CAPITOLO XIII
I LUCANI — PRIME SEDI E VICENDE. DAL FIUME SELE ALLO STRETTO SICULO 1
Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi.
Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordine alfabetico: «gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini, e, a loro congiunti, i Numistrani». Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi aggruppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate ovvero propagatesi dalle prime, epperò di meno antiche origini e di men piena, se così può dirsi, autonomia.
Chi consideri il posto che occuparono questi originarii o più antichi cantoni, vedrà che essi si distendono, tutti, intorno alla spina arcuata degli Appennini lucani orientale e occidentale: sono paesi posti sulla parte più elevata della montuosa regione, onde hanno origine i fiumi che solcano la parte pianeggiante e piana che dechina al mare; E poiché di stanziamenti propriamente lucani non si vede che si innoltrino nella parte pianeggiante verso il mare orientale e meridionale, vuol dire che le prime genti e nei primi tempi sostarono ivi, sui clivi degli Appennini, poiché trovarono occupata la parte pianeggiante della regione da genti più forti e avanzate in civiltà, che è a credere elleniche.
Seguendo gli indizi, che emanano dal dato topografico ora indicato, si può congetturare che, arrivati prossimi alla linea del fiume Silaro, occuparono innanzitutto Eburi, che la prima si parava loro innanzi sui poggi soprastanti alla larga pianura solcata dal fiume stesso.
Eburum era già stazione di antichissima gente che ci è parso di riattaccare ai Siculi, per le ragioni di omonimie altrove indicate2, e di stirpi od origini celtiche.
Le reliquie di costruzioni a poligoni irregolari e massicci che si veggono tuttavia presso l’odierno Eboli3, restano a testimonianza dei più remoti abitatori che precedettero ai Lucani.
Proseguirono, seguendo a monte il corso del Silaro e dei suoi maggiori influenti; e per l’alto Silaro occuparono Vulceium (dove oggi è Buccino), anche questa stazione già abitata da gente antichissima, il cui nome ricorda, e non per caso, i Volcae della Gallia Narbonese oltre il Rodano, e nell’lberia la città Veluca o Vulca4. Anche a Buccino si riscontrano gli avanzi di costruzioni a poligoni massicci o ciclopici. Prossimo a Vulcei era Ursei o Ursento, che (per quello sarò per dire in appresso) io allogo nel paese che si estende tra Vietri (di Potenza) e Caggiano. Anche Ursento era già stazione di popoli remotissimi, che ricordando le città di Urso e Ursao nella Betica, ci hanno dato ansa di riattaccarli ai Siculi, rivoli della fiumana celtica.
Numistro, che risponde, non improbabilmente, a un luogo dell’odierna Muro, era a confine con il paese degli Ursentini; e fu occupato. Anche qui testimonianze ancora visibili di costruzioni ciclopiche, forse di gente anteriore ai Lucani
Eburi, Vulcei, Ursento, Numistro furono, senza dubbio, tra i primissimi e più antichi stanziamenti dei nuovi arrivati Osco-Sabellici. E poiché l’antichissimo nome rimase al paese, abitato anche dopo l’occupazione lucana, vuol dire che vi rimase tutta o gran parte della popolazione antica, in soggezione senza dubbio a quei che di forza si soprapposero.
Di qua, allora stesso o poco di poi — chi può dirlo? — si diffusero le propaggini osco-lucane più verso il nord, intorno al grande nodo del Vulture, e fondarono ivi dappresso e Atella e Abella, che ricordano omonime sedi della gente osca tra il Vulturno e il Liri. Quindi occuparono Bantia, l’ultimo contado settentrionale della federazione lucana che è posta verso le prime fonti del Bradano, all’estremo termine della regione che è in confine con la Japigia. Bantia era stazione di gente enotria, forse di Conii5.
Influente maggiore del Silaro o Sele è il fiume Negro, che è l’antico Tànagro; e risalendo per la sua valle, si arriva all’altopiano, amenissimo, ove fondarono, su’ poggi che l’incoronano, e Àtena e Tegianum e Consilinum, con nomi che erano ricordi delle sedi antiche loro tra il Liri e il Volturno. Più innanzi, all’estremo sud-est dello stesso bacino, fu fondata Sontia; di cui, dopo tanti secoli, non è altro ricordo che il nudo nome dell’odierno paese di Sansa.
Queste sono stazioni appartenenti all’alta valle del Sele, al versante che diremo meridionale della catena appenninica della regione. Di qua, proseguendo innanzi, scesero altri loro sciami di gente sul lato orientale della catena stessa; ed occuparono sedi che sono per le alte valli e bassi clivi, onde declinano i fiumi che, frastagliando la regione lucana propriamente detta, si scaricano nel Jonio. Da questo lato surse, tra le prime stazioni loro, Grumento, nell’amena pianura ove ha il primo suo corso il fiume Aciri, oggi Agri; e se Grumento non era già abitata da più antiche genti, i Lucani che l’occuparono vennero ivi, probabilmente, propagatisi o staccatisi dagli stanziamenti dell’alta valle del Tànagro o Negro.
Anche Potentia nella valle dell’alto Basento fu uno dei primi impianti della gente lucana; benché è probabile abbia ricevuto, in seguito, il nome che ancora porta, da quei coloni picentini che Roma trasferì dall’Adriatico sul golfo Pestano, e di che farò cenno più innanzi.
