APPENDICE II
PAROLE DEL DIALETTO DI ORIGINE DAL GRECO
A complemento di quanto è stato detto nel capitolo XV di questo volume, abbiamo messo insieme qui in seguito un elenco di parole del linguaggio popolare, che hanno origine prossima dal greco.
Se si potesse di ciascuna parola indicare la sua, a così dire, circoscrizione glottica, non è dubbio che il dato geografico sarebbe di non incerta utilità alla indagine etnografica sull’incolato dei popoli, o sul passaggio di coloni da un punto ad un altro, da regione a regione. Le parole che qui sono raccolte hanno corso, la maggior parte, in quella zona della provincia che è l’alta valle del fiume Agri, ove è detta il Vallo di Marsico: ma non tutte in tutti i paesi di quella zona. Da luogo a luogo, a breve distanza e sovente a confine tra loro, s’incontra degli strani fenomeni linguistici, di cui non si sa come rendere ragione. Moliterno, per un esempio, è meno che dieci chilometri lontano da Spinoso, alquanto più da Armento. Ora la «lucertola» è detta così a Moliterno; ma è detta «caramusa» a Spinoso, «salecrega» ad Armento: diversità inesplicabili, così e quanto le diverse foggie e i colori delle vestimenta alla famiglia dei contadini, tra paese e paese.
Per la derivazione di talune delle parole che seguono ci siamo valuti delle pubblicazioni di: Teodoro Cedraro, Ricerche etimologiche su mille voci e frasi del dialetto calabra-lucano. Napoli, 1885. — Vincenzo Solimena, Ricerche linguistiche sul dialetto basilicatese. Rionero, 1888; di pag. 29. — Giuseppe Volpe, Dilucidazione di una lapide in Matera, ecc. Napoli, 1825. — Vincenzo Dorsa, La tradizione greco-latina nei dialetti della Calabria Citeriore. Cosenza, 1876.
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Abbarabiso, dicono a Matera volendosi, per gioco, occultare il vero; da παρά, che in composizione è malamente, e βύζω, io occulto. — Volpe.
Abbrucato, si dice di chi ha la voce rauca; da βραγχώδης, rauco, o βραγχός, raucedine; con l’a inforzativo.
Accinicato, ostruito; dicono di un canale, acquedotto, o foro che sia ripieno o chiuso da materie estranee: da α privativo e κενός, vacuo o vuoto.
Acquintato, dicono del muro che sia costrutto non a perpendicolo, ma inclinato in dentro; da κλίτος, declività, con l’a inforzativo.
Airale, specie di ampio crivello che usano nell’aia a mondare il grano; da αἰρέω, io scelgo.
Alerta, stare in piedi, alzato in piedi, da ἀερταζω, io innalzo.
Alierti, lunghe pertiche a sostenere dal basso in alto i palchi dei muratori.
Alliffato, alliffare; azzimato, specialmente dei capelli lisciati e ben acconci, e per estensione, di tutta la toletta; da ἀλεἰφω, ungere.
Ammannare, dicesi della ghianda, o castagne, noci, ecc. quando prima di loro maturità cascano dall’albero, per manco di umori, da ἀμενηνὸω, che presto manco o indebolisco: ἀμενὸς, debole.
Appio, in mela appio, da ἀπλόω, che vale anche estendersi, espandersi in senso di «doppio»; o da ἅπιον? pera.
Apprettare, importunare o stimolare; da επι, ultra, ed ἐρεδω, irritare. — Cedraro.
Àpule àpule, soffice, o propriamente ciò che, toccato, acconsente ed avvalla: da ἁπαλός, molle e soffice.
Ariddi, i vinacciuoli dell’uva (forma diminutiva italica); da ῥάξ, grano di uva.
Arpagone, Arpaio, arnese del bottaio, o rampone; da ἅρπαξ, αγος, rapace.
Arrampaggio, rapina con violenza: da ἅρπγή, rapina, ratto.
Arrappato, corrugato; da ῥάπτω, io rattoppo: perché ogni rattoppatura fa rughe?
Arrassare, allontanare; da ῥάσσω, allontanare urtando.
Arrasso, non accosto, lontano. Dallo stesso tema.
Arrociliare, avvolgere attorno a mo’ di ròcciola o piccola ruota, da χυλίω, volgo o raggiro.
Àscimo, è detto del pane di pasta non bene fermentata; da ἂζυμος, non fermentato.
Attàne ed anche Tata, padre, da ἂττα.
Babasone, parola d’ingiuria per balordo, scemo di mente; da βαβάζω, mandare fuori voci inarticolate.
Bùttero, giovane bifolco aggiunto alla custodia de’ buoi o ai servigii della masseria; da βοτήρ, ῆρος, pastore, o piuttosto da βουτρόφος, pastore di buoi.
