Sito ANCR Avigliano
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CAPITOLO XVI

L’ANNO MILLESETTECENTO NOVANTANOVE

Il secolo XVIII ebbe l’epilogo, per lo Stato di Napoli, in un anno glorioso e terribile: glorioso, perché spezzò il guscio onde schiuse lo spirito della nuova età, che fu spirito di libertà e di uguaglianza civili; terribile per la immane catastrofe, che emerse dal contrasto tra lo spirito delle due età.

Cessato che fu il governo dei viceré spagnuoli e austriaci dopo due secoli e mezzo, surse da condizione di provincia ad autonomia propria lo Stato di Napoli, e si avviò a nuovi e più civili ordinamenti, che, pure tardamente svolgentisi, venivano elevando man mano il livello della cultura pubblica, dell’economia nazionale, della pubblica prosperità. Che la Basilicata, per la sua lontananza dalla città capitale dello stato, (irta qual era di monti e di boscaglie, rotta da fiumi indomiti e sciolti, impervia, e senza alcun ragionevole approdo su breve costa di mare) avesse poco o punto tratto profitto, per mezzo secolo, dalle mutate condizioni politiche del reame, è vero: ma ciò non toglie che quell’onda quantunque lenta di progressi non avesse potuto giungere anche a piè dei suoi monti, secondo che crescesse per tutti il livello delle acque. Strade dall’arte aperte pei traffici non ebbe, fuorché le naturali su per il dorso dei monti, fino a tutto il secolo decimottavo; e non fu se non nell’ultimo quarto di quel secolo che si videro decretati anche per essa alcuni minori centri di pubblico insegnamento civile, a pubbliche spese: ma i nuovi ordini politici, i migliori ordinamenti economici circa la proprietà, le imposte, i commerci erano condizioni di vita favorevoli per tutti ai progredimenti civili.

La catastrofe del 1799 avrebbe gettato lo Stato di più secoli indietro, se lo spirito che la produsse avesse durato; ma fortunatamente non durò. Lo spirito dei nuovi tempi rigermogliò, per pubblica fortuna, ai principii del nuovo secolo, il quale può dirsi che ebbe per primo suo anno l’anno 1799. E gli eventi di questo anno ebbero per la nostra regione svolgimento di fatti, che se pure tristi o lieti alla civiltà, è debito e pregio di venirli ricordando con quelle particolarità che si può maggiori.

La morte violenta di un oscuro segretario di ambasciata, che è famoso in Italia sotto il nome di Ugo Basville, trasse in Roma il generale Berthier, che in nome della repubblica francese vi proclamò la repubblica romana. Il re di Napoli, che aveva fatto contro la Francia trattati di alleanza e preparativi di guerra a difesa e ad offesa, spinge innanzi l’esercito ed occupa Roma. Comandava l’esercito napoletano il generale austriaco Mack, che avendo sparpagliate le forze di qua e di là in piccoli gruppi, questi al primo scontro non resistono e si dileguano. Quindi il re abbandona Roma in fuga precipitosa; i francesi, al comando di Championnet, gli vengono alle reni: ed egli, giunto in Napoli, si imbarca con la famiglia e la Corte sui legni che erano in rada; lascia vicario generale del regno il generale Pignatelli; ordina si bruci tutto il naviglio dello Stato che è nelle acque di Napoli, e si ritira in Sicilia.

Napoli è in preda e preda di quarantamila lazzari in armi, che saccheggiano, incendiano, uccidono e si battono anche, in nome della santa fede, con ardimento e tenacia che dà pensiero ai Francesi, già arrivati alle porte della città, ma che in poco numero tentennano. Questi occupano intanto le alture che cingono la città, e afforzati dai cannoni di Castel Sant’Elmo, che per un ardito colpo di mano era già in potere ai patrioti, vengono a sboccare in città. Una colonna di soldati francesi e di cittadini comandati da Kellerman, che era preceduta (dice una carta anonima del tempo)1 dal più gran patriota, il prete aviglianese Nicola Palomba, con lo schioppo in mano, scende dal colle di San Martino; e attraversando la città va ad occupare Casteluovo. Qui innalza la bandiera dai tre colori, bleu, rosso e giallo, a mezzo il giorno del 23 gennaio dell’anno 1790. Ha quel momento si può dire occupata la città.

Il giorno 24, con editto che porta la data del «secondo giorno della Repubblica Napoletana» si ordina la consegna delle armi, e viene costituito un governo provvisorio ovvero, come era detta, la «rappresentanza nazionale della Repubblica» di venticinque cittadini. Questa si suddivide in cinque comitati, e fra i venticinque fu Mario Pagano. Il generalissimo Championnet elegge la «Municipalità» ovvero il consiglio del Comune, di venti membri; tra cui è l’avvocato Carlo Magno di Lauria: e come il Consiglio si insedia, arriva il generalissimo, e pronunzia un discorso, ove era detto che da quel solenne momento

«i Napoletani erano liberi; godessero dunque di tanto prezioso bene; e questo era l’unico prezzo che il governo francese intendeva di ottenere dalle conquiste».

Belle e generose parole, cui tenne dietro l’ordine reciso e prosaico alla città capitale di pagare 10 milioni di franchi, e alle provincie 15 milioni: il tesoro francese ne aveva bisogno per mantenere l’esercito! ed erano, per vero, stati già convenuti nell’armistizio di Sparanise.

Partono per le provincie i commissari «democratizzatori» come li dissero, agl’intenti (scrive il Coco) di organizzare i popoli e rendere gli animi repubblicani. Facile còmpito e spiccio! se poteva assolversi, a quanto pare, con rizzare su per le piazze dei paesi l’albero della libertà imberrettato, con designare un collegio di elettori i quali nominassero a loro volta i novelli municipii, e con aprire la iscrizione delle milizie cìviche.

Giovani ardenti di patriottismo ebbero o tolsero l’incarico di Commissari per le comunità: ma per gli spartimenti territoriali maggiori si ha notizia che fu nominato quale commissario pel dipartimento del Bradano quel Nicola Palomba testé ricordato, che non era giovane, ma che aveva della gioventù l’ardimento, l’impeto, l’irrequietudine, la fantasia accesa e più forte della ragione. Era nato il 1746, e fu prete. Rappresentò nel dramma della repubblica una parte non ultima, e in qualche rincontro non bella ma leale; e dando il nome alla storia, fu prodigo della vita alla causa della libertà.

Le notizie dei grandi avvenimenti della città di Napoli arrivarono prima a Potenza, poi a Matera. A Potenza il 3 febbraio si innalza l’albero della libertà e si acclama la repubblica al grido popolare di «Francia dentro e Ferdinando fuori»; a Matera il giorno 9.

A Potenza era vescovo Andrea Serao, un dotto uomo che già con gli scritti aveva sostenuti i dritti del principato contro lo pretese feudali di Roma sul regno di Napoli: dalla Curia era detto Giansenista; non pertanto, benché a malincuore, fu lasciato consacrare vescovo nel 1783. Dopo gli eventi che narreremo, egli fu tenuto, ancorché vescovo, ascritto alla società dei frammasoni da coloro, amici o inimici della rivoluzione, che credettero o vollero far credere il grande fatto come un prodotto della Masoneria. Io non piego il capo a tanta potenza del famoso sodalizio, in Napoli più che altrove; ma è certo che il Serao, dotto uomo quanto pio, e se filosofo, sacerdote non empio né libertino, aderì di buon animo al nuovo ordine di cose; accettò anzi speciali incarichi dal Governo provvisorio di Napoli, nel quale erano di antichi suoi amici. Egli dunque fu, non so se legale, ma di certo autorevole rappresentante del nuovo governo nella città di Potenza; e a’ suoi consigli e all’autorità sua si ordina la rappresentanza del municipio e un simulacro di guardia cittadina a mantenimento dell’ordine. A presidente della «municipalità» fu eletto l’arciprete della città e vicario del vescovo, Don Domenico Vignola; e tra gli altri membri, tratti dalle varie classi del popolo, era un frate, il Padre Cherubino da Potenza; e, giova notarlo, un gentiluomo d antica famiglia cittadina a nome Nicolò Addone: tutti, e preti e frati e artefici e signori, di liberi spiriti e aderenti al nuovo ordine di cose.2

La proclamata repubblica, sciogliendo gli antichi ordini, sciolse a un tratto quelle squadre di campagna e di fucilieri, che presso le Udienze delle provincie erano le sole forze militari a guarentigia dell’ordine pubblico addette agli ufficii di polizia; e pertanto invise e date in caccia nei sùbiti rivolgimenti popolari. Di tale genìa di sbandati scioperanti erano arrivati a Potenza alcuni in cerca di lavoro o di limosine; e di costoro e di tali altri che vivevano nella città, scherani e bravacci più che soldati, fu composto il primo nucleo di una guardia cittadina a mantenimento dell’ordine. La tradizione paesana li dice calabresi, concittadini del vescovo che era di Castel Minardo, oggi Filadelfia; ma alcuni solamente erano del Cosentino, i più di altre origini.

Il passaggio dal vecchio al nuovo ordine di cose era troppo profondo, e fu troppo reciso e impreparato negli animi; pertanto sursero presto manifestazioni di opposti sentimenti, e quegl’impeti di contrarii moti che il linguaggio della politica usa significare col motto di reazione. Allora li dissero «insorgenze». Non passa che appena qualche settimana dalla acclamata repubblica nella città di Napoli, e sbarca solo in Calabria il cardinale Ruffo, e inizia il moto singolare e leggendario della controrivoluzione. E mentre egli manda encicliche, delegati e messi secreti ad annunziare, a fomentare, a infocolare gli animi, e vien raccogliendo i primi nuclei delle sue bande che diverranno famose, si diffonde per la provincia di Lecce e per la prossima Puglia la notizia che è ivi approdato e già percorre il paese il principe ereditario, figlio di re Ferdinando, con schiere dì soldati russi. Era invece il còrso De Cesare con l’altro avventuriero Boccheciampe, che rappresentavano la farsa dei Menecmi; ma la farsa non fu scoperta se non tardi; allora essa corse stimolo a fare e fondamento a sperare in tutti gli inimici del nuovo reggimento. Questi fatti predisposero per le Puglie e per la prossima Basilicata i conati alla controrivoluzione, prima che altrove; e crearono l’ambiente che maturarono i sanguinosi frutti del 24 febbraio in Potenza e del 9 marzo a Matera.

Il 24 febbraio, e vuol dire dopo soli ventuno giorni da che venne proclamata la repubblica nella città di Potenza, un gruppo d’infima gente, che aveva a capo quei soldati fucilieri delle regie Udienze già messi dal municipio nella guardia cittadina dell’ordine, schiamazzando per le vie «abbasso la repubblica e morte ai Giacobini» va in piazza, e abbatte l’«albero della libertà»; quindi volge verso il palazzo episcopale, e irrompe nel quartiere del vescovo Serao. Egli era ancora in letto, e, con il libro aperto tra le mani, recitava l’ufficio. Si spalanca l’uscio; e a lui che chiede: «che cosa volete?» il primo dì quei ceffi, tra un misto di riverenza o di cruccio, risponde: «Monsignore, il popolo ti vuole morto»; e parte un colpo di pistola, che ferisce il vescovo. È fama che la vittima, levando la mano in atto di benedire, «vi benedico» mormorò; e cadde spento.

Il palazzo è messo a ruba; la testa è spiccata dal busto, e con questo sanguinante trofeo andranno per le vie della città; ma passano alle prossime case del seminario, ov’era preside Antonio Serra, che vi è trucidato; né mai fu nota la ragione di tanto cruccio contro costui, che non era della città, non votato ad ire municipali, non ricco. Procedono oltre, e già il rivolo diventa fiume, poiché la plebe accresce il manipolo degli uccisori e l’onda dei saccomanni; salgono a rapina sulle case dei ricchi di qua e di là; poi si rovesciano alle case dei fratelli Siani, ove questi asserragliati tentano di resistere; ma il fuoco appiccato all’uscio di strada apre la via all’orda dei manigoldi, che uccidono i due fratelli Giovanni e Nicola Siani.

