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CAPITOLO VI

LA ENOTRIA: PREISTORIA DELLA REGIONE. — RIVELAZIONI GEOLOGICHE — RIVELAZIONI FUNERARIE. GLI ENOTRI CONTEMPORANEI DI SIBARI

Le note di storia dei popoli fin qui ricordati non sono che l’eco refratta di antichissime tradizioni raccolte, cernite o interpretate da antichi scrittori. Punto dati di fatto permanenti che riescano di appoggio alle tradizioni, o di fondamento a sicure induzioni: e quei mal noti avanzi di recinti a massi informi e poderosi di un’industria ciclopica, di recente scoverti, non rivelano niente più che non dica la denominazione loro, convenzionale e generica. Assommando i dati della tradizione meno incerti o dubbiosi, riferiremo a quattro rami di popoli quelli che abitarono, prima degli Elleni, questa vasta estensione di terra che poi ebbe il nome d’Italia e di Lucania. Furono, meno degli altri numerosi, i Fenicii con fattorie di commercio sulle coste jonie e tirrene; più numerosi e più antichi, per l’interno della regione, quelli che si dissero Siculi, diramazioni della razza celtica probabilmente: poi altri venuti, sia per mare sia per terra, dalle coste illiriche e si ebbero il nome di Enotri; con essi infine i Conii, in minor numero e forse affini agli Enotri stessi, di men dubbio nome e provenienza, poiché partirono dalle coste epirotiche. Gli Enotri cacciarono i Siculi, tutti o in parte, verso l’estrema penisola; e soprapponendosi o fondendosi con essi Siculi e Conii, gli Enotri dominarono il paese; da poiché questo fu detto, per loro se non da loro, Enotria.

Di questa regione Enotria non sappiamo altro, secondo le fonti scritte, che quel tanto già raccolto nei capitoli precedenti, che è la confusa notizia della confusa successione di antichissime genti: indeterminate linee di una plaga che, per la storia scritta, è poco meno che vuota.

Ma la indagine dello spirito scientifico che per mille vie e svariati campi si spinge, ricerca, scruta e raccoglie, nonché il caso o la fortuna hanno, ai nostri giorni, apportato nuovi dati di fatto all’archeologia geologica e all’archeologia storica di quelle antichissime genti: ed è pregio dell’opera e debito dello scrittore di tenerne ragione.

Non appartiene, è vero, alla storia civile dei popoli quella che abbiamo della archeologia geologica, che é senza dubbio parte della storia naturale della terra, su cui essi vennero intessendo, lungo i secoli, le fila della loro storia.

Ma la età dell’infanzia dei popoli civili ha spinto ai nostri giorni i suoi tentacoli oltre i limiti della storia; ed oggi addiventa, per così dire, un capitolo della storia naturale quella che è storia delle genti in un’età che, sottratta ai termini dell’umana cronologia, è detta età della pietra, età del bronzo.

E per le antichissime genti abitatrici della nostra regione questa età ha con la storia naturale geologica della regione un punto di contatto che non si deve dimenticare, e che giustifica questa scorsa della storia civile nel campo della storia naturale.

Recenti studi della giovine scienza geologica hanno ormai stabilito che, durante i periodi dell’epoca quaternaria, grandi conche d’acqua ondeggiarono, qui e qua, dove oggi verdeggiano, in mezzo ai monti appenninici, amene pianeggiatili valli, solcate dal corso dei fiumi. Furono in origine bacini di acque salmastre, perché reliquato del mare che covriva quelle terre che emersero sollevate durante il periodo precedente; si convertirono di grado in grado ad acque dolci per la immissione di quelle che scendevano dai monti circostanti. Queste conche di acque furono i laghi dell’epoca quaternaria, e li dicono, nella terminologia tecnica della scienza, pleistocenici, perché i più recenti nella incommensurabile vita della terra. In essi viveva tutta una fauna di innumerevoli specie di conchiglie, oggi in grandissima parte estinte: intorno ad essi, alle loro rive vennero abbeverarsi l’elefante antico, il cervo-elefante ed altri poderosi mammiferi di specie già perdute. Passò un tempo — di quanto, chi sa? — e quelle masse di acque lacustri, ai nuovi convellimenti terrestri, scomparvero; emersero e si appianarono le amene valli; e in fondo ad esse, di sotto agli strati dei secolari, dei millenarii depositi, un qualche giorno vennero fuori le testimonianze irrefragabili sì della flora, sì della fauna preesistenti: tibie, femori, costole, corna e zanne fossili dei mammiferi scomparsi.

Per la regione nostra la scienza recente ha potuto identificare, e circoscrivere anzi entro i loro antichissimi confini, i maggiori di questi lacustri bacini dell’età quaternaria; e così pel lago del fiume Agri, che occupava una superficie di 140 chilometri quadrati da Marsiconuovo a Saponara, a Montemurro; il lago del fiume Noce, di più che 55 chilometri quadrati, da Lagonegro a Trecchina e Lauria; il lago del fiume Mercuri o Lao, di circa 80 chilometri, da Castelluccio a Rotonda, Viggianello e Laino. Meno ampio il lago che diremo di Baragiano, che si riversò, e scomparve, pel fiume Platano. Quando alla linea di spiaggia del prossimo mare, Jonio o Tirreno, questo si veniva ritirando e abbassava di livello perché la terra sollevantesi veniva fuori, gli emissarii di quei laghi al mare, dopo vuotati i laghi stessi, divennero fiumi ammansati e ridotti; e furono i fiumi Agri, Noce, Mercuri, Lao, Platano, e il Tànagro per l’altro lago della valle di Diano; quindi gli squarciati alvei, le elevate spalle delle sponde attestano e l’antichissimo superiore livello delle acque loro e l’incommensurabile età.

