CAPITOLO XVI
GUERRA DI PIRRO 1
L’intervento di Roma a favore di Turii contro i Lucani dové eccitare in Taranto gli spiriti del partito nazionale, che considerava come un’offesa alla dignità ed alla potenza di Taranto sia l’ingerenza romana, sia la sottomissione dei Turii a Roma. Violenta manifestazione di cotesti spiriti fu lo scoppio delle ire popolari contro la flotta romana, e le sconcezze plebee contro i legati di Roma. Quel partito nazionale che era o venne allora al governo, atteggiò i suoi intenti politici al concetto di opporsi alle ingerenze di Roma nella estrema parte d’Italia, e di affermare con maggiore energia la supremazia di Taranto sulle città costiere italiote. E, tratto il dado, iniziò o strinse accordi con le prossime popolazioni italiche malcontente di Roma, i Sanniti, i Lucani, i Bruzii; con i Messapi, e con le città, che le origini o la comune civiltà predisponevano maggiormente favorevoli al disegno dei Tarantini. Ma non bastava cotesto fascio contro Roma, strapotente, dopo che essa aveva vinti e prostrati Sanniti ed Etruschi. Cercarono un alleato e un condottiero di eserciti dalle terre oltremare, onde sempre vennero soldati mercenari a Taranto. Il gran nome, lo spirito irrequieto, la politica ambiziosa di Pirro, re di Epiro, dovevano essere ben note alle città italiote tanto prossime all’Epiro: e i Tarantini ricorsero a Pirro.
E infrattanto vollero punire i Turil e cacciare i Romani, che in Turii avevano lascialo presidii, quasi avanguardia del loro avanzarsi nella penisola greco-bruzia. Attaccarono la città; e sbaragliato il presidio romano, esiliarono i maggiorenti del partito avverso, dopo aver messo a bottino la città stessa. Se questa, allora, fu data in presidio ai Lucani, come è probabile, non consta.
Il Senato di Roma, prima che si aprisse la guerra, volle tentare pratiche di pace, purché Taranto avesse fatto riparazione delle offese ai legati; e ritornato Turii all’antico stato: il che non significando altrimenti che un ritorno alle condizioni di cose, onde Taranto aveva voluto sottrarsi, non era possibile fosse accettato. Alcuni tra i moderni scrittori stimano astutamente insincere queste pratiche di pace, e lodando Taranto dei suoi spiriti nazionali d’indipendenza, vituperano Roma della sconfinala ambizione sua. E sta bene; ma non è giustificabile né quel risolvere gli affari supremi di Stato, che involgono l’esistenza di una nazione, per impeto di piazza, per rettorica da demagoghi, per violenze di plebe; né l’attitudine altera di Taranto, quando era sì destituita di forze proprie, sì sfibrata d’interne virtù come e quanto si scovrì all’arrivo di Pirro, e sì corrotta di costume da far possibili, non che le scene sozze del teatro tarantino nelle persone dei legati di Roma, ma a quelle scene l’adesione e l’applauso. Certo, gli uomini savi e temperati non mancavano, ed è nominato un Agide come capo o generale della parte temperata della cittadinanza, ma l’impeto delle turbe prese il sopravvento; mutarono, forse di un colpo di mano, il governo; e cassata la nomina di codesto Agide ad alte funzioni civili o militari della città, prevalse la parte demagogica, che di sua natura violenta, sa scatenare le tempeste e non sa acquetarle.
Gli ambasciatori di Taranto mandati a Pirro promisero molto; e Pirro anch’egli dové promettere molto: quelli accertarono di un esercito di collegati italici per oltre a 350mila fanti! e 20mila cavalli; questi, forse, accettò di attenersi ad un compito strettamente militare, al governo unicamente militare della guerra da intraprendere. Il re mandò un’avanguardia di esercito con un abile generale, Milone, e con un abile ministro, Cinea. L’avanguardia occupò la cittadella di Taranto: argomento preliminare che mostrerebbe Pirro non meno sagace politico, che condottiero di eserciti valente. Ricordando il sùbito disaccordo e l’aperta rottura tra i Tarantini ed Alessandro Re dei Molossi, loro capitano e alleato cinquant’anni innanzi, volle in tutti i modi, premunirsi contro gl’incostanti disegni e i mobili spiriti dei governi popolari: avute in sua mano le forze degli alleati, volle comandar lui davvero e dirigere gli eserciti e le cose della guerra non solamente sul campo di battaglia, ma nei consigli e nei provvedimenti civili che apparecchiano la vittoria.
