CAPITOLO XIV
POPOLAZIONE ED ECONOMIA PUBBLICA
Alla storia della vita del popolo mancherebbe la notizia di maggiore importanza, se mancasse quella dell’economia pubblica sua. Noi non abbiamo potuto raccogliere se non pochi filamenti di essa; e pure deplorandone la scarsezza, non ometteremo di intesserli alla tela del nostro lavoro.
Di questi filamenti, il meno difettivo, ma non il più sicuro nella determinatezza sua, è la notizia statistica della popolazione.
Dai documenti autentici dei primi tempi angioini, che abbiamo riferiti nell’antecedente capitolo XI, il numero delle terre abitate nel giustizierato di Basilicata, è di 148; nell’elenco delle terre della provincia stessa, nell’anno 1445, discendono a 96; in documenti ufficiali del 1505, sono 97; nella numerazione dei fuochi del 1561, sono 98; dunque in meno di due secoli, dalla metà del XIII alla metà del XV, il numero delle città o terre abitate è diminuito di un terzo e più, ossia scomparsi non meno di cinquantaquattro paesi!
Quali cause producessero questo fenomeno, che rivela una vera crisi demografica della storia napoletana al finire del medio evo, non abbiamo saputo determinare. Certo è che non fu volontaria agglomerazione di terre, che disertando centri minori, venne ad accrescere gli abitatori degli altri. La popolazione in complesso non crebbe. Fu dunque l’effetto delle guerre continue devastatrici, delle angherie dei prepotenti, delle rapine de’ masnadieri, della insicurezza delle campagne; o fu l’effetto di cataclismi della terremoti, casmi e frane, e incendii appiccati dal caso o dalla malizia agli abituri di legno e di paglia delle misere popolazioni? Quando non si à notizia di ragioni più speciali e determinate, è forza accettare gli effetti di tutta insieme quella complessa condizione di cose. Un terremoto, è fama, distrusse Oggiano a metà del secolo XV, nel 1456, e agli stessi tempi, Casalaspro presso Pietragalla:1 violenze soldatesche distrussero nel secolo stesso Satriano; forse per incendii di masnadieri cadde, nel secolo innanzi, Anglona; Montechiaro, presso Carbone, abbruciò nel 1432; poi non si sa piu nulla.2
Il censimento della popolazione per numero di «fuochi» o famiglie, che già apparisce uno strumento fiscale dei tempi angioini, si ordina quale istituto periodico ai principii del secolo XVI; e per tutto il secolo XVII si ripete e rinnova a larghi tratti di tempo. Ma il civile provvedimento, che era disposto non per altro che agli intenti fiscali di ripartire un carico d’imposte, venne di mano in mano, non avvicinandosi sempre più al vero, ma invece turbando od offuscando ogni condizione di verità. Ciò non pertanto non potremmo non seguire i rivoli, torbidi e scarsi, di questa unica fonte. E da questi ci è noto, che, secondo l’«annotamento dei fuochi» dell’anno 1505, si numerano per la Basilicata fuochi o famiglie 22.295;3 poi nella numerazione del 1561,4 i fuochi crebbero a 38,753, con un aumento in 56 anni di 16.458 famiglie, che, alla ragione di cinque per ognuna, importerebbe un aumento notevole di 82 mila individui. A questa stregua la popolazione della provincia di Basilicata, sarebbe stata, a mezzo il secolo XVI, di 193.735 abitanti.
Ma ottantasette anni dipoi, la numerazione che porta la data del 1648, non trovò se non fuochi 39.201;5 e vuol dire un aumento di meno che 500 famiglie, ossia 2.500 persone, in tre quarti di secolo! Evidentemente le cifre non filano: e per quanto triste e distruttore di ogni prosperità pubblica sia a tutti noto il governo vicereale, non può per verità non sorgere il dubbio che o fu erronea e troppo al di sopra del vero la cifra del secolo XVI, o erronea e troppo al di sotto quella del secolo XVII, come è più probabile che fosse. Ad ogni modo, per testimonianza di questi documenti, nella metà del secolo XVII la popolazione assommava a 196.000 individui.
Negli anni 1656 e 1657 un’acerba pestilenza infierì per tutto il regno, all’infuori delle provincie di Otranto e di Calabria, ove il contagio non giunse. A significare l’intensità del male, gli scrittori del tempo ricordano che nella sola città di Napoli, in un solo giorno, i morti toccarono il numero di 15 mila!,6 e vuol dire che cotesti scrittori riecheggiarono Ie statistiche della fantasia popolare, percossa dallo spavento. Computarono i morti di quel contagio, per tutto il reame, ad oltre 500 mila. Ma su quali labili fondamenti asserirono, ora vedremo.
Il censimento che tenne dietro a questo immane flagello, porta la nota cronologica del 1669; e numerò per la provincia di Basilicata non più che fuochi 27.795; che vuol dire, nel corso di vent’anni dal 1648 al 1669, una diminuzione di 12.500 famiglie. La popolazione era dunque discesa dalle 200 mila alle 139.000: e una tale differenza metterla tutta in conto della peste, non mi parrebbe esatto. La diminuzione dei fuochi per tutto il reame tra l’una e l’altra di quelle numerazioni fu di 104.926; che ragguagliano su per giù alle 500.000 persone, che gli storici dissero mancate al reame per la peste del 1656, e che, come si vede, è un computo non altrimenti derivato che dalla differenza dei fuochi tra le due numerazioni: però d’insecura verità.
Dopo il 1669 e fino al 1736, che vuol dire ai principii del regno di Carlo III, furono fatte altre numerazioni di fuochi pel reame: ma il governo stesso, nonché pubblicarle, non ne tenne conto; di tal che la notizia ufficiale dei fuochi pel 1736, che è data per la Basilicata in numero di 26.019,7 non rispecchia la verità di un fatto demografico; ma è, dirò così, un termine medio artifiziale. Non altrimenti per tutte le altre provincie: essendoché la numerazione del 1736 è uguale, anzi di alcun che minore alla numerazione di 57 anni innanzi. La notizia statistica dei fuochi non serviva altrimenti che a ripartire per comunità, e non per famiglie, certa quantità d’imposte; il governo di Carlo III a non aggravare i popoli nel principio del nuovo regno, volle considerare il numero delle famiglie quale esso era sessant’anni innanzi in seguito ad una grande morìa: e vuol dire, che il nuovo governo, poiché mantenne inalterato l’antico dato di fatto del riparto, intese sgravare ai popoli qualcosa dei tributi fiscali.
Per conoscere, ancorché in misura approssimativa, il numero della popolazione della provincia ai principii del regno di Carlo III, ci è forza di scendere assai più giù; e avvalerci di computi induttivi. Nel 1791 i documenti uffiziali dell’epoca attribuiscono alla Basilicata 365.842 abitanti; trenta anni dopo nel 1823 gliene danno 402.367.8
Tanto l’uno quanto l’altro censimento di queste due epoche furono fatti dai parroci, per numerazione diretta non però simultanea; e non per famiglie, ma per individui: sarebbero pertanto meno discosti dal vero che le vecchie numerazioni per fuoco; e l’ultima del 1822 è di certo meno errata che quella del 1791. L’aumento tra queste due epoche ricadrebbe nella misura di poco meno che 1200 persone all’anno. Supponendo che lo stesso aumento annuo avesse avuto luogo nel secolo XVIII sotto il governo di Carlo III e di Ferdinando IV (ciò che per vero non è dimostrato, ma non parmi esagerato), la popolazione della provincia, nel 1736, avrebbe dovuto essere di 275 mila abitanti.
Ma in tante dubbiezze di computi, tutte coteste cifre statistiche non possono giovare altrimenti che come punti di confronto; ed anche, in termini di confronto, con scarso margine di verità. Come dato di confronto, se ne può dedurre che la popolazione ebbe un vivo impulso all’aumento nella prima metà del secolo XVI; restò ferma e inferma quasi per un secolo, dalla metà del XVI alla metà del XVII; riprende lena e salute dalla metà del secolo XVIII, che furono i tempi di Carlo III; e prosegue aumentando. A queste conclusioni statistiche in parte risponde la storia nota, in parte no; e dove non rispondono, gli è che le cifre non sono l’espressione di un’osservazione diretta e secura; ma indirettamente cavate fuori, per metodi induttivi, da altri dati, di dubbia autenticità anche essi.
