CAPITOLO IV
GENTI E RAZZE VARIE CHE COSTITUIRONO LA POPOLAZIONE DELLA REGIONE
Del lungo novero dei paesi che abbiamo passati a rassegna nel capitolo precedente, alcuni appartengono, per la origine loro indubitata, al periodo anteriore al medio evo; altri, e sono i più, ai tempi medioevali; in minor numero ai tempi posteriori al mille. E non pertanto le popolazioni che vi stanziarono furono, in maggioranza, di quel ceppo latino ohe aveva fuse e confuse in sé, nel suo sangue come nella sua lingua, quelle reliquie di genti osche, elleniche ed enotrie, che formarono la nazione lucana; e costituirono il fondo di tutta la società, che emerse trasformata dalla conquista dei barbari. I discendenti diretti della razza degli invasori, goti, longobardi, franchi e normanni accrebbero, colorarono, modificarono quel fondo dell’antico popolo latino o lucano; ma non ne costituirono essi la maggioranza; e, nonché arrivassero a cancellare la lingua dell’antico popolo, la subirono anzi e l’accettarono, essi vincitori è sovrani.
Ai Goti, ai Longobardi, ai Franchi, ai Normanni si vennero aggiungendo altri elementi etnici importanti, quali i Greci bizantini innanzi tutto e sopra tutto. E tra essi e con essi, altri infiltramenti, altri rivoli, che, per quanto in minori proporzioni, sarebbe errore il mettere da banda o non tenerne ragione; rivoli o infiltramenti di Ebrei, di Arabi, di Albanesi, di Greci del Peloponneso, di Dalmati, e forse anche di Bulgari.
Dal complesso di tutti questi elementi venne fuori la popolazione lucano-basilicatese, che oggi si agita e vive nei paesi della regione dal mare Jonio al mare Tirreno, dal fiume Bradano al fiume Sele.
Sarebbe superfluo intrattenersi dei Longobardi, dei Franchi o Normanni; ma li ricordo unicamente per accennare ad un fatto linguistico degno di nota.
Moltissime delle denominazioni topografiche che ci è occorso di annoverare nel capitolo precedente, hanno radice e significato preciso nel provenzale o nell’antico francese, e non l’hanno nell’italiano moderno1; nel quale, per lo più, il radicale è scomparso.
Quei nomi adunque, perché fossero imposti a culture e luoghi nostrani, dovevano essere parlati ed intesi sul luogo. Escludo che coloro che li imposero appartennero a genti che parlassero il provenzale o il francese antico; sono nomi di paesi anteriori, nonché ai Provenzali-angioini, ma agli stessi Normanni; e sono, d’altra parte, nomenclature così generali per la regione nostra, si trovano anzi sparse per gran parte di Italia siffattamente, che non si potrebbe non ammettere, come maggiormente attendibile, un’origine più generale.
L’origine, a nostro credere, si vuol trovare in quella lingua a fondo lessicale comune, che parlarono le popolazioni neolatine ben prima del mille, prima cioè che ciascuna di esse avesse fissato il lessico e le forme grammaticali della propria lingua.
Non intendo di riferirmi alla vecchia opinione del Raynouard; ma ritengo per vero, con molti odierni scrittori, che le lingue neolatine, prima di determinarsi nella fisionomia individuale e propria della lingua provenzale, francese, italiana, spagnola, portoghese, elaborarono, ciascuna secondo la virtù propria, un fondo di materia comune: comunità, di cui esiste reliquia scritta nel noto giuramento di Carlo il Calvo e di Ludovico il Germanico dell’842; il quale non è il latino e non è il nuovo idioma francese o provenzale o italiano; ma ha in sé i germi e la fisionomia di tutti e tre. E queste tre lingue si riscontrano men difformi tra loro che oggi non sono, nelle poesie provenzali e francesi dei trovatori e dei troveri. A questi dati di fatto vuolsi aggiungere anche il fatto lessicale topografico di cui discorro; il quale, quando fosse analiticamente riscontrato su grande parte della topografia italica, diventerebbe una prova di evidente efficacia.
Ebrei
Colonie di Ebrei stanziarono fra le popolazioni della regione fin dal primo medio evo. È nota da un decreto dell’imperatore Onorio del 3982 la esistenza degli Ebrei per l’Apulia e per la Calabria che è la terra d’Otranto; né mancano accenni di posteriori documenti che mostrano gli Ebrei per le Calabrie, quali oggi s’intendono3. Stanziavano di preferenza nelle città maggiori per popolo e commerci; poiché genti dedite ai commerci ed alle industrie anziché a mestieri agricoli, non trovavano altro campo adatto all’industria loro se non le grandi città. Non accennerò agli Ebrei di Bari, di Oria, di Otranto, di Taranto, di Trani, di Benevento, di Amalfi e di Napoli; ma, restringendomi al mio tema, dirò che la denominazione topografica, che ancora dura di «Giudeca» ad un posto presso le ruine di Grumento (Saponara)4, e di «Sinagoga» presso Tegiano (Diano)5 indicano l’esistenza loro presso quelle due antiche città, in epoca che non ho modo di determinare; ma che niente vieta di congetturare prossima ai tempi in cui essi vivevano per le città basilicatesi di Melfi, di Venosa, di Lavello e di Matera.
In queste ultime città erano Ebrei in grande numero e di notevole condizione sociale, segnatamente a Venosa. A circa un miglio di distanza da questa città fu scoverto, verso il 1853, un ipogeo o catacombe, in cui erano i funebri depositi, a forma di loculi, d’una popolazione giudaica. Lo dimostrano le iscrizioni graffite o dipinte in rosso sullo strato di calcina spalmata sui mattoni, che chiudono il loculo. Il tratto di catacombe messo alla luce non è grande, e le iscrizioni finora lette e forse salvate dall’ingiuria del tempo, sono quarantasette; alcune scritte interamente in ebraico, altre in greco o in latino misto allo ebraico, ed altre solo in greco o in latino, ma di gente giudaica tutte.
«La serie di queste iscrizioni venosine — dice l’illustre Ascoli che le pubblica per le stampe — si muove dall’unica parola ebraica, anzi dall’unica lettera ebrea degli epitaffi giudaici di Roma, e si raggiunge, come a grado a grado, lo schietto epitaffio ebraico, timido, bensì ancora ma compiuto, tale che ben si collega con l’epitaffio ebraico medievale, qual poi si trova a fior di terra in coteste contrade medesime (appule-basilicatesi). Dal testo tutto greco o tutto latino, si viene al lesto tutto ebraico; passando attraverso ai vari tentativi più o meno cauti o singolari, dall’unica voce ebrea che si vesta di lettere greche; dall’epitaffio greco in lettere ebree; dalla povera formola ebrea che si abbarbichi a nome proprio latino e dalle vive frasi ebree che vibrano isolate, per poi raccostarsi tra di loro, quasi a vedere se valgano a fare intero il periodo»6.
Argomentando dalla forma dei caratteri e dalla natura della lingua delle iscrizioni greche e latine (nelle quali ultime parla già il basso latino della barbarie)7, l’ipogeo di Venosa non sarebbe più antico del terzo secolo, non più recente del sesto dall’èra volgare8. Ma non vuol dire, che si spense allora il giudaismo venosino: anzi d’allora in poi dové assorgere a maggiore dignità; poiché dal secolo IX in giù si trovano iscrizioni sepolcrali giudaiche incise in pietra, e sopra terra. Queste ultime (ben diverse dalle altre dell’ipogeo) contengono, mercé la indicazione dell’èra dalla distruzione del Tempio, la nota loro cronologica certa; e pertanto quelle di Venosa sono degli anni dell’èra volgare 818, 821, 822, 824, 827, 829 e 8469; quelle di Lavello dell’anno 810 ed 838. Altre cinque incise in pietra appartengono ai Giudei di Matera, ma assai malconce, parrebbero, anch’esse del secolo IX10.
