CAPITOLO XI
PITAGORA E I PITAGORICI DELLA MAGNA GRECIA
La Magna Grecia fu celebre nella storia anche per lo splendore che si diffuse dalla «Scuola italica» o di Pitagora. Alla storia di Pitagora si rannoda, per molti riguardi, quella di Sibari, di Metaponto, di Crotone, e si connette alla storia della «Scuola italica» quella degli istituti pitagorici, famosi sia per quello che si sa, sia per quello che è oscuro.
Pitagora è uno dei personaggi illustri e pure misteriosi, come Omero, Numa, Licurgo; e come Omero, Licurgo, o Pericle, o Platone, o Aristotile, è gloria ad un paese di essere stato culla dell’uomo, o teatro a’ suoi fatti,
Di poema degnissimi e di storia.
Pitagora fu capo e fondatore di una scuola filosofica, di una società politica, di istituti ascetici. Atteggiò la vita per una triade di intenti speculativi ed operativi, etici e mistici, religiosi e civili, per la riforma sì dell’uomo inferiore, sì delle società civili: tale apparisce Pitagora nella tradizione. Ma la tradizione non è sempre eco della storia: soventi è riflesso della leggenda. Tardi testimoni, e forse non del tutto disinteressati, raccolsero le filamenta della tradizione, e i ricomposti frammenti trasmisero ai posteri in un tutto, che fa mostra di essere saldo ed intero, ma non sì che, visto e tentato da presso, non appaia la saldatura e non si avverta la discordanza di un pezzo dall’altro.
Se la concordanza dei testimoni e la notizia immediata del fatto sono criteri di certezza e condizioni della verità storica, pochi o nessun fatto della storia di Pitagora hanno dritto di dirsi tali. Per gli spiriti meno indulgenti, vi è tanto in quella storia da dirla una leggenda, e tanto nell’uomo stesso da dirlo un mito. Egli è nato a Samo, o a Lemno, ovvero a Metaponto, ovvero a Samo Bruzia1, o anche in Lucania2, ovvero tra i Tirreni dell’Etruria. Egli è morto a Crotone, arso vivo nell’incendio della sua casa con altri de’ suoi discepoli, o piuttosto morto volontariamente di fame in Metaponto, ovvero in Taranto. I discepoli che scamparono vivi all’incendio furono di nome Archippo e Liside, ovvero Liside e Filolao. Ma, viceversa, Filolao e Liside non vissero se non un secolo dopo la catastrofe dell’incendio che spense, a Crotone o Metaponto, i pitagorici. Di simile genere contradizioni intorno alla sua famiglia, taccio. Ma non tacerò come anche sia dubbio per molti, che cosa egli, fondatore della scuola pitagorica, propriamente insegnasse: nulla egli scrisse, nulla scrissero i suoi discepoli primi, e il primo che rivelò la dottrina pitagorica fu Filolao, che è posteriore di un secolo al fondatore. Né sono fuori del dubbio il contenuto della sua dottrina, l’ampiezza e lo scopo del suo insegnamento, il carattere vero dell’azione sua. Ebbe questi unicamente uno scopo pratico e civile, quello, cioè, d’influire sul governo della città mediante un’attività, sia pure speculativa, ma non rivolta che ai problemi degli ordinamenti civili? Fu, anzi, il suo un insegnamento e una dottrina unicamente etica e religiosa, ispirata dal concetto di riforma alle credenze religiose del tempo, che non più soddisfacevano agli animi elevati, desiderosi di più pure verità? Fu egli un uomo astuto e intraprendente, un falso taumaturgo? Fu un intelletto pio, sincero, morale, che della dottrina e dell’esempio predicò la fratellanza tra gli aderenti alla sua dottrina, esplicandola in un genere di vita onesta, costumata, ascetica, separata dal mondo? Fu, dunque, un predicatore o un settario, un taumaturgo o un frammassone, un filosofo o un cospiratore, un riformatore di costumi o un impostore? un uomo o un mito?
Queste ed altre dimande si è costretti a fare a sé stessi, quando si legge la storia di Pitagora, come essa vien fuori dai tardi e pure più antichi biografi suoi. La storia si colora ai luccichii della leggenda; il miracolo s’intreccia al fatto umano; il maraviglioso sopraffà ogni tratto il senso storico; e questo si accorge presto che quella storia è opera di parecchie generazioni; ognuna aggiunge del suo; e la fantasia eccitata toglie, modifica, ricompone e crea il poema.
Sceverare dalla leggenda i dati della storia è difficile; e soventi impossibile. La leggenda pitagorica è la storia di Pitagora quale è data dai suoi biografi, Diogene Laerzio, Porfirio e Giamblico. Ma Diogene non visse che al secolo II dopo Cristo, Porfirio nel 3°, e fu di costui discepolo, ed anche più credulo di lui, Giamblico3. Quanta distanza di tempo, di coltura e di civiltà tra questa epoca e il secolo VI a.C. che fu l’età di Pitagora! Quei biografi, è vero, si riferiscono soventi a più antiche fonti; ma anche le più antiche testimonianze, come quelle di Aristosseno e di Dicearco, sono a pezza lontane dal tempo di Pitagora, se furono di circa due secoli posteriori al filosofo fondatore dei sodalizii pitagorici. Ben vero, Aristosseno conobbe di persona gli ultimi pitagorici; è qualche cosa; ma è poco e pel tempo in cui visse e pel poco che attesta.
Per noi sta che Pitagora, uomo singolare e maraviglioso, visse nella Magna Grecia, e non è sola creazione della fantasia poetica dei popoli tra cui visse. Egli si trova mescolato alla storica catastrofe di Sibari; e benché Erodoto, il più prossimo e il più antico testimone di quella catastrofe, non nomini lui personalmente mescolato agli incidenti che determinarono la guerra crotoniate-sibarita, pure dell’istituto pitagorico è cenno nelle carte del vecchio storico di Turii. La catastrofe di Sibari ebbe luogo nel 510 a.C.; questa data, non dubbia, può servire di termine cronologico per fissare, tra limiti approssimativi, il tempo dell’azione di Pitagora in quell’Italia che fu poi detta la Magna Grecia.
Pare certo che nascesse in Samo jonia4, e dopo viaggi molti, a intenti speculativi, anziché di commercio, in Asia, in Babilonia, e più sicuramente in Egitto, venne a Crotone, una generazione circa di età prima della data testé indicata di 510. perché scelse a dimora Crotone, di preferenza, è ricerca oziosa; forse fu attratto allo splendore che quella città diffondeva nel mondo greco per l’insegnamento e la pratica dell’arte medico-igienica5 e della ginnastica; forse dalla importanza politica di Crotone, punto o poco minore di Sibari, ma men di Sibnri, parrebbe, screditata per mollezza di vita e di costumi.
Fin dal suo primo apparire sulle vie di Crotone erompe il miracolo. Sopprimo alcuni dei più conformi alle agiografie medievali. Egli comincia l’insegnamento; e tutto il popolo, di punto in bianco, cambia consuetudini di vita. I costumi depravati, la mollezza di vivere, gli ozii nella vacuità loro generatori di scandali e di peccali, il lusso e le dissipazioni delle classi alte, spariscono d’incanto; le stesse donne smettono i più ricchi e consueti ornamenti della bellezza, alla parola del taumaturgo. Né basta: Porfirio, con piena semplicità d’animo, attesterà che ben duemila cittadini di Crotone, convertiti dall’eloquente parola del filosofo, si accordano a riunirsi per vivere insieme — donne, consorti e fanciulli — la vita «pitagorica» e si riuniscono (egli aggiunge) dopo aver messo i loro beni in comune. Prima, se non autentica immagine del falanstero!
