di lavoro squisitissimo, che il Lenormant giudica del secolo V avanti C. Di quest’opera non esiste altro (egli diceva, ai suoi tempi) che un semplice schizzo, già disegnato da abile mano di artista, e di tale «ammirabile bellezza» che egli non esita a crederlo dei tempi, se non proprio della scuola, di Polignoto. «Io non conosco nulla (egli aggiunge)29 che possa dare uniidea dell’opera di cotesto artefice, e in genere, dell’arte del suo tempo; nulla che vi si approssimi più che quel tanto che avanza della pittura della tomba di Pesto, secondo i calchi che ne prese nel 1845 il pittore Geslin, di Parigi. È, sopra ogni altra, bellissima la figura d’un giovine guerriero ferito a morte, che un compagno, montato a cavallo, porta sulle sue spalle; l’arte non saprebbe andare più in là, né di più grandioso e di piu perfetta eleganza produrre30.
Tra le sparse e poco ancora rovistate ruine di Velia si rinvennero, di recente, delle figurine in terra cotta, che se non hanno la squisita bellezza di quelle di Tánagra, per l’impronta d’un loro carattere particolare sono ben degne d’onore, non somiglianti a quei prodotti comuni d’una comune matrice, come le simili figurine dell’Apulia, esse mostrano, a giudizio del Lenormant,
«una impronta manifestamente ellenica, che rivela artefici dotati d’una maniera loro propria, non mancanti d’invenzione. Se non arrivano, di certo, alla perfetta squisitezza delle monete eleatiche, nè alla finezza maravigliosa delle figure di Tánagra o di Atene, qualcuna però mostra in piccolo la nòta dello stile scultorio e della grazia elegante di artefici valenti»31.
Se gl’incisori segnarono il loro nome sulle mirabili monete di Velia, anche gli artefici in ceramica segnarono il loro su quegli antichi vasi, di cui taluni sono pervenuti sino a noi: e la nòta del nome è documento della celebrità loro. Un vaso, venuto fuori dai sepolcri di Velia, porta scritte le parole: «Simone Eleita (di Elea) figlio di zenone faceva», e rappresenta un tratto del mito di Ercole e Jole32. Altri portano il nome di Astea; e se ne conoscono finora cinque con cotesto nome di artefice. De’ cinque tre furono trovati nei campi intorno di Pesto: era dunque, probabilmente, di Posidonia33.
Maggior maraviglia destano quei frammenti del museo britannico, noti col nome di «bronzi di Siri» ma che per verità furono trovati invece a Saponara, ove era l’antica Grumento. Sono le reliquie di una corazza in bronzo, ove risaltano in rilievo i due Ajaci che combattono contro la Amazzoni; ma è tale il pregio artistico loro che vengono considerati dagli intelligenti come
«il più maraviglioso saggio che siasi finora scoverto dell’arte greca applicata all’arte del bronzo in rilievo»34.
Il Lenormant crede appartengano alla scuola di Scopa anzi che di Lisippo, come altri sostenne: ma giudicandoli egli, per l’eccellenza loro, prodotto dell’arte ellenica e non dell’italiota, io non posso, per vero, che dubitando ed esitando metterli in conto della cultura artistica delle città greche d’Italia. Apparterrebbero per età alla prima metà del secolo IV avanti Cristo.
Di poco meno eguale eccellenza nel suo genere è la corona d’oro trovata, il 1813, in una delle tombe grecaniche di Armento. È una ricca intrecciatura di rami e frondi di quercia. Con un gran rigoglio di fiori a corolle e calici aperti, e smaltati in blu-turchese; alati insetti pare si appoggino sulle estremità oscillanti, pei delicatissimi gambi, de’ fiori; e alcune figure di donne alale poggiano sui rami che piegano in serto. Il tutto in oro. Mirabile gioiello, in cui la libera leggerezza dell’esecuzione, l’avvisato scompiglio dell’insieme e il ricco intreccio della vegetazione dànno al tutto l’espressione della natura viva e reale. Portava scritto, in greca lettera dell’alfabeto euclideo: «Critonio dedicò questa corona»: e se costui fosse l’artefice o il possessore, non so; nè so decidere, tra gli opposti pareri se opera a destinazione funebre, o se piuttosto a destinazioni civili solenni, pria dell’inumazione. La grafia dei caratteri indicherebbe i principii del IV secolo avanti Cristo. È probabile fosse opera grecanica della civiltà italiota35. Ad Armento (non può dubitarsene dai suoi sepolcri) esisteva un centro importante di civiltà grecanica.

