CAPITOLO I
I LONGOBARDI E IL CASTALDATO DI LUCANIA NEL SECOLO IX
All’irruzione dei barbari l’antica società italica si sfascia, e una buia notte incombe sul mondo romano. Da queste tenebre, che durarono secoli, metterà fuori il capo grado a grado la nuova società: e saranno altri ordini, altri istituti, altri costumi, altra lingua, altre leggi, altra religione, altri bisogni, e consuetudini e sentimenti che trasformeranno anima e corpo, uomini e cose. Un nuovo mondo si affaccia alla luce della storia: ma la tarda luce non giunge a chiarire i recessi della nuova vita che verso il mille. Quindi una necessaria interruzione nella catena dei tempi e delle memorie.
L’epoca della venuta dei barbari per la bassa Italia si può circoscrivere all’arrivo dei Longobardi; in questo senso però, che delle precedenti invasioni di Visigoti, di Ostrogoti, di Goti, o troppo antiche o troppo fugaci, si sa meno che nulla: i Longobardi, che si sovrapposero e tutto distrussero o imbarbarirono, spazzarono via ogni memoria dei precedenti ordini della società semibarbarica.
I Longobardi vennero nella bassa Italia la seconda metà del secolo VI; e verso l’anno 571 si può ritenere già istituito il loro ducato di Benevento. Autari, re, spinse la conquista sino a Reggio: ivi, alla riva del mare, piantò la sua lancia, e — Fin qui, disse, il mio regno. —
Ma non durò fino a quel limite estremo. La conquista si dilargava su domimi dell’impero greco, che governava tardo e fiacco da Bisanzio. Fu combattuto a lungo: e il dominio longobardo di Benevento si dilatò o si restrinse secondo la fortuna della guerra e l’aumentare dei presidii greci in Italia, in cui di tanto in tanto giungevano dei rinforzi dalla sede dell’impero, indebolito che era da rivoluzioni interne e da invasioni esterne.
Il confine dei due dominii non si potrebbe delineare se non in digrosso. La zona marittima della bassa Italia e le città precipue sul mare restavano alla dipendenza dell’impero bizantino; l’interno era in possesso dei Longobardi, meno che l’estrema penisola della Calabria di oggi (l’antico Bruzio), e l’estrema penisola dell’attuale terra d’Otranto (l’antica Calabria) che restarono, in generale, ai Bizantini, tranne più o men temporanei infiltramenti da parte dei Longobardi. Al perenne commescolarsi di queste due forze contrarie, intercalato da tregue e concordie che non duravano a lungo, si aggiunse poi un terzo elemento, esiziale alla pubblica pace, e furono le incursioni degli Arabi di Sicilia; i quali alleati o stipendiali ora de’ Longobardi contro i Greci, ora di questi contro quelli, ora spinti di proprio moto per cupidigia di bottino o di conquista o di vendetta, invadevano la terra ferma. Così, in periodi di storia oscuri, avvennero conquiste e stabilimenti di Saraceni, in questo o in quel punto delle terre disputate tra Greci e Longobardi. Occuparono Bari, Gravina, Bitonto, ed altre parecchie città dell’Apulia; tennero più lunga stanza in Agropoli sul golfo di Pesto e al Garigliano. E forse non meno lungamente durarono in alcuni punti dell’interno della regione, segnatamente calabra e basilicatese, se ha potuto rimanere il loro nome infisso ai luoghi che ivi occuparono.
Nel lungo periodo di quel terribile rimescolamento di invasioni e stanziamento dei barbari sul mondo romano, non manca, per vero, qualche accenno di notizie, che riferisca alla regione della Lucania, la quale posta in mezzo tra il Sannio o la Campania e la penisola sullo stretto siculo, fu di necessità ora campo di lotte, ora via di passo tra eserciti avversi di barbari e di Greci bizantini.
