CAPITOLO VI
DAGLI ULTIMI SVEVI AI PRIMI ANGIOINI
(1250-1300)
Federico II morì nel dicembre del 1250, non in Forenza di Basilicata, come altri scrisse1, ma in «Ferentino di Puglia» che oggi non esiste più, e fu un castello di Capitanata non lontano da Benevento. Succedeva all’imperio ed al reame di Napoli suo figlio Corrado. Ma poiché egli è ancora in Allemagna, prende nel Regno la somma delle cose un giovine di 18 anni, fior di gentilezza, di valore e di senno. Manfredi, che era nato all’Imperatore da una delle sue mogli, Bianca Lancia, e che dal padre fu già investito delle contee di Gravina, di Tricarico e di Montescaglioso2, oltre che del principato di Taranto.
Le fazioni interne ed il partito guelfo rialzano il capo; quello che sarà il perpetuo inimico ai confini del regno ritesse gli intrighi; e le città di terra di Lavoro e dell’Apulia si sollevano.
Manfredi reprime i moti; e tra provvedimenti di guerra e di pace attende che arrivi dall’Allemagna l’imperatore e re, che giugne non prima del 1252. Corrado, di naturale indole fiero ed acerbo, punisce duramente le sollevate città: nel parlamento generale, che convoca a Melfi nel febbraio del 1253, chiede i soliti sussidii in danaro, e manda a riscuoterli, presso le terre tarde e renitenti, schiere odiate di Tedeschi e di Saraceni.
Sospettoso dei fratelli, toglie non che ogni potestà a Manfredi, ma anche i feudi donatigli dal padre; e poiché la trista fama dell’animo duro e chiuso si diffonde, quando avvenne che mancasse alla vita, nel castello di S. Fele prossimo a Melfi, l’altro fratello giovanetto, di nome Arrigo, che era nato a Federico dalla moglie Jolanda, fu detto dai Guelfi che Arrigo ebbe morte di veleno dall’avido Corrado; e fu creduto. Corrado regnò un anno appena, morì di febbre nel maggio del 1294 presso Lavello3, ov’era a campo con l’esercito.
Poiché il figliuolo Corradino è di età ancora bambino e in Alemagna, venne la somma delle cose alle mani prima del marchese Bertoldo, come bàlio del fanciullo, poi di Manfredi stesso. Divampa di nuova lena la politica antisveva della Curia romana, nella quale fu sempre vivo il concetto di non permettere, per quanto era in lei, che alla corona imperiale di Allemagna fosse aggiunta la corona del prossimo reame di Napoli, che era come il principio logico della sparizione del dominio temporale del Papa e della conseguente unificazione d’Italia. Di qui l’indirizzo supremo della politica papale nei tempi precedenti e successivi: di qui i titoli della Casa di Svevia alle simpatie degli Italiani.
Agli incitamenti di questa politica ambiziosi baroni e città divise in parti si sollevano; e un esercito papale entra nei confini del regno. Manfredi provvede, accorre, combatte, assedia città ribelli, e riconquista palmo a palmo lo stato, dalla Campania alla terra di Otranto e di Calabria.
Non possiamo seguirlo in questa lotta, se non per quanto abbia attenenze al nostro soggetto.
Intanto corre la voce che Lucera, sede delle truppe saracene, abbia defezionato dalla causa sveva; gli animi si turbano; e i cittadini di Venosa vengono al Principe dicendo, come essi fossero richiesti da quei di Melfi di fare lega con esso loro, e come non si potessero ricusare, atteso la potenza dei Melfesi, i quali per la vicinanza avrebbero potuto recare alla città di grandi offese; e intendevano pertanto entrare in lega con quei di Melfi, salvo in tutto l’onore e la salvezza del Principe6. Così il cronista: e vuol dire che la città, divisa in partiti, quel che volesse o facesse l’uno, disvoleva o disfaceva l’altro, secondo l’aura del vento o all’una o all’altra delle parti favorevole. E il Principe esce da Venosa, va a Lucera, vi entra di colpo, e fa che torni alla sua fede; e di là va a stringere Foggia, occupata da truppe papali, e l’ottiene. Questa duplice impresa rialza la sua fortuna; sicché egli dando volta verso la Puglia montanina, entrò inaspettato in Venosa, che ancora durava in ribellione, e l’ebbe in suo comando; e i cittadini a impetrare umilmente perdono, arrecando a scusa che non avevano potuto ricusarsi a quei di Melfi ed agli altri ribelli, troppo prossimi ai loro confini7.