Per l’ultimo ora decorso secolo diremo che per l’anno 1832 la popolazione della provincia si disse in numero di 458.242; pel 1841 di 488.463; pel 1851 di 501.222. Queste cifre sono uffiziali: ma raccolte coi vecchi metodi delle dichiarazioni successive, o derivate dalla notizia del movimento annuo dello stato civile, implicano indeclinabili errori di duplicazioni, o difetto.
I metodi di accertamento mutarono pel censimento del 1861, che riscontrò 492.959 individui presenti l’ultimo giorno dell’anno, nell’àmbito della provincia. Poi nel 1871 furono numerati 510.543; e crebbero a 524.505 nel 1881.9 La notte di quest’ultimo anno erano assenti dalla provincia 14.361 abitanti.
Se le cifre de’ due periodi gittassero esatte, si avrebbe in soli 29 anni, dal 1822 in poi, un aumento di popolo di oltre a 98 mila persone; e nei successivi 30 anni, dal 1851 in giù, non più che 23.283 di aumento. Ma le cifre vecchie e nuove non sono rigorosamente comparabili, perché rilevate con metodi diversi, e perché le antiche accumulano in unico computo popolazione presente ed assente; ciocché le nuove non fanno. Dopo il 1860, la novità del metodo del censimento a dichiarazioni simultanee, il sospetto di aggravii fiscali non solo nei cittadini singoli, ma, duole il dirlo, nelle stesse amministrazioni comunali che, se restasse il Comune al di qua di un certo limite di popolo, causavano i fastidii e le gravezze del dazio di consumo; in fine il fatto dell’emigrazione, larghissima nel secondo periodo e quasi nulla nel primo, spiegano la diversità delle cifre accertate dai vecchi o dai nuovi censimenti; i più antichi inesatti per eccesso, i più recenti per difetto. Del resto se la forza evolutiva della popolazione vien diminuendo d’intensità, non vuol dire o significare assolutamente un’inferma vitalità economica; ma è un fatto della fisica sociale che risponde a quel fatto della fisica dei corpi, pel quale il muoversi e il procedere è tanto più faticoso e però tardo, per quanto si fa più denso l’ambiente in cui si procede.
La poca certezza di coteste statistiche demografiche non ci abilita a giudizii di men dubbia certezza su altri fatti dell’economia pubblica, che prendono luce e senso da quelle.
Nel secolo XVI, i 38.753 fuochi numerati per la Basilicata nel 1561 pagavano di contribuzioni fiscali al pubblico erario ducati 58.517; indi ad un secolo, nel 1648, lo stesso numero di fuochi, o poco più, cioè 39.201, giravano ducati 163.393; e dopo la peste famosa del 1656 non ebbero a pagare che soli ducati 125.828 nell’anno 1669.10
Ma queste cifre rispecchiano poco o punto la realtà vera delle cose, e per molte ragioni. Anche a non tener conto che il valore del denaro non fu lo stesso tra il secolo XVI o il XVII, la somma dei tributi al pubblico tesoro non era che sola una parte dei carichi gravanti alle popolazioni; se queste erano inoltre soggette a gravezze in pro del comune e in pro del feudatario che restano ignote. E non rispecchiano la realtà delle cose segnatamente per questo, che il tributo erariale, ragguagliato sì numero di fuochi o famiglie, non colpiva realmente il fuoco o famiglia: poiché il numero dei fuochi non fu che «una moneta di conto» come diceva il Galanti, un denominatore astratto che serviva a ragguagliare tra comune e comune la somma totale richiesta dall’erario alla provincia, e non già a ripartire la somma stessa a ciascuno di quei tanti fuochi che si addebitassero al Comune. Questo invece suddivideva la somma del credito fiscale non in misura uguale a famiglia, ma su tutti i cittadini, e per altre vie, per altri metodi non escluso il testatico, e vuol dire o per gabella, cioè per dazii sul consumo delle vettovaglie, o per èstimo annuo dei redditi presuntivamente cavati dai capitali, dall’industria e dal lavoro; esclusi i ceti o le persone privilegiate, che non erano poche. I sistemi erano più o meno diversi da comune a comune; e più o meno gravi a certe classi del popolo rispetto a certe altre; ma, in conclusione, per l’indagine che ci siamo proposta, le cifre surriferite non ci possono dire nulla di preciso sulla gravezza minore o maggiore dei pubblici carichi. Al cadere del secolo XVIII il computo del tributo erariale che era dovuto per ogni fuoco, ricadeva per la Basilicata a ducati 6,19 a fuoco; pel Principato Citeriore 6,28; per l’Ulteriore 6,29 ½,11 e via dicendo: peso grave senza dubbio per una famiglia del minuto popolo, cioè della grande maggioranza del popolo; ma ricordando che il numero dei fuochi era un dato ideale di riparto di una somma prestabilita al comune, la gravità scomparisce; affievolendosi, di certo, pei meno abbienti, e aggravandosi ancora pei possidenti.
Nel 1793 Giuseppe Maria Galanti, che porta a 359.439 la popolazione della provincia di Basilicata, ragguaglia i pagamenti fiscali o erariali a ducati 171.545; ciò che farebbe, come egli computa, grani 47.08 a testa. Ma i fuochi numerati egli stesso li riferisce a 37.594; i quali se ragguaglieremo al termine medio di cinque individui a famiglia, il risultamento del computo va ben lontano da quel carico già indicato di ducati 6,19 a fuoco pei medesimi tempi. E questo riconferma il concetto che le cifre statistiche date dai nostri storici, nonché avvicinare alla realtà delle cose, ce ne allontanano. Ad ogni modo, ragguagliato il carico del tributo erariale delle popolazioni nostre qual era al cadere del secolo XVIII con quello del secolo XVII, è lecito conchiudere che esso sia realmente minore, tenuto conto del diminuito valore commerciale del donato e del molto cresciuto numero di popolo; e vuol dire che dal nuovo governo che diè l’indipendenza allo Stato di Napoli, i popoli furono davvero sgravati in confronto al governo vicereale del secolo XVII.12
Con la perdita dell’indipendenza nazionale nel secolo XVI, e pel lungo periodo di due secoli e mezzo, quella che più ebbe a soffrire, dalle generali condizioni di cose dell’assetto politico e amministrativo, fu l’economia pubblica del popolo. Sarebbe fuor di luogo, non che superfluo, qualsiasi accenno alla dissennatezza economica delle leggi del governo vicereale, che senza favorire nessun fattore della produzione li offese tutti.
La condizione geografica della provincia di Basilicata era, com’è stranamente singolare. Non ha che poche spanne di coste sul mare, quasi inapprodabili, per contrario, un’estensione maggiore che ogni altra provincia; e per catene di montagne, per mal sicure boscaglie, per ripide balze e per vie dirupate o mal ferme sul suolo cretaceo che si scioglie e si sfrana, la più impervia, la meno accessibile, la più tagliata fuori d’ogni commercio. Per questa complessa condizione di cose, non è maraviglia se nei secoli passati e nei più recenti tempi, essa fu la più chiusa e la men nota di tutte le regioni del regno; e benché non fosse la più scarsa di agiatezza fra tutte le altre, ebbe un popolo per consuetudini di vita tra il patriarcale e il selvatico; e dall’isolamento la selvatichezza, meno in qualche città, posta al lembo estremo della regione, cui erano più agevoli sbocchi verso l’Adriatico e verso la Capitanata, naturali mercati del Regno.
