CAPITOLO XII
DI OCELLO LUCANO
Di Ocello Lucano è dubbio il nome, l’età, la patria, la scuola cui appartenne, l’autenticità del libro che porta il suo nome, e finanche l’esistenza sua! Anzi, il dubbio si estenderebbe all’esistenza di tutti quei pitagorici che furono detti «lucani» dai biografi di Pitagora. Ma noi non ci occuperemo, particolarmente, se non di Ocello.
Si trova nominato la prima volta (lui e il suo libro «Sulla natura delle cose»)1 da Filone, che è il filosofo ebreo del 1º secolo dopo Cristo; e questa che è tarda testimonianza dello scrittore giudaico non potrebbe gran fatto assicurare intorno all’esistenza reale dell’uomo, nonché del libro, se non soccorresse la logica, per indiretti argomenti, a testimoniare in pro della verità. Se il libro di Ocello non è genuino ma fittizio, e se fu compilazione del primo secolo avanti Cristo (come suppongono antichi e moderni critici di Ocello)2 non parrebbe natural cosa, che colui che finse il libro al secolo primo innanzi Cristo, avesse imposto in fronte alle dottrine che voleva accreditare per antiche, il nome di persona supposta o ignota.
Non si fingono libri di ignoti per ingannare i contemporanei su antichi fatti, dei quali, se d’ignoti, la testimonianza val nulla; non d’ignoti per dare credito a dottrine controverse. Se il libro fu messo fuori da un falsario, ai tempi della risorta scuola neopitagorica nel primo secolo avanti Cristo sotto il nome di Ocello, vuol dire che era noto, che era indubitato, allora, che un Ocello avesse esistito, prima di quel secolo, tra filosofi «della scuola italica» o tra i filosofi di origine «italica». E se, al primo secolo avanti Cristo, era ritenuta per certa e nota ai dotti l’esistenza di un Ocello, filosofo e lucano di patria, con quale dritto potrebbe dubitare dell’esistenza dell’uomo la critica di oggi?
Anche del «nome» fu dubitato, e quanto alla genuina grafia sua, e quanto alla derivazione. Ma un titolo osco di Ercolano ha già dato il gentilizio Aukil che corrisponde appunto al latino Ocelus od Ocellus: ed un’antica iscrizione latina di Benevento ricorda proprio un’Ocellia optata, sicché l’impronta osca e la derivazione italica è pretta e genuina nel nome del filosofo di Lucania3.
Che se negli antichi manoscritti del libro s’incontra non sempre identica la grafia del nome, gli è un fatto né singolare, né raro. Tra le grafie varie di Ocelos, nei manoscritti di stobeo e Giamblico, di Ocellos in Luciano e Filone, d’Oucellos ed Eccellos, ed Ocelos ed Oicellos presso altri manoscritti ed editori dei libro4, ormai è consentila ed accettata da tutti quella di Ocello. Non è questa la maggiore difficoltà contro il fatto dell’esistenza dell’uomo.
È ben più difficile stabilire con certezza l’epoca della esistenza sua. Finché non si dubiti di lui e del suo libro, egli debb’essere riferito al secolo V a.C.; e così fu scritto. Ed è la comune opinione dei vecchi eruditi che trae, partito dallo parole di Luciano, che nomina Ocello tra gli uditori, anzi, a parlare preciso, tra i familiari5 di Pitagora; e si fonda sulle lettere di Archita a Platone e di Platone ad Archita. Ma Luciano, ch’è del tempo degli Antonini, è troppo tarda testimonianza pei tempi di Pitagora; e le lettere di Archita e di Platone6 sono ormai tenute, nonché dubbie, supposte; quantunque anche tra scrittori recenti le lettere che vanno sotto il nome di Platone siano accettate come autentiche da un dotto di prima riga, il Grote7.
Ma occorre fare un cenno di una di queste lettere per una strana particolarità di fatto che in essa s’incontra.
Archita scrive a Platone che, per raccogliere gli scritti8 di Ocello che lui Platone desidera, erasi recato in Lucania presso i discendendi di Ocello9 e aveva potuto procacciarsi quattro trattati scritti dal filosofo lucano, sulla Legge, sul Principato, sulla Santità e sulla Genesi del tutto. E li mandava, questi per ora. E Platone, scrivendo in risposta ad Archita la lettera (che è la 12ª della raccolta), loda l’uomo che li scrisse e gli antenati di lui. E
«ben parmi — egli dice — che Ocello sia degno degli antichi e gloriosi suoi antenati, i quali è fama fossero di Mira, e del numero di quei Troiani, che emigrarono con Laomedonte: tutti gente dabbene, come dalla tradizione antica ci è tramandato».
Or come e donde cotest’associazione d’idee strana tra il filosofo «lucano» e i suoi pretesi antenati di Mira nella «Licia?» lo penso che colui che scrisse la lettera a nome di Platone o confuse un «lucano» — leucanos — con uno della Licia — lycianos — ovvero tenne Ocello come nativo di Crotone, ove fu la sede precipua della scuola pitagorica, e i Crotoniatl, come discendenti dai coloni della Licia, secondo una tradizione che s’incontra in scrittori dei tempi alessandrini10. — E l’una o l’altra delle due congetture non conferisce valore alla autenticità delle due lettere.
