CAPITOLO VIII
EMPI DELLA DINASTIA ARAGONESE
GUERRE, INCURSIONI, CONGIURE
Con l’avvento dei Re aragonesi comincia nella storia di Napoli l’albore de’ tempi moderni. Era apparsa manifesta per quasi un secolo, la debolezza del potere regio; si era vista della successione alla Corona la perpetua instabilità, non tanto dal difetto di prole del sovrano, quanto da quella catena canonico-feudale ribadita dai Re angioini, che ligava il reame alla sedia papale; la quale cambiando, o potendo cambiare indirizzo di politica ad ogni breve mutare di papi, manteneva, negli ambiziosi e riottosi signori del regno, speranze sempre vive di prossimi cambiamenti, e, con le vive speranze, fomite di congiure, lievito di rivolture.
La mancanza al potere regio di un esercito stabile, la conseguente dipendenza della Corona dal concorso malfermo delle milizie feudali; e quindi, per vincere o tenere in freno i riottosi dei grandi feudi, la necessità delle compagnie di ventura, che vendereccie e traditrici servivano chi le pagava fin che altri non le comprasse a migliore mercato, rendevano i re men di fatto che di nome sovrani. Emuli di essi e rivali, quando non inimici aperti o cospiratori, i grandi feudatari. Era su per giù la condizione di essere di tutte le monarchie del tempo; e la medesimezza dell’organica infermità portò, per la stessa natura delle cose, alla ricerca dello stesso rimedio la podestà regia nel secolo XV, costituendo nuclei di eserciti differenti dalle milizie feudali, deprimendo i grandi vassalli, ossia i grandi feudatari; e ingegnandosi innanzi tutto di costituire al tesoro regio sicurezza di reddito, mercé stabili contribuzioni.
La nota caratteristica dei Re aragonesi nella storia napoletana fu appunto l’abbassamento cosciente dei grandi feudatarii contro il re, e l’elevamento, non sempre consapevole, della classe borghese, mercé un largheggiare di ufficii o di titoli nobiliari. Alfonso, dai principi del suo regno, intese a stabilire su gli abitatori di tutte le terre, regie o feudali, una contribuzione fissa in ragione dei fuochi; e un certo nucleo, quantunque non numeroso, di genti d’arme stabili. Perché il figlio, che era bastardo, riconoscessero alla futura successione al trono, concesse la giurisdizione anche criminale ai baroni nei loro feudi; il che ne accrebbe verso i vassalli la prepotenza; ma e lui stesso e la sua casa mai non ismisero il segreto intento di togliere o menomare nei baroni la facoltà di avere a loro servizio gente d’armi numerosa, e nei loro stati fortezze con proprii presidii in assetto di guerra; il che era uno dei gravami, di cui si sentivano più vivamente tocchi i grandi baroni.
Questo indirizzo di governo crebbe di efficacia sotto Ferrante successore ad Alfonso e i baroni a rodere il freno, a stringere trame, e, come di solito, a rivolgersi di qua e di là fuori del regno per offrire il cavallo e la sella a nuovo cavaliere. Fatte col re d’Aragona pratiche che non approdarono, trassero all’impresa del regno Giovanni d’Angiò, figlio del già re Renato, auspici primi il principe di Taranto, il principe di Rossano, il marchese di Cotrone, il duca di Atri. Con gli aiuti del Papa, che mai non veniva meno al concetto di torcere filo a tutte le trame interne del reame di Napoli, e con gli aiuti di Francia e di Genova, venne nel regno Giovanni d’Angiò; e le cose di re Ferrante piegano a mal partito. Capitanata, le Puglie, l’estrema Calabria, l’estremo Abruzzo per opera dei baroni aderiscono a re Giovanni; il duca di Melfi, il conte di Avellino, il conte di Pulcino o Buccino vennero a fargli omaggio. «Tutto Principato, Basilicata, e Calabria fino a Cosenza (dice Giannone) alzò le bandiere angioine»1. Ma da tanta iattura salvarono Ferdinando sì l’animo intrepido, sì i soccorsi che gli vennero dal duca di Milano, questa volta da un novello Papa, dagli Albanesi di Giorgio Scanderbeg, e segnatamente dai baroni di Casa Sanseverino.
