CAPITOLO II
LA REGIONE DI BASILICATA — NOME, ORIGINI E CONFINI
L’esistenza stessa di un castaldato detto di «Lucania» presso il fiume Alento, ai tempi della divisione in due Stati autonomi del principato di Benevento, fa argomentare che il nome di Lucania all’intera antica regione era già caduto, alla metà del secolo IX. Se così non fosse, la confusione di un identico nome a due diverse regioni, cioè la provincia antica e il nuovo castaldato, avrebbe fatto nascere, per necessità delle cose, una qualche aggiunta, un qualche qualificativo al nome, più recentemente surto, pel castaldato dell’Alento. Ma anche prima della divisione in due parti del principato beneventano, era già scomparsa l’antica denominazione romana delle regioni o provincie italiche; e ciò per la stessa necessità delle cose, che si rispecchia nell’uso, arbitro sovrano della lingua viva. I Longobardi che stanziarono nell’Italia superiore, e quelli che vennero a creare il principato di Benevento, non divisero l’Italia in regioni o provincie; ma sì in castaldati o comitati: non ritennero perciò e non potevano ritenere le politiche divisioni romane delle provincie; né i loro comitati o castaldati ebbero mai la comprensione di una di quelle antiche regioni o spartimenti amministrativi di Augusto o Diocleziano. Il dominio dei Longobardi durò oltre a cinque secoli: era già durato su per giù un duecento cinquanta anni, quando surse il principato di Salerno. Gli è dunque non altrimenti che assurdo il pensare, che, essendo cessata, per secoli, l’esistenza amministrativa d’una provincia nominata Lucania, o Bruzia, o Sannio, o Peucetia, o Japigia…, fosse non pertanto continuato ad esisterne il nome, il nome campato in aria! Cessata l’esistenza di un istituto, smesso l’uso di un vestito, obliterata una costumanza quale che sia, il nome svanisce; la memoria stessa se ne cancella; la seconda generazione non comprende più colui che ne parli; e l’uso della lingua viva, come oblitera ciò che non adopera, mette invece in commercio una nuova simbola, una nuova moneta, una nuova parola a significare quel che nuovamente è surto alla luce, — istituto, vestito, costume, arnese che sia. Il nome alle cose non è altrimenti che immagine fonica della cosa che si presenta allo specchio dell’intelletto: se la cosa sparisce dinanzi alla luce dello specchio, l’immagine dilegua. Cessata dunque la partizione delle antiche provincie romane in seguito all’occupazione dei Longobardi, che fecero nuovi spartimenti, nuove leggi, nuovi istituti, nuovi ordinamenti civili e militari, il nome delle provincie stesse cadde dall’uso e dalla memoria dei popoli. E se avviene che se ne incontri alcuna volta il nome in qualche documento di storia, è indubitato o che il nome è mera reminiscenza classica dello scrittore, o che sia usato in accezione diversa dall’antica. Così per la Lucania; così e non altrimenti per la Daunia, la Peceutia, la Bruzia o i Bruzii, la Japigia, la Messapia, la Salentia o i Salentini, e giù di lì.
Né avvenne altrimenti sotto il dominio dei Greci-Bizantini. Crearono l’esarcato; surse la denominazione di Pentapoli; vennero su gli oscuri ducati di Rimini, di Ancona ed altri ed altri; ma non ritennero i bizantini, né punto restituirono le antiche partizioni romane delle provincie della bassa Italia; non potevano perciò ritenere di quelle l’antico nome. Nella bassa Italia essi divisero i loro domini non in provincie, ma in «temi»; e questi furono grandi spartimenti o regioni, suddivise in minori circoli o circondarii. Nel secolo X, come lasciò scritto lo stesso imperatore e scrittore Costantino Porfirogenito, dei loro possedimenti dell’Italia meridionale avevano fatto due «temi», il decimo, cioè, della Sicilia, e l’undecimo della Longobardia. Dal tema di Sicilia dipendeva la penisola della odierna Calabria; e quando l’isola fu del tutto sommessa agli Arabi, il Tema siculo-calabro si denominò Tema di Calabria, e fu retto da uno Stratego.
L’altro Tema di Longobardia comprendeva tutti gli sparsi possedimenti grecanici di terra ferma, dalla penisola calabra in fuori; e fu così denominato, perché raccozzato, in gran parte almeno, dalle terre che erano state già signoreggiate dai Longobardi. In questo Tema di Longobardia veniva compreso anche Otranto, anche Napoli1, e (si vuol credere, benché punto nominata) grande parte di quella regione che fu poi Basilicata, per quel tanto che non fosse compresa tra’ castaldati longobardici. Però il nome di quest’ultimo Tema non rimase sempre lo stesso, poiché si trova detto, nei documenti bizantini, altresì Tema d’Italia; e poi, con parola equipollente, Tema d’Apulia. Il confine nell’ordinamento grecanico tra il Tema di Calabria e quello della Longobardia è ignoto.
