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CAPITOLO V

LO STATO DI MELFI NEI SECOLI XI, XII, XIII

Il reame di Puglia, che fondarono i Normanni nel secolo XII, ebbe per primo nucleo il ducato di Puglia. Del ducato di Puglia fu capo la città di Melfi nei secoli XI e XII. E fu Melfi, disse il Poeta «la ricca terra che li fece grandi»1.

Come capo dello Stato che essi vennero formando, la città di Melfi si trova inviscerata a tutta la storia loro nei primi due secoli delle conquiste e dell’assodamento di esse. Venuta, forse per caso, prima d’ogni altra città in loro potere, fu consciamente fatta centro del loro nascente dominio, perché, posta in forte posizione tra mezzo all’Apulia dei Greci, al Beneventano ed al Salernitano dei Longobardi, potevano di là meglio che altronde esercitare le funzioni del cuneo, che s’inviscera e spacca la massa compatta. Di là si spinsero con fortuna audace e irrequieta alle spaggie dell’Adriatico e del Jonio, poi alla Calabria, e di qua in Sicilia; e quando surse nell’ultima Calabria un altro centro, un’altra sede, che non era sottoposta alla città di Melfi e al capo di essa, si volse allora l’azione loro verso il mare ove sedeva Salerno, Amalfi, Napoli, Gaeta, e si spinse più tardi al di là del Liri verso Montecassino e la Marsica.

Forse fu il caso che li avviò prima alla conquista di Melfi. Avventurieri di poco numero, ma di molta audacia, avevano combattuto un qualche tempo (e già la fama ne parlava alto) coi Greci contro i Saraceni di Sicilia, coi Longobardi di Salerno contro i Greci; e al soldo or di questo or di quel principe o conte longobardo, o catapano bizantino, avevano già cominciato a fondare un piccolo Stato, ma di gente loro propria, nel contado di Aversa. Un dieci o dodici anni prima della metà del secolo XI li si incontra stretti in relazione con un Arduino, sagace e forte capitano di ventura anche lui, ma lombardo di patria, che era ai soldi del Catapano; e con cotesto lombardo entrano in congiura di volgere le armi contro i Greci di Puglia, e poi, chi sa? tagliarsi uno Stato proprio sui loro domimi. Erano in ciò sospinti e segretamente appoggiati dai principi longobardi di Salerno e di Benevento2.

Arduino era Topoterita, ossia luogotenente o vicario del Catapano in parecchie città di Puglia, e credo nella città di Melfi3; ove con sue schiere, forse di nazione lombarda, ma certo di ventura da sé raccolte, era a presidio. Una notte egli aprì le porte della città alle compagnie dei Normanni, con lui accontatisi, che erano venute presso alle mura; e chetato il subito allarme della cittadinanza, già mal disposta contro i Greci, e che pure prendeva le armi per difendersi dagli ignoti assalti, i Normanni divengono apertamente padroni della città. Si sciolgono dal governo bizantino, e proclamano primamente, a quanto può arguirsi, una supremazia uffiziale del principe longobardo di Salerno, o forse di Benevento. Questo primo fatto della lunga epopea normanna avvenne probabilmente nel marzo del 1041.

Accorre da Bari il Catapano con le truppe che ha in pronto; e accadde un primo scontro, che si disse battaglia, presso le sponde dello Olivento, che è una riviera posta in mezzo tra Venosa e Lavello e si scarica nella fiumana della Rendina, non lontana da Melfi. I Greci sono vinti e dispersi; i vincitori occupano altre città il d’intorno, Venosa, Lavello, Ascoli; e nominano a loro capo Atenolfo, fratello del principe di Benevento, a compenso, o gratitudine, od esca alla costui adesione. I Normanni non sono ancora se non dei venturieri.

Ma i Greci fanno un più grande accozzo di genti; e allo stuolo assembrato si aggiungono con dei manipoli d’uomini d’armi anche i vescovi della regione, tra cui è ricordato Stefano vescovo di Acerenza. Si battaglia nella pianura di Canne; anche qui i Greci sono vinti e fugati; e vi rimane morto il vescovo di Acerenza.

Crescono ardire, fortuna e dominii ai vincitori; e la tradizione racconta che fu fatta allora la spartizione delle conquiste delle dodici città, altrove da noi indicate; ma la spartizione è prematura. Era ancora angusto l’àmbito di terre da essi occupate in sì breve tempo; erano ancora vive le forze nemiche. Le quali al comando del novello Catapano che arriva da Bisanzio, si muovono per attaccare Melfi, a cui già i Normanni avevano accresciute le esterne difese. Ma costoro innanzi tutto uomini di armi a cavallo non che farsi chiudere in assedio, escono di contro ai nemici; e si abbattono con essi nelle pianure tra Monlepeloso e Genzano. I Bizantini occupano Montepeloso e Monteserico, che oggi come paese più non esiste. Vinsero anche qui i Normanni; anzi vi fecero prigioniero il Catapano, che menarono a Melfi. La battaglia avvenne nel settembre del 1041; e occuparono fin d’allora Genzano e Montepeloso.

L’anno dopo accadono nuovi scontri, nuove avvisaglie, o battaglie tra i recenti rinforzi di truppe che mandava Bizanzio, e questo pugno di avventurieri ormai signori di terre importanti e popolose, che vengono aumentando le loro schiere con uomini armati del paese stesso. Si combatte presso Oria in quel di Lecce, e poi sotto Matera, della quale si impadroniscono i Normanni, e con molta uccisione di gente. Di Matera grossa e ricca città fu allora da’ suoi compagni eletto a conte Guglielmo di Altavilla4, che era il primo dei fratelli di quella famiglia, che prevarrà poi su tutti gli altri nuovi arrivati: e vuol dire che predominio d’ingegno, di coraggio, di fortuna sugli altri suoi eguali dové fare emergere Guglielmo tanto, che Guaimario, principe di Salerno, gli diè a sposa una sua nipote.

Queste nozze principesche fanno supporre che Guglielmo era stato già eletto capo dei condottieri normanni che poi divennero i dodici Conti; e l’elezione dei dodici condottieri fa supporre che era già avvenuto il partaggio delle terre e delle città; quantunque queste non fossero tutte quelle che la tradizione indicò di poi; giacché Guglielmo, che nel 1042 è eletto, come si è visto, conte di Matera, nella tradizione è detto conte di Ascoli.

Era nel concetto del dritto pubblico normanno che non ci fosse terra senza signore, e non ci fosse signore legittimo senza il riconoscimento o l’investitura del dritto da parte di un signore più alto, o sovrano. Questo che spiegherà le insistenze dei Normanni vincitori e possenti all’investitura da parte del Pontefice, spiega ora il fatto che i dodici Conti, partitesi le terre conquistate, ne fecero omaggio feudale al principe di Salerno.

Costui senza dubbio li aveva aiutati nell’impresa; poteva ancora aiutarli nelle lotte avvenire con i Greci. Con l’omaggio prestato e il possesso ricevuto da un sovrano legittimo purificavano essi, a così dire, il fatto del conquisto. Ed era senza dubbio interesse di Guaimario di estendere i limiti dell’autorità sua sovrana. Esso dunque improntò il suggello dell’autorità sua al fatto compiuto dei condottieri fortunati. E venuto con molto seguito in Melfi investì Guglielmo del titolo di Conte non di Melfi o di Matera, ma di Puglia; ed egli stesso si proclamò duca di Puglia e di Calabria (1042-1043). Era già l’innesto dell’ordinamento feudale franco che s’incalmava agli ordinamenti statuali longobardici.

Delle dodici città di Puglia e di Basilicata divise tra i primi condottieri, abbiamo parlato innanzi5. Melfi, dice la storia scritta, non fu compresa nella ripartizione, e restò dapprima di comune dominio; sicché ciascuno si acconciò un palazzo ed un quartiere nella città6. Non si comprende bene il significato di questa notizia, e la si interpreta variamente7. Ma poiché dell’anno 1044 s’incontra un diploma, che dice principe di Melfi Guaimario principe di Salerno (e principe o per cortesia dei Normanni che avevano lasciata Melfi indivisa, e l’ordinamento feudale non riconosceva terra senza signore; o forse perché Guaimario nell’accordo precedente del 1042-3 si proclamò duca di Puglia), è probabile che la città di Melfi restasse a lui, quasi segno o capo del ducato novello, di cui s’investiva.

Guglielmo muore nel 1046, ed è sepolto a Venosa, secondo una postuma tradizione, quando, legittimata la supremazia principesca degli Altavilla, questi fondarono la badia della SS. Trinità di Venosa come tomba uffiziale di loro famiglia sovrana8.