Ma un altro titanico fenomeno emerse alla vita dei secoli in quella giovine età, che è pure la più recente età nella storia della terra. In uno dei periodi dell’epoca quaternaria emerse il gran vulcano del Vulture; e la cronologia nostra non ha termini di riscontro per quando esso nacque, per quanto visse, per quando cessò; la scienza contemporanea investiga le possibili cause del fatto, e attende che la possibilità della ipotesi acquisti la certezza del vero. Ma intanto, con i dati della certezza che può dare l’osservazione diretta, essa stabilisce che quell’erompere di lave, quel necessario sollevarsi di livello e l’accavallarsi di massi, di rupi, di creste là dove era il piano, mutò l’antica idrografia della regione: le acque, poiché ebbero sbarrato il cammino, stagnarono in lago. E spagliarono, intorno al gran ciclope nuovo venuto, due bacini lacustri, che la scienza ha finora riconosciuti nei loro confini, il lago di Vitalba presso la cittadina di Atella, e il lago di Venosa.

Restarono anche essi per lunga età; poi si vuotarono anche essi, e gli antichi emissarii si ridussero alle minori correnti della fiumana di Atella, della fiumana di Venosa. E scomparse le acque lacustri, restarono i sedimenti lacustri, le reliquie della fauna scomparsa, gli emersi prodotti dalla gran fucina ignivoma, che soprapponendosi per lunga età elevarono l’edifizio del gran monte, e che si diffusero, si sparsero trascinati da violente correnti di acque lontano, fin giù a Venosa. — I secoli passarono, e tacquero.

La topografia di queste conche lacustri l’ha designata un giovine e valoroso cultore della scienza geologica1, che nacque e peregrinò per la regione di cui svolse una piega arcana e terribile. Ma, se quella è parte della storia naturale del globo, cui la storia civile dei popoli avrebbe torto d’invadere, ci è rivelato però tra le due un punto di attacco, che si avrebbe colpa a dimenticare.

Visse egli l’uomo intorno a queste conche di acqua, a cui venne ad abbeverarsi l’elefante e il cervo e il rinoceronte e i mammiferi di un’altra età, di un’altra zona geologica?

Visse! e il primo e gramo suo vivere, dopo l’inesplicato miracolo del suo primo emergere alla vita dello spirito, è la tormentosa indagine dell’intelletto dell’uomo civile!

Le deiezioni del potentissimo vulcano si sparsero larghissimamente trascinate dall’acqua e spinte dal vento fino a Venosa. E dal territorio di questa citta è venuta alla luce, ai giorni nostri, tutta una testimonianza di un’età fuori i confini dei secoli, che accompagna alla vita del vulcano in fiamme la vita di esseri umani nell’abbozzo primigenio dell’essere loro.

«Nei depositi di Venosa — dice il valoroso geologo testé nominato2 — alle ossa dell’elephas antiquus sono associati avanzi della industria umana archeolitica. Tali manufatti litici sono rappresentati in gran numero da armi del tipo di S. Acheol, vale a dire, di pietre triangolari scheggiate con grossa frattura concoide. Hanno generalmente forma di triangolo isoscele, di cui al massimo la base misura circa 10 cm. e l’altezza circa 15 cm.: qualcuno arriva al peso anche di un chilogrammo. Tutte fatte di arenaria silicea durissima, compatta, o di selce, diffusissima nelle circostanti colline, l’abbondanza con cui esse si sono trovate tutte in un punto, mostra che doveva esserci là un’officina, o delle abitazioni che dovevano trovarsi sopra palafitta in mezzo alle acque del lago. Questi uomini, quindi, che scheggiavano armi di pietra e vivevano con elefanti ed altre specie ora scomparse da questi luoghi, assisterono anche alle ultime conflagrazioni del vulcano ardente nello specchio del grande lago da essi occupato.»

E l’importanza speciale del trovamento è nella accertata qualità geologica in cui quei depositi millenarii giacevano. Un altro geologo osserva che «il calcare lacustre in cui giacevano è sottoposto ad altro calcare lacustre, a cui fan base ceneri vulcaniche, sul quale poggia la terra nera che dà nome alla contrada» in Venosa3. Le dejezioni del vulcano e, in mezzo ad esse, i prodotti della prima industria dell’uomo erano più antichi dei depositi millenarii lacustri, più autichi della scomparsa dei laghi! E l’antichissima storia dei nostri antenati non comincia che ieri!

Quei primi abbozzi dell’industria umana risalgono all’età archeolitica. Ma più abbondanti si incontrano sparsi i prodotti di una più giovine età, che leviga e pulisce e abbellisce l’arma o l’utensile che ha tratto dalla pietra già spezzata. Per tutta la superficie della regione, da un punto all’altro di essa, si sono trovate finora, e si trovano, le testimonianze di questo meno oscuro crepuscolo di civiltà; da Banzi a Pesto, da Rionero a Metaponto, da Muro Lucano a Potenza, Abriola, Corleto, Stigliano, Melfi, Lagonegro… e pel territorio di Matera massimamente, ove la persistente e intelligente indagine di Domenico Ridola ha raccolte e fatte note le testimonianze abbondanti dell’età neolitica e della età del bronzo più antico, quando esso era fuso in armi od utensili, e non ancora, per posteriori progressi tecnici, laminato.

