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CAPITOLO XXI

CONDIZIONI ECONOMICHE

Fu tendenza degli scrittori del secolo XVIII quella di esagerare il numero della popolazione dell’antica Italia, nonché della città di Roma. Secondo Giuseppe Maria Galanti, quello che era il reame di Napoli dei suoi tempi, dal Tronto allo Stretto, avrebbe avuto un dieci in dodici milioni d’abitanti, poco prima del IV secolo a.C.: per altri, era anche poco, e si spinse più in su, fino ai 19 milioni! Lo splendore della civiltà greco-romana abbagliava tutti e ingrandiva tutto.

Ma l’analisi accurata dei minuti fatti sociali, che la scienza dell’antichità è venuta di lunga mano raccogliendo, ha potuto ridurre tra giusti confini la sconfinata popolazione della città di Roma, per opera di storici ed economisti moderni. Noi non possiamo darci allo stesso lavoro di analisi per la ragione di cui siamo venuti delineando la storia: le notizie che ci restano non sono che troppo scarse.

Verso il 226 a.C., che è il 528 di Roma, questa che, temendo una novella invasione di Galli, apparecchiava i provvedimenti alla difesa, fece il computo degli armati che i confederati d’Italia potevano darle in aiuto per respingere i barbari. Le tavole militari pervenute a Roma portavano, a testimonio di Polibio1, che il Sannio avrebbe mandato 70mila soldati a piedi e 7mila a cavallo; i Marsi, i Marruclni, i Vestini e i Frentani, 24mila uomini in complesso; la Lucania 30mila a piedi e tremila a cavallo, che è quasi la meta delle forze sannite. — L’anno 392-90 a.C. o 368 di Roma, i Lucani invasero il territorio di Turii, per oppugnare la città, con un esercito dello stesso numero o poco più, cioè, come ricorda Diodoro Siculo2, 30mila soldati a piedi e quattromila a cavallo.

Fra questi due termini corre un periodo di poco meno che due secoli; e però la cifra, che pei due termini è la stessa, vuol dire che i due fattori non rappresentano identiche condizioni di cose. La prima del 226 esprime, si può credere, il contingente dei soci alle guerre, dirò esterne al loro paese: ed è diverso e indipendente dal contingente militare che restava, com’è probabile, a casa pei bisogni interni. La seconda cifra del 399 che è la più antica, rappresenta, a mio avviso, il bando di guerra della gente lucana, nazione autonoma e indipendente, e nel periodo di sua floridezza.

Ma, per verità, che cosa possono significarci queste cifre, se non sappiamo in che relazione numerica era presso gli antichi italici il soldato col cittadino, il cittadino con lo schiavo? se ci è ignota ogni notizia degli ordinamenti militari loro; ignoto se esistesse oppur no per la federazione lucana un primo e un secondo, e un terzo bando di guerra! L’aritmetica, politica degli storici del XVIII secolo considerava i combattenti come il quarto della popolazione totale3. Troppo alta proporzione pei casi ordinari, e per le guerre che non involgessero lo sterminio o la minaccia alla indipendenza di tutta la gente.

Ma pure ammessa cotesta ragione di computi, si avrebbe, circa l’anno 390 a.C. cioè alla fine del secolo IV, una popolazione di 136 mila persone per tutta la nazione o federazione lucana: che per verità non è molto. Ma non entrano in calcolo gli schiavi, che non si ha modo di ragguagliare in qualsiasi misura per quanto approssimativa si voglia; non vi entra (come è chiaro) la popolazione litoranea, sul duplice mare, degli Elleni–italioti. Un secolo e mezzo più tardi, nel 266 a.C., la popolazione sarebbe, invece, diminuita, se si applichi la stessa ragion di calcolo al contingente di guerra lucano contro all’invasione dei Galli. Ma è forza dubitare o della esatta ragione del computo, o degli elementi di cui esso si compone. È probabile che l’offerto contingente non fosse se non una parte, ancorché maggiore, degli uomini atti alle armi, che restavano a presidio delle città lucane. È probabile, anzi certo che nella somma totale non entri il contingente delle floride e popolose città italiote della regione. È inoltre da non omettere l’avvertenza che il progredire dei popoli sulla via della civiltà favorisce e non deprime l’aumento progressivo della popolazione. Con questi criteri, ma non altrimenti che congetturando, ci sia lecito indicare la popolazione lucana, alla metà del III secolo a.C., dalle 200 alle 250 mila persone. Né taceremo, che questa somma aumenterebbe di un terzo e più, se ai numeri della statistica militare, ricordati da Polibio, si applicassero proporzioni che vengono date dalle statistiche italiane dei nostri giorni tra gli atti alle armi, dai 20 ai 40 anni, e la popolazione, che stanno in ragione di circa un undicesimo dell’intero. Ma, per verità, computi poggiati su basi ipotetiche e per tempo, per civiltà, per ordinamenti civili, militari ed economici diverse, non possono dare se non larve di vero, che non chiariscono, ma abbagliano.

Non si abbia a credere che tanto numero di popolo fosse unicamente agglomerato in quelle quindici o venti città dell’interno e del littorale, che sono finora conosciute alla topografia della Lucania. Quelle città non furono altrimenti che centri o capi di contado; ma altre e forse in numero maggiore esistevano sparse per la regione. Le tante denominazioni di civita e le numerose denominazioni topografiche di vietri, vetrano, vetrice, vecchio, antico date oggi ancora a luoghi, anche inabitati, mostrano, che ivi, nei tempi remoti, erano sedi di popoli; città, o fori, o paghi, o conciliaboli, od oppidi, che si dicessero4. Ma di ciò in seguito.

La stessa trasformazione dell’agricoltura, che, per tutta Italia e per ragioni generali, passò dalla piccola proprietà al latifondo, dové crescere sui latifondi il numero dei piccoli centri di popolo coltivatore, che di rus crebbero in vici, e quindi in paghi. Ai quali piccoli antichi centri dei tempi romani possono attaccare le loro origini una grande parte dei paesi oggi esistenti; benché non appariscano altrimenti alla penombra della storia, se non quando se ne incontra il nome nelle carte feudali dei tempi intorno al mille. Con l’avvento dei barbari le tenebre s’addensano, e la catena della storia si spezza; ma la catena della vita dei popoli non si spezza.

Che il latifondo, causa della perdita d’Italia, secondo la dubbia dottrina economica di Plinio, si estendesse come forma prevalente della proprietà agricola anche in Lucania dai tempi dell’Impero in avanti, si può ricavarlo da parecchi indizi. Nell’alta valle del Silaro, in un Oppido, per noi anonimo, ma dipendente sia dalla città di Eburum, sia da Vulcei, sono nominati i fondi Junianus, Sollianus, Percennianus, Statulijanus, Quaesicianus, Gallicianus, che «con le loro ville» ovvero case coloniche, il proprietario di essi L. Domizio Faone donò al Collegio del dio Silvano del luogo, in voto di certe solennità perpetue che il Collegio sarebbe tenuto di fare per la salute dell’Imperatore5. Se il latifondo diminuiva il numero dei minori proprietari, era necessità si accrescesse il numero degli schiavi addetti alle culture; e la Lucania doveva averne, al paragone, una quantità strabocchevole, se Giovenale6 poteva dire a Pontico, che aveva sortito un tristo arnese di servo,

Nempe in Lucanos, aut tusca ergastula mittas.

Ivi crebbe il numero di quegli infelici, sia per la cultura del latifondo, sia perché coperta la regione di selve, fratte o boscaglie adatte alla pastorizia, era bisogno di frotte di pastori per custodia delle numerose greggi.

Fra questa selvaggia popolazione, usata alle lotte e alla caccia degli orsi7, dei lupi e dei cignali, che popolavano i densi boschi del territorio, reclutava le sue truppe feroci Lollio, o Spartaco, o Catilina, e quanti insorgessero contro l’ordine stabilito delle cose.

Ma il latifondo, se pure fu prevalente in certa epoca, non diremo che distruggesse del tutto la minore proprietà, la piccola cultura. Sarebbe assurdo. La piccola cultura, libera ed esercitata da liberi coloni, non doveva mancare. Forse più che l’affitto a brevi termini, fu in uso quello a lungo termine, quasi enfiteusi. Le tavole d’Eraclea ne danno un esempio famoso; ma anche da meno illustri monumenti epigrafici si può cavare lo stesso concetto; tali sono certi frammenti di marmi letterati di Tegiano e di Vulcei, che ancora esistono; nei quali si leggono incise le quantità di fitto in moneta, ovvero in moggia di frumento, che dovevano i coloni, che sono indicati nel marmo pel loro nome o pel nome del fondo locato8.

Un altro marmo letterato, che è il famoso detto della «taverna di Polla» accenna a lotte d’interessi tra aratori e pastori. La bella e fertile pianura di Tegiano, sottratta che fu alle acque stagnanti dalle colmate naturali e dai lavori artificiali di scolo, acconcia quale era a feracità di pascoli, doveva essere tutta invasa da greggi ed armenti; finché la popolazione, crescente per lo stesso aere sanificato, non venne reclamando maggiore spazio all’aratro per la coltura del frumento. Quindi l’antagonismo degli interessi eruppe in lotte di classi; e Roma intervenne. Popilio Lena (che fu console il 622 di Roma, o 132 a.C.), nel celebre marmo itinerario di Polla si vanta, che egli il primo mise a dovere i turbolenti, facendo che «i pastori cedessero agli aratori»9: indizio di popolazione accresciuta.

Cotesti leggieri indizii non sono se non dei tempi, quando Roma dominò, repubblica e impero, sull’Italia; ma dei tempi più antichi, quando il popolo lucano era a stato indipendente, ogni notizia ci manca, ogni indizio fa difetto. Certo che l’agricoltura dovette essere il fondamento degli ordini economici loro, e dell’economia rurale condizione ordinaria la piccola proprietà e la piccola coltura, anziché la grande. Quando la gente passò il Silaro, non era allo stato nomade o pastorale, ma all’agricolo; e non vennero in terre del tutto selvaggie, se queste già abitate d’altri popoli, i quali erano allo stato agricolo, almeno quelli sottomessi all’impero di Sibari. Del resto, al mostrarsi dei Lucani nella storia le coste marittime erano già abitate da gente relativamente civile; e se quelli non portarono seco dalla Campania onde mossero, la vite, l’ulivo, il fico, ed altri testimonii di una cultura agricola progredita, di certo li trovarono di già introdotti sia dagli Elleni, sia spontaneamente nati sulle spiaggie orientali del Jonio.

Altra e maggiore fonte dell’economia pubblica della gente fu la pastorizia. Numerose mandre di pecore coprivano tutto l’anno le terre della Lucania10, trasmutandosi alle frescure montanine della state dalle pianure pugliesi e tarantine, o svernanti dagli Appennini nevosi lucani alle pianure sul Jonio. Le razze del buoi lucani furono singolarmente famose11; forse originate dalle razze rinomate all’antichità dell’Epiro, più che dalle coste illiriche. Il bue della moneta di Sibari è di forme straordinariamente poderose. Ma il maiale è l’animale proprio o pressoché indigeno della regione montuosa, popolata della quercia e del faggio; una razza speciale, a lunga setola e nera (che oggi dicono della Calabria silana), si propagò per la Lucania intorno al monte Pollino, forse dall’incrociamento col cignale, che era abbondantissima selvaggina nei boschi lucani, e che era oggetto alle caccie dell’industria indigena per pascerne le cene signorili all’opulento romano12.

