CAPITOLO XIII
MOTI POPOLARI NELLA PROVINCIA, ALLA METÀ DEL SECOLO XVII (1647 E 1648)
Chiuso il periodo delle guerre dinastiche e delle turbolenze feudali col secolo XV, e disceso il reame di Napoli, nel secolo XVI, all’umile grado di provincia della grande e lontana monarchia di Spagna, la regione nostra, come quasi tutte le altre provincie napolitane, non ebbe altre guerre che le domestiche degli esattori regii o feudali contro i vassalli del barone o del re, e le rapine violenti dei masnadieri e banditi scorrazzanti a schiere pei boschi e per le pubbliche vie, e le piraterie dei predoni turchi per le sue spiagge. Ma, nel corso del secolo XVII, a questi perpetui, ma non unici fattori del generale malessere, vuolsi aggiungere un conato di popolo, che scuotendo la generale atonia e le fibre degli abitanti per tutti gli angoli del reame, mostra, forse per la prima volta, in mezzo alle esplosioni violenti di personali cupidigie e di ogni sorta di disordini, l’alba di un sentimento politico; che se non riesce ad esternarsi manifesto, è pure alito che circola segreto nel complesso delle varie vicende di quei rivolgimenti che si svolsero negli anni 1647 e 1648.
Il tumulto della città di Napoli, scoppiato il giorno 8 luglio del 1647, a causa prossima del nuovo balzello sulle frutta, si ripercosse e propagò per le città circostanti e le provincie; e divenne gradatamente, più che tumulto, rivoluzione. A questa diede in segnacolo il suo nome, oggi famoso, Tommaso Aniello di Amalfi; ma non fu, veramente, che capo occasionale del semplice tumulto: egli surse, sovraneggiò e cadde in otto giorni. Il popolo rimasto in piedi proseguì incosciente e fatale l’arco della parabola; e rivendicando diritti e privilegi a pro della città di Napoli, non ebbe che impulsi e intenti e aspirazioni veramente non più che municipali: poi perseguitando, bestialmente, i publicani,e chiedendo, non ingiustamente, parità di diritti e privilegi ai nobili nel governo della città, offese i nobili preponderanti nel governo di essa; e minacciò i ricchi interessati nell’amministrazione delle gabelle ipotecate. Di qua l’elemento della lotta di classe nel tumulto di Napoli nel 1647.
Ma il tumulto, divampato e divampante per motivi economici, poiché non fu potuto reprimere, presto per difetto di forze adeguate, irruppe come fiumana in piena che spezza gli argini; e da feroce trambusto municipale tramutò in moto politico.
Erano tempi che Spagna e Francia contendevano di dominio e di preponderanza politica in Italia; e Spagna prevalendo, Francia tendeva l’occhio e spiava le occasioni per indebolirne il dominio o sopprimerlo. E poiché i tumulti napoletani del luglio duravano e ingagliardivano, rimbalzanti qua e là per le provincie, né gli animi quetavano, i capi del tumulto e i reggitori aperti o soppiatti del nuovo stato di cose, s’incontravano con gli interessi, con le aspirazioni e le mene della Francia; che rinfocolava da Roma le imprese dei male affetti al governo di Spagna.
Quindi nuovi aliti, nuove fasi e incidenti dei moti napoletani.
Il Viceré, Duca di Arcos, da prima cede e capitola col «fedelissimo popolo» insorto: tutte le grazie che vuole, tutte le giustizie, ossia le vendette che pretende, egli accoglie ed esegue; e tergiversando, lusingando, cospirando va innanzi due mesi, in attesa che arrivino i rinforzi dalla Spagna. E quando ai primi giorni dell’ottobre 1647 giunge la flotta spagnola e D. Giovanni D’Austria, figlio del re, nel golfo di Napoli, il Viceré cambia di metro; e chiede il disarmo del «fedelissimo popolo»: ma il popolo fedelissimo l’intende altrimenti: e la flotta cannoneggia la città; e il Duca Viceré riattaccando le segrete fila con i baroni, invisi al fedelissimo, li spinge a raccogliere le forze dei loro vassalli nei feudi per fare punta a Napoli; per sequestrare le vettovaglie che il traffico recasse alla ribelle città; e per impedire gli aiuti che dalle provinole in tumulto vengano, chiesti e sollecitati, alla contumace città capo dello Stato.