Colonie di Ebrei vissero e durarono non breve tempo per la regione. Li troviamo anche a Melfi, nel secolo XII; in cui quel vescovo riscoteva tra le sue rendite anche il censo sui Giudei, che era forse di capitazione, a significato di servitù11. Ai tempi angioini duravano ancora nella stessa città, e si ha documenti in cui i primi re di casa d’Angiò raffrenano lo zelo indiscreto dei pubblici ministri a perseguitare ed angariare quella odiata genìa. Per la Basilicata, in generale, ne trovo un ultimo accenno ai principii del secolo XV, in un documento del 1417, che ordina l’esazione della tassa di un’oncia a fuoco dai Giudei di terra d’Otranto e di Basilicata12. Ma in Matera esistevano ancora alla fine del secolo XV; anzi il comune ottenne da Carlo VIII il privilegio, come dicevano, di mantenerli in città13. Poi non se ne ha più memoria. Cominciano i tempi grossi per questi infelici; e, tra angarie violenti e incivili, vengono gli ordini insani dell’espulsione loro dal Regno nel 1510; ma non eseguiti del tutto o sospesi, nuovi ordini si ripetono e si eseguono verso il 1539, benché non manchino accenni posteriori dell’esistenza loro, clandestina o precaria, tollerata a denaro, o schermita per ambigui mutamenti di religione. Angariati, perseguitati, cacciati, erano non pertanto mantenuti dalla tenace virtù della razza, e forse dall’interesse stesso, sentito e non confessato, dei popoli tra cui vivevano. Parvero spenti, cristianizzati o cacciati via del tutto, al cadere del secolo XVI.
Saraceni
In minori proporzioni, ma non mancarono gli infiltramenti Arabi della Sicilia. Peculiari stanziamenti di Saraceni ci vennero rivelati dalle nomenclature topografiche relative ai paesi di Castelsaraceno, a Tursi, a Tricarico, a Pescopagano, a Bella14. La dimora dei Saraceni in Agropoli è tra i fatti ben noti della storia generale del reame; e da una men nota cronaca, che riferisce l’Antonini15, questi accenna a loro opere di difesa ai castelli di Abriola e di Pietrapertosa nella Basilicata, durante il secolo X; albergo, non stanziamenti. E qui presso Pietrapertosa sono reliquie di un fortilizio medioevale detto di Castel Bellotto, con nome che ricorda simili toponomie di Sicilia riferentisi agli Arabi. In un diploma del 1094 il duca Ruggiero dona all’abate del monastero di Cava il castello di Stregola, presso Cassano al Jonio, con i suoi abitatori tanto Cristiani, quanto Saraceni, dice il diploma16. Quivi intorno è ancora un paese dello «La Saracina». Di altri stanziamenti non ho notizia diretta, ma è lecito arguirli. Sorge veramente il dubbio, se furono stanziamenti di coloni arabo-siculi, anziché reliquie di eserciti predoni. Le relazioni tra i principi longobardi e gli arabi furono frequenti, e non sempre da inimici; soventi quelli ebbero questi come schiere prese a condotta: e quanto ai Normanni signori di Sicilia, la loro avveduta politica verso gli Arabi sottomessi ci consente dire che avrebbero non ostacolato il passaggio di arabe famiglie dall’isola sul continente, se non fosse già noto che re Ruggiero abbattesse le frequenti insurrezioni feudali del continente pugliese con truppe di Saraceni, e di questi lasciava presidii nelle città riconquistate.
Quando i Saraceni si ribellarono a Federico II, questi che in aspre campagne di guerra li vinse e li sottomise, stimò consiglio di alta prudenza il trasportarli sul continente; e infatti li menò via a torme, circa l’anno 1223, poi nel 1246, e li raccolse in Lucera17 che circondò di forti opere di difesa e di mura; e vietò loro di uscirne, se per dimora in altre città. Carlo I d’Angiò poiché gli ebbe sperimentati favorevoli alla causa di Manfredi e di Corradino, smantellò la città ove si erano ribellati e asserragliati; li punì crudamente, ma non li cacciò dalla loro sede; però discinta la città dal suo cerchio delle mura, era agevole agli Arabi andare altrove a dimora.
Fu Carlo II che tenne a concetto di stato il distruggerli, come si abbatte l’albero, dalle radici; e sia pretesto o ragione che turbassero da masnadieri e da ladri la quiete dei campi e dei paesi d’intorno, colse forse l’occasione di qualche tumulto per darvi dentro e macellarli. In una carta del 1300 è detto dal re, che il suo maresciallo Giovanni Pipino con molta strage sedò i tumulti di Lucera, e spopolò la terra; poi con altra del 1301 ordina al Giustiziere di Basilicata, pubblichi per la regione che egli concedeva franchigia di balzelli a coloro della regione stessa e di Calabria che sarebbero iti a dimorare a Lucera, da cui «per ragioni non lievi (com’egli si esprime) erano stati rimossi i Saraceni». Quei che sopravvissero alla strage di Pipino si gittarono alla macchia; altri si sparsero nei paesi d’intorno. Ma da per tutto li perseguitò la cruda ed insana politica dei re. Da un atto del 1300 ci è noto che nominò tre commissarii, cioè Americo de Sus, Guido de Tabia e Gilberto de Saltan a scovare, a ghermire e vendere all’asta pubblica i Saraceni che erano pel regno; e commise ad essi ed al Giustiziere di Basilicata
«di prendere e di far prendere tutti i Saraceni che dimorassero in Melfi, in Venosa e in altri luoghi di Basilicata, sì maschi che femmine, sì notabili che popolani; e li vendano in beneficio del regio tesoro, e con loro gli animali e gli arnesi e le suppellettili loro; tutto vendano a chiunque voglia comprarli, sia per tenerli nel regno, sia per trasportarli fuori»18.
E ci è noto che in virtù di questi ordini i commissarii nel paese di Gaudiano, oggi distrutto, presso Lavello, vendono un saraceno innominato ad un tal Berlingeri di S. Felice19 pel prezzo di due oncie d’oro20. — Addiventano adunque schiavi, essi e le loro famiglie! sia per dritto di guerra, sia in pena di ribellione, sia perché, come pagani che erano, non avevano dritto alla protezione della legge comune del Regno!
Greci Bizantini
Molto più esteso, importante e degno di nota è il grecismo medievale della regione.
Questo nuovo aspetto etnico delle popolazioni basilicatesi medievali è rivelato, a prima giunta, dalla stessa onomastica topografica, che abbiamo raccolta, per saggio, nel capitolo precedente. Il grecismo della lingua geografica mostra il grecismo di origine della popolazione che lo infisse al paese, al fonte, alla montagna, al rivo, alla spiaggia che venne abitando. Non intendo parlare dei paesi o città, degli antichi coloni ellenici di Metaponto, di Eraclea, di Turii, di Velia, di Posidionia, ma dei paesi indubbiamente medievali. Furono Greci dell’imperio bizantino, che venuti a torme di coloni, a gruppi di monaci o di venturieri, durante i molti secoli del dominio degl’imperatori di Costantinopoli nella bassa Italia, si sparsero segnatamente nella regione intorno intorno ad Otranto e intorno a Rossano: e di qua spingendosi innanzi per le pendici dell’Appennino calabro-basilicatese, vennero altresì su per la spiaggia del Tirreno, che bagna la Calabria, la Basilicata e il Salernitano, specie pei luoghi che vanno sotto il nome del Cilento.
I monumenti scritti, e fortunatamente superstiti del grecismo medievale di coteste genti, sono una prova manifesta dell’esistenza loro nelle provincie napoletane al medioevo. Altra prova si potrebbe attingere dal complesso delle parole, di greca origine, che ancora si odono vive e suonanti nei dialetti della regione basilicatese e calabra, e che noi raccoglieremo più innanzi a suo luogo21; ma può bastare (ed è forse più accettevole) quella che emerge dai documenti scritti.
Coloro, che primi avvertirono i tardi sprazzi di linguaggio greco nella bassa Italia continentale, ne riferirono le origini all’ellenismo antico della colonizzazione preromana; e tale fu l’avviso del Mazzocchi e di altri non infimi eruditi; ai quali furono certamente ignoti i numerosi elementi di un grecismo unicamente medievale. Ma chi, dei nostri tempi, volle riferire, anche esclusivamente, ai coloni ellenici preromani i numerosi documenti linguistici greco-italici dei mezzi tempi, avanzò meno scusabile opinione22; e sconobbe l’importanza di un fatto, che ’ questo.
