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APPENDICE I

APPENDICE I.

LA TAVOLA OSCA DI BANTIA

Della Tavola osca di Bantia, di cui è fatto parola nel capitolo XX, riportiamo il testo e l’interpretazione latina che ne dava l’illustre professore M. Bréal nei Mémoires de la Société Linguistique de Paris. Tome IV. Paris, 1881, pag. 381.

Egli omette le prime linee della Tavola perché troppo guaste da lacune; e comincia dalla linea 4ª.

§ 1.

Svae pis partemust pruter pan [pertemest,] |

Si quis (comitia) peremerit, priusquam [peremet], |

deivatud sipus com[e]nei perum dolom mallom siom ioc comono mais egm[as touti-] |

jurato sciens in comitio sine dolo malo se ea magis rei publicae |

cas[a]mnud pan pieisum brateis auti cadeis amnud, iuim idic siom dat sena[teis] |

causa quam alicuius — aut — causa, et id se de senatus |

tanginud maimas carneis pertumum. Piei ex comono pertemest, izic eizeic zicel[ei] |

sententia maximæ partis peremere. Cui sic comitia peremet, is illo die |

comono ni hipid.

comitia ne habeat.

§ 2.

L. 8. Pis pocapit post1exac comono hafieist meddis dat castrid loufit |

Qui quandoque post hac comitia habebit magistratus de fundo vel |

en eituas, factud pous touto deivatuus2 tanginom deicans, siom dat eizaisc3 idic tangineis |

in pecunias, facito ut populus jurati sententiam dicant, se de illis (rebus) id sententiæ |

deicum pod valaemom touticom tadait ezum, nep fefacid pod pis dat eizac egmad min[s] |

dicere quod optimum publicum — esse, neve fecerit quo quis de illa re minus |

deivaid dolud malus. Svae pis contrud exeic fefacust anti comono hipust, molto etan |

juret dolo malo. Si quis contra hoc fecerit aut comitia, habuerit, multa tanta |

to estud n. CIƆ CIƆ. In svae pis ionc fortis meddis moltaum herest, ampert minstreis aeteis |

esto n. CIƆ CIƆ. Et si quis eum forte magistratus multare volet, dumtaxat minoris partis |

eituas moltus moltaum licitud.

pecuniæ multæ multare liceto.

§ 3.

L. 14. Svae pis pru meddixus altrei castrous anti cituas |

Si quis pro magistratu alteri fundi aut pecuniae |

zicolom dicust, izic comono ni ni hipid ne pon op toutad petirupert urust sipus perum dolom |

diem dixerit, is comitia ne habeat nisi cum apud populum quater oraverit sciens sine dolo |

mallom, in.trutum zicolom4touto peremust petiropert. neip mais pomtis.

malo, et definitum diem populus acceperit quater, neve magis quinquies.

§ 4.

(L. 15.) Com preivatud actud |

Cum reo agito|

pruter pum medicatinom didest, in. pon posmom con preivatud urust, eisucen ziculud |

prius quam judicationem dabit, et quum postremum cum reo oraverit, ab illo die |

zicolom XXX nesimum comonom ni hipid. Svae pis contrud exeic fefacust, ion svae pis herest meddis moltaum, licitud, ampert mistreis aeteis eituas licitud.

diem XXX proximum comitium ne habeat. Si quis contra hoc fecerit, eum si quis volet magistratus multare liceto, dumtaxat minoris partis pecuniæ liceto.

§ 5.

(L. 18.) Poncenstur |

Quum censores|

Bonsae tantam censazet, pis cevs Bantins fust censamur esuf in. eituam, poizad ligud |

Bantiae populum censebunt, qui civis Bantinus fuerit censetor ipse et pecuniam, qua lege |

iusc censtur censaum angetuzet. Aut svae pis censtomen nei cebnust dolud mallud |

ii censores censere proposuerint. At si quis in censum non venerit dolo malo |

in. eizeic vincter, esuf comenei lamatir Pr. meddixud toutad praesentid perum dolum |

et in eo convicitur, ipse in comitio vendatur prætoris magistratu populo præsente sine dolo |

mallom: in. amiricatud allo famelo in. ei sivom; poci eizeis fust pae ancesto fust, |

malo: et veneat cetera familia et is simul; quæ ejus fuerit quæ incensa fuerit, |

toutico entud.

publica esto.

§ 6.