Il conte di Marsico, di questa Casa, e capo de’ Guelfi, trattò col re; ne ebbe in feudo e in titolo il principato di Salerno, che lo innalzava su tutti i suoi pari di potenza e di bellezza, tal che volle col titolo di principe il diritto sovrano di battere moneta, anzi il re gli riconobbe finanche, per pubblico trattato, il dritto — come si ha a dirlo? — di potere impunemente fare uccidere in qualsiasi parte del regno quei di casa Capano, già suoi vassalli nel Cilento2; a tanto era giunta l’arroganza degli uni e l’abbassamento dell’altro! Questo novello principe di Salerno trasse alla parte del re gli altri numerosi e potenti di casa Sanseverino; e per essi il Principato con il Cilento e con il vallo di Diano, gran parte di Basilicata: e vuol dire che grande parte del paese sul Tirreno di terre sanseverinesche furono col re e l’afforzarono. E sollevandosi per cotesti aiuti la fortuna del re, cadeva l’animo ambizioso degli avversi signori; sicché parve loro spediente di far pratiche di pace, che il Re venne loro concedendo con animo non sempre leale, covando vendette, che gli accrebbero mala fama presso i contemporanei e gli avvenire.
Il fato della storia premeva tutti; la situazione delle cose s’imponeva a tutti. La potestà regia e la feudalità nati e vissuti lungo tempo l’un per l’altro e d’accordo, erano venuti, a termine del loro ciclo, in aperta lotta; il contrasto non poteva altrimenti sciogliersi che col prevalere dell’uno sull’altro; ma col prevalere della feudalità era lo sminuzzamento degli Stati, il disgregamento delle nazioni; col prevalere della monarchia, l’aggregamento di piccoli o minori Stati in grandi, e di popoli in nazioni; e col prevalere di essa man mano l’espandersi dell’eguaglianza civile.
Questo contrasto del momento storico ebbe scioglimento nel Napoletano con la famosa tragedia, che è detta della Congiura dei Baroni. La quale per due atti suoi si svolge in Basilicata, a Melfi ed a Miglionico, per opera non di popolo, e non pel popolo, ma dei suoi signori.
Questi vivevano nei loro castelli in mala contentezza del Re e del Duca di Calabria Alfonso, suo primogenito, che in opere e in parole si chiariva più del re stesso apertamente avverso al baronaggio: ma vennero in più presentanei sospetti di pessimi eventi, poiché il potere della regia casa prendeva vigore per le prospere sorti della guerra d’Otranto; donde aveva cacciato i Turchi.
E giunto che fu allora alla sede pontificia un Papa che si mostrò avverso al re di Napoli, i tristi umori non tardarono a dar fuori in palesi eruzioni, auspice e complice questo papa Innocenzio VIII, cupido di alti destini per un suo figliuolo; e, come genovese che egli era, e giù di mal animo al prevalere dei Catalani, della Spagna, della Sicilia e di Napoli nel Mediterraneo.
I più potenti baroni dei regno, il principe di Salerno, capo dei Sanseverino, e il principe d’Altamura del Balzo distesero la trama; vi concorsero aderendo i ministri stessi del re. E per intessere l’ordito e per accontarsi, dai loro sparsi castelli, in qualche luogo senza dare esca ai sospetti del re, vengono alle nozze, che celebra in Melfi il figliuolo del duca di questa città con una figliuola del conte di Capaccio, di casa Sanseverino, e la sposa in grande pompa e corteo accompagnano dalla terra di Padula, che è nel vallo di Teggiano, a Melfi. Qui l’allegro strepito delle feste copre gli occulti consigli: applaudono alle promesse del Papa che darebbe l’investitura del regno a Renato d’Angiò; aderiscono di mandare sollecitazioni all’uno e all’altro, e intanto si afforzeranno d’armi e scudi. Il Re, che ne ha sentore, si affretta a spezzar la trama d’un colpo, e va e mette mano sulla persona e sugli stati del conte di Nola e di altri feudatarii: e il colpo ardito dà un crollo ai congiurati, che sperano e dubitano di quel Renato, che è sollecitato e non viene. In questo titubare delle due parti il re, o che tema o che simuli, fa note intenzioni di pace e promesse di perdono; e i baroni tra lo sprone dell’odio e il freno della paura si mostrano non avversi agli accordi.