A Guglielmo succede Drogone nel titolo di conte di Puglia; ed è probabile risiedesse a Venosa di cui era già conte, finché Melfi appartenne, come fu detto, al principe di Salerno, o finché non la ottenne negli accordi delle nozze, che gli portarono a sposa una figlia di Guaimario.

Agli echi di tante fortune nuovi Normanni arrivano d’oltremonti, e tra questi, degno di speciale nota, nel 1047 quel Roberto, che poi fu il Guiscardo. L’altro ed ultimo fratello Ruggiero non venne che alcuni anni dopo, verso il 1056. I nuovi arrivati ottengono o conquistano subito altri appannaggi; ed a Riccardo Querrel è dato il contado di Genzano, che appartenne già ad un Sarulo normanno e ad Asclettino conte di Acerenza; forse a cagione di scambio, di cui non dà notizia la storia. Ad Unfredo, fratello a Drogone, fu dato allora, a quanto pare, il contado di Lavello, che nella divisione primitiva si disse di Arnolino. Roberto insoddisfatto o più ambizioso si volge a maggiori conquiste verso le Calabrie; e comincia quella serie di scorrerie, men da soldato che da masnadiere, per quella valle di San Martino che è al confine odierno tra Basilicata e Calabria.

Altri Normanni si sparpagliano di qua e di là in cerca di bottino o di dominii; e nel 1048, mentre taluni di essi prendono Troja, tali altri intoppano in maggior numero di Greci, che li battono presso Tricarico9.

Intanto erano venuti in tale fama di potenza, che non solo i vicini principi longobardi entrano con essi in relazioni politiche, ma i potenti lontani, tra cui primo il Papa. Questi, che era Leone IX, viene a Siponto ove tiene un concilio; poi nel 1050 arriva in Melfi per indurre, dicono storici, a più miti consuetudini di vivere questi stranieri, che taglieggiavano e devastavano senza pietà il paese dell’Apulia. Ma se fino allora era zelo cristiano che, forse, solamente lo ispirava, quindi innanzi entrano nei computi di sua politica gli interessi terreni, poiché nel 1051 la città di Benevento gli si offre, ed egli entra come sovrano nella città; nella quale cessa da quel tempo il dominio longobardo.

Forse gli accordi tentati allora col Conte di Puglia non approdarono, o forse non furono lealmente serbati: giacché Leone IX entrò in altre pratiche con i Greci, e con l’imperatore di Allemagna contro i recenti invasori del mezzodì. E sperando in questi accordi, fu visto nuovamente mettersi in moto a capo di un esercito alla volta dell’Apulia.

I Normanni gli vanno incontro sul fiume Fortore; e nel giugno del 1053 si battaglia sotto Civitate, che fu città, oggi distrutta, presso all’odierno paese di Ripalta. Vincono i Normanni, e fanno prigioniero il Pontefice, che con ogni dimostrazione di onore menano in Benevento. E qui cambia scena: i vincitori implorano perdono dal vinto; e perché ad essi, surti da ieri, era necessario il crisma della legittimità che non viene altrimenti se non dal tempo, conchiudono una pace col Pontefice, che li assolve delle scomuniche e li benedice. Così entrano in quell’ambiente di legittimità, che dava o la benedizione della Chiesa o l’investitura di un sovrano più alto, secondo il dritto pubblico del tempo.

Una specie di congiura di palazzo aveva ucciso Drogone secondo Conte di Puglia, e a lui era succeduto il fratello Unfredo, quegli che ha vinto il Papa alla battaglia di Civitate; e che benedetto da lui estende verso Capitanata le nuove conquiste. Ma in quelle oscure vicende di forze greche, longobardo-principesche e popolari tra loro in contrasto, anche Venosa, anche Acerenza eransi tolte ai Normanni; e Unfredo le risottomette e le taglieggia nel 1054. Allora poiché è cresciuto di potenza e di dominio e poiché è legittimato dalla benedizione del Papa, si scioglie dall’investitura che il Conte di Puglia chiedeva ai principi di Salerno. Morì nel 1057; e fu sepolto a Venosa.

L’ordinamento feudale franco non portava, di regola, la successione del feudo dal padre al figliuolo; il feudo concesso in corrispettivo di aiuto personale in guerra, non poteva ricadere in donne o in fanciulli. Unfredo lascia in età minore suo figlio Abagelardo; ma nel titolo e negli uffizii di Conte di Puglia avviene che succede quel Roberto Guiscardo famoso, come di proprio dritto, però riconosciuto dai capi della nazione armata. Ma, o che l’elezione sua non fosse unanime tra i Conti compagni, o che egli come semplice bàilo o tutore di Abagelardo usurpasse presto il dritto di cotestui, cominciò da queste origini un partito di opposizione a Roberto, che, ancorché spento, sorgeva e risorgeva sempre.

Quando i due primi fratelli di Altavilla signoreggiavano e distendevano da Melfi i dominii per le terre di Apulia e Basilicata, Roberto e Ruggiero ultimi venuti erano a far bottino per le Calabrie, sequestrando uomini ed armenti, rubacchiando mercanti in viaggio, sorprendendo terre e castella.

Roberto signoreggiava o taglieggiava per la Calabria che diremo cosentina; Ruggiero su quel di Reggio. Gara di ambizione o divisione non equa di bottino metteva mal animo tra i due fratelli, che erano in lotte frequenti. Quando Roberto ne venne a Melfi, quarto Conte di Puglia, Ruggiero mal disposto contro di lui, entra nel paese di Calabria che il fratello diceva suo, e prende Scalea sul Tirreno; anzi avanza tanto per la regione basilicatese che viene a mettere a saccomanno ed incendii le campagne stesse di Melfi. Roberto che già volgeva in mente più vasti disegni, volle cedere in parte alle pretese del fratello; gli riconosce le conquiste che aveva fatte nell’estrema Calabria, e in ispecie la città di Mileto, che divenne capo del Comitato di Calabria; e così la pace è fatta tra loro. Quindi egli entra in nuovi accordi col principe di Salerno, che era necessario avere ai fianchi amico, poiché i Greci non cessavano dall’altro lato di essergli inimici; ed a suggello degli accordi sposa Sicelgaita, sorella a quel principe longobardo, e donna che si mostrò poi di gran cuore. Le nozze furono celebrate in Melfi nel 1059. Egli aveva già ripudiata Alberada, che fu la madre dì Boemondo famoso10. Allora probabilmente egli prese il titolo uffiziale di Duca di Puglia, lasciando quello di conte. Il nuovo titolo significava supremazia sui Conti minori normanni; e spezzava ogni vincolo o titolo di dipendenza dal principe di Salerno.

Questo elevarsi sì alto del povero avventuriero di Calabria sui vecchi conti normanni, era fomite in molti di essi d’invidie e di gelosie. I più forti, i più alteri non volevano riconoscere nei loro possessi vincolo di feudalità, epperò di soggezione al duca di Melfi. Pari alle lotte della conquista, perché uno doveva essere sovrano feudale sugli altri, soggetti? Di qui le continue sollevazioni loro nel primo periodo della storia della conquista.

Fra i più mal disposti o più altieri e più turbolenti era Pietro, conte di Trani. Questi, poiché Roberto è in Calabria, si leva in armi, sorprende ed occupa Melfi; ma tornato senza indugio Roberto, che stringe intorno la città (1059) e abbrucia le messi, gli stessi cittadini si sollevano allo interno, e scacciano Pietro; il quale va a chiudersi e resiste per poco nella città di Cisterna, che era prossima a Melfi, oggi distrutta; dì là si ritrae in Andria, ove gli è forza accettare le condizioni che gl’impone Roberto. Messo in tacere questo più che altri pertinace oppositore, il nuovo Duca chiamò a Melfi i conti di Puglia a prestargli omaggio; ed essi vennero, forse non tutti volentieri.

Intanto era stato eletto papa Nicolò II; e perché le fazioni interne romane gli avevano messo di contro un antipapa, egli invocava congiunte alle celesti le armi terrene; e chiedeva l’aiuto del nuovo Duca di Puglia. Fatti gli accordi tra loro, il papa intima un Concilio in Melfi; e qui si raccolse un grande numero del clero, nel luglio del 1059. Gli atti del Sinodo non esistono, ma fu altamente importante pei Normanni e per la storia della bassa Italia; giacché può dirsi che da questo Concilio del 1059, che fu il secondo tenuto nella città di Melfi, derivasse la piena legittimità della conquista normanna, creando quei rapporti di vassallagio e di dipendenza feudale, che i papi pretesero dipoi sul reame di Napoli. Il conquistatore donava le acquistate terre a S. Pietro, e il successore di S. Pietro le concedeva in feudo al conquistatore, il quale dava giuramento di fedeltà al santo e al suo successore, e prometteva pagarne un censo in perpetuo e aiutarli di soldati contro i loro nemici. Era il crisma della legittimità che la Chiesa impartiva al nuovo arrivato nella famiglia dei re; era la fonte della forza morale che invigoriva il nuovo Duca in faccia ai popoli soggetti.

