Sito ANCR Avigliano
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CAPITOLO VIII

LE COLONIE ELLENICHE SUL MARE JONIO: — SIRI, ERACLEA, PANDOSIA E METAPONTO

Dopo lo stabilimento di Sibari, e per impulso, in gran parte, di essa, altre colonie elleniche vennero sorgendo alle spiagge dei due mari della regione enotro-lucana. Sul versante al Jonio Siri, Eraclea, Metaponto, Lagaria, Pandosia; sul versante al Tirreno Lao, Scidro, Pixo, Molpa, Elea e Posidonia.

La serie delle colonizzazioni elleniche sulle spiaggie della bassa Italia non furono, per ciascuna colonia o città, fatti isolali e senza seguito; nè fatti che si restrinsero unicamente al lembo di terra, prossima al mare, sulla quale s’impiantarono. O cominciassero, talune, come fattorie di commercio, ovvero tali altre per occupazione violenta di filibustieri, o per impianto legale di colonia propriamente detta, esse ebbero a ricevere man mano, per non breve periodo di tempo, nuove aggiunte di coloni dalle terre elleniche; e, per non breve tempo, mandare fuori del proprio seno altri sciami di coloni per l’interno paese, occupato da barbari, quali dicevano le genti enotrie o gli osco-sabellici. I coloni nuovamente arrivati non acquistavano dritti pari ai primi abitatori della colonia; e venendo, da principio, nella qualità di penesti o clienti, non movevano le gelosie de’ più antichi, mentre erano di prezioso aiuto a crescere le forze delle città contro i barbari delle prossime montagne. D’altra parte, la pronta floridezza delle città sulle nuove terre occupate favoriva l’aumento sollecito della popolazione; e questa era naturale si riversasse di fuori a creare nuove fattorie, nuovi centri, nuove propagini di popolo nell’interno del paese, seguendo il corso dei fiumi, che scendendo dall’Appennino, attraversavano floride valli.

Questo duplice fatto darà luce a molti problemi della storia nostra. La mescolanza di nuovi e vecchi coloni darà ragione delle tante tradizioni diverse intorno alle origini di ciascuna colonia; ogni gruppo di popolo che arrivasse portava seco i suoi numi, i suoi culti, i suoi eroi e le tradizioni sue: e se da prima quetavano sommessi ai più antichi coloni, non tardavano a levare in alto animo e ambizioni; onde la ragione suprema delle interne discordie che le travagliarono tutte. L’espandersi successivo dei nuovi arrivati dalle città sulle spiaggie verso l’interno del paese, spiegherà l’esistenza di tanti elementi ellenici, che lo studio delle omonimie riscontra nella topografia dell’alta Lucania, e dei tanti cimelii riferibili alla greca civiltà, che il caso fa scoprire nella regione stessa men prossima al mare.

Fra le più antiche colonie elleniche va posta la città di Siri. Quale stabilimento di gente greca, propriamente detta, essa ebbe origine un quaranta anni dopo Sibari, al cadere del secolo VII, verso il 680. Ma tutto fa credere che la città preesistesse agli Elleni.

Le origini sono incerte, e le tradizioni si aggrovigliano e confondono. Indica la remotissima età sua uno sprazzo di tradizione, che la sospingerebbe fino ai Morgeti. È piu probabile avesse avuto origini da’ popoli dell’Epiro, specie dai Coni o Caoni, che, come abbiamo visto, ebbero parte alle più antiche colonizzazioni di queste spiaggie. Pandosia, prossima a Siri, che fu detta reggia o residenza di re Enotri, ebbe non dubbia origine da popolazioni caonie delle terre epirotiche. In quell’ampla distesa di terra, ove vissero i Caoni, i Tesprozii, i Molossi antichissimi, dalle coste acroceraunie al golfo strimonio, era, nella valle dello Strimone, una città detta appunto Siri1.

Di qua i primi coloni della città italiota, arrivati dalla Caonia. Vennero con essi o sopraggiunsero qualche tempo dopo altre genti delle stesse stirpi epirotiche; e queste mossero, come io credo, da quella antichissima città di «Ilio» che sorgeva tra i Caoni e i Tesprozii, alle foci del fiume Tiami, là dove esso sbocca di contro all’isola di Corcira. Esse portarono alla Siri italica il culto della loro Atena, che fu detta «Iliaca» e che, famosa per pietosi miracoli, fu confusa con quella di Troia da più recenti scrittori; e di qua, forse, l’altra tradizione che disse2 antichi coloni della Siri di Lucania i fuggitivi

D’Ilio raso due volte, e due risorto.

La colonia propriamente ellenica ebbe origine dai Jonii dell’Asia Minore, specie da quei di Colofone; quando, soggiogata la patria loro dalla conquista de’ re di Lidia (verso l’olim. 25ª, ovv. 680 a.C.) essi emigrarono, schivi di servitù, in cerca di nuove sedi.

Mileto, che esercitava i maggiori e i più lontani commercii marittimi in quella età e che era già in dirette relazioni con Sibari, dovette essere loro di guida o di esempio alle nuove spiaggie di occidente. Vennero gli Jonii da Colofone a prendere terra sul golfo di Taranto alle foci del fiume che dalla prossima città ebbe il nome di Siri, e poiché genti di altra stirpe, non incontrarono che accoglienze inimiche. S’impadronirono a viva forza della città; e atroci scene di sangue fecero tristamente famoso ai popoli circostanti il selvaggio dritto di guerra de’ nuovi arrivati. Gli stessi iddii accennarono a commuoversi; quando i vincitori, ebbri di sangue, scannarono gl’inermi e le donne e i supplicanti a piè del simulacro della Minerva Iliaca, il quale chinò gli occhi di orrore3 Così la leggenda, eco del senso intimo dell’umanità, ripeteva pietose menzogne ad insegnamento di men feroci costumi, a mitigamento del barbaro dritto di guerra.

I nuovi arrivati pare che dessero alla conquistata città o all’acropoli che vi costrussero a dominarla, il nome di Polieo4; ma il nome non attecchì e restò o rivisse il nome di Siri. Ivi l’amenità e la ferace natura del luogo attrassero sempre nuovi abitatori nel corso dei tempi dal secolo VII al VI, quando l’onda de’ greci coloni correva pel mare siculo in cerca di nuove terre e di migliore fortuna sulle spiaggie meridionali della Sicilia e dell’Italia.

Sursero allora gran parte delle colonie elleniche in Occidente; e vennero allora a Siri altri coloni da Rodi5 o forse in maggior numero dalla stessa Atene, se questa poteva vantare dritti di madre patria verso di quella nel secolo V a.C. Quando Temistocle instava presso l’ammiraglio della flotta greca poiché rimanesse nella rada di Salamina a dar battaglia ni Persiani (480 a.C.), Erodoto gli fa dire che «gli Ateniesi con le donne e i figliuoli (a fuggire l’ira dei vincitori) sarebbero partiti per la città di Siri, in Italia: Siri (egli aggiunse) ci appartiene ab antiquo, e gli oracoli dichiarano che essa debba essere colonizzata da noi»6.

Siri crebbe a singolare floridezza negli stessi tempi di Sibari: si levò anzi, nel concetto delle antiche genti, alla stessa raffinatezza di costumi, che fu diffamata per quella città. La straordinaria feracità della terra e i suoi commercii favorirono l’incremento della pubblica ricchezza.

Una rara moneta di federazione tra Pixo e Siri ed una altra tra questa e i popoli Laini7, possono dare indizio dell’indirizzo dei commerci da Siri verso il Tirreno; e di qua abbiamo tratto argomento, più innanzi, a supporre che un commercio di transito era ordinato per l’interno della regione enotria tra i due mari, per opera dei popoli Sirini, affine di eliminare i pericoli ed i ritardi di una navigazione costiera per lo stretto siculo. A questo concetto abbiamo riattaccato le origini e la ragione della guerru mossa contro di Siri, da Sibari in alleanza con Crotone e Metaponto; ma ignote le ragioni della guerra, ignoti gl’interessi comuni degli alleati, ignote le conseguenze della vittoria a danno di Siri, anche l’epoca è ignota; però non più tardi del secolo VI. Da un breve accenno ci è noto che Locri, in questa guerra d’interessi, volle soccorrere Siri che fu vinta. E che questa infelice guerra disertasse la città di Siri è probabile; che la distruggesse, no; come pure taluno vorrebbe dedurre dalle parole di Temistocle testè riferite secondo Erodoto. Siri rimase in piedi, e stato autonomo, poiché combatté ancora un’altra guerra e fu vinta, nel secolo V.

Verso la metà di questo secolo V cadde la città di Siri, per opera dei Tarantini; e dalla rovina di Siri nel 443, fu detto che surse la città di Eraclea, colonia di Taranto. Ma qui le notizie monche e confuse non si accordano tra loro, nè coi monumenti; e del disaccordo è necessario di fare parola.

Eraclea

Strabone, sull’autorità di Antioco siracusano, il quale fu quasi contemporaneo ai fatti di cui qui si parla, scrisse che8

«i Tarantini fecero guerra per la Siritide contro quei di Turii; che erano guidati da Cleandrida, esule da Sparta. Dopo fatta la pace fu stabilito che gli uni e gli altri potessero abitare, con eguale dritto, nella Siritide; ma la colonia doveva dirsi dei Tarantini; la quale, posteriormente9 mutando di luogo, mutò di nome e fu detta Eraclea».