Anche prima della distruzione di Sibari il tempio dell’Era Lacinia, lontano un sei miglia da Crotone, addivenne il santuario più famoso e frequente delle stirpi italiote-achee; e crebbe di ricchezze e di opere d’arte maravigliose. La storia ricorda i tesori onde venne saccheggiato e da Pirro, e da Dionigi Siracusano, e da Annibale, e dai Romani. Dionigi vi trovò un peplo, maravigllosa opera di telai asiatici, che Alcistene di Sibari aveva offerto in voto alla Dea: peplo ricamato a zone di animali secondo lo stile orientale antico, e a figure d’Iddii; e di tal valore, che dalla vendita Dionigi ne ritrasse 120 talenti, che i moderni ragguagliano, secondo un computo, a lire 2,767,996, e secondo un altro a 4,432,000
Benché queste cifre della storia sibaritica parmi facciano il paio con quelle dell’ultimo esercito di Sibari, non può negarsi significhino, ad ogni modo, valori enormi; accresciuti forse dal prezzo di adozione ad un ex voto di un santuario famosissimo. Da questo tempio Quinto Fulvio Flacco, censore a Roma nel 581 della città o 175 avanti Cristo, trasse, discoprendolo in parte, i tegoli di marmo, che egli voleva destinati a covrire un suo tempio a Roma37: e poiché il Senato, per ufficio di lesa religione, nol permise, i tegoli tornarono a Crotone; ma, dicono, non si ebbero artefici abili così da allogarli all’antico posto, e il tempio Lacinio restò scoverto alle non schermite offese dell’aere e della pioggia. Era dunque già tanto in giù la cultura artistica della Magna Grecia nel secolo II avanti Cristo?
In quel tempio famoso ebbero posto le opere di Zeusi, di cui è disputata la patria, ma non la fama altissima. È risaputo che era di Eraclea. Chi non ricorda l’Elena, che con la poesia della leggenda è entrata nella storia dell’arte? La storia dell’Elena che fu il compendio delle bellezze crotoniati38, significava che il grande artefice eracleota non inventava ma rappresentava la natura, elevandola alla suprema idealità della bellezza. La storia soggiunge che fece progredire l’arte della pittura per nuove virtù che egli trasse dal tono dei colori, dal giuoco sapiente delle ombre, dall’illusione della prospettiva aerea. Niente di più vivo e reale e plastico si era visto fino allora venir fuori dalla superficie piana di una tavola colorata; e la leggenda ne chiama a riprova finanche gli uccelli, che corrono, illusi, a beccare il grappolo dipinto. Forse la ricerca insistente dell’ideale nella rappresentazione della natura dovè fargli trascurare la espressione che è l’afflato spirituale della vita, il lampeggìo del carattere dell’individuo, come il profumo del flore; e di questa mancanza volle forse dargli nòta Aristotile39. L’uomo divenne celeberrimo per tutto il mondo greco: esponeva i suoi dipinti al pubblico, e il pubblico accorreva e pagava. La celebrità gli portò la ricchezza e l’orgoglio; i suoi dipinti non avevano prezzo, e non li vendeva, li dava in dono. L’orgoglio immiserì in vanità; e poiché non sempre i grandi ingegni sono grandi caratteri, compariva in pubblico alle grandi solennità chiuso nel manto, che mostrava scritto a ricami il suo nome e la patria Eraclea.
Ma è dubbio se questa fosse la Eraclea di Lucania o quella di Sicilia, o quella di Bitinia40. I più lo dissero dell’Eraclea di Lucania; e i computi cronologici di Plinio, pei quali si allogherebbe al IV secolo avanti Cristo, non si oppongono a quest’opinione che è la meno dubbia per noi41.
Tempo verrà in cui, grazie al rinvenimento di sepolti tesori artistici (se il caso o la fortuna seconda), si potrà delincare una storia dell’arte nell’Italia ellenica o Magna Grecia. Noi qui non possiamo indicare so non appena un qualche nome di quelli che saranno per emergere nella futura storia, della quale qui — pur troppo! — non potremo accennare nemmeno i supremi filamenti.
Gli inizii ne sono molto antichi, come la civiltà della regione. Tra i più antichi e ricordato un Learco di Reggio, di cui a Sparta esisteva la statua di Giove in lamine di bronzo, che è il monumento più antico del genere; la leggenda, rispecchiando l’antichità e l’eccellenza dell’opera, fece l’autore di essa discepolo di Dedalo. Fanno conto vivesse verso la metà del secolo VI a.C.
Un Damea di Crotone scolpì, per lo stadio d’Olimpia, la statua di Milone, atleta, capitano e filosofo pitagorico crotoniate; sicchè l’artefice ebbe a vivere verso l’Olimpiade 62, cioè 532 a.C.
