CAPITOLO XV
I LUCANI NELLE GUERRE CONTRO LE CITTÀ ITALIOTE E NELLE GUERRE TRA IL SANNIO E ROMA 1
Torniamo a’ Lucani. La secessione dei Bruzii da’ Lucani alla metà del IV secolo a.C., e il costituirsi a Stato di questa novella gente pel gran dorso del groppo silano in giù verso lo stretto siculo, troncò l’espandersi de’ Lucani per la penisola bruzia; e fece sì che s’indirigesse ad altri obiettivi l’attività loro. Da quel tempo in poi si volsero contro ai possedimenti delle città greche poste sul golfo di Taranto, poiché erano già in loro dominio tutte o quasi tutte le città sul golfo di Posidonia, al mar Tirreno.
Come avvenuta breve tempo prima della battaglia di Cheronea, che fu nel 338 a.C., Diodoro Siculo fa parola2 di una guerra de’ Lucani contro la città di Taranto. È probabile che essi, prima di spingersi fino a Taranto, già avessero fatto punta contro di Metaponto, più prossima ai loro confini, e, di certo, meno potente se non meno ricca di Taranto. Se giunsero ad impadronirsene fin da quel tempo, non lo affermo; ma è molto probabile che, sia per gli attacchi contro Metaponto, sia contro Eraclea in dipendenza più diretta di Taranto, ebbero a sorgere le ragioni delle ostilità dei Lucani con i Tarantini.
Taranto, città marinara e commerciante, se ebbe nerbo di flotte e di ricchezze maravigliose, non ebbe esercito di terra; e tutta la sua storia mostra che trovasse più proficuo o più cauto il ricorrere, nei momenti di grandi strettezze sue, ad assoldare eserciti di mercenarii e soldati di ventura, anziché creare un esercito stabile contro i nemici di terra ferma: temeva i tiranni militari domestici, come per le città greche di Sicilia. Aveva naturali inimici, da un lato, i Messapi: ora venivano in campo i Lucani. In quel frangente «chiese soccorso — dice Diodoro — ai Lacedemoni donde ebbe origine; e questi lo concessero volentieri, in considerazione dell’antica parentela», come dice lo storico, o piuttosto per quegli intenti di egemonia, che Sparta ambiva sulla nazione greca. «Sparta adunque, riunì prontamente un esercito ed un’armata; e vi mise a capo Archidamo»; che era uno dei due re dei Lacedemoni, e per costumi e spiriti militari lodato. Archidamo, dopo aver vinto non so che fazione di guerra nell’isola di Creta, «venne in Italia; portò soccorso a’ Tarantini, ma cadde gloriosamente (dice Diodoro) in un combattimento; e non guari dopo, tutti i suoi mercenarii furono tagliati a pezzi dai Lucani»3. La battaglia così funesta ad Archidamo accadde, se si vuol credere a Plutarco, proprio lo stesso giorno della battaglia famosa di Cheronea (a.C. 338); ed ebbe luogo probabilmente4 presso la città di Manduria. Rimangono ignoti i risultamenti politici che ne trassero i vincitori.
Nella bassa Italia era cominciato da qualche tempo un movimento di spinta, di pressioni guerresche tra quelle genti, che i Greci ai loro confini dicevano «barbari» (ed erano di certo meno civili di loro), e i possedimenti della Ellenia italiota. Se i Lucani e i Bruzii premevano sulle città costiere del Jonio e del Tirreno, i Messapi, di cui poco è noto, premevano dal canto loro contro le città greche della penisola salentina. E intanto i Romani dal Tevere facevano punta di anno in anno contro le popolazioni all’oriente del Tevere stesso. Era egli semplice rigoglio di forze giovanili in quei «barbari» tratti allo splendore o spinti alla cupidigia delle ricchezze elleniche? O gli era anche il pullulare di un concetto politico più alto e segreto di qualche popolo prossimo a loro? — I «barbari» dunque ribollivano da tutte parli contro le città greche della costa; e queste, disunite, senza nerbo di esercito stabile, con instabili governi e torbidi umori interni separatisti, piegavano e cadevano.
La rotta di Archidamo non poté se non accrescere le strette dei Lucani contro Taranto; la quale, non potendo oltre resistere ai «barbari» collegati ai suoi confini, dopo pochi anni ricorre di nuovo a nuovo esercito di mercenarii. I Lucani e i Messapi pare agissero secondo un disegno comune; era dunque lega tra loro; e che alla lega accedessero anche i Bruzii, è manifesto da che la guerra che ne seguì ebbe grande sviluppo nella regione dei Bruzii più che tra’ monti lucani: ma non è del pari manifesto per noi quale interesse avessero i Bruzii della regione silana contro la non prossima città di Taranto. Erano, forse, ancora in qualche dipendenza dai Lucani? La storia non lo dice.
Taranto adunque ricorre di aiuto ad Alessandro Epirota, Re de’ Molossi, che era zio e cognato allo stesso tempo di Alessandro il Grande. Ed egli arriva in Italia verso l’anno di Roma 422, che è 6 il 332 a.C.5.
Fu detto che egli venisse col segreto pensiero di crearsi un regno in Italia; ed è probabile; già suo nipote riempiva il mondo della sua fama, portando i confini del regno macedonico fino all’ultima Asia. Ma se il grande Macedone trovò a debellare in Asia femmine piuttosto che soldati (come disse amaramente lo zio, combattuto in Italia), questi si trovò di fronte a gente maschia, valorosa ed energica, che volse diversamente i destini della storia. Però l’impresa sua non fu soltanto d’impeti audaci di un capitano di ventura; si sorresse anche alle industrie della diplomazia, fece lega coi Pediculi, che erano inimici e contermini a’ Messapi; strinse patti con la città di Metaponto, mandò ambasceria ai Romani, che combattenti nella bassa Italia contro i Sanniti, potevano riuscire di accordo favorevoli alle operazioni guerresche di lui contro le genti di razze sabelliche. Suscitò nuovi antagonismi, e degli antichi dissidi abilmente profittò, tra le città e tra i partiti della federazione lucana; giacché è risaputo che nell’esercito di lui era un nucleo di Lucani che sono detti sbanditi, e questi sarebbero appunto i secessionisti dalla federazione, messi al bando, come è naturale, dal governo della gente lucana.