Caccavotto e Càccavo, laveggio; forma più prossima a κακκάβη, χάκκαβας, laveggio.
Cacone, il cocchiume della botte, o qualsiasi buca fónda e aperta; dall’antico χάω, apertus, vacuus sum. — Cedraro.
Cafarone, nel senso di macilento e sparuto per infermità; da ψαφαρός, arido, squallido, putrefatto.
Calanca, frana; da χαλάω, che al perfetto fa κεχὰλακα, rilasciare, rallentare, far discendere, lasciar cadere.
Calandra, l’allodola; da ἀκαλαντίς, che però è cardellino.
Calavrone, scarafaggio e scarabeo; da κάραβος, scarabeo.
Calima, calore, ma del corpo umano; da καῦμα, calore.
Camasta, Camastra, arnese di ferro ad anella ed anche di legno, appeso al focolare, con un gancio all’estremità per sospendervi il laveggio sul fuoco; da χαλαστόν, catena, o da κρεμαστήρ, che appende.
Cansierro, è propriamente il prodotto ibrido del cavallo coll’asina, e, per estensione, figlio illegittimo; da κάσῙ, fratello o sorella, e εισρων, che simula. — Cedraro.
Canta-ciesso, parla-ciesso, si dice a chi parla non domandato; da , κὶσσα, che è la gazza? — Il sig. Cedraro da ἑκούσιως, spontaneamente.
Cantuscio, veste antica da donna, di cui si è perduto l’uso e la notizia precisa; da κάνδυς o κανδύνη, che il vocabolario spiega per veste persiana? Cantuscio, adunque, significherebbe una veste sontuosa, da nozze, venuta da lontano.
Capitabascio, la lucciola (a Moliterno, ecc.); da κατάβασις, ovvero da κατά, giù, e βαίνω, io discendo. E, infatti, è caratteristico il moto in giù della lucciola: la fosforescenza del corpicciuolo apparisce al chiudersi delle alette dell’insetto per venire in giù.
Caramusa è la lucertola (a Spinoso, ecc.), da ασκαλαβος, che è una specie di lucertola; o piuttosto da κάρα, testa, e μῦς, sorcio, quasi animale a testa di sorcio: e così è infatti.
Carapuccio o cappuccio, che è tabarro con covertura del capo; forma più prossima al radicale κάρα, capo.
Carratiello, vaso da vino in legname, da più del barile, da meno della botte, forse da κόρταλλος, che vale recipiente.
Caruso, il taglio dei capelli; e carosare le pecore, vale tosarle; da κείρω, io toso; απόκαρσις è tonsura.
Catananna, (a Matera) i parenti in generale; da κατά, vicino e κάννη, sorella del padre o madre. — Volpe. — Nello stesso paese è usuale la frase: l’una cosa ’ncata all’altra, cioè presso. — Volpe.
Cataparienti, parenti di grado non prossimo; da κατά, come; quasi gente tenuta come parenti, ma non tali di fatto.
Cataratta, botola che copre la buca onde si passa alla camera posta in giù; Κατορύττω, io scavo o sotterro; κατά, in giù, e ῥάσσω, io rompo.
Catojo e Catogio, stanza di sotto, o a terreno, a uso cantina, da κατάγειος, sotterraneo.
Càttara, esclamazione equivalente all’italiano: capperi! da κατάρα, esclamazione.
Catuso, doccia di argilla cotta, ad uso acquidotto; da κάτω, di sotto, in giù, e σωλήν, canale.
Cenìse, cenere con minuta bragia; forma piu prossima a κόνις, νεως, polvere, cenere.
Centra, la cresta del gallo; da κέντρον, punta acuminata.
Centrella, piccoli chiodi, e precisamente bullette; da κέντρον, punta acuminata. Diminutivo di cui non esiste, in senso di chiodo, il positivo centra.
Cetrìno, coloro giallo; da κίτριον, il cedro.
Chiascione, il lenzuolo; originato da πλαξ, ακός, tavola larga, ovvero piano. Nel Syllab. Graec. membran. e segnatamente nella lista di corredo ad una sposa, sono nominati i chiascioni, che i traduttori hanno interpretato per «tavole»: e vuol dire lenzuola (docum. del 1196, pag. 325).
Chiatto, grosso o grasso; da πλατύς, largo e spazioso.
Ciavarro, il montone; la seconda parte della parola da έῤῥαος, che è montone, cinghiale o verro; la prima parte da χειος, prodigo? — Altri, da κυρηβἀζω, cornibus pugno, por metatesi. Cedraro.
Cìbia, vasca artefatta: da κυβα, tazza per raccogliere gl’infiltramenti di acqua che alimentano la fontana; o da κυβή, capo; perché dessa è il capo al condotto che porta l’acqua alla fontana.