Clearco di Reggio, uscito dalla scuola di Corinto, fu maestro di quel Pitagora, scultore celeberrimo, anche esso di Reggio, il quale fiorì verso l’olimpiade 73 che è il 488 av.Cr. Questi, contemporanco di Fidia, o di qualche tempo a lui anteriore, scolpì divinità ed eroi, che divennero opere celebri: e nella storia dell’arte è ricordato come quegli che fece progredire la statuaria dalla immobilità serena verso l’espressione e il movimento, ma con giusto equilibrio tra l’idealità divina e la rappresentazione della natura42. Gli fu dato speciale vanto di avere espresso secondo natura i muscoli, le vene, la capigliatura nelle statue degli atleti e degli eroi.
Reggio, come si vede, fu centro e scuola fiorente di arti plastiche; ed anche nell’arte della pittura ebbe alta rinomanza un Silaro di Reggio, che diffuse le sue opere pel Peloponneso: l’epoca di lui è ignota, nè sappiamo se anteriore o posteriore a Zeusi, che è il lume, come disse Plinio, della pittura, e che egli alloga nell’olimp. 95, o il 400 av.Cr.
Di più tardo periodo di tempo fu Pasitele della Magna Grecia, ma non è detto di quale città; il quale, remotamente antecessore del Vasari e di Leonardo, scrisse libri sulla storia delle arti43, e fu allo stesso tempo celebrato per opere di sculture e di incisione; visse nella seconda metà del secolo I av.Cr.
Dei nomi degli artefici, incisori insigni delle monete italiote nel secolo IV, abbiamo fatat parola più innanzi; e così di quel Simone di Elea, dipintore in ceramica, di cui l’età è ignota, e di quell’Astea, di Pesto, che scriveva il suo nome sui vasi con grafia che è posteriore al secolo V.
Allo splendore di una civiltà che incideva, scolpiva, dipingeva, innalzava opere che furono capilavoro dell’arte, non poteva restare monco o difettivo quel ramo dell’arte, che fissa il bello nella compagine della parola; nè mancare quell’attività dell’intelletto, che indagando, tentando, speculando il vero, assorge dai particolari al generale, dal mutabile a quel che non muta, dai fatti alle leggi, dall’aspetto delle cose universe all’intuizione dell’uno.
Il pensiero speculativo dei Greci, che si scioglie ai primi passi nella scuola Jonica, si svolge in Italia nella duplice corrente della scuola «Italica» di Pitagora e della «Eleatica» di Parmenide. Il concetto della materia unica nelle infinite manifestazioni della realtà apparve la prima volta con quei di Jonia: il concetto del sistema del mondo ordinato in numero e misura apparve la prima volta nella scuola italica; il concetto della sostanza unica, che non è l’unica materia, ma la contiene, la mantiene, l’agita, la rinnova, la trasforma nelle infinite parvenze d’una realtà immutata, eterna, non vista che all’intelletto, questo concetto della speculazione più alla della mente umana nacque la prima volta in Elea con Parmenide. Pitagora, il concetto del mondo, ordinato dalla divina mente intende si rispecchi nel mondo degli uomini, ordinato dalla mente del sapiente. E nasce l’ordine pitagorico, che è scienza, sapienza, pietà o religione. Questo concetto, tradotto in fatto, agita la più antica civiltà della Magna Grecia; e si riflette per tutta la Grecia: ma la concezione eleatica si riflette nelle regioni del pensiero per tutte le età.
Al moto speculativo degli spiriti dové rispondere il moto delle lettere, come rispose quello delle arti. Ma non si hanno che pochi e soli nomi a delineare le prime filamenta di una storia letteraria. Le poche reliquie che qui si raccolgono daranno indizio della grande ricchezza, che ci è ignota.
Fra i più antichi autori o scrittori si trova nominato un Callistene di Sibari quale storico delle cose di Galazia; ma non so se qui Sibari tenga luogo di Turii. Un altro gruppo di storici è a Reggio; cioè Ippia, che visse nel secolo V av.Cr. e scrisse sulle cose di Sicilia, ed anche d’Italia44; e un Teagene e un Glauco, di epoca ignota. E di Reggio era quell’Ibico, che, trucidato in viaggio, è celebre sia per la leggenda delle gru vendicatrici cantata da Schiller, sia per le lodi di Platone, di Cicerone, e d’altri che lo dissero poeta di amori ardentissimi e disperati.