Era carattere di quest’uomo non solo l’astuzia o la sagacia, onde ebbe il nome di Guiscardo; ma un’attività irrequieta, un’ambizione acuta e cupida, che insofferente di ogni limite, lo spingeva sempre a nuove imprese. Sono ancora torme di Greci in armi sul lembo estremo del ducato ed egli va e viene da Melfi in Calabria per combatterli anche in Calabria; donde già tende gli occhi alla Sicilia. I Greci non cessano dal rinfocolare i tristi umori interni delle città a lui soggette; e secondo che loro giungono, di anno in anno, nuovi rinforzi dall’Oriente, si fanno innanzi; e qui e qua torbidi umori scoppiano in sedizioni e tumulti. Gisulfo, principe di Salerno, adombra all’ambizione del cognato; rode il freno e cospira: rode il freno e cospira quella parte dei conti normanni, che si aggruppava in segreto intorno ad Abagelardo. Ed egli sempre in armi e a cavallo, pieno di accorgimenti e di partiti, li combatte, o li spegne o li soffoca; ma guarda sempre più oltre, e matura ambizione e disegni or verso Salerno, or verso Sicilia. Quindi ad incremento di forze, rabbonisce il fratello malcontento, dandogli in feudo metà della Calabria; e creandolo Gran Conte di Calabria e di Sicilia. Sicché, quando i Greci tornano in armi, e nel 1066 prendono Taranto, Oria, Otranto, e spingendosi oltre per la Basilicata, s’impadroniscono di Acerenza, e fanno punta fin sotto Melfi, i due fratelli, di accordo, tornano da Calabria; riprendono Acerenza, respingono i Greci da Melfi, e per non breve tempo fanno testa ad una marea di eventi non sempre favorevoli. Poiché, come i due Normanni si allontanano da Melfi per combattere in Sicilia, i bizantini da Bari e dalle altre città litoranee che occupano, si levano a nuove imprese nello interno del ducato, rinfocolando i torbidi umori di Conti e città. Ma Roberto ha finalmente Bari, dopo lungo assedio, nel 1071; e presa la città che era sede al capo del governo bizantino, fu dato un colpo mortale al dominio greco nell’Italia meridionale.

A codesti sforzi dei Greci si legavano, di accordo e di tempo propizio, i dissidii e le sollevazioni dei conti Normanni; tra cui primo e sempre pronto alle armi quel Pietro conte di Trani, vinto e depresso più volte, ma non satisfatto e turbolento sempre. Allora anche i conti di Montepeloso, nipoti a Roberto, levano il capo; e come Pietro si impadroniva di Mottola nel 1063, essi prendono Matera e Castellaneta; ma non possono resistere a Roberto che viene a combatterli; e accampano altrove. Qualche anno dopo, risorge alla luce il partito di Abagelardo e con esso i conti di Montescaglioso, parenti anche questi al Guiscardo e signori di una contea di ricche terre, di ampio circuito, di molto dominio. Nel giugno del 1068 Goffredo di Montescaglioso investe e prende la non lontana Montepeloso; altri Conti prendono Gravina ed altre città. Ma il Guiscardo, che aveva ripreso Otranto contro i Greci nel febbraio, assedia Montepeloso, finché non l’ha in suo potere; quindi gli è facile riprendere Gravina e Obbiano, che non so se Oggiano in quel di Lecce, o se piuttosto la città oggi distrutta presso Ferrandina11. Dei Conti ribelli altri punisce, ad altri perdona.

Non ha tregua che per breve tempo; ed egli vuole apparecchiarsi a spingere innanzi l’impresa di Sicilia. Laonde convoca in Melfi nel 1075 un’assemblea dei Conti vassalli per averne l’omaggio e trattare del loro concorso all’impresa stessa. Ma Pietro conte di Trani per protesta di libero dominio o per cautela di propria sicurezza, rifiuta dì venire; e il diniego, che era atto di fellonia all’alto signore feudale, spinge Roberto a correre sul territorio della città, ove Pietro si era asserragliato alla difesa, e con esso i fratelli di Abagelardo. Altri conti o capi d’altre città sursero similmente in armi. Ma non resistono all’impeto del Guiscardo, che in breve tempo prende, o se gli dànno a patti Trani, Bisceglia, Giovinazzo, Corato, Andria, Canne, Lacedonia ed altre. Pietro, che è fatto prigioniero, è menato al seguito di Roberto, e innanzi alle mura di Cisterna, perché i difensori di questa cedessero, viene esposto alla loro vista sopra un graticcio; e Cisterna cede; e Pietro è rilasciato, non so a che patti. Ermanno, fratello di Abagelardo, va prigione a Rapolla. Abagelardo fugge in Calabria, e nel castello di S. Severina continua a resistere per qualche anno ancora. Un’ultima levata d’armi di questo partito di dissidenti e turbolenti accadrà più tardi.

In tutti questi torbidi interni soffiavano, oltre ai Greci, i potentati nemici o sospettosi del Normanno; tra cui il principe di Salerno, suo cognato. Era malanimo tra loro; e il malanimo scoppiò in guerra aperta, quando Gisulfo vuol sottomettere al suo dominio la città di Amalfi, autonoma; e questa si rivolge di patrocinio e d’aiuto a Roberto. Il Duca sconsiglia dall’impresa il cognato, e presta aiuto alla città, che pertanto Io acclama duca di Amalfi nel 1066. Quindi scoppia l’ira e la guerra. Roberto stringe d’assedio Salerno; e non prima di sette mesi vi entra; mentre Gisulfo, nel gennaio del 1072, esce dall’ultimo riparo, e va in esilio, sempre inimico al cognato.

La presa di Salerno farà declinare quinci innanzi l’importanza di Melfi, come capitale degli accresciuti dominii del duca di Puglia. Da una città posta sul mare erano più agevoli le comunicazioni con l’estrema Calabria e con la Sicilia; e inoltre Salerno era prossimo ai ducati di Napoli e di Gaeta, ove ormai Robero appunta le mire segrete. Ma uffizialmente egli risiede a Melfi, quando l’irrequieta natura e le necessità di sua politica gli consentono un momento di riposo.

Di questa sua politica era uno dei pernii il tenersi amico ai papi; affinché costoro non piegassero alle parti dei Greci e degli altri suoi nemici. I buoni accordi durarono tanto, che Alessandro II, succeduto a Nicolò II, convoca un’altro Concilio nella città di Melfi nell’agosto del 1066; ove fu trattato, per quanto si crede (poiché mancano gli atti), delle querele di vescovi e di monaci contro i baroni normanni, usurpatori di terre che spettavano alle chiese12. Ma, con papa Ildebrando, che successe nel 1073 ad Alessandro II, sopravvengono nubi e sospetti, e non tarda di venire scomunicato Roberto nel Concilio di Roma perché egli aveva mosso le armi contro il principe di Capua; e il Papa non intende che uno stato troppo potente gli si cresca ai confini. Ma era interesse manifesto così del Papa come del duca di non combattersi, sì di aiutarsi a vicenda; e poiché la concordanza degli interessi aiuta alla pace, la pace fu fatta nel 1080, mediatore, come pare, il vescovo di Acerenza13. Roberto fu nuovamente investito dei dominii di Puglia, di Calabria e di Sicilia, e ne restava tollerato, da parte del Papa, l’acquisto di Salerno e di Napoli. Egli, a sua volta, ripromise il censo e gli aiuti terreni contro i nemici del Papa. E la promessa mantenne, quando corse a liberare papa Gregorio che era prigioniero dei baroni romani nel 1084; e lo menò a Salerno, ove vecchio ed affranto cessava di vivere, il gran papa, ripetendo, sotto forme cristiane, le ultime angosciose parole di Bruto a Filippi.

Secondo che cresceva in potenza ed in fortuna il duca di Puglia, i torbidi umori interni non che svanire, inasprivano e davano fuori. Una grossa sollevazione di baroni scoppiò nel 1078, e fu tutto un incendio per la Puglia e la Basilicata fino in Calabria, da Ariano a Taranto, da Troia a Bari, da Ascoli a Cosenza. Risolleva il capo il partito di Abagelardo, e con esso i conti di Montescaglioso, battuti altra volta da Roberto.

Ma questi li vince in battaglia sotto Ascoli, che riprende. Ariano cede; Bari e Taranto gli si arrendono; e rioccupa Genzano, Monticchio, Spinazzola, Monteverde, Carbonara. I conti di Montescaglioso, Goffredo e Roberto, nipoti a Roberto, ritornano all’omaggio feudale, e vengono perdonati. Ma crudeli pene, taglie pesanti, devastazioni senza misura ai popoli, ai campi, alle città sono la conseguenza di quest’altra sommossa, tra gli anni 1079 e il 1080, che, come al solito, batté i popoli, perché i suoi capi deliravano.

