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CAPITOLO XX

CONDIZIONI CIVILI, POLITICHE E RELIGIOSE DEI POPOLI LUCANI

Plinio ricorda undici popoli che costituivano la nazione Lucana; e furono, secondo egli li nomina per ordine alfabetico, i popoli di Àtene, di Bantia, di Eburi, di Grumento, di Potentia, di Sontia, e i Sirini, i Tergilani, gli Ursentini, i Vulcentini, e quei di Numistrone. Sarebbe egli probabile che qualche altro nome mancasse a questo catalogo di undici nomi? Livio accenna a dodici popoli del Bruzio1: è il numero dodici si sa che era misteriosamente sacro a parecchi dei vecchi popoli italici.

Quegli undici o dodici popoli erano dunque le membra organiche e capitali della antica federazione delle genti lucane, pria che non fu sciolta, come tutte le altre, da Roma che li vinse e sottomise. Ed io penso che furono essi le primissime tribù, i primi clan che occuparono le terre all’oriente dei Silaro: e, come primogeniti o primivenuti, costituirono poi le città prevalenti, ovvero gli Stati Uniti della federazione lucana.

Ciascuna di esse era come un cantone ovvero un distretto dello Stato federale; ed a ciascuna erano aggregate e politicamente dipendenti altre popolazioni sparse pel circondario della città stessa; e raccolte in vici, o paghi, o fori, o castelli, o conciliaboli, come li chiamò l’ordinamento amministrativo di Roma repubblicana. In origine, l’embrione ovvero il nucleo della città non fu che un arx, o recinto fortificato, a cui ricorrevano, con la famiglia e il bestiame, le popolazioni sperse pei campi d’intorno, a riparo di pubbliche violenze e di guerre.

L’arx man mano divenne centro dello Stato embrionale, in cui il capo del clan e il meddis–tatico della tribù rendeva giustizia, e sacrificava agli iddii della gente nelle pubbliche solennità. E, come altrove, anche ivi il giorno delle pubbliche riunioni, o per adire il giudice o per assistere a pubblici sagrifizii, fu giorno delle transazioni dei piccoli commerci e del pubblico mercato. L’arx ben presto crebbe in curia, in foro, in tempio. Ma le popolazioni continuarono sempre a vivere sparse, a gruppi di case, pei campi: è noto anzi dagli storici, che i Sanniti vivevano appunto vicatim2. Era costume e tradizione di tutta la razza italica.

Quand’essi arrivarono invasori o coloni forzati nella regione, non erano al certo in un grado di civiltà progredita. Erano anzi, a mio avviso, in uno stato che diremo più prossimo a barbarie che a civiltà. Ma non dimenticheremo che l’uno e l’altro concetto è idea relativa: e ricordiamo, se vi piace, che l’arrivo di essi nella regione che fu detta Lucania, avvenne, secondo i nostri computi cronologici3, assai tempo innanzi all’epoca tarda che alla loro migrazione assegnerebbero il Niebhur ed altri. Essi, di stirpe osco-sabellica, parlavano l’idioma osco; ma non avevano ancora l’uso della scrittura: ed anche questo è conferma al nostro concetto della maggiore antichità di loro venuta.

Che non avessero ancora l’uso della scrittura, è lecito arguire dal fatto che tutti i monumenti scritti, fino ad ora noti, de’ popoli lucani, non sono altrimenti che in caratteri greci o latini, quantunque la parola sia di lingua osca. Non sono in caratteri oschi, ovvero umbri, o falisci, o etruschi, quali si riscontrano nelle iscrizioni osche del Sannio, e in quelle delle razze sabelliche, non che delle etrusche4. I Lucani dunque non conobbero la scrittura, se non dopo che essi ebbero relazione con i Greci, cioè non prima dell’anno 400 a.C.; se questo fu, come si crede, il primo ovvero uno dei primi loro incontri con gli Elleni di Posidonia. E se ad altri piacesse supporre che avessero tolto l’alfabeto greco ai Greci della Campania (che è il paese di loro origine secondo che per noi fu detto) noi non ci opporremo; ma la congettura avrebbe bisogno di un qualche indizio di prova; e per ora non c’è.

Occuparono la regione di viva forza, com’è da credere; perché il paese era già in possesso di altri popoli, Enotri, reliquie dei Siculi e frammenti di più vetusti popoli, nonché dei coloni greci delle città alle spiaggia sul mare. E l’occupazione di viva forza suppone, per quel remoti tempi, o l’esterminio o la cacciata totale del primi abitatori, ovvero, più probabilmente nel caso nostro, la sottomissione loro al nuovi arrivati. E di qua una condizione di cose, negli ordini sociali, che fu o di schiavitù, o di servaggio, o di dipendenza almeno tributaria dei vinti ai vincitori, dei vecchi ai nuovi coloni. Che questo stato intermedio tra la schiavitù e la dipendenza servile esistesse nell’antica società lucana, se ne ha la riprova dal fatto ben noto dei Bruzii, che o pastori, o ribelli, o servi fuggitivi che si dissero dai Lucani, indicano senza dubbio una classe sociale in sottomissione politica o in dipendenza tributaria da un’altra superiore. Nè quando i Bruzii si staccarono dai Lucani può credersi che cessasse ogni condizione di schiavi o di servi nel sociale ordinamento di questi ultimi: tutta l’antica società aveva uno de’ suoi fondamenti sulla schiavitù: le continue guerre, quando non sterminassero i prigionieri, li facevano servi; le leggi e le consuetudini rendevano servi i debitori insolvibili; e se schiavi erano presso la nazione sannita (quando nelle ultime vicende della guerra dei Socii Quinto Silone e Papio Mutilo accrebbero i loro eserciti del Sannio con gli schiavi che liberarono), si ha ragione di credere nella stessa condizione di cose per il paese abitato da gente della stessa razza. Ne avremmo anzi pei Lucani una pruova diretta, se si potesse fare assegnamento sicuro sulla interpretazione della iscrizione osca di Antia; che scritta in lettere greche (e però non potrebbe essere più antica del secolo V a.C.) fa parola di «servi pubblici ed artefici, che di loro pecunia innalzarono» certo monumento funerario5.

Indipendentemente dagli schiavi, era la società lucana divisa in classi, che qualche accenno di storici romani dicono «di plebei e di ottimati» i quali, come in tutte la antiche società, erano probabilmente divisi tra loro di nascita e di autorità politica, non soltanto di averi e ricchezza. La diversa fortuna doveva fin d’allora essere fomite o radice6 a gravi moti intestini (e lo attesta Livio), e questi moti ribollivano e rinfocolavano nei tempi di guerre, secondo la natura delle cose, e con quei forse non dissimili paurosi fenomeni che si ripetono all’età moderna. Ai tempi d’Annibale (scrive Livio) «una medesima malattia, quasi come una certa pestilenza avea occupato tutte le città d’Italia: che le plebi fossero discordanti dagli ottimati, e che il Senato fosse volto ai Romani, e la plebe al favore dei Cartaginesi»7.

Non abbiamo elementi di fatto superstiti onde si possa arguire il grado di civiltà loro propria, indipendentemente dai Greci, e prima dei Romani. Le reliquie che ancora avanzano, poche ma splendide, le opere di fabbrica o di disegno o di scalpello, appartengono tutte o alla civiltà della gente ellena delle città italiote, o alla civiltà latina dei tempi, senza dubbio, molto posteriori all’autonomia della Lucania. Male, dunque, si arguirebbe Ia civiltà o la cultura artistica di questa nazione dagli avanzi meravigliosi dei tempii di Pesto e di Metaponto, dalle monete di conio stupendo di Velia, di Eraclea, di Metaponto, o dalle sculture, dai musaici, dalle terracotte di Metaponto o di Velia, dalle opere della toreutica o di gliptica scoverte ad Armento, a Pesto, e in altri luoghi della Basilicata, che sono opere greche; nè si arguirebbe meglio dagli avanzi di tempii, di teatri, o anfiteatri a Grumento, a Tegiano, ad Àtena, a Venosa, altrove, nè dalle opere di scalpello, quale è il magnifico sarcofago scoverto a Rapolla che è scultura romana dei tempi di Claudio, o l’altro bellissimo scoverto a Barile, di arte greca, e del tempo degli Antonini8. Tutte opere di un’età quando la Lucania era già romana, i lucani erano già italici, e l’Idioma osco aveva ceduto al latino.