Padroni della città, restaurarono il vecchio governo; ma per verità, se pure copertamente istigati da rancori di parti municipali, nessuno dell’alta cittadinanza s’unì all’informe massa di plebe vincitrice; e l’efimera restaurazione non ebbe seguito.

Ma ebbe seguito la tragedia del 24 febbraio con altra bieca tragedia, il 27.

Questo giorno i capi dell’orda assassina sono invitati in casa Nicolò Addone, a un desinare d’onore per le geste perpetrate, ed a spartire certo gruzzolo di quattrini, che dicevano raccolti tra la cittadinanza a schermo di futura tranquillità. Vi convennero sei della banda dei sicarii: e tutti sei furono spenti di coltello e di scure nelle stanze dell’Addone da lui stesso e da un’altra mano (è forza dirlo) di sicarii e compagni. Poi, altri parecchi furono colti ed uccisi per le vie della città dalla stessa mano vendicatrice. Tra lo sgomento e il sospetto di tutti, l’Addone con i suoi armati va in volta per le vie della città a mantenere l’ordine; e il governo della municipalità rivive.3

È stato variamente non giudicato, ma spiegato questo tragico evento d’una nèmesi espiatrice. Le intense gare cittadine, i rancori di famiglia, le passioni dei partiti politici, il mutare degli uomini e delle parti nel corso degli anni e secondo altri momenti della storia, questi ed altri sentimenti vennero addensando tenebre sul fatto e sulle intenzioni del fatto: tenebre che i rancori dei nipoti e delle parti municipali non diradano, ma accrescono. Dicono che l’Addone, già segreto istigatore ai tumulti ed ai corrucci del giorno 24, avesse voluto, spegnendo i sicarii, rimuovere le prove della colpa; ed è giudizio improbabile: l’Addone era dell’amministrazione municipale, cioè del nuovo governo repubblicano:4 quale ragione adunque contro il nuovo governo? Alla restaurazione borbonica egli esulò; e non fu di ritorno che con la dinastia dei Napoleonidi nel 1806; e allora ottenne uno degli uffizii più largamente retribuiti della provincia.

Altri dicono, che dalle propalate voci della banda omicida era minaccia e sospetto di altre tragedie, imminente quella degli Addone; e questi volle prevenirli; e li prevenne con risoluzione istantanea, con esecuzione fulminea pari al soprastante pericolo. Ed è più verosimile.

Né, a sostegno dell’accusa, vale il richiamare alla memoria la parte non bella che l’uomo rappresentò ai mutamenti dello stato, quando cadde il regno di re Gioacchino; né il ricordare fatti a cui accennano le gravi parole del Colletta, che scrisse: «l’età nostra lo vide accusatore calunnioso di delitti di lesa maestà a pro dei Borboni e a danno degli onesti cittadini». Tra le due epoche intercede poco meno che un quarto di secolo. In tanto moto di eventi erano mutati interessi, e quindi sentimenti e credenze e parti: poiché tale è l’umana natura cupida e instabile, e instabile perché cupida. Qui si parla dell’uomo del 1799, non del 1821.

A Matera l’albero della libertà venne innalzato il 9 febbraio. Il giorno dopo elessero in pubblico parlamento la nuova amministrazione comunale o «municipalità», presidente l’avvocato Fabio Mazzei. Ma città contermine alla terra di Otranto, ove i Corsi avevano iniziato un moto di reazione, nonché prossima alle spiaggie del mare, ove gli Inglesi e gli agenti del re di Sicilia spargevano proclami, emissarii e speranze, Matera, già messa in avviso dai segreti messi del Cardinale, non durò neppure un mese favorevole al nuovo reggimento. E quando si seppe come egli fosse entrato il 1º di marzo in Monteleone, che era importante città della Calabria, e come i popoli l’accogliessero festanti e lo seguissero in armi, gli animi degli aderenti al caduto governo si sollevano; le plebi fermentano, e Matera torna all’antico. Il giorno 6 di marzo, alle ore 22 d’Italia (dice un testimonio oculare, che ne tenne memoria) gli armigeri della regia Udienza recidono in Matera l’albero della libertà, e portano «in giro per le piazze, con feste, spari e tamburi, inalberate le regie bandiere rosse e bianche, coll’ingiunzione a chicchessia di sostituire alla coccarda tricolorata blu, rossa e gialla, la pura rossa». Il giorno che segue viene rieletta in pubblico parlamento una novella amministrazione comunale. Ma i torbidi umori della reazione non tardano a venir fuori; incarceramenti di cittadini e rapine incominciano: dileguano dalla città il Preside Blanch, i magistrati, l’Arcivescovo. «Questi armigeri (soggiunge lo scrittore ora ricordato) resisi con insolenza padroni della città, eransi già messi in comunicazione tanto col Cardinal Ruffo nella Calabria che con gli Anglo-Corsi nelle terre di Bari ed Otranto. Palasciano, Mottola, Grottole, Miglionico spedirono i loro contingenti armati (in Matera); fin Taranto si prestò, e ai 25 marzo fece entrare 25 artiglieri con tre pezzi di cannoni nella città, ove presero quartiere nel seminario. Benché ciò fosse opera di birri, pure — conchiude lo scrittore, testimoniando dell’opinione pubblica della città — non venne anche dai buoni dissentito».5

Anche la città di Melfi, dopo pochi giorni che vi fu proclamata la repubblica, vide un’impronta reazione di infima popolaglia, che abbatté l’albero, e mise a ruba le case dei Grimaldi e dei fratelli Colabelli, segnalati capi dei democratici: ma il tumulto quetò presto; e l’albero tornò in piedi senz’altre offese, fino all’arrivo del Cardinale, che fu segnale di sciogliere il freno alle ire paesane.6

Una trista efflorescenza di popolari tumulti emerse presto e si diffuse spiccatamente per le parti del Melfese. Oltre a Palazzo, che ebbe il vanto di dare il primo numero alla serie, nel giorno 9 febbraio, trucidando un ufficiale pubblico, abominosi fatti di sangue avvennero a Bella nel giorno, rimasto ivi memorabile, del 3 marzo. Il moto partì dalla chiesa, ed a colpi di schioppo cadde ucciso l’arciprete Sansone e il suo accolito all’altare; e dalla chiesa proruppe al castello che male fu di schermo ai signori; dodici dei quali caddero nel sangue il primo giorno, ed altrettanti il giorno dopo; e tra questi la baronessa Anna de Falco, veneranda per antica età e spettabilità di famiglia.7 A Muro, già mal disposto l’ambiente da un focoso e violento parroco,8 si venne a fatti di arme; però i signori in fascio tennero a freno le bieche cupidigie della plebe. Ma al prossimo Castelgrande l’11 marzo eruppero più tristi fatti, più larghi eccidii, tra cui quello della signora Rosa Gasparini.9

Lo stesso Avigliano, che fu tanta parte nella difesa della libertà, ebbe nel primo tempo perturbamenti del minore ceto del popolo minaccioso; finché la «Municipalità» sollecita non soddisfece ai vecchi desiderati popolari per vantati suoi diritti sulle terre feudali di Casa Doria. Il rimedio eroico e gracchiano portò dipoi la vigorosa adesione della numerosa classe popolare ai sentimenti della classe superiore di una cittadinanza altamente degna del ricordo della storia, per l’impeto e la perseveranza con cui difese la causa della libertà.10

Non sarebbero stati, di per sé, gran fatto temibili questi parziali movimenti di popolo contro il recente ordine di cose se non avessero avuto radice e sostegno sia nel fatto, già di pubblica fama, di un esercito regio che veniva dalle Calabrie al comando del Cardinale mandato dal Papa e a difesa del re, sia nei vivi incitamenti di emissarii, precursori, a breve passo, di altre forze del re, partite in grandi masse dal prossimo Cilento dell’attigua provincia di Salerno.

L’esercito del Cardinale comincia come palla di neve, e pure lentamente avanzando, diviene valanga. Esso procedeva, come diremo, dalle Calabrie accennando alle Puglie, per le spiaggie del Ionio: ma per le spiaggie del Tirreno, mandò, coll’aiuto delle navi inglesi, le molte centinaia di galeotti sferrati dagli ergastoli di Sicilia, perché fossero nucleo all’esercito della Santa fede che i vescovi di Policastro e di Capaccio erano intesi a raccogliere per l’aspro Cilento. E in questa regione segnatamente, intorno ad emeriti briganti già guardiani di porci, a scaltri merciaiuoli ambulanti, a sbirri dello regie Udienze messi forzatamente in vacanza, a piccoli, come erano detti, nobili — viventi, che non avevano a vivere né arte, né parte, si aggrupparono le bande numerose. Ebbero imposto a loro primo obbiettivo di guerra quello di guardare il fianco sinistro dell’esercito porporato che avrebbe proceduto lungo l’Ionio; sia, opponendosi alle forze che venissero da Napoli contro di esso, sia reprimendo e sollevando amici e nemici alla causa del re, per l’alta e montuosa Basilicata. La marcia del Cardinale tendeva alle Puglie, ove gli alleati del re, turchi e moscoviti, avrebbero sbarcate truppe di ordinanza.

Queste varie e piccole «masse» raccolte pel Cilento, si aggrupparono in due maggiori corpi: l’uno con a capo Rocco Studuti, passò, al cadere di marzo, dal vallo di Policastro, per le vie di Lauria e di Lagonegro, nel vallo di Marsico che è tutta l’alta valle del fiume Agri; l’altro con a capo Gerardo Curdo, famoso nel nome di Sciarpa, di Polla, tenne a scorrazzare per la parte montuosa, donde, ai due versanti, discendono il Sele, il Platano, il Tànagro, il Calore da un lato, e dall’altro il Basento. Ebbero a minori capi: Nicolò Tommasini per la valle di Sant’Angelo a Fasanella, Antonio Guariglia, Vito Nunziante, ed altri. I fianchi dirupati dall’alto Alburno, le strette di Campestrino, le gole del monte Marmo, onde è dato passare dalla regione piana del salernitano alle zone montuose della Basilicata, furono campo di osservazione e punto di espansione di queste turbe, di contro alla confinante Basilicata.

Alle avanguardie de’ loro primi briganteggiamenti rispose il 24 di marzo S. Chirico Nuovo, piccolo paese di genti albanesi di origine, che innalzò le insegne del re, e tornò clamorosamente al vecchio ordine di cose. Parve alla parte liberale della provincia tale uno scandalo che meritasse una repressione ad esempio.

E in quest’ufficio di pubblico giustiziero all’offesa libertà, emerse la città di Avigliano: surse, operò, fu riconosciuta a capo della parte liberale della provincia, ed a capo di essa parte Michelangelo Vaccaro. Alle nuove di S. Chirico insorto cento militi scendono armati nella piazza di Avigliano, e un pelottone di preti armali tra essi: un altro prete, nei paramenti di rito, benedice alla bandiera ed alla gente in arme. Si parte; e la squadra ingrossa dei contingenti di Pietragalla, Cancellara, Ruoti, Oppido, Tolve; anche Grassano e Tricarico convennero, e piombano sul paese, che era già deserto. Qui la repressione fu, lo dirò, esagerata e deplorevole; ma parve ad essi fazione di giusta guerre, che ha le sue leggi, non scritte ancora nei codici delle genti, ma vecchie, pur troppo, di mille e mille anni!