L’anno 1081 Roberto marita le due figlie, l’una con Raimondo Berengario conte di Barcellona, l’altra con il conte di Champagne, e le nozze di ambedue si celebrano in Melfi. Nella stesso anno, poiché ormai l’ambizione del duca di Puglia di Calabria e di Sicilia si svolge a Costantinopoli, invia suo figlio Boemondo alla conquista della Dalmazia; che sarà la prima tappa a quel principato d’Antiochia, che dovrà rendere famoso questo suo figlio di una moglie ripudiata, e forse non ultimo fomite alle spedizioni prossime dei Crociati.

Ma come le loro forze sono impigliate nella dura campagna al di là del Jonio, ecco risollevare il capo il partito interno dei malcontenti e di Abagelardo, che riprendono Ascoli, Canne e Troia.

Anche Melfi fu fatta insorgere nel 1082; e vi acclamano il dominio sovrano greco; come si arguisce da alcune carte del 1083, in cui si trova l’intestazione dell’imperatore Alessio, che di certo era d’accordo, come sempre, con i sollevati. Ma l’insurrezione ha breve vita: torna il fulmine di guerra; spegne di un soffio queste effervescenze interne de’ suoi domini; va in Roma quell’anno stesso e abbatte i nemici di papa Gregorio; poi ritorna nuovamente in Dalmazia, senza posa in armi, a cavallo, sotto le tende, in guerre, in assedii. Ma la natura a sua volta vinse l’uomo, e all’assedio di Cefalonia muore ivi di febbri malariche, che i suoi molti e grandi nemici dissero di veleno domestico. Un cronista scrisse che morì in Venosa14; ma non è vero: egli forse confonde il luogo della morte con quello, della sepoltura15.

Ciò fu nel 1085.

Il figlio Ruggiero, che è detto Borsa per distinguerlo dallo zio dello stesso nome e conte di Sicilia, gli successe nel ducato di Puglia; e lo zio stesso lo aiuta a vincere le prime difficoltà. Boemondo, figlio della ripudiata Alberada, gli si leva contro a contrastargli la successione paterna; ma dopo fatti di guerra parecchi e durati qualche anno, Borsa cede al fratello terre e città, che formarono quel grosso feudo semisovrano, appannaggio di cadetti reali, che fu il principato di Taranto. Taranto, Oria, Otranto, Canosa, Matera, Montepeloso, Torre di Mare o Santa Trinità, che era l’antica Metaponto, e altre città, tra cui allora anche Bari, fecero parte di quel principato. Il conte di Sicilia fu paciere tra i fratelli, ed il nuovo papa altresì Urbano II. Il quale venuto nel ducato, convoca un Concilio in Melfi pel settembre 1089; ove fu grandissimo concorso di vescovi e abati, di baroni e principi sovrani. Fu di nuovo imposto ai chierici l’obbligo del celibato; fu esortato ai laici di pagare le decime alla chiesa; fu proibito a’ principi d’ingerirsi nelle elezioni canoniche, a pretesto d’investitura feudale. I Baroni furono indotti a firmare la tregua di Dio, che avrebbe dovuto mettere un po’ di pace tra le popolazioni vessate dalle consuetudini di vivere da masnadiere di quei turbolenti, violenti, cupidi e altieri. Il duca ebbe l’investitura e prestò omaggio al Pontefice. Il quale lasciato Melfi, passò nell’ottobre seguente a Matera.

Era già vivissima in Occidente l’agitazione dei popoli pel passaggio in Terra Santa a liberare il sepolcro di Cristo da mano dei Turchi. Bandita la Crociata nel 1095 nel Concilio di Clermont dallo stesso Urbano II, scesero l’anno dopo a frotte, a truppe, gli armati e i pellegrini nel ducato di Puglia per imbarcarsi nei porti di Bari, di Trani, di Brindisi, più prossimi alla Dalmazia. Boemondo, che sentiva troppo angusto campo all’ambizione sua il principato di Taranto e che già era esperto della guerra di oltre mare, prende, di un tratto la croce, e si dà opera a crearsi un esercito; confortato senza dubbio dal fratello che gli dové esser largo di aiuti, perché l’irrequieto s’allontanasse dalla Puglia. Ben settemila uomini si raccolsero alle sue bandiere, tra Pugliesi, Calabri, Salernitani, Basilicatesi16; che irrequietezza o miseria, cupidigia o rimorso di delitti commessi, necessità di espiazione, o più nobili sentimenti di pietà, di gloria e di entusiamo spingevano là dove «Dio voleva» che andassero.

Altro capo è Tancredi, valoroso quanto pio e discreto cavaliere nelle epiche cronache delle Crociate, e sì nobile, delicato ed ideale carattere nei versi del Tasso. Fu anche lui della famiglia degli Altavilla; era figlio, come credono i più, ad un’Emma, sorella di Guiscardo, e ad un Odone Bon, od Ottobono Marchisio, che alcune carte dicono Signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo17.

Fra gli altri baroni del ducato di Apulia, che passarono il mare con Boemondo e con Tancredi, si ha solamente i nomi di Roberto di Ansa, di Goffredo di Montescaglioso e di Roberto figlio di Trostaino. Roberto di Ansa fu senza dubbio il conte o feudatario di Anzi; Goffredo di Montescaglioso, anche lui cugino agli Altavilla, morì in una delle battaglie dei Crociati nel 109718; e quel Roberto di Trostaino fu probabilmente figlio del Tristaino, che fu conte di Montepeloso nelle prime divisioni delle terre conquistate19.

Sarebbe un declinare dalla nostra via il seguire, anche a balzi, Boemondo e Tancredi in Oriente. Dirò invece, tornando in carreggiata, che essendosi ribellato Benevento al Papa, questi venne al duca di Puglia per sollecitarne gli aiuti contro i ribelli; e in quell’anno del 1110 tenne un altro Concilio nella città di Melfi; nel quale lanciò le armi dell’interdetto contro i Beneventani, mentre le armi temporali del Duca andavano a campeggiarne la città.

Ma l’anno dopo, 1111, muore il duca di Puglia in Salerno; e muore nello stesso anno Boemondo, che era già diventato principe di Antiochia: quegli fu sepolto in Salerno, e questi a Canosa, ove ancora si legge sulla sua tomba il roboante epitaffio che gli fu posto. Guglielmo, figlio del Borsa, è investito dal Papa del triplice ducato di Puglia, di Calabria e di Sicilia; e non guari dopo Ruggiero, Conte di Sicilia e suo zio, viene a prestargli omaggio feudale, probabilmente in Melfi.

Fin dai primi tempi della conquista era nei baroni normanni dell’Apulia uno spirito d’indipendenza e di rivolta, che, come abbiamo visto, faceva continui i sollevamenti e le guerre nel ducato. Il concetto dell’individualismo in essi prevalente mal si piegava a riconoscere supremazia dì feudo in altri, cui ieri trattavano di pari a pari. Morti che furono Ruggiero Borsa e Boemondo, ecco risorgere i contrasti dei sottofeudatarii loro; e prima degli altri Alessandro, conte di Matera, leva le armi contro Costanza, vedova di Boemondo e tutrice del figlio. Il conte di Bari fa causa comune con esso; e in un fatto d’armi sul Bradano nel 1120 prendono prigioniera Costanza, la quale è condotta in Matera; e non prima è lasciata libera che essa non abbia rinunziato ai diritti di alta sovranità sui feudi di quelli. Ma la donna in libertà non mantiene la rinunzia estorta dalla violenza; e nel 1121 troviamo lei, insieme al duca Guglielmo figlio del Borsa, a capo di un esercito, che combatte i conti per la stessa valle del Bradano, ove riducono a soggezione il castello della Santissima Trinità sul Basento, che era la miserabile terra succeduta alla gloriosa Metaponto. Di altre fazioni non si sa.

Né contro il duca Guglielmo sono minori allo stesso tempo i contrasti. Mentre alcuni conti normanni gli negano omaggio nel ducato di Puglia, lo zio Ruggiero vien da Sicilia in Calabria, e ne occupa qui e qua terre e castella. Fra tanti avversarli, il duca che non era né di spiriti fermo, né di salute robusto, cede allo zio i suoi diritti sulle città di Sicilia, e ne ha in compenso aiuti di guerra contro i ribelli di terra ferma (1122); sicché può mettere a segno parecchie terre e baroni pei contadi d’Ariano e di Avellino.