Ma chi può dire a quali sorprese non sia per serbarci l’avvenire, prossimo o lontano che sia?

Pure testé un eminente archeologo, esaminando in Acerenza alcuni cimelii venuti fuori dal territorio di quella città, crede di aver trovato un’opera dell’arte lucana indigena, riscontrando in essa un’impronta affatto nuova alla scienza dell’antichità, È una statuettina in bronzo che servì di pinacolo al coverchio d’un vaso, e rappresenta, di un lavoro grossolano, una donna interamente panneggiata, con un partito di vestimenta punto somigliante a quelle delle genti greche o romane9. Un gruppo in terra cotta, trovato in Àtena, è giudicato dallo stesso archeologo come opera dell’arte indigena lucana, verso il secolo IV a.C.: rappresenta una donna in lunga veste a pieghette, con un mantello a cappuccio eretto sul capo; si reca in braccio un fanciullo, e un altro le viene da presso, e questi con in ano un uccello: opera di rozzo stile e barbarico, anziché arcaico; ma, di certo e per molti rispetti, importante10.

Né, a giudizii di loro cultura, troveremmo miglior fondamento nel lavoro delle monete delle loro città; la leggenda greca che esse portano, e la conformità intera di esecuzione a quelle dei Bruzii, anch’esse in greci caratteri, faranno restare in dubbio, se eseguilte da artisti italioti, o da artisti indigeni alla gente lucana. Ma se mancano i monumenti, non perciò ci arresteremo alla parola di Strabone. Egli li dice barbari, e si riferisce ai Lucani invasori delle città greche, e però dei tempi più remoti, e in confronto, senza dubbio, ai Greci: pei quali era barbaro chi non parlasse la divina lingua di Sofocle o Platone. Ma se di fronte ai Greci dell’Ellade o delle città italiote, erano di certo men progrediti nelle industrie della civiltà e negli splendori della cultura, erano men corrotti di costumi, meno sopraffatti dai raffinamenti della stessa civiltà.

Venuti nella regione all’oriente del Silaro, o che si voglia per isciami di «sacre primavere» o per violenza d’invasori, poiché erano parte di quella numerosa gente osca, onde diramarono Sabini, Marsi e Sanniti, anche i Lucani, si ressero a forma di governo, che fu proprio di quelle genti, cioè a sistema federativo di città, o Stati che abbiano a dirsi, indipendenti.

Quando stanziarono nella regione lucana, erano già usciti dallo stato di Clan, o tribù retta a governo patriarcale. La storia li incontra nelle condizioni, proprie alla civiltà italica antica, di aggregazioni, cioè di popolo retto a consigli pubblici dei capi-famiglia, che eleggono temporaneamente o periodicamente chi amministri per tutti. È l’embrione del municipio, che Roma perfezionò e trasmise ai popoli oltre i confini d’Italia. Le sparse aggregazioni della stessa migrazione, vivendo in mezzo a popoli d’altre razze e nemici, era natural cosa si stringessero in lega per ragione di difesa e d’offesa.

Avanzando i tempi e la storia facendosi più chiara, si incontra i Lucani come una federazione unica, retta da unica potestà sovrana; e benché in certi momenti d’agitazioni intestine, anche essa la federazione fosse scissa in parti, o in fazioni (come può arguirsi dai fatti delle guerre di Alessandro epirota o di Annibale) ciò nulla toglie alla verità del concetto, che era federativo il sistema politico, ond’erano retti. Anche quella loro moneta, che porta appunto la leggenda di Loucanom cioè «moneta del popoli Lucani» è prova diretta del sistema federale delle loro città.

Strabone ricorda che si reggevano a governo popolare; però in tempo di guerra si creavano un re11: e vorrà forse intendere dell’embratur, che era la parola osca a significare il capo degli eserciti delle genti sabelliche: e che fu il tipo dell’imperator ai Romani.

Ma da un frammento di Eraclide Pontico si caverebbe12 che i Lucani si reggessero a re, e che un loro re aveva nome Lamisco. Ma quale assegnamento può farsi su questa notizia di fatto nonché frammentaria, ma del tutto contraria e difforme dall’ordinamento politico delle stesse genti, onde i Lucani derivarono? Chi voglia accettare la testimonianza di questo lontano scrittore, del secolo IV a.C., pervenuta a noi in frammenti messi insieme nel medio–evo, si decida a riattaccare il Lamisco al periodo dei tempi di re Latino, di re Pico, di re Fauno, di re Evandro, che appartengono alla leggenda, o all’era dell’ordinamento patriarcale che è al di là della storia.

Quale città fosse il capo politico della confederazione lucana non si sa. Eppure, era necessario che un qualche luogo fosse stabilito come il centro, ove si raccogliessero i concilii delle genti, e vi risiedesse la potestà suprema della federazione. Forse era diritto che toccasse di periodo in periodo ad una, e poi ad un’altra, delle città degli Stati Uniti; e questo potrebbe spiegare, perché nessuna notizia è giunta a noi della città capitale dello Stato. Ma quante notizie non ci ha involate il tempo! Un cenno di Strabone farebbe credere che «la metropoli» (com’egli la chiama) dei Lucani fosse Petilia13; città ancora ai suoi tempi ricca di popolo e forte di opere naturali e artefatte.

Questa parola di Strabone ha fatto sorgere nella storia della Lucania una questione topografica e storica; che la boria municipale ha di solito gonfiata, e la poca lealtà degli storici municipali ha svisata.

E innanzi tutto, di quale Petilia intende parlare Strabone? Si ha sicura notizia di una Petilia, di greche origini, nella regione dei Bruzii, sui contrafforti della Sila verso il Jonio, ove oggi è posta Strongoli, non lungi di Cotrone. Fu forse questa la città «metropoli» dei Lucani? — Chi per la greca parola «metropoli» del geografo intende, all’uso moderno, capitale d’uno Stato, è d’avviso che una città capitale dello Stato non potesse restare ad un estremo lembo dello Stato stesso; anzi ben lontana dalle sedi prima occupate dalla stessa gente. Onde vennero nel concetto che un’altra Petilia era mestieri fosse esistita nella Lucania propriamente detta, diversa da quella presso il mar Jonio là dove è Strongoli. Messi quindi alla caccia di quest’altra città, ecco il barone Antonini, che afferma aver trovato delle lapidi scritte, onde era manifesto che la Petilia, veramente lucana, esisteva già nella regione dello odierno Cilento; anzi (diceva luì) fosse stata proprio là dove si vedevano certi ruderi antichi sul monte della Stella, nella valle del fiume Alento. Ma l’amore di patria abbarbagliò l’Antonini: le sue lapidi sono roba falsa, a giudizio di autorevoli quanto illustri dotti moderni14; e il miraggio antoniniano è scomparso. Però sorvennero altri, i quali fondandosi sopra un marmo scritto che è d’autentica fede15 e ancora esiste nella odierna Àtena nel vallo di Tegiano, trasportarono cotesta Petilia, capitale della gente lucana, a Polla che è presso Àtena stessa.

Che sia esistita una «Petilia lucana» è possibile; ma non basta ad affermarlo né il senso del passo straboniano, nè le vaghe congetture di qualche scrittore, né le sforzate interpretazioni nostre a qualche frase di scrittori antichi. Nella enumerazione degli undici popoli della nazione Lucana che ne fa Plinio, non sono i Petelini; e se la loro fosse stata città capo della federazione, il silenzio di Plinio sarebbe inesplicabile. Resta dunque dubbia, chi non voglia negare del tutto, l’esistenza di cotesta Petilia lucana; ma ad ogni modo, il posto di essa a Polla è ancora meno ammissibile, che al monte della Stella presso l’Alento16.