Cìgoli-cìgoli, zufolino di cannuccie, cui i ragazzi dànno fiato la notte di Natale a rendere suono del garrire degli uccelli; da κυγκλος, sorta di uccello.
Cimoliello è il grumolo della lattuca, indivia, ecc.; da κῦμα e κύημα, frutto nel corpo materno.
Coccìa. Il giorno 1° di maggio in molti paesi si fa minestra d’ogni sorta chicchi, grano, fagioli, fave ed altre civaie cotte insieme, e si ministra ai poveri, che vengono a chiederla, cotta e condita. Questa è la «coccìa» da κόκκος, granello.1
Còcola, la palla giuoco, e le gallozzole all’albero; dalla stessa parola κύκλος.
Cocozza, zucca; forma più prossima da σογκος, zucca (metatesi chogsos, e chogosos).
Còfano, cesto di vimini o simili, più alto di parete che largo; da κόφινος, cesto.
Conessa, scoppio molto rumoroso di petardo, moschetto, ecc.; da κόναβις, strepito o suono.
Corpone, quella parte della camicia che dal seno scende alle gambe; da κολπος, seno o grembo.
Cottonèra, la veste della donna del popolo; è di pannolano, meno che in qualche paese verso il maro Jonio, ove è di cotone. Da χιτών, ῶνος, che vale tonaca. La parola ὀθόνη è data nei vocabolari per un pezzo di tela, lenzuolo, tovagliuolo o simili. Nel Syllab. Graec. membran. pag. 80 (documento del 1097), questa parola è tradotta per tunica. Χιτωνάριον è tunicula. (Quindi, riferendomi a questa origine, la cottonera deve essere la seconda sottana delle donne, sulla quale ce n’è un’altra (che poi si rialza per covrire il capo), come nel costume delle donne di Potenza.
Cozzetto, l’occipite; da κοτίδα, accrescitivo di κοτίς, l’occipite. — Dorsa.
Cruopo, letame (a Senise, e altrove) da κόπρος, letame.
Cuclo, chiamano in molti luoghi la schiacciata o focaccia; da κύκλος, circolo, cerchio. — Solimena. — Infatti la focaccia in molti luoghi è a forma di cerchio.
Dare il cottone ad uno, suonarlo in significato di percuoterlo; da κώδων,ωνος , sonaglio; come a dire dargli il sonaglio.
Èncete, a Forenza, per ruggine o rancore vecchio; forse da ἒχθος, inimicizia. — Solimena. — O piuttosto da κότος, che vale vecchia ira.
Enchire, empire; forma più prossima a ἐγῆέω, infondere, versare dentro.
Ermo, luogo deserto, da ἐρημος, deserto.
Fazzatòra, la madia: quasi massatora? da μάσσω, che è anche impastare e μάσσα, pasta.
Femo e Fomiero, il letame; da φύμα, ατος, fimo.
Ficétola, il beccafico, uccello; forma più prossima a συκαλίς, ίδος, il beccafico: per metatesi fìcadolis.
Flaulo, il flauto, forma più prossima ad αυλός, tibia e flauto.
Follone, il covo della lepre; da φωλεός, covo, tana.
Forra, quantità di acqua o di altro liquido che erompe e si versa con impeto; da φορά, che ha pure il significato di movimento rapido, e corso. — Cedraro.
Frattine, luogo intricato di basse macchie e spine; da φρακτός, ovvero luogo chiuso.
Galetta, vaso a doghe di legno con manico, per contenere acqua, diverso di barile; da γαλακτικός, «di latte?» perché forse in origine fu a tale destinazione.
Gattigliare, titillare; da τιλλω, svellere.
Gnutticare, piegare in due o in più, panno od altro: da γνάμπτω, piegare. — Cedraro.
Golluòppolo, impotente, menno, eunuco: da γάλλος, eunuco e πόλος, polledro: in origine: cavallo castrone.
Gorgia, la gola; da γοργύρα, canale.
Grasta, coccio di vaso o che altro frammento di un fittile; da γάστρη, fondo di vaso e vas ventricosum.
Grogna, grosso nicchio marino, da cui si cava un suono cavernoso, e al suono usano di raccogliere nel bosco il branco de’ maiali disperso al pascolo, (altrove tofa - tuba); da γρώνη? caverna; se non piuttosto dal latino cornea, di corno.
’Mbroscinare, avvoltolarsi per terra; da προσκαλιω, avvoltolarsi.
Incamato o ’Ncamato, malsano per vizio organico; da καματηρός, defaticato o misero; e κάματος, malattia.
’Ncasare, premere e calcare, da κασσσιω, ficcare sotto. — Cedraro.
’Nchiemare, imbastire; da in, e ἀκέομαι, rammendare?