Tutte queste città sono alle origini delle valli e dei fiumi che le solcano; e Bantia ai principii del Bradano, Potentia del Basento, Grumento dell’Agri, come Vulceio, Ursento e Numistro delle valli del Platano; e Consilino, Tegiano ed Àtena lungo il primo tronco del Tànagro, influente del Silaro.
Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiume Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di «Sirini». Non è finora noto né il nome, né il posto della città, capo del contado che essi abitarono; né se ne trova menzione anche in Plinio: vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai gioghi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta.
Coi popoli Sirini si completa la enumerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è degno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra per la valle di quell’altro e notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formano le valli del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti.
I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando, intopparono dapprima in genti di razza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi scrittori dissero Siculi. Ma incontrarono sopratutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero I Lucani. Si estendevano dalle spiaggia del Mar Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata nel secolo VI, lì era gente enotria6. Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e l’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII o VII, poiché si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del groppo del Pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alle valli dell’Appennino.
I Lucani che si avanzarono all’oriente del fiume Sele, non poterono non incontrarsi negli Enotri prima di giungere ai possedimenti ellenici; e gli Enotri, rimasti in mezzo tra le due invasioni, soffrirono la peggio. Urtati, riurtanti, guerreggiati, furono, senza dubbio, sottomessi; e poiché dai nuovi arrivati venne un nuovo nome alla regione che era detta Enotria, vuol dire che essi prevalsero in tutto, padroni delle terre e delle genti. È ignota la condizione che fu fatta ai vinti; ma al certo di tributarii o di servi, se non di schiavi. Era la condizione naturale delle cose e dei tempi.
Sibari ora ancora florida e potente, quando accaddero, sugli alti Appennini enotrii a ponente del monte Pollino, questi rimescolamenti di popoli. Essa dominava per tutta la vasta valle del Crati e dell’odierno Coscile, fino al Tirreno verso il fiume Lao e verso II fiume Siri dalla parte del Jonlo; mentre i barbari si saccheggiavano, si guerreggiavano, si urtavano all’estremo confine dei suoi dominii, sui monti. Doveva, forse, importare ad essa gran fatto, se codesti barbari, al confine, si chiamassero Enotri, ovvero altrimenti? importava tenerli a freno sul confine; e si può ben supporre lo facesse; così lei, come altre città italiote fiorenti sulle spiaggia del Jonio, quali Metaponto, Siri, Pandosia.
L’espansione dei Lucani dalla catena appenninica alle pianure lungo il mare, fu dunque primamente arrestata dalla resistenza che facevano ai barbari in genere codeste fiorenti città della Grecia italiota, e precipuamente da Sibari.
Ma quando questa fu distrutta nel 510 a.C. e all’impero sibaritico non altro ne successe per Ia bassa valle del Crati, l’ostacolo più grande all’espandersi di loro giovanili forze fu tolto; ed essi procedettero oltre, verso ed oltre il monte Pollino e giù per le valli delle fiumane scaricantisi al Jonio e al Tirreno ove erano colonie e stabilimenti di genti elleniche. Urtarono in quel periodo di tempo nei Greci: e il periodo lungo ed oscuro delle incursioni, delle rapine, delle guerre tra le genti di diversa, stirpe confinanti, o delle conseguenti conquiste dei più giovani coloni sui più vecchi di genti greche o grecaniche, questo lungo ed oscuro periodo è indicato nella frase sintetica del geografo che disse: «lungamente fu fatta guerra tra barbari della Lucania e gli Elleni delle coste»7 finché codesti barbari non giunsero al mare.
Gli Elleni italioti, oltre le grandi e celebri città sulla riva del Jonio e del Tirreno, ebbero stabilimenti e città di minore importanza per l’interno della regione, su per le valli di quelle fiumane, al cui sbocco sul mare le città maggiori a noi più note sedevano. Sarebbe necessario al nostro subbietto di segnare ove i precisi confini delle due genti arrivassero, ma non si può indicarli che in digrosso e senza la determinazione del tempo in cui la espansione avveniva.
Risalendo a monte per le valli del fiume Casuento o Basento si trova, nella parte superiore, Antia, che fu greca probabilmente, ma di gente osca altresì: e forse (argomentando dal nome) di origini antichissime coni-enotrie: ma non sapremmo dire quale delle due genti, di Oschi o di Elleni che l’occuparono, fosse anteriore. Per la valle dell’Aciris o Agri, a monte, furono stabilimenti ellenici presso l’odierno paese di Armento, ove fu città fiorente ed ellenica, di ancora ignoto nome alla storia, ma che io suppongo fosse Halesa o Halaso, o Calasarna, come si trova scritto il nome in Strabone. Per la valle stessa era in su verso gli Appennini un minore stabilimento, che fu detto «Acidios», e ricorda col nome grecanico le umili origini di tugurii coverti di stoppia8. La precisa giacitura di esso non è nota; altri, pure dubitando, l’allogherebbe non lontana dalle origini del fiume Agri, presso la odierna Brienza.
Per la valle del Siris o Sinno (oltre alla città di Lagaria) fu forse quella Tebe lucana, che è tra le più antiche città della regione e in remota età scomparse, che perciò stesso non si ha modo di stabilire, ancorché per indizii, ove ebbe posto; giacché è semplice congettura di quelli che vollero fondarla nelle vicinanze dell’odierna Castelluccio. I popoli superstiti alla violenta distruzione della città di Siri nel 433, come fu detto, dovettero prendere stanza per questi luoghi, forse in aumento di più antichi coloni usciti precedentemente dalla città stessa.