L’allevamento dei suini fu prevalente nell’economia rurale della regione fin dagli antichi tempi e fino al basso impero. All’epoca di Costanzo e di Teodorico, poiché le Imposte erano pagate in natura, i Bruzii mandavano i loro buoi al fisco romano, e gli abitanti della Lucania provianda di lardo e di carne salata; e la rettorica di Cassiodoro teneva glorioso per gli uni e per gli altri il pascere l’epa di Roma13. Le carni di maiale battute a minuzzoli e insaccate con sale fu uno dei capi maggiori del loro tutt’altro che largo commercio d’esportazione; i soldati ne portarono a Roma il gusto e il nome14.

Dell’industria propria alla regione non ci è dato ricordare se non questo. Salagione del pesce, specie le acciughe, sulle coste tirrene da Velia a Posidonia; manifatture di pannilani indigeni ed opifici di fulloni in abbondanza, in causa del clima rigido della regione, dell’uso generale dei pannilani, e della stessa abbondanza della produzione, lanigena. Senza dubbio, fabbriche di armi; e ci è noto che una speciale foggia di scudo fatto di vimini e coperto del cuoio di bue, era proprio dei Lucani15. Le arti e i mestieri d’importanza limitata al consumo locale, dovettero prendere, come pel resto dell’Italia romana, la forma delle corporazioni. Titoli epigrafici della regione ricordano collegii di «dendrofori» e di «fabbri» ad Eburum, ad Àtena e alle città dell’alto Sele, onde surse quella che oggi è Laviano; a Potenza collegio di mulattieri e d’asinai16: però cotesto genere di associazioni, se fanno supporre un certo ordinamento di arti a corporazioni, furono innanzitutto «confraternite» che avevano culti, feste, e sepolture proprie.

Ma la Lucania romanizzata mostra avanzi di monumenti e di opere plastiche degne di attenzione, specie in fatto di anfiteatri e teatri, e reliquie di templi e statue, a Grumento, ad Àtena, a Tegiano, a Potentia, a Venosa, altrove. Gli artefici erano senza dubbio della regione, poiché sono scolpite in pietra del paese molte di quelle reliquie che ancora esistono. Più importanti avanzi a Grumento di frammenti di decorazioni architettoniche e di opere statuarie in pietra che non è marmo; ed altre in marmo statuario17: ma che queste ultime siano opere di arte o di artefici, indigeni, non si può dire di sicuro.

Abbondano delle arti plastiche grumentine le incisioni in pietra dura, di cui ogni giorno si scovrono prodotti per le terre vignate, dove sedeva l’antica città. Non è dubbio che erano a Grumento officine da ciò; ma non debbo tacere che, da quante io ne ho viste, nulla che sorpassi il fare comune del mestiere e la nòta volgare dell’industriale, più che dell’arte: sono, in genere, pietre di appena abbozzate figure; linee grossolane e convenzionale disegno.

Ceramica

In parecchi punti della regione furono rinvenute, e si rinvengono tutto giorno abbondantissime reliquie dell’arte ceramica italo–greca; e fu dubbio, se questi prodotti del vasaio-artista fossero tutti o parte di fabbricazione indigena alla regione, o se non fossero importati piuttosto dalla Grecia stessa, o dall’Apulia, e dalle fabbriche nolane. Vasi istoriati di fine lavoro vennero fuori dai sepolcri di Pesto, di Armento, di Anzi, e nei campi intorno a Castelluccio. Ma non in queste sole parti della regione i trovamenti; il caso ne ha fatto scovrirne in tombe singolari quasi dappertutto; e così a Miglionico, a Pomarico, a Pisticci, a Matera, a Missanello, a Roccanova, a Sant’Arcangelo, a Vaglio, ad Albano, a Vietri, a Brienza, a Marsiconuovo, e dove no?18 Anche a Spinoso, a Moliterno e a Saponara che è surta dall’aulica Grumento: di questa però la necropoli non è scoverta ancora.

I primi ritrovamenti avvennero per caso a Montescaglioso fin dal 153619; i ritrovamenti in Anzi, abbondantissimi, rimontano agli ultimi anni del secolo XVIII, nel 1796. Quelli di Armento, poco meno abbondanti, dai principii del secolo testé passato. Sono la suppellettile rituale delle tombe di gente greco-italica, e di Italici osco-latini, ma iniziati, probabilmente, ai misteri dionisiaci o baccanali.

Delle antiche provincie della bassa Italia tre sole regioni hanno offerto finora abbondanti testimonianze dell’antica ceramica artistica italo-greca, e questa come accessoria necessità di riti funebri. Quelle regioni sono l’Apulia, la Campania e la Lucania; e i trovamenti in esse più abbondanti in taluni luoghi anziché in altri, hanno fatto ritenere che fossero ivi più che altrove officine artistiche pei bisogni della gente. Per l’Apulia si indicano Taranto, Canosa, e Ruvo precipuamente; per la Campania, Nola, dai vasi di singolare finezza, e l’antica Cuma, e, tra altri minori o men noti, Saticula che era presso all’odierna S. Agata del Goti.

Per la Lucania tre centri di produzione sono riconosciuti come certi. Pesto o Posidonia, Anzi, l’antica Antia, e Armento, probabile sede d’ignota città. Pesto ebbe influssi artistici e sbocchi di commercio per la prossima Campania segnatamente. Difettano i trovamenti pel campi di Metaponto e di Eraclea; ma i campi dei circostanti paesi ne hanno dati: — forse, ai bisogni di quelle città, prossime a Taranto, provvedeva il mercato di Taranto, che è poi da altri stimato come la sede precipua dell’arte ceramografica dell’Apulia.

Fu dapprima messo in dubbio che officine di ceramica artistica esistessero per la Lucania.

Il Gerhard, non recente, ma sempre autorevole per studii comparativi nella speciale materia, riconobbe primo una affinità, quasi di scuola e di processi tecnici, tra la produzione ceramica dell’Apulia e quella della Lucania; però nei prodotti scoverti in Basilicata è una tinta assai più pallida, segnatamente nei vasi a campana, che li fa differenti dai prodotti scoverti in Puglia. Conformità dunque di procedimenti tecnici, o di scuola, non identità di provenienza. Nei ritrovamenti avvenuti in Anzi furono dissepolti di vasi incompiuti20; che è prova manifesta di fabbricazione locale. Nella copiosa raccolta (oggi dispersa) del signor Fittipaldi in Anzi, il Gerhard distingueva prodotti finissimi dell’arte nolana; altri meno perfetti dell’arte appula, ed altri dell’arte indigena o locale, che però a lui parevano di pregio minore di quelli che venivano fuori dai sepolcri dell’antica e ignota città dove oggi è Armento. Questa ebbe fabbriche locali di copiosissimi prodotti e segnalatissimi.

«Tra tutti i luoghi di Basilicata Armento soltanto egli credeva possedesse un tempo la tecnica più perfetta, anzi la sola che si possa determinare come propria a quella provincia»21.

A Taranto la fabbricazione ne era cominciata, si può dire, fin dalla metà del secolo IV a.C.22, ad impulso ed imitazione dell’arte ellenica pura; e, partendo da questa data, si è detto che la fabbricazione nella Lucania ebbe principio un po’ più tardi, nel secolo III. Ma, a mio credere, questa data cronologica dovrebbe elevarsi anche più in su. Molto prima del secolo III il paese della Lucania era popolalo da gente di stirpe greca e di greca civiltà: e la suppellettile ceramica era parte del rito funebre della gente; onde la necessità in larga misura di un prodotto che se ebbe a fornirlo dapprima il commercio di fuori ben si può credere che Ia stessa legge economica della larghezza e intensità della richiesta non poteva tardare a far sorgere una industria indigena, sia pure ad impulso primo di artefici dell’Apulia o della Attica stessa.

Nel secolo III prese, anziché origine, incremento l’industria, nata anche prima; si svolse con la tecnica introdotta di fuori, ma apportandovi, senza dubbio, col progresso del tempo, quel carattere individuale, per così dire, alla regione, pel quale gli studiosi recenti di queste materie distinguono da prodotti di altre regioni quelli delle officine Lucane23.

Nella storia dell’arte i prodotti di queste officine (come anche quelli dell’industria appula) vengono classificati al periodo della decadenza dell’arte, in relazione, senza dubbio, a quelli dell’arte attica. Nella ceramica Lucana, che è a figure di colore rosso su fondo nero (e tale è il sistema dell’arte meno antica) lo stile per abbondanza e profusione di elementi decorativi addiventa e lo si dice pesante; il disegno pittorico è poco accurato o incompiuto di finitezza; l’aggruppamento delle figure è affollato onde vengono soprapposte a zone; grande copia e svariata di colori, dal rosso cupo al giallo, al verde, al bianco, che se è ricchezza non è eleganza; belle le sagome dei vasi, ma ricercate, esagerate o strane le foggie dei manichi a volute, a nodi, a rotelle, a maschere gorgoniche. Eppure, uno dei moderni autorevoli in questa materia ha potuto scrivere:

«Se i vasi delle fabbriche di Sant’Agata dei Goti, di Ruvo, di Armento, e in generale i vasi dell’Apulia o della Lucania sono riguardati come i tipi dell’arte in decadenza, s’incontrano non pertanto dei bellissimi vasi a Sant’Agata dei Goti e ad Armento: i più notevoli ànno la forma dell’oxibaphon e del cratere»24.

Ma questi di più fine artificio sono di produzione indigena, o di officine attiche, trasportate ivi dal commercio?

I soggetti più comunemente designati sono le fatiche di Ercole, le sue nozze con Ebe; combattimenti delle amazzoni o dei centauri; scene erotiche, di nozze, di toletta; onoranze funebri all’estinto, o alla stele del suo sepolcro; e sopratutto abbondanti le scene bacchiche riferentisi al ciclo di Dioniso ed Arianna, riflesso, o richiamo o simboli, secondo alcuni, dei misteri che ebbero speciale corso nella Magna Grecia.

Che gli artefici ceramisti e dipintori fossero italioti si può affermare con sicurezza, chi ricordi i nomi di Astea e di Simone eleita, dei quali fu fatto parola più innanzi. Se furono anche nonché italioti, lucani, si può credere. Gli abbondantissimi tesori della ceramica italo-greca finora raccolti per le tre regioni, di sopra indicate, hanno dato finora iscritti quattro nomi di artefici, e sono Asteas, Python, Lasimos e Simone eleita, del quale non può essere dubbia la patria che egli ricorda.

Anche di Astea non dovrebbe essere dubbia la patria, che fu Posidonia; le obiezioni altrove accennate non riescono salde25.

Uno dei più recenti e ormai autorevoli indagatori di questo speciale ramo di produzione artistica, il signor Giov. Patroni, mercé lo studio comparativo dei prodotti, è di avviso che anche la ceramica segnata dal nome di Python era delle officine pestane; Lasimos apparterrebbe, invece, alle officine di Canosa. Si avrebbero dunque, sui quattro singolarmente nominati, tre che appartennero al paese dei popoli Lucani.

