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CAPITOLO XVIII

LA GUERRA DEI SOCII CONTRO ROMA

Della storia degli antichi popoli italici sappiamo tanto, quanto ce ne è pervenuto di scritto dagli antichi storici di Grecia o di Roma. Dopo le guerre di Annibale non ricompariscono altrimenti nella storia d’Italia i Lucani, che nella guerra Marsica, o dei Socii contro noma. È un intervallo di centoventi anni circa che potrebbe farci esclamare: «beati i popoli che non hanno storia!» se il silenzio non potesse significare lacuna nella catena delle memorie.

Quale fosse l’assetto politico dei popoli lucani che parteggiarono per Annibale dopo che questi fu vinto, non è detto; e l’ignoto può dar luogo a varie e pure probabili congetture. Una parte di essi datisi in fede al console Fulvio Flacco1 furono accolti ad equi patti da costui: poiché i Bruzii è ricordato che chiesero, poco dopo, i patti stessi. Ma codesti equi patti potrebbero riferirsi a condizioni di resa puramente militare, e non implicare condizioni permanenti di equo assetto civile. Potrebbe averli mutati il Senato di Roma dopo le ulteriori vicende della guerra annibalica, e nel definitivo ordinamento delle cose italiche secondo le norme della politica generale romana verso i popoli vinti. Sappiamo, infatti, che i Bruzii, stretti più lungo tempo al carro di Annibale, furono più aspramente colpiti dal vincitore, se restò nella storia la notizia che essi vennero ridotti alla condiziono di servi pubblici e corrieri ai magistrati romani. Intendere la cosa come castigo a tutto un popolo sarebbe assurdo; è probabile significasse che furono esclusi dall’onore di servire come soldati nelle coorti, ma adoperati unicamente ai bassi servizi dell’esercito, o in corpi separati di castigo; oltre ai carichi ed ai vincoli imposti negli ordinamenti civili delle vinte città.

Che fossero allora sciolte dal vincitore le antiche federazioni dei Lucani, dei Sanniti, degli Irpini, dei Bruzii, si può ben credere: e si può affermare, ad ogni modo, che venisse tolta ai governi supremi di essi ogni potestà che attenga al dritto di guerra o di pace, agli ordinamenti e al comando dell’esercito. Tutto ciò che si riferisce all’alta sovranità dello Stato passò senza dubbio a Roma. Non riacquistarono di certo il diritto di battere moneta, ma il complesso del dritti di un governo di propria elezione non dové essere tolto alle città: io credo che esse addivennero appunto municipii romani, però senza il dritto di suffragio politico di cittadini romani, e salvo senza dubbio le maggiori restrizioni a quelle singole città, che, sottomesse o riconquistate di viva forza, furono per singolare castigo depresse al grado di Prefettura.

Più oscuro è l’ordinamento che ebbe a subire la proprietà dei cittadini dopo la grande catastrofe della lunga guerra: ma secondo le note consuetudini del dritto di guerra di Roma, i vinti popoli dovettero essere multati a pro di Roma di una parte del loro territorio, o furono almeno sottoposti a tributi speciali e da noi ignorati.

Non pertanto, li si trova entrati, anche essi, come «Socii» nella confederazione latino-italica, di cui a capo era Roma. La quale quando scioglieva le singole federazioni delle genti italiche, intendeva che entrassero in una federazione maggiore, che era un complesso di città socie sotto il protettorato di una città capo dello Stato. Ma i «Socii» italici della grande federazione romana non avevano gli stessi diritti dei Socii romani, o a dir meglio, dei cittadini romani nella lega costituita da Roma. Questa associazione di popoli italici a Roma era non altrimenti che una famiglia civile, in cui la somma dei diritti si accentrano nel primogenito che è il capo; e i cadetti non hanno che una parte. Il bottino di guerra, ad esempio, non era diviso in proporzione uguale alla quota parte dei socii che fossero entrati negli eserciti di Roma: i socii potevano ascendere a gradi alti sì, ma non supremi, dell’esercito federale; essi servivano nelle coorti, e non nelle legioni; e, quanto a pene militari, i socii potevano essere puniti nel capo o battuti delle verghe nella persona; mentre i cittadini di Roma, soldati nelle legioni, erano esenti da coteste pene infamanti. Il cittadino di Roma era uno delle braccia, uno delle membra, una delle parti del Sovrano che è Roma: ma i socii non erano che compagni, aiuti, ausiliatori di Roma, non già membra e parti della sovranità. Erano socii di Roma, non cittadini di Roma.

La guerra Sociale, o dei Socii, avvenne appunto (a quanto vien detto) per la conquista di cotesta parte di sovranità, che ai socii mancava. Fu, si dice, per la conquista dell’uguaglianza politica tra i socii di Roma e i cittadini di Roma. Il diritto di cittadinanza romana, il jus civitatis del cittadino perfetto comprendeva tutti i diritti politici e civili che costituivano il cittadino optimo jure, il cittadino che sia particola di sovranità.

Se la guerra del Socii ebbe gl’intenti di conquistare non altro che il diritto di cittadinanza in Roma — il jus civitatis — vuol dire che, dai tempi di Annibale alla guerra sociale, in centovent’anni circa, la fusione delle genti italiche, dall’Esino o dal Tevere al Jonio, era compiuta; e benché i vari linguaggi o dialetti sussistessero ancora, non sussistevano più le genti, le tribù, i popoli come enti che si sentissero autonomi, ed aspirassero ad autonomia. Se il movente della guerra fu l’aspirazione al jus civitatis, fu dunque guerra non d’indipendenza, non di secessione, non di autonomia, ma sì di compenetrazione, di ripartizione, di uguagliamento di diritti.

Ma fu veramente tale, e non altro, il supremo movente della guerra Sociale?

Il diritto di cittadinanza romana comprendeva condizioni e facoltà attinenti al diritto pubblico, e condizioni e facoltà attinenti al diritto privato. Le prime, e più importanti e più avaramente concesse facoltà comprendevano il diritto del suffragio e degli onori, e vuol dire il diritto all’elettorato ed alla eleggibilità per le funzioni del governo di Roma. Comprendevano, inoltre, quel diritto di provocazione o di appello, che è vera guarentigia di libertà personale; poiché al cittadino romano, se condannato dal magistrato, dava diritto di richiamarsene al giudizio di popolo raccolto nei comizi, e l’affrancava da certe pene infamanti. Superfluo intrattenersi delle facoltà di diritto privato, che si fondava sul diritto al connubio ed al commercio, onde derivavano i diritti della famiglia e della proprietà, estrinsecantisi i primi nei diritti di successione, i secondi nella guarentigia del dominio, del possesso e della prescrizione alla proprietà.

Ma quel diritto del suffragio e degli onori, a cui si dava maggiore importanza politica, era nulla fuori delle mura di Roma; non aveva esplicazione di sorta, se non fosse esercitato di persona nella cerchia delle mura. Il diritto di appello o provocazione al popolo era veramente di guarentigia importante alla persona del cittadino; come è guarentigia di giustizia ogni decisione in grado d’appello. Ma il difetto nel cittadini italici di codesto speciale diritto di appello o provocazione non significa che essi fossero del tutto eslegi, o non avessero nessuna guarentigia giuridica nelle leggi del proprio comune; significa unicamente che, in confronto alle guarentigie del cittadino romano, questi avesse dritto, oltre al giudizio del primo giudice, ad un giudizio in appello; mentre l’italico, come soldato nello stesso esercito romano, era manchevole dell’identico diritto di provocazione al popolo romano, perché non era cittadino del romano. E quanto alle facoltà di diritto privato, il diritto di cittadinanza romana non significava già che gl’italici non avessero proprie leggi e proprio diritto civile cittadino; significava, invece, che se l’italico, ottenendo il diritto di cittadinanza romana, diventava cittadino romano, egli doveva, per conseguenza logica e necessaria, investirsi del diritto e della legge del cittadino stesso. Se questo era un diritto, era altresì un dovere, in quanto era conseguenza del primo.