D’altra parte, Diodoro Siculo, senza parlare a affatto dei Turiesi, afferma reciso (sotto l’olimpiade 84, 1º, rispondente al 433 a.C.), che10

«i Tarantini cacciarono gli abitanti di Siri dalla loro patria; e traendovi una colonia dalla loro propria città, fondarono quella che si chiama Eraclea».

Stando a codesti dati, la guerra non poté aver luogo altrimenti che tra il 446 a.C., epoca della fondazione di Turii, e il 433, epoca del risorgimento di Eraclea. Turii — chi sa? — pretese forse di reclamare gli antichi dritti di Sibari sulla Siritide, e surse la guerra con Taranto; o, forse, attaccata che fu la città di Siri da Taranto, Siri invocò gli aiuti di Turii, che era prossima a’ suoi confini; e Turii — jam proximus ardet Ucalegon — intervenne. La vera ragione della guerra è ignota, e non è gran fatto noto l’esito di essa, se si fa capo al ragguaglio di Strabone. Nel trattato di pace delle due città che s’impadronirono della Siritide, fu egli dichiarata di comune dritto coloniale la città di Siri? o il solo territorio? ovvero una parte del solo territorio di essa? E se pure, come è consentito di credere, fu occupata dalle due complici, dopo essere state emule, la città di Siri, come e poiché, dopo qualche tempo, a riferimento di Strabone, essa dovè essere distrutta e la popolazione cacciata via lontano, o tratta di forza ad Eraclea? Se non si può affermar nulla di preciso, sarebbe egli lecito ritenere che dalla guerra sterminatrice di Taranto contro Siri, seguì così la distruzione della città e dello stato di Siri, come la fondazione dell’Eraclea tarantina, nel 433 a.C.?

Poiché qui sorge un grave dubbio; e il dubbio è sorretto dalla muta testimonianza di due rare monete, e preziose ai nostri intenti. L’una già pubblicata dal Sestini, l’altra dal Sambon. La prima11 porta in caratteri arcaici le parole ϹΕΙΡΙΖ ΗΕΡΑΚΛΕΙΑ, e con esse la impronta di una prora di nave o di un grappolo di uva soprapposto ad un vaso ansato. La seconda12 mostra da un lato la testa di Ercole imberbe coperta dalla pelle leonina e dall’altro una clava, una spiga e la parola ϹΙΡΙΝΟΣ. Nella prima moneta le due parole di Seiris-Heracleia non potrebbero avere altro significato se non quello di lega o federazione tra le due città; giacché, per unanime avviso dei nummologi, tutte le monete a duplice nome di città, elleniche o della Magna Grecia, non sono altrimenti che espressione di leghe politiche o commerciali. Non occorre apportare testimonianze di autorità; ma non è superfluo ricordare quell’altra moneta della stessa Siris, che porta improntate le parole Syrinos-Pyxoes, la quale è ritenuta non solo come moneta di lega tra i popoli di Siri sul Jonio e quelli di Pixo sul Tirreno, ma come un monumento che attesta della città di Pixo l’esistenza anteriore alla data storica di sua fondazione, secondo la notizia che ne dà lo stesso Diodoro13; e qui il ricordo non è inopportuno.

Di questa duplice nota — Seiris-Heracleia — le spiegazioni che altri ha già date, non approdano. Se sta (come credono) l’affermazione recisa di Diodoro, è assurdo che Eraclea, surta dalla Siri, dispersa e politicamente distrutta nel 433, abbia potuto improntare sulla sua moneta il nome di Siri, che, se non garba di dirla distrutta, era, per lo meno, già vinta e sottomessa. La comune ragione delle cose si oppone. E se si dicesse, come fu detto, che la moneta attesti appunto un fatto conforme a ciò che Plinio lasciò scritto14 che, cioè Eraclea fu nominata anche, o, alle volte, Siri, io ricorderò che qui siamo innanzi ad un titolo ufficiale quale è la moneta; e aggiungerò, che altro è dare qualche volta per isbaglio il nome solo di Siri alla città di Eraclea, altro il darlo in titoli ufficiali che siano testimonianza di sovranità, il duplice nome di Siri-Eraclea. E chi, infine, da questa moneta volle trarre argomento che Eraclea ebbe i due nomi di Siri-Eraclea15, tagliò il nodo che non arrivò a sciogliere, e nulla mise in essere; poiché sta invece il concetto, universalmente accettato, che la duplice nòta geografica sulla moneta è titolo di leghe commerciali o politiche tra due città16.

Resta adunque il fatto indubitato della contemporanea esistenza di Siri e di Eraclea. E checché voglia dirsi della autorità di Strabone o di Antioco o di Diodoro, quel breve pezzo di metallo letterato ha il valore del testimonio di veduta che sfata i testimonii per fama, quantunque autorevolissimi.

E la coesistenza può essere attestata dall’altra moneta dalla nòta di Sirinos e dal tipo dell’Ercole che è il tipo delle ben note monete di Eraclea; ed è, per tale ragione, ritenuto dal Sambon e dal Riccio che la pubblicano, come di lega tra Sirini ed Eracleesi. Ma con questo dippiù, a mio avviso, che la indicazione per lettera del solo popolo de’ Sirini significa la preponderanza o la supremazia dell’una sull’altra città; e questo è assolutamente inesplicabile col concetto di Siri soggiogata e sottomessa ad Eraclea.

Ma la coesistenza delle due città fu, dunque, anteriore alla data cronologica del 433?

Anteriore senza dubbio se a questa data Siri si fa distrutta; anteriore altresì, se Siri è solamente soggiogata o soggetta ad Eraclea, che viene fondata come sua colonia da Taranto. E già incongruente che Eraclea, colonia di Taranto, battesse moneta che è segno di autonomia; incongruo che Taranto, pure avendo soggiogata e distrutta, almeno politicamente, Siri, permettesse a questa di battere moneta, di improntarvi il suo nome e stringere alleanza con Eraclea, colonia tarantina. Tutto induce a credere che la moneta di «Siri-Eraclea» si riferisca a tempi anteriori al 433 a.C. E se in questo anno, in questo periodo di tempo Taranto dedusse una sua colonia in Eraclea, vuol dire che da quell’anno, da quel tempo è la data ufficiale del sorgere di Eraclea come colonia di Taranto, non di Eraclea, città che preesisteva, benché la storia scritta non l’abbia detto finora. È l’identico caso della città di Pixo, preesistente alla colonizzazione di Micito17.

A costituire la nuova colonia eracleese vennero, come può inferirsi da quanto si è detto, anche quei di Turii. Agli antichi abitatori di Siri, spossessati del loro territorio, fu forza emigrassero; e risalendo il corso del fiume Siri, vennero a chiedere ai barbari dell’Enotria qualche lembo di terra, che la fraterna gente dell’Ellade aveva loro negato. Accasatisi, in povere e ignote borgate, per la valle del fiume in su verso le sue origini (che sono dal monte della catena appennina che oggi ancora è detta Sirino), io credo che costituirono, nelle propagini loro, quei popoli «Sirini» che Plinio annovera tra i mediterranei della Lucania; ben presto fusi e confusi con quei popoli Lucani, che nel secolo V erano già stanziati in grande parte della regione alla sinistra del fiume Silaro.

Alla vinta e smantellala città di Siri non restò che quel tanto di minuto popolo addetto agli uffizii marinareschi, necessarii alla destinazione, che il vincitore impose alla città, di porto e darsena alle navi della prossima Eraclea. Ma presto la congiunta azione sia del mare che ostruisce la foce dei fiumi, sia dei fiumi dilaganti pei campi, ne interrò il porto; e fin dall’antichità il luogo ove sorgeva Siri restò ignoto18. Quel povero avanzo di antichi Siriti si spense o si ritrasse ad Eraclea; ove già, senza dubbio, aveva dovuto essere trasportato quel simulacro della miracolosa Aténa, che era insigne all’antichità.

Il culto di essa divenne solenne alla nuova colonia; l’elemento acheo della popolazione dovè farne obbietto di sua pietà; come l’elemento dorico fece del culto di Eracle.

E dei due culti precipui delle due razze si veggono i tipi nelle bellissime monete della città: Ercole che strozza il leone; Pallade coperta il capo della bellissima galea, e questa ornata del corpo andropozoo di Scilla.

È particolarità generalmente ricordata della storia di Eraclea che in essa fu la sede de’ concilii o parlamenti federali delle città italiote della Magna Grecia fino ai tempi di Alessandro il Molosso; il quale li rimosse da Eraclea e ne trasferì i convegni e la sede nel territorio della città di Turii. I concilii sedenti ad Eraclea, colonia di Taranto, erano troppo indulgenti alle ispirazioni della politica di Taranto; e l’Epirota, che si ruppe con questa città, volle che altre influenze spirassero nell’ambiente delle diete federali.