Arrivato Pirro in Italia (474 di R. – 280 a.C.), Taranto sentì incontanente la mano di ferro che le si aggravava sugli omeri. Invano ricalcitra; invano leva querele; le fu forza di provvedere a danari e a leve di soldati della gioventù sua; le fu forza di dare ostaggi a guarentigia di fede. Era sbarcato con Pirro, dopo una fortuna di mare che ne disperse in parte le navi, un esercito non numeroso, ma aveva — nuovissimo arnese da guerra — un treno di trenta elefanti: l’esercito, con le leve dei greci italioti e con i sussidi dei Tarantini, numerò in tutto ventimila fanti e tremila cavalli.
Non pare che in cotesto numero fossero compresi Bruzii e Lucani: questi, probabilmente, in sul primo sviluppo della campagna di guerra non ebbero tempo di entrare in lega agguerriti. Giacché Roma fu pronta di mandare nella bassa Italia due eserciti; l’uno sotto il console Emilio Barbula, contro i Sanniti; l’altro al comando del console Valerio Levino, contro Taranto e suoi più prossimi alleati. Levino appoggiò l’azione sua intorno alla piazza forte di Venosa, onde tenere in soggezione l’Apulia e la Lucania. E nella Lucania egli entrò ben tosto, per tenere in freno i Lucani che non si unissero a Pirro. E questi, quantunque avesse voluto ancora indugiare, spiegò le sue forze per le pianure lungo il mar Jonio tra il Basento e l’Aciri e fino al Siri o Sinno.
Il Console attraversò la Lucania: intendeva forse portarsi verso i confini meridionali della regione, per disgiungere i Bruzii dall’unirsi a Pirro e ai Lucani. Lo troviamo presso l’ultimo tronco del fiume Siri, a destra, dove i colli dell’alta Lucania scendono degradando alla pianura Jonia sul mare. A sinistra del fiume, tra le città di Pandosia e di Eraclea, era il campo di Pirro.
A questi faceva giuoco lo attendere: non faceva al Romano, e si decide ad attaccare; ma non so con quanto accorgimento si accinse, per farlo, a guadare il fiume, e a venire su campo adatto allo spiegamento della cavalleria tessala e tarantina, e degli elefanti. E passò il fiume; e sbaragliate le prime schiere di Pirro si svolge l’azione in campale battaglia tra la sinistra del Sinno e la destra del fiume Agri, tra Pandosia ed Eraclea, che oggi diremmo tra il colle di Anglona e il villaggio di Policoro.
La mischia fu viva e pertinace: è detto che sette volte si rinnovò l’assalto da una parte e dall’altra. Pirro pagava di persona; e ferito lui stesso, e ucciso uno dei suoi generali che aveva vestite, a guarentigia del re, le armi del re si avvolse tra i suoi combattenti a capo scoverto per farli certi che non era altrimenti caduto. Infine, sia a rompere la catena delle legioni, sia ad aprire la breccia in esse all’urto della cavalleria tessala, entra in campo la truppa degli elefanti. Masse di offesa ignote agli uomini ed ai cavalli, e terribili maggiormente per l’ignoto, i cavalli, più che i soldati, non possono sostenerne l’urto, nonché la vista e il sito; e adombrando, impennando, scalciando, dànno volta spaventati e feroci: le coorti vanno in rotta, ed urtano, sgominano, calpestano le stesse legioni del loro campo che non reggono, e sono avvolte nella rotta e nella fuga. Sangue e morti senza fine da una parte e dall’altra; ma la vittoria è a Pirro. Il quale, se pure, secondo la leggenda, si dolse di una vittoria troppo sanguinosa, non ne poté mostrare altro che gioia, e ringraziò gli dei, mandando ai nazionali santuarii in Epiro parte del bottino, a nome suo e di Taranto.
