CAPITOLO XIV
I BRUZII: ORIGINI, NOME, E PRIME VICENDE
Prima di procedere oltre occorre, per non estranea digressione, ricercare chi erano i Bruzii; onde venne l’origine e il nome, e quali le loro prime vicende poi che si staccarono dai Lucani, originis suae auctoribus, come si espresse lo storico Giustino.
In Diodoro Siculo si legge che,
«nella CVI Olimpiade (398-401 di Roma — 356-353 a.C.) una moltitudine di gente di ogni razza, e in gran parte di servi1 fuggitivi, si raccolse nella Lucania. Vissero dapprima la vita dei predoni; e quel continuo agitarsi in mezzo a incursioni violente e a sospetti di attacco, li temprò acconci agli esercizii di guerra. Poi la potenza loro venne in auge, quando nelle mischie che sostennero con gli abitanti del paese, ebbero la meglio. Vennero primamente all’assalto della città di Terina, e presala, la saccheggiarono: sottomisero in seguito Ipponio, Turii ed altre città: e stabilirono un governo proprio. Fu dato loro il nome di Bruzii, perché erano servi la maggior parte; e nello idioma del paese quel nome è dato agli schiavi fuggitivi2. Tale è l’origine della gente dei Bruzii in Italia»3.
Strabone aggiunge4
«che a cotesto genere di gente venne il nome di Bruzii dai Lucani, i quali denominano appunto così i loro disertori5 o ribelli. Erano, a così dire, pastori dei Lucani; e dalla costoro indulgenza6 ottennero la libertà quando se ne staccarono: questo avvenne ai tempi che Dione, per muovere guerra a Dionigi, concitava un contro l’altro i popoli».
Dione fu sbandito da Siracusa circa l’anno 367.
Ma, secondo la natura delle cose, non va cotesto racconto delle origini bruzie. Una guerra di secessione tra una parte e l’altra della gente originaria lucano-sabellica, può comprendersi; ed esempi antichi e moderni non mancano. Antagonismi permanenti d’interessi o di sentimenti, sia per postura geografica, sia per diversità di credenze, possono a lungo andare erompere in guerre di secessione tra le parti di un corpo politico. Ma, nel caso narrato dei Bruzii, siamo innanzi al fatto di schiavi e padroni, o di servi e padroni; di schiavi (si vuole notarlo) non sparsi per tutta la distesa della regione lucana, ma raccolti in una parte estrema della regione stessa, che era quella intorno alla Sila e alle vaste valli del Criati: poiché è lì che si costituisce la gente, e lì d’intorno sottomette le città di Terina, di Turii ed Ipponio, e non città della Lucania propriamente detta. Ora la schiavitù, o servitù di gente soggetta a padroni non indica nella storia antica comunanza di schiatta, o fratellanza di origini, o identità di genti. Indica invece sottomissione violenta di una gente ad un’altra: il vincitore diventa padrone e dello Stato e delle terre del vinto; diventa azi padrone della libertà del vinto, quando questi non è spento, o non emigra in massa lontano. Il vinto diventa schiavo, o almeno, per meno gravi condizioni di cose, servo dell’altro.
E se questo è fuori dubbio, i Bruzii che sono detti schiavi fuggitivi o, sia pure «servi rurali»7 dei Lucani, non furono altrimenti che genti antiche della contrada, sottomesse per diritto di guerra ai vincitori. Se fossero state parti etniche anche essi delle stesse tribù Lucane od Osco-lucane, non avrebbe spiegazione adeguata il fatto del primo sorgere loro a nazione separata e distinta.
Chi fossero coteste genti è agevole arguirlo in genere; ma non è possibile determinarlo con qualche certezza. Se, a testimonianza concorde delle antiche notizie, la regione era abitata dagli Enotri e dal Conii quando vi arrivarono i Lucani, le genti che, nei tempi storici, compariscono sottomesse ai Lucani sull’alto Crati e intorno al grande groppo della Sila, parrebbe non fossero altrimenti che reliquie di quei popoli che vennero indicati sotto la denominazione di Enotri e di Conii.