In questa entra in scena, a mezza maschera, la Francia, e, trovato che è disponibile a Roma un principe di sua casa reale, corrivo alle avventure come alle galanterie, ambizioso, intraprendente, coraggioso, questi si presenta alla Città, come inviato dalla Francia a liberare il buon popolo di Napoli. Egli era il Duca di Guisa: e il Duca dalla Città in feste viene acclamato generale delle armi e protettore e Duca, o Doge della «Serenissima reale Repubblica» di Napoli: e con esso e per esso al tumulto indeciso della città e delle provincie è dato apertamente il carattere politico.
Allora il contrasto delle forze e degli interessi, latente e indefinito, si scopre e determina. Quindi il reame si divide apertamente in partito popolare e in partito regio: il popolare sotto un’insegna mal definita e non compresa di una «repubblica reale», tende non a forme di reggimento democratico, ma sostanzialmente ad un sollievo delle gravi condizioni economiche nonché all’abbassamento delle prepotenze dei nobili; e l’altro, il partito spagnuolo, che era quello di baronaggio; e con esso ed in esso feudatari, nobili, cavalieri, alto clero e poca o punto borghesia civile; poca o punto, poiché la borghesia era ancora quasi in fascie per numero e importanza; e lo stesso numeroso ordine di chierici, parte e culla della borghesia napoletana, era propenso al partito popolare.
I tumulti della città si ripercuotevano nelle provincie; gl’incendi divampavano dappertutto all’esca della mala contentezza che avvolgeva tutti i cittadini. I banditi che, vecchia e depascente piaga, formicolavano pei boschi a drappelli, si accozzavano in masse, e, insieme alle plebi saccomanne, addivennero eserciti. Le comunità insorgevano, acclamando al governo popolare, e i magistrati regi o baronali fuggivano a scampo. Nella provincia di Lecce fu morto il consigliere Uraca, mandatovi dal viceré a refrenare i tumulti; il Boccapianola, comandante le armi, scampò la vita fuggendo dal castello di Barletta; non altrimenti da Capitanata il conte di Mola e gli uffiziali regii. Tumulti e ribellioni in Abruzzo, contro i baroni Marchese del Vasto e Ferrante Caracciolo, e contro il Pignatelli comandante le armi: ivi i banditi delle Marche, aumentati sterminatamente, erano venuti e raccolti al comando del famigerato bandito del regno, Giulio Pizzola. La città di Bari aveva levato rumore agli impulsi di un Masaniello locale; le altre città pugliesi, benché tenute a freno dal Duca di Conversano, potente, animoso e feroce sostenitore del partito regio, balenavano e rumoreggiavano. Le Calabrie più lontane da Napoli non risposero meno sollecite agli emissari mandati dall’Annese e dal Guisa, tra i quali ci occorre ricordare il nome di un Andrea Marotta, di Tramutola, che fu capo di bande o colonnello, come è detto nelle cronache, e pagò poi del capo la parte presa pel popolo nei rivolgimenti dell’epoca1.
Ma più largamente di tutte divamparono d’incendi e turbamenti la provincia di Terra di Lavoro, che era più prossima al focolare della città di Napoli, e, dopo di essa, la provincia di Principato Citeriore e quella di Basilicata, che il Parrino ed altri cronisti dicono «più contumaci delle altre»2.
Scorrazzavano pel Principato Citeriore tra Scafati, Cava, Salerno ed Eboli, con numerosa massa di gente, Ippolito Pastena, un bandito famoso, pieno di audacia, di accorgimento e di ferocia; e per la Basilicata il dottore Matteo Cristiano, che fu gentiluomo e uomo di lettere, anzi dottore in legge, e che, per gli avventurosi successi della sua impresa contro il governo di Spagna, merita speciale riguardo.
