CAPITOLO XVII
I PRIMI SESSANT’ANNI DEL SECOLO XIX
I caduti del 1799 risorsero vincitori nel 1806. Napoleone Imperatore col decreto del 30 marzo 1806, richiamandosi ai dritti che conferisce la conquista, si proclamava signore dei reami di Napoli e di Sicilia: e vi nominava a re suo fratello Giuseppe.
L’assetto della società contemporanea napoletana ebbe principii e impulsi da questo attuoso periodo di tempo del governo dei due Napoleonidi, Giuseppe e Gioacchino Murat, che mutò di smisurato progresso ordini civili, militari, economici, usi, abitudini, vestimenta, sentimenti, tutto. La provincia di Basilicata ebbe non soltanto la divisione amministrativa in distretti e circondari, come tutte le altre provincie; ma mutò di capitale, sede alle alte magistrature che da Matera vennero a Potenza; e ne abbiamo tenuto parola a suo luogo. E a suo luogo abbiamo toccato del grande fatto economico che fu l’abolizione della feudalità, del conseguente trasformarsi della proprietà fondiaria, e del nuovo atteggiarsi dei ceti sociali al trasformarsi della proprietà stessa e al novello spirito che informava i nuovi ordinamenti politici e sociali.
La storia politica della provincia per questo periodo di tempo si estrinseca in tre gruppi di fatti, e sono; la resistenza di una parte del popolo al nuovo ordine di cose; il presto trasformarsi della resistenza in brigantaggio, e il diffondersi dei sentimenti e delle aspirazioni a più liberi ordini statuali, mediante la stufa calda di quelle segrete associazioni di nome famoso, che poi maturarono i frutti nel periodo storico che segue.
Napoleone, vincitore ad Austerlitz, mandò Massena a trarre vendetta del re di Napoli, che aveva rotto il trattato di neutralità conchiuso con la Francia. Un corpo d’esercito col generale di Saint-Cyr venne occupando le Puglie, un altro al comando di Reynier marciò sulla Capitale. Capua capitola il 13 febbraio del 1806; il 14 Reynier entra in Napoli; e dopo pochi giorni di sosta insegue le truppe napoletane, che si ritirano per la via delle Calabrie alla volta di Sicilia.
Il giorno 6 di marzo l’avanguardia dell’esercito francese raggiunse i Napoletani verso Lagonegro, e qui avvenne un breve fatto d’armi, che fu un primo scontro. A tre miglia dalla città, i napoletani del reggimento «Sannita», tagliato che ebbero il ponte in legno sul torrente Lacalda, parve intendessero di opporsi al passaggio delle prime schiere francesi; con essi cooperando, di fra le macchie del colle soprastante, bande raccogliticcie di Trecchina, di Lauria, dì Rivello, di Lagonegro e del Cilento: ma fu un simulacro di resistenza; si ritrassero presto e sbandarono. Né fu resistenza nella stessa città di Lagonegro: ove però, in piazza, cadde morto da colpo di moschetto, tratto di agguato, il colonnello e capo dei sopraggiunti francesi. Luigi Remaker; e il fatto singolare fu occasione a soprusi soldateschi, che la tradizione dice saccheggio.1
Procedendo oltre, i francesi furono il giorno 9 a Campotenese, tra Castelluccio e Morano Calabro: e qui in una fazione più calda e generale le truppe napoletane vennero attaccate e disfatte; Reynier entra la sera stessa a Morano, ove la licenza soldatesca dei vincitori, non provocati, dà un saggio di quel che sarà per fare. Procedono innanzi, a spron battuto, il 13 a Cosenza, il 29 finalmente a Reggio: tutto il regno pare sia conquistato; e il 13 aprile entra in Reggio, come re di Napoli, Giuseppe Napoleone.2
Gl’Inglesi sbarcano un corpo di seimila uomini nel golfo di Sant’Eufemia; e Reynier il giorno 6 luglio li attacca presso Maida, ma è battuto: il duplice fatto solleva gli animi degli aderenti alla caduta dinastia e i bollori guerreschi delle popolazioni, su cui soffiano emissari e partigiani in armi. Accadono scontri, saccheggiamenti e violenze feroci da una parte e dall’altra; ché capi e soldati dell’esercito francese non sono da meno dei partigiani, che essi denominano briganti. A sostenere Reynier e vendicare l’affronto, parte da Napoli in persona Massena con un corpo di seimila uomini.
Egli giunge a Lagonegro il 4 agosto; ivi sa che un battaglione di polacchi francese è perito ultimamente presso a Lauria. Infatti, il battaglione che indietreggiava da Rotonda è fieramente aggredito da bande borboniane e da cittadini armati del paese, i quali credettero o dissero temere dei saccheggiamenti alla città da parte dei francesi: il battaglione, pei molti morti e feriti, fu disperso,3 e una parte di esso, nei campi del villaggio di Nemoli, perì del tutto: altre avvisaglie ed agguati mortali pei campi di Torraca e di Sapri verso il mare Tirreno.
Massena ordinò fosse dato un esempio a terrore: e fu dato.
Il generale Lamarque va al suo còmpito, pei paesi lungo il mare: il generale Gardanne per a Lauria. La città si affretta a difesa: ma all’annunzio dell’arrivo la bieca ira popolare divampò subitanea contro il dottore Antonino Segreti e il figlio Pietro, accusati di fede republicana, e li pose in pezzi, e li diè al fuoco, e intanto, come poté meglio, sbarrò di travi e macigni il ponte sul profondo torrente, pel quale è la strada di accesso alla città partita in due: la gioventù paesana si postò su per le case a schermo e difesa, sostenuta dalle ivi raccolte bande di partigiani scorrazzanti per le campagne. Tra le bande emersero i fratelli Cucchi, già briganti emeriti, del paese stesso. Era il giorno 8 di agosto, e Gardanne arriva. La lotta fu aspra: la difesa energica; respinti una prima e seconda volta dal ponte gli assalitori, che si arrestano indecisi tra mezzo ai loro morti e caduti. Ma nuove schiere arrivano, e la resistenza è vinta; il ponte è spazzato; passano fanti e cavalli; la numerosa soldatesca irrompe, e le due città furono date recisamente al fuoco, alle violenze, alle rapine, ordinate.
«Circa mille cittadini (dicono i ricordi di uno scrittore paesano) caddero sotto il ferro nemico. Centoquarantadue case furono preda alle fiamme in Lauria superiore; e due terzi di tutte le altre in Lauria inferiore; e in esse le due chiese madri ed il magnifico convento dei Minori osservanti. Il saccheggio fu generale, generale il pianto, la desolazione, il lutto».4
Massena assisté al fumante spettacolo della città; e tornò a Lagonegro.5
Era la giustizia sommaria dei tempi di guerra a intenti di vendetta e di terrore! era la nota fosca e continua di quei fatti d’arme. Un reggimento di francesi, in marcia alla volta dì Taranto, è sulla via di Cassano Jonio: contadini e paesani scendono incontro a far loro festa ed onore, poiché li hanno scambiati per soldati inglesi, fautori del re caduto; e nell’espansione dell’animo caldo si vantano di avere uccisi tanti francesi in questo scontro e tanti in quell’altro, e tante armi hanno prese, e ne mostrano a vanto. Il reggimento tra queste bieche accoglienze arriva a Cassano: e allora attrappa di quel gentame cinquantadue; e la sera stessa li fucilano sommariamente, allegramente sulla piazza pubblica. E Paolo Luigi Courier, che era anch’egli degli ufficiali del reggimento, e testimone e narratore del fatto, aggiunge che furono fucilati per le mani dei loro stessi compatrioti che dimandarono a favore! l’onore del macello. Ecco le feste di Sibari! conchiude lo scrittore soldato, che, dimenticando ogni gentilezza di umane lettere, non trova una parola di sdegno o di pietà per tanta bieca giustizia, e si rifugia nell’archeologia.6
Al governo già caduto del Borbone non restava in Basilicata se non Maratea, che era difesa dal suo castello posto sull’alto di una roccia dai fianchi dirupati e impervii. Il castello avea a presidio un mille e duecento armati, con due cannoni e due spingarde, e a comandante Alessandro Mandarini, nativo della stessa città. Altri corpi di partigiani si tenevano postati nelle vicinanze, con a capo quel Rocco Studuti ed altri, che furono i condottieri delle masse celentane del 1799.