Vanno posti tra gli artefici di versi, e tra gli oratori o retori i nomi di Egesippo, di Leonida e di Empedocle, tutti e tre di Taranto. Più nota è Nosside, di Locri, la poetessa del secolo IV av.Cr. Anche di Locri è Senocrito, poeta ditirambico o lirico; e dello stesso genere Cleomene di Reggio. Più famoso di tutti, fu Alesside di Turii, il poeta comico che fu detto «il poeta delle grazie». Fecondo quanto Lopez De Vega, dissero avesse composto ben 245 opere di teatro, che è fecondità singolare più che rara per l’attività dello spirito greco, anelante più che alla copia, alla perfezione. Nelle sue commedia creò dei tipi o caratteri, che, quale il parassito, si trasmisero ai successori. E il suo genio si trasmise al figlio di nome Stefano, anche lui poeta comico; ma, con maggiore gloria, al nipote che fu Menandro. E i poeti comici abbondano in questi frammentari ricordi dell’Italia letteraria grecanica, tali Patroclo di Turii, Cosiliano di Locri, Egesippo di Taranto, e Rintone, anche lui italiota, e inventore di favole drammatiche, che da lui si dissero rintoniche. Quale maggiore prova d’una cultura ampia, elegante, splendida?
Crotone ebbe una scuola di medicina che fu famosa per tutto il mondo greco. Democede, crotoniate, fu medico o chirurgo di Dario in Persia, dove era stato menato schiavo; e dove, venuto in corte e favorito a Dario, s’ingegnò di venirne via, e tornò avventurosamente a Crotone. Alcmeone, contemporaneo, ma più giovine di Pitagora, scrisse di discipline anatomiche e di fisica; contro le sue dottrine dettò Aristotile. All’epoca di Pitagora Crotone si distingueva sulle altre città, dice il Grote,
«per la superiorità dei suoi medici e chirurgi, e per l’eccellenza dello stato corporale dei suoi abitanti, attestato indirettamente dal numero dei vincitori crotoniati ai giuochi olimpici».
E l’una cosa, forse, influiva sull’altra:
«poiché la terapeutica del tempo non tanto consisteva in rimedi attivi, quanto nel metodo di vita rigoroso, accurato: e i maestri degli atleti, nel costoro noviziato preparatorio, e i sorveglianti all’educazione dei giovani nei ginnasi pubblici, seguivano gli stessi principi, e applicavano le stesse conoscenze dei medici che curavano la salute. I medici della Magna Grecia (conchiude lo stesso dottissimo scrittore) si mantennero in credito come rivali delle scuole degli Asclepiadi di Coo e di Gnido, durante tutto il quinto e tutto il quarto secolo avanti Cristo»45.
Ma medici e terapeutici dello spirito furono Pitagora e i Pitagorici da un lato, Parmenide e gli Eleati da un altro, nella penisola greco-italica. E se quel tanto che fu accennato di Parmenide e di Elea basta al nostro scopo, di Pitagora e dei Pitagorici è necessario di parlare di proposito in questo schizzo della storia politica e civile della Magna Grecia.
APPENDICE
Per restare nel campo del nostro soggetto riporto qui, dall’opera di HEAD (Historia nummorum, Oxford, 1887), il seguente
«PROSPETTO CRONOLOGICO DELLA MONETAZIONE DELLA LUCANIA»
| 550-480 a.C. | 480-450 a.C. | 450-400 a.C. | 400-350 a.C. | 350-300 a.C. | 300-268 a.C. | 268-203 a.C. | 203-80 a.C. |
|---|---|---|---|---|---|---|---|
| Asia? | .. | .. | .. | .. | .. | .. | .. |
| Laus | Laus | .. | Laus | .. | .. | .. | .. |
| Metapontum | Metapontum | Metapontum | Metapontum | Metapontum | Metapontum | .. | .. |
| Poseidonia | Poseidonia | Poseidonia | .. | .. | Paestum | Paestum | Paestum |
| Pal (et) Mol | .. | .. | .. | .. | .. | .. | .. |
| Syris (et) Pixus | .. | .. | .. | .. | .. | .. | .. |
| Sybaris | .. | Sybaris nova | .. | .. | .. | .. | .. |
| Velia | Velia | Velia | Velia | Velia | Velia | Velia | Velia? |
| .. | .. | Heraclea | Heraclea | Heraclea | Heraclea | .. | .. |
| .. | .. | Thurium | Thurium | Thurium | Thurium | .. | .. |
| .. | .. | .. | .. | Ursentum? | Lucani | Lucani | .. |
N.B. I nomi in corsivo indicano la monetazione in bronzo
La città di Asia, nella 1ª colonna del prospetto, non è nota altrimenti che da due rare monete: l’una sicuramente di Sibari, con l’impronta del toro retrospiciente e sul dorso un grillo con le parole retrograde VM (sy) e IMA (asi) (in SAMBON, Recherch. sur la monn. de la presqu’île italique, Naples, 1870); l’latra con lo stesso tipo del toto sibaritico e la parola AΣIA; l’una e l’altra significante sia lega commerciale, sia dipendenza statuale di Asia da Sibari (G. DE PETRA, Arch. stor. prov. napolet., 1879, vol. IV, 179). Questa città di Asia oggi si ritiene già esistita nelle vicinanze di Reggio: è detta anche Tisia in Stefano bizantino, e nei frammenti di Diodoro Siculo. Sarebbe, dunque, una intrusa nel prospetto del Head.