Girolamo Sanseverino, principe di Bisignano e barone di Miglionico, li riunisce nel suo castello di Miglionico; ed ivi stesso il re, invitato agli accordi, inviò i suoi delegati.
I quali convennero in taluni patti, che, essendo condizioni anzi di tregua, gravide di guerra, che di pace, chiariscono lo spirito di quel complesso di cose, onde era emersa la lotta; poiché dimandarono i baroni, e i delegati del re assentirono, fra altri patti, che fosse permesso ai feudatarii di guardare con loro genti le loro rocche, e con loro proprie genti d’armi i loro stati; e che non fossero obbligati a venirne di persona al Re, pel servizio feudale dovuto, o se altrimenti richiesti, ma bastasse invece assolvere al debito o all’invito per via di procuratore. I patti concordati era necessario li approvasse il re, e richiesero che il Re venisse ad approvarli; e il Re venne, il 10 settembre del 1485, nella terra di Miglionico, e con esso la regina, e poi il duca di Calabria. Il Re approvò; e lasciando la terra di Miglionico, i baroni con grande mostra d’onore gli fecero corteo fino in Terra di Lavoro; e qui tolsero commiato da lui con ogni riverenza3. Ma chi delle due parti era in buona fede?
Forse nessuna. E i baroni, a consiglio del principe di Salerno, tentano di trarre ai loro intendimenti il figlio secondogenito del Re, che rifiuta l’offerta corona; ed è tenuto prigioniero: sicché quelli si scoprono, ed alzano bandiere papali rompendo in aperta ribellione. Il re, a tagliar la radice della stessa gramigna in terra sua, va diritto contro le terre del papa; assedia Roma; devasta il paese; e quegli, che non può tener fermo ed è premuto dai cardinali e dai suoi, piega alla pace col re; e negli accordi conchiusi raccomanda il perdono ai baroni del regno; e il re promette.
Ma la parola non mantenne; e con perfidia lungamente covata venne contro di essi a tali vendette che ne risonò l’eco in Europa. I maggiorenti furono spenti o scamparono profughi; i maggiori feudi tornarono al re, che prese possesso delle castella fortificate, provvedendo di persona il Duca di Calabria a visitarle, e ripararne o crescerne i fortilizii, e munirli di castellani e gente fidata.
Nemesi, ministra dell’antico fato, punisce anche chi, in esercizio del suo diritto, offendeva il diritto altrui. Dal sangue di tante vittime non tardò a germogliare vendetta; e venne Carlo VIII, ma venne senza ostacoli (1485); vinse senza combattere; e ripartì senza gloria; e non occorre ripetere qui cose universalmente note e non peculiarmente necessarie al nostro subietto. Partendo lasciò nel regno presidii di gente d’armi e di fanti francesi, inglesi, tedeschi; e il Duca di Montpensier fu suo vicario e capitan generale.
Allora i baroni del regno, mal satisfatti di re Carlo per non concessi premi, e i Napoletani, «gente (è vero) sopra ogni altra mutabile»4, ma già stanca delle cupidigie, delle libidini, delle arroganze degli invasori, volgono gli animi a richiamare il re di Napoli, che era fuggito in Sicilia; e questi viene in terra ferma, ottenuti aiuti d’armi e di naviglio dal re Cattolico, suo parente, che mal poteva gradire il prevalere della Francia in Italia. Con questi aiuti combatte virilmente, e riconquista il regno.
L’ultimo scontro dei due eserciti ebbe luogo presso Atella.
I Francesi, al comando del generalissimo Montpensier, venendo da Ariano, intendevano, per la valle dell’alto Ofanto, di passare pel Melfese in Puglia; ma avendo alle calcagna le squadre del re Ferrante, sostarono al paese di Atella, che cinto qual era di mura e in posto elevato, parve al Montpensier luogo atto alle difese, per aspettare gli eventi; e intanto fa occupare Ripacandida ed altri luoghi d’intorno per provvedere alle necessità delle vettovaglie. Il giorno 18 giugno del 1496 entrò in Atella, che si rese senza resistenza, e, non ostante, fu saccheggiata5, «secondo il loro consueto» come dice dei francesi, nei suoi Diarii, Marino Sanuto, parlando appunto di questa fazione.