E in verità sarebbe molto strano, che mentre lungo il periodo di più secoli le varie genti di varie origini venivano fondendosi, non fosse accaduto un principio di fusione anche nell’esercizio delle arti e dei mestieri, quando le condizioni di fatto locali e le consuetudini della vita generale, non che ostacolare, favorivano l’estendersi di questa speciale industria, che rispondeva ai bisogni di riti funebri, di riti mistici e religiosi, nonché alle necessità della vita di ogni giorno.

«Non è agevole l’immaginare — dice De Witte26 — quale quantità maravigliosa di vasi dipinti a soggetti baccanali, mistici e funebri sono stati scoverti nelle tombe della Magna Grecia. In essi, Bacco eternamente giovane, e satiri, e menadi, e genii dalle forme muliebri e alati. Tra queste rappresentazioni del ciclo bacchico e le rappresentazioni numerosissime di soggetti mistici del ciclo delle divinità eleusine i dotti (benché ancora la materia sia oscura) scovrono relazioni affini, degli stessi dati e delle stesse idee che hanno ispirati i soggetti dell’uno e dell’altro ciclo»27.

Ora è risaputo che codesti prodotti della ceramica dipinti servivano, in grandissima parte, alla celebrazione dei misteri; erano parte rituale della suppellettile funebre degli iniziati. Si sa inoltre (a tacere dei misteri orfici introdotti o no nella Magna Grecia da Pitagora), che ebbero durata di secoli ed estensione larghissima i baccanali, che si diffusero non soltanto per l’Etruria e nelle maggiori città come Roma, ma pei villaggi stessi d’Italia, come Livio attesta28; fino a che il Senato di Roma, a tutela di pubblica moralità, come diceva (e si resta in dubbio, se credergli in parola o no) non li proibì severamente col famoso Senato-consulto del 568 di R. o 186 a.C. Da quest’epoca in giù non cessarono di un tratto i culti segreti dionisiaci, ma venne man mano esinanendo la celebrazione e la iniziazione ai riti mistici; e di conseguenza andò mancando la industria dei vasi dipinti, che a quei riti si riattaccavano.

Del commercio esterno della regione, se non guardiamo altrimenti che alle nobili e fiorenti città poste sul mare Jonio e sul Tirreno, Metaponto, Siri, Eraclea, Turii, Lao, Velia, Pesto, non si può non credere a floridezza dei loro commerci marittimi coi popoli limitrofi e con lontani. La ricchezza indubitata di quelle città, la copia straordinaria dei tipi monetarii di alune di esse quali di Metaponto, la ricchezza dell’agricoltura di quelle sull’Jonio, la nota industria della salagione de’ pesci in quelle sul Tirreno, le flotte stesse di guerra mandate come ausilii di federazione alle imprese di Roma, o come aiuti di libere alleanze nelle guerre greco-sicule, ci hanno fatto arguire alla estensione e alla durata dei commerci di queste città greco-italiche. Ma ben altro e ben poco è quello che può dirsi della gente lucana. E benché Stazio29 non si periti di chiamar «lucano» il mare, che bagnava le spiaggie della sua patria,

An facili te praetermiserit unda

Lucani rabidi ora maris;

la Lucania non poté avere altri commercii che non fosse l’interno baratto dei suoi prodotti agrarii e pastorali. Mercati o «Fora» sursero senza dubbio, all’evolversi della civiltà romana, per la regione; e marmi letterati e nomi topografici ne fanno fede; e ancorché pei bassi tempi Cassiodoro non ricordasse, con parola rettorica, il grande concorso dei popoli della regione ai convegni religiosi e commerciali del santuario di San Cipriano30, può ben credersi che la necessità stessa delle cose li fece sorgere e moltiplicare, nel corso de’ secoli. Né forse sarebbe assurdo dì riattaccare in alto, fino ai tempi della gente lucana, quei convegni sacro-profani ai santuarii famosi, che sono oggi fra’ più antichi, più noti, e più frequenti del concorso divoto delle due provincie; di talché si può crederli succeduti (mutati iddii) alle vecchie divinità pagane.

Né a documento di larghi commercii possono dar luce le loro monete; delle quali occorre di parlare in questo luogo: dopo che fu già fatta parola più innanzi, al capitolo X, del sistema monetario delle città della Magna Grecia.

Monete della Lucania

Le monete dei popoli Lucani furono, per quanto finora ci è noto, di bronzo; e sono rarissime: ma quelle del loro, forse breve, predominio in Metaponto sono in argento31.

Distingueremo le monete attribuite a Città lucane da quelle dei popoli o della Federazione lucana. Le prime hanno la leggenda in caratteri e lingua dei greci. Le seconde occorre distribuirle in duplice serie che improntano la leggenda in greca lettera; però una serie porta la la parola della leggenda in osco, l’altra in greco: né questa è la sola differenza.

Le monete finora conosciute delle Città lucane sarebbero di Àtena, di Consilino, di Ursento32, e di Grumento33; oltre a quelle di Venosa: ma (da queste ultime in fuori) è forza dire che l’attribuzione ne è dubbia. Meno dubbia la moneta degli Ursentini; e meno dubbia, per me, quella di Grumentum.

La grafia delle lettere mostra, a prima vista, che non possono rimontare oltre al secolo IV: sarebbe tra le più antiche quella di Grumentum, a scorcio di sillabe. L’estremo limite della monetazione non potrebbe discendere oltre ai tempi dell’autonomia delle genti lucane, che ebbe vita, senza dubbio, fino ai tempi di Pirro; e pertanto sarebbe di quasi due secoli il periodo di circolazione delle loro monete. Probabilmente Ia monetazione delle singole città fu anteriore alla monetazione federale, e questa dové sostituire quella: ma, è forza dirlo, ogni dato di fatto manca ad un discreto giudizio.

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La monetazione dei «Popoli lucani» è doppiamente singolare34. I conii di questa duplice serie portano gli stessi tipi in ambedue; l’una serie, come testé fu detto, impronta il nome del popolo in lingua osca, l’altra in greco. Ma un’altra più singolare differenza ci è dato di avvertire. La moneta osca ha il nome del popolo quale esso era infatti, ΛOYKANOM «de’ Lucani»; e la serie greca, in tutti i conii che finora sono noti, ha ΛYKIANON.

Come spiegare questa strana diversità?

Che fosse un errore materiale dello zecchiere non si può ammettere, chi consideri che la identica grafia della parola è nei conii diversi della serie, anche in quella di modulo diverso e di diversa età e metallo quali i conii che già innanzi riferimmo di Metaponto.

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La simiglianza anzi la identità dei tipi, per alcune, mostrano all’evidenza che amendue le serie appartengono all’unico popolo, non dei Licii, ma dei Lucani.

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L’Eckel, che primo e giustamente attribuì ai Lucani anche questa moneta dei Liciani, ne riferiva lo errore alla barbarie della nazione che si volle dire Loucani, mentre erano a dirsi Leucani, come gli elleni — maestri e duci! — li nominarono35; ma questo concetto non sta e non si attaglia alla complessività del caso. Essi erano e si dissero Loucani, non altrimenti Lycani, e molto meno Lyciani: e nel concetto del grande nummologo resta inesplicato e inesplicabile come poté avvenire che un titolo uffiziale di pubblica potestà, quale è la moneta dello Stato, avesse portato iscritta, su tutta una serie di conii, una variante (non uffiziale, si vuol credere) del nome etnico del popolo che regge lo Stato. Spiegheremo la duplice serie come conseguenza della federazione dello Stato, che era di gente e città greche e di gente e città osco-lucane; il governo federale volle attribuire eguali diritti alle due schiatte. E sia! ma dovremo ammettere, altresì, che la variante, per noi strana, della pronunzia fosse generalmente adottata e riconosciuta dall’autorità dello Stato; il quale suggellava, in titoli di Stato, la doppia fonetica della parola etnica nazionale! — È il meno assurdo che si possa concepire.

E non basta. Un’altra singolare particolarità è che le monete dalla leggenda Lyciani hanno, in qualche parte del campo e in brevi proporzioni, una testa di lupo, e questo minuscolo emblema non lo hanno le monete di perfettamente identico tipo a leggenda in osco.

Ed anche questo è un enigma!

I tipi di alcune monete improntano il dio supremo dell’Olimpo, Zeus, forse Lucetius nella serie in osco; forse Zeus Likaios nella serie greca; e con esso tipo l’aquila, ministra del fulmine. Giove fulminatore è nelle monete lucano-metapontlne. Sulle altre sono i tipi degli iddii della forza e della guerra: Marte, Ercole, Pallade galeata che muove armata di asta e di scudo.

È notevole che il tipo di Pallade con asta e scudo che muove concitata in guerra, si trova identico su monete dei Bruzii; in esse altro non varia che il nome etnico del due popoli. La conformità potrebbe significare patti di lega per impresa di guerra, in comune.

Un ultimo dei finora conosciuti esemplari non ha riscontro nella serie greca; ed è conio a manifesta memoria di imprese guerresche. È la Nice dei ΛOYKANOM, dall’ali spiegate che incorona un trofeo di armi; a testimonio di sicuri fasti di guerre nazionali, di epiche gesta, ma ignote.

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Quando i Lucani divennero «Soci» di Roma e la federazione dei popoli lucani fu sciolta, il diritto di battere moneta è probabile lo perdessero allora. Ma lo perderono di certo quando, dopo la legge Giulia, da soci divennero cittadini della grande città. Una sola eccezione fu fatta, tanto per la Lucania, quanto per le provincia della stessa Italia, e fu che Pesto e Venosa continuassero a coniare moneta; Pesto anche d’argento prima della legge Giulia; e poi monete di bronzo, per singolare privilegio, anche sotto gli imperatori. Delle quali condizioni privilegiate fu fatto cenno innanzi.

Le strade

Né ai commerci della regione, frastagliata ed estesissima, ebbe ad apportare grande profitto il sistema e l’estensione delle strade carreggiabili. Roma che per le provincie le fece eseguire, ebbe di mira, senza dubbio, in sulle prime i fini strategici o militari, anziché gl’interessi commerciali dei popoli soggetti, alleati o sudditi.

Le strade per la Lucania, fatte o per consorzio di città autonome dapprima o per l’impulso dello Stato Imperiale da poi, possiamo a mala pena delinearle in digrosso sulle traccia degli itinerari scritti, e delle tavole dipinte, quale è la Peutingeriana. Questa, che fu opera del tempo di Alessandro Severo, agli inizii del 3° secolo d.C., è monca per la regione lucana al versante Tirreno: è una carta postale, ma come documento topografico è troppo grandemente errata. Manca la linea della strada Popilia, che il marmo, superstite, di Polla ci attesta ancora indubitato; manca di una linea (e non poteva mancare) dal fiume Sele a Pesto e a Velia; manca, a mio avviso, anche di quella linea che dal Sele, per la valle del Calore, si svolgeva parallela quasi alla Popilia della valle del Tànagro. È meno incerta per la Lucania settentrionale; ove le strade diramavano dal centro, strategicamente importante, di Venosa. Anzi in essa due centri o gangli emergono, da noi, importanti, Venosa e Grumento; e vi si può aggiungere all’estremo confine Nerulo.