Ma se escludo l’autenticità di queste lettere, non do peso agli argomenti, contro l’autenticità del libro e dell’uomo, che altri traeva dalla quistione cronologica. Al Niebhur piacque di abbassare cronologicamente, e di molto, l’arrivo delle tribù lucane nella regione a sinistra del fiume Silaro: esse, a suo giudizio, non avrebbero potuto venirne alle nuove sedi della Lucania prima che i Sanniti non fossero scesi verso la Campania; e questi non occuparono Capua prima del 330 di Roma, ossia 424 a.C. Di tal che (se così fosse) apparirebbe evidente nonché l’assurdità di «gente lucana» quale uditrice di Pitagora, vissuto nel secolo innanzi, ma l’incongrucnza di Lucani discepoli dei primi filosofi pitagorici, quando quelle genti erano ancora nello stato di civiltà rudimentaria, anzichenò chiuse nelle squame della barbarie. E fu in forza di queste considerazioni, senza dubbio, che il Niebhur stesso poté scrivere:
«I filosofi lucani del tempo di Pitagora, o di tempi anche molto a lui posteriori, hanno solamente potuto avere esistenza in una recente invenzione; come lo dimostra lo stato della nazione»11.
Ma il dato cronologico dell’esodo dei popoli lucani, dal Liri al Silaro, ha per noi altri limiti; e per quello che abbiamo già innanzi stabilito12 l’arrivo di essi nella regione a sinistra del Silaro non potrebbe mettersi piu giù del secolo VI al VII a.C. Avremmo, dunque, l’intervallo di almeno un secolo e mezzo di tempo tra questo limite di tempo e quelli di Pitagora a Crotone. Non è quindi per nulla incongruo l’ammettere che dopo quattro o cinque generazioni dall’arrivo dei Sabellici, nella Lucania, alcuno di codesto giovine popolo avesse potuto farsi uditore di Pitagora, nonché di altri de’ più vecchi pitagorici discepoli di lui, nelle città di Metaponto o di Crotone.
Ma in quale delle città della Lucania era nato Ocello? L’inchiesta tentò uno scrittore del secolo passato; e questi fu Vito Giliberti nato in Suponara nel 1756, morto nel 1809, erudito uomo che diè alla luce molte opere attinenti alla legislazione ed alla storia del reame di Napoli. Un suo opuscolo che venne fuori il 1790, rivelava l’antico arcano dello stato civile di Ocello; e la patria era Grumento.
L’opuscolo, che è ormai una rarità bibliografica13, dopo le antiche testimonianze ben note della esistenza del filosofo lucano, pubblica due antiche iscrizioni funerarie latine, ch’egli dice trovate nelle ruine di Grumento14, e che riferendosi alla memoria di Ocello e di una donna detta Vibrendinosa Ocella, ben farebbero arguire in Grumento e la culla e la discendenza del filosofo. A me la religione della famiglia non riterrà dal dire che oggi l’opuscolo ha punto valore; né aggiungerò parola sull’autenticità delle iscrizioni, ormai da tutti i dotti sfatate; ma non tacerò la meraviglia come esse abbiano potuto trovar fede presso eruditi napolitani, non tutti d’infima riga15. Scusabili, forse, quei del secolo passato, se è vero che la educazione letteraria del tempo non faceva contennendo chi, anche fingendo notizie o falsificando documenti, intendesse di accrescere gloria alla patria; ma non scusabili noi, se, per recare onore alla patria, s’indulgesse a fare offesa alla verità e ai dritti della storia.
Fra tutto cotesto fascio di dubbii, non è il meno giustificato quello che meno dovrebbe apparir dubbio, la scuola, cioè, a cui Ocello appartenne. Il primo che lo annoveri espressamente fra i Pitagorici è Giamblico, ch’è scrittore tra il terzo e il quarto secolo dopo Cristo: Filone del primo secolo, non lo dice espresso; ma parmi lo lasci intendere. Diogene Laerzio ne tace; ma Luciano lo annovera tra gli «uditori» di Pitagora.
Gli antichi adunque lo ritennero come un pitagorico, e di là gli scrittori del rinascimento lo considerarono come filosofo della scuola pitagorica. Ma di qua è sorto presso i moderni quel primo germe del dubbio che fece negare l’autenticità del libro del filosofo lucano. Al libro «Della natura delle cose» manca un fondo di dottrine pitagoriche, anche delle più caratteristiche, alla scuola italica, quali la dottrina de’ numeri, della metempsicosi, dell’armonia dell’universo. I critici non ve ne trovano traccia: il libro adunque, per essi, non è autentico.
Ma anche ammesso che ciò sia vero, come egli è vero, non ne segue a filo di logica che questo, cioè: o che il libro quale a noi è pervenuto non sia quello che scrisse il pitagorico Ocello; o che l’autore del libro, genuino, non sia un pitagorico16.
Contro la prima conseguenza sta il fatto che lo stesso Filone ebreo accenni manifestamente all’attuale libro17 nel quale si dimostra I’eternità dell’universo; e non ad altro.
So che si può opporre a questo argomento di fatto la opinione del Mullack e di altri con lui, che il libro fu finto al risorgere del neopitagorismo, nel primo secolo avanti Cristo. Ma come contro a questa speciale conclusione contrasti l’opinione stessa del Mullack, diremo innanzi.