Nelle alte ed ampie spalle del torrente Gravina, che circonda la città di Matera, sono numerose grotte scavate nel cedevole tufo; esse furono abitacolo all’uomo preistorico, e all’uomo altresì di più avanzata civiltà, e servirono a deposito di tombe, onde la lunga e diligente industria dell’egr. Ridola ebbe tratto infinito numero di freccie, scuri, scalpelli, ascie di selce e di osso, aghi, punteruoli, succhielli, e arnesi di pietra quali macine a triturare cereali, ad affilare armi; e cocci di grossolanissima ceramica, misti ad altri di più raffinato impasto, onde ne viene, per verità, turbata la serie cronologica degl’innumeri trovamenti4. — Ivi l’uomo ebbe vita e nella età della pietra e nella età del bronzo.

Ma il territorio di Matera è ben ferace di tal genere sorprese all’aspettativa nostra.

Nel punto del suo territorio che è detto Murgia Timone ci vennero testè rivelate le reliquie di tutto un villaggio della età neolitica, che lo esumatore di esso ha denominato «villaggio siculo»5.

Ivi in breve spazio di campagna si veggono, disposti in gruppi, taluni ammassi di pietra i quali liberati dal ciottolame della superficie mostrarono tutti un ammassicciato di pietre circolare, che furono non propriamente fondi di capanne, ma pavimento a capanne di una prisca anonima gente.

Di non uguali grandezze, misurano variamente un diametro di sei a tredici metri. Talune, hanno nel mezzo due grossi sassi a mo’ di alari, e quivi presso, scavato nel masso, una buca, che è a supporre fosse fondo di uno staggio o trave messo a sostegno di un tetto conico, di paglia o frasche, perché le capanne non potevano essere ivi che coniche e coverte o riparate da materiali caduchi. Avanzi litici di una informe scheggiatura si sono trovati tra quel ciottolame. Ma presso quel gruppo di capanne, oggi di numero diciotto, vennero scoverte quattro celle funebri, e in esse ossami, cocci di ceramica rozzissima di vasi grandi e piccoli, coltellini litici, qualche oggettino da ornamento di bronzo, e paste vitree e resinose. Ma il più importante della scoverta è questo. A quelle camere funerarie precedeva un pozzetto, onde ad esse era dato l’accesso. In uno dei pozzetti, del tutto integro e inviolato, furono rinvenuti, dal diligentissimo e valoroso esumatore, deposti a strati, in epoche diverse, e sotto rozze scheggie di pietra per ogni cadavere, ventitré cranii e scheletri: e tutto questo nel breve spazio di un pozzetto alto non più di un metro e mezzo. Gli scheletri erano deposti ordinatamente, accoccolati con le mani sotto al mento, con da presso qualche tazza o vaso di ceramica e un coltellino di selce; e deposti, osserva lo scovritore, dopo che furono scarnificati poco dopo la morte: poiché è impossibile che integri avessero quei corpi potuto entrare ed a strati ordinati in una sì stretta buca. Lo scovritore raccoglie in questa sintesi, che giova di riferire, il risultato del suo lavoro.

«Un nucleo di famiglie, che avevano in origine una civiltà neolitica, ma cominciavano a ricevere, per commercio indiretto con le popolazioni costiere, oggetti di metallo e di altre materie, si stabilì in poche capanne sulla Murgia Timone. Queste genti sapevano farsi allora coltelli di selce o di ossidiana, rozze punte di giavellotti o di freccie, ascie od accette di roccia dura, punte di osso, vasi di varie forme. Adoperavano anche dei sassi meglio adatti e di roccia dura per tritare o macinare qualche specie di frumento: certo non avevano istinti nomadi, perché restarono in quel posto oltre due secoli, e dovevano esercitare oltre la pastorizia e la caccia anche un poco di agricoltura, come farebbe già supporre lo sviluppo della loro industria ceramica.

Facevano talvolta la guerra con altra gente, come indica il cranio (tra i rinvenuti) con ferita perforante l’osso. Avevano per ornamento conchiglie, pietre ed ossa lavorate, e poche e rare conterie che giungevano loro per commercio. Per commercio avevano pure pochi e piccoli ornamenti di bronzo, consistenti in anellini digitali, pendagli, borchiette. Rarissimo, forse privilegio de’ capi, era qualche coltellino di bronzo. Non conoscevano arte muraria propriamente detta, e fabbricavano le loro case in materiale leggero, pur ponendo moltissima cura nella costruzione a massicciata. La loro vita si riassumeva sopratutto nel pasto quotidiano, che prendevano accoccolati in giro intorno ad ampie scodelle comuni ed a grandi vasi per acqua, o per altra bevanda, dove attingevano con tazzine fornite di un’ansa speciale che permetteva di tenerle sospese, e delle quali forse portavano abitualmente una con loro».

E continuando aggiunge:

«Credevano in una seconda vita, e per qualche ragione inerente alla «salvezza dell’anima» scarnivano i defunti, deponevano lo scheletro in celle funerarie scavate nella roccia...