Ma la Petilia del Jonio fu dunque la città capitale dei Lucani? Niebhur disse che l’affermazione di Strabone era per lui inesplicabile; e passò oltre senza pronunziarsi17; altri dotti giudicarono che il luogo straboniano fosse guasto; e corressero, sostituendo ivi la parola «Conii» (di cui sarebbe stata metropoli la Petilia) alla parola «Lucani» dell’edizione volgata18. Altri, ricordando che le territoriali conquiste dei Lucani si estesero, per la penisola Bruzia, fin presso allo stretto siculo, nonché all’istmo scilacio, vogliono che si abbia ad intendere che «Petilia fu metropoli degli stabilimenti lucani in questa regione che poi fu dei Bruzii»19. In tanta discrepanza di opinioni quello che a me pare certo (se giudico dal contesto del discorso del geografo) si è che il luogo di Strabone è guasto; e penso che, ad ogni modo, il valore di quella parola «metropoli» abbia a significare non città capo di una regione, ma «città primaria» della regione20. E pertanto il problemi della capitale dei popoli Lucani resta ancora insoluto.

Gli storici di Roma chiamano «Senato e magistrati» in genere l’assemblea deliberante ed il potere esecutivo di cotesto ordinamento federativo21. Non sappiamo altro; né del senno e della energia di cotesto organo possiamo farci un concetto esatto, poiché mancano i fatti che non siano fatti di guerra: questi però bastano a darci di essi un’idea alta di patriottismo, non che di tenacità, di energia e di sagrificio per l’indipendenza della patria.

Ma tra le tante notizie delle cose loro che andarono perdute, troviamo, con giusta meraviglia, questa, che tra le ambascerie mandate da vari popoli a complire Alessandro il Grande di sue vittorie nell’Asia, vi furono gli ambasciatori dei popoli lucani22. Ecco un testimonio indiretto della vista acuta e lontana del governo politico lucano; testimonio che accenna a combinazioni e relazioni diplomatiche di uno Stato che è già uscito dall’isolamento della barbarie, e fa giusto giudizio delle forze anche morali, per l’autonomia e l’equilibrio degli Stati.

Le loro città, che furono capo di minori aggregazioni ovvero cantoni, non si ressero altrimenti che a forma di municipio. Ebbero Comizi e Senato; ed è ben noto che il capo della città era detto medix touticus, con parola che risponderebbe a judex di tutti, o del popolo, o della città. Nei monumenti scritti di altre genti osche si trova menzione anche di un medix degetasius e di un medix vesune23. Forse i meddices erano due in ogni città, come i due Consoli a Roma: nelle iscrizioni osche di Pompei si trova anche il Kwaistur o questore e l’aidilis.

Pei popoli lucani esiste un singolare monumento in lingua osca che è la famosa tavola di Bantia. Conteneva un complesso di leggi, delle quali quelle che avanzano si riferiscono indubbiamente agli ordinamenti amministrativi e giudiziarii della città di Bantia. Ragioni intrinseche ed estrinseche fanno credere che il prezioso monumento sia del II secolo a.C., e propriamente di quel periodo di anni che corrono dal 573 al 636 di Roma, ossia dal 181 al 118 a.C.24. Importante quale è per la notizia della costituzione dei municipi italici prima della legge Giulia e della guerra Sociale, il monumento bantino non è però lo Statuto municipale di Bantia; ma contiene un certo numero di articoli, che sarebbero di aggiunte o modificazioni allo Statuto della città; se si può rettamente giudicare da quel tanto che resta dalla tavola che è monca. Queste che ne avanzano sono disposizioni relative al censo, alla giurisdizione civile, ed all’ordine gerarchico delle magistrature bantine, e in sì breve campo monumento di non breve importanza.

Coteste leggi, coteste modificazioni ovvero aggiunte allo Statuto della città le ebbe sanzionate il popolo di Bantia nelle sue politiche assemblee? Così parrebbe, se Bantia era una città autonoma; e parrebbe tale, se ebbe magistrati suoi propri, comizii pubblici, giudizii popolari, e se faceva da sè il censimento de’ suoi cittadini. Ma gl’interpreti non sono, tutti, di questo avviso. La tavola di Bantia, secondo il Breal, verrebbe da un praefucus o prefetto di Roma; ovvero da commissarii incaricati dal Senato Romano di rivedere la costituzione del municipio, forse all’occasione del foedus di sua alleanza con Roma. La interpretazione non in tutti i particolari filologici del monumento incontrastata, non lascia senza dubbii lo storico25.

Fra i magistrali municipali di Bantia, vi si fa menzione certa del Censtur o Censore, che faceva il censimento, e del Praefucus, che corrisponderebbe alla parola praefectus. Inoltre gl’interpreti vi trovano menzione anche del Praetor, del Quaestor, e di Tribunus populi o plebis. Il Pretore presiedeva ai giudizi, che però erano resi dal popolo: ed il Praefucus o prefetto probabilmente (poiché l’interpretazione è dubbia) era a Bantia un magistrato di ordine inferiore al Pretore, di cui faceva straordinariamente le veci. Ma per verità a queste tre ultime parole corrispondono, nel monumento bantino, unicamente delle sigle o lettere iniziali; e queste gl’interpreti affermano recisamente, che tale, e non altro, è il nome del magistrato che all’abbreviazione grafica risponda.

Un articolo di cotesto novello statuto di Bantia ordina cosi:

«Quando i censori di Bantia faranno il censimento della popolazione, chiunque sarà cittadino di Bantia dovrà esser censito lui e la sua possidenza (esuf in eituam — ipsum et pecuniam) secondo la legge, che i censori stabilirono al censimento. Ma se qualcuno non venisse a farsi iscrivere per mala fede, e fosse convinto di ciò, egli nei comizi (comonei) sarà venduto (lamatir) dall’autorità del Pretore (Pr. meddixud), alla presenza del popolo, per la di lui frode: e si venderà il rimanente di sua famiglia (in amiricatud alio famelo in ei sivom) e lui. E tutto quanto non sarà stato censito sarà del pubblico»26.

La durezza della pena (se la interpretazione è del tutto certa) non faccia senso: è la stessa che a Roma nel tempo della Repubblica confiscava i beni e vendeva come schiavo chi, in frode della legge, si sottraesse al censimento.

Altre somiglianze con gli ordinamenti di Roma scernono gli interpreti nella tavola di Bantia. Così in ogni giudizio per «fondo o pecunia»27 il magistrato non terrà l’assemblea che dovrà rendere il giudizio, se non dopo che siasi annunziato quattro volte l’affare innanzi al popolo: alla quinta volta sarà pronunziata la sentenza. Il popolo adunque, rendeva giudizio anche in materia civile; e la sentenza non era resa se non dopo quattro intimazioni.

L’ultimo frammento della tavola accenna al corso degli onori nella città: e si prescrive che a Bantia non si potrà essere Censore, se prima non si fu Questore e di poi Pretore: con lieve differenza dell’ordine delle magistrature in Roma.

Fra’ magistrati è fatto cenno di un t. pl. o Tribunus plebis: ed è un riferimento importante all’istituto del Tribunato nell’ordinamento statuale delle città italiche antiche.

Questi monumenti sventuratamente dànno poco, però quel poco è sodo. Ma tale non è, a mio avviso, il ricordo di alcune leggi delle genti lucane, che ci pervennero, raccattate ad intenti etici, da alcuni antichi scrittori. Una di queste leggi prescrive che il mutuo fatto a persona data all’ozio e al largo vivere, non trovi, come ora diremmo, azione giuridica presso il magistrato28: e sarebbe legge di popolo molto civile (cioè di avanzata civiltà) e molto ingenuo. Un’altra legge puniva chi avesse negata ospitalità sotto il proprio tetto al viandante che la richiedesse29; e mostrerebbe un tempo di civiltà, quanto a commercii, ancora embrionale; che se fu bisogno d’una legge punitiva a promuovere la virtù dell’ospitalità, questa non più fu virtù: la virtù era dileguata. E intanto Eraclide, dei tempi di Aristotile, disse «i Lucani, ospitali e giusti»30; e questa è testimonianza di voce pubblica che arrivò lontana; e perciò di maggior valore, che non siano i due frammenti di legge testé ricordati, raffazzonature di retori, o invenzioni di moralisti. Di queste invenzioni etico-idilliche abbondano le letterature di carattere «alessandrino», a cui manca il senso storico dei tempi e dei luoghi. E per non uscir molto dal nostro soggetto, ricorderò quello che fu detto dei Sanniti31 (e si dovrebbe credere lo stesso dei Lucani), che, cioè, per eccitare gli animi alla virtù, avevano istituita la «bella» costumanza, come la qualifica Montesquieu, che vietava ai genitori di dare essi il marito alle loro figliuole; queste dovevano essere di ricompensa ai servizi resi alla patria. Quindi nei giorni solenni e nel foro delle città si radunavano a branco da un lato le giovinette, e da un altro a branco i giovani; gli anziani erano giudici: la più bella delle fanciulle, la più nobile e ricca al più savio, al più valoroso dei giovani; la men bella al meno savio; e la più brutta al più tristo. Che più! Se lo sposo ricompensato oggi dalla bellezza venisse il dimani a mutar di costumi, i magistrati di quest’Arcadia dipinta gli toglievano la sposa… Per me, quello che sorprende in tutta questa storia della valle di Tempe! è la estasi di Montesquieu a raccontarla32 Lui, un uomo di quell’acume e di quel senno!