Ma questa denominazione comprese, secondo il nostro concetto, genti varie e molteplici. Se gli Enotri non fossero che unica schiatta di popolo, e se i Bruzii della storia non fossero stati altrimenti, che gente enotria della stessa famiglia, della stessa nazione, dello stesso corpo, a così dire, civile che fu quella gente abitatrice dell’ampia regione lucana dal fiume Bradano in giù verso il sud, noi non si saprebbe spiegare, perché unicamente gli Enotri accasati intorno al groppo della Sila e sull’alto Crati si sarebbero rivoltati contro gli antichi padroni; quasi che gli Enotri dell’interna regione fossero stati sommessi a men dura condizione di vivere politico o civile; né si saprebbe spiegare (se così fosse) perché tale diversità di condizione tra una parte della gente enotria e un’altra parte della stessa gente.
È dunque probabile che i vetusti stanziamenti di popoli intorno alla Sila e all’alto Crati, non fossero altrimenti che di genti separate ed autonome, non propriamente identiche agli Enotri, benché probabilmente compresi e confusi nella stessa denominazione generica di Enotri. Se affini e in che vincoli etnici affini a costoro, non può sapersi; vennero dalle stesse plaghe di là dal mare con lo stesso flutto di genti che si diffusero per la Peucetia, la Japigia e l’Enotria; abitarono un cantone separato; furono forse tributarii di Sibari, ma tornarono liberi quando la grande città fu distrutta.
Fra il largo flutto di genti, che ci vennero dalle terre illiro-epirotiche, indicammo già8, oltre i Japidi o Japigi e i Calabri, i Peuceti e i Sallentii, anche i Breuci, e i Peirusti, i quali insieme agli Andizetii, ai Diasnoti ed altri Strabone fa abitatori del paese tra la Pannonia e la Dalmazia9.
I Peirusti abitavano sul fiume Drino che si scarica nel golfo di Dulcigno: nella penisola bruzia le loro traccie si trovano nei popoli Aprustani, indicati da Plinio nella penisola stessa. E i Breuci della bassa Pannonia sarebbero, a nostro avviso, i progenitori appunto di quelli che furono Bretii ai Greci, e Brutii agli Osco-Latini10. Confusi dagli Ellenici delle coste nel nome generico di Enotri e di barbari; tributari o no della città di Sibari; sottomessi dopo Sibari al predominio dei Lucani, quando infine ne scossero il giogo, risorse con l’acquistata indipendenza l’antico nome.
Diodoro, come testé fu ricordato, ne riferirebbe il nome all’appellativo di «schiavi fuggitivi» che tale sarebbe stata ai Lucani, oschi di linguaggio, la parola Brutii. Non negherei attendibilità a questa chiosa filologica di Diodoro11. E ben posso supporre, che i padroni irritati non ristettero, di certo, dal lanciare anche l’arma dell’ingiuria alle spalle dei ribelli e contumaci. Che questi raccogliessero l’ingiuria, rialzandola fino all’onore di un nome nazionale, è, per verità, supposizione più conforme all’ambiente in cui si agitano i caratteri poetici e gli attori dell’epopea, anziché della vita reale. Se i gueux delle Fiandre rialzarono l’ingiuria del nome che loro gittavano in viso gli idalghi delle Spagne, essi liaccattarono come arma di guerra contro arma di guerra; fu tratto di freccia respinto dallo spirito borghese che ricordasse all’orgoglio dei nobili come essi erano stati vinti appunto da quei cenciosi e paltonieri, derisi e sprezzati: ma non elevarono la parola d’ingiuria all’onore di dare il nome alla nazione. Barbari o civili, il fondo della natura umana è lo stesso: e non poté accadere altrimenti tra i Breuci e Brutii12.
Preferisco invece di credere che rivisse, o, più giustamente, che rifulse allora, con l’acquistata autonomia, l’antica nota etnica della stirpe.