È particolarmente, ricordato dell’indirizzo politico suo il fatto memorabile che tramutasse a Turii, dalla città di Eraclea ove prima avevano luogo, la sede delle assemblee delle città greche italiote; e ciò, come fu detto, per allontanare dall’eminente dei pubblici comizii le influenze tarantine prevalenti nella dipendente città di Eraclea.
Non è una delle perdite più deplorevoli dell’antica storia della Magna Grecia, questa oscurità intorno alle relazioni federative delle varie città di esse.
Stato propriamente ed essenzialmente federativo non fu mai quel tratto di paese che ebbe poi dagli italici il nome di Magna Grecia. Né gli scrittori antichi lo dicono o lo fanno arguire; né la natura stessa delle cose, e, vuol dire, le diversità di origini, di razze, di età, d’interessi di quelle popolazioni elleniche avrebbero consentito ad un ordinamento federativo di regola, che, innanzi tutto, richiede identità di razza. La Magna Grecia, come la Grecia madre non fu che un’accolta di città o popoli, autonome ciascuna, soventi inimiche, sempre tra loro rivali ed emule. Sopravvenendo grandi pericoli esterni che minacciassero vitali interessi di due o più di codesti popoli o città, era natural cosa che essi si accontassero in un accordo, in una lega che durasse fin quando cessasse il pericolo. È probabile che in un gruppo di città più prossime e autonome, ma non di eguale importanza, si stringesse un qualche accordo di interessi comuni a difesa sia d’interessi commerciali, sia d’indipendenza; con prevalenza manifesta di una di quello città, come capo della lega, sull’altra. È probabile che ai tempi di Archita6, stratego in Taranto, alcune di codeste parziali leghe abbia potuto essere stretta tra le città greco-italiche del golfo tarantino. E in questo senso, limitato per luogo e per tempo, può ammettersi che si adunassero in Eraclea, città in protettorato di Taranto, i solenni concilii delle città collegate, di cui è parola in Strabone7. Non parmi si possa ragionevolmente allargare il concetto di coteste leghe; tenuto conto delle diversità di razze e di origini di quella gente e degli interessi non perdurantemente concordi delle une dalle altre città. Quando i Lucani, d’accordo con Dionigi di Siracusa, oppugnavano le città greco-italiote della penisola bruzia, queste allora si collegarono a difesa comune contro il comune pericolo. E quando, intorno a questi tempi, Messapi e Lucani irruppero di accordo contro lo stato di Taranto, è ben probabile che sorgesse allora contro di essi una concorde lega tra le città del golfo tarantino; è probabile che queste fossero appunto Metaponto, Eraclea, Pandosia, forse Tebe, Lagaria, Turii, nonché Taranto. Questa lega ebbe i suoi concilii federali ad Eraclea, che era punto centrale ai greci delle città d’intorno8.
Lo sviluppo delle operazioni guerresche del Molosso si protrasse nella bassa Italia per circa otto anni; nei quali gli interessi si aggrovigliarono e sursero antagonismi inaspettati.
I Tarantini avevano creduto di comprare la spada di un soldato di ventura; temettero invece di essersi messi in casa un pretendente. Ben presto il poco accordo tra Alessandro e i Tarantini scoppiò in aperta rottura che finì in guerra; se questo significhi (come pare manifesto) l’accenno di Livio, che egli prese, tra altre città, anche «Eraclea dei Tarantini»9. E di qua, sia dissidio profondo, sia guerra aperta tra Taranto e il Re dei Molossi suo condottiero, che faceva interessi e politica propria come i tanti condottieri delle città italiane dei secoli XIV e XV si spiegherebbe il fatto del tramutamento dei pubblici concilii della lega da Eraclea a Turii. Qui, nella regione turiese, sulle rive di un suo fiume, che erratamente è detto Acalandro nelle carte di Strabone, Alessandro fece circondare di opere opportune alle comodità e alla difesa i luoghi dell’assemblea; e proseguì la guerra10.
I Lucani trassero dalla loro parte i Sanniti; i quali già sospetti ed avversi allo espandersi di Roma da un lato, non potevano assistere senza sospetto al crescere di potenza di una città o di un re, dall’altro lato. Si strinsero in lega; e gli uniti eserciti loro vennero a giornata con le falangi di Alessandro nelle campagne intorno a Posidonia. In questa città, che egli già aveva presa ai Lucani, si trovava con l’esercito il re; onde è dato arguire che avesse attraversata, se non tutta sottomessa, la regione interna lucana, dal mar Jonio al Tirreno11. Nella battaglia di Posidonia furono vinti i Lucano-Sanniti12; e il Molosso poté spingere l’esercito suo, per la più corta via della spiaggia tirrena, verso le terre poste oltre il fiume Lao, che erano ancora in dominio dei Lucani, poiché Cosenza era ancora una loro città. Scorrendo il paese e guerreggiando, è ricordato che prese Terina ai Bruzii e Ipponio13 sulla spiaggia tirrena; quindi risalendo ai monti prese Cosenza ai Lucani ed altre città di nome ignote. Infine accampò presso Pandosia.