Al governo di cotesti due Temi erano preposti uffiziali pubblici, che si trovano detti non solamente «Stratego» come quelli di Calabria, ma Patricio, Spataro candidato, ed anche altrimenti, con nomi che più che titolo proprio all’alto ufficio, erano «dignità» ovvero titoli personali ai personaggi mandati all’alto governo dei Temi. Ma alla metà del secolo X, i Greci vollero rendere più energica e gagliarda l’azione loro nella bassa Italia; ed accentrarono gli alti poteri in un nuovo supremo magistrato civile e militare che dissero «Catapano» con parola che vuol dire «sopra tutto e tutti» e che Guglielmo Pugliese parafrasava così:
Dispositor populi parat omne quod expedit illi.
Questo fu l’ultimo ordinamento grecanico, che trovarono e combatterono i Normanni.
Cotesti due Temi maggiori erano, senza dubbio, suddivisi in Temi o circondarii o aggruppamenti minori: poiché, se tali ripartizioni minori ebbero luogo (a testimonianza del Porfirogenito)2, pei Temi della Macedonia, della Tracia, della Misia, di Durazzo e del Peloponneso, ragione vuole, che non altrimenti fosse pei Temi di Calabria e di Longobardia. Quelle minori ripartizioni ebbero il nome di eparchie, di egemonie, di turmarchie, ed anche di ducati e consilierati, dal duca, o consiliario, o turmarca messo a capo di quel minore complesso di città, che formava uno dei distretti del Tema. Per l’Italia grecanica meridionale, io ritengo fossero detti turmarcati e topoterisie. I turmarchi, i topoteriti erano capi militari di «torme» ovvero «bande» o reggimenti, come oggi diremmo, sparsi per un circondario o distretto, direi, militare; ma capi militari non solo, civili altresì. Si sa che la ripartizione delle regioni in Temi venne appunto dalla distribuzione delle forze militari sul territorio, che esse guardavano a presidio, o dal quale erano nudrite e soldate. Le traccie di coteste minori ripartizioni, e di cotesti minori capi delle ripartizioni politico-militari, detti turmarchi e topoteriti3 s’incontrano qui e qua nei documenti dell’epoca, che altrove abbiamo con qualche larghezza accennati4.
Fin qui dunque né Lucania, né ancora Basilicata.
Nel secolo XI entrano in campo i Normanni; e verso la metà del secolo stesso, dal 1041 al 1044, surse l’embrione di quel nuovo Stato autonomo loro, che fu in origine come una federazione divisa in dodici contadi o comitati, con a capo un conte di Puglia, e con sede comune ai feudatari confederati in Melfi. Oscure, come tutte le origini, incompiute, come tutte le cose che nascono, le parti di questo tutto non sursero tutte di getto, o crebbero tutte di un tratto, secondo l’ordine o la cronologia che la tradizione ha loro attribuito. Ma ciò poco importando al nostro scopo, diremo che quel nuovo Stato, surto in mezzo tra’ possedimenti dei Greci e quelli dei Longobardi, fu costituito da dodici città maggiori, sede ognuna di un conte normanno, quale sovrano e feudatario di essa. Il novello Stato si estendeva da Melfi al Gargano, dal Bradano al Fortore; e comprendeva le seguenti città, cioè: Siponto e il Gargano che venne in dominio al conte Rainolfo; Ascoli a Guglielmo di Altavilla; Civitate (oggi distrutta, presso Ripalta nel circondario di Larino) a Gualtiero; Frigento ad Erveo; Trani a Pietro; Monopoli ad Ugo di Bone; Canne a Rodolfo; S. Arcangelo a Rodolfo, figlio di Bevena; Minervino a Rainfredo o Roffredo; Lavello ad Arnolino; Venosa a Drogone di Altavilla; Acerenza ad Asclettino; Montepeloso a Tristaino5; Melfi restava in comune a tutti.
Con fortuna pronta e crescente, crescono intorno intorno le conquiste, le dedizioni, gl’infeudamenti territoriali. Matera venne in dominio del conte Guglielmo Bracciodiferro o di Altavilla nel 1042; Canosa nel 1054, poi Bari nel 1071, poi Salerno nel 1075 a Roberto Guiscardo. E man mano, assorbiti i possedimenti greci dell’Apulia e della Calabria, sorge il ducato di Puglia e il comitato di Calabria; quello con a capo Roberto Guiscardo, questo Ruggiero. E poi ducato e comitato si agglomerano in uno, e sorge la monarchia normanna nel 1130.