Melfi stessa non tarda a mandare ambasciatori al Principe e sottomettersi, non prima però che la prossima Rapolla sia vinta e punita. Rapolla, che era in feudo a Galvano Lancia, zio del Principe, ricusò alle costui premure di tornare alla causa sveva; sicché egli con grande sforzo di cavalli e pedoni venne da Venosa ad oppugnarla.
«Gli abitanti della città, si difesero dapprima audacemente — dice il cronista —, secondoché la posizione del luogo cresceva ardire alla difesa: ma infine la resistenza fu vinta e fu presa la città con grande violenza; molti per la pertinace ribellione vennero messi a morte; e la città fu ridotta al fondo della desolazione, per la stoltezza dei suoi cittadini, non meno che per la vendetta dello esercito principesco»8.
Restava lì d’intorno, contumace alle bandiere sveve, la città di Acerenza: ivi si era chiuso, con forti squadre di saraceni, Giovanni il Moro, capo dei saraceni di Lucera. Questi, che aveva congiurato di darsi alle parti del Papa quando l’esercito papale entrasse in Campania, si portò a Roma, lasciando in mano di un suo parente la città di Lucera, commessa al suo presidio. Ma quando, dal suo giubileo di Roma, seppe per via che Lucera era tornata in fede a Manfredi, egli si ritrasse nel fortissimo posto di Acerenza ad aspettare gli eventi. Ma gli eventi piegando a favore del Principe, dopo l’occupata Foggia, i Saraceni ammutinarono contro l’antico capo; lo fecero a pezzi; e il teschio reciso mandarono a Lucera; e intanto invitarono Galvano Lancia, che era nel proprio castello di Tolve9, di venirne in Acerenza per ricevere da parte del Principe la città. E quegli venne; prese la città; e con essa tornò alla causa sveva tutto il Melfese.
E non dirò altrimenti come, sparsa la voce della morte di Corradino lontano, Manfredi si proclama re del reame; come la Curia pontificia ravviva gli sdegni e le brighe, e lo scomunica: e, in cerca per l’Europa di un re per Napoli e Sicilia, trova e consacra Carlo d’Angiò, il quale viene in Italia, entra nel regno mal difeso dai traditori di Manfredi, e vince definitivamente presso Benevento. Né dirò come Corradino venne alla riconquista del regno; e come all’appressarsi di lui, la parte degli Svevi abbattuta solleva il capo; e terre e città, dall’Abruzzo alla Sicilia, sospinte dai feudatarii, ribollono e fanno novità.
Corradino fu rotto a Tagliacozzo; e lui spento sul patibolo dall’atroce ragione di stato e dall’animo feroce del suo competitore, comincia la vendetta del re per le terre del reame; e la Basilicata non fu la meno contristata d’incendii e di sangue sparso, poiché ivi i suoi baroni non furono meno numerosi e fedeli a Casa sveva.
Tra i primi a sollevare l’insegne dell’aquila imperiale è nominato il Conte di Tricarico, che, con molte sue genti dei suoi feudi di Basilicata, entra in terra di Bari a sollevarvi terre e città10. Contro a lui e agli altri sollevati venne Ruggiero Sanseverino, Conte di Marsico, già superstite alle persecuzioni sveve, e stipite di quella grande famiglia, che agitò di congiure, di fazioni guerresche e di rivolgimenti per più secoli il reame di Napoli.
«La prima città a ribellarsi — dice uno storico11, assommando gli sparsi fatti — quando re Carlo era in Abruzzo contro Corradino, fu Lucera; poi Andria, Potenza, Venosa, Matera e (in) Terra d’Otranto, e tutte quelle terre che non avevano rocche, né presidii. Capi della ribellione furono Roberto di Santa Sofia12 con Raimondo, suo fratello, Pietro e Guglielmo fratelli, Conti di Potenza, Enrico il vecchio Conte di Rivello, e un altro Enrico di Pietrapalomba13, tedesco, e appresso di loro le nobili case di Castagna, Scorna, Vacca, Filingiera e Lottiera. Questi, scorrendo la Puglia, Capitanata e Basilicata, ogni cosa rivoltarono, ponendo a sacco le terre che facevano resistenza; le quali furono: Spinazzola, Lavello, Minervino, Montemilone, Guaragnone ed altre. Solo si tennero queste terre, perché avevano fortezze e presidii, Gravina, Montepeloso, Melfi, Troia, Barletta, Trani, Molfetta, Bitonto e Bari».