Alarico irrompendo dalle Alpi Cozie devasta, incendia, sperpera l’Italia, saccheggia Roma, passa il Tevere e il Liri, quindi sperpera e devasta Campania, Lucania e il Bruzio, finché, spento dalla malaria, non è sepolto in fondo alle acque del Causento a Cosenza, secondo la saga che diventa storia nelle carte di Giornande. Sorvengono le orde unniche, e dove passano lasciano il deserto; ma se la leggenda della chiesa Venosina fa che si arresti Attila sulle sponde dello Olivento, dinanzi le mura di Venosa, alle suppliche ed alle pie minaccie del suo vescovo, il vero è che Attila non vi venne mai; e da Roma tornò in su. Ma Genserico non tarda; saccheggia Roma; e mirando alla Sicilia e all’Africa dissemina morte e ruina per le provincie bagnate dal Tirreno e dal Jonio. Sopravviene Odoacre, che abbatte l’ultima larva dell’impero, e si stabilisce in Italia, affiggendo gli Eruli suoi sul terzo delle terre che vengono tolte al vinto romano. Ma Teodorico incalza Odoacre: i Goti si assettano a loro volta sulle terre italiche; ben moderati e sobrii e singolari conquistatori, se si contentino di quel terzo delle terre che l’Erulo aveva preso al romano! Ma se i Goti erano barbari, Teodorico fu un re di tempi civili; e la civiltà romana, per quanto scossa e offuscata che fosse, restò in piedi con gli ordini e gli istituti suoi: continuarono i Presidi o Consolari a reggere la Campagnia, e i Correttori la Lucania, tra i quali fu Cassiodoro, storico, letterato e ministro.
Quarant’anni di un re di barbari, ma che meritò il titolo di grande e civile, avevano sanate le piaghe cruente della invasione e forse era avvenuta la fusione de’ vinti e dei vincitori, quando si riapre la ferita da nuove calamità, perché gl’imperatori di Costantinopoli intendono a riconquistare all’impero l’Italia occupata dai Goti. E furono quarant’anni di guerre e invasioni barbariche e soldatesche. L’Italia fu corsa e ricorsa; presa Roma, Ravenna, Napoli, Benevento; devastate Sannio, Lucania, Apulia, e Bruzio, finché Totila non cadde in battaglia presso Gubbio, e non guari dopo vinto che fu Teia in battaglia presso il Vesuvio, furono disfatti definitivamente i Goti, e vincitori per ultimo i Greci-bizantini.
In questa continua marea di armi dalle sponde del Jonio al Tevere, troviamo accenno a due fatti, che occorre al nostro subietto di rilevare, benché sprazzi senza nesso, e però di poco o punto valore. Quando Totila correva vincitore le provincie del mezzogiorno, un capitano dei Greci, che è detto Giovanni Vitaliano, e faceva presidio in Otranto, raccolse dei corpi franchi, a guardare i passi e molestare i nemici. E con esso di accordo un Tulliano, potente non meno di clienti che di ricchezza in Lucania1, raccolse squadre di gente paesana, e queste in appostamenti opportuni su passi angusti e difficili, in combattimenti di retroguardia ed ai bagagli, molestavano fieramente le schiere di Goti trascorrenti per la Lucania. Totila non riuscì a disperderli, dice lo storico, se non con l’aiuto di quei nobili uomini suoi prigionieri che, possessori di terre in Lucania, mandarono ordine ai villici loro che tornassero ai lavori dei campi; e allora le squadre si sciolsero.
Totila a guardare il paese lasciò presidii in città forti, e tra queste Acerenza2; che il Vitaliano tentò ma non riuscì di prendere. Né poté averla in sua mano, nel 662, l’imperatore Costante che era disceso a Taranto con grandi forze per combattere i Longobardi. Le condizioni topografiche della città fecero sempre di essa, a chi l’ebbe in suo potere, un valido arnese di guerra: fin dai più antichi stabilimenti longobardici nella bassa Italia il forte luogo cresceva ambizione e audacia a’ suoi Conti; nell’818 il conte di Acerehza Sicone si trova commescolato in congiure contro Grimoaldo, e diventa duca di Benevento; e quando Carlo Magno venne a patti di pace coi re longobardi, impose loro a condizione che fossero distrutte le fortificazioni di Acerenza e le altre di Conza.