Degli eventi di guerra tra Taranto e i Lucani e questo non fortunato re di Epiro, parleremo in seguito; ed ivi sarà detto tra quali limiti di luogo e di tempo vuolsi intendere questa federazione delle città italiote, che ebbero le diete federali in Eraclea. Ma poiché il fatto della sede loro in questa città è fuori dubbio19, certo altresì il fatto del trasferimento di esse da Eraclea a Turii per opera del re Epirota, è lecito dedurre da questi dati che Eraclea restò in protettorato di Taranto dalla sua fondazione fin verso l’anno 330 a.C., che è un momento intermedio tra l’arrivo dell’Epirota in Italia nel 333 e la sua morte nel 33120. Verso quell’epoca egli la tolse al predominio dei Tarantini21: né parrebbe che dopo la di lui misera morte tornasse Eraclea in signoria o in protettorato di Taranto.

Dell’acquistata e mantenuta autonomia sua fanno fede, nel concetto de’ dotti, le sue monete; che non avrebbe potuto coniare, essi dicono, se non fosse stata autonoma: e sono di questi tempi o di posteriore età, ma non prima, quelle che hanno tipi e leggende riferentisi a Taranto stessa o a Metaponto, e sono testimonio di leghe tra loro. Ma questa opinione, se vera, menerà alla conseguenza, che Eraclea, colonia di Taranto, fu piuttosto una cleruchia, che colonia propriamente detta: le cleruchie, appunto, non aventi autonomia, non governo indipendente, o magistrati che non fossero nominati o confermati dalla città sovrana, non potevano coniare moneta. Io dubito di asserire tutto questo della città di Eraclea; e ne dubito di fronte alla testimonianza della moneta de’ «Sirini-Eracleesi» che abbiamo riportata dianzi. Le colonie erano autonome e battevano moneta.

Un quarant’anni dopo, cioè nel 278 a.C., che era certamente in pieno suo diritto, essa strinse con Roma, guerreggiante contro i Tarantini, i Lucani e i Sanniti in uno alleati, un patto di federazione; che per larghezza di condizioni benigne fu detto «singolare» dallo stesso Cicerone; e vuol dire molto più ampio che non erano forse i patti di federazione che Roma imponeva, nei tempi del grande oratore. — Essa non cadde mai sotto il dominio dei Lucani.

Tavole di Eraclea

Durante il periodo di sua autonomia, cioè nel corso del tempo dal 331 al 278, i dotti riferiscono l’epoca del famoso monumento, che è noto sotto il nome di Tavole di Eraclea; dappoiché mostrando esse nella città libero governo di assemblee e di magistrati proprii, tutto questo non avrebbe potuto esistere quando Eraclea fosse stata in soggezione di Taranto. L’argomento per vero non ci sembra sicuro; pure riterremo come probabile quella nota cronologica22; e trarremo dall’insigne monumento quel tanto che possa chiarire le condizioni politiche ed economiche della città.

A capo del governo della città era il magistrato annuo degli Efori; e di essi uno era l’«eponimo», quello, cioè che dava il suo nome all’anno. Altro magistrato erano i Polianomi, che, subordinati agli Efori, qualche antico scrittore23 paragonava al romano «prefetto urbano» o della città; ed io paragonerei ai duumviri o quatuorviri delle colonie e dei municipii italici delegati ai giudizii. Anche questo era magistrato annuo. I comizii del popolo, convocati dai banditori, approvavano o sanzionavano i provvedimenti, nonché di ordine legislativo, ma, a giudicare da queste Tavole, anche amministrativo. La funzione del culto religioso essendo propria e dipendente dallo Stato, anche l’amministrazione dei beni addetti ai tempii era retta dalla potestà civile, come ogni altro negozio pubblico, nei pubblici comizii eracleesi.

Di minori magistrati è, nelle Tavole, menzione dei Sitagerti, ovvero ufficiali preposti ai magazzini annonarii della città; degli scribi o notai; degli agrimensori o geometri. La giustizia può inferirsi che fosse resa dai Polianomi.

Il popolo era diviso in obe o tribù, come a Sparta; e queste è probabile fossero trenta di numero. Il nome ne è ignoto, e l’indicazione ellittica di alcune di esse che si trova messa innanzi a ciascun nome di persona che accade riferire nelle Tavole, non dà ansa a ricostituire i nomi delle obe, ignoti anche per Sparta24.

I nomi di persona, oltre che dal monogramma dell’Oba, sono preceduti da una parola-simbolo; e le parole sono queste: caduceo, tridente, giogo, capitello di colonna, grappolo di uva, rostro di nave, tripode, scrignetto, scudo, fiore, correggia di calzare, bagneruola. Le si interpretano come arme o blasone di famiglia, che tiene il luogo del casato ai moderni, e distingueva l’una famiglia dall’altra della stessa gens o parentela25.

Della condizione personale dei varii ceti della cittadinanza, nulla ci dice di peculiare questo monumento; nè quella singolare classe di «servi ascritti o attaccati al campo» che al Mazzocchi parve di aver scoverti in certe frasi degli atti26, ha potuto resistere alle investigazioni degli interpreti moderni, ed è svanita. Ma invece le Tavole possono dare molte e non spregevoli notizie sull’economia agraria eracleese.

Scritte in dialetto dorico, che era l’idioma comune alle antiche colonie della Magna Grecia, le Tavole furono incise in bronzo, come ogni pubblico atto importante e duraturo. Due grandi poderi di proprietà sacra ai tempii di Dioniso e di Aténa, già in parte usurpati da privati cittadini, la potestà pubblica che li ha rivendicati, li dà in fitto, dopo che i pubblici uffiziali ne hanno fatta la misura e la delimitazione. Le Tavole contengono i dati della mappa, a così dire, catastale de’ due poderi, e le condizioni del fitto. Ma piucché fitto era enfiteusi, o l’uno e l’altro allo stesso tempo; poiché la ragione del fitto restava immutata per lungo periodo di anni, anzi a vita; ed ai fittuarii era imposto obbligo di miglioramenti agrari, e importanti. Gli obblighi vengono minutamente descritti: piantar viti, olivi e fichi tanti per scheni; potare, concimare, rincalzare gli alberi; curare la fognatura delle terre; ogni appezzamento del podere fornire della casa colonica, della stalla de’ buoi, della stanza pe’ foraggi, della concimaia; ogni cinque anni rinnovare le guarentigie de’ fideiussori. I varii appezzamenti misuravano l’un per l’altro, dai 100 ettari ai 2527; e vuol dire che la e la media cultura si davano la mano nelle pianure eracleesi. Il fitto veniva pagato in natura sui principii di settembre28; doveva il colono trasportarlo nei pubblici granai della città, ove gli ufficiali designati ricevevano e misuravano al pubblico modulo. La derrata pattuita e pagata per l’annuo fitto, non era (come si potrebbe credere) il frumento, ma l’orzo, l’orzo puro e buono, quale sarebbe prodotto dal terreno dato a coltura. Ricordo che era in orzo e non in frumento, il fitto, ovvero annuo tributo che gli iloti coltivatori delle terre di Sparta pagavano agli Spartiati loro padroni. Ma questa stessa preferenza data all’orzo nelle terre italiote, vuole egli dire, che il pane consueto al consumo del popolo era in orzo, e non in frumento? Così parrebbe29.

Pandosia

Questo insigne monumento ha messo fuori contestazione, che, poco lontana da Eraclea, nel territorio tra i fiumi Aciri e Siri, esisteva la città di Pandosia, che fu uno dei più vetusti stanziamenti di gente ellenica, se Strabone potè ricordare la tradizione che una città di Pandosia fosse stata sede de’ re delle genti enotrie30. Però le città enotrie di tal nome furono due.

Esisteva una Pandosia nel paese dei Tesproti31, e nella Tesprozia stessa era l’oppido di Cichirio o Cicurio ricordato da Strabone32. Ora nella regione della Lucania ove fu la Pandosia prossima all’Eraclea, esiste ancora di nome, ma nelle reliquie di sue ruine, un «Castro Cicurio» presso Pomarico33, che fu abitato di certo fino ai mezzi tempi. Non ricercheremo un più valido argomento per ritenere che la Pandosia presso l’Aciri o l’Agri fu una delle vetuste fondazioni delle genti epirotiche e di quei Caoni, segnatamente, che vennero e stanziarono sul golfo di Taranto. Ebbe pertanto origini anteriori alla stessa Sibari: ma si può credere fosse delle prime a venire occupata da genti elleniche di razza achea34 in quel più remoto versarsi di questi arditi cercatori di fortuna alle spiagge italo-ionie35.

Ma un’altra città di Pandosia surse pure nell’intemo delia regione bruzio-lucana verso l’alta valle del Crati, in un posto non ancora determinato; e l’omonimia di due città, prossime e della stessa gente, rende incerte quelle poche notizie che avanzano dell’antica Pandosia. È dubbio se la città, sede de’ re Enotri, fosse quella dell’Agri o quella del Crati; incerto a chi delle due si appartenga la serie delle monete antichissime; dubbio anche presso a quale delle due città cadde morto in battaglia Alessandro il Molosso36.

Le sue monete, del sistema delle incuse, epperò più antiche del V secolo a.C., hanno alcune simboli e leggende che fanno argomentare a federazione con Crotone e con Sibari; altre la impronta della Giunone Lacinia, ed un’altra, che è tra le meno antiche, porta il nome di Pandosia e quello del fiume Crati37. Se quest’ultima appartenne indubbiamente alla Pandosia Bruzii, le prime saranno da attribuire alla medesima città dei Bruzii per la sola ragione della maggiore vicinanza di essa a Crotone. È probabile: ma sono pure numerose le monete di leghe tra città ancorché lontane tra loro. Nè ometterò di avvertire che la moneta pandosina di federazione con Crotone, ha l’impronta del loro sibaritico retrospiciente: e questo tipo, poiché non si riscontra nella serie delle monete riconosciute della Pandosia sul Crati, fa arguire che sia tipo e moneta propria alla Pandosia dell’Aciri38. Niente adunque ci resta che non sia dubbio dell’antica Pandosia; e se quella di Lucania è certo dalle Tavole di Eraclea che era situata presso al fiume Agri, è ancora incerto il posto preciso che occupava.