Dalla parte del mare Tirreno, risalendo per le valli del Sele, del Calore e dell’Alento, le popolazioni italo-elleniche della spiaggia tirrena si sparsero anch’esse, ma in minori proporzioni, pel paese interno verso gli Appennini. Non se ne ha traccia finora, che verso Eboli, a giudicare da sepolcri greci scoverti pei suoi campi9, benché questo sia indizio leggiero al peso della prove. Né posso aggiungere, come fondazione ellenica, la città di Àtena nel vallo di Diano, oggi Tegiano; perché la diversa accentuazione tra questa parola e l’altra omonima mi tiene in bilico; e se la diversa accentuazione non fa, quel nome potrebbe indicare origini greche non meno che osche10. La stessa onomastica topografica darebbe indizii di stanziamenti ellenici su quelle parti dell’alto Appennino donde propriamente hanno origini le fiumane che corrono al Sele. Ma perché non è impossibile, che codesti lontani, dal mar Jonio o dal Tirreno, stabilimenti ellenici avessero potuto aver luogo anche quando i Lucani dominavano fino ai mari stessi, non può concludersi, che l’origine loro fosse precedente all’espandersi de’ Lucani.
In conclusione, possiamo ritenere, così in di grosso (come si addice a tempi tanto remoti e anteriori a testimonianze di storia scritta), che gli stabilimenti ellenici delle colonie greche si protrassero entro terra fino agli ultimi contrafforti della catena appennina lucana. Restava la parte montuosa della regione agli stanziamenti degli Osco-Sabellici, finché Sibari non ne arrestò l’espandersi oltre. Ma scomparsa Sibari, e surte nuove condizioni di cose per le vecchie popolazioni enotrie a Sibari soggette, le giovani tribù montanare che erano in vedetta al confine occidentale, ebbero a giovarsene; e se ne giovarono. L’epoca dell’espandersi loro per la valle del Crati non è nota: ma se appoggio di congettura è consentito in tanto buio, parmi ammissibile che verso il 450 a.C. fossero già su pei clivi e le circostanze dell’altissimo groppo del Pollino, dai cui fianchi orientali fluisce il Coscile; e che nel 448 avessero già piede fermo su pei monti d’intorno, quando fu rifondata Sibari col nome novello di Turii. Se la storia non ricorda invasioni, o guerre, o di altro genere ostacoli de’ Lucani alla novella fondazione di Turii, dal silenzio non può giustamente arguirsi che essi fossero ancora di molto lontani. Non potevano essere di molto lontani dal fiume Coscile presso cui surse Turii, se si tiene conto di tutto il conseguente evolversi della storia dei Lucani, che in men di un secolo, dopo la fondazione di questa città, si trovano signoreggiare per tutta la penisola che poi fu detta Bruzia.
Quando, discesi dalla catena del Pollino, si fecero innanzi per le valli de’ fiumi Coscile e Crati, alla metà del secolo V, incontrarono, su per la spina degli Appennini, quel gruppi di genti che un secolo dopo prendono nome e posto nella storia col titolo di Bruzii; ma che venuti commisti con le migrazioni enotrie, erano già rimasi in soggezione di Sibari, finché essa restò in piedi. Delle origini loro parleremo più innanzi: qui diremo solamente, che i Lucani li sottomettono e li incorporano, non si sa in quali condizioni di sudditanza o protettorato, nel loro politico dominio; e per queste conquiste od acquisti, diventati più forti e temibili e temuti, si apparecchiano agli ulteriori ingrandimenti che si estesero fino all’estremo della penisola.
È questo l’evento culminante della storia dei popoli Lucani.
Da esso e per esso cresciuti di forze, di animo, di fama, la giovane nazione può dirsi addiventi uno Stato, che ha coscienza di sé, se si propone uno scopo e lo prosegue. La federazione primitiva si trasforma, o si stringe, o si accentua alle nuove condizioni di cose; e, se fosse lecito congetturare, parmi che allora, in questa condizione di cose, in questo periodo di tempo, agli antichi ordinamenti militari dei cantoni primitivi dové aggiungersi un nuovo ordinamento, quello di un esercito mobile, di una banda mobile armata destinata alla conquista non di stanziamenti per sé, ma di popoli o città soggette. E si volsero allora verso le spiaggie ove erano genti e città in più florida e ricca civiltà. Tutto questo periodo di eventi dové svolgersi dal 440 al 400 a.C. Tra il 420 al 400, la storia scritta li trova e li nomina la prima volta in guerra con le città greche delle spiaggie; e non guari dopo Ii incontra in alleanza col famoso despota di Siracusa, Dionigi il vecchio. Erano essi dunque in quel tempo già forti, già per precedenti fatti dalla fama segnalati nonché allo estremo della penisola, ma fino a Siracusa, la più potente allora e florida città ellenica dell’Italia meridionale e insulare. Non erano dunque allora allora sbocciati alla vita delle nazioni.