Era nato in Castelgrande, nel Melfese, l’anno 16163, e messosi a capo di gruppi di armati che crebbero man mano a più che un migliaio e mezzo, per la Basilicata e le Puglie delle Murgie ebbe successi notevoli; di tal che il Guisa, riconoscendolo a capo di un piccolo esercito, lo nominò «generale delle armi», e «non ebbe a pentirsene», aggiunge la scrittrice bene informata, che, nella storia dell’impresa napoletana del Duca di Guisa, dà del dottor Cristiano le maggiori notizie4.
Ippolito Pastena o della Pastena, che è un villaggio non lungi da Salerno, ebbe al suo comando, e di un suo fratello Vincenzo, una massa di oltre un migliaio di armati e s’impadronì di Scafati, ove erano i mulini pel vettovagliamento di Napoli, poi della città di Cava e bloccò la città di Salerno, ove era il Serbelloni, Preside della provincia. Salerno tenne fermo; ma, accresciute le forze del Pastena con altre masse di gente di Basilicata condotte dal Dottor Cristiano5, il Pastena, ai principii del dicembre 1647, strinse la città, impedì i viveri, devastò i campi d’intorno, e con l’aiuto dei popolani, che riaprirono nelle muraglie un valico già male asserragliato, vi penetrò, dopo otto giorni di blocco. Il Preside e i gentiluomini difensori fuggirono, e la città fu messa a sacco.
All’annunzio del grave successo tutti i paesi della provincia alzarono bandiera del popolo, e il Pastena, spargendosi intorno, acquistò anche la città di Marsiconovo6, ai confini di Basilicata, e penetrò in questa fin giù a Montepeloso. Eravi con le di lui turbe, secondo un cronista pugliese, anche un tal Francescantonio Fiorito, di Potenza7, con grossa mano di gente; e di certo eravi il Dottor Cristiano e i suoi.
A cacciare i popolari da Montepeloso vennero dal Barese il Duca di San Marco, preside della provincia, il preside della provincia di Lucera, il Conte di Celano ed altri baroni, con 400 cavalli e con 500 armati pedoni: con essi si accodarono drappelli di preti armati dal Vescovo di Gravina, che era Vescovo altresì di Montepeloso. Tutta questa gente scaramucciò con i nemici; ne ebbe alcuni morti e feriti, e, anziché attaccarli, si tenne a bloccarli; ma il Pastena ed i suoi uscirono dal blocco bravamente di notte, e sollevarono altri paesi, tra cui ricordano Oppido, Cancellara e Pietragalla8.
Pertanto, messa in fuoco, dopo Salerno, anche la provincia di Basilicata, il Viceré Duca di Arcos intese a provvedervi. E al Serbelloni, che, come preside di Salerno, pare fosse anche preside per la Basilicata, sostituì per questa provincia il Duca di Martina e sollecitò che egli partisse per quei luoghi in commozione, a restituirvi l’ordine.
Il Duca di Martina9, con una squadra di 50 cavalli, in quattro giorni fu da Napoli a Buccino, che era una sua terra feudale in provincia di Salerno e non ancora occupata dai popolari: e di là spedì messi ai baroni delle due provincie per sollecitare aiuti alla causa reale, dando loro la posta a Marsicovetere, dove egli stesso era per recarsi in compagnia del principe di quella terra Salvatore Caracciolo, che, con la forza di 50 cavalli, era venuto a raggiungerlo in Buccino.
Con questi non larghi sussidii di armati, il Duca si mette in marcia il giorno 23 dicembre alla volta di Marsicovetere, nella Basilicata, conducendo seco la moglie e i figliuoli. Camminò due giorni per vie rotte dalla pioggia e cosparse di neve, e, sceso nella pianura solcata dall’Agri, giunse la sera a piè del colle, al quale è aggrappato il paese di Marsicovetere, ma seppe che esso era già stato occupato da 400 dei popolari delle squadre del dottor Cristiano10; sicché gli fu forza arrestarsi nella boscaglia, ove l’ampia casa baronale diè ricetto alla comitiva. E, mancati i baroni al convegno, chiuso egli in mezzo a paesi già in rivolta e con forze insufficienti anche alla personale difesa, risolse di tornare onde era venuto a Buccino, per mettervi al coperto la famiglia. E, seguendo la via più dritta, si mise in volta pel paese di Picerno, che era anch’esso un suo feudo; e, pure schivando di appressare alla città di Marsiconuovo, che già il Pastena aveva fatta insorgere, non poté scansare pel territorio di questa gli agguati degli insorti, che gli fecero fuoco alle spalle, e uccisero qualcuno della scorta. Passò alla men triste e fu a Picerno la sera, nella lusinga di migliore ventura. Ma il giorno dopo venne da Tito, con trecento armati, un capo de’ popolari per assalirlo; quei di Picerno tumultuano, gli si levano contro, uccidono uno dei suoi famigliari, ed egli con la famiglia scampa alla meglio, ma perde, ricco bottino ai tumultuanti, bagaglio di argenti, di gioie e danaro11.