Da questi poveri accenni si è forza di venire di balzo alla metà del secolo IX, quando il ducato di Benevento è diviso in due parti, e sorge autonomo il principato dì Salerno. In quel tempo e in quel fatto si trovano le prime e meno scarse notizie degli ordinamenti politici che riflettono la regione che già fu Lucania, e non è ancora Basilicata.
La divisione del ducato di Benevento avvenne nel breve periodo di tempo che va dall’844 all’851; l’anno preciso ne è ancora disputato, ma pel nostro scopo basterà ritenere il fatto fosse avvenuto alla metà del secolo IX3. Nel trattato, che intervenne fra Radelchisio principe di Benevento e Siconolfo principe di Salerno, viene fatta la delimitazione del nuovo principato di Salerno mediante la indicazione dei castaldati che giacevano al confine dello àmbito o circuito del nuovo principato. La linea di confine (che nell’atto è disegnata senza dubbio molto in digrosso) assegna al principato di Salerno da Taranto e da Cosenza fino a Sora sul Garigliano, tutto, dirò cosi, il paese posto al versante appennino verso il mar Tirreno e verso il mare Jonio: restava al principato beneventano l’altro opposto versante verso l’Adriatico. Non vi è parola dei ducati di Napoli, di Gaeta, di Amalfi, di Sorrento, perché queste non erano città di dominio longobardo.
L’Atto adunque stabilisce che restano nella parte di Siconolfo, cioè nel principato di Salerno, questi che si dicono «castaldati e luoghi interi» (loca integra), e sono, secondo il contesto:
«Taranto, Latiniano, Cassano, Cosenza, Laino, Lucania, Conza, Montella, Rota, Salerno, Sarno, Cimitile, Furcula, Capua, Teano, Sora, e mezzo il castaldato di Acerenza da quella parte che è congiunto con Latiniano e con Conza»4.
Queste città o «luoghi interi» (e vuol dire città con il loro circondario dipendente) erano tutti castaldati, perché retti ciascuno, città e circondario, da un Castaldo. Essi, nell’Atto, segnano (si vuol notarlo) la linea del confine esterno del principato novello. Dal castaldato di Laino a quello di Cosenza, dal castaldato di Cosenza al castaldato di Cassano sul Jonio, e da Cassano al castaldato di Taranto è limitato per modo, che l’estrema penisola delle Calabrie, cioè il Catanzarese ed il Reggiano, nonché l’estrema penisola del Leccese restavano, senza dubbio, fuori del dominio longobardo, cioè in dominio dei Greci. La linea estrema di confine, a settentrione, era segnata dai punti di Conza, di Acerenza e di Latiniano. Da Conza per Montella e per Rota (ossia Sanseverino) toccava al castaldato di Salerno; quindi verso ponente, si estendeva al castaldato di Sarno e all’altro prossimo di Cimitile, che vuol dire Nola. Più oltre non occorre a noi di procedere; e ci arrestiamo.
Da Laino, dunque, fino a Cassano Jonio, e da Cassano fino ad Acerenza ed a Conza, il novello principato di Salerno comprendeva, alla metà del secolo IX, tutta l’antica Lucania, tanto quella sul Tirreno, quanto il lembo sul Jonio.
Essa era divisa in castaldati; dei quali nell’Atto non sono indicati altri nomi, se non quelli di Cassano, di Laino, di Lucania, di Conza, di Acerenza e di Latiniano. Ma questi, di sicuro, non i soli. Essi erano castaldati di confine; ma, di certo, anche l’interno della regione era diviso in castaldati, forse di Marsico, di Potenza, di Grumento, di Sala, di Brienza o altri che fossero.