È dunque più sicura la seconda illazione. Gli antichi eruditi poterono annoverare Ocello tra i pitagorici, non altrimenti che altri degli antichi considerarono tra i pitagorici anche Parmenide, Zenone ed Empedocle. Strabone, della stessa epoca di Filone, dice espressamente pitagorici i due capi della scuola eleatica. Ed è di agevole spiegazione l’error loro o l’equivoco. Fu già avvertito18 che la notizia della esagerata estensione della scuola pitagorica derivò altresì dalla confusione, che fu fatta nei tempi posteriori tra filosofi «della scuola italica» e filosofi di origine, o patria, o nazione «italica». Parmenide, Zenone, Empedocle furono «italici» di patria, ma non della «scuola italica» o pitagorica. Quegli antichi confusero l’una con l’altra qualità. Lo stesso avvenne per Ocello. Fu filosofo di origine, o patria, o nazione, senza dubbio «italica»; e questo bastò, perché nelle carte di storici men diligenti passasse il suo nome tra i filosofi della «scuola italica» o pitagorica.
Diradate, in parte almeno, le tenebre di questo dato storico, occorre venirne al dato della genuinità o della finzione del libro Sulla natura delle cose, il cui autore in tutti i manoscritti finora noti19 porta il nome di Ocello Lucano. E questa trattazione, per le ragioni del nostro subietto, e non ostante l’aridezza e il suo carattere polemico, merita un più particolareggiato discorso.
La prima edizione a stampa del libro di Ocello è del 1539; e a questa tennero dietro altre parecchie nel secolo stesso20. Un qualche lieve dubbio sull’autenticità del libro non s’incontra la prima volta se non in qualche scrittura del secolo XVII21; ma la carica a fondo contro l’autenticità è dovuta, innanzi tutto, ad un uomo di acume e di valore grandissimo, il Meiners, sul dechino del secolo XVIII, verso il 178022. I posteriori, aggiungendo o rettificando qualche argomento, non mutarono le basi dell’attacco, né crebbero gran fatto il vigore di esso.
Al Meiners si opposero prima il Bardili nel 1788; poi Augusto Federico Guglielmo Rudolph. Questi è, a mio avviso, quegli che abbia studiato con più diligenza, con più amore, con più longanimità23 la questione di Ocello; e i risultamenti del lungo studio e della minuta analisi sono consegnati nella sua edizione critica di Ocello, e nella non breve dissertazione sull’autenticità del libro, stampata in seguito al testo, l’anno 1801, in Lipsia24.
La vivace e ripetuta critica del Mainers si svolge in argomenti di carattere negativo e di carattere positivo. È per lui un argomento contro l’antica esistenza del libro il silenzio che tennero di Ocello e Platone, ed Aristotile, e Galeno, e Plutarco, non si potendo prestare fede alle supposte in bassa età lettere di Archita e di Platone. Non è bastevole per lui l’autorità di Filone ch’è tarda; né, molto meno, degli altri posteriori a Filone. Mancano nel libro le dottrine caratteristiche e proprie alla scuola pitagorica; manca quel certo sapore di arcaismo, quell’effluvio di antichità rude e austero, che dovrebbe essere nòta propria a scrittori del secolo V avanti Cristo; vi si trova, invece, una perspicuità anche maggiore che non sia dato incontrare in filosofi del quarto secolo.
Il libro (egli continua) sostiene la dottrina dell’eternità del mondo. Ma questa dottrina non fu messa in corso prima di Aristotile, che apertamente se ne disse e se ne vantò l’inventore; e quel Censorino, che attribuì a Pitagora la dottrina dell’eternità del genere umano, non merita fede, ingannato che fu da libri spurii. Anzi, nei libri di Aristotile, s’incontra tal numero di frasi, e parole, e dottrine simili ed identiche a frasi, parole e dottrine contenute nel libro di Ocello, che è forza conchiudere l’uno le abbia copiate dall’altro. Or si può egli credere che il ripetitore sia Aristotile? Anche di parole e frasi che si leggono nelle opere di Platone, può farsi la stessa dimanda, se desse si leggono identiche nel libretto di Ocello. Infine (e questi argomenti furono aggiunti dal Tiedemann), si scorgono manifeste in Ocello le tracce della fisica di Aristotile; mentre le dottrine sugli elementi e loro permutazioni, che in Ocello si leggono, non sono concetti dei pitagorici; giacché costoro niente insegnano intorno al fuoco, alla terra e ad altri elementi dei corpi, secondo avvertì lo stesso Aristotile25.
A questo attacco il Rudolph entra in campo a combattere; e per verità non può dirsi che nella lotta egli sfugga, o dimentichi, o attenui qualcuno di cotesti argomenti. Ma, naturalmente, quelli che hanno fondamento in criterii di giudizio subiettivi degli oppositori, non si può con dirette prove ribatterli; come non si può con dirette prove sostenere alcuni dei giudizii del Rudolph, che si fondi anche esso su criteri subiettivi.
Che cosa fa alla questione dell’autenticità il silenzio di Platone, di Aristotile, di Plutarco o di Galeno? Già prima di Plutarco e di Galeno visse Filone; e la testimonianza di Filone reciderebbe ogni valore al silenzio di Galeno e di Plutarco. Ma sono, forse, pervenute fino a noi tutte le opere di Platone, tutte quelle di Aristotile? Non si sa anzi, per converso, che sia perduta l’opera appunto di Aristotile che trattava dei Pitagorici? Ma, del resto, che cosa egli prova nel campo della logica un argomento negativo?