E cacciato che fu il duca di Martina nella provincia di Salerno, il Cristiano e le sue bande tornano per l’interno della Basilicata. Già Tricarico, notevole città sede di vescovo, si era pronunziata pel partito popolare: messosi a capo del moto un suo cittadino di molto seguito12, che ebbe nome Vincenzo Vinciguerra; i tumultuanti saccheggiarono, secondo il costume, le case degli aderenti alla parte spagnuola; ma non fu tocca quella di un cittadino che era governatore pel re nella città di Gravina; onde è che questi venne in sospetto al Viceré e fu arrestato13. Anche il vescovo era fuggito. A Grottole, prossima a Tricarico, il notaio Evangelista Moriello solleva il popolo: così altre terre d’intorno. Il fuoco dilatava, ed ogni sforzo dei popolari intendeva che avvampasse Terra di Bari e Terra d’Otranto, ove erano città importanti, e dove era raccolta la maggior forza dei baroni aderenti e propugnatori del partito regio.
Il duca di Guisa aveva tratto dalle carceri della Vicaria un Salazar conte di Vaglio, che fu uomo di vita sregolata, ma bravo e intraprendente: e dandogli titolo e ufficio di governatore delle armi, lo mandò a sostenere la causa del popolo, o sua, per la provincia di Principato Citeriore e per le Puglie. Doveva raccogliere le forze popolari in una massa di gente tale da bastare ad imprese notevoli; doveva, mercé raccolta di vettovaglie nei paesi insorti, provvedere all’annona della città capitale, stremata di viveri e bloccata; doveva disperdere le forze dei baroni del partito regio, che si venivano raccogliendo per le Puglie. I varii capi delle bande popolari ebbero ordini di riunirsi al conte, governatore delle armi della real repubblica; e quelli infatti convengono verso il Barese, meno forse l’Ippolito Pastena, sia che sdegnasse sottostare agli ordini di altri, sia perché sentisse i segreti influssi piuttosto del Gennaro Annese che del Guisa.
Giovanni Grillo, genovese di origine, fatto ricco dai commerci e diventato conte di Montescaglioso, era a capo di una delle bande popolari, che dal ducato di Amalfi passò in Basilicata per unirsi al conte del Vaglio.
Qui il Conte si congiunge col dottor Cristiano; ed a forze unite assalsero o presero Rocca Imperiale14, una terra, più che città, sul mare Jonio, fortificata contro i pirati di cannoni e di muraglie. Ne trassero qualche cannone e molta munizione da guerra: la fama e la fortuna delle armi popolari ne crebbe: e i magistrati regi del Barese ne impensierirono e corsero a riparo.
Dalle rive del Jonio il Cristiano piegò a Pisticci, che osò resistere, ma fu presa di forza e punita di sacco: quindi passò a Ferrandina, che aprì le porte di buono o mal grado. Era qui arrivato giorni innanzi il consigliere Gamboa, alto magistrato regio del Leccese, con gente d’armi; ed ivi aspettava, per un’azione comune, il duca di Martina, che da Buccino tornava al governo di Basilicata; ma le vittorie del Cristiano e l’animo ostile dei popoli al governo di Spagna, e l’aperto tumultuare di essi, costrinsero sì il Gamboa, sì il Martina, giunto il giorno di poi, a sloggiare da Ferrandina e ripiegare verso il Barese.
