CAPITOLO IX
LA CHIESA E GLI ORDINAMENTI GERARCHICI ECCLESIASTICI DELLA PROVINCIA
Come e quando la novella religione del vangelo si sparse per la regione della Lucania, non si sa: è lecito supporre che si diffondesse piuttosto dal centro dell’impero alle provincie; anziché, dando fede alle tradizioni di talune chiese, riattaccare le origini di esse ai viaggi dei due principali apostoli a Roma, quando, approdati essi a Reggio o a Brindisi, attraversarono il paese intermedio fino al Tevere. Di queste tradizioni epicorie, se la pietà può esserne edificata, non ne sarà edificata la storia. Né la storia potrebbe riposare sulla fede di quegli Atti di martiri, che narrano le persecuzioni di sangue ai neocredenti dei tempi di Diocleziano, di Valentiniano, di Costantino: sono documenti di pietà, non titoli di storia. Se nella ricca miniera della letteratura agiografica medioevale ogni tratto di paese, ogni città di qualche importanza trova testimonianze domestiche di questi generosi propugnatori dei dritti della coscienza contro le prepotenze dei tiranni civili o spirituali, per la regione nostra non mancano le memorie. E qui incontreremo la falange dei dodici fratelli di Africa, spenti di scure per la fede di Cristo parte a Potenza, parte a Venosa; altrove è S. Vito, un maraviglioso fanciullo nato in Sicilia, che dal luogo ove è spento è detto Lucano, poiché alle persecuzioni di Diocleziano egli muore con l’aio e la nutrice sua sulle sponde del fiume Sele. Altrove sono i tre fratelli Vittore, Cassandro e Senatore decapitati con la madre Numanzia presso Venosa; a Grumento è Laverio, che predicò primo la fede novella ai popoli di quella città e ne fu punito nel capo, ai tempi di Costantino Magno1. Ma, tacendo degli altri monumenti, questi che più da vicino ci toccano, non possono avere valore di storia tanto da appagare una critica ancorché discreta; perché se non fossero (come sono) scritture di tempi molto lontani dai fatti che raccontano, l’intenzione di esse ad edificare l’animo dei fedeli è così spinta e così manifesta, che l’obbiettività del testimonio svanisce, e quello che afferma è sospetto. D’altra parte, lo stesso genere di persecuzioni e la stessa qualità di tormenti che si ripetono da per dovunque, la stessa macchina di un maraviglioso stereotipo, la stessa mancanza di dati obbiettivi peculiari alla storia del tempo c del luogo, lo stesso identico stampo formale della ma¬teria che si manipola, ne mostrano, da un lato, l’inanità loro quanto a titoli di storia; e da un altro lato la loro prevalente affinità ai prodotti poetici della mente popolare. Non vorremo negare però che questa poté trarne la ispirazione e le mosse da pie tradizioni locali; ma della portata di queste a tanta distanza di secoli, non possiamo farci una idea adeguata. Certo è (come in altro luogo fu da noi riconosciuto) che la leggenda di S. Laverio non è del tutto campata in aria; non è, come altri potrebbe credere, tela d’invenzioni ingenue o ingegnose di un intelletto angusto, ma infervorato di pietà; giacché il ricordo di questo personaggio si trova infisso in varii punti topografici della regione, per lungo e per largo. Tale altresì la leggenda di S. Guglielmo di Goleto2.
Alla categoria di veri titoli di storia si avvicinano di preferenza certe agiografie del secolo X e XI, che si riferiscono a pii eremiti di quella età. Tali le leggende di San Vitale e quella di San Luca; i cui ricordi sono ancora inviscerati ai nomi topografici delle campagne poste per la bassa valle del fiume Sauro tra Guardia Perticara ed Armento. Queste due agiografie (non che quella di maggiore importanza di San Nilo il giovane, di Rossano) possono dare qualche filamento alla tela della storia vera nella buia lacuna del secolo X e dell’XI. Rispecchiano, ad ogni modo, Io stato di fatto delle campagne spopolate e deserte; in cui l’anacoreta elevava qui e qua delle sue mani, presso la grotta che abitava, l’oratorio o la chiesetta, e intorno alla chiesetta la porca del verziere, che le stesse mani del pio solitario riquadravano, coltivavano, circondavano di siepe viva. La grotta man mano si tramuta in laura, ad abitacolo di altri solitarii; la laura in cenobio, questo in abazia, l’oratorio si amplia in chiesa, e la chiesa e il cenobio s’incorona di capanne e di case, che fra un secolo diventerà villaggio, paese e feudo.
Le prime notizie sicure degli ordinamenti gerarchici della Chiesa nella nostra regione sono del secolo V e del VI. Un arcidiacono della chiesa grumentina è ricordato in una lettera di papa Gelasio (492-496) del secolo V; un’altra di papa Pelagio del secolo VI, ci dà notizia di vescovi a Potenza, a Grumento e a Marcelliana o Consilino: nei primi anni del secolo stesso intervengono, ai concilii di Roma vescovi di Acerenza, di Venosa, di Potenza; e dalle lettere di Gregorio Magno, al dechinare del secolo VI, si ha notizia delle chiese episcopali di Blanda, di Velia e di Bussento, le quali, orbe di pastore, il gran Pontefice dà incarico di visitarle a Felice, vescovo di Agropoli3. Infine i vescovi di Blanda, di Velia e di Pesto intervengono al Concilio lateranese del 648 contro i Monoteliti4.
Da questi sparsi dati di fatto si può trarre argomento che nel primo e più buio periodo della storia ecclesiastica della regione, tutte le antiche città lucane di qualche importanza, con àmbito intorno di vici o villaggi dipendenti, ebbero a capo della propria chiesa un vescovo5, ma con giurisdizione non più estesa della propria città e contado. Tale era difatti il concetto direttivo antichissimo degli ordinamenti gerarchici, e i Concilii ne fanno fede: ogni città popolata e nobile era stimata degna di avere un vescovo. Quindi il gran numero di città episcopali non pure nell’antica regione lucana, ma per molti paesi della nuova regione, verso il mille; scomparse di poi e non ricordate fuorché in qualche antico documento.
Dal secolo VI ci è forza venirne alla fine del secolo X, senza poter riempire di nessuna notizia la lacuna intermedia. Nulla ci è noto delle vicende religiose dei nostri popoli di fronte ai longobardi, un tempo ariani: nulla di certo e di determinato, di fronte alle persecuzioni iconoclaste di Leone Isaurico, che, di certo, grandi perturbamenti dovettero apportare nelle nostre contrade6.
Verso la metà del secolo X s’incontra un raggio di luce presso il cronista Liutprando vescovo di Cremona, che fu mandato dall’Imperatore tedesco in missione a Costantinopoli: e ne scrisse una relazione nel 968. In essa egli attesta che
«Niceforo ordinò al Patriarca costantinopolitano di elevare a metropolitana la chiesa di Otranto; e di non permettere altrimenti che in tutta l’Apulia e nella Calabria si celebrino i divini misteri in (rito) latino, ma sì in greco. Quindi Polieuto, patriarca di Costantinopoli, mandò privilegio al vescovo di Otranto, dandogli autorità di consacrare i vescovi in Acerenza, in Tursi (Turcico), in Gravina, in Matera, in Tricarico; che è ritenuto appartengano alla consacrazione del Papa»7.
Per cotesti nuovi ordinamenti dei Greci quasi intera la regione basilicatese e i suoi vescovi furono in dipendenza del metropolitano di Otranto; e nulla di autorevole può persuaderci (come pure pretende qualche scrittore) che gli ordini del patriarca bizantino non avessero avuto effetto. L’ebbero anzi, è lecito di credere, finché il dominio greco durò nella regione nostra; ed è lecito di supporre che da codeste disposizioni gerarchiche non poté non ricevere impulsi e favori la diffusione del rito greco anche per le chiese minori.
Negli antichi tempi, e fin quasi al secolo X la gerarchia della Chiesa romana nella bassa Italia non riconobbe metropolitani; tutte le sedi episcopali dipendevano direttamente da Roma8. I Greci e il loro patriarca, causa la lontananza dal centro di Bisanzio, introdussero i metropolitani nelle regioni italiche cui dominavano; e si ha notizia che per qualche tempo, ma prima del 968, Acerenza dipese dal metropolitano greco di Santa Severina. All’epoca di questi metropolitani, italo-bizantini, sursero la prima volta i metropoliti nella gerarchia del rito latino. Sursero probabilmente a premura della potestà civile; quando lo Stato longobardo si sgretolò nei tre Stati autonomi e indipendenti di Benevento, di Salerno e di Capua.
I vescovi di queste città, capo di Stati, ebbero dal fatto una certa prevalenza di lustro e di onori sugli altri delle città minori. Dopo l’elevazione a metropolitano del vescovo di Capua nel 966, e di Benevento nel 969, il principe di Salerno ottenne l’elevazione stessa per quello di Salerno nel 9849. Ma nell’àmbito di questo principato erano due minori città che ebbero assai grande importanza come capo di castaldati, e furono Conza ed Acerenza. In memoria pertanto di questa loro antica importanza avvenne che anche Conza ed Acerenza furono elevate a metropoli ecclesiastiche quasi allo stesso tempo.
Per Acerenza (a cui dobbiamo restringere l’indagine nostra) il fatto non accadde che al tempo dei Normanni nella seconda metà del secolo XI; ma sarebbe, a mio avviso, del tutto inesplicabile questo privilegio dato ad Acerenza sopra altre città della regione, se non si rimonti alle tradizioni dell’importanza sua nella storia e nei tempi del principato longobardo salernitano. Importante strategicamente e guerrescamente la città, importante ed esteso il castaldato così, che nella divisione dei due principati esso, come si è visto, fu diviso in due tra i due Stati per l’ampiezza sua; importante per la parte che ebbero nella storia longobarda i castaldi di Acerenza, la città ne trasse tale lustro e rinomanza che si protrassero anche nei tempi posteriori. Era già la città di Melfi capo del recentemente costituito ducato di Puglia; era dessa già sede di Roberto Guiscardo, fin d’allora potente quanto un re di corona; eravi Venosa, già antico vescovato, e sede di un conte che fu anch’esso duca di Puglia. Come egli adunque poté avvenire che, messe da parte queste città, Melfi, Venosa e Matera, si eleva allora su tutte le altre e per tutta la regione basilicatese, dal Bradano al Sinni, a metropoli ecclesiastica Acerenza, che era allora contea di un conte minore e suffeudatario? Io non ne trovo altra sufficiente ragione che nella tradizione, testé indicata, della precedente importanza della città, se l’elevazione a Metropoli avvenne, come pare, dopo la conquista dei Normanni, e non prima.
La data precisa del fatto, per verità, è incerta; né i titoli mancano, ma si contraddicono. Nella cronica di Lupo Protospata (che era cittadino di Matera, o di città lì intorno) viene nominato l’arcivescovo di Acerenza Arnaldo sotto l’anno 1080; nella lettera del 1074 di Gregorio VII a questo stesso Arnaldo, egli è detto non altrimenti che vescovo. Parrebbe adunque che entro questo breve periodo di anni fosse elevata a metropoli la sede di Acerenza; e l’induzione sarebbe confermata dall’altra notizia, che nel novero dei prelati che assistettero alla dedicazione solenne della chiesa di Monte Cassino nel 1071, Arnaldo di Acerenza non è detto altrimenti che vescovo10.
Il dato cronologico sarebbe pertanto accertato, se lo Zavarroni, vescovo di Tricarico, non avesse pubblicata una bolla del 1060 data da un arcivescovo a nome Godano di Acerenza al vescovo Arnaldo di Tricarico; e se nell’Ughelli stesso non fosse la famosa bolla di Alessandro II, del 1068, all’arcivescovo Arnaldo di Acerenza con l’indicazione di gran numero di chiese suffraganee11. La prima del 1060, che avremo occasione di riferire fra breve, è ritenuta un’impostura manifesta dal critico Di Meo12. La seconda, famosa per le controversie che suscitò pei Tribunali nell’antipassato secolo, è pubblicata in miglior lezione dal Di Meo stesso; che dopo averla corretta sul luogo, cioè presso l’archivio episcopale acheruntino, conchiude sembrargli per lo meno «spuria»13. A questo titolo, se la fede in essa vacilla, non è però tale il dubbio che si possa rimuovere del tutto, come per l’altra del 1060. Laonde mi è forza conchiudere che resta ancora incerta la data precisa della erezione a metropoli della sede episcopale di Acerenza.