La guerra dei Socii che divampò in odii profondi, feroci e generali dalla Sabina allo stretto Siculo, che sollevò popolazioni in massa, e le spinse, nonché a battersi ferocemente, a seppellirsi sotto le ruine della patria anziché cedere; questa guerra che, in somma, fu impeto unanime e moto profondo di dieci e più popoli, e di centinaia di città autonome, o appena legate da vincoli federali non stretti, questa guerra così disastrosa e così generalmente combattuta, poteva essere mossa e sostenuta per la dimanda di un semplice diritto al soldato, o di una guarentigia, sia pure importante, ma di certo non assoluta alla tranquillità della vita civile, quale il diritto al soldato italico di provocazione o di appello? Giacché il diritto politico, che Roma invero considerò più importante, quale era quello del suffragio di elettore o di eletto, io confesso che non poteva a pezza essere esca da divampare in sì gran fuoco. Poteva codesto diritto essere ambito da cittadini nobili e ricchi del municipi, ai quali la piccola politica del loco natio non bastasse a soddisfarne le ambizioni, ma non poteva menomamente toccare l’ambizione, i bisogni, gl’interessi delle migliaia e migliala di cittadini italici; i quali, se ambivano il diritto, dovevano recarsi a proprie spese dall’estremo Bruzio, dai monti del Sannio, dall’Etruria, dai confini dell’Impero, entro le mura di Roma per dare, un suffragio! Quale utilità, quale onore, quale beneficio ne veniva loro? Benché è falso criterio il giudicare con i criteri e i pregiudizi delle nostre età i criteri e i pregiudizi di un’altra età, pure il fondo della natura umana non cangia: ed una guerra popolare, tenace e sanguinosa, mossa dai popoli italici per conquistare non altro che il diritto di recarsi a Roma, a proprie spese, per deporre nelle urne di Campo Marzio la tabella del voto, mi ha tutta l’aria di una guerra, che oggi intraprendessero i cittadini del regno d’Italia per acquistare il diritto di sedere giurati innanzi alla Corte di assise! E ai giurati di oggi non mancherebbero le indennità di via e le ferrovie!

Né la partecipazione alle leggi civili di Roma poteva meglio deciderli. Essi avevano leggi proprie e proprii istituti e quel complesso di usi e consuetudini che tengono luogo di leggi; e non comprendo come una massa di popolo possa trovare accettevole, possa anzi dimandare con le armi alla mano che le sue proprie e antiche leggi, le sue proprie consuetudini, i suoi propri ordinamenti fossero surrogati, di punto in bianco, da leggi straniere. Anzi, l’esperienza della natura umana ci consiglia a credere piuttosto alla immanente ritrosia di un popolo a ricevere le leggi straniere.

Tutto questo non basta (a mio avviso) per spiegare il fatto: né basta la notizia di quelle piccole prepotenze, di quei soprusi di qualche patrizio o magistrato romano, che gli storici raccattano. A Teano Sidicino arriva, in viaggio da Roma, il console col grosso codazzo di uffizio e la moglie: questa desidera di prendere un bagno; e poiché non sgombrano sollecitamente le pubbliche terme, la dama si altera di umori, e il console marito fa somministrare una buona dose di bastonate al Meddis–tutico, ovvero sindaco della città. Per la via Appia, presso a Venosa, passava, portato in lettiga sugli omeri dei suol servi, un giovine patrizio di Roma; e il pastore che era a guardia del gregge, sul ciglio della strada, ride di quel delicato che si fa trasportare a braccia come un morto; ma il vivo, invece, ordina che il mal capitato sia preso e battuto; ed è battute, colle cinghie della lettiga, a morte. Altri di simile genere soprusi altrove: ma quanti non accadono tutto giorno, di, su per giù, poco dissimili scatti e improntitudini e prepotenze di ufficiali pubblici o privati, o civili o militari, nella vita dei popoli, senza che uom voglia a questi deplorevoli accidenti dare maggiore importanza, che non meritano? Certo, che il Romano, vincitore e parte di uno Stato che dettava leggi a popoli e a Re, doveva credersi da più che un povero magistrato di un comunello di provincia, nonché di un povero bifolco che guarda i maiali nei boschi di Bantia o di Venosa; certo che nell’assetto della società italica era manifesta e legale la prevalenza dell’elemento romano sull’italico, la non eguaglianza perfetta dell’uno all’altro. Di qua una mala contentezza delle due società, ond’è naturale il credere, che cotesto stato degli animi scontento cooperò anch’esso allo scoppio, al progresso dell’incendio. Ma non basta a spiegare il fatto. Non basta a spiegare l’unanimità e l’estensione del moto una bandiera su cui fosse scritto diritto di cittadinanza romana, se questo diritto, in quel dato momento, non comprendeva altro, che i diritti, poco concreti o poco appetibili ai più, che abbiamo indicati.

Un giorno un Greco di Creta proponeva a Cesare di rendergli non so che grande servigio, e patteggiava una ricompensa. Cesare prometteva di farlo cittadino di Roma. Altro! ribatte il Greco sogghignando: e che vuoi che io mi faccio di cotesti ninnoli? L’aneddoto è narrato da Diodoro2. Voi direte che cotesta è filosofia da Sancio Pansa. E sarà. Ma in fondo a tutte le spiegazioni della storia scritta della guerra Sociale io non ci veggo, se non lo filosofia del Greco di Creta. Forse il movente vero e primo sarà a trovarsi nell’ordinamento della proprietà degli italici dopo la guerra di Annibale, e precedenti. Ma, è forza di dirlo, mancano i dati per una conclusione accettevole.

Vengo a ciocché se ne sa. L’aspirazione degli Italici al «diritto di cittadinanza piena» di Roma si era manifestata molto prima che non scoppiasse la guerra per ottenerla. Se ne diffuse, se pure non ne surse il primo fomite nell’animo degli Italici, dagli stessi partiti, che dai Gracchi in poi agitarono la vita politica della grande città. I capi di queste parti, o fazioni della città, sia che servissero all’evolversi delle aspirazioni democratiche, sia al mantenimento rigido del diritto aristocratico, fecero assegnamento sul concorso degli Italici per la vittoria dei loro principii. L’interesse stesso dei partiti all’interno era evidente. Era naturale che essi cercassero, mercé l’ammissione degli Italici alla cittadinanza romana, di accrescere il numero degli elettori amici; era naturale la diffusione pei paesi italici di cotesta speranza. Ed è probabile che, ad accrescere il numero di cotesti elettori favorevoli, i Tribuni, i capi-popolo o capi-parte incominciassero man mano, con artefizii, con sotterfugi, dall’aver fatto iscrivere al censo tra cittadini romani gl’italici che dimorassero di fatto a Roma, ma non erano cittadini di diritto.

Ad eliminare cotesto illegale genere di elettori fu rogata la legge del 659-95 dei consoli Q. Muzio Scevola e L. Licinio Crasso, che ordinava un severo sindacato, onde fosse impedito di goderne i diritti a chiunque non fosse cittadino legittimo: e quella legge fu esca al malcontento degli Italici.

Il fermento adunque era da parecchio che bulicava nella massa di questi; e al tempo del tribunato di Marco Livio Druso quel fermento si era venuto concretando in una associazione segreta, la quale oggi si sa che era stretta a vincolo di giuramento, ed era pronta all’appello di Druso stesso. Ma questi fu ucciso da una mano di sicari nell’autunno del 663–91 a.C., e il pugnale anonimo, se distrusse il centro di unione alle segrete file sparse per l’Italia, aguzzò invece gli animi alla vendetta; e questa precipitò gli eventi.

La cospirazione si diffondeva, si agitava, si organizzava; ostaggi erano celatamente dati e ricevuti tra collegati di città e città. Roma ne ebbe sentore; e intese a scovrire, a rattenere, a folgorare pria di colpire. Ascoli nel Piceno era indicata al Senato come uno dei centri dell’agitazione inimica. C. Servilio, uomo consolare, va col suo legato Fronteio nella città; e al popolo che era raccolto in teatro, dice aspre parole, che sono lampi di ammonimento e minaccia. Gli animi già commossi, divampano; la turba ribolle, e infuria, e scoppia in tale tumulto che fa a pezzi il console e il legato; trucida quanti si trovano in città, e incrudelisce in selvaggi impeti fin nelle donne; poi si fa governo, e proclama la rivolta da Roma.