Egli muore nel 1127, senza lasciar prole; e nuovi torbidi incominciano. Si sollevano molte città, e Salerno stesso, e la stessa Melfi, e Venosa, Ariano e Troia; mosse alcune dall’ambizione dei feudatarii, ma altre da spiriti di libertà, intolleranti per le obliate franchigie municipali. D’altra parie il Conte di Sicilia accorre per afferrarne prima d’altri la successione del ducato; e si presenta con nerbo di navi e di milizie innanzi Salerno. La città mostra di volergli resistere; ma, promettendo Ruggiero di riconoscerne le consuetudini ovvero leggi municipali di essa, si ammansa e gli apre le porte. E lì prestamente consacrato duca di Puglia, chiama città in franchigie e baroni dei feudi a fargli omaggio. Vengono infatti in buon dato; anche Melfi torna, come pare, all’ubbidienza, e cosi Trani, e forse Venosa. Gli animi parvero quetati, e i torbidi soffocati. Ruggiero parte per la Sicilia; ed approdando a Reggio è acclamato duca di Puglia, nel 1127. Ma non basta; il suo dritto non era legittimo senza rinvestitura del signore alto-sovrano che era il Papa; ed egli la dimanda al Pontefice. Questi invece gliela nega; anzi preso a pretesto non so che offese fatte in Sicilia a certi diritti dei vescovi, lo scomunica. Il vero è che un duca di Puglia, che fosse anche signore di Sicilia e di Calabria, era un temuto avversario e un temibile vicino al confine dei domini della Chiesa. Ma Ruggiero a spuntare le scomuniche usa innanzi tutto la punta delle armi; e va contro Benevento del Papa. E questi che aveva stretta una lega con i tanti feudatarii insofferenti dell’autorità o dell’ambizione del duca di Puglia, non si pèrita di bandire le indulgenze a pro di chi prenderà le armi contro Ruggiero. E con tali ausilii di soccorsi celesti egli entra fiducioso nell’Apulia a capo delle milizie raccozzate dai baroni a sé aderenti. I due eserciti s’incontrano per l’ampia valle del fiume Bradano ove esso scorre tra Matera, Montescaglioso e Ginosa. Ruggiero si afforza alla sinistra del fiume in un punto, oggi ignoto, che era detto il Vado (o guado) Petroso; e nella pianura a destra del fiume si spiega l’esercito del papa e dei baroni inimici. Ma questi non ebbero forse un capitano ardito ed energico, che avesse compreso la necessità di affrettare l’attacco; e badaluccavano senza costruito. Ruggiero, invece, comprendeva quanto a lui convenisse di temporeggiare, perché l’accozzaglia delle varie milizie feudali si sarebbe squagliata dopo il termine consueto del servizio dovuto; ed egli intanto, che aveva non solo milizie a vincolo feudale, ma squadre di Saraceni a impegni permanenti, poteva indugiare; e trattare intanto colla speranza di buon successo. Dicono che restassero a fronte guerrescamente inoperosi quaranta giorni; tempo più che sufficiente a crollare la fede dei collegati e sbandare i militi del feudo; sicché il Papa comprese che era necessità di scendere ad accordi. Quindi dà indietro, e torna a Benevento; ove conchiude la pace, e riconosce Ruggiero per legittimo duca di Puglia e di Calabria, e suo uomo ligio.

Delle città e dei feudatarii avversi molti si affrettano a riconoscere il duca, tra cui la città di Melfi; ma altri non si piegano, e Ruggiero va contro di loro con milizie miste di vassalli armati e di Saraceni; i quali facevano più aspre e crudeli, come ne correva la fama, le conseguenze della guerra. La resistenza fu ostinata, ma vinta; e Ruggiero, depressi i riottosi, può convocare a Melfi, quest’anno 1129, una generale assemblea di feudatarii, vescovi, e città, perché vengano a riconoscerlo e prestargli omaggio. L’assemblea fu numerosa; l’omaggio fu dato; ed egli tornò a Palermo, preparando il cammino a più alti destini. Giacché, crescendo di ambizione come di potenza, non gli basta ormai il titolo di Duca e Gran Conte; egli vuole il titolo di Re, e l’avrà presto, poiché gli eventi generali d’Italia gli davano il destro a tòrre gl’indugi.

Era morto Papa Onorio II, e a succedergli vennero eletti contemporaneamente Innocenzo ed Anacleto; uno dei quali era antipapa per gli avversarli, era legittimo Pontefice pei suoi fautori. La vittoria legale restò poi ad Innocenzo che si disse II. Ma Anacleto intanto viene in Puglia; si accorda con Ruggiero; e convoca e presiede un Concilio in Melfi a riconoscimento dell’autorità sua; quindi spicca una bolla, se in tutto o in parte genuina non monta, con cui s’investe Ruggiero della corona di Sicilia, di Calabria e di Puglia; e questi in Palermo, nel dicembre 1130, viene coronato re dal cardinale, nipote dello stesso Anacleto, tra grande concorso di principi, di baroni, di vescovi e popolo.

Allora la capitale del duplice reame non fu se non Palermo. Però il ducato di Puglia non scomparve, non fu soppresso; restò invece come stato aggiunto per vincoli di unione personale al re di Sicilia; e l’autonomia sua feudale, passò con l’onore di questo titolo, nel re di Sicilia. Continuò quindi ad essere Melfi la città, capo del ducato stesso, non solo allora che la monarchia si fu stabilita con suo centro a Palermo, ma in virtù della consuetudine e della tradizione, anche sotto i re successori a Ruggiero.

Coronato che fu re l’antico duca di Puglia, surse contro di lui un’opposizione armata; e fu delle più formidabili. Ruggiero per domarla sbarca con milizie feudali e con squadre di cavalli e di arcieri saraceni da Sicilia in Salerno; ma è a Melfi che convoca un’assemblea di sottofeudatari del ducato di Puglia e delle regioni contigue per istabilire i modi e il tempo del concorso da loro dovuto contro i ribelli.

Tancredi di Conversano della stessa famiglia degli Altavilla, ed Alessandro conte di Matera sono l’anima dei sollevati: le città scacciano i presidii dell’antico duca; Bari, Troia. Ascoli, Trani, Venosa ed Acerenza si sollevano; Montepeloso apre le porte a Tancredi, e diventerà fra breve l’ultimo e il più forte baluardo della resistenza.

Per sgominare le forze dei sollevati, al re parve opportuno scendere a patti con la città di Bari, cui riconobbe le consuetudini e le franchigie municipali, e vi pose presidio. Ma apportò desolazione di incendii, di sperperi e di morte per le altre città. Prese Troia ed Ascoli, ne abbatte le mura, e ne sbranca il popolo pei casali d’intorno. Molfetta cede. Entra di forza in Venosa, e crudelmente punisce d’incendii e di morte le campagne, la città, i cittadini. Prende Grottole ed altre terre del conte di Matera: ha Matera stessa per tradimento dei difensori; Armento ed Anzi, castelli munitissimi, posti nel cuore della regione basilicatese, cadono; ed in Armento è preso Roberto, figlio del conte di Matera; e in Anzi Goffredo conte di Andria, e tutto il tesoro del conte di Matera20. Più tardi gli apre le porte Acerenza, ma a buoni patti; poiché luogo fortissimo per natura e per arte. La resistenza si raccoglie in Montepeloso. E qui rabbiosa è l’offesa e la difesa; perché vi erano chiusi Tancredi di Conversano con altri dei baroni maggiorenti; tra cui Ruggiero di Flenco. Più volte è respinto l’assalto che danno alle mura i Saraceni; più volte le torri mobili, che gli assalitori avvicinano ai baluardi vengono incendiate o guaste e spezzale nei mobili ponti, con che tentano di agganciare alle mura. Ma i fossati si riempiono di tronchi d’alberi e di fascine; uno de’ baluardi fa breccia; la città non può più resistere; i Saraceni vi entrano, e incendiano, e scannano e vituperano. Tancredi e il conte di Flenco sono tratti prigioni innanzi al re: e il re fa alzare le forche e vi appiccano il conte di Flenco, e s’impone a Tancredi strappi lui la corda che strozzerà l’amico, se vuol salva la vita. E l’ha salva; e lo menano in catene in Sicilia. Alessandro conte di Matera perde tutte le terre della contea, e muore esule in Dalmazia.

L’ultima e grande opposizione contro il re di Sicilia sorge da papa Innocenzo, che trae l’Imperatore Lotario a venirne in Puglia: essi sostengono Rainolfo di Capua come duca di Puglia, mentre spingono i Pisani contro le città marittime fautrici del re. Il quale non fu fortunato nelle prime battaglie, e ne ebbe la peggio: sicché Papa e Imperatore entrano animosi in Puglia nel 1137. Bari accoglie Lotario, e quasi tutte le città di Puglia si danno alle di lui bandiere: di là passa egli nella regione basilicatese e gli si rende dopo alquanti giorni di assedio la città di Melfi; poi Potenza; quindi Salerno; mentre Amalfi è saccheggiata e guasta dagli emuli Pisani.