«Essi dimorarono in questo villaggio oltre due secoli6 durante i quali la loro vita non mutò essenzialmente. I popoli Iavoratori di metallo e navigatori che, senza dubbio, dall’Oriente mandavano i loro prodotti sulle barbare coste d’Italia, avevano in questo frattempo inventato la fibula, e già cominciavano a variarne il tipo (varii esemplari di fibule si trovarono ivi) quando il villaggio della Murgia Timone cessò di esistere, lasciando i resti che abbiamo esaminati.»

E l’epoca di questo embrione di società umana rimonterebbe «verso la metà del secondo millennio avanti Cristo». E la gente (egli dice) fu di quei Siculi, di cui è parola nelle fonti classiche.

Alle quali ultime induzioni di ordine metafisico etnico o cronologico sarà forse lecito di non aderire; ma sui fatti nelle particolarità minime loro determinati dal valoroso indagatore, no.

Ai Siculi, secondo le sopra riferite fonti classiche, successero gli Enotri.

E di costoro, ma della meno antica età del bronzo, abbiamo, emerse dalle tombe, alcune testimonianze, che ci abilitano a sollevare alquanto il velo di tenebre dell’antichissima età.

Il Governo nazionale, nei passati anni, tentò di esplorare il terreno ove giacque la città famosa di Sibari, allo sbocco del fiume Coscile nel Crati.

Quivi presso, a sinistra del Crati, è una distesa di terra che è denominata Pattursi; e qui e qua si tentò ivi il terreno invocando Sibari; ma la voce di Sibari non ha risposto ancora agli evocatori. Continuarono i tentamenti lì d’intorno; ed a sei miglia circa dal punto ove al Crati si mescola il Coscile, in un alto piglio, compreso tra la fiumana detta Esaro ed il Coscile stesso, che è l’antico fiume Sibari, è un posto che oggi è detto Torre del Mordillo; ed ivi la vanga esploratrice si incontrava in una necropoli7, che dal centinaio e mezzo di tombe finora messe allo scoperto, si può dire non piccola.

Sono sepolcri di gente che non fu nè greca, nè della civiltà romana; ma visse tra l’età del bronzo e la prima età del ferro, e, per essere più determinati, appartenne ad un periodo di tempo che, per l’etnologia della nostra storia, risponderebbe ai tempi tra il secolo VII e l’VIII a.C. Altri li giudica di più recente età. Ad ogni modo, furono popoli, per un certo spazio di tempo, contemporanei di Sibari e a questa senza dubbio soggetti, perché abitarono nel suburbio della grande città. In genere, ben si può dirli di gente enotria.

Un dotto ed acuto esploratore della paletnologia italiana, che è il professore Pigorini, in una considerazione prima e sommaria di questa necropoli, l’ha detta di «popoli italici» e di un’età relativamente recente, cioè di un periodo di tempo che egli si affida di determinare agli ultimi cinquant’anni dell’impero di Sibari, che cadde, come è accertato, nel 510 a.C.8 Per «italici» egli intende, se bene ci apponiamo9, non gli antichi Liguri, nè gli Etruschi propriamente detti, ma sì quegli antichissimi che, scesi dalle Alpi, abitarono prima nella grande valle del Po fino alla età del bronzo; e dal Po, venendo in giù con i secoli, occuparono poi, nella età stessa del bronzo o nella prima età del ferro, la media Italia e il paese che poi fu il Lazio; e che in epoca meno antica si propagarono verso il sud della penisola. Quella d’«italici» è dunque denominazione generica che niente preoccupa; e può comprendere così i «prischi Latini» nonché gli Umbri e i Sabini antichi, come, i Siculi stessi discesi dall’Alpi, e gli stessi Enotri che vennero dall’Illiria, ma furono anche essi, siccome Illirici, di stirpe aria.

E che le tombe presso Sibari appartenessero a questa razza di men remoti Italici che abitarono sui colli ove fu Roma, qualche tempo prima dell’età di Servio, lo mostra, secondoché avvisa il professore Pigorini, la conformità de’ riti funebri, della suppellettile e della tecnica delle tombe, quando si comparano tra loro queste scoverte a Torre Mordillo e le tombe arcaiche incontrate sul colle Esquilino di Roma, presso San Martino ai Monti; le quali erano scavate in terreno sottoposto all’«aggere serviano» e contenevano bronzo e ferro. Nelle une e nelle altre è serbato il rito della inumazione e non della cremazione del cadavere; inumazione che è serbata altresì nelle antiche necropoli, di recente scoverte, a Suessula (presso Acerra) ed all’antica Alife nell’Italia meridionale; le quali dotti archeologi non fanno risalire, segnatamente quella di Suessula, ad un’età anteriore al 720 a.C. Il rito della cremazione è molto più antico, afferma il Pigorini; era, sì, di uso agli Italici remotissimi della Valle del Po: ma poi fu smesso, come pare, dagli Italici dell’Italia media, e vi si sostituì l’inumazione, in epoca relativamente meno remota. Inoltre, le tombe di San Martino ai Monti non sono una semplice e nuda fossa scavata per terra; ma invece in esse lo scheletro è circondato ai lati e coperto di sopra da pezzi o lastre in tufo, come anche a Suessula ed Alife. E così le tombe al Mordillo. La conformità adunque della tecnica sepolcrale rivela conformità di riti, di usanze, ed anche di parentela dei popoli ivi sepolti.