Questa fazione di guerra fu il primo germe o la prima manifestazione di quella, come fu detta nei ricordi scritti del tempo, concordia, o lega di amicizia, o federazione di comunità, a patti di reciproco aiuto ed a difesa della libertà. Non esiste il protocollo della sua nascita, ma Avigliano ne fu nucleo e centro; e non fu vana mostra di forze in parata da guerra, pigra o contumace alle necessità ricorrenti del momento. Surse da prima a giustizia dell’offesa pace pubblica; si svolse o costituì a difesa del minacciato nuovo ordine di cose. E questa «concordia» delle comunità dell’alta Basilicata fu quella che faceva scrivere al cardinale Ruffo: «egli sperava che la venuta dei Russi nelle parti di Puglia avrebbe fatta crollare la costanza dei montagnoli della Basilicata»11 e fu quella lega che dà ragione alla parola enfatica di Coco che saluta «il dipartimento più democratico della terra» difendente la causa della libertà con le forze di Avigliano, di Potenza, di Muro, di Tito, di Picerno, di Santo Fele.12

Intanto, e volgendo la fine di marzo, Rocco Studuti penetrava con le sue bande nell’alta valle dell’Agri,13 non vi incontra resistenza, e nei paesi d’intorno rialza le insegne reali. E lo Sciarpa, da Polla, si spinge, il 4 aprile, a Vietri di Potenza, a S. Angelo Le Fratte, a Pietrafesa: e il giorno 13, con turbe cresciute di numero, si presenta contro Tito; ma ne furono respinte. Tornano all’assalto il giorno dipoi esse e molto contadiname di Pietrafesa; e questo, con a capo un prete, entrano nel paese, abbattono l’albero esecrato, e numerosi ammazzamenti, incendii e saccheggi in quel giorno e nei seguenti;14 fin quando, verso il giorno 20, intenti ancora i conquistatori dell’albero di Tito a trafugare le masserizie rapinate, ecco arrivare Avigliano e Picerno, con a capo i fratelli Vaccaro; che fugano le turbe sanfedistiche, rialzano l’albero; rimettono l’ordine, e fatti qualche prigioniero e due cannoni presi alle bande del Curcio, irrompono alla volta di Pietrafesa. E qui molti furono i morti e non poco il bottino, il quale fu venduto a pubblico incanto in pagamento dei soldi agli armati. Ben dolorosa memoria per Pietrafesa l’atroce «settimana di S. Marco»! né lieto ricordo a noi di lotte fratricide!

Questi gl’interni turbamenti cittadini durante il mese di aprile, quando il Cardinale e il suo esercito era ancora per le parti di Calabria. Da qui egli mandò, dopo molti emissarii e proclami, un primo corpo a sua avanguardia in Matera; erano un quattrocento armati al comando di un capitano o colonnello prete, il canonico D’Epiro; e furono acclamali ed incontrati fuori la città, il 13 aprile, dai cittadini in festa e dai santi della Chiesa in effigie. Ed ebbero forse ragione di acclamarli i primi, poiché gli armigeri interni mantenevano tutti in sospetto. D’altra parte, per tutte le città minori o maggiori del Materano, dopo che il capoluogo ebbe restaurato un simulacro del vecchio governo, era un turbamento immanente per vivo accanimento di parti ed erompere di violenze a fine o di abbattere l’albero democratico, o di mantenerlo o rimetterlo in piedi, secondo che giungessero notizie dell’appressarsi dei regii dalle Calabrie o dei francesi dalle Puglie, che poi non vennero mai.15 Qui piccole e disgregate forze liberali, mancò ivi un centro di resistenza o d’iniziativa, come non mancò per la parte montuosa della provincia stessa, che preoccupava (e lo abbiam visto) il Cardinale.

Il quale al cadere di aprile tocca il confine di Basilicata a Rocca Imperiale. E la crociata, bandita, predicata, sollevata dall’uomo, è necessario che prenda il posto che le è dovuto, nella nostra storia, che resterebbe un monco episodio e inesplicato senza un’adeguata notizia di esso.

Egli era sbarcato sulle coste di Calabria il giorno 8 febbraio, col proposito d’iniziare la controrivoluzione al governo della repubblica poco innanzi proclamata. Raccolse pochi vassalli e gli armigeri dai feudi di sua famiglia; gli si aggiunsero vecchi soldati in congedo; e poté muovere i primi passi da Bagnara con un esercito di alcune centinaia in armi. Per lettere private e pubbliche, come cardinale di Santa Chiesa e vicario del re, si indirizza ai vescovi, ai parroci, ai popoli, invitandoli a concorrere con essolui alla difesa della fede cristiana e dei diritti del re. Vescovi e parroci commuovono i loro ovili, o mandano senza indugio alla posta data in Palmi bande di gente in armi e senz’armi, precedute dalla croce inalberata, condotte da preti e da frati. In Palmi ebbe da Messina due cannoni; altri due vecchi arnesi gli vennero dal castello di Scalea col parroco della città. A Mileto il 24 febbraio crebbe l’esercito di altre centinaia, in armi. Uno spirito tra il religioso e il politico moveva quei primi passi delle turbe: ben presto vi si aggiunse lo spirito di cupidigia o dell’interesse; e l’impresa divenne un affare di borsa e un affare di coscienza, una crociata facile e promettente, che principia intanto con la caparra di una mercede quotidiana sicura ai crocesegnati tolti alla marra. Furono di nucleo a queste masse i soldati sbandati dall’esercito regio, le squadre delle regie Udienze sciolte, e la gente d’armi dei baroni: vennero dipoi ad accrescerne il numero le masnade dei forzati tolti agli ergastoli per ordine del Re, e da navi inglesi trasportati sulle spiagge di Calabria e poi del Cilento. In breve tempo il Cardinale poté raccozzare un esercito poco armato, punto ordinato, ma numeroso e disposto così a cantare il salterio, come a riempire il sacco dei ladri. E a battezzarlo per un esercito ammodo, fa mettere la croce nel campo della bandiera; una croce di nastro bianco al berretto d’ogni assoldato: e a tutta la ciurma dà il nome di «armata cristiana e reale» che invece la storia mutò in quello che le è rimasto della «Santa Fede».

La grande accolta di gente nel campo di Palmi gittò la trepidazione e lo spavento nei paesi circostanti. Comincia il fermento e i tumulti nelle plebi; i patrioti, di poco numero dovunque, balenano; i governanti dei municipii si eclissano; le città già democratizzate ritornano a «regalizzarsi» come diceva con brutta parola il linguaggio del tempo. Monteleone, che era primaria città del Catanzarese, alla notizia della marcia del Cardinale, apre le porte prima che arrivi, e questi vi entra il 1º giorno di marzo e vi riscuote diecimila ducati di taglia: altri quattromila da Maida. I paesi circostanti fanno adesione; anche la non prossima Cosenza poco di poi si «regalizza» che l’esercito cardinalizio era ancora lontano; ma operava per esso la voce dei vescovi, dei parroci, dei frati, e, più di tutto, la ecclissi del governo di Napoli, di cui non si aveva notizia di forze, non speranza di soccorsi o di aiuti. Ma il Cardinale non s’indugia; e da Monteleone annoda trattative perché insorgessero le marine del salernitano, specie il Cilento; e qui trova i due luogotenenti, poco men di lui famosi e attivi, o come lui prelati, il vescovo di Capaccio, Turrusio, e il vescovo di Policastro, Ludovici, che fecero pel salernitano quello che egli per le Calabrie, o poco meno. Ai loro ordini mandò ivi, su legni inglesi, quel migliaio di galeotti, che la Corte avea tolti ai bagni di Sicilia e spediti in Calabria, e il Cardinale allontanava da sé per pudore delle impronte scelleraggini loro. Mandò inoltre una grossa partita di armati a bloccare Catanzaro, capitale della provincia, ove si erano raccolti i patrioti della regione, che abbandonavano insecuri i loro piccoli paesi. Ma questi non ebbero o forza o fortuna a contenere che non scoppiassero i torbidi umori serpeggianti nelle masse popolari : un gruppo di cospiratori, che altri non erano se non una mano di birri delle regie Udienze, aprono di notte una porta della città, e mettono dentro una schiera di quelli che erano di fuori. Così Catanzaro è presa; o, a dir meglio, presi, uccisi o fuggiti i patrioti, e la città saccheggiata; non tanto quanto sarà fatto di Cotrone e d’Altamura, ma a un dipresso, a mezzo sacco, a mezzo sangue. Nessuna capitolazione adunque; ma un colpo di mano.

Il fiume ingrossa ed allaga. La fortuna aiuta il Cardinale, ma anche il senno; poiché, è forza e giustizia il riconoscerlo, ebbe grandi qualità organatrici, e le qualità superiori dell’uomo di Stato; e se non avesse sostenuta la causa del dispotismo contro la libertà, sarebbe stato degno di altra fama nella storia; la quale se non può lodarlo deve fargli giustizia.

Cotrone era una piazza forte, ed aveva, per giunta, un presidio, per vero non grande, di Francesi. A bloccare la piazza il Cardinale manda un duemila tra i migliori della sua gente; e a questa si accodano, spontanei, tale massa di gente dei dintorni, armati men di armi che di scuri e di ronche, che le campagne intorno alla città ne formicolano; ed erano i corvi accorrenti all’odore della preda. E come ebbe principio dagli assediami il cannoneggiamento contro la piazza, esce da questa una sortita di animosi contro le masse di fuori: ma brevi di numero, furono di leggieri avviluppati da una turba tenuta in agguato dal capo, che ebbe un nome famoso nella storia dei ladroni, «il Pansanera». Quelli retrocedono in disordine; li insegue una mano dei più ardimentosi, i quali impediscono si alzi il ponte levatoio alla porta; e questa dischiusa o sfondata, apre il cammino agli assediatori.

I patrioti si raccolgono nel castello; ma anche questo cedé subito, perché la guarnigione degli antichi soldati regii si ammutina, e abbassa il ponte. La città di Cotrone fu abbandonata, dice lo storico del Cardinale,16 ad un desolante saccheggio, che fu causa di tristissimi effetti, sperperò la città, e fece finire l’esercito del Cardinale. Una sola casa (egli attesta) fu salva dalla rapina, e fu quella del Farina condannato a morte dai patrioti: e in essa prese alloggio il Cardinale, che entrò in Cotrone il 25 di marzo. Poi, compiuta l’impresa dei ladri, tutte le compagnie degli armati (continua lo storico segretario) sparirono nella seguente notte del sabato santo, a fine di trasportare in sicuro la roba involata, e non cedendo né a preghiere né a minaccie; promettevano però di tornare a sacco vuotato, ma non tornarono. L’armata della Santa Fede si sciolse. Non rimasero al Cardinale che i soldati delle milizie regolari, e qualche migliaio solamente di tutte le masse: e queste crucciose perché, lontane, non avevano preso parte al bottino, rimasero alla speranza di rifarsene.

Convenne al Cardinale di ricostituire da capo l’esercito; e si rivolse alla religione dei vescovi e dei parroci, i quali risposero di zelo efficace, e man mano i soldati della sacchetta vennero o tornarono. Quindi si rimette in marcia; entra in Cosenza, riordina il governo, nomina a preside un vescovo; va il 12 aprile a Corigliano; e prima che metta il piede in Basilicata, passa in rassegna l’esercito nelle pianure di Cassano: e trovo scritto17 che numerarono cinquemila di soldati regolari, milledugento su cavalli da butteri o mulattieri, e questi armati di spiedi e spuntoni ad uso lancia; undici cannoni e due obici, ma pochi artiglieri; e, inoltre, di masse armate di ogni genere armi ed arnesi, oltre a diecimila uomini; masse informi e pel numero spaventevoli, ma cui avrebbe spulezzato un breve corpo di soldati veri, agguerriti e ben comandati; il che mancò allora e sempre alla fortuna della Repubblica napoletana.