Per le regioni della Calabria, della Basilicata, e di Terra d’Otranto furono, durante il medio evo, popolazioni che parlarono e scrissero greco, in mezzo a popolazioni che parlarono l’italico e il basso latino; e ciò tanto prima, quanto dopo il mille: anzi per taluni punti di Terra d’Otranto e di Calabria il fenomeno dura ancora in parecchie comunità, le quali ancora oggi parlano il greco, che non è l’albanese23. Ora se questi tardi testimoni, e, in certi luoghi, ancora viventi dell’ellenismo, fossero reliquie dirette dell’ellenismo coloniale antico — di Taranto, di Metaponto, di Crotone, di Reggio, di Elea, di Napoli, di Cuma e d’altre antiche città della Magna Grecia, — come spiegare adeguatamente il fenomeno della sopravvivenza linguistica di essi, che parlano il greco, mentre tutta la popolazione italica, che stava a qualche passo d’intorno a loro, e viveva con essi nella stessa terra, negli stessi paesi, nello stesso ambiente di invasioni, di conquiste, di governo, di leggi, di commerci, non è più la popolazione latina, o lucana, o bruzia, o salentina contemporanea dei Magni-Greci; in quanto che questa parla un altro idioma che non è il latino, e si è trasformata in altro popolo che l’antico non è. Quel complesso, più volte secolare, di cause diverse e infinite che ha trasformato la lingua del Lazio nelle lingue neolatine, come e perché non avrebbe trasformato l’idioma ellenico degli antichi abitatori della Magna Grecia? perché le popolazioni di Tarantum, di Rhegium e di Neapolis (che pure erano le sole città rimaste, elleniche ai tempi di Strabone, che lo afferma) si mutano in popoli italici, e parlano l’italico, intorno al mille, e non si sarebbero mutate in italiche, allo stesso tempo le popolazioni restanti dell’aulica, dell’antichissima Magna Grecia? — Basta la contradizione di questo semplice fenomeno glottico, per trovare in esso virtualmente confutata l’opinione, che accennammo del Mazzocchi e di alcuni altri eruditi dei nostri tempi.
Il grecismo della bassa Italia, al medio evo è un fatto del tutto moderno. Esso non ha radici nell’antico ellenismo preromano; come non sono discendenti diretti di quegli antichi Magno-Greci i nuovi popoli che lo parlavano al medio evo sulle spiaggie italiche del Jonio o del Tirreno.
Ricordiamo innanzi tutto alcuni fatti. I Bizantini dominarono nella bassa Italia per il periodo di tempo che corre da Belisario a Roberto Guiscardo, e vuol dire uno spazio di circa 600 anni; che è anche maggiore spazio di quello in che sursero e restarono in fiore le colonie elleniche della Magna Grecia al contatto coi popoli lucani, bruzii e japigii. Quanta larga distesa di tempo alle mutazioni, ai decadimenti, ai rinsanguamenti, alle maree di popoli viventi sotto lo stesso dominio! Federico II pubblica nel Parlamento di Melfi al 1231 il Codice delle sue costituzioni famoso; ed ordina sia pubblicato, altresì, tradotto in greco: era dunque, e non esigua e non trascurabile quantità, una popolazione che parlava greco ne’ suoi dominii italici. Ma tre o quattro secoli prima di Federico un principe di Salerno fa tradurre in greco l’Editto di Rotari pei Longobardi, che dirò Greci del suo principato24; il quale, come s’è visto innanzi, si estendeva nel secolo IX fino al mare Jonio, fino al fiume Crati.
Tra queste due epoche si vengono ad incastrare i fatti, che emergono dal complesso di antiche carte greche, che, esistenti già negli archivii della Trinità di Cava, di Terra d’Otranto ed altri del Regno, vennero dall’archivio di Stato di Napoli raccolte, tradotte e integralmente pubblicate, nel 186525. Queste greche carte sono titoli curialeschi che attestano atti della vita domestica e della vita pubblica di tutto un popolo, adozioni, compravendite, donazioni, testamenti, tavole nuziali, oblazioni, enfiteusi, permute, sentenze giudiziarie, atti e contratti stipulati dal mille in giù fino ai tempi angioini; e riguardano popolazioni di Calabria, di Terra d’Otranto, di Terra di Bari, di Basilicata, e di quella parte del Salernitano che è a sinistra del Sele e fu dell’antica Lucania. Né queste, dal mille in giù, sole; ma sono le sole finora note o pubblicate. In esse notari e testimoni scrivono in greco; altri scrive in greco, altri in latino: talune carte sono originalmente bilingui, greche e latine; e non sono atti unicamente di monasteri greci, ma di chiese altresì; anzi, e non vuol dimenticarsi, si rende giustizia nell’idioma greco anche sotto i Normanni! Non sono dunque atti di coloni sparsi, o di individui in poca minoranza; ma è tutta una società organizzata che impronta nel greco i titoli della famiglia, della giustizia e del possesso. A questi fatti risponde di conferma l’altro della generalità e della costanza del rito greco in quasi tutte le diocesi che dànno sul Jonio ed in altre sul Tirreno; costanza di rito che è durata fino al secolo XVI per parecchie comunità della Basilicata, e che ebbe origini anteriori alle migrazioni albanesi; anteriore alla caduta di Costantinopoli o alla battaglia di Lepanto.
Fu detto che queste nuove colonie di ellenismo moderno vennero da noi entro il periodo di tempo che corre dal secolo VI al X26. Ma anche più tardi ne giunsero, senza dubbio, al di qua del Jonio, volontarii o forzati emigranti dalle terre di là, soldati, avventurieri, pastori, agricoltori, operai e mestieranti. Chi non sa degli operai dell’arte della seta e delle industrie affini, che in gran numero trassero dal Peloponneso in Sicilia i primi dinasti normanni? Li valutarono fino a quindicimila27, tra prigionieri di guerra d’ogni genere e cultori e cultrici della nobile arte; e se la storia li ricorda come trasferiti in Sicilia, non rifiuteremo di crederli allogati anche in Calabria, se ricordiamo quanto fu estesa ed antica la coltura del gelso e l’arte della seta nella Calabria di Catanzaro e di Reggio che furono per più secoli quasi appendici dell’isola, più che di terra ferma. Anche nelle basse pendici dello Appennino basilicatese, dai fianchi del monte Pollino al monte Serino, la coltura del gelso e l’educazione del baco è industria casalinga, e perciò stesso antica; ed è notevole questo che dessa si trova tuttavia esercitata dalle donne della famiglia per quei paesi, che ebbero monasteri di monaci greci, o greci abitatori nel medio evo.
Il più grosso numero di questi immigranti venne, è da credere, per causa delle persecuzioni iconoclaste nel secolo VIII. Furono violente persecuzioni regie, contro i monaci segnatamente; e renitenti costoro alla teologia imperiale, l’imperatore sciolse le comunità, abolì i conventi, e vietò di portarne l’abito. Seguirono resistenze di popoli e provincie; ribellioni, che ambizioni politiche più che religiose acuirono o promossero. L’imperatore iconoclasta vinse infine ogni resistenza. I monaci a torme passarono in Italia; e con essi e per essi turbe di laici, compromessi nella resistenza popolare agli editti imperiali, o volontariamente fuggenti alle leggi vessatrici della coscienza.
Fu dello che non meno di un cinquantamila fosse il numero degli «iconofili», che durante il periodo della guerra alle immagini ne vennero in Italia28; e benché a me non sieno note le ragioni del computo, credo che ben dové essere grandissimo il numero degli uomini di chiesa che lasciò l’Oriente, e cercò rifugio all’Italia romana o longobarda.