Dionigi, che aveva dominio ormai assoluto in Siracusa e per gran parte di Sicilia, intendeva estendere l’autorità sua al di là dello stretto, sulla prossima penisola italica, popolata delle fiorenti città di genti elleniche. Aveva già autorità di signoria o di protettorato, in sembiante di alleanza, sulla città di Locri: tentò di prendere Reggio di forza; non riuscì, ma non smise gl’intendimenti di avere in mano questa chiave dello stretto. Comprese egli di leggieri quale partito poteva trarre favorevole ai suoi disegni da quel novello popolo che si affacciava in armi dalla parte boreale della penisola stessa. Egli dové de’ suoi consigli o di aiuti stimolare e sospingere innanzi i Lucani. Entrò anzi, non guari dopo, in accordi con essi loro a danno delle città greco-italiche. E queste, poste in mezzo alle due correnti minacciose, si affrettarono a provvedere come nelle contingenze di grandi sgomenti, e strinsero tra di loro una lega difensiva.
I primi urti, la prima irruzione dei Lucani verso le città greche pare che avvennero contro la città di Turii.
Questa oppose ad essi le sue milizie comandate da Cleandrida, uno di quei capitani o soldati di ventura di Sparta, che, come quelli del medio evo, si davano al soldo delle città greche, piuttosto commercianti che guerriere, sulle coste italiche. E perché cotestui è, indubbiamente riconosciuto come il padre di Gilippo, del quale è cenno in Erodoto, si è potuto fare il giusto computo, che l’irruzione dei Lucani contro Turii, difesa da Clenndrida, avvenne intorno al 420 a.C.
Turii probabilmente non fu presa allora; essendo certo che i Lucani tornarono all’attacco un trent’anni dipoi, nel 393. Nel periodo che intercede tra queste due epoche, può ritenersi come accertato che essi si impadronirono della città di Lao sul Tirreno, e come probabile che occupassero allora anche Posidonia, più forte e fiorente di quella. L’anno preciso non si può designarlo, ma l’epoca approssimativa gli è questa11. Elea però dové resistere, allora e dopo, ai loro attacchi, come aveva resistito a quelli dei Posidoniati12; invece Terina, sulla costa occidentale tirrenica, al di là di Lao, cadde in loro dominio.
Cresciuti di animo, di forze e di fama, tornarono agli attacchi contro di Turii nell’anno 390 a.C.; e allora si fece manifesto il duplice fatto, di cui è menzione in Diodoro Siculo13, l’alleanza cioè de’ Lucani con Dionigi di Siracusa e la lega delle città italiote, a scambievole difesa contro costoro che li minacciavano.
Lasciamo che parli Diodoro, fonte unica e credibile degli eventi: ma non cerchiamo altrimenti nella sua cronologia che una nòta di approssimazione.
«Qualche tempo dopo (cioè dell’impresa non riuscita contro Reggio da parte di Dionigi, nel 390, e del trattato di lui coi Lucani) i Lucani invasero il territorio di Turii; e questa si affrettò a richiedere di pronta difesa i suoi alleati; da poiché le città greche14 d’Italia avevano stipulato tra loro un trattato di mutuo soccorso, nel caso il territorio di una di esse fosse invaso da’ Lucani; sotto pena di morte ai capi militari di quella città che mancasse agli impegni.
Alla voce di allarme di Turii le alleate città si prepararono ad entrare in campo. Ma quei di Turii non aspettarono; e prima degli altri mossero contro i Lucani, confidando nel loro esercito di oltre a 14.000 uomini a piedi e di quasi 1000 a cavallo.
A questa mostra di forza i Lucani si ritirarono nel loro paese; quindi i Turii ad inseguirli, invadendo essi la Lucania, impadronendosi di una fortezza e facendo molto bottino. Ma questo primo e favorevole successo riuscì loro a disastro, quando con imprudente consiglio s’impigliarono in certe gole di monti precipitevoli, all’intento di impadronirsi della fiorente città di Lao15. Pervennero ad una pianura chiusa tutta intorno da una corona di monti scoscesi; e qui furono attaccati dai Lucani, che riapparvero di su quei monti con un esercito di 30,000 uomini a piedi e di circa 4000 a cavallo.
I barbari discesero al piano; e attaccarono i Greci spaventati dal subito apparire di un nemico in numero sì grande16. Nel combattimento gli Italioti, soverchiati dal numero, perdettero oltre a 10,000 uomini; i Lucani avevano ordine di non dare quartiere. Il resto dei Turii disfatti, parte si salvò su un’altura prossima ala mare17; altri, vedendo in mare delle lunghe triremi e credendo fossero di quei di Reggio, si gettarono a nuoto e arrivarono alle navi. Ma queste erano navi non di italioti, ma sì di Dionigi Siracusano, che le aveva spedite in aiuto ai Lucani sotto il comando di suo fratello Leptine. Questi nondimeno accolse umanamente i fuggitivi; li ritornò a terra, e impegnò i Lucani di essere contenti di una mina di argento18 pel riscatto di ciascun prigioniero; che erano oltre il migliaio. Lui stesso si diè mallevadore del patto; anzi promosse la pace tra i Lucani e gli Italioti. Ma se cotesta benevola intromissione conciliò a Leptine maggiore stima da parte dei Greci ai quali recava vantaggio la cessazione della guerra, non riuscì gradita a Dionigi, il cui interesse era quello di fomentare dissensioni e ostilità tra gli uni e gli altri, a fine di agevolare i suoi disegni di dominio in Italia. Laonde tolse il comando della flotta a Leptine, e vi pose invece l’altro suo fratello Tearide»19.