Non prima di allora, cioè non prima della metà del secolo XII, poté emergere una qualche divisione del nuovo Stato normanno in spartimenti minori o provincie. Questi minori spartimenti o provincie si dissero poi Giustizierati, e si trovano in numero di dieci nel secolo XIII, ai tempi di Federico II.
Tra i dieci Giustizierati o provincie è la Basilicata.
Surta come provincia della monarchia normanna dopo il 1130, il nome però ha origini più antiche. Come provincia, non risponde a tutta l’antica regione della Lucania, ma sì alla maggiore parte di essa: poiché ne comprende tutta quella distesa che dalla catena degli Appennini degrada, secondo i suoi cinque fiumi per i loro cinque bacini, al mare Jonio. L’altra parte dell’antica Lucania, che dalla stessa catena appenninica declina verso il fiume Sele e il mare Tirreno, venne compresa nel Giustizierato di Salerno.
Ma il nome ha più antiche origini; ed origini greche.
Fu già comune opinione degli scrittori napoletani che la parola Basilicata derivasse dal nome di «Basilio» sia l’Imperatore greco, sia quel Catapano famoso venuto in Italia nel 1010, detto Bogiano. Ed è un vecchio assurdo filologico, che pure ringiovanito, non ha potuto emergere più valido in gambe. L’una non poteva generare l’altra, poiché nella parola «Basilicata» è un elemento fonetico essenziale che non si trova nella parola «Basilio» onde si voleva derivarla. Questa sola considerazione basta ad escludere la legittimità della filiazione di quella da questo. Invece, la parola Basilicata non potrebbe derivare altrimenti che dal tema di «Basilico», quale che siasi il significato di questa parola, quale che siasi la flessione terminativa sua, o per genere o per numero.
È debito d’ufficio, più che pregio dell’opera, il chiarire questo punto della storia che lo scrittore ha impreso a trattare. Rimontiamo dunque, ma brevemente, ai tempi del secolo X e XI, per aprire il varco all’indagine sommaria sulla origine e il significato della nuova parola.
I nomi che si trovano dati alle provincia o giustizierati del tempo dei re normanni preesistevano, quasi tutti, agli stessi Normanni, come nome di regione più o meno ampia e distesa.
Il ducato di «Apulia», il comitato di «Calabria» sono già nomi comuni ai tempi di Roberto Guiscardo; e prima di lui si incontra ad ogni passo nei documenti e negli scrittori del tempo l’indicazione della regione di «Apulia e di Calabria». Il principato di Salerno costituito a mezzo il secolo IX rese comune la denominazione di Principato, onde distinguerlo dagli altri territorii in dominio dei Greci e dei Normanni. In Erchemperto, cronista del IX secolo, si legge la denominazione generica di «Terra di Bari»; nell’Anonimo Salernitano del secolo X la denominazione di Terra Laboris. Nel Malaterra, la cui cronaca va sino al 1099, è già indicata la regione detta «Valle di Crati», nonché la denominazione di Principato e di Capitanata. Nella storia di Leone Ostiense che dicono fosse morto nel 1105, si incontra la parola di «Capitanata». I castaldi di Aprutio e il Comitatus Aprutiensis si trovano indicati in documenti del 976, del 989 e 1056. Un atto del 1094 accenna ad un barone di Terrae Hidronti, e, checché si pensi della autenticità di questo documento, si può avere per certo che la denominazione di Terra di Otranto alla penisola salentina, o di Lecce, fosse dei tempi dei Greci. Otranto infatti non ebbe importanza se non sotto i Bizantini: e poiché essi nel secolo X elevarono la sede episcopale di Otranto a Metropoli ecclesiastica dell’Apulia e della Basilicata-Bizantina6, è lecito argomentare che i Bizantini ritennero la città di Otranto quasi metropoli civile di uno spartimento amministrativo qualsiasi. Di qui la ragione della denominazione di Terra d’Otranto; non altrimenti per la sede di un Catapano stabilito a Bari nel secolo XI, onde fu la denominazione comune di Terra di Bari7.
Anche in cronisti anteriori alla monarchia normanna si incontra «la provincia beneventana» o «terra di Benevento» per indicare lo stato o il principato di Benevento; e la denominazione ebbe ad avere corso per un pezzo. Quando la città di Benevento venne in dominio del Papa e cessò il principato autonomo di Benevento, non cadde allora subitamente la denominazione di «terra beneventana»8; ma surse fin d’allora la necessità che farà distinguere, fra breve, la regione del principato di Benevento da quella di Salerno con la qualifica di Principato ultra e citra Serras Montorii, cioè al di qua o al di là della catena appennina, che divideva appunto i due principati longobardici.