Una lettera di Papa Paolo I ordinava al popolo e al clero di Nardò di non venire all’elezione del proprio vescovo, perché dei redditi della chiesa neretina era d’uopo si sostentassero i monaci, che in gran numero venivano in Italia a sfuggire le persecuzioni iconoclaste29. Sursero da allora in poi in gran numero monasteri e «laure» o celle di monaci basiliani sulle terre più prossime al Jonio; e celle e monasteri crebbero siffattamente, che, ai tempi dei re normanni, se si vuol credere al Rodotà30, erano non meno di un migliaio! sulle sole terre napoletane. Numero senza dubbio stragrande e forse esagerato; ma non può negarsi d’altra parte, che le carte medievali nostrane fanno ad ogni passo cenno di badie, di monasteri, e di chiese che oggi più non esistono, e per vero in numero strabocchevole: lo stesso numero, non esiguo, di paesi che prendono il nome da un santo è conferma del fatto della immigrazione copiosissima. L’eremo, la laura, la cella era il nucleo prima del cenobio o monastero; e questo diventava ben presto un casale, quindi un paese, crescendo man mano dei ministeriali ed operai bisognevoli alle custodie del gregge, e alla cultura dei terreni, che la pietà dei signori e dei cittadini donava largamente ai monasteri in fama di santità e di miracoli. Queste origini spiegano le molte denominazioni grecaniche ai territorii intorno ai paesi, secondo che siamo venuti raccattandone qualche saggio nel capitolo precedente.
Né mancano notizie di altre fonti. Gallipoli fu ripopolata ai tempi di Basilio I (867-886) da una colonia venuta da Eraclea del mar Nero31: e si sa dal continuatore del cronista Teofane, che lo stesso Basilio dai ricchissimi possessi che aveva redato nel Peloponneso, fece trasportare tremila coloni nel «tema di Lombardia»32, che era il nome col quale s’indicava quanto allora restava dell’Italia al dominio greco sul Jonio e sul Tirreno.
Nel secolo X s’invigorì l’azione del Governo imperiale sulle terre della bassa Italia: riconquistò molta parte di essa dai Longobardi; nominò un ufficiale superiore a tutti, che accentrasse le forze civili e militari a difesa ed offesa; ripeté invii di truppe; volle estendere anche gl’influssi suoi mercé il rito religioso; si può, dunque, ben arguire, che esso ebbe a favorire e promuovere la venuta in Italia dei coloni greci.
È dell’anno 968 il disposto dell’imperatore Niceforo Foca, che si elevasse a metropoli la sede episcopale di Otranto, e l’ordine reciso che il rito greco venisse introdotto «nell’Apulia e Calabria». Di qua prese le mosse la disposizione organica del Patriarca Costantinopolitano, Polieuto, che volle dipendessero dal Metropolitano di Otranto i vescovi di Acerenza, di Tursi, di Gravina, di Matera e di Tricarico; che vuol dire fu per tal modo introdotto «il rito greco» in tutta quasi la regione, che oggi è detta Basilicata. E vi durò, dove più dove meno, per lungo tempo.
Restringendomi tra i limiti speciali del mio discorso, dirò che le carte greche, raccolte e pubblicate per le stampe nel 1865, mostrano, o fanno arguire, per la regione di Basilicata, gruppi di popolazioni grecaniche ad Oriolo a Noia, a Cerchiosimo, a Colobraro, ad Episcopia, a Càlvera, a S. Chirico, a Carbone, a Favale, a Chiaromonte, a Policoro, abitato sino al secolo XV, a Satriano distrutta nel secolo stesso; ed inoltre a Mormanno, ad Ajeta (oggi in Calabria), ed a Caggiano, a Pertosa, ad Auletta, a Buccino, in provincia di Salerno: senza altrimenti far cenno (che non entra nel mio soggetto) di tutte le popolazioni greche sparse ampiamente per le tre Calabrie. Quanto all’epoca, quelle carte vanno dal 1034 al 1227, ed anche più giù, per Ajeta, per Cerchiara e per altre terre prossime ai confini tra le due regioni di Calabria e Basilicata. In tutti questi paesi erano, senza dubbio, cenobii di Basiliani; ma erano chiese greche altresì di preti, non di monaci; perché è continua la menzione di «presbiteri o di figli di presbiteri» e perché soventi scrivono gli atti, in greco, persone che si qualificano «notarii o tavolarii» della città ove l’atto è rogato. Scrive in greco anche il notaio dei signori di Chiamonte e del signore di Caggiano, che paiono dinasti di razza normanna. E nomi dei testimoni sono frequentissimamente di un grecismo schietto: Basilio, Teodosio, Leone, Demetrio, Teofane. Essi e i dinasti, e i magistrati medesimi non sottoscrivono che per segno di croce, gli è vero; ma non sarebbe assurdo di ammettere che il notaio scrivesse o facesse sottoscrivere un atto ai donanti, ai venditori, ai testimoni, senza leggerlo loro, e senza che costoro, testimoni e magistrati, intendessero il significalo delle parole? E sono atti, ripeto, di donazioni, compravendite, e tavole nuziali, ove venivano annotate fin le minute suppellettili di cucina o di guardaroba, e tante padelle, tante lenzuola, tante camicie, fin tante paia di colombi donati alla sposa tra il suo corredo!
Altri sprazzi di luce ci verranno dall’esame di altre carte. La bolla, per le suscitate controversie famosa, che eleva ad arcivescovo di Acerenza il vescovo Arnoldo, mentre gli conferma la dipendenza di parecchie città della diocesi, accenna anche a monasteri e «pievi o parrocchie» greche e latine, quando dice: cum multis monasteriis; ac plebibus, tam graecis quam latinis»33. Di «monasteri greci e latini» è fatta parola anche per la diocesi di Melfi nella bolla di sua istituzione, che sarebbe del 153734. Per la diocesi di Anglona, fanno testimonianza manifesta le carte greche dei paesi, testé indicati35. E per la diocesi di Tricarico, a tacere di altro, è nel Decreto di Graziano una decisione di Papa Innocenzo III, del 1212, che approva a vescovo di Anglona l’elezione del Cantore della chiesa di Tricarico, quantunque fosse nato da prete greco36. A Montemurro, che è, ab antiquo, nella diocesi stessa, un atto di transazione del 1273 parla di «figli di sacerdoti» e nomina tra i cittadini scelti ad arbitri un Elia Goffredo «greco»37. Ad Armento, della diocesi stessa, le agiografie (per scarsezza di altri documenti degni di nota) del secolo XI attestano l’esistenza di monaci ed eremiti e cenobii greci ivi, ed a Sant’Angelo di Raparo, e a San Giuliano di Saponara. Per le limitrofe diocesi di Cassano e di Rossano, le prove abbondano; così per l’altra di Policastro38. Io mi limito a ricordare che il rito greco restò vivo a Laino fino al secolo XVI; e fino al cadere del secolo stesso in Rivello, nel cui territorio molti nomi di luoghi ci ricordano i Greci: del rito greco si ha chiara menzione a Roccagloriosa, a Cuccaro, a Pisciotta, a Castellabate; mentre, d’altra parte, ci è noto che anche a Polla era la chiesa di San Niccolò dei Greci, a Caggiano la parrocchia di Santa Maria dei Greci, a Tegiano è tutta una contrada che è detta «dei Greci» e la parola non si riferisce altrimenti che ai Bizantini39. In Miglionico una chiesa ancora oggi è detta «San Nicola dei Greci», un’altra «San Nicola de’ Latini»40.
E se alle testimonianze delle carte scritte, aggiungeremo quelle che derivano dall’onomastica topografica, che abbiamo raccolta nel capitolo precedente, come Lauria, Maratea, Papasidero, Sapri, Episcopia, Calvera, S. Chirico, ed altre ed altre, dovremo sempre più persuaderci, che il fatto dell’incolato grecanico gittò pel paese radici profonde quanto estese; appello a cui è nulla, o quasi nulla l’influenza dell’antico ellenismo preromano, che pure visse parecchi secoli per la maggior parte delle stesse contrade.
Abbiamo già accennato alle leggi longobarde fatte tradurre in greco da un principe di Salerno pei popoli dei sui dominii: e del rito greco di essi ò stato fatto cenno or ora. Ma altri indizii del fatto che ci occupa, forniranno le antiche carte a chi sappia interrogarle.