Il generale Lamarque del corpo di esercito del Massena viene ad attaccare il Castello di Maratea, con 4.500 uomini e quattro cannoni. Il 4 dicembre, postate che furono le artiglierie su prossime alture, circondata la piazza da tre lati, egli intende a tòrre ogni possibile comunicazione per la via di terra. Intima la resa, che è respinta; e comincia l’offesa: la quale si fa più viva ed efficace, quando sopravvengono da Lagonegro altri due cannoni di maggiore calibro, e da Sapri il colonnello Pignatelli-Cerchiara con cinquecento soldati, che dovranno tener fronte alle torme de’ partigiani raccoltesi a Castrocucco sotto il comando del maggiore Giuseppe Necco, ed alle altre venute dai paesi intorno a Sicignano, guidate da un Tommasini. Queste sparse bande di partigiani tentano di apportare aiuto per via di mare agli assediati, il giorno 7; ma una loro barca con quaranta animosi non pure tocca la riva che è presa, e quelli morti o prigioni. Intanto l’artiglieria degli assedianti continua a battere le torri che difendono la porta del castello; un assalto di sorpresa è tentato nella notte dell’8, mentre dai barili delle apportate polveri si fa scoppiare una mina. Non riesce il colpo di mano, e lasciano a piè delle mura non pochi morti e feriti. Pure le opere di approccio e i mezzi di offesa abbondanti e vivi tolgono animo al presidio, che è di gente, in gran parte, raccogliticcia, e mal provvista in munizione da guerra e da bocca: onde piegano orecchio alle nuove e più oneste proposte del generale che aveva fretta e bisogno di procedere oltre; e accettano una capitolazione onorata7 per la quale, ceduto il castello, i soldati di ordinanza s’imbarcano per la Sicilia; e i partigiani delle bande a massa vengono nella chiesa di Maratea, ove, fra riti ordinati solenni degli uffizi religiosi e un sermone del parroco, danno giuramento sulla immagine del Cristo, che non avrebbero mai prese le armi contro i francesi: e furono mandati liberi. Ciò fu il 10 decembre. Le torme sicignanesi, al comando del Tommasini, passarono ai servizi del vincitore: Alessandro Mandarini non volle, pure fatto segno a speciali lusinghe, ma si ritirò in Sicilia, ove visse di onesti commerci a Cefalù, finché la restaurazione borbonica non venne a rialzare le sue fortune.8
I partigiani della caduta dinastia, non indugiarono gran fatto a smascherarsi in briganti. Mancava ogni idea nobile e generosa che li tenesse in armi: il concetto di legittimità fu idea esotica, come la parola, importata più tardi per covrire di men laida vernice istinti ignobili e ferini; e coloro che sursero a capo dei gruppi oppositori erano gente piena di ardimenti, ma non culta per istudii, o per educazione liberale; non generosa per nascita signorile; zotici e cupidi e plebei quanto le abbiette masse raccogliticcie. Messi su con un simulacro di bandiera politica dagli emissari della Sicilia e dagli inglesi veleggianti sulle coste del Tirreno, quando questi fomiti di fuori non più giunsero a tenerli in animo, smascherarono quella che era la propria natura loro: soldati disertori, fuggitivi di galera, grassatori di pubbliche strade e ladri volgari, che disonorano nel fango la bandiera che dicono difendere. Ma le offese, le rapine, gli incendi e il sangue, di che essi sparsero quasi ogni strada, quasi ogni cespuglio delle Calabrie e della Basilicata, mantennero in profonda perturbazione gli animi delle popolazioni non meno che in continuo stato di guerra il Governo e sue agenti; di talché vennero soventi anche questi a danni, ad offese, a violenze di sangue non disformi da quelle de’ briganti; sinché Manhes non giunse — nell’ottobre del 1810 in Monteleone quindi in Cosenza, e nel 1811 a Potenza — Dio terribile di giustizia e di vendetta; vendetta e giustizia violenta, cieca, spietata, ma efficace; del quale non si può tacere, ma si può lasciare che altri lodi, se vuole, ed ammiri: io non ho l’animo di farlo.
Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvivare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e di Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte, e massacrano tutti i soldati. Al Gualdo, tra Lauria e Castelluccio, attaccano e disperdono la schiera che era di scorta a un convoglio di arredi militari; nella mischia cadde uccisa anche la signora Gerard, moglie ad un uffiziale che fu poi sgozzato anch’esso dai briganti in Calabria; e le nappe e le spalline luccicanti dei militari adornarono per un pezzo le casacche brigantesche. Non dissimile sorte toccò, tra le aspre forre, del Marmo, al distaccamento che scortava il generale de Gambs; il quale vi restò morto con una sua donna, nell’imboscata che gli aveva tesa la banda famosa del Quagliarella.
Anche più famosa quella del brigante Taccone, che osava assaltare paesi e città. Un giorno del luglio 1809 raccoglie in uno le sparse bande di minori assassini Izzo, Nigro, La Petina: e in più centinaia irrompono nella piccola terra di Abriola, e bloccano nel suo castello, ove si erano subitamente raccolti, il barone Tommaso Federici e molti de’ notabili del paese. Passano più giorni e nessun soccorso arriva agli infelici; mancano i viveri e l’acqua a dissetarsi: i briganti promettono salva la vita ai rinchiusi se consegnino il Federici: questi non lo fanno; ma lo abbandonano, e per via di scale apprestate dagli stessi assalitori, si traggono fuori del recinto. Allora il Federici, votato alla morte, fa che si aprano le porte; ed è massacrato, e con esso la moglie.
Lo scempio continua, e si propaga tra larghe scene di sangue e sozze scene di nozze per la misera terra. E la relazione uffiziale dell’atroce evento prosegue e dice:
«Gli infelici figli del barone erano stati dalle balie e dalle nutrici ridotti in casa di un tale Lancieri, il solo uomo di pietà che volle accoglierli. Svelato il loro asilo, fuggirono nella chiesa, credendosi in salvo. Sopraggiunse il sicario La Petina, e l’un dopo l’altro scanna la piccola Maria Lorenza di anni tre, Maria Vincenza di anni nove ed il piccolo Girolamo di anni otto. Dopo che prende il primo genito di anni tredici, e lo brucia vivo sul cadavere dei genitori…»
Non prosieguo oltre a leggere in questo documento! e mi sforzo di credere che la infinita pietà del caso abbia aggiunto colori alla terribilità stessa dei fatti.9
Da Abriola, sempre aumentando di numero, la banda ne venne nelle campagne di Potenza; e tentò penetrare nella città capoluogo, ove non era presidio di soldati; ma di sole milizie civiche. Queste e i cittadini tennero fronte ai primi assalti; incoraggiando e provvedendo alle difese quel Domenico Corrado, animoso uomo, che i posteriori eventi fecero alla provincia famoso. Accorsero in aiuto della città le milizie civiche del distretto di Avigliano, guidate dal capo battaglione Francesco Antonio Corbo; e le torme aggreditrici furono respinte; ma nel conflitto restò morto Gerardo Antonio Corbo: non primo, né solo danno, per causa di libertà, ad una famiglia, per vari titoli nota e benemerita alla provincia.10
Guarite che furono, ancorché col ferro e col fuoco, queste profonde piaghe sociali, l’atteggiarsi della rinnovata società napoletana veniva procedendo per le vie di mirabili progressi: non erano, a dir propriamente, ordini liberi che la reggessero; ma ordini liberalmente civili in tutte le manifestazioni dell’attività pubblica. Poi, ravvivata e maturata da questi stessi ordini civili, cominciò a serpeggiare nelle classi culte un’aspirazione a più liberali ordini di governo. Germogliarono le Società segrete, di cui sparsero i semi gli uffiziali stessi degli eserciti venuti dalla Francia, nonché i partigiani, superstiti, assottigliati, trasformati, ma non spenti, della grande rivoluzione. Lo stesso Governo di Napoli, non che inimico al propagarsi di esse, vi tenne mano; intendeva dirigerle, quando che fosse, a intenti arcani supremi, e dominarle.
Rivissero le associazioni dei Franchi-muratori; pullularono con più copiosa fioritura di proseliti quelle dei Carbonari: dal 1812 in poi sursero e s’interzarono, tra «loggie» degli uni e «vendite» degli altri, a Moliterno l’Aurora Lucana, a Lagonegro la Filarete Lucana, a Sala la Consilina Cosmopolita, a Polla la Neo-Sparta Febea; e, allora o poi, a Marsico Nuovo la Scuola dei costumi, a Melfi i Figli di Bruto e il Vulture illuminato; altrove i Figli o Nepoti di Codro, ed altre ed altre a me ignote.11 Un bel giorno il Governo di re Gioacchino le proscrisse con ordinanze severe: perché talune delle ramificazioni dei Carbonari, piegando l’orecchio ad emissari inglesi e siciliani, intendevano alla restaurazione dei Borboni, però con una costituzione liberale sullo stampo di quella del 1812, che vigeva in Sicilia all’ombra della bandiera inglese. Ma le severe ordinanze non si chiarirono altrimenti che armi di polizia per ferire quelle, che non si aggirassero nel circolo arcanamente autorizzato dalla polizia stessa. E continuarono a vivere; alcune, mutando nome, sotto il patrocinio segreto dello stesso Governo del re; altre, con maggior segreto e pericolo, per la sperata restaurazione liberale dei Borboni. Una di quelle ramificazioni in lega col Governo si disse allora, con nuovo nome che attecchì poco o punto, Società degli Agricoltori o dei Buoni coloni, e si diramava non più in vendite, ma in Pagliaie: ne fu a capo il generale Colletta, lo storico.
L’altra ramificazione, che divenne famosa sotto il nome da scherno di Calderari, aveva avuto la denominazione uffiziale di Veri Amici o di Trinitarii, forse dal mistico simbolo che aveva preso ad insegna; ma da noi fu detta anche dei Rivellesi, dal paese di Rivello, ove è prevalente il mestiere del ramaio girovago. Tutto segretume non ancora chiarito bene, neppure negli intenti ultimi; ma chiaro in ogni modo per mala fama, resa anche più fosca dalla fama del principe di Canosa tristissimo, che ne fu il capo allora o dopo.
La nuova fase della Carboneria favorevole agli ordini liberi, ma a governo di re Gioacchino, non ebbe tempo di svolgersi; ché gli eventi precipitarono: certo è che l’azione di essa si rispecchia in quella costituzione liberale nata morta, e postuma alla falsa data che porta del 30 marzo 1815, da Rimini. A questa data re Gioacchino aveva dichiarato contro l’Austria la guerra d’indipendenza: la breve, infelice, ma non inonorata campagna, crolla la sua fortuna; la battaglia di Tolentino ai 2 di maggio precipita la sua caduta. D’altra parte il re di Sicilia, con pubblico editto del 1º maggio, da Palermo, invitava i Napoletani alla riscossa, promettendo il mantenimento degli ordini stabiliti, de’ pubblici uffici in chi li covriva, dei beni nazionali in chi li possedeva, lasciando anzi sperare, con parole ambigue, lustre di ordini liberi.