Ma mancano al prospetto, ed io l’aggiungerei senza esitazione, la moneta di Grumentum, di cui facciamo parola più innanzi al capitolo XXI, quelle di Pandosia dell’Aciris, di cui fu cenno a pag. 155; e aggiungerei, pure dubitando, quella di Consilinum, di cui al cap. XXI.
Delle monete di Fistelia d’ignota sede, di Silaria (?) d’ignota esistenza si è fatto cenno più innanzi.
Non si ha notizia di monete di Lagaria, nè di Scidro, Blanda, Numistro, Volcei, Eburum, Potentia. — Una di Àtene è dubbia, o falsa.
Di Thebae Lucana, d’ignoto posto e di oscura esistenza fin dai tempi di Catone, fu ultimamente pubblicata una singolare moneta (trovata a Maratea) che ha l’impronta della testa di Pallade galeata con la Scilla, del toro cornupeta, del fulmine, nonché delle lettere ΘE; e questa si è voluta attribuire alla Thebae Lucana (R. Lippi, in Archiv. sucitato, 1884, vol. IX). Ma, considerando che il tipo dell’impronta è integralmente quello di Thurium; che la parola Θῆβαι non avrebbe potuto portare che le sigle ΘH, l’attribuzione non è accettata; e si ha ragione di credere che il ΘE della moneta sia sigla, anziché di altro, dello zecchiere o del magistrato monetale.
A Mateola attribuisce il Sambon (opera citata, Naples, 1870) alcune monete sia col tipo di Pallade dal casco corinzio, sia dell’Ercole con clava, o cornucopia, sia di un leone accoccolato che colla zampa sostiene un giavellotto: e in tutte e tre, in monogramma, tre lettere TMA che egli legge Mateola. — Io ne dubito.
Le monete di Venusia che ahnno per tipo un cinghiale (da venatio?) appartengono al altro gruppo monetale.
NOTE
1. Vedi per queste e altre indicazioni topografiche, in seguito al capitolo XII. — Αχύριος significherebbe Pagliaio. — Ibid.
2. Conf. Corpus Inscrip. Latinar., vol. X, n. 30*, 35*, 36*, 43*.
3. Vedi Notizie degli Scavi. Marzo, 1882, p. 119 ove è il testo e il fac-simile della iscrizione, la quale, secondo la traduzione del prof. Antonio Racioppi, direbbe:
Ave, rex Hercules, cui figulus me consecravit, da autem inter homines opinionem (ovv. gloriam) habere bonam: Nicomachus me faciebat.
4. Per l’originario significato di queste parole vedi, in seguito, al capitolo XXII.
5. Dei popoli Irtini. Vedi ai capitoli XX e XXII.
6. Vedi al capitolo XXII.
7. Al capitolo XXI.
8. Conf. SCHOEMANN, Antichità greche, I, passim.
9. STRABONE, VI, 397.
10. STRABONE, VI, p. 387. — Speusippo presso DIOGENE LAERZIO, IX, 23 e PLUTARCO, Adv. Colot.
11. SCHOEMANN, Antichità greche, I, p. 208. — Firenze, 1877.
12. VANNUCCI:
«Ogni città vide levarsi sul capo un tiranno. Panezio a Leontini; ad Agrigento Falaride; a Gela Cleandro, quindi Gelone; a Zancle Scite; a Imera Tesillo; Anassila a Reggio; a Siracuaa Terone, etc.» .
13. Gli scrittori di cose numismatiche moderni dicono o disdicono, allo stesso tempo, codesti accordi. Anche il LENORMANT nel suo libro — La monnaie dans l’antiquité — Paris, 1878, mentre vi accenna in qualche paret (vol. II, 64) poi a pag. 70 scrive:
«Più spesso l’unione monetaria tra due o più città pare essersi esclusivamente limitata al suo scopo speciale, e non portava con sè affatto una federazione politica. Niente di simile non si scorge nella storia per le città dell’Italia meridionale che emisero le monete incuse in argento, nè per le città greche dell’Asia Minore occidentale».
14. E dai Romani fu detta Grecia Magna quell’insieme, geografico ed etnico, di città greco-italiche sulla penisola ultima lucano-bruzia, sul Jonio e sul Tirreno, da Taranto fino a Lao, o fino a Pesto, per distinguerle dalla Grecia Minor, che era il minore complesso delle città greco-italiche di Cuma e del suo golfo.
15. Vedi nel Corp. Isc. Latin. vol. X, n. 114.
16. Di un Eufranore, nocchiero di Turii, è menzione in ATENEO, XI, p. 474. — Su talune monete della Città si vedono, simbolo di commerci marittimi, le impronte dell’àncora e dell’acrostolio, che era uno speciale ornamento alla prora della nave.