Queste effusioni maravigliose della storia mostrano, unicamente, che l’azione dell’uomo fu profonda, straordinaria, mirabile. Or non è dubbio che il suo fu insegnamento speculativo, etico e religioso; e non pare dubbio che all’insegnamento dottrinale congiunse l’azione operativa, sia in riferimento agli ordini civili dello Stato, sia per riforma di appuramento o di complemento alla religione del popolo. L’uomo meraviglioso fu, dunque, capo di una scuola filosofica, di un istituto civile, e di ordinamenti religiosi. La tradizione raccolta dai tardi biografi comprese in un tutto indistinto questi tre intenti dell’azione sua, tre caratteri della sua figura. Sceverandoli, si chiarirà e l’uomo e l’azione dell’uomo, nonché l’autorità dell’insegnamento civile e religioso.
L’insegnamento speculativo, che fu certamente I’origine e la fonte di tutta la posteriore influenza sua, pare abbracciasse tutto ciò che può comprendersi per scienza delle cose umane e divine, nel campo indeterminato della giovine riflessione dello spirito greco; e nel tempo, in cui era ancora tutto connesso ed indistinto la scienza e la sapienza, la speculazione e l’etica, quando i filosofi, ovvero gli speculatori sulla entità delle cose erano detti «sapienti». Ma l’insegnamento suo fu del tutto, e innanzi tutto, speculativo e dottrinale: questo emerge dalla tradizione intera della scuola presso i più antichi e i meno antichi storici, ed emerge indubbiamente da questo fatto, cioè, che perseguitati e dispersi che furono i sodalizii pitagorici, restò invece e si propagò per gran tempo la scuola filosofica; cadde la parte che poteva avere d’intenti politici; si trasformò quello che aveva d’intento religioso; ma restò quale era il nocciolo e la sostanza dell’insegnamento di Pitagora, la dottrina speculativa intorno alla natura, al tutto, all’uomo, ai suoi destini mondani e oltre mondani, e alle leggi matematiche, fisiche, etiche.
Non si può, per vero, sceverare in questa dottrina quello che è aggiunto dai discepoli, dalle posteriori età, e quello che è proprio del fondatore: altri nega alcunché di veramente speculativo al maestro, e ne fa dono ai discepoli di lui; altri anzi ne farebbe dono ad una scuola anteriore a Pitagora stesso, che ebbe solo il vanto, per la impronta di sua potente individualità, di darle il nome6.
Checchessia, è nel capo che s’impersonifica la scuola, e la tradizione ha riferito a lui mirabili pronunziati, che, svolti forse dai posteriori discepoli suoi, anticipano di lunga età la sapienza o la scienza moderna. Lui dunque (fu detto; ed io ripeto le parole condensatrici di uno italiano illustre)
«dimostrò il teorema del quadrato dell’ipotenusa; diede le prime teorie degl’isoperimetri dei corpi regolari, gli elementi delle matematiche, l’algoritmo, del quale ancora non si conosce il senso; trovò i ragguagli fra la lunghezza della corda armonica e i suoni che ne escono; insegnò che l’acqua si converte in aria e d’aria torna in acqua; sostenne essere opaca la luna, identica la stella del mattino con quella della sera; sferico il sole: per armonia del corpi celesti intendeva probabilmente i rapporti delle loro masse e delle distanze; indicò il vero sistema mondiale, cioè l’obliquità dell’eclittica e la versatilità della terra, con equa distribuzione di luce, di ombre, di calore sull’intiera superficie, tutta perciò abitabile; conoscendo che due opposte forze impresse nei corpi celesti li spingono per una orbita, anticipò di tanti secoli sull’attrazione neutoniana, che Herschell considera come la verità più universale, cui sia pervenuta l’umana ragione»7.
Questa fu la «Scuola italica» che ebbe cotesto nome, come è noto, perché l’Italia del secolo VI non era altro che il lembo estremo orientale della penisola, dal golfo di Taranto al Capo di Spartivento; e in questo lembo di terre era Metaponto, Sibari, Crotone e Caulonia e Locri ove surse e si diffuse e esercitò i suoi influssi etico-civili la scuola pitagorica.
Ma questa scuola, nell’eco delle tradizioni lontane ripetuta dagli storici, addiventa un istituto politico che si nasconde nel segreto, si afforza del giuramento, quindi si esplica o trasforma in un istituto religioso: di tal che, nella costruzione progressiva della tradizione, la scuola si muta in una setta politica, gli scolari maturano in cospiratori, e i cospiratori si trasformano in un ordine di asceti, tra il monaco e il frate, tra il trappista, il gesuita e il frammassone, congiungendo agli intenti religiosi lo scopo civile.
Questa lenta costruzione del triforme sodalizio di scuola, di setta e di frateria, racconta che i membri del sodalizio erano raccolti dal capo e fondatore con cura scrupolosa: questi leggeva in fronte agli aspiranti l’indole loro segreta; e se venissero ammessi, erano sottoposti a prove, che, secondo le fantasie di Giamblico, diventano cimenti al coraggio degli iniziandi. Il silenzio perfetto dei futuri Trappisti, l’obbedienza assoluta degli ordini monacali, l’annientamento della propria personalità secondo il concetto dei mistici, l’insegnamento misterioso per modo che i novizii non vedevano, ma udivano soltanto la voce del maestro che si nascondeva dietro una cortina; la graduazione dell’insegnamento e della dottrina siffattamente che erano dottrine e scolari exoteriche o pubbliche, e dottrine e scolari esoteriche o segrete; una regola di vità per cibi, per vesti e per usanze del tutto serafica; e abluzioni, e preghiere mentali, e preghiere in comune, e, in comune, pasti, letture e passeggi; l’astinenza dai cibi delle carni animali e da certi pesci e da certi legumi; la stessa parola del maestro, indiscussa, indiscutibile come la legge e santa come la parola di Dio, — questi ed altri precetti, la più parte simbolici, hanno fatto rassomigliare l’ordine pitagorico della tradizione ai conventi dei frati, all’istituto del gesuiti, e alle sette dei frammassoni.
Conviene distinguere, e distinguendo specificare, se non si vuol ridurre Pitagora ad un mito, e il più antico pitagorismo ad una leggenda.
Che fonte ed origine di tutta l’influenza pitagorica fosse la scuola, non si può mettere in dubbio: tutta la tradizione dell’antichità lo attesta. Che l’insegnamento fosse non solamente, come ora si direbbe, di scienze, ma di sapienza, può bene ammettersi perché tutto il fascio delle tradizioni riferiscono ad uno scopo civile l’insegnamento di Pitagora; e il contenuto dei «versi d’oro» pitagorici, per quanto non siano opera del primo fondatore, ne è una prova adeguata.