Ma più che agli storici moralisti e al filosofo civile del secolo XVIII, crederemo al Poeta nostro, che in versi immortali descrive la virtù maschia e l’educazione dura della gioventù sabellica, che con Roma vinse Pirro, Antioco, Annibale, gioventù assueta a costringere la gleba a produrre i tesori della ricchezza, e domare i buoi e soggiogarli all’aratro, e portare la sera al focolare domestico sugli omeri invitti il fascio della legna, che aveva recise il giorno a comando della madre severa33. E Silio Italico34, quando ricorda la gioventù

Lucanis excita jugis, Hirpinaque pubes;

Hos venatus alit, lustra incoluere, sitimque

Avertunt fluvio, somnique labore parantur,

renderà dell’educazione maschia dei Lucani testimonianza poetica, ma, nella sua sobrietà, più credibile che non siano le amplificazioni dei raffazzonatori di vecchie storie, quale è Giustino il compendiatore di Trogo35. Educazione maschia: assueta da teneri anni alle opere virili di lavoro e di forza; schiva di allettamenti che le raffinatezze del lusso consentono e impongono; educazione austera conforme al concetto tipico della virtù delle razze latino-sabelliche, per cui la civiltà era un vivere semplice e schietto, chiuso negli affetti di famiglia, poco incline alle consuetudini di vita aperta e pomposa. Di qua il tratto, che gli antichi ricordarono come caratteristico alla gente lucana, la gelosia, cioè, per le loro donne. Era, in fondo, caratteristica di tutta la razza italica, che per bocca di Roma loda la virtù della matrona che tutta la vita resta a casa a filar lana; ma fu pei Lucani qualità che ebbe a rivelarsi più spiccata nelle relazioni con i loro vicini e soggetti, i popoli greci, dai costumi facili e leggieri, dal vivere splendido e festoso.

Se sappiamo tanto poco degli ordinamenti politici della gente lucana, sappiamo anche meno dei loro istituti religiosi. Dei culti, delle credenze, degli istituti religiosi delle razze osco-sabelliche (materia oscura, confusa, inconcludente per tutte le genti italiche e per la stessa Roma innanzi al travasamento, poco spiegato, di tutto l’olimpo greco nelle credenze romano-italiche) non è arrivato fino a noi si può dire che l’ignoto o l’assurdo. Degli Iddii proprii alle antichissime genti lucane non potremmo indicare altro che un «Iddio Comnaro» adorato dai popoli Irtini, che abitarono per la valle dell’alto Bradano, intorno al colle che anche ora è detto Irso, presso Montepeloso, che oggi si dice Irsina. Ma il significato che attribuirono al nome di codesto Iddio è ancora ignoto; anzi non debbo omettere che è messa in dubbio l’autenticità della stessa iscrizione, ove è cenno del dio Comnaro e dei popoli Irtini36.

A Compsa, oggi Conza, che era al confine tra Lucani ed lrpini, è ricordato da Livio il «tempio di Giove Vicilino»37. Erano probabilmente numi epicorei o di qualche tribù: ma generale a tutta la gente era Giove Lucezio38, il Dio massimo delle antiche popolazioni osco-italiche, perché Dio della luce, del ciel sereno, e forse dell’ordine cosmico e sociale. Altro massimo Iddio loro era Mavors, Mamers, o Mars, che fu, innanzi tutto, dio della distruzione e della morte: dio terribile, a cui nelle pubbliche calamità si sagrificava tutto ciò che nascesse in primavera sul territorio della tribù, non esclusi i fanciulli: finché in tempi di minore barbarie questi sciamarono, sacrati all’Iddio, per altre sedi, simbolo incruento della primitiva primavera sacra. A Mars si dissero sacri il lupo distruggitore del gregge, e il picchio che del suo forte becco batte e martella il tronco dell’albero, e caccia e fa guerra alle formiche. Ma oltre che dio della distruzione, dovè essere anche dio della fecondazione e della vita, per quell’immanente legame cosmico tra i fenomeni della vita e della morte.

Se le credenze e gli istituti religiosi sono tra le più tenaci credenze e tra i meno mutevoli istituti dei popoli, non sarebbe inopportuno di trarre lume alle credenze religiose dei Lucani da quelle che erano presso gli antichi Sabini, loro antichissimi progenitori, o dai meno antichi Sanniti, loro consanguinei. Ma anche qui il campo, quando non sia vacuo del tutto, è seminato d’incognite o di enigmi. Secondo Varrone, sarebbero state deità dei Sabini queste che egli dice onorate di are e d’iscrizioni dal re dei Sabini Tito Tazio, e sono: Opi, Flora, Vediove, Saturno, il Sole, la Luna, Vulcano, Summano, Larunda, Termine Quirino, Vortunno, i Lari e Diana Lucina. Ma il significalo preciso per la stessa promiscuità dei nomi, ci manca; sicché l’utile che se ne può cavare è poco meno che nulla.

Un monumento sannitico, di ordine jeratico, contiene davvero una litania di nomi di iddii, che furono probabilmente del Panteon sannitico e delle genti osche; ed è la tavola in bronzo, che è detta di Agnone, e che venne trovata intatta nel 1848, fra le rovine ove fu Bovianum vetus. Qui sarebbe stato un tempio della federazione sannitica, e gli Iddii della tavola sarebbero gli Iddii di quella federazione; ai quali, se la interpretazione ha dato nel chiodo, si dedicano delle are e dei posti nel recinto del tempio.

Vi si nomina un dio a «Vescis» che risponderebbe a Pan che pascola, cura e protegge gli armenti; un dio «Evius» che identificano all’Hebone della Campania greca e al Jacchus–Sabatius dei Sabini; e un dio o dea «Ceres» che vuolsi sia Cerere; tre deità che presiederebbero, nelle adorazioni sannitiche, ai pascoli, alle vigne, ai cereali.

Altre are si dedicano a «Futris» dea della riproduzione, ovvero della gestazione del feto; ad «Intersita» che vogliono sia Vesta, ovvero il nume che protegge la stabilità del limite nel campo; are ad un «Amma» che sarebbe l’afflato fecondatore dei venti; are alle «Linfe»; are ad un dio o dea del «possesso legale»! Vengono poi i nomi di altra classe d’iddii, cioè: «dèi sotterranei, dèi del mattino», quindi Giove, detto una volta Pubblico, un’altra volta Regnatore; quindi Ercole; poi la dea «Patana–Fidia» che è la Fede e risponde al non ignoto Deus-Fidius dei Sabini; ed in fine la dea «Geneta» o delle generazioni39. La litania è lunga: ma poco male, se si avesse più luce che ombra! e intanto noi si ripete la litania della tavola di Agnone non altrimenti della povera donna, che biascica il latino del suo rosario.

Tito Livio chiama Giove il dio supremo dei Sanniti, e ricorda antichi riti solenni, che i sacerdoti e i magistrati rinnovavano per rendere i giuramenti terribili e sacri ai guerrieri che si votavano alla vittoria e alla morte. È il noto giuramento in Aquilonia dei Sanniti, guerreggianti i Romani l’anno 449 di Roma, o 293 a.C.