Al cadere del mese di aprile il Cardinale tocca al confine della Basilicata. E già per un tratto di paese interno le popolazioni in grandissima trepidazione e sospetti abbattono albero e insegne frigie, innalzano a suo luogo la croce, e mandano deputazioni di ossequio al Cardinale. A Rocca Imperiale arrestano i due preti che avevano predicato per la Repubblica e viene mandata una squadra a Rotondella per punire quei del governo che torme di popolo erano venute conclamanti ad accusarli sul cammino del Cardinale.18

Il 3 di maggio sono a Bernalda. Quel giorno per la chiesa cattolica è solenne al ritrovamento della Santa Croce; e alla croce che era insegna alla bandiera ed alle truppe della Santa Fede dedicò un giorno di festa e di riposo il generale in capo. Si ordinano solenni uffizii divini alla chiesa; e il Cardinale, deposto, come Goffredo, l’abito di guerra, la spada di Argante e gli stivali a tromba, riveste la porpora dei giorni di pace; e siede in alto seggio di onore a pregare e benedire. Tuona di fuori il cannone; crepita la fucileria di quei della sacchetta; e il popolo, grande e piccolo, a fare eco e coro col grido dei nuovi crociati: Viva Iddio, viva la Fede, viva la Croce, viva il Re. A tanta festa la commozione era in viso e in cuore di tanti siffattamente, dice lo scrittore di questi ricordi, che egli non può frenare le lagrime in rammentando tanta affettuosa pietà! Era un frate, ma senza memoria: non ricordava, scrivendo, il sacco di Cedrone e quello di Altamura19

Il Cardinale nel giorno 7 maggio fu a Montescaglioso; e l’8 a Matera. La città capo della provincia era già «regalizzata» nei modi e nei termini di sopra riferiti; quindi accoglienza, sopra ogni dire, premurosa e simpatica. La città divenne quartiere generale e punto d’appoggio utilissimo per la prossima impresa, che era quella di sottomettere Altamura: ivi ufficii di viveri alle truppe, spedale pei feriti, depositi a rifornire armi ed arnesi di guerra; ivi convegno degli armati e volenterosi di tutto il Leccese, nonché di molti paesi di Basilicata;20 ed ivi giunse con un gruppo di gente in armi il De Cesare che rappresentò per le Puglie la commedia regia e che, nominato generale con brevetto in regola dal Cardinale, fu inviato all’impresa di Altamura.

Altamura, popolosa città, cinta di alte mura, era diventata in quel momento centro di difesa della libertà e capo di fatto del dipartimento del Bradano. Ripartito il territorio della Repubblica con la legge «del 21 piovoso, anno VII»,21 surse per essa il «dipartimento del Bradano» di cui Matera sarebbe capo, ed uno dei suoi «cantoni» Altamura. Ad «organizzatori» di questo importante spartimento, che comprendeva zone di tre delle antiche provincie, fu destinato oltre il Nicola Palomba anche Felice Mastrangelo. Quegli di Avigliano e, come fu detto, non più giovane, ardentissimo, audace, questi, di Montalbano, giovane e bravo; in origine medico, ma già capitano di cavalli22 fu egli il generale capo della difesa. Ma poiché Matera era in mano al partito del re, i due Commissarii sostarono ad Altamura, contermine a Matera, per gli apparecchi di offesa e di difesa.

Giunsero ad Altamura non prima del 22 marzo, con soli un sessanta uomini armati, accresciuti il giorno dopo di altrettanti, mandati spontaneamente da Montepeloso.23

I Commissarii e la «Municipalità» promossero una cassa «meritoria» di offerte volontarie, provvidero all’assetto delle vecchie mura, all’istituto della guardia civica e di un campo di armati in osservazione fuori la città, raccattarono alcuni cannoni, avviarono a fabbricare polveri e proiettili dal metallo delle campane, e s’ingegnarono si addestrassero al maneggio delle armi improvvisati artiglieri. In tali apparecchi aspettavano le già promesse, le invocate e le non arrivate mai squadre francesi da Bari e da Andria per poter muovere contro Matera. Intanto eccitavano gli animi a fraterni sdegni le quotidiane scaramuccie e depredazioni vicendevoli nei territorii finitimi delle due città, i sequestri di uomini e di animali, le scorrerie di avamposti, le rappresaglie. Questo stato di aspettativa durò troppo! un mese e più. E Vincenzo Coco, eco dei contemporanei vinti o caduti, accusa de’ due commissarii la indolenza e la clamorosa vacuità. «Mastrangelo generale, era tutt’altro che generale (egli dice). Palomba, altro commissario, non aveva saputo mettere in opera i mezzi per riunire e sostenere le forze popolari. Caldi amendue del più puro zelo repubblicano, colle più pure intenzioni, ma privi di quella pubblica opinione, che sola riunisce le forze altrui alle nostre, e di quel consiglio (?) senza di cui non valgono mai nulla né le forze nostre, né le altrui, tutti e due non sapevano fare altro che gridare: Viva la Repubblica! e intanto aspettare che i francesi la fondassero! Nel dipartimento più democratico della terra, colle forze imponenti di Altamura, di Avigliano, di Potenza, di Muro, di Tito, Picerno, Santo Fele, ecc. Mastrangelo perdette il suo tempo nell’indolenza: bravi uffiziali che aveva attorno lo avvertirono invano del pericolo che lo premeva: l’insorgenza crebbe, e lo costrinse a fuggire».

Giudizi acri! — ma pur troppo suggellati presso i posteri non meno dall’ignorata difesa degli accusati, che dal mancato all’impresa successo della fortuna! Essi avrebbero dovuto investire Matera prima dell’arrivo del Cardinale, e Matera avrebbe senza dubbio ceduto: nol fecero. Fu egli difetto di animo, o difetto di informazioni esatte sullo stato dell’avversa città, o difetto delle forze proprie? Che a loro mancasse ardimento e coraggio nessuno potrà dirlo. Ma le forze che vennero con essi non parvero, e forse non erano all’impresa bastevoli. Queste forze essi non ebbero ingegno, autorità o fortuna di accrescerle; e i cittadini armati della città erano per la difesa di essa, non per l’offesa a Matera; intanto l’onda cardinalizia montava su, e il tempo trascorreva per essi a loro danno! Fu colpa loro una sola; quella di non essere morti nella difesa della città! ma morirono per la difesa della libertà sul patibolo! e questo redima ogni colpa!

L’importanza politica e strategica di un centro di difesa posto al lembo di tre provincie, spingeva il Cardinale alla necessità d’impadronirsene ad ogni costo, sia per accordi, sia per la forza. Le industrie degli emissari suoi non approdarono; erano partiti da Matera, sotto fìnte vesti, preti, frati, ingegneri ed altro genere esploratori per informare, tentare, avvertire; ma intopparono nella vigilanza e nelle vendette, non belle né utili, degli avversari, e non tornarono. Anche il parlamentario, che era stato spedito sotto la guarentigia del dritto militare, non tornò. Spinse egli dunque le sue masse a circondare Altamura.

Questo fu fatto l’8 maggio. Il giorno 9 comincia il fuoco dei cannoni dalle due parti; ma l’uno e l’altro di poco frutto sì pel breve calibro dei pezzi, sì per. l’inabilità degli artiglieri. A mezzo il giorno i difensori si ritirarono dalle opere esterne entro la cinta murata della città; le opere esterne che non erano state validamente protette, non potevano più oltre sostenersi, e le munizioni, a quanto pare, facevano difetto, se, come non è dubbio, adoperarono in servizio dei pezzi pure le monete ad ufficio di mitraglia. Continuò ancora la dilesa da su le mura cittadine. Ma ai Commissari parve che la partita fosse già perduta, e con le loro squadre lasciarono la città lo stesso giorno;24 triste giorno non meno all’abbandonata città che alla loro fama! Il fuoco della piazza cessò a 22 ore; ma né segnale di resa fu alzato, né tentata sortita a sbaragliare gli assedianti. Venuta la notte, un gruppo di questi si fa presso alla porta già sfondata dal cannone, e dà mano a sgombrare le scheggie e le macerie; e poiché non trova ostacolo di dentro, si fa a penetrare nella città. Tutto è deserto: non soldati, non guardie, non scolte; la città è come spenta; sicché alla prima alba, della dimane, 10 maggio, il Cardinale, con i consueti accorgimenti del caso, fa occuparla. Essa era vuota di gente; i difensori, il popolo in massa ne era uscito nel dì innanzi; poca e povera gente sbucò allora dai sotterranei, ov’era chiusa.

Triste storia e pur troppo vera la sorte toccata alla città abbandonata, non presa d’assalto! Fu messa a sacco casa per casa, sistematicamente, ordinatamente, palagi, fondaci, botteghe, chiese, conventi, taverne. L’esercito saccomanno prese tutto; e fu una fine operazione di guerra così il prendere la città cinta di mura, come il ripulirla; l’una operazione vinse l’altra di fama e di stupore nella mente degli uomini. Dalla città si andò a rapinare per le campagne, e concorsero all’opera le popolazioni delle prossime città. Il sacco di Altamura restò celebre nella storia napoletana quanto, proporzione fatta, il sacco di Roma.

Ricercare, cui spetti la responsabilità morale di questi brutti e pure comuni fatti di ladroneggiamenti alle città prese di forza, è opera vana e accademica. Sono fatti brutti e comuni delle guerre antiche e delle guerre moderne, dei tempi barbari e dei tempi civili. Ma qui, pel fatto d’Altamura, è un altro affare. La storia scritta nel vivo delle passioni politiche incolpa il Cardinale non della responsabilità ideale di tutti i capi, ma di personale responsabilità: perché «il sacco era stato promesso ai soldati» a fine d’incitarli; perché «dove prima delle altre sue vittorie (dice Coco) il Cardinale aveva usata apparente moderazione, in Altamura, sicuro già da tutte le parti, stanco di guadagnare gli animi che poteva ormai vincere, volle dare un esempio di terrore».25 E parve si prestasse a questo severo giudizio il fatto dell’ordine, che egli diede di tenere chiuse e guardate tutte le porte di Altamura, da una in fuori; e nell’ampio spazzo innanzi di questa furono obbligati i foraggiatori del sacco a venirvi a deporre le robe ladroneggiate «per farne la divisione in regola» dice lo scrittore segretario,26 e fu fatta in regola, in mezzo ai crucci, alle ire, alle bestemmie di chi dava e di chi prendeva; ripartitori i capi, gli uffiziali, i preti, i frati e, forse, lo stesso Cardinale.

Qui potrei arrestarmi, ché ce n’è abbastanza; ma non intendo scrivere storie di partito: e non è onesto che il tribunale non oda la difesa; non è né onesto nè giusto, che i fatti non belli siano coperti di un velo, che i partiti hanno interesse di tenere fermo, e la giustizia della storia ha il debito di rimuovere.

I difensori del Cardinale dicono che egli non promise, né permise il sacco, ma dové subire il fatto; egli, con i capi delle sue torme, aveva precedentemente stabilito che si sarebbe imposta alla città una taglia di guerra, da ripartirsi di poi a tutti gli assedianti; appunto per rimuovere l’evento di un saccheggio. E questa affermazione essi rafforzano della considerazione, che il Cardinale istrutto del fatto di Cotrone, ove dal saccheggio derivò lo sciogliersi delio masse, appunto per mettere in salvo i procacci della rapina, non avrebbe potuto andare incontro alle stesse conseguenze, per le quali, squagliato l’esercito, egli dové rifare da capo la trama e l’ordito. Chi dunque lo permise? — Non è il caso di permissione in quegl’impeti, con quelle orde senza ordini, senza disciplina, senza autorità di comando. Una favilla, dicono, provocò lo scoppio degl’istinti rapaci e ferini: e la storia, se il senso umano ha ancora una corda che vibri, deve fermarvisi: e chi la dimentica, ha colpa; chi la dissimula, delinque.