Che cotesto insegnamento etico fosse altresì civile, è da presumere vero da tutto l’insieme della vita di Pitagora, e dalla catastrofe dell’istituto. Che questo insegnamento etico-civile fosse ispirato a principii conservativi e antidemocratici, deve riconoscersi, perché è da tutta l’antichità riconosciuto, come verbo di Pitagora, il concetto che il governo della città fosse dovuto « agli ottimi»: e niuno può dire che ottimo governo dello Stato fosse, per Pitagora, l’oligarchico. Che per ottimi ordini di stato egli intendesse gli aristocratici, è certo: era l’aristocrazia nelle antiche e frazionate società greche la parte prevalente per ricchezza e per coltura della città; e chi ne giudicasse da’ nostri criterii dell’oggi, non sarebbe nel vero.
Ma si trasformò mai, questa scuola, in un istituto segreto politico, con insegnamenti e dottrine arcane, con iniziazioni settarie e misteriose?
La scuola, a mio avviso, non s’immedesimava, non era tutta una cosa sola con l’istituto politico. Gli influssi delle dottrine dell’una s’irraggiano senza dubbio nell’altro, perché la stessa mente presiedeva all’una e all’altro: ma l’una vuolsi distinguere dall’altro istituto.
Se non fossero cose distinte (benché diverse non fossero) e se l’insegnamento è diffusione di dottrina, come renderci ragione di quella cèrnita graduale, di quella selezione dei discepoli, alcuni ammessi, altri no? Se per l’opera dell’insegnamento voleva egli riformare i costumi, l’uomo interiore e la città, come e perché prescrivere i limiti dell’ammissione?
Si dirà che la risposta a questa istanza è nel segreto stesso dell’insegnamento, nel giuramento degli adepti; e vuol dire che era una «setta» e se tale, la limitazione è inclusa nella parola stessa, e, se segreta, vuol dire che la dottrina era qualche cosa di non confessabile alla luce degli ordini dello Stato.
Ma se tale fu come oggi intendiamo un’associazione di setta, si avrà che un dato capitale della storia di Pitagora ci riesca inesplicabile.
La dimora di Pitagora nelle città della Magna Grecia, specie Crotone, durò almeno un trent’anni. Al momento della catastrofe di Sibari, nel 510, egli era in Crotone non solamente, ma in tanta autorità, che fu lui e i suoi pitagorici che consigliarono il governo crotoniate a non espellere i fuggiti di Sibari; onde venne la grande guerra. È detto, anzi, dai biografi che Pitagora fu invitato ad assumere la presidenza del governo di Crotone. Come dunque costui poté restare capo di un istituto segreto e settario, contro naturalmente gli ordini del governo stabilito? La stessa ultima crisi e la persecuzione violenta dei Pitagorici non venne da parte del governo, come a settarii, ma venne dalla fazione opposta di Ciloniani democratici contro aristocratici. E quando dopo parecchi anni la persecuzione contro il nome pitagorico cessò, e tornarono i Pitagorici nelle città della Magna Grecia, l’insegnamento dottrinale continuò, anzi crebbe e si estese. Or se la scuola era sostanzialmente una setta, l’insegnamento pitagorico, dopo la grande crisi ciloniana, non avrebbe potuto continuare e svilupparsi alla luce del giorno.
Dunque è forza di ammettere che l’insegnamento dottrinale, la scuola pitagorica fosse cosa distinta da quella che si dice istituto civile e sodalizio politico dei Pitagorici o di Pitagora.
Il sodalizio pitagorico di Crotone fu senza dubbio una Società d’intenti politici; ma se i membri di essa si vincolavano con giuramento, non fu però società segreta, nel senso d’intenti occulti e settarii, contrarii agli ordini statuali costituiti. Non fu, perché l’istituto o Società politica esisté libera e autorevole per indeterminato periodo di anni fino alle violenze posteriori al 510 suscitate dalle ire democratiche ciloniane, e non si à notizia che fosse perseguitata o combattuta dal governo; anzi al contrario.
Il segreto appartenne non a questo istituto, ma ai sodalizii religiosi pitagorici, di cui parleremo.
La società o sodalizio civile dei Pitagorici ebbe intenti politici, ma non fu setta. Si potrebbe paragonarli (e il Grote li paragona infatti) a quelle libere società dei club, che si fondano e vivono presso tutti i moderni governi liberi, ove gli individui si associano per rendere più forti allo assalto o resistenti alla difesa le opinioni, che reggono, in fine, la vita dei governi stessi. L’Associazione crotoniate raccolta all’indirizzo di un alto e pio intelletto nella comunione di intenti politici, che erano quelli di sorreggere, di afforzare, di emendare, occorrendo, il governo degli ottimati, composta di socii appartenenti alle classi elevate della società, ben si può credere che ebbe i grandi influssi che la tradizione attesta, sull’andamento dei pubblici affari.
Non fu setta, perché non ebbe segreto; e fu conforme a simiglianti sodalizii della Grecia: e se ebbe il giuramento dei socii, anche questo fu conforme alle usanze dei tanti sodalizii civili e religiosi dell’antica Grecia8. Né si obietti che Cilone fu escluso dal sodalizio pitagorico, onde derivarono le sue ire vendicatrici; dirò che questo non si oppone, anzi conferma il nostro assunto. Alle società di intenti politici, moderne o antiche che siano, è naturale non appartengano se non quelli che abbiano gli stessi supremi intenti politici: ma la stessa ultima reazione dei Ciloniani, partigiani della democrazia oclocratica crotoniate, fa arguire, dei sentimenti ultra-democratici di questo Cilone, che non era perciò concorde agl’intenti aristocratici del sodalizio pitagorico; e ne fu escluso.
Ho detto che codesto genere di associazioni politiche non era ignoto alle città libere della Grecia; e questo ben si argomenta da un passo importante di Tucidide9, che accenna a molte di esse, siccome esistenti in Atene ai tempi della guerra del Peloponneso; e non come sètte raccolte nel buio del segreto, ma notorie e pubbliche, benché, probabilmente, a vincolo di giuramento. Altre società di intenti religiosi ed anche letterarie è noto che erano per la Grecia comunissime10. Quanto alla legale esistenza di esse nella città di Crotone, basta la notizia di Diodoro Siculo, che afferma avere Cilone contrapposto alla società pitagorica una «grande associazione» o sodalizio, di carattere senza dubbio popolare11. Ecco, dunque, dei veri club o associazioni politiche; e queste indipendenti dalla scuola, propriamente detta, di Pitagora.
Ai membri di codeste speciali associazioni pitagoriche, era dato (io credo) il nome dei «Fili» o degli «Amici», che venne a mutarsi dipoi nella denominazione di «Filosofi» quando, sciolta dalla violenza l’associazione dei pitagorici crotoniati, gl’individui si sparsero pel mondo greco, e propagarono altri centri di scuola e d’insegnamento unicamente di dottrine filosofiche e speculative.
La società degli «Amici» ebbe ordini interni e consuetudini proprie che da altre associazioni la distinguessero, come avviene di ogni corporazione. Ebbe probabilmente a giorni stabiliti, a date solennità come altri sodalizii, quei desinari in comune; onde emersero, io credo, le tradizioni delle sissitie pitagoriche. Ebbe tra i suoi dogmi fondamentali quello che «tutto sia comune tra gli Amici» dogma che dal senso simbolico e speciale fu, nel concetto degli interpreti, trasferito nel campo illimitato della comunità dei beni tra pitagorici12. Gli «Amici» siccome socii di un sodalizio o fratellanza, avevano il dovere di assistenza e soccorso scambievole; di qua anche poté avere origine il concetto degl’intenti settari attribuiti all’associazione stessa.