L’avanzarsi dei Lucani dalle radici del monte Pollino verso il mezzodì della penisola, ed il commescolarsi di essi con i Bretii, non poté accadere più tardi del secolo V a.C., dopo cioè caduto l’imperio di Sibari. Accettando cotesti limiti di tempo, la soggezione dei Brutii ai Lucani non sarebbe durata che un secolo e mezzo, quanto ne corre all’incirca fino al 356-60, che è la data storica della secessione di una gente dall’altra. Non sappiamo di che precisa natura fosse la soggezione di un popolo all’altro, se di schiavi, o servi o tributari. Ma gli uni perdettero la loro lingua, e vuol dire la propria personalità; gli altri imposero la loro. I Bruzii dei tempi storici furono oschi per linguaggio, e al commescolarsi coi Greci, divennero ellenici altresì, onde furono detti bilingui dai Romani. Ma perché la gente «bruzia» che non fu di razza sabellica, ma di probabili origini enotrie o illiriche, avesse potuto appropriarsi l’idioma osco, occorrevano due condizioni, indeclinabili, di cose. Occorreva, cioè, che la gente sottomessa non fosse molto numerosa in confronto della gente che li sottomise; e che un certo periodo di tempo non breve avesse potuto maturare la trasformazione. Bastò egli un secolo e mezzo? Per verità, ai Longobardi bastò anche meno in Italia.
La storia non dice quali conati di libertà agitarono da prima i Bruzii; quali lotte ebbero poi a sostenere con essi I Lucani. Fatti tanto gravi quale è l’affrancamento di un popolo dalla soggezione di un altro; quale è la secessione violenta di una parte di esso da un altro dominante e contrario, non potrebbero essere successi, come nelle favole tragiche o nella unità poetica della leggenda, di un tratto, per impeto subito ed unico, per scenica e solenne vittoria e non contrastata. I conati di rivolta ripetuti, i tentativi mal riusciti e repressi, i contrasti, le sommosse, le lotte, le guerre rinnovate finché non sorvenne la pace tra i due popoli, dovettero consumare almeno una generazione; che vuol dire un periodo di tempo almeno di un trent’anni.
«Da principio — dice Giustino13 — non furono che appena un mezzo centinaio di contumaci, datisi a predare attorno pei campi; poi per cupidigia di preda aumentati in grande multitudine, infestavano la regione. Quindi fecero guerra ai Lucani, autori della loro propria stirpe; e venuti su in ardimento dai successi, della vittoria, poterono fare la pace con essi e ad equi patti ottenerla».
Di certo, tutte le rivoluzioni di popoli, tutte le violenti mutazioni di Stati non cominciano altrimenti che da piccole origini, conati e congiure di pochi per impeti brevi di gente audace, che altri dirà briganti e filibustieri, altri dirà martiri ed eroi. Giustino, nelle parole che abbiamo riferito, scrive come lo storico uffiziale dei popoli lucani.
Costituita la novella nazione, i confini della Lucania, che erano giunti fino allo stretto siculo14, nel corso del secolo IV a.C., si ritrassero indietro; dapprima intorno alla Sila e al Crati; dipoi definitivamente intorno al groppo del Pollino. Consentia è detta ancora dei Lucani ai tempi delle guerre con Alessandro il Molosso, circa il 330 a.C. In quei fatti di guerra i Bruzii erano d’accordo coi Lucani; ed è probabile che nell’assetto delle due regioni, dopo liberate dalla invasione tarantino-epirotica, Cosenza venne in dominio ai Bruzii; i quali, poiché non erano ancora padroni della restante penisola, essa fecero metropoli o capo del loro primitivo Stato, e vuol dire sede dei loro Consigli federali.
Essi tendevano ad espandersi verso il mezzogiorno della penisola, e scendere al mare, dove erano città floride e ricche di altra razza, di altro linguaggio. Crotone, più che ogni altra, doveva tentare la cupidigia loro; ma era men difficile cominciare dalle minori città: e troviamo che verso il 353 s’impadronirono di Terina e di Temesa, città grecaniche sul Tirreno, non che di Pandosia, che non è quella dell’Aciris in Lucania. Se queste erano città in legame di dipendenza, come pare, da Crotone, e se ebbero di conseguenza aiuti da questa città, vuol dire che, essendo riuscito vano il costei soccorso, la potenza greca italica era al suo declino. Si spinsero innanzi e presero Ipponio, che pare fosse in dipendenza da’ Locresi. Si rivolsero allora verso Crotone; ma intopparono in un ostacolo inaspettato.