’Ncogna, angolo rientrante nella curvatura di due pareti; da γωνια, angolo o luogo nascosto. — Dorsa.
’Ndogne e Indogne, gli ami da poscare, a Saponara: da ἔνθεν, di qua e di là, e δοχμός, curvo, cioè arnese curvo di qua e di là, come l’Ancora.
’Nfanzia, quasi simiglianza; da φανθεις, partic. da φαίνω, apparire. — Cedraro.
’Nfuto, per profondo o molto scavato; forse da βάθος, profondità.
’Ngegnare e Ingegnare, cominciare ad usare una veste e simili, da ἐγκαινζω, rinnovo, ristauro.
’Ntorro, dicono a Saponnra quel ciottolo che sospeso al subbio del telaio, fa da contrappeso al volume dolla tela che si vien tossendo: da ἀντιῤῥοπος, che fa contrappeso.
Iojata, convocio; da ἰωή, clamore. — Cedraro.
Isc’, isci, voce del mulattiere che comanda alla sua bestia di formarsi; da ἲσχω, fermare. — Cedraro.
Iss’-piglia o Aiss’-piglia, voce con che si aizza il cane contro qualcuno; da ἀισσω, venire addosso con impeto.
Iuz, dicono a Forenza, e altrove loz, por indicare alcun che di rugginoso, feccioso o polveroso; da ἰός, ἰοῦ, ruggine. — Solimena.
Làgana, lasagna; da λάγανον, lasagna.
Lamaturo, è il deposito di terriccio o melma che fa ne’ suoi gorghi e alla riva l’acqua corrente; da νάμα, νάματος, corrente d’acqua.
Langella, vaso da tenere acqua; da λάγηνος, orciuolo, ma da vino. Le povere popolazioni migrate da noi, per manco di vino, l’applicarono all’acqua.
Lapazzo, erba a foggia ugnacavallo che viene lungo i corsi d’acqua; da λαπάζω, ammollisco, perché adoperata per ammolliente, come la malva.
La penta, cioè la mano, nel linguaggio affettuoso della madre al bimbo (in Matera); da πέντε, cinque. — Volpe.
Lòllaro, (che altrove è gliògliaro) sciocco; da λολως, stupido, e λωλαρα, stultitia. — Dorsa.
Lontro, pozzanghera, o piccolo stagno di acqua sulla strada; da λοντρόν, che il vocabolario spiega lavacrum, acqua in cui si bagna, ed acqua torbida.
Macàri Dio! esclamazione e voto; da μάκαρ, αρος, beato.
Malloni di lino; da ἂμαλλα, ης, manipolo.
Màngano, la maciulla; da μάγγανον, macchina bellica; la maciulla era la macchina per eccellenza ai poveri coloni. Di qua: il «mangone» ordigno di legno a triangolo che si fa passare intorno al collo del maiale, perché esso sia impedito a mettersi per gli sdruciti della siepe che chiude l’orto.
Mànnera, è la mandra o recinto, per lo più scoperto, accanto alla masseria, ove pernotta il gregge; da μάνδρα, stalla o spelonca.
Mantèca, è il burro chiuso in una scorza indurita di formaggio; da μανδάκη, cuoio o scorza.
Mara me! esclamazione di danno o malanno; da ἀμοιρημα, disgrazia.
Màrtora, in certi luoghi è la madia; da μάκτρα, la madia.
Maruca, la lumaca. Se non si ha da preferire la metatesi rumaca, verrebbe da νάρκη, torpore, o μάλκη, freddo che intorpidisce.
Matassa, di seta, o cotone, o filo; da μέταξα, che è serico.
Matrèia, madrigna; forma più prossima a ματρυιά, madrigna.
Màttoli di bambagia; da εἲλημα, ατος, per metatesi matoele, involto. — Cedraro.
Matuntato e ammatuntato, per ammaccato, pestato, specie delle frutta; da μάττω, per μάσσω, che vale comprimere o stringere.
Menare, comunissimo por lanciare, gittare. — «Potrebbe avere un riscontro di origine in άμύνω, respingere, allontanare». — Solimena.
Mischino, in significato di piccolo e gramo; da ἰσχνός, magro e gracile; per protesi ischinos.
Mesciaruolo, il fungo prugnolo; da μὺκης, fungo, con la desinenza italiana diminutiva nolo.
Mollìca, il midollo del pane; da μαλακός, molle.
Montone, mucchio (acervus); da θημῶν, mucchio, per metatesi. Montone come aumentativo di monte sarebbe illogico.
Morra di pecore, porzione o branco di pecore o altri animali gregarii quanti ne può menare e custodire un solo pastore col suo garzoncello; da μοῖρα, parte.
Moscariello (in Saponara), vezzeggiativo di compassione ai bimbi; da μόσχος, ramo tenero, o germe novello.