Tutti questi argomenti (e il lettore ben lo comprende) non possono avere, allo stato dello cose, un valore certo e incontestabile; nè gli altri, di minore importanza, che vi aggiunse l’acuto paletnologo, fortificano il suo concetto. Accettiamo, in genere, che siano tombe di popoli italici: ma nelle tante varietà storiche, se non tutte etnologiche, degli antichi popoli italici occorre allo storico di specificare; e noi diciamo popoli Enotri; non perché, veramente, al suono di questa voce, cresca di molto la luce o scemi di molto il campo dell’ignoto; ma perché, data la età di quelle tombe, quel paese, secondo la storia, era Enotria, e quei popoli si ebbero il nome di Enotri. Ma, quanto alla età di esse, metterle non prima della metà del secolo VI a.C. gli è troppo basso. A noi paiono (come dicemmo) assai più antiche; e per argomenti che non trarremo dalla paletnologia, ma dalla storia.

Il posto di quelle tombe è lontano non più che 12 chilometri dall’incontro del Coscile nel Crati; e vuol dire qualche chilometro più o meno dal luogo ove sorgeva Sibari. A sì breve distanza fu, dunque, se non proprio entro la cerchia del contado di una città così ricca, civile e potente e popolosa, quanto fra breve diremo, fu di certo in prossimità della città stessa. Questa città, che ebbe signoria su quattro popoli e venticinque città d’intorno, avrebbe avuto, senza dubbio, in signoria, al secolo VI, i remoti abitatori che scavarono le tombe a Torre Mordillo. E se del secolo VI, costoro sarebbero, dunque, vissuti per parecchie generazioni, per qualche secolo forse, in quasi contiguità alle mura della grande città, in dipendenza prossima, famigliare, continuata di questi elleni della colonia. Ma se in tale contiguità di luogo e se in tanta durata di tempo, è egli mai possibile che un qualche influsso dell’ellenismo dell’arte o della industria, o della civiltà, siano pure arcaiche, di Sibari, non fosse penetrato negli usi, nei prodotti dell’industria metallurgica o ceramica di questa gente, che le depose nelle tombe ora venute alla luce? Ma affatto nulla di ciò: punto aria o influsso che accennasse all’Ellenia o a Sibari, opulenta e civilissima del secolo VI. Siamo anzi in piena barbarie. I rozzi e goffi vasi di creta di quelle tombe sono fatti a mano, e si dubita se alcuni siano a tornio; tutti di rozzo impasto, senza ornamenti e decorazione di sorta; qualcuno solamente con qualche punteggiatura o con fasci di lineette tirati di traverso, a rebbii di forcina. Colui che, traendoli dalla terra alla luce, li veniva annotando, agl’intenti della scienza, non li paragona altrimenti di tratto in tratto, che alle ceramiche dello tombe famose dette di Villanova, nella media Italia, che nulla hanno che vedere con influssi ellenici. E nessun saggio o frammento di metalli nobili in tutte quelle tombe finora scoperte; eppure i gingilli di ornamento abbondano: anella, armille, fibule, bracciali, bottoni; eppure Sibari era sì proverbialmente ricca e civile al secolo VI!

Tale e tanta barbarie non si potrebbe ammettere alle porte di Sibari, quando la dominazione di essa avesse durato per parecchie generazioni sulle genti di Torre Mordillo. Queste tombe debbono essere o anteriori alla dominazione di Sibari, o, poiché lìuso del ferro è già conosciuto, almeno dei primi tempi della città, tra la fine del secolo VIII e i principii del VII secolo a.C.

Ed ecco che cosa erano cotesti Enotri in cotesto periodo di tempo. Erano, non è dubbio, in quella fosca alba di civiltà che fu tra l’età del bronzo e l’età del ferro; armi ed arnesi dei due metalli si trovano in una medesima tomba. Delle armi, la lancia a foglia di ulivo, di bronzo o di ferro col suo cannello che s’incalma e s’inchioda all’asta di legno; spade di bronzo a manico di osso o di ferro; coltello di bronzo a larga lama, lunata, come quelli delle altre arcaiche necropoli italiche che dicono rasoi; e che credo aspettino altra luce, all’ufficio loro, dall’avvenire; anche un’ascia in ferro, a taglio arcuato e manico di legno. Ma non reliquie di elmi, o corazze, o scudi, o stinieri, ancora ignoti arnesi di guerra a difesa della persona. Vaghi di ornamenti, uomini e donne, le tombe hanno dato in gran copia fibule, anella, armille o monili da braccia, da polso, da gola, forse orecchini, e catenelle e certi dischi a rotelle, messe entro una nell’altra, del genere che dicono falere gli archeologi: anche gli uomini se ne adornavano, se si incontrano armille e monili nelle tombe dei guerrieri. E tutto in metallo di bronzo, o di ferro o di rame, e alcune di osso; con globetti e paste di vetri colorati ed anche con grani di ambra; ma non oro, nè argento, ignoti metalli, a mio credere, agli uomini di quelle tombe. Le fibule in assai numero; e servivano probabilmente a congiungere e tener ferme le cocche delle vesti; sono in forma di drago, ad arco, con l’ardiglione che si ricalcava nella stoffa; alcune, più vistose, a due dischi di filo metallico avvolgentesi intorno e sopra se stesso; e poi gran numero di piccoli aggeggi, che sono bottoni a callottola sferica con pieduccio forato di sotto, di rame, che parrebbe dovessero servire ad ornare più che fermare le vesti alle donne, ma che potrebbero essere altresì globetti da collane e monili. Gli anelli non sono che strisce di rame o spirali di filo metallico avvolgenti la falange del dito, e alcune forse a uso orecchini; né mancano catenelle ad anelli, che s’intrecciano l’un, l’altro. Opere di fusione, solo taluni tirati a martello.