È nella natura di ogni associazione di forze vive il trasmettere l’azione propria al di fuori, nell’àmbilo che i suoi statuti le delineano. In ragione dell’energia di cui è dotata. L’associazione politica degli «Amici» composta, come era, di gente che appartenne al ceto più cospicuo della città, sotto l’indirizzo di un intelletto di primo ordine, informato ai più alti ideali speculativi civili e religiosi, non poteva non esercitare un’influenza, prevalente, sulle cose della città, sia nel periodo delle elezioni delle pubbliche magistrature, sia nelle discussioni dell’àgora, o dei processi giudiziarii, o nei pubblici consigli. Non terremo come vero che Pitagora per la grande autorità cui giunse, fosse stato invitato ad assumere la presidenza del governo crotoniate, e che egli rifiutasse; giacché (come osserva Grote) non è conforme ai costumi greci che uno straniero del carattere di Pitagora dirigesse di persona e apertamente gli affari pubblici di una città greca13. La notizia del resto è cenno di tardi eruditi. Ma l’influenza sua grande e del sodalizio pitagorico non può mettersi in dubbio, sì dentro sì fuori la città di Crotone14; basta a provarlo la storia dei fatti, onde emerse l’ultima guerra tra Sibari e Crotone; la diffusione dell’insegnamento e delle dottrine di Pitagora mediante l’infinito numero di suoi discepoli, per le città italiota della Magna Grecia; e i moti politici che si svolsero per queste città e contro i sodalizii de’ pitagorici, come diremo.
Un dotto tedesco, il Krische, investigando il carattere degl’istituti pitagorici, ne assomma tutto il contenuto nell’azione politica; e accentuando esclusivamente questa nota, viene alle conclusioni che giova di riferire, quantunque alcune non ci paiono del tutto provate.
«Lo scopo della Società — egli dice — fu puramente politico: intese a restituire nella primiera integrità sua la potestà agli ottimati decaduta, a rafforzarla ed estenderla. A cotesto supremo intento altri due si aggiungevano, l’uno d’indole morale, l’altro di carattere letterario. Pitagora intese a rendere i suoi discepoli buoni e probi cittadini; affinché giunti che fossero al governo della città, non abusassero della potestà per opprimere la plebe; e questa, fatta sicura che a quelli stessero a cuore i suoi vantaggi, restasse contenta dello stato suo. Poiché un buono e sapiente governo non può aversi se non da prudenza e da cultura d’intelletto. Pitagora stimò necessario lo studio della filosofia a coloro che intendono di mettere la mano al timone dello Stato»15.
Qui non parmi sia ben distinto l’insegnamento pubblico della scuola dalla società politica; che fu, negli ordini etico-politici, prevalente sì, ma non fu tutto. Ma non è distinto, né accennato ad un’altra faccia singolarissima dell’azione dell’uomo.
Eminenti critici moderni sono di avviso che
«i misteri dell’ordine pitagorico non ebbero un carattere unicamente politico; anzi dalle meno dubbie notizie si è invece licenziati a credere — conchiude il Ritter16 — che centro e nucleo dell’istituto pitagorico fosse un insegnamento religioso e mistico».
E il Grote, che non indulge o non si adagia volontieri alla leggenda pitagorica, pure non disdegnando le conclusioni del Krische, pensa che questi non tenga conto della influenza religiosa dell’istituto17.
Un ultimo e più largo espositore delle dottrine pitagoriche, lo Chaignet18, vuole si abbia a ritenere Pitagora innanzi tutto o sopratutto un riformatore religioso, non già solamente un riformatore della vita morale e politica delle società greco-italiote. Ma a prova sufficiente del suo concetto egli è obbligato di mettere sulla stessa riga tutte le notizie di ordine ascetico-religioso che si trovano sparse negli scrittori di varie e tarde età, per quanto o contradittorie o assurde o inesplicabili si fossero; pur confessando in precedenza che gli è impossibile di sceverare da coteste frammentarie notizie quello che appartenne a Pitagora e alla sua età, o quello dei tempi posteriori.
Per noi è fuori dubbio l’esistenza di quelli che dissero misteri pitagorici nella bassa Italia al secolo VI avanti Cristo. Nelle storie di Erodoto, che visse a Turii verso la metà del secolo V, s’incontrano queste parole che non consentono di dubitarne19:
«Gli Egizii non entrano nei loro tempii se abbiano in dosso vestiti di lane, né seppelliscono i loro morti in coverture di lana; sarebbe un’empietà. In ciò si comportano conformemente agli istituti orfici o bacchici che si dicano, e che sono gli stessi degli egizii e dei pitagorici. Per chi dei costoro misteri (orgion) è partecipe, sarebbe empietà seppellire il cadavere avvolto in vesti di lana; la religione loro lo divieta»20.
Qui è cenno di «orgie» e vuol dire «misteri sacri» orfici, bacchici e pitagorici, come di istituti conformi tra loro.
Due punti sono meno incerti dell’antica dottrina filosofica pitagorica, la dottrina cioè dei numeri, e quella della metempsicosi. Questo dogma pitagorico che afferma la successiva migrazione dello anime di corpo in corpo, a scopo di espiazione e di purificazione di colpe anteriori, è il presupposto ideale di tutte quelle associazioni mistiche che si dissero «misteri» nell’antichità greca, atteggiantisi appunto in riti, e simboli, e pratiche di purificazioni ed espiazioni. Coteste pratiche, se congiunte all’esercizio di una vita pura, conforme alle dottrine nei misteri insegnate, richiamavano, secondo le credenze degli iniziati, il favore del numi durante il corso della vita terrena, e risparmiavano, dopo morte, ai purificati dai riti mistici le ulteriori espiazioni e la vagabonda migrazione delle anime, che risiederebbero invece nelle sedi dei beati.
Gli è quindi del tutto naturale il legame di congiunzione tra l’insegnamento di Pitagora e le pratiche e i riti dei «misteri»; questi si ponno dire il complemento di quello; e l’uno svolgimento naturale dell’altro; non altrimenti che l’insegnamento del catechismo, nella scuola cristiana, si rispecchia e si compie nei riti solenni della chiesa stessa.
Or volgiamo l’attenzione ad un’altra serie di fatti e di tradizioni. E in prima, si consideri alla conformità tra i riti e dottrine di misteri orfici e quelli che sono detti «misteri» o istituti ascetici pitagorici; conformità, che, se non è intera e compiuta, non si può mettere in dubbio per molti riflessi, e per quel tanto che una materia, per sé stessa arcana può aver messo all’aperto. Tali, appunto, la dottrina fondamentale delle trasmigrazioni delle anime; l’astinenza da cibi animali; quella, più peculiare, dal cibo di fave; l’esclusione delle coverture di lana, tanto al cadavere da interrare, quanto, forse, anche alla persona degli iniziati; le abluzioni, le purificazioni, le regole di vita monastiche, e tutto il rituale simbolismo della dottrina stessa morale insegnata dai pitagorici. A queste conformità dànno luce o vigore alcune tradizioni che raccolsero da più antiche testimonianze i biografi pitagorici del II e III secolo avanti Cristo, le tradizioni, cioè, che di alcune jerologie orfiche, anzi di un intero poema orfico sia stato autore lo stesso Pitagora; e che questi sia stato iniziato ai misteri orfici dallo stesso gran sacerdote Aglaofamo, in Libeira.