Musco è l’omero; da μασχάλη, ascella.
Naca o nacare, culla e cullare. Anziché metatesi di cuna, viene direttamente da νάκη, pelle col vello, perché questa deve essere stata la prima cuna.
Onghiare, gonfiare; forma più prossima a ὀγκόω, io gonfio, o ὂγκος, tumore.
Orgiante, dicono di donna petulante a male parole e manesca; da ὀργίζω, provoco a sdegno, e ὀργή, ira.
Òrio òrio, (avverbiale) per ramingo, errabondo, quasi profugo; da ἀόρατος, invisibile, o ἀορὶα, tenebre? quasi andare pel buio, come i profughi.
Paccone, in pera paccone, specie di pera dalla molta, ma non delicata polpa; da παχύς, grasso e paffuto. — Dorsa.
Paraciello è il piccolo abituro fatto al maiale, a parete di stecconi o anche a muro, ma sempre accosto alla casa della massaia o padrona; da παροικέω, abito dappresso, o παροικία, dimora.
Pazziare, per divertirsi, scherzare; il gr. ha παιζω (che potrebbe essere metatesi di un primitivo παζιω, giuocare, scherzare, burlare). — Solimena.
Pecce, pane succonericcio a Saponara; da βέκος, pane.
Pede catapede, piede innanzi piede; da κατά, presso, vicino.
Pegnone, catasta di legna da ardere a forma circolare; da πῆγμα, ammasso di legna.
Pellusiello, dicono i pastori di quella specie di latte rappreso, o cacio recente, che si fa raccogliendo tutti i rimasugli del latte rappreso in fondo alla secchia, e che si manipola a forma di palla; altrimenti detto, se di migliore qualità, casello, piccolo cacio. La radice della parola è in πέλλα, secchia ove si munge; e il resto della parola (pella-oso) in ὂψον, companatico, quasi «companatico dato dalla secchia al pastore» come è infatti.
Pelto, folto, come in «bosco pelto»; da πλέτω, riempio, o πλῆθω, abbondo.
Peperito, fungo dal sapore pizzicante del pepo; da πέπερι, εως, pepe.
Perna, ammasso, a forma di piramide, di rami in frasche da servire da foraggio agli animali nel tempo dall’inverno; da ἒρνος, ramo.
Pernecocca, pianta e frutto dell’albicocca, o albercocco; da ἒρνος, ramo, e κόκκος, cocola.
Perone, chiodo grosso col capo ricurvo, ad uso di appiccare o fermare alcun che; da περόνη, fermaglio: περῶ, ponetrare, forare.
Pilucca, la parrucca; forma più prossima πλόκος, capello ritorto, o riccio.
Pinsone o Panzone, il fringuello: da σπίνος, il fringuello, per metatesi pinsos.
Pìpeli, i fiorì (in Avigliano); da παιπάλη, che è fior di farina.
Pizziddo, osso a…, è il malleolo; diminutivo di πεξα, malleolo.
Pizzillo, merletto a trina, in genere; da πεζις, ιδος, frangia od orlo.
Pizzo, (all ’mpizzo, in pizzo), estremità, orlo; da πέζα, orlo e margine.
Pràscini, le frutta del pero selvatico; forse a causa del colore e della piccolezza sua; da πράσινος, di porro.
Pruna, albero e frutto del prugno; da προύνη, prugna.
Quatrara, giovinetta nubile. Forse da κόρη, fanciulla, e τᾶλις, donzella nubile: coretalis, e per metatesi e aferesi coetrala?
Ràcana, per disprezzo, stoffa d’infima qualità; da ῥάκος, cencio, e ῥάκα, veste lacera.
Ràdica è la radice; forma più prossima a ῥάκις, ιδος, ramo; per metatesi ràdocis.
Ranfe, e altrove granfe, artigli degli animali; da ῥάμφος, che però è rostro.
Rasco, rascagno e rascare, sgraffio o graffiare; da σχάω, scalfire; la sillaba re indica la ripetizione.
Rima, corrente del fiume prosso alla riva; da ρῦμα e ρεῦμα, corrente.
Riotta, strepito con rissa e tumulto; da ῥοχθέω, strepito, e ῥόθος, strepito e tumulto.
Roagno o rovagno, vaso in generale, piuttosto piccolo che grande; da ὀργάνιον, che il vocabolario traduce piccola macchina o strumento. E, in genere, un arnese qualsiasi, come il «roagno» un recipiente qualsiasi.
Romato è letame; da λῦμα, ατος, mondiglia, immondezza.
Ronciglio, ronca piccola e ricurva; da ἀγκύλος, curvo e adunco; ronca - ancilos.
Rosicare, rosicchiare, e mangiando cose dure; da βρώσκω, mangio e rumino; per protesi berosco.