Questo duplice ordine di fatti solleva gli animi degli aderenti ai Borboni: e i «Calderari» di Basilicata si agitano per sollecitare una restaurazione regia a Potenza. Il 7 maggio del 1815 si dànno la posta a Santa Maria di Fonti in quel di Tricarico i «Calderari» di Tricarico, di Albano, di Montepeloso, di Tolve, di Vaglio, alle sollecitazioni d’un Catalano di Vaglio, di un Cupola e di un Putignano di Tricarico, di un Simeoni di Stigliano, socii o strumenti di quel Nicolò Addone di Potenza, famoso per la bieca tragedia domestica del 1799, e per la nuova e bieca parte che oggi rappresenta.12
Era con essi un manipolo di gendarmi, disertori agli ordini che li raccoglieva in Napoli per essere spediti all’esercito combattente sulle frontiere; e tutti insieme si marcia su Potenza. Ma qui trovano una resistenza inaspettata nelle milizie cittadine, che il capo della provincia aveva in fretta raccolte; e la massa informe, e già titubante nei più, si sbandò; e ne seguirono processure, cui troncò a mezzo il sùbito mutamento di governo, non più tardi dello stesso mese. Allora, al nuovo ordine di cose restaurato, i capi di quel miserabile moto processati vollero la rivincita; e accusando di fellonia gli alti magistrati della provincia, avvenne che furono di un tratto messi in carcere l’Intendente della provincia Nicola Santangelo, il Segretario generale dell’Intendenza stessa Saverio Carelli, il Colonnello delle milizie provinciali Diodato Sponsa, il Maggiore Francescantonio Corbo, e il Direttore del Demanio Giulio Amodio. Ma sia la non provata accusa, sia lo spirito che aleggiava dalla recente convenzione di Casalanza non del tutto retrivo, avvenne che fossero prosciolti dopo qualche tempo. La provincia non ebbe altri turbamenti politici sino al 1820.
La rivoluzione politica del 1820 scoppiò il 2 luglio sulle alture di Monteforte. Strumenti di essa le associazioni della Carbonaria estesissime, e l’esercito. L’esercito ne fu la culla, e ne divenne il braccio. La restaurazione borbonica non seppe, o non poté arrestarne la diffusione. Propagate per ogni terra o città «loggie o vendite o pagliaie» che si dicessero, fu dalla stessa necessità dell’azione aperto l’àdito in esse ai meno puri elementi delle classi cittadine; e da noi, come da pertutto altrove, esse addiventarono combriccole spesso di malfattori, sempre di prepotenti. Tale è la rea fama che hanno di sé lasciata.
Le vendite si vennero aggruppando in «Tribù» con nomi chiesti all’antichità classica: amiternina, irpina, consilina, petilina. Una superiore «Magistratura» ne accentrava e dirigeva «i travagli». Fin dall’anno 1817 era costituita un’«Alta Magistratura Carbonaria» nella (come venne detta) Regione Lucana, e pare ne risiedesse il centro a Salerno; perché, non guari dopo, la Magistratura stessa fu divisa e denominata «della Regione Lucana occidentale» e della «Regione Lucana orientale»; e questa risiedeva a Potenza. Poi cotesto centro d’impulso si trova detto «Senato» e Senatori i suoi membri, delegati dalle vendite o Tribù. E questo Senato, anche prima del mese di luglio, venuto agli accordi con altre provincie pel periodo dell’esecuzione, aveva nominato Diodato Sponsa e Francescantonio Corbo, di Avigliano, a Generale e Colonnello «per dirigere le forze carbonarie ed opporsi al dispotismo» dice una carta del tempo.
Scoppiato il moto militare il 2 luglio a Monteforte, ebbe la prima immediata ripercussione da noi in Balvano, ai confini dell’Avellinese, per opera di Giuseppe Mantenga. E proclamato che fu in Napoli al 4 luglio il nuovo ordine di cose, a Potenza il giorno 6 il Senato della Regione Lucana orientale pubblicò una «dichiarazione in nome di Dio e sotto gli auspicii della nazione Napoletana». La dichiarazione conteneva le basi della futura costituzione, quali il Senato intendeva che fossero, ma non vi era accenno della costituzione spagnuola: prometteva diminuzione di imposte al sale ed alla tassa fondiaria, esortava i cittadini a concordia, vietava ogni offesa a coloro che «avessero sin allora spiegata opinione contraria alle idee liberali»; ed ordinava, vacuamente, che tutti i pubblici uffiziali avessero giurato fedeltà al Re ed alla costituzione.
Gli alti uffiziali del Governo centrale, in quel trepido momento, restarono infra due, inerti: il Senato si atteggiò a governo legale; ed il giorno 8 pubblicò questo
«Avviso. — Il Senato della R. (regione) Lucana orientale rappresenta il popolo della Basilicata e ne sostiene i diritti a costo del proprio sangue. Sino a che non sarà data la Costituzione da Ferdinando Primo, ed accettata dai Deputali del popolo di tutte le provincie del Regno, niun atto o decreto dell’abbattuto governo sarà da oggi innanzi pubblicato ed osservato nel territorio della Lucania orientale, o sia nella Basilicata. Le autorità sì amministrative che giudiziarie eserciteranno le loro funzioni in nome della Costituzione e del Re, e saranno esattamente osservati gli articoli contenuti nella Dichiarazione stampata a Potenza il 6 luglio 1820, che è stata proclamata dal popolo di Basilicata, sino a che non sarà data la suddetta costituzione. Chi ci si oppone è dichiarato nemico della patria e degli interessi del popolo. Il comando delle forze costituzionali della Lucania orientale è affidato al generale Sponsa, ed al colonnello Corbo, i quali essendosi bene distinti nella difesa della nostra causa, ànno meritato la riconoscenza della patria, in forza dell’art. XI della citata Dichiarazione».13
Si era in quel primo momento d’incertezza, se il Re, pure avendo aderito ad un ordinamento costituzionale, avesse o no accettata la costituzione di Spagna del 1812, come i capi del moto militare pretesero. E «il Senato carbonario» in quel dubbioso atteggiarsi degli eventi rattenne e vietò si inviassero alla Tesoreria centrale dello Stato le entrate pubbliche già riscosse; e il grave atto, e i vociferati propositi di sfratti violenti agli alti funzionarii dello Stato, crebbero la trepidazione pubblica. Allora il Governo centrale chiamò a Napoli lo Sponsa, che si ritenne il capo del segreto atteggiarsi del partito; e inviò a Potenza il generale Pignatelli a calmare gli animi: e poiché il re piegò ad accettare le basi della chiesta, acclamata costituzione spagnuola, le assemblee «del popolo carbonaro» come in pubblici atti si proclamavano, chetarono; e il Senato si ecclissò.
La popolazione della provincia, accolse con gioia le ottenute libertà; né opposizione, né reazioni politiche o proteste avvennero: elesse, a suo tempo, i suoi deputati al Parlamento per duplice grado di scrutinio;14 istituì le milizie provinciali a tutela dell’ordine che vecchie e nuove bande di malfattori mai non cessarono di turbare; e un battaglione di legionari, al comando del maggiore Nicola Corbo, mosse il 27 febbraio del nefasto 1821 per i confini del regno, che gli Austriaci venivano per invadere. — E su questi mal difesi confini, nel seguente mese di marzo, i destini della napoletana libertà si decisero e si sciolsero, dissolvendosi un simulacro di esercito, con poco onore di popolo, con brutto nome ai soldati, ai capi, al re. E in coda agli Austriaci rientrò da re assoluto il re sleale, accumulando eredità di odi sul capo de’ suoi nepoti, che verrà tempo e la nemesi della storia non dimenticherà.
Ed entrando gli austriaci nel regno, avvenne il tragico dramma di Oppido,15 che diè immagine tarda, ma viva di quelle guerre di casate e «consorti» dei Comuni italiani medievali: un fatto, che se non ebbe veramente intendimenti politici, si tinse ai riflessi della politica, accusandosi l’un l’altro, gli attori, di carbonari e di calderari. Per due giorni fu una strage pazza di sette uccisi; con altri strascichi, tardi e pietosi.
Ma alla nuova restaurazione degli ordini assoluti la Basilicata fu teatro di scene luttuosissime; e, per vero, non a gastigo di fatti avvenuti durante il periodo dei nove mesi di libero reggimento, ma per eventi occorsi dopo l’instauramento del vecchio ordine di cose. In questi eventi, che ebbero un’eco ripercossa oltre i confini della provincia, emersero tre nomi; e furono del capitano Giuseppe Venite di Ferrandina, del capitano Domenico Corrado di Potenza, e di Carlo Mazziotti di Calvello: men noto quest’ultimo dei due primi ricordati nelle storie del reame, ma forse più degno di memoria.16 I fatti, per sconsigliato impeto e per luttuose conseguenze notevoli e miserandi, avvennero a Laurenzana e a Calvello.17
Cessata la costituzione del 1820, venne, come di solito, l’amnistia a guarentigia di oblio e di perdono dei fatti politici nel breve periodo dell’ingannatrice libertà; ma non mancarono inique e astute eccezioni, che permisero di rizzare i patiboli pei fatti di Monteforte. Il capitano Domenico Corrado in quel periodo di tempo aveva ucciso, per causa d’onore, un giudice del tribunale di Potenza; e la giustizia, che aveva fino allora taciuto o sonnecchiato, si ridesta ai nuovi calori del tempo; e incominciata del fatto l’inchiesta giudiziaria, il Corrado si mette alla macchia.