Maggiore importanza è nel pronunziato che la dottrina dell’eternità del mondo non fu insegnata prima se non da Aristotile. Egli stesso se ne disse l’inventore, e se non gli si voglia prestar fede, sarà forza di considerare lui come un plagiario o un mentitore; e questo ripugna alla autorità del «maestro di color che sanno». Ma il Rudolph, con minuta analisi, dimostra che in nessun luogo Aristotile vanta o dice sé stesso inventore di cotesta dottrina. La sostiene egli, sì, e confuta altri filosofi che, come Platone, sostennero la non eternità, cioè il cominciamento del mondo; ma che egli se ne dicesse «l’inventore» è pronunziato questo degli espositori di Aristotile, non di lui. Or basta ricordare gli Eleatici, e ricorrere ai versi del vecchio Parmenide per avvertire che la dottrina della eternità delle cose fu sostenuta prima di Aristotile. E che cosa vuole dire questo per la questione che ci occupa? Può dire, tutto al più, che il libro di Ocello sia posteriore all’età di Parmenide, ma non vuol dire ch’esso è spurio.
Il Meiners raccoglie, qui e qua, frasi e parole, che egli dice proprie della filosofia platonica, o della eleatica, o degli Stoici, o di Anassagora, e non de’ pitagorici: e poiché si trovano nel libro di Ocello, esse testimoniano contro l’autenticità. E il Rudolph lo siegue a passo a passo su questo lubrico terreno. E dopo aver ricordato26 che il libro, a giudizio di tutti, fu tradotto dal dialetto dorico in attico (il che dovrebbe rendere meno austera l’occhiuta e minuta caccia alle parole) fa notare, come da niun discreto intelletto può negarsi, che è molto arbitrario, è molto imprudente, è molto pretensionoso lo affermare reciso la tale parola non fu usata al tempo dei Pitagorici, ma è del tempo dei Platonici; la tal altra è dei tempi più recenti e non degli antichi: coteste sono affermazioni o giudizii, per limite, elastici, per contenuto, indefiniti e, a ferri corti, indeterminabili. Se speciali parole o speciali concetti ocelliani si trovano negli Elaatici, questo non si oppone all’antichità del libro, anzi la conforterebbe, si opporrebbe unicamente tutto al più, al colore, al carattere della scuola onde il libro si dice procedere. E se tale altra parola è detta che sia propria alla filosofia degli Stoici, il Rudolph avverte che Ocello l’adopera in senso diverso che gli Stoici la usarono; ma se cotesto argomento (egli aggiunge) valesse gran che, anche qualche opera di Aristotile dovrebbe dirsi spuria27, poiché in essa pure si trova qualche traccia di tal genere parole proprie alla filosofia degli Stoici28.
Il Rudolph non nega che talune speciali frasi o parole si trovino identiche in talune opere di Aristotile ed in Ocello, e ammette, con piena lealtà, che la identità è siffatta, che l’uno debbe aver copiato o tenuto presente il libro dell’altro. Dire che Aristotile abbia copiato da Ocello, così alla spiccia, farebbe sorridere di pietà. Ma il nostro critico si dà ad un raffronto minutissimo sì dei luoghi ove le identità traspaiono, sì della dottrina che ivi è svolta dai due filosofi; e considerato che in cotesti luoghi Aristotile svolge ampiamente ciò che Ocello solamente accenna; e quegli rifà a pronunziati generali ciò che questi riferisce a pronunziati singolari, e il primo ne cava conseguenze e ne svolge premesse, che in Ocello conseguenze e premesse non sono; e avvertito, inoltre, che in quei medesimi luoghi Aristotile accenna ad altri filosofi e a più antichi filosofi che di quei pronunziati e dottrine da sé, Aristotile, ivi esposte, quelli omisero di trattare29; considerato infine che in taluni di quei luoghi riconosciuti come identici, la dicitura di Aristotile è più netta, elaborata ed elegante che nelle frasi ocelliane non sia30, egli viene nella conseguenza che il libro di Ocello sia più vecchio delle scritture aristoteliche, in cui si ravvisarono le identità; argomentando secondo quel processo logico della natura che nello sviluppo organico delle esistenze va dal semplice al composto, dal rude all’elegante, dal sobrio all’ornato, e non viceversa.
Il Tiedemann nella quistione di Ocello mutò due volte di avviso; prima ammise l’autenticità, poi si pronunziò contro. Parvero a lui più che tutto importanti talune affermazioni di Aristolile; il quale se disse (Met. I, 7), che nulla insegnarono i Pitagorici (della natura) del fuoco, della terra e di altri elementi della materia, e se in Ocello si trova una sua propria dottrina intorno alla azione degli elementi, vuol dire che il libro è spurio. E a meno che (egli aggiunge) non si voglia dire Aristotile un plagiario, si ha da convenire che «tutta la teoria di Ocello intorno alla materia primitiva informe, e alle qualità opposte, unite ad essa per produrne lo sviluppo, tutta la dottrina intorno alle permutazioni degli elementi per via di queste qualità, nonché intorno all’eternità dell’universo, è dottrina assolutamente e indubbiamente aristotelica31.
Il Rudolph, a sua volta, non nega che possa dirsi «aristotelica» una dottrina da Aristotile approvata e difesa; ma se si voglia intendere una dottrina concepita e insegnata unicamente da Aristotile, egli avverte che di codesta dottrina (cui si riferiscono le parole del Tiedemann) negò il Patrizio, come già lo stesso Siriano aveva negato che fosse invenzione di Aristotile. Anzi lo stesso Aristotile, nel libro De Generat. et Corrupt. (lib. II, c. 1, t. 6) ove della dottrina degli elementi si disputa per instituto, quando parla degli elementi primi, accenna già ad altri filosofi che ne ebbero discorso32. E questo basta alla causa di Ocello.
Quanto all’affermazione di Aristotile che i Pitagorici nulla insegnassero del fuoco e di altri principii elementari della materia, che fa ciò all’autenticità del libro di Ocello? A filo di logica, la testimonianza aristotelica potrebbe mostrare, tutt’al più, che l’antico filosofo lucano non sia da annoverare tra «pitagorici»: questo e non più.