Rùmmolo, ciottolo, ovvero pietra arrotondata; da ῥόμβος, figura geometrica non solo romboidale, ma che abbia del rotondo. — Dorsa.
Salamorra, la salamoia; forma più prossima a ἁλμυρίς, salamoia.
Salecrega (ad Armento) la lucertola. La prima parte della parola è contrazione di σαῦρα, lucertola (σαυ = sal); la seconda è metatesi di κέγχρος (chregos), che vale grano di miglio e, inoltre, serpens quidam, qui quasi milii granis conspersus est, che è propriamento il ramarro, quel lucertolone di un verde chiaro, sparso e brizzolato di punti neri o bigi, quasi di miglio.
Salma, soma; forma più prossima a σάγμα, soma.
Sarciùta di mazzate, una buona dose di bastonate; da σαρκαξω, strappar le carni, lacerare le carni.
Sauredda, lucertola in parecchi paesi, che altrove è caramusa; da σαῦρα, lucertola, con la terminazione diminutiva italica.
Scàffia: 1º testo, in cui si pianta l’erba odorifera sul davanzale della finestra; 2º piccoli ripiani di terra, listati intorno da mattoni o altro per piantare erbe mangereccie; da σκαφή, barchetta e fossa.
Scalandrone, lunga pertica con piuoli di traverso a uso scala per montare sull’albero a cogliere frutta: dal tema che segue.
Scaliere, spregiativo detto a persona alta e secca; da σκάλις, ιδος, pertica e palo.
Scaliero, foglia del carciofo delle più tenere che si usa mangiare crude: da σκόλυμος, carciofo.
Scanare la pasta, è manipolarla per renderla dura o raffrenarla dallo stato liquido al molle, dal molle al duriccio; da ἰσχανάω, raffreno.
Scanata è la pagnotta di pasta (già cotta) di due «rotoli» e mezzo per lo più; dallo stesso tema. In origine: porzione di pasta raffrenata.
Scaponare e scerponare la terra, dicono gli agricoltori di un lavoro di zappa profondo, e che rompe le zolle. Le due parole (che non sono perfettamente sinonime) derivano una da σκαπάνη, che è zappa e cavamento, e l’altra da σκεπαρνίζω, che è percuotere di scure, e, per analogia, fendere la terra con la zappa di un lavoro profondo.
Scarapazzo, un ceffone; da κάρα, capo, e pactum, da pangere, conficcato (pangere oscula).
Scarare, pulire il capo ai fanciulli con pettine fitto, che è detto scaraturo, dallo stesso precedente tema, quasi ex-cara-re.
Scarazzo, recinto coperto per chiudervi il gregge; da σκιαρός, ombroso o coperto, e jactum, da jaceo, giacere; onde: agghiaccio coperto.
Scarcella, forma di fichi secchi contesti a foggia di piramide o romboidale: da συκάς, fico, e ἀργεινος, bianco. Quelle appunto più fine e pregiate sono di fichi che, rimondati dalla buccia o curati, imbiancano o candiscono al sereno
Scattone, piatto largo e fòndo; da σκάπτω, scavare?
Sceniflegio, cosa malconcia da violenze e battiture, o l’atto plesso; da αἰνοπλήξ, ῆγος, che gravemente percuote.
Sceppare, strappare con impeto; da σκήπτω, scaglio con impeto.
Scherda, lisca o piccola tacca di legno pungente; da ἀχερδος, spina.
Schima, vento freddo e asciutto che accenna a neve prossima; da χεῖμα, inverno e tempesta.
Schimato, dicono dell’albero con spaccatura; da σχίσμα, fessura, e σχίζω, fendo.
Schizza, goccia o stilla, di un liquido, sia vino, acqua o fango; da σχίζα, piccolo pezzo, ma di legno? Di qua anche Stizza? che vale stilla.
Scibbia, gangheri delle imposte; da ἲσχω, ritengo; o piuttosto dal latino scipio, -onis, sostegno?
Scisciare o sciescio, stracciare e laceratura; da σχιζω, lacerare.
Scoitato, senza pensiero, e celibe. Senza pensiero dal latino cogitare; ma celibe da ex e ἀκοίτης, moglie.
Scopino, sacchetto di cuoio da conservarvi monete, ed anche per portarvi il latte; da ἀσκοπήρα, sacco di cuoio.
Serrentella, vento secco e sottile; da σείρω e σειραίνω, seccare, e ἂημι, soffiare.
Serrone o serrazzone, forte brinata (a Saponara) che secca i teneri germogli; dallo stesso tema.
Seta o setella, staccio fino; forma più prossima a σήδω, crivello e vaglio.
Sfizio, desiderio intenso (levarsi lo sfizio); da σφύζω, desiderare con ardore.