Dalla metropoli di Acerenza dipendono, negli ordinamenti gerarchici, quasi tutte le sedi episcopali della provincia di Basilicata, e propriamente (oltre a Matera che le fu unita) quelle di Tursi, di Tricarico, di Venosa, e di Potenza, che comprendono esse sole per otto decimi la popolazione della intera provincia. Restano ai lembi estremi la sede di Muro che dipende da Conza; quella di Melfi che è in diretta dipendenza da Roma; quella di Marsico, che, pure unita a Potenza, dipende da Salerno; e Montepeloso, negli ultimi tempi riunito a Gravina. Restano inoltre, qui e qua, dei paesi, alcuni come Maratea dipendenti dalla sede di Cassano Jonio; altri come Lagonegro, Lauria, Rivello e Trecchina da Policastro. Evidentemente la dominazione politica, a cui soggiaceva questo o quel paese quando fu circoscritto l’àmbito della diocesi, determinò l’aggregazione di cotesto paese piuttosto ad un centro che ad un altro, senza tener conto delle ragioni topografiche di vicinità.
È necessario alla economia del nostro lavoro di accennare almeno le origini di ciascuna di queste sedi.
Nel 968 la città di Tursi, sede di vescovo, fu data suffraganea al greco metropolitano di Otranto, come innanzi fu detto. Se prima di quell’anno avesse avuto vescovi proprii, non si sa; ma li ebbe in seguito per la durata di qualche secolo, come a me pare fuori dubbio da parecchi documenti che saranno indicati. I quali però non bastano a chiarire la storia della sede tursitana; anzi, perché assorgono di contro altri documenti della prossima Anglona, la storia dell’una e dell’altra sede s’inviluppa, e la poca luce si offusca. Anglona (che si crede succeduta all’antica Pandosia lucana) fu città non più lontana anche essa da Tursi che cinque o sei chilometri: ebbe i suoi vescovi dal secolo XII in poi; finché spopolala che fu per cause ignote nel secolo XVI, la sede non ne fu trasferita a Tursi nel 1546; e da allora il vescovo si disse «di Anglona e Tursi». Ma furono esse allora due diocesi riunite insieme, e vissero perciò contemporaneamente, almeno per qualche tempo, il vescovo di Tursi e quello di Anglona? O il vescovo non fu che un solo, e prese nome or dell’una or dell’altra sede, secondo la momentanea residenza sua, o secondo altre ragioni che restano ignote?
A queste istanze male rispondono le congetture di storici locali, e le affermazioni più che sospette degli avvocati delle due città in litigio14. Risponderanno, almeno in parte, i documenti che indicheremo a piè di pagina, se lettore vorrà esaminarli in raffronto tra loro e in serie cronologica15.
Or se le parole hanno un significato proprio anche nei documenti del medio evo, da questi documenti il lettore ritrarrà, la convinzione che Tursi ebbe sede di vescovo sino a tutto il secolo XII (come dal docum. n. 9 del 1201); e fu di rito greco fino almeno alla metà del secolo XI (doc. n. 2). Contemporaneamente alla sede ed al vescovo di Tursi ebbe vita il vescovo della sede di Anglona; e i documenti lo attestano indubbiamente dalla metà del secolo XII in giù (docum. n. III); se prima di questo tempo, è ignoto. Ebbero, inoltre, ambedue le sedi contemporanea esistenza anche per un periodo di tempo del secolo XIII; la cui durata non mi è dato di determinare. Però in questo stesso secolo XIII, a quanto pare, la sede di Tursi cessa e viene incorporata alla sede di Anglona16. La ragione, non che l’epoca precisa è ignota; ma è certo che nel documento (n. XI) del 1320 Tursi è detta «in diocesi d’Anglona», e il vescovo di Anglona e i canonici di Anglona stipulano atti giuridici nella città di Tursi. Forse fin da quel tempo essi, benché detti di Anglona, risiedevano in Tursi (e può trarsene argomento probabile dal documento stesso del 1320); ma di certo la materia è oscura. Continuò ad esistere la sede di Anglona pel secolo XIV e pel XV; ma ai principii del secolo XVI, poiché la città che era venuta spopolando, non dava sicurezza o comodità di vivere a quei che l’abitavano, il vescovo ottenne da papa Paolo III di trasferire a Tursi la sede episcopale, nel 1546. La bolla pontificia non esiste; ma l’Ughelli afferma, che il «Pontefice volle che d’allora in poi il vescovo si fosse detto d’Anglona e Tursi»17; e questo è per me argomento che ancora viveva nel secolo XVI la tradizione dell’antica sede episcopale di Tursi. I vescovi però negli atti non uffiziali si continuarono a dire vescovi di Anglona, e non altrimenti18.
Per la storia interna del vescovato di Tursi non si vuol dimenticare il sinodo che, con l’intervento di vescovi delle prossime regioni, sarebbe stato tenuto nella sua chiesa l’anno 1060. Ne attesterebbe il fatto una bolla dell’arcivescovo di Acerenza Godano diretta al vescovo Arnaldo di Tricarico19, nella quale si leggono queste parole:
«Dopo la Sinodo di Melfi (dell’anno 1059) celebrata dallo stesso santissimo papa Nicolò; dopo la condanna (ivi pronunziata) del vescovo di Montepeloso per simonia ed adulterio; dopo che fu deposto il vescovo di Tricarico, perché neofito; e poiché queste sedi episcopali (è riconosciuto) appartengono alla diocesi della nostra madre chiesa, piacque al santo Pontefice ed a tutta la santa Sinodo di ordinare a me, e al signore Arnolfo, Arcipresule della chiesa Cosentina (quale) vicario della S.R.C. che senza indugio si fosse provveduto alle suddette chiese, per giusti motivi dispensate del loro pastore; anzi si fosse da noi provveduto, affinché, per la vicinanza del luogo, fosse unico il capo di amendue le chiese20. A correggere pertanto le molte enormezze di quella regione, noi celebrammo, secondo il comando apostolico, una Sinodo nella sede Tursicana; ed ivi, con l’assenso della Sinodo e canonicamente, elegemmo Te… al vescovato di Tricarico…, che per mandato apostolico è trasferito da Greco (rito) in Latino…».
Tutti questi minuti ragguagli sarebbero, senza dubbio, importanti per la storia della regione, se fossero veri. Ma la bolla, onde essi emergono, di dubbia autenticità per molti, per molti è falsa addirittura; e per me è tale altresì21.
In un documento del 1526 la diocesi di Anglona noverava 34 luoghi o paesi abitati, più o meno popolosi, ma ciascuno con suo clero, arciprete e cantore. In altro documento del 1670 i paesi sono 37; ma con differenze degne di nota. In quest’anno 1670 facevano parte della diocesi quattro paesi di gente albanese (San Costantino, Casalnuovo, Castroregio e Farneta), che erano surti dopo il 1526; invece, mancavano i paesi di Anglona, di Policoro, di Scansana, di Cinapura, di Agromonte, di Sicileo, di Rubio e di Trisaia (o Santa Laura) che erano nel novero del 152622. Oggi queste denominazioni topografiche vivono ancora, ma infisse a grandi tenute senza ombra di comunità abitate. Come esse si estinguessero, non si sa; men che per Rubio, ove la vista dei luoghi fa argomentare che un grande cataclisma sfranò il terreno all’abitato, che sparve23. Ben notevole cosa, che per non grande estensione di territorio, nella sola valle del basso Sinni, sparvero, nello stesso secolo, tanti centri di popolo! A compenso sursero ivi i due di gente Albanese, Casalnuovo e San Costantino; e poi Bardella al cadere del secolo XVII.
Anche Tricarico nel 968 fu data come sede episcopale suffraganea al metropolita di Otranto dal Patriarca di Costantinopoli. Se ebbe vescovi anche prima del 968 nessuno sa dirlo: anzi negano parecchi scrittori che l’ordine del Patriarca avesse avuto effetto, e che fosse allora Tricarico di rito greco. Ma è negazione che non ha base sufficiente; e quei fatti che uno storico recente della chiesa di Tricarico24 trasse, a prova indiretta, dall’Annalista Salernitano (che è, come si sa, la famosa Cronaca Cavese manipolata dal Pratilli) non provano nulla (se pure provassero qualcosa di per sé); poiché derivano da sì torbida fonte. Sta il fatto indubitato che Tricarico, città e diocesi, ebbero preti greci nel secolo XIII25: possiamo adunque riferircene all’aforismo giuridico, che il titolo di un possesso remoto fa presumere, nel possessore odierno, il possesso intermedio.
La bolla del 1060, che abbiamo riferita poco innanzi, farebbe credere che in quell’anno fosse passato «dal rito greco al latino» il vescovato di Tricarico; dopoché nel concilio di Melfi del 1059 fu deposto il vescovo di Tricarico, perché neofito, dice la bolla. Ma questa non ha valore di storia, come abbiamo visto; e non fa prova. È probabile invece che, al prevalere dei Normanni, poiché la sede episcopale passò dalla dipendenza di Otranto a quella di Acerenza metropoli, così il vescovo dal rito greco venne al latino, sul declinare del secolo XI. Durò non per tanto ancora per lungo tempo il rito greco per le chiese della diocesi; se anche nella chiesa cattedrale del vescovo, e fino al secolo XVIII ne esistevano le reliquie. Monsignor Zavarroni, vescovo di Tricarico alla metà di quel secolo, attesta «che ancora di questo rito se ne conserva nella chiesa cattedrale la memoria, e col cantarsi nelle solennità delle messe l’epistola e il vangelo dal pulpito, come fanno i greci dall’ambone, e colle mozzette negre, le quali usano le dignità e li canonici, che non hanno voluto mai deporre per memoria che il colore nero si portava dai loro antecessori, quando la loro chiesa era governata da vescovi greci»26. E l’uso dura tuttavia.
Una ricca mensa fu donata a questa sede dai dinasti di Montepeloso e di Tricarico, di stirpe normanna; e quantunque le carte, che l’archivio episcopale di Tricarico ebbe date alla luce nei ripetuti litigi in che la mensa fu involta, siano di punta genuinità per molti27, non può negarsi che fin dal secolo XII il vescovo di Tricarico era signore feudale di Montemurro e di Armento, e che per la vasta diocesi ebbe un infinito numero di monasteri ed abazie segnatamente di monaci greci. Un tempo la diocesi comprese trentatre comunità; ma alla metà del XVII secolo, quando ne scriveva l’Ughelli28, già dodici di esse erano paesi disabitati e spenti: tanta mutazione etnica ebbe luogo per la nostra regione nel passaggio dei mezzi tempi ai tempi della storia moderna!
Fra questi centri già spenti di popolo merita speciale menzione la città o castello di Turri che nel catalogo normanno dei baroni è detto «Tur» feudo di due militi, e che era senza dubbio ancora abitata nel 123729. Merita menzione, perché uno dei pochissimi monumenti letterarii del secolo XI e XII si riferisce a questa città; ed accenna ad un vescovo di essa, a nome Giovanni, del secolo XI probabilmente. Questo monumento è la vita di San Vitale, scritta in greco da un monaco di un qualche cenobio delle Calabrie (verso Cassano probabilmente), e in parte, e posteriormente, da un monaco dei monasteri greci di Armento. Dal greco fu tradotta in latino nel 1195, secondo che in essa è scritto; e per ordine, si dice, di un Roberto, che fu, veramente, vescovo di Tricarico nel 117930.
L’agiografia, tra la solita intelaiatura di miracoli e di penitenze strane, ha un fondo storico indubitato, e si riferisce ad un eremita del secolo X, che per la grande fama di santità è ricerco del Catapano di Bari; e che fa salvo il paese di Armento da una scorreria di Saraceni31. Molte delle denominazioni topografiche odierne si rispecchiano in quella antica scrittura, la quale senza dubbio raccolse e ricamò le tradizioni popolari che correvano e corrono ancora pei luoghi in cui visse l’eremita, e che ancora oggi portano il nome di lui. Questa «città di Turri» era tra Armento e Guardia Perticara, a due miglia dal fiume Sauro: ed oggi nei campi a mezzodì di Guardia alcuni avanzi di vecchie ruine la ricordano ancora.
Anche la sede di Matera fu data suffraganea alla metropoli di Otranto nel 968. Gli storici della città sostengono che era già vescovato prima di quell’anno; anzi alcuni di essi riferiscono, per nome e per epoca, una serie non interrotta di vescovi dall’anno 600 a tutto il secolo X e giù di lì32. Ma se questi, mirabili per l’interezza loro, cataloghi di tempi oscurissimi sono scusabili titoli di carità al loco natìo, non sono titoli di storia attendibili. Invece i documenti autentici è finora non’ dubbii mostrano solamente questo, che la chiesa di Matera fu elevata a cattedrale e fu riunita alla cattedra antecedente di Acerenza nell’anno 1202 da Innocenzo III, e d’allora in poi il vescovo si disse di Acerenza e Matera.