Erano un 4200 fanti e 200 uomini di arme.
L’esercito del Re giunse nelle circostanze della città stessa il 23 di giugno, e si apre subito un saluto di artiglieria; il giorno innanzi erano ivi arrivati, avanguardia e foraggiatori, gli stradiotti della Serenissima, alleata al Re. Ma il blocco comincia a stringere quando arriva Consalvo. Quegli veniva dalla Calabria, ove, tra parecchie altre terre, ebbe preso di forza il ben munito caslello di Laino6. Era giunto il 22 a Potenza, il 23 a Muro, e non prima del 24 poté avvivare presso Atella, a capo di mille fanti, di trecento cavalli e settanta uomini di arme. Assai più tardi vennero al campo del re le genti del Papa, alleato con esso; e la città circondarono da tre parti i tre accampamenti delle genti napoletane, delle veneziane e delle spagnuole.
Lieti di aver chiuso in trappola i Francesi, e deliberati di prenderli per fame, fu avvedimento dell’una delle due parti il guardare i passi che dalla città non isfuggissero e non vi ricevessero vettovaglie; fu intendimento dall’altra il mandar fuori foraggiatori sostenuti da uomini di arme a raccattare animali, frumento, strame, e per tenere aperte le comunicazioni per a Venosa che era in potere dei loro, e in loro potere la fiumana sottostante Atella, ad abbeverare i cavalli.
Il 30 di giugno i regi occupano, con grosso presidio, la via per a Venosa, e abbruciano cinque dei mulini posti sul corso dell’acqua atellese; gli assediati, a riparo della temuta e prossima mancanza di vettovaglie, sollevano la piazza da bocche inutili, e nel primo giorno di luglio e nei tre consecutivi, cacciano di forza fuori le mure, con la spada nelle reni, le donne, i vecchi, i fanciulli, inutili braccia alla difesa. Una sortita di Paolo Orsini e di Paolo Vitelli, con grossa mano di uomini di arme e foraggiatori per Venosa, è respinta il 5 di luglio e fatta a pezzi; i capi scampano e con essi i baroni napoletani fautori di Francia7. Diventava sempre più manifesta agli assedianti la necessità di chiudere efficacemente la via per Venosa, onde veniva sussidio di vettovaglie agli assediati, e il Re e Consalvo, l’8 di luglio, vanno all’assalto di Ripa Candida; e questa, dopo onorata resistenza del presidio, si arrende e le comunicazioni tra Atella e Venosa vengono tagliate.
L’investimento si fa più stretto; la condizione degli assediati più grave, quando l’ultimo mulino degli atellesi è bruciato, e il Re occupa di forza la chiesa di Santa Maria di Vitalba, che era agli assediati opera avanzata a guardia del fiume ove abbeveravano i cavalli. La guarnigione è costretta a cibarsi di grano cotto e carne di giumento; e non altrimenti sostentare i cavalli che dei pampini delle vigne.
Cominciano le aperture per trattare un accordo; il giorno 14 va il signor de Persy, legato del Montpensier, alle tende del Re, e le trattative dibattute e respinte, sono riattaccate il 19. L’accordo può dirsi conchiuso il 20 luglio: il Re concedeva ai Francesi un mese di tregua ad aspettare sperati o possibili soccorsi; trascorso il termine, l’esercito, al comando del Montpensier, avrebbe lasciato le terre napoletane. Il trattato che era capitolazione della città e di tutto l’esercito non venne sottoscritto che nel sabato 23 luglio del 1496. E in questo stringere delle cose, con un articolo aggiunto all’ultima ora, la tregua già pattuita di un mese, è ridotta a diciannove giorni, a contare dal 23 di luglio. Quindi la uscita dei Francesi da Atella era stabilita pel giorno 10 di agosto.