Non diversamente, ma meno scusabilmente pel capitano Venite. Questi, al cadere del febbraio del 1821, a capo di un manipolo di militi era in cammino da Tricarico a Tolve; ove avrebbe passato in rassegna le altre milizie civiche dei prossimi paesi che si apparecchiavano a muovere per i confini del regno, contro gli Austriaci. A mezza via si incontra in Marcangelo Liuzzi, milite anche egli e in divisa, il quale disertando dai suoi camerati di Tolve, si dirigeva alle sue case di Pomarico. Venite il rampogna aspramente, ed ordina dia volta con esso loro ai quartieri di Tolve: e quegli ubbidisce e si mette in via di conserva con gli altri; quando rompe l’aria uno scoppio di moschetto, e l’uomo cade fulminato a piè di un cespuglio presso la ripa del Bilioso. Si disse allora che il soldato di ordinanza del capitano Venite incespicando cascasse al suolo, e all’urto arme scattò e uccise per triste caso il Liuzzi, che gli si trovava dinanzi. Così fu detto; e nessuno contraddisse. Ma la verità si è che un muto cenno del capitano a ordinanza sua spinse questa macchina all’atto cosciente scellerato: tra il giovine ucciso e il cognato del Venite di Miglionico pare fossero vecchi e profondi rancori sì per ragioni d’interessi, sì per sospetti di onore offeso; e il Venite, impetuoso e violento, volle vendicare sé stesso e il cognato.
Al nuovo ordine di cose si apre il procedimento inquisitorio; e il Venite anche egli è costretto a tenersi nascosto; restò a mezz’ombra, tra le grandi simpatie e le grandi paure dei suoi concittadini, qualche tempo nelle case sue stesse di città o di campagna; ma fu infine forzato a sgombrare, a vagare di qua e di là sperando e cospirando.
Cadute che sono per violenza di fatti le rivoluzioni, non mancano subiti e impronti conati per farle risorgere: i più violenti o i più ingenui credono facile ad un gruppo di animosi di tornare in vita ciò che i più o la maggioranza non ha saputo mantenere o difendere. Questa credenza tien vivo il fuoco sotto le ceneri che non indugia a mandar fiamme; la fiamma tien desti i sospetti e le pressure a spegnerlo. Quindi a Napoli i sodalizii segreti, disfatti non spenti ancora dalla restaurazione vincitrice, non tardarono un momento a riattaccare le fila; incoraggiati da fuori, incoraggiano dentro a sospingere e a fare: cambiano di nomi, si agitano ed agitano; quindi emerge un associazione segreta, che si dà il nome di «Lega europea: sezione del mezzogiorno» la quale ai soliti intenti di libertà aggiunge l’altro notevole «della Indipendenza d’Italia»: notevole, perché mostra riattaccasse le origini agli ultimi tempi di re Gioachino; e perché parve qui voce senza eco, e, oso dire, senza senso. Da questa e da altri simiglianti centri segreti partono impulsi per le provincie; e queste qui e qua rispondono più o meno corrive o tarde a fare, secondo che il caso ha disseminato esche all’incendio più infiammabili e pronte.
Più solleciti e caldi degli altri, gli associati del vallo di Diano nella provincia di Salerno e del contermine vallo di Marsico nella provincia di Basilicata si accontano ad un’impresa che doveva ripetere il fatto di Monteforte; ed agl’impulsi di Vincenzo Parisi di Polla e di Angelo Pessolano di Àtena, drappelli di Polla, di Àtena, di Sala, di Montesano, di Padula, di Brienza, di Pietrafesa, di Marsico, di Moliterno, ed altri si dànno la posta il 21 aprile 1821, alla cappella detta di San Michele sul monte Vivo, che divide le due provincie. Ivi giungerebbero altri in gran numero, e avrebbero nuovamente proclamata la Costituzione caduta. Ma pochi drappelli giunsero alla posta; le molte migliaia promesse non si videro; e quelli si sciolsero, non però disanimati i capi a ritentare nuovi accordi, che pure non fruttarono se non processure e condanne a coloro che convennero al campo di San Michele.18
Gl’intramatori delle rivoluzioni nella città di Napoli facevano, per la Basilicaia, grande assegnamento sul capitano Venite, che lo si sapeva deciso uomo, animoso e in gran nome alla provincia; e di poco minore nome, non di ardimenti, il capitano Corrado: questi si sarebbero messi alla testa dei drappelli, che le associazioni segrete avrebbero dovuto mandare in armi a giorno fìsso. L’associazione della «Lega Europea» s’impegnava di disciplinare e indirigere ad unità di intenti e di atti cotesti impronti spiriti di libertà. Aveva spinto i primi, più che propagini, tentacoli in Basilicata per mezzo di Carlo Mazziotti, medico di Calvello; che, battezzato, a moda del tempo, nel nome di Marco Bruto, era fatto Commissario generale della Lega per la provincia; ove era deputato ad istallarne altri per distretti e circoscrizioni minori. L’azione del Commissario si svolse anzitutto pei circondarii limitrofi di Calvello e di Laurenzana; e si intrecciò e si accalorì agli eccitamenti agli impulsi che partivano dal Venite; cui premendo ai fianchi l’aculeo dell’inquisizione giudiziaria ravvivata, non si restava di andare in volta a preparazione di eventi.
Gli associati di Laurenzana nel mese di giugno del 1821 si erano riuniti alla contrada detta «la Caffarella» per un accordo che riescì a nulla, poi in maggior numero vennero alla posta detta del Crocifisso nel gennaio dell’anno seguente, e qui fu deciso di operare subito, appena il Venite, infermo allora, risanasse. Il giorno 2 di febbraio Carlo Mazziotti riunisce nella cappella di Santa Maria degli Angeli i suoi collegati di Calvello e dei prossimi paesi; un fratello del Venite vi porta la costui parola e la promessa solenne che si metterebbe a capo del moto; tutti prendono impegno di tenersi pronti al primo cenno degli aspettati sbarchi di aiuti esterni, francesi e spagnuoli, che avrebbero guidati i generali Pepe e Rossaroll: e intanto si giurarono aiuto e soccorso scambievole in ogni periglio. E il periglio surse subito, inaspettato; e precipitò gli eventi.
Venite infermo si teneva nascosto, or qua or là, nelle case di taluni di Laurenzana; ormato dalla polizia, fugge; ma viene arrestato un tale Jula, ospite suo. I suoi compagni dei segreti sodalizi si accozzano subitamente, e lo strappano di forza dalle mani dei gendarmi, nella lotta scorre il sangue; e il paese è in tumulto. Questo il 3 di febbraio. Il giorno 7 è arrestato in Calvello, per complice consenso alla fuga del Venite, un frate Luigi da Calvello: e due giorni dopo, la notte del 10, un gruppo di sessanta associati assalta le carceri; sfonda usci e cancelli; oppugna e ferisce guardie civiche e gendarmi; ne trae fuori il frate e si allontanano; ma per via si abbattono in un uomo; e, sia coperta ira settaria, sia timore reale d’essere riconosciuti piombano sopra l’infelice e lo stramazzano a terra semivivo. Quindi, invitano il frate a mostrare che animo si avesse: e il frate a chieder loro un coltello, e a colpi di coltello finisce la vittima innocente. Duole il dirlo, ma non tacerò: era a capo di questi violenti e brutali, e non li rattenne, Carlo Mazziotti!
Si diedero alla macchia tutti, sperando in una generale riscossa. Il Governo ne fu vivamente turbato; e non stimandosi sicuro pel presidio, di uno dei reggimenti di austriaci, che era venuto a Potenza un mese innanzi, dà fuori il regio decreto del 18 febbraio del 1822,19 che mette «sotto il Governo militare» i circondari di Laurenzana e di Calvello; istituisce una Corte marziale in sui luoghi, che giudicherà i colpevoli, e farà eseguire il giudizio fra ventiquatt’ore, ancorché di morte; sospesa unicamente per coloro dei rei che si presentino spontanei. E senza indugio, la Corte marziale siede nel vecchio castello di Calvello; molta forza militare batte la campagna; lo sgomento prende tutti: e i più dei fuggitivi si presentano spontanei. Non si arrendono, ma vengono arrestati dalle milizie civiche il Mazziotti, il frate micidiale, altri cinque e il Venite, che, mezzo infermo, è preso nelle campagne di Pietrapertosa. Gli trovarono indosso un cifrario, e la carabina famosa, su cui era scritto «Onore e Patria».
Nello spiccio processo molti, a paure e lusinghe, piegarono; anzi qualcuno era già segreto arnese di polizia venuto in mezzo tra essi. Carlo Mazziotti, dignitoso e sereno, deviò le inchieste del giudice inquisitore; e all’accusa di non aver rivelato il Venite, ricoverato in sua casa quando era già messo al bando dalla legge sulle liste dei pubblici inimici, rispose che le leggi dell’ospitalità, erano per lui anche più sacre. La Corte marziale, riunita il giorno 12 marzo, giudicò cinquantadue accusati; ne condannò a morte ventiquattro; all’ergastolo nove; altri a minori pene: ma sospese la condanna di morte per quei che si presentarono; e mandò in confortatorio, la stessa notte, nove; e questi, in confortatorio, si tennero sereni e dignitosi; taluno fierissimo. Il giorno seguente, era 13 marzo del 1822, ad ore 18, caddero spenti di moschetto, in Calvello, il capitano Giuseppe Venite e suo fratello Francesco, Francesco Paolo Giusti, siciliano e animosissimo, che era stato sotto uffiziale nell’esercito, Eustachio Ciani, prete, fra Luigi da Calvello, Rocco Labella operaio, Giuseppe Sagaria sarto, Giuseppe La Rocca domestico, e, degno del perenne ricordo della nostra storia, Carlo Mazziotti, medico. Era nato il 1789. Dopo otto giorni la Corte stessa mandò allo stesso supplizio cinque operai Calabresi. Erano stati sorpresi, forse non per caso, nelle campagne di Spinoso, e menati a Calvello come complici del Venite, e a tale titolo di pietoso ricordo onorati; ma non erano che volgari malfattori.