Le speciali condizioni topografiche avviarono lavoro e capitali alla prevalenza della pastorizia, non pure sulle altre industrie, ma su quella puramente agricola. Dell’industria meccanica non conobbero altro genere opificii, che il molino mosso dall’acqua o dalla forza del giumento, la gualchiera a sodar panni, e il frantoio delle ulive, meccanismi o congegni del medio evo. Surse nel secolo XVI, qui e qua, qualche ferriera, a trarre il ferro dalle terre metallifere di molti paesi dei clivi appennini;13 ma non durarono gran tempo; perché la scarsa produttività della terra adoperata e la concorrenza dei migliori prezzi, forzò ad abbandonarle, però non prima di aver distrutto gran parte dei boschi ove ebbero impianto. L’industria manifatturiera non si svolse al di là degli umili mestieri per le necessità prime della popolazione stessa; industria casalinga pei domestici bisogni, la tessitura della lana e del canape, e sulle spiaggie del Jonio quella del cotone. Unicamente la concia delle pelli fece sorgere qualche parvenza di piccole manifatture a Montemurro, a Lauria e non so dove più; e queste, io credo, non da molto tempo innanzi al XVIII secolo; e durano ancora.
Dalle stesse uniche fonti della pastorizia e della cultura dei cereali era alimentato tutto il loro commercio d’esportazione. Ma un commercio che non poteva svolgersi altrimenti se non a schiena di giumenti e quasi affatto per mare, con vie dirupate e rotte d’inverno e sempre malsecure al formicolare perenne dei masnadieri; un commercio che trovava incagli legali nei «pedaggi» che le derrate trafficate dovevano pagare al barone o al fisco, e che non furono aboliti del tutto prima del 1789,14 era poco e misero rivolo alla ricchezza pubblica. I prodotti non avevano prezzo; però nessuno interesse ad accrescere la produzione; quindi nessun mezzo allo scambio dei prodotti, e ristagnamento generale.
La notizia de’ prezzi delle derrate di prima necessità rispecchia questa inferma condizione dell’economia pubblica nostra: ed è debito della storia di spigolare anche tra cotesti elementi di fatto, per quanto minuscoli siano.
Gli Statuti municipali di Lauria15 stabiliscono in unica ed eguale misura (che non so spiegare) il prezzo alle carni di bue, di pecora, o di capra; e questo è, per tutte, di un grano a rotolo! prezzo senza dubbio anteriore all’oro di America: un secolo dopo, lo statuto stesso in articoli supplementari dà alla carne del bue il prezzo di due grani a rotolo!
Nei «Capitoli del ben vivere» di Castelluccio, del 2 luglio 1522, l’università stabilisce questi prezzi alla carni macellate per ogni rotolo, e sono: grani due e mezzo per la vitella, uno e mezzo pel bue, due pel maiale e pel castrato, uno e mezzo per la pecora grassa, che così viene ragguagliata al bue! Non dimenticano la selvaggina che doveva essere abbondante; e i prezzi sono: a due grani le carni di cinghiale, ad uno e mezzo quelle del cervo, e vorranno, forse, intendere del caprio.16
Nello stesso anno 1522 a Moliterno il prezzo medio di una gallina è di grani 5; quello di un galletto di grani due; cento barili di vino mosto valgono 8 ducati, e vuol dire otto grani o centesimi 34 a barile di 43: 63 litri. A Carbone declinando il secolo XVI, dodici barili di vino erano stimati ducati 1,90, ossia poco più di grani 15 a barile (il doppio appena di un barile di vin mosto); nove tomoli di grano ducati 4,50,17 che è mezzo ducato a tomolo, ossia lire 2,13 per 0,55 litri; e questo rimane il prezzo medio di esso per le generalità di quei paesi e per gran tratto di tempo. Che se con le prammatiche18 del 1648 il prezzo del grano pel Principato Citeriore e per la Basilicata fu fissato a ducati 1,80 il tomolo, non è dubbio che siano prezzi di anni di penuria straordinarii. A Melfi, nel 1674, benché esistesse una gabella delle più alte del regno, un rotolo di pane (891 grammi) si vendeva due soldi e mezzo; il miglior vino un soldo la caraffa (centil. 73); il moscadello, prelibato, due soldi; la carne due soldi e mezzo il rotolo.19 Nel secolo XVII il prezzo medio del grano per la Basilicata era di carlini dieci a dodici il tomolo.20
E la penuria che si elevava a carestia, tornava spesso ad affamare quelle stesse popolazioni agricole, che non produceano altro che frumento, e non avevano delle culture succedanee all’alimentazione umana, se non l’orzo; la patata non era ancora nota, e del frumentone la cultura nel secolo XVII era ancora pressoché ignota. Il sistema dell’annona pubblica, negli anni di magri prodotti, diventava un flagello pei produttori; negli anni di fallito raccolto diventava un disastro per le popolazioni. Il commercio nel primo caso era inceppato, nel secondo assolutamente annullato; i regolamenti municipali, le leggi generali, le violenze popolari nulla permettevano uscisse dal paese, e nulla di conseguenza vi entrava; e se in qualche parte le derrate avanzassero al bisogno, non potevano correre là dove il bisogno era maggiore e avrebbero fatto pro al consumatore e al produttore. Questo inveterato sistema di una previdenza a corta vista rovinava le finanze del comune, e affamava le popolazioni.
Nel 1683, la relazione di un perito estimatore per la vendita del feudo di Teana attesta che
«al presente, per la mala raccolta dell’annata passata, gli abitanti sono ridotti in tale miseria, che per non averne grano la maggior parte di essi mangiano erbe per la campagna; e ne sono morti più di quaranta (in quarantuno fuochi di popolo) per non aver che mangiare».21
Ottant’anni dopo, quando il regno procedeva sulla via dei miglioramenti economici dopo acquistata l’indipendenza con Carlo III, ma non erano rimossi i vincoli degli ordinamenti amministrativi per l’annona pubblica, le conseguenze economiche dei cattivi ricolti erano poco diverse. La penuria diventava carestia: e allora torme di pallidi spettri vagavano di paese in paese a limosina d’un pane: le carogne d’animali insepolti erano sbranati, men da lupi o da cani, che dagli uomini! alle porte dei monasteri che dividessero qualche limosina, zuffe di accapigliantisi a chi prima arrivasse alla cànova dispensatrice, e scene di cruccio e di sangue; da per dovunque morìa come di peste, e fin nella città di Napoli, come nel 1764, trecento morti al giorno. Uno scrittore di ricordi contemporaneo dello Spinoso racconta:
«Accadde che nel 1764, mancando il grano a tutte le provincie del regno, e nelli convicini luoghi, si vidde una lame indicibile; tanto che nelli principii di marzo siccome il grano correva a carlini 13 il tomolo, avanzando, avanzando, si alterò fino a ducati cinque il tomolo, qui nello Spinoso, ma in Cilento e Salerno costava sino a ducati sette il tomolo. E non solo che la penuria fu del grano, ma fu la disgrazia per tutto il mantenimento del genere umano: stanteché il pane non si trovava meno di un carlino il rotolo; il vino non meno di tornesi cinque la caraffa; il lardo a carlini tre il rotolo, il caso fresco a carlini due il rotolo, e le fave a un carlino il rotolo. Per tale penuria molti cittadini di qui morirono per la fame, e fra grandi e piccoli, più di 25. Ed in tal corso di carestia (conchiude lo scrittore) se moriva un somaro o altra cavalcatura, non era pasto dei cani, come è solito, ma dei poveri famelici cittadini!»22
L’unico risultamento sicuro del sistema dell’annona pubblica era quello d’indebitare le comunità; poiché qualcuno era forza pagasse la differenza del prezzo tra il dare e l’avere.