Solo la denominazione di Basilicata non si trova in scrittori o in documenti anteriori ai tempi normanni. Come dunque, e quando, essa nacque?
Se il radicale della parola è «Basilico» (e non può essere altrimenti), essa non poté sorgere che ai tempi della dominazione bizantina, e non dopo: e il non trovarsi in documenti dei tempi anteriori ai Normanni non vuol dir nulla, poiché non è prova il silenzio. Ma se non si trova scritta in documenti anteriori ai Normanni, essa doveva aver vita lo stesso; in contrario, non si capisce come avrebbe potuto sorgere a denominazione ufficiale ai tempi del re Ruggiero, dopo il 1130-4, quando il radicale della parola o non aveva corso, o non aveva significato nella lingua del tempo, poiché il dominio greco era già scomparso. E però essa dové, di necessità, avere avuto vita nel commercio linguistico del popolo, perché fosse potuta, dipoi, venire assunta alla vita uffiziale. Così fu per tutte le denominazioni delle altre provincie. Desse erano nomi preesistenti e vivi nell’uso del popolo; la monarchia normanna li accolse e li sanzionò della sua impronta ufficiale: e se così accadde per tutte le altre denominazioni di Principato, di Terra leburia, di Terra di Bari, di Terra d’Otranto, di Abruzzo, di Valle di Crati, e di Capitanata altresì, non ci è ragione a non ammettere che accadde lo stesso per la parola Basilicata. Questa parola adunque viveva nell’uso del popolo prima della monarchia, per indicare una parte del paese (o dell’Apulia o della Calabria), già soggetta ai Bizantini; e l’uso popolare aprì l’adito all’uso ufficiale, quando fu necessità di distinguere uno spartimento del paese dall’altro, e improntare di un nome diverso le parti diverse.
È stata vivamente discussa in questi ultimi tempi l’origine prossima della parola Basilicata; e quale possa essere il significato del suo non dubbio radicale che è «Basilico».
Durante la dominazione bizantina, che si estese per parecchi secoli nella parte d’Italia più prossima al mare Jonio, l’uso dell’idioma popolare accolse senza dubbio molti elementi greci, ma non cessò d’essere l’italico, meno che tra le colonie degli immigranti bizantini. Esso col nome generico di «Basilico e basilici» significò gli uffiziali del governo bizantino che governavano la contrada. Uffizialmente costoro ebbero nomi diversi e molteplici, secondo la dignità personale loro; ed è così che si incontra, nei documenti del tempo, un complesso di nomi che mutano sempre; ed oltre a quelli di Stratego, o Catapano, o Patrizio, si leggono i nomi di Protospatarii, di Spatarii candidati, di Dapiferi provinciae, e Viesti o Sebasti, e Criti (o giudici), e Turmarchi, e Topoteriti (o vicarii), e Comites curtis, e Domestici Comitatus imperatoris, ed altri ed altri ancora. Naturale adunque che il popolo gli indicasse col nome generico di «basilici», sia perché questa parola significa, per ellissi, gli «uffiziali imperiali», sia perché col nome generico di «basilici» erano genericamente indicati gli uffiziali dello Stato, anche nell’idioma del popolo, che si parlava a Costantinopoli9.
Dell’uso popolare o comune della parola stessa nelle provincie d’Italia, ne abbiamo una prova luminosa fin dal secolo IX; e la prova sta in un diploma dell’anno 899, nel quale il principe longobardo di Salerno ricorda, per antonomasia, il «Basilico» accanto allo Stratego, al Protospatario, al Castaldo, allo Scultascio, e a qualunque altro (come ivi si dice) «servo dei sacri imperatori» e vuol dire «a qualunque altro uffiziale dello impero»10.
E dunque fuori dubbio tanto il significato, quanto l’uso antichissimo di questa parola nell’idioma dei popoli italici dell’Italia meridionale longobarda e grecanica.
I grandi spartimenti bizantini che si dissero Temi, erano suddivisi in minori distretti, come si è visto. A capo di questi spartimenti minori erano di quegli uffiziali, che genericamente e popolarmente venivano detti «Basilici». Un documento del secolo X accenna ad una «provincia di Marsico»11, e vuole intendere una di coteste ripartizioni minori o distretti (intorno al fiume Agri), che rispondeva sotto ai Bizantini, su per giù, al castaldato o comitato dei Longobardi. Non abbiamo dati di fatto che ci mostrino quali altre esse fossero e quante, per la regione che si estendeva dal fiume Bradano al fiume Sinno e al mare Tirreno: ma la stessa sua ampiezza che è tutta un frastaglio di catene di monti e corsi di torrenti e fiumane, dànno argomento di pensare che non doveva essere piccolo il numero di spartimenti minori, o minori distretti o circondarii.