L’insurrezione, che era già pronta, scoppia subitanea nell’inverno dal 663 al 664 di Roma, o 90-91 a.C. Marsi, Peligni, Marrucini, Frentani, Vestini e Picenti si stringono concordi; e non guari dopo aderiscono i Sanniti e i Lucani3. E i Lucani danno principio al moto in casa loro con fare prigione Servio Galba; ma i particolari del fatto e la liberazione di Galba, che avvenne per opera di una donna, restano ignoti4.

Gl’insorti si ordinarono con grande prestezza; gli otto popoli testé indicati5 strinsero da prima la lega, vi aderirono un po’ più tardi gli Appuli e i Campani (in parte almeno): quanto ai Bruzii ed agl’Irpini, che non sono nominati mai in questa guerra, è probabile che figurassero compresi nel novero dei Socii sotto il nome di Lucani o di Sanniti. Costituirono un governo federale, con sede di esso a Corfinio sul fiume Pescara, che era città precipua del Peligni6. Cinta di forti mura, fu scelta perché in luogo centrale ai popoli che primi si strinsero in lega (prima cioè, a mio credere, che i Sanniti e i Lucani aderissero), e la si distinse allora col nome d’Italica o degli Italici7. In questa sede del governo ordinarono un Senato di 500 membri, delegati senza dubbio dei popoli stretti in federazione; ma ci sono ignote le condizioni, i modi di elezione e i limiti sovrani di cotesto Senato. Il quale inquadrò gli insorti in esercito, e nominò i capi che gli storici indicano col nome di Consoli e di Pretori.

Anima della cospirazione, ai tempi di Druso, pare fosse stato Q. Popedio Silone, dei Marsi, e questi fu uno dei due Consoli o capi supremi degl’insorti nella guerra che era per erompere; l’altro Console o capo fu Cajo Papio Mutilo, de’ Sanniti. Dicono che i due capi o consoli fossero due a somiglianza del Consoli di Roma; io credo piuttosto che il primissimo nucleo della federazione delle genti Sabelliche elesse a capo militare Silone: quando, non guari dopo, aderirono Sanniti e Lucani, fu Capo del nuovo esercito Papio Mutilo.

Di ciascuno dei popoli alleati vennero eletti i pretori: e di questi se ne incontrano nominati tra dieci o dodici, e sono: T. Vezio Scatone, dei Marsi; C. Guidacilio, di Ascoli; Erio Asinio, dei Marrucini ; Mario Egnazio, Campano; L. Arunzio dei Sanniti, e sannita quel Ponzio Telesino che è detto strenuissimo da Velleio; un Gutta di Capua o di Campania; e un P. Presenteio, un P. Ventidio, un Afranio o Lafrenio; e infine, tra i più valorosi e pugnaci, Marco Lamponio dei Lucani8. A questi lo studio delle monete che vennero coniate dal governo degli insorti ha fatto aggiungere anche il nome di Numerio Lucio o Luculeio, e il nome di un Minio Jegio9 d’ignote nazioni. Più certo a mio avviso è il nome di Tiberio Clepizio o Clepzio, dei Lucani, che s’incontra nei frammenti di Diodoro10: e che parmi giusto di aggiungere alla lista dei valorosi.

I due capi supremi si divisero la somma della guerra secondo l’etnografia degli eserciti loro; e mentre Silone campeggiava pel paese intorno all’alto piano del Fucino e verso l’Adriatico, Papio Mutilo avrebbe operato per la Campania in giù ad oriente, cioè pel paese dei Campani, dei Sanniti, dei Lucani, e in gran parte della Apulia.

Il nuovo governo incomincia a battere monete a segno d’imperio, ed a rivendica del diritto già usurpato da Roma; e intanto giova ricordare che delle monete, che giunsero fino a noi, tanto quelle a leggenda in osco, quanto quelle in latino, rappresentano alcune il rito sacro delle alleanze dei popoli; altre hanno simboli di vittoria; altre raffigurano Libera coronata di ellera: ed altre, a significato non dubbio, portano il Toro, simbolo della gente osca, che batte ed abbatte la Lupa del Tevere. Su di esse ora è improntato il nome di Q. Silone, ora quello di C. Papio Mutilo, con la qualifica di «imperatore»; ed ai nomi si aggiunge ora quello di «Italia», ora quello della gente Sabellica11. L’idioma delle leggende e i caratteri ora sono in latino ora in osco; e può inferirsi che i Marsi e i popoli vicini erano già di lingua latinizzati, ma oschi ancora i Sanniti.

I confederati misero in armi una forza di eserciti, che fu detto toccasse ai centomila uomini; altrettanti ne raccolse Roma sotto i due consoli dell’anno, cioè P. Rutilio Lupo, che si oppose a Silone per il Piceno, la Marsica e l’alto Sannio, e Lucio Giulio Cesare che doveva combattere Papio Mutilo per la Campania, il Sannio e la Lucania. Negli eserciti romani combattevano ausilii di gente celtiche o numidiche.

La storia deve deplorare la perdita delle fonti sincrone, la confusione e le lacune delle poche che restano; onde non può farsi un concetto esatto delle vicende e dei procedimenti della feroce guerra che si apparecchiano a combattere Italici e Romani. È ricordato che gl’insorti, prima di rompere le ostilità, avessero mandato al Senato che accedesse alle giuste domande dei popoli italici, concedendo il diritto alla cittadinanza, e il Senato a rispondere che deponessero prima le armi, e poi Roma avviserebbe. Le armi nonché deposte, furono brandite; e colpirono.

Presso che ignorato alla strategia di quella età il concentramento di grandi eserciti per le battaglie decisive, erano essi invece frazionati in grandi unità tattiche che proseguivano, ad offesa dell’inimico, singolari azioni. In mezzo alle regioni dei Socii erano città e piazze fortificate che, o che per presidii romani, o per decisione dei governanti, non aderirono al moto dei concittadini; e contro costoro furono volte le prime imprese. Silone oppugnò prima la città di Alba Fucense, e poi Firmo, Adria e Pinna; Mutilo oppugnò Isernia, Luceria e Benevento, e campeggiò contro Pesto e contro Nola. Ma gli attacchi non furono fortunati.

Nei primi anni delle guerre ebbero pronti e grandi vantaggi i confederati. Silone comincia dal battere Perpenna, uno del Legati del console Rutilio Lupo; e non guari dopo Publio Vezio Scatone sconfigge il Console stesso, il quale nella battaglia del giugno 664-90 vi lasciò la vita, con non meno che ottomila dei suoi soldati, se si vuol credere alle cifre date dagli storici, che qui, in seguito, e sempre è a credere che esagerino, attingendo piuttosto all’eco delle voci popolari che ai documenti di Stato, se esistettero mai. Al Console morto in guerra succede nel comando Cepione, e questi, tratto che fu in un agguato da una finta dedizione dello stesso Popedio, vi muore trucidato, lui ed il suo seguito, dai Vestini. Mario, il vecchio e famoso Mario, succede a Cepione, e prende la rivincita, e vince una prima battaglia in cui è morto Erio Asinio, capo di Marucini, ed una seconda non guari dopo sui Marsi, ove è detto che restarono sul campo ben seimila di costoro.

Gneo Pompeo Strabone, che guerreggia con altro corpo d’esercito nel Piceno, è battuto anche lui dalle forze riunite dei tre comandanti italici, Guidacilio, Scatone e Lafrenio. Il vinto si chiude in Fermo; e quivi i vincitori lo stringono di assedio, mentre Guidacilio per le coste adriatiche si porta nell’Apulia, ove con le forze riunite degli altri insorti apuli o lucani s’impadronisce di parecchie città, tra cui Canosa, e, più che altra importante, Venosa, piazza forte del Romani. Qui fanno molto bottino, raccolgono molti armati, e liberano Oxinta figlio di Giugurta, che Roma teneva prigioniero di guerra in Venosa. Oxinta entra a combattere tra gli Italici; i quali intendono fare di lui un istromento a provocare le diserzioni dei Numidi, che erano nella cavalleria delle coorti romane in Campania.