A Pandosia avvenne la battaglia, memorabile alla storia nostra, nella quale Alessandro fu morto. Lasciamo che la parola di Livio narri le vicende del fatto:
«Trovandosi il Re non molto discosto dalla città di Pandosia, vicino ai contini dei Bruzii e dei Lucani, si pose su tre monticelli alquanto l’uno dall’altro divisi e lontani, per scorrere quindi in qual parte volesse delle terre dei nemici; aveva intorno a sé per sua guardia un duecento Lucani sbanditi, come persone fedelissime, ma di quella sorta d’uomini, che hanno, come avviene, la fede insieme con la fortuna mutabile. Avendo le continue pioggie, allagando tutto il piano, diviso l’esercito posto in tre parti, in guisa che l’una all’altra non poteva portare aiuto, due di quelle bande poste sopra ai colli, le quali erano senza la persona del Re, furono oppresse rotte dalla subita venuta ed assalto dei nemici, i quali e poi tutti si volsero all’assedio del Re, e mandarono alcuni messaggi ai Lucani loro sbanditi. I quali avendo pattuito di essere restituiti alla patria, promisero di dar loro nelle mani il Re vivo o morto. Ma egli con una compagnia di uomini scelti fede un’ardita impresa che urtando si mise a passare, combattendo, fra mezzo dei nemici; ed ammazzò il capitano dei Lucani, che d’appresso lo aveva assaltato; ed avendo raccolto i suoi dalla fuga, tra essi ristretto, giunse al fiume, il quale mostrava qual fosse il cammino con le fresche ruine del ponte, che la furia delle acque aveva menato via, il qual fiume, passandolo la gente senza sapere il certo guado, un soldato stanco ed affannato, quasi rimbrottandolo e rimproverandogli il suo abbominevole nome, disse: dirittamente sei chiamato Acheronte. La qual parola, posciaché pervenne alle orecchie del Re, incontan+ente lo fece ricordare del suo destino, e stare alquanto sospeso e dubbio, s’ei si doveva mettere a passare. Allora, Sotimo, un ministro dei paggi del Re, lo domandò che stesse a badare? e l’ammonì che i Lucani cercavano d’ingannarlo; i quali poiché il Re vide da lungi venire alla sua volta, in uno stuolo, trasse fuori Ia spada ed urtando il cavallo, si mise arditamente per mezzo del fiume per passare; e già uscito dalla profondità dell’acqua, era giunto nel guado sicuro, quando uno sbandito lucano lo passò dall’un canto all’altro con un dardo. Onde essendo caduto, fu poi trasportato il corpo esanime dalle onde, con la medesima asta insino alle poste del nemici, ove ei fu crudelmente lacerato, perché tagliatolo pel mezzo, ne mandarono una parte a Cosenza e l’altra serbarono per straziarla; la quale, mentre era percossa dai sassi e dardi per scherno, una donna mescolandosi con la turba, che fuori di ogni modo della umana rabbia incrudeliva, pregò che alquanto si fermassero; e piangendo disse: Che aveva il marito ed i figliuoli nelle mani dei nemici e che sperava con quel corpo del Re, così straziato come egli era, poterli ricomprare. Questa fu la fine dello strazio; e quel tanto che vi avanzò dei membri fu seppellito in Cosenza, per cura di una sola donna, e le ossa furono rimandate a Metaponto ai nemici: e quindi poi riportate nell’Epiro a Cleopatra sua donna, e ad Olimpiade sua sorella, delle quali l’una fu madre e l’altra sorella di Alessandro Magno»14.
Lo strazio contro il cadavere del re, se accusa la inciviltà dei vincitori, prova altresì (come osserva il Niebhur)15 che l’epirota erasi mostrato assai crudele nel corso delle sue vittorie. Le ricchissime armi del re essi consacrarono, trofeo di vittoria e di pietà, ai loro iddii in un tempio di Grumento, che era forse o la città capo della federazione in quel tempo, o la precipua delle città lucane. Ai principii del trascorso secolo furono trovate, tra le ruine di essa presso Saponara, ed oggi si ammirano, preziosissimi cimelii della grande arte greca, nel museo britannico16.
I mutilati avanzi del corpo del re furono mandati in Epiro; ed a ragione di riscatto, in cambio di essi fu rilasciato uno dei capi degli eserciti lucani, che era prigioniero del re al di là del mare. Un’antica tradizione, serbata da un grammatico greco dei bassi tempi, accenna sì al cambio, e sì al nome del generale lucano, che era Tarquinio, o conforme alla pronunzia osca, Tarpinio17. La battaglia, che liberò i lucani dall’invasione tarantino-epirota, avvenne nell’anno di Roma 428 (326 a.C.), o secondo un altro computo cronologico, intorno al 331 o 33218. La notizia del luogo ove fu combattuta, è dibattuta anche essa; ma viene indicato, con maggiore probabilità, presso la Pandosia dei Bruzii, non molto lontano da Cosenza19.
Conseguenza immediata della disfatta di Pandosia fu che tornarono alla dipendenza dei Lucani Cosenza e le altre città d’intorno; alla dipendenza dei Bruzii Terina ed altre20. Quali condizioni di cose, e quali successi di eventi seguirono subito allora tra Lucani e Tarantini non è detto; ma dalla ulteriore successione degli eventi ben si argomenta che continuarono le pressure de’ Lucani sui confini e a danno di Taranto, sia per virtù di propria politica, sia per impulsi della politica di Roma a fine di rattenere Taranto a dar soccorso ai Sanniti.
Infatti, non passano un vent’anni dalle mal riuscite imprese di Alessandro il Molosso, e Taranto ha bisogno di altre forze per fare argine novellamente ai Lucani. E ricorre di nuovo a Sparta; e viene di là sui vascelli di Taranto, Cleonimo, nipote di un re spartano; ma cupido, astuto e perfido come un soldato di ventura. Aveva seco cinquemila già assoldati in Laconia; ad essi si aggiunsero in Italia le bande dei Messapi, i contingenti di altre città italiote e della stlessa Taranto, e formarono un corpo di 25mila soldati. A tale apparato di forze, i Lucani piegano alla pace con Taranto21: ma (per quanto è dato ritrarre da scarsi e oscuri ricordi di uno storico) condizione di pace fu che essi potessero impadronirsi di Metaponto, annuenti i Tarantini, e favorenti all’impresa le forze di Cleonimo. Il quale entrò in Metaponto; impose una taglia di seicento talenti di argento; prese in ostaggio duecento fanciulle22; e mal rispettò in esse la fede data e l’onore.
Fu d’allora che venne la città in governo de’ Lucani23. Non passò guari e il perfido spartano, a capo di avventurieri e briganti, pervenne a tanto da rendersi odiato e temuto agli amici più che ai nemici. Tenne infatti Taranto, mercé un presidio che le mise sul collo, più da signore assoluto che da generale ai stipendii di essa; e con le navi tarantine della sottomessa città andò a sorprendere Corcira, per farne un posto acconcio come era alla pirateria di mare, che intendeva di aggiungere alla pirateria di terra.
I Tarantini tentano di abbattere questo giogo pesante e si sollevano; ma egli torna da Corcira per punire i ribelli.
«Approda — dice Diodoro24 — presso una città che era difesa dai barbari; la prende di assalto; vende gli abitanti all’asta, e sperpera il territorio d’intorno. Prende inoltre d’assalto la città di Triopio, e vi fa tremila prigionieri. Allora i barbari (continua Diodoro) accorrono da tutte parti; attaccano di notte il campo di Cleonimo; vi fanno un migliaio di prigionieri e un duecento morti. Cleonimo, stremato di forze, fuggì a Corcira».