Or quando le necessità delle relazioni sociali fecero sorgere, nell’uso della lingua viva, la parola Capitanata ad indicare quella maggiore o minore distesa di terra o complesso di paesi retta dal supremo uffiziale che fu il Catapano, le stesse necessità spinsero inconscientemente, inavvertitamente all’uso della parola Basilicata per indicare quella maggiore o minore distesa di terra o complesso di paesi, tra il Bradano, il Sinno e il mare Tirreno, che era retta sia da un «Basilico» uffiziale dell’impero d’ordine superiore, sia da «Basilici» in dipendenza da un uffiziale più alto, che era forse lo stesso Catapano, o un Stratego, o altro che siasi. La forma glottica delle due parole è identica; il radicale dell’uno è simile, per il significato, a quello dell’altra; simile e identica l’origine; identico l’ambiente; identico il tempo in qui nacquero. Evidentemente le due parole sono della stessa famiglia; la quale, nonché essere scarsa di rami o di propagini, ricorda anche le altre parole di esarcato, o ducato, o turmarcato, siccome nato dall’identico germe di un nome di uffizii bizantini.
Basilicata dunque fu regione o distretto, o compartimento retto dai «Basilici» ufficiali imperiali; come Capitanata fu regione o compartimento retto da un uffiziale imperiale supremo, il Catapano.
Ma con ciò non vorremmo escludere un altro possibile (non diverso, ma affine) significato al tema, incontestabile, di «Basilici»; non vorremmo escludere, cioè, che le popolazioni e dinasti Longobardi del principato salernitano intendessero per Basilicata l’attigua regione appartenente al dominio dei «Basilici» per eccellenza, gli imperatori, cioè, di Costantinopoli: — di qua dal confine possesso e sovranità de’ Longobardi; di là dal confine possesso e sovranità dei Basilici, di quei sanctorum imperatorum, di cui è parola nel ricordato diploma dell’889.
La monarchia normanna non inventò a priori le denominazioni de’ suoi spartimenti o provincie; ma le raccolse dall’uso. Essa non determinò alle provincie se non i limiti e i confini; i quali però non sono noti: anzi non esiste documento sicuro, che faccia noto il numero preciso delle provincie della monarchia normanna in terra ferma. Per la denominazione di Basilicata, i primi documenti, ove s’incontri questa parola, sarebbero del 1134 l’uno, del 1161 l’altro. Pubblicati la prima volta da monsignor Zavarroni, vescovo di Tricarico, per ragioni di piati giudiziari, sono di dubbia autenticità; anzi quello del 1134 è falso addirittura12.
Un altro documento del 1175 fu da me pubblicato altrove13; e se i due dell’archivio di Tricarico sono di falsa, anziché dubbia lega, questo terzo sarebbe il documento più antico, ove s’incontri il nome della provincia. Poi l’uso ne diviene frequente nei documenti e nei cronisti dei tempi svevi; e da questi tempi degli Svevi in giù, fino ai tempi moderni, in tutti i documenti uffiziali dello Stato, non è dato altro nome alla provincia, se non quello di Basilicata14.
E chi, oppugnando a questa nostra tesi, volle mettere in riga di battaglia un infinito numero di atti di vecchi notai o di curie episcopali, ove nei tempi moderni, ma nel latino in ghingheri delle Curie, la provincia era detta «Lucania» non gli piacque di ricordare che sinonimi non esistono nelle lingue vive; e se, dunque, nei secoli XV, XVI, XVII e XVIII (stando al latino di cotesti notai e di coteste curie) la provincia era detta dal «popolo» Lucania, ne viene per conseguenza che non poteva esser detta, nella lingua viva del popolo stesso,
Quem penes arbitrium est et jue et norma loquendi,
non poteva essere detta Basilicata. Lo strale aveva passato il segno. Tutti i documenti uffiziali delle cancellerie dello Stato, leggi, costituzioni, capitoli, prammatiche, editti, cedole, ordinanze — che più? — non portano altrimenti, non dettano altrimenti se non Basilicata15.