Oltre a qualche vaso di bronzo della stessa tecnica e rudezza degli altri prodotti in metallo, tutte le tombe hanno un corredo di vasi fittili; e (si potrebbe argomentare) per rispondenze di rito funebre. E lutti, come giù fu detto, di arte rozza, di linea goffa, di pancia obesi; qualcuno di speciale forma che ha l’aria di un’otre enfiata, con manico soprapposto a nastro, che è forma strana, ma punto ignota ad altre necropoli italiche; pochi solamente lavorati al tornio, i più a mano; e vuol dire che il congegno meccanico era da poco introdotto ivi, o piuttosto che questi dal tornio venivano da altri luoghi; tutti di un’industria elementarissima e barbarica. Pure in questi ruvidi artefici di bronzo fuso o di creta ollare cominciava già a destarsi un certo sentimento dell’arte, ma tenue ancora ed indistinto quale è nel bambino che scarabocchia dei suoi graffiti la recente parete. In due o tre di queste tombe si sono rinvenute delle figurine fuse in bronzo, aggruppate a coppia, amendue di faccia, l’una che porta un braccio sull’omero della figura compagna e l’altro braccio punta ad ansa sul fianco; ma il tutto sì indeterminato che gli è dubbio se siano nude o vestite! e non sono che appena accennati, ma da fori irregolari, gli occhi e la bocca. Argomentando dal braccio ad ansa, a cui restano ancora intrecciati alcuni anelli, parrebbero ornamenti pensili di collana; il che, se vero, tradisce anche esso la bambineria dell’artefice che sospende le sue figure umane di traverso.

Che queste genti avessero già dei commerci con popoli lontani, lo dimostrano i pezzi di ambra e delle paste vitree trovate in molte dello loro tombe e il bronzo stesso.

L’ambra e il vetro è probabile l’avessero avuto in baratto dai Fenicii, che, come abbiamo visto, ebbero banchi e fattorie di commercio sulle coste jonie, prima di Sibari; nè importa indagare se costoro ricevevano l’ambra dai remoti navigatori della veneta Atria o la traessero direttamente dal Baltico, od anche possibilmente dalla Sicilia10. La presenza dei Fenicii non lungi dallo sbocco in mare del Crati è accertata a Malaca, che poi fu Petelia, nei pressi dove oggi è Strongoli.

poiché il bronzo è lega di rame e di stagno, è forza ammettere che dagli stessi Fenicii, o sia pure dai navigatori tirreni, veniva lo stagno che gl’indigeni mescolavano al rame di Temesa bruzia, o il bronzo in pani che essi poi forgiavano. Di miniere antichissime di stagno si sono oggi scoverte le traccie sulle spiaggie dell’antica Etruria11. Il ferro, se non giunse alla Enotria su navi tirreniche dalle coste elbane o dai Fenicii stessi, era forse offerto dalle stesse terre della penisola che poi fu Bruzia.

Altre funebri reliquie della stessa gente s’incontrarono, alcuni anni passati, a Castelmezzano e a Sala Consilina, e sono testimonianze della età del bronzo. In alcune cave funebri presso Castelmezzano, che è quasi all’umbilico della odierna Basilicata nell’alta valle del Basento, vennero fuori — che è degno di essere notato — una grande fibula in bronzo, dall’ardiglione che poggia sopra un largo disco, e fittili, alcuni di rozzissimo impasto, altri di piu progredita tecnica e decorati a mo’ di quei vasi di Cipro di recente in quell’isola scoverti. La fibula, perché somigliante di forma a quelle di arcaico stampo trovate nelle tombe cornetine ove già fu l’etrusca Tarquinia, ha fatto concludere a valorosi scrutatori del passato che il bronzo di Castelmezzano o pervenne ivi per commercio dalla media Italia, ovvero ricopiato da artefici locali su modelli venuti di fuori; e nei vasi arieggianti a quelli di Cipro, fu vista una importazione dal commercio dei navigatori probabilmente fenicii, prima cioè degli stabilimenti ellenici sulle coste del Jonio; il che vuol dire nell’epoca anteriore al secolo VIII12.

A Sala Consilina (nelle circostanze di questa città, che è dei tempi longobardici, furono le antiche sedi osco-lucane di Atena, Consilina e Tegiano) si rinvennero, tra Sala e Padula, armi ed arnesi di bronzo, lame corte di spade, pugnali, utensili somiglianti a falcetti ed ascie ad alette; anzi, a piè del colle ove siede la città, un vero ripostiglio di molte di questo genere ascie, insieme a vasi di rozza tecnica, non fatti al tornio. Questa raccolta di ascie era riposta in un grande vaso a gonfio ventre, che parrebbe deposito di industria anziché funebre suppellettile13. La rozza ceramica ci menerebbe a tempi non posteriori al secolo VIII e già aperti ai commerci.