Dopo caduta Sibari, e pria che Taranto sorgesse a prevalenza egemonica, Crotone era la più notevole delle città greche italiche della penisola. Ma non si sentì forte tanto da respingere da sola l’urto dei neo-barbari dei monti; e ricorse di aiuto a Siracusa. La grande città dell’isola era il più potente Stato della Grecia coloniale all’Occidente, e per quasi secolare politica ambiva egemonia, nonché sulla Sicilia, sulle colonie elleniche della penisola vicina.
Siracusa mandò una flotta e soldati a difendere dai Bruzii Crotone. Ciò avvenne nel 319-320 a.C., ed è memorabile il fatto alla storia generale, non tanto perché i Bruzii furono respinti e Crotone liberata; quanto perché come chiliarca dei soldati siracusani si mostra la prima volta nella storia Agatocle, che il genio guerresco e politico, la energia e la ricchezza del carattere, l’atrocità e la grandezza dei fatti, e la fortuna fecero uno dei più grandi e singolari uomini della storia antica. Fra audaci e subdole imprese e fortunosi eventi, egli di umilissimo stato arriva al fastigio del potere in Siracusa; e ripigliando i disegni e la politica del vecchio Dionigi, combatte i Cartaginesi per cacciarli di Sicilia; rinnova le antiche imprese sulla penisola italica; si spinge oltre fino all’Adriatico, nonché alle isole di fronte all’Epiro, per dominare tutta la distesa del Jonio, e pirateggiare i commerci dei popoli rivieraschi a profitto delle flotte siracusane.
Quando egli addivenne sovrano in Siracusa, continuò la politica di combattere i Bruzii e soccorrere Crotone, ma con l’intento manifesto di acquistare dritto di protettorato su quella delle maggiori città grecaniche della penisola, continuando i disegni di Dionigi, che si era fatto protettore e padrone della città di Locri, e aveva combattuto i Lucani.
A Crotone, intorno a quei tempi e per uno di quei perpetui rivolgimenti delle città greche di stirpe achea, il partito democratico aveva cacciato in bando quelli che si dicevano gli oligarchici del Governo; e questi, ritiratisi nella prossimo Turii, tentarono non guari dipoi, con forze raccattate qui e qua, di rientrare in Crotone. Ma i democratici di Crotone li vinsero in battaglia e li dispersero; uno dei strateghi vincitori diventò il capo, o sovrano, o tiranno del governo crotoniate. Ebbe nome Menedemo; e vi rimase diciannove anni sovrano, a contare dall’anno 318 a.C.
Vivendo ancora costui, Agatocle giunse a gittare i suoi artigli su di Crotone, con uno di quei tratti di perfidia, consueti e al suo carattere e alla politica di quei tiranni siciliani, che parvero men greci di animo e di sensi, che punici e barbari. Mandava sua figlia Lanussa sposa al giovine Pirro re di Epiro, e chiese che la sua flotta approdasse da amica per rifornirsi nel porto di Crotone. Ma le navi accolte da amiche non tardano a scoprire la impresa de’ pirati: di un colpo di mano la flotta si impadronisce della città; la mette a sacco e sangue; e lascia guarnigione nella sua rocca. Quelle ricche e fiorenti città della democrazia achee, non avevano a difesa nucleo di eserciti stabili: e il popolo sovrano e armato di Crotone, allora dormiva! Questo accadde intorno al 299 a.C.
Mentre egli insidia le città greche per mare, i Bruzii non cessano di espandersi dall’interno Appennino verso le coste; onde è che quelle città per difendersi dai barbari piegavano meno inimiche al protettorato siracusano. È detto che nel 301 a.C. la flotta di Agatocle, costeggiando la penisola, incendia e devasta e s’impadronisce di parecchie città marittime dei Bruzii: di queste è ignoto il posto e il nome; ma il fatto mostra che già gli ingrandimenti della nuova gente erano giunti fino al mare.