17. SUIDA, cent. XII.
18. MOMMSEN, Hist. monnaie romaine, vol. I, 317. Paris, 1865.
19. MOMMSEN, Histoire monnaie romaine — Paris, 1865. Vol. I, Introd. cap. II, c. VIII, p. 148 — e pass.
20. «Sappiamo solamente — dice Mommsen — che nelle leggende delle monete principali gli aggettivi Λαινος, Σιρινος, Καυλωνὶατας, Κροτωνὶατας; sono al mascolino; potrebbero, di conseguenza, riferirsi tanto allo statero che al nomo». Ibid. 153.
21. MOMMSEN, Storia romana, I, p. 123.
22. LENORMANT, Grande Grèce, II, 315. E nell’opera La monnaie dans l’antiquité, Paris, 1878, parlando del nome degli artisti incisi nelle monete, ed anche su quelle dell’antica Massilia, dice a pag. 259, vol. III:
«Cotesti incisori delle monete massilliesi ATΡI…, MA…, ΓAΡ…, e un altro di ancora dubbia lezione, parmi debbono essere aggruppati con quelli dell’Italia; giacché io credo di poter stabilire (in un lavoro speciale, di cui raccolgo gli elementi) secondo analogie di stile notevolissime e ben determinate, che Massilia fece venire più volte da Velia gli artisti per racconciare le incisioni del suoi conii monetarii, quando essi parevano di ricadere nella barbarie».
23. LENORMANT, La monnaie dans l’antiquité. Paris, 1878. Vol. III, pag. 255.
24. Per la cronologia delle altre notizie vedi l’Appendice in fine di questo capitolo, a pag. 233.
25. LENORMANT, Grande Grèce, I, 188. Questo singolare frammento di fine arte decorativa non è più solo. — Vedi negli Atti dell’Accadem. di archeol. lett. e belle arti di Napoli — 1895 Ia nota del prof. G. De Petra. Il Geison nel tempio di Apollo Lycio a Metaponto, in cui si ragiona di frammenti di stucchi policromi finissimi trovati in quell’ammasso di ruine presso la «Masseria di Sansone» in Metaponto, ove oggi si crede, con buona ragione, fosse il tempio eretto ad Apollo Lycio, di cui fu trovata ivi l’arcaica iscrizione greca. I frammenti, già enumerati nel Metaponto del dott. La Cava, a pag. 114, sono in questa opera e nella nota suddétta espressi in eleganti riproduzioni policrome.
26. Ossia dal 450 al 500. LENORMANT, Ibid.
27. LENORMANT, À travers l’Apulie et la Lucanie, vol. II, 206.
28. LENORMANT, À travers l’Apulie et la Lucanie, vol. II, 205.
29. LENORMANT, À travers, etc., II, 218.
30. Ne produciamo qui il disegno a contorno. Le reliquie dell’affresco sono nel Museo Nazionale di Napoli.

Aggiungo quello che, per cotesti lavori di Pesto, si legge nello SPRINGER, Kunstgeschichte, Lipsia, 1898, I. 298.
«Accanto alle opere dei greco-italici meritano anche considerazione quei lavori che rispecchiano l’influenza greca, quale venne elaborata nelle provincie.
Appartengono a questa categoria di opere alcuni freschi delle tombe lucane, specialmente di Pesto.
Essi sono dipinti alla maniera più antica, su fondo bianco. E taluno ci mostra una danza funebre; tal altro un guerriero, in breve corpetto dall’elmo a penne erette, che una donna saluta al ritorno. Anche i modelli greci si riconoscono in questi lucani: e, non ostante la semplicità dei mezzi, la rappresentanza assurge ad effetti grandiosi in quelle reliquie di un fresco, nel quale un giovine cavaliere riporta mestamente a casa il corpo del suo compagno di battaglia. Pare rintracciarvi alcun che della maniera di Polignoto».
31. LENORMANT, A’ travers, etc., 405.
32. DE WITTE, Descript. d’une collect. de vases peintes, pag. 56.
33. Della Ceramica italiota si parlerà al cap. XX. — Nella Histoire de la céramique grecque di RAYET et COLLIGNON, Paris, 1888, pag. 315, parlando di queste opere di Astea, «dallo stile libero e pittoresco, dalla maniera franca e brillante», sono pure le seguenti parole:
«In quale regione Astea aveva stabilita la sede dell’arte sua? Stando alla provenienza dei vasi, si potrebbe dire in Lucania, giacchè dei cinque vasi, segnati del suo nome, tre furono trovati a Pesto. Ma alcuni indizii ci permettono di riattaccarlo al gruppo dei ceramisti di Taranto. Le iscrizioni dei suoi vasi mostrano lettere dell’alfabeto in uso ad Eraclea e Taranto dopo l’adozione dell’alfabeto jonico: così la H alle volte ha la forma ordinaria, alle volte la forma Ͱ. È inoltre di Astea un cratere che mostra una rappresentazione frequentissima nella ceramica tarantina, ed è una scena di commedia: prova di più della nostra ipotesi».