Da Venosa (oltre alla linea per Silvio [o Garagnone] a Brindisi) una lunga traccia di strada veniva giù per tutta la Lucania, e da Venosa, per Pisandes (d’ignoto posto), per Lucos (o Lacos? che può essere o Lacopesole, ovvero «i boschi» del Lagopesole) viene a Potentia, ad Anxia, a Grumento, e di qua, piegando con errata spezzatura, si avvia a Nerulo, donde poi a Murano nel Bruzii. Attraversava l’intera Lucania dal nord al sud; fu denominata Erculea, perché ricostruita da prima, ovvero restaurata da Massimiano Erculeo, che fu compagno all’impero con Diocleziano e abdicò nel 30536.

Un altro ramo scendeva dalla stessa Venusia ad Eraclea sul Jonio: desso è indicato nell’itinerario dell’imperatore Antonino con una sola stazione a Celianum che non pare possa essere né l’odierno Cirigliano, né, per migliore lettura, Aeleianum, che corrisponderebbe all’Aliano di oggidì.

La Via Appia (Aquilia o Popilia)

La famosa via Appia veniva da Capua, per Nocera e Salerno, ai confini occidentali della Lucania; e passato il Silaro, attraversava il versante meridionale o tirreno della regione fino a Nerulo (o Rotonda), e di qua a Murano ed oltre nei Bruzii per attingere Reggio e lo stretto siculo. Questa grande arteria ci è nota pel famoso e superstite marmo detto della «taverna di Polla»; ed occorre ricordare che fino a poco tempo fa, essa venne indicata da storici ed archeologi col nome di strada Aquilia37; ma oggi invece dai moderni è denominata, con piu sicura parola, «via Popilia». Il marmo ci fa noto che il «Pretore» autore della strada, fondò ivi, ove il marmo venne trovato, un «Forum» e alberghi o case a pubblico uso; e la Peutingeriana, pure non designandone Ia linea, scrive però e nomina un «Forum Popilii». Da qui si argomenta che autore della strada fosse un C. Popilio Lenate che fu console nel 622 di Roma (a.C. 132) e qualche tempo innanzi fu pretore; egli fondò ivi un Foro o mercato, e sedò, come il marmo ci attesta quale impresa degna di ricordo, le liti violente tra i pastori e gli agricoltori della fertile piana sottratta alle acque stagnanti38.

Ma questa via che da Capua a Reggio è detta di 321 miglia dal marmo pollano, e che fa supporre già redente dalle acque le terre sottostanti alle città di Àtena e di Tegianum, questa importante via non è segnata, con sicura notizia, nella Peutingeriana; non è indicata (ed è singolare cosa) nell’Itinerario di Antonino. Nell’Itinerario, invece, è segnata (come a me pare indubitato) un’altra strada, ed è quella per la valle (non del Tànagro, come la Popilia) ma sì del fiume Calore. Questa strada costeggiava le spalle a mezzogiorno del gran masso dell’Alburno; s’indirizzava alla volta di Nerulo, sul confine lucano coi Bruzii: aveva una stazione, che è scritta ad Tanarum o (come in altro codice) Canarum. Questa stazione era, a mio avviso, presso alla fiumana che anche oggi è dotta «Sammaro» accosto al paese odierno di Sacco; desso è uno dei corsi originarii del Calore; e da questa stazione ad Samarum giungeva a Marcelliana, che indubbiamente era nello estremo superiore orientale del bacino o pianoro di Tegiano; e da Marcelliana piegava a destra per a Cesariana (non ancora di sicuro allogata) sia a Rivello, sia a Sapri o Acquafredda39.

Forse il tronco della strada per la valle del Calore a Marcelliana sostituì la strada per la valle del Tànagro a Marcelliana e Nerulo, sia perché parve di più breve e di retto percorso, sia per le ricorrenti inondazioni della pianura Pollana, che o per difetto di non mantenute o mal riparate opere di risanamento dell’estremo punto settentrionale del bacino, o per fenomeni straordinari del suolo, rendevano questa parte del piano atinate tutto un lago spagliante alle acque meteoriche. E questo stato di cose dové aver luogo dall’epoca del marmo pollese, che è del 132 a.C. o poco avanti, e i tempi dell’Itinerario che può ritenersi siano i tempi antoniniani, circa l’anno 150 dopo C.: un periodo di oltre due secoli, bastevoli a mutamenti e rimutamenti di Stati e città!

Per siffatte opere di pubblico interesse è giustamente famosa la civiltà romana. I privati cittadini gareggiavano con i poteri pubblici; e la letteratura epigrafica, per quel tanto che a noi ne è giunto, ne fa ampia fede. Altri restaurava a proprie spese le mura della città40; altri gli acquidotti; altri elevava o restaurava e dedicava templi, pure non dimenticando di dire ai posteri che regalava di vini e dolciumi i decurioni e il popolo, nella solennità della dedicazione41. Era veramente zelo di pubblico bene e di pietà, o solite industrie di candidati a’ pubblici uffizi della città per ingrazianirsi o ringraziare il corpo elettorale? Del resto, regalare di feste, spettacoli, e tavole imbandite il popolo sovrano era debito di consuetudine a tutti gli eletti ai pubblici uffizi cittadini. Ma la vita pubblica municipale di quell’età aveva vigoria e debiti civici ignoti ed ignorati a noi dell’età moderna. Per essa era fatto di ogni giorno lo aggiungere al danaro dell’erario pubblico municipale quello di volontarie contribuzioni dei cittadini per elevare opere di pubblica utilità o di pubbliche onoranze: quindi sorgevano frequenti opere e monumenti, e si attestava ai posteri il duplice concorso. Ne abbiamo un bell’esempio nel ponte sul fiume Bianco, che i magistrati del municipio di Volcei fecero costruire a spese comuni e liberali; e il ponte e il titolo epigrafico ancora esiste42.

Tra i ponti di aulica costruzione si dicono dei tempi romani quello sul Tànagro presso Polla e l’altro detto di Siglia presso Tegiano; il ponte sul Calore, presso Controne43; il ponte detto della Rendina, presso Melfi, ov’era la stazione ad Arundinem degli antichi itinerarii. Né questi i soli: benché, pressoché soli, abbiano potuto resistere a lunghi secoli d’abbandono44.

Tra le maggiori antiche opere di pubblica utilità sarebbe da comprendere il sanificamento delle acque stagnanti del bacino, che è ed abbiamo indicato col nome di Vallo di Tegiano o di Diano. Questo amenissimo bacino, che ha la lunghezza di un 23 chilometri e la larghezza in media di 4 e mezzo45, e che negli antichissimi tempi, senza tempo anteriori alla storia dell’uomo, fu fondo di lago, è solcato per mezzo da un fiume, che nel primo suo tronco ha il nome di Calore, e nel secondo ha quello di Negro, e corrisponde al nome antico di Tànagro, col quale anche oggi è conosciuto. Il fiume, che ha le prime origini dal monte Sirino e di passo in passo aumenta di acque, giunto che è presso il paese di Sant’Arsenio, scarica una parte del suo volume in una sotterranea voragine che è detta La foce; poi prosegue oltre fino al paese di Polla, ove si sperdeva (ma oggi non più) in certi antri o fenditure del monte di Polla, che sono dette «le crive e le grave»46; e si crede che ricomparisce, dopo un due miglia di cammino sotterra, nella grotta di Pertosa, onde sgorga impetuosa e perenne una grande massa d’acqua. Plinio ricorda questa ecclissi del Tànagro, che si Immerge nei campi di Àtena e ricomparisce piu in giù; ma le sue misure del corso sotterraneo non sono esatte47.

Oggi il Tànagro corre tutto allo scoperto, ed esce allo scoperto dal bacino di Tegiano, precipitando per le terre di Campestrino nella stretta valle sottoposta di Pertosa ed Auletta: però quando, per impeto di acque temporalesche soprabbondanti o per necessità di restauro all’alveo artefatto avviene che si diverge dalla mano dell’uomo il corso del fiume verso le «crive» inalzandone pertanto artifizialmente il livello, solamente allora torna il Tànagro a immergersi e scomparire nelle fenditure delle colline di Polla, secondo l’antico suo corso.

Quando il fiume non aveva altra uscita fuorché da questi sotterranei meati delle «crive», era necessità delle cose che essi non bastassero a smaltire le acque ordinarie, nonché le temporalesche, dall’ampio bacino; ed esse impaludavano; e il fiume, per gl’interramenti delle acque precipitevoli venute giù dai clivi circostanti, elevava insensibilmente il livello del letto; divergeva il corso e traboccava eslege qui e qua; onde l’aria era impestata, e i terreni, quando le tarde acque esiccavano o sminuivano di spaglio, erano campo alle erbe palustri, pascolo ai greggi e dominio dei pastori. Questa condizione di cose deve essere stata antichissima, oltre al nome stesso del fiume che significava ai greci melmoso48, oltre ai nomi medievali di parecchi luoghi circostanti, lo dimostra il fatto che le antiche città di Àtena, di Tegiano, di Consilino e di Sontia erano poste, non in basso alla amena pianura, secondo che gli antichi prediligevano, ma sui colli d’intorno.

Ma queste stesse città, floride e civilissime nel periodo della civiltà romana, non può credersi non avessero pensato a sanificare l’aere e i terreni della sottoposta pianura; si può affermarlo anzi, chi consideri che, in tempi meno antichi, sursero, men sui colli che sulla pianura, altri centri abitati della gente lucana, quali Marcelliana presso Consilino, il Foro Popilio in giù presso Àtena, e i paghi di Tegiano; la postura delle quali, paghi e città, farebbero arguire già migliorate le condizioni topografiche e igieniche della contrada.

Questo io credo e ritengo. Ma l’affermare che le opere quali ora ivi si veggono di bonificamento e che verremo accennando, siano state già compiute da’ Romani e non altrimenti cehe rifatte dipoi in tempi moderni, è affermazione di scrittori locali, che, quantunque echeggiata da un dotto scrittore49, è priva di tutt’altro fondamento, che non sia una congettura, o una iscrizione falsa. Né mancano altri tra gli eruditi napoletani, che di codeste opere di bonificamento al bacino del Tànagro ne danno il vanto agli Elleni, che primamente, e innanzi ai Lucani, vennero dalle spiaggia jonie e tirrene ad abitare per questi luoghi! Ma i ragionamenti a cui si affidano, sono, per virtù di logica, siffattamente singolari, che gli è forza credere che in certi climi, o in certe epoche l’erudizione sia uno spegnitoio del senso comune50

Le opere di bonificamento a cui abbiamo accennato, sono queste precisamente. Oltre all’allineamento del corso del Tànagro dal paese di Sassano in giù, l’alveo, quando il fiume approssima al paese di Polla, ne è fatto più largo e ne è murata la spalla dell’una e dell’altra sponda: inoltre, vennero aperti da mano di uomo altri canali, ovvero alvei laterali. Questo tronco di alveo a sponde murate e allineate è detto il «Fossato» dagli abitatori della città di Polla51, i quali affermano che una iscrizione latina attestava che il «foxatum» era opera di Roma, e di Roma altresì il ponte a cinque archi che cavalcava il fossato. Ma la parola è dei bassi tempi; la iscrizione, a cui si accenna, è una creazione52 di dotti di epoca non molto antica; e basta la vista oculare della muratura sì delle sponde all’alveo e sì del ponte che lo cavalca, per persuadere che dessa è opera del tutto recente, ossia non più antica o di poco più antica del XVII secolo.