Punita Pisticci, ed occupata Ferrandina, le terre d’intorno si affrettarono a seguire l’esempio della resa; ed oltre a Grottole, già per interno moto sollevata, fecero lo stesso Pomarico, Miglionico, Montescaglioso, Laterza ed altre del Leccese. Allora, o in quel torno, insorsero ferocemente Latronico e Carbone; in quella la plebe trucidò il barone Ravaschieri e due suoi fratelli; in questa uno o due frati della famiglia del Commendatario, che l’aveva in feudo.
Dall’altra parte della provincia, verso il Melfese, erano già pronunziate per la repubblica le terre di Lavello, di Spinazzola, di Genzano, di Venosa, sia che fossero sollevate da Vincenzo Pastena, fratello di Ippolito e capo di minori bande, sia agli impulsi del dottor Cristiano, che era nato, come fu detto, in un paese di quella regione del Melfese, donde erano raccogliticcie le prime sue bande, e che (scrive il cronista) scorreva allagando la provincia come un torrente15.
Laonde ai principii dell’anno 1648 tutta la regione basilicatese parve conquistata al governo popolare del Duca; il quale, riconoscendo il fatto come opera segnatamente del dottor Cristiano, gli conferì titolo e patente di capitano generale16.
Titolo e ufficio identico aveva dato per la stessa provincia Gennaro Annese nel tempo della sua dittatura ad Ippolito Pastena; di tal che non tardò a sorgere gelosia di comando e lotta di competenza tra il Pastena ed il Cristiano: anzi quello, nell’impeto di una natura rotta ad ogni violenza, parve marciasse con le sue bande contro la truppa del Cristiano. Il conte del Vaglio, che era già con sue forze pel Barese, accorse a favore del Cristiano, e dichiarando costui suo luogotenente obbligò il Pastena a ritirarsi.
Allora, che era il febbraio del 1648, congiunte alle forze del conte quelle del Cristiano e quelle del Grillo e di altri capi minori, il conte del Vaglio si trova a capo d’un esercito che è detto di 5350 uomini, se può credersi alla statistica militare della scrittrice sovente ricordata17, e che operava per le zone di paesi tra la Basilicata, la Terra di Bari e la Terra di Otranto.
A tale apparato di forza, e con l’aura che spirava favorevole al governo popolare della città capitale, le terre e città della regione si affrettavano a mandare deputazioni e messaggi ai liberatori, che francavano borghesi dalle prepotenze dei baroni, e borghesi e villani dagli aggravi del fisco.
E i liberatori, entrando nelle città o terre amiche, cominciavano dal fare inquisizioni, non so se dire requisizioni (perché se la parola è di genio moderno, l’idea che rappresenta è tanto vecchia, quanto lo stato di guerra), requisizioni di grani ed altro genere vettovaglie18; e queste per metà spedivano alla volta di Napoli a soccorso dell’annona assottigliata della città, e il resto era ripartito sia tra i denunciatori delle nascoste derrate sia per la necessità dei viveri delle stesse bande. E mentre questo avveniva da un lato, dall’altro il conte di Conversano entrando nelle città amiche imponeva una tassa ai possidenti, per mantenere le sue milizie. È l’eterno e così detto diritto di guerra!
Matera, città ricca e popolosa, allora in terra d’Otranto, accolse il dottor Cristiano, perché la parte popolare sollevantesi l’impose a quei del reggimento, e andò incontro ai liberatori; non altrimenti i paesi d’intorno. Gravina all’appressare dei popolari fu sgombra dal consigliere Gamboa che si ritrasse a Taranto; e fu occupata dal conte del Vaglio; mentre Altamura, importante città murata, fu occupata dal dottor Cristiano. E qui trai due maggiori capeggiane quelle varie masse di armati si rivelò aperto un dissidio per «gelosia di comando» e il dissidio divenne rottura, di tal che il dottor Cristiano si apparecchiava a muovere contro il Vaglio ed occupare Gravina: ma i sopraggiunti ordini del Duca rattennero il focoso dottore. Da Altamura annodò segrete intelligenze con Taranto; e questa città, sommossa da un Donato Altamura, poté gridare, benché per breve tempo, il governo popolare.