(L. 23.) Pr. svae praefucus pod post exac Bansae fust, svae pis op eizois com |

Prætor sive præfectus qui post hac Bantiae erit, si quis apud illos cum |

atrud ligud cum acum herest, auti pru medicatud amnim aserum eizazunc egmazum |

altero lege agere volet, aut pro judicato manum asserere illarum rerum |

pas eixascen ligis scriftas set, ne pim pruhipid mais zicolois X nesimois. Svae pis contrud |

quæ hisce in legibus scriptæ sunt, ne quem prohibeat magis diebus X proximis. Si quis contra |

exeic pruhipust, molto etanto estud n. CIƆ. In. svae pis ionc meddis moltaum herest, licitud, |

hoc prohibuerit, multo tanta esto: n. CIƆ. Et si quis eum magistratus multare volet, liceto, |

[ampert] minstreis aeteis eituas moltas moltaum licitud.

dumtaxat minoris partis pecuniæ multæ multare liceto.

§ 7.

(L. 27.) Pr. censtur Bansae |

Prætor censor Bantiæ |

[ni pis fu]id nei svae Q. fust, nep censtur fuid nei svae Pr. fust. In. svae pis Pr. in. svae |

ne quis sit nisi quæstor fuerit, neve censor sit nisi prætor fuerit. Et si quis prætor et si |

… in nerum fust, izic post eizuc Tr. pl. ni fuid. Svae pis |

… magisterium — fuerit, is post illud Tr. pl. ne sit. Si quis |

… [facus f]ust, izic amprufid facus estud. idic medicim cizuc |

… [factus] erit, is improbe factus esto. Id magisterium illo |

… medicim … um VI nesimum |

… magisterium … Vi proximum |

… um pod |

… quod |

… medicim |

… magisterium |

La tavola di Bantia si conserva nel Museo nazionale di Napoli. Fu trovata verso il 1790 nel territorio del paese di Oppido di Basilicata, che oggi è detto Palmira. È una lastra di bronzo, alta 25 centimetri e larga 38, scritta dai due suoi lati: da un lato è incisa una legge o plebiscito, in latino, d’ignoto contenuto; dall’altro è l’iscrizione osca: però anche questa scritta, come quella, in caratteri latini, i quali ai paleografi indicano i tempi del secondo secolo av.C. Manca il principio, la fine e la parte destra dell’iscrizione.

Non vi è relazione di sorta (come oggi è accertato) tra la iscrizione osca e la latina. Il testo osco fu pubblicato primamente nel 1795 dal Marini (nei Fratelli Arvali); poi dal Rosini, e nel 1820 dal Guarini, in fac-simile, ma da tutti e tre senza interpretazione. Grotefend e Klenze tentarono la spiegazione di qualche passo. Tra noi, Cataldo lannelll (Veter. Oscorum Inscript. Neapoli, 1841, pag. 119-126) spiegando, per mezzo del semitico, alcune linee qui e qua della Tavola, stimò che contenesse le norme pei convivii tribali, che i popoli della stessa razza o tribù, congregati al santuario di un loro Iddio, solennizzassero di banchetti comuni nelle periodiche solennità. Ma nessuno accettò né la spiegazione sua, né la via su cui si era messo.

Mommsen il primo diede un’interpretazione di tutta la Tavola, aggiungendo alla spiegazione lineare un commentario «che non è (dice il Brèal) la parte migliore del suo grande lavoro». Fuorviato (questi continua a dire) dalle cifre numeriche che si trovano nella Tavola, e da qualche parola come ziclom, carneis, posmom, ecc. che interpretava per jugerum, cardo, pomum, volle vedere nella Tavola osca di Bantia una legge agraria, con la quale i Romani concedevano agli abitanti di Bantia il godimento di una parte dell’ager publicus. Da alcune scorrezioni che si incontrano nel monumento (per esempio, una volta dolud mallud e un’altra docud malud, Sansae per Bansae, ecc.), egli suppone che la Tavola fu incisa in Roma da un artefice ignaro dell’osco.

All’interpretazione di Mommsen si oppose il Kirchhoff, che in una lettera diretta allo stesso dottissimo uomo nel 1853, mercé uno studio rigoroso della parte grammaticale e con grande forza di ragionamento, stabilì che non si trattava di ager publicus, ma sì del dritto municipale di Bantia, e segnatamente de’ comizii, del censo, e del cursus honorum. Mommsen non pare che accettasse l’interpretazione del Kirchhoff; ma non pare altresì che perdurasse nella sua prima spiegazione.