Chi erano codesti barbari? Probabilmente i Messapi e i Lucani25. Altro non si sa. Senonché da fugaci ricordi di Livio26 parrebbe che Roma mandasse nella penisola salentina o il Console Emilio Paolo ovvero Giunio Bubulco dittatore, che sostenne gl’indigeni contro Cleonimo; e vuol dire che Roma, a sembiante di giustizia contro il masnadiere e di protezione a favore dei deboli, coglieva il destro d’intervenire, onde crescere, se non forse di dominii, di autorità.
In questo periodo di tempo la storia del mondo italico è riempita dal duello a morte tra il Sannio e Roma; e nella lunga serie delle imprese di guerra, nei segreti o palesi accordi che ad esse s’intrecciano, si trova di frequente mescolato il nome dei Lucani, ora in favore dell’uno ora dell’altro dei due grandi atleti della stirpe sabellica e della famiglia latina.
Finora la federazione Lucana aveva vissuto, si può dire, Stato a sé, o senza altre relazioni che con le città o Stati grecanici delle spiaggie. Adesso, entra in vita di relazioni con altri Stati di terra ferma; e però l’indirizzo di sua politica si complica, si affina, e rispecchia una più sviluppata coscienza dello Stato. Non cessa la lotta di assimilazione delle popolazioni italiote: ma a questo e allo intento supremo dell’indipendenza propria aggiunge quello dell’equilibrio. Posti ai fianchi di varii popoli che si combattevano; sollecitati dagli uni o dagli altri sia di aiuti, sia di neutralità, i Lucani si vennero atteggiando col fine proposito che l’uno di codesti popoli non prevalesse, per vittoria e conquiste, sull’altro sì tanto, che potesse poi mettere in periglio l’indipendenza dei minori Stati confinanti. Fu politica di cuneo e di equilibrio.
Incominciato l’urto tra Roma e il Sannio, la politica di Roma era quella d’isolare il nemico; premeva di rimuovere i Lucani dal favorire i Sanniti27; conveniva, anzi, rivolgerne verso Taranto l’ambizione e l’irrequietezza giovanile, per ottenere che Taranto non fosse in caso di sostenere i Sanniti. Opposti intendimenti è naturale avessero i Sanniti. I Lucani, piegando, come si vedrà, or dall’una ora dall’altra parte, mostrano che la nazione era divisa di concerti sulla via da battere; mutava, forse a seconda del prevalere, noi comizii nazionali, or dell’uno or dell’altro dei partiti interni, l’indirizzo della politica nazionale. Nella lunga guerra sannitica la politica dei Lucani non sempre fu libera; ma nelle varie vicende sue non parmi in complesso favorevole del tutto ai Sanniti. Niuno Stato, avendo libertà di scelta, preferisce di avere ai suoi fianchi Stati forti e potenti, anziché Stati di minore forza e potenza; e i Lucani, poiché Roma era più lontana e i Sanniti confinanti ai loro fianchi, comprendevano di leggieri che la assoluta e ferma prevalenza del Sannio sarebbe stata per essi una minaccia prossima; e tra due pericoli, l’uno remoto e l’altro prossimo, non è il remoto che si precorre a combattere.
I Sanniti, per decidere i Lucani in loro favore, premevano ai di loro confini; e i Lucani, se si può credere a Livio che inneggia all’epica Roma pacificatrice di dissidii e protettrice dei deboli, richiesero di venire in fede di Roma28, affinché fossero assicurati dalle offese dei Sanniti. Roma manda i suoi legati e invita i Sanniti a desistere; e desistettero infatti, perché non ancora apparecchiati dei tutto alla guerra. Tale è l’accenno di Livio a questa prima alleanza tra Roma e i Lucani29; ma furono forse piuttosto gl’inizii di un accordo: poiché una alleanza tra essi non fu conchiusa altrimenti che tre anni dipoi; e allora i Lucani e gli Appuli promisero armi ed armati alle guerre di Roma, e furono ricevuti, dice lo storico, in solenne alleanza30.
Ma l’alleanza ben presto fu infranta: e la strana figura del fatto è ricordata nelle storie di Roma.
Siamo all’anno 429-325; e alcuni giovani lucani, sanguinanti della persona battuta a verghe, vengono innanzi ai magistrati della nazione, levando alte querele contro alla soldatesca romana e al loro generale, che avevano fatto offesa di battiture e di oltraggi ad essi appressatisi da amici al prossimo accampamento romano. Alla vista degli offesi che sanguinano e vociano, il popolo va in fiamme; i sobillatori soffiano dentro; scoppia un tumulto, e si conclama che i magistrati convochino senz’altro il Senato: il governo si lascia o si fa vincere la mano, e decidono come le turbe in piazza comandano. Mandano subitamente oratori ai Sanniti a trattare una lega; e questa non meno subitamente è conchiusa che ribadita da ostaggi lucani dati ai Sanniti e da presidii sanniti ricevuti dentro le fortezze lucane. Dicono le storie di Roma, che la scena del dramma fu tutto un tranello sannitico: l’oltraggio era inventato dai giovani stessi, già prezzolati dall’oro di Taranto; e qui, scoverti, fuggirono: intanto era vano il pentimento; poiché avevano sul collo i presidii sanniti e nel Sannio i loro ostaggi. Ma se questa veramente fu la figura delle cose, vuol dire che o troppo leggero, o troppo giovanilmente impronto era il governo della cosa pubblica lucana. Forse resteremo nel vero, se le mutazioni sùbite dell’indirizzo politico riferiremo ai mutamenti frequenti che apportar doveva nei capi del Governo la elezione popolare.
Intanto i Sanniti, rafforzati dalla alleanza dei popoli circostanti, rialzano la loro fortuna: vincono alle famose strette di Caudio nel 433-321, e prendono la forte Luceria, l’anno dopo. I Romani la riprendono presto: costringono la fortuna della guerra a piegare a loro favore, ed i Sanniti sono forzati a dimandare una tregua che viene concordata di due anni.
Libera dal grande inimico, Roma vuol punire i fautori di esso; e porta la guerra nel paese de’ Frentani, degli Appuli e dei Lucani, devastando i còlti, bruciando i campi e le città, come era il costume dell’epoca. Gli eserciti suoi sono al comando di C. Giunio Bubulco e di L. Emilio Barbula, consoli. «Domata l’Apulia — dice Livio31 (437-317) — e impadronitosi, il Bubulco, di quel gagliardo arnese di guerra che era Acherontia, passa in Lucania, ove subitamente sopraggiunge Barbula, e prende di forza Nerulo». Sicché da Acerenza a Rotonda o Castelluccio di oggidì, la Lucania è tutta da un capo all’altro corsa e devastata: e non pare dubbio che le vittorie di Roma imponessero ai vinti altri governanti della parte a Roma favorevoli, e favorevoli patti di alleanza. La quale alleanza è probabile non riuscisse assai grave ai Lucani; inquantoché Roma aveva bisogno allora, se non dei loro aiuti diretti, dell’inazione loro a favore de’ Sanniti.