Il Rudolph non omette di osservare, come in questo libretto, che pure si dice fattura di tardi tempi e prossimi all’era volgare, non si trovino parole o dottrine di tempi posteriori ai primi Pitagorici. Vorrà dire anche questa non altro che una finezza dell’impostore astuto e sagace? E fu detto Ma, e allora, costui ch’è pure ritenuto da tutti come uno scrittore sagace, fine ed astuto, avrebbe, dunque, sì bassamente intoppato nel poco astuto ripiego di copiare, alla lettera talune frasi, talune espressioni di un sì grande e noto filosofo come Aristotile, mentre era sì facile cosa il mutarle di vesti o di colorito?
Da questo fascio di sottili analisi, di minute investigazioni e difese il Rudolph, che pure evidentemente giudica autentico il libro di Ocello, si limita a queste discrete conclusioni, cioè: «essere probabile che il libro sia genuino; non essere probabile che il libro sia finto».
Ma il poderoso lavoro del Rudolph non ha chiusa la quistione. Il recente editore del libro di Ocello che è il Mullack, nella raccolta dei Frammenti degli antichi filosofi greci, per la edizione del Didot, si dichiara non atterrito dalle argomentazioni di lui; e persiste a credere non autentico il libro di Ocello. Egli è d’avviso che fosse finto nel corso del primo secolo avanti Cristo, quando rivissero i germi della filosofia neopitagorica; e quando furono inventati anche altri scritti di pitagorici antichi, ad intenti di speculazione libraria. In quell’epoca Giuba II, che fu un re della Libia e contemporaneo di Augusto, ebbe intendimento di fondare una sua biblioteca che fosse pari a quella di Alessandria, ed ordinò fosse raccolto quanto si potesse rinvenire degli scritti di Pitagora e degli antichi Pitagorici. Di qui surse una speciale industria di impostori bibliografi; ed il fatto è ricordato da un antico espositore di Aristotile34.
Ma l’erudita congettura del Mullack, se sarà giusta per la congerie degli scritti fittizii pitagorici, non mi pare che possa valere per il libro di Ocello. Se una delle ragioni fondamentali contro l’autenticità di questo si vuol cavarla appunto dalla non conformità del suo contenuto colle dottrine pitagoriche, gli è chiaro che l’impostore, se non avesse voluto sprecare tempo e fatica a mistificare i bibliotecarii del re Giuba, avrebbe appunto intessuto delle dottrine pitagoriche, o non delle aristoteliche, né delle eleatiche, il libro «Sulla natura delle cose».
Alla prova della genuinità di questo libro manca un solo dato estrinseco, ciò è la notizia sicura del tempo in cui visse Ocello. Se la nota cronologica fosse fuori dubbio, gli argomenti che raccattano per ribattere o per difendere l’autenticità del libro, avrebbero una base solida e un punto di riscontro di sicura importanza. Mancando il dato cronologico, si va e si viene in un circolo che non ha uscita; la creduta non genuinità e non antichità del libro riverbera il dubbio sull’autenticità della persona, e la persona si libra campata in aria, fuori i limiti necessarii alla realtà dell’esistenza, il luogo ed il tempo. Noi, quanto a noi, teniamo fermo all’autenticità dell’uomo; poiché (si vuol ripetere) chi avesse finto il libro per accreditare dottrine antiche, non l’avrebbe attribuito a persona non che ignota, fittizia, e per giunta, di patria «barbaro». Un «barbaro» che insegni ai Greci era l’ironia della scienza35.
Ma circa il tempo di sua esistenza non dubito di riconoscere che mancano elementi sicuri per allogarlo all’epoca dei primi Pitagorici, che vissero nella seconda metà del secolo V dal 450 al 500 a.C. Se li libro fosse, fuori contestazione, genuino, la quistione sarebbe sciolta, e il libro testimonierebbe a pro dell’autore. Ma poiché il libro, quanto all’epoca sua, lascia almeno dei dubbi; poiché se elementi subiettivi non mancano nel complesso delle argomentazioni contro l’autenticità di esso, non mancano del pari elementi subiettivi nelle argomentazioni a favore dell’autenticità e dell’antichità del libro stesso, parmi ragionevole di appigliarsi ad un partito medio.
La scuola pitagorica si protrasse (come abbiamo visto) fino ai tempi di Aristosseno, discepolo di Aristotile, morto nel 321; cioè fino al secolo IV a.C. Niente, adunque, si opporrebbe a che fosse riferita a questi tempi la cronologia di Ocello. A cotesta epoca, le incongruenze storiche e i dubbi intorno all’uomo e al libro sparirebbero: la nazione lucana già esisteva fiorente di forze e di gioventù, se non di coltura: le dottrine di Aristotile, nonché le eleatiche, erano divulgate, e nulla di men che naturale si opporrebbe a credere che una qualche vena avesse potuto infiltrarsene nel rivolo, derivato o no per opera di Ocello, nell’antico fiume pitagorico. Diminuirebbe, è vero, l’importanza del libro di Ocello, quando non possa assorgere quale monumento antichissimo dell’antichissima dottrina pitagorica. Ma se scema, non perde d’importanza36; e questo riconoscono anche coloro t i moderni, che ritennero il libro come fattura del I secolo innanzi l’era volgare.