Ma quando Carlo ebbe vinto, non fu terra, né castello in Puglia, né in Basilicata che non sentisse ruina dai ministri del re, salvo quelle che non ribellarono. Alle vendette regie si mescolarono le reazioni popolari; e si leggono, non senza un sentimento di ribrezzo e di pietà, queste parole dello stesso storico14:
«Potenza in Basilicata, credendo con la perfidia saldar la perfidia, levò il popolo in armi; e andando a casa dei nobili, come causa dei loro mali e della loro ribellione, li tagliarono tutti a pezzi; e tra le altre estinsero due nobili famiglie, Grassinelli e Turachi: ed altri, che erano a loro ricorsi dimandando misericordia, li pigliarono e presentarono al re per gratificarsegli; la quale azione non gli giovò, imperocché la loro terra fu saccheggiata, e buttate a terra le mura».
Roberto di S. Sofia, Enrico di Pietrapalomba ed altri dei principali si chiusero in Corneto, che era un castello di Puglia soggetto ai benedettini di Venosa: ma quei cittadini, che parve dapprima li avessero ricevuti volentieri, si levarono in armi; e presili e spogliatili di tutto, li dànno in mano agli Angioini. Erano centosei: ne furono impiccati speditamente centotre; gli altri tre vennero precipitati giù dalle mura della rocca di Melfi15.
Le feroci repressioni non spensero la parte sveva nel reame. Non tardò guari, e i Vespri siciliani fecero la vendetta di Manfredi e di Corradino. Comincia una lotta per molti anni guerreggiata tra l’isola e la terraferma, tra Carlo d’Angiò e Pietro re di Sicilia, marito a Costanza figlia a Manfredi, genitrice
«Dell’onor di Sicilia e di Aragona»
e l’azione e la reazione delle armi, quando non viene a cozzo sul mare, fa punta ed invade terra ferma, sulle terre rivierasche al Tirreno ed al Jonio, dal Golfo di Salerno e di Policastro al golfo di Taranto.
In questa lunga e triste epopea emerge un uomo e un nome sopra ogni altro famoso nella storia marinaresca dei mezzi tempi: il nome ha relazione domestiche con la storia nostra; l’uomo è l’ammiraglio del re di Sicilia, Ruggiero di Laurìa.
La biografia dell’uomo s’intrama con la storia dei Vespri, e non è il caso di rifarla qui: ma assommando i grandi fatti in brevi accenni, diremo che, creato ammiraglio di Sicilia e di Aragona sotto Pietro, Giacomo e Federico aragonesi, re di Sicilia, batté tante e tante volte, che è difficile ricordarle tutte, Provenzali, Francesi e Pugliesi delle flotte di Carlo d’Angiò, nelle acque di Napoli, di Malta, di Sicilia, di Linguadocca, di Catalogna. Nel 1284, nel golfo di Napoli, accerchia e sbaraglia la flotta e fa prigione il Vicario del regno, figliuolo del re, con gran numero di navi e col fiore dei baroni angioini, in due altre battaglie prende prigioni, con numero sterminato di signori e cavalieri, due altri ammiragli del re di Francia, che vi perdono quasi intero il naviglio, nel 1299, alla battaglia del capo Orlando, vince sifattamente che scampa appena, mezzo tramortito, il re di Sicilia; dal cui servizio egli, poco innanzi, si era rimosso insatisfatto e ringhioso. Tra l’utta e l’altra di tante imprese s’impadronisce dell’isola di Gerbi nei mare di Tunisi (e il Papa gliene dà l’investitura di principe sovrano); scorre, preda, devasta le spiaggie d’Africa, di Morea, dell’Arcipelago, con intenti e fazioni anzi da corsaro, convien dirlo, che da ammiraglio; diffondendo dovunque, temuto e famoso, il nome di Laurìa; e mostrando sempre e dovunque, ardimento, prontezza, sagacia, iniziativa e genio, misti a prepotenza, a cupidigia, ad asprezza, anzi a ferocità d’animo fortissimo. Fu il più grande uomo di mare nei mezzi tempi fino ad Andrea Doria, salvo Colombo.