Questi ultimi dati non hanno certezza di fatti storici; si può, anzi, contrapporre loro fatti meno incerti, che, cioè, autore delle scritture orfiche fu Onomàcrito, che visse, poco piu giovane di Pitagora, sotto i Pisistratidi. Ma se Pitagora non fu autore delle scritture orfiche fino a noi pervenute, è ritenuto che di esse furono autori tutta una serie di pitagorici, cioè Zopiro di Eraclea, Brontino di Metaponto e Cecrope.
Il nesso adunque tra l’orfismo e l’asceticismo pitagorico non pare potersi mettere in dubbio. La tradizione stessa, e della scuola pitagorica e degli orfeisti, lo conferma.
Or questa tradizione e questo nesso si spiega logicamente, a mio avviso, se considereremo Pitagora come colui che introdusse primo i misteri orfici nella bassa Italia.
È ben probabile vi apportasse egli qualche innovazione, conforme all’individualità prevalente di un intelletto superiore. E sia in ragione di questo peculiare aspetto, sia in grazia del gran nome di lui nelle città italiote, sia perché risoluzione venne primariamente da lui in quelle regioni, tutto questo può ben spiegare, perché si dissero «pitagorici» anziché orfici quegli istituti mistici, che il filosofo di Crotone venne propagando come di complemento e corona al suo insegnamento dottrinale. E niente troveremo d’innaturale, nella ulteriore evoluzione del fatto. Quando, cioè, i pitagorici furono dispersi e cacciati dall’Italia grecanica, e si sparsero, individui autorevoli o centro di puro insegnamento dottrinale, per la Grecia, il nome di «misteri pitagorici» che era prevalso nella bassa Italia, grazie alla autorità del nome del filosofo, cadde; e prevalse invece per la Grecia, il nome di «Orfici» ai «misteri» che per la Grecia non avevano a fondatore o introduttore Pitagora.
Questa era l’ultima faccia del poliedro pitagorico che si disse scuola, ovvero istituto, ovvero ordine pitagorico. Io la considero come la suprema espressione dell’azione complessa di Pitagora, nell’ordine intellettivo, politico e religioso delle società italiote.
Ma considero altresì come essenziale il concetto da noi più volte ripetuto, che non vi era ligame assoluto tra l’insegnamento della scuola, l’associazione politica crotoniate e l’iniziazione ai sodalizii mistico-religiosi.
Non era di necessità che il discente all’insegnamento dottrinale facesse parte, come anello necessario di unica catena, s’ della Società politica crotoniate, sì della comunione orfico-pitagorica. Se tra le tre parti dell’azione pitagorica si vuole ammettere un ligame necessario, s’intoppa in contraddizioni che non si ha modo di spiegarle; non ammessa la necessità del ligame, la storia troverà nel suo cammino minori incongruenze.
Non ammesso cotesto vincolo, potrà spiegarsi come avvenne, che la società politica pitagorica, sciolta e dispersa che fu per le città italiote, poté nondimeno vivere liberamente, e per lungo periodo di tempo, come scuola d’insegnamento dottrinale e di ascetismo; diffondendosi non solo per la Grecia e per la Sicilia, ma per le stesse città italiote. Si potrà spiegare più pienamente e naturalmente la distinzione, che parrebbe fondamentale, tra discepoli e ascoltatori exoterici, e discepoli o adepti esoterici: duplice grado e duplice dottrina, che per scuola è assurdo, e potrebbe avero un senso unicamente nelle compagini di associazioni politiche segrete, congiurate contro ai governi costituiti; e tale in Crotone non fu l’associazione pitagorica. Quel duplice grado, quel duplice insegnamento avrà un significato naturale nel solo caso, si riferisce l’exoterico agli uditori della scuola e l’esoterico agli iniziati del misteri orfici. Si spiegherà il senso e il carattere di quella che fu detta «vita pitagorica» nelle sue pratiche ascetiche e mistiche; proprie agli iniziati ai misteri, ma non obbligatorie ai pitagorici unicamente detti. Come, infatti, mettere d’accordo l’azione politica dei membri dei sodalizii attuosi di Crotone o Metaponto o Locri con la vita ascetica, di contemplazione, di abnegazione del sodalizio religioso? Come mettere d’accordo il regime della «vita pitagorica» che era di astinenze e di cibi unicamente vegetali, con la storia, per esempio, di Milone, uno dei precipui pitagorici, uomo di guerra e atleta famoso che ingozza, diceva la fama, lui solo tutto il bue che egli ha portato sulle spalle per gioco? Come concordare la vita in comune tra i pitagorici che avevano famiglia propria? E il famoso ipse dixit non prende un significato adeguato piuttosto in relazione al maestro, capo e istitutore di un sodalizio mistico-religioso, anziché di un insegnamento di dottrine scientifiche? E, per finire, la notizia delle tante donne che si dissero affigliate alle società pitagoriche, troverà migliore spiegazione se si distingue, nel complesso degli istituti, quello si appartenne ai misteri, a cui le donne, pei costumi della vita greca, erano ammesse; senza però voler negare del tutto che la moglie o la figlia di alcun pitagorico avesse potuto aderire, discepola, o uditrice, o consocia, all’insegnamento del grande e venerato maestro.
Fra questi limiti e con i chiarimenti che siamo venuti esponendo, pare a noi men dubbia e meno inviscerata alla leggenda la storia del Pitagorismo e di Pitagora nelle città greche della bassa Italia, al secolo VI a.C.
Resta ormai di esporre le ultime vicende del famoso istituto.
Declinando il secolo VI a.C. l’istituto fu violentemente disperso. Varie le cause che ne assegnano; ma piccole e insufficienti, se esse si restringono all’odio di quel Cilone, demagogo crotoniate, che, a vendetta di non essere stato accolto nella società pitagorica, aizzò il popolo contro di essi, e il popolo, subbollendo a violenze di sangue, arse e distrusse i collegi pitagorici. Occasione allo scoppio dell’ira popolare fu (altri riferiscono) che gli oligarchi del governo di Crotone non permisero che le terre della distrutta Sibari si ripartissero al popolo21. E Cilone spinge il popolo esasperato dal rifiuto contro la Società dei Pitagorici, che era l’animo e la mente della parte conservatrice della città. Essi vengono stretti ed assaliti nella sede ordinaria dei loro convegni che era presso il tempio di Apollo, ovvero, secondo altri, nella stessa casa di Milone, autorevolissimo tra i cittadini e tra i Pitagorici. Le plebi democratiche mettono il fuoco allo edifizio: e gli «Amici» vi restano arsi o soffocati, meno due o tre soli dei sessanta ivi raccolti. Che Pitagora non vi perisse anch’egli, affermano i più; ma non tutti, meno storici che narratori del fatto: egli era lontano dalla città, secondo taluni; secondo tal altri, scampò con i due soli superstiti, che furono Archippo e Liside, ovvero Liside e Filolao. Ma se la storia attesterà che Liside e Filolao vissero un secolo dopo Pitagora, la leggenda dice invece che scamparono, proprio allora, dalle furie democratiche: e Liside andò in Grecia; Filolao tra i Lucani; e Pitagora, cercando ospizio a Caulonia, a Locri, a Taranto, e non accolto che a malincuore, volge, infine, i passi a Metaponto; e qui si lascia morire di fame, secondo la tradizione dei più, o muore di stenti e di miseria, secondo Tetze, che è però tardo richieggiatore del fatto. Certo è che Metaponto tenne ad onore l’aver dato ultimo albergo al grande ospite; e ne mostrò riverente, ai tardi visitatori, le case che lo accolsero. Riterremo adunque, con i più, che qui visse il gran vecchio gli ultimi anni della sua vita, e vi morì di vecchiezza.