Dove egli accadde rimboscata e la vittoria, che qui si narra, dei Lucani sugli eserciti della città di Turii? Le parole di Diodoro, quanto al luogo, nulla determinano; e le diverse induzioni topografiche dei moderni non sono che congetture. Strabone accenna ad una sanguinosa battaglia vinta dai Lucani sugli Italioti «presso all’edicola delta di Dragone, posta nelle vicinanze della città di Lao»20; battaglia che, per l’importanza e le conseguenze sue, diè occasione allo spaccio postumo di una delle solite profezie oracolari amfibologiche che egli ricorda. Se questa battaglia è la stessa di quella, ben importante e sanguinosa, che narra Diodoro e che infatti altri scrittori moderni identificano, io metterei il luogo della imboscata e della battaglia in quella che oggi è detta valle di San Martino, a quasi metà cammino tra la valle orientale ove era Turii e la spiaggia occidentale dove era Lao; e che, circondata da alti monti, si presta conforme alle indicazioni generiche del fatto.
Forse Turii non cadde allora in dominio dei Lucani. Ma non poté riuscire ad essi senza frutto una sì strepitosa vittoria. Crebbero sempre più, nonché di animo, di fama. La recente sottomissione dei Bruzii, portandoli nella regione silana, li avvicinava a Petilia, e ne faceva loro apparire necessaria l’occupazione: giacché, sedendo questa città dove oggi è Strongoli, poco lungi dal mare Jonio, era per essi un posto, come ora diremmo, strategico di prima riga: sia perché dalla natura del luogo fortissima, sia perché, prossima alla spiaggia jonia, avrebbe aperto ai Lucani una via al mare Jonio, e scalo opportuno alle relazioni ed agli aiuti per mare del sovrano di Siracusa. Era inoltre cuneo che disgiungerebbe un possibile congiungimento di forze tra Turii e Crotone; e opportuno approccio di offesa contro quest’ultima città. Petilia fu dunque investita ed occupata dai Lucani verso il 380 a.C. o in quel torno. Il luogo, di per sé munitissimo, essi non mancarono di fortificare anche di opere murarie, che Strabone, per facile e probabile equivoco, riferisce ai Sanniti21. Fecero anzi dippiù, chi voglia intendere alla lettera un accenno dello stesso geografo: e Petilia divenne per essi metropoli22 ovvero capo dei possedimenti, che venivano acquistando dal fiume Crati al sud della penisola che poi fu Bruzia.
Ma anche limitata all’ufficio di capitale dei possedimenti lucani nel Bruzio23, il posto ci parrebbe poco adatto. Posta qual era verso alle spiaggie del Jonio, non è dubbio fosse ben atta alle comunicazioni marittime, specie con Siracusa; ma non è dubbio che restava, a così dire, staccata dalla regione continentale per forza di quell’amplo e immenso altopiano che è la foresta della Sila. Tagliata fuori per topografici ostacoli fortissimi dal resto della penisola, se mai fu capitale o centro militare del governo lucano pei possedimenti del Bruzio, non poté essere se non per poco tempo, finché la conquista non si estese. Conviene dunque interpretare altrimenti la frase del geografo; nel senso cioè di «città primaria» e fortezza importante dei nuovi possedimenti Lucani; di capitale non già.
Con la sottomissione dei Bruzii i Lucani ebbero Cosenza. E padroni di tutta l’ampia valle del Crati, e dell’amplissimo groppo della Sila e di Petilia, era naturale che, con l’impeto che impenna la vittoria e la fortuna secondi, si spingessero oltre al sud, alla meta dello stretto siculo. A questo ultimo limite, infatti, disegnerebbe il contine della Lucania il «Periplo» che va sotto il nome di Scilace; giacché per esso sono in Lucania, nonché Posidonla, Elea, Ipponia e Terina e la poco nota Platea24, ma anche Reggio, Locri, Caulonia, Crotone, oltre che Turii25.
E poiché il «Periplo» dello pseudo Scilace è, per tardi accenni, riconosciuto siccome scritto in gran parte tra il 390 e il 360 avanti l’èra volgare26, si può ritenere che i Lucani occuparono la penisola, che poi ebbe nome dai Bruzii, nella prima metà del secolo IV avanti Cristo. Ma l’occupazione o non fu durevole, o vuole intendersi della parte interna e montuosa della regione; giacché, lo confesso, avrei difficoltà ad intenderla, sulla lieve e indiretta indicazione di un libro interpolato, fino a città come Reggio o Locri; per le quali non si hanno, da altre fonti, notizie o indizii che confermino il fatto.
Tanto e sì pronto espandersi della giovine nazione ebbe speciali ragioni, che solo in parte ci è dato di apprezzare.
Un esercito, o diremmo meglio una forza armata di un trentaquattromila uomini, quanto i Lucani ne misero in moto agli attacchi di Turii, era forza davvero formidabile, se diretta da mente eletta, animosa, ed energica, di fronte segnatamente ad avversarii o non compatti ed unanimi, o fiacchi. Li favoriva la politica guerresca e diplomatica dei despoti di Siracusa, che, tendendo a dividere, per avervi autorità di dominio, le città italiote, era naturale incoraggiasse la giovane nazione ad esse inimica, che si affacciava alla storia. Ma ai giovani ardimenti dell’una conferì sopratutto la immanente fiacchezza dell’altra parte: le città italiote pel naturale antagonismo degl’interessi e di stirpi, per le acute rivalità di vicinato, per l’instabilità degli ordini interni, agitati da i fermenti democratici, mai non pervennero a costituirsi in corpo compatto, se non unico: e le fragili leghe, quanto laboriosamente conchiuse, tanto sollecitamente disciolte.