In un «placito» del 1083 sono indicati pel loro nome un gran numero di testimoni del Cilento, che l’Abate della Trinità di Cava presenta al giudice per determinare certi suoi possessi. Tra i testimoni, abitatori di Sant’Arcangelo di Perdifumo, leggo i nomi di Leo di Zurubasile, Leo di Zurumaria, Nicola di Zurojoanne. Tra i testimoni, abitatori di Serramezzana è un Niceforo e un Leone de la presbitera; tra quei di San Magno, un Johanne de la presbitera. Ed ecco, tra quei primi, la caratteristica denominazione greca di Cyrios, dominus, che è diventata Zuro e Zura sulla bocca del popolo del Cilento. In carte del 1113 sono indicati, per San Marco Cilento, il figlio di un Calojuri, che è, senza dubbio, un «Calogero» greco; per Fiumicello, una «Gemma greca», una «Maria greca», ed altri Zurumaria e Zuru Sergiu; e in carte del 1143 un Zuruboni. In carte del 1187, nel territorio ove surse poi il paese di Castellabale, è una chiesa che è detta «Santa Maria la Greca»41. E di altri identici accenni per Polla e Tegiano abbiamo parlato innanzi.
Che più? Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laureana, La Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicili e Morigerati, che i nostri eruditi riferirono (nientemeno!) che ai Siculi ed ai Morgeti dell’età preistorica, anteriore nonché ai Lucani ed agli Elleni, ma agli stessi Enotri42.
Gli è dunque fuori d’ogni dubbio, che l’incolato di Greci bizantini si sparse al medio evo per tutta l’estensione di terra, che nell’antichità andò sotto il nome di Lucania.
Albanesi
Gli ultimi rivoli che vennero a mescolarsi alla corrente etnica della popolazione basilicatese sono gli Albanesi: e non rimontano oltre alla metà del secolo XV. Si raccolsero in maggior numero a Barile e a Maschito; altri in minor numero a Brindisi di Montagna, a San Chirico nuovo, a Ginestra, che è villaggio di Ripacandida nel circondario di Melfi. Altri fondarono San Costantino, che è oggi detto Albanese, e Casalnuovo, che oggi ha mutato nome in San Paolo Albanese, nella diocesi di Anglona e Tursi che è nel circondario di Lagonegro.
Le prime colonie di Albanesi venuti nel regno, nel secolo XV, pare siano state tre compagnie di uomini d’armi raccolti da un Demetrio Reres, che li menò agli stipendi di Alfonso I per combattere i di lui nemici nelle Calabrie. Queste compagnie d’armi si trovano dette «colonie scelte e ben guarnite» e la parola del documento43 farebbe credere fossero sprazzi di famiglie, non soltanto truppe di soldati; ad ogni modo, furono compagnie di ventura, a costume del tempo. Nel 1448 re Alfonso creò il Reres governatore della regione che aveva difeso: e dagli avanzi de’ suoi uomini d’armi ebbero le prime origini (è stato detto)44 i paesi albanesi di Amato, di Andali, di Avella, di Vena ed altri in Calabria. Elementi di torbida natura, non conferirono, nei primi tempi, al tranquillo vivere della società tra cui accasarono45.
Ma la tradizione, e la storia che spesso la rispecchia, riferiscono a Scanderbeg e alla sua lotta gloriosa contro i Turchi il passaggio dei coloni albanesi nel regno. Scanderbeg a capo di sue compagnie di armali viene a stipendii, o, come fu detto, in aiulo di re Ferrante d’Aragona: e questi in compenso dona al gran condottiero i feudi di Trani, di Siponto e di San Giovanni Rotondo in Puglia, ove si accasano quelli che furono detti i primi venuti dall’Albania. Morto che fu il grande Scanderbeg nel 1466, e prostrata l’Albania sotto il giogo dei Turchi, i figli di esso, i loro clienti, nobili o popolani, vengono nel regno e si spargono per le terre che i re di Napoli dànno in feudo ai Castriota. La Irene Castriota va sposa al principe di Bisignano; e nei numerosi possessi di questa grande casa per la Calabria pigliano stanza gli Albanesi: e sorgono San Demetrio, Macchia, Vaccarizzo, San Cosmo, San Giorgio, Spezzano, verso il 1470, e poi tra il 1478 e il 1492 Castroregio, Lungro, Firma, Piataci, Falconara, e non so quale altro.
Scutari fu presa dai Turchi nel 1464: una parte del popolo abbandona la patria, e viene nel regno. Di costoro, che furono tra i più antichi coloni fuggiti sulle terre napoletane, un gruppo si allogò nel paese di Barile: la storia scritta non lo dice, ma lo attesta il nome di «Scutariali» dato anche oggi ad una contrada dell’abitato46. Ma quando Corone della Morea cadde in mano ai Turchi nel 1534, Carlo V fece trasportare nei regno, sul suo naviglio, quanti vollero abbandonare la patria soggiogata agli Ottomani, e la popolazione albanese crebbe di altri contingenti nella nostra regione. Allora cento famiglie vennero assegnate alla terra di Maschito, cinquantadue a Barile, trenta alla città di Melfi; altre a Brindisi di montagna47. Fecero capitolazioni di grazie o di vassallaggio col principe Torella di Melfi; e i greci di Barile, allogatisi su terre del vescovo di Rapolla, gli pagarono un censo annuo di otto ducati (che mezzo secolo più tardi, il vescovo volle elevato a dieci) per avere il diritto di fondarvi un abituro, il quale per assai tempo non fu altrimenti che una grotta scavata nel tufo della collina.
Agli esuli Coronei Carlo V concesse privilegi di nobiltà e franchigia, in perpetuo, da pesi fiscali: di quelle lustre di nobiltà molli se ne adornano ancora oggi: e pel godimento di quelle franchigie fin dal penultimo secolo hanno perorato, pro e contro i Coronei di Barile, di Brindisi e di Maschìto, gli avvocati delle comunità di cui i privilegi degli uni si risolvevano in aggravio degli altri. In Melfi il dissidio tra vecchi e nuovi abitatori eruppe più intenso e più presto: e nel 1597 le trenta famiglie dei Coronei, stanziate a Melfi, abbandonarono la città, e si raccolsero a Barile. Il rione da essoloro abitato in Melfi era detto dei Chiucchera, dal casato di una famiglia precipua dei Zuzzera, della quale è nominato il capitano Chiucchera nelle storie del secolo XVI. Il rione oggi ha lo stesso nome, ma è coperto non da case bensì da vigne e verzieri48.
Un ultimo contingente, venne dalla Morea e alle terre di Barile e Maschito dalla città di Maina — povera erede dell’antica Sparta — e fu nel secolo XVII, verso il 1647.
A Rionero quarantacinque famiglie di albanesi vennero quasi a ripopolarlo, però non molto prima del 1615; forse più antica del secolo XVII è la popolazione albanese che venne a San Chirico Nuovo ed a Ginestra di Ripacandida. San Chirico che si dice «nuovo» è detto di Tolve fin dal secolo XIII che fu abitato. Ginestra era un «casale» popolato in origine da coloni lombardi; poiché la si trova denominata «Massa Lombarda». Stremato che fu e vacuo di gente, il feudatario Caracciolo concesse il territorio ad un Giura condottiero degli Albanesi di Scutari, che vi si stanziarono: e il nome etnico del condottiero vi dura ancora, onorato, in Ripacandida.
Quanto a quelle colonie, che fondarono San Costantino e Casalnuovo (o, come oggi vien detto, San Paolo Albanese) nella diocesi di Anglona49, parmi poterne riferire le origini al secolo XVI: non prima del 1526, ma forse non più tardi del 1534, se, come è fama, vennero da Corone gli stipiti della gente50.