L’università di Tito, ad esempio, pel grano che le avea ceduto il suo barone per annona del 1741, gli sborsò in danaro una parte del prezzo, e del restante gli concesse una porzione della tenuta comunale di Morgilongo «come piccolo compenso (diceva il Parlamento del giugno 1744), della perdita che egli aveva fatta sui grani somministrati per l’annona». Per l’annona del 1621 Muro spese quel po’ di danaro che aveve in cassa, e prese a prestito dal suo barone tremila ducati; i quali, è vero, servirono non unicamente ai grani dell’annona, ma, come dicono le carte, anche per «la perdita sofferta nella mutazione della moneta» e credo voglia intendere dell’aggio che faceva la moneta scadente a pagare il prezzo dei grani avuti a credito.23
Per portare, con opere di pietà secondo le idee del tempo, un qualche rimedio alle frequenti carestie e per migliorare le condizioni economiche dei meno agiati agricoltori, sursero dai noi, nei passati tempi, i monti frumentari; i quali ebbero sembianze piuttosto, come ho detto, di opere pie, che d’istituti economici di credito agrario. E mantenutosi sempre vivo questo men giusto concetto di opere di pietà, è avvenuto che ai giorni nostri li abbiamo visti avversati dalle pubbliche potestà, cupide di novità quanto prodighe di promesse luccicanti alle classi minori: sicché promovendone e stimolandone la trasformazione, non si avvidero che sviavano l’unico rigagnolo esistente finora di credito agrario, al quale possa ricorrere l’operaio coltivatore della terra, presso di noi. Agli abusi, generali e inveterati e ben noti dell’amministrazione di questi istituti, non seppero mettere freno o rimedio né l’antica legge napoletana, né le antiche potestà tutorie; gli è vero: ma questo se scusa non giustifica la ressa di trasformazioni e soppressioni, a cui sospinge prepotente una smania malsana di novità.
Noverati nel 1861, cotesti istituti di credito si trovarono essere 137 nei 124 comuni della provincia, con una dote di 62.373 ettolitri di grano;24 rinumerati nel 1878, non erano più che 104.25 Verso il 1790 (se le cifre rispondono al vero: ed io ne dubito) essi erano 75:26 e l’aumento molto notevole, che può ascrivere a sua lode il testé trascorso secolo, è dovuto, può credersi, meno a spinta di pietà (che di pietà non ebbe il secolo veramente che scarsa apparenza) quanto a più diffuso sentimento delle utilità economiche al minuto popolo. Sursero la maggior parte di essi nel secolo XVIII: i più antichi di cui trovo notizia scritta sono quello di Venosa, fondato dal cardinale De Luca che morì nel 1683, e quelli di Rapolla e di Melfi, fondati da monsignor Spinelli, che fu vescovo dal 1697 al 1724.
Agli inceppamenti commerciali dell’annona pubblica aggiungete la mancanza assoluta di strade carreggiabili; e, superfluo a dire, la insicurezza delle pubbliche vie, per cui non si viaggiava altrimenti che in carovana. Ai viaggi dei ricchi unico veicolo di lusso, non di comodo, la lettiga; e i lettighieri di Melfi erano per l’espertezza loro ricercati anche in Napoli.27
La strada carreggiabile che fu detta di poi delle Calabrie, perché doveva arrivare sino a Reggio (e non vi giunse prima del 1813), ai tempi di Carlo III si era spinta, per commodo delle caccie del Re, non oltre il bosco di Persano sulla sponda sinistra del fiume Sele. Nel 1780 o qualche anno dopo fu gittato il ponte sulle fòrre di Campestrino, tra Auletta e Polla che sono sbocco del bacino di Tegiano, ove il governo di Ferdinando IV ricominciava alcune opere di sanificamento all’impaludarsi delle acque del Tànagro. Questa grande arteria stradale delle Calabrie non arrivò a Lagonegro, e vuol dire non toccò al lembo esterno occidentale di Basilicata, prima del 1792: proseguì fino al fiume Mèrcuri, tra Castelluccio e Rotonda, ultimo confine della provincia, non prima del 1808. Dal fiume Sele si spiccava verso borea alla volta di Valva un ramo che s’indirigeva alla Basilicata. Fu detto di Atella, perché ivi era l’estrema meta del primitivo disegno; poi, proseguendo oltre, fu detto ed è detto ancora, con eufemismo ingannatore, strada di Matera, perché questa era allora la capitale della provincia. Cotesto ramo sembra che giungesse a Muro nel 1795, e ad Atella il 1797.
Un’altra diramazione della strada delle Calabrie volgeva dal ponte dell’Auletta alla volta di Potenza. Ma nel 1805 era ancora alle balze del monte Marmo, e non giunse alla città di Potenza prima del 1818. La linea stradale da Potenza a Matera è tutta dei nostri tempi; e nel 1850 non era ancora più in là che a Tricarico. Un ramo di strada carreggiabile alla volta di Melfi non arrivò ivi se non dopo il 1831.
Delle due fonti d’industria agraria predominava, come già fu detto, l’armentizia. La stessa condizione del terreno, coperto a boscaglie e pascoli naturali, favoriva la pastorizia errante e quasi selvaggia: d’altra parte, per ragione di tutto l’assetto economico della società, il capitale non trovava più libero o più sicuro investimento che nell’industria pastorale. Scarso popolo in vasta distesa di terra non sente necessità di dissodare terreni e sminuire i pascoli; tanto più che, pure dissodando o producendo derrate più del bisogno suo, non troverebbe modo di procurarsene lo spaccio. All’estesissima regione basilicatese non erano, che su pochi chilometri di strada, due soli sbocchi sul mare: l’uno a Rocca Imperiale sul Jonio, e l’altro a Maratea sul Tirreno; e a questi sbocchi, come pel resto, non era ligame di strade aperte ai carri dall’arte. Quivi erano le due dogane, per cui avrebbe potuto avere uscita una ragionevole quantità di prodotti agrari; ma a mostrare con cifre la pigra attività commerciale di questi sbocchi marittimi, basti ricordare che, alla fine del XVIII secolo, quando pure l’economia pubblica del paese era uscita fuori dalla morta gora dei tempi vicereali, essi non rendevano all’erario più che ducati 4200.28
Abbiamo pochi dati numerici per significare a che ammontassero i capitali o i prodotti della pastorizia per la provincia. È noto solamente questo, che nella seconda metà del secolo XII furono numerati oltre a 200 mila capi di lanuti dai commissari della dogana di Foggia, che nel 1569 vennero nella Basilicata per tassare le pecore, per le quali fosse rilasciata la «dispensa» dall’immetterle ai pascoli del Tavoliere di Puglia. Qui avrebbero dovuto portarsi, di obbligo, tutte le greggi del reame, secondo i vecchi ordinamenti dei re aragonesi; i quali non si diedero carico altrimenti se ivi i pascoli fossero o no bastevoli a tutte. Per questo legale monopolio del Tavoliere era fatto obbligo a tutti i possessori di «professare», ossia dichiarare alla dogana di Foggia il numero delle loro greggi; e quella li dispensava se essi il chiedessero, ma alla stregua di trentadue ducati per ogni mille capi. Coteste rivele a fine di esenzione mostrerebbero infinitamente stremato il numero delle pecore di Basilicata nel corso del secolo XVII; se non fesse vero piuttosto, che le «professioni» non erano confessioni, e le inquisizioni non approdavano fuor che ad angarie ed a corruttele. Quindi una guerra guerreggiata tra fisco e pecorai. I commissari si postano al varco di Aciniello,29 che è luogo presso il corso del fiume Sauro in quel di Stigliano; ed ivi numerano le mandre che risalgono dai pascoli invernali delle marine jonie agli estivi degli Appennini: e sequestrano quelle che non mostrino il titolo della dispensa. Poi le mandre prendono altre vie; i commissari non sono sordi agli accomodamenti di sottomano; il fisco non riscuote altro che la miseria di poche centinaia di ducati, mentre tutta la provincia è messa in combustione, e ne echeggiano i clamori de’ popoli ai quattro venti. Sicché il Governo si decide «a restituire la libertà alla Basilicata», come dice il Galanti; e questa nel 1660 accetta di pagare in transazione una certa somma annua; che alla metà del secolo XVIII ammonta a 1.665 ducati. In questa transazione non era compresa la comunità di Montepeloso e il suo vasto territorio aperto al pascolo, che ottenne un trattamento peculiare alla stregua di un carlino a capo del suo bestiame.30
Uno scrittore di Lagonegro, nel primo trentennio del secolo XVII, lasciò scritto che pascolassero pel territorio di quel paese un 200mila capi di greggi e di armenti: la cifra è, a mio avviso, superlativamente esagerata. Ma l’esagerazione stessa può essere un indizio che gli altri maggiori comuni ne avessero in larga proporzione. I baroni, le chiese, i monasteri, le confraternite, le Opere pie non investivano altrimenti che in greggi i loro capitali, come oggi nel Debito pubblico; e le grandi estensioni di terre demaniali, cioè aperte al pascolo con lieve o nessun compenso di prezzo, favorivano l’industria stessa. Oggi quelle grandi estensioni, meno che le alte vette dei monti, sono campi affatto brulli di macchie, e dissodate. Gli è mutato l’aspetto della superficie del suolo e la qualità delle culture, poiché vennero mutando le condizioni sociali del popolo, tra il secolo XVIII e il XIX. Tra l’una e l’altra epoca c’è di mezzo il mondo nuovo, cioè l’abolizione della feudalità, l’assetto della proprietà secondo il Codice civile, la sparizione tra certi limiti della mano morta e del fidecommesso, la suddivisione del demanio comunale, l’ordinamento dell’economia pubblica e finanziaria secondo i nuovi concetti del secolo XIX; e il trasformarsi di tutta l’attività e della vita pubblica all’azione di questi fattori sbocciati alla virtù della nuova civiltà, cui aprì le porte e agevolò il cammino quel nuovo Governo, che i poveri di spirito della letteratura napoletana dicevano, e forse dicono ancora! «dell’occupazione militare».