I primi che al mattino del giorno 10 entrarono nella città, corsero in traccia di quei preti, frati, ingegneri ed emissarii, che non erano più tornati al campo; e, specie tra questi, un Vecchioni, uffiziale dell’esercito regolare, che era andato sotto la fede di parlamentario. Li credettero in carcere, e intesero a liberarli. Ma il governo dei patrioti ovvero i capi della difesa, il giorno stesso del 9 che abbandonarono la città, avevano fatto trasferire nella chiesa di San Francesco quelli ed altri che dissero briganti del Cardinale, ed erano 48 di numero; e in quella chiesa vennero ligati a coppia, e moschettati. E poiché il tempo stringeva e Annibale in porpora era alle porte, si scoperchia una fossa, e vi si precipitano dentro morti e moribondi, cadaveri e viventi, incatenati. Dicono che un giudizio subitaneo di guerra li avesse dannati a morte; e lo credo; e credo anche che in buona fede, come a debito di onore patriottico, si spinsero a questi atti di maniaca sapienza politica quelli che ordinarono, quelli che giudicarono, e quelli che eseguirono. Lo credo, e mi spiego la cecità loro; cecità di partito, cecità di patriottismo, che agita ed agitava allo stesso modo sulla Senna, sul Sebeto, ad Altamura, in altri luoghi, ed anche ieri, come abbiam visto, ai tempi nostri; né la luce e l’umanità dei nostri tempi ha fatto comprendere ancora ai liberali, ai patrioti, che queste sono, più che delitti, sciocchezze; sono micidiali scoppi d’arme che feriscono chi le adopera; e li feriscono di tale ferita che resta in perpetuo, e che, pure materialmente chiusa, gitta sangue.

I nuovi arrivati scoperchiano la fossa, e ne traggono fuori le coppie sanguinanti; i più sono freddi cadaveri; altri non morti ancora, spirano alla pur troppo inutilmente desiata luce; tre dei dissepolti rivivono, e vissero poi molti anni ancora. La cronaca ne dice il nome, le condizioni, l’età: uno fu il parlamentario Vecchioni; un altro era di Matera, ed ebbe nome Emmanuele di Marzio.

Questa fu la scintilla, che diede fuoco alle polveri: e questi sono i fatti. Non è onesto sopprimerli: libero ognuno di giudicarli, spiegarli o scusarli.

La caduta di Altamura diè il crollo alla parte liberale di tutte le Puglie. Il Cardinale vi portò il quartiere generale, e vi rimase quindici giorni, aumentando, riordinando le sue masse; poi lentamente avanzando fu il 24 di maggio a Gravina, il 27 a Spinazzola, il giorno dopo a Venosa, il 29 a Melfi; e qui venne a complirlo l’ambasciatore del Sultano, che dava avviso dello sbarco dei Turchi a Manfredonia, in servizio del re. A Melfi si fermò qualche giorno; vi tenne al fonte battesimale un bambino; e pure mantenute in ordine le bande ladronaie, permise che le ire paesane dei fratelli Martino facessero arresti di patrioti, fin nelle chiese. Da Melfi sarebbe passato a Potenza, secondo che aveva in animo, per mettere a dovere la città: ma poiché la bisogna era già compiuta dallo Sciarpa, come si dirà, piegò invece il 5 giugno pel versante Adriatico. Né finora, in quattro mesi! ha messo un qualche ostacolo al suo fatale andare il governo di Napoli.

La difesa militare della Repubblica non fu né fortunata, né per singoli fatti notevole. I francesi, con scarse forze disponibili di ordinanza, intendevano a combattere gli alleati del re, gl’inglesi che infestavano le spiaggie prossime alla città capitale, i moscoviti e i turchi che sarebbero sbarcati nelle Puglie. Ma i moti interni delle popolazioni avverse alla repubblica avrebbero dovuto reprimerli le popolazioni stesse alla repubblica favorevoli. Al cadere del mese di febbraio il generale Championnet spedì verso le Puglie il generale Duhesme con seimila uomini. Ed iscritta che fu allora, dalle clamorose «sale patriottiche» della città, una accolta di giovani volenterosi, questa col nome di Legione Bruzia ed all’intento di combattere le bande del cardinale nelle Calabrie, partì al declinare del mese di marzo. Era a capo di essa Giuseppe Schipani, che è rimasto in fama alla nostra storia per burbanza alta di parole e vacuità di fatti. La Legione Bruzia fu il giorno 26 di marzo in Eboli: fin lì le popolazioni apparivano amiche; ma non così quelle a sinistra del fiume Sele, donde va sollevando l’immane dirupato dorso il monte degli Alburni, sede di piccole alpestri comunità, e prossime al sovrastante campo di osservazione delle bande dello Sciarpa. Una parte della legione avanzando trovò qualche resistenza in Sicignano, che fu vinta; e questa licenziò i vincitori a fare man bassa nella Chiesa del paese sugli arredi sacri. Schipani, che era in Eboli, restituì alla Chiesa la parte ricuperata degli argenti;27 e volendo proseguire oltre per la via alle Calabrie, passò il Sele, piegando a destra del monte Alburni per la valle del Calore, lasciando a sinistra la valle del Tànagro ove era Sicignano; e donde avrebbe dovuto impigliarsi in su per le strette di Campestrino, difficili a sormontare, facili a difendere, e difese già dallo Sciarpa che sull’alto di esse aveva continue le sue vedette.

Nella valle del Calore e dalla non avversa Roccadaspide vide egli sventolare al vento una bandiera bianca sull’alto del colle ove era aggrappato il paesello di Castelluccia.28 Parve una sfida al generale della repubblica; e decise investire nelle sue mura la terra ribelle. Era il giorno 14 di aprile.29 La investì da due parti: ma mezzi preparati a vincere una qualsiasi cinta di mura non aveva pronti; e l’attacco non riuscì. E la non riuscita fazione più che una ritirata militare, diventò una disfatta politica! E Coco scrisse:

«Schipani fu costretto a ritirarsi, e cadendo in un momento dall’audacia alla disperazione, la sua ritirata fu quasi una fuga».30

I difensori restarono illesi! e i fuggitivi, morti in gran numero inseguiti pei campi. Un testimonio del luogo racconta:31

«Il parroco prima dell’attacco, esortò i cittadini alla più strenua difesa e benedisse la bandiera bianca, che venne rialzata in cima alla Chiesa parrocchiale di S. Nicola. Da quel tempo la festa di S. Cono vien celebrata in memoria della vittoria riportata, e un apposito inno sacro ricorda, insieme con la data, le nove ore dell’accanito combattimento».

Ricordo doloroso, per quanto onorevole, di patriottismo!

Il triste evento ebbe conseguenze gravi e diffuse. Le bande de’ galeotti gittati sulle coste del Cilento vennero innanzi sulla destra del fiume Sele minacciando a Salerno; la parte liberale di questa provincia agghiadò; la città, di Salerno si «realizzò» come dicevano, il 26 di aprile, e benché due giorni dopo fosse risottomessa per aspra repressione da una legione di francesi, tornò il 2 maggio al partito regio.

Ma la disfatta legione Schipani fece libero il passo all’azione dello Sciarpa per l’alta Basilicata, che ben durava ancora fiera di vivo ardimento, nella difesa della repubblica.32 Ritornò egli alla sua Polla e alle strette di Campestrino e del Marmo: e qui incontrò una squadra di patrioti di Muro con a capo un prete, aitante e rubesto, Pantaleone Spicacci, che, fatto prigioniero,33 fu serbato al futuro carcere ed all’esilio. Obiettivo dello Sciarpa era quello di occupare la città di Potenza; e manovrando a questo intento si presenta, una prima volta al cadere di aprile, sotto le mura di Picerno. Accorsero a difesa i patrioti di Avigliano, e con i fratelli Vaccaro e il maggiore Calenda di Picerno respinsero lo Sciarpa, che vi perdé uno de’ suoi minori cannoni.

E poiché — è lecito di credere — lo Sciarpa ebbe aiuti e il concorso dei sanfedisti di Bella, reliquie disfatte del 3 marzo, quelle forze riunite di Avigliano e di Picerno e quelle di S. Fele e di Muro piombarono sopra il paese di Bella; e qui molti eccessi, molte, anzi troppe le case bruciate; e non partirono prima che al luogo dell’albero reciso non messero invece — ironia della pace — un albero di ulivo34 — Lo Sciarpa tornò una seconda volta dinanzi a Picerno; e una seconda volta respinto da quei di Avigliano e dagli altri confederati, vi lasciò ancora un cannone, e piegò verso Tito.

In Tito entrò il 3 di maggio; e non fu lui, per vero dire, ma un suo luogotenente destinato a guardia della piazza che, nel corso del mese, fece eseguire a morte condanna di parecchi incarcerati; ivi il giorno 27 fu spenta la ottantenne signora De Ciutiis della liberale famiglia dei Caffarelli.35

Il piano militare delle forze sanfedistiche si sviluppava con logica dritta ed ordinata. Le bande celentane vengono concentrandosi a Polla, e qui era convenuto, il 4 maggio, monsignor Ludovici di Policastro, capo politico attivo e intraprendente delle insorgenze del salernitano; ivi arrivarono con due cannoni ed artiglieri alcuni ufficiali della squadra inglese, tra dei quali è fatto il nome di Guglielmo Arley, capitano di artiglieria.36

E tornano ad assalire Picerno la terza volta37

Era il giorno 10 maggio: lo stesso giorno cadeva Altamura; lo stesso giorno cadde Picerno. Le forze delle comunità confederate erano nuovamente accorse in sostegno della città, ed a capo, come sempre, quei di Avigliano; ed energica fu la difesa; ma in troppo gran numero gli assalitori, diretti da uomini di guerra, sostenuti da cannoni, imbaldanziti dalle propalate vittorie regie, e la città dové cadere; ma non cèsse prima che decimali i difensori, mancate alle armi le cartuccie, e colpiti al cuore dal nemico piombo i due Aiaci della rivoluzione Michelangelo e Girolamo Vaccaro! Lo stesso giorno altri drappelli di Aviglianesi erano accorsi in soccorso: ma, a mezza via, dall’alto dei prossimi colli videro che Picerno ardeva già!

E qui fu il fine della resistenza. E Vincenzo Coco poté scrivere: «I paesi della Lucania fecero prodigii di valore, opponendosi all’unione di Ruffo con Sciarpa; e se il fato non faceva perire i virtuosi e bravi fratelli Vaccaro; se il governo avesse mandati loro non più che cento uomini di truppa di linea, qualche uffiziale e le munizioni di guerra che loro mancavano, forse la causa della libertà non sarebbe perita».

Morti gloriosamente i fratelli Vaccaro, nell’indifesa città irruppero i sanfedisti, e dei primi furori dei micidiali e ladroni restarono vittime donne ed uomini inermi, e specialmente ricordato il sacerdote Nicola Caivano ucciso a colpi di pietra in chiesa, mentre presentava la immagine di Gesù crocifisso agli irrompenti campioni della Santa fede.

Giustino Fortunato, che dell’epopea tragica di questa nostra storia à voluto interrogare minuti, ignorati, ma sicuri e insospettabili documenti, nei libri mortuarii delle parrocchie, à risuscitato i nomi dei caduti «in conflitto» nella giornata del 10 maggio. Sono settanta nomi, tra cui diciannove donne.38 Delle quali il Colletta poté scrivere acclamando

«alla virtù delle donne picernesi che vestite come uomini combattevano a fianco dei mariti e fratelli, ingannando il nemico meno dalle mutate vesti, che per il valore».

Tale fu la voce che ne corse: alle vittime ben si addicono i fiori!

Lo Sciarpa si preparava per venirne a Potenza. Ma i suoi confederati di Bella vollero la rivincita e la vendetta dei patiti danni recenti, e con essi e per essi egli retrocede con le sue bande a Muro. Qui la resistenza non manca, ma con facile manovra è vinta da un contrattacco e le bande entrano in Muro il 15 maggio. Tredici i morti, abbruciati i palazzi signorili, e un generale saccheggio da predoni domestici e da avventizii per furto o vendetta:39 tale fu lo epilogo della campagna.