L’esercito che è battuto, si ritrae per l’alta Lucania verso l’Apulia; che vuol dire va a raccogliersi e riordinarsi a schermo della piazza forte di Venosa. E sgombra che fu la Lucania, accadde quello che di solito tien dietro ad ogni vittoria, ad ogni sconfitta grande: i dubbiosi, i tiepidi, i timidi si pronunziano per chi vince, e accrescono forze al vincitore. Allora i Lucani, i Bruzii, i Sanniti entrano apertamente nella lega e nell’esercito epirota–tarantino; cedono a Pirro, defezionando dalla causa di Roma, le città greche delle coste jonie–tirrene, fuorché Reggio; la quale nondimeno soffrì strazii e orrori dalla guarnigione di quei mercenari campani che in essa aveva mandato Roma; o che fattisi signori della città vi perpetrarono scelleraggini senza nome.
Pirro, accresciuto di forze, e di fama, muove per l’Apulia e pel Sannio verso la Campania; e pare voglia tendere a Roma. Ma lasciate alle sue spalle l’esercito raccozzato dal console Levino che gli tien dietro, non parrebbe che disegno di un’audacia temeraria, se egli non avesse avuto intelligenze con gli Etruschi sollevati e combattenti contro Roma, a fine di congiungere le forze e stringerla da due lati. Spopola e devasta la Campania, che era ai Romani2: e spintosi fino ad Anagni o Preneste, dié volta: poiché gli Etruschi in quel mentre erano stati vinti, e l’esercito vincitore tornava a grandi giornate per difendere Roma. Il colpo mancato fé divergere gli arditi disegni dell’audace battagliero, che tornò verso Taranto per isvernarvi. A primavera, riesce in campo, per l’Apulia: in Ascoli ha luogo la famosa battaglia (475–279), ove egli con un esercito di 40mila uomini tra suoi Epiroti, Sanniti, Lucani, Bruzii e Tarantini urtò altrettanti Romani, in un combattimento sanguinoso, che se fu vinto da lui, fu di poco o punto profitto al vincitore. Egli tornò a Taranto.
E l’anno dopo, da Taranto va in Sicilia. E questo proverebbe se non la suprema delle pazzie, la irrefrenabile e perigliosa irrequietezza dell’uomo, se a tanto intervallo di tempi, e a mancanza di documenti non fosse prudente di frenare la petulanza dei giudizii. Si mosse agli inviti premurosi dei Siracusani in guerra con i Cartaginesi, ed aspro di sdegno contro di costoro, che avevano conchiuso un trattato con i Romani avverso a lui, Pirro. Parrebbe dal detto di un antico storico che, in seguito alla battaglia di Ascoli, egli avesse conchiusa una tregua con i Romani, e durante la tregua poté, con i suoi epiroti e gli elefanti, imbarcarsi per la Sicilia (476-278). Ivi valorosamente e fulmineamente operò a pro di Siracusa contro i Cartaginesi: ma non passano due anni, e senza aver nulla fondato e nulla acquistato, se non fosse una enorme quantità di bottino, tornò in Italia: verace capitano di ventura.
Se dopo Ascoli fece tregua con i Romani, non v’incluse i suoi alleali. Lui partito per la Sicilia, Sanniti, Lucani, Appuli e Bruzii restano bersaglio alla vendetta di Roma.
In prima, nell’anno 476–278 il console Fabrizio fu abile di conchiudere con la città di Eraclea una separata pace; e, mirando a più alti intenti, con sì largiti patti di equa alleanza che sono sovente ricordati, con singolari parole, da scrittori romani3. La politica di Roma volea, purché salva la sostanza dell’alta supremazia romana, dare esempii di animo benevolo alle altre città, specie a quelle sul mare. Ma aspra e feroce si scatenò la devastazione e la guerra per la regione dei Lucani e dei loro alleati. Locri si diè ai Romani, consegnando, ossia tradendo, il presidio epirota. Crotone, validissimamente difesa da un presidio di Lucani, tien fermo un pezzo contro il console Cornelio Rufino che l’assedia; ma ritiratisi i Lucani, la città fu presa, e soffrì danni ed onte senza fine4.