L’anno dopo, mentre la flotta di Agatocle naviga pel Jonio con l’intento di operare sopra l’isola di Corcira, sbarca una parte delle truppe sulle coste dei Bruzii, sotto gli ordini del di lui figlio Archagathos, per combattere i barbari; e vuol dire che il protettorato di Siracusa era già accettato dalle città italiote. Ma, non pagate del loro soldi, le truppe ivi rimaste ammutinano: e Agatocle, che al ritorno di Corcira vuole punirle, non le dècima, ma le distrugge tutte; e dicono fossero duemila!
Quindi assedia, sulle stesse terre dei Bruzii, una loro città che Diodoro dice Ethas, e che è rimasta finora del tutto sconosciuta15. Ma i Bruzii sorprendono il campo degli assedianti; ne uccidono (portano le cifre) per quattromila! e la grave perdita, stremando le forze di Agatocle, lo costringe a levare l’assedio e ritirarsi a Siracusa.
Non guari dopo egli torna con 30,000 fanti e 3000 cavalli. Padrone, pei suoi presidii in Crotone e Locri, delle coste ioniche, si volge alle coste italiche sul Tirreno; e assedia e prende Ipponio, che era già dei Bruzii. Questi vengono a non so che accordi di pace col vincitore, e gli dànno a guarentigia di fede seicento ostaggi: ma non appena il vecchio guerriero ha lasciato la penisola, i Bruzii rompono la tregua; liberano gli ostaggi, riprendendo la città dove erano chiusi, e scuotono il giogo di Agatocle16.
E fu fortuna per essi che quegli morisse allora nel 289: perché, rimosso al loro fatale andare l’ostacolo di un grande inimico, poterono estendersi e raffermarsi. Vincono di poi e sottomettono le città grecaniche maggiori: sono respinti, è vero, da Locri (come ricorda un epigrammma della poetessa Nosside che era locrese); ma s’impadroniscoo di Caulonia. Quindi ingrandiscono sempre più a danno dei greco-italici delle coste.
Le turbolenze interne perpetue, il predominio delle sètte democratiche che di loro natura non fanno politica oltre la cerchia interna dello Stato, la mancanza di eserciti stabili, e quell’individualismo incurabile di ciascuna città grecanica, furono la causa immanente del loro declino e della graduale sottomissione loro alle nazioni circostanti, meno civili, meno culte, meno ricche: ma più forti, perché più compatte, in virtù di un’origine comune e di un legame federale, che non cessò mai, se non quando la forza prevalente di Roma ebbe annichilita l’indipendenza politica loro come Stato.
NOTE
1. Δουλῶν, nel testo diodoriano.
2. Δραπέτοι.
3. Lib. XVI, 15.
4. Lib. VI, 392.
5. Ἀποστάτας.
6. Ἀνεσις.
7. Così sono detti dal GROTE, Op. cit., XVI, cap. IV.
8. Capitolo IV.
9. STRAB. VII, 483:
Gentes Pannonum sunt Reuci, Andizetii, Diasnotes, Peirustae, Daesitiatae, Mazaei, aliique miores et oscuriores, conventus. Pertingit Pannonia etiam usque ad Dalmatiam.
I Breuci sono pure nominati da Plinio, lib. III, 25, e da Tolommeo.
10. Nelle iscrizioni latine sono detti anche Britii. Conf. βρειτισιον che diventa Brundisium, e poi Brindisi.
11. La parola brtya, nel sanscrito, vale per servus e famatus. BOPP. Gloss. comp. ling. sanscr. ad v. — Dalla radice brt — ferens, gerens, sustinens.
12. Il fatto della secessione dei Bruzii dai Lucani è troppo determinatamente attestato da Diodoro, da Strabone e da altri antichi scrittori, perché possa validamente revocarsi in dubbio, come fanno parecchi scrittori moderni della penisola calabra; alcuni dei quali al spingono anzi tanto oltre da negare altresì che i Lucani estesero i confini del loro dominio fino allo stretto siculo. Il Grimaldi, per esempio, non riconosce «la unione delle due regioni bruzia e lucana, se non quando i due popoli ai Romani furono soggetti» che è troppo rigido concetto (Studi archeolog. sulla Calabria Ultra Seconda. Napoli, 1845, p. 18).