A Pompeo che è chiuso in Fermo, va a portare aiuto Servio Sulpicio, il quale vinse sui Peligni una giornata che fu gravissima ai Socii, perché vi cadde morto Vezio Scatone: fu forza di togliere l’assedio a Fermo, ed obbligò i Socii a chiudersi essi in Ascoli, ove, a sua volta, li stringerà d’assedio lo stesso Gneo Pompeo Strabone.

Dall’altra parte l’esercito di Lucio Giulio Cesare, raccoltosi nel febbraio dello stesso anno 664-90 in Campania12, non è fortunato nei primi attacchi contro i luogotenenti di Mutilo. Vezio Scatone lo respinse sul Liri con grandi perdite ai Romani; e il contraccolpo della sconfitta fu che Venafro si diè agli insorti.

Cesare aveva spedito i corpi d’esercito dei suoi luogotenenti, Metellio nel Sannio, quelli Silla nella Campania, e quei di Publio Licinio Crasso nella Lucania. Ma Metello assediato dai Socii nella forte Isernia, non è potuto soccorrere da Silla che viene dalla Campania; e la piazza dopo parecchi mesi di assedio capitola per fame.

In Lucania, Publio Crasso è battuto da Lamponio, il quale anzi lo assale corpo a corpo quasi a finire la guerra con un duello, e lo costringe a chiudersi in Grumento dopo aver lasciato un migliaio di morti sul campo13.

Guidacilio, come abbiamo detto, dopo stretto Strabone in Fermo, era giunto nell’Apulia. E questa defezionata da Roma, e Metello stretto in Isernia, e Crasso chiuso in Grumento, dettero agio al supremo comandante dei Sanniti di avanzarsi contro il maggior corpo d’esercito di Roma, che era in Campania, e di provocare ad aperta adesione le città Campane, titubanti e tenute in soggezione dai soldati di Cesare. Allora la forte città di Nola si dà a Mutilo; il quale sia per diritto di guerra a noi ignoto, sia per rappresaglia di simili fatti, fa sgozzare il comandante romano, e dalla guarnigione accoglie tra i suoi soldati chi volle seguirlo, e chi non volle castigò a morte. La Campania all’oriente del fiume Sarno si commuove tutta; e si dànno man mano a Mutilo vincitore Stabia, Pompei, Ercolano, Linterno, Salerno e altre città, fuorché Nocera, di cui egli guasta ed incendia le campagne. Dalle ora sommesse città trae bene o mal volentieri, diecimila uomini; e va a stringere di assedio Acerra; si spinge anche più in là contro il non lontano campo del console. Ma questi tien fermo; poi all’ora propria esce fuori degli steccati; respinge il nemico e gli fa la perdita di seimila uomini uccisi. Roma celebrò questa vittoria come augurio sicuro di felici eventi; mentre i soldati acclamavano Imperatore il Console vincitore14. Però non guari dopo i vincitori stessi sono assaliti da Mario Egnazio, con sì gravi perdite, che il Console a rinfrancarsi è costretto di chiudersi in Teano dei Sedicini. Cotesto primo anno della guerra, fu piuttosto che ai Romani, favorevole all’impresa dei Socii, nella somma delle cose.

Ma l’anno che segue (665–89) la fortuna si dichiarò avversa agli alleati; e la prudenza civile del Senato di Roma ebbe reso agevole il cammino alla fortuna. Nell’autunno del 664–90 il Console Lucio Giulio Cesare fece passare la famosa legge, che il fino allora tenacemente negato diritto alla cittadinanza di Roma si concedesse a quelle città, che non erano entrate nella lega nimica, mantenutesi invece all’amicizia di Roma. Qualche mese dopo di essa, ai principii dell’anno 665-89, passò l’altra legge dei tribuni Plautio e Papirio, che dava la cittadinanza della città a coloro degl’italici che, domiciliati in Italia, dichiarassero fra sessanta giorni al Pretore la volontà loro di essere ascritti alla cittadinanza romana.

Queste leggi scrollarono il fascio guerreggiante degli Italici; e affievolendone l’impeto e fiaccandone la resistenza predisposero alla resa tutti coloro, che non altro veramente dimandavano, quando presero le armi, se non ciò che oggi, senz’altro spargimento di sangue, si concedeva. Ma non cessò di un tratto la resistenza. Gl’insorti, cui era supremo interesse lo allargare il cerchio dell’insurrezione, fecero punta a quest’intento nell’Umbria e nell’Etruria, ove un moto antiromano era cominciato; ma Pompeo Strabone ebbe la fortuna di sorprendere il largo esercito de’ Marsi, che marciava alla volta dell’Etruria; e li mise in completa disfatta.

Il nuovo anno portò nuovi Consoli e nuovi comandanti a capo degli eserciti di Roma. E mentre in Campania al console Lucio Giulio Cesare succede il pretore Silla; il console Lucio Porcio Catone prende il comando delle forze contro i Marsi. Ma, nonché poco fortunato nei suoi primi fatti di armi, egli è battuto e morto presso il Fucino. Allora Pompeo Strabone che era l’altro Console dell’anno, raccoglie in uno le forze sue e le altre dell’estinto collega, e va all’assedio di Ascoli. Qui l’impresa fu dura e lunga. Guidacilio corre con otto squadre di armati in soccorso della patria pericolante; ma se rompe la cerchia dei nemici e penetra nella piazza, non riesce a sperdere gli assedianti che invece raddoppiano di sforzi. La difesa della città fu feroce e disperata; disperata e feroce la fine.

Quando egli che ordinava e spronava tutti alla difesa della patria, fu certo che ogni resistenza era impossibile, scioglie ogni freno alla vendetta; fa man bassa su i Romani prigionieri, e, con più truci e vani propositi, su quanti avevano dissuaso da una resistenza disperata ed Inutile. Poi convita all’ultimo banchetto funebre i capi dell’esercito e della Curia, e il banchetto è allestito nel vestibolo del tempio. All’ultimo nappo prende il veleno, e quando crepitano le vampe dell’incendio che egli stesso ha ordinato, si stende sul triclinio che debbe servirgli di rogo. Così finì Guidacilio: con esempio non nuovo alle genti italiche, ma per noi e per tutti stupendo, se lo spettro della tarda vendetta contro gl’inermi della città non sorgesse ad offuscarne lo splendore. E la truce vendetta mutò di posto, quando Pompeo ebbe messo il piede nella vinta e disfatta città. Flagellati, e spenti o schiavi i cittadini; smantellate le mura; cassato il Comune; confiscate le terre! Ascoli insorta, diè il primo impulso al moto italico; Ascoli vinta, segna il principio al declino di esso.

I Marrucini, sconfitti presso Rieti, piegano ad accordi; i Marsi si sottomettono a Metello ed a Cinna; i Vestini e i Peligni tentennano, poi cedono anch’essi, l’anno dopo; e intanto Cosconio corre per l’Apulia, sforzando e sottomettendo città potenti, quali Salapia e Canne; e acciuffando la fortuna, batte gravemente al passaggio dell’Ofanto Egnazio15 che vi muore. Non ancora è caduta Venosa, fortissima piazza; ma l’Apulia può già considerarsi soggiogata.

Quando i Marsi e i Peligni ebbero deposto le armi, il governo federale abbandona Corfinio, e si tramuta nel Sannio, a Boviano. Quinto Silone va col Governo, e, insieme a Papio Mutilo, è a capo degli animosi che proseguono nella resistenza. Alla quale ormai non rimangono che i Sanniti, i Lucani e alcune delle città campane da costoro occupate.