L’Atto non indica che le unità politico-amministrative poste all’estremo dell’ellissi, che circoscriveva il nuovo Stato, cui il trattato di pace costituiva o riconosceva. I castaldati non furono che comprensione di terre e di popolo in discreta misura; non tutti uguali di certo. Forse i maggiori erano suddivisi in actus o in ministeria, a capo di cui era il minister o l’actor o fattore, che era quasi il sottocastaldo, in minore àmbito di ufficio e di potestà, ma in dipendenza dalla città, in cui risiedeva il Castaldo, che era il capo dell’esercito, nonché il giudice e l’amministratore delle tenute del principe. I maggiori si dissero anche, o prima o poi, Comitati, dal conte che ne era il capo, e che ebbe ufficio e potestà uguale o forse maggiore del castaldo.
Uno dei più estesi fu, senza dubbio, il castaldato di Acerenza; e per la maggiore ampiezza sua il castaldato fu diviso in due parti tra i due principati. Esso giaceva in mezzo tra quello di Conza a ponente e quello di Latiniano ad oriente. Una linea ideale tirata tra questi due estremi punti per mezzo di Acerenza, lasciava al principato Beneventano la parte al settentrione della linea stessa; e in questa parte restavano comprese probabilmente Melfi, Venosa, Vitalba (che oggi non esiste), Forenza, Genzano e forse Montepeloso. A mezzogiorno della linea medesima erano del principato Salernitano tutti i paesi dell’antica Lucania giacenti a destra del fiume Bradano, e, come io credo, la città capo della stesso castaldato così diviso, Acerenza.
Un più sicuro e più minuto ragguaglio non si può dare; perché, innanzi tutto, non è bene stabilito a quale punto dell’odierna topografia basilicatese o pugliese risponda il Latiniano dell’Atto. I più degli scrittori, accettando l’indicazione che ne diede Camillo Pellegrino, propendono per un posto non privo di antichi ruderi, che è detto Altojani o Altojanni, nel territorio di Grottole sulla destra del Bradano. Se la derivazione fonetica dell’una parola nell’altra lascia, forse, dubitare5 dell’equipollenza loro, è però lecito di ritenere che l’antico Latiniano o Latignano non dovesse essere molto discosto da quei medesimi luoghi della bassa valle del Bradano o del suo influente, la Gravina. Tra Latiniano e Taranto era il castaldato di Matera, anch’esso di pertinenza, in quel momento, al principato di Salerno.
Resta a discorrere del castaldato, che è detto «Lucania», e diciamo innanzi tutto che esso non indica affatto l’àmbito dell’antica provincia o regione. I nomi degli antichi spartimenti o regioni, o provincie italiche romane erano scomparsi fin da che vi si stabilirono i Longobardi, e diedero ai loro conquisti altri spartimenti, altri ordini, altre denominazioni6.
I castaldati non erano altrimenti che estensione di territorio in discreta misura; e un castaldato che avesse compreso quanto era l’antico territorio della Lucania romana, sarebbe stato tanto o poco meno potente, che lo stesso principe sovrano. Gli era dunque nello stesso principe ragione politica evidente il restringere la potenza e il territorio dei suoi castaldi. Del resto, il castaldato stesso di Laino, quello di Cassano e quello di Acerenza, già tagliati sul panno dell’antica Lucania, avvertono che qui non si tratta dell’antica regione: né altri degli antichi scrittori di qualche conto l’ha mai pensato.
Sursero invece le discrepanze sul significato, che importi la parola Lucania nell’Alto di partizione, se di città o se distretto; e nel dubbio gli eruditi napoletani si attennero al concetto di Camillo Pellegrino, che fu di avviso, la parola «Lucania» significasse la città e il castaldato di Pesto, in quanto che Pesto fosse già detta Lucania ai tempi del nuovo principato salernitano nel secolo IX7.
Ma è indubitatamente infondato questo concetto del dotto e benemerito uomo: Pesto, città, non fu mai detta Lucania nel secolo IX, né prima né dopo. Nessun documento lo prova; e se l’asserzione del Pellegrino è senza fondamento, è non meno maravigliosamente vacua la posteriore asserzione medesima dell’Antonini.