Fino ai primi periodi di cotesto secolo era ancora affatto prevalente l’industria armentizia. Per l’anno 1822 una statistica (che attingeva a fonti ufficiali) numerava per la Basilicata 503.000 capi di pecore, 101.734 di capre, 57.600 di buoi e vacche, e 126.384 maiali.31 Mancano dati numerici degli anni antecedenti a cui raffrontarle; e senza la stregua del paragone le cifre statistiche dicono poco: si può invece raffrontarle a quello dei tempi posteriori, per avere lume a giudizi di progresso o regresso. Nel 1840, un dotto professore di scienza veterinaria nelle regie scuole di Napoli, in un suo computo statistico degli ovini pel regno, numerava per la Basilicata 757.119 capi di pecore; che era la cifra più alta di tutte le altre provincie, e quasi del doppio maggiore di quelle di Capitanata, e di quelle del Barese.32
Scendendo a tempi più prossimi, nell’anno 1881 (se si potesse dare piena fede alle cifre rilevate dalla statistica ufficiale), questa trovò gli ovini ridotti a 359.800 capi; i bovini a 41.300; i suini a non più che 16.500; e un po’ aumentate le capre fino a 112.300 capi. Gran distacco tra il vecchio e il nuovo periodo! La differenza in meno pel secondo periodo non indicherà quel che potrebbe dirsi, in modo assoluto, la decadenza dell’industria armentizia, ma rivela senza dubbio l’avvenuta restrizione di essa; e la restrizione è dovuta a due cause o due fatti che si abbiano a dire, e sono il prevalere della nuda industria agraria, che restrinse i pascoli e dissodò sodaglie e pendici per l’aumentata cultura dei cereali; e la più recente trasformazione del capitale armentizio in danaro sonante per comprarne i terreni degli enti ecclesiastici che il demanio dello Stato gittò in vendita dopo il 1866.
Il prevalere dell’industria agraria sull’allevamento del bestiame fu il fatto prevalente dell’economia pubblica della provincia, ai nuovi fattori della vita civile. Nello stesso anno 1822 la produzione dei cereali veniva stimata a tomoli 2.635.255, ossia ettolitri 1.463.884 di frumento; a tomoli 175.000 od ettolitri 97.232 di frumentone; a tomoli 395.733 od ettolitri 219.830 di avena; a tomoli 280.412, od ettolitri 155.769 di orzo. Un mezzo secolo dopo, verso il 1880, la inedia della produzione toccava pei grani gli ettolitri 1.661.668; pel frumentone ettolitri 546.227, per l’avena ettolitri 715.056, per l’orzo e la segala, in uno, 313.077 ettolitri.33
All’abolizione dei vincoli feudali, all’assetto della proprietà secondo il Codice civile, ed a tutto il nuovo atteggiarsi della società venne mutando non solamente la condizione economica del paese, ma quel che più importa notare, l’assetto sociale.
Quella borghesia, che già era niente, si estende e si rafforza: man mano diventerà tutto, quando i possessi del ceto feudale passeranno, tutti o in parte, nelle mani sue. Sotto l’antico regime la borghesia nelle nostre comunità era poca cosa e di poco numero, tranne il ceto dei preti che era numerosissimo, favorito da tante ragioni, e specie dall’ordinamento tutto locale delle chiese ricettizie, e dalle ricchezze di queste, franche da imposte fino al 1741, e di poi non gravate che per metà dei pubblici carichi. Qualche medico, qualche rara avis di un dottore in legge, qualche notaio che rimaneva ancora sui gradini più bassi della classe civile, qualche droghiere che vendeva sciloppi e farmaci, ecco tutta la borghesia della comunità: ivi i deputati annuali eletti al governo delle Università non sempre sapevano scrivere il proprio nome. In certe comunità esistevano i seggi o sedili e un certo numero di famiglie di maggiore considerazione ad essi aggregate, che si dicevano nobili. Tutte queste nobili famiglie non erano, in generale, che famiglie di piccoli o mediocri benestanti, che vivevano sì e no nobilmente, come dicevano; cioè senza esercizio di arti o professioni, ma con redditi della terra o dei capitali investiti in greggi. Quelle famiglie che si sollevavano un poco più, e si ingentilirono mercé alti e non comuni uffizii di spada o di toga, finirono col trasferirsi in Napoli, quando Carlo III creò corte, uffizii, esercito nazionale, e fomentò questo esodo dalle provincie alla capitale.
Con lo scioglimento della feudalità, la proprietà feudale diventò proprietà borghese o cittadina; e allora gli antichi padroni che risiedevano abitualmente nella capitale del regno, non ebbero altro intento da quello infuori di vendere una proprietà che aveva perduto i diritti della sovranità, e rendeva poco. Tra cure e fastidi di un’amministrazione lontana, non ebbero altro pensiero che di disfarsene quando che fosse; e intanto le davano in fitto a’ primi che le richiesero.
Surse così per ogni comune una classe di gente procacciante e industriosa, che prese in fitto le terre già feudali del padrone lontano, e poi man mano, a pezzi a pezzi, arrivò a comprarne e le terre e i castelli. Questa classe di gente nuova che sfruttò del suo lavoro e della sua energia le nuove condizioni di cose, arricchì in breve tempo; poiché la concorrenza non surse se non molto più tardi a stremare i profitti dell’industria agraria; e intanto l’indirizzo della economia pubblica dello Stato, piegando a stretto protezionismo, faceva più lauti i guadagni dei produttori; mentre che le minori imposte pubbliche e le consuetudini parsimoniose e modeste dei primi capistipite favorivano l’accrescere del risparmio.
Da questa classe di gente nova è surta quasiché tutta la nobiltà nuova della regione, che non è, per vero dire, se non la parte più alta e più doviziosa della borghesia. Sorgendo dall’industria agraria e dalla pastorale, divennero man mano i maggiori possidenti di terre, e soventi di quelle stesse terre una volta feudali, già da loro stessi tenute in fitto, e che essi coprendole di armenti e di greggi, le resero doppia sorgente di lauti profitti.