E non è indicato, se non per congettura il luogo che le si assegna là dove si veggono alcuni avanzi presso di Anglona, che fu città del medio evo nel territorio di Tursi, anche essa da più secoli distrutta.

Metaponto

Là dove mette foce nel mare Jonio il fiume Basento, che è l’antico Casuento, surse e divenne floridissima, in mezzo a feracissime terre, la città di Metaponto. La congerie delle tradizioni intorno alle antichissime origini sue ottenebra e non rischiara il fondo della sua storia: esse mostrano però indubbiamente la multiplice varietà delle genti che composero i popoli metapontini.

Ma anche per Metaponto, come per Siri, occorro distinguere due epoche o periodi delle sue origini.

Ulisse, arrivato che fu in Itaca, si presenta alle sue case, sotto vesti e nome mentito, e dice:

In Alibante nacqui, ove è un eccelso

Tetto, e mi chiamo Epirito. Me svelse

Dalla Sicilia un genio avverso, e a queste

Piagge sospinse39.

Questa Alibante od Aliba, che parrebbe città in Sicilia, uno scoliaste di Omero dice che era Metaponto; cioè quella che poi fu Metaponto. La Sicilia perciò dovrebbe significare anche l’Italia, non ancora nota con questo nome ai contemporanei del poeta dell’Odissea.

Non sarebbe da fondare gran fatto su questa singolare testimonianza di un grammatico, se non fosse noto che, nella ricca varietà delle monete metapontine, col ben noto tipo della spiga, ce ne è di quelle che portano sulla rèsta della spiga un bruco che la divora. Questo feroce distruggitore dei campi seminati, che non infrequente devasta a nugoli le pianure sul Jonio e l’Adriatico, ebbe pure nell’idioma greco il nome di alibas40, onde potrebbe inferirsi che fosse tradizione locale antichissima la primitiva denominazione di Aliba alla città sul Casuento. Ma non altro che questo può dirci, nè può dir nulla sulle origini etniche e il tempo di sua fondazione, le quali unicamente per Ia remotissima antichità loro si potrebbero riferire a genti enotrie o japigie, cioè non greci, ma barbari. Aliba mutò poi il nome in quello di Metaponto; e vuol dire per noi che altre genti sopravvennero ad abitarvi: ma gli antichi, per dare una spiegazione etimologica, trassero, al solito, dal nome un eponimo fondatore della città, e grazie alla personificazione di un re Metabo fu per loro spiegato l’enigma.

Alla storia delle origini appresta men torbide fonti l’omonimia topografica. E poiché in Etolia era la città di Metapa (posta in mezzo tra il lago di Hyria e l’altro di Triconio)41, parve al Millingen, e pare a me, sopra ogni altro, accettevole il concetto di riferire a questa fonte etolica gli incominciamenti della Metaponto italica. Qualcuna delle tradizioni religiose di Metaponto si riattaccherebbe a questo concetto del Millingen, il quale chiamava in prova e le monete della città, che accennano al cuto del fiume Acheloo, e la statua che la città stessa aveva dedicata, nel tesoro del tempio di Olimpia, ad Endimione, padre, secondo i miti, di Etolo, eponimo degli Etolii. Il gran fiume dell’Acheloo, tra l’Etolia e l’Acarnania, era tenuto immagine di divine forze riproduttrici, nei culti di quella parte della Grecia continentale; e al fiume-iddio aveva Metaponto consacrato giuochi solenni; e improntava del nome di Acheloo le monete che offriva «a premio» ed a ricordo della solennità civile e religiosa. In tanto buio di origini, questi a me paiono riscontri sufficienti, benché ad altri non paiono42.

A codeste più antiche colonizzazioni etoliche se ne aggiunsero altre in processo di tempo; e vennero dalla Focide, dall’Elide e dalla Trifilia: e da questi nuovi rivoli derivarono le molteplici tradizioni che ci trasmisero gli antichi43 sulla prima fondazione della città. Alcuni ne riportano l’origine a’ Pilii di Nestore di ritorno da Troja; altri agli Epei della Trifilia; altri a Daulo. tiranno di Crissa; ovvero (poiché si sa nulla di questo Daulo, ricordato da Eforo) ai coloni di Crissa e di Daulide, città della Focide44. A sostegno di ciascuna di codeste tradizioni si indicavano fatti o istituti della città esistenti ancora ai tempi storici; tali erano, per la prevalenza delle origini elee, i periodici giuochi funebri che i Metapontini celebravano in onore dei Neleidi della razza di Nestore; ed a sostegno delle origini da’ coloni trifilidi o da focesi, il fatto, che nel tempio metapontino di Minerva Eilenia i sacerdoti mostravano, autentici!, il martello, la sega, e gli altri arnesi, dai eguali venne costrutta da Epeo45 la gran macchina del cavallo trojano. — I culti etnici e le tradizioni proprie a ciascuna delle varie genti, a ciascuno de varii strati di popolazioni venute a Metaponto, l’età posteriore raccolse e fuse in uno, quando l’ala del tempo aveva cancellalo le diversità delle origini etniche. Allora quegli echi delle età remote ebbero valore di prova; e servirono a dimostrare l’antichità e le nobili origini della città, che si riannodava per essi agli eroi del ciclo troiano.

Questi primi stabilimenti che sono, per dir vero, al di là della storia certa, non si potrebbe altrimenti assegnarli, pel tempo, che nei limiti del secolo VIII a.C. La cronaca di Eusebio riporta la fondazione di Metaponto al 3º anno della 1ª olimpiade, cioè al 774 a.C.: e se è lecito dubitare di tanta precisione di computo, non si può sconoscere, dal complesso delle tradizioni metapontine, che i primi stabilimenti rimontino a’ tempi non posteriori a Sibari, fondata nel 720: giacché il nome di Sibari si trova congiunto alla fondazione seconda, e dirò legale, di Metaponto, per opera di coloni achei; de’ quali è duopo ora discorrere.

In Strabone si legge46:

«Che la città fosse fondata dai Pilii, si argomenta dai riti funebri che celebrava ai Neleidi. Fu distrutta dai Sanniti. E dice Antioco che essendo il luogo deserto, vennero ad occuparlo certi Achei, chiamati dai Sibariti, poiché il luogo invece non fosse occupalo dai Tarantini.»

Qui è parola di una seconda fondazione per opera degli Achei. E mettendo il costoro avvento (tanto per avere un capo saldo alla ragione dei tempi) verso la metà del secolo VII, è forza dire che, prima degli Achei, cioè tra il secolo VIII e il secolo VII, l’antica Metaponto fu distrutta dai Sanniti, secondo Strabone o la sua ignota fonte. Ma fu veramente distrutta dai Sanniti in epoca tanto remota? Molti credono che il passo del geografo sia errato; e lo si emenda47 e lo si interpetra: poiché non pare loro da potere ammettere la comparsa ivi dei Sanniti nel secolo VII a.C. Anche il Grote è di questo avviso48.

Noi non crediamo all’infallibilità degli scrittori, per quanto incastonati nel canone dei classici; e non sarebbe improbabile che invece dei «Sanniti» il geografo abbia scritto o voluto scrivere, che la città fu distrutta «dai barbari, ossia dagli Enotri.»

Ma se le parole di Strabone significano (come il processo logico di tutto il discorso dimostra) la distruzione dell’antica città (e non dei riti funebri ai Neleidi) per fatto dei Sanniti, niente di sostanziale si può opporre a questa comparsa dei Sanniti sul golfo di Taranto49, intempestiva pel secolo VI o VII. Vi si opporrebbe la cronologia vulgata: ma questa non si fonda, per vero, su monumenti o documenti certi, bensì su congetture di moderni, nè sicure, nè unanimi. E se vorremo avvertire che la espressione di «Sanniti» è lì adoperata da Strabone invece di «Sabellici» ossia delle genti di ceppo o di lingua osca, sparse da ben remoti tempi nell’Italia a sinistra del Tevere, sarà accettevole tanto la lettera quanto il senso del passo straboniano. Niente di inverosimile, che una banda di genti sabelliche, superati gli Appennini, onde da un lato sgorga il Calore e dall’altro l’Ofanto ed il Sele, siasi avanzata a scopo di bottino, per la valle del Bradano o del Basento, fin giù alle pianure joniche del golfo di Taranto. Incursione momentanea a scopo non di conquista o accasamenti, ma saccheggiante e sperperando il paese, intoppò nelle forze di Taranto, che li distrusse, o li disperse o li respinse. E ciò verso il secolo VII a.C. o II di Roma. E respingendoli, Taranto restò padrona del territorio, ove era giù sorta la Metapa dei primi coloni etolici o focesi. In tal modo si darebbe adito di attendibilità all’altra tradizione della colonizzazione di Metaponto per parte degli Achei, che li dice condotti da Leucippo. Questi trattando appunto coi Tarantini50, chiese in grazia di rimanere in quel posto una notte ed un giorno, poi sarebbero partiti: e i Tarantini assentirono. Passato il giorno, rimasero, secondo l’accordo, anche la notte; e passata la notte, secondo l’accordo, anche il giorno che venne, e poi di seguito, richiamandosi gli Achei agli accordi, senza limite certo, di un giorno e di una notte. Così Leucippo restò padrone del posto, dice la leggenda; e così lo spirito acuto della razza achea si ricreava a berteggiare l’ingegno crasso o inculto dei Doriesi. La città ai tempi storici dovè ritenere come suo «oikista» o fondatore legale questo Lucippo; e lo si trova iscritto e rappresentato su molte delle sue monete del secolo IV.