Se l’uomo nacque proprio a Laurìa, da cui prese il nome, oggi è dubbio: potrebbe la non lontana Scalea, terra de’ suoi dominii, contendere con essa16. Ma Laurìa fu il capo della signoria, che comprendeva i prossimi paesi di Lagonegro, di Castelluccio e Tortora e Aieta, e, probabilmente, Scalea e Rotonda; e Laurìa come capo della signoria feudale die’ il titolo alla famiglia. Il padre, familiare di re Manfredi, e signore di Laurìa17, morì con lui alla battaglia di Benevento; la madre, Donna Bella, nutrice e dama di Costanza, figlia a Manfredi, e moglie a re Pietro d’Aragona, seguì la regina in Ispagna; e menò seco il figliuolo di tenera età. Crebbe in corte di Aragona18; ove il re gli die’ sposa una figliuola dei Lancia, parenti della regina e zii a Manfredi; ed ivi si segnalò capitano di navi catalane in fatti audacissimi sopra i Saraceni19. Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo Laurìa per sé, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Laurìa, di Lagonegro e di Castelluccio20. Ci è noto da altro titolo21 che pel possesso dei castelli di Aieta e di Tortora surse litigio tra Riccardo e Ruggiero; e fu composto con patto che, alla morte del primo, tornassero nel patrimonio della famiglia del secondo. La quale non ebbe il casato di Cloria, come altri ha detto22, o per isbaglio, o per artifizi di genealogisti, ma si di Loria, che è la parola stessa di Laurìa, con fonetismo francese, come è a ritenere fosse pronunziato il temuto nome nella corte francese dei re angioini23.
La guerra di Sicilia, cominciata con cattivi auspicii da re Carlo contro Messina, proseguì quasi sempre sfavorevole agli Angioini, e calamitosa alle città di terra ferma. Abbandonato il mal riescito assedio di quella città, Carlo si riduce a Reggio. Qui vengono a molestarlo Siciliani e Catalani; e sospingendolo da Reggio entro la penisola calabra, vengono essi sperperando ed occupando terre e castelli; mentre le navi siculo-catalane incendiano ed affamano i paesi sulla marina da Reggio al golfo di Policastro e di Salerno.
La prima terra da loro occupata sul Tirreno fu Scalea al principio del 128424, incitati dai fuorusciti della terra stessa, e da qui partono inviti e fomiti di sollevamenti all’interno della regione, e da cotesti incitamenti e dal mancare dei grani, poiché le navi inimiche intercettavano ogni commercio per mare, si resero al re di Sicilia le prossime terre di S. Lucido, di Cetraro ed Amantea, che ne ebbero vettovaglie e presidii. Da questi punti di passaggio all’interno, frotte di quella speciale milizia catalana degli Amulgavari, men soldati che saccomanni e masnadieri, sciolti e spediti, si spingono pel paese interno della Valle del Laino o Mèrcuri e del Noce; e il giustiziere di Val di Crati che va loro incontro con squadre di cavalli intoppa in un agguato, e scampa appena; inseguito, è poi stretto da blocco in un castello presso Cassano. Il conte Federico Mosca, messo da re Pietro a reggere la terra di Scalea, entra in Basilicata con altre torme di Amulgavari, che si spargono per tutte quelle valli fino a Chiaromonte, oltre il fiume Sinni e più in là25. Re Carlo si sforza invano di spegnere questo focolare d’incendi. Dopo l’occupazione di Scalea aveva egli mandato un capitano in Maratea per difendere la spiaggia aperta alle offese; e intanto provvedeva approdassero navi con cento salme di frumento per conforto e sollievo alla penuria di quel paese e sue e sue circostanze, esortando gli abitanti a tener fermo con promosse di aiuti: vi mandò inoltre Riccardo di Sangineto con gente che fu assoldata in Toscana, mentre Riccardo di Chiaromonte ed altri baroni fanno fronte, come possono, con le loro genti a quell’irrompere fulmineo di torme di scorridori, non senza prendere ostaggi essi dai loro vassalli sospetti di intelligenza con i nemici, e chiamando a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali, aperti26. «Matteo Fortuna, scrive l’Amari, condottiero di duemila Almugavari, impavido era rimaso tutta la state (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano, e poscia Montalto, Regina, Rende, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre di Val di Crati e Basilicata».
Molte e molte terre sulle spiaggie jonie e tirrene alzano bandiera sicula-aragonese: fino al 1299 si tenne pel re di Sicilia, con un presidio di Amulgavari, Castellabate nel Cilento, poi vennero a patti; cessero il castello e restarono, a doppio stipendio, con re Carlo27; torme di ventura, senza fede, temuti e temibili non meno agli amici che ai nemici.
Questo è quel tanto che ci è noto dei più lunghi guai sofferti dalle nostre terre nella guerra dei Vespri.
La pace tra Napoli e Sicilia non fu conchiusa prima del 1303: poi nuovi accidenti di guerra sursero tra’ due Stati; ma non dobbiamo occuparcene noi.