Se prima di questi tempi avesse esistito opera muraria romana alle sponde dell’alveo, nessuno può dirlo: e il trovarne la prova in un frusto d’iscrizione antica (e non falsa) ove non si legge altro che il nome di un Caio Luxilio e la parola stagno e l’altra di arma53, è fede maravigliosa che ci sia lecito di perdonare, rispettosi, all’amore di patria.

Io credo, che opere di bonificamento agli stagni del Tànagro furono fatte dalle città lucane nominate di sopra, non già dai Greci, di cui niente ci è noto: e Roma, unificata l’Italia, forse provvide anche, a spese delle città stesse. Quelle città erano municipii, cioè Stati, a così dire, indipendenti, che dovevano e potevano bastare a provvedere alle proprie utilità e alle supreme necessità locali.

Quando le avessero eseguite non può dirsi; ma è lecito congetturare che fossero almeno iniziate anche prima dell’intervento del pretore Popilio Lenate che fu console nel 622–132 a.C., e che nel suo famoso marmo itinerario, ripetutamente da noi ricordato, volle pubblicata Ia sua sentenza che i pastori cedessero agli agricoltori. I terreni un tempo acquitrinosi o paludosi non erano che giuncheti e campi di erbe palustri, non adatti che al pascolo di armenti, e non godute che da pastori. Ma quando venne procurato un più celere corso alle acque o incanalate, e colmati gli stagni, i terreni divennero acconci all’agricoltura: di qua lotta di classi. Il pretore Lenate diè leggi al pascolo errabondo di greggi invadenti i terreni atti alla semina; e poco dipoi Caio Gracco, famoso, venne a dividere questi stessi sanificati terreni ai coloni di Roma54: e questi nuovi arrivati, raccolti forse allora in colonia, è probabile avessero continuato a provvedere di opere acconcie il risanamento, finché la floridezza della città non decadde, e la civiltà non cadde del tutto alla venuta de’ barbari. Lì cadute, distrutte o imbarbarite Consilino, Àtena, Tegiano, Sontia, Marcelliana… i terreni tornarono stagni e paludi, là dove queste oggi non più esistono, ma dove le scovre la onomastica dei luoghi55.

Quali precisamente fossero le antiche opere di sanificamento io non so dire. Ma di sicuro può dirsi che l’avvallamento tra i due colli, pel quale oggi scorre allo scoperto l’acqua del «Fossato» di Polla, cioè il Tànagro, precipitando per le forre di Campestrino, l’avvallamento è manifestamente un fatto naturale; non già prodotto da mano di uomo.

La mano dell’uomo dové però rendere più basso o profondo l’alveo alla fiumana dal punto dell’avvallamento stesso all’insù, affinché si accelerasse lo scarico del tronco superiore di essa, e lo impaludamento durasse meno. Queste opere di scavamento dell’alveo accaddero, al certo, in epoche diverse: ed è dovuto a questo fatto se il Tànagro cessò dal correre naturalmente all’antico scarico delle «crive» da poiché il suo livello ne era fatto più basso. Se Plinio ricorda, come singolarità geografica, che il Tànagro, presso Àtena, scompariva sotto terra per risorgere più in giù, possiamo ritenere che fino ai tempi di Plinio56, il fiume Tànagro non avesse, per tutto il volume delle sue acque, l’uscita scoperta nelle forre di Campestrino.

Nel medio evo sorgono ivi i paesi di Padula, di Montesano, di Buonabitacolo, e i nomi indicano che ivi presso, specie a Padula, era un gran ristagno di acqua o padule; dal quale si gloriavano non inquinati gli altri due paesi dai nomi di buon augurio ora indicati. Di là non lontano è il paese di Sanità; e nei suoi campi è un posto detto il Lago, ed oggi lago non è. I grandi ristagni di acqua che erano ivi, nel primo medio evo, scomparvero all’azione naturale continua delle alluvioni di ghiaie e detriti dei clivi circostanti. Trovo scritto che qualche opera si fece ai tempi dei primi re Angioini57; surse allora, nel 1308, a piè della Padula, nell’alta zona del bacino, il nucleo primo di quella che fu poi la famosa Certosa di S. Lorenzo, fondazione di un Sanseverino conte di Marsico. Ma nella inferiore zona del bacino questo non restava di essere un lago, se nel 1525 fra’ Leandro Alberti, viaggiando per i luoghi, ricorda un lago di un due miglia di circuito da presso a Polla58, e se continuò il lago ad esistere, a notizia di scrittori dei primi vent’anni del secolo XVIII. Ma al cadere del decimosettimo secolo, un Capecelatro, feudatario di Polla, fece o tentò opere di allargamento al letto del fiume59 affinché delle stagnanti acque ne scaricasse un maggior volume. Un secolo dopo, queste opere si ripigliano, si proseguono, si migliorano, sotto l’indirizzo dell’architetto Carlo Pollio; ma non già che allora venisse aperto, come altri disse, il nuovo corso al Tànagro per le forre di Campestrino. Fu allora, invece, allineato il fiume per ben due miglia da Diano in giù: e la fossa, ovvero alveo, fu abbassata — depressa60 affinché le acque soprabbondanti del Tànagro e le altre incanalate nello stesso corso del fiume trovassero più ampia via e più celere deflusso alla valle sottostante. Questi ultimi lavori fecero pro, ma non del tutto risposero all’intento: furono ripigliati ai tempi murattiani, e continuarono ai nostri tempi con allargare la sezione dell’alveo e scavarne il fondo, per farlo capace di accogliere maggiore volume delle acque paludose.

NOTE

1. Lib. III, 11, 24.

2. DIODORO, lib. XIV, § 109, dice nell’Olimp. XCVII, anno 3°, cioò 390 av.C. — Vedi innanzi al cap. XIII.

3. È la proporzione che si rincontra esatta in talune minute cifre statistiche date da Cesare per i popoli dell’Elvezia (Bell. Gall. I, 16); e da Strabone per la gente dei Salassi, vinti e poi venduti da Augusto (Lib. IV, 315).

4. Per un esempio: nel frammento della grande iscrizione di Volcei, a che è del 323 d.C. (Corp. lnscr. Latin. X, n. 407) sono nominati, nel territorio di Volcei, quattro paghi, cioè: Pago Forense, Pago Norano, Pago Aequano, Pago Trasmaciano.

5. Corpus Insc. Latinar. vol. X, n. 444.

6. Satira VIII, v. 180.

7. Nel boschi di Basilicata oggi non esiste più l’orso: ma ai tempi di Roma imperiale era casigliano indigeno ai boschi del Vulture e dell’Appennino, se Orazio (Odor. III, 4) ricordando l’errar suo vagabondo da giovinetto pei boschi di Banzi, accenna alla maraviglia di quei di Acherontia e di Ferento, che egli si addormisse lì tra i boschi senza pericolo:

Ut tutu ab atris corpores viperis

Dormirem, ut ursis.

Ed Ovidio (Halieutic. 57):

Foedus lucanis pervolvitur ursus ab antris.

Anzi, venivano di Lucania gli orsi, che allo sbranar l’uomo nei circhi di Roma, sollazzavano i nipoti di Romolo. E Marziale, facendo dello spirito di cattiva lega, scriveva (De spect. 8):

Dedale, lucano cum sic lacereris ab urso

Quam cuperes pinnas tunc habuisse tuas!.

Quanto fossero diffusi per la regione anche al medio evo, si può indurlo dallo tante e tante denominazioni topografiche dall’orso che ancora esistono infisse ai luoghi. Gli ultimi rappresentanti della razza furono uccisi, a ricordo del nostri storici, nei boschi di Sanza, verso la metà del secolo XVIII. — ANTONINI, Lucan. II, 8. — TRYLI, Stor. gen. I, par. I, 105.

8. Corpus Insc. Latinar. vol. X. n. 290, pel marmo ancora esistente in Tegiano, ove viene detto «legge agraria». E n. 407, pel marmo ancora esistente in Buccino: ma questo è dell’anno 323 d.C.

9. Corpus Insc. Latinar. vol. I, n. 551, e vol. X. n. 5950. È la famosa iscrizione itineraria che disegna la strada da Capua a Reggio; le ultime linee dicono:

Eidemque Primus fecei ut de agro poplico Aratoribus cederent pastores forum aedisque poplicas Heic fecei.

Gli scrittori locali non contenti di questo decreto agrario del pretore Popilio (che fino a pochi anni fa gli eruditi dissero del proconsole M. Aquilio Gallo) si riferiscono ad un altro, che sarebbe ricordato da Marino Freccia, feudista del secolo XVI, il quale scrive (nel libro De subfeudis, pag 377, lib. 2°, Venez. 1529) di aver visto nella valle di Diano un marmo, su cui il Console destinato dai Romani a derimere le questioni tre pastori ed aratori, aveva fatto scolpire il suo decreto — ut pastoribus cederent aratores — ed aggiunge che nel marmo vi si leggevano alcune parole, tra cui quelle di Vallis rationis: onde è che la valle di Diano odierna egli crede si chiamasse Vallis rationis.

Riporto, qui in calce, tutto il passo, perché si trova riferito inesattamente da’ scrittori locali (MACHIAROLI, Diano e l’omonima sua valle. Napoli, 1868, p. 14)

Lib. II, p. 377: — Dum essem ego in Valle Diani inspecturus limites agrorum terrae praedictae et domoni Baronis Sancti Petri, Marmoreum quoddam saxum reperi, in quo quaedam legi poterant verba et vallis rationis legebatur, ob quam hodie vallis Diani Vallis rationi nuncupabatur (sic), dum inter pastores et aratores quaestio esset, quis eorum in eo agro potior esset in pascendo vel arando, destinato a Roamnis Consule decretum fuit ut pastoribus cederent aratores, et in eadem valle ingens copia pecudum a mensi aprilis pascua sumit.

Così nella stampa del 1529: ma parmi che qualche cosa vi manchi che renderebbe più chiaro il periodo.

Questi scrittori ricavano dalle parole del feudista archeologo due conseguenze; o sono, che un’altra e diversa quistione agraria era surta tra pastori e agricoltori, diversa da quella sedata dal Pretore del marmo (ancora esistente) di Polla: anzi l’acume divinatorio di uno di loro va tant’oltre, che scovre il nome del Pretore che decise a prò de’ pastori; e quel nome è Caio Luxilio: un nome che si trova inciso su un frusto di antico marmo in Tegiano. L’altra conseguenza è che la valle di Diano fu detta anticamente Valle della ragione o della giudicatura, siccome luogo destinato dai Romani ad un quissimile del «Tribunale dei Locati al Tavoliere di Puglia» secondo l’antico dritto pubblico del napoletano.