Questa che è la fondazione legale di Metaponto, colonia achea, non si può stabilire determinatamente in che tempo avvenne. Ma, di certo, non più tardi del secolo VI a.C, poiché nel novero delle monete «incuse» che è il sistema monetario di questo secolo, quelle di Metaponto non mancano; e la distruzione di Sibari è del 510. Millingen, argomentando da questi dati numismatici, ne metterebbe l’epoca verso la 25ª olimpiade, che è il 680 a.C. Altri, la prima distruzione di Metaponto crede avvenuta verso la metà del VII secolo; e la fondazione novella per opera di coloni achei nel corso del secolo medesimo, dal 620 al 610, ad un dipresso51. È lecito di adagiarsi di qua o di là, ma fra codesti limiti.

Altre tradizioni favoleggiando di Arne (che fu città dei Beoti ed eponimo di essa città) raccontavano che era venuta a partorire i gemelli Eolo o Beoto proprio a Metaponto sul Casuenlo. Ma se l’accenno topografico della favola non intende piuttosto di Metapa, città della Beozia (come io sarei per credere), riterremo, tutto al più, che tra le varie genti elleniche venute colonizzatrici a Metaponto, furono anche sprazzi di genti beote. Nella città, per vero, furono tradizioni e culti di questa Arne, se tra le sue monete si riscontra anche quella di una testa muliebre dalle corna di ariete, che dicono significasse appunto l’Arne eroina, ovvero oikista della città.

Dei primi tempi della achea Metaponto non si sa altro che la notizia di sua alleanza con Sibari e Crotone contro di Siri; e la guerra sarebbe avvenuta verso la metà del secolo VI, come innanzi fu detto52. Poi i ricordi della storia scritta taciono; e noi, per seguire l’ordine della cronologia, ci è forza venirne al secolo V, ai tempi di Pitagora, pei quali se la storia non è eco della leggenda, la leggenda è complemento della storia.

Siamo, adunque, ai tempi di Pitagora, non guari dopo caduta Sibari che fu nel 510 a.C. A Crotone un moto violento, di carattere democratico, pervenne a rovesciare il governo di ordini men popolari della città; nella catastrofe è involto l’istituto dei Pitagorici, inviso per l’indirizzo conservativo e le dottrine favorevoli agli ottimati. Cilone, capo della democrazia vincitrice, mette a soqquadro gli ordini e la città, disperde i governanti e i Pitagorici; e questi, raccolti che erano nella sede di loro riunioni, o nella casa di Milone, illustre cittadino e membro illustre dell’ordine pitagorico, periscono quasi tutti53 nell’incendio che le plebi appiccano agli edifizi.

Pitagora scampa dalle fiamme, ma si lascia morire di fame, nella stessa Crotone, secondo affermava Aristosseno, o invece a Metaponto, secondo che disse Dicearco: egli già avea vagato, ospite poco gradito, nelle città di Caulonia, di Locri e di Taranto. Ma passa il tempo; e la fantasia popolare, colpita da grandi eventi, li raddoppia, li abbellisce, li integra, li corregge. E Plutarco a sua volta riferirà che l’incendio alla sede delle assemblee dei Pitagorici avvenne proprio a Metaponto, dove l’inseguiva (e si intende poco) l’odio di Cilone; ne scamparono soli, a stento, Liside e Filolao: Liside venne a Tebe e fu maestro a Epaminonda; Filolao trovò ospizio fra i Lucani54, ma Pitagora vi restò abbruciato55. Altri riferirà che Pitagora si ritrasse nel tempio di Cerere o in quello delle Muse, a Metaponto, e vi si lasciò morire di fame. I Metapontini non tardarono ad onorare la nobile vittima delle loro plebee democrazie, e denominarono «via delle Muse» quella ove fu l’albergo di Pitagora56.

È chiaro: i dati della storia pitagorica crotoniate si ripetono per Metaponto; il tempio delle Muse dell’una diventa strada delle Muse nell’altra: variano i nomi di quelli che scamparono con Pitagora; e la fantasia che ricostruisce la storia fuori i limiti di spazio o di tempo, trova necessario che i più celebri tra i pitagorici siano scolari e contemporanei del capo de’ pitagorici stessi, e non altrimenti. La storia fiorisce in leggenda, e la tradizione popolare le dà il suggello di autenticità.

Checché sia, non si potrebbe mettere in dubbio che codesta variante della storia pitagorica aveva corso a Metaponto; Iaquale traeva onore e dall’ultimo albergo dato al savio famoso, e dal culto riverente, di cui la posterità lo proseguiva. Cicerone ricorda che, visitando la città, gli fu fatta vedere la casa ove trasse gli ultimi giorni il filosofo e un posto ove era usato di sedere57; e, chi nol sa? oggi, a Firenze, si addita alla riverenza degli uomini la casa di Dante, e «la pietra» ove Dante affaticato posava. Nè col passare de’ secoli e col mutare profondo di popoli e di civiltà la leggenda è cessata: oggi stesso nei luoghi ove fu Metaponto, a quelle superbe colonne doriche, avanzo unico di un tempio dedicato a ignoto nume, dànno il nome dalla «Scuola di Pitagora»58.

Se dunque Pitagora, dopo la catastrofe ciloniana, venne a Metaponto, e sì lui, sì gli aderenti suoi furono perseguitati, vuol dire che anche a Metaponio l’onda democratica si sollevò al vento che spirava da Crotone, e infranse il partito che era al governo di più stretti ordini civili. E poiché nella catastrofe metapontina fu involto, secondo la fama, non soltanto il famoso capo degli istituti pitagorici, ma i membri di essi, vuol dire che gli istituti, le associazioni, gli influssi della società pitagorica si erano già propagati per le città italiote, specie a Metaponto; e avevano già autorità e parte negli indirizzi del governo cittadino. Ma delle associazioni di pitagorici parleremo particolarmente più innanzi.

Il moto violento che si disse antipitagorico nasconde un moto violento contro la costituzione dello Stato. Esso portò al governo un partito; che, se a Crotone ebbe per capi Cilone e Ninone e poi Cilnia, fu senza dubbio a Metaponto dello stesso carattere di sciolta democrazia, che arrivò, forse, come avvenne a Crotone, fino a trarre le pubbliche magistrature a sorte, che è dimandare al caso l’ultimo correttivo delle improntitudini invide, esclusive e fanatiche delle fazioni oclocratiche. La durata e le vicende di questo nuovo ciclo di ordini popolari non sono note; ma ben si può credere non tardassero a degenerare in tirannidi di plebe. Per Metaponto è ricordato un moto interno avverso a tirannidi interne, promosso invero per fatti di carattere privato, da un suo cittadino, che è Antileone. Ma le turbolenze, le lotte intestine, il flusso o riflusso delle fazioni che si laceravano e combattevano in tutte quelle mobili città italiote, giunsero a tale grado di disordini che le precipue città della Grecia intervennero a consigliare pace e temperamenti di concordia tra le concitate fazioni. Atene riuscì a mettere in calma quelle torbide acque. Allora le parti espulse quali aderenti ai sodalizi pitagorici tornarono nelle città: gli ordini interni di queste furono modificati in qualche parte; ma è ignoto in che limiti. Una certa concordia fu stabilita tra quelle città di gente achea, e della concordia fu simbolo e vincolo il tempio innalzato a spese comuni a Giove Omario59.

Poco chiare vicende anche queste; ed indice, senza dubbio, di nuovi rivolgimenti frenati da interventi o mediazioni diplomatiche, coronati da amnistie. Di essi occorrerà d’intrattenerci più innanzi.

Quando Turii, erede di Sibari, guerreggiò contro Taranto per la Siritide, come dianzi fu ricordato, non si fa menzione che nella grave contesa intervenisse Metaponto sì prossima a Siri. Gli storici ne tacciono; e dal silenzio parve fosse lecito dedurre la conseguenza che Metaponto in quel tempo era in soggezione di Taranto. Ma non è prova il silenzio: e in tanta lacuna di storie e buio di eventi a me parrebbe incivile di trarne argomento che, anche dubitando, Io affermi.

Bensì altre reliquie di storie attesterebbero una grave vicenda politica alla vita della città, negli inizi del secolo IV.

Verso l’anno 305 a.C. i Lucani guerreggiano contro di Taranto. Questa assolda in suo aiuto e viene dalla Laconia, con schiere di mercenarii raccolti ivi e in Italia, Cleonimo fratello a un re di Sparta. Cleonimo, condottiero audace, ambizioso, irrequieto e non dissimile dai grandi capitani di ventura del medio evo, capitani e masnadieri, combatte e respinge i Lucani; e poi (e non è chiaro) o alleato a’ Lucani medesimi, o d’accordo e in combutta con essi occupa Metaponto; le impone fortissime taglie di guerra60, e prende numerosi ostaggi tra le fanciulle delle più alte famiglie della città61.