Intanto la popolazione aumentava; e le terre sode, non sfruttate altrimenti che ai pascoli di una pastorizia errante, aprivano il seno alla vanga e all’aratro; la progrediente coltivazione delle terre di minore produttività, mentre aumentava i redditi della classe, posseditrice di terre, ne veniva mutando l’asse dell’economia pubblica locale; per cui la prevalenza dell’industria armentizia doveva cedere il posto all’agricola. Ma questo spostamento non fu una crisi per l’industria armentizia; poiché gli aumentati prezzi dei pascoli trovavano largo compenso nei cresciuti prezzi dei prodotti per lo sviluppo delle industrie manifatturiere del reame allo schermo d’un indirizzo economico prettamente protezionista. Questo insieme di cose favoriva l’aumento del capitale; il quale correva di preferenza alla terra, ove vedeva più solide guarentigie, e più largo profitto alla industria del proprietario.
Al nuovo indirizzo e al più largo espandersi di tutte le forze sociali, non fu l’ultimo a trarne giovamento il minuto popolo. Quando il capitale aumenta, non è chi non ne profitta per diretta o indiretta via; e se la richiesta del lavoro cresceva, essa non poteva non riflettersi su quella parte del prodotto nazionale, che si versa e ramifica sotto l’aspetto di salarii o mercedi. Ma uno speciale provvedimento della nuova legislazione rifletteva singolarmente la classe del popolo minuto; e fu la divisione del demanio comunale.
Il «demanio», secondo il concetto dell’antica legislazione napoletana, riattacca le origini sue ai tempi della conquista normanna; e se più in su ancora, lascio che altri il chiarisca. Tutto ciò che non fosse proprietà «allodiale» del cittadino nel territorio del feudo; tutto ciò che non fosse «difeso» ossia chiuso per confini certi e visibili, era compreso nel «demanio pubblico» cioè del signore feudale; ma tutto ciò che non era chiuso per certi e visibili confini, restava nell’uso di tutti gli abitanti del feudo, appunto perché non chiuso, salvo l’alta sovranità del signore del feudo.
In origine, tutto questo territorio «aperto» cioè non «chiuso» era così esteso e tanto superiore alla scarsa popolazione del feudo, che non aveva valore. Parco non altrimenti riservato che alle caccie del signore, ivi il legname della foresta cadeva per vecchiezza al suolo, e vi imputridiva: l’erba cestiva, la faggiola veniva giù dall’albero, e non erano di pascolo fuorché alla selvaggina. Quale interesse sarebbe stato nel signore del castello di vietare alle grame famiglie dei suoi villani di raccogliere al bosco il legname per vetustà caduto, la ghianda che assolava inutile sul terreno, il frutto afro del pero selvatico, la manciata dell’erba che sostentasse la pecora o la capra alla famiglia del povero vassallo? Quello che egli vietava e ferocemente vietava era la caccia. Se la famiglia dei vassalli vivesse alla men triste sul territorio del feudo, gli sarebbe un cespite di reddito e pei servigii personali, e pel terratico, o la gabella, o la decima che avrebbero pagato; ma se si estinguesse di freddo o di fame, quale utile a lui, se non fosse invece una perdita? Non aveva dunque interesse il signore a proibire alla famiglia dei suoi villani l’uso del demanio feudale: l’uso era, anzi, un titolo a riscossioni di decime, o di strenne, o di onoratici.
Ma la popolazione del feudo cresce; lentamente sì, ma cresce: ed egli stesso il signore invita altri a dimora; e fa lauti patti ai nuovi venuti, che gli procacceranno nuovi cespiti di reddito. E crescendo, la popolazione occupa con la capanna e con l’orto accosto alla capanna e col suo pezzo di terra coltivato, occupa la terra soda del demanio; interviene allora il barone; e il vassallo per la casa e per l’orto accosto pagherà un censo in denaro o in opere; e per la terra che semina pagherà il terratico. Il lavoro man mano gli porterà qualche agiatezza; i risparmii investirà in un branco di pecore; e queste andranno a pascolo per le terre non chiuse; e il signore interviene a sua volta, e il branco di pecore o pagherà la decima in latte o in capi di agnelli, o, per più benigno convenio, avverrà che quel tanto del branco che serve ai negozii paghi uno scotto, e quell’altro che serve alle comodità della famiglia, usi franco dei pascoli naturali. Poi, come man mano i vassalli si riscattavano dei vincoli personali, così avvenne dei reali; mercé un corrispettivo una volta tanto, mercé un censo che di poi il tempo prescrisse: infrattanto la popolazione continua ad usare del bosco; e su pei monti, sulle terre sode e non appropriate e non chiuse continua a raccogliere il legname morticino, il frutto silvestre, l’erba naturale, la sala della palude, le fragole, i funghi, le lumache. Questi erano gli «usi civici» cioè dei cittadini sulle terre aperte agli usi di tutti.
Le leggi eversive della feudalità, se tolsero ogni diritto politico al feudatario e ai suoi possessi, diedero in compenso alla proprietà feudale l’impronta del diritto comune: ma riconobbero allo stesso tempo un diritto dei cittadini sulla proprietà feudale, mantenuto che era dal fatto più che secolare degli usi civici. Era dunque una proprietà promiscua, che l’interesse dell’economia pubblica chiedeva fosse sciolta; e fu sciolta; e fu ordinato distaccarsi dalla proprietà feudale una parte delle terre, e questa parte venne attribuita al comune non come patrimonio del Comune, ma come retaggio dei minori cittadini, a cui il comune doveva trasmetterla. Queste porzioni distaccate dalle terre feudali in compenso degli usi civici, costituirono i beni demaniali del Comune, eredità futura dei nullatenenti.
I comuni si accinsero a suddividere ai meno abbienti coteste terre; cominciando da quelle più prossime all’abitato o non soggette a vincolo di legge forestale; ma la multiplice operazione della divisione nel suo cammino s’intrigò presto, segnatamente là dove il territorio del comune era più ampio dei bisogni della popolazione del comune stesso, ancora scarso di popolo. D’altra parte, l’interesse della pastorizia prevalendo ancora nell’economia pubblica della regione su quello della coltura dei campi, pareva che il complesso del popolo ritraesse un utile maggiore dall’usare come pascolo al gregge l’erba delle terre comuni; le quali, se suddivise in brevi lotti, addiventavano alla pastorizia inutili, e alla cultura dei cereali poco o punto acconce o per la giacitura loro in pendìo, o per la lontananza dai centri abitati. Non pertanto, nel periodo del governo «decennale» cioè dal 1806 al 1815, furono ripartiti in Basilicata 16.161 ettari di terra demaniale a 13.334 nullatenenti34 che divennero, almeno per qualche tempo, larve se non persone di proprietarii.
Il Governo succeduto a quello che aveva pubblicato le leggi antifeudali, non si curò di questo gruppo d’interessi che si aggrovigliavano in ogni comune, se non quando essi erompevano in lotta aperta. Se il Governo del «decennio» mirò all’intento politico di creare proprietarii dai nullatenenti, e all’intento economico di crear l’agiatezza a questi minuscoli proprietari di terre, secondo la dottrina allora prevalente degli economisti fisiocratici, il Governo, che venne dopo, non perché ebbe migliori e più esatte teoriche economiche, ma perché, schivo quanto ombroso di ogni novità, avendo a bussola di sua politica lo statu quo, non si diè premura a promuovere la piena esecuzione di quello leggi. In quasi mezzo secolo, dal 1815 al 1860, non si arrivò a ripartire per la nostra regione che 8788 ettari di terre a 6.978 contadini;35 che è quasi la metà di quello che era stalo fatto nel periodo di dieci anni innanzi. In tanta lentezza, in tanto complice abbandono degl’interessi popolari, il lievito entro la massa del popolo fermentava.