Cessata che fu la tregua, riarde da capo la guerra feroce tra Roma e il Sannio; vi s’intrecciano gl’interventi bellicosi degli Etruschi nel 403-311, degli Umbri, dei Peligni e dei Marsi nel 448-306: ma Roma or l’uno or l’altro li vince tutti, e chiudo nel 419-305 uno dei periodi più atroci della guerra sannitica con la presa di Boviano, piazza forte e città capitale ai popoli del Sannio, che parve suggello alla sottomissione di essi.
Ma la forzata sottomissione non durò guari; e dopo men che dieci anni (456-298) riprendono le armi.
«Poiché l’ultima guerra era stata decisa — come scrive il Mommsen32 — precipuamente dalla lega della Lucania con Roma e dalla conseguente inazione di Taranto, i Sanniti si rivolsero a’ Lucani, por istrapparli, bene o mal volentieri, all’inazione loro; e, per sforzarli alla guerra colla guerra33, fecero punta devastando sul territorio de’ Lucani. Allora il governo di questi ricorre, secondo i trattati, a Roma; e Roma manda i feciali, ordinando che ritirassero gli eserciti dal territorio de’ suoi socii, i Lucani»34.
Ma i Sanniti, nonché piegare agli ordini dei prepotenti, rimandano indietro inascoltati i feciali e con parole di minaccia; e la guerra si riaccende.
Tale è il racconto di Livio; ma i monumenti superstiti non si accordano del tutto al racconto. Se fu il governo lucano che chiese la protezione di Roma contro i Sanniti, non avrebbe dovuto sorgere allora una guerra di Roma contro i Lucani; ma la guerra invece riarse per la Lucania. Roma entrò con i suoi eserciti non solamente nel Sannio, ma nella Lucania altresì; questa anzi sottomise tutta, e ne portò via gli ostaggi. Il famoso monumento funebre a Lucio Cornelio Scipione Barbato, che fu Console appunto in quell’anno 456-298, ne dà la prova35. È probabile che gli umori della nazione, non essendo della medesima tempra, una parte di essa si accordasse con i Sanniti contro la politica del governo legale: e tutto il paese ne fu punito.
Rotta adunque nuovamente la guerra, Roma vince nel Sannio a Tiferno, a Malevento; e devastando e abbruciando sistematicamente il paese, aspetta che i Sanniti si pieghino; ma questi indomiti montanari stringono relazione con l’Etruria; e quando questa si leva in armi contro Roma, essi, arditissimi, passano con un esercito in Etruria a soccorrere e infocolarne l’azione pericolante.
E mentre ivi si combatte e gli eventi apparecchiano ai Romani la vittoria egregia e feroce di Sentino, che obbligò l’Etruria alla pace (455-299), l’altro esercito romano che era rimasto nel Sannio, s’impossessa ancora qui e qua di luoghi fortificati; devasta abbruciando il paese per dove passa; fa punta nella Lucania: e qui abbassa il partito che prevaleva favorevole ai Sanniti36. A capo dell’esercito devastatore era il Console Manlio Curio Dentato (a.C. 290), il quale per questa sua campagna di Lucania ebbe la «ovazione» ma non il trionfo; e vuol dire che la guerra ivi guerreggiata fu tenuta di minor importanza, ma non fu, certamente, di minore ferocia.
I Sanniti fanno ancora un ultimo e grande sforzo; ammassano nuovi eserciti; ricorrono al riti misteriosi della loro religione e si votano a morte; maraviglioso popolo e degno dell’epopea! Ad Aquilonia (Lacedonia) grande battaglia e grande vittoria ma dei Romani (460-294). Poi nuovi scontri, nuove battaglie, nuova vittoria della fatale città contro gl’indomiti e ferrei popoli al comando di Caio Ponzio, figlio o nipote del vecchio e glorioso Ponzio delle forche caudine. Taranto sollecitata ad accorrere, non si mosse: i Lucani erano entrati nella lega di Roma dopo la campagna devastatrice di Curio. E il Sannio, nonché stremato di forze, ma esausto di sangue, deve piegarsi alla pace; e fu fatta nel 464-290. Roma fonda la colonia di Venosa con l’ingente presidio di ventimila coloni (463-291); e questa addiventa una piazza forte, che sarà la bastiglia, come fu detta da uno storico moderno, piantata in su’ confini a tenere in rispetto Appuli, Tarantini, Sanniti e Lucani. Era durata la lotta per un periodo di tempo di oltre una generazione: — una generazione non di uomini, ma di eroi!
Bruciati i còlti, saccheggiati i campi, puniti i capi, multate in una parte del loro territorio le sforzate citta, entrarono i popoli vinti come «socii» nella lega di Roma; ma associati anzi che socii, non politicamente eguali né indipendenti. Sommesso che fu il Sanno, Roma ormai signoreggiava quasi tutta la bassa Italia: non restavano indipendenti ancora che Taranto, parecchie città italo-greche, e i Bruzii; i quali per vero in tutto questo intrecciarsi di guerre, di sollevazioni, di urto di popoli, non si trovano nominati, o forse perché vengono compresi, dagli storici, nella denominazione dei Lucani, o perché, ristretti al dosso degli Appennini, non vagheggiavano altre conquiste che sulle ricche città grecaniche delle coste.
I Lucani, senza dubbio, entrarono allora anche essi da «socii» nell’alleanza di Roma: ma, probabilmente, non fu sciolta la federazione loro statuale; né cassa del tutto la indipendenza politica della nazione. Poiché, non passano molti anni, e, verso il 472-282 a.C., li troviamo di nuovo in guerra contro i Turii. Era antico obiettivo, antico stimolo di cupidigia o di ambizione loro la conquista di Turii; ed oggi che è chiusa all’attività loro la via per Taranto, si rivolgono dall’altro canto, verso il meriggio, alle rive del Jonio. Dominavano, come pare, in Cosenza; e la città di Turii era vicina. Non si sa se, dopo i fatti di Cleonimo e l’intervento romano nella penisola salentina, restasse Metaponto in suggezione ai Lucani: non era Eraclea, che fra breve stringerà famosi patti di federazione con Roma. Turii, dunque, quasi incuneata nei possedimenti oltre il monte Pollino della federazione lucana, conveniva ai loro interessi.