Bulgari
Con gli Albanesi di Scanderbeg trassero nel regno quelle colonie di razza e di lingua slava, che popolarono parecchi paesi della provincia di Campobasso; nella quale vive tuttora l’idioma slavo nei tre paesi di Acquaviva Colle Croce, di San Felice e di Montemitri. Queste colonie oggi, da filologi competenti51, non si ritengono come reliquie di quei Bulgari che Grimoaldo I duca di Benevento accasò quivi intorno a Bajano, ad Isernia, ed altrove, nel secolo VII. Invece come reliquie di questi Slavi del secolo VII gli eruditi napoletani ritennero quelli, ond’è venuto (e dura ancora), il nome di Bulgaria ad una montagna che si aderge tra il mare Tirreno sul golfo di Policastro e il paese di Rocca Gloriosa. Il nome non è dubbio che accenni a stanziamenti di Bulgari o Schiavoni; ma dubito che possa riferirsene l’origine a quei barbari d’Aleczone, che la storia ricorda accasati nel ducato beneventano per opera di Grimoaldo. L’Antonini li crede di quell’epoca remota: resta egli indeciso solamente se riferirli ai Bulgari che seguirono Alboino, o a quei di Grimoaldo. E in questo suo dubbio, non omette di riportarsi altresì ad un documento del 1080, che dice esista nell’archivio episcopale di Policastro, in cui Roberto Guiscardo accennerebbe agli utili servizi che a lui resero i Bulgari in finibus Apuliae et Salerni. Benché la fede letteraria dell’Antonini non sia intatta, e il documento che per tutti è ignoto meriti conferma, è vero però che in documenti medievali indubitati gli accenni a Bulgari per l’Italia meridionale non mancano.
Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura52, dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle sue pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlante di grecismo e di monachismo. Nella vita di San Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohé, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di cotesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro laure sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.
Infine, accennerò a coloni venuti di Schiavonia sulle coste adriatiche di Capitanata, ove popolarono Castelluccio dei Sauri: di là si sparsero altrove, e un gruppo ne giunse a Matera, ove abitarono la contrada che è detta Casalnuovo53. Nel feroce tumulto della popolazione contro il Tramontano, conte di Matere, nel 1514, tra coloro che finirono di trucidarlo i documenti uffiziali del tempo annoverano degli «Schiavoni». Altri ne vennero a Spinazzola, al cadere del secolo XV54; altri a Ruoti55 verso il 1511; altri a Montescaglioso, altri a Pomarico; ed altri verso lo stesso periodo di tempo nel secolo XV, nel piccolo paese di Monte San Giacomo, presso Tegiano56.
NOTE
1. Per esempio: Grachium, Caucium, Noue, Boul, Morro, Pestiz, Mesnil, Hamelin, Meulon, Foue, Pelouse, Arapennis, ecc. ecc. di cui vedi al capitolo rpecedente; passim.
2. Cod. Teod. XII, 1, 158.
3. Conf. G.I. ASCOLI, Iscrizioni inedite o mal note, greche, latine, ebraiche di antichi sepolcri giudaici del napoletano. Torino-Roma, 1880. Vedi al § II, pag. 33; — e BELTRAMI nell’Op. citata più giù.
4. Una corniola con tre linee di scrittura ebraica fu trovata testé nelle ruine di Grumento. L’iscrizione nelle due prime linee dice: «Mosè figlio di Emmanuel» e nella terza linea sono le Iettere ebraiche h s z j se che esprimono, forse, il cognome, se non ci è qualche abbreviatura. Così il ch. professore I. GUIDI, dell’Università di Roma.
5. MACCHIAROLI, Diano e l’omonima sua valle. Napoli, 1808. p. 91. La «Giudaica» della città di Salerno in documenti del 1168, ap. UGHELLI, VII, p. 402.
6. ASCOLI, Ibid. pag. 44.
7. Riporto dall’Ascoli questa, che è la 19ª a pag. 61; e che può riferirsi al secolo VI:
Hic . ciscved . (quiescit) Fausthna . Filia . Faustin . Pat . Annorum Quattuordci . Mhnsurum Quinqne Que Fuet . Unica . Parentorum . Quei . (cui) Dixerunt . Trhnus . (zρενους) Duo . Apostuli . Et . Duo . Rebbites . Et Satis . Grandem . Dolurem . Fecet . Parentibus . Et . L’Agremas . Cibitati .
Qui l’immagine del Candelabro a 7 braccia, in mezzo a quattro parole di scrittura ebraica, che significano: «il giaciglio di Lei; requie all’anima; pace». E poi continua:
Que . Fuet. Pronepus . Faustini . Pat . Nepus . Biti . et Acelli . Qui . Fuerunt . Maiores . Cibitatis
E qui un cuore ferito.
8. L’ASCOLI non contradice, accetta. Ibid. p. 45.
9. Della fiorente comunità giudaica di Venosa sappiamo oggi che va ricordato, del secolo IX, un Silano di Venosa
«un tipo (come è detto) ghiribizzoso di dottore, di poeta e di biricchino, il quale man mano che un predicatore di Palestina spiegava nel sabato alla comunità, in lingua ebraica, il Midrasch, veniva voltandone le frasi nell’idioma del paese: segno che la maggioranza della comunità fosse già allora ignara della lingua nazionale».
V. nell’Arch. Stor. prov. Napolet. anno 1897, la recensione del prof. M. Schipa della Cronica di Achimaaz di Oria (850-1054), pubblicata dal dott. Hauffman.
10. Delle iscrizioni sopra-terra ne pubblicò nove, primo di ogni altro, il TATA (in nota alla sua Lettera sul monte Vulture, Napoli, 1878), con la lezione e la versione (non del tutto esattissima) dell’abate SISTI di Melfi (che è l’autore d’una grammatica intitolata: Lingua santa da apprendersi anche in quattro lezioni. Venezia, 1747). La lezione e Ia traduzione di esso fu ripubblicata in appendice al vol. IV degli Annali crit. diplom. del DI MEO. Quelle di Matera furono stampate dal canonico VOLPE (Esposizione di talune iscrizioni esistenti in Matera, ecc. Napoli, 1844); ma inesattamente lette o trascritte. Ultimamente vennero ripubblicate, illustrate e tradotte (però delle materane tre sole) dall’insigne scienziato e linguista nostro contemporaneo nel libro sopracitato: nel quale è delineata anche la pianta dell’ipogeo venosino e il fac-simile di alcune iscrizioni importanti.
11. Vedi bolla di papa Pasquale II del 1102, apud ARANEO, Notizie storiche intorno alla città di Melfi. Firenze, 186, pag. 210. — Nei cedolari dei secoli XII e XIV (di cui nel seguente rapitolo XIV), Melfia cum judeis è tassata per once 287. — Il cenno dei Giudei a favore delle mense episcopali è fatto generico al medioevo. Per Salerno, Ruggiero figlio di Roberto Guiscardo nel 1090 donò all’arcivescovo di Salerno tutta la Giudecca della città con tutti i Giudei che vi abitavano, e tutti i servizi, censi e dazi, che essi dovessero allo Stato. MURAT. Ant. m. aev. diss. XVI, I, pag. 899.
12. I due documenti cu accenno nel testo, sono indicati nella Nota sugli Ebrei di Trani, pag. 73 e 83, in appendice alla importante lettera Degli antichi ordinamenti marittimi della città di Trani, di GIAMB. BELTRANI, Barletta 1873: Nota, che è monografia eruditissima sull’argomento. — Conf. GIUSTIN. Diz. ad v. Melfi.
13. Privilegio di Carlo VIII del 28 marzo 1495. — Dall’Indice mss. dei Privilegi della città di Matera, del 1763; in copia presso di me.
14. Vedi al capitolo precedente ad vv.
15. ANTONINI, La Lucania, pag. 527 (dis. 4, parte III), e propriamente nel 907. Cotesta cronaca è detta dall’Antonini «il manoscritto del Marchese di S. Gio. Bonito».