Ma, unite in fraterna famiglia, vivono insieme, d’allora in poi, con l’affetto fraterno di Eteocle e Polinice. Quindi attriti e litigi infiniti e incessanti. La prima quistione, che può interessare l’opera nostra, sorge appunto al limitare di questa unione del 1202. I documenti autentici, di cui testé ho fatto cenno, mostrerebbero, per vero, che in quel periodo di tempo Matera non era altrimenti che una città della diocesi di Acerenza, soggetta al vescovo di questa. Invece gli storici della città sostengono che, assai prima di quell’unione, la chiesa di Matera era già cattedra di vescovo, con capitolo proprio e propria diocesi. Oltre al ricordo dell’ordinamento bizantino, già noto del 968, essi affermano che nel Concilio romano del 998 è sottoscritto un «vescovo materano», e che in carte del 1065 e del 1078 del cenobio di S. Michelarcangelo di Montescaglioso, pubblicate dal padre Tansi33, è già testimonianza di uno Stefano e di un Benedetto, vescovi di Matera. E questi dati di fatto, aggiunti a certe sottili interpretazioni grammaticali della bolla di riunione del 1202, bastano ad essi per ritenere come accertata l’antica autonomia della sede materana.
Ma fatto sta che nel Concilio romano del 998 sottoscrive non altri che un «vescovo materanense»34; e se non si vuole aderire al Di Meo, che dice si abbia ad intendere il vescovo di Martorano35, non si potrebbe, senza grande sforzo di fede, ritenerlo per «vescovo materese o materano». E quanto ai vescovi Stefano e Benedetto delle carte del 1065 e del 1078 del cenobio caveosino, le carte non possono attestare nulla di solido, perché esse stesse mancano di fondamento, e sono spurie. Il padre Tansi, storico del cenobio di Montescaglioso e materano di patria, ne difende l’autenticità; ma i colpi di punta e di taglio che le vengono dall’acuta critica del Di Meo sono tanti e sì gravi, che la corazza foggiata dal padre Tansi non basta a difenderle36.
D’altra parte, è tra i documenti autentici riferiti dall’Ughelli37 una lettera d’Innocenzo III a Rainaldo, che fu arcivescovo di Acerenza dal 1198 al 1200, con la quale il Papa ratifica una sentenza che ritornava alla «mensa di Acerenza la chiesa S. Pietro di Matera», già irregolarmente ad altri infeudata per opera di alcuni predecessori vescovi di Acerenza stessa. Non era dunque sede di vescovo la città di Matera nell’anno 1200. Sicché, tutto sommato, l’opinione dell’Ughelli e degli scrittori acheruntini, avversari a Matera, avrebbe maggiore fondamento di vero per questo speciale punto delle origini. E non pertanto io non tacerò di un mio convincimento, ed è che Matera fosse sede di vescovo anche prima del 1202, che è l’anno in cui, mancandone forse il vescovo per cause a noi ignote, dessa fu unita ad Acerenza. Questo convincimento viene in me e dall’importanza stessa della città di molto maggiore che non Lavello, Muro, Rapolla, Gravina; e dall’esempio di tutte le altre città venute in dominio dei Conti normanni, che ebbero per opera loro cattedra episcopale; e, infine, dall’atto stesso di unione del 120238. Se Matera non era altro che una secondaria città della diocesi di Acerenza nel 1202, che ragione si avrebbe avuto non già di elevarla a cattedra, ma sì di aggiungerla contemporaneamente, di «unirla», come dice l’atto, alla cattedra di Acerenza?39
Anzi, perché e come il vescovo si disse allora e poi «di Acerenza e Matera», se non fosse per continuare o far rivivere la tradizione della cattedra materana, un qualche tempo forse intermessa?
Nel secolo XV le due diocesi furono separate, ma non più che per qualche anno. Nelle guerre tra Alfonso di Aragona e Renato di Angiò, il vescovo di Acerenza aveva seguito le parti dell’Angioino; le quali, poiché declinano, il vescovo si eclissa e si elevano invece gli spiriti dei Materani, sempre profondamente avversi all’unione con Acerenza. Essi dunque si eleggono un novello pastore per la sola diocesi materana, mentre il feudatario della città, che era della potente casa dei Balzo-Orsini, chiede al Papa la canonica rimozione dell’antico pastore e un novello e proprio vescovo a Matera. Eugenio IV aderiva in parte, nominando un altro vescovo ad amministrare la Chiesa materana, indipendente da Acerenza. Ma non guari di poi le cose tornarono allo stato primitivo; e nel 1444, congiunte di nuovo sotto un novello arcivescovo le due diocesi, le gare secessioniste vennero quetando, ma sopite un momento, non spente. Dal vecchio germe del malanimo gli attriti e i litigi ripullularono spesso, tenendo desti per secoli gli echi delle curie; mentre, ora a difesa di giusti diritti, ora a schermo di miseri ripicchi, cresceva di opere e di scritture una letteratura litigiosa che, con l’intento di chiarire la storia, l’è venuta offuscando per modo, che i posteri di buona fede non sanno come strigarsi dai lacci degli storici avvocati.
Acerenza fu sede di vescovo fin dagli antichissimi tempi; e, senza prestar fede di storia alle tradizioni della sua Chiesa, che dànno una serie di nomi dal 395 in giù, accerteremo solamente questo, che nel Concilio romano del 499, tra gli altri vescovi, sottoscrive «Giusto Acherontino».
Negli ordinamenti gerarchici dei Greci, dominatori della regione ai secolo VIII, Acerenza è data suffraganea al metropolita greco di Santa Severina di Calabria; ma nel 968 è invece sottomessa, come si è visto, alla metropoli di Otranto. E non vi durò a lungo, poiché al riprevalere dei Longobardi sui Greci, Acerenza tornò al principato di Salerno, e la sua Chiesa si trova suffraganea all arcivescovo di quest’ultima città nell’anno 99340.
Quando, men che un secolo dopo, anche essa fu elevata a metropoli ecclesiastica, è degno di memoria che fu allora innalzato l’edificio della sua chiesa, che è tra i più notevoli monumenti medioevali dell’Italia meridionale, e allora accadde che, a stimolo di zelo efficace nei fedeli, fossero rinvenute le reliquie di S. Canio, a cui la chiesa stessa veniva dedicata41. Un’agiografia prolissa ed incolore dà la storia, di questo, che è detto vescovo di Giuliana, in Africa, il quale, prossimo all’ultimo supplizio, è da un angelo sottratto alla scure del carnefice e trasportato dall’Africa in Atella di Campania42. Di questi stessi tempi il corpo di S. Matteo Apostolo, rinvenuto che fu nella valle del fiume Alento, era trasportato a Salerno, ove fu stimolo o causa all’elevazione del magnifico duomo di quella città. Di questi medesimi tempi venne dalla Licia nella città di Bari il corpo di S. Nicolò, e si incominciò a fabbricare la sua chiesa, che fu consacrata nel 1089; poco tempo innanzi era stato rinvenuto in Taranto il corpo di S. Cataldo e rifatta la chiesa cattedrale43; non altrimenti, secondo il costume dei tempi, avvenne in Acerenza. Dopo la consacrazione del Papa, i Normanni vollero la riconferma del Cielo, e questo intervenne!
La sede episcopale di Venosa va annoverata fra le più antiche; e, considerata l’importanza della città ai tempi romani, non dubiterei di riattaccarne le origini all’èra del cristianesimo antichissimo; senza però che io dia rilevanza storica alla tradizione erudita, che in prova dell’asserta venuta del primo degli apostoli in Venosa, afferma l’esistenza antica d’una chiesetta, che il popolo dice di S. Pietro dell’Oliveto o dell’Olivento (dal fiume omonimo non lontano), e certi eruditi44, correggendo senza diritto, trasformano in S. Pietro de Adventu!
La storia dell’antica chiesa venosina è ricca di tradizioni locali; le quali se valgono alle anime pie più che i titoli autentici, non bastano alla storia45. Oltre ad un vescovo di nome Filippo dei tempi primitivi delle catacombe, ricordano d’un altro a nome Giovanni, che, contemporaneo e quasi emulo di Leone Magno, ripete il miracolo di questo pontefice, arrestando la rabbia di Attila, che nel 443 spingeva le sue orde selvaggie ad oppugnare Venosa, ove non venne mai. Un altro vescovo di nome Austero, è detto coronato del martirio nella stessa città venosina al declinare del V secolo; e il nome del vescovo è ricordato pel 493 negli atti di S. Sabino46; ma questi atti, benché tardi e non sufficienti testimoni di storie accertate, non parlano delle persecuzioni di Austero. Quello che si ha di certo veramente nella storia della chiesa venosina è l’esistenza della sede e del vescovo Stefano, che sottoscrive ai quattro concilii romani dal 501 al 50447.
Sede di vescovo di breve diocesi, Venosa fu data suffraganea ad Acerenza quando questa divenne metropoli nel secolo XI. Anche più piccola e breve era la giurisdizione episcopale della prossima Lavello; la sua diocesi non si estendeva oltre la città; sicché per la esiguità sua fu riunita a Venosa negli ultimi rimaneggiamenti delle circoscrizioni ecclesiastiche del 1818.
Le più antiche notizie dei vescovi di Lavello risalgono al 1060; e parrebbe una di quelle sedi sbocciate agli influssi dei Conti normanni nelle città su cui dominavano; però in una bolla del 102548, che enumera le sedi suffraganee all’Arcivescovato di Bari, sono indicati anche questi paesi che vengono detti Monte Melionis, Labellotatum, Cisterna e Vitalba. Le due ultime sono città scomparse fino dal medio evo; la prima è senza dubbio Monte Milone; e Labellotatum è Labelli oppidum, come, per erronea lezione, io credo sia stato indicato questo Lavello, di cui si parla49. Di Monte Milone come città episcopale, non si ha altra notizia in carte di non dubbia autenticità.
Oltre Acerenza e Venosa, anche Potenza va annoverata tra le più antiche sedi di vescovi per la Lucania. Piacque agli storici della città50, risalendo sino al secolo V, di affermare che quel Faustino «vescovo potentino» che papa Celestino nel 410 e papa Zosimo nel 418 mandarono loro legato in Affrica, fosse appunto di questa Potenza di Lucania. Ma i più autorevoli scrittori di cose ecclesiastiche51 lo dicono invece di quella città di Potenza nel Piceno, di cui si veggono le ruine a qualche miglio dal porto di Recanati.
Il dubbio, invece, resta circa un Amanzio o Amando, che sottoscrive come «Vescovo potentino» ai quattro Concilii romani, tenuti da Simmaco nel 501, nel 502, nel 503 e nel 50452. Non manca tra i dotti chi inclinerebbe a credere anche costui vescovo della città omonima picena53; ma in verità niente si mette innanzi onde si abbia ad escludere la Potenza città della Lucania. In quegli stessi quattro Concilii sottoscrivono anche Stefano vescovo venosino, Rustico vescovo bussentino, Ilario vescovo Tempsano; non ci sarebbe ragione, perché non avesse potuto trovarsi con costoro a Roma in quattro anni consecutivi anche un vescovo delle rive del Basento. In ogni modo, l’antichità del vescovato di Potenza è attestata da un titolo incontestabile; ed è una lettera di papa Pelagio a «Pietro vescovo potentino» che si riferisce ad un diacono della chiesa Grumentina che fu eletto vescovo della sede di Marcelliana o Cosilinate. Non è detto se Pelagio I (555-560) o Pelagio II (578-590)54; ma, o dell’uno o dell’altro che sia, alla metà del secolo VI aveva già cattedra di vescovo la chiesa di Potenza.
Nel periodo longobardico si oscura la storia di questa, come di tutte le altre chiese della regione: né si ha notizia che fosse dipesa, un qualche tempo, gerarchicamente dai Bizantini.
Ai principii del secolo XII, e propriamente nell’anno 1111, la tradizione della chiesa potentina mette un Gerardo di Piacenza a vescovo della città, che la tradizione stessa assevera elevato dal pontefice Callisto nell’ordine de’ Santi, appena fu chiusa la di lui vita terrena, piena di grandi virtù, nel 1119. Questa tradizione55 è divenuta storia in un documento della chiesa stessa, che è la vita del pio uomo, scritta da un testimone contemporaneo e autorevole, quale sarebbe il di lui successore alla cattedra episcopale nel 111956. Ma il contenuto di cotesta scrittura del tutto generico e per la parte de’ fatti maravigliosi troppo simile al contenuto di altre agiografìe, non conforta, a credere che fosse un documento scritto davvero nel tempo e dalla persona che in esso si dice. Non si potrebbe però disconoscere che non fosse di antica data, forse, com’io credo, tra il secolo XIII ed il XIV. Questo antico documento già mostra la sede potentina suffraganea ad Acerenza, come è indicata nella bolla ad Arnoldo del 1068, di cui fa fatto parola.
Alla sede di Potenza fu riunita quella di Marsico Nuovo dopo il 1818; ma sì prima che dopo, Marsico è suffraganea alla sede metropolitana di Salerno. Non va posta tra le antiche città episcopali della regione; ed il vescovo Tuderisius Marsensis o Marsicensis o Marsicanus, che si legge sottoscritto ai due Concilii romani dell’853 e dell’86157, e che l’Ughelli riferisce a Marsico Nuovo, era invece della Marsica o de’ Marsi.