I limiti precisi di questo spartimento della Basilicata, non sono noti pel tempo dei Normanni: e non si può altrimenti indicarli che a un di presso e per congettura. Nella prima divisione del ducato Beneventano alla metà del secolo IX, la regione fu compresa pressoché tutta, come si è visto, nel principato di Salerno; ma quando il dominio greco-bizantino risorse a nuovo vigore nel secolo X, dessa, almeno nella estensione maggiore, tornò ai Greci; divisa, senza dubbio, parte al tema di Apulia e Longobardia, e parte al tema di Calabria. Anche qui il limite di confine è ignoto; e le induzioni che ci sarebbe facile di trarre dalla Cronaca Cavese16 mancherebbero di base sicura, perché è più che dubbia l’autenticità di cotesta Cronaca, che pubblicò il canonico Pratilli. Ma è probabile, da indizi di antichi monumenti, che confine de’ due Temi fosse stata la linea, ovvero la valle del fiume Agri, fino alla cui catena di monti si sarebbe disteso il Tema di Calabria; non già la linea ovvero valle del Basento, che io credo piuttosto appartenne al Tema di Apulia17. Però l’alta valle dell’Agri, ossia quella che oggi si dice il «vallo di Marsico» credo appartenesse al Principato di Salerno; a cui per vero l’assegnerebbe la sempre poco sicura Cronaca Cavese, sotto l’anno 91518.
In quel secolo di guerre, di conquiste e di rapine che crearono, ingrandirono e poi unificarono i dominii normanni di terra ferma, come parlare di confini, che la spada oggi disegnava e la spada cancellava il dimani? Quattro tra i dodici primi Conti normanni occuparono la zona settentrionale della regione basilicatese, da Melfi a Montepeloso; ma in quella primissima ripartizione non si estesero (come altri ha creduto) sino al paese di Basilicata che oggi è detto Sant’Arcangelo sul fiume Agri. La città di Sant’Arcangelo di cui fu conte Rodolfo, figlio di Bevena, se non è, per errore di tradizione, la città di Sant’Angelo sullo stesso Gargano prossima a Siponto data a Rainolfo, crederei piuttosto fosse un paese, oggi distrutto, ma che nel Catalogo normanno de’ baroni (1154-1168) si trova allogato sotto il comitato di Andria, col nome appunto di Sant’Arcangelo.
È dei tempi dei re normanni questo famoso Catalogo o «Registro dei baroni» che contiene, per le terre feudali dello Stato, il numero degli uomini di armi, che i signori di esse dovevano in guerra al re; e che fu scritto, come ha dimostrato l’illustre Bartolommeo Capasso, tra gli anni 1154 al 1168. In questa specie di catasto dell’amministrazione militare normanna si trova l’indicazione de’ feudi di tutto lo Stato di terra ferma, meno che per le Calabrie, le quali mancano; forse perché venivano considerate come parte della Sicilia e non del ducato dell’Apulia19.
Dall’esame di esso si può dedurre che la Calabria si protendesse fino alla valle o forse alla linea del fiume Sinni; poiché gli estremi feudi della regione basilicatese nominati nel Catalogo sono tutti sulla sinistra del fiume Agri, meno due soli prossimi al fiume stesso sulla destra20. Darebbe conferma a questa induzione un documento del 1194, nel quale un Lamberto, allo uffiziale regio che rende giustizia in Gerace, si qualifica di «Principale Maestro Camerario e Gran Giudice di tutta la Calabria, di Signo (cioè il Sinni, fiume), di Laino, e della terra Giordana»21. Un documento alquanto più antico, che è del 1163 nomina un Guido di Ripitella «Maestro Camerario del re per tutta la Calabria, valle di Crati, valle del Signo (Sinni) e valle di Marsico»22.
Anche oggi ha corso, nell’idioma del popolo, la denominazione di «Vallo di Marsico» per indicare quell’ameno bacino, che è solcato dal primo tronco del fiume Agri: ma stento a persuadermi che l’amministrazione di questo tratto dì paese, non guari lontano di Salerno, potesse essere in dipendenza della Sicilia, se il limite delle Calabrie si estendesse nel 1163 sino alle origini dell’Agri. È probabile si abbia invece ad intendere, da quel documento, che anche la regione di quella valle o vallo dell’Agri era data, per le riscossioni dei tributi, all’amministrazione personale del Tesoriere delle Calabrie; unione, dirò così, personale, e non territoriale.