Il colonnello Sciarpa manda ai circostanti paesi l’ordine di sottomettersi, e saranno rispettati. Parve vana ogni resistenza; e cedettero. Gli eventi ebbero contraccolpo di sangue in taluni paesi lì d’intorno, specie a Biella. Sciarpa trionfatore entrò il 19 in Potenza: non vi fu saccheggio, ma qualche ammazzamento, come a dire straordinario, per sopraderrata, di qualche patriota mal capitato o in ritardo. La città sborsò prontamente 1500 ducati a «Don Gerardo Curcio per pagare le regie truppe» dice un documento del comune; Don Gerardo Curcio, che era lo Sciarpa di ieri, oggi è colonnello, dimani barone! e le regie truppe erano l’esercito famoso della «Santa fede».

Il quale esercito, allagando e trionfando, giunse alla città di Napoli il 13 di giugno; il 19 il Cardinale venne a patti di giusta capitolazione con i presidii e i patrioti chiusi nei castelli Nuovo e dell’Ovo; quella capitolazione che Nelson, corsaro non ammiraglio nella rada di Napoli, disdisse e infranse. I patrioti chiusi nel castello di Sant’Elmo non capitolarono col Cardinale: essi furono venduti a suon d’argento dal barattiere francese, che, comandante del castello, stabiliva i patti e il prezzo con i delegati di Nelson. Al Cardinale Ruffo la storia, almeno per questo punto, ha fatto giustizia: egli vide, agì, consigliò da uomo di Stato; ma Nelson agì da pirata; la regina da tigre; il re da tanghero. I patiboli si alzarono a Napoli e per le provincie. La fama delle illustri vittime empì il mondo: gloriosi nella storia, poetici nella leggenda!

Condannati della Giunta di Stato, famosa, morirono sulle forche, nella piazza del Mercato di Napoli, il 13 luglio del 1799, Nicolò Carlomagno di Lauria;40 il 14 ottobre Felice Mastrangelo di Montalbano Jonico, e Nicola Palomba di Avigliano; il 12 dicembre Nicolò Fiorentino di Montalbano stessa, ma nato a Pomarico, e Michele Granata di Rionero, frate e professore; il 1° febbraio del 1800 fu spento Cristoforo Grossi di Lagonegro;41 e, sopra tutti famoso, Mario Pagano impiccato con Domenico Cirillo, con Ignazio Ciaia e con Giorgio Pagliacelli, il giorno 29 ottobre del 1799 nella stessa piazza della città di Napoli. Era nato l’8 dicembre del 1748 in Brienza.

Speciali Giunte di Stato vennero costituite per le provincie e mandati con queste Giunte i «Visitatori speciali», per restaurare l’ordine antico, punire i ribelli e riavviare il pagamento delle imposte. Il marchese della Valva fu «visitatore» per quattro provincie, e tra queste Basilicata. Ed egli, per regia delegazione, nominò i suoi assessori, dando loro le facoltà d’inquirere e giudicare le cause dei rei di Stato con i procedimenti spicci e subitanei del tempo di guerra.42 — A rivoluzioni vinte, ieri come oggi, è vana, del resto, la ipocrisia delle forme!

Del naufragio delle rivoluzioni le reliquie sono, come sempre, innumerevoli; innumerevoli le domestiche nostre. È affermato da uno scrittore de’ nostri tempi, che dice di averne i documenti,43 ed io lo ripeto, che la Delegazione di Basilicata ne condannò all’esilio 189; oltre alle non numerose, per vero, condanne di morte. Poi le confische secondo la legge del tempo, ed i sequestri de’ beni coronarono l’opera44

Fu tratto al patibolo nella città di Matera, il 30 dicembre del 1799, per delitto di stato e per condanna della regia Udienza, Oronzio Albanese, prete di Tolve, di 51 anno di età; ma di quale speciale delitto politico fosse accusato, è ignoto.45 Anche il tenente Vincenzo Tirico era stato dannato a morte, e spento in Muro Lucano il 16 dicembre dell’anno nefasto46 Poi trassero al patibolo stesso, nella stessa città di Matera, il 15 marzo del 1800, sei cittadini di Potenza, che furono Michelangelo Atella, prete, Romualdo Saraceno, Rocco Napoli, Giosuè Ricciardi, Gerardo Molinaro, Gerardantonio Vaglio, «per delitti di perduellione ai tempi della iniqua anarchia» dice la lugubre nota che ne scriveva il parroco della chiesa di Matera sui suoi registri dei morti. La regia Udienza o il Visitatore dettò processi e sentenza; ma gli atti scritti non esistono più: e fu dubbio per quale speciale figura di delitti di stato vennero sentenziati a morte essi, che non ebbero parte al governo repubblicano della città; non furono membri del municipio, meno che il Napoli. Che fossero stati i biechi strumenti di quel Nicolò Addone alla sanguinosa vendetta che venne presa sugli uccisori del vescovo Serao (e da ciò il processo e la condanna), oggi non è più dubbio.

La tarda nemesi della storia, con vereconda mano, ne vela i nomi. Essi non furono compresi nella lapide commemorativa che, ai nostri giorni, per pubblico decreto, venne posta, nell’aula del Consiglio provinciale di Potenza, a coloro che «dettero la vita sul patibolo per la patria e la libertà».47

APPENDICE

I.

Notamento dei REI DI STATO, condannati dalla DELEGAZIONE DEL VISITATORE GENERALE della Provincia di Basilicata, e di già esportati dai Reali Dominii»

Di MURO. — 1. Antonio Scoino, condannato alla esportazione dai Reali Dominii per anni 15. — 2. Carlo Albini, id. per anni 7. — 3. Consalvo Marolda, sacerdote, id. per anni 5. — 4. Carmine Danza, id. — 5. Decio Lordi, id. per anni 7. — 6. Ferdinando Farenga, sacerdote, id. vita durante (con la confisca dei beni). — 7. Francesco Maria Marolda, id. per anni 5. — 8. Francesco Lordi, id. per anni 3. — 9. Giovanni Cerone, id. per anni 15. — 10. Antonio Marolda, id. per unni 10. — 11. Giuseppe Pepe, id. — 12. Giovanni Martuscelli, id. — 13. Giuseppe Pope, quondam Donato, id. per anni 5. — 14. Innocenzo Pascale, id. per anni 7. — 15. Nicola Lordi, id. per anni 10. — 16. Nicola Catamone, id. per anni 5. — 17. Pantaleone Spicacci, sacerdote (colla confisca de’ beni), id. vita durante. — 18. Ruggiero Albini, id. per anni 7. — 19. Sorafino Farenga, id. per anni 5. — 20. Vincenzo Pascale, id. per anni 15. — 21. Vincenzo Pistoiese, id. per anni 10.

Di TOLVE. — 22. Antonio de Erario, condannato alla esportazione dai R. Dominii, vita durante. — 23. Carmine Scaccuto, id. — 24. Canio de Erario, id. per anni 15. — 25. Filippo Riccio, id. — 26. Francesco Paolo Mona, id. — 27. Giuseppe Albanese, id. per anni 20. — 28. Giacomo Cancellara, id. — 29. Giuseppe Flora, id. per anni 15. — 30. Giovanni Maria Armilla, id. — 31. Giuseppe Maria Armilla, id. per anni 3. — 32. Michele Cancellara, id. vita durante. — 33. Matteo Prese, id. per anni 15. — 34. Michele Ballottino, id. — 35. Nicola Cataldo, alias Iucigno (di S. Chirico di Tolve), id. vita durante. — 36. Nicola Frisara, sacerdote. id. per anni 10. — 37. Raffaele Albanese, id. per anni 5. — 38. Saverio Albanese, id. per anni 7. — 39. Tommaso La Torre, id. per anni 15. — 40. Vito di Stefano Cotrone, id. vita durante. — 41. Vito Antonio Baldassare, id. por anni 15.

Di OPPIDO (oggi Palmira). — 42. Agostino Giannone, condannato alla esportazione dai R. Dominii per anni 3. — 43. Gennaro Caronna (della Terra di Oppido), id. per anni 3. — 44. Gennaro Pepe, id. per anni 10. — 45. Gennaro Sesta, id per anni… — 40. Nicola Pepe, id. per anni 10.

Di BRINDISI (di Montagna). — 47. Innocenzo di Stefano, id. per anni 7.

Di TRICARICO. — 48. Vito Russo, id. vita durante.

Di GRASSANO. — 49. Dionisio Bronzino, id. per anni 5. — 50. Notaro Donatantonio Tortorelli, id. per anni 10. — 51. Giuseppe d’Artizio, id. vita durante. — 52. Giuseppe Lo Guercio, id. per anni 5. — 53. Giuseppe Primavera, id. — 54. Innocenzo Primavera, id. per anni 10. — 55. Paolo Caputo, id. vita durante. — 56. Pietro di Giovanni Bellettiero, id. — 57. Pietro Vignola, id. per anni 20. — 58. Pietro Nardone, id. per anni 5.

Di GROTTOLE. — 59. Pietro Filippo Cecero, id. per anni 20. — 30. Pietro Guerrieri, id.

Di SALANDRA. — 61. Sacerdote D. Francesco Nicola Zigamia, id. per anni 3. — 62. Silvestro Calanco, id. per anni 5.

Di CALVELLO. — 63. Donato La Varra, id. per anni 5. — 64. Giuseppe Buonomo, id. — 65. Pasquale De Rosa, id. — 66. Rocco Zotto, id.

Di SASSO. — 67. Arciprete D. Andrea Taurisano, id. per anni 7. — 68. Giovan Battista Giacchetti, id. per anni 3.

Di POTENZA. — 69. Gaetano Genovese, id. vita duranto (colla confisca dei beni). — 70. Giuseppe Viggiano, id. per anni… — 71. Nicola Felice Muro (colla confisca dei beni), id. vita durante.

Di PICERNO. — 72. Antonio Coletta, id. per anni 5. — 73. Antonio Figliuola, id. 74. — Domenico Tancredi, id. — 75. Don Felice Figliuola, id. per anni 10. — 76. Felice Cerbasi, id. per anni 15. — 77. Gerardo Russo, id. per anni 10. — 78. Arciprete Don Giulio Salvia, id. per anni 7. — 79. Michelangelo Cerbasi, id. per anni 20. — 80. Nicola di Mauro, id. per anni… — 81. Nicola Gigantiello, id. per anni 15. — 82. Nicola Carelli, per anni 5. — 83. Saverio Sproviero, id. per anni 15. — 84. Tommaso Capece, id. per anni 20.

Di VIGGIANO. — 85. Sacerdote Giuseppe Antonio Nigro, id. per anni 20.

Di VAGLIO. — 86. Daniele Carbone, id. vita durante (colla confisca dei beni). — 87. Francesco Carbone, id. per anni 15. — 88. Giuseppe Ottavio de Turris, id. vita durante (colla confisca dei beni). — 89. Giuseppe Antonio Santangelo, id. per anni 10. — 90. Nicola La Capra, id. vita durante (colla confisca dei beni). — 91. Rocco Marmo, id. per anni 5.

II.

«Condannati dalla SUPREMA GIUNTA DI STATO, stati asportati in Marsiglia, e sotto pena della morte nel caso che ritornassero nei rr. Domini senza il real permesso».

Di SENISE. — 1. Fortunato Antonio, di anni 25. — 2. Della Ratta Leonardo, di anni 54.

Di CASTELLUCCIO. — 3. Salerno Biagio, di anni 10.

Di LAURENZANA. — 4. Motta Evangelista, Padre maestro monaco dei minori conventuali, di anni 54. — 5. Romano Leonardo, di anni 30.

Di RAPOLLA. — 6. Rosati Flaviano, di anni 23 circa.

Di PISTICCI. — 7. De Sio Tommaso Vincenzo, di anni 42 circa.

Di ANZI. — 8. Pomarici Francescantonio, sacerdote secolare, di anni 43.

Di AVIGLIANO. — 9. Palomba Gennaro, di Giovan Francesco, di anni 40. — 10. Corbo Giulio, di anni 22.

Di ROCCA IMPERIALE. — 11. Zucchini Giuseppe, di anni 22.