Ci occorse già di stabilire in altro lavoro che la città di Marsico fu innalzata o riconosciuta, almeno di fatto, come sede di vescovo nel breve periodo di tempo che intercede tra l’anno 1051 e il 1058. In una bolla del 1051 in cui sono annoverati i vescovi suffraganei a Salerno, non è cenno di Marsico; ma è ben nominata tra i molti suffraganei della sede salernitana in un’altra bolla del 105858.
La sede di Marsico venne sostituita alla sede antica episcopale della prossima città di Grumento, quando questa fu distrutta, com’è tradizione, dai Saraceni, ai principii probabilmente del secolo XI. Questo è lecito inferire da documenti altrove da noi pubblicati59.
E difatti, in uno del 1095, un Giovanni si dice vescovo civitatis marsensis, sedis grumentinae; in altro del 1097 lo stesso si dice vescovo sancte sedis grumentine de civitate Marsico; in un terzo del 1144 un altro Giovanni è detto nel corpo dell’atto Grumentine sedis episcopus, ed egli sottoscrive Marsicanus episcopus. Né manca la sottoscrizione di un Leo episcopus grumentinus in una carta del 1123; e qui non è che, a titolo di onore, il ricordo dell’antica sede grumentina. Caduta per violenza la città di Grumento, il vescovo rifugiò nella prossima Marsico. Qui risiedé di fatto, con l’animo forse di ritornare a Grumento, quando questa risorgesse. Ma questa non risorgendo, e la residenza di fatto continuata in Marsico per lunghissimo tempo, e quando le stesse ruine di Grumento perivano, fu ragione bastevole che fosse prevalso il titolo unico di vescovo di Marsico, mentre questa città cresceva sempre più di lustro pei suoi dinasti di origine normanna e della stirpe stessa degli Altavilla. Ma nel tempo che la sede episcopale fu data suffraganea a Salerno, alla metà del secolo XI, è lecito argomentare, che la città di Marsico non era ancora in dominio dei Normanni, ma sì del principe di Salerno.
La elevazione della chiesa di Melfi a cattedra di vescovi era ritenuta del tempo dei Normanni, e propriamente dell’anno 1059. Ma nel passato secolo fu pubblicata una bolla dell’Arcivescovo di Canosa, che ha la nota cronologica del 1037; e in essa è detto che, a petizione dell’ordine dei chierici e del popolo di Melfi, il vescovo di Canosa distacca la città di Melfi dalla diocesi canosina, la eleva a sede di vescovo autonoma, e le costituisce a mensa e a dotazione i territorii di Salsola, che è forza di credere fossero fino allora appartenuti alla mensa di Canosa60. Questa bolla che si disse scoperta negli archivii della chiesa di Bari dal dotto canonico Calefati, non è per me senza sospetto. Parmi strano, lo confesso, che il capo della diocesi diminuisca l’autorità propria, i diritti, le giurisdizioni e le temporalità della sua chiesa, a semplice petizione del clero e del popolo di un’altra città della sua diocesi. Né al giudizio di genuinità conferisce gran fatto Io stile e la dicitura del documento che è di formole sì spiccie e semplici, quali sarebbero appena convenienti alla donazione d’un censo, di un poderuccio, di un casolare qualsiasi della chiesa stessa. Scrive (ivi si dice) uno «scriniario» suddiacono, e sottoscrive l’Arcivescovo Nicola, nel secondo anno del suo pontificato; senza più61. Dubito, ripeto, della genuinità; anche perché la fede letteraria del Calefati ormai è maculata per altre finzioni di vecchie carte di archivio, che gli vennero contestate da dotti scrittori dei nostri tempi62.
Melfi acquistò importanza grande, quando fu sede dei Conti di Puglia; e allora, si vuol credere, ebbe, per autorità di essi, sede di vescovo63. Se ci è da far meraviglia è questo solamente, che per l’autorità del Guiscardo non diventò metropolita dei vescovi della regione il vescovo di Melfi, che cesse il posto a quello di Acerenza.
In una bolla del 1089 Melfi venne annoverata tra i suffraganei di Bari e Canosa64; e questo non poté avvenire se non dopo il 1071 che Bari fu in dominio del Guiscardo. Essa passò alla dipendenza diretta di Roma da tempo immemorabile65; e così è di presente.
Rapolla, non più che un quattro chilometri distante da Melfi, fu sede di vescovo con propria e separata diocesi fino all’anno 1527, quando venne riunita alla chiesa di Melfi. Senza arrestarmi alle vaghe affermazioni di causidici, che dissero creata la sede rapollana fin dal secolo VIII o IX66, la si dovrebbe riconoscere come già esistente nel 1037, se fosse vera e genuina la bolla del 1037 per la erezione della cattedra di Melfi, che pure testé ci è parso dichiarare sospetta; nella quale bolla viene, per incidente, nominato un Nando (o piuttosto Lando) come vescovo de civitate Rapulla. Accettando senza nessun sospetto l’autenticità di questo documento, uno storico del luogo crede che Rapolla fosse elevata a sede episcopale tra il 1028 e il 1037, in seguito alla distruzione della prossima città di Cisterna che anch’essa aveva vescovo67; ma si sa, per contrario, che un Farnulfo, vescovo di Cisterna, rinunziava alla cattedra verso il 105468. Non resta pertanto accertato che un solo fatto, ed è che alla sedia metropolitana di Bari fu elevato nel 1072 un tale Orso, che era già vescovo di Rapolla; e di qua potrebbe pure inferirsi che allora probabilmente fu attribuita in suffraganea a Bari69. Anche questa sede fu dovuta all’autorità dei signori normanni dominatori della città70.
La sede di Muro invece è suffraganea del metropolitano di Conza. Dicono che fu eretta in vescovato nel 100971; ma poiché manca ogni prova storica, l’affermazione è gratuita e vana. Nel Concilio romano di Leone IX del 1050 intervenne e sottoscrisse un Leone episcopus murensis: e questo sarebbe il più antico testimonio delle sue origini, se il titolo, onde emana, che è una bolla di quell’anno, non fosse ritenuta per spuria da un critico fine, il Di Meo72. Il quale osserva che Muro, in un documento del 109073, è ripetutamente detto non altrimenti che Castellum; e l’avrebbero detto civitas, se avesse avuto dignità di vescovato. Ma dalla osservazione del critico seguirebbe questo, che la sede ivi sarebbe surta molto dopo il 1090: ed io dubito della verità della conseguenza: giacché fin dai primi tempi la sede di Muro si trova attribuita suffraganea al vescovo di Conza, e questo vuol dire, a mio avviso, che quando Muro ebbe vescovo, la città non era stata occupata dai Normanni, e restava ancora in dipendenza del principato di Salerno. Sicché sarebbe erezione della prima metà del secolo XI, anziché della seconda.
La storia interna di questo vescovato mostra una eclissi ed una lacuna nel corso del secolo XIV, degna di essere ricordata.
In quel generale turbamento delle coscienze cattoliche che fu detto il grande scisma d’Occidente del secolo XIV, due papi, l’uno contro l’altro armati, sursero di fronte contemporanei, Clemente VII ed Urbano VI. Quest’ultimo, si vuol ricordarlo, era stato già Arcivescovo d’Acerenza. Giovanna regina di Napoli non riconosceva per legittimo se non Clemente; e con essa aderivano i popoli e i vescovi del reame. Le scomuniche piovono dalle due parti agli avversarli o fautori dei due eletti; ed Urbano bandisce decaduta Giovanna dal trono d’un regno che era feudo della Chiesa; ed invita i re d’Ungheria, progenie degli Angioini di Napoli, ad occupare il reame che egli aveva dichiarato vacante. All’invito risponde Carlo di Durazzo. Al suo arrivo le fazioni interne si commovono; gran numero di terre e città aderiscono a lui; Ottone di Brunswick, marito della regina, è battuto con le sue genti; ed ella che non può oltre sostenersi, è forza si arrenda. Carlo la riceve ad onore; ma, come in altro luogo fu detto74, è mandata in cortese custodia, nel castello di Muro; ed ivi, come Desdemona, fu spenta! Era l’anno 1382.
Il vescovo di Muro, già aderente alla regina ed a Clemente VII, che risiedeva in Avignone, fugge dalla città, ove il popolo gli fa violenze; e quando, dopo morto Carlo di Durazzo, il reame è venuto in gran parte a soggezione di Luigi d’Angiò, già adottato in figlio dalla regina, egli torna, e va a risiedere in Buccino, che è una terra della diocesi; ed ottiene da papa Clemente, che fosse tolta a Muro, città durazzesca, la sede episcopale, e trasferita invece a Buccino. La bolla ha la data di Avignone del 138675.
Questo novello ordinamento diocesano non fu dei tutto effimero; durò anche dopo la morte del vescovo che avvenne verso il 1389; si protrasse probabilmente fino al ristabilimento generale delle cose dopo il Concilio di Costanza. Certo è che da questo fatto ebbe origine la denominazione di Bossinense data al vescovo Murano in documenti che I’Ughelli dice di aver letti76; nonché l’indicazione, nel Provinciale romano, di un vescovo Belsinate tra’ suffraganei di Conza. Negli uni e negli altri documenti è lezione errata invece di Pulsinense e Pulsinate, cioè di Buccino; e l’erronea grafia trasse fuori strada gli eruditi che ne scrissero77.
La città di Montepeloso fu sede di vescovo fino all’anno 1818, quando venne riunita a Gravina. Ma l’epoca delle sue antiche origini episcopali è incerta, né si può fare assegnamento sulla bolla del 1060 al vescovo dì Tricarico, riferita di sopra, che fa parola di un vescovo di Montepeloso, dimesso nel Concilio di Melfi del 1059 per simonia. Veramente l’antichità stessa ne sarebbe attestata anche dalla bolla di Alessandro II del 1068, che enumerando le chiese suffraganee alla metropoli di Acerenza nomina tra queste anche Montepeloso. Ma anche questa bolla è di sospetta fede, come fu detto.
Un Leone, monaco Benedettino e vescovo di Monlepeloso nel 1123, è cennato dall’annotatore all’Ughelli; ma donde egli abbia tratto la notizia non dice, né si sa. Pertanto resta l’incertezza; anzi da quest’ultimo dell’ordine benedettino sorge il dubbio non fosse egli piuttosto un abate, che abbia avuto giurisdizione episcopale di Ordinario per la città. Dapoiché è noto che fino al secolo XIV esisteva presso Montepeloso un’abazia, dipendente ab antico dal famoso monastero di Casa Dei nella diocesi di Clermont in Francia. L’Abazia era detta di Santa Maria di Iuso (o giuso, o giù) fuori le mura della città, in un borgo o casale situato in basso; ed aveva giurisdizione ecclesiastica e dominio feudale tanto su questo borgo, quanto sul prossimo feudo, allora popolato, di Irso78. Scrisse il Mabillon, che, estinto il vescovato di Montepeloso, la giurisdizione ne passò allo abate di Casa Dei, il quale mandava in quella città un suo vicario, che era il priore dell’abazia. Ma non si sa quando avvenne questo passaggio di giurisdizione. Si sa invece che l’abazia di Santa Maria di Giuso venne ad estinguersi (forse in seguito a soprusi cupidi e violenti del feudatario) nel secolo XIV. E allora quel feudatario, che discendeva di regio sangue ed era Duca di Andria e Conte di Montepeloso, ottenne che la sede episcopale di Montepeloso fosse unita a quella di Andria, verso il 1451, che è l’anno in cui si trova il primo vescovo nella serie datane dall’Ughelli79. Non molto dopo, cioè nel 1470, ebbe vescovo proprio; e la sede, disunita da Andria, non fu dipendente se non da Roma fino al 1818; quando per la piccolezza sua venne soppressa e fu riunita a Gravina.
Oltre queste sedi di vescovo in città che esistono ancora, la regione ne ebbe delle altre che non esistono più; ed è debito di farne parola.
Grumento, più volte ricordata in queste carte, ebbe vescovi fino alla distruzione della città nel secolo XI; donde poi si trasferirono a Marsico, come nelle antecedenti carte è stato detto. Di un suo vescovo del secolo VI è testimonianza autentica in una lettera di papa Pelagio a «Giuliano vescovo Grumentino», che è pubblicata nel Decreto di Graziano80. A questo unico, ma sicuro titolo della storia del suo vescovato si aggiunsero poi, qualche secolo addietro, altri titoli, i quali non basterebbe di dire insecuri, poiché foggiati addirittura. Tali sono i così detti dittici della chiesa saponarese-grumentina, che portavano incisi in pietra la serie dei vescovi grumentini del secolo VI al IX, non che l’agiografia di S. Laverio che si dice scritta nel 1162 da Roberto di Romana, diacono della chiesa saponarese. In questo documento, che si allontana dalle consuete stereotipie delle vite dei santi per quel suo contenuto storico che si riferirebbe al lustro ed alla fine miseranda della città di Grumento, è racchiusa una parte di storia, della sede episcopale, che da esso si dice fondata a Grumento fino da’ tempi di papa Damaso nel secolo IV. Ma questo documento non è, malauguratamente, se non fattura, tutta, o in gran parte, del secolo XVI; sicché l’origine tarda e losca non consente punto di fede a ciò che asserisce. Le ragioni, il tempo, lo scopo e le fonti di questa postuma manipolazione di storia le abbiamo esposte in uno speciale lavoro; ed a questo ci è forza di rimandare il lettore che fosse vago di saperne di più81.