Ma esisté davvero l’altro marmo con quelle parole che disse di avervi lette Marino Freccia? Se vi fossero incise davvero, ricordiamo due cose, e sono: 1º che i Latini non ebbero la parola ratio nel senso che nell’italiano si dà alla frase — rendere ragione — per giudicare; 2º che presso i Latini arationes etiam dicebantur agri publici populi romani, gai aratoribus colendi dabantur impositis decumis. (Vocabol. ad. v.) — Dal che seguirebbe che, se le parole esistessero davvero, era da leggervi piuttosto vallis arationis o arationum.

Ma io non credo che esistessero: io non credo ad altro che ad un equivoco, ad un lapsus memoriae del celebre giureconsulto della costa di Amalfi. Il quale (è pure necessario notare questa strana particolarità) facendo, in quel luogo del libro, brevemente la storia del Tribunale della Dogana di Foggia, con l’intento manifesto di riattaccare la catena dei precedenti fino ai Romani antichi, fa precedere alle parole del passo in quistione, fa precedere — nientemeno! — che la iscrizione oggi esistente in Polla, dalla prima all’ultima linea: ma dice che essa si trova presso Telese, prope Thelesim ad basim, e che la ricopiò, lui, dal libro a stampa di Pietro Apiano, che infatti la pubblica con la indicazione topografica: In Principatu, ad basim. Singolare davvero questo doppio miraggio!

Io voglio ritenere Marino Freccia in buona fede. Ed è probabile che, citando egli di memoria, e non potendo ammettere che fosse identica cosa la iscrizione che ha sottocchi a stampa nel libro dell’Apiano e che crede di Telese, e quella che ricordava di aver letta un tempo sul marmo scoverto nel territorio tra San Pietro e Diano, è probabile egli fosse tratto da una di quelle allucinazioni psicologiche, non ignote agli scrittori, e spiegabili in virtù della associazione delle idee e della energia della fantasia, fosse tratto a ritenere che erano due e diverse le iscrizioni: e diversi, di conseguenza, i dispositivi delle due sentenze pretorie: epperò, se diversi, l’una doveva essere pro, l’altra contro agli agricoltori. Ed io preferisco di credere piuttosto ad un’allucinazione psicologica, che a mala fede dello scrittore fendista.

10. CALPURNIO: Egl. VII, 16:

Non tamen aequabit mea gaudia, nec mihi, si quis

Omnia Iucanae donent pecuaria silvae.

Ed ORAZIO: Ode 1ª, Epod.

Pecure Calabris, ante sidus fervidum

Lucana mutet pascua…

11. LUCILIO: Lib. 6, sat. 6:

Quem neque lucanis oriundi montibus tauri

Ducere sub telo validis cervicibus possunt.

12. ORAZIO: Satir. VIII, lib. II:

In primis lucanus aper: Ieni fuit Austro

Captus, ut aiebat coenae pater.

E in Sat. III. lib. II:

In nive lucana dormis ocreatus, ut aprum

Coenae ego.

13. CASSIOD. Var. lib. XI, C. 39.:

Hinc fuit ut montuosa Lucania sues penderet: hinc ut Brutii boum pecus praestarent… Erat quidem illis gloriosum Romam pascere. — Ved. Cod. Teod. tit. 37 de suariis.

14. VARRONE, 4, De Ling. Latin.: — Lucanicam dicunt quod militem a Iucanis didicerunt.

E a questo proposito ricorderò l’aneddoto, che Elio Sparziano riferisce dell’imperatore Caracalla:

… Et quum Germanos subegisset (Caracalla), Germanicum se appellavit: vel joco, vel serio, ut erat stultus et demens asserens si Lucanos vivisset, Lucanicum se appellandum.

E voleva dire (autobiograficamente): Un salame!

15. Va tra i frammenti, sparsi, di Sallustio questo che si riscontra in un antico scrittore:

Sallustius dixit de Lucanis, quod de vimine facta scuta coriis tegebant.

16. Corp. Inscr. Latin. X. n. 337, per Àtena; n. 445, per Laviano; 451, per Eboli; 113, per Potenza.

17. Molte di tali opere furono raccolte in un suo giardino dal benemerito arciprete Carlo Danio di Saponara che è onoratamente ricordato da tutti gli archeologi napoletani del XVIII secolo. I pochi avanzi di quella raccolta, pressoché distrutta, si veggono ancora oggi nell’orto stesso, che fu del Danio. — Del Danio si parlerà nella parte II.

18. Vedi Bull. Ist. Archeol. anno 1829, p. 151, su vasi scavati in Eboli con leggenda di cui più giù. — Ibid. a pag. 183 e seg. per altre località. — A Sala Consilina nelle Notizie degli scavi, 1897.

19. Se ne ha notizia in PIER VETTORI, Prose fiorentine, parte 4ª, vol. 4, lett. 68. — Per Anzi, vedi Documenti per la storia dei musei, etc. Roma, 1879, II, 2.

20. GERHARD dice:

«Santangelo (che fu poi il Ministro degli Interni del re di Napoli) mi fece consapevole, che negli scavi fatti in Anzi, si trovassero vasi imperfetti». Bullett. Ist. Archeol. 1829, come infra.

21. Bullett. dell’Ist. Archeol. anno 1829, p. 166 «sui vasi italo–greci». Credo opportuno di riferire tutto ciò che il Gerhard dice di Anzi e di Armento.

«… Negli alpestri paesi dell’interna Lucania usarono fabbricazioni diverse da quelle che nelle coste sul golfo tarantino furono in consuetudine. L’accennata raccolta del signor Fittipaldi in Anzi, la quale, oltre molti dei suddetti vasi a campana di pallida tinta, di comune disegno, e di poco rilevanti soggetti, ed oltre i bellissimi articoli di arte nolana, contiene non poche altre stoviglie, che sì per la vernice, forma e mole, sì pel disegno, si concordano assai con quelle delle Puglie, è priva nondimeno di vasi di quella maniera, che si ritrova nel gran vaso a campana del R. Museo (di Napoli) col dipinto della favola di Trittolemo, scoperto in Armento insieme colla celebre corona di oro (V. pagina 224) e che in altri pure a campana della stessa provenienza si rileva. Il qual fatto ci dimostra che in quella città (Anzi) l’artifizio (la tecnica?) delle fabbriche straniere meglio fosse adoperato (che dalla?) dell’arte indigena; e mi conferma nelle sovrapposte opinioni che Anzi avesse avuto la maggior parte de’ suoi vasi da esterni artefici colà (sic) residenti… Tanto i monumenti, quanto le notizie che da colà (Basilicata) mi pervennero, mi fan credere che, tra tutti i luoghi di Basilicata, Armento soltanto possedesse un giorno l’artifizio (la tecnica?) più perfetto, e forse il solo che, come proprio, potesse a questa provincia assegnarsi… I sepolcri di Armento, oltre i vasi a campana di buon disegno o con rappresentazioni svariate ed importanti, come quello di Trittolemo, somministrarono non poche delle più grandi foggie di Puglia: e specialmente un gran vaso, in cui combattimenti di Amazzoni sono figurati…»

Lo stesso, ivi, a pag. 170, accenna a grandi vasi scoverti a Missanello

«particolari nella diligenza dei lineamenti sottili, e rappresentanti più soggetti (siccome quella della favola di Perseo, in tre ordini distribuito), benché di un disegno anzi mediocre che no».

In un vaso trovato anche a Missanello era dipinto l’alfabeto jonico: e se ne parla nel Bullett. Istit. Arch. del 1875, p. 56 (V. nel Metaponto del LACAVA, pag. 123). — Di vasi trovati ad Eboli con iscrizione greca, in dialetto dorico (e diceva: II vaso è di Dionisio, figlio di Matalo), si parla nel Bullett. dell’Istit. del 1870, p. 151. — Altre notizie sono nel celebre «Rapporto Vulcente» del Gerhard, che è negli Ann. dell’Istit. del 1831.

22. RAYET et COLLIGNON, Histoire de la céramique grecque, Paris 1888, pag. 297.

23. Io debbo in proposito segnalare al lettore l’opera notevolissima del dott. G. PATRONI, di cui nella nota a pag. 464.

24. J. DE WITTE, Études sur les vases peints, Paris, 1865, p. 107. A pag. 100 dice:

«Il più gran numero di vasi della decadenza furono fabbricati nell’Apulia e nella Lucania. Ce ne ha di grandissime proporzioni; e questi grandi vasi si considerano come di lusso e di ornamento. Ma l’esagerazione della proporzione nuoce soventi alla eleganza delle forme…»

Dalla Histoire de la céramique grecque di RAYET et COLLIGNON, Paris, 1888, riferirò queste parole (pag. 310):

«Erano frequenti le relazioni commerciali tra le città dell’ltalia meridionale; epperò le officine di ceramica hanno esercitato un influsso reciproco tra loro. Nella Basilicata, l’antica Lucania, si rinvengono vasi che, pure appartenenti a fabbriche locali, hanno stretta parentela con quelli della Puglia. Le ceramiche del gruppo lucano si trovano, sopratutto, ad Armento, Anzi, Pisticci e Pesto: e quest’ultima pare sia stata un gran centro industriale della regione…»

«Però i vasi lucani, che la loro esecuzione meno accurata permette di attribuire ad epoca più recente, presentano particolari degni di nota. La terra è sovente di un rosso scuro; il color bianco vi è profuso; i dettagli sono delineati mediante una gradazione di giallo chiaro. Inoltre, certe particolarità delle vestimenta alle figure mostrano qualcosa di straniero all’ellenismo. Sopra un vaso del Museo di Napoli (Ann. Ist. 1865) è una scena (di frequente ripetuta) in cui due guerrieri ricevono le libazioni che offre loro una donna, sopra una patera. Essi portano degli elmi impennacchiati di tre grandi piume, con un vestito in tunica assai corta, che arriva appena all’alto delle coscie, ed ornate di rotelle in metallo; l’asta che portano in mano è ornata di banderuole. Anche il vestito della donna arieggia piuttosto a quello delle contadine di Terra di Lavoro e degli Abruzzi, che dei Greci. Tipi e costumi, senza dubbio, degli indigeni della Lucania, stirpe sabellica, che, come i Sanniti loro maggiori, ebbero un gusto prevalente per gli adornamenti brillanti e i colori smaglianti. Identici dettagli di costume si veggono nelle pitture delle tombe di Pesto, eseguite nel corso del IV secolo, che mostrano una curiosa mescolanza di stile greco e di elementi del tutto locali (Monum. ined. VIII, 21, Helbig, in Annali, 1865, 262). In esse i guerrieri portano anche gli elmi impennacchiati, le galeae cristatae, che Tito Livio ricorda come parte dell’armatura dei Sanniti» (V. al cap. XX, pag. 329: queste pitture sono nel Museo Nazionale di Napoli).

Cotesti vasi di stile misto si riferiscono agli ultimi tempi della dominazione lucana, che durò un secolo e mezzo. Nella seconda metà del V secolo i Lucani si impadronirono di Posidonia; Greci ed Oschl si mescolarono in pace: né il carattere ellenico della città fu modificato. Se le pitture murali, di cui è cenno, mostrano l’impronta del gusto (?) lucano, l’ispirazione e la tecnica è greca. Solo al cadere del IV secolo l’elemento lucano venne a prevalere…»

Gli autori conchiudono:

«Dobbiamo riconoscere le ceramiche di Basilicata come prodotto dell’industria indigena? Sono esse opera di vasai lucani cho ebbero adottata la tecnica greca? L’ipotesi non ha nulla che non possa essere vera; se si consideri che le pitture di Pesto mostrano, nei loro autori, una maravigliosa attitudine ad assimilarsi lo stile e la maniera degli artisti greci. Ad ogni modo, la industria locale non poteva sopravvivere gran tempo alla colonizzazione di Pesto, che nel 273 fu colonia latina».