Egli nega addirittura ogni fede alle testimonianze di Diodoro, di Strabone e di Giustino, e di fonda du una serie di testimonianze per tempo, a suo giudizio, anteriori al 356 a.C. che è la data diodoriana dello stato civile del Bruzii. E le testimonianze sono: 1° un frammento di Aristofane, ove è una parola della lingua (non già della pece) bruzia; 2º un frammento della poetessa Nosside, di lmera, che accenna ad una vittoria dei Locresi sui Bruzii: 3º il titolo «Brezia» dato ad una commedia, perduta, di Alesside di Turii; 4º il passo dello stesso Diodoro (XII, 22) che alla Ollmp. 83-445 a.C. nomina i Bruzii.
Or, cominciando da quest’ultimo, le parole di Diodoro sono queste:
«I Sibariti che scamparono dalle violenze di un rivolgimento (intestino dei Turii, v. a pag. 133) andarono a stabilirsi presto il fiume Trionto, ove dimorarono un certo tempo: ma anche di là furono scacciati o uccisi dai Bruzii».
Da queste parole non si può cavarne la conclusione che i Bruzii scacciarono i Sibariti el 445; li cacciarono intende Diodoro, dopo questa epoca, in un periodo di tempo che è indeterminato. Ed è perfettamente corretto interpretare, ove sia dubbiezza, un autore con le teoriche, i fatti e i concetti dell’autore stesso; altro sistema è incivile. — 2° L’età di Alesside è incerta; ma al più è del IV secolo a.C. e non del V: e taluno lo dice nato nel 394 e vissuto fino 106 anni! (LENORMANT, G.G. I, 311) è certo che fu avo di Menandro; e poiché questi visse dal 340 al 290 a.C., è lecito ritenere come possibile che Alesside abbia vissuto dieci, o quindici, o vent’anni, ossia un certo periodo di tempo dopo l’anno di nascita del nipote: e questo basta. — 3° La poetessa Nosside non fu contemporanea di Saffo, corno dice l’A., ma sì di Anitea di Tegea, che fiorì verso l’Ol. 120, cioè 300 a.C. (SCHOELL, Stor. Ietter. greca, vol. III, p. I. pag. 47).
3º Resta il frammento di Aristofane, che, nella raccolta, va sotto il n. 719. È tratto da Stefano Bizatino, ove si legge non più che così: ARISTOPHANES, Nigra gravis lingua Brettia aderat. Non altro; né cenno se di Aristofane il comico, o di altri. Ma esisté anche un Aristofane di Bizanzio, che fu celebre uomo di lettere del III secolo a.C. e che oltre ai commenti di Omero, di Alceo, di Pindaro, e dello stesso Aristofane comico, scrisse di cose di lingua, e fu il primo compilatore del famoso «Canone degli autori classici» (SCHOELL, Op. cit. III, II, 78). Quale dei due Aristofani è quello del frammento sulla lingua bruzia? — Prima di rispondere aggiungo che in Fozio si trova un altro frammento così: ARISTOPHANES, Melaina pars navigii pice illita et mari immersa. Anche questo frammento è riferito nelle edizioni di Aristofane il comico; ma il Dobrey dubita che possa essere piuttosto di «Aristofane il grammatico» (Vedi in ARISTOPHAIS Comoediae et deperditarum fragmenta. Parisiis, 1880, Didot; a pag. 533, il primo frammento sotto il n. 719; e a pag. 534 il secondo sotto il n. VIII dei Fragm. dubia).
Tra i due, non è lecito il dubbio? —- Ma considerando che il framm. 719, attribuito che sia al Comico, intoppa in una notizia che è determinata e precisa in Diodoro e che pure concorda con altri storici antichi, ogni discreta ragione interpetrativa consiglia di riferirlo piuttosto al Grammatico del III secolo.
E questo io ritengo per fermo; e chiudo l’incidente.
13. Lib, XXIII.
14. V. capitolo precedente.
15. DIODORO, Framm., lib. XXI, 272.
Il fiume Neæthos o Neeto, al nord e non lungi da Cotrone, si scarica nel Jonio. È probabile fosse una città presso quel fiume.
16. DIODORO, Framm., lib. XXI, p. 276.