I Metapontini non si difesero, non reagirono con l’energia, ancorché infruttuosa, di popolo virile; così parve alle genti delle circostanti città, che sprizzando in sarcasmi l’acredine di vecchie invidie, dissero genti da peplo non da corazza le genti di Metaponto.

Se venne, allora, Metaponto in soggezione dei Lucani, ovvero se fece con essi alleanza, allora o poi, non è chiaro, nonché certo. L’una e l’altra cosa potrebbe inferirsi da alcune delle sue monete. Significherebbe alleanza, politica o commerciale, quella che impronta da un lato la testa di Pallade, chiusa dal casco corinzio, e dall’altro la nota spiga e la parola ΛΟΥΚΑ.

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Ma dubito che possano significare unicamente alleanza queste altre monete; in una delle quali è la testa di Damater o Cerere coronata di spighe da un lato, e dall’altro Giove in piedi, scettrato, che in posa energica protende ilè sinistro e scaglia il fulmine; intorno i la parola IEV (zeus) ΛΟΥΚΑNOM (l’Iddio dei Lucani). Di altro conio è lo stesso Giove fulminante che spinge in corsa la biga, e la leggenda in greche lettere è ΛIKIANΩN62; dall’altro lato

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una testa di Vittoria, dagli omeri alati. Altre di piccolo modulo portano, con il capo di Pallade dal casco corinzio, una civetta e la parola OYKANOM: altre, su per giù, gli stessi tipi, le stesse parole, ora in greco, ora in osco63. Sono piuttosto indizio di vittorie o di predominio dei Lucani sui Metapontini, anziché di semplice alleanza.

Un’altra serie di monete ci richiama ai tempi di Pirro. Portano l’impronta di un elefante, e in alto una vittoria alata che pare lo incoroni: è un disegno, per vero, di assai barbaro stile, non anteriore certamente alle vittorie di Pirro, sui campi lucani, tra il Basento e l’Aciri (280-275 a.C.); e se possono fare arguire partecipazione di Metaponto agli eserciti ed alle vittorie del re epirota, non escludono che possano riferirsi alle guerre di Annibale, come è più probabile, considerata la barbarie del disegno.

Altre monete danno indizi di alleanze, politiche o commerciali, in tempi diversi, con Posidonia, con Taranto, con Crotone, con Eraclea altresì: muti accenni, e per tempo indeterminato, sono alla sua storia di poca utilità.

Gli ultimi echi della storia metapontina vengono dal tempo delle guerre di Annibale. Posta sulla via littoranea tra il Bruzio e l’Apulia, onde era il via vai continuo delle forze mobili del grande capitano; ricchissima che era fra le città italiche dei prodotti del suolo, Annibale la tenne come granaio dei suoi eserciti, quartiere alle sue fazioni contro Taranto, e come tappa alle evoluzioni fulminee di sua irrequieta arte di guerra. Non è maraviglia, se di buono o mal grado, essa parve piegasse alla parte del grande e feroce venturiero; sicché quando egli, abbandonato che fu dalla fortuna, si raccolse agli ultimi sforzi nella penisola Bruzia, grande numero dei Metapontini disertò la città, e seguì le sorti di Annibale nel Bruzio per isfuggire alle vendette di Roma. Le quali se furono grandi e feroci ben si può credere; e lo credo: ma se si intende attribuire a quei fatti (come altri ha scritto) la decadenza della città, non parmi si sarebbe nel vero. Quando le grandi città italiote ebbero perduto la pienezza di vita dello stato autonomo, esse decaddero politicamente a città di provincia, a città secondarie: poi man mano, lungo secoli non brevi, cessero al fato di tutte le città poste sui fiumi là dove essi sboccano al mare che li repelle. Da questo fatto venne la morte loro; e di codesta azione deleteria parleremo più innanzi.

Pausania che viveva ai tempi degli Antonini scrisse, è vero, che «della città erano sole reliquie, ai suoi tempi, il teatro e l’ambito delle mura; tutt’altro era caduto al suolo» (lib. VI). Ma si terrà esatta, in tutta la sua cruda realtà, questa notizia del pariegete scrittore? Che il suolo della città fosse ancora continuata dimora di gente, si può inferire anche da questo, che dalle sue veramente distrutte ruine di oggi si sono raccolte monete nonché di Tiberio, ma di Commodo (180-192 d.C.), ma di Costantino (306-337); anzi dei bizantini del secolo IX e del X64. Il cronista Leone Ostiense, all’anno 980, ricorda con Taranto anche Metaponto65. Doveva dunque esistere almeno l’ombra della gran città, magni nominis umbra! Le ultime memorie di Metaponto io le trovo in una carta del 1099; e più tardi ancora in una lettera regia del 1303: ma allora non era che un casale o villaggio66. Diventato un feudo di un qualche dinasta normanno, vi fu innalzata una chiesa che dedicarono alla Santa Trinità; e da questa chiesa il povero casale, reliquia della grandezza ellenica, prese il nome più comune di «Civita della Santa Trinità»67. L’altro nome di Metaponto le restò promiscuo per qualche tempo. Poi l’uno e l’altro disparve.

L’alta floridezza dell’antica città italiota attestano anche le minime reliquie, anche i frusti delle reliquie che il tempo ha risparmiato, e la terra per caso ricaccia alla luce. La straordinaria fecondità dei terreni di oggi sulle piaggie ove fu Metaponto conferma la prodigiosa libertà dei tempi, in cui la nobile e ricca città improntava del simbolo della spiga matura le sue monete, e mandava a Delfo ogni anno «una state di oro» e vuol dire un covone in oro, a gratitudine e voto di patrocinio verso il dio della luce della razza ellenica. La grande varietà delle monete metapontine, di cui si conoscono più centinaia di tipi diversi, fanno arguire nelle officine monetarie una abbondanza, una energia di produzione senza pari, ed una richiesta di esse, pei bisogni di un esteso commercio, maggiore che in altre città. Se Taranto era il principale mercato delle lane, greggie o lavorate e tinte, Metaponto fu il mercato precipuo dei grani, sulle spiaggie orientali del Jonio.

La bellezza artistica delle sue monete potrebbe, da sola, attestare a quale elevato livello si innalzarono le arti belle; se non esistessero ancora in piedi, vincitrici del tempo e degli uomini, alcune reliquie di un tempio esastilo, dedicato a un iddio che non è noto. Sono quindici colonne doriche, che l’arte greca ha improntate della bellezza delle cose divine, e di quella divina armonia del tutto e delle parti, che busta anche un solo frusto a rivelare l’eccellenza insuperata dell’arte e di artefici insuperati. Esse rimangono vedove! ma in piedi, sull’alto di un poggio, lambito dal fiume Bradano. L’arte ellenica passata in Italia strinse il volo a Metaponto e a Pesto; e vi si arrestò un pezzo. Onore all’Ellade madre!

NOTE

1. In ERODOTO, VIII, 115.

2. In STRABONE, VI, 405. — Del resto, se la prima antichissima Siri ebbe origini e nome da una Siri della Peonia, giova di ricordare questo accenno che si legge in Erodoto (V, 13): — A taluni prigionieri, venuti alla presenza di Dario, egli dimandava: «che sono i Peonii e qual paese abitano?» e quelli rispondevano: «La Peonia è situata sullo Strimone, che non è lontano dall’Ellesponto; e noi discendiamo da emigrati troiani».

3. Questo atroce episodio di guerra è riportato da altri scrittori a tempi più bassi, e propriamente nella guerra delle tre città (di cui sopra tu fatto parola) contro Siri. Io seguo Strabone e le sue fonti.

4. Alcuno interpretò per oppidulum. Forse fu il nome dato all’arx o acropoli; dipoi esteso alla città.

5. STRABONE, VI, 405.

6. EROD. VIII, 62.

7. Se questa moneta è del tutto fuori dubbio: vedi al seguente capitolo.

8. Lib. VI, 405.

9. ὕστερον.

10. Lib. XII, 36.

11. SESTINI, Lettere e dissertaz. numismatiche, le quali servir possono di continuazione ai nove tomi già editi. Tomo I. Milano, MDCCCXIII — Lettera V, pag. 40.

12. SAMBON, Recherch. sur les monnaies de la presqu’ile d’Italie. Napoli, 1870, pag. 284.

13. V. appresso a pag. 191.

14. Heraclea, aliquando Siris vocitata. PLINIO, Hist. Nat. III, 15, 3: e vuole intendere Eraclea qualche volta fu scambiata o confusa di nome con Siri. — Tito Livio, per un esempio, parlando di Pitagora (che egli fa vivere ai tempi di Servio Tullio, cioè nel 592 a.C.) dice che tenne scuola per la regione circa Metapontum, Heracleamque et Crotonum… Questo anacronismo dello storico, che un grammatico giustificherà la mercé di un parola strana — la prolepsi — potrebbe invece da altri essere ricordato in appoggio a ciocché noi si sostiene nel testo; a prova, cioè, che Eraclea, città, esistesse prima della Eraclea, colonia Tarantina del 433.