Spinte più volte le ostilità sul territorio turiese, alfine la strinsero intorno d’assedio. Impotente più oltre a resistere, essa ricorse a Roma. Ogni altra città d’intorno, di greche origini, era senza dubbio di forze ineguali all’urto dei Lucani, né vincoli di politica comune ligava quelle città autonome ed isolate. Roma, invece, prevaleva di fatto, ed ambiva mostrarlo, in tutti gli stati italici: essa, inoltre, usava di fare larghi patti di alleanza e lasciare più ampio campo d’indipendenza alle città poste sul mare. Turii dunque chiese ed ottenne l’alleanza di Roma; Roma intimò a’ Lucani di desistere; e appoggiò l’intimazione ai riottosi, inviando sul luogo un esercito al comando del console C. Fabrizio Luscino.
Non fu senza resistenza e senza sangue che il console attraversò il paese, e giunse a Turii: anzi è da credere che l’impresa fu dura quanto formidabile la resistenza, se la stessa leggenda, che ebbe corso a Roma, attestava il miracolo della presenza di Marte padre combattente tra le file dei Romani contro i Lucani37. La resistenza fu dura ed unanime; e lo proverebbe la somma del bottino ladroneggiato, se potesse prestarvisi fede del tutto. Dissero che Fabrizio, tornato da questa campagna, depose nel tesoro pubblico quattrocento talenti; largì col restante bottino ampie ricompense ai soldati, restituì ai cittadini quel tanto che essi avevano pagato nell’anno per tassa militare, ed ebbe il trionfo38.
«I risultati di così produttive campagne — ben dice a questo proposito uno storico moderno — facevano amare la guerra; e tutti, nonché l’ambizione dei grandi, ma l’attività dei poveri, vi trovavano il loro tornaconto»39.
Quei di Turii fecero elevare in Roma una statua al Console liberatore; e tanto parve grande il pericolo da cui furono scampati, che onorarono di una statua e di una corona anche il tribuno della plebe Caio Elio, che aveva promosso la legge di soccorso alla città40. Intanto il nome del capo militare dei Lucani è mal noto; altri lo disse Stazio Statilio, altri Stenio Statilio. Egli cadde nella mischia; e rimase ignorato, come i tant’altri — quia carent vate sacro!
Alla difesa di Turii, oltre alle legioni per terra, Roma aveva mandato ausilio di navi armate, tra cui erano i contingenti di Velia e di Pesto. Sciolto l’assedio, le navi veleggiando pel Jonio vennero, un giorno di pubbliche feste, nelle acque della città di Taranto, sia che vi fossero spinte da mare fortunoso, sia di piena volontà onde rifornirsi di vettovaglie al viaggio per l’Adriatico. Di qui l’umile scintilla che accese l’incendio famoso della guerra di Pirro. Un vecchio trattato tra Roma e Taranto, stipulato forse verso l’anno 406-34841, aveva fatto obbligo ai Romani di non spingere il loro naviglio oltre il promontorio Lacinio; riconoscimento alla supremazia di Taranto sul golfo del suo nome, e guarentigia di esclusione a pro dei suoi commercii. L’arrivo della flotta romana parve un’infrazione del trattato ai Tarantini, già pieni d’ira e dispetto contro la fortunata e prepotente città, e il popolo si commove; fa impeto; corre al porto, e catturano e sommergono parecchie delle navi nemiche; e dichiarano schiavi e vendono le ciurme di esse. Né il governo della città, democratico, affrenò o corresse, allora o dopo, il mal fatto. Anzi a Roma che chiede riparazione all’oltraggio, fa altri e superlativamente sozzi oltraggi, nella persona dei legati di Roma, la plebe briaca. Ma erano briachi tutti, governo e governati. Questo precipita gli eventi. E Roma dichiara la guerra a Taranto.
NOTE
1. Cronologìa di questo capitolo:
A.C.— ? 340-338. — Guerra dei Lucani contro Taranto.
338. — Battaglia dei Lucani presso Manduria contro i Tarantini e Archidamo, che vi rimane morto.
332. — Arrivo di Alessandro il Molosso, chiamato da Taranto contro i Lucani.
? 330. — Lega dei Lucani e dei Sanniti contro il Molosso. Battaglia di Posidonia, o Pesto.
326. — Battaglia di Pandosia. Morte di Alessandro.
? 330-327. — Alleanza dei Lucani con Roma.
325. — L’alleanza con Roma è rotta: altra coi Sanniti.
321. — Disfatta dei Romani alle Forche-Caudine.
317. — Guerre di Roma in Lucania. I Romani prendono Acheruntia e Nerulo.
310-305. — Cleonimo chiamato dai Tarantini contro i Lucani. Pace dei Lucani con Taranto. Occupazione di Metaponto. Fuga di Cleonimo.
? 297. — I Sanniti contro i Lucani.
298. — Campagna di Scipione Barbato nel Sannio e in Lucania. Sottomissione di questa.
290. — Campagna di Curio Dentato in Lucania.
293-290. — Battaglia di Lacedonia, vinta dai Romaoi sui Sanniti. Pace del Sannio con Roma.
291. — Colonia di Roma in Venusia.
282. — I Lucani contro Turii. Morte di Stenio Statilio.
2. Libro XVI, 62, 63.
3. DIODORO, XVI, 63.
4. Περι Μανδυριον, in PLUTARCO, Vita di Agid. III; ma nell’edizione Didot è detta Μανδονιον, e CORCIA crede per errore. Op. cit. III, p. 407.
5. GROTE, Stor. Grec. vol. XIX, p. 142, dice: — «Tito Livio (VIII, 3.24) stabilisce la data di questa spedizione un po’ prima: ma è da tutti riconosciuto che è un errore». — E MICALI, vol. II, p. 134, avea scritto: «Secondo Livio, Alessandro sbanrcò in Italia l’anno di R. 414 (= 340); ma si può credere alle ragioni di Dodwel, che pone la venuta otto anni dopo, cioè nel 422 (= 332); oppure nel 420 (= 334) secondo la cronologia del De Saint-Croix».
6. È opinione del Lenormant: ma non è che una supposizione. Grande Grèce, I, 35.