Di BELLA. — 12. Cardone Giovan Lorenzo,48 del fu Giuseppantonio, di anni 57. — 13. Sansone Vincenzo, di anni 42.

Di GROTTOLE. — 14. Cecere Gerardo, di anni 27.

Di MATERA. — 15. Torricelli Giovambattista, di anni 23. — 16. Grisolia Raffaele, di anni 23.

Di CANCELLARA. — 17. Basile Gaetano, di anni 25.

Di CASTELSARACENO. — 18. Giacobini Vito, di anni 28.

Di LAURIA. — 19. Mazzillo Giuseppe, di anni 23. — 20. Melchiorre Paolo, di anni 36.

Di BALVANO. — 21. Mantenga Gianlorenzo, di anni 28.

Di CARBONE. — 22. Brando Urbano, di anni 35.

Di FRANCAVILLA. — Gramigna Marzio, sacerdote secolare, di anni 54.

Di GENZANO. — 24. Lepre Pasquale, di anni… circa.

Di MURO. — 25. Selvaggi Pierantonio, di anni 36.

Di SAN CHIRICO RAPARO (?). — 26. Giuseppe Lombardo.

III.

«Condannati ad essere sfrattati dai Reali Dominii in conseguenza della Real determinazione del 1° agosto 1799»

POTENZA. — Ascanio Sinni, di anni 34. — Ferdinando Siani, di anni 40. — Raffaele Atella, di anni 31, sacerdote secolare.

PISTICCI. — Bernardino Plati, di anni 52.

CALVELLO. — Diego Falcone, di anni 38. — Diodato Siniscalchi, di anni 27, dottore in legge.

MONTALBANO. — Francesco Lo Monaco49 (Filiazione): figlio di Nicola e di Margherita di Fiorenza di Montalbano, di anni 24, capelli e ciglia castagni scuri, occhi cervoni, viso bislungo, tarlato di vajolo, naso grosso, statura 4.4.

EPISCOPIA. — Giacomo Astore, di anni 24.

BALVANO. — Giuseppe Antonio Mantenga, di anni 25. — Valerio Lazzaro, di anni 28.

SANT’ANGELO LE FRATTE. — Giuseppe Gianlorenzo, eli anni 28.

TRIVIGNO. — Andrea Volino, di anni 21, tenente di truppa civica.

AVIGLIANO. — Francesco Corbo, di anni 21. — Paolo Morlino. — Vito Santoro, tenente di truppa di linea.

PICERNO. — Giovanni Amendola, di anni 24, servitore di Carelli. — Giuseppe Carelli, di anni 24, municipalista aggiunto al proprio paese. — Tommaso Cappello, di anni 21, soldato civico.

BARILE. — Nicola De Rosa, di anni 20, soldato civico.

LAGONEGRO. — Pietro Maria Picardi, di anni 27.

SASSO CASTALDO. — Rocco Beneventano, di anni 22, soldato civico.

ABRIOLA. — Vincenzo Sarli, di anni 23, legale.

RIPACANDIDA. — Franc. Sav. Braca, di anni 26, tenente della guardia nazionale (sic?).

ANZI. — Francesco Paolo Pomarici, di anni 32.

MARATEA. — Giuseppe Arzo, di anni 25.

GENZANO. — Luigi Manturi, di anni 25.

CASALNUOVO DI NOIA. — Vincenzo Smilare, di anni 34.

SAPONARA. — Vincenzo Cunto, di anni 43.

IV.

Confische e sequestri dei beni

(Dai documenti al libro di L. CONFORTI, Republ. napolet. e l’Anarchia Regia — Avellino, 1890. pag. 220)

MURO. Vincenzo Tirico, condanna a morte; eseguita, e ordinata la confisca dei boni.

TOLVE. Sacerdote Oronzio Albanese; condanna a morte; eseguita, e ordinata la confisca dei beni.

MURO. — Sacerdote Pantaleone Spicacci, condannato alla perpetua esportazione dal Regno vita durante, colla confisca de’ beni. — Sacerdote Ferdinando Farenga: esportazione vita durante, colla confisca dei beni.

V.

«Sequestro dei beni per disposizione della speciale Giunta e del Visitatore Marchese di Valva» a carico di:

(in L. CONFORTI, ibid.)

Saverio Carelli, di Picerno. — Lelio Mazzei, di Matera. — Gioacch. (o Giacomo) Amato, di Montepeloso. — Giuseppe M. Laurenziello, di Melfi. — Giuseppe de Nigris e Pasquale Masino, di Calvello. — Biaso, Antonio ed altri fratelli Brando, di Carbone. — Antonio Satriani e Francesco Matella, di Sant’Arcangelo — Prospero Martelli, Nicola Delfino, di Alianello. — Vincenzo Siderio, di Sant’Arcangelo. — Maurizio La Greca, Antonio Fiorentino e Luca Quinto, di Montalbano. — Giovanni Massari, Pietro Ant. Rosano e Tomaso Sion, di Pisticci. — Maurizio Mastrangelo, di Montalbano. — Giovanni Maiolino, di Latronico. — Tommaso barone Brancalasso, dì Episcopia. — Giovanni Giura, di Chiaromonte. — Ottaviano Ricci, Vincenzo Sarubbi, Bruno Cuppari, Bruno Abitante, Domenico Ciminiello, Vincenzo Santalucia, Biase Fardella, di Francavilla.

VI.

Morti in carcere, a Matera

(dal libro, citato, di R. SARRA, pag. 30)

Domenico Cavaliere, di Ferrandina. — Francesco Scorpione, id. — Giovanni Pordi, id. — Pasquale Martocci, di Stigliano. — Tommaso Santassiero, di Avigliano. — Giuseppe Buonomo, di Calvello. — Francesco Schiavone, di Stigliano. — Antonio Marrese, di Picerno. — Mattea Vaccaro, di Avigliano. — Giuseppe Pirrotti, di Ferrandina.

NOTE

1 In SACCHINELLI, Memorie storiche del Cardinale Fabrizio Ruffo. Napoli, 1836, pag. 72.

2 I nomi sono riportati nella Cronica Polentina del professore RIVIELLO, di cui appresso.

3 Conf. Cronica Potentina dal 1799 al 1882 del prof. RAFFAELLO RIVIELLO. Potenza, 1885, in-8°, libro lodevole, inquantoché tenne conto di documenti autentici paesani. Inoltre, pel Serao: BRIENZA ROCCO, Il Martirologio Lucano, 2ª ediz. Potenza, 1883, pag. 55-72. — GIAMBROCONO FRANC. Consideraz. intorno alla vita ed agli scritti di monsignor Andrea Serao. Potenza, 1887. — Nella recente Rivista storica Lucana. Potenza, 1991, fasc. 1 e 2, è pubblicata una relazione uffiziale, non però sincrona, in data 13 febbraio 1808, ove i morti della giornata si dicono 17, e dove l’intenzione di favorire la causa dell’Addone è manifesta.

4 Fu nominato propriamente uno dei «Pacieri». Vedi la Cronica Potentina del prof. RIVIELLO.

5 Ap. GATTINI, Op. cit. pag. 150. E inoltre: RAFFAELE SARRA nel libro: La rivoluzione repubblicana del 1799 in Basilicata. Matera, 1901, pass.

6 ARANEO, Not. stor. di Melfi, pag. 366.

7 Dall’opuscolo (che fu pubblicazione a cura del Comune) col titolo: Nuove ragioni in difesa del Comune di Bella per la conservazione della pretura. Napoli, 1889, all’Append. II. La signora De Falco fu morta il 26 maggio, secondo i dati raccolti dall’on. Fortunato in Scritti varii, 211.

8 In MARTUSCELLI, Muro Lucano. Ricordi storici. Napoli, 1896, pag. 473.

9 G. FORTUNATO, Scritti varii, 204, di cui alla nota che segue. Conf. CIANCI SANSEVERINO, Da Castelgrande a… Muro Lucano. Napoli, 1889, 74.

10 Per questo torbido periodo della nostra storia sono stati pubblicati, ultimamente, due documenti di capitale importanza.

L’uno è una breve Nota di G. FORTUNATO dal titolo Il 1799 in Basilicata (in Arch. storico napol. giugno 1899, e poi in Scritti varii. Trani, 1900), nella quale è una vera ricostruzione cronologica degli avvenimenti e di loro tragiche fasi, mercé muti, minuti e insospettabili testimoni del momento, i libri parrocchiali de’ morti. La Nota, nella sua rapida brevità, assorge per me a titolo di documento: e da essa traggo le date cronologiche del testo.

L’altro è il Documento inedito sopra i fatti politici di Avigliano durante la repubblica partenopea 1799, pel dott. Angelo Telesca. (Potenza, 1892, di pag. 70, in 12). Il dottor Telesca ne è il benemerito editore; ma il documento è il riassunto che del voluminoso processo politico faceva «Gaetano Lanzara, attitante delegato» (sic), in data di Potenza, 8 febbraio 1800. In questo riassunto la storia interna della città emerge maravigliosa. L’originale processo non esiste.

11 In Arch. stor. napol. anno 1883. Lettere di Ruffo, p. 623.

12 V. COCO, Saggio, § XXXII.

13 Arch. stor. nap. 1883. È una lettera dello Studuti del 27 marzo da Moliterno. Egli si dà il titolo di «Comandante generale». Era di Torraca — Domenico Romano (di Scido) è con lui, Tesoriere.

14 Vedi in FORTUNATO, Scritti varii, 208.

15 Conf. il libro del SARRA, sopra citato: pass.

16 In SACCHINELLI, Op. cit. pag. 131.

17 In SACCHINELLI, Ibid. pag. 151.

18 Nel Diario della spedizione del Card. Ruffo di DOMENICANTONIO SAVOIA (di Bagnara). Reggio Calabria, 1889, a pag. 18, si legge:

«Partiti la mattina del 28 aprile da Rocca Imperiale presimo la via appena per quei piani, che trovammo tutta la popolazione di Rotondella, che era di circa 400 donne con pochi uomini, le quali domandavano giustizia contro alcuni Giacobini, che l’avevan non solo danneggiati, ma discacciati ancora fuori del paese (??), coll’aiuto di una masnada di fuoriusciti, che lor mantenevano per guardia de’ palazzi dove abitavano… Andarono le truppe, ed avendo assaltato i due palazzi, ove abitavano i Giacobini tiranni, carcerarono quei che vi erano e li portarono a S. Eminenza, di unito a molte somme di danaro, argento ed altri mobili…».

Di Bernalda il diarista en touriste! scrive:

«La mattina del 4 maggio partimmo da Bernalda, da dove le donne per andar vestite tutte di color di porpora sembravano tanti cardinali».

19 Itinerario… della spedizione dell’emin. card. Ruffo, vicario generale di S.M… per sottomettere i ribellati popoli di alcune provincie… fedelmente descritto dal padre Fra ANTONIO CIMBALO dell’O.d.P. Napoli, 1799, a pag. 21.

20 Nei Racconti storici di GAETANO RODINÒ (pubblicati postumi, nell’Archiv. stor. per le prov. napolet. Napoli, 1886) si legeg che le truppe del Cardinale, oppugnatrici di Altamura, erano state

«aumentate dalle masse Leccesi e Materane (cioè della provincia di Matera); quello comandato, tra gli altri capi, da D. Felice Strada di Ginosa; e queste da D. Domenico Asselta di Laurenzana e dal famigerato Sciarpa…».

Non vi poteva essere lo Sciarpa, perché lo stesso giorno 9 e 10 maggio egli ora all’attacco di Picerno.

21 Cioè del 9 febbraio 1799.

22 GAETANO RODINÒ nei Ricordi storici (Arch. stor. prov. napol. 1886, 408), dice di lui: «per poco tempo o per compro impiego, capitano di cavalli». Era nato il 1773.