Plutarco narra che l’odio dei Ciloniani perseguitò Pitagora fino a Metaponto, ove accadde l’incendio delle sedi pitagoriche, che i più dicono invece a Crotone. Gli è manifesta duplicazione dello stesso fatto, secondo il non insolito strabismo delle leggende, schive di ogni limite di spazio o di tempo; ma la variante plutarchiana può significare e significa questo, che i moti democratici contro gli ordini e i governi aristocratici si diffusero e riecheggiarono, allo scoppio di Crotone, anche altrove, anche a Metaponto. perché è nel carattere dei moti popolari di essere contagiosi. Quando la materia infiammabile è da tempo raccolta, l’incendio si propaga come per riga preparata di polvere.
Nelle città achee italiote era vecchia e latente gara tra i vari ordini della città, tra popolari ed ottimati.
A Sibari, come già fu visto, la democrazia vince con Teli, rovesciata la parte degli ottimati, e degenera in quella furibonda oclocrazia che seppellisce la patria e sé stessa. A Crotone, dopo il demagogo Cilone, vengono ricordati da una parte i nomi di Ippaso, di Diodoro e di Taigete, che agitano il popolo per ottenere riforme delle leggi, e vuol dire della costituzione della città; e dall’altro Demodoce e Metone, che a capo degli ottimati, tenevano testa alla marea democratica irrompente. La quale però (a notizie di Giamblico) non tarda a far breccia negli ordini chiusi dello Stato: gli ottimati cedono in parte; e la fazione popolare ottiene allora che i magistrati vengano al pubblico sindacato degli atti loro; e che anche le classi popolari acquistino dritto all’esercizio delle superiori magistrature delle città, tra limiti e condizioni che ci sono ignote, ma di certo profondamente modificatrici degli ordini statuali.
Analoghi moti accaddero nelle altre città della Magna Grecia, come si sa da Polibio; il quale accennando ai violenti disordini contro i sodalizi pitagorici, ci dà diritto ad inferirne che fu moto generale e profondo delle democrazie italiote contro i governi aristocratici; e ci dà diritto a supporre che l’antico contrasto delle varie parti della cittadinanza si mutò in lotta e in guerra civile, appena un fatto politico più alto, sollevò gli animi da un lato, e lo depresse dall’altro.
I moti pitagorici di Crotone e di Metaponto accaddero, secondo la maggior parte degli scrittori, verso il 504 a.C. Si dirà meglio, a mio avviso, se si assegnino al periodo tra il 509 e il 500; perché i fatti non comportano più precisi limiti.
Ora codesto periodo di tempo coincide con i moti della popolazione achea, che scosse in Atene il governo dei Pisistratidi e iniziò quelle riforme di Clistene, che fu riforma profonda della costituzione ateniese, onde derivarono gli inizii del governo democratico22.
Questi profondi rivolgimenti degli ordini statuali della madre patria, che aprirono la via agli ordinamenti democratici di una città, che era la più illustre del mondo greco, riecheggiarono tra le città filiali della stessa stirpe sulle coste italiche; e produssero somiglianti rivolgimenti, effetti somiglianti; di cui non restò che un episodio più ricordato e più degno di fama la persecuzione delle società pitagoriche per le città della Magna Grecia. Le vicende della lotta e il tempo trascorso finché le ire e le passioni non quetarono, non è dato di determinare per difetto di notizie. Ma come ebbero termine, e come si sciolsero le difficoltà interne di tutte quelle città che la democrazia aveva esasperate, si trova accennato da Polibio; e le sue parole giova di riferirle, perché sono parte della storia nostra:
«A quei tempi — egli dice23 — e in quella parte d’Italia che era detta la Magna Grecia, avvennero incendii di sodalizi24 dei Pitagorici, e in quel gravissimo perturbamento, che divampò in un medesimo tempo per quelle città, esse perderono nell’inopinato moto i capi della cosa pubblica, e le città di greche origini si empirono di ogni sorta strage, sedizioni e tumulti. Allora da ogni parte di Grecia vennero legati a conciliare (i partiti) alla pace: ma quelle città non s’inchinarono che ai consigli ed alla fiducia del solo popolo degli Achei. Poi non passò guari, e vennero nel comune consiglio di imitare gli ordini del governo degli Achei: e prima i Crotoniati, i Sibariti25, e i Cauloniti si accordarono di elevare un tempio a Giove Omario, come luogo destinato alle federali riunioni pei pubblici Consigli. Quindi accettarono leggi ed usanze degli Achei negli ordinamenti della cosa pubblica;… e questi durarono fino alle mutate condizioni di cose surte dall’imperio di Dionigi Siracusano, e dalla prevalente pressura dei barbari (Lucani) loro d’intorno»26.
Ritornata la pace pubblica dopo l’intervento acheo, le parti politiche, già trasformate dal tempo, vengono, come pare, in accordi, poiché rientrarono dal bando quelli che dissero oligarchici e rientrarono (sono espressamente nominati) anche i Pitagorici. Ma i Pitagorici, verso la metà del V secolo, non erano più un partito politico; non era più l’associazione degli «Amici» o «Fili». Tornarono individui, non società o partiti: il tempo, gli eventi, il nuovo moto delle cose avevano dovuto mutare, o modificare lo antico credo politico pitagorico.
Qui finisco la storia del Pitagorismo italico come società ed ordine politico: ma continua, o ricomincia la storia sua come scuola filosofica e come istituto mistico-ascetico. Per quest’ultimo lato, perduta ogni nota, propria o speciale a Pitagora, si fuse e confuse nei misteri orfici: la duplice corrente si raccolse in un tetto, prese unico nome, o riprese l’antico; ed a provare l’identità, o la medesimezza loro continuarono i filosofi pitagorici a scrivere versi e trattati sacri di dottrine orfiche, sia col nome di Orfeo, sia dello stesso Pitagora.
La scuola filosofica, dopo la dispersione violenta del primi pitagorici, si sparse e ramificò pel mondo greco27; e ne fu aiutata l’espansione dalla stessa diffusione dei misteri orfici. Diogene Laerzio avrebbe dato alla «scuola pitagorica» la durata incredibile di diciannove generazioni: e pure accettando la emendazione del Menagio al testo manifestamente corrotto del biografo, resterebbe un periodo di nove o dieci generazioni, che vuol dire un periodo di tre secoli circa. Gli è forse di troppo? — Ma se si vuol credere piuttosto ad Aristosseno che attesta aver egli conosciuti gli ultimi rappresentanti della filosofìa pitagorica, nelle persone di Senofilo di Calcide e di Fintone, Echerate, Diocre e Palimnesto, tutti di Glisente e discepoli di Filolao; poiché Aristosseno fu discepolo di Aristotile che morì nel 301 a.C., avremmo, dunque, per la durata della scuola pitagorica, dalla vita del fondatore in poi, un periodo d’intorno a due secoli.