Silla, a capo dell’esercito meridionale, comincia la nuova lotta; in cui rifulsero e i talenti militari dell’uomo, e i favori di quella dea che lo fece nominare fortunato e felice. Dalla Campania mira al Sannio e alla Lucania. Al cadere dell’aprile del 665-89 arriva ad impadronirsi di Stabia e la distrugge; poi Ercolano; poi, dopo maggiore sforzo, Pompei: e invano venne in soccorso della città il sannita Cluenzio, che fu, invece, aspramente battuto e disfatto da Silla. Nola, fortissima e da forti petti difesa, resiste; egli ne stringe l’assedio; e passa nell’Irpinia, e manda Aulo Gabinio con altro esercito in Lucania, a manovrare di conserva sui confini dell’una e dell’altra. Nell’Irpinia attacca la città di Eclano, che resiste, ma non tanto che possa giovarle l’atteso e invocato soccorso dei Lucani, rattenuti o indugiati che furono da Gabinio: Eclano cede; ed è fieramente punita dall’uomo inesorabile, che vuol punire ed atterrire. Quindi piega a destra, appressandosi al centro della resistenza sannitica, che è a Boviano e ad Isernia. Vince Papio Mutilo nelle vicinanze d’Isernia; sicché gli e più facile di stringere Boviano, e far che questa, disperando di resistere, capitoli, dopo che il governo federale l’ebbe abbandonata, ritirandosi in Isernia.

Al chiudersi dell’anno, non restavano all’insurrezione che, qui e qua, punti staccati di resistenza, quasi isole nel mare occupato da’ Romani: e tali Nola in Campania, Isernia nel Sannio, Venosa nell’Apulia, qualche altra citta nell’alto Sannio, e della Lucania e del Bruzio quella parte non breve che non fosse occupata da Aulo Gabinio. La condizione dei confederati era evidentemente disastrosa; trassero argomento di nuove speranze dalla guerra, che era ormai dichiarata tra Roma e Mitridate, e che sarebbe stato diversivo e indebolimento indeclinabile alle forze dell’inimico.

Anzi non mancò il Governo degli ultimi confederati a quegli accorgimenti diplomatici e militari, che la condizione delle cose imponeva. E mentre accresceva gli eserciti crudelmente stremati, incorporandovi gli schiavi donati di libertà, rinnovò pratiche in sul lontano Ponto con Mitridate, affinché, come già Pirro ed Annibale, avesse portato la guerra contro Roma in Italia; che era già in armi e provata alle sconfitte e alle vittorie. Parrebbe che uno del legali presso al Re del Ponto fu appunto quel Minius Jeius, che si trova scritto sulla moneta d’oro della guerra Sociale fino a noi pervenuta16. Ma Mitridate non venne in Italia; aspettò l’urto di Roma in casa propria, non restando però dall’infocolare di consigli, di speranze, di aiuti indiretti i confederati. Pei quali oggi è risaputo che fece coniare nelle sue zecche quelle monete d’oro ora accennate; che vuol dire li soccorse in danaro, il quale portò naturalmente l’impronta italica, perché avesse corso in Italia.

Il terzo anno della guerra, che fu il 666-88, vide precipitare a ruina le sorti italiche. Era ancora Quinto Pompedio Silone a capo dei confederati, nel Sannio; ed ebbe egli la fortuna di riprendere su i Romani la città di Boviano. Ma nella battaglia che tenne dietro a questo felice fatto di guerra egli rimase morto, e morti sul campo seimila dei suoi. E intanto che Pompeo Strabone, vincendo gli ultimi conati di resistenza dell’alto Sannio, sottomette del tutto i Vestini e i Peligni, Cajo Cosconio, che I’anno innanzi aveva conseguito fortunati successi in Apulia, espugna la forte Venosa, e vi fa tremila prigionieri; sicché tutta l’Apulia ormai può dirsi doma. In Lucania Aulo Gabinio aveva cominciato la sua campagna con buone sorti, impadronendosi di parecchie castella della regione, ma cadde morto in uno di codesti assedii; dei quali la storia non dice né il nome né i fatti di guerra17. Per tale evento, abbattuto che fu l’esercito romano, Marco Lamponio restò libero per la Lucania; e si trova scritto che egli con Tiberio Cleptio, altro comandante dei Lucani18, corse per la penisola Bruzia fino a Reggio per impadronirsi di questa città che era in fede ai Romani. Il colpo di mano non riuscì; ma mentre l’intento di esso è per noi poco chiaro19, mostra d’altra parte che tutta la regione dalla Lucania all’estremo Bruzio era libera dai Romani, i quali si concentravano nella Campania.

In questo stato né di vittoria ai Romani completa, né di sottomissione degli Italici intera, durarono le cose parecchi altri anni. In gran parte del Sannio perdurava la resistenza; e per tutta la Lucania e pel Bruzio non restarono a Roma che le città greche sul duplice mare. Gli è evidente, che il moto incominciato, come è detto, con lo intento di conseguire la cittadinanza di Roma, proseguendo mutò di carattere: e i Sanniti e i Lucani e i Bruzii continuarono a combattere, ma per l’indipendenza.

In questo tempo accaddero a Roma gravissimi eventi, che ebbero azione sul corso della storia del mondo e sull’interna costituzione della grande città. I moti dei popoli Italici passarono in ultimo luogo; ma, infine, entrarono anche essi come elementi modificatori della storia della città stessa; poiché le fazioni che si combattevano in Roma pel governo della città e del mondo, compresero che per vincere la resistenza era d’uopo appoggiarsi sulle popolazioni italiche non ancora vinte, quali i Sanniti e i Lucani. Sollecitati di accordi, accettarono, e intervennero direttamente nella lotta sanguinosa delle due parti cittadine. Perciò i fatti del loro intervento s’intrecciano a quelli delle grandi fazioni di Roma; e prendono parte a quella guerra civile, che avviò gradatamente e giustificò ultimamente la caduta della turbolenta Repubblica e l’avvento dell’impero.

Riassumeremo brevemente questi massimi fatti.

Sulpicio Rufo, tribuno della plebe, nell’anno 666-88, venuto a capo della parte democratica della città, fece passare la legge, che, soddisfacendo alle più recenti e più giuste domande degli alleati ammessi con le leggi Giulia e Plauzia–Papiria alla cittadinanza di Roma, li distribuiva equamente, per l’esercizio del voto, in tutte le 35 tribù; e non li lasciava come prima, rilegati tutti in complesso, nelle ultime otto tribù. La ragione e la conseguenza di questo diverso modo di iscrizione alle tribù non accade ripeterlo, che è risaputo.

Il Senato che prima fieramente si oppose alla equa distribuzione di nuovi cittadini in tutte le tribù, dové cedere; e Silla, capo della parte aristocratica e conservatrice, si ritrasse, torvo ed acerbo, all’esercito che era intorno a Nola. E con questo esercito, benché egli già legalmente dimesso dal comando, viene a Roma inimico e ribelle; scaccia la fazione opposta dei Mariani e di Sulpicio Rufo; cassa i nuovi ordinamenti di costoro, e dà mano alla prima delle sue restaurazioni degli antichi ordini. Forse passò i limiti e la misura; e la reazione contro i suoi fatti e i suoi intendimenti portò a console Cinna, che non gli era amico. Siila non rifece allora né una novella insurrezione militare, né un colpo di Stato; ma a capo dello esercito di Nola va in Oriente contro Mitridate. Lasciò l’Italia ai principii del 667-87.

Cinna con Mario ed il partito democratico ripropone allora, tra altri provvedimenti, quello della regge Sulpicia, per l’eguaglianza politica ai neo-cittadini italici ed ai liberti. Il Senato e la parte dei conservatori si oppone: ma accesi gli animi, dalle due parli si viene alle armi; e la mischia addiventa una vera battaglia campale, se dissero il vero gli storici che parlano di diecimila cadaveri sparsi per il Foro e per le vie della città! Cinna è dimesso da console e cacciato in bando; ed egli, con Mario e seguaci, corrono a tentar l’esercito di Roma che è sotto Nola, e si spargono per le città d’Italia a chiedere, per la causa comune che si combatte a Roma, aiuti di uomini e danaro. E col danaro compratine, come dissero, i capi, l’esercito si pronunzia per Cinna; e marciano su Roma tutti in un corpo, legionari, italici e schiavi liberati. Il Senato, messo alle strette, fa la legge che ridà ai comuni italici, vinti nella guerra Sociale, la cittadinanza di Roma; ed apre pratiche di pace e di concordia con i Sanniti, che non approdano, perché le condizioni che impongono gli Italici, non le accetta il Senato. Ma Cinna, invece, le accetta; ed entra in Roma vincitore, con ai fianchi Mario, che prende, se non il nome, la somma delle cose, e commette quegli eccidi, quei massacri, quegli orrori, quelle vendette pazze, che le grandi e tragiche e straordinarie commozioni della storia mettono a carico di classi intere, di moltitudini senza nome, d’impeti di belve collettivi, ma di individui soli non già.