Ma l’ardore battagliero dei Lucani intoppò presto negli intenti supremi della politica di Dionigi. L’estremo corno della penisola bruzia, per la qualità della gente e per postura geografica e, da tempi antichissimi fino ad oggi, piuttosto un’appendice della Sicilia che parte del continente; il breve stretto di mare non che disgiungerli, fa di Reggio un sobborgo di Messina; mentre i contrafforti dell’Appennino interno separano, per distanze impervie o malagevoli, il Reggiano dalla superiore Calabria. Siracusa nell’evolversi di sua potenza, ebbe intendimento perenne di tenere un piede nella Ellade della prossima terra ferma: Locri e Reggio dovevano essere posti avanzati delle sue milizie e delle sue flotte per aprirgli le porte e spianargli le vie al predominio dell’Ellenia italica. I Lucani, avanzando di troppo, offendevano gl’intenti di questa politica; e Dionigi che li ebbe alleati, non si perita di averli a nemici; lo strumento agli intenti suoi non occorre, ed egli lo spezza. A cotesti intenti si riattaccano i disegni (che altri riferisce al vecchio Dionigi, altri al giovane), di separare l’ultima punta della penisola Bruzia dalla restante Italia mediante un muro, ovvero un fossato o canale che sia, lunghesso l’istmo da Scillace sul Jonio a Terina sul Tirreno27: un disegno che non ebbe seguito, sia le difficoltà, sia l’inanità sua.
A’ Lucani che molestano le città italiote sul Jonio, egli si oppone, mollemente, quando essi dànno pensiero alle prime; ma li combatte di forza, quando appressano al territorio tra Locri e Reggio. Poi fa la pace con essi, e Diodoro Siculo scrive, accennando a fatti che ci restano ignoti:
«Dionigi, dopo aver fatto mollemente per qualche tempo la guerra ai Lucani, sui quali aveva riportato molti vantaggi, mise termine ben volentieri alle ostilità»28.
Dionigi il giovane successe al padre nel 368 a.C.; e la notizia del trattato di pace che è ricordato da Diodoro, andrebbe riferita tra questo anno e il 370. Il trattato che mise fine alle ostilità riconobbe forse, da parte dei Lucani, l’obbligo di non oltrepassare il confine dell’istmo che egli voleva separare di fatto dal resto d’Italia; ma non basta: contenne qualche cosa dippiù, se è lecito argomentare da taluni fatti posteriori. Dové contenere impegni di guerreschi aiuti alle future imprese di Dionigi; aiuti militari, senza dubbio, di cui non è dato precisare il carattere; ma che non è improbabile avessero qualche somiglianza con quella condotta di truppe e capi di ventura, che, in quegli stessi tempi e per gli stessi luoghi, venivano a stipendio de’ Cartaginesi, de’ due Dionigi e di altre città, dalla Campania intorno al Liri e al Volturno: mercenarii tristamente noti sotto il nome di Mamertini, che erano Campani di stirpe sannitica. In molteplici fazioni di guerra avevano levato, nonché fama, terrore del loro nome; avevano anzi occupato una città, cui da loro venne il nome di Mamerto.
Dionigi il giovine, circa l’anno 366 a.C. cacciò da Siracusa in esilio Dione, uomo e cittadino eminente, anzi membro della stessa casa reale di Dionigi. L’esule venne in Italia, cioè nell’ultima penisola; poi andò in Grecia, e nell’una e nell’altra parte procurò soccorsi di armi e di navi; e con essi favorito che era dall’opinione pubblica e da sua alta mente, tolse Siracusa al dominio di Dionigi, che a sua volta venne lui in esilio, a Locri. Era l’anno 357 a.C. Ora è ricordato da Strabone, che Dione, per offendere di tutte le armi il despota di Siracusa, indettò le genti del Bruzio, che erano in soggezione ai Lucani, di ribellarsi al giogo, affinché a Dionigi fosse mancato l’aiuto dei Lucani in guerra. Ecco perché da noi si è testé argomentato che il trattato di pace del 368 tra Dionigi e i Lucani, avesse contenuto clausole di aiuti militari da parte di costoro alla politica dionisiana. Certo, l’insurrezione dei Bruzii era un diversivo poderoso e contrario ai disegni di Dionigi; essa, obbligando i Lucani a combatterla per reprimerla e sottometterla, li forzava di restare sull’arma nei proprii confini.
E i Bruzii, infatti, si sollevarono contro i Lucani verso questi medesimi tempi; e Diodoro riferisce la loro prima comparsa nel campo della storia verso l’anno 356. L’epoca coinciderebbe, su per giù, con la notizia che è data da Strabone. Ma di essi riparleremo.
L’evento, certamente gravissimo alla nazione Lucana, è uno dei punti capitali della storia loro più antica. Dal grave fatto derivarono due conseguenze: cessò, da un lato, l’espandersi de’ Lucani verso il sud della penisola, e si restrinsero in quelli che furono i naturali contini della Lucania. L’altra conseguenza fu, che quindi innanzi, rivolsero l’energia loro conquistatrice verso il nord-est della regione stessa; ove erano città e stati ellenici dell’importanza di Taranto, di Metaponto, di Eraclea, ed altre minori.