Se quanto alla diffusione della scuola pitagorica appaiono evidenti le invenzioni, non è minore esagerazione nel numero dei discepoli, che le darebbero un’ampiezza (a giudizio del Ritter) incredibile. Alla esagerazione del numero contribuì tanto la confusione tra adepti ai misteri orfico-pitagorici e aderenti alla scuola filosofica; quanto la assai facile coufusione tra filosofo «italico» cioè nato in Italia, e filosofo della «scuola italica» o pitagorica, che è ben diverso. Si aggiunga la vanità delle sette religiose o politiche che siano, e la vanità, se non l’impostura, dei tardi neopitagorici.
La storia della scuola pitagorica prende i lineamenti di una qualche certezza non prima dei tempi di Socrate. A Socrate fu contemporaneo Filolao; e questi è, secondo la tradizione accettata, il primo che abbia messo in iscritto le dottrine della scuola pitagorica. De’ suoi scritti rimangono frammenti, che ormai presso che tutti i dotti ritengono come le uniche autentiche reliquie tra tante altre che si dicono pitagoriche. Al nome di Filolao fa corona una pleiade di altri nomi, che concentrano, quasi da soli, lo splendore della scuola pitagorica, e si chiamarono Liside, Clinia, Eurito, Archita. Furono contemporanei o quasi di Filolao; e di lui furono discepoli anche Simmia e Cebete, prima di passare alla scuola di Socrate.
Quanto a Liside, egli, vecchio, fu maestro ad Epaminonda; e ciò basterebbe: ma aggiungeremo che da molti è ritenuta come opera di lui quel famoso catechismo de’ sodalizii pitagorici che sono i Versi d’oro, interpolati per vero da scrittori di più tarda età. Archita, massimo come uomo di Stalo e sapiente, insegnò per la Grecia pria di venire a Taranto, sua patria. Qui governò la cosa pubblica e fu stratego nove volte, e nove volte attaccò la vittoria al suo carro: scrisse, forse, di agricoltura, di musica, di meccanica; ma certo di filosofia; e le reliquie delle sue scritture filosofiche vanno oggi tra le meno incerte dei pitagorici.
Fra tanto splendore persiste l’oscurità intorno alle notizie di loro vita, che noi interesserebbero più da vicino. Filolao gli è dubbio se fosse nato a Taranto, o Crotone: visse per la Grecia a Tebe; e poi, gli ultimi anni di sua vita, ad Eraclea di Lucania. Ad Eraclea stessa visse Clinia; ma è dubbio se nacque a Taranto. Eurito visse a Metaponto; e lo si fa nato a Taranto, o a Crotone o piuttosto a Metaponto stesso. Tutte queste dubbiezze mostrano che le notizie delle cose pitagoriche furono raccolte dalla tradizione orale, unicamente.
I nomi degli aderenti, discepoli o seguaci, della scuola pitagorica sono, negli antichi scrittori delle cose pitagoriche, infiniti. Restringendomi alla Magna Grecia, si trovano annoverati ventinove nomi di Pitagorici Crotoniati; non meno di ventotto Metapontini; ventisei di Taranto; otto di Locri; cinque di Caulonia; dodici di Reggio; sette di Posidonia; ed anche da Sibari, dodici28. Sono inoltre riferiti come Lucani e Pitagorici Ocello ed Ocilo, fratelli, Oresandro, Cerambo, Dardaneo, Malia, Aresa e Polo; ai quali si vuole aggiungere Bindace, sorella di Ocello. Non tengo conto di Eccello, perché storpiatura di Ocello. Di Polo si ha un frammento sulla Giustizia presso Stobeo. Aresa sarebbe stato il capo della Scuola pitagorica dopo di Pitagora, e tra’ primissimi discepoli di lui, perché scampato, secondo alcuni, dalle stragi crotoniati; altri Invece lo ascrive alla seconda generazione dei Pitagorici. Di Ocello, è d’uopo parlarne separatamente, e lo faremo qui appresso.
Della credibilità di codesti dati numerici e dell’epoca dell’esistenza, contemporanea o successiva, di cotesti pitagorici non discuteremo. Abbiamo voluto raccoglierne, in complesso, il dato statistico, unicamente perché serva di elemento al giudizio sulla larga cultura, dal V secolo in poi, di questo ultimo lembo della penisola che fu ai Romani la Magna Grecia.
NOTE
1. In SAN TOMMASO, Metaf. I, 7. si legge che era nato in Samo, vicino Locri, che gli scrittori calabresi dicono corrisponda a Crepacore (ap. Antonini, 537). Di qui il libro del signor Macri Discussione istorico-critica sulla patria di Pitagora. Napoli, 1831.
2. Anche nato in Lucania fu detto, o forse perché nato in Metaponto (secondo un antico innominato presso Porfirio), o forse perché confuso con un Pitagora di Laconia, a cui accenna Plutarco (Numa, 1).
3. «Le compilazioni di Porfirio e di Giamblico, copiate su gran numero di autori, contengono — dice il GROTE — tra alcuni fatti senza dubbio veri, un confuso ammasso di notizie o incredibili, o non provate. Anche Aristosseno e Dicearco, migliori fonti, non vissero che un due secoli dopo Pitagora. Meiners ha maestrevolmente esaminato e giudicato la credibilità delle fonti, cui attinsero Porfirio e Giamblico, benché egli esageri i meriti e gli influssi dei primi Pitagorici, e dia troppa fede, in generale, ad Aristosseno. Il giudizio di Meiners su Porfirio e Giamblico è severo, ma giustificato…» GROTE, Storia della Grecia, vol. VI, c. 6, p. 288, in nota.
4. Si ritiene dai più (ma per computi approssimativi) che fosse nato nell’Olimpiade 49 (a.C. 584); fosse venuto in Italia nell’Ol. 59 (544); e morto nell’Ol. 69 (an. 504).
Tutte le testimonianze, infinite, delle cose e delle leggende di Pitagora e Pitagorici si possono vedere raccolte e discusse nelle note de La Philosophie des Grecs, par E. ZELLER (trad. francese, 1877. Paris vol. I).
5. È supposizione del GROTE.
6. Lo Zeller è di avviso che l’elemento scientifico-filosofico della concezione pitagorica sia posteriore a Pitagora, e straniero ai di lui intendimenti personali e al di lui disegno primitivo che era del tutto pratico (La filosof. dei Greci, I, 303).
In Italia, cominciando dal Vico, secondo il qualo il filosofo greco invece di fondatore doveva chiamarsi seguace della scuola italica, si pervenne all’autore del Primato, pel quale Pitagora è nostrale anziché greco, e nudrito della vecchia sapienza dorica, estrusca e pelasgica. (Conf. Nota di L. FERRI, Accad. Lincei, vol. VI, 1890).