E intanto che Mario, pazzo, lastrica la via a Silla, calcolatore e cosciente, Mario muore di natural (morte ai principii dell’anno 668) e l’umanità respira.

Cinna col nome di console e con autorità dittatoria si mantenne quattro anni (dal 667 al 670); e per eseguire uno dei patti concordati con i Sanniti e i Lucani, fa sanzionare, con Senato consulto, la legge Sulpicia, che ripartisce gl’italici neo-cittadini equamente nelle 35 tribù. Quali altri patti egli facesse a costoro non si sa: e se altri crede che, a tenerli in armi amici e compagni ai futuri eventi, bastasse il diritto al voto nelle 35 tribù della città, io, quanto a me, indugio a credere, e passo oltre.

Intanto Silla, che ha fatto la pace con Mitridate, torna in Italia; sbarca con l’esercito a Brindisi nell’aprile 671-83, e afforzato da quanti erano in esilio o perseguitati dalla fazione dominante, viene pel Sannio in Campania. Qui stringe d’assedio Capua, batte l’esercito di Norbano; accoglie nelle sue bandiere l’altro esercito che, sobillato, abbandona Scipione; e marcia innanzi per occupare Roma. Intanto Cinna è fatto a pezzi dai suoi soldati insorti in Ancona, il governo della città è preso da due consoli novelli, Carbone e Cajo Mario, figlio di Mario. Questi va incontro a Siila, e combatte fierissimamente a Sacroporto. Ma egli è battuto, ed è costretto a chiudersi in Preneste. E il vincitore lascia una parte dell’esercito a tener l’assedio della città, e con l’altra va in Etruria per combattere Carbone e Norbano.

I due centri di opposizione alla fortuna di Silla sono in Etruria e in Preneste. In Etruria, Norbano in sulle prime batte l’esercito di Lucullo, che si chiude in Piacenza; ma vinto egli stesso da Metello, l’esercito gli si sfascia e passa al nemico. Succedono altri scontri favorevoli ai Sillani; e l’esempio delle diserzioni diviene contagioso, e disertano alle bandiere soldati e ufficiali.

In fatti, una legione (come Appiano la dice) «lucana» (e non si sa se di gente di Lucca o di Lucania)20 passa a Metello; e il suo comandante, a nome Albinovano, par che resti in fede, e rientra in Arimino. Ma il demone della fortuna lo assilla; ormai, soldati di ventura e non cittadini, non pensano che alla carriera; Albinovano non sarà migliore degli altri. Quindi invita a cena nella sua tenda gli ufficiali di Carbone e di Norbano che erano ivi con loro; e fra le mense e i vini i suoi sgherri li tagliano a pezzi, ed egli fugge ai vincitori.

Perduta che fu l’Etruria e la Cisalpina non resta lo sforzo che a Preneste. Qui accorrevano gli avanzi dei carboniani dall’Etruria, e Perpenna si moveva dalla Sicilia; ma senza indugio arrivano dalla bassa Italia quaranta in settantamila armati tra Sanniti, Lucani e Campani21, al comando di Ponzio Telesino, di Marco Lamponio e di Gutta di Capua22. Un pronto e giusto concetto della situazione politica e militare traeva costoro a Preneste; ammesso però che un trattato di alleanza aveva già dovuto predisporre coteste sparse o già inimiche forze a convergere dov’era il pericolo.

Ma una parte dell’esercito sillano arriva prima di loro a Preneste ed occupa posizioni vantaggiose così, che i confederati italici non riescono a rompere; sono anzi minacciati di essere chiusi in mezzo dall’altro esercito di Silla che è per arrivare, al comando di Pompeo, dal settentrione. Allora Ponzio e Lamponio, che sono rimasti i due capi supremi degli Italici23, prendono un’audace risoluzione, che se non è chiaro quali probabilità avesse di vincere, rispecchia, senza dubbio, i supremi ardimenti di Annibale, e comanda l’ammirazione.

Girano inavvertiti le posizioni di Silla; e con celerità fulminea piombano inattesi innanzi alle porte di Roma. Era il primo giorno di novembre dell’anno 672-82; e Ponzio dall’alto del Celio, additando la grande città, ancora involta nei vapori mattutini del Tevere, dice ai Sanniti, ai Lucani, ai Campani, schierati in armi: — Ecco la tana maledetta dei lupi devastatori d’Italia! bisogna distruggerla, o non avremo pace! — E si spingono innanzi.

Invano le poche forze interne raccolte in fretta dal Senato uscirono incontro a rattenerli, e furono schiacciate. Ma i Sillani, a briglia sciolta, sopravvengono da Preneste: è l’avanguardia dell’esercito. Questo arriva in due grandi corpi, sul mezzodì: l’uno, capitanato da Silla stesso, è vinto e disfatto; ma l’altro, al comando di Marco Crasso, più fresco o più fortunato, vince a sua volta.

Alte prove di valore, supremi atti di energia, soprumani furori covrì l’oblio; ma è chiaro argomento della disperata virtù degli uni e degli altri, sia la resistenza lunga, durata un giorno e mezzo e una notte, sia gl’innumerevoli infiniti cadaveri che coprirono i campi intorno alle mura.

Fra i morti e i moribondi fu trovato Ponzio Telesino, col viso rivolto al cielo, e con lo sguardo, dice lo storico24, non di chi è vinto, ma di vincitore; e gli troncano il capo a trofeo di guerra! Tra i morti anche Gutta di Capua. La sorte che toccò a Marco Lamponio, strenuo e degno di fama quanto altri mai, è rimasta ignota25.

Silla ha vinto: e vincitore trionfa, percuote, abbatte, incendia, uccide, massacra, confisca, proscrive; e premia chi uccide e impicca e massacra e incendia. Ebbe odii immortali e vendette contro i democratici della città: ebbe odii immortali e vendette contro popoli e nazioni intere. Tra questi i Sanniti. Ottomila prigioni di guerra dei Sanniti, dei Lucani ed altri italici, fece restringere nel recinto del pubblico edificio dei comizi in Campo Marzio: intorno intorno dispose un cerchio di soldati e di sgherri; e quelli a colpi di frecce vennero spenti, fino all’ultimo, tutti! I clamori delle vittime prorompono nell’aria, quando egli, in quel momento, perorava in Senato, che era ivi presso adunato nel tempio di Bellona. All’urlo disperato dei mille che si ripercuote nell’aula, i Senatori, infra due, allibiscono; e l’oratore che amabilmente vuole inanimirli: — «Non vi indugiate, dice egli, Padri coscritti; sono un branco di faziosi che ricevono per mio ordine il castigo che si meritano» — e continuò amabilmente a perorare.

E continuò ad uccidere, a proscrivere, a confiscare. E poiché parvero esaurite le punizioni contro i privati, egli si voltò, dice Appiano, contro le città, «le quali puniva variamente; facendo a chi spianar le fortezze, a chi sfasciar le mura; imponendo a ciascuna pubbliche condanne, o affliggendole con intollerabili tributi; e di molle altre città trasse i propri abitatori ed in loro luogo mandò ad abitare colonie dei suoi soldati, per tenere dette città in luogo di propugnacoli o di fortezze; assegnando particolarmente a ciascun soldato secondo i meriti e la fede loro la porzione di terra, così delle case, come delle possessioni di tali città…»26.

Fortissimi esempi di una difesa disperata diedero molte di queste; tra cui, segnalate Populonia e Vetulonia; ma il fato della storia premeva tutte e tutto!