Dopo il primo trentennio di questo secolo, le condizioni economiche e sociali del paese venivano manifestamente mutando, e, come ci è occorso di dire poco innanzi, gli interessi della cultura dei campi accennavano a prevalere su quelli della pastorizia, pel solo fatto della popolazione die aumentava di numero. L’aumento spingeva alla cullura delle terre anche d’inferiore qualità: crebbe pertanto la ragione degli affitti, e vuol dire, crebbe valore alla terra stessa. Cominciò un moto di accentramento della proprietà terriera; la classe doviziosa o agiata non investiva di preferenza che in campi di terra i suoi risparmii, anche perché nel possesso di un latifondo trovava soddisfazione all’orgoglio borghese, che pareva di sostituirsi ai baroni. Cominciò altresì un moto latente, che fu la lenta, ma continua, ma persistente sparizione delle terre demaniali che ad oncia ad oncia venivano occupando i possessori limitrofi, che non erano nullatenenti. Nel corso di dieci o quindici anni, in tutte le piccole o grosse comunità della provincia il patrimonio «demaniale» del comune si assottigliò e scomparve quasi a gran pezza entro alle tenute dei prossimi possidenti, pure soventi a migliorate culture.
Questo fatto del progrediente aumento del popolo e del conseguente aumento di valore alle terre di qualità inferiori, che prima ne avevano punto o poco, diè origine ad un vero movimento sociale nella provincia. Si sollevò da per tutto una quistione grossa, e fu quella dei demanii comunali.
I nullatenenti chiesero, sollecitarono, incalzarono per la ripartizione dei demanii. Ma la quistione non era di quelle che si poteva esaurire alla spiccia; né tutte le condizioni sociali, né tutti gli ordinamenti politici favorivano lo scioglimento. Le leggi sull’economia forestale vietavano la partizione dei demanii coperti a boscaglia; l’indirizzo politico del Governo, conscientemente e insanamente parziale agli interessi delle chiese e de’ corpi morali ecclesiastici, faceva sospendere le divisioni delle terre che fossero ancora in possesso promiscuo tra comuni e chiese posseditrici di terre già feudali. I grossi possessori di greggi prevalenti, a ragione di ricchezze, nei Consigli comunali, non erano favorevoli a partizione di terre che avrebbero sminuite le estensioni dei pascoli alle greggi erranti: in fine, gli occupatori illegittimi delle terre demaniali, anch’essi prevalenti nelle amministrazioni dei comuni, non avevano miglior còmpito che quello di attutire, almeno con la forza di inerzia, i reclami dei ceti popolari. Il dissidio tra gli interessi opposti, e non conciliati, sempre più inaspriva; e non trovando l’amministrazione pubblica che l’acchetasse con giustizia od equità, l’interesse chiedeva giustizia alla violenza.
Di qua quei moti di popolo repentinamente scoppiati in molte comunità della provincia di Basilicata e di altre provincie, ai nostri tempi; moti più volte repressi, ma che non cessano risollevare il capo ad ogni grande turbamento dello Stato. E allora le turbe, levate in massa, scendono in piazza, armate di scuri, di zappe, di ronche, e fanno ressa al sindaco, perché venga con esse a dare impronta legale al fatto loro, e, volente o nolente il primo magistrato del comune, esse marciano a bandiera spiegata pei campi; e abbattono recinti di mura o di siepaglie ai terreni che la voce pubblica dice al demanio del comune, usurpati: e sperperano e devastano opere di culture ammogliate, vigneti, frutteti, ricoveri di greggi. Così a Melfi nel 1830; e altrove anche dopo. Altre volte si assembrano, tumultuano e forzano i possidenti e il ceto dei signori a venirne nella casa del comune, ed ivi rinunzino, tutti, in massa, per atto pubblico, a quelle terre che esse, giudici e parti, addebitano loro come usurpati al «demanio». Gran che se in quel fiammante ambiente di masse sciolte e riarse dagli odii lungamente covati, dalla fame lungamente repressa, gran che, se non balzino a più bestiali alti, a più feroci episodii di sangue! Così accadde nel 1848 a Venosa, nel 1860 a Matera e a Calciano, ove per cieca ira di turbe forsennate perdettero la vita onesti ed onorati cittadini.
Il Governo nazionale che sopravvenne considerò come questione politica e sociale queste che paiono forse, a chi ne vive lontano, misere quistioni da campanile; e intese di provvedervi dando esecuzione pronta e sollecita alle vecchie leggi sulla materia. Ma l’impulso non fu sempre uguale di intensità, l’indirizzo non sempre identico, la cura non sempre persistente, mentre la quantità, degli opposti interessi di ceti e di persone, in diverso grado prevalenti, aggrovigliano la quistione, e consigliano soventi alla politica indugii o diversivi. Dal 1861 a tutto l’anno 1887 furono suddivisi nella Basilicata 17.238.17 ettari di terre, in 27.611 quote o possessi, che portano ai bilanci comunali un reddito o canone annuo di 208.185 lire. Il fatto non è poco, ma poteva essere dippiù.
Intanto nel corso degli ultimi anni la condizione delle cose è mutata. La proprietà fondiaria ha scemato di valore ed ha perduto di attrattive: la gran massa dei beni del demanio nazionale gittati sul mercato, l’imposta troppo cresciuta e sempre crescente, la concorrenza forastiera alla produzione agraria nazionale, e, piaga locale ma intensa e depascente, l’emigrazione di lavoratori,36 sono i fattori di una infermità sociale complessa, che si rispecchia, per un lato, nello scemato valore della proprietà fondiaria. Quindi la ressa del minuto popolo alla ripartizione dei demanii comunali è allentata, ed all’antico acuto pungolo del desiderio è succeduta la stanchezza: qual pro ad una povera famiglia, oggi, una spanna di terra d’infima qualità, gravata dal doppio tributo all’erario pubblico e al comunale, per compensare il quale non basterebbe il prezzo invilito di un prodotto che non si vende? Un nuovo ciclo incomincia, oscuro e minaccioso!
NOTE
1. GIUSTINIANI, Diz. geog. ad. v. Pietragalla.
2. In SANTORO, Stor. del monast. di Carbone, traduz. Napoli, 1831, p. 49.
3. GIUSTINIANI, Diz. geog. vol. I, e CAGNAZZI, Sulla popolazione del regno di Puglia. Napoli, 1820, vol. I, 273.
4. GALANTI, Op. cit. II, 41.
5. GALANTI, Op. cit. II, 118. — In GIUSTINIANI, Diz. geog. vol. I, pag. CXII, sono fuochi 39,266.
6. GIANNONE, lib. XXXVII, 7.
7. GALANTI, Op. cit. II, 137.
8. GALANTI, Op. cit. I, 124; e DEL RE nel Calendario, ecc., di cui appresso.
9. E ripartitamente:
Pel circondario di Lagonegro 116.410
Id. Matera 113.219
Id. Melfi 109.883
Id. Potenza 184.992
_______
524.505
Ritenuta la superficie della provincia, secondo i più recenti computi, di 10.354 chilometri quadrati, hanno fatto calcolo che pel 1561 (con popolazione di 193.735) si aveva 19 abitanti a chil quad.; nel 1788 (popolazione 361.418) abit. 35; e nel 1881, abitanti 51. — Ma l’esattezza del confronto non è che apparente: la circoscrizione della provincia non fu identica nelle tre epoche confrontate.
10. Ap. Galanti, Op. cit. vol. II, 51, 118, 120.
11. GALANTI, Op. cit. II, 212 seg.
12. I pagamenti «fiscali» dovuti dalla Basilicata furono:
nel 1703 ducati 171.545
nel 1648 » 163.393
_______
In 145 anni, aumento di soli ducati 8.152
Galanti, Op. cit.
13. Per esempio, a Lagonogro, a Spinoso, a Sarconi e parecchi altri paesi. La testimonianza ne sopravvive nella denominazione dei luoghi.
14. Pei «Pedaggi» ovvero «Passi» della Basilicata raccolgo queste notizie dall’Op. cit. del Galanti (però della prima edizione [1786-88] perché nelle seguenti edizioni non furono riprodotte): vol. II, p. 378.
Nel 1469 Ferdinando I di Aragona ordinò una lista dei Passi permessi e dei passi proibiti nel Regno. Fra i «proibiti» nel numero di 176, per la Basilicata trovo indicati questi: Calvello, Castelluccio (?), Castelsaraceno, Castronovo (?), Craco, Francavilla (?), Guardia (?), Latronico, Lavello, Marsiconuovo, Melfi, Montemilone, Muro, Pomarico, Ponte Santa Venere, Potenza, Rionero, Rocca Imperiale, Rotonda, Ruvo (?), San Martino (?), Sarconi, Saponara, Tricarico, Venosa e Viggiano. — Fra i «permessi» che sarebbero 25, non ne trovo alcuno in Basilicata.