Ma restringendosi nei propri confini, non vuol dire che essi si tennero al nord del fiume Lao e del Sibari-Coscile fin da quel primo apparire nella storia del popolo bruzio. Le lotte fra gli antichi padroni e i nuovi popoli rivendicati a libertà dovettero ripetersi e continuare un periodo di tempo, che non possiamo determinare, ma che non si può credere brevissimo. Un trent’anni dopo questo tempo, quando, cioè, Alessandro il Molosso, chiamato in aiuto dai Tarantini, combatteva contro i costoro nemici, che erano appunto i Lucani e i Bruzii, verso il 331 a.C. si legge in Tito Livio che il Molosso prese Cosentia ai Lucani, quindi Terina ai Bruzii29.
Non fu dunque che all’assetto della penisola, dopo la morte del Molosso e non prima, che i Lucani restrinsero il loro dominio alla regione intorno al Pollino, che è il gruppo dei monti onde hanno le prime origini il Lao ad occidente e il Sibari-Coscile all’oriente, i quali indi poi furono appunto considerati come il confine idrografico dei due popoli e delle due regioni.
NOTE
1. Ecco la cronologia relativa a questo capitolo, dal secolo VI al IV avanti C.
Av.C. 600-550. — Arrivo dei Lucani nel paese ad oriente del fiumo Silaro.
510. — Sibari cade.
Dal 500 al 450. — I Lucani si avanzano verso i Bruzii, al sud del monte Pollino.
448. — Turii fondata non lontana dal mare Jonio. — I Lucani restano su pei monti, intorno Consentia (?).
Dal 440 al 410. — Progressi dei Lucani oltre il fiume Crati, verso il sud. — Continua in questo periodo la sottomissione dei Bruzii.
420. — Irruzione dei Lucani contro la città di Turii, difesa da Cleandrida.
Dal 410 al 400. — Sottomettono Posidonia.
? 394. — ? 390. — Trattato de’ Lucani con Dionigi il vecchio (Diodoro XIV, 100).
393. — Le città italo-greche si collegano contro i Lucani.
302. — I Turil sono battuti da’ Lucani presso la città di Lao. — I Lucani assoggettano la città di Lao.
? 380. — I Lucani s’impadroniscono di Petilia.
Dal 380 al 870. — I Lucani arrivano fino allo stretto siculo (secondo Scilace).
370-368. — Ha termine una guerra tra Dionigi e i Lucani (Diodoro XVI, 5).
356-350. — I Bruzii si staccano da’ Lucani.
350-300. — Guerra tra Bruzii e Lucani (durante una generazione?).
Dal 300 in poi. — I Lucani si volgono all’oriente, contro Metaponto, Eraclea, Taranto.
2. Al capit. IV, pag. 53.
3. Al capit. IV, pag. 62.
4. Per Veluca, v. in CANTÙ, I. 35, Stor. Ital.
5. Vedi innanzi al capitolo IV.
6. Vedi innanzi al capitolo IV.
7. Diu inter se Graeci ac barbari bello certaverunt… STRABONE, VI, 389.
8. V. in seguito, al capitolo XXII.
9. Nella «Storia» del CORCIA, vol. III, 294) egli vede una prova di stabilimenti ellenici nelle circostanze della odierna Campagna di Eboli, là dove era l’ora distrutto villaggio di Tuori: e argomentando da questo nome, ricorda proprio la città di Turii! Ma è fallace e falso argomento. Le parale topografiche di Tuori, o Toro, o l’accrescitivo Torone, o Tirone, ecc. sono del tutto medioevali: significano prominenze o montagnuole, e non altro.
10. L’Àtena lucana, ha l’accento tonico sulla prima sillaba; e sulla seconda I’«Atìna» della Campania osca, che in origine fu Antinum.
11. HEYNE dice (Opusc. Acad. II, 204):
Non constat quo tempore Posidonia sub Lucanorum ditione cesserit; etsi cessisse satis constat: (STRABO, v. 390) … Hinc Lucani in Thuriorum fines excurrere; et eodem anno (390 a.C.) proelio facto magna clade Graecorum copias afficere. Ab iis itaque temporibus magnum fuit Lucanorum nomen: et tum factum probabile fit, ut Posidoniam cum aliis graecis civitatibus, ut Velia occuparent.
Non però Velia.
NIEBHUR (Stor. rom. I, p. 89) scrisse che Ia conquista di Pesto dai Lucani debba riportarsi intorno ai tempi della guerra del Peloponneso; e vuol dire dal 431 al 404 a.C.
STRABONE dice de’ Lucani: et superatis bello Posidoniatis, atque eorum sociis, etc. (V. 391), ma non dice chi erano codesti alleati dei Posidoniati.
12. STRAB. in principio del VI…, et Lucanis resisterunt Eleatæ, et Paestanis…
13. DIODORO, lib. XIV, § 101, all’Olimp. XLVII, 3. — 390 a.C.
14. MICALI qui dice: «le città greche di stipre achea», ed è giusta limitazione (L’Ital. av. i Romani, vol. II, p. 121).
15. Di qua apparirebbe che i Lucani fossero, già prima del 390, padroni di Lao. — Ma non debbo omettere di ricordare, che la relativa frase del testo diodoriano è emendazione del Niebhur, che il Grote dice ingegnosa e che accetta anche lui (Stor. gr. XVI, c. II, p. 100); mentre le vulgate edizioni dicono: «all’intento di rendersi padroni di un popolo (λαων) e di una città molto ricca».