Allo sforzo delle armi i Sanniti, dice lo storico40, avevano aggiunto anche gli aiuti degli iddii, avendo quasi iniziati i loro soldati in un certo antico rito di sacramento ed ordinato per legge che chi dei giovani non si presentasse alla posta di guerra, o chi senza licenza si partisse, il capo di esso fosse consacrato a Giove. Tutto l’esercito fu condotto ad Aquilonia, ed erano 40.000 uomini. Colà, in mezzo agli accampamenti, era un luogo chiuso, di tavole e di graticci, e coperto di tele: dugento piedi lungo per ogni lato. Quivi si fece il sacrifizio, secondo l’ordine letto in un antico libro di lino, da un tale Ovio Pactio, sacerdote di grande età, il quale affermava aver tratto i riti di quel sacrifizio dall’antica religione dei Sanniti.

Compiuto il sacrifizio, l’araldo chiamava uno per uno i soldati; i quali messi dentro al recinto venivano innanzi ad un altro apparecchio di sacrifizio, alto a muovere gli animi con la riverenza della religione, perché ivi erano altari, e intorno le vittime del sacrifizio uccise, e appresso i centurioni con le spade nude in mano. Il soldato che entrava era fatto accostare all’altare quasi a mo’ di vittima anziché di adorarne, e gli si chiedeva giurare che nulla avrebbe manifestato di quello che avrebbe visto ed udito. Di più era costretto a pronunziare una terribile formula di giuramento, invocando gran male sul suo capo e dei suoi e della sua famiglia, se egli non andasse in guerra là dove i capi lo guidassero, o se si fuggisse dalla battaglia, o se altri che ne fuggisse, non ammazzasse. Chi ricusò di darlo, fu trucidato, esempio agli altri che tentennassero. Da essi il capitano elesse dieci, i primi: e impose che ognuno di loro eleggesse un altro uomo, e così successivamente seguitassero fino al numero di sedicimila. A cotesti eletti furono date elette armi e prestanti, appariscenti con elmi e pennacchi. E costoro furono quella legione, come si disse, «linteata», consacratisi a morte con riti solenni e misteriosi della patria religione. — E vi tennero fede.

Il trasformamento dell’antica religione delle genti italiche nella religione ellenica, e l’amalgama del Panteon delle une con quello delle altre avvenne non meno per Roma, che per le popolazioni della stessa Italia. Il processo intimo di questo oscuro e grande fatto è ignoto, nonché ignorato, e non se ne ha notizia che per gli ultimi risultamenti. È probabile che per le popolazioni di lingua osca, quale Bruzii e Lucani, accadde anche prima che in Roma; poiché erano più prossime agl’influssi della splendida civiltà delle città elleniche italiote.

Le monete dei popoli «lucani» che hanno la leggenda in greco, e che dai caratteri è lecito riferire non oltre al secolo IV a.C., portano la impronta di Pallade armata; di Ercole coperto il capo della pelle leonina; di Giove con l’aquila e il fulmine; di Marte galeato; di Cerere coronata di spighe. Era dunque il Panteon ellenico già penetrato, anzi già vincitore del Panteon delle popolazioni lucane al secolo IV a.C.

Superfluo intrattenersi delle divinità che le monete delle città italo-elleniche ricordano: come di Ercole, di Pallade e di Apollo laureato ad Eraclea; di Cerere, di Pallade, di Apollo o Giove laureati, e di Mercurio a Metaponto; di Nettuno, di Pallade, di Diana a Posidonia; di Pallade, di Nettuno, di Apollo e di Diana a Sibari; forse di Mercurio a Siri; e l’impronta di Pallade, d’Ercole e di Giove laureato a Velia.

Coll’estendersi della dominazione romana, col flusso e riflusso del coloni che Roma mandava nelle interne città della Lucania, nuovi culti, nuovi istituti religiosi s’aggiungevano a quelli della nota religione dei Romani. Il culto verso gli imperatori fatti divini dai riti dell’apoteosi dopo la morte, mostra testimonianze copiosissime in tutte le città, di cui avanzano monumenti epigrafici. Augustali e ministri dei Lari degli Augusti a Potenza, a Grumento, ad Àtena, a Volcei, a Pesto. Auguri a Grumento e a Potenza. Flamine di Roma e del divo Augusto a Potenza, Flamine di Tiberio Cesare a Pesto; e del divo Vespasiano a Volcei; ove fu pure il flamine perpetuo del divo Adriano.

A Potenza, culto di Cerere, con un collegio di sacerdotesse quindecemvirali41: culto a Venere Ericina e culto alla Mefiti, che è detta, e non so spiegarlo, Utiana: la quale avrebbe avuto culto e sacrarii anche presso l’odierno paese di Tito, ove sono polle di acque putenti di zolfo; se è vero che ivi fosse stata trovata una iscrizione, per me ignota, alla dea Mefiti42. A Grumento, culto e collegio a Venere, collegio di sacerdotesse a Giunone, culto a Silvano. A questo antico dio delle foreste, che poi ebbe culto con preghiere e banchetti sacri (e non so perché) per la salute degli imperatori, sono testimonianze di un collegio e di banchetti sacri periodici a Volcei e suo contado43. Culto d’Esculapio ad Àtena, e forse a Tegiano. Culti orientali di Mitra, che è il Sole nella pienezza della sua forza diurna, furono a Grumento ed a Venosa, importativi senza dubbio da quei soldati veterani, che ebbero stanza e beneficio di campi nel territorio di esse. Culto alla madre magna, che fu Cibele, ad Àtena; culto e sacerdozii alla Mente Bona in Pesto. A Velia fu celebre il culto di Cerere; e di là ne venne probabilmente la prima volta a Roma; le sacerdotesse di Cerere in questa città dovendo essere di nazione greca sia per tradizione di antico rito, sia perché la liturgia era in greco, esse non vennero altrimenti che o da Velia o da Napoli44.

A sei miglia da Posidonia, verso il fiume Silaro, era il famoso tempio di Giunone Argeia, o Areia. Il posto del tempio, se a sinistra o a destra del Silaro, era ed è in dubbio presso gli scrittori; oggi è dubbia anche la denominazione se Argea o Areia. Ma è più importante la notizia, per cui ci occorre di farne parola in questo luogo.

Quando pei soverchianti influssi dell’aria pestifera fu abbandonata la città di Pesto, gli abitanti si ritrassero là dove surse nel medio evo quel paese di Capaccio, che oggi è detto «vecchio» a breve distanza dell’odierno Capaccio. In Capaccio vecchio è la vecchia e vasta chiesa cattedrale: e in questa esiste ancora oggi una statua in legno dorato, in atto di sedere in trono: la quale è detta la Madonna del granato, perché porta in mano appunto una melagrana. Fu recentemente notato, che questa statua, segno di antico e recente culto di popolo devoto, ha lo stesso attributo del granato, che aveva in mano la famosa Era di Argo nella statua scolpita da Policleto, e descritta da Pausania45: e fu parimenti notalo che su qualche antica moneta di Posidonia è improntato un ramo d’albero, e la figura della melagranata46. L’erudito uomo che fece questo raffronto, venne nell’avviso, che

«l’origine di questa Madonna del granato, il cui culto dové essere trasferito nel principio del medio evo da Pesto a Capaccio, si abbia a ricercare nella Dea del granato degli antichi, che era la Giunone Argia. Ai tempi della conversione delle popolazioni di Posidonia–Pesto al cristianesimo, la Vergine Maria ebbe a soppiantare Era nel santuario alle sponde del Silaro; e nella sostituzione dell’una all’altra deità era naturale, che il simbolo speciale o l’attributo plastico dell’una si trasmettesse all’altra»47.