15. CORCIA, Op. cit. III, 110.

16. Altri ha detto che, stante il gran numero di Eraclee nel mondo ellenico, la nòta di Siris è titolo di specificazione di essa, come a dire Eraclea del fiume Siri. Ma, a tacere di altre ragioni, basta avvertir solamente che Eraclea non era posta sul fiume Siris, dal quale distava un quattro miglia, ma sul fiume Aciris, al quale era prossima per uno o due chilometri.

17. V. a pag. 191.

18. Gli scrittori allogano l’antica Siri «sulla sponda sinistra del Siri, o Sinno, presso la sua foce, a quattro miglia all’oriente di Eraclea; o questa a due miglia e mezza dal mare, sulla collina a sud-est di Policoro, e nelle adiacenti valli, ove precipuamente si osservano considerevoli rottami e numerosi frammenti di tegoli, di mattoni, di vasi fittili sparsi sul terreno». Così scriveva ANDREA LOMBARDI, nel Saggio di topografia, etc. citato innanzi a pag. 61. — Ultimamente il dottor LACAVA negava che a sinistra del Sinno e nel «pantano» di Policoro esistessero rovine: invece egli ne osservò di molte, «frantumi e avanzi di terre cotte, vasi e tegole» a destra del fiume Sinno, nella contrada Ciglio de’ Vagni in territorio di Bollita (oggi Nuova Siri) presso il torrente di S. Alessio «poco discosto dal mare». E qui egli credeva fosse stato il posto di Siri antica (Del sito dell’antica Siri. Potenza, 1889). Non ometterò di ricordare un altro scrittore recente. il prof. DOTTO DEI DAULI, che nel suo libro L’Italia dai primordii all’evo antico. Forlì, 1880) dice, espressamente: «Recatomi sul luogo (Cigli di S. Pietro o di Vanni) ebbi ad osservare che quei ruderi non possono nè per vetustà, nè per sito appartenere all’antica Siri».

Per me, io resto all’opinione del LOMBARDI, che fu un valentuomo, e che è quella di tutti E aggiunge che il Corcia allogherebbe a quei Cigli di Vagni (e questa parmi parola dialettale per Bagni) l’antica ignota città di Lagaria: e in ciò aderirei al CORCIA. Ma studi, esplorazioni, indagini locali mancano del tutto finora.

19. STRAB. VI, 429.

20. Vedi in seguito al capitolo XV.

21. LIVIO, VIII, 24, Heracleam, Tarentinorum colonia, coepit.

22. È la nòta cronologica, generica, del Mazzocchi, di Ludovico Adolfo Ahrens, del Franz, etc. (Conf. Corpus Inscript. Graec. vol. III, 1853: n. 5774). Il Lénormant (Grande Grèce, I, 165) scrive che furono incise nell’ultimo quarto del III secolo a.C.: i più, al principio del IV secolo: che sono i limiti estremi indicati nel testo. — Amadeo Peyron, che trattò largamente di queste tavole, crede che fossero scritte «quaranta anni dopo la fondazione di Eraclea»: prima cioè della federazione con Roma; e ne dà un commentario a diversi titoli importante (nella dissertazione: La prima Tavola di Eraclea. Torino, 1869). — Conf. la notevole monografia: Degli scritti di A.S. Mazzocchi, studii di Felice Bernabei. Napoli, 1874.

23. DIONE CASSIO, XLIII, 28 e 48.

24. Qualcuno ha congetturato che Ia sillaba dell’oba AI delle Tavole eracleesi significasse l’oba dell’Αιγιδος, dell’Egida, che è il solo nome noto tra quelli di Sparta. Conf. Corpus Inscript. Graec. ibid.

25. Per esempio, uno degli agrimensori è nominato: ΗΕ Καρικειον Απολλωνιος Ηρακλητω; e vuol dire: «Apollonio, figlio di Eracleto, dell’oba, il cui nome comincia «da ΗΕ, e della famiglia che ha per arme o insegna il Caduceo.» — Il Lenormant è di avviso (Grande Grèce, I, 166) che siano simboli grafici, quasi impronta da suggello, piuttosto personali che di famiglia: ma non pare esatto, poiché alcuni Ivi nominati hanno la stessa sigla dell’oba e la stessa insegna.

26. MAZZOCCHI, nell’interpretazione della linea 88 della I tavola, pag. 224-6 del suo Commentario.

E qui giova ricordare cosa che mi pare degna di speciale nota.

La parola della Tavola I che il Mazzocchi interpretava per semivenales sive adscripticii, quasi servi della gleba, è geonas, γαιωνας.

Il Peyron, conforme ad una interpretazione del Franz per un’antichissima iscrizione, interpreta quella parola per alzata di terra («il conduttore non farà alzate di terra oltre le esistenti»). Ora per quei luoghi, suIla plaga marina dol golfo di Taranto dal Bradano e Basento in giù verso il Sinno, anche oggi hanno il nome di Givoni certe umili catene di monticoli, che sono rialzi di suolo rispetto alla non lontana spiaggia jonia; e che io non mi pèrito di riferire all’antichissima parola usata dalle popolazioni metapontine o eracleesi delle antiche città.

27. Conf. BERTAGNOLLI, Vicende dell’agricoltura in Italia. Firenze, 1881, pag. 57.

28. «Nel mese di Pànamo,» dice la Tavola, ed interpretarono per luglio e il Mazzocchi e l’Heyne ed altri.

Le Tavole di Eraclea (oggi nel Museo nazionale di Napoli) furono trovate il 1732 nel letto del fiume Salandralla, che è l’antico Acalandrum. Le s dicono «opistografe» cioè scritte dalle due parti: esse da un lato portano incisa una legge in latino, e dall’altro lato, in greco, le tavole o titolo, che propriamente si riferisce ad Eraclea. La legge, in latino, ormai è fuori dubbio che sia una parte della famosa Lex Julia Municipalis, che Cesare fece passare nel 710 di Roma, ovvero 44 a.C. e che fu, per così dire, la Carta costituzionale comune a tutti i municipii dell’impero (V. Corpus Inscript. Latinar. I, 206).

I due atti pubblici di Eraclea, che contengono la misurazione, la terminazione e la concessione in fitto dei due grandi poderi, di proprietà del tempio di Dioniso e del tempio di Atèna, si riferiscono a terreni posti tra la città di Pandosia e l’«Aciri» che sono dati per arcifini negli atti. Vi si accenna anche ad un isolotto, che non vi è più, nel fiume Aciri, o Agri. Erano stati in parte usurpati da privati cittadini, e poi rivendicati al nume dai delegati della città. I due poderi vengono divisi in minori appezzamenti; questi dati in fitto vitalizio; e i due istrumenti ne registrano i confini, l’estensione, il fitto, gli obblighi ai fittaiuoli, il costoro nome e dei loro garanti quinquennali. L’estensione del podere sacro a Dioniso è misurata in 1095 1/2 scheni di terre coltivate, e 2225 di terre salde e boscose, e in esso vigna, oliveto e frutteto. Il fitto complessivo di questo podere fu di 410 medimne di orzo: e fitto immutabile per la durata dell’affitto, vita. Pel mantenimento e ammegliamento della cosa locata, minuto elenco di diritti e doveri ai fittaiuoli; multe in «mine di argento» ai contravventori.

La prima Tavola comincia cosi:

«Essendo Eforo Aristarco, figlio di Eraclide: correndo il mese Apelleo (dicembre). La città e gli agrimensori Filonimo, figlio di Zopirisco, (dell’Oba) VE, (dall’insegna) del Tripode; Apollonio, f. di Eracleto, della PE, dal Caduceo; Dazimo, f. di Pirro, della AE, dallo Scudo; Filota, f. d’Istieo, della CN, dal Tridente; Eraclide. f. di Zopiro, della ME, dal Capitello. — A Dioniso. — Gli agrimensori Filonimo… (e gli altri ora nominati), deputati per misurare i terreni sacri a Dioniso, hanno eseguito la misurazione, la confinazione e la ripartizione, come siegue qui appresso: approvandolo gli Eracleesi radunati in concilio. Abbiamo misurato a cominciare dal limite che è sopra Pandosia e che divide i campi di Dioniso da quelli di già in possesso di Conea figlio di Dione: e (il tutto) abbiamo ripartito in quattro parti, etc. etc.»

La seconda Tavola incomincia così:

«Essendo Eforo Dazimo. La città e gli agrimensori Filonimo, Apollonio e Dazimo (con Ie indicazioni di paternità, di sigle e insegne, riferite nella 1ª Tav.) — Ad Atèna Poliade — Gli agrimensori deputati (a misurare) i campi sacri di Atèna, che sono nella bassura o conca (in Coele sunt), hanno esguito, etc., approvando gli Eracleesi radunati in Concilio. Abbiamo misurato dal limite che (luogo detto) Coenis mena alla via di Trentapiedi, etc. etc.»

La locazione viene fatta: dalla città, da due Polianomi che si nominano, e dagli Agrimensori anche nominati. —Il mese era diviso per decadi.