Sima, cicatrice; da σῆμα, segno. — Dorea.
Sìrico è il baco filugello; da άσίρακος, sorta di locusta.
Smorfia, faccia o tipo deforme; da δυσμορφία, deformità.
Spara, il cércine, che è fatto di un pannolino bislungo piegato e ravvolgentesi a circolo; da σπάργανον, fascia.
Spàtola, la scotola del linaio; da σπαθη, spatola.
Spellecchione, parola d’ingiuria e spregiativa; da σπέλεθος, escremento.
Spurìa, (a Castelluccio o altri paesi più prossimi alle Calabrie), «zona o porca che si apre fra due solchi per regolarvi il getto della semente»; da σπόρος, seminagione.
Ssitt, grido del pastore per menare innanzi raccolte le capre, e Scitt, grido della massaia che caccia via dalla cucina i gatti; da σίττα, che è grido de’ pastori per chiamare le pecore, o da σιτίζω, pascere.
Statera, stadera; forma più prossima a σταθηρός, stabile e fermo.
Staurieddo è (in Saponara) il piccolo abituro del maiale, costrutto specialmente di pali e legni connessi; da σταυρός, palo acuto ed eretto. Altrove è detto zaccaniello, dalla stessa ragione etimologica. V. zaccano o paracieddo.
Sterpa, pecora sterile, e
Sterpone, albero invecchiato, senza rami, e però infruttuoso; da στέριφος, infruttifero.
Straccie, pezzi di mattoni o di pietre stiacciate, con i quali giuocano al gioco delle straccie, ital. stiaccio. Forma più prossima al ὀστράκινος, che è di terra cotta.
Strambo, storto di cervello, o degli occhi; da στραβος, strambo, e στραγγός, guercio.
Strangula-prèviti, sorta di pasta casalinga tagliata a foggia di gnocchi; altrove detti cavatelli,perché cavati con i tre diti medii della mano (epperò altrove vengono detti Triscilli = tresdigiti). Il signor Cedraro ne dà la derivazione στρωγγύλος, rotondo e πριθείς, tagliato. Anche «maccaroni» (alla cui specie appartengono i suddetti) è dal greco μακρός, lungo, e per epentesi μακαρός, e vuol dire pasta lunga.
Strifelare, «per istorcere», disfare l’ordito: da στρέφω, volgere, curvare, torcere, passato in significato negativo per analogia all’s privativa. - Solimena
Strìfoli, cenci pendenti dal lembo del panno consunto; da τρύφος, pezzi o rimasugli.
Struòffoli, pasta dolciata, tagliata a foggia di grossi gnocchi e fritta all’olio; da στρόφη, volgimento, perché invero è pozzo di pasta avvoltolata.
Struòmmolo, trottola; da στρόμβος, trottola.
Stufare il panno, dicono del pannolano che si mette aIl’azione dei vapori dell’acqua bollente; da τύφω, affumicare.
Succisso, (a Castelluccio), l’edera; da κισσός, edera.
Suzo, chiamano a Forenza una conserva di carne sotto aceto; da σώζω, salvare, conservare, custodire. — Solimena.
Tallo, il tenero germoglio della indivia, della zucchetta; da θαλλός, germoglio.
Tann’, per «allora» è comunissimo. «Forse da ὂταν, allorché, quando». — Solimena.
Tappine, pianelle di infima qualità; da ταπεινός, umile e basso? (sottint. scarpa).
Tarascone, sorta di ballo oggi in disuso; da θρώσκω, saltare?
Taròcciola, carrucola; da τροχιλιον, carrucola.
Tattarielli, pianticella parietaria, le cui foglioline rotonde sembrano tritate a pezzettini; da ἀττάραγοι, bricioli di pane. Altrove «tattarielli» sono le paste tritate minutamente o grattugiato o cotte in brodo.
Traccheggiare, tenere a bada con pretesti; da τρακτένω, io negozio. — Cedraro.
Tròccola, strumento che rende un ingrato stridore mediante una linguetta di legname che scatta e batte su una rotella dentata mossa da un manubrio: l’usano i ragazzi nella settimana santa in luogo del suono della campana; da κρόταλον, sonaglio, per metatesi: τρόχος è ruota.
Trofa, la ceppaia del castagno ricca di più fusti o polloni; da τρέφω, nudrico; quasi la nutrice del castagno.
Tumpagno, fòndo della botte e del barile; da τύμπανος, tamburo, alla di cui forma somiglia il tumpagno.
Tuppe tuppe, frase onomatopeica che significa il battere alla porta; da τύπτω, battere.
Turso, tòrsolo o fusto, specie del cavolo con o senza qualche foglia d’intorno; da θύρσος, asta con fronda di erba.
Tuttofare o trozzoliare, bussare la porta; da τρύζω, far rumore.