Sta in fatto, che in moltiplici atti e contratti, scritti sulla fine del secolo X e sui principii dell’XI, si trova menzionato, e non altrimenti, un vescovo della sedis Pestanae8. Ora, sia pure vero o non sia, che nell’epoca di codesti documenti fosse trasferita la sede episcopale dalla città di Pesto in Capaccio, è certo che se al secolo X e all’XI esso si nomina, ancorché non ufficialmente, «Vescovo di Pesto» vuol dire indubitatamente che Pesto, al secolo IX, non era detta Lucania. Se la città avesse mutato di nome un secolo innanzi, come mai non avrebbe mutato di nome anche la sede episcopale? E se qui si ricorre all’argomento tratto dalla consuetudine delle chiese generalmente tenaci a ritenere i nomi antichi o primitivi, non negherò il fatto e la consuetudine; ma questa ammessa, rimane sempre da dimostrare che la Pesto del secolo IX abbia avuto il nome di Lucania. Ed una ancorché magra prova alla ipotesi del Pellegrino, si vuol ripetere, manca.
A coteste affermazioni del dotto scrittore capuano si oppose già con giusti argomenti Francesco Ventimiglia9: e con esso, per questo lato, io concordo. Ma egli inoltre sostiene che la «Lucania» dell’Atto di divisione indicasse una città capo del castaldato, ma non Pesto; e questa città detta «Lucania» crede lui fosse posta sul monte della Stella, in Cilento, proprio là dove l’Antonini su vecchi ruderi dei mezzi tempi aveva fabbricata la sua Petilia10. Ora alla congettura del Ventimiglia intorno al posto della città manca ogni altra base, che non sia la semplice affermazione dello scrittore; pertanto io stimo superfluo di opporre ragioni che la combattano. Invece, contro un’altra affermazione che la «Lucania» dell’Atto sia non altro che una città, io dirò che dalle testimonianze citate o indicate da lui e da altri non si può trarre argomento valevole a dimostrare che dessa fosse piuttosto una città che non un distretto o un circondario, per la perentoria ragione, che le testimonianze accennanti a concetto di città derivano tutte da quell’impura fonte, che è la Cronaca Cavese, pubblicata già dal Pratilli, e che i dotti ormai ritengono foggiata, o largamente interpolata da lui.11
Le altre poche testimonianze che derivano da fonti autentiche possono significare ugualmente e l’uno e l’altro concetto, sia di città, sia di circondario o distretto12. Sicché, in conclusione, manca ogni fondamento solido alla tesi in favore della città: mentre abbondano i documenti che mi fanno propendere per l’avviso che il castaldato di «Lucania» dell’Atto di partizione indicasse un distretto, un circondario, un’estensione di terre e paesi che era detta Lucania.
E questo distretto o castaldato era appunto quel tratto di paese del Salernitano, che va, su per giù, sotto il nome di Cilento; nome anche questo dei secoli di mezzo, e forse degli stessi tempi, o poco meno, del nome longobardico di Lucania-castaldato. Non sono pochi i documenti dei secoli X, XI e XII che mostrano l’equipollenza delle due regioni, Lucania (castaldato) e Cilento. In essi il territorio ovvero l’àmbito di questo, di cui si parla, «castaldato di Lucania» è indicato con le parole di Actus lucanianus, di locus Lucaniae, e più frequentemente con le altre di in finibus Lucaniae, ovvero semplicemente di in Lucania, per antonomasia. E per darne qui una prova sommaria al lettore, dirò che in quei documenti vengono riferiti in finibus Lucaniae i paesi di Castellabate, e quelli di Trissino e Staino, che gli son prossimi, e inoltre Perdifumo, Serramezzana, San Mauro (oggi Cilento) e Monte Còraci, Ortodonico, San Mango, La Sala, ed altri ed altri che giaciono intorno al monte della Stella a destra del fiume Alento; e, finalmente in Lucania o in finibus Lucaniae anche quel famoso posto detto Ad duo flumina, ove la leggenda assicura che fu trovato il corpo di San Matteo Apostolo, patrono insigne di Salerno; posto che è presso la odierna Casalicchio, là dove si congiungono i due fiumi, cioè l’Alento ed il Ceraso, che si scarica in esso. I numerosi documenti non lasciano dubbio13: anzi un atto del 111314 (e taccio di altri), mostra espressa la equipollenza tra la denominazione del paese in finibus Lucaniae e il Cilento; da poiché, nello stesso e medesimo atto, sono espressamente riferite alla stessa regione, che è denominata ora Lucania ora Cilento, i casali di San Mauro (oggi San Mauro Cilento) di Monte Còraci, di Fiumicello, e Quarrati, Pietra Focara, Pioppi, Pragenito ed Ogliarola. Tutti a destra dell’Alento; onde è che il paese ben si disse Cilento — Cis-Alentum15 — al di qua del fiume Alento, rispetto a Salerno, capo o metropoli del principato.