Dal che, se è vero, com’è lecito credere, seguirebbe questo, che la Giunone del Silaro aveva, come quella d’Argo di Policleto, il simbolo del granato; e che il tempio di essa, di dubbia sede, era posto nel territorio appartenente alla città di Pesto; però alla sinistra, e non alla destra del Sele: anzi per questi rapporti (non esiterei a crederlo) proprio là dove surse, al dileguare del culti pagani, la chiesa della Madonna del granato, sul colle del vecchio Capaccio48, prossimo e in vista del mare

NOTE

1. LIVIO, lib. V, dec. III, § 1; ma ivi per verità è indicazione ambigua.

2. LIVIO, lib. IX, dec. I, § 13. Samnites ea tempestate in montibus vicatim habitabant.

3. Nel capitolo II.

4. L’unica iscrizione osca, e in grafia osca, di Venosa non contradice all’osservazione nostra. Venosa fu tenuta dai Sanniti (STRABONE, VI, 390. ORAZIO, Sat. II, 1); ed essa, ai confini della Lucania, fece poi parte dell’Apulia.

5 Questa iscrizione fu trovata nel territorio di Anzi, alla contrada San Giovanni, un chilometro dall’abitato: oggi è fabbricata in una casa del paese (in LACAVA, Metap. 8, 1891). Andrea Lombardi ne rilevò la copia, che fu pubblicata nelle Memorie dell’Istituto archeologico di Roma (t. II, 231): e del Lombardi ho sott’occhi due apografi, con qualche lieve diversità tra loro (per esempio, nell’ultima linea, l’uno ha IEOIBPA… e l’altro, come nelle stampe, IEΣOIBPA…) — È scritta in lettere greche. — Fu pubblicata nel Corp. Insc. Graec. vol. III, n. 5776, e nel FABRETTI, Glossar. Ital. tav. LVI, senza interpretazione; nel CORCIA (Op. cit. III, 81) con la spiegazione del Jannelli; nel DE RING, Histoire des Peuples Opiques, Paris, 1859, al n. 37 delle tavole: e in questo ultimo libro la interpretazione, cui accenno nel testo, direbbe (pag. 292):

Quod publicorum servorum et opificum casas purgaverit, atque illico sevigaverit, sua (pecunia) illud puratum grati libentes.

Cataldo Jannelli, dottissimo uomo, che per vie oggi non consentite, intese a spiegare l’osco, l’umbro, l’etrusco e i geroglifici egizii, mediante il semitico, ne aveva tratto quest’altro significato:

Aedes ad corporum reliquias populi EINCA (Anzi!) appellati. Primores populi occupent medium, extremum occupabuntur tenuiores. Servat reliquias populi haec aedes. — (Nel libro Veterum Oscorum Inscriptiones, etc. Neapoli, 1841, pag. 114).

L’editore della iscrizione nel Corp. Insc. Graec. pubblicando il testo del Lombardi, nota:

Vix haec graeca inscriptio est, licet graecis literis concepta. Prima vox videtur esse Πωτεολ, quod in memoria revocat Puteolos — ?

Ma la si giudica osca; e CORSSEN interpreta:

Quod extruere cinerarium et ollarium Cahus pollicitus est, in eo collocavit sic id votum Meiaianae.

Un’altra interpretazione ne promise Buecheler, che la crede scritta in versi saturnini: ma non so se pubblicata.

6. LIVIO, lib. X, dec. I, § 18:

L. Volumnius consul… et Lucanorum seditiones, a plebeis et egentibus ducibus ortas, summu optimatum voluntate Q. Fabium proconsulem, missum eo cum celeri exercitu, compresserat. L. Volunnio fu console Ia prima volta nel 447 di R.-307 a.C., Ia seconda nel 458-296.

7. LIVIO, lib. IV, deca III, § 2; e lib. V, deca III, § 16.

8. Il grande sarcofago di Rapolla fu trovato nel 1856 nella contrada Albero in piano, a sei miglia da Venosa; oggi è in Melfi. Il Lenormant, che lo descrive brevemente (à travers l’Apulie et la Lucanie, I, pag. 175), lo stima uno dei più belli ed importanti del genere. Ha intorno alla cassa sedici nicchie con altrettante statue in alto rilievo, tra cui distinguono Venere, Marte, Apollo, Atalanta e Meleagro. Sul coperchio è distesa, come su letto, una donna che dorme: e dalla foggia di acconciatura dei suoi capelli il Lenormant è tratto a pensare che l’opera sia dei tempi di Claudio o Nerone. Il Minervini, che lo descrive largamente nel Bullet. Archeol. Napolet. del 1856 (riprodotto in Araneo, Notiz. stor. di Melfi. Firenze, 1856, pag. 586), lo ritiene opera non anteriore ai tempi degli Antonini.

Il sarcofago di Barile fu descritto da Raoul-Rochette negli Annali dell’Ist. archeol. del 1832, vol. 4, ove sono pure due riproduzioni grafiche (una però molto abbellita dall’artista) delle figure del monumento. È scolpito sulle quattro faccie, ciò che lo rende opera singolare e notevole: Riproduce dieci figure in tre distinti gruppi, di cui la composizione principale è Achille in Sciro. Sul fronte aveva incise queste sole parole: METILIA TORQUATA, a cui forse fu posto. Il Raoul-Rochette lo stima opera generica di qualche officina della Grecia, e di là trasportata al luogo ove era destinato; dell’età, probabilmente, prossima al secolo degli Antonini. — Oggi è nel Museo Nazionale di Napoli. — Se ne vede una riproduzione grafica nella Illustr. Ital. di Milano, 3 luglio 1898.

9. LENORMANT, à travers l’Apulie et la Lucanie, Paris, 1883, I, 287, dice:

«Petite statuette en bronze d’une femme entièrement drapée; l’exécution est grossière, le costume de la femme tout particulier. C’est une œuvre lucanienne indigène, d’un caractère nouveau pour la science».

Fu acquistata pel museo del Louvre.

10. Segnatamente se rappresentasse il costume della gente. Il LENORMANT, Op. cit. II, 86, descrivendo il gruppo si esprimeva così:

«Ces différents personnages sont vêtus de longues robes plissées à plusieurs étages de jupes peintes en rouge ou en bleu foncé. Ils ont des colliers à plusieurs rangs de gros grains qui tombent bas sur la poitrine, avec d’énormes bulles comme pendants de milieu. Un grand voile d’étoffe épaisse, qui semble de grosse laine, ou plutôt une sorte de manteau à capouchon, qui a été coloré en rouge, est posé sur Ia tête de Ia femme et l’enveloppe par derrière, en descendant raide, sans pli, jusqu’à ses pieds. Comme type d’art et de costume tout à Ia fois, ce groupe est des plus courieux».

11. STRABONE, V, I, 391:

Popularis reipublicae apud eos gerebatur administratio, sed in bellos rex ab iis creabatur.

12. Eraclide di Sinope, detto Pontico, fu discepolo di Platone, di Speusippo ed anche d’Aristotile; scrisse un’opera «sugli Stati» di cui non si ha che frammenti ed estratti.

Il frammento, di cui nel testo, trovasi in Eliano, Var. Histor.

13. STRABONE, VI, pag. 390. Petilia Lucanorum urbs primaria: — μητρόπολις τῶν Λουκανῶν.

14. Vedi Corpus Insc. Lat., vol. X, fra le «Falsae et suspectae» ai nn. 105*, 113*, 114*, 116*, ecc. — Già Pasquale Magnoni, uomo dotto, di fine giudizio e dello stesso Cilento, le aveva dichiarate false allo stesso Antonini nella — Lettera al barone Giuseppe Antonini contenente alcune osservazioni sui di lui discorsi della Lucania (Napoli, 1763). — Ma di cotesta Petilia si parlerà ancora più innanzi, al capitolo XXII.

15. È riferita la n. 338 del Corp. Insc. Latin., vol. X. È un titolo di Onore che posero ad A. ANTONIO PELAGIANO POM. IIII VIRO EQUITI ROM. CUR. R. P. ET PATRONO DECURIONES, AUGUSTALES ET PLEBS PETELINORUM; il quale Pelagiano era, probabilmente, civis di Àtena, perché esistono ivi al di lui nome anche titoli sepolcrali.

Da questo titolo onorifico posto al Curator reipublicae dei Petelini, e in considerazione che sia quasi impossibile che un marmo da Strongoli, sul Jonio, l’antica Petili, fosse trasportato, senza una nota ragione, in Àtena del vallo di Tegiano, dedussero i nostri eruditi che una città di Petilia esistesse nelle prossimità dell’odierna Àtena.