Questa stessa agiografìa del 1162 darebbe la più antica testimonianza dei vescovi della sede di Satriano, nel secolo IX; e tutti coloro che non hanno dubitato dell’autenticità di quel titolo storico, vi si fondano. Noi non possiamo fare altrettanto. Ma che la città di Satriano abbia avuto i suoi vescovi fin dal secolo XI, se ne ha testimonianza piu’ sicura in una carta del 110182. La città ebbe coloni greco-bizantini in quel periodo di tempo, come è dato argomentare da carte greche del secolo XII83; onde si potrebbe congetturare che i suoi vescovi, intorno al mille, fossero di rito greco in dipendenza del patriarca di Costantinopoli. Però nulla ci dà diritto di affermarlo; e se furono, la sede tornò con i normanni al rito latino.
L’Ughelli dà la serie, a strappi, dei vescovi satrianesi; e comincia da un vescovo che trova presente al concilio lateranese del 1177. Nella bolla del 1200 dei suffraganei al metropolitano di Conza è anche la sede di Satriano. La quale durò di nome fino al 1525, quando avvenne che fu soppressa perché già caduta e abbandonata la città satrianese: e allora fu incorporata all’altra sede nuovamente istituita di Campagna, nella quale indi poi si fonde e si confonde. Però, caduta Satriano e pria che la sede si tramutasse a Campagna, i vescovi satrianesi risiedettero un pezzo a Sant’Angelo Le Fratte, terra della diocesi. Di là si ingegnarono di rialzare o rabberciare la cadente o abbattuta chiesa cattedrale della già caduta città84; ove fu pure continuato a celebrare gli ufficii sacri in certe speciali festività, durante il secolo XVII.
La città di Satriano, secondo una tradizione raccolta da scrittori locali, fu distrutta nel periodo che andrebbe dal 1420 al 1430, per violenze di masnadieri in veste di regii soldati, condotti da un capitano De Ricciardis della prossima città di Campagna. È fama che ad una donzella di Terlizzi, la quale era in viaggio per servizio della regina, a scorta di cotesto capo di gente di armi, fu fatto gravissimo oltraggio da villana gente di Satriano; ed a vendetta dell’offesa le masnade raccolte dal De Ricciardis abbruciarono Satriano; e ne ebbero meriti dalla sovrana. I cittadini ricoverarono a Tito, a Pietrafesa, altrove; e la città restò deserta. Tale è la tradizione dei luoghi: che già parve all’Antonini «avesse più del favoloso che del vero» e che a noi non è riuscito di chiarire punto85. — Io ritengo che Satriano dové essere deserta prima del 1415; da questo anno in poi non si legge nei documenti di Tesoreria del reame. Oggi di Satriano non esiste altro fuorché qualche reliquie d’una torre quadrata, sull’alto di un colle.
Nel mettere termine, che ormai ne è tempo, a questa arida rassegna, non possiamo passare sotto silenzio che molte altre sedi episcopali si trovano annoverate, per la regione nostra, nella bolla del 1068, già più volte indicata di Alessandro II ad Arnaldo arcivescovo di Acerenza: con la quale il Pontefice gli «concede e conferma l’arcivescovato della chiesa acheruntina con tutte le sue parrocchie e città, cioè Venosa, Monte Milone, Potenza, Tulbea, Tricarico, Montepiloso, Gravina, Matera, Olbano, Turri, Tursico, Latiniano, San Quiriaco, Uriolo, e con le castella, le ville, i monasteri e le pieve sì greche, come Iatine»86. La parola parrocchie qui s’interpreta per diocesi o sedi episcopali87; quindi sedi di vescovo (oltre alle note e già esistenti) in Turri, che è città scomparsa e di cui si è parlato dianzi; in Tulbea o Tolve; in Olbano ovvero Obbiano, che è forse Oggiano scomparsa, per terremoto, e che diè origine a Ferrandina; in Latiniano (Altojanni) scomparso anch’esso; in San Quirico, di cui ne esistono oggi due, quello detto di Tolve o nuovo, e quello ben più antico detto di Raparo; in Uriolo, che se risponde all’odierno Oriolo sarebbe stato ai confini tra Basilicata e Calabria! e infine in Montemilone all’altro estremo dell’ampia regione verso la Puglia. Nessuna altra notizia è rimasta di coteste sedi di vescovo, meno che per Turri e Monte Milone; nessuna tradizione ne corre negli stessi paesi che ancora esistono: e, per vero, tal genere di prova negativa non basterebbe a negare il credito alla notizia. Ma poiché questa famosa bolla è combattuta da molti e dichiarata spuria dal Di Meo88, gli è forza restare in dubbio; finché altri documenti non vengano a chiarire le cose.
A complemento del nostro soggetto, sarebbe non priva d’interesse la indagine che accertasse particolarmente i paesi della provincia nei quali ebbe vigore il rito greco, e il tempo che venne a cessare per le varie diocesi. Della diffusione del rito greco si può solamente affermare questo che fu ben grande, argomentando dalle sparse notizie che più specialmente si riferiscono ai paesi sul Tirreno nella diocesi di Policastro, ed a quelli delle diocesi di Tricarico e di Tursi, che furono raccolte in questo e nel capitolo IV. Cessato il dominio greco e stabilita che fu la monarchia normanna, i vescovi che erano greci, passarono man mano al rito latino: ma da ciò non segue che mutarono allora i riti delle chiese minori. Durarono anzi ancora per non breve tempo che io non esito a dire i secoli XIII e XIV. Ma poiché, con l’andare del tempo, le popolazioni grecaniche si venivano italizzando, e i cenobii dei basiliani, focolari di una certa cultura, mancavano di vita e venivano dati in commenda, l’ambiente proprio diventava pei chierici greci più stretto e soffocante: essi imbarbarivano nell’ignoranza, mentre pei latini l’istituto dei seminarii prendeva origine e incremento. I vescovi latini, tra lusinghe e violenze, premevano: e i cleri, che si sentivano sempre più stranieri in mezzo al popolo tra cui vivevano, cedettero, destituiti di patrocinio, o esinanirono.
Le ultime notizie che riflettono il nostro soggetto sono della chiesa di Rivello in diocesi di Policastro, e di Barile in quella di Melfi e Rapolla. Per Barile, il vescovo Diodato Scaglia (1626-1644) non prima della metà del XVII secolo poté ridurre chiesa e popolo al rito latino, e non senza ostacoli e non senza violenza, dice l’Araneo89.
Nel paese di Rivello erano parecchie, al medio evo, le chiese di rito greco, oltre alle latine; ed è noto, per documenti certi, che durava tuttavia nell’anno 1572 il servizio dei preti greci nella collegiata, unica superstite, di S. Maria del Poggio. Non passò guari e gli stessi preti chiesero a Pio V la dispensa di rinunziare al rito greco; sospinti o forzati (come ragiona il Rodotà) «dagli oltraggi che venivano loro fatti da’ latini, dagl’insulti cui erano tutto giorno esposti, dalla divisione in cui erano tenuti, dalle ingiustizie onde nelle decisioni delle Curie erano oppressi». Venne la dispensa del Papa, quando essi già mutato d’avviso, e pentiti del fatto, richiedevano di continuare nell’antico rito. Ma il vescovo Spinelli tenne duro: e prescrisse reciso che, fra un anno, si provvedessero dei libri rituali latini e cantassero gli uffizii in latino. Così avvenne che si spense il rito greco in Rivello90. Monsignor Spinelli fu vescovo di Policastro dal 1566 al 1572.
NOTE
1. Gli atti del martirio dei dodici fratelli di Africa sono nei BOLLANDISTI, sub die 1 septemb. In essi si legge:
… Tandem venerunt in civitatem Potentiam. Tunc sedens pro tribunali Valerianus, quatuor sibi ex fratribus Arontium, Honoratum, Fortanatum et Sabinianum adduci praecepit; quos sacrificare nolentes, capitalem jussit subire sententiam in eadem, civitate, sexto calendas septembris. Alia die abiit in civitatem Venusiam, sanctos secum deferens; et Septimum, Januarium et Felicem, post interrogationem, Christum confitentes, jussit in eadem civitate quinto calendas septembris decollare…
Il martirio dei tre fratelli Vittore, Cassandro e Senatore e della loro madre Numanzia è ricordato presso l’Ughelli, Ital. Sacra, vol. VII, col. 172. — Gli Atti del martirio di «S. Vito Lucano» sono nei BOLLAND. sub 15 Junii. — Vito, fanciullo di tre anni, con l’aio Modesto e la nutrice Crescente, vengono dalla Sicilia condotti dall’angelo, ed approdano in loco qui dicitur alectorius, che debbe essere un luogo juxta flumen Siler. Quivi spargono i semi della fede, non meno che in territorio Tanagritano juxta flumen Siler. Di là, manda a chiamarli Diocleziano, affinché Vito risani suo figlio infermo. A Roma maraviglie e supplizii: ma l’angelo li sottrae ai tormenti, et subito inventi sunt juxta flumen Siler, et requierunt sub arbore. Però, dei sofferti tormenti, qui dànno l’anima al cielo; e dopo tre giorni «Florentia, illustre donna», dà sepoltura ai cadaveri. — Siamo innanzi ad una geografia storica, o ad una geografia poetica? Chi vuol trovarvi alcun che di reale, spiegherebbe il territorio Tanagritano come la valle del fiume Tànagro, che è un influente del Sele: e in quella valle è l’odierna Auletta, che ben potrebbe corrispondere al loco qui dicitur Alectorius, se porò questo non si voglia, alla lettera, trovare sulle rive del mare. Il locus marianus (se si legga Malianus) fa pensare all’odierno Magliano Vetere; il quale, se è nella valle del fiume Calore, questo è però anch’esso un influente del fiume Sele. Ma su così labili basi, ogni edificio è vano. — L’agiografia di S. Laverio fu pubblicata dall’UGHELLI (VII, 488), da altri e da noi nel libro: L’agiografia di S. Laverio, scritta nel MCLXII, illustrato. Roma, 1881.
2. Goleto e Goglieto è luogo presso Conza, detto non dai giunchi, come avvisa GIUSTINIANI (Diz. ad v. Conza e Nusco), ma dal basso latino Lolletum come terra coperta o invasa dal loglio.
L’agiografia di S. Guglielmo è nei BOLLAND. sub 25 Junii. Ivi si legge, tra altro, che dimorò, a penitenza, nel bosco Cognato (tra Tricarico ed Accettura), ove costruì una chiesa e un monastero. Un Signore adjacentis villae, che era andato a caccia cum accipitribus et canibus venatoriis, lancia uno spiedo venatorio contro un cinghiale, e ferisce, per errore, S. Guglielmo entro la boscaglia: sicché questi va infermo ad Albano, ove viene a visitarlo un Conte Roberto, e inoltre quidam homo grammaticae professionis, quem scientia sine charitate inflaverat, ecc. — Qui siamo innanzi ad un personaggio storico, senza dubbio, che è ricordato ancora nei nomi topografici del bosco Cognato e Gallipoli. Viveva verso il 1130.
3. Epist. 29, lib. II, (li papa Gregorio del 599, che dice: Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine, ecc. — Le lettere di papa Pelagio (il primo di tal nome pontificò dal 555 al 500, il secondo dal 578 al 590) sono nel Decret. Gratiani, parte I, distin. 76, can. 12; e distin. 63, can. 14. — Le lettere di papa Gelasio, Ibid. parte II, Causa XII, quaestio I, e causa XIII.
4. Pascalis Blandanus, Sabatus Buxentinus, Johannes Paestanus… Nel MANSI, Ampla Collect.
5. Il Concilio di Sardica del 347 dispose:
Can. VI: Provinciae Episcopi debent in iis urbibus episcopos constituere, ubi etiam prius episcopi fuerunt. Si autem inveniatur urbs aliqua tam populosa, ut ipsa episcopatu digna judicetur, accipiat.
6. Le stereotipe tradizioni intorno a vecchie immagini presso alcuni dei nostri più celebrati santuarii, le quali per età vengono riferite alle persecuzioni iconoclaste, sono invenzioni tarde e melense, senza fondamento. Le raccolse nel libro Il Zodiaco di Maria il padre SERAFINO DI MONTORIO.