Questo fiume limitava all’est, probabilmente, l’Actus lucanianus o la regione che è detta «Lucania» nei documenti longobardi del principato di Salerno dal secolo X in giù, per quanto è dato d’inferire dai documenti finora noti16. Ma non è detto che altri documenti finora ignoti non sorgessero, quandochessia, a far mutare la linea di limite ora indicata. Né, allo stato delle cose, potremmo asserire che il castaldato di Lucania del Trattato di divisione non si estendesse anche a sinistra del fiume Alento. Ci mancano i dati per affermarlo, o per negarlo.
Esso però aveva principio dal fiume Sele; poiché un documento del 1074 mette in finibus Lucaniae anche il castello di Capaccio17.
Che capo del castaldato ai primi tempi della divisione del principato fosse la città di Pesto, è probabile; ma non lo si può affermare reciso. Nel secolo IX e nel X altresì la città di Pesto esisteva ancora, per quanto è dato arguire dai documenti; e l’importanza d’una città, sede di vescovo, meritava certo una distinzione; ma non dimenticheremo che anche Agropoli ebbe vescovi, e quello del secolo VI è noto, dalle lettere di Gregorio Magno.
Se il fiume Sele fu il limite di confine tra il castaldato di Salerno e quello di «Lucania», il fiume Alento fu probabilmente il confine tra il castaldato di Lucania e quello di Laino.
NOTE
1. Procopio, De bello gothico III, 18, 22:
… Hic Venantii filius Tallianus, romanus genere (cioè italico) inter Brutios et Lucanos plurimum pollens… Tullianus, collectis illius regionis (Lucaniae) agricolis, fauces angustissimas insederat, ne Lucaniam hostes infestaret.
2. Morras praefectus praesidio Acherantiae…, dice Procopio (Bello goth.), IV, c. 26.
Da questo accenno pare fosso tratto l’UGHELLI a scrivere di Acerenza: olim famosa ampla et foeta populo, regionisque caput (?) et propugnaculum (Ital. Sacr. vol. VII, 6).
L’Antonini (La Lucania, etc. Disc. VIII) scrive:
«Ebbero i Goti nella nostra regione non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Mugliano e la Molpa, ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Belisario…»
Ma da quali fonti abbia egli tratto questo elenco di nomi geografici, non si sa.
3. Le discrepanze cronologiche degli autori si può vederle accennate negli Ann. crit. diplom. del DI MEO, ad ann. 849, nel quale anno egli mette l’atto di divisione. Pel Muratori fu l’anno 848. — Un documento pubblicato di recente darebbe ragione a supporre che l’atto sia dell’847. Vedi dell’illustre BARTOLOM. CAPASSO i Monum. ad Neapolit. ducatus pertinent. Napoli, 1881, I, pag. 82. n. 2, e conf. il diligente e acuto studio sulla Storia del Principato Longobardo di Salerno di MICHELE SCHIPA nell’Arch. stor. delle prov. Napol., vol. XII, pag. 105.