16. Il LENORMANT (Grande Grèce, I, 310) dice che «l’imboscata e il fatto di armi avvenne, per quanto sembra, nelle vicinanze di Lagaria, o della attuale Rocca Imperiale», e vuole intendere sul terreno versante al mare orientale o Jonio. GROTE è di contrario avviso. Vedi nota che segue.
17. Il GROTE (vol. XVI, c. II, p. 100), che narra il fatto quasi con le parole di Diodoro, qui aggiunge «mare meridionale» e intende sempre del mare Tirreno, sul quale era la città di Lao. Evidentemente egli ciò intende, in causa della emendazione di Niebhur al testo Diodoriano, della quale ho fatto cenno in una nota precedente. — Io non posso dir altro se non che nel testo di diodoro è un’anfibologia: ma non si potrebbe accettare, come indubitato, che lo stanziamento della flotta di Leptine e lo scioglimento ultimo del dramma da parte di costui avvenisse nel mare Tirreno, al golfo di Lao. Se i Lucani cominciarono con operare contro Turii, che è sul Jonio, e se Dionigi mandò la sua flotta col Leptine «in aiuto dei Lucani» come afferma Diodoro, gli è assurdo il credere che la flotta fosse stata mandata altrove, che non sia nel mar Jonio, là dove sedeva Turii. Per trovarla nel mare di Lao, al Tirreno, bisogna non ritenere, come è dato, il racconto di Diodoro; e in tal caso manca ogni base al fatto e al racconto. O si vuol egli ammettere che il piano di guerra, che si svolge nello stratagemma della ritirata, fosse stato già combinato con Dionigi? Non impossibile; né improbabile: ma molto moderno. Deve inoltre, e giustamente, supporsi che i Turini, sbandati e fuggitivi, avessero preso la via verso il versante jonio, piuttostoché verso il Tirreno; perché sul versante Jonio era Turii. — Anche Vannucci dice «la grande sconfitta» avvenuta presso Lao; e intende, senza dubbio, del mare o golfo di Lao (Stor. d’Ital., lib. III, cap. 3, 369).
18. Una mina sarebbe uguale a lire 96.25 circa.
19. DIODORO, XIV, 101 e 102. — GROTE metet il fatto all’anno 398 a. Cristo.
20. STRABONE, lib. VI, 388.
21. STRABONE, VI, 390:
Petelia Lucanorum metropolis censetur… Urbs est natura loci munita: itaque et Samnites aliquando castellis extructis se contra eam tutati sunt.
22. «Metropoli» portano tutti i codici di Strabone, come nella nota antecedente. Questa parola ha dato campo a molte e varie opinioni; e noi ne riparleremo più innanzi.
23. È la spiegazione che ne dà il LENORMANT, Grande Grèce, I, 386.
24. MAZZOCCHI: vedi la nota che segue.
25. Ecco come è interpretato il passo di Scilace dal CLUVERIO (Ital. Antiq., II, 1253):
In ea (Lucania) urbes graecae sunt istae: Posidonia, et Elea Thuriorum colonia, Pandosia Plataeum, Terina, Hipponium, Medma, Rhegium promontorium atque opidum. E poco dopo: Post Rhegium sunt opida haec: Locri, Caulonia, Croton. Lacinium, Templum Minervae et Calypsonis insula, ipsi Crathis et Sibaris amnis; oppidumque Thauria. Hi in Lucania Greaci sunt. — Il Mazzocchi non accetta la emendazione di Cluverio del Plataeum, ciòè «dei Plateesi» riferendoli a Pandosia, ma ritiene la parola Platees, come portano le vulgate edizioni, e crede che Silace accenni proprio ad una città di Platea. (Ad Tabul. Her. 101 e 554). Altri vorrebbero leggere, nel luogo controverso di Scilace, Clampetia — Conf. CORCIA, Op. cit., III. 170.
La città di Platea, finora, è del tutto ignota.
26. NIEBHUR era di avviso che fosse dell’epoca tra il 370 e 390 a.C. la parte del «Periplo» che riguarda l’Italia meridionale. — Letronne opina per la fine del V secolo, o del principio del IV a.C. E così, su per giù, i moderni tutti. — Conf. VIVIEN DE SAINT-MARTIN, Hist.de la géographie. Paris, 1873, pag. 98. — Scilace non fa menzione dei Bruzii; quindi anteriore al 356.
27. GROTE, Op. cit., vol. XVI, cap. 2. p. 634:
«Egli (Dionigi il vecchio) progettò di costruire una linea di muro Traverso al non Iargo istmo della penisola, da Sciletium ad Ipponium, per modo di separare il territorio di Locri dalla parte settentrionale d’Italia, e a metterlo completamente sotto il suo controllo. Ostensibilmente il muro era destinato a respingere le invasioni dei Lucani: ma in realtà (ci dicono) Dionigi intendeva interrompere le relazioni di Locri con gli altri Greci del golfo di Taranto. È detto che questi ultimi ostacolassero l’impresa: ma le difficoltà naturali erano di ben grande ostacolo: né al sa che il muro fu mai cominciato»27a.
27a. STRAB. VI, 261 e PLIN. II, n. III, 1. Questi parla di istmo di 20 miglia, intercisum. Strabone invece parla di muro trasversale che è più probabile.
28. Lib. XVI, § 5.
29. TITO LIVIO, lib. VIII, dec. I, 24.