7. Legatio Liutprandi, in Histor. sui temporis, lib. IV, nei Rer. Ital. Script. II. — Conf. DI MEO, ad ann. 968, 4. — E vedi appresso, nota 15.
8. Conf. FIMIANI, De ortu et progressu Metropoleon. ecc. Neapoli, 1776.
9. Così Ughelli, vol. VII, col. 363. Il Cronaco Cavese del Pratilli dice nel 986: ma chi può fidarsene, se pure sia vero?
10. Conf. DI MEO, ad ann. 1071, 3. — Invece, ed erratamente, vien riferito tra gli Arcivescovi assistenti alla consacrazione, dall’Ughelli e dal Fimiani.
11. L’Ughelli stesso (vol. VII, col. 7 e 24) accenna ad una donazione del 1063, fatta dal duca Roberto alla Santissima Trinità di Venosa, in cui si porta sottoscritto un Gerardo, Arcivescovo Acheruntino, ma né egli pubblica il documento, né dice dove si legge. Identicamente all’Ughelli, il Fimiani e il Lupoli: ma il Di Meo, che l’accenna sulla fede dell’Ughelli medesimo (ad ann. 1082, 5), la dice un’impostura. — Per me, poiché non è pubblicato il documento, mi limito a dirlo inattendibile.
12. Annali, etc. ad ann. 1060, n. 5.
13. Ad ann. 1068, 7, dice:
«La pergamena che si conserva in Acerenza ha ciera di spuria se non si voglia copia: l’inchiostro è nero e il carattere non del secolo. L’anno 1067 coll’indiz. VI è falso. Le parole Alexander Episcopus son di lettere presenti romane; non vi è in fine la comminazione a chi si oppone, né la benedizione a chi vi si conforma; né il Papa, né altri che vi si firma» etc. etc.
È un punto cronologico che restò sempre dubbio per l’acuto critico: Ad ann. 1060, 5 egli dice che Acerenza fu «fatta Arcivescovato nel 1098»; ad ann. 1062, 5 ammetterebbe la genuinità della bolla del 1068. — Non dimenticheremo, ad ogni modo, che la voluminosa opera del Di Meo non fu pubblicata se non postuma a lui.
14. Oltre l’UGHELLI, Ital. Sacr. VII, voi. 68 e 55, conf. NIGRO ANTONIO, Memor. topog. istor. sulla città di Tursi e sull’antica Pandosia di Eraclea, oggi Anglona. Napoli, 1851; e vodi nei Cenni storici sulle chiese arcivescovili e vescovili… del regno delle Due Sicilie, raccolti per l’abate VINCENZO D’AVINO. Napoli, 1848, la monografia di Tursi a pag. 719: il cui scrittore pare si appoggi del tutto all’avvocato Martucci, autore del Ragionamento intorno al pieno dominio della real mensa d’Anglona e Tarsi sul feudo d’Anglona. Napoli, 1790, che io non ho avuto sott’occhi.
L’A. della monografia ne’ Cenni storici suddetti, nega la sede episcopale a Tursi, con una logica, per l’assurdità sua, veramente singolare.
TURSI
1. Anno 968. — Liutprando (Op. e luogo citato):
Scripsit Polyeuctus Costantinopolitanus Patriarcha Hydruntino Episcopo privilegio, quo sua auctoritate habeat licentiam episcopos consacrandi in Acirentia, Turcico, Gravina, Matera, Tricarico, qui ad consacrationem Domini Apostolici pertinere videntur.
2. Anno 1050. — Il monaco Lucio del monastero di Zozimo (Circhiosimo), accennando ad un sinodo tenuto nella chiesa di San Nicola, lo dice celebrato sotto la protezione dell’Imperatore, del gloriosissimi nostri Oecumenici Patriarcha, et gloriosiss. et piissimi ac sanctiss. Episcopi nostri Michaelis — (Nel Syllabus Graecar. membran. Napoli, 1865, p. 45).
Qui non è detto né di Anglona, né di Tursi; ma è di una delle due città (che per me non è dubbio sia Tursi). — Documento importante, men pel nome del più antico vescovo di quella sede, quanto perché dà argomento a ritenere che ancora durasse a Tursi il rito greco.
3. Anno 1068. — Nella famosa bolla di Alessandro II all’arcivescovo di Acerenza (che sarà in parte riferita alla fine di questo capitolo) tra i suffraganei è anche Turri, Tursio, ecc. (Ap. DI MEO, ad ann. 1068, 7; UGHELLI, VII, col. 25).
4. Anno 1077. — In una carta di donazione di Ugo di Chiaromonte al monastero di Sant’Anastasio di Carbone sottoscrive: Simeon, dei gratia, Tursitanae sedis episcopus interfui. La carta è datata da Chiaromonte: era scritta, senza dubbio, in greco. (Ap. SANTORO, Hist. Monast. Carbon. ed UGHELLI, VII, 72).
5. Anno 1106. — Pasquale II conferma all’arcivescovo di Acerenza quaecumque metropolitano jure praeteritis temporibus pertinuisse noscuntur, videlicet Venusiam, Gravinam, Tricaricum, Tursum, Potentiam. (UGHELLI, VII, 29).
6. Anno 1121. — Donazione dei dinasti di Chiaromonte al monastero di Cyr-Zozimo (Circhiosimo). In essa, sul fine, è detto che nello stesso anno e mese fu dedicata la chiesa della Immacolata Vergine Maria a Johanne de Tarma episcopo Tursici et a Vitale episcopo Cassiani (Nel Syllabus Graec. membran. succitato, pag. 116).
7. Anno 1151. — Eugenio III conferma all’arcivescovo di Acerenza i dritti metropolitici con le identiche parole riferite al n. 5, cioè Tricaricum, Tarsum, Potentiam. (UGHELLI. Ibid. col. 32).
8. Anno 1178. — Alessandro III conferma come sopra, con le stesse parole: Tarsum, Potentiam. (Id. ibid. 32).
9. Anno 1201. — Innocenzo III conferma come sopra, con le stesse parole: Tricaricum, Potentiam, Tursum. (Id. ibid. 30).
ANGLONA
I. Anno 1110. — Petrus servus Dei Anglonensis episcopus, una a Grisanto Prete canonico di Anglona ed altri, sottoscrivono come testimoni una carta di donazione fatta da Umbaldo Petrullae Dominator al cenobio di Banzi. — Ap. DI MEO, (ad ann. n. 10) che la dice: «impostura di monaco molto posteriore» di età. — È pubblicata nel Cod. diplom. del Minieri-Riccio. Napoli, 1882, I, 17.
II. Anno 1126. — In una bolla di Calisto II per la consacrazione della chiesa di Catanzaro sottoscrive: Ego Johannes Anglonen. episcop. Ma Io stesso UGHELLI (che vi accenna al vol. VII, 73) allorché la pubblica per intero nel vol. IX, c. 366, la dico giustamente omnino suspectae fidei.
III. Anni 1151-1168. — Nel catalogo dei Baroni normanni, si legge:
Episcop. Anglonensis et homines de Anglona obtulerunt VI milites. — Ugo de Turso tenet in Turso feudum 1 militis.
Si noti che il Guillelmus de Anglona di questo Catalogo non è di questa Anglona, presso Tursi (come dicono gli scrittori locali), ma si di Agnone in circondario d’Isernia.
IV. Anno 1167. — Re Guglielmo II dona castellum quod dicitur Nucara tibi, Vilelme, venerab. Anglonen. episcope. (UGHELLI, VII, 79).
V. Anno 1192. — Nel libro dei censi alla Chiesa romana di Cencio Camerario, del 1192, è nominato L’Episcopatus Anglonensis e non il Tursitano (MURATORI, Antiq. M. Ae. V, p. 855).
VI. Anno 1212. — Innocenzo III scrive ai Canonici Anglonenses circa la validità della elezione a vescovo da loro fatta del cantore di Tricarico, benché nato da prete greco. (Nel Decret. Graziani al tit. De clericis conjugat.).
VII. Anno 1221. — Federico II concede ecclesie Anglone in perpet. casale Anglone, e inoltre, homines quos habet in castris Tursii e Sancti Arcangeli. Inoltre esonera ipsam ecclesiam et praelatos ejus (lacuna), ejusdemqne casalis et dioecesis ejus homines da taglia, collette e servizii. (Ap. UGHELLI, VII, 82) e in BREHOLLES, II, I.
Dubito della genuinità di questo documento. La donazione si fa alla chiesa, e manca ogni nome di vescovo. Manca la nota cronologica: e quel post Curiam capuanam celebratam messo lì, nella data, è del tutto fuor di luogo,
VIII. Anno 1241. — Transazione di litigio fra Roberto, d. grat. Anglonensem episcop. e l’ab. del monastero del Sagittario, in tenimento di Rotunda maris, cioè Rotondella. (UGHELLI, VII, 83).
IX. Anno 1254. — Innoc. IV conferma fra Diodato da Squillace in vescovo Anglonensis eeclesiae (Id. ib. 84).
X. Anno 1269. — Leonardo episcop. Anglonensis riconosce la transazione, di cui sopra al n. VII; sottoscrivono molti canonici Anglonenses (Id. 85).
XI. Anno 1320. — Dominun Marcus. d. g. episcop. Anglonensis et capitulum Anglonense intus in choro S. Michaelis de Tursi, Anglonensis dioecesis, de mandato ipsius episcopi vengono a transazione di lite con l’archimandrita del monastero di S. Elia, di Carbone, Ordinis S. Basilii, dioecesis Anglonensis. — Scrive l’atto il publicus terre Tursii notarius cum judice Tursii Scipione de Laurentiis. — Dato apud Tursium. Sottoscrivono l’episcop. Anglonen. e dieci canonici Anglonenses (UGHELLI, VII, 86).
XII. Anno 1526. — Nella Indictio obedientiae Episcopo Anglonensi praestandae in anno 1526, sono chiamati, prima, l’arcidiacono, il decano, il cantore et omnes canonici Anglonenses, e poi l’archipresbyter et Cantor Tursii (Nel NIGRO e nei Cenni storici, ecc. [p. 724], sopracitati).
16 Nel 1207 Innocenzo III riunì la chiesa e la sede episcopale di Matera alla chiesa di Acerenza. Potrebbe essere degli stessi tempi o dello stesso Pontefice la riunione della chiesa di Tursi ad Anglona? — È una semplice congettura.
17. Vol. VII, col. 101.
18. Vedi gli epitaffii di vescovi del secolo XVI e XVII nell’UGHELLI, Ibid.
19 Pubblicata da monsignor Zavarroni con sue Note in calce alla di lui memoria: Esistenza e validità dei privilegii della Chiesa di Tricarico per le terre di Montemurro ed Armento. Napoli, 10 ottobre 1749. — Riferita la bolla dal DI MEO, ad ann. 1060, 5.
20. Ecco le parole:
ut… citius de pastore congruo provideremus, quinimo, pro loci vicinitate, ut unus esset in utraque ecclesia dispensator…
21. Tale è pel DI MEO, di cui vedi ad ann. 1060, 5.
22. Nei Cenni storici, ecc. del D’AVINO, citati di sopra; a pag. 724.
23. Ibid.
25. Vedi innanzi al capitolo IV, e nel Decretum Gratiani il titolo de Clericis conjuigatis, di cui s’è fatto parola nel capitolo suddetto.
26. A pag. XLI delle Note sopra la botta di Godano, arcivescono dell’Acerenza, spedita l’anno 1060… in calce alla Memoria intitolala: Esistenza e validità dei privilegii… della chiesa di Tricarico per le terre di Montemurro ed Armento di ANTONIO ZAVARRONI. Napoli, ottobre 1749. — A questo proposito occorre avvertire che il RODOTÀ (Rito greco in Italia. Roma, 1758, vol. I, pag. 202), dice che i proti di Tricarico «nella messa pontificale cantano l’Epistola e il Vangelo in lingua greca». Il che è molto più che non attesti il vescovo stesso.
27. DI MEO (ad ann. 1068, 8), scrisse:
«Quasi tutte, se non tutte le carte di Tricarico di questi tempi puzzano d’impostura».
28. Ital. Sacra, VII, col. III.
29. Conf. Bolla di papa Gregorio IX al vescovo di Tricarico, nell’UGHELLl, vol. VII, 149.
30. Fu pubblicala nel volume II delle Vitae Sanctorum Siculorum, ex antiquis monumentis del P. GAETANI (Panorami, 1657), secondo il manoscritto della versione latina che si conservava nella chiesa di Armento. La pubblicazione a stampa è però di stile ringiovanito. Conf. i nostri Paralipomeni, ecc. pag. 79. — L’epoca del vescovo Roberto è nell’UGHELLI, VII, 148, che lo trova intervenuto al concilio Lateranense del 1179. Nell’anno 1195 si troverebbe vescovo, invece, un Enrico. Id. ibid.