Ma questa seconda prova non ha valore; e la prima, limitata. Vedi a pag. 464, seguente, nota 1.
Sul vaso dell’Ercole furente (nel Museo di Napoli), la firma dell’artista porta: ΑΣΣΤΕΑΣ ΕΓΡΑΦΕ.
34. LENORMANT, La Grande Grèce, I, 447. — Altri misero in dubbio il rinvenimento di essi nel territorio di Saponara; ed altri li disse provenienti dall’isola Eubea; ma il Bronsted, che li vendè al Museo Britannico per mille sterline, affermava fossero trovati in Lucania, a Saponara. — Nell’opera di Guhl e Koner, p. 260, è riprodotta la figura di questi cimelii. Vedi, in seguito, al capitolo XV.
35. L’inscrizione (nella doppia lezione del Petretti e dell’Avellino) è nel Corp. Inscrip. Graec. Vol. III, n. 5777; e in essa l’editore del Corpus vuole si noti barbarum usum litterae H pro E. — Negli Atti dell’Accad. Ercolan. Archeolog. del 1822 è la memoria dell’Avellino su questo famoso cimelio. — La corona è nel Museo di Monaco.
36. LENORMANT, Grande Grèce, I, 283.
37. LIVIO, deca V, lib. II, 3.
38. L’Elena famosa fu dipinta, secondo Cicerone e Dionigi, per Crotone; ma, secondo Eliano, per Eraclea.
39. Conf. WINKELMANN, Monum. ant. ined. Napoli, 1820, vol. I, cap. IV, p. LXIII. Aristotile le opere del grande artiste disse «senza ἠθος» che può significare o senza azione, o senza espressione, in quanto che Zeusi, come interpreta o spiega il Winkelmann, subordinava alla rappresentazione della bellezza finanche la espressione.
40. TETZE lo disse di Efeso.
41. Zeusi fu detto e si disse egli stesso «Eracleota»; ma non fu detto di quale delle venti e più Eraclee che esisterono nell’antichità. I più ritengono cho nacque nella Eraclea della Magna Grecia: ed è
«ben verisimile (dice un critico dell’arte), considerando alla floridezza delle arti in quella regione, ai tempi della gioventù di Zeusi» (Em. David, Biograph. Univers.).
Ma il P. Agostino Gallo, archeologo siciliano, in una lunga scrittura (pubblicata sul Giorn. Arcadico di Roma nel 1882, Genn. vol. XXX) sostenne che Zeusi nacque in Eraclea di Sicilia detta Minoa, la quale fu fondata al più tardi nel 496 av.Cr. (Olimp. 71). Egli si appoggia su due argomenti, e sono: 1º che Zeusi fu discepolo di Demofilo d’Imera, in Sicilia (secondo Plinio); ed Imera fu distrutta nell’Olimp. 92, cioè 409 av.Cr.; 2º che Eraclea della Magna Grecia o della Lucania non esisteva in quel tempo, perché fondata nel 428 av.Cr. Ma di queste due pruove, l’una non prova nulla, l’altra s’impernia su d’un equivoco. Plinio dice che era dubbio se Zeusi fosse stato discepolo di Demofilo d’Imera ovvero di Nasea di Taso. Ma sia pure di Demofilo, che perciò? Si poteva ben venire a studiare pittura dalla Lucania in Sicilia, come si andava da Lucania in Grecia, a Taso stessa, per esempio. E ancorchè distrutta Imera nel 409, la distruzione della città (fosse pure totale) non prova che Demofilo morisse in quel fatto e in quell’anno; ovvero che, dopo distrutta la città, egli non si fosse continuato a dire «Demofilo d’Imera». Non si sarebbe potuto dire altrimenti, anche dopo distrutta Imera, se gli antichi Greci italioti o sicelioti non ebbero casati. Né altro argomento avrebbe un maggior valore. Diodoro (XII, 36) dice la Eraclea della Magna Grecia fondata nell’Olimp. 86; e questa corrisponde all’anno 433 av.Cr. e non al 428. Alla data del 433, le pretese contraddizioni con fatti e dati accettati della vita di Zeusi cadono.