Per noi però non è dubbio che sia di molto più antico del I secolo. Le lettere di Platone erano già conosciute in numero di 13, e riconosciute autentiche dal dotto grammatico Trasillo, che fu contemporaneo di Augusto e fu il riordinatore delle opere di Platone, stesso. Fosse pure non autentica la lettera dodicesima di Platone che è quella relativa ad Ocello, io dirò con le parole di un dotto uomo, lo Chaignet, che se Trasillo s’ingannò sull’autenticità di essa, l’inganno non poté aver luogo altrimenti, che in virtù dell’autorità già nel pubblico acquistata, e vuol dire in virtù d’una prescrizione che non poteva non avere avuto una lunga durata37. E se nel canone degli autori classici, detto di Aristofane di Bisanzio, furono comprese anche le lettere platoniane, poiché questo dotto grammatico fioriva verso l’anno 260 a.C., saremmo autorizzati di ammettere (conchiude lo Chaignet) che il libro di Ocello, poiché è ricordato nella dodicesima delle lettere in quistione, debbe risalire almeno ai principî del III secolo a.C.38.
Per tutto questo complesso di fatti vede il lettore discreto che non si potrebbe con piena convinzione di mente aderire all’avviso di chi ha voluto riferire l’origine del libro ai neopitagorici del secolo primo avanti Cristo. Una scrittura di tale origine e di tale epoca avrebbe contenuto della dottrina pitagorica ben altro e ben più che il libro non contiene. Altrimenti la finzione neopitagorica a chepro?
NOTE
1. Περὶ τῆς τοῦ παντὸς φὺσεως (De universi natura), questo è il titolo che si legge nelle prime linee del libretto: tale altresì è in Filone e in Stobeo. Nella lettera di Archita (di cui in seguito) è detto invece: Περὶ τᾶς τῶ παντὸς γενέσιος; e con altra piccola variante si legge in Proclo.
Filone nacque venti anni prima dell’era volgare.
2. In MULLACK, Fragmenta Philosophorum Græcorum collegit, collegit F.C.A. Mullachius. Parisiis, Fir. Didot, 1860, vol. I, p. 383.
3. In FABRETTI, Glossar. Italicum, ad verba Ocellus ed Aukil. — L’iscrizione osca ercolanese è: L. Slabiis L. Aukil, cioè: Slabius Lucii (filius) Ocelus.
4. Le varie lezioni sono riferite dal MULLACK, Op. cit.
5. Ὀμιλητὴς.
6. Presso DIOGENE LAERZIO, nella vita di Archita; lib. VIII.
7. Storia di Grecia, vol. XV, cap. IV, pag. 317 in nota. Egli scrive (riferendosi all’Ast, che aveva detto quelle lettere sprezzabili e apocrife)…:
«Dopo avere attentamente studiato e le lettere in sé ed il ragionamento di Ast, io dissento interamente dalle conclusioni di lui. La prima lettera, che si dice venga non da Plotone ma da Dione, è la sola contro cui mi paiono valide le presentate obiezioni. Contro le altre, non credo che egli abbia esposto ragioni sufficienti a dichiararle apocrife; e però io continuo a considerarle autentiche, come era l’opinione di Cicerone e di Plutarco. Ast stesso ammette che l’autenticità di esse non era messa in dubbio nell’antichità, per quanto a noi è noto». — Delle tredici lettere (quante sono quelle raccolte o conosciute sotto il nome di Platone) meno la prima, le altre sono autentiche pel Grote; segnatamente la 2ª, 3ª, 4ª, 7ª, 8ª e 13ª, che si riferiscono agli avvenimenti di Dione e Dionisio. «La maggior parte degli argomenti di Ast (continua il Grote) si fonda non su pretese inesattezze di fatti, ma sopra pretese improprietà, o bassezza di pensieri, o pedanteria, o misticismo, o insegnamenti filosofici fuori di luogo. Ma tutte queste non sono prove: ciò significherebbe, tutto al più, che Platone scrisse delle lettere, le quali, giudicate alle nostre regole dell’arte epistolare, sono goffe e pedantesche…».
8. Υπομνεματων, ai latini commentaria, ovvero trattazioni sobrie, ma diligenti.
9. La parola è ἔκγονοι, che significa «figli o nepoti»: filius in Omero, Odiss. III, 123, nepos in Senofonte, Cyrop. v. 3, 19: Ap. RUDOLPH (di cui appresso), a pag. 370.
10. Al verso di Licofrone, che nomina il fiume Neeto presso Crotone, lo scoliastes Isacio commenta con queste parole, interpetrate e fatte latine dal Cluverio:
«Navaethus amnis, ita adpellatus, at auctor est Apollodorus et reliquis; quia post Ilium captum, Laomedontis filiæ, Priami sorores… cum reliquis captivis, quum hoc tractu Italiæ forent, Græciaæ servitutem fugientes, navigia incenderunt: unde amnis Navæthus vocatus est». In Cluverio, Ital. Antiq., II, p. 1312.