Papa e Imperatore riposano un pezzo nella città di Melfi e nel prossimo castello di Lagopesole. Il Papa anzi qui tiene un Concilio, che è famoso nella storia dei benedettini cassinesi21; e vi convenne immenso stuolo di uomini di chiesa e di armi, principi italiani e stranieri; e tra essi Bernardo di Chiaravalle, nonché l’Imperatore. E questi ora in un luogo ora in un altro tiene placiti e corti di giustizia, e rende sentenze. In Melfi convoca un parlamento dei baroni di Puglia, i quali ivi eleggono a duca Rainolfo, che poi riceve l’investitura dal Papa e dall’Imperatore, ma da amendue allo stesso tempo, perché il preteso dritto dell’uno all’alta sovranità sul ducato non sottostesse all’altro22.

Ma non tardano a sorgere dissidii tra i due sovrani; e tornando Ruggiero alla sorte delle armi, non tarda fortuna a sorridergli di nuovo. Muore il nuovo duca di Puglia; e Ruggiero, libero dall’avversario, naviga prestamente alle spiagge di Salerno; questa gli apre le porte; di là si spinge innanzi e devasta tutto intorno i contadi di Avellino e di Capua. Dopo altre e varie vicende fortunate, in un fatto d’armi presso San Germano gli avviene di prendere prigione il Papa. Allora questi, come di solito, cede, si accorda col vincitore, e gli dà l’investitura della corona di re, che ormai può dirsi rafforzata sul capo di lui dal giudizio di Dio e dalla fortuna delle armi.

Quando sotto i successori di re Ruggiero la quasi autonomia del ducato di Puglia venne a confondersi nella piena sovranità della monarchia, non perdé l’antica importanza sua la città di Melfi. Fu ancora città primaria e forse prima dell’antico ducato, sia per la giacitura centrale, le fortificazioni mirabili e le tradizioni ancora vive e vivaci d’uno Stato potente, sia per numero e lustro di popolo, floridezza d’industrie e ricchezza di commercii, che Greci, Amalfitani e Giudei vi esercitavano. Ultima, ma ben notevole prova dell’importanza sua è il fatto di quel Codice famoso delle Costituzioni del regno di Sicilia e di Puglia, che fu pubblicato da Federico II appunto nell’assemblea di Melfi, ove avea convocati feudatarii, vescovi e delegati delle città demaniali del regno, nell’agosto del 123123.

Anche dopo Ruggiero, agli altri re di Sicilia che ragioni di guerra o politica chiamavano in terra ferma di frequente, la città di Melfi continuò ad essere residenza non unica, ma preferita. Altri di loro ne crebbe e ristaurò le fortificazioni24; altri ne crebbe le comodità e le attrattive, e come complemento alla residenza dei re, surse da prima il castello di Lagopesole in mezzo a grande boscaglia, che l’abbondevole selvaggina faceva luogo alle nobili cacce distinto. Le prime origini del castello sul poggio presso al lago rimontano, è lecito di credere, ai dinasti Normanni; ma a Federico II si ascrive l’opera fortificata quale oggi si vede; e col castello vi surse intorno un villaggio25. Fu albergo di svago e di caccie per gli Svevi e per gli Angioini; ma albergo a non brevi dimore; poiché ancora si può leggere, con la data da Lagopesole, quello che avanza di una, per lunghi anni succedentesi, corrispondenza diplomatica e cancelleresca dei re di stirpe angioina, e dell’imperatore Federico altresì26.

Quando il re di Sicilia veniva in terra ferma, viaggiava con esso, oltre all’equipaggio della casa del re, il suo gabinetto politico o cancelleria di Stato, e una parte almeno della tesoreria. Una lunga fila di muli recavano di qua e di là in «cofani e sacca » i quaderni o registri di tesoreria. Le carte angioine di archivio ancora superstiti mostrano continuo questo viavai di portafogli insaccati, fra Trani, Brindisi, Melfi e Lagopesole27.

Ma all’alta potenza del re di Sicilia e di Puglia divenuto imperatore, non bastava, come residenza di state in terra ferma, il Lagopesole; e Federico II innalzò altri castelli a Monteserico, a Minervino, a Lucera, ad Andria, e altrove. Scrissero, che anche a Montepeloso; ma io credo si abbia ad intendere appunto del castello di Monteserico, che è in mezzo tra Genzano, Montepeloso e Gravina. Il Vasari ricorda, che tornando da Roma nel regno Federico, dianzi coronato imperatore nel 1221, venne tra il suo seguito un Fuccio, scultore fiorentino, che, secondo l’usanza dei tempi, era anche architetto. Fece egli non so che opere ad alcuni dei castelli della città di Napoli, e inoltre, dice il biografo aretino «un parco cinto di mura per l’uccellagione presso Gravina; e a Melfi un altro per le caccie di verno»28.

Cotesto Fuccio è dubbio se abbia esistito mai, anzi per molti non ha esistito affatto; e quelle opere gli storici le attribuiscono a Nicolò Pisano, celebratissimo. Quanto a me, credo che il parco da caccia presso Gravina sia stato fatto al castello di Monteserico, e il parco da caccia d’inverno non proprio presso la città di Melfi, ma al Lagopesole, destinato appunto a contenere quelle nobili famiglie di cervi e di daini, che se non sono custoditi, difesi e nutricati nel crudo inverno, scompariscono presto, come sono oggi scomparsi.

NOTA-APPENDICE

A.

LA BADIA DELLA SS. TRINITÀ, DI VENOSA. — Gli scrittori napoletani e venosini del passato secolo dicono che la Badia fu fondata dai principi longobardi di Salerno nel 942; e si affidano al Cronico Cavese, pubblicato dal Pratilli, che, sotto quell’anno, dice:

Gisulfus princeps cepit extruere monasterium Sancte Trinitatis de Venusia, ad preces Indulfi comitis et consanguinei sui, qui postea factus est ibi monachus.

E questa comune opinione sieguo l’erudito recente scrittore delle Memorie storiche della SS. Trinità di Venosa. Dott. Gius. Crudo, Trani 1899. — Ma oggi che la critica ha riconosciuto quel Cronico Cavese come un’impostura del canonico Pratilli, l’affermazione manca di sicura base. Tutti i più antichi e numerosi documenti di questo insigne cenobio benedettino di Venosa non vanno esenti da dubii e da accuse di poca genuinità: tale la famosa donazione di Drogone del 1053, — di lui che era già morto il 1051! (In Ughelli, VII, e Crudo, 74). — Quanto alle origini, io richiamo l’attenzione sulla bolla di Nicolò II del 25 agosto 1059, riferita dal sig. Crudo a pag. 117, e già pubblicata negli Acta Pontificnm romanor. inedita da Pflungk-Hartung, Stuttgard, 1884; la quale bolla, confermando donazioni e privilegi al Cenobio, dice… monasterium S. Trinitatis de vetere civitate Venusia, labore (?) extructum a Drogone Comite… — Quanto alla Chiesa, lo storico poeta Guglielmo Appulo, e della chiesa e delle tombe de’ Conti ivi sepolti, dice (lib. V):

His subhumatorum fabricata jussibus horum

Ecclesia…

Ma questa Chiesa è per più riflessi importante, e con moderni scrittori di storie dell’arte occorre indugiarvisi.

La Chiesa è duplice. Quella oggi aperta al culto, di più piccole proporzioni, sta dinnanzi; e dietro di essa, sulla linea del medesimo asse, si prolunga una chiesa che non fu mai compiuta, che è maravigliosa nella massa di pietre squadrate frammentaria, in fasci di colonne e capitelli di preciso lavoro, in un coro con un quasi trifoglio di cappelle absidali, e dietro del coro il «deambulatorio», che non si trova altrimenti nel napoletano se non nel duomo di Acerenza, anche esso, per questo viadotto e per l’austera sua massa, singolare.

La chiesa, più piccola, con qualche mediocre affresco del quattrocento (?), con degli archi minori acuti sotto un amplo arco a tutto sesto, ai due fianchi della navata, lo Schulz la riterrebbe monumento anteriore ai Normanni, del secolo XI, ma rifatta o restaurata dai conti Normanni, nel secolo XII. E pensa che la chiesa grande fu incominciata dai Benedettini nella seconda metà del secolo XIII; e ne rimase interrotta l’opera quando nel 1292 una bolla papale (ap. Ughelli, VII, 171) trasmise il possesso della badia dai Benedettini ai Cavalieri Templarii di S. Giovanni.