4. Il § IX del Trattato dice così:
In parte vestra quorum supra, Siconulfo Principi et qui predicti (ediz. Pertz: post dicti) estis, sint ista Gastaldata et loca integra cum omnibus habitatoribus suis, exceptis servis et ancillis, qui nobis et nostris homitiibus pertinent; et si in istis Gastaldatibus ac Ioca subscripta sunt aliqua Castella, ubi vostri (ediz. Pertz: nostri) homines habitant, ego vos ibi mittam sine irrationabili dilatione: TARANTUM, LATINIANUM, CASSANUM, CUSENTIA, LAINUS, LUCANIA, CONSIA, MONTELLA, ROTA, SALERNUM, SARNUM, CIMITELIUM, FURCULUM, CAPUA, TEANUS, SORA, ET MEDIUS GASTALDATUS ACERENTINUS, QUA PARTE CONJUXCTUS EST CUM LATINIANO ET CONSIA.
Sieguo la lezione del DI MEO, Ann. crit. dipl. ad ann. 849, n. 2. — Avverto, come singolare cosa, che la parola «Lucania» manca nella edizione del Trattato data nei Monumenta Germaniae histor. del PERTZ: Legum, vol. IV, 222.
5. Latiniano suppone derivazione dai possessi di un Altinius (v. appresso, al capit. III). Ed Altiniano-Latiniano è di non difficile passaggio fonetico alla parola Alto-jano.
6. Di ciò particolarmente nel capitolo che segue.
7. De Finibus Ducat. Beneventani. — Il ragionamento del dotto uomo è questo. Tutti i gastaldati dell’Atto di divisione, Cassano, Cosenza, Laino, Conza, sono città. Paolo Diacono, indicando le città della VIII regione d’Italia che comprendeva Lucania e Bruzii, nomina Paestum, Lainus, Cassanum, Consentia et Rhegium. Tali altresì sono nell’Atto, ma vi manca Pesto. Dunque Pesto è Lucania! — È ben lecito dubitare della esattezza di questo ragionamento.
8. I documenti del 963, 978, 989, 1037, ecc., nei quali è parola dell’Episcopus o Praesul o Pontifex sanctae sedis Pestanae sono indicati o riferiti nel libro di FRANCESCO VENTIMIGLIA, Memorie del Principato di Salerno. Napoli 1788, pag. 99 e seguenti.
9. Nel libro: Delle memorie del Principato di Salerno, ora citato, pagina 90 e seg.
10. Vedi al vol. I di questa opera, capit. ultimo.
11. Coteste citazioni tratte dal Cronico Cavese (che dal DI MEO è sempre indicato col nome di Annalista Salernitano), puoi vederle raccolte da noi a pag. 69 dei Paralipomeni della storia della denominazione della Basilicata per HOMUNCULUS (Roma, 1875). — Il Cronico Cavese è nel volume IV della edizione Pratiliana della Histor. Principum Longobard. del PELLEGRINO. (Napoli, 1753, p. 386). — Il Pratilli, che era dell’avviso del Pellegrino, fa parlare il suo Cronista Cavese della «Lucania» come di città.
12. Le testimonianze di fonti autentiche sono tratte dn Erchemperto, che scrisse: Inter Lucaniam et Nuceriam urbem munitissimam (cioè Salerno) Arechis opere mirifico munivit (§ III, vol. I, Op. cit. del PELLEGRINO-PRATILLI). Lo stesso concetto, con quasi stessissime parole, è in Leone Ostiense. E queste parole possono appoggiare l’uno e l’altro concetto: come quello che dicesse oggi: «Fra il Sele e Nocera è in mezzo la città di Salerno». — Nel Capitolare di Siccardo, dell’anno 836, si legge:
§ XIII. Et hoc stetit ut deinceps pro quavis occasione navigia vestra in portibus (edizione Pertz) Lucanie, vel ubicumque in finibus nostris non delineantur.
Nell’edizione del Pratilli si legge in partibus Lucanie (Op. cit. vol. III, p. 209): e nell’una o nell’altra lezione è chiaro che s’intende distretto, circondario o regione, e non di città.