11. Storia Romana, I, p. 83, in nota, della edizione di Napoli del 1846.
12. Al capitolo II.
13. Ricerche sulla patria di Ocello Lucano, dell’avvocato VITO GILIBERTI. Napoli, MDCCXC. — È dedicato «a S.E. il signor D. Guglielmo Hamilton, cavaliere del Real Ordine del Bagno, Inviato straordinario e Ministro plenipotenziario di S.M. Brittanica presso S.M. il Re delle Due Sicilie». Nella dedica, che è da Napoli 1º marzo del 1790, si dice occasionato l’opuscolo da due lapidi scoperte in Ottobre passato. L’opuscolo comincia con un «Brieve elogio di Ocello» e seguono le «Investigazioni della di lui patria». — Ne fu commessa la revisione preventiva a Mario Pagano, professore nell’Università, del quale mi piace riferire l’intera lettera, che è questa:
«Signore (sic). Le ricerche sulla patria di Ocello Lucano, dell’avvocato Vito Giliberti, lungi di contenere cosa che offenda i dritti della sovranità o la buona morale, presentando al pubblico delle ragionevoli congetture sul luogo natìo di quel profondo filosofo, alla memoria degli uomini richiama lo stato dell’antica cultura di queste belle e fortunate provincie, di modo che gli animi dei presenti si destino allo splendore dell’antica gloria. Quindi io son d’avviso che sien della pubblica luce degne le fatiche di questo colto ed erudito giovane, se così piace alla M.V., cui rispettosamente m’inchino e bacio le mani. — Della V.R.M. — Napoli, 17 febbraio del 1790. — Divotiss. fedeliss. suddito, FRANCESCO MARIO PAGANO».
Vito Giliberti tenne pubblici uffizii nella segreteria del Ministero degli affari ecclesiastici, al cadere del secolo XVIII: pubblicò per le stampe, in breve giro di anni, parecchi volumi, e sono: Saggio della romana giurisprudenza. Napoli, 1792, in due volumi; Storia filosofica e politica della fondazione dei reami delle due Sicilie. Napoli, 1795; La polizia ecclesiastica del reame di Napoli, in tre volumi, Napoli, 1793, e ristampata verso il 1840. — È presso di me un suo manoscritto, ed inedito, dal titolo gli Elementi di politica per i Principi Ereditari, libri III, che io credo compoisto prima della rivoluzione francese.
14. Vedi nel Corpus Ins. Latin., vol. X, n. 25* e 26* delle Falsæ et alienæ.
15. ROMANELLI, Topograf. ant. del regno di Napoli, I. — GIUSTINIANI, Diz. geograf. ad ver. SAPONARA. Dei minori mi taccio.
16. Di Ocello filosofo dice lo ZELLER (La philosophie des Grecs, Paris, 1887, vol. I, 291):
«Quanto ad Ocello di Lucania ed al suo libro sull’Universo, si potrebbe tutto al più dimandare se l’autore di esso sia o no per un antico pitagorico; giacché gli è evidente che non è di quelli. Ma il novello editore (Mullack) di questa opera mantiene, con ragione, che l’autore di essa vuole essere preso precisamente per quell’antico pitagorico, al quale gli antichi l’attribuivano unanimemente, per quanto almeno dei loro scritti è a nostra notizia».
Ma in nessun luogo del libro di Ocello si dice, o si lascia intendere, che egli si professi pitagorico.
17. Ecco, secondo la interpretazione latina, il passo di Filone, nel libro De mundo non interituro, p. 728:
Sunt qui tradunt, opinionis hujus (l’eterntà del mondo) non Aristotelem primum auctorem, sed Pythagoreos quosdam fuisse. At mihi Ocelli, genere Lucani, inscriptum de universi natura commentarium oblatum esse, in quo quidem mundum esse ingenitumet numquam interiturum non solum protulit, verum etiam esquisitissimis rationibus comprobavit.
18. RICHTER, Stor. filosof. ant. Vedi cap. precedente.
19. In una solamente delle due membrane della biblioteca di Parigi è detto non piò che «Ocello filosofo» — Ap. MULLACK, Op. cit.
20. Per le edizioni, oltre al Rudolph nella Præfatio, si può vedere l’ultimo editore che è il Mullack. Op. cit. Paris, Didot, 1860.
21. Conf. RUDOLPH, p. 335 e seguenti.
22. Il Meiners prima nel libro Histor. doctrinæ de vero Deo. 1780, e poi nella sua Storia delle scienze in Grecia e in Roma.
23. Il RUDOLPH A pag. 437 del suo libro, scrive:
Me ipsum septem annorum spatio diligenti examine rem persecutum, et quidquid in studio historiæ philosophiæ atque in legendis philosophis veteribus reperissem, ad hanc quaestionem (del libro di Ocello) referentem, nil contra libri antiquitatem reperisse, quod referre non pudeat, et succedente studio infirmatum non esse.
24. Il titolo dell’opera è questo: «ΟΚΕΛΛΟΣ Ο ΛΕΥΚΑΝΟΣ ΠΕΡΙ ΤΗΣ ΤΟΥ ΠΑΝΤΟΣ ΦΥΣΕΩΣ — Ocellus Lucanus, de rerum natura — Græce — ad fidem librorum manuscriptorum et editorum recensuit, commentario perpetuo auxit et vindicare studuit August. Frid. Guilielm. RUDOLPH LL.AA.M. et Gymnasii Zittav. Director. — Lipsiae, sumptu Engelh. Beniam. Scwickert, CIƆIƆCCCI». Contiene: 1. Praefatio; 2. Il testo greco del libro περὶ τῆς τοῦ παντὸς φὺσεως; con note; 3. i Fragmenta, cioè quello che si trova in Stobeo, della legge, περὶ νόμου; e quindici altri frammenti tratti dalle opere di Fr. Patrizio, che li attribuisce ad Ocello, ma per errore (p. 53-7); 4. Commentarius, lunghissimo, da pag. 59 a pog. 332; 5. Disputatio de Libelli antiquitate et auctore (p. 333 a 452); 6. Indici.