Ma il Lenormant (À travers l’Apulie et la Lucanie, I, 209) è di avviso che la Chiesa grande, incompiuta, fu proprio incominciata da Roberto Guiscardo, nel 1065 (?). È una croce latina, a tre navi, 70 metri lunga, 24 larga, con la crociera di 46; dodici enormi colonne con capitelli, di preciso lavoro arieggianti al corinzio, delimitano la nave principale; con un coro lungo 17 metri, e di dietro il «deambulatorio» che dà adito alle tre cappelle absidali; con un disegno del tutto inusitato alla architettura italiana, e derivato direttamente (egli dice) dalla Francia. Anzi ne trova il prototipo, sì di questo sì di quello di Acerenza, nel coro di una chiesa di Caen, in Francia, fabbricata da Guglielmo il conquistatore (che morì il 1087).

Però, di recente, il signor Emilio Bertaux, rilevando che questo coro della chiesa di Caen venne rifabbricato nel 1200, batte dalle fondamenta la tesi del Lenormant.

Il signor Bertaux viene alle seguenti conclusioni, che io accetto. — La Chiesa, minore, non è più quella del Guiscardo; ne conserva il posto e qualche frammento, nella porta d’ingresso, in qualche capitello o base di colonna; ma la fabbrica è grossolana: la pianta è deformata. Egli l’attribuisce ai cavalieri di S. Giovanni, che, a «corto di mezzi per completarla, si dovettero accontentare di erigere qualche muro, o qualche arco a sesto acuto in mezzo ai ruderi della chiesa primitiva, per comporre quella strana chiesuola, degna di un villaggio, nella quale pure rivivono tante grandi memorie».

La Chiesa grande è anteriore al 1200… Ad ogni modo, questa chiesa grande (che anche il Bertaux dice chiesa francese per la sua tettonica) è l’opera de’ Benedettini; o per la decadenza dell’ordine, al quale allude severamente la bolla del 1292, vennero abbandonati i lavori incominciati. — Vedi E. Bertaux, I monumenti medievali nella regione del Vulture, con 48 incisioni. Supplemento alla Napoli nobilissima. Rivista napolet. di arte. Anno VI. 1897. — V. inoltre Bened. Croce, nella stessa Rivista, dell’anno 1893, 179.

La città di Venosa fu donata da Roberto all’Ordine benedettino nel 1080. Ed all’abate Berengario, monaco normanno, fu dato a reggere dallo stesso Roberto il cenobio venosino.

La Chiesa della SS. Trinità è stata dichiarata monumento nazionale. V. Gazz. Ufficiale, 5 gennaio 1898.

B.

IL CASTELLO DI LAGOPESOLE. — Dall’importante monografia del BERTAUX, testé citata, togliamo le note che seguono:

«Il Castello è il più grande degli edifici militari di Federico II: ed uno dei meglio conservati. Esso ha la forma di un rettangolo; quattro torri quadrate sono agli angoli. Il portone a sesto acuto, con le scanalature della saracinesca e con una porta di legno tempestata da chiodi di ferro che rimonta forse al trecento, si apre fra due torri rettangolari più strette. Varcata la porta ed attraversata una galleria con volte a botte, si giunge al gran cortile rettangolare. Di fronte all’ingresso si vede la porta a zig zig della cappella, che è costruzione semplicissima ad una navata, e con abside semicircolare affiancata da due piccole sale: essa è chiusa entro una torre quadrata, che forma, presso uno de’ lati lunghi del parallelogramma, una sporgenza, rispondente a quella delle due torri all’ingresso. Il cortile è diviso in due parti ineguali. Nel recinto più piccolo è un torrione massiccio quadrato, a due piani, murato a grandi pietre tagliate a punta di diamante, come le torri esterne. In fondo al recinto grande una porta in marmo rosso dava ingresso alla parte del palazzo destinato all’imperatore, ma è la parte, sfortunatamente, in rovina. Il primo piano comprendeva sale immense, forse per uso dormitorio di soldati. Le sale erano illuminate da finestre bifore, che sembrano imitazioni grossolane di quelle di Casteldelmonte. Di tanto in tanto delle mensole sono incastrate nelle pareti di queste sale, a riscontro le une con le altre… Nell’ala del palazzo che è rimasto in ruderi, si distingue chiaramente di sopra a simili mensole nel muro, gli avanzi di un arco che poggiava sopra di esso. Le grandi sale di Lagopesole erano, adunque, tagliate da una serie di grandi arcate a sesto acuto, che sostenevano le travi del tetto. Questa è una disposizione rarissima in Italia… Le mensole di Lagopesole, con le loro foglie lunghe e stilizate in forma di uncino, con rami di quercia attorcigliati, non hanno nessuna analogia con motivi bizantini o pugliesi, ma ricordano de’ motivi francesi. Vi si incontra una graziosa sala quadrata con volte a cordoncini, che è la volta francese per eccellenza…».

Il signor Bertaux conchiude:

«Lagopesole dovrà essere stato come testimonio di quella penetrazione davvero strana e stupefacente dell’architettura franceso nelle Puglie e nella Basilicata, fin dal regno di Federico II: si ammetta o no la parte che è attribuita a Philippe Chinard di Cipro (architetto di Castel del Monte) in questa importazione, il fatto è certo; e l’analisi delle parti conservate del Castello di Lagopesole Io conferma. Si noti però che operai e scultori locali hanno avuto gran parte nei lavori; e per molti particolari, il disegno o l’esecuzione non sono delle stesse mani, così lo stile francese delle mensole di Lagopesole è meno puro che nei capitelli di Castel del Monte. Questa collaborazione di artisti della Basilicata con maestri francesi spiegherà i capitelli ad uncini e le volte a cordoncini del Duomo di Rapolla fabbricato sotto il regno di Manfredi da Melchiorre di Montalbano».

Del Duomo di Rapolla, notevole per la storia dell’arte, e per quello di Acerenza, vedi al capitolo XI.

NOTE

1.

«La ricca terra, che ai Normandi

Darà principio a fargli in Puglia grandi».

Orlando Furioso, Can. XV.

2. Sieguo, a principale guida in questo capìtolo, la diligentissima storia dell’Insurrezione pugliese e la conquista normanna del prof. GIUSEPPE DE BLASIIS. Napoli. 1864-1873, nella quale si possono trovare riportate, in fonte, tutte le maggiori autorità o testimonianze dei cronisti contemporanei, su cui procede sicuro e autonomo il racconto. — Vedi, inoltre, pel sentimento storico, segnatamente, l’AMARI nel III, parte I, capitolo I, della Storia dei Musulmani di Sicilia. Firenze, 1868.

3. Vedi Ignoti Barensis Chron. ad Ann. 1112: LEO OSTIENSE, II, 67. E i nostri Paralipomeni, già citati, p. 127.

4. Mense septembris Guillelmus electus est Comes Materae. Lupo Protosp. ad ann. 1042.

5. Nel capitolo II.

6. Guglielmo Appulo dice «dodici palagi e dodici piazze»; e potrebbe significare che si divisero il reddito, che si riscuoteva dalle «piazze» ovvero dalle vendite sui mercati della città.

7. AMARI scrive Ibid. p. 34:

«Le due bande di Aversa e di Sicilia stanziavano a Mlefi accomunate, come ci sembra, e ridivise sotto dodici condottieri, i quali si reggevano a repubblica, e ciascuno si acconciò un palagio ed un quartiere nella città».

E a pag. 37:

«Fatto insieme il partaggio della terra… rimanendo Melfi in comune, come capitale».

8. Di questa Badia detta Trinità di Venosa vedi la nota-appendice in calce al presente capitolo.

9. Breve Chron. Nortm. Ad ann. 1048…Nortmanni iverunt contra Graecos in Calabriam, et invaserunt eam; et victi sunt circa Tricaricum.

10. Il sepolcro di Alberada ancora esiste nella chiesa venosina della SS. Trinità, e vi si legge incisa l’antica iscrizione, in caratteri non antichi:

Guiscardi coniux Alberada hac conditur arca:

Si genitum quaeres, hunc Canusìnus habet;

accennando al figlio Boemondo, sepolto in S. Sabina di Canosa. L’arca sepolcrale è un parallelogramma di pietra, sormontata da un timpano sostenuto da due colonne, addossato al muro. La effige è riprodotta nella importante monografia sui «Monumenti medievali del Vulture», del sig. E. Bertaux, di cui vedi nella nota-appendice a questo capitolo. Egli giustamente deduce, dalla iscrizione di sopra, che il mausoleo di Alberada fu eretto dopo la morte di Boemondo, e probabilmente dopo eretta la cappella funeraria di questo, in S. Sabina, verso il 1112.

Il monumento di Alberada, nello stato cui oggi esiste, non mi pare de’ tempi normanni.

11. Lupo Protosp. ad ann. 1048 februarii:

Robertus dux obsedit Montipilosi, ubi nihil proficiens cum paucis abiit Obbianum, et recepit eum; et traditionem cuiusdam Gotofredi intravit ipse dux in dictam civitatem Montispilosi. — Conf. DE BLASIIS, Op. cit. II, 125.