Quindi la Corte marziale si tramuta a Potenza, e il 12 aprile giudica gli incolpati dei fatti di Laurenzana del 3 febbraio. Erano giudicabili quarantasette; ne dannò a morte diciassette; sospese la sentenza per quindici di essi; ma furono moschettati il giorno 13 aprile, a Potenza, Giuseppe Cafarelli e Leonardo Abate.
Tre giorni innanzi era caduto spento della stessa pena, dello stesso piombo, nella stessa città, il capitano Corrado.
Si era potuto tenere alla macchia parecchio tempo, perché ben visto a tutti e da tutti favorito di aiuti: non fu scritto sulle liste dei fuorbando, se non tardi, a premure, anzi pressure dei governanti sulla Commissione provinciale che doveva sancirle. Viveva quasi sicuro in una sua casa di campagna, e gli agguati per iscovarlo non approdavano: una volta sfugge ardimentosamente, e i persecutori, a vendetta, abbruciano la fattoria. Il fatto parve si strano e iniquo e impolitico al Frimont, generalissimo dell’esercito austriaco di occupazione, che ne scrisse d’uffizio al Governo20
«invitandolo ad esaminare, se tali misure violente siano conformi alle leggi e alle consuetudini del regno, e se potessero contribuire a calmare gli spiriti»
parole poco o punto note, ma autentiche, che io ripeto ad onore del Frimont, e — a che tacerlo? — del Governo austriaco; quanto a disdoro del governo nazionale, che vantava volere educati i popoli alla giustizia, e pure mancava di rispetto alle più elementari leggi di giustizia e di umanità!
Cadute che furono le vane speranze di riscossa suscitate dagli apparecchi di Laurenzana e di Calvello, il Corrado si traeva di notte verso le Puglie per imbarcarsi a Barletta; ma spiato e tradito dagli ospiti pastori, inseguito dalle milizie civiche di Genzano condotte dal comandante Mennuni, ferito e feritore in conflitto, fu preso il 3 aprile che giaceva spossato in una pagliaia del bosco. La Corte marziale, che giudicò di lui il giorno 9 aprile, non fece se non certificare la rispondenza della persona al nome scritto nella lista dei fuorbanditi; e lo sentenziò a morte; e l’eseguì il giorno appresso. La cronaca paesana ricorda ancora le fiere parole, che egli profferiva, avviandosi, alta la fronte, al supplizio: «Io sono un uomo d’onore e un patriota; e voi calderari abietti» aggiunse all’indirizzo di quelli che, sogghignando plebeamente, villanamente, miserabilmenle l’oltraggiarono.
Il Governo militare fu tolto dai due circondarii di Laurenzana e di Calvello col regale decreto del 27 agosto 1822; e vuol dire non altro, se non che in luogo di quelle Corti marziali, spiccie e sommarie, per cui è visto
Piovere sangue donde son passato,
presero il campo le Commissioni militari, poco meno spiccie, sommarie e micidiali. Il presidio degli austriaci fu richiamato da Potenza, verso gli stessi tempi, dal Frimont, e le istanze delle alte autorità politiche perché restassero non approdarono. Ma la provincia si accasciò sotto il peso di sì immane repressione; e non ebbe parte a quei conati, a quei ribollimenti di libertà che, dopo il ritiro degli austriaci dal regno, dettero fuori, qui e qua, per un periodo di oltre ventanni. Quel Giansante di Rionero, che s’incontra tra i fucilati a Salerno pei moti politici celentani del 1828, si trovava già chiuso nelle carceri di quella città per cagione di comuni misfatti; ivi prese parte ad un complotto di prigione, ad intenti di fuga; che scoverto lo trasse, molto sommariamente, ma in onorata compagnia a morte.
Rifiorì l’albero della libertà in Napoli l’anno 1848; e per verità non per opera di sette. Al gran moto degli spiriti cui diedero un più pronto abbrivo i fatti straordinarii del novello pontefice, che ebbe il nome di Pio IX, scoppiò la meravigliosa rivoluzione di Palermo. Al contraccolpo della rivoluzione siciliana vincitrice, e ai movimenti che le tennero dietro dei patrioti napoletani nel Cilento, (e che parvero segnale di vasto incendio per le provincie di terraferma; e non era che poca scintilla, cui avrebbe spento un soffio, senza i moti di Sicilia), il re di Napoli cedé ai pubblici voti, e concesse lo statuto il giorno 24 febbraio. Non farò la storia di questo breve periodo di libertà, giurata, manomessa e tradita dal re; ma non sarò eco delle storie di parte che ne dànno la colpa tutta ed unicamente al re; storie unilaterali e soggettive, non c’insegneranno mai nulla; né la verità, né la saggezza. Grande colpa ebbe il re, che fu sleale, e mancò ai giuramenti di re, alla parola di galantuomo; ma non minore colpa ebbe la parte liberale, e, maggiore di ogni colpa, la dissennatezza. Divisa, come egli accade, e fin dai principii, in parte più o meno spinta di propositi, più infocata o meno di aspirazioni ideali e dottrinarie; quanto l’una parte andava innanzi sbrigliantesi, sbrigliata, petulante e leggiera a vociare, a chiedere, a calunniare, a sopraffare governanti, esercito, magistratura e re; tanto l’altra si traeva indietro nel suo guscio di testuggine; taceva, lasciava fare, in bilico tra il sì e il no; e non per connivente consenso alle dottrine o alle aspirazioni di quella; ma unicamente per non perdere, per non isminuire la popolarità che veniva dalla piazza. Mai fu parte politica più inetta al politico magistero dello Stato quanto la parte moderata napoletana del 1848! E questo mostra — il dirò io? — l’impreparazione del paese, delle classi dirigenti del paese alle condizioni della libertà.
Le rivoluzioni di Parigi, di Vienna e di Berlino crebbero animo, aspirazioni e pretese alla parte più avanzata, che da allora si licenziò da ogni freno Gli ordini costituzionali introdotti nel resto d’Italia, pure afforzando il moto napoletano, vi introdussero gli influssi di un nuovo elemento, quello della guerra d’indipendenza. Quindi comincia a Napoli l’azione di un profondo contrasto che disordinò il moto interno, debilitò le forze conservative; e portò un periodo di confusione, che mise capo nella giornata del 15 maggio.
Ai nuovi fatti dell’Italia superiore i governanti di Napoli ottengono dal re che Napoli prenda parte alla guerra di indipendenza; e i soldati del re partono, anche prima che fossero concordati i patti di alleanza fra i sovrani, che dovevano combattere l’Austria nella valle del Po. E intanto la Carta dello statuto pubblicato ed acclamato ieri, non bastava più oggi!… e bisognava modificarlo, o «svolgerlo» almeno! Quindi l’interna lotta, che una minoranza petulante e conciamente spingeva innanzi, agitando tutto e tutti, mentre una maggioranza inerte lasciava fare e dire; e il Governo, senza l’appoggio delle forze d’una parte conservativa, era trascinato verso l’ignoto. La voce del Parlamento avrebbe potuto mettere un filo di ordine nella pubblica baraonda; e si convoca il Parlamento. Ma una minoranza della minoranza fa per la città le barricate! a sostegno e a difesa del convocato Parlamento; e quando la maggioranza dei deputati, che si erano accordati col re in un partito medio, invitarono, pregarono, supplicarono di rimuovere le barricate, affinché il Parlamento si potesse aprire la dimane 15 maggio, poiché il dissenso tra Camera e re era composto; quella minoranza di popolo sovrano non volle: respinse la deputazione della Camera, che veniva in piazza pregando di rimuovere l’imminente occasione di conflitto; li disse traditori; e vociando che la patria è in pericolo, e picchiando sui tamburi delle guardie nazionali, credette — chi sa se in buona fede? — di fare i miracoli di Cadmo, disseminando i rulli di tamburo per creare soldati e combattenti! E accadde ciò che era forza accadesse, quando due forze armate inimiche stanno di fronte: parte il primo colpo di fucile, non si sa da chi, o si sa pur troppo! un soldato, un uffìziale de’ regii stramazza al suolo; e allora irrompe un conflitto per le vie della città, micidiale più che tutto agli inermi e agli innocenti, vecchi, donne e fanciulli, che non possono uscire dalle case prese d’assalto, e saccheggiate, e bruciate dai soldati saccheggiatori e dai lazzari, che li seguivano a tenere il sacco.
Gl’istigatori che scamparono ne dettero la colpa al Re; fu lui che, per segreti emissarii, fece le barricate, tirò il primo colpo, ordinò i massacri, i saccheggiamenli e gli incendi: nel regio tranello era caduta la nazione; e bisognava vendicarsi. Non una voce si elevò allora, o poi, tra i liberali a condannare e smascherare questi tartufi della politica! questi impresari delle rivoluzioni. I quali lasciano Napoli, e per la via di Roma o di Malta vanno in Calabria.
L’eco degli eventi del 15 maggio commosse tutte le provincie. Partirono incontanente dai paesi prossimi alla città schiere di guardie nazionali; ma come giunsero le notizie dell’indomani che un regio editto dichiarava di mantenere le libertà concesse, tornarono senz’altro alle loro case; non però il sollecito ritorno tolse i loro capi alla marea della reazione montante.