Ulmo; al gioco del vino dicono restare ulmo, o fare ulmo a quello solo dei giocatori cui si nega il vino, mentre si dà bere a tutti gli altri; forse da ὂλλυμι, perdere, apportare danno? Il signor Cedraro da ἐρημος, privato, isolato.
Ungalo, baccello delle fave fresco e ripieno; da γογγύλη? che però e radice.
Uòsimo, certa specie di odore, specie del latte; da ὀσμή, odore.
Utrio, l’utero della donna; forma più prossima ad ιτριω, basso ventre.
Vallone, fosso stretto e fóndo che è alveo al torrente; da αὐλόν, valle stretta e canale.
Vantèra, grembiale di pelle ai fabbri od altri artefici; da ἀντί, contro e ἒντερα, intestini.
Varàngolo, misura di lunghezza tra l’indice e il pollice distesi; da βραχύς, breve, o ἀγκύλη, cubito, piccolo cubito, ossia piccola misura?
Varo, apertura o squarcio artefatto in mezzo alla siepe; da σπάρασσω, squarciare.
Vettìne, grosso vaso circondato di vimini; da ποτίνη, dello stesso significato.
Viluozzo, è l’uovolo, fungo; da βωλίτης? uovolo, per metatesi bilotto.
Viscìòle, vescichette; diminutivo da φύσκη, vescica. — Cedraro.
Vittìma, per razza, come nella frase: di buona vittìma; da φυτον, pianta e stirpe. — Dorsa.
Vòmmola, vaso di creta dal collo stretto, per trasportare acqua; da βομβύλη, che ha lo stesso significato.
Vramare, voce di fremito o lungo desiderio di certi animali, specie del maiale, diverso dal grugnito; da βριμάομαι, fremere, βρόμος, fragore.
Vròtaco, (a Castelluccio e paesi prossimi alle Calabrie), è la rana; da βάτραχος, che è lo stesso.
Zaccaniello, a Saponara, l’abituro del maiale domestico, fatto di pali; dal tema che segue.
Zàccano, palo o bastone da sostenere le reti; da κάμαξ, palo e pertica; per metatesi xacam e saccam.
Zapòtero (a Saponara), fanchiglia, melma; da σαπρότης, σαπρός, e il comparativo σαπρότερος, fango.
Zeaglia, Iigaccia da calze; da ψαλίον, freno e collare.
Zella, infermità immonda del cranio che cagiona la calvizie; da πτίλος, cui mancano i peli delle palpebre, o da τίλλω, svellere i peli.
Zelone, la testuggine (in certi paesi verso il Jonio); da χελώνη, testuggine.
Zenca, un pezzettino, mi frammento di checché; da ρίσκος, minuzzolo; per metatesi simcos.
Zico, stesso significato; da ψιξ, ψιχός, briciole.
Zìmmaro, il caprone; da χίμαρος, capro.
Zimmìli, sono due sacchi accoppiati a forma di bisaccia, a dosso di asino, per trasportarvi arena, letame, ecc.; da συμπλεκής, connesso e accoppiato, (zimmileci).
Zinno, piccolo; da τυννός, piccolo.
Ziriò, ziriò! voce di allarme del pastore che dà grido per fugare il lupo venuto presso alla mandra; da θερίον, fiera e belva; quasi: il lupo, il lupo! belva per eccellenza.
Ziro, vaso di creta a forma di orcio panciuto, per tenervi olio ed anche vino; da χύτρος, pentola e caldaia? per metatesi chtiros.
Zitella, ancella, serva nubile di casa; da κτητή, l’ancella.
Zito è lo sposo; da ζευκτός, congiunto?
Zivolo, sorta di uccello, della specie de’ passeri; da κίγκλος, uccello?
Zizze, mammelle; da τίτθη, mammelle.
Zoccoletta, pezzo di legno che inchiodato alle due estremità congiunge e tiene fermi due pezzi di legno; e vale anche nottolino; da ζυγόω, congiungere, con la desinenza italiana del diminutivo.
Zòria (a Sapri ed altri paesi del Cilento), giovinetta; da κόρειος, virgineo; e κὸρη, donzella.
NOTE
1. In Calabria si dice Cucìa, e il Borsa spiega: «grano bollito preparalo nel giorno festivo del Santo Patrono del villaggio per distribuirsi ai poveri». Ed aggiunge:
«La parola cucìa in Calabria fu introdotta col rito greco cristiano dai Greci del medio evo, e risponde al κούκια o κούκιον = κύαμος, fava nel linguaggio greco barbaro. L’uso del grano, favee altri legumi bolliti è rito delle feste cristiane de’ Greci; e nel libro delle loro preghiere (εὐχολογιον) vi è la relatica preghiera εὐχή εἰς κοκιν ἅγιον».