25. Ap. RUDOLPH, p. 341-345, e pag. 432-434.
26. Pag. 408-9 — Il frammento di Ocello precisa Stobeo è in dialetto dorico. Epperò la trascrizione del libro De rerum Natura in dialetto attico, ai ritiene fatta dopo Stobeo, cioè dopo il V secolo di Cristo, quando il dorico era diventato nonché poco comune, ma quasi non inteso se non dai dotti. Anzi il Mullack è d’avviso che questa riproduzione del libro di Ocello in veste meno arcaica sia opera di eruditi bizantini del medio evo, forse del secolo IX o X, quando, siccome è noto agli eruditi, Cristiano Basso, per ordine di Costantino Porfirogeneto, ritradusse o ridusse in attico parecchie opere di geoponica e di altre scienze. — (MULLACK, nella prefazione ad Ocello, Op. cit., Paris, 1860).
27. RUDOLPH, pag. 408. Nelle Physicæ auscultationes di Aristotile, lib. IV, 86, è la parola ἀπάθεια, ch’è Ia famosa parola degli Stoici.
28. Il MEINERS scrisse: Attenti quivis huius libri lectores facile observabunt, eum, licet maximam partem ex Aristotelicis centonibus consutum, multis tamen Platonicis verbis, tanquam gemmis distinctum esse (Ap. Rudolph, 342). E coteste gemme le indicò egli dipoi, e conviene notarle, e sono: 1. παρά τ’αὺτο και ωσαὺτως, ἰσον και ὃμοιον αὐτο έαστου, che sono proprie ai Platonici e agli Eleatici; 2. ἐπιγεννήματα, che attribuisce a Crisippo (degli Stoici); 3. νεῖκος e φλοσις, che rigetta ai Pitagorici; e 4. διακόσμησις, che egli dice di Anassagora (p. 342). Il Rudolph risponde (p. 409): alla 1ª che, se appartenne anche agli Eleatici, non può offendere l’antichità di Ocello; allo 2ª, che la parola è adoperata da Ocello in diverso senso che dagli Stoici (le prove di ciò sono esposte dal Rudolph a p. 105), il che conforta alla tesi dell’antichità e genuinità del libro, non il contrario; alla 4ª, se consta che fu usata da Annasagora, non consta che questi, il primo, usasse Ia parola a significare «l’ordine del mondo»; né questa è parola del tutto filosofica oe remota dall’uso di altro genere scrittori. Infatti, Omero già usa διακόσμειν e διακόσμεισθαν, e si trova presso Erodoto e presso lo stesso Aristotile, che l’adopera nell’esporre i concetti di Pitagora (a pag. 257-8); alla 3ª risponde che è usata da Empedocle, e può bastare. E, inoltre tutti gli scritti dei Pitagorici sono forse noti per asserire che φῦσις non sia parola dei Pitagorici? — Il Rudolph non trascura anche la parola ὕλης che Tennemann disse essere più reecente di Platone e invontata forse da Aristotile, opponendo acute ragioni alle affermazioni dubitative del Tennemann. — Ma, in verità, si può egli fondare giudizii solidi e schietti su argomenti così elastici e, di loro natura, approssimativi e indeterminati? Ed il Rudolph conchiude: — «Il dubbio intorno ad una parola sola, intorno, cioè, all’antichità di cotesta parola, può essere egli, infine, da tanto che valga a far dubitare della stessa antichità del libro?»
29. RUDOLPH, pag. 446-7.
30. ID. pag. 193.
31. TIEDEMANN, Geist der spek. Philosophie, I, p. 91, in RUDOLPH a pagina 432-4.
32. RUDOLPH, pag. 435.
33. Conf. MULLACK, Op. cit. che lo dice altresì callidior antiquitatis simulator, etc., e aggiunge: technicus posterioris ætatis voces — vitavit ut vetustatis speciem præ se ferret, etc.
34. L’espositore è propriamente David, armeno, che visse nel secolo V dopo Cristo. Conf. MULLACK, op. cit.; e CHAIGNET, Pytag. et la Philosoph. pytagoric. vol I, p. 175.
35. Il Niebhur, che non crede all’antichità di Ocello e del libro, fa questa osservazione:
«I compilatori degli scritti pitagorici non si sarebbero serviti di nomi immaginari (?) di scrittori lucani, se non si fosse saputo che in quel paese quella filosofa era adottata, e che i Lucani scrivevano in greco». Storia Romana, I, p. 83.
Ma (sia lecito dimandare) se gli studi e l’insegnamento della filosofia pitagorica avevano corso in Lucania, che cosa vi è di assurdo o d’incredibile che un uomo chiamato Ocello si fosse occupato di questo genere di studii?
36. Conf. MULLACK, praef. ai Fragmenta, nell’Op. cit. — Il prof. A.E. CHAIGNET nel libro Pytagore et la philosophie Pytagoricienne, Paris, 1873, vol. I, p. 182, scrive:
«Anche in questa ipotesi (della tarda compilazione) il libro di Ocello ha un valore; e, se altro non fosse, mostrerebbe ciò che era divenuta la filosofia pitagorica verso il primo secolo a. Cristo. Il libro si distingue per la precisione delle idee e Ia logica del ragionamento. La dottrina in esso contenuta dell’antichità del mondo non ha niente che sia contrario alle vere dottrine pitagoriche; e se gli argomenti dello scrittore ricordano Aristotile e Parmenide, nulla può concludersi contro l’autenticità del libro, giacché la scuola ha vissuto fino ad Aristosseno, discepolo di Aristotile.»
37 CHAIGNET, Op. cit. vol. I, 181. — SCHOELL, Storia della letteratura greca profana, vol. II, par. IV, 98, edizione di Venezia, 1827.
38 CHAIGNET, I, pag. 181.