Gli eserciti consolari arsero e devastarono città e paesi, vinsero in iscontri e battaglie, sottomisero genti e città: città, genti e vittorie che non vengono particolareggiatamente ricordate dagli storici; ma che sono accertate, in complesso, dai fasti consolari, quando registrano con alta e perenne fortuna, all’anno di Roma 475–279, il trionfo del console Fabrizio Luscino «sui Lucani e Bruzii» e nell’anno dopo 476–278, il trionfo del console Giunio Bruto Bubulco «sui Lucani e sui Bruzii»; e poi nel 477–277 il trionfo di Fabio Gurgite «sui Sanniti, sui Lucani e sui Bruzii». Tanta continua e fiera devastazione di guerre pertinaci avrebbero già sottomessi nella quiete della tomba gli alleati contro Roma, se al ritorno di Pirro da Sicilia in terraferma non fossero risorte le speranze della rivincita e delle vendette. E Pirro riordina le forze militari sue e degli alleati; le divide in due corpi per opporle ai due eserciti consolari che gli stanno di contro, l’uno nella Lucania al comando di L. Cornelio Lentulo, l’altro nelò Sannio con a capo Manio Curio. Marcia contro l’esercito che manovra nel Sannio; disegnando di batterlo, pria che avesse potuto crescere di forza mercé gli aiuti dell’altro della Lucania5.
E avvenne lo scontro nei «campi taurasini»6 non lungi da Benevento: e vinsero i Roamni, pur lasciando, e gli uni e gli altri, grande numero di morti e di prigioni. Crebbe pompa al trionfo per le vie di Roma del console vincitore la lunga catena de’ Sanniti, Messapi, Bruzii, Lucani ecd Epiroti prigioni di guerra, e lo spettacolo di quattro elefanti che non erano stati prima veduti in Roma, e che ebbero dal volgo il nome di «buoi lucani» dal maggiore animale, di cui avevano contezza e dal luogo ove erano stati veduti la prima volta7.
La stella di Pirro era tramontata: e lui, irrequieto e mobile, o che intendesse davvero portarsi in Epiro per raccogliere aiuti da quei dinasti e tornare alla guerra d’Italia, o che comprendesse ormai inutile ogni suo sforzo contro l’idra sempre risorgente di Roma, lasciò l’Italia nel 474-275 e con poco onore, minor lealtà e nessuna fortuna tornò in Epiro Né quivi sostò guari: ma cacciatosi tantosto in nuove imprese, fu morto il 482-272 in Argo, di un colpo di tegolo, che nella mischia di un fatto d’armi, gli venne sul capo.
Lui partito, capitolò la guarnigione che aveva lasciato nella cittadella di Taranto. La città si sottomise al suo fato, e fu smantellata delle sue mura; ebbe però conservata una certa autonomia i cui precisi limiti non è dato designare; ma di certo non restò lei padrona di poter disporre di sue forze armate di mare e di terra. A quali vendette si sciolsero tra le sue mura i Romani non è detto, ma è facile concepire. Quindi, senz’altro indugio, i tre più fieri e più forti degli alleati, i Sanniti, i Lucani, i Bruzii, si sottomettono e dànno ostaggi; i fasti registrano nell’anno di R. 401–273 il trionfo del console C. Claudio Canina dei Sanniti, dei Lucani e dei Bruzii; ed altri trionfi nell’anno seguente di Sp. Carvilio e di Papirio Cursore8. Restarono ancora, qualche tempo, per le devastate regioni nuclei di resistenza e di brigate armate irrompenti a vendetta non meno, come suole, che a rapine; poiché Lollio, uno degli ostaggi sanniti fuggito di Roma, era venuto a mettersi a capo delle bande che si raccozzano (nell’anno 485–269); ma il moto durò poco; duramente represso dagli, eserciti e dalla scure di Roma.
Vinto il paese, Roma intende assicurare l’imperio con presidi posti nel luoghi forti, e con le colonie, che erano non meno arnesi di guerra, anche esse, che propaggini di romanesimo. Per la Lucania, allora mandò coloni e a Pesto ed a Cosa (481–275), la quale ultima non so se risponda all’antica città di tal nome nel territorio di Turii, verso il paese che oggi è detto Cassano sul Jonio, o se risponda a Cosa, posta sui monti tra gl’Irpini e i Lucani, che risponde all’odierna Consa. Non molto tempo dopo, colonie pel Sannio a Malevento, che allora diventò Benevento, nel 486-268; poi ad Isernia nel 491–263; e, vinti i Salentini, a Brindisi, testa di ponte ai mari ed alle terre del mondo greco–asiatico.