31. Un antico quadro esistente nella chiesa di Armento mostra questo episodio sacro-guerresco.
32. In G. GATTINI, Note storiche sulla città di Matera. Napoli, 1882, pag. 218.
33. A pag. 127 e 129 dell’Hist. Monast. S. Michael. Archang. Montis Caveosi. Napoli, 1746. — Si vuol notare che nella carta del 1078 il secondo è detto abbreviatamente episcopo Benedicto de civitate M. e non altrimenti.
34. Gli atti sono nel volume XI dei Sacrosancta Concilia, ecc. studio Labbei et Cassartii. Venezia, 1730.
35. Annali Crit. dipl. ad ann. 1065, 5.
36. Id. id. ad ann. 1065, 5.
37. Vol. VII, col. 35.
38. Non debbo omettere di notare che questo atto, riportato dall’UGHELLI (vol. II, col. 37, con la data del 1203), non è che un frammento della bolla papale, la quale, se fosse nota per intero, si avrebbe forse luce sufficiente a chiarir dubbii e questioni.
39. Nell’UGHELLI (VII, 37) si legge:
«Nell’anno 1203, o per insinuazione dell’(arcivescovo) Andrea, o piuttosto per urgente necessità ed utilità della Chiesa acheruntina, in quel tempo quasi desolata, Innocenzo eresse de novo la cattedrale di Matera…» — Da queste parole il GIANNONE (Stor. civ. lib. VIII, 379) conchiuse che «desolata Acerenza, per le continue guerre, di abitatori, bisognò che a lei, per sostenerla, si unisse la chiesa di Matera».
E il FIMIANI (Op. cit. p. 160) scrisse:
«Acerenza, a testimonio di Lupo Protospata, abbruciò nel 1090. Per la qual cosa (!), essendo deserta di popolo, Innocenzo III, nel 1200, la basilica materana fece cattedrale».
Da che si vede che una mezza congettura dell’Ughelli diventa certezza degli altri; i quali, per rendersi ragione della congettura, risalgono dal 1200 all’incendio del 1090! e la desolazione della Chiesa diventa desolazione della città. — Non è detto che dal 1203 in poi i vescovi lasciarono di risiedere in Acerenza, perché deserta di popolo. Non è detto, né provato. Sicché rimarrebbe senza ragione sufficiente la elevazione di una chiesa di città secondaria a Concattedrale.
40. UGHELLI, VII, col. 376.
41. Il DUOMO di Acerenza merita, a più riflessi, una speciale notizia.
L’epoca di sua fondazione oggi è controversa. Lo Schulz ne riportava la costruzione agli ultimi tempi del secolo XIII; pel Lenormant essa è l’antica opera dell’arcivescovo Arnaldo, cominciata tra il 1080 e il 1098. Occorre di riferire quello che questi ne scrive nel libro À travers l’Apulie et la Lucanie (Paris, 1883, I, 270).
«La cattedrale di Acerenza è un edifizio di una semplicità grandiosa e severa: un po’ nudo, per vero, perché né i capitelli, né i modiglioni dell’esterno sono abbelliti da qualche scultura di fogliami o figure. In tutto il mezzogiorno d’Italia, desso è il monumento più normanno che si possa indicare, nel senso proprio della parola: di tal che parrebbe di vedere una chiesa dei dintorni di Caen o di Rouen del tempo di Guglielmo il Conquistatore. La pianta è simile a quella della chiesa, incompiuta, della Trinità, di Venosa, e vuol dire di forma del tutto francese, e lontana dallo stile delle costruzioni italiano. Anche una galleria (il «deambulatorio» che ivi è detta il circolo) si vedo attorno al coro, oltre alle cappelle absidali. All’esterno l’edificio era fortificato: si possono ancora oggi distinguere sull’alto delle mura le reliquie dei merli e le torrette che si elevavano agli angoli sporgenti delle braccia della crociera (a croce latina). La facciata finisce in culmine acuto e molto alto, e sull’estrema punta vi è messo il busto dell’imperatore Giuliano (?). Ai due fianchi della facciata erano due torri quadre, a uso campanile, ma, già abbattute da’ terremoti, una sola ne fu rialzata, sullo stile del rinascimento, nel 1555 dal cardinale Michelangelo Saraceno, arcivescovo di Acerenza, per mano dell’architetto che fu un Mastro Pietro, nativo della vicina Muro (??). Sulla porta maggiore sporge in fuori un portichetto, che è opera del XII secolo, riccamente scolpito, e che vien sostenuto da due colonne di marmo colorato, avanzo di antichi edifici, le quali posano su due gruppi di una oscenità veramente incredibile: un bertuccione ed una donna da un lato, un uomo e una bertuccia dall’altro.»
«L’opera dell’interno è moderna restaurazione a volta, che ha snaturato l’antico stile… La cripta, o soccorpo, rifatta nel 1523, è una squisita opera di scultura e di architettura. Un ornato in grotteschi covre la volta e i pilastri; i capitelli e le colonne, e segnatamente il bassorilievo in bronzo, posto al disopra dell’altare maggiore, hanno tutta la grazia, la morbidezza e l’eleganza delicata delle opere di Giovanni da Nola…»
Dopo il Lenormant, il signor Bertaux nella importante monografia già citata sui Monumenti medievali della regione del Vulture, ripiglia la questione cronologica. Egli scarta l’opinione dello Schulz e quella del Lenormant.
All’opinione dello Schulz oppone un titolo irrefragabile; ed è una lettera di Carlo I d’Angiò al giustiziere di Basilicata, del 14 febbraio 1281, cui fa ordine di portarsi di persona nella città di Acerenza, con maestri fabricatori ed altri uomini periti per studiare la chiesa «arcivescovile che sta nell’interno della fortezza di detta città, di misurare l’edificio; e poi di scendere verso la città, e scegliere in essa fuori della cittadella, d’accordo con l’Arcivescovo, un posto ove erigere una nuova cattedrale. (In Arch. stor. ital. vol. IV, ser. 4ª, p. 5). — Ora, l’attuale duomo è sul culmine del colle; e più in su non si può andare: dunque, l’attuale edifizio non può essere quello che il re ordinava (cioè dal 1281 in poi) che non fu elevato mai.
Al Lenormant oppone che il «deambulatorio» dietro il coro del duomo di Acerenza è, con quello della badia di Venosa, l’unico esempio di tale forma architettonica in Italia. E poiché a quello di Venosa, per una ragione di fatto già indicata (vedi cap. V, Appendice A) non si può assegnare la data cronologica attribuitagli dal Lenormant, cioè della prima metà del secolo XII, così non si può spingere fino a tale remota epoca quello di Acerenza. All’uno ed all’altro il Bertaux attribuirebbe il tempo della seconda metà del secolo XII; e crede che tra i due fosse edificato prima quello di Venosa. «La pianta francese (così scrive) di una chiesa a deambulatorio è stata importata in Basilicata dai Benedettini (che, venuti di Francia, fabricarono la badia di Venosa) e fu copiala quando accadde di rifabricare il duomo di Acerenza».
È probabile (egli avvisa) che la facciata e l’intorno siano dell’epoca angioina; ma il portone delle scimmie (che è il principale ingresso della chiesa) contornato da un elegantissimo fregio e da ornamenti orientali è di puro stile pugliese; lo giudica però dello stesso tempo, e forse anteriore al coro. La cripta, come dètta la appostavi iscrizione, è del 1524.
Oggi il duomo di Acerenza è dichiarato monumento nazionale. (V. Gazzetta Ufficiale del 5 gennaio 1898).
Occorre ancora uno strano ricordo di questa chiesa!
Il Lenormant afferma, come si è riferito, che il busto in marmo, posto sul pinacolo della chiesa, sia quello di Giuliano Apostata: e la cosa sarebbe veramente singolare. La congettura basa su questi elementi. Il busto, che è una mezza statua, è opera romana: ha il capo coronato di alloro; porta il costume militare del paludamentum, che indica un soldato, ed ha la barba; la barba era portata, come si sa, dall’imperatore Giuliano. È nel Corpus Ins. Lat. una iscrizione dell’antica Acheruntia in onore di Claudio Giuliano Augusto: un altro frammento, testé scoverto, ha questo lettere sole: VLIAN; e si può giustamente arguire, dalla grande proporzione delle lettere, che desso sia parte del piedistallo, della quale era il busto barbato o laureato messo sulla facciata della chiesa. Si sa che S. Canio, protettore di Aceronza, era vescovo di Giuliana, in Africa. Dunque, conchiude il Lenormant:
«Se, come è probabile, il frammento a grandi lettere faceva parte del piedistallo della statua, e se l’umo e l’altra furono tratti dal suolo allo stesso tempo, i chierici di Aceronza, tra il 1090 e il 1100, preoccupati di San Canio più che dell’imperatore Giuliano, avrebbero completata la mutila iscrizione in Julianensis episcopus; e per tal modo l’apostata sarebbe stato trasformato in martire e in protettore celeste!» (Ibid. p. 278).
Ironia del caso e della storia! … se fosse vera.
Intanto, e per la storia vera, riscontri il lettore Le notizie degli scavi di antichità, dell’ottobre 1882 (pag. 883). In esse sono riportate le varie iscrizioni di Acerenza, intere o a frammenti, antiche e dei tempi moderni, relative ai lavori della cripta e del campanile. Questo, che è opera «del buon gusto del secolo XVI», mostra in grandi lettere scritto in una fascia: MASTRO PETRO DE M. che si può interpretare, come affermava il Lenormant ed altri, tanto de Muro! quanto altrimenti. Anche il frammento è riferito in queste Notizie così: VLIANO; e lo scrittore (che è il ch. prof. BERNABEI) dice che la prima lettera «meglio conviene ad un N che ad un V». — Quindi una delle basi della congettura vagella!
42. Si legge nell’UGHELLI, vol. VII, col. 14.
43. Conf. DI MEO, ad ann. 1090, 7 e 1071, 4.
44. Dopo monsignor Lupoli.
45. In UGHELLI, Ital. Sacr. VII, 108.
46. Sono nell’UGHELLI, VII, 594.
47. Nel volume V dei Sacrosan. Concilia exacta studio Labbei et Cassartii. Venet. 1728. — Il vescovo Stefano è nominato altresì nel Decretum, cap. 2°, dist. 96.
48. La bolla, con la data del 1028, è pubblicata dall’annotatore dell’UGHELLI, negli Arciv. baresi (vol. VII, col. 601). — Il DI MEO, invece, la dice dell’anno 1025. Ann. dipl. ad ann. 4.
49. In una bolla del 1102 di Pasquale II al vescovo di Melfi (in UGHELLI, vol. I, col. 924 ed in ARANEO, p. 210) si legge che il papa dispone ne in Lavellano oppido, quod Melphiae proximum est, ullo deinceps tempore episcopalis cathedra statuatur… Ma se la bolla è genuina, dell’ordinata soppressione non si avrebbe altra notizia che questa. DI MEO l’accenna sotto l’anno 1101, 4.
51. Baronio, ap. UGHELLI, Ital. Sacr. vol. V, col. 160.
52. Nel volume V de’ Sacrosancta Concilia ad regiam edition. exacta, studio Ph. Labbei et Cassartii. Venezia, 1728.
53. Nelle addizioni all’UGHELLI, Ital. Sacr. vol. 10, col. 160, il Coleti dice, a questo proposito, res est satis incerta.
54. È nel Decretum Gratiani, pars I, distinct. 76, Can. 12. — Nella edizione di Parigi, 1687, dei fratelli Pitheo, si mette in fronte alla lettera l’anno 556 circa; invece, il DI MEO la riferirebbe, pure dubitando, all’anno 580.
55. La tradizione dell’arrivo del santo vescovo in Potenza è tradotta dal popolo in una pantomima, che si ripete ogni anno, da tempo immemorabile, alla festa popolare del Santo Patrono della città. Questa specie di «mistero» medievale rappresenta una nave che, sulle ruote di un carro, naviga su e giù per la città; sopra la nave è la ciurma dei marinai in veste da turchi e da mori; e presso a l’albero (con la campana che squilla a coffa) è il santo, che fa mostra di predicare alle turbe. Quale relazione interceda tra chi venga da Piacenza in una città mediterranea e la nave con l’esotico equipaggio, non si vede; e si ritiene come uno di quegli anacronismi di tempo o di luogo, che si perdonano, per esempio, a Shakspeare, quando fa approdare i navigli ai mari di Boemia. Ma la costumanza è antica, e niente nasce dal niente. Io credo piuttosto che essa, in origine, si riferiva alla tradizione dell’arrivo dei dodici fratelli di Africa, tre dei quali (Oronzio, Onorato e Fortunato) sotto Diocleziano soffrirono il martirio nella città di Potenza, secondo la leggenda. È risaputo, che uno di questi tre, Oronzio, fu tenuto patrono antichissimo della città. — Negli atti più antichi di questa falange di martiri è detto che Valeriano, preside a Cartagine, con i dodici fratolli e i militi suoi navigio profecti sunt; cumqne navigantes applicuissent remum, relicto navigio tandem venerunt in civitatem Potentiam, ecc. (Nei BOLLANDISTI, sub die 1 septemb.). — La simbolica nave rappresenta dunque la venuta di Santo Oronzio, il quale diventa San Gerardo, quando egli, antico patrono, cede il luogo al nuovo.