16. P. GUILLAUME, Essais histor. sur l’abbage de Cave. Cava (Naples) 1879, p. 52, ed Appendice p. XVI.
17. Che fossero trasportati a Lucera, in varie riprese, è ammesso da tutti, ma leggo in GREGOROVIUS (pag. 134 del libro Nelle Puglie, traduzione, Firenze, 1882), e nel LENORMANT (À travers l’Apulie et ta Lucania, I, pag. 278) che furono trasportati dalla Sicilia in Lucera, in Girofalco ein Acerenza: ove ebbero a restare finché non furono concentrati tutti in Lucera. L’HUILLARD-BREUOLLES nella Introd. alla Histor. diplomat. Friderici II, vol. I, p. CCCLXXXII, 5, non fa cenno alcuno di Acerenza, ma unicamente di Lucera. E l’AMARI, autorevolissimo sopra tutti, oltre alla numerosa colonia di Lucera, accenna solo ad una colonia di Girofalco (Stor. dei Musulmani di Sicil. vol. III, parte II, pag. 611. Firenze, 1872). Io aggiungerò anche Stornara, in Capitanata; come da un diploma di Carlo I del 1272 in WINSPEARE (Stor. degli abusi feudali. Napoli, 1811, n. 48 delle note). — Di Acerenza non si parla. — Or non sarebbe improbabile la residenza di coloni saraceni in Acerenza, anche per indiretto argomento che potrebbe trarsi dalla carta del 1300 che accenniamo più giù nel testo: ma prove dirotte e sicure non se ne hanno. E giova affermarlo.
Io penso che l’indicazione del Gregorovius e del Lenormant si fondi unicamente (?) sul fatto che si legge nel Jamsilla (vol. II, pag. 150, dei Cronisti e scrittori sincroni, raccolti da G. DEL RE. Napoli, 1808). Il cronista parla di Giovanni Moro, capo della città o dei Saraceni di Lucera, che macchinando di tradire Manfredi, esce dalla città con mille Saraceni per portarsi dal Papa (pag. 140). Ma non riuscita la trama, e sentendo già Manfredi entro Lucera, si porta in Acerenza: «profectus est recta via in Acheruntiam, ibique moratur. Saraceni vero ibi cum ipso morantes, saputo che ebbero del suo tradimento, lui, che in essi confidava, posero a morte; e avendone fatto a pezzi il cadavere, ne portarono la testa in Lucera, ove fu sospesa alla porta detta di Foggia. Gli stessi Saraceni mandarono loro ambasciatori a Galvano Lancia, zio del principe Manfredi, dimandando che venisse in Acerenza, e ricevesse la terra in nome del Principe…; e Galvano, infatti, vi entrò e la ricevé per parte del Principe».
Or dal contesto di queste parole non può cavarsene la conseguenza del Lenormant e del Gregorovius. Per me, al contrario, è evidente che i Saraceni, cui il cronista dice dimoranti in Acerceza, erano di quei mille che Giovanni Moro aveva condotto seco da Lucera; e che assai breve tempo vi dimorarono con esso, finché non lo trucidarono. Coloni dunque ivi trasportati a dimora dalla Sicilia, non è certo che fossero.
Quanto a Girofalco, il Lenormant (Ibid.) lo dice in Calabria: infatti un paese di Girifalco è in quel di Catanzaro. Ma io dubito che fosse questo di Calabria: e credo invece che si abbia ad intendere di quel grosso fondo di Puglia (oggi disabitato) detto Girifalco, tra Ginosa, Laterza e Matera. A questa affermazione mi decidono: 1° la considerazione che lo Svevo volle allontanare, non avvicinare alla Sicilia i Saraceni, che ne trasportava fuori; 2° lo stesso diploma fridericiano del 15 dicembre 1239, dove è detto: De Saracenis Lucerie et Girofalci, qui occasione negetiationis gerende se conferunt in Calabriam, et deinde in Siciliam transire nituntur…, ed ordina si custodisca e proibisca il passaggio, e si facciano tornare onde vennero (Apud H. BREHOLLES, Op. cit. vol. 5, pag. 588, 90).
18. Nel Syllabus mebranar. ad reg. Siclae Archiv. pertinent. Napoli, 1845, vol. II, parte II, p. 29, 38 e 48. — Presso il villaggio di Lagopesole fu trovata, anni or sono, un acorniola con incisi caratteri arabi, che l’illustre Amari interpretò così: «La mia buona speranza è in Dio. — Nel profeta avventurato. — Nel tutore (cioè Alì) che sa la buona via. — In Husain ed Hasan» (nella Lucania letteraria di Potenza, ottobre 1885). Essa appartenne probabilmente, sia a taluno delle truppe saracene che erano negli eserciti dei re normanni o svevi, sia a qualcuno di quegli ultimi perseguitati da da Carlo II.
Altri indizii dell’incolato loro dai casati, Nella serie dei vescovi di Melfi all’anno 1295 è uno che ebbe nome Saraceno. Vedi UGHELLI e ARANEO, p. 148. — Un lapidumque fabro Leonardo Saraceno si legge in una iscrizione del 1082 (?) che esisteva (ma oggi non c’è più) nella chiesa di S. Eustachio in Matera, se l’iscrizione è veramente di quell’anno, del che dubiterei; come è dubbio per me se nota di casato all’artefice della lapide, o se nota della nazione di esso. Ap. GATTINI, Note storiche della citta di Matera. Napoli, 1882, pag. 222.
19. La vendita è fatta in Gaudiano, e scrive l’atto, in data del 22 gennaio 1301, un Saracenus de Manescalco notarius Gaudiani. Dal che si vede, che se Gaudiano si disse «distrutto» da Federico II nel maggio del 1228 (ob culpe [?] meritum, Imperatore mandante, casale Gaudiani distruitur, come scrisse Riccardo da S. Germano), la distruzione non fu tale o tanta, che non risorgesse di nuovo, se si trova che esisteva nel 1301. Anzi, in una carta del 1280, è menzione proprio della Universitas Gaudiani. Vedi Syllabus, ora citato, vol. II, parte II, pag. 37-85, e vol. I, pag. 192. — Gaudiano è detto casale inhabitatum in una carta del 27 luglio 1409 (Ap. UGHELLI, Ital. Sac. vol. I, c. 935): ma in una precedente (ibid. 934) dell’anno 1382 è nominato un tale Gaudiani Judex. Dové dunque estinguersi al cadere del secolo XVI.
20. L’oncia di oro, di conto, a questi tempi angioini, valutavasi a trenta tarì di argento, ovvero quattro carlini di oro. Ogni carlino costava di oro puro acini 99 ¼; sicché un’oncia di essi conteneva 397 acini. Era pari, altresì, a quattro Augustali. — BIANCHINI, Stor. Finanze del Reg. di Nap. lib. III, cap. V.
21. Conf. Appendice II.
22. Conf. Syllabus Graecar. membranarum. Napoli, 1865. Prefazione.
23. Conf. Studi sui dialetti della Grecia della terra di Otranto pel professore dottor GIUSEPPE MOROSI. Lecce, 1870.
24. Fu pubblicato dallo Zachariae col titolo: Fragmenta versionis graecae Legum Rotharis. Parigi, 1835. — E nei Monum. German. histor. Leges, vol. IV, pag. 225.
25. Syllabus Graecarum membranarum, etc. Napoli, 1865.
26. MOROSI, Op. cit. pag. 191 e seg.
27. Apud MOROSI, Op. cit. pag. 240, lo scrittore greco signor ZAMBELLI, che accenna «a testimonianze di cronisti contemporanei» nella sua opera Ιταλοελληνικα. Atene, 1865.
28. ZAMBELLI, apud MOROSI, Op. cit. p. 199.
29. MOROSI, p. 197. — UGHELLI, Ital. Sacra, vol. I, col. 1039,
… monachos, qui ex Oriente in magno numero venerunt tunc temporis Neritonum et ejus dioecesim…
30. «Mille nel solo reame di Napoli; e cinquecento in quello di Sicilia»: RODOTÀ, Origine, progres. e stato presente del Rito Greco in Italia. Roma, 1760, vol. II. p. 82, che si riporta alla Storia degli Ordini monastici.
31. ZAMBELLI, apud MOROSI, Op. cit. p. 209.
32. ZAMBELLI, apud MOROSI, Op. cit. pag. 207. — Theophanes continuatus. V, cap. 11 e 75. — Conf. AMARI, Stor. de’ Musulm. I, 442.
33. Presso UGHELLI, Ital. Sac. VII, 25, ma di scorrettissima lezione. — Ricorretta sul testo, in parte, ap. Di Meo, Ann. crit. diplom. ad ann. 1068, 7, che la crede spuria. Ma la dubbia autenticità sua non distrugge il fatto, per cui è citata nel testo.