Nola non fu sgombrata dai Sanniti che nel 674-80. Isernia nell’anno stesso presa da assalto; quindi tutto il Sannio fu arso, devastato, spopolato dalle bande nere di Silla. Non furono, non potevano essere meno feroci contro la Lucania le vendette romane. Quando quetarono, era il deserto e il sepolcro! Ma il grido delle immani sventure passò di età in età. Floro scriveva: né la guerra di Pirro, né la guerra di Annibale, che durò quattordici anni, apportò all’Italia tanta ruina! Velleio ricorda che non meno di 800mila uomini costò questo duello a morte tra Socii e cittadini; e Diodoro, con istupore pauroso, dice la guerra Marsica «la più grande guerra» che avessero combattuta mai i Romani27. E intanto la causa degli Italici che parve e fu perduta con la vittoria di Silla, tornò vincitrice non guari dopo, senz’altro sforzo dei popoli, ma per la stessa necessità dei tempi e delle cose. Gli è dubbio ancora28, per vero, se il Dittatore avesse o no cassata anche la legge Sulpicia che dava il diritto di cittadinanza agli Italici: forse stimò impolitico ed inutile di farlo; ma cassata o sospesa che fosse dal terribile uomo, essa rivisse di nuovo in breve tempo: e la cittadinanza romana dopo Siila si trova data irretrattabilmente agli Italici, che vennero distribuiti equamente nelle 35 tribù.

Ma questa vittoria ideale per l’eguaglianza perfetta del cittadino d’Italia al cittadino di Roma, fu scontata a ben caro prezzo dalla generazione che ebbe parte alla lotta!

Tra le lacune e le oscurità della storia di questo gran moto civile, quello che apparisce men dubbio è la crisi cui andò soggetto il possesso della terra nelle città vinte e battute. Oltre alle confische ai privati cittadini che emersero sugli altri, le città e le regioni vinte perdettero una parte del territorio loro. Era questa una conseguenza, che è forza dire legittima! delle vittorie di Roma; perché conforme al diritto pubblico o internazionale delle città. Ma fu una necessità politica degli intendimenti di Silla. Aveva egli centoventimila soldati da compensare; aveva migliaia di popoli e città da tenere in freno. E venne su il sistema politico delle colonie, che da allora in poi, per lui e da lui, furono puramente militari. Le più belle città dell’Etruria, dell’Umbria, del Lazio, della Campania, del Sannio, della Lucania fu forza si stringessero nelle antiche sedi per far posto ai soldati di Silla, che venivano, ospiti armati di spada, a dividere i raccolti e mantenerle tranquille. La lista è ben lunga, e non si può dire ancora che sia interamente nota. Nominerò, al mio intento, queste solamente, cioè Pesto, Bussento, Grumento, Salerno, Temesa, Crotone, Scilacio, Taranto, Siponto, Telesia; e Capua, e Vulturno, e Puteoli, e Pompei, e Nola, e Linterno, e Minturno, e Abella, ed Abellino, ed altre ed altre, lì dove non vennero gli ospiti armati ad occupare i territori, questi restarono al dominio di Roma per future colonie, per futuro dealveazioni del popolo romano.

Come si acconciassero i cittadini a tante ripetute spartizioni di terre e a perdite di possessi, io non so; ma si può ben immaginare il profondo turbamento che doveva apportare alla civil comunanza questo violento e frequente turbinio di possessi, base alle famiglie e all’ordine sociale. Se a nome della Repubblica avveniva la spogliazione legale chi poteva, dunque, affezionarsi a questa Repubblica spogliatrice, che aveva d’uopo di scaricare periodicamente i turbolenti proletari di Roma sui pacifici cittadini delle provincie? E aprirono le braccia all’impero!

Ma se la legge della storia umana è inesorabile, questa, nelle infinite varietà sue, è sempre la stessa! Oggi i vinti non pagano più in tanti ettari di terra salda o di campi coltivati ai vincitori; ma invece pagano in lire e centesimi i milioni e i miliardi delle tasse di guerra; le quali, anticipate in massa sul credito dello Stato, si ripartono poi su tutti, ma a goccie, a centellini, a quote di respiro, che gravino meno ai presenti e un po’ anche agli avvenire. Ecco i temperamenti del progresso, le attenuanti della civiltà! E quegli usurai e publicani odiosi ai vecchi Italici e ai vecchi Romani, mutati oggi in banchieri, e non meno odiosi a certe ultime reliquie delle antiche plebi nella presente civiltà, cooperano a questi progressivi mitigamenti delle grandi calamità, esercitando nell’ordine delle cose la funzione della nube, che assorbe i vapori impercettibili della terra, e li ridà alla terra in massa di acque feconde.

NOTE

1. Vedi capitolo precedente a pag. 367.

2. Fragmenta: al lib. XXXVII. Excerpt. Vaticana, p. 120.

3. LIVIO, Epitome, lib. II, decade VIII:

Italici populi defecerunt; Picentes, Vestini, Marsi, Peligni, Marrucini, Lucani, Samnites: initio belli in Picentibus moto.

4. LIVIO, ibid.:

Servius Galba a Lucanis comprehensus, unius foeminae opera, ad quam divertebatur, captivitate exemptus est.

5. Otto guerrieri si veggono raffigurati sulla nota moneta della guerra Sociale: ove essi, disposti in due gruppi, giurano l’alleanza sulla porca, che è levata in alto sulle sue braccia da un soldato, posto in ginocchio a piè di un’asta infissa la suolo. Ma, a questo proposito e sul numero dei popoli collegati, Mérimée osserva che le notizie degli storici sono varie e difformi:

«Tito Livio — egli dice — ricorda nove popoli, Velleio nomina sette capi, Appiano dodici popoli e altrettanti capi. E, spigolando negli antichi che scrissero della guerra Sociale, quattordici e forse quindici capi: vero è che per un solo popolo soventi si incontrano nominati più capi, e per altri (come pei Vestini e pei Peligni) il nome dei capi o degli uffiziali loro nella lega s’ignorano. Altre monete della guerra sociale mostrano quattro guerrieri, e tal’altra due solamente».

Mérimée conchiude che dalle monete suddette non può trarsi argomenti valido (Essai sur la guerre sociale negli Études sur l’hist. romaine, pag. 80, ediz. Paris, 1867).

6. Metropoli dei Peligni la dice Strabone, VI.

7. VELLEIO PATERCOLO, lib. II: Caput imperii sui Corfinium legerant, quod appellavent Italicum — io leggerei Italicum per Italicorum. Strabone la dice Italica.

8. Cotesti nomi non si trovano uniformemente scritti presso gli antichi storici. Mérimée ha raccolto le varianti, molte e per taluno strane. Vedi Essai sur la guerre sociale, negli Étud. sur l’hist. romaine, pag. 31 dell’ediz. citata

M. Lamponio è scritto M. Aponios unicamente in Diodoro Siculo.

9. VANNUCCI, lib. V, cap. III, pag. 175, vol. III, dove riporta cotesti nomi, e la figura delle monete, riferendosi al Friedlaender Monete osche. — Conf. Fabretti, Gloss. Italic., tav. 53. — Vedi inoltre nota 16.

10. Per Clepizio vedi nota 18.

11. Il LENORMANT (nel libro La monnaie dans l’antiquité, Paris, 1878, vol. II) fa una distinzione che non trovo in altri, e che, anche a maggiore e opportuno chiarimento al nostro soggetto, riporterò in esteso:

«Gl’Italioti insorti — egli dice — nella guerra Sociale limitavano in tutto le magistrature, le leggi, gli usi della costituzione romana; e inoltre calcavano le loro monete su i denari di Roma. Ora gl’Italioti (sic) improntarono allora dai Romani la doppia fabbricazione parallela della moneta urbana (che relativamente a loro vuolsi appellare moneta civile) e della moneta militare.

Questa loro moneta civile porta solamente per leggenda di Stato il nome dell’Italia ITALIA su’ pezzi latini (FRIEDLAENDER, Oskiske Munzen, tav. X, n. 14, 18) o (in caratteri oschi retrogradi) VITELIA sui pezzi oschi (Id. t. IX, n. 1 e 7) senza nome di monetiere. Le loro monete militari hanno il nome dei generali rivestiti dell’imperium con o senza la leggenda di Italia. E così vi leggiamo i nomi dei due consoli nominati a Corfinio nel 90, il Marso Q. Popedio Silone, e il Sannita Q. Papio Mutilo, che le hanno emesse in questo stesso anno, come consoli comandanti gli eserciti, o piuttosto nel seguente anno, come rivestiti dei poteri di proconsoli. Il primo è scritto in latino Q. SILO. (Id. t. X, n. 10, il secondo sempre in osco11a e la forma più completa è questa (in caratt. oschi retrogr.) G. PAAPI G. MVTIL: egli comincia dal mettere il suo nome solo senza il titolo11b, poi vi aggiunge la qualifica di EMBRATVR corrispondente al latino imperator, del quale titolo era stato salutato dai suoi soldati.