Ma posteriori a quest’epoca, anzi, a mio credere, non anteriori al secolo VI, i trovamenti del 1890, in tombe scoperte entro lo stesso abitato della odierna Sala, tombe non ordinatamente esplorate, e pel loro contenuto archeologico non classificate, è vero, ma ricche in vasi di bronzo, in vasi arcaici di greca fattura e di imitazioni locali, in armi e utensili in ferro, e oggetti di ornamento in ambra e fibule in argento. La tecnica di essi rivela più avanzata civiltà, e già aperta al commercio, anzi all’incolato degli Elleni, ivi arrivati dalle coste tirreniche del golfo di Elea o di Posidonia14.

Di trovamenti, dirò, sporadici, rivelanti prodotti di lavoro in bronzo o in rozza ceramica, la regione ne offre saggi ogni giorno in questo o quel luogo. Si può dunque ritenere che per tutta la distesa dell’antica Enotria, dal Basento al Crati e più oltre al fiume Neto, dalla valle del Silaro o del Tànagro fino a Metaponto, dalla cerchia degli Appennini alle sponde del Jonio, vissero genti di civiltà conforme a quella ancora bambina della età del bronzo, verso il secolo VIII e il IX a.C. Costoro la storia scritta ci autorizza di chiamarli Enotri; e la scoperta necropoli della valle del Coscile o del Crati, in quanto al bronzo è commisto il ferro, ci autorizza a dirli contemporanei di Sibari.

Troppo ancora scarsi e incompiuti dati di fatto per poter spingere lo sguardo più oltre: è vero. Molti degli oggetti trovati al Mordillo, a Castelmtzzano, nella valle del Neto15 — fibule, armille, vasi e decorazioni di vasi — rassomigliano per forma identica o quasi, nonché per tecnica, ai tipi delle tombe di Vitulonia e di Tarquinia (del periodo più vecchio), alle tombe euganee, a quelle di Terni e di Tolentino, tutte arcaiche della stessa epoca del bronzo e della prima età del ferro16. Una qualche relazione, un qualche nesso, un qualche influsso è forza di ammettere tra i vari luoghi, tra le varie genti; dapoiché è avvertita tra loro una tale, che non può essere figlia del caso, conformità d’industria bambina. O quegli arnesi arrivarono giù nella Enotria per commerci, o vi arrivarono i tipi, imitati di poi sul luogo: o gli è forse, piuttosto, che questi abitatori dell’Enotria del secolo VIII furono già mescolati di dimora, per qualche periodo di tempo, con quelli della media Italia, abitatori per le valli del Tevere o del Velino, là dove ebbero stanza e i prischi Latini e gli Umbro-Sabini?

Ciascuna di queste ipotesi può essere accolta. Anche i popoli che vennero d’Illiria, prische nell’Apulia e nella Lucania, avrebbero avuto — e perche no? — una più antica dimora nell’Italia di mezzo, e di qua, costeggiando l’Adriatico, vennero in giù sul golfo di Taranto.

Per ora fermiamoci qui. L’avvenire — che potrebbe essere anche il dimani — trarrà senza dubbio dalle viscere della terra altri sprazzi di luce, altri testimoni che smentiranno, o confermeranno, o emenderanno le ipotesi dell’oggi17.

E passiamo oltre, agli Elleni.

NOTE

1. GIUSEPPE DE LORENZO, Reliquie dei grandi laghi pleistocenici nell’Italia meridionale. Napoli 1898 (dal vol. IX degli Atti dell’Accademia di scienze fisiche e matematiche di Napoli) — E Studio geologico del monte Vulture. Napoll 1900 (dal vol. X degli Atti suddetti).

2. Op. cit. pag. 192.

3. GUISCARDI in NICOLUCCI, I primi uomini, ecc. nei Rendiconti dell’Accademia di scienze fisiche e matematiche di Napoli, 1882. — Dei trovamenti dell’età litica nel territorio di Venosa si ha notizia in molte pubblicazioni scientifiche. Ecco quel tanto che me ne scriveva (7 settembre 1887) da Potenza il prof. Emilio Fittipaldi…

«In una trincea scavata per aprire una strada carrozzabile si trovarono, nel terreno rimasto scoperto e nell’altro asportato, in gran quantità armi di pietra, ossa poderose, denti di difesa di un pachidermo enorme, un dente molare dello stesso animale del peso di circa cinquemila grammi, delle ganghe ossifere, ed un utensile che credo un raschiatoio. Le armi di pietra furono sparpagliale: il professor Guiscardi (dell’Università di Napoli) ne ebbe forse un centinaio; io ne ho avute diciotto. Posseggo il molare che credo appartenga all’Elephas primigenius, diversi frammenti di ossa del medesimo pachidermo, dall’avorio fossile, ed un pezzo estremo di un dente di difesa logorato dall’uso che ne fece l’animale. Ho pure un pozzo di selce di tale sagoma, che mi sembra un raschiatoio.

«Le armi, che posseggo, appartengono indubbiamente all’epoca archeolitica, perché sono poco scheggiate, affatto levigate, di selce nerognola, di gres taluna. È naturale che tutte, comunque di diverso peso e dimensione (ve ne ha una del peso di grammi 725), hanno la medesima forma a mandorla: sono scheggiate nel medesimo modo, tanto che due della medesima dimensione, si confondono per la identica fattura. Quasi tutte sono state ricavate da grossi ciottoli rotondi od amigdaloidi, scheggiate con una precisione meravigliosa. Non una di queste accette presenta segni di essere stata adoperata; quindi sospetto che vi fu nella località un’officina. Molte di esse hanno delle incrostazioni di malta, fatta da calcare sciolto e sabbia; così pure il raschiatoio. Le ganghe ossifere che ho avuto, sono ricche di ossa cilindriche a dimensione delle umane…»

Per Acerenza e Metaponto sono accenni in LENORMANT (A’ travers l’Apul. et la Lucan. I, 269-343), che scrive: «J’ai recuilli à Paestum et donné au musèe de Saint Germain deux hachettes de pierre polie.» Ibid. — A Rionero, oggetti dell’industria litica presso l’on. G. Fortunato.