Anche in Potenza, alle prime e incerte notizie, la commozione fu profonda. Era già istituito nella città un convegno di liberali riunioni tra i cittadini, che aveva preso il nome di Circolo Lucano, e che surto a moda generale del tempo, voleva parere men luogo di svago ai componenti, che convegno a consulta sull’andamento di pubblici negozi. Pallide reminiscenze dei famosi clubs della gran rivoluzione di Francia; non stretti a segreto (e non pertanto furono di poi sindacate e punite come riunioni illecite! in tempo di libertà) parvero allora ai più un opportuno, anzi necessario complemento degli ordini liberi, a fine di dare un indirizzo alla opinione pubblica e mantener vivo, come si diceva, il fuoco sacro della libertà.
Il Circolo adunque, alle prime notizie, invita a consulta la cittadinanza; e in quella generale e naturale concitazione degli animi, nel dubbio degli eventi di Napoli, nel sospetto ragionevole di regie offese allo Statuto, elegge, suo potere esecutivo, un comitato di guerra, di finanza e di sicurezza pubblica; decide di spedire mille uomini delle milizie cittadine a difesa del Parlamento; richiede un contingente ai comuni della provincia; e da alcuni paesi, quali Albano e Pietragalla, accorsero a Potenza animosamente e sollecitamente. Ma poiché sopraggiunsero ulteriori notizie dalla capitale, e fu letta nei pubblici editti la parola del Re che manteneva le libertà concesse e avrebbe aperto il Parlamento, tra il credere e il non credere, il Circolo licenzia le milizie arrivate, pure inviando ai municipi pubbliche lettere che esortavano a tenersi apparecchiati a prossimi inviti; aprissero allistamenti e sorteggi di milizie civiche da mobilitare; si addestrassero intanto all’esercizio delle armi. Presidente del Circolo era Vincenzo d’Errico.
Erano già atti di pubblica autorità, pure restando a posto i magistrati del governo costituito, benché esautorati, e incerti, e tenuti d’occhio. Ma — pubblica e nazionale sventura! — la lealtà del Re non affidava nessuno: questa avrebbe salvato tutto: la sfiducia in lui avvalorata dalla vecchia e triste storia di sua famiglia, precipitò tutto.
Alla generale sfiducia non partecipava meno degli altri il Circolo Lucano; e questo generale sentimento si tradusse incontanente in atti del Circolo che non paiono svolgimento naturale e progrediente dei primi passi; ma mostrano come un salto, che fa supporre altre cause perturbatrici intervenissero ad accelerare il movimento. II Circolo adunque, il giorno 21 maggio pubblicava gli ordinamenti per la mobilitazione del quarto delle milizie civiche d’ogni comune, e per l’uso dei pubblici danari a mantenere i militi; prometteva in premio ai volonterosi doppia quota di demani comunali da dividere, e minacciava pene ai contumaci. Un patto di federazione faceva noto che si sarebbe stretto tra la Basilicata e le prossime provincie; e del patto sarebbero venuti a concordare i capitoli in Potenza i delegati dei Circoli di esse, rappresentanti davvero l’opinione pubblica. Quindi convocava pel 15 giugno a Potenza una dieta provinciale, perché i delegati dei Circoli dei comuni avessero eletto i rappresentanti della Basilicata alla federazione medesima.
Questa nuova e più accentuata fase del Circolo, che dal nome infuori assunse i poteri d’un Governn provvisorio, non si potrebbe spiegare, se non si colleghino queste vicende potentine a quelle di altre provincie.
La parte dagl’impronti propositi, che aveva fatto le barricate per la città di Napoli e fu sconfitta, pensò alla riscossa per le provincie. Parve agevole e sicuro di accendere la rivoluzione nelle Calabrie, le più prossime alla Sicilia, quando il Governo di questa aiutasse all’impresa; e presi infatti con questo gli accordi di pronti e larghi aiuti di armi e di capi militari, sparse i suoi agenti per le provincie a sollecitare moti di adesione e di cooperazione a quelli di Calabria. Quindi le piccole fiamme emersero in incendi; le passioni che accennavano a quietarsi divamparono di nuova lena; quindi la nuova e battagliera attitudine del Circolo Lucano, e il concetto suo della federazione delle provincie; concetto antico che se fosse riuscito a qualche cosa, sarebbe stato il fatto capitale dei nuovi moti del regno, ma che non riuscì a nulla per difetto di preparazione adeguata. Il giorno 2 di giugno si insedia in Cosenza un Governo provvisorio, e le Calabrie sì mettono in armi; si mobilitano le milizie cittadine; e queste vanno raccogliendosi qui e qua in campi militari che i capi s’impromettono esse difenderanno ad oltranza. Il Governo provvisorio convoca pel 15 giugno in Cosenza i deputati al Parlamento nazionale, che era stato sciolto il 15 maggio, prima che legalmente riunito. Ma nessuno tenne l’invito.
Intanto lo stesso giorno 15 giugno si riunisce la Dieta provinciale dei Circoli convocata a Potenza; tre soli delegati mancavano. Il presidente del Circolo Lucano aperse la Dieta, ed espose l’intento supremo di tutti che era il leale mantenimento dello Statuto, col diritto già concesso dal re, di svolgerlo legalmente. La Dieta discusse se convenisse di muovere incontanente in aiuto delle Calabrie, già insorte; ma, escluso il partito, deliberò si afforzasse intanto l’impresa di uomini e denari; consentì, approvando, al fatto della federazione da stringere tra le provincie; e ciascun delegato prese impegno di far concorrere il suo comune ai patti medesimi; nominò un decemvirato che rappresentasse la Basilicata alla federazione, e si sciolse.
Allora non restava se non d’infocare gli animi di tutti a partiti d’azione, e spingerli ai fatti; e i delegati del Circolo vanno in volta di qua e di là a questi uffici di galvanizzamento; e chi s’impromette di studiare punti strategici di passi da afforzare, e ponti da minare; chi va procacciando bronzo di vecchie campane a fondere cannoni per un esercito di là da venire, e chi si porta in Molfetta a comprare di vecchie e sgangherate bocche da fuoco, di barche mercantili. Era una commozione e una trepidazione generale; ma molto moto e poco frutto.
Convennero intanto a Potenza, il 25 di giugno, i delegati per la Federazione, che i Circoli di Bari, di Lecce, di Capitanata, e di Molise avevano designati a stringere il patto delle cinque provincie. Quella di Salerno non tenne l’invito di farne parte: dichiarava che farebbe da sé, ed aggiungeva: non parole, ma fatti. I convenuti concordarono che il moto partisse da Basilicata e fosse retto da un Comitato di guerra presieduto dal D’Errico; stabilirono al 10 di luglio il giorno del generale movimento; indicarono le poste ove i contingenti delle provincie si radunerebbero e gli ufficiali che verrebbero a capitanarli; e non so quali altri provvedimenti decisero a creare il nerbo della guerra, che sono i danari. Questi furono i patti segreti della lega; ma, allo stesso tempo, fu dato al pubblico per le stampe un atto che era di protesta al governo del re, e che fu famoso nel nome di Memorandum. Nel quale, dopo aver ricordato «gl’incendi, i saccheggi e gli enormi fatti di militare licenza» nella giornata del 15 maggio, le conseguenti provvisioni del governo che usurpavano la potestà legislativa del Parlamento; la illegale revocazione «del patto del 3 aprile» e l’abbandono della guerra dell’indipendenza italiana; pei quali fatti già protestavano in armi le Calabrie, «in tanta gravità di avvenimenti (dicevano) qual sarà il contegno delle altre provincie?»
«Le provincie di Basilicata, Terra di Otranto, Bari, Capitanata e Molise, rappresentate ciascuna da delegati speciali convenuti in Potenza, dichiarano nell’attuale condizione dei tempi: 1º Volere a qualunque costo il sincero e leale mantenimento del regime costituzionale; 2° Volere dalla rappresentanza nazionale, eletta sulle basi della legge del 5 aprile, lo svolgimento dello Statuto, con la facoltà di modificarlo e correggerlo in ciò che vi à d’imperfetto, e meglio adattarlo al progresso reclamato dall’andamento della civiltà dei tempi; 3º Volere l’annullamento di tutti gli atti del Governo promulgati dal giorno 15 maggio in poi; 4º Non soffrire che la rappresentanza nazionale si riunisca senza guarentigie che assicurino la libertà del suo voto, e quindi non riconosce lo esercizio della sua legislatura, se non verrà richiamata in servizio la Guardia Nazionale illegalmente sciolta; e se i castelli non saranno messi nell’impotenza di nuocere alla città. Essere risoluti di mantenere a qualunque costo queste loro dimande. Epperò ove siffatte giuste pretese verranno spregiate, protestano innanzi a Dio ed al cospetto di tutte le nazioni incivilite della necessità, in cui si potranno trovar collocate. Potenza, 25 giugno 1848».21
La cospirazione alla luce del giorno pareva andasse a vele gonfie; le autorità locali non fiatavano; e il Governo di Napoli pareva lasciasse fare, e infatti non se ne preoccupò grandemente, perché era facile comprendere che il focolare di tutti questi incendii era veramente nel moto di Calabria, sostenuto dal Governo di Sicilia; e quello occorreva di spegnere subito. Però il re si affrettò di richiamare dall’Alta Italia il corpo di esercito che il Ministero del 3 aprile aveva inviato a difesa del Veneto con Guglielmo Pepe: e di questo richiamo gli fecero colpa, superiore ad ogni perdono, tutti coloro che gli attizzarono la rivoluzione in casa, e lo accusarono poi, con ingenuità maravigliosa, di avere tradita la causa della indipendenza italiana. E infatti il richiamo inaspettato di quel forte nerbo di truppe, cui non fu dato arrivare sui campi lombardi, fu causa a rovesci che si trassero dietro altri rovesci; sicché, rimontando di anello in anello, potrebbe dirsi la causa suprema della vinta dall’Austria battaglia di Custoza e dell’armistizio Salasco! Ma chi dà colpa al re di Napoli, perché, prima che ad altrui, volle provvedere al soccorso di casa propria, quando la casa gli era messa da tutte parti in fiamme, sarebbe nel giusto se riconoscesse con lealtà, che di quelle acerbe conseguenze alla causa della indipendenza d’Italia è da darne non minore colpa agli assalitori. Sicché il sorite delle storia dovrebbe, come deve, rimontare fino a costoro, fino a quegli avventati che provocarono la catastrofe del 15 maggio, e messero gl’incendii alle Calabrie. Così la giustizia della storia, pesando in eguali bilancie gli errori e le colpe dall’una parte e dall’altra, potrà, con secura coscienza, dannare nel re di Napoli la slealtà dell’uomo e le colpe del re.