S’ignora se il Numerius Luculeius o Lucilius figlio di Marco ignoto alla storia, e del quale i denari offrono il nome sotto la forma osca (retrograda) NI LUVKL MR (FRIED. pag. 77. t. IX) era un generale o un questore militare. Gli storici sono anche muti sul conto di Minius Jeius figlio di Minius, ossia Mi. Jeiis Mi. il cui nome si legge sulla moneta d’oro11c che Mitridate fece fabbricare in Amisos per gli Italioti: ma egli aveva evidentemente un comando militare Importante, ed era il principale personaggio dell’ambasciata mandata al Re del Ponto».

11a. «Anche in una moneta bilingue in cui si vede al dritto la leggenda latina Italia». FRIED. t. X, n. 21.

11b. «Sopra un denaro si legge al dritto il nome del generale Mutil, ed al rovescio quello dei Sanniti Safinim. FRIEDLAENDER, t. X, n. 3.

11c «FRIED. pag. 73. Pinder e Friedlaender, Beitraege I, pag. 176. MOMMSEN, M.R. Vol. II, pag. 126, n. 225».

12. APPIANO, Bell. Civ., I, pag. 23, lo dice Sesto Cesare (e così pure il Mérimée, Op. cit.) e Sesto Cesare quegli chiama il console collega a P. Rutilio Lupo. — Nell’anno di Roma 663, furono consoli Lucio Giulio Cesare e P. Rutilio Lupo.

13. APPIANO, Bell. Civ., I, pag. 23, dice:

«Marco Lamponio uccise circa ottocento di quelli di Licinio Crasso, e il resto inseguì fino alle mura di Grumento»

In DIODORO è questo frammento (al lib. XXXVII, Excerpt. Vatic. 120):

«Lamponio si slanciò contro Crasso: nel suo concetto non era il popolo che doveva combattere per i capi, ma i capi per il popolo».

14. A questo periodo di tempo vuolsi riferire ciò che si logge in OROSIO, il quale, però, nel riassumere le fonti a cui attinge, è tutt’altro che esatto:

L. vero Julius Caesar, postquam apud Aeserniam victus aufugerat, contractis undique copiis, adversos Samnites et Lucanos dimicans, multa hostium millia interfecit. Cumque ab exercitu Imperator appellatus esset… Senatus… sagum deposuit, lib. V. c. XVIII.

15. In Appiano è detto Trebazio.

16. LENORMANT (La monnaie dans l’antiquité, Paris, 1878, nel vol. 2º, pag. 121) a proposito della moneta di oro suddetta, scrive:

«Parrebbe del tutto accertato, tenuto conto del peso, del conio e del tipo di cotesto pezzo di oro, che esso fu fatto coniare in Amisos da Mitridate, pei ribelli d’Italia, quando ricevé la loro ambascieria (BOMPOIS, Les types monétaires de la guerre Sociale, p. 27. Conf. Zeitschr. f. Num. II. p. 88), e che Minius Jeius il cui nome vi si trova iscritto, era uno degli inviati. Il Re del Ponto amava di multiplicare tal genere di sfide alle pretensioni di Roma».

17. In LIVIO, Epitom. Iib. VI, della deca VIII, si legge:

A. Gabinius legatus, rebus adversum Lucanos prospere gestis, multis oppidis expugnatis, in obsidione castrorum hostilium cedit.

In FLORO si legge (lib. III, cap. 18):

Cato discutit Etruscos, Gabinius Marsos, Carbo Lucanos, Sylla Samnites, Strabo vero Pompeius omnia flamnis, ferroque populatus.

18. DIODORO (Fram. al lib. XVIII, pag. 441) nomina tre volte, a proposito dei Lucani o di fatti in Lucania, un Cleptio, un Clepitio, e un Tiberio Clepitio. Mérimée pensa che sia errore di codici, e che invece di Clepitio si abbia a leggere Cluentio, che fu uno sei Sanniti. Ma non essendo né impossibile, né improbabile un Cleptio o Clepitio tra i comandanti de’ Lucani, non veggo su quali solide basi possa adagiarsi l’avviso del dotto uomo. La ripetizione inoltre, e in diversi luoghi (cioè lib. 37.441, Fram.) dello stesso nome, è argomento contrario al concetto del Mérimée.

19. DURUY, Hist. des romains, II, 190, dice:

«Nella speranza di ridestare la guerra Sociale in Sicilia… si gittarono nel Bruzio, e cercarono di sorprendere Reggio…».

Lo stesso aveva detto il Micali.

20. APPIANO, lib. I, pag. 55. — «Truppe Lucane» dice Mommsen, vol. III, pag. 303 — Mérimée dubita che si abbia piuttosto ad intendere di una «legione di Lucchesi»; ed osserva:

«Il tradimento di una truppa di Lucani parrebbe poco probabile, tenuto conto delle disposizioni della loro patria; né, oltre a ciò, saprei spiegarmi come i Lucani si sarebbero trovati nell’esercito di Carbone». — Op. cit. pag. 181.

21. Settantamila dice Appiano, lib. I, pag. 55; quarantamila dice Velleio, lib. II.

22. FLORO, di questo periodo di tempo (lib. III, c. XXI), scrive:

Lamponius atque Telesinus, Samnitum duces, atrocius Pyrrho et Annibale Campaniam, Etruriamque populantur; et sub specie partium se vindicant.

Ed è vero; ma non è vero che essi arrivassero fino in Etruria.

23. EUTROPIO, Hist. Rom., lib. V, dice:

«Rursus pugnam gravissimam habuit (Sylla) contra Lamponium et Carinatem, duces partis Marianae, ad portam Collinam. LXXX millia hostium in eo proelio fuisse dicuntur. Similmente, OROSIO (V, c. 20): Sylla deinde cum Lamponio Samnitum duce et Carinatis reliquis copiis, ante ipsam urbem portamque Collinam… signa contulit: gravissimoque proelio tandem vicit. Octoginta millia hominum ibi fusa dicuntur, XII se se dederunt.

Vedi, innanzi, il passo di Floro, che indica come capo Lamponio.

24. Victoris magis, quam morientis vultum praeferens. VELLEIO PATERCOLO, lib. II.

25. La iscrizione funeraria ad un Lamponio, che l’Antonini dice trovata ed esistente in Maratea, è falsa. Vedi Corp. lnsc. Latin., n. 91*, vol. X.

Ma ogni spiracolo di luce non è lecito di trascurare, ed io aggiungerò questo. — Il P. Mannelli, del secolo XVII, nel suo Mss. inedito La Lucania sconosciuta, riferisce come esistente nei campi sotto Diano (Tegianum) sua patria, una greca iscrizione, o ne dà l’apografo: che poi venne pubblicata dal Corcia (Stor. III) e dal Macchiaroli (Diano e la sua valle, Nap. 1868) con significato più che dubbio, oscuro. Questa iscrizione, dagli apografi mannelliani mandati da Mommsen, pubblicò il CORSEN (Ephem. epigr. II, 153); e sarebbe una iscrizione di lingua osca in lettere greche. Ometto la lezione greca; ma la traduzione che ne dà il Corsen sarebbe questa:

A. LAMPONIUS PAQUII f. / OPPIUS PIUM SACRUM HOC / dedit / SALVUS VALENS (ovvero: pro salute). — In ZVETAIEFF, Sylloge inscr. Oscarum. Pietroburgo, 1868, p. 79.

26. APPIANO, lib. I, 59.

27. Framm. al lib. XVIII.

28. Mommsen dice che mantenne ferma la massima proclamata dal Governo (dei democratici): ogni cittadino di un Comune italiano essere di sua natura anche cittadino di Roma. Vedi lib. IV, C. 10, nel vol. III, pag. 317. Di contrario avviso è il Mérimée. Op. cit. 197 c.s.