Ma le ordinanze reali o non furono eseguite, o si tornò fra non molto da capo: giacché il Tribunato della Sommaria, dal 1570 al 1595, proibì altro numero di pedaggi; tra cui, per la provincia, trovo: Aliano, Anzi, Castelsaraceno, Castelluccio (?), Craco, Favale, Lateana, Marsico Nuovo, e Vetere, Monticchio, Muro di Basilicata, Pietrapertosa, Rocca Imperiale, Rotonda, S. Mauro, Santa Venere, Sarconi, Tricarico, Venosa e Viggiano.
Lo stesso Tribunale, nello stesso periodo di tempo, ne permise altri, tra cui trovo: Laino, Matera, Ponte di Torre di Mare, Rapolla, Ripacandida, Bionoro, Torre-Policoro, Tolve. — Nei pedaggi permessi del 1088 al 1090 vi fu Polla. E tra i pedaggi, di cui (dice il Galanti), «non si ha il decreto, ma le sole tariffe» vi fu Stigliano.
Nel 1777, cioè alcuni anni prima della totale abolizione, ai esigevano per la Basilicata questi «pedaggi» dei quali però il titolo non si sapeva: cioè: Acerenza, Atella, Castel Guaragnone, Ginestra, ossia Lombarda-massa, Montepeloso, Taverna del Palazzo (forse in territorio di Montemurro), Ruvo (?), Spinazzola sotto Pisticcio (sic), Tratturo di Venosa. — Galanti conchiude (pag. 230): «Sommano i pedaggi in tutto il Regno a 245; ai quali dandosi non più che duc. 300 ad ognuno, avremo un pieno di duc. 93.500,… Pagano le mercanzie e le robe de’ particolari, nonostante le tariffe e le condizioni scritte in marmi».
15. In copia mss. presso di me: senza data; ma che credo del secolo XV.
16. Riferiti nella Monografia di Castelluccio Inferiore e Superiore di GAETANO ARCIERI, nell’opera (incompleta) del Regno delle Due Sicilie descritto ed illustr. dedicato al re Ferdinando II.
17. Stor. del monast. di Carbone citata: p. 94: prezzi medii del 1581.
18. Pramm. 38, 39 e 40.
19. Relaz. dell’epoca, in ARANEO, Not. Stor. di Melfi, pag. 604.
20. Da carte dello Spinoso del 1759 carlini 10; un secolo innanzi, nell’apprezzo del feudo, del 1678, il grano è computato a carlini 5 il tomolo, la germana a carlini 4, l’orzo a 3. — Ecco altri prezzi del grano, secondo le testimonianze uffiziali di alcuno Comunità, riferite dal Faraglia, Stor. dei prezzi in Napoli. Nap. 1878, pag. 262-74:
Anno 1720, in Atella, carlini 12 il tomolo, in gennaio;
» 1720, in Maratea, » 15 » in maggio;
» 1730, in Balvano, » 8 » in maggio;
» 1740, in Avigliano, » 7 » da aprile a luglio;
» 1750, in Atella, » 10 » in maggio;
» 1764, in Viggiano, » 12 » in febbraio;
» 1799, in Grassano, » 10 » in dicembre.
21. Parole riferite nella Sentenza della Commissione Feudale del 9 luglio 1810, nel Bullettino della Commissione stessa, vol. I.
22. In memorie mss. presso di me.
23. Sentenze della Comm. Feudale del 1810. — Bullett. Feudale, volume II.
24. E partitamente, nel Circondario:
Di Lagonegro, monti frumentari n. 45 con 10.820,32 ettolitri
» Potenza, » 48 » 23.089,74 »
» Matera, » 23 » 15.341,92 »
» Melfi, » 21 » 12.221,21 »
______________
Totale 62.373,19 ettolitri
V. Stat. del Regno d’Italia. Le opere pie al 1861, nel IX compart. di Basilic. Milano, 1871:
Nel 1843 la dotazione totale dei monti era di tomoli 71.907
» 1845 » 84.427
(Da documenti ufficiali del tempo).
25. Annuario statistico italiano del 1881. Roma, 1881.
26. Dizionario geog. istor. fisico dell’ab. SACCO. Nap. 1895.
27. Relazione del 1674, app. ARANEO, Stor. Città di Melfi, pag. 605.
28. Cioè, nel 1782, Rocca Imperiale duc. 3,400; Maratea duc. 800! — GALANTI, Op. cit. vol. II, 255.
29. Sotto i viceré austriaci, nel secolo XVIII, per meglio determinare i dritti di «passo» dovuti al fisco per le greggi ed armenti di Basilicata, fu incisa in pietra e murata (e si vede ancora) al varco di Aciniello, presso la «Taverna» di questo nome in quel di Stigliano, un’Ordinanza della Regia Dogana delle pecore di Puglia, del 1729, che è la tariffa della tassa alle greggi viaggianti in torme,escluse da tasse le capre. E si chiude l’Ordinanza con questa parentesi ai proposti di uffizio:
«che non possano esiggere, né dimandare ciavarri, agnelli, bifari, montoni, casicavalli, né pelli, anche che si fossero dati sponte dalli padroni e massari».
Ometto di ripublicarla in extenso, poiché la si trova riprodotta in G. PENNETTI, Notizie storiche di Stigliano. Napoli, 1899.
30. Notizie riferite dal GALANTI, Op. cit. vol. II, pag. 309, ma nella prima edizione del 1786-8; non riprodotto nelle edizioni posteriori.
31. GIUSEPPE DEL RE, nel Calendario per l’anno bisestile 1824 (a pagina 153); che era pubblicazione dell’Osservatorio Astronomico di Napoli.
32. GIUSEPPE VALENTINI, Catechismo Veterinario, ecc. Napoli, 1842, p. 227. Aggiungeva queste altre cifre per la stessa Basilicata, cioè: — Territorio per pascolo, tomoli 588.885. — Pecore destinate al macello, 93.110. — Prodotti in lana, cantaia 10.433. — Latte fresco, cantaia 13,979. — Latte per cacio, cantaia 210.283. — Egli non cita le fonti da cui derivano queste sue cifre: ed è male.
33. In GIUS. DEL RE, Ibid. e nelle Statistiche pel 1880, dalle quali trarremo queste altre notizie: — Produzioni di fagioli, lenti o piselli, ettol. 56.822; di fave, lupini e veccie 414.080; di patate, quint. 176.656; di vino, ettolitri 650.920; di olio, ettol. 20.000. — Sono cifre ottenute per via di ricerche ufficiali; ma non più esatte che un presso a poco: essendo medie, strizzate da dati imperfetti o raccolti per via indiretta. La produzione, in generale, dev’essere stata anche maggiore.
34. V. La Basilicata, libri tre, per ENRICO PANI ROSSI. Studi politici amministratici e di economia pubblica. Verona, 1868, pag. 49.
35. PANI ROSSI, Ibid.
36. Nella relazione presentata alla Camera dei Deputati, il 3 maggio 1888, dal deputato Rocco De Zerbi poi progetto di legge sulla emigrazione, si leggono questo parole:
«Dalla sola Basilicata partirono, nel 1880, 10.642 emigranti; nel 1887, 12.128. La popolazione di questa provincia non arriva a 525.000 animo. L’emigrazione rappresenta dunque in quosta «disgraziata provincia non solo il 2,94 per mille — media dell’emigrazione italiana — ma il 23 per mille! L’Irlanda non superò in questo «decennio il 17! E l’eccesso della nascita sulle morti oltrepassa di poco in questo paese il 5, come in Irlanda che è il 5,45. Abbiamo dunque «in questa Irlanda d’Italia una diminuzione annua progressiva che è già arrivata al 23 per mille».