Dopo i lavori del Lange (1853) che ebbe il merito di determinare il valore giuridico di un certo numero di parole e la conformità tra certe disposizioni della legge di Bantia e quella di Roma; e dopo un altro lavoro di Huschke (nel 1856), notevole per la scienza del dritto, ma non per la parte grammaticale della interpretazione (Brèal). Il Bücheler diè una traduzione intera del testo che fu pubblicata nei Fontes juris romani antiqui di Bruns (Tubinga 1876); ed è riportata nell’importante opera del professore all’Università di Mosca I. Zvetaieff, dal titolo: Sylloge inscriptionum oscarum ad archetyporum et librorum fidem. Pars prior textum, interpetrationem, glossarium continens. Petropoli in 8º. La seconda parte contiene le tavole; infolio. Lipsiae, 1878.

L’interpretazione del Bréal, che concorda in massima con i concetti e la spiegazione di questi ultimi interpreti, se ne scosta per più lati e per ragioni filologiche. Egli vi aggiunge un commentario di carattere segnatamente filologico, che noi si omette di riportare in questa edizione.

Il Bréal conchiude il commento filologico con queste osservazioni:

Resta a dire alcunché sull’epoca probabile e sull’origine del monumento Bantino. Ch’esso sia della età dei Gracchi, o ad un dipresso, gli è ammesso da tutti. Mommsen suppose che la parte latina e la parte osca presentino una sola e medesima legge in due lingue diverse; e tenendo conto dei nomi romani delle magistrature e sopratutto dei tribuni del popolo, egli crede che sia una legge romana mandata nella traduzione osca agli abitanti di Bantia. Epperò i magistrati, di cui è parola nella tavola, sarebbero magistrati che esercitarono loro funzioni a Roma.

Ma questo sistema soffre delle gravi difficoltà.

La parte osca della Tavola è incisa sulla faccia di dietro o versa della lastra: od è poco verosimile che un testo di legge, che debba essere a notizia di tutta una città, siasi scritto nella parte che va di contro al muro a cui si affìgge.

Le due o tre formole che si riscontrano identiche nelle due leggi, latina ed osca, vuolsi attribuirlo ad una coincidenza fortuita che ben può spiegarsi per la rigidità e Ia continuità della lingua giuridica. Ma la prova manifesta che la legge è fatta per Bantia è nelle parole della linea 27: Prætor censor Bantiæ ne quis fuerit… Evidentemente Ia legge non parla qui di magistrati romani: e da ciò si arguisce altresì che i tribuni del popolo nominati nella parte osca sono, anch’essi, magistrati di Bantia.

Che cosa egli è dunque questo testo di legge che tratta di sì varie e diverse materie, quali sono comizii, giuramenti di magistrati, cause o giudizi civili, censimento, cariche pubbliche; e che adopera nomi romani e lettere latine per regolare gli affari di una città della Lucania? Anche in questo ci pare che il Lange abbia raggiunta Ia verità. Bantia è una repubblica indipendente, un municipio: ma riceve le sue leggi da Roma; forse a sua domanda. Gli antichi scrittori riferiscono in molti luoghi, che il tale personaggio eminente di Roma ha dato le leggi a tale città d’Italia. Il pretore L. Furio, per esempio, dà le leggi a Capua (Tito Livio, IX, 20); il pretore C. Claudio Pulcher alla città di Halaesa (Cic. Verrin. II, 49); Scipione le dà ad Agrigento (Ibid. 50). L’espressione consacrata era questa: leges dare o jure statuere; e nel testo della nostra tavola, al § VI, lin. 23, si leggono queste parole in plurale: illarum rerum quae hisce in legibus scriptae sunt. Questa ipotesi spiegherebbe le particolarità che abbiamo segnalate. Non si tratta di una costituzione formata tutta di un pezzo; invece le leggi si riferiscono solamente ad un certo numero di punti controversi: così le leggi di Halaesa trattavano de senatu cooptando; e per quelle date ad Agrigento, ecco le stesse parole di Cicerone:

«Agrigentini de senatu cooptando Scipionis leges antiquas habent, in quibus et illa eadem sancta sunt de aetate hominum, ne quis minor XXX annis natu, de quaestu quem qui fecisset ne legeretur, de censu, de ceteris rebus…».

Questa mescolanza è caratteristica.

La Tavola adunque emanerebbe da un Praefucus romano incaricato della revisione allo statuto del municipio di Bantia. Il che risponde, bisogna dirlo, al virgiliano:

Tu regere imperio populos, Romane, memento.

NOTE

1. Nel testo Pocapit è scritto pocapi.t, e due volte si ripete post. post: errori manifesti dell’incisore; e non i soli. Nella tavola ciascuna parola è seguita da un punto, meno qualche eccezione.

2. Così probabilmente invece di deivantuns.

3. Nel testo è scritto: eizasc.

4. Nel testo è scritto: zico.