12. Alfano, arcivescovo di Salerno, si querelò ivi delle usurpazioni sui beni della Chiesa fatte da Guglielmo Conte di Principato e dal Conte Troisio di Rota. — Conf. SCHIPA, Stor. del Principato longob. di Salerno: nell’Arch. stor. prov. napol. Anno XII, pag. 561.

13. Lo argomento dalla lettera ad Arnaldo Episcopo Acheruntino, diretta nel marzo del 1074 da Gregorio VII: estratta dai Regesti del Papa, e ripubblicata dal DE BLASIIS tra i documenti del II, p. 545, Op. cit.

14. Chron. Thur. apud DE BLASIIS, II, p. 324.

15. Da un antico cronista raccolse il Lupoli (Iter venusinum, 199) la iscrizione che fu messa la sepolcro del Guiscardo nella chiesa della SS. Trinità e diceva:

Hic terror mundi Guiscardus, hic expulit urbe,

Quem Ligures (?) regem, Roma, Alemannus habent.

Partus, Arabs, Macedonumque falanx non tegit Alexim,

At fuga, sed Venetum nec fuga, sed pelagus.

In questa stessa chiesa fondata o fatta ricca dai Normanni, furono sepolti e Dragone, e Unfredo, ed Alberada, e probabilmente Guglielmo braccio di ferro, onde Guglielmo Pugliese appunto poté scrivere:

Urbs venosina nitet tantis decorata sepulcris.

Ma i sepolcri de’ Conti normanni, alla civiltà vandalica restauratrice di chiese e monumenti di arte, scomparvero. Disperse le pietre dei loro sepolcri, se ne raccolsero le ossa in uno; e sulla nuda calce del muro venne scritta questa memoria, molto postuma, e poco esatta:

Drogoni Comitum Comiti, Ducum duci, huius sacri templi instauratori. Gulielmo regi (ovv. fratri?). Roberto Guischardo Normanno restauratori; fratribus ac eorum successoribus, quorum ossa hic sita sunt. (Lupoli, ibid.)

Della chiesa della SS. Trinità vedi la nota-appendice in fine al presente capitolo.

16. Un cronista-poeta delle crociate, Folco Carnotense o di Chartres, cantava, con le reminiscenze dotte dell’antichità:

Umbri, Lucani, Calabri, simulque Sabelli…

Aurunci, Volsci…

Quaegue etiam gentes sparguntur in appula rura,

Sub jugo Tancredi et Buemundi corripuere…

Ap. DI MEO, ad ann. 1096.

17. V. DI MEO, Ann. dipl. ad ann. 1096, 4. — Per le carte di Bonati (Libonati?) v. Syllab. Graecar. Membran. p. 80. — Per quella di S. Chirico oltre all’Antonini, Lucan. p. 490, vedi Le notizie del comune di San Chirico Raparo, in appendice alla Vita di Santa Sinfarosa di D. PAOLINO DURANTE. Napoli, 1833, pagg. 136 e 144. — In queste notizie del Durante è una carta, in cui Marchisio, Emma e il loro figlio Roberto, nel 1080, donano alla

Ecclesia S. Arcangeli de Raparo et tibi abati Nympho collapsum castellum nominatum Saracenum cum omnib. tenimentis ejus. Tu vero redificabis et relevabis ipsum ad apparitionem (?) et confectionem, et facies habitationes hominum

Pietro Diacono IV-II, che riferisce i nomi dei baroni che seguirono Boemondo, nomina prima Tancredus Marchesii filius… Troyli, Stor. gen. del reame di Napoli, vol. III, p. 440.

18. Conf. TANSI, Histor. Monast. S. Mich. Montis Caveosi. Napoli, 1746, pag. 188.

19. L’Antonini (pag. 208) annovera, tra i Crociati della regione, anche Alberedo di Cagiano. Ma, in verità, il nome di questo crociato è scritto Alberedus de Caniano o de Cagnano (Conf. DI MEO ad ann. 1096, p. 14 e 18; DE BLASIIS, III, 54); e ci ha un Cagnano nel Gargano e un altro presso Salerno.

Il Dudone di Consa (di cui Tasso cantava nella Ger. Lib. I, 52, e III, 39, 44): «Son qui gli avventurieri invitti eroi… Dudon di Consa è il duce…» non è della città di Conza sull’Ofanto, ma sì di Conti o Conz, nel paese di Treves, al confluente del Saae nella Mosella.

Giova, invece, di ricordare, dalla Gerusalemme conquistata, tra i Crociati della regione, Roberto «Del buon marchese di Ansa ultimo figlio» I, 83; e nel XXI, 53 «Il signor d’Ansa ivi cadeo trafitto Dal Soldan…» e Rinaldo di Venosa, «Cavalier di gran forza e di consiglio» I, 83. — Forse la poesia li fa immortali più che la storia.

20. ALESS. TELESINO, cap. 39, 40:

Devicta itaque Matera, Rex super Armentum munitissimum oppidum, quo Robertus frater praedicti Gofredi inerat, venit… — Post haec vero rex castra movens super arduum et munitissimum castrum nomine Ausum (sic) acceleravit, quo Gofredus Comes aderat: illudque obsidione saevissime circumsedit

E FALCO BENEVENT. (p. 219) ad ann. 1133:

Rex civitatem Matera obsedit, quam proditione populi comprehendit. Quibus ita peractis, civitatem aliam nomine Ansam obtinuit. Revera thesaurum auri et argenti Alexandri comitis invenit.

Tesoro, che Orderico Vitale (XIII, 898) dice di XV minae auri et argenti.

21. Questo di Lagopesole del 1137 è il quinto dei concilii che si dicono tenuti in Melfi (vedi la Stor. di Montecas. del Tosti). Dei quali ricapitolo qui la cronologia: Un 1º nel 1058, presieduto da papa Nicolò II. — Un 2° da Alessandro II nel 1067. — Un 3º da Urbano II nel 1080. — Un 4° da Pasquale II nel 1101.

Un altro concilio nel 1130 si tenne in Melfi da papa Anacleto, ma poiché questi è ritenuto per antipapa, il suo concilio passa nel novero dei «Conciliaboli».

22. GIANNONE, Stor. civ. XI, I.

23. Nel giugno del 1241 furono convocati apud Melphiam, da Andrea de Cigala, Capitano generale e Maestro giustiziero, i prelati del regno, per averne in prestito gli ori e gli argenti di loro chiese. — Riccardo da S. Germano, ad ann.

24. Il castello di Melfi fu fatto costruire, come è fama, da Roberto Guiscardo: mezzo abbattuto dai cittadini in una delle tante sollevazioni o turbolenze interne, di cui nel testo è pure qualche cenno, fu fatto rialzare da re Ruggiero; dipoi rifatto ed accresciuto sotto Carlo d’Angiò. — In una carta del 1280, da parte del giustiziero di Basilicata, Giovanni De Bosco, si fa ordine all’Università di Gaudiano di mandare ogni giorno dieci some di legna por cuocere la calce occorrente pro operibus Castri Melphiae (nel Syllab. ad r. Siclae archiv. pertinent. vol. I, pag. 192).

25. Nelle cronache dell’abate Telesino (morto poco dopo il 1140) si legge: vadit ad oppidum quod vulgo nominatur Lacupesulum (I, 20). Qui, evidentemente, la parola oppidum significa qualcosa più che il Castello. Vecchi scrittori accennano a sue fortificazioni quali opera di Greci-bizantini o di Saraceni: ma di nessuna prova attendibile è cenno in essi.

Di cotesto militare e normanno-svevo monumento vedi la nota-appendice a questo capitolo.

26. Della corrispondenza di Federico II, datata in campis, ovvero in castris propre Lacumpensulum, vedine un saggio nel volume VI, parte II, pag. 780-1, Dell’Historia diplomat. Frider. secundi. — Dei Capitoli, ovvero Leggi angioine sono datati apud Lacum Pensilem quelli di Carlo I che proibiscono di incendiare le ristoppie prima del 15 agosto. — Altre lettere sono indicate nel Syllab. membran. ad r. Siclae, etc. È data apud Lacum pensulem, il 12 agosto 1278, la cedola di distribuzione della nuova moneta dei Carlini alle terre del regno: riferita in parte tra’ documenti (Nº III) della Guerra del Vespro siciliano dell’AMARI. E infine, a tacere di tanti altri, è actum apud Lacum pensilem, in camera palatii, anno dom. 1266, il testamento di Beatrice, Regina di Sicilia (ap. DEL GIUDICE, Codice angioino, pag. 154).

27. Conf. DEL GIUDICE, nell’Introduzione la Codice Angioino, vol. I. Napoli, 1863.

28. VASARI nella Vita di Nicola Pisano.