23 La data dell’arrivo dei Commissarii, il numero degli armati che erano con essi, quello dei patrioti di Montepeloso (e il fatto non è ricordato da altri) sono accertati nella importante monografia: Altamura nel 1799 (con documenti e cronache inedite) di OTTAVIO SERENA (Roma, 1899, Altamura, 1900, pag. 22, 25, 52), particolareggiata di notizie fondate a documenti, che occorre di leggere per una giusta idea delle condizioni della città, dei provvedimenti a difesa e ad offesa di essa nello svolgimento di un episodio clamoroso della storia dell’anno.

Il SACCHINELLI, nelle Memor. stor. del Card. Ruffo, di cui fu il segretario, lasciò scritto, nel 1886:

«La Commissione esecutiva del Governo provvisorio di Napoli aveva destinati a difesa di Altamura due generali, cioè Mastrangelo di Montalbano con due squadroni di cavalleria, e Palomba di Avigliano che conduceva tutti i patrioti, e specialmente 700 facinorosi aviglianesi. Questi due generali avevano rinforzato Altamura con numero grande di difensori, ecc. ecc.»

Facinorosi da un verso, briganti da un altro! — così scrivono la storia i contemporanei: — è forza dunque ripetere: hanc veniam petimusque damusque vicissim! Ma i due squadroni e i 700 aviglianesi si condensano tutti nelle cifre assommate dalla monografia documentata dell’on. Serena! Io aggiungerò solamente che un ultimo nucleo di Aviglianesi furono condotti in difesa di Altamura dai fratelli Raffaele ed Antonio Palomba sui principii del mese di maggio, contemporaneamente agli altri che con i Vaccaro partirono alla difesa di Picerno; — e questo risulta dal processo di cui alla nota 10, pei fatti di Avigliano. E con cotesti ultimi, tutto sommato, si arriva appunto ai 150 «uomini armati» dei quali è tenuto conto dall’egregio autore della monografia sullodata.

24 Il giorno 9 maggio: vedi a pag. 58 della monografia dell’on. SERENA. — È ricordato che erano con i Commissarii in Altamura Titta Marone di Potenza, Giacomo Rossi di Marsiconuovo, Urbano Brandi di Episcopia, Giuseppe Venite di Ferrandina, un Cecere di Grottole, e un prete di Potenza, forse il Michelangelo Atella. — Ap. SARRA, Op. cit. 23.

25 COCO, § XLV.

26 SACCHINELLI, p. 168.

27 Vedi la lettera di Giuseppe Schipani del 2 aprile 1799, «al popolo di Sicignano e Terranova» e l’altra di Alessandro Schipani «colonnello dei reali eserciti, comandante l’accantonamento di Sicignano» che è del 4 aprile. In F.P. Cestaro, Studii storici e letterari. — (Il vescovo di Policastro e la reazione borbonica del 1799). Torino, 1894, nei docum.

28 Oggi il paese è detto Castel Civita.

29 La data, già controversa, oggi è fuori dubbio. Vedi la nota cronologica nei Scritti varii di G. FORTUNATO, 1900, pag. 234.

30 Saggio storico, § XXXIII.

31 In lettera all’on. FORTUNATO. V. Scritti varii; docum.

32 Ad una lettera del Ruffo (in Arch. stor. nap. anno 1883) del 21 aprile, da Cassano, era aggiunto un notamento, senza data, nel quale si legge:

«Luoghi tuttavia democratici nella provincia di Basilicata! — Tolve, Tricarico, Lo Palazzo, Genzano, Spinazzola, Montepeloso, Potenza, Oppido, Cancellara, Pietragalla, Minervino, S. Chirico di Tolve, Brindisi di B., Trivigno, Vaglio, Banzi, Avigliano, Picerno, Acerenza, Porenza, Maschito, Ripacandida, Venosa, Barile, Rapolla, Melfi».

33 In Arch. stor. prov. napol. (luogo citato, 633). Lettera di Sciarpa al Cardinale del 1° maggio.

34 Nel documento del Telesca; e in Fortunato, Scritti varii, 210.

35 Le date cronologiche e alcune particolarità sono nella Nota cronologica dell’on. Fortunato.

36 Vedi in CESTARO, Op. cit. 356. — E fu cantato anche in versi! dalle mute sanfediste Gulielmus anglicanus, e messo alla pari con lo Sciarpa Gherardus… patriâ Polla, ecc. Id. Ibid.

37 Il tre volte rinnovato attacco di Picerno risulta da un documento irrefragabile, che è il processo di Avigliano, di cui in nota 10.

38 È una funebre pagina di storia, pubblicata già nel bel libro I napoletani del 1799 di G. FORTUNATO, Firenze 1804, e poi in Scritti varii, ecc.

39 In MARTUSCELLI, Ibid. 484 seg. ivi è detto: «non si lasciò una casa sola dal frugare e rifrugare», 490.

40 Nelle Vite degli Italiani benemeriti della libertà di MARIANO DI AYALA (Roma, 1883, pag. 135) è detto che era nato a Verbicaro, verso il 1761. Nacque, è vero, nel 1761 o 1760, ma in Lauria. Nello «Stato delle anime» o censimento di Lauria, fatto dal curato De Mellis nel 1766, che ancora esiste, la famiglia di Giuseppe Carlomagno, figlio di Niccolò e padre del nostro, è così riferita:

«Magnifico Giuseppe Carlomagno, di anni 33; Magnifica Caterina, moglie, di anni 32; Nicola, figlio, di anni 5; Angela, figlia, di anni 10; Maria Carmela, figlia, di anni 8; Eufemia, figlia, di anni 12».

Nello «Stato delle anime» del 1772 a Nicola si dà il titolo di Magnifico (che era quello di borghesi benestanti e civili) ed è detto di anni 12. Ebbe a moglie Elisabetta Quarelli, e due figli, Giuseppe e Giambattista.

41 Fu testé pubblicato nel libro di A. SANSONE, Gli avvenim. del 1799 nelle due Sicilie. Palermo, 1901, e di R. SARRA, Op. cit. il sunto ufficiale della ignorata sentenza contro Cristofaro Grossi, ed altri giovani dell’Ospedale Incurabili, tra i quali Gasparo Pucci e Giambat. Torricelli (di Matera). Vi si dice che nel largo delle Pigne essi fecero fuoco sul popolo che si opponeva all’entrata dei francesi. In quel luogo medicavano i feriti francesi e davano morte (?) ai feriti del popolo, e fra questi è individualmente nominato il Pucci. Innalzarono l’albero della libertà nel cortile dell’Ospedale: svillaneggiando e bruciando i reali ritratti. Vestirono uniforme repubblicana, e il Grossi fu alla spedizione di Ponticelli, e vantavasi aver carcerati molti realisti. — Egli fu il 27 gennaio condannato a morte col Pucci; il Torricelli ed altri all’esilio dal regno.

42 Il dottor RAFFAELE SARRA, nel libro La rivoluzione repubblicana del 1799 in Basilicata. Frammenti di cronache inedite (Matera, 1901, a pag. 57), pubblica questa lettera del marchese Della Valva al signor D. Raffaello Buonfanti:

Potenza, 20 settembre 1799.

A tenore delle facoltà comunicatemi da S.M. (D.G.) nel disimpegno della speciale straordinaria delegazione della visita di quattro provincie del regno, destino V.S. Ill.ma per assessore nei seguenti luoghi: — Chiaromonte, Tursi, Senise, Sanseverinello, Fardella, Francavilla, Carbona, Episcopia, Castronuovo, Calvera, Terranova e Teana. — Con tale carattere avrà Ella le facoltà di inquirere e giudicare le cause dei rei di Stato, che liquiderà nei luoghi suddetti con delegazione more belli et ad horas, e con risorbare la revisione delle sentenze che sarà per promulgare a me ed al mio assessore Togato:42a il tutto a norma delle istruzioni che qui allegate riceve (mancano in essa). Sicuro ecc. ecc., resto costantemente raffermandomi.

Di vostro obbl. serv.re

Il marchese Della Valva.

Gli altri assessori suoi furono per il «riparto» di Tricarico, Ignazio Massimi, caporuota della R.U.; per quello di Melfi, Pietro De Salvo, avvocato fiscale; per Lagonegro, Domenico Antonio Pionati ed Angelo Lo Fruscio. — In SARRA, 27.

42a Era il consigliere Crescenzo de Marco.

43 A pag. 202 del libro Napoli nel 1799, critica e documenti inediti per LUIGI CONFORTI, Napoli 1886. — Occorre di aggiungere che il dottor Sarra, nel suo libro, raccoglie i nomi e la patria di quelli che morirono nelle prigioni di Matera, a pagina 30: e qui sono anche molte minute notizie di varii gruppi di incarcerati, che per mesi e mesi ivi arrivarono da Venosa, Tursi, Melfi, Ferrandina, Grottole, Tricarico, Potenza, Tito, Latronico, Rotonda…

44 In APPENDICE a questo capitolo pubblichiamo il nome de’ condannati o mandati in esilio (di Basilicata), come si leggono negli ELENCHI a stampa del tempo; dei quali elenchi è un esemplare nella Biblioteca della Società di storia patria, in Napoli.

45 Mancava di lui qualsiasi documento; e quello, unico, testé pubblicato a pag. 81 del libro del SARRA, ora citato, non rischiara gran fatto le tenebre. — È un atto notorio, in cui tali testimonii attestano che il 15 luglio 1799 da Oronzio Duni fu arrestato (dove?) il ribelle D. Oronzio Albanese «uomo inquietatore del genere umano, infame repubblicano,… pernicioso individuo». Aggiungono che il Duni, montato a cavallo, si affrettò di darne notizia allo popolazioni di S. Chirico, Montepeloso, Oppido, Cancellara, che ne giubilarono: ed in Tolve al capitano Mozzino «che era stato (ivi è detto) da esso Albanese in tempo della repubblica posto in fuga, saccheggiato, venduti e disfatti tutti li suoi averi». Non altro; e dubito che su questo fatto avesse potuto aver fondamento la condanna suprema di lui.

46 Di questo valoroso e sventurato giovane vedi la Storia di Muro dell’egregio L. MARTUSCELLI, a pag. 503.

47 Composta che fu la patria ad unità, fu generoso universale pensiero di onorare quelli che caddero spenti nelle lotte per la libertà e la grandezza d’Italia. E, tra noi, Brienza elevò una statua, opera dello scultore Achille D’Orsi, a Mario Pagano; Montalbano Jonico una lapide a Nicolò Fiorentino, a Francesco Lomonaco e Felice Mastrangelo (pure aggiungendo, paribus impar, a questi tre il nome del molto erudito monaco Placido Troyli); Muro Lucano, una lapide alla memoria degli esuli e dei morti concittadini del 1799; Lagonegro una lapide a Cristofaro Grossi. E la provincia di Basilicata, per deliberazione del suo Consiglio, scrisse in marmo il nome di quelli che «Per la patria e la libertà dettero LA VITA SUL PATIBOLO E NELLE BATTAGLIE: 1799-1800, 1822-28, 1848-49, 1860, 1866». — Giustino Fortunato mediante ricerche lunghe e pazienti, devoto ai gloriosi nomi non meglio che alla verità, reverente al decoro della patria, raccolse i 43 nomi scritti nelle cinque liste del marmo decretate: ed il 20 settembre del 1898, nella sala del Consiglio provinciale, commemorò i martiri della patria, con eloquio che sonò alte ai giovani di ammonimento e a tutti di civile sapienza. — V. Scritti varii, più volte citati.

48 È l’autore del famoso Tedeum dei Calabresi. — Fu pittore e poeta; nacque a Bella nel 1743 e vi morì nel 1813, come è provato dall’on. G. Fortunato; di cui vedi I napoletani nel 1799. Firenze, 1884, pag. 79, e l’altro suo opuscolo Il Tedeum dei Calabresi (1787-1800) di G.L. CARBONE. Roma, 1885. — E in Scritti varii, cit.

49 È l’autore del famoso Rapporto sui fatti del 1799 a Carnot; professore di Lettere (storia e geografia) alla Università di Pavia; annegato nel Ticino.