Sono scritte amendue in dialetto dorico: nella seconda, che si riferisce ai terreni sacri ad Atèna, avvertono forme dialettali doriche di un periodo di tempo più recente della prima: ma (se questo è esatto) l’intervallo tra le due non potè essere che breve; giacché alcuni agrimensori della prima Tavola intervengono alle operazioni nella seconda. — Alla seconda Tavola manca la fine; la prima è intera. — Dell’intero monumento è famoso il Commentario che ne diè fuori il Mazzocchi, nel 1754 e 1755; ove trattò di tutto con abbondanza che parve spesso soverchia (fuse potiusquam copiose, disse Heyne negli Opusc. Acad. II, p. 234). Ma l’interpretazione che egli ne diede, meno che in qualche punto, è accettata oggi dai dotti. — Conf. Corpus Inscript. Graecarum, 1853, vol. III, n. 5774).

29. Conf. MAZZOCCHI, p. 511.

30. STRABONE, VI, 393.

31. STRABONE, VI, 393.

32. STRABONE, VII, 499.

33. Vedi innanzi al capitolo IV, p. 59, e in seguito al cap. XXII.

34. Scimno di Chio, v. 22; Heyne, Op. Acad. II, 205.

35. Nella Cronica di Eusebio è riferita l’occupazione di Pandosia da parte degli Elleni all’Olimpiade IV, 3 ovv. 762 a.C. — Corcia, III, p. 321.

36. Vedi appresso al capitolo XV.

37. LENORMANT, Grande Grèce, I, 451.

38. GARRUCCI, Monete Italia antica, pag. 154.

39. Odissea, lib. 24.

40. L’osservazione è del LENORMANT, Grande Grèce, I, 128.

41. Oggi sono detti i laghi di Zygos, ovvero di Viaconi.

42. La moneta colla leggenda ΑΧΕΛΟΙΟ ΑΘΛΟΝ «in premio» in lettere retrograde e arcaiche (si crede però di un arcaismo di imitazione) la si assegna, per esempio, alla metà del secolo V a.C. — Il Duca di Luynes fu di avviso che l’Acheloo di questa moneta fosse l’Acheloo della Elide (non dell’Acarnania-Etolia), e ne riattaccherebbe il culto, epperò le origini metapontine, ai coloni Pilii dell’Elide (nella monografia di Métapont, Parigi, 1883).

Più gravi obiezioni al concetto del Millingen faceva il signor HOLLANDER (nel libro De rebus Metapontinis, Gottingae, 1851, p. 19-20) osservando, che il culto dell’Acheloo era sparso in molte regioni della Grecia, come ad Atene, a Rodi, a Megara e in Sicilia; non perciò si può riferirlo, in tutti codesti luoghi, a coloni etolici. D’altra parte, è attestato da Eforo, che l’oracolo di Dodona, a quanti venivano a chiedore un responso, ordinava di sacrificare all’Acheloo; e l’Osann ha dimostrato, da un passo di Filostrato, che a’ giuochi ginnici presiedeva, come nume tutelare, l’Acheloo. Niente dunque di speciale all’Etolia. Noi, a nostra volta, osserveremo, che per codeste ragioni del signor Hollander, il concetto del Millingin perderebbe di peso; se non stesso il fatto della esistenza di una città di Metapa, in Etolia; a cui riattacchiamo la Metaponto italica.

43. STRABONE, VI, 406.

44. O. MULLER apud HOLLANDER, Op. cit. 17.

45. Alla confusione creata dalla varietà delle tradizioni, aggiunge tutt’altro che luce la frequente uniformità dei nomi. Questo Epeo metapontino sarebbe l’eponimo degli Epei della Trifilide, socondo alcuni (De Luynes); secondo altri, invece, si riattaccherebbe a Panope o Panopea, città di Epeo, nella Focide, prossima a Crissa e a Daulide: sicché la leggenda del gran fabbro, accennerebbe ad origini focesi. — GROTE, Stor. della Grecia, vol. V, cap. IV, p. 108. HOLLANDER, Op. cit., 18.

46. Lib. VI, 406. Qui però il testo non è integro del tutto.

47. Mannert, la parola di Strabone (distrutta) «dai Sanniti» Σαμνιτῶν muta in Χωνῶν «dai Conii»; lo Schiller, invece, in Δαυνιτῶν. — Il Cluverio interpreta il passo straboniano in questo senso: «Che Metaponto fosse fondata dai Pilii, si argomenta dai riti funebri celebrati ai Neleidi, che i Sanniti abolirono» (Ital. antiqua, p. 1278): altri lo seguono in questo concetto. — Conf. Hollander, p. 22.

48. Stor. Greca, V, c. IV, 108.

49. Il duca di Luynes, ritenendo la vulgata interpretazione del passo di Strabone, enumera moltissimi luoghi di antichgi scrittori (quali sono lo stesso Strabone, Giustino, Varrone, Plinio, Dionigi, Cicerone e Livio) in cui si accenna alla ben remota «antichità degli stabilimenti sannitici nella parte dell’Appennino prossima alla Magna Grecia». Nel Métapont, citato. Parigi, 1833.

50. STRABONE, VI, 406.

51. HOLLANDER, Op. cit., p. 26. — HEYNE, Opus. Acad. II, 210, riferisce la fondazione degli Achei all’olimp. 83, 2, che è il 447 a.C., che non dirò, un equivoco dell’insigne critico, poiché i Sibariti del passo di Strabone, riferito nel testo, egli intende pei «Turii» succeduti a Sibari. Anche il Raoul Rochette abbassa l’epoca.

52. A pag. 123.

53. Vedi in seguito al capitolo XI.

54. Nell’opuscolo plutarchiano Del genio di Socrate, p. 682, dell’edizione Francfort, 1605.

55. Nell’altro opuscolo plutarchiano De Stoicorum pugnis, pag. 612. — Non altrimenti Arnobio, lib. I, p. 23.

56. Ricorderò qui, che dissero trovata nei campi di Metaponto, nel 1794, una iscrizione latina, in cui è parola di una Aedem Musarum, ristaurata da un L. Nonio Rufo. — Era l’Aedes Musarum, ove Pitagora si lasciò morire di fame, secondo una delle ricordate varianti della tradizione. Ma l’iscrizione è falsa. — V. Corpus Insc. Latinarum, vol. X, n. 19.

57. CICERONE (De Finibus, V, 4) dice:

Me quodam tempore Metapontum venisse, nec ad hospìtem ante divertisse, quam Pythagorae ipsum illum locum, ubi vitam ediderat, sedemque viderim.

Grote scrive invece che Cicerone vide a Metaponto la «tomba» di Pitagora (vol. VI, pag. 267, nota), e così Lenormant sulla traccia del Grote.

58. Così, per verità, il popolo degli eruditi a reminiscenze classiche; ma il popolo vero le dice, invece, Tavole de’ Paladini: nel medio evo si trovano denominate Mensae Imperatoris, che è Carlo Magno, l’imperatore e il capo del Paladini. Vedi in seguito, Parte II, capitolo III, pag. 103.

59. Tra le monete di Metaponto ve ne ha una (nel Museo britannico) che oltre a META e alla spiga, ha sul dritto la parola OMONOIA — concordia — e la testa di Homonoia, con orecchini e collana. — Potrebbe essa riferirsi ai fatti o ai tempi di cui si parla nel testo.

60. Cioè 60 talenti, e vuol dire oltre a 30 milioni di lire. In Diodoro (XX, 304) si legge «seicento talenti d’argento.»

61. Vedi in seguito al capitolo XV.

62. Nel campo di questa moneta, sotto il ventre dei cavalli in corsa, è una testa di lupo (λύκος), che è il simbolo grafico della parola Lucani. Questo simbolo si scorge anche in altre loro monete; ma (si noti) in quelle che hanno la leggenda in greco, non in quelle, benché di tipo identico, che l’hanno in linguaggio osco.

63. In altre monete è un monogramma che disciolto leggono ΛΥΚ; che io non accetto che possa riferirsi ai Lucani. È più probabile nòta dello zecchiere.

64. In Metaponto, del dott. LA CAVA, a pag. 231-32.

65. Ivi è detto: Otho secundus imperator venit Capuam et abiit Tarentum ac Metapontum.

66. La carta del 1099 è nella Histor. Monasterii S. Michael. Archangeli Montis Caveosi, Napoli 1746, pag. 42, Rodolfo Maccabeo, de’ dinasti normanni, dona alla chiesa di S. Mich. Arcangelo di Montescaglioso màsse, chiese, terre e casali, e inoltre

veterem civitatem quae (ad) Arcora vocatur… et medietatem omnium terrarum mihi pertinentium in Metaponto, et medietatem proficui (leggi: proximi) portus, ecc.

Questo documento può dar luogo a duplice congettura, e sono: che la vetus civitas quae (ad) Arcora vocatur indichi la vecchia, ruinata e spopolata città di Metaponto, e che le terrae in Metapontum indichino il territorio dell’antica città, prossimo al porto di essa, che era l’attuale Lago di S. Pelagina, che oggi è uno stagno, ma che nel secolo XII non era del tutto interrato.

Che il nome di Metaponto restasse ancora, nel secolo XIV, ad una benché piccola città o paese risulta dalla lettera regia del 1303 (nel Syllabus membranarum ad r. siclae archivium pertinentium. Napoli 1824, vol. II, parte II, pag. 100) si legge, e riassume publicum mandatum regium, quae praecipitur al Giustiziero di Terra di Otranto, ut non compellat homines Metaponti ad solutionem residuam generalis subventionis et doni.

67. V. al capitolo III della Parte II, pag. 102.