Le forze del partito regio delle Puglie, con a capo il Boccapianola comandante le armi, il Duca di Martina, ed uno dei più fieri, audaci e intraprendenti baroni, che era il duca di Conversano, si presentarono due volte, il 29 febbraio e il 2 di marzo, sotto le mura di Altamura, per sollecitare un moto interno contro Cristiano, mentre essi attaccherebbero la piazza; ma le due volte furono respinti dall’animoso e sagace dottore, che aveva avvalorata la difesa di ripari e di trincee. Il Conversano al 2 marzo investì la piazza con quattro cannoni: i difensori anche questa volta fugarono fanti e cavalleria; e in un’animosa sortita s’impadronirono di un cannone; e quelli del Conversano che osarono di ripigliarli, furono tagliati a pezzi, tra cui un Luise Paladino, gentiluomo di Lecce19.
Cresciuto d animo il dottor Cristiano mosse verso Taranto per risollevare la parte popolare, che era caduta, dopo che il Donato Altamura, capo del sollevamento di Taranto fu morto, e il moto dei suoi represso dal duca di Martina. Ma dalla città fu respinto; e questo fu il primo scacco (dice il cronista20), che egli subì; essendo sempre riusciti a bene l’ordinamento, l’avvedutezza nonché la fortuna sua. Tornò dunque ad Altamura, mentre il Vaglio era a Gravina.
In questa alternativa di rovesci, di vittorie, di ribollimenti popolari, per tutte le provincie del Regno, il governo del Viceré ebbe il Sopravvento, da poiché s’impadronì della città di Napoli nel 6 di aprile; e il Guisa, fuggitivo verso il confine romano, fu fatto prigioniero e condotto a Gaeta. Gli animi dei popolari caddero; anzi gli stessi popolari, qui e qua, secondo la solita vicenda dell’aura democratica, imprigionarono quando non trucidarono i capi dei governi locali, a ingraziarsi i vincitori. Così a Tricarico: ove all’avvicinarsi del duca di Martina, e con suo intendimento, fu ucciso il Vinciguerra capo dei popolari, con altri dei suoi seguaci; e la città tornò al governo regio; così tutti gli altri paesi della Basilicata, pei quali veniva cavalcando con una squadra di 200 cavalli il duca di Martina. Al Boccapianola, comandante le armi, si resero similmente Matera, Gravina, Altamura. A Gravina con intendimento e suggerimento del Vescovo, fu fatto prigione il conte di Vaglio; e gli fu troncato il capo nel castello di Barletta.
Matteo Cristiano, invece, che era in Altamura, passò, dicono i cronisti21, «al partito regio» grazie alle pratiche di un Denovellis, barone di Grassano. E così, poco chiaramente, molto deplorevolmente per l’onor suo, ebbe fine l’impresa e la parte del dottor. Matteo Cristiano. Deplorevolmente, perché non pare si trattasse unicamente di capitolazione della città con patto di amnistia per sé ed i suoi. Un cronista barese contemporaneo22 scrisse che egli, il dottor Cristiano, fu fatto governatore della stessa città di Altamura!
Né qui finisce la storia dell’uomo: della quale l’ultima fase ci resta nelle sue cause, non negli effetti, oscura. È accertato che egli lasciò la testa sul palco in Napoli, insieme a Don Pietro Conclubet dei marchesi di Arena, ed a Damiano Tauro: i due primi sul palco, privilegio dei nobili; l’ultimo di capestro, perché di razza non degna della scure23. Ciò avvenne nel 23 agosto del 1653. Tutti e tre, dice il Parrino, furono presi nella state di quell’anno negli Abruzzi, ove erano tra i capi degli insorti e dei banditi di quella regione. Onde è da credere, che il Cristiano, irrequieto e insoddisfatto di sé e degli eventi, o sospettoso di segrete vendette del Viceré, disertò nuovamente dalla parte regia, come il Conclubet medesimo, che era già ufficiale superiore dello esercito spagnolo fino al 1648; e si recò negli Abruzzi, sia per passare esule e fuggitivo negli stati del Papa, sia, di animo deliberato, per riunirsi a coloro, che sui confini mantenevano accesi i fuochi della rivolta a Spagna, prestando esca e speranze l’ambasciatore francese in Roma.