A reprimere i moti di Calabria il re inviò per mare alle spiagge del Catanzarese con un corpo di truppe il generale Nunziante, e per via di terra, all’obbiettivo di Cosenza, il generale Busacca, che il giorno 28 di giugno ebbe uno scontro con le milizie calabresi nelle circostanze di Castrovillari. Intanto il generale Lanza con altre truppe sbarcava a Sapri, sostava a Rivello e attraversava senza ostacoli la Basilicata per sostenere il Busacca: poi tutti e tre dovevano stringere in mezzo il movimento della provincia di Cosenza, ov’era il governo provvisorio.
Sul confine tra Basilicata e il Cosentino, alle forti posizioni di Campotenese era postato un corpo di milizie cittadine, che, capitanate da valorosi uomini di lettere, si tenevano sicure e salde così da respingere i regii: quando il giorno 30 giugno si videro girate di fianco dalla facile strategia del general Lanza; e non ressero, e si sbrancarono. Quindi il Lanza si congiunge al Busacca: senza colpo ferire è presa la sede del Governo, Cosenza; mentre dall’altro lato spazzava i poco validi ostacoli il generale Nunziante nel Catanzarese.
Il 2 luglio il Governo provvisorio di Calabria, che aveva vissuto la vita di un mese, si sciolse: la rivoluzione calabra è finita.
Questi eventi accaddero pochi giorni dopo che fu sottoscritto il Memorandum della Federazione potentina. E furono la doccia fredda, che spense ogni fuoco d’entusiasmo negli spiriti degli agitatori e degli agitati. I Circoli agghiadarono: ma nella città di Potenza la parte giovanile, che pronta, come gioventù consiglia, a partiti che paiono tanto più generosi quanto più audaci, male aveva visto gl’indugi e le riserve prudenti di quelli che erano a capo del Circolo diventato governo; questa parte tentò allora di spingere le cose ai partiti estremi, che sono i solo atti a salvare le cause perdute, secondo gl’ingenui o i poeti, che confidano nell’arcana virtù di certi nomi, o nell’energia miracolosa dell’ignoto! In una tumultuaria riunione del Circolo Lucano dell’8 luglio si tentò di metter su un governo provvisorio, con la conseguente proclamazione della «patria in pericolo» e con la relativa bandiera nera che avrebbe scossi dalle loro tombe anche i morti per la libertà! Ma fu commozione di pochi, e spettacolo di un momento; che non trovò adesione nella maggioranza del Circolo e del paese; la quale anzi allora si fece viva, e respinse l’impronto conato, e risparmiò alla temerità altre inutili ruine.
La parte dei giovani, allora e poi, la costoro moderazione dissero non altro che paura; e con i loschi rancori delle parti vinte, si piacquero spiegare i tentennamenti e gli indugii e i patriottismi a vivide mostre con la facile parola di tradimento. Fatto sta che tutto era impreparato e immaturo: i più, anzi tutti, erano contenti allo Statuto, e non comprendevano quella passione di nuovi ordini statuali e di nuovi rivolgimenti, che rischiava di mettere in forse, al giuoco di una carta, la fortuna di tutti; mentre d’altra parte le milizie cittadine, su cui unicamente facevano assegnamento i tessitori di trame e rivolgimenti, non erano né disposte a seguirli, né alte a sostenere il minimo urto di forze disciplinate!
Così finì un tentativo di rivoluzione, che cominciata come unanime protesta dei più contro le temute conseguenze illiberali del 15 maggio, degenerò ad un tratto in un moto di indeterminati propositi e di aspirazioni mal velate, per opera dei pochi che tiravano i più, e per la inerzia dei più che lasciavano fare, tra il sì e il no, tra l’andare e il restare; mal persuasi della bontà dello scopo; non persuasi della equivalenza dei mezzi allo scopo. Condizione di cose generale alle provincie!
La marea della reazione non tardò a sopraggiungere; ma montò lentamente, poco a poco. Le cause prossime della rivoluzione furono molteplici; e non prima che esse fossero tutte vinte e cadute, il re si sentì in grado di gittar via la maschera, e cassare gli ordini liberi, e ordinare ai giudici di punire. E la marea veniva su, oncia ad oncia, di passo in passo, a misura che la rivoluzione era spenta in terraferma, ed era vinta in Sicilia, dopo che era caduta sui campi di Novara la rivoluzione italiana, e dopo che la perfetta restaurazione dell’assolutismo papale non trovò limite o freno nel liberalismo della repubblica francese.
E alla marea che veniva innanzi, si empivano le carceri di arrestati, le campagne di latitanti; processure seguivano a processure; istruzioni giudiziarie ripetute, ad istruzioni giudiziarie dal piè di piombo, affinché (è un segreto di stato, ma molto umile segreto) anche coloro, cui non giungesse a colpire di pena la legge scritta, avessero intanto a ricordo ed in conto un qualche anno di carcere! E intanto la polizia premendo, vessando, pettegoleggiando da un lato contro la nuova foggia del cappello o il taglio delle basette, e dall’altro la politica generale del re a vedute losche ed arcigne aumentavano nei popoli un turbamento, che, non che pacificare gli animi e disporre alla quiete, smovendo e rimovendo il terreno, lo apparecchiavano a maturare nel seno le inimiche sementi.
Fino a tutto giugno del 1852 il numero degl’incarcerati nella provincia per reati politici fu di 1.116: dei latitanti non si ha notizia. Degl’incarcerati, piu che la metà, cioè 533 furono (ma dopo mesi ed anni di carcere) messi in libertà dai giudici con la formola del conservarsi gli atti in archivio:22 e vuol dire che, arrestati per poliziesca libidine d’ingiurie, o per esempio di terrore, ebbero una pena, ma non ebbero colpa di fronte alla legge del paese. I condannali alla pena dei ferri furono 68.23
Ma arresti e condanne, pressure dell’alta o soprusi della bassa polizia, vincoli di ogni sorta alla libertà del muoversi, inceppamenti e sospetti ai pubblici commerci non spensero l’arcana virtù di quei semi di libertà che l’ala del tempo aveva sparsi nell’animo del paese; e che malgrado la cruda temperie del clima, pure mettevano germi che si schiudevano uno spiraglio di luce all’aperto.
Ai primi tempi dell’ancora peritosa reazione si distese da Napoli in Basilicata qualche propagine di quell’associazione segreta, che nel nome dell’Unità Italiana venne famosa non per ciò che fece a pro dell’unità, ma pei nomi illustri, intorno a cui furono tristamente intramate e combattute le giostre giudiziarie nella città di Napoli. In Basilicata le mancò il tempo a distendersi; e non ebbe altra eco, all’infuori di un giudizio anche esso localmente famoso pel caso strano, onde venne alla luce, da un chiostro di monache, l’archivio segreto della società allora nata.
Qualche anno dopo rivissero i segreti accordi per moti di libertà; ma gl’impulsi ai paesi della provincia vennero d’altronde che non da Potenza; e i gangli se ne accentravano altrove che in quella città. Su questi accordi della provincia di Basilicata faceva assegnamento, e non a caso, il disegno fortunoso di Carlo Pisacane. E interrotti un qualche tempo ai tragici rovesci della sua spedizione di Sapri, non passò guari, e l’indomito amore al libero vivere ne riannodò le filamenta, e queste si estesero, si diffusero, si intrecciarono così che per esse e in grazia di esse (ma non di esse solamente, né maggiormente) poté erompere per la Basilicata quel grande moto di popolo, che scrive il suo atto di nascita il giorno 16 agosto del 1860 in Corleto; incalza e sia accentra il giorno 18 a Potenza, e, in nome di Vittorio Emanuele re d’Italia e del generale Garibaldi dittatore delle Due Sicilie, proclama l’Unità d’Italia; costituendo nella città di Potenza un governo «Prodittatoriale» per dirigere (come era detto nel pubblico editto)
«la grande insurrezione Lucana, avendo a capo i cittadini Nicola Mignogna e Giacinto Albini, Prodittatori, e segretari: Gaetano Cascini, Rocco Brienza, Giambattista Matera, Nicola Maria Magaldi e Pietro La Cava».
Del quale complesso di eventi, e delle cause che li prepararono, degli effetti che ne seguirono, degli uomini che vi ebbero parte, delle attinenze tra i grandi avvenimenti dell’epoca e questi minori della provincia e delle provincie contermine, fu già partitamente e largamente scritto in altro lavoro, che qui non si intende di ripetere. Al 1860 finisce un’epoca; un’altra incomincia: erompe un nuovo ordine di cose, che investe, agita e trasforma la società nella pienezza della sua vita: si apre un nuovo periodo di storia, che succede, ma non continua il periodo precedente.