7. STRAB. VI, 429, secondo l’interprete dell’edizione Casaubono:
Alexander communem «Graecorum isthic degentium conventum solemnem» (πανέγυριν) qui ex more Heracleae Tarentinorum agebatur, in Thuriorum fines, abalienato a Tarentinis animo, voluit transferre; jussitque apud Acalandrum amnem locus iis conciliis (συνοδοι) aptum communiri. — Giova notare che le parole del geografo, che abbiamo messe fra doppia virgola, il Mazzocchi le interpreta per concilium Graecis omnibus in vicino positis. Ad Tab. Herac., pag. 106.
8. Nella nota precedente abbiamo indicato la interpretazione di Mazzocchi alle parole di Strabone, cioè: — concilium Graecis omnibus in vicino positis.
9. LIVIO, VIII, 24:
Ceterum quum saepe Bruttias, Lucanasque legiones fudisset Heracleam, Tarentinorum coloniam, Consentiam ex Lucanis; Sipontumque (?), Bruttiorum Terinam, alias inde Messapiorum et Lucanorum cepisset urbes; et trecentas familias illustres in Epirum, quas obsidum numero haberet, misisset: haud procul Pondosia urbe, imminente Lucanis ac Bruttiis finibus, tres tumulos, aliquantum inter se distantes, insedit:…
10. L’Acalandrum antico, nominato da Plinio (III, 11), da Strabone ecc., risponde manifestamente all’odierno fiume detto la Salandrella, che in carte greche medioevali del 1125 (Syllab. graec. membran. p. 127) è detto Chelandros. Desso è al nord di Eraclea, assai più prossimo a Taranto, che non a Turii. Non poteva, adunque, intendere di questo fiume Strabone; pertanto gli eruditi si dettero alla caccia di un altro Calandro; e gli scrittori di Calabria asseriscono che al fiume detto «del Ferro» di oggidì rispondesse già il nome di Calandro (Ap. Corcia, Op. cit., III, 306). Ma su quali prove, non è detto. — Ultimamente il Lenormant vien dicendo che il fiume presso Turii ove Alessandro stabilì la sede dei Concilii, fosse il Racanello (Grande Gréce, I, 222). E sarà vero questo, come un altro; — ma poiché finora non si ha indizio sicuro di un altro antico Acalandro più da presso a Turii, anzi che a Taranto, io posso ben dire errato il luogo di Strabone.
11. Il LENORMANT (Grande Gréce, I, p. 40) fa che l’esercito del Molosso, partendo dalla regione tarantina, circuisca per mare tutta Ia penisola; e sbarcato a Posidonia, vinca sui Lucano-Sanniti. Ma io non veggo Ia ragione di questo lungo periplo: né so quali antichi autori egli segua. È forza notare, che le narrazioni storiche in quella sua opera, per tanti riguardi pregevolissima, procedono, sì, spedite, ma tra rinfagottamenti e raffazzonature di fantasia.
12. LIVIO, lib. VIII, 17:
Samnites bellum Alexandri Epirensis in Lucanos traxit: qui duo popoli adversus regem, excursionem a Paesto facientem, signis collalis, pugnaverunt. Eo certamine superior Alexander.
13. Nel passo di Livio (VIII, 24) riferito nella nota a pagina antecedente, si legge secondo le vulgate edizioni Consentiam ex Lucanis, Sipontumque, Brutiorum Terinam, ecc. Il Lenormant (Op. cit. I, p. 445 e 454) propone di leggere Sipheum in luogo di Sipontum (città de’ Dauni, che qui è in disagio), e invece di Terina vuol leggere, come sta in molti Mss., Acerinam, che egli crede sia la moderna Acri e questa l’antica Acherontia dei Bruzii. Cluverio correggeva Sipontum in Metapontum; ed anche egli Acerinam in luogo di Terinam (Ital. Ant. II, 1318). Mommsen non pare se ne dia carico: e nomina Siponto (Stor. rom., I, pag. 364). Io leggerei Hiponium in luogo di Sipontum: lo scambio di una sola lettera nell’ultima sillaba avrebbe reso più facile l’errore del copista.
14. LIVIO, VIII, 24; traduzione del Nardi.
15. Istor. Rom. III, 75, Napoli, 1846-1851.
16. Sono noti sotto il nome di «bronzi di Siri». È però congettura del LENORMANT (Grande Grèce, I, p. 447) che essi siano reliquie delle armi di Alessandro di Epiro. — Qualche dubbio circa il luogo del rinvenimento, non manca. Vedi appresso, al Capitolo X.
17. Nei commenti di Tetzeo an Lilcofrone; di cui vedi quello che ne dice il LENORMANT, Op. cit., I, 447. — Ma prima di ogni altro tra i moderni, il fatto fu notato dalla grande erudizione e dal grande acume del Niebhur nella sua Dissertazione sull’epoca di Licofrone (nel vol. I, p. 51 della Stor. rom., ediz. di Napoli, 1846).