Cadde dunque da nobile sul palco: e noi chiudendo questa pagina di tragica storia, ci è forza confessare che non sappiamo per quali chiare ragioni si levò in armi, per quali politici ideali volle combattere, per quali non ignobili necessità si determinò a capitolare, e per quali nuove ragioni ruppe fede di nuovo al governo accettato. Ed è lacuna spiacevole nella biografia di un uomo che ebbe, di certo, generosi spiriti, ed era degno di migliore fine, e, forse, di più pura fama nella storia.
NOTE
1. CAPECELATRO, nel Diario, di cui il seguito (III, pag. 442) pubblicato in Napoli nel 1854.
2. PARRINO, Teatro dei viceré. — Vita del Duca di Arcos. Vol. II, pag. 163 della ediz. di Napoli, 1876.
3. Le prove di ciò sono nel libro del valoroso magistrato ed uomo di lettore NICOLA CIANCI SANSEVERINO: I campi pubblici di alcuni castelli del medio evo, in Basilicata. Napoli, 1891.
4. Madamigella DE LUSSAN (1682-1758) (che venne detta figlia naturale di Tommaso di Savoia), nel libro: Histoire de la révolution du royaume de Naples dans les années 1647-48. Paris, 1757 (vol. 3°, p. 270). Il libro, di certo, fu compilato su documenti che appartennero al Duca di Guisa.
5. DE LUSSAN, III, p. 349.
6. DE LUSSAN, III, pag. 349.
7. In PETRONI, Storia di Bari, pag. 69, II.
8. In PETRONI, ibidem.
9. Francesco CAPECELATRO, Diario delle cose avvenute nel reame di Napoli negli anni 1647-48. Napoli, 1854, vol. III, pag. 99.
10. DE LUSSAN, III, pag. 354.
11. CAPECELATRO, ibid. — DE LUSSAN, III, p. 354.
12. CAPECELATRO, III, pag. 118.
13. PETRONI, Stor. di Bari, II, pag. 76.
14. DE LUSSAN, III, pag. 349.
15. DE LUSSAN, III, 354.
16. DE LUSSAN, III, 349.
17. La DE LUSSAN, p. 355.
18. Nelle Memorie del Duca di Guisa, lib. III, p. 117, è detto:
«A tenore degli ordini, furono raccolti in Puglia 150 mila carichi di grano, e 80 mila in Basilicata».
19. PARRINO, Le rivoluzioni deI Regno di Napoli negli anni 1647-48. Napoli, 1861, p. 332.
20. DE LUSSAN, III, p. 377.
21. CAPECELATRO, v. III, pag. 118.
22. Il PETRONI, Storia, ecc. vol. II, pag. 86, lo riferisce da una cronaca barese, ancora inedita allora. Ma di recente fu pubblicata dall’egregio E. Rogadeo La cronica della città e provincia di Bari, ecc., di GIOV. BATTISTA PYRRIS. Trani 1804, ed in essa si legge a pag. 47:
«Nell’istesso tempo il signor duca delle Nuci, figlio del conte di Conversano andò in Altamura al quale uscì incontro Matteo Cristiano con lo stendardo reale, avendolo fatto alberare quattro giorni prima: ed entrati insieme in Altamura, detto Matteo Cristiano fu fatto governatore et capitano a guerra di detta terra, con molto gusto delli terrazzani».
Il Capecelatro non ne dice nulla; anzi accenna «alla fuga di Cristiano da Altamura»: ma egli stesso scrisse (come abbiamo riferito) che il Cristiano «passò al partito regio» con parole di molto significato.
23. Negli Atti dell’Accademia Pontaniana, vol. 23 (Napoli, 1893) è una memoria del Comm. NICOLA CIANCI DI SANSEVERINO, sopralodato, ove è pubblicato il biglietto del Viceré, in data 18 agosto 1653, che nomina il Tribunale straordinario che giudicherà
«della causa del dott. Matteo Cristiano, D. Pietro Conclubet, Damiano Tauro e loro complici, dei delitti di ribellione di campagna con altri delitti da loro commossi…»
Pare intendesse dire di scorritori di campagna, come nel napoletano erano denominati i grassatori di strada a torme e brigate, ribelli alla forza pubblica.