A questi stessi tempi (486–267) i Picentini posti sull’Adriatico si levarono in armi: ma dopo due anni di fiera lotta furono vinti dagli eserciti di due consoli, e Roma ne prese straordinaria vendetta. Temendo futuri dnnni per possibili accordi di questi popoli con i Celti loro finitimi, tutta, o gran parte di tutta la gente trapiantò dalla regione adriatica al golfo posidoniate sul Tirreno, nelle piane campagne poste tra la città di Salerno e il fiume Silaro. Non è detto se trovarono qui altri popoli o se terre spopolate o deserte, che invero rendevano l’aere malsano le acque malamente fluenti; né è ricordo di città tra Eburum e Posidonia da un lato del fiume Silaro e Salerno, e Marcina dall’altro lato.
Furono «trecentosessantamila Picentini che, al dire di Plinio9, vennero in fede del popolo romano»; e che fede! ma tutti di certo non avevano colle armi in mano combattuto. Furono piuttosto le famiglie di tutto un popolo che mutava sede di forza, con esempi rari sì, ma non ignoti alla politica di antichi e moderni prepotenti. Roma stessa tramutò nel Sannio genti intere di Liguri delle Alpi Apuane; e i despoti siciliani di Siracusa tramutarono dal continente nell’isola popolazioni intere a rinforzo delle desolate città. Di altri non dissimili spostamenti se tace la storia scritta, può dare argomento la omonimia geografica.
Nelle terre della Campania a destra e non lontane dal Silaro fondarono allora una città che, a ricordo delle patrie sedi, fu detta Picentia, e fu capo di minori sedi del popolo stesso. Oggi se di altri paesi loro non esiste vestigia, esistono qui e qua reliquie di nomi antichi10. Ma 360mila coloni erano di troppo per quelle distese di terre; ed è probabile che una parte di essi s’internò tra i monti della Lucania a colonizzare altre terre, ad occupare altre sedi: ed io credo che una parte di questi esuli, sostando in quella valle della Lucania cui solca il fiume che dai Greci del Jonio aveva avuto il nome di Casuento, vi fondò una città, che ricordasse loro l’antica patria perduta, e la dissero Potentia, alle origini del Basento.
NOTE
1. Cronologia di questo capitolo:
Av.C. 280. — Arrivo di Pirro in Italia. Battaglia di Eraclea.
279. — Battaglia di Ascoli.
278. — Alleanza di Eraclea con Roma.
279-277. — Trionfi di generali in Roma per vittorie nel Sannio e in Lucania.
275. — Battaglia ai campi Taurasini, presso Benevento.
275-4. — Pirro abbandona l’Italia.
273-2. — Sottomissione dei già alleati di Pirro, Sanniti, Lucani, Bruzii — Trionfi di generali romani.
273. — Colonie a Pesto e a Cosa.
265. — Popoli del Piceno trasferiti sulla destra del fiume Silaro.
2. EUTROPIO, lib. I:
Pyrrus, conjunctis sibi Samnitibus, Lucanis, Bruttiisque, Romam perrexir, omnia ferro igneque vastavit, Campaniam depopulatas est, atque ad Praeneste venit.
3. A detta di CICERONE singulare foedus; o amplissimum foedus, nell’orazione pro Archia poeta. — Archia, nato in Antiochia, venuto tra i clienti o amici di Lucullo, ottenne Ia cittadinanza di Eraclea: e poiché questa era città federata con Roma, Archia, cittadino eracleese, ebbe dritti di cittadino romano, in Roma. Questo gli vonlra conteso; e il grande oratore e avvocato perorò a favore di Archia.
4. FRONTINO, Strateg., III, 6°:
Cornelius Rufinus Cons. (la seconda volta C. nel 477-277) cum aliquanto tempore Crotona oppidum frustra obsedisset, quod inespugnabile faciebat assumpta in praesidia Lucanorum manus, simulavit se coepto desistere:… Crotonienses… demisere auxilia, destituisqae propugnatoribus… capti sunt.
5. PLUTARCO, in Pyrrum:
Quidquid autem habebat Pyrrhus copiarum in duas divisit partes: quarum una in Lucaniam misit ad detinendum alterum consulem, ne subvenire posset collegare; alteram ipse duxit contra M. Curium, qui tuto loco circum Beneventum sedebat: manens ex Lucania auxilio.