Non pertanto essi ne uscirono prima, tra il 30 di luglio e il 1º di agosto; poiché la città fu consegnata al Re, con le artiglierie, le munizioni e i pochi viveri dell’esercito, nel giorno 2 o 3 di agosto.
L’abbreviazione del termine pare avvenuta per un ulteriore patto: mancava al Montpensier il danaro necessario alle paghe arretrate delle sue genti e dei suoi svizzeri tumultuanti, che erano pronti di passare all’inimico; chiese egli al Re un imprestito di diecimila ducati e il Re consentì, ma volle accelerato il termine della tregua8.
L’assedio ebbe la durata di trenta ed un giorno; quaranta circa durò l’occupazione dei Francesi; e con essi di italiani stessi e di svizzeri ed alamanni-lanzichenecchi, ai soldi di Francia.
Anche oggi ai contadino che scava la terra nei campi di Atella accade d’incontrare, stupito, taluna di quelle ferree testimonianze dell’assedio della città, che è una rugginosa palla di cannone. E l’arma blasonica della città ne conserva il simbolo ed il ricordo: una leonessa che levata in alto la zampa palleggia un globo.
Ma non passa molto tempo, e la breve quiete del regno è rotta da una guerra fatta famosa, men per alte imprese di valore, che per uno dei più grandi esempii di perfidia umana.
Ferdinando il Cattolico, che aveva mandato col gran Consalvo forze di terra e di mare in sostegno de’ re di Napoli, suoi parenti ed alleati, contro Carlo VIII, entrò in segreti accordi con Luigi XII, figlio di Carlo testé morto; e convengono, di cuor lieto e leggiero, di spartirsi da buoni amici e cugini lo stato di Napoli. Quindi dall’un capo e dall’altro del reame entrano le loro genti; e quei di Spagna sotto la maschera di aiuto a Federico! Ma è smessa presto la maschera; i due si dànno la mano, e non isprecano fatica a sopraffare il derelitto e tradito re.
Però i regii ladroni non ispartiscono a dovere la preda; e rinasce tra loro la guerra, che è condotta dal gran Consalvo da un lato, e dal Duca di Nemours con i suoi francesi dall’altra. Questo insigne intreccio di un dramma da masnadieri ebbe una scena degna di Truffaldino, nella città di Potenza; ed è debito di ricordarla.
I due eserciti erano di fronte con l’arme in pugno; ma prima di venirne all’urto, i capi trattavano per isciogliere il disaccordo: pomo del contrasto era la Capitanata; qui scendevano a svernare le greggi dell’alto Appennino, e di là fluivano le ricche entrate delle gabelle nel tesoro del re di Napoli. Il Duca di Nemours, che aveva occupata Melfi, e Consalvo che era nella prossima Atella convennero a colloquio a mezza strada tra le due città, e li accolse, nel marzo del 1502, quella chiesetta di S. Antonio di Vienna, che oggi è prossima all’abitato di Rionero9. Ivi i due capi assistono alla messa; nominano i legati alle trattative; poi legati e dottori disputano molto, e su e giù si va più giorni tra Melfi ed Atella; ma non sciolsero il nodo geografico le ragioni degli uni, le pergamene degli altri! Convennero sì in un mezzo termine che aveva l’apparenza di non precludere la via ai futuri accordi; le terre in disputa sul controverso confine si considerassero come possedute in comune, e innalzerebbero perciò la bandiera dei due sovrani; e in comune e in eguali parti si riscuotessero i dazi della dogana delle pecore. Intanto, a segnare la precisa linea di spartimento, dopo raccolte migliori informazioni, si davano la posta nella città di Potenza i due capi supremi pel giorno 15 marzo del 1502.
Questo giorno infatti arriva a Potenza il Duca di Nemours con grande calca di cavalieri e di fautori della causa di Francia, tra’ quali i principi di Salerno, di Bisignano e di Melfi. Aspetta egli tre lunghi giorni; ma il Gran Consalvo non viene. Allora chiama egli alla sua presenza in forma solenne, notaio, giudici e testimonii, ed ordina sia, per atto pubblico, attestato il fatto della fede promessa e mancata; enumera gli aggravi del Re Cattolico alla Francia; si querela della non rispettata neutralità delle terre indivise; protesta dei danni ed interessi; chiama Dio in testimonio; e fa chiudere con le solennità de’ riti curialeschi l’atto che aveva ordinato «a cautela del Cristianissimo Re» e partì.