25. A pag. 222 riferimmo le obiezioni, cui qui si accenna, del Collignon: ivi rimase in tronco la risposta, che venne data dal Patroni nella sua opera: La Ceramica italiana nell’Italia meridionale, memoria del dott. GIOVANNI PATRONI, premiata dall’Acc. di Archeol. lettere e belle arti (negli Atti della r. Accad. vol. 19, Napoli, 1898). In essa il valoroso scrittore archeologo scrive:

«… Lo stesso Winnefeld rileva la presenza dello stesso segno Ͱ sopra le monete di Metaponto. Inoltre il Ͱ è comune sopra vasi pugliosi, la cui origine tarantina è tutt’altro che dimostrata; e sul vaso di Missanello (v. pag. 461) si tratta di un H con la seconda asta verticale più corta: ma se pure fosse un segno assolutamente identico, la provenienza di Missanello (nel cuore della Lucania) starebbe più presto a dimostrare che il segno Ͱ non è esclusivamente tarantino. E lo troveremo anche su vaso campano. Il Kretschmer aggiunse a questi dati la presenza del segno Ͱ in iscrizione di Heraclea, fondata da Taranto, di Crotona, di Asculum, e nella epigrafe osca presso Mommsen (Unter. Dial. 215, 1)».

26. Op. cit. pag. 111.

27. Op. cit. pag. 112.

28. Per fora et conciliabula. LIVIO, lib. IX, dec. IV, 14.

29. Lib. III delle Selve. — È stato detto che sua patria fosse Velia.

30. Dalla lettera di Cassiodoro (Variar. Lib. VIII, 33) ricordala nel testo, si ha che una grande fiera o mercato si assembrava, alla festa del natale di S. Cipriano, in luogo amenissimo, suburbano alla città di Consilina: luogo che parrebbe detto della Leucotea (Lucaniae concentus, qui prisca superstitione Leucothea nomea accepit). Quella lettera è notevole per parecchi riflessi. Alla fiera traeva numeroso concorso di popoli, dall’Apulia, dal dai Calabri, dai Brutii, dalla Campania: attendamenti temporanei di fresche frondi ne accoglievano le genti e la ingente massa e varia di merci, di derrate, di bestiame. Nella esposizione delle merci a baratto lo scrittore annovera

«fanciulli e fanciulle, di vario sesso ed età, che non Ia loro schiavitù porta al mercato, ma sì la loro libertà stessa, giacché i loro genitori (merito!) ben li mettono In vendita, in quantoché la condizione di famulato è ad essi giovevole; non essendo dubbio che migliorano di sorte i servi che dal lavoro dei campi si tramutano ai servizii della vita cittadina».

Oh si! Era, dunque, come alla città della nota Operetta, un quasi ufficio di collocamento, una borsa di lavoro!

Questo assembramento di commerci che si teneva in luogo detto Leucotea, dalla bianchezza delle acque limpidissime di una fonte, come pensa lo scrittore, era tenuto per la festa del natalo di S. Cipriano. Ora il natale dei Martiri, che era quello di loro morte cruenta, cade per San Cipriano al 16 settembre.

Che il luogo di questa grande fiera fosse in un qualche punto della vasta pianura al piè del colle dell’odierna Padula, deve, ormai, essere fuori contestazione; poiché il recente marmo, ivi scoperto, rende incontestabile che il posto di Consilina città fosse appunto sul colle presso Padula (vedi a pag. 498). E di qua io non mi pèrito di affermare che all’antichissima fiera di S. Cipriano, a metà settembre, nel luogo per bianchezza di terre anzi che di acque detto Leucotea, raffronta, per luogo e per tempo, la fiera detta di S. Bruno, già insigne di larghissimo concorso, che ancora oggi si raccoglie pei campi presso la grande Certosa, a piè del colle di Padula, non lontana, anzi prossima, a luoghi, che la bianchezza del calcare montanino fa dare il nome di arena bianca al piccolo villaggio che vi è surto a mezza costa: — e raffronta, quasi alla medesima epoca dall’antica, la fiera del 2-6 ottobre, che è la festa di S. Bruno. Io non dubito che anche questa propaggine dei tempi moderni abbia fònda radice nell’antlchità remota!

31. V. pag. 167.

32. Eccone la indicazione specifica. Ad ÀTENA, nella valle di Teggiano, l’ECKEL (Doct. nummor. veter. I, 151) attribuisce la moneta che descrive così:

Caput Palladis; pone quatuor globulis ATINIΩ (retrogrado) noctua stans; in aream vas et glob. Æ III.

Ed aggiunge:

Similes typos habet etiam numus quem Rybastinis Apuliae tribuimus.

Altri la dicono o falsa, o di altri popoli e non di Àtena.

A CONSILINO il SESTINI attribuiva la moneta dalla leggenda spezzata NYΛ-KOΣI in mezzo ad una ghirlanda, che il MILLINGEN, invece, leggeva NYΛKOΣI. Il dubbio è piuttosto a quale Consilino appartenga, se a quello di Lucania, o all’altro nei Bruzii, presso Caulonia.

Dei popoli di URSENTO si conoscono tre tipi di monete in bronzo:

1. Testa di Diana faretrata — Apollo nudo in piedicon tra mani patera ed arco. OPΣANTINΩN. 2. Testa giovanile, coronata di edera: in monogramma XPY — Cerere in piedi: tra mani spighe e fiaccola. OPΣANTINΩN. 3. Testa di donna — Donna seduta con in grembo un bambino. OPΣANTINΩN. (Nel SAMBON, op. cit.). V. APPENDICE al cap. X di questo volume.

33. Uno dei tipi delle monete GRUMENTINE è descritto da ECKEL: Caput muliebre ΓPY Equus saliens: ae. III: l’attribuisce a Grumento; e così altri. Ed ECKEL aggiunge queste parole che a me occorre di riferire:

Numum hunc vidi Romae in museo abatis Chaupy: non dubitabat vir eruditus isti eum Lucaniae urbi largiri, cum praeterea prope eam reperiri illum contingerit. In eadem sententiam seriam fuit etiam A. Combius, qui numum similem ex museo Hunteriano vulgavit.

Il GARRUCCI attribuisce cotesto conio a Grumo Appula.

Alla notizia del Chaupy presso l’Eckel, io debbo aggiungere che in scavi fatti nell’ottobre 1898 in Paterno di Marsiconuovo (contrada campestre a poche miglia distante dall’antica Grumentum) è venuta fuori un’altra delle monete grumentine col tipo del cavallo e Ia leggenda ΓPY: dessa oggi è conservata nel museo provinciale di Potenza, cui volle darla in dono lo scovritore di essa, A. Greco.

Il tipo del cavallo brioso sarebbe quasi un’arme parlante (?) da χρεμετίζω, nitrire. Un altro conio porta: Testa maschile a dritta — Bue cornupeta, e di sopra ΓPY. Il Garrucci scrive (pag. 119): «Io non so spiegarmi come nelle più alte (?) e fredde montagne della Lucania si voglia collocare la sede di cotesta zecca, lasciandosi indurre da una immaginaria etimologica origine di γρy quasi da Κρύμοεις (Niebhur)… Il Minervini pensa che i tipi del toro corrente e del cavallo confermano la congettura che Grumento di Lucania fosse colonia di Turio». — Lasciamo pure da parte questa sottile congettura del Minervini: ma che valore possiamo dare ad un ragionamento che negherebbe dritto di monetaggio od autonomia ad una città solamonte perché posta tra alte e fredde montagne? E fosse vero! Dessa è posta in amena pianura sulla destra del f. Agri: città per imponenti reliquie di fabbriche, ancora oggi notevole.

34. Eccone la descrizione numismatica, secondo le tavole del Carelli (Ap. FABRETTI, Gloss. Ital. CCLXVIII):

1. Caput Martis galea tectum — ΛOYKANOM: Pallas galeata stolata irruens dext.

2. Caput Joriv d. — ΛOYKANOM: Aquila stans.

3. NIKA: caput muliebre sin. — ΛOYKANOM: Juppiter nudus gradiens d. elata fulmen intorquet. (Vedi cap. VIII).

4. Caput Herculis d. — ΛYKIANON: Pallas galeata stolata irruens dext.

5. Caput Jovis d. — ΛYKIANON: Aquila stans.

6. Caput Victoriae alatum diadematum. — Jupiter vitis bigis: in exergo ΛYKIANON. (Vedi cap. VIII).

35. Egli scrive:

Ut iidem (Lucani) perversa ortographia in praecentibus numis dicere se poterant Λουκανους pro Λευκανους, ita errore altero se se dixisse Λυκιανους, dictione hac sponte ex adoptato semel Λουκανοι Latinorum fluente, vetere inter Y Graecorum et V Latinorum concordia; nam quod Graeci μυς, κυβος, idem Latini dixere mus, cubus… Et in numis Cretae Lupus Procos, scribitur graece ΛΥΠΟΣ. (Doctrina numorum veterum, tom. I, pag. 150).

Ma qui la difficoltà vera non è avvertita: la difficoltà non è nella prima sillaba di Lycianos, ma nella seconda.

36. Indicherebbero la direzione di questa strada le colonne miliarie trovate pei campi di Lavello, di Melfi, di Venosa, di Lagopesole, di Marsico nuovo; e riferite nel Corp. Ins. Latin. X, nn. 6966 e 6975. — In quelle di Venosa e di Lagopesole vi si legge il nome della via e di Massenzio, che viam Herculiam ad pristinam faciem restituit. (anno 311 d.C.).

Nei campi di Sala (Consilina) venne fuori un’altra colonna dei tempi costaniani (v. Corpus ecc. n. 6973). E da questa traggo argomento che dal prossimo Marsico nuovo, un ramo, passando per Consilinum (Padula) scendeva nel vallo di Tegianum, attaccando colla via Popllia, presso a Marcelliana. — Di questo ramo è traccia nella Peutingeriana.

37. Perché i primi editori della iscrizione avevano supplito la prima linea col nome di M. Aquilius M.F. Gallus procos.

38. Della lapide di Polla ecco la lezione del Mommsen, nel C.I.L. X, n. 6950 —: la prima linea è supplemento.

VIAM . FECEI . AB . REGIO . AD . CAPUAM . ET

IN . EA . VIA . PONTEIS . OMNEIS . MILIARIOS

TABELLARIOSQUE . POSEIVEI . HINCE . SUNT

NOUCERIAM . MEILIA . LI . CAPUAM . XXCIIII

MURANUM . LXXIIII . COSENTIAM . CXXIII

VALENTIAM . CLXXX/ . AD . FRETUM . AD .