Augusto Conti (seguendo il Romagnosi) volle sostenere (Storia della filosofia, I, Iez. XIII: prima edizione), che il «Pitagoresimo» come filosofia era nato in Italia anteriormente a Pitagora. — Scorie di patriottismo! di cui l’età presente si è liberata.
7. CANTÙ, Storia d’Italia, I, cap. IX.
8. Conf. GROTE, Storia della Grecia (pag. 260, vol. VI, c. VI) che dice:
«Le società politiche, con membri giurati sotto una forma o sotto un’altra, erano un fenomeno costante nelle città greche».
Grote stesso le indica pare col nome di Club politici, che erano numerosi, notorii e potenti.
9. Ecco il passo di Tucidide (lib. VII, 5), che giova di riferire nelle parole del suo ultimo recente interprete latino, giacché in certe traduzioni italiane che ho sott’occhi (quella, per esempio, del canonico F. Boni, Torino, 1854) il senso è frainteso:
«Pisander quidem et conspirationes (ξὺνομοστιας)9a quae prius in urbe erant judiciorum et magistratuum causa, omnes adiit; et adhortatus est, ut in unum conjuncti et consilio communiter inito, popularem statum tollerent». Traduzione latina di F. Haasii, nella edizione Didot, Parissi, 1862.
9a. ξὺνομοστας da ὄμνυμι juro, jurejurando affirmo, e ξύν, attice pro σύν, simul. — Non ho visto il libro di HULLMANN, De Athenensium Xynomosia.
10. SCHOEMANN, Antichità greche, II, 63; III, 450.
11. DIODORO, Fragm. lib. X (nel vol. IV, pag. 261 della traduzione di F. Hoefer, Paris, 1846; ed a pag. 556 degli Excerpta de virtutis et vitiis). Cilone, escluso dalla società pitagorica,
«non potendo sopportare questo affronto, si dichiarò inimico di tutta la setta, formò una grande associazione (ἐταιρειαν μεγάλην) contro di quella, e non cessò di farle guerra con i detti e con i fatti».
12. RITTER, Stor. della filos., suppone che l’obbligo di contribuire, a eguale scotto, allo sissitie o desinari in comune, poté, forse, darà origino alla tradizione, del resto insecura, della comunione dei beni.
E ZELLER dice: «Ciò che raccontano scrittori recenti (cioè dopo l’apparizione del neopitagorismo) sulla comunione de’ beni, è certamente favoloso» (La philosoph. des Grecs, I, 320, 311).
13. GROTE, Op. cit., vol. VI, c. 6, p. 261.
14. Un’eco ultima, benché ingrandita dalla stessa lontananza, è di queste parole di Cicerone (Tuscul. I, 16):
Tenuit Magnam illam illama Græciam tum honore disciplinae, tum auctoritate. E inoltre (Ibid. V, 4): exornavit eam Græciam et privatim et publice præstantissimis et institutis et artibus.
Chi disse, tra l’altro, che Pitagora diede leggi e costituzioni a paracchie città italiche (che non si indicano), forse volle intendere delle leggi di Zaleuco e di Caronda, che asserirono discepoli di lui, e non fu, perché vissero, tra la penombra della leggenda e della storia, un qualche secolo prima di lui. Più determinatamente Diogene Laerzio scrisse che Pitagora introdusse i pesi e le misure nella Grecia, e forse volle intendere la Magna Grecia; ma è lecito dubitare chi pensi a qual grado di floridezza era giunta Sibari alla metà del secolo VI avanti Cristo, cioè prima di Pitagora. Recentemente lo Chaignet (di cui appresso) interpretando il concetto del Laerzio, pensa che si trattasse dell’introduzione nella bassa Italia del sistema eginetico o dorico de’ pesi e misure: ma se questo sistema potesse, per analogia, ammettersi per le città siculo-italiote di origine calcidica, manca l’analogia per le achee della Magna Grecia, ove visse Pitagora.
Alla speciale notizia del Laerzio credo si riattacchi l’opinione di quei moderni che, dall’uniformità del sistema monetario delle incuse presso le città achee-italiote argomentando ad una Iega monetaria tra esse, ne riferirono l’origine o il vanto all’autorità di Pitagora: tarda rifioritura della leggenda pitagorica.
15. KRISCHE, De societate a Pythagora in urbe Crotoniatarum condita, commentatio. Gottinga, 1831, p. 101.
16. Storia della filosofia antica, vol. I. Iib. IV, c. I.
17. Op. cit. vol. VI, c. 6.
18. A. ED. CHAIGNET, Pythagore et la philosophie pythagoricienne. Paris, 1878, vol. 2.
19. Lib. II, § LXXXI.
20. Non sarà inopportuno di riportare qui la interpretazione del testo secondo la edizione curata da G. Dindorff (per Didot, Paris, 1862) ove si legge:
Nec vero templa ingrediuntur cum laneis amiculis, nec his induti sepeliuntur: nefas est enim. Qui mos congruit cum Orphicis quae vocantur et Bacchicis institutis; quae sunt eadem Aegyptiaca et Pythagorica. Nam qui horum sacrorum (orgion) est perticeps, eum nefas est in laneis vestimentis sepeliri: cuius rei sacra quaedam redditur ratio.
21. Cotesto si trova in Giamblico; ma GROTE osserva: «Se così fosse stato davvero, la disruzione dei Pitagorici avrebbe partorito, naturalmente, la divisione e la occupazione permanerne del territorio di Sibari, ciò che non fu; perché Sibari restò senza possessori che vi risiedessero, fino alla fondazione di Turii». Op. cit., VI, c. 6, pag. 266, in nota.
22. L’osservazione fu fatta dallo CHAIGNET, nell’Op. cit. della Philosoph. pythagor.
23. Nello storico la indicazione del tempo non è determinata. «Heyne — dice Grote — crede che l’accordo, di cui più sotto fa cenno Polibio, ebbe luogo nell’Olimp. 83ª (= 458) o, a vero dire, dopo la fondazione di Turii sul posto di Sibari (Op. Acad., II, Prol. X, 189): ma è difficile poter credere che lo stato di commozione violenta (sedato poi, secondo Polibio, da cotesti accordi) possa aver durato un mezzo secolo; ammessa, per la caduta dei Pitagorici, la data del 504 avanti Cristo…» — GROTE, Op. cit., VI, c. 6, 275, in nota.
24. Τα συνέδρια.
25. Lo stesso Grote dice «imbarazzante» questo accenno a Sibari, che, secondo la storia ricevuta, fu distrutta nel 510. «Parrebbe (egli osserva) che Polibio intenda la storia di Sibari ben altrimenti che essa non si narri comunemente». E conclude: «Le autorità da lui, Polibio, seguite per la storia greca del V secolo avanti Cristo non sono quelle a noi note» (Vol. VI, 6).
26. POLIBIO, lib. II, § 39.
27. Lo ZELLER dice:
«Dopo la dispersione delle associazioni pitagoriche e per questa dispersione Ia filosofia pitagorica fu conosciuta nella Grecia propria. Le orgie (o misteri) Pitagoriche vi erano arrivate anche prima: e non mancarono pensatori isolati che ne conobbero le dottrine filosofiche, ma solamente a questa si à notizia di scritti pitagorici, e di pitagorici viventi fuori d’Italia». — Op. cit. p. I, 237.
28. Ap. STANLEY, Hist. Philosoph.