Dopo alquanti giorni arriva a Potenza con minor seguito, ma non minore sussieguo, un Commissario generale di Sua Maestà Cattolica, e si chiama Don Palacios. Va difilato al Duomo; e fatto quivi venire anche lui «giudice a contratti», notaio e testimonii, fa scrivere un atto che ha la data del 1º aprile 1502, e che porta — ironia delle formole! — l’intestazione solenne delle due Maestà, che si contendevano la preda reale.
In questo atto il notaio attesta che:
«ci portammo alla venerabile cattedrale della Chiesa di S. Gerardo; e quivi perquisimmo diligentemente alcuni libri che furono a noi mostrati dai mostrati dai clerici a preghiera del predetto signore Don Palacio; e in un certo antiquissimo libro intitolato La Leggenda di San Gherardo ritrovammo un Inno, non cancellato, non abolito, non dubbio, né in quale che siasi parte sospsetto; ma di chiara lettera, e franco di qualsiasi viziature; il quale Inno noi abbiamo visto, lo abbiamo letto, ed è del tenore seguente:
Praesens adest memoria Sancti Gerardi gloria,
Quem celebrat Potentia, urbs solemnis Apuliae,
Cujus dotata corpore, tanquam thesauro nobili…
E conchiude:
«Il regio Commissario generale Don Palacio, asserendo essere utile e necessario e confacente molto ai diritti e alle cautele delle Loro Cattoliche Maestà, richiese noi, notaio e giudice, di copiarlo nel presente istromento, che redigiamo in forma pubblica, a cautela delle Cattoliche Maestà, ecc. ecc.»10.
Così la lealtà delle Loro Maestà Cattolica e Cristianissima si rispecchiava nella lealtà dei loro vicarii e luogotenenti. Il dissidio ruppe in guerra; e manomesse le provincie della Puglia, di Calabria, di Basilicata11 e di Principato, la partita fu vinta in fine dalle armi di Spagna, mercé la battaglia ultima, data sul Garigliano nel gennaio del 1504. La pace fu fatta. Il regno di Napoli restò provincia avvinta al carro della Monarchia spagnuola.
Poi la guerra riaccese di nuovo trai due emuli e competitori Carlo V e Francesco I; e di loro gare sanguinose divenne campo l’Italia, a fatale premio di preponderanza pel vincitore.
La lega detta «Santissima» stretta tra il Papa, il Re di Francia e i Veneziani nel 1526 contro Carlo V, Cesare portò i turbamenti e le calamità della guerra per le spiaggie del Napolitano, ebbe a suo danno l’episodio violento e famoso del sacco di Roma, e l’impresa, contro il reame, di triste fine, capitanata dal Lautrec per parte di Francia.
Il Lautrec nel febbraio del 1528 entrò nei confini del regno e per la regione dell’Adriatico si condusse nelle Puglie; mentre lo stesso esercito di Sua Maestà Cattolica che aveva saccheggiato Roma e tenuto prigione il Papa, veniva a difendere il regno, al comando dell’Obigny. Al 22 del mese di marzo il Lautrec arriva nelle campagne di Melfi; e accampando presso il ponte di S. Venere, nel piano della Leonessa12, manda all’espugnazione della città di Melfi il famoso Pietro Navarro.