Ma è d’uopo ricordare questo, che i Curatores reipublicae, surti dopo i tempi di Traiano, erano nominati dall’Imperatore; e (scrive il MARQUARDT)

«di regola, non fra i cittadini della stessa città, ma o da un altro municipio, o fra le classi più ragguardevoli dell’Impero. Il Curator stette per grado molto al di sopra de’ magistrati municipali: egli non usò guari di prendere dimora nella città cui era preposto, ma esercitò il suo ufficio, di ispettore, sovente in più di un municipio contemporaneamente.

Tale condizione di cose mutò forse dopo il governo di Severo: perché da allora in poi il Curator è un magistrato ordinario scelto tra i cittadini medesimi» (MARQUARDT, L’amministraz. publ. romana. Vol. I, pag. 174, trad. it., Firenze 1887).

E dopo di ciò, il fondamento della induzione dei nostri eruditi svanisce. Il popolo di Petilia onorò il suo Curator o Patrono con un titolo nella di lui nativa città, di Àtena.

16. Nelle vicinanze dell’odierno paese di Polla imbocca sotterra (in certe circostanze) una parte del fiume Tanagro, per scaturire, come si crede, fuori dalle grotte di Pertosa. — E Plinio ricorda (II, 105) che appunto quel fiume scomparisse mersus in Atinate campo. Questo semplice accenno esclude del tutto la esistenza di una Petilia ivi presso a Polla, poiché il territorio della moderna Polla appartenne invece all’antica Àtina nominata da Plinio. — E questo dato di fatto non mi consente di aderire alla opposta sentenza dell’egregio F. CURCIO RUBERTINI, autore di una notevole Storia della Lacania dalle origini ai tempi nostri. Napoli 1877, della quale mi duole non sia ancora pubblicato il 2º volume.

17. NIEBHUR, Le istor. Romane, I, 80 (Napoli, 1846): — «In qual senso Petelia è chiamata metropoli dei Lucani, e Cosenza dei Bruzii? È un enigma».

18. CORAY, e dopo di lui MILLIGEN (Ap. CORCIA, Op. cit. III, 266).

Ma anche ammessa questa correzione, il luogo del geografo non cesserebbe dal parermi guasto.

19. LENORMANT, Grande Grèce, I, p. 386. Ma anche a lui non doveva sembrare corretto il passo di Strabone: poiché mentre questi ivi parla dei «Sanniti» che circondarono di fortilizii la Petilia, egli invece attribuisce coteste opere di fortificazione ai Lucani, quando costoro «verso il principio del VI secolo (cosi è scritto, ma vuolsi leggere IV a.C.?) estesero la loro dominazione verso il sud».

20. E Infatti lo stesso Strabone, allo stesso luogo, lib. VI, dice: Siegue Cosenza metropoli dei Bruzii, e si esprime come intendesse dei suoi tempi. Ma ai suoi tempi la confederazione dei Bruzii non esisteva più da secoli: nè esisteva autonomia loro di sorta; giacché i Bruzii erano allora compresi nella IV regione Lucania et Brutiorum di Augusto. Epperò Cosenza non poteva essere «città capitale» dei Bruzii, ma «città primaria» sì. In numismatica, sono note le monete di gran numero di città, che portano scritto il titolo di Metropoli. «Roma (dice il Barthélemy) diede il titolo di metropoli a gran numero di città, di tal che nella stessa provincia se ne numerano parecchie, e allora la più potente era μητρόπολις πρωτη» (Manuel de numismatique ancienne par J.B.A.A. Barthélemy, ediz. 1866, p. 25).

21. LIVIO, lib. VIII, dec. I, § 27:

Concitati homines (lucani) cogunt clamore suo Magistratum Senatum vocare; et alii, circumstantes concilium, bellum in Romanos poscunt: alii ad concitandam in arma multitudinem agrestium discurrunt.

22. ARRIANO, De spedit. Alexand. Mag. lib. VII, 475: Ex Italia quoque Brutii, Lucani ac Tusci… legatos miserunt.

23. Sul cippo di Abella, e in iscrizioni di Antinum o Milionia dei Marsi.

24. La Tavola di Bantia è scritta da due parti: da una è lo Statuto bantino, in lingua osca, ma in caratteri insolitamente latini: dall’altra è inciso un plebiscito, in latino, che è una legge di Roma, e non ha relazione col primo. Quest’ultimo è pubblicato nel Corp. Insc. Latin., vol. I; nel Gloss. Ital. del FABRETTI, p. CCCXI, n. XLI.

L’epoca dello Statuto municipale bantino è stabilita secondo i dati che seguono:

«Nel plebiscito latino è fatta menzione dei triumviri agris dandis adtribuendis, che furono istituiti da Tiberio Gracco verso il 621 di Roma o 133 avanti Cristo: e che come treviri agris dandis adtribuendis judicandis perderono questo ufficio giudiziario nel 625-129, e furono soppressi nel 636-118, o poco prima: dal che si deduce che quel plebiscito non potè essere reso che nel corso di questi quindici anni. Si può dunque avere per certo che lo Statuto municipale di Bantia sia anteriore a cotesta epoca.

Ma in questo Statuto è detto che l’ufficio di Censore non si può ottenere prima dell’ufficio di Pretore, e questo non prima di aver esercitato l’ufficio di Questore: grado e procedimento gerarchici, imitati senza dubbio dal diritto romano, secondo un principio sviluppato, a quanto pare, nella legge Villia annalis. Questa legge stabiliva che i candidati ad una carica curule dovevano avere una certa età, determinata: da che ebbe a seguire senza dubbio un certo ordine gerarchico di gradi; quantunque non fosse stabilito espressamente dal legislatore: dovè quindi, col tempo, derivarne un dritto consuetudinario, di cui troviamo le traccie in questa legge di Bantia… Ora, se il plebiscito romano è degli anni tra il 621 o 636 di Roma (133 o 118 avanti Cristo), e se la legge Villia annalis fu promulgata, come si sa, nel 573-181; ne viene che lo Statuto municipale di Bantia fu dato fra queste due epoche; e che perciò si vuol riferire alla fine del sesto, o ai principii del settimo secolo di Roma». — Ap. MAX. DE RING, Hist. des peuples opiques. Paris, 1859, p. 216.

25. All’APPENDICE, in fine al volume, riportiamo il testo osco della Tabula, con la interpetrazione datane da M. BREAL nel 1881.

Il lettore Italiano vegga lo Studio di CARLO MORATTI, Sulla legge Osca di Bantia, Bologna, 1894 (estr. dell’Archiv. Giurid.)

26. Secondo l’Interpretazione del BREAL segnatamente delle parole lamatir, amaricatud, famelo, etc. — La interpetrazione del MORATTI ne tempera la durezza, e traduce: et venum dato illum servum, et pecunia ex toto, quae ejus erit, quae incensa erit, publica esto.

27. Giudizio «di fondo o pecunia» interpreta il Breal. Altri interpretava giudizio «de capite et pecunia» cioè criminali e civili. Pertanto l’uno e l’altro ordine di giudizio sarebbe attribuito al popolo.

28. Presso STOBEO, Sermones, 42:

Lucani ut aliorum eriminum , sic etiam luxuriae et alii causas agunt. Quod si quis homini luxurioso mutuasse aliquid convincatur, privatur mutuo dato.

29. ELIANO, Var. Hist., lib. IV, cap. I:

Lucanorum lex sic se habet: si sub occasum solis venerit peregrinus, volueritque sub tectum alicujus divertere, et his hominem non susceperit, muletetur: et poenam luat inhospitalitatis.

30. In ANTONINI, p. 28.

31. STRABONE, lib. V, p. 383.

32. Esprit des lois, cap. VII, cap. XVI.

33. HORATIUS, lib. III, ode VI. Mi sia consentito di ripetere le indimenticabili parole del poeta:

Non his juventus orta parentibus

Infecit aequor sanguine Punico,

Pyrrhumque et ingentem cecidit

Antiochum, Hannibalemque dirum:

Sed rusticorum mascula militum

Proles, sabellis docta ligonibus

Versare glebas, et severae

Matris ad arbitrium recisos.