Nasce nuovo ordine di tempi! Possa la storia avvenire dar materia a racconti di più lieti fatti, di più onorate imprese, di piu saggi propositi, di più veraci, sane e giuste utilità, che non ha potuto esporre, a chi legge, lo scrittore di queste carte!
NOTE
1. In Note storiche di Carlo Pesce sulla Rivista Lucana di febbraio 1894. Roma, 1894.
2. Giuseppe Napoleone, quando toccò Lagonegro il 7 di aprile, ordinò, con decreto di questo giorno, da questa città, il restauramento del ponte La Calda, tagliato; e il giorno 8, da Rotonda decretava che la strada consolare giunta che era e non oltre a Lagonegro, fosse proseguita, e in brevissimo tempo, fino a Rotonda: ciò che avvenne presto, ma non prima del 1808. — Nelle Note su indicate.
3. In taluni ricordi, manoscritti, del tempo si legge questo che segue, e che non concorda con le reminiscenze macabre del capitano De Montigny-Turpin, di cui nella nota della pagina appresso 458:
«Il fuoco durò molto: dei Laurioti nessun morto o ferito; dei Polacchi, quarantasette soldati e tre ufficiali morti; il resto feriti e prigionieri. I cadaveri furono seppelliti nella chiesa del monistero, ed i feriti sequestrati nello stesso locale, dove sarebbero morti d’inanizione, se la pietà di Monsignor Ludovici (vescovo di Policastro, che risiedeva in Lauria) non li avesse soccorsi. La cassa militare (aggiunge il manoscritto) ricca di trentamila ducati, fu rubata dai fratelli ***, vicino al giardino di Fittipnldi».
4. RAFFAELE LENTINI, Cenno biografico del gran servo di Dio D. Domenico Lentini. Napoli, 1843, pag. 23.
Nella Chiesa, ricostruito dopo l’incendio, è questo iscrizione a ricordo:
D.O.M. Commune sacerdotum sepulchrum — Quod diruto antiquiori templo — XV declinante saeculo - Heic fuerat extructum — Luctuosum incendium — VI. id. augusti 1806 — Una cum ecclesia oppidoque peremit — Ecclesia iterum in formam elegantiorem — Civium aere collato aedificata — Restitutum cleri cura — Et dedicatum est. — Ab incendio anno VII.
Quanto al numero dei morti, mancano, causa l’incendio, i registri parrocchiali. Ma in quelli della chiesa di San Nicola, che era una delle due parrocchie, il parroco ne raccolse i nomi — per quantum potuimus, egli dice — e li scrive: e sono 144 nomi, tra cui 36 donne. Manca ogni nome di gente estranea al paese.
5. Vedi tra i Documenti dell’APPENDICE I a questo volume la Lettera-ragguaglio che, intorno all’occupazione di Lauria, ne scrisse, nel 1852, il generale francese De Montigny-Turpin, che fu già capitano nello stato maggiore del generale Gardanne. Benché in essa l’esagerazione si mostri evidente, e la rettorica da battaglione vi abbondi, abbiamo, ad ogni modo, una testimonianza dell’onorata resistenza della città. — Poco o punto nel libro di Pietro Ulloa, di cui alla nota nelle pagine appresso.
6. Lettera di P.L. Courier del 16 ottobre 1806 da Mileto, nelle Oeuvres complètes di P.L. COURIER. Tomo IV, Bruxelles, 1833, pag. 134. — Il macello di Cassano avvenne il 4 agosto.
7. Vedi l’atto di capitolazione nell’APPENDICE I a questo volume.
8. Dagli Annali di Citeriore Calabria dal 1806 al 1811, per LUIGI MARIA GRECO. Opera postuma. Cosenza, 1872, vol. I, pag. 180-6. — Le brevi notizie che si leggono nel libro di Pietro Ulloa — La sollevazione delle Calabrie contro i Francesi. Roma, 1871 — non sono punto esatte.
9. Dell’atroce fatto pubblichiamo per intero nell’APPENDICE I a questo volume la relazione ufficiale dell’autorità, della provincia al Ministro, in data 1° ottobre 1809.
10. Nel libro: Notizia storica del conte generale Carlo Antonio Manhes, scritta da un antico uffiziale dello stato maggiore deI generale Manhes nelle Calabrie (il colonnello Quintavalle?). Napoli, 1846, pag. 80, si dice che Taccone e la sua banda entrò in Potenza, che gli aprì le porte; e così afferma, copiando a colori forti, il DUMAS, Stor. dei Borboni, VII. Ma gli scrittori di Potenza giustamente negano: e il Colletta scrisse:
«Potenza, investita e non espugnata, perché chiusa di mura o a tempo soccorsa» (Lib. VII, c. I).
11. Nel giorno 11 agosto del 1820 si tenne in Potenza una «Grande Assemblea del popolo Carbonaro della Regione Lucana orientale, o sia di Basilicata» e v’intervennero da 88 «vendite» della provincia ottantotto delegati. Quasi ogni paese ne aveva, dunque, una. — Il processo verbale di questa Grande Assemblea porta per data: «il 10 del XII mese dell’A… 2 (undeci agosto 1820, dell’era volgare)».
12. Vedi la Relazione del Primo Presidente della Corte criminale di Terra di Lavoro al ministro di giustizia, del 26 settembre 1816, pubblicata da noi in appendice alla Storia dei moti di Basilicata, ecc. nel 1860. Napoli, 1867.
13. Questo «Avviso» è sottoscritto da:
«I Senatori: il presidente Carlo Corbo, il 1º assistente Gaetano Scalea, il 2º assistente Gerardo Marone, l’oratore Egidio Marco Giuseppe, il segretario Giuseppe Cicorella, Gaetano Corrado, Nicola Lacapra, Luigi Spera, Bonaventura Marone, Pasquale Manta, Gerardo Bognulo, Pasquale Cilento, Francesco Marone G.M. dei Pitiliani»
e vuol dire Gran Maestro della tribù Petilia, la quale fu detta capo dell’antica Lucania, oppure qui si dove intendere di Potenza.
L’Avviso e la Dichiarazione furono pubblicati nel primo numero del Giornale patriottico della Lucania orientale, a Potenza, li 10 luglio 1820.
14. Questi furono: Paolo Melchiorre, di Lauria; Innocenzio De Cesare, di Craco; Domenico Cassini e Francesco Petruccelli, di Moliterno; Diodato Sponsa e Carlo Corbo, di Avigliano. Furono supplenti: Gaetano Marotta di Trecchina, e Diodato Sansone, di Bella.
15. Oggi Palmira.
16. Molte delle notizie che intorno a questi tre nomi si leggono nelle Vite degli italiani benemeriti della libertà, ecc. di MARIANO D’AYALA (Roma, 1883), sono non pure inesatte, ma, per postume ricostruzioni di chi le riferiva allo scrittore, fantastiche.
17. Su varii fatti di questo e del precedente periodo di storia ha raccolti da fonti autentiche numerosi documenti l’on. GIUSTINO FORTUNATO i quali avendo egli messo con signorile generosità a mia disposizione, intendo con queste parole significargli tutta la mia gratitudine.
18. Dopo incidenti varii e protratti, e non prima del 1829 furono giudicati i 28 incarcerati delle due provincie, dalla Commissione Suprema per reati di Stato. Il regio decreto dell’11 maggio di quell’anno commutò le 18 condanne di morte a minori pene di ergastoli.
19. È nella collezione delle Leggi delle Due Sicilie.
20. Lettera da Napoli, il 2 gennaio 1822, del generalo in capo Frimont alla R. Commissione di Polizia Generale; tra i documenti dell’onorevole Fortunato, indicati di sopra.
21. Sottoscrissero il Memorandum come Delegati di Basilicata: Vincenzo d’Errico, cav. Emanuele Viggiani, Gaspare Laudati, Nicola Alianelli, Francesco Coronati, Raffaele Santanello, Paolo Magaldi, Carlo Cecere, Luca Araneo, Vincenzo di Leo. — Vedi la nostra Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermine nel 1860 (Napoli, 1867), a pag. 17. — Il memorandum è riferito per intero nella Cronica Potentina, già citata, del prof. RIVIELLO, pag. 202.
22. Nella Cronica Potentina, citata, il prof. RIVIELLO scrive (pag. 227):
«Gl’imputati di reati politici a tutto il 6 luglio 1852, furono 1116, oltre un numero grandissimo di persone arrestate per ordine della Polizia, o sottoposti alla sua promurosa sorveglianza. Di essi 3533 furono giudicati con atti in archivio: 268 ottennero la liberti provvisoria; 12 quella assoluta; per 181 venne abolita l’azione penala in virtù di sovrani rescritti; 69 furono condannati al terzo o al primo grado di ferri o ad altre pene inferiori; e 53 sottoposti ad accusa nella celebre causa potentina».
Dei 69, alcuni passarono, per nuove condanne, in altra categoria di pene maggiori. — Nell’opera La Lucania, studii storico-archeologici di ANGELO BOZZA (Rionero, 1888), i «condannati» della provincia si portano a 1303 (pag. 383).
23. Una statistica demografica dei «Bagni penali» del Regno di Napoli accertava, di condannati ai ferri pei fatti politici del 1848 e anni seguenti, secondo la provincia di origine, le cifre che seguono: cioè, delle provincie: di Napoli 59; di Caserta 27; di Avellino 19; di Salerno 143; di Potenza 67; di Foggia 25; di Bari 22; di Lecce 18; di Cosenza 123; di Catanzaro 117; di Reggio 100; di Chieti 2; di Aquila 44; di Teramo 65. Totale 831. Inoltre: siciliani 7; beneventani 1; esteri 2. — In complesso 841, di soli condannati alle pene dei ferri.