34. Pubblicata dal TATA, p. 57, nella Lettera sul monte Vulture. Napoli, 1778; e da altri, di poi. In ARANEO, Op. cit. a p. 112.
35. La Cattedrale di Anglona è ricordata dall’UGHELLI (VII, 69), come intus picturis ac imaginibus Graecis ornata.
36. Nel capitolo Cum olim: de Clericis coniugatis (ap RODOTÀ, Op. cit. I, p. 202).
37. A p. 29 dei documenti in Appendice al libro di monsignor ZAVARRONI, Esistenza e validità dei privilegi alla Cattedrale di Tricarico. Napoli, 1719.
38. Vedi Paleocastren Diœceseos synopsis, ecc. Napoli, 1831, pass.
39. Per Laino, Rivello e Cuccaro, vedi ANTONINI, p. 441, 448, 338 e qui in seguito al capit. IX — Per Roccagloriosa, GIUSTIN. Diz. geog. ad v. — Per Polla, GATTA, p. 64, delle Memor. di Lucania, 1732. — Per Tegiano, MACCHIAROLI, Op. cit. pag. 91. — Per Caggiano, UGHELLI, It. Sac. VI, 853.
40. In RICCIARDI, Notiz. stor. di Miglionico: egli inoltre ricorda che una cappella rurale era detta San Giovanni ante porta latinam. — In Latronico è una contrada rurale detta Colle dei Greci.
41. Le carte qui indicate sono riferite per intero nell’Appendice alle Notizie storiche del Castello dell’Abate e dei suoi Casali nella Lucania, raccolte da DOMENICO VENTIMIGLIA. Napoli, 1827, a pag. IX, XXIII, XXX, XXXVI, ecc.
42. Per Laurino, Laureana, La Catona, vedi, innanzi al cap. III. — Policastro è παλαιόκαστρον. — Controne da χόνθος, pietra: aumentativo all’italica, che equivale a Pietragrossa. — Futani, da φυτόν, pianta; equivalente agli italici piantoni, piantate, pastini parole topografiche del dialetto dei nostri paesi. — Monte Corace, Monte Corvaro, o dei corvi, da κόραξ. — Rodio è ῥοδεὼν, roseto (o non dai cavalieri di Rodi, secondo l’Antonini e il Lenormant che lo ripete). — Poderia, da ποδὴρης, quasi Piedimonte. — Cammarota, da καμαρὼτος, avente la forma a vòlta, cioè le «antiche camere» o magazzini del luogo. — Pollica, da πολις οἱκος, in senso di «molte case» in relazione a minor gruppo di case (o «Casalicchio» paese) forse vicine. — Ascea, dubito se del grecismo medievale: credo equivalga a luogo «favorevole all’approdo» da α σκαιός (non sinistro). — Sicilì, vale ficheto, da συκὴ, fico e ὑλη, selva, ovvero συκὴ ὑληεις, selvoso. — Morigerati (Muricerato) dal tema μυρικὴ, che è una specie di ginestra; e vale «terreno pieno di ginestre». (Conf. le due forme italiche «alberato o albereto, vignato e vigneto, olivato o oliveto», ecc.).
Qui non voglio omettere che nella Paleocastren Dioeceseos Historico-Cronologica Synopsis, ecc. Napoli, 1833 (a pag. 111) si legge che «una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro, espulsa che fu dal Duca Guiscardo dalla Calabria e dall’Apulia… Erano di quelle le greche famiglie, che fondarono i villaggi di Battaglia e Morigerati; altre emigrarono a Li Bonati; altre a Cammarota e a Rivello».
L’espulsione del Guiscardo e l’epoca è per me dubbia: ma la testimonianza in genere è pregevole.
Il rito greco durò lungo tempo nella chiesa di questi luoghi, e «nell’Archivio della cattedrale di Policastro si conservano varii Registri di dimissorie rilasciate dal vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco, e specialmente due del 1592 e una del 1608». VOLPE, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento. Roma, 1888, pag. 132.
43. Nel documento, del 1448, che è una lettera-patente di Re Alfonso a Dometrio Reres, uti trium coloniarum Epirotarum duci, se questo documento è del tutto genuino. Apud RODOTÀ, Del rito greco in Italia, vol. III, pag. 52.
44. DORSA VINC. Sugli Albanesi, Ricerche e pensieri. Napoli, 1847, pag. 61.
45. Conf. PAGANO LEOP. nella Monografia di Rossano nei Cenni storici sulle chiese arcivescovili e vescovili, ecc. del regno delle Due Sicilie, raccolti dall’abate DAVINO, Napoli, 1848, pag. 588.
46. Apud TATA, Lettera, etc. già citata. — GIUSTINIANI, Dizion. ad v.
47. In ANGELO BOZZA, Il Vulture, ovvero brevi notizie di Barile, etc. Rionero, 1889.
48. Dal libro testé citato di ANGELO BOZZA, ibid.
49. L’ab. SACCO, nel Dizionario Geografico, Napoli, 1795, riferisce anche S. Martino (d’Agri) «come abitata da Albanesi di rito latino»: ma della notizia non trovo traccia altrove. Credo l’abbia confuso con l’altro San Martino, non lungi da Cosenza, in diocesi di Bisignano.
50. In un documento del 1526, ove sono chiamati «all’ubbidienza» del vescovo di Anglona tutti i curati dei paesi della diocesi, non è parola dei due paesi che sono indicati nel testo (Monografia della chiesa di Tarsi, pag. 724, nei Cenni storici raccolti dal DAVINO, sopracitati).
Con le notizie riferite e da noi raccolte dal libro dell’egregio A. BOZZA occorre rettificare o chiarire ciò che il signor DORSA, Op. cit. pag. 64, scrive: «Venuti i Coronei, … la città di Melfi ne fu piena: talché nel 1597 quelle famiglie, unite con altre loro nazionali, si distaccarono dai cittadini di Melfi e fondarono Barile. Ebbe i suoi Coronei anche Brindisi e Maschito. Anzi, sincera (?) fama racconta che S. Costantino, Farneta e Casalnuovo di Noia riconoscono la fondazione dei padri di Corone».
La fondazione, o piuttosto la ripopolazione di Barile da colonie albanesi è anteriore alla presa di Corone: e la data del 1597, se non è uno sbaglio od un orrore tipografico, non si può riferire alla fondazione di S. Costantino e di Casalnuovo. Queste due comunità, nella numerazione del 1595, si trovano già censite, la prima per fuochi 58, e l’altra per fuochi 46 (GIUSTINIANI, Dizionario, ad. vv.).
51. Per questi, o per la quistione in genere, vedi un notevole saggio del dottor ANTONIO ROLANDO intitolato: Escursione nei paesi slavi della provincia di Campobasso, pubblicato nel Programma, ovvero Cronaca dal titolo: Il R. Liceo Ginnasiale Principe Umberto di Napoli nell’anno scolastico 1874-75. Napoli, 1876.
52. Il soggetto è ancora ben poco chiarito: riferirò pertanto, per ulteriori investigazioni, anche questo passo del Rodotà, che dice:
«… Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore: ed altri ancora… Gli uni o gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi: ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici…» Vol. III, p. 58, Del rito greco, etc.
53. GATTINI, Note storiche sulla città di Matera, pag. 202.
54. Nei Capitoli per l’Università di Spinazzola del decembre 1492, si legge: — Et lo simile se supplica de Joanne Sclavo, quale tene et have bone bache (vacche), et lucatione de caso, et non paga cosa alcuna… — Nel Codice Aragonese etc. Napoli, 1874, vol. III, pag. 336-8.
55. GIUSTINIANI, Diz. geogr. ad v. — Hist. del Tansi.
56. Nel libretto dal titolo: L’osservatore degli Alburni, di GIUSEPPE ALBI-ROSA, Napoli, 1840, si legge: «S. Giacomo, una volta dei Mazzacani di Diano, fondato per abitazione dei Dalmazii, che vi furono condotti dal monte Gargano, ove li aveva approdati il loro principe Sveropoli». Credo che il castello di Sauri, di cui noi testo, siasi mutato in Sauropoli nelle fonti a cui attinse questo non acuto Osservatore degli Alburni, che poi da città lo tramuto in principe.