NOTE
1. CORCIA, Storia delle Due Sicilie. Vol. III, pag. 571. Vedi innnanzi al cap. III, pag. 62.
2. JAMSILLA, Nei Cronisti napoletani (Ediz. di Gius. del Re), vol. 2°, pag. 107.
3. JAMSILLA, pag. 118. — In campis prope Lavellum.
4. Op. cit. pag. 137.
5. Id. pag. 137.
6. Id. p. 140.
7. Id. p. 155.
8. Id. p. 156.
9. Nel JAMSILLA (Op. cit. 156) è detto qui, che Galvano de romana curia rediens, erat in castro suo, quod Tulle locatur, e poco più giù: castrum suum praedictum quod dicitur Tulle. Io credo si abbia a leggere Tulbe (oggi Tolve) non lontano da Acerenza e da Rapolla, la quale era pure feudo di Galvano. Un paese, detto Tollo, è nell’Abruzzo chietino, presso Ortona. Non parmi probabile che i Saraceni avessero mandato per Galvano Lancia dimorante sì lontano in Abruzzo, quando allora il principe Manfredi era ivi presso, sia a Venosa, sia in Lucera, a cui parmi, si sarebbero piuttosto indirizzati per offrirgli le città. Perciò preferisco di leggere Tulbe, anche perché Tollo si sarebbe detto, in latino, Tullum.
10. In MATTEO SPINELLI, all’anno 1268. — (In Cronisti Napol. di Del Re, II, 732). — SUMMONTE, II, 219.
11. COLLENUCCIO, Stor. lib. IV, e SUMMONTE, Storia, ecc. che ne ricopia le parole. II, p. 220.
12. Santa Sofia era un castrum o paese tra Avigliano e Ruoti, distrutto fin dal secolo XV, nel luogo che ancora è detto «Castelluccio S. Sofia».
13. Pietrapalomba era un castrum a sinistra dell’Ofanto, e il suo territorio oggi appartiene al paese che ha mutato il vecchio nome da Carbonara in quello di Aquilonia. — Il Guaragnone, presso Gravina fu distrutto non più tardi del XV secolo: oggi è una grande tenuta.
14. COLLENUCCIO, Lib. V. — SUMM. II, 236.
15. COLLENUCCIO, Lib. V. — SUMM. II, 236.
16. Nelle Vidas de Españoles celebres il QUINTANA scrisse anche quella di Roger de Lauria; e dicendolo nato a Scalea, aggiunge in nota queste parole:
«Asì consta da una carta latina que se conserva en el archivo real de la corona de Aragon, escrita per Roger al rey don Jaime II, en el 19 de julio de 1297». (V. Obras completas dell’Exmo D. Manuel Jose Quintana. — Biblioteca de autores españoles, vol. XIX, Madrid 1867).
17. È detto e scritto Riccardus de Loria nel Registro del 1239 di Federico II (in Hist. diplom. etc. di BRÉHOLLES); e poiché a lui è dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Laurìa.
18. Nell’Istoria di Saba Malaspina (cap. XVI, p. 399, II, dei Cron. napol.) parlando egli ai suoi equipaggi dice:
Ego, etsi a tempore bone memorie regis nostri in Aragonia educatus, et Catalanorum usu moribus enutritus, sum tamen regnicola natione…
19. AMARI, Vesp. Sicil. cap. V.
20. È riferito dall’AMARI nei Vespri Sicil. V, 83, ove sono erratamente scritti «i castelli di Loria e Lagonessa» per Laurìa e Lagonegro.
21. Nella Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grasta (in Aieta) di VINC. LOMONACO (Napoli, 1858), che dice avere avuto le notizie dal ben noto erudito napoletano Minieri-Riccio. — Ap. PALMIERI, Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugg. di Lauria. — Lagonegro 1883 (II edizione, p. 11).
22. In LOMONACO della procedente nota.
23. E questo spiega perché in molti storici italiani più antichi e detto Ruggiero Loria o di Loria. I parecchi tra’ moderni, che seguono la stessa grafia (e tra questi mi spiace di trovarvi l’Amari), hanno torto.
24. In AMARI, Op. cit. secondo l’ultima ediz. cap. X, vol. II, 29.
25. Documento del 2 agosto 1284, in AMARI, Op. cit. cap. XI, 229.
26. I documenti dell’archiv. di Napoli, onde risultano queste notizie, sono cennati partitamento in AMARI, Op. cit. cap. XI, 227.
27. In AMARI, Op. cit. — Append. docum. 34 e 35.