Il dato cronologico non è meno contestato della patria di Zeusi. Plinio scrisse (XXXV, 36):
«Mi affretto a giungere ai due luminari dell’arte, e sono: Apollodoro, che spalancò le porte alla pittura, e Zeusi eracleote, che per esse entrò alla franca, l’anno 4 della 95 Olimp. (397 av.Cr.) ma erroneamente: perché non potevano non essere vissuti prima di lui e Demofilo d’Imera e Nasea di Taso, di uno dei quali fu discepolo, benchè di qual fosse dei due è ancora indeciso».
Erano date, fino dai tempi di Plinio, contrastabili nonchè indeterminate, poiché non è spiegato se si riferiscano alla nascita o all’apogeo della celebrità dell’artefice. Ma sta un fatto, nella storia dell’uomo, non contestabile; e questo è che Zeusi, venuto in gran fama donò e dipinse quadri in Corte e nel palazzo di Re Archelao I di Macedonia. Or costui, dopo otto ovvero quattordici anni di regno, fu ucciso nell’Olimpiade 90, secondo il computo di Larcher, e nell’Olimp. 95.3, secondo quello di Clavier, che corrisponde al 398 av.Cr.
Data dunque come indubitata (ed oggi non è) la fondazione d’Eraclea ala 433 av.Cr., Zeusi, nel 398, avrebbe avuto un 34 anni: e noi che sappiamo come Raffaello morisse celeberrimo a 37 anni, e che già fosse celebre a 30, non troveremo Zeusi inverisimilmente celebre celebre a 30 o 34 anni di età.
D’altri dati di riscontro credo superfluo intrattenermi. Né Eusebio, o Plutarco, o Suida furono contemporanei di Zeusi; sicchè le loro notizie cronologiche potessero meritare maggiore fiducia di quella di Plinio e del fatto d’Archelao. Ma non si può tralasciare dall’esame quest’altro dato, che non concorda (presso il Lenormant, Grande Grèce, I, p. 171) ed è che
«Lo scoliaste di Aristofane afferma che esisteva nel tempio di Afrodite, in Atene, un eroe coronato di fiori, dipinto da Zeusi nel 426».
Se questa data fosse vera, Zeusi non potrebbe esser nato nell’Eraclea di Lucania, quando però questa città non fosse sorta prima del 433. E il Lenormant, diffidando di poter sciogliere il dubbio, conchiude che in tutte le testimonianze degli antichi intorno le cose di Zeusi esiste una confusione inestricabile per noi moderni. Verso il termine delle guerre del Peloponneso e dopo ancora, viveva in Atene, agli stessi tempi che Zeusi, un altro pittore a nome Zeusippo, anch’egli nato in Eraclea: di lui vantano il valore Platone41a e Senofonte. L’analogia del nome e della patria dei due artefici ha imbrogliati gli antichi eruditi, che erano posteriori di parecchi secoli ai fatti; e n’è derivata una confusione di epoche, di fatti e di opere tra’ due artefici: talché il più celebre ha assorbito l’altro, che è scomparso. Ed eclissandosi, le ombre s’accrebbero.
E bene sta. Ma non dimentichiamo il nuovo fattore che deve venire in campo nella soluzione del problema, e questo è, che la data della originaria fondazione di Eraclea di Lucania nel 433 av.Cr., non può dirsi oggidì assolutamente certa; anzi è contestabile e contestata dalla moneta, che impronta il duplice nome di Siris-Heracleia. Di essa abbiamo discorso noi testo, al capitolo VIII a pag. 144; e come i monumenti sfatano le tradizioni orali e i testimoni de visu sfatano i testimoni per fama, così questa preziosa moneta scrolla il fatto e la data cronologica indicata da Diodoro per la fondazione d’Eraclea. Nel capitolo su citato abbiamo esposto come si possa logicamente intendere o spiegare la notizia data da questo scrittore. La città di Eraclea, sull’Aciri, esisteva già indubbiamente anche prima di quell’anno 433 che indica Diodoro; ma in quell’anno fu abbattuta Siri da’ Tarantini; e dall’abbattuta città la prossima Eraclea ricevé dai vincitori i nuovi coloni, onde cominciò un nuovo ordine di cose che fece dire (al modo greco) nuova fondazione ciò che fu non altrimenti che colonizzazione novella, o, da parte di Taranto, novello incremento di colonizzazione più antica.
41a. PLATONE disse: «Quel giovinetto Zeusippo eracleota, che venne testè in Atene…» Platone nacque nel 430, m. nel 347.
42. E. DE RUGGIERO, Lez. di Archeol. Napoli, 1872, p. 372.
43. PLINIO, Hist. Nat. XXXVI, 4, 12: Quinque volumina scripsit nobilium operum in toto orbe.
44. SCHOELL, Stor. Lett. greca. Venezia, 1827, vol. II, p. II, pag. 72.
45. GROTE, Storia della Grecia. Vol. VI, c. 6, 255.