Portare fustes; sol ubi montium

Mutaret umbras, et juga demeret

Bobus fatigatis, amicum

Tempus agebns abeunte curru.

34. Punic., lib. VIII, 571.

35. GIUSTINO, lib. 23:

Lucani liberos suos iisdem legibus quibus et Saprtani instruere Soliti erant: quippe ab initio pubertatis in silvis inter pastores habebantur, sine ministerio servili, sola veste quam induerent, vel cui incumbarent, ut a primis annis duritiae parsimoniaeque, sine ullo usus urbis assuescerent. Cibus his praeda venatica, potus lactis aut fontium liquor erat. Sic ad labores bellicos indurabantur.

36. Questa iscrizione fu pubblicata la prima volte dal MARTORELLI (De Theca calamar. Nap. 1756, p. 503) che l’ebbe dal Zavarroni, vescovo di Tricarico, in copia «storpia o malconcia». Fu trovata verso il 1753 nel territorio di Grassano, che confina con i clivi detti di Monte Irso, in quel di Montepeloso. Alla Iscrizione che è scritta in dorico, mancavano pressoché intere le due prime linee, e Martorelli le suppliva, congetturando, e traduceva: (Aegrotabat Achlles, et Aurelia) coniux ipsisus votum solvit jovi Comnaro et jovi Liberatori (διι Κωμναρωι και διι ελευθερωι) pro ipsisus et civium Hirtinorum (πολιτῶν Ιρτινων) salute horum omnium auctori. Per la parola Comnaros ricorse al semitico: gli parve significasse æstuans ignis, e di qua il concetto dell’intera iscrìziorio come posta ad un Iddio detto vindex et ultor, perché aveva liberato da un contagio, per bruciante caldura, le terre ed i popoli Irtini (lupiter pestiferum hunc ardorem immittens κομναρος nomine salutatus est). Mons. Lupoli, vescovo di Montepeloso, supplì le lacune con altri nomi, e il Deus Comnaros spiegò Giove Pluvio: perché la pioggia aveva fatto cessare il contagio! Per CORCIA (III, 575) è Giove auxiliator. — Il Mommsen, ricordando la fede letteraria non incorrotta del Zavarroni, disse recisamente parergli fittizia la iscrizione (Corp. Insc. Latin., vol. X. p. 21); ma a tanto non era arrivato il dotto editore del Corp. Insc. Graecar. (vol. III, p. 762. n. 5874), il Franz, che si contentò di un dubbio, e scrisse: si genuina est haec inscriptio, satis antiqua est (non però anteriore al 405 av.Cr., poiché è in lettere euclidee). Giova notare, in proposito, che il Franz scrisse da prima (ivi, a p. 762) che non Irtinon, ma Irpinon dovesse leggersi: però nelle addenda et corrig. del volume stesso (p. 1260) riconosce che Ia vera lezione è Ιρτινων. Nel CORCIA si legge (p. 574) che il titolo lapideo «si conserva nel villaggio di Grassano» (e lo asseriva sulla fede specialmente del Lupoli): ma ivi non esiste più, né se ne ha ricordo; e le più recenti investigazioni fatte, ae premure, dall’on. F.P. Materi sono riuscite infruttuose. — Non pertanto, quanto a me, io non metto in dubbio l’autenticità dell’iscrizione. — Non credo però all’autenticità del frammento — IOVI IRSINIENSI SACRUM — in lapide che si dice trovata in Irsi (ap. lanora, Mem. Montepeloso, 1901, p. 518): e che se fosse vero confermerebbe il lovi Comnaro: al quale… io credo ancore, perché non veggo la ragione della falsificazione addebitata a Mons. Zavarroni; e perché il titolo fu vinto dal Lupoli a Grassano, ove era stato trasportato dal Mons. Checcoli: prove estrinseche queste all’autenticità di esso.

37. TITO LIVIO, lib. IV, dec. III, § 44:

Et in locis Vicilini templo, quod in Compsano agro est, concrepuisse…

38. SERVIO ad Aen. IX, 569:

Sane lingua osca Lucetius est Jupiter dictus a luce, quam praestare hominibus dicitur.

39. Secondo una non recente interpretazione di Mommsen.

Ultimamente da noi CARLO MORATTI ne ha dato una più specifica interpretazione, nella Rivista di filologia classica, e in estratto: L’iscrizione osca di Agnone e gli indigitamenti. Torino, 1899. Nel tempio o piuttosto recinto sacro (hurtin) di Agnone erano are per le divinità, nella tavola indicate:

«… Le prime 10 sono protettrici e fautrici dello sviluppo del grano affidato al grembo della terra; seguono 3 divinità protettrici e regolatrici dell’integra e giusta misura del podere e della casa erettavi; le 2 seguenti sono divinità che presiedono alla fecondazione ed alla nascita degli uomini e animali nel recinto domestico del podere; l’ultima è la divinità, personificata in un’ara che guarda puro il fuoco e la santità domestica».

Erano gl’iddii protettori della semenza, della inviolabilità del fondo, e del domestico focolare.

40. LIVIO, lib. X, dec. I, § 38.

41. Corp. Ins. Latinar., vol. X, n. 129: — Cereri… Bovia Maxima Sacerdos XV viral.

42. Ne è cenno presso il CORCIA, Op. cit., III, 84. — Ma nel Corp. Ins. Lat., vol. X, non si trova.

43. Corp. Ins. Latinar., vol. X, n. 444.

44. V. CICERO, pro Balbo, 24, 55. — Val. Max., I, 55.

45. Descrizione della Grecia, II, 17, 14.

46. Malum punicum, dice CARELLI: Numis. Vet. Ital., n. 55-56.

47. Parole dol signor GAETANO FEROLLA, in una sua lettera a F. Lenormant (pubblicata nella Gazette archéologique de Paris, 31 juillet 1883): ma la congettura fu già messa innanzi dal signor GIOVANNI RICCIO, suocero del Ferolla, nel suo libro: Storia e topografia dell’antica Lucania, parte 2ª, p. 51, Napoli, 1876; al quale vuolsi riferirò il primo concetto.

Il LENORMANT dice la congettura del Ferolla (Riccio) «ingegnosa e certa» e aggiunge:

«La Madonna della cattedrale di Capaccio vecchio merita d’essere ormai ricordata come un esempio delle trasmissioni di attributi e simboli, che i culti locali del paganesimo fecero ai culti cristiani, che li surrogarono. Ed io credo (egli conclude), che si può ritenere come certo che la Hera del tempio alla foce del Silaro portasse in mano il granato, come quella di Argos». — Gazette archéologique de Paris: luglio, 1883.

Lo stesso illustre uomo (nell’À travers l’Apulie et la Lucanie, II, 221) parve dubitare della vera denominazione di Hera Argeia e preferiva quella di Areia; perché la Juno martialis dei Romani sarebbe appunto traduzione di Areia: e perché i «migliori» (come egli dice) manoscritti di Strabone hanno Areia. Infatti, in un paio di Codici si legge qualcosa come Ariae, Areiae e Arieie secondo che si attesta dagli editori di Strabone, nella edizione Didot del 1853, a pag. 974.

Il signor Riccio sullodato (nell’opuscolo: Osservazioni sulle ultime opere di F. Le normant, relative al tempio di Giunone Argiva, ecc., nella 2ª edizione di Napoli, 1883-84) sostiene, contro il Lenormant, che il nome della Giunone del Silaro era Argia o non Areia. Olirò la coincidenza del granato della dea di Argo, egli si appoggia ad un’iscrizione posta a Junoni Argeiae «da C. Blando procons.» (ap. Muratorl, Thes., I, p. XIV), ed alle edizioni vulgate di Strabone.

Per noi, la disputa ha poca importanza. — Vogliamo solamente aggiungere che la iscrizione a Giunone Argivae, che monsignor Zavarroni disse trovata in Metaponto, è falsa. — Conf. Corp. Insc. Latinar. X, n. 17*.

48. Anche questa è congettura del signor RICCIO: Topog. ant. Luc., II, pag. 52.