4. Nel Bull. di Paletnologia italiana, note del Pigorini, nell’anno 1890 e nel 1900, e pass. Nelle Notiz. degli scavi, ecc., gennaio 1900. — Nel Metaponto di M. LA CAVA, pag. 133. Gli oggetti litici trovati a Venosa, a Rionero e altrove sono nel Museo preistorico di Roma. — Nel territorio di Muro Lucano l’on. Francesco Marolda Petilli ne dava notizie di aver trovato, tra altri, tre scalpelli di diorite, un coltellino in selce rosso-avana, un altro in selce bianca, quattro freccie con pieduccio.

5. GIOVASSI PATRONI, Un villaggio siculo presso Matera nell’antica Apulia. Nei Monumenti antichi per cura della R. Accad. Lincei. Roma, 1808, vol. VIII, pag. 007 (Con numorose fototipie).

6. Computo dodotto dal numero degli scheletri trovati nelle celle funebri.

7. Quarantotto tombe furono scoverte nel marzo 1888 e descritte nelle Notizie degli scavi di antichità, dell’aprile dello stesso anno, dovo la indicazione descrittiva è preceduta da una Nota del prof. Luigi Pigorini, supremamente benemerito della paletnologia italiana. Alla descrizione è aggiunta una riproduzione grafica di alcuni dei bronzi trovati. Posteriormente vennero scoverte, ivi stesso, altre 105 tombe, descritte a pag. 472 e 575. Op. cit.

8. Nella Nota accennata.

9. Conf. PIGORINI, I più antichi sepolcri dell’Italia, in Nuova Antologia, di aprile 1885.

10. Conf. STOPPANI, L’ambra nella storia. Milano, 1886, pag. 159 e seg.

11. STOPPANI, L’ambra nella storia, ecc. pag. 141.

12. Nelle Notizie degli scavi, ecc., dell’ottobre 1882. Il ch. prof. Bernabei ne tenne parola in lettera che è riferita in appendice al libro «Metaponto» del dott. M. La Cava, pag. 361.

13. La notizia e i pochi cenni descrittiv del prof. Camillo Marinelli sono nel Bullettino di paletnologia italiana, Anno I, 1875, pag. 152.

14. Notizie degli scavi, ecc., aprile 1896, ove si giudicano dal secolo VII al VI.

15. Sulle rive del Jonio, o propriamente a Simeri-Crichi, che è un paesello sulle ultime ondulazioni silane, a 15 chilometri lontana dal mare di Catanzaro, fu rinvenuta una tomba contenente soli oggetti di bronzo, cuspidi di lancia, ornamenti della persona, fibule, anelli, armille da polso o da braccio, conformi a quello di Torre Mordillo; e Ia stessa foggia alle suppellettili funebri, la stessa tecnica alla tomba, anche essa circondata e coperta da lastre di pietra. Poiché non presentava reliquie di ferro, o di ambra o di vetro, nè fittili di sorta, parrebbe dovesse essere più antica di quella presso Sibari: pure una speciale foggia di fibula trovata a Crichi, che si sparte in quattro dischi di filo metallico avvolgentesi sopra se stesso, disposti a croce, me la fa credere della stessa epoca, a un dipresso, e della stessa razza di gente dell’altra sul Coscile, ove la stessa foggia di fibula non manca: gli uni contemporanei di Crotone, come gli altri di Sibari. Questa tomba, trovata nel 1880, e descritta nel Bullettino di paletnologia italiana, anno VIII, pag. 93. Il descrittore diligente, signor Foderare, dice che era a cremazione: e Ia riferirebbe alla prima età del ferro. Dall’analisi del bronzo in essa trovato, si ebbe su cento parti, di rame 93.463, di stagno 6.527; senza nè zinco, nè piombo.

16. Conf. nelle Notizie degli scavi dell’aprile 1888, sopra citate, il giornale degli scavi.

17. Di recente, nel territorio della stessa Matera, in contrada «Timmari» è in corso di esplorazione, ad iniziativa dell’egregio e benemerito Ridola, la necropoli di una stazione preistorica, che pare ebbe a protrarsi sino alla prima età del ferro. Ivi, in piena e nuda terra, innumeri trovamenti di olle cinerarie, con a coperchio una ciotola rovescia: grossolana e nuda ceramica; povertà di contenuto, fuorché di ceneri ed ossa combuste; solo in una, finora, un arnese di ferro. Sono, dunque, sepellimenti a sistema di cremazione, e non di inumazione, come le tombe a fossa di Torre Mordillo, egli altri ben singolari e più antichi a pozzo di Murgia Timone dell’epoca tra della pietra e del bronzo. — Tre sistemi diversi di riti funebri indicano, oltreché epoche diverse, la diversità di stirpi degl’incenerati dagli inumati? — Conf. Note di RIDOLA e QUAGLIATI, nelle Notizie degli scavi, agosto 1900.