A difendere la città era già arrivato l’animoso suo feudatario, Ser Gianni Caracciolo con duo compagnie di Spagnuoli e quattro d’Italiani13 e con la sua banda di uomini in armi. Il Navarro moveva all’attacco con fanti guasconi, con le famose Bande nere toscane e con due cannoni. La difesa fu tenace ed onorata, come fu duro l’attacco. Con i due pezzi d’artiglieria puntati all’offesa,
«il Navarro — scrive il Guicciardini — avendo fatto piccola rottura (alla cinta di difesa) i Guasconi si ripresentarono alle mura, e le Bande nere con maggiore impeto, contro l’ordine dei capitani fecero il medesimo. E facendo l’una nazione a gara con l’altra, battendogli gli archibusi dai fianchi, furono ributtati con morte di molti Guasconi e di circa sessanta delle Bande nere. Ebbero la sera medesima una battitura quasi eguale, essendo tornati al tardi, perché era stata continuata la batteria, a dare un altro assalto. Ma la notte vennero in campo nuove artiglierie mandate da Lautrec; con le quali avendo la mattina seguente fatte due batterie grandi, i villani, che vi erano dentro molti, cominciarono per paura a tumultuare: per timore del quale tumulto occupati i soldati, che erano circa seicento, abbandonarono la difesa; onde quegli del campo, entrati dentro ammazzarono tutti i villani e gli uomini della terra. Fu salvato il principe (di Melfi) con pochi dei suoi; gli altri tutti ammazzati; saccheggiata la terra, e morti in tutto tremila uomini»14.
L’atroce caso di Melfi decise le città circonvicine ad arendersi17; e si rese a discrezione la rocca di Venosa, guardata com’era da 250 spagnuoli, non appena il Navarro con i suoi 4000 fanti si apparecchia all’assalto. Vincitore per la Puglia, l’esercito francese volge il cammino alla volta di Napoli, e la stringe di un assedio, che approdò a nulla. La malaria spense Lotrecco, decimò l’esercito; e questo si sciolse. Quindi la pace di Cambrai nell’agosto del 1529 ribadisce il fatto della preponderanza spagnuola in Italia, e, come provincia, attaccata alla monarchia della Spagna, il reame di Napoli.
La perduta indipendenza, la conseguente condizione di provincia, che vuol dire l’assoggettamento degli interessi napoletani a quelli della lontana e grande monarchia; l’annuale reddito del reame consumato non per esso e fuori di esso; l’amministrazione spagnuola di sua natura torpida, ignava e sospettosa produssero quel profondo abbassamento della civiltà napoletana, che è risaputo; e che inoculò nel sangue del paese quella più grave infermità dell’opinione pubblica, per cui l’ideale della vita fu visto unicamente nel fasto e nelle vanità, nel prepotere e nell’ozio.
Però non vogliamo dimenticare questo, cioè, che, almeno, i popoli quetarono dalle calamità delle guerre guerreggiate su per ogni zolla, di terra napoletana, come fu nei due secoli precedenti. Ebbero, è vero, scorrerie di corsati per le mal difese coste, violenze di briganti a schiere per l’interno, soprusi di prepotenti nella convivenza civile; ebbero leggi insane e per le leggi e sulle leggi l’arbitrio; ma ebbero due secoli di pace interna; pace non gloriosa e forse non decorosa, ma di certo più proficua e gradita ai popoli, che non le ricorrenti invasioni, e le perpetue fazioni di guerre dinastiche e feudali dei secoli XIII, XIV E XV.
NOTE
1. GIANNONE, Storia civile, XXVII, I.
2. In BIANCHINI, Storia delle Finanze deI R. napol. 1839, lib. V, I.
3. Il castello di Miglionico, che è ancora in piedi, ma ischeletrito dal tempo, viene descritto in una monografia della città, come
«fiancheggiato da sette torrioni; due dei quali agli angoli di dietro sono formati a doppie torri; più quattro bastioni a scarpa con le loro sommità coronati di merli». (RICCIARDI, Notizie storiche di Miglionico. Napoli 1869, p. 108).
Una grande stanza di questo edificio era ed è detta Sala del malconsiglio, dalla tradizione locale, che ritiene ivi si radunasse l’assemblea cospiratrice. La volta e il pavimento di cotesto grande ambiente (lungo metri 28 e largo 8) rovinarono dal tremuoto del 16 dicembre 1857; oggi è ripartito in minori stanze per uso di abitazioni popolane. (id. ibid. p. 183).
Nelle Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491), di Joanpaolo Leostello, segretario del Duca (pubblicate dal principe Filangieri nei Documenti per la storia delle arti napoletane. Napoli 1883, vol. I, 144) si legge:
«Die XVII (januarii 1488), il Duca venne alloggiare a Matera… Et postea equitavit et ando ad alloggiare a Miglionico, lo quale li villani lo chiamano male consiglio, perché loco (costà) li baroni tutti insieme fecero consiglio et dyeta…».