L’ordinamento delle provincie in giustizierati, che parecchi scrittori non ammettono pei tempi normanni, piglia consistenza manifesta ai tempi di Federico II. Allora il Giustizierato di Basilicata può dirsi rispondesse a quello che nei tempi posteriori si intese per la provincia dello stesso nome; salvo un qualche ritaglio, or di qua or di là, sulla linea de’ confini, che sino ai tempi nostri non furono immutabili o immutati. Ma i documenti sono scarsi, e soventi confondono. Nel ben noto Registro di Federico23 del 1239, là dove sono annotati e ripartiti pei castelli dei feudatarii i prigionieri lombardi, che l’Imperatore diede in custodia ai baroni del reame, possiamo seguire la linea di confine del giustizierato: verso il nord fino a Venosa, che è in Basilicata; verso il mezzodì fino a Rotonda, anzi fino al fiume di Laino, che era il limite con le Calabrie, poiché Tortora e Papasidero sono in Basilicata. Verso l’ovest, era confine forse il fiume Pergola; ma Salvia (oggi Savoia) è riferita in Principato. Dubbii e oscurità, e forse errori non mancano; il paese di Maratea è dato alla Calabria, mentre i feudi di Acquaviva e di Montefalcone si riferiscono alla Basilicata, e parmi errore manifesto, poiché sono troppo lontani, l’uno nella Puglia, e l’altro in quel d’Avellino.
I documenti angioini recano i confini della provincia verso il nord fino a Lavello come oggi, ma non a Montemilone che era in terra di Bari; all’est sono in Basilicata Rocca Imperiale e San Basilio prossimo a Montalbano; mentre Torre di Mare era in Terra d’Otranto; la quale provincia si estendeva dunque sino al Basento. Montesano e Saponara, in documenti del 1279 l’uno e del 1280 l’altro, sono in Basilicata; ma in altri del 1286 sì Padula, sì Montesano sono in Principato, ed ivi rimangono sempre. Anzi Saponara fino dai tempi di re Roberto, e Marsiconuovo anche prima, sono in Principato, e vi restarono fino ai principii del secolo ora caduto. Così pure Brienza. Al Principato Citeriore o di Salerno appartennero, per i tempi aragonesi, anche Sant’Angelo le Fratte e Salvitelle; ma invece sono in Basilicata, al nord, Montepeloso e Montescaglioso; mentre appartengono alla Calabria della Valle del Crati non solo Nucara e Roseto, ma anche Bollita; sicché il confine della Calabria si estenderebbe sino al fiume Sinni24. — Inutile proseguire più oltre l’indagine.
NOTE
1. COSTANTINO PORFIROGENITO, De Thematibus, e De Administr. Imperii, nella raccolta del BANDURI, Imperium Orientale, sive antiquitates Costantinopolitanae, Parisiis, 1711, vol. I.
2. Nel libro De Thematibus, I, 16; e nel libro De administr. Imper. c. 50.
3. DUCANGE, Gloss. Graec. ad v. Turma e Topotherisia; e Tourmarches, il cui significato (tra gli altri) è indicato così: qui turmae, seu regioni vel tractui alicujus thematos, seu provinciae praefectus erat. — Il distretto del Turmarca si trova detto negli scrittori bizantini Turmarchaton.
4. Nel capitolo VII de’ Paralipomeni della storia della denominazione di Basilicata. Roma, 1875.
5. È la ripartizione secondo la tradizione, che ne raccolsero Leone d’Ostia, Amato monaco di Montecassino, ed altri. Ma non è certo che tale fu propriamente. Amato stesso, per esempio, dice, in altro luogo, che ad Asclettino fu dato Genzano. E si sa che nel 1042 Guglielmo di Altavilla fu conte di Matera. Vedi appresso il capitolo V .
6. V. appresso al capitolo IX.
7. Per le indicazioni varie qui riferite, vedi a pagina 117 e seguenti dei nostri Paralipomeni della storia di Basilicata per HOMUNCULUS. Roma, 1875.
8. Si trova ancora nel catalogo o Registro normanno dei Baroni, che è compilazione non prima del 1154, di cui in appresso.
9. Questo è provato da moltiplici passi tratti dagli scritti dello stesso imperatore Costantino Porfirogenito, del secolo X, passi raccolti nel nostri Paralipomeni alla stor. denominaz., ecc., nel capitolo III, p. 35. Altri passi tratti dalle Agiografie del secolo X sono ibidem, a pag. 37, e nella Storia della denominazione, ecc. a pag. 25.
10. Ecco il passo notevolissimo:
Et costituimus ut nullus Basilico, nec Stratigo, nec Protospatarius, aud Spatarius candidatus, aud Gastaldeus, aud Sculdais, aud quatiscumque alius reipublice hactionarius, vel quatiscumque alius serbus sanctorum imperatorum habeant potestatem in illos… angariam vel dationem exigendam…, etc.