18. Per Mommsen è il 332 a.C. — 442 di R.
19. La quistione topografica della Pandosia, che, per intendersi, io dirò di Alessandro, è combattuta vivamente, calorosamente, pro aris et focis!, fra gli eruditi napoletani, basilicatesi e calabri. — Gli elementi sodi della questione, sono questi: 1º La Pandosia (ove cadde Alessandro) è indicata come «posta un pò al disopra di Cosenza» da Strabone, lib. VI, 393, e come «imminente al confine tra’ Lucani e i Bruzii» da Livio (luogo cit.). — 2° Strabone dà il nome di Ἄκιρις al fiume che sarebbe prossimo alla Pandosia Eracleota o lucana, e dà il nome di Αχέρων al fiume choe era prossimo alla Pandosia di Alessandro (lib. VI, p. 405 e 393). — Nelle Tavole di Eraclea il fiume presso la Pandosia Eracleota è detto Aκιρις e non altrimenti: e la iscrizione riferita dal Romanelli (Ant. topogr. I, 258, in Corcia, III, 318) come trovata tra Eraclea e Metaponto, e posta Numini Herculis ACHERUNTINI, ECC. è semplicemente falsa. — 3° Pausania disse il Molosso morto in Lucanis (Attic.), e Teopompo presso Plinio (III, XI) dice: Pandosiam Lucanorum urbem in qua Alexander occubuerit. Ma queste, benché paiano testimonianze precise, riescono ambigue: perché Livio, nello stesso racconto della battaglia di Pandosia, avendo indicata Cosenza come «appartenente ai Lucani» e la Pandosia degli scrittori calabresi, essendo prossima a Cosenza, il valore di codeste testimonianze di Pausania e di Teopompo attenua, se non scomparisce. — 4º Tra Castelfranco e Mendicino, presso Cosenza, gli scrittori di topografia calabresi indicano un luogo che è detto ancora Pantusa. E non può dubitarsi di questo dato topografico, poiché tale fu detto nei Cedolarii angioini delle tasse pel 1276 ove è nominata, tra altre terre, Serra, Amantea, Pantusa, Cusentia: e perché nella cronica del Jamsilla, presso il Muratori, Rer. Ital. Scrip. VIII, 567 (manca il passo neolla edizione di Del Re, del 1844) si legge che Pietro Ruffo con l’arcivescovo Pignatelli …eundi Cusentiam iter accipiens, cum pervenissent ad quoddam casale quod vocatur Pantosa, invenierunt viros fere mille, etc. — 5º Altri tra Castelfranco e Mendlcino ricorda il nome di un piccolo fiume quod incolae Arconte vocant. Così i vecchi scrittori Quattromani (nel 1606) e lo Aceti, nelle note al Barrio: però cotesto corso di acqua dai moderni è detto «Marenzato» (CORCIA, III, 181), onde Ia testimonianza vacilla. Ma pure tralasciando questo ultimo dato, pare a me che Ia indicazione topografica medioevale risparmia di battere Ia campagna di qua e di là, per trovare altrove il posto dell’antica Pandosia de’ Bruzii: né le lucubrazioni ideali e recenti del Lenormant valgono più di quelle meno recenti del Duca de Luynes. — La «letteratura» di questa quistione è molto abbondante, non meno che molto ciarliera.
20. Argomento dallo stesso passo di Livio.
21. Sono notizie che si trovano unicamente in DIODORO, lib. XX, § 104. Ma in esse il luogo, là dove si parla di Metaponto, evidentemente è in lacuna: e perciò gli storici interpretano ognuno a modo suo. — Mommsen dice: «Con questo esercito (Cleonimo) costrinse l Lucani a far Ia paco con Taranto: e ad istituire un governo devoto ai Sanniti, per cui, certo, fu loro fatto il sagrifizio di Metaponto». Storia Romana, pag. 377, Micali fa che Metaponto fosse occupala da’ Lucani, quando Cleonimo venne ad attaccarla (Ital. av. Rom. II, p. 191). Niebhur dice (II, 119) che Cleonimo «costrinse i Lucani a marciare contro Metaponto sempre ricca e sempre indipendente da Taranto». — Per Lenormant, Cleonimo non li «costrinse» ma li «eccitò ad attaccare Metaponto». (Grande Gréce, I, p. 44). — Io sieguo Mommsen.
22. ATENEO, XIII, 8; DIODORO, XX.
23. A questa occupazione di Metaponto si vogliono riferire le monete Lucano-Metapontine, da noi riprodotte innanzi, a pag. 167.
24. Lib. XX, § 105.
25. Evidentemente (secondo le parole di Diodoro, riferite nel testo) Cleonimo sbarcò nella penisola Salentina, e di una città di questa regione intende parlare lo storico. — Infatti Mommsen accenna ad «assedio messo innanzi Uria» (Ibid., I, 377) emendando le parole di Livio dove si legge che Cleonimo «Thurios urbem in Sallentinis cepit» (X, 2). Al contrario, il Lenormant (Grande Grèce, 1, 45) fa discendere Cleonimo nei Bruzii; e la città, che Diodoro nomina Triopium, egli dice che fu Tropea. — Però nel III vol. della stessa opera (Paris, 1884. p. 236) trovo che fu corretto lo sbaglio.
26. Lib. X, 2.
27. Perché la nazione dei Sanniti, come lo storico di Roma si esprime, nec satis validam, quando Lucano defecerit. LIVIO.
28. Ut in fidem reciperentur. LIVIO, Lib. VIII, dec. I, 19.
29. Nel 424 di Roma — 330 a.C. secondo la cronologia di Livio; ma debbe essere di alquanti anni più tardi.
30. Lucani atque Appuli, quibus gestibus nil ad eam diem cum romano populo fuerat, in fidem venerunt, arma virotque ad bellum pollicentes: foedere ergo in amicitiam accepti; così LIVIO, VIII, 25, all’anno 427-327.
31. Libr. IX, 20:
Apulia perdomita, nam Acherontia (altri Ferento) quoque, valido oppido, Junius potitus erat, in Lucanos perrectum. Inde repentino adventu Aemilii consulis Nerulum vi captum.
32. Storia Romana, I, 379.
33. Belloque ad bellum cogere. LIVIO, X, 11.
34. Decedere agro sociorum, et deducere exercitum finibus lucanis juberent: — così LIVIO, X, dec. I, 11 e 12; all’anno di R. 456-298 a.C.
35. L’osservazione del disaccordo tra Livio e I’iscrizione a Scipione Barbato, fu fatta dal Micali (Vol. II, cap. II, 194). — È ben nota la celebre iscrizione funeraria a Cornelius Lucius Scipio Barbatus Gnaivod patre prognatus… qui… Taurasia. Cisauna Samnio cepit , sobigit omne Loucanam, opsidesque abdoucit.
36. MOMMSEN, I, 380.
37. In AMMIANO MARCELLINO (lib. 24) si legge:
Existimabatur Mars ipse (si misceri hominibus numina majestatis jura permittunt) adfuisse castra Lucanorum, invadenti Luscino.
38. Negli ACTA TRIUMPHOR. CAPITOLINA (Corp. Ins. Latin., I, 457) è scritto: — C. Fabricius. C.F.C.N. Luscians. An. CLXXI. Cos . de . Samnitibus . Lucaneis . Brattieisque . III . nonas . Mart.
39. DURUY, Hist. des rom. I, p. 273: ma a Niebhur non pare credibile tanta Iarghezza di cifre (III, p. 189): 400 talenti corrisponderebbero a lire 22,436,000.
40. PLINIO XXXIV.6.
Publice autem ab externis posita est (statua) C. Aelio Trib. PI. lege perlata in Stenium Statilium Lucanum, qui Thurios bis infestaverat… Iidem postea Fabricio donavere statua, liberati obsidione. — Conf. Valer. Max. I, 8. 6.
41. È l’epoca cui si riferisce il MOMMSEN, I, 415: altri accennano a tempi posteriori.