4. Parole di GIANNONE, XXIX. 2. — GUICCIARD. lib. II, p. 172.
5. Nel giornale del PASSARO si legge (pag. 100):
«Et jonsero (i Francesi) ad una terra nominata l’Atella; et subito si arrendio; et pigliata che l’ebbero… incomensorla a mettere a sacco». — Il Commines, Memorie (lib. 8°, cap, 2), ricorda che il Savonarola predicava che una fiera percossa sarebbe permessa da Dio contro Carlo VIII «per aver tollerato che le sue genti rubino o saccheggino i popoli e così gli amici e quelli che gli aprivano spontaneamente le porte, come i nemici».
6. GUICCIARD. lib. III, c. 3.
7. Specialmente il principe di Salerno o quello di Bisignano Sanseverino, che uscirono da Atella ricorda il Passaro, nel suo Giornale (pag. 102), per fomentare sollevamenti, e molestie contro la causa reale.
Dopo cacciati i Francesi dal regno e incoronato a Napoli il nuovo re Federico d’Aragona, che fece generale amnistia, questo principe di Salerno, Antonello Sanseverino, fu il solo dei baroni che non piegò al re, e si tenne in disparte, sospettoso ed ostile. Fortificò i castelli dei suoi stati, quei di Salerno, di Diano, di Sala (Consilina), di Agropoli, di Castellabate, di Laino, di Rocca Imperiale sul Jonio, ed altri per l’interno, come Lauria, Marsico, Saponara. Nell’ottobre del 1497 il re Federico venne con forte esercito ad assediarlo in Diano: e durò un pezzo l’impresa (v. al cap. X); ma in fine al principe fu forza di capitolare; e cedendo al re le fortezze e i suoi stati, usciva dal regno con i figli e nipoti, il conte di Marsico, il conte di Lauria, e ne andò a Sinigaglia, quindi a Venezia e in Francia, mai non restando d’incitare nemici al re, e invasori al reame.
I capitoli del trattato di resa, con data In nostris felicibus Castris ante Dianum, die 17 decembris 1497, furono pubblicati dal Gatta, Memorie topogr. istor. della Lucania. Napoli, 1732, pag. 446.
8. Conf. una nostra Nota Cronologica sulla Capitolaz. di Atella. Lettera all’on. G. Fortunato, pubblicata nell’Archiv. Stor. delle prov. napolet. Anno 1891.
Le notizie sono tratte, spezialmente, dai famosi Diarii di MARINO SANUTO, di recente stampa, ove è riportato il trattato di capitolazione. — Il Comines dice vituperosissimo il trattato (Memor. lib. VIII). Anche GIOVIO discorre della fazione di Atella, e con qualche larghezza, ma vaga; e qui giova ricordare che nella versione italiana di quelle di lui Istorie (Venezia, 1560, lib. IV, 174), il DOMENICHI, traduttore, confonde, traduce e ripete sempre Aversa per Atella, scambiando l’antica Atella, Campana, con la odierna Atella di Basilicata.
9. Vedi in Rassegna Pugliese, di Trani, febbraio 1898, un bell’articolo di A. Cappiello su questa chiesetta, col passo dello storico spagnuolo Zurìta; del quale però io non accetto la nota cronologica.
10. Gli atti di notaio sono pubblicati nelle «Memorie della città di Potenza» del cantore G. VIGGIANI. — In SUMMONTE, vol. vol. 3°, lib. 6, p. 541, si legge:
«… Il gran Capitano si difendeva con testimonii, scritture e leggi, facendo veder chiaramente che tutte le terre, delle quali si contendeva tra loro, erano comprese nei termini della Puglia…».
11. In una delle molte fazioni di questa guerra, che ebbe imprese di maggior momento in Puglia (ove la battaglia di Cerignola dié un crollo alla causa francese e tolse la vita al Nemours), si trova ricordato presso il Parrino, che «il vescovo Puderico era stato assediato dai Francesi in Laurenzana, terra di Basilicata; ma con grande destrezza e valore la preservò