Il diploma fu pubblicato dal DE BLASIO, Series principum qui Longobardorum aetate Salenti imperarunt. Napoli, 1785. Nell’appendice Monum. LXXXI. — Dal MURATORI, Antiq. M. Aevi, diss. XIV, vol. I, 756, nel quale è riferito all’anno 889. — Ed ultimamente nel Codex Cavensis.
11. V. nei Paralipomeni, ecc., a p. 80 e 127.
12. Nel libro: Esistenza e validità dei privilegii conceduti dai principi normanni alla chiesa cattedrale di Tricarico per le terre di Montemurro e di Armento, vendicati dalle opposizioni dei moderni critici da ANTONIO ZAVARRONI, vescovo della chiesa medesima. Napoli, ottobre 1749, p. 1-19 dei documenti. — Furono riferiti da me (e malamente accettati) nel libro Storia della denominazione di Basilicata, a pag. 45.
13. Nei Paralipomeni, ecc., all’Appendice.
14. La tesi sostenuta nel testo fu più ampiamente discussa nel libro suddetto dei Paralipomeni della Storia della denominazione di Basilicata per HOMUNCULUS. Roma, 1875. — Contro gli argomenti e le conclusioni di questi Paralipomeni fu pubblicalo il libro dal titolo: Citazioni storiche e documenti raccolti in ridifesa (sic) del nome di Lucania pel dottor MICHELE LA CAVA. Potenza, 1870, di pagine 131. Le citazioni e i documenti sono, senza dubbio, numerosi: ma del valore di essi non intendo portare giudizio, poiché questo che scrivo non è libro di polemica. — Un solo documento, quello del 1266, avrebbe valore, e non l’ha, perché non è esatto. Vedi la nota che segue.
15. II documento di Carlo d’Angiò del 1266, per Monticchio (a pagina 68 delle Citazioni e documenti, ecc., di cui nella nota precedente, non dice Justitiaratus Lucaniae, come fu scritto, per pretenzione di classicismo, nella sentenza del Cappellano Maggiore del 1779, ma Justitiaratus Basilicatae, come pure in essa il documento è riferito.
16. Vedine i passi, agli anni 893, 915 e 973, riferiti nei Paralipomeni, ecc., pag. 70-71.
17. Argomento che traggo da documento di tempi, per vero, posteriori. Vedi nei Paralipomeni, ecc., a pag. 83, l’inno di San Gerardo, e inoltro a pag. 76.
18. Nei Paralipomeni, a pag. 71, è il passo della Cronica Cavese del 195.
19. Il chiarissimo Capasso scrisse:
«Mancano poi interamente (al registro), né per verità dovevano starci, le Calabrie, le quali allora, ed anche per parecchi anni dopo, facevano amministrativamente parte della Sicilia e non del ducato di Puglia; conseguenza della prima divisione tra Roberto Guiscardo e il gran conte Ruggiero, indi verso i primi anni degli Angioini distrutta».
Sul catalogo dei feudi e dei feudatari delle provincie napoletane sotto la dominazione normanna. Memoria di B. CAPASSO. Napoli, 1870, pag. 21.
20. E sarebbero Spinosa, che non so se risponda all’odierno Spinoso, e Tursi.
21. Nel Syllabus Graecarum membranar. ecc. Neapoli, 1835, p. 322.
22. Apud CAPASSO, Op. cit. p. 72 in nota. — Questo documento fu dipoi pubblicato per intero nel Codice diplomatico del MINIERI RICCIO (Napoli, 1882, vol. I, Append. XXXVII, pag. 283); ed è una sentenza che rende il Camerario apud Sarconem (Sarconi nel vallo di Marsico) su querela della Chiesa di Carbone, a cui dai Senioribus ejusdem Sarconis erano stati usurpati dei territori che appartenevano ecclesie S. Iacobi de Sarconi: ed erano ortus maior et ortus qui est juxta aream curie, et saltus unius molendini, et pecia una de terra que est justa flumen Saure (sic: Seidura). Il Camerario ascolta sul luogo homines Sarconis, videlicet presbiteros, milites et alios plures homines; e rende i territori alla chiesa di San Giacomo, che era in dipendenza del famoso Cenobio di Sant’Anastasio di Carbone.
23. Nel volume V, pag. 620 della Histor. diplomat. Frederici II, per HUILLARD-BRÉHOLLES.
24. Pei documenti angioini vedi Syllabus membran. ad regiae Siclae archiv. pertinent. Napoli, 1824-1845. — Per gli aragonesi, vedi la «Tassa» così detta Coronationis Regis Alphonsi. Ap. TUTINI, Dei sette uffici del Regno di Napoli. Roma, 1666, a pag. 85 dei Giustizieri.