13. Si troveranno, tutti e partitamente indicati, nei nostri Paralipomeni della storia della denominazione della Basilicata per HOMUNCULUS (Roma, 1875) a pag. 58-9: e furono raccolti dalle opere del DE BLASIO (Series princip. Longob.), del DI MEO (Annali crit. diplom.), del VENTIMIGLIA DOMENICO (Notizie su Castellabate). Ripeterli di nuovo in questo luogo sarebbe incomportevole. — Ma mi è qui necessario di avvertire che nel Codex Cavensis, all’Index in fronte al vol. V, è indicata una vendita di portione bonorum Burgentiae (Brienza) in finibus Lucaniae. Però la carta di vendita è erratamente riassunta nell’Index: poiché nel testo di essa, a pag. 77 del Codex, si parla di vendita di rebus in locum Burgentie et per aliis locis finibus Lucanie, o propriamente di metà di casa de predicto locum Burientie (sic), e metà di casa de intus civitate Caput aquis o Capaccio, e Capaccio era appunto in finibus Lucaniae.
14. Fu già pubblicato da DOMENICO VENTIMIGLIA nelle Notizie di Castellabate. Napoli, 1827, App. n. VI, e da noi stessi altrove; ma, per l’importanza sua al nostro subbietto, vogliamo riferirlo qui, e dice:
Anno 1113 — Dum in casali S. Mauri, quod est in finibus Lucanie, essem ego Maraldus judex, ibique adesset dompnus Gaydeletus, Prior monasterii sancte et individue Trinitatis… in loco Metiliano (della Cava); atque curii eo adstarent dompnus Rainerius et…, advenit Erbertus miles, filius quondam Aufredi, de parte domini Troisii, atque cum eo venerunt Petrus, qui dicitur de Grifo et Ermannus filius quondam Calojuri, Vicecomes, et coram nostra presencia per hanc cartam assegnaverunt jam dicto Gaydeleto… omnes homines et hereditates et terras et cuncta, que pertinnerant jam dicto Troysi in predicto casali S. Mauri et in Flumicello et in Monte Coraci et in casali De Quarratis et in Petra Focara, Pluppis et Pragenito et in Oliarola, et per tota marina SUPRASCRIPTI CILENTI.
Altri atti del 993 e 1173 vEDI a p. 61 della Storia della denominazione di Basilicata per HOMUNCULUS. Roma. 1874.
15. È nota la discrepanza sull’etimologia di Cilento, se da Cis-Alentum o da Circa-Alentum. È per me più probabile la derivazione filologica da Cis-Alentum. — In una Bolla di Papa Gregorio VII del 1072 o 1076 (ap. MURAT, Ant. M. Ae. diss. 65 vol. V, pag. 479) sono nominati molti monasteri posti in Cilentio Monte, che è il monte della Stella, a destra dell’Alento. Questa speciale denominazione al monte fa arguire che nel secolo XI si intendesse per Cilento il paese Cis, e non già circa Alentum. — Monte del Cilento è detto similmente in altro atto del 1187, ap. DOMENICO VENTIMIGLIA, Monum. n. X delle Notizie di Castellabate.
In una donazione del 1043 la chiesa di San Martino si dice sita in finibus Lucaniae, ubi ad Sala dicitur: e questo luogo La Sala io già interpretai per la Sala di Gioi, che sarebbe a sinistra dell’Alento; ma non sta: La Sala di questo documento è presso San Mauro Cilento, tra Mezzatorre ed Agnone, che ancora oggi è detto La Sala. — Conf. FRANCESCO VENTIMIGLIA, Op. citata, pag. 341-2.
16. Confermerebbe, per indiretto, questa congettura un diploma del Principe di Salerno Guaimaro, nel quale un monistero di Santa Barbara si dice in pertinentia de Nove, finibus Salernitanis: sicché il paese di Novi, a sinistra dell’Alento, non sarebbe in «Lucania». Il diploma è in MURAT. Diss. V. Ant. M. Aev. col. 183 (e nel VENTIMIGLIA FRANCESCO, pag. 331): e lo si mette all’anno 1005. Nel Codex Cavensis è del 1035.
17. Ap. DE BLASIO, Series princip. longob. nei Monum. n° LVII, pagina CXI. — Anche più notevole è un atto del 1047, in cui in testatrice lascia al marito tutto ciò che a lei est pertinentes per tota finibus Caput aquis seu Lucanie (In Cod. Cavens. vol. VII, 80).