56. Fu pubblicata dall’UGHELLI, vol. VII, col. 135, e poi dal VIGGIANI, Storia di Potenza.
57. Conf. FIMIANI, Op. cit. p. 98.
58. Questa bolla del 1058 fu da noi pubblicata (secondo una copia dell’archivio arcivescovile di Salerno) in appendice al libro: L’agiografia di San Laverio del MCLXII, illustrata. Roma, 1881, pag. 74 e 51.
59. Nell’Agiografia, etc. citata.
60. Fu pubblicata la prima volta dal TATA, Lett. sul monte Vulture. Napoli, 1778, p. 57. — E dall’ARANEO, Notiz. stor. della città di Melfi. Firenze, 1860, pag. 112, e nei Cenni storici sopracitati, p. 327.
61. Non tralascerò queste due osservazioni: 1° In questa bolla del 1037 si dona alla mensa di Melfi Castellum quod dicitnr Salsula; il quale fu veramente donato alla mensa di Melfi dal duca Ruggiero con carta del 1093; ma in questa carta non si fa motto o riferimento «a conferma (o altrimenti)» di precedente possesso. (La carta del 1093 è in ARANEO, p. 206; in UGHELLI, vol. I); 2° L’arcivescovo Canosino dice: petentibus vobis, Joannem Episcopum consecravimus, cujus ditioni haberi concessimus Civitatem Melfi, ecc. Or, se la città di Melfi gli si concede in signoria, come parrebbe, è assurdo; se in giurisdizione, è strana ed equivoca dicitura; e perciò stesso sospetta».
62. Alludo alla «Leggenda del prete Gregorio» dell’892, per la traslazione di una sacra immagine da Costantinopoli a Bari, che è ritenuta un’impostura del Calefati, dal Wustenfeld e dal Cantù. V. Archiv. Stor. Ital. tomo X, 69. Firenze, 1859, e tomo XII, p. II del 1860.
63. L’ARANEO, a conferma della esistenza in Melfi nella sede episcopale antecedentemente all’anno 1059, dice che, abbattuta la chiesa parrocchiale pel terremoto del 1851, fu trovato nel maggiore altare di essa, entro un’urnetta di legno, un pezzo di cartapecora e scrittovi su il ricordo che quell’altare era stato dedicato dal vescovo Balduino nel dicembre MXL (Op. cit. 110). — Ma chi assicura, innanzi tutto, che questa memoria fu scritta proprio nel 1040, e non in tempo posteriore? Né della paleografia e integrità della breve cartapecora si sa nulla.
64. UGHELLI, VII, 608.
65. L’ARANEO, Op. cit. 120 210) erede che avvenne verso il 1100, argomentando da alcune parole di una bolla di Pasquale II (Ap. UGHELLI, I, 924).
66. ROSATI, apud CHIARAMONTE, di cui nella nota che segue.
67. FRANC. CHIARAMONTE, scrittore della monografia di Rapolla, nei Cenni storici, ecc., sopracitati, pag. 557.
68. Dall’opuscolo 19 di S. Pier Damiano a papa Nicolò II, apud DI MEO, Ann. dipl. ad ann. 1054, 7.
69. Bolla del 1089. In UGHELLI, vol. VII, col. 608.
70. Importante, per la nostra storia, è il DUOMO DI RAPOLLA.
La chiesa, la vecchia chiesa, porta, in due antiche iscrizioni, inciso il suo atto di nascita.
Il campanile, quadrato, a due piani, fu eretto nel 1209, dopo tre anni di lavoro, sotto l’episcopato di Riccardo, che ne pose la prima e l’ultima pietra. La data del 1209 è scritta sotto ai due bassorilievi (di non fine arte, per vero) del Peccato originale e dell’Annunziazione. L’architetto dell’opera fu Sardo di Muro:
Ille magister erat, si quis de nomine querat,
Murani Saroli, cui cura fuit data soli.
La chiesa aperta al culto, dal vescovo Riccardo, ma non del tutto compiuta (parmi che intenda dirlo la iscrizione medesima) fu compiuta nel 1253 dal vescovo Giovanni (che opus peregit e non peragit, come leggono la iscrizione), compiuta nella parte superiore (partibuis ecclesie [e] conctis… altior); e di questa opera di complemento fu artefice, degno di ricordo,
Clericus Anglonis Albano monte nutritus
Melchior est faber operis laudabilis hujus.
Dell’antica costruzione del secolo XIII oggi è conservata la porta ad arco tondo, con entro al suo timpano fregi a rilievo, e con belle colonne di marmo, che si ritengono derivate da antichi edifizi. L’interna disposizione della chiesa è quella dell’antica pianta; ma il coro è opera della prima metà del 1300; e lo attesta una iscrizione lettavi dal signor Bertaux. Delle acute osservazioni del quale mi giova riferire questo che segue:
«Aveva tre navate, separate tra loro da pilastri di cui due serie si sono conservate: dei pilastri due sono ottagonali, e due altri a forma di croce con otto colonnette incastrate (bellissime). Se ci proviamo ad analizzare il carattere dei pilastri e delle volte, e lo stile della porta, che ha il nome dell’artefice Melchiorre, distingueremo due elementi che spiccano davvero l’uno vicino all’altro. Le volte a botte alte e strette, ricordano gli edifici pugliesi nei quali trionfa l’influenza bizantina; le volte a cordoncini, qui come dapertutto, sono di origine francese. Così il timpano della porta è ornato di rabeschi a rilievo molto basso, il cui disegno pare metà orientale, metà locale; invece le colonnette, le basi, l’archivolto, e soprattutto i capitelli sono un’imitazione di modelli francesi». (E. Bertaux. In Napoli nobiliss. (con 46 incisioni), sopra citata, del 1897. Vedi B. Croce nella stessa Rivista all’anno 1893).
Di SAROLO, di Muro, il Lenormant disse che è un nome normanno.
Di cui la forma francese sarebbe Sarule, il Berteaux invece avvisa che il dotto uomo è in equivoco. — Che sia di origini normanne è possibile: ma Sarolus per noi vale quanto Karolus. Del resto a che pro? Di questo valentuomo abbiamo due altre testimonianze: l’una pubblicata dall’on. G. Fortunato che è incisa sulla porta della chiesa di S. Maria di Pierno presso Atella, ove è detto: Quod scriptura legit Magister Sarolus egit; ivi è nominato «Sardo, Roggiero suo fratello et alii magistri murane civitatis» nell’anno 1189 e 1197 (G. Fortunato, Santa Maria di Pierno. Trani 1899, 11).
L’altra testimonianza è pubblicata dall’egregio L. Martuscelli, scrittore della Storia di Muro Lucano (Nap. 1896, 132) che trovò, in una vecchia cappella a Capotignano, la iscrizione che segue: hoc op. egre | gie p (?) doct | Sarol egt, che io non dubito di leggere a ritmo leonino: hoc opus egregie | quod docet Sarolus egit.
Di prete Melchiore di Montalbano (Jonico) della diocesi di Anglona, non sappiamo altro: e ce ne duole. Avvertiamo solamente che l’arcidiacono Chiaramonte, pubblicando primo la iscrizione (nei Cenni, etc. sopraindicati) crede che il chierico di Montalbano si riferisca alla patria del vescovo Giovanni: ma altri, ed io con essi, non dubito di riferirlo all’artefice prete architetto.
71. Nell’opera citata Cenni storici, ecc. pag. 417-8.
72. Annali critico diplom. ad ann. p. 305-6.
73. Vedi innanzi al capitolo III.
74. Vedi al capitolo VII.
75. Ap. UGHELLI, vol. VI, 847.
76. Vol. VI, c. 813.
77. Nel Provinciale romano di Leone X è detto: «Archiepiscopus Consen hos habet suffraganeos; Muran, Belsinaten (Pulsinaten), Satrianen, Montis viridis, ecc.» — GIANNONE (Stor. Civ. lib. 8, cap. 6) scrive queste parole: «Dell’altro (vescovato) di Belsiense, di cui nel Provinciale romano fassi memoria, come sottoposto al Metropolitano di Consa, non ve n’è ora presso di noi alcun vestigio — È il vescovo di Buccino-Muro, e non altro.
78. Nel Registro normanno dei baroni si leggo: Abbas Sanctae Mariae Montispilosi de eo quod tenet in Irso, obtulit milites X.
79. Da quel tempo trovo scritto che fosse «introdotta l’officiatura secondo il rito greco nella chiesa di Montepoloso». (E PALERMO nell’opera citata dei Cenni storici, ecc. pag. 410). — Non so quale fede meriti la notizia, di cui non trovo cenno altrove: è probabile fosse cavata dall’interpretazione di questo logogrifo, che è un iscrizione sepolcrale posta ad un vescovo, la quale dopo aver detto: Qui è sepolto Ruggiero della città di Atella, aggiunge:
Pontificis titulum, cui graeca salubria quondam
Tradidit, et qui dignus honore fuit.
Ap. UGHELLI, vol. I, 909.
80. Non è detto se Pelagio I o II.
81. Fonti della storia basilicatese al medio evo — L’agiografia di San Laverio del MCLXII illustrata. Roma, 1881.
82. Ricordata dal signor Bonaventura Ricotti, di cui nelle note che seguono.
83. Nel Syllab. Graec. Membranarum, etc. citato, n. 93 e 162.
84. Presso l’UGHELLI (vol. VI, col. 854) è l’epitaffio di un vescovo sepolto nella cattedrale satrianese, che dice:
Fra Augustinus Cajetanus, episcopus Satrianensis, qui templum hoc dedicavit; obiit die 17 martii 1521.
E per verità queste parole non parmi consentano con la tradizione della distruzione della città, verso il 1420.
85. La Lucania, ecc. pag. 570. — Vedi l’Appendice VIII al mio libro: L’Agiografia di S. Laverio, ecc. Roma, 1881. — Conf. inoltre: UGHELLI (Ital. Sacra, nei Vescovi satrianesi, vol. VI, col. 852, e nei vescovi di Campagna, vol. VII, 452) — GATTA, in fondo al libro La Lucania illustrata. Napoli, 1723, per la tradizione suddetta — B. RICOTTI nella Monografia di Conza nell’opera citata dei Cenni storici, ecc. (Napoli, 1848, p. 224): il quale raccolse (da non dichiarate fonti) buone notizie tanto sulla sede affatto nominale di Satriano dopo la catastrofe della città, quanto sulle contese tra le comunità della diocesi satrianese e la Curia di Campagna, e sulle diligenze dell’illustre vescovo Caramuele per restaurare la chiesa di Satriano. Questo dottissimo vescovo preferiva fare dimora in Sant’Angelo le Fratte, terra della diocesi, ove introdusse una tipografia, e vi ristampò una delle tante sue opere, se si può credere a questo titolo che riferisce il Ricotti: Conceptus Evangelii liber, etc.— Recusus Sanctangeli Typis Episcopalibus, anno MDLXII. — Nel libretto di GIUSEPPE SPERA, L’Antica Satriano di Lucania con documenti inediti (Cava de’ Tirreni. Badia Benedettina, 1880) i documenti sono di poca importanza. Nella monografia S. Angelo Le Fratte dell’arciprete LEONARDO GIALLORENZI (Potenza, 1889), si dice che gli abitanti della città di Satriano sfuggirono alla totale violenta ruina, grazie alla pietosa opera del vescovo Andrea de Venetiis. Questi fu creato vescovo di Satriano non prima del gennaio 1421; e di qua la data cronologica della tradizione, di cui nel testo. Ma la data del 1415 da noi indicata è da documenti autentici.
86. Secondo la lezione del DI MEO, riscontrata da lui sul testo dell’archivio episcopale di Acerenza. — Conf Ann. dipl. ad ann. 1068, 7.
87. DUCANGE, ad v. dice:
Parochia, territorium et districtus Episcopi, ut Provincia et Dioecesis, Metropolitani et Archiepiscopi.
88. Vedi sopra.
89. Notizie stor. della città di Melfi, pag. 183.
90. Sono notizie e date che raccolgo dal RODOTÀ, Del rito greco in Italia. Roma, 1778, vol. I, pag. 356. — Non debbo tacere che esse non concordano del tutto con l’Ughelli, il quale scriveva, come de suoi tempi, alla metà del secolo XVII, queste parole:
Rivellum duas habens Parochiales; quarum in una latinus archipresbyter latino, in altera graecns graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat. — Ital. Sacra, nel vol. VII, col. 542.