STATUAM . CCXXXI/ . REGIUM . CCXXXVII

SUMA . AF . CAPUA . REGIUM . MEILIA . CCCXXI/

ET . EIDEM . PRAETOR . IN

SICILIA . FUGITEIVOS . ITALICORUM

CONQUAEISIVEI . REDIDEIQUE

HOMINES . DCCCCXVII . EIDEMQUE

PRIMUS . FECEI . UT . DE . AGRO . POPLICO

ARATORIBUS . CEDERENT . PAASTORES

FORUM . AEDISQUE . POPLICAS . HEIC . FECEI

39. Ecco le indicazioni dell’Itinerario Antoniniano:

A.

A Mediolano per Picenum ad Columnam.

Venusium civitas 31. M.P. XXVIII.

Opino M.P. XV.

Ad fluvium Bradanum XXIX.

Potentia M.P. XXIIII.

Acidios M.P. XXIIII.

Grumento M.P. XXVIII.

Semuncla M.P. XXVII.

Nerulo M.P. XVI.

Summurano M.P. XVI.

Caprasis M.P. XXI.

Consentia M.P. XXVIII.

B.

Ab Urbe, Appio via, recto itinere ad Columnam.

Nuceria M.P. XVI.

In medio Salerno ad Tanarum (al. cod. Canarmn) M. P. XXV.

Ad Calorem M.P. XXIIII (*).

In Marcelliana M.P. XXV.

Caesariana M.P. XXI.

Nerulo M.P. XXXIII.

Summurano M.P. XIIII.

Caprasis M.P. XXI.

Consentia M.P. XXVIII.

(*) Qui lo errore tipografico è manifesto. L’Ortelio scrisse già le parole: ad Calorem inclusa aliena manu sunt. Il Romanelli emendava l’ad Tanarum in ad Silarum. Mommsen, invertendo l’ordine delle linee, mette prima la stazione Ad Calorem e poi l’ad Tana(g)rum. lo accetto la inversione: però osservo che tra il f. Calore e il f. ci è di mezzo il grande groppo dell’Alburno, che dal Calore obbligherebbe la strada ad un tortuoso, lungo ed inutile percorso, per risalire al Tanagro. La soluzione che presento nel testo parmi che, rispondendo a dati di fatto certi, elimina difficoltà.

C.

A Capua Equo Tutico.

Mediolanum M.P. XXlII.

Baleianum M.P. XII.

Ad Pinum M.P. XII.

Ypnum M.P. XXXII.

Caelianum M.P. XL.

Heraclia M.P. XXVIII.

Ad Vicesimum M.P. XXIIII.

Turios M.P. XX.

D.

Sub Romula M.P. XXII.

Ponte Aufidi M.P. XXII.

Venusio M.P. XVllI.

Ad Silvium M.P. XX.

Sub Lupatia M. XXI.

Idrunto M.P. XXV.

40. Corp. Ins. Latin. — Vol. X: Regio III, passim.

41. Ibid. n. 333, in Àtena.

A. Antonius Horus Aedem Matri Magnae et porticum qui est ante aedem et cellam Sacerd. ab solo pec. sua fec. D.D. cujus dedicatione Decurionibus et Augustalib. et Populo crustum et muls. ded.

42. È non lontano da Buccino, presso alla stazione detta di Ponte San Cono, sulla ferrovia Eboli-Metaponto. La iscrizione, reincisa sul marmo modernamente, esiste in doppio alle due spalle del ponte. Dessa è autentica, benché il Magnoni volle crederla falsa, per sospetto alle frodi dell’Antonini che prima la pubblicava. — È nel Corp. Ins. Latin. vol. X, N. 411.

43. Il ponte a cinque archi sul Tànagro, presso Polla, non è opera di molto antichi tempi, ovvero romana, come dicono scrittori del luogo. Il Lenormant lo disse di «costruzione romana, ma fortement remaniée» (II, 78). Del ponte di Siglia, il Lenormant stesso disse opera romana il solo primo arco dal lato di occidente: il resto è ricostruzione medievale. Anche il ponte presso Controne è detto meno antico dal valoroso scrittore e geologo prof. Cosimo De Giorgi, nel suo libro di escursioni nel «Cilento».

44. Parecchi altri, che si credettero opera romana, non sono. Tale il bellissimo ad ampio arco di ponte sull’Agri, tra Spinoso e Montemurro, di cui preparò la rovina la secolare incuria amministrativa, finché venne giù per impeto di acque nell’ottobre 1857. Desso era opera del secolo XV: e mi piace qui riferire la iscrizione che vi si leggeva fino al 1708:

Tertio idus julii 1440 collato aere civium Spinusii et Montis Marri Faber Marinus Milone Civitatis Cavae incepit Kalendis vero octobris anni currentis 1444 complevit. Posteri orate pro nobis Deum.

Nel giornale Il Poliorama Pittoresco di Napoli, del 1856, è la figura del ponte, scomparso.

45. Cifre esposte in una relazione ufficiale del Ministero dei lavori pubblici, dal titolo: Sulle bonificazioni idrauliche italiane — Cenni monografici. — Roma, 1878, in fol. pag. 91.

46. Nei Cenni monografici suindicati si dice che «il principale di quei meati sotterranei è detto Vasiente». Da βῆσσα, valle e quindi apertura; o βασσα, da βᾰθύς concavitas. (Greci-bizantini ebbero stanza a Polla. Vedi in seguito alla Parto II, capitolo IV). — Crive, primitivo perduto, donde l’italico diminutivo crivelli. — Grava, parola del b.I. in significato di fossa (Ducange, ad v.) dal tedesco graven, fodere. Di qua il franc. graver, incidere, ravine, burrone; l’italico Gravina, ecc.

47. PLINIO, Hist. nat. II: In Atinate campo fluvius mersus post XX m.p. exit. Invece, il corso sotterra non avrebbe che un paio di chilometri, su per giù.

48. Vedi al cap. XX.

49. LENORMANT, À travers l’Apul. et la Lucanie, II, p. 78:

«Le canal transversal qui rassemble toutes les eaux du bas de la vallée pour les diverser dans le lit de la rivièro est aussi l’oeuvre des Romains».

50. Ecco, per es., quanto scriveva il sig. CORCIA, Op. cit. III, p. 101. Egli suppone, innanzi tutto, che Tegiano prossimo a Polla sia fondazione «pelasgica» dei coloni della Beozia, e dice:

«Tutti i nostri scrittori accennano come un artifizio della natura il sotterraneo canale nel quale il Tànagro scomparisce: ma i maravigliosi emissarii, gli argini, i canali ed altre simili opere idrauliche costrutte nella Beozia, danno a credere, che una qualche opera simile ebbe ad essere il cunicolo già detto»!

Non meno leggermente il Lenormant, che dice aver visitato i luoghi, quando scrisse:

«La caverna (di Sant’Angelo a Pertosa, cioè quella onde sgorga in massa di acqua che si crede del Tànagro da Polla) la caverna è interamente (!) scavata da mano di uomo: dessa forma lo sbocco di un tunnel artificiel exécuté par les Romains» (Op. cit. p. 83, II).

Un’affermazione recisa, quanto maravigliosa! — Ma basta avvertire al dislivello tra Polla e Ia caverna per comprendere che un cunicolo scavato da mano di uomo tra quei due punti estremi e prossimi è assurdo. E se non fosse assurdo, sarebbe inutile. A che scavare un cunicolo, con la pendenza a precipizio, quando si avrebbe raggiunto lo stesso scopo mediante un canale qualsiasi aperto, con poco sforzo, al fianco del collo o monto di Polla nella forra di Campostrino? — Io metto in conto di Lenormant viaggiatore, non di Lenormant archeologo questi granchi a secco. E alla celerità del viaggio è dovuto l’altro suo concetto (Op. e luogo cit.) che trova la spiegazione del virgiliano — et sicci ripa Tanagri — in quel «tunnel artificiale che scavato da’ Romani» fece restare a secco un protoso antico letto del Tànagro. Questa fu opinione venuta giù da quel nostro buon abate Troyli, che ebbe il criterio critico in ragione inversa della molta erudizione del suo gran carro a bagaglio denominato Istoria generale del Reame di Napoli (vol. I, par. I, pag. 85). VIRGILIO ricorda nelle Georg. III, v. 151, l’assillo che travaglia gli armenti del monte Alburno e de’ boschi sul Silaro, sicché ne echeggiano, ai muggiti furiosi, silvaeque, et sicci ripa Tanagri: e il Tànagro del vallo di Diano è distante ancora un tratto, ma un bel tratto, dall’Alburno e dal Silaro. Dove il Tànagro si versa nel Silaro o Sele, il letto si slarga siffattamente in un lago di ciottoli e ghiaia, che la fiumana, alla state che ne scema le acque, pare del tutto scomparsa, da poiché la si raccoglie tutta presso la sinistra ripa ombrata di vetrici e carpini. A chi guarda dall’alto, e in distanza, pare davvero un letto di fiume essiccato.

51. Fossatum, posterioris latinitatis vox est; et significat vel fossam, vel munimentum fossa factum. È l’autorità del Vocabolario! e fa appuntino al nostro caso.

52. Conf. Corpus Ins. Latinar. vol. X, n. 69*, e il LENORMANT, Op. cit. II, p 79. L’iscrizione diceva: Pontem et Foxatum Roma P. fecit. (al: Romani f.) Il Lenormant interpreta il P. per publice; io vi scorgerei un esametro, che direbbe: Pontem et Foxatum Romana Potentia fecit.

53. È nel Corpus suddetto al n. 293; e porta solamente: C. Luxilio AIdem Stagno (sic)… Idem arma… Su questo tanto di pietra può elevare un edificio? Eppure anche il Lenormant, viaggiatore, lo mette in fabbrica!

54. Vedi nel capitolo seguente.

55. È chiarissima nei nomi degli odierni paesi di Padula (palude), di Montesano, di Buonabitacolo.

56. Argomento, per vero, di limitato valore: anche oggi libri o scrittori dei nostri tempi continuano a dire che il Tànagro scomparisse a Polla e ricomparisse a Pertosa, senz’altra spiegazione.

57. Leggo nel BIANCHINI, Storia delle finanze del R. di Napoli (lib. III, cap. V) che scrive:

«Nel registro di Carlo II del 1306 si veggono certi ordini per togliere, a spese del conte di Marsico e delle vicine Università, gli ostacoli che potevano opporsi al libero corso del fiume nel vallo di Diano: le acque del fiume impaludandosi rendevano malsana l’aria, e impedivano che si coltivassero le terre».

58. LEANDRO ALBERTI, Descriz. di tutta l’Italia. Venezia, 1596.

59. GATTA, Lucan. illustr. pag. 35. — Ettore Capecelatro, duca di Siano, signore di Polla, tentò, al cadere del secolo XVII, alcune opere che latum aquis praebuere alveum, come diceva una iscrizione che poi non fu messa perché l’opera rimase incompiuta. — Conf. GIUSTINIANI, Dizion. ad v. Diano.

60. Questo emerge dalla iscrizione, che Niccolò Vivenzio, avvocato fiscale, ne compose e che io leggo nel GIUSTINIANI, Op. e luogo citato:

A clivo Dianae ad montem Pollae… Fossa per millia passuum II — Rectaq. adversos per montes et saxa — Ingenti molimine depressa — Qua exundantis Tanagri — Et circumsurgentibus jugis dilabentes aquae — In subjectam vallem profluerent… An. MDCCXCVI.