6. «Campi Taurasini» è la correzione di Cluverio, da tutti ormai accettata, alla primitiva lezione in Arusinis campis di Frontino, di Floro e di Orosio; i quali ultimi li dicevano in Lucania. Floro, I, 18:
Lucana suprema pugna (di Pirro) sub Arusinis quos vacant campos. Orosio, IV, 2: Tertiumque id bellum contra Epirotas apud Lucaniam in Arusinis campis gestum est. Frontino, Strat. IV, 1: Romani, victo eo in campis Arusinis, circa urbem Statuentum…;
che in altri Mss. è Fatuentum. Questa parola è stata corretta in Maleventum, seguendo giustamente la indicazione di Plutarco. Infatti, Curio non era in Lucania, ma nel Sannio, onde la necessità della correzione della parola circa urbem Maleventum, o Beneventum, che è lo stesso, e l’altra correzione dei «Campi Taurisini» o di Taurasia nel Sannio.
Gli scrittori basilicatesi accettarono la lezione dei «Campi Arusini» in Lucania; e gl’indicarono nelle campagne a piè del monte «Arioso», presso Pignola e Potenza. L’Antonini, invece (I, 153), fu di avviso che per Arusinis campis dovesse leggersi Acherusinis, campi di Acherusia o Acerenza; e la lezione di Statuentum o Fatuentum, voleva si leggese Ferentum, che risponderebbe all’attuale Forenza, prossima, infatti, ad Acerenza. E potrebbe dirsi correzione plausibile, se non stesse in fatto che la battaglia fu vinta su Pirro dal console M. Curio Dentato; e questi campeggiava nel Sannio, e non in Lucania, ove guerreggiava invece il console Lentulo.
Mommsen dice (Vol. I, p. 410): «Campo arusino, presso Benevento».
7. PLUTARCO, in Pirro.
8. Ecco la serie dei «Trionfi» ai generali romani per fatti di armi in Lucania, secondo che si trovano registrati negli ACTA TRIUMPHOR. CAPITOLINA (in Corpus Insc. Latinar. vol. I, 457):
Anni di R.
476. — C. Fabricius . C.F.C.N. Luscinus . II . an. CDLXXV . Cos. II . De Lucaneis . Tarentin . Samnitibus . Idib. decembr. et . Bruttieis . non . Jan.
477. — C. Junius . C.F.C.N. Brutus . Bubulc. An. CDLXXVI . Cos. II . De Lucaneis et Bruttieis . non . Jan.
478. — Q. Fabius . Q.F.M.N. Maximus . An. CDLXXVII . Gurges . II . Cos. II . De Samnitibus . Lucaneis . Bruttieis . Quirinalib.
479. — L. Cornel. T.F. Serv. N. Lentul. A. CDLXXIIX . Candin . Cos. De Samnitibus . et. Lucaneis . K. mart.
481. — C. Claudius . F.C.N. Canina . An. CDXXC . Cos. II . De Lucaneis . Samnitibus . Bruttieisque . Quirinalib.
482. — Sp. Carvilius . C.F.C.N. Maximus . II . An. CDXXCI . Cos. II . De Samnitib. . Lucaneis . Bruttieis . Tarentineisque.
482. — L. Papirius . L.F. Sp. N. Cursor . II . An. CDXXCI . Cos. II . de Tarentineis . Samnitib. . Lucaneis . Bruttieisque.
9. PLINIO, III, 18: — «CCCLM Picentium in fidem Romani populi venere». — STRABONE, V, 251, dice di loro: … avulsa Picenorum particula quaedam. E Niebhur scrive: «Una parte della nazione fu trasferita sul mare inferiore». Vol. III, 233.
10. Nel luogo che oggi è detto Sant’Antonio di Vicinza era l’antica Picentia. — Aversano e Persano, quivi presso, sono dai gentilizii Versius e Persius, proprietarii dei presidii: Tusciano è nome di un corso di acqua, ma prese il nome dai prossimi predii, tusciani da un Tuscius. — Conf. FLECHIA, Sui nomi del napolet. deriv. da gentilizii italici. Torino, 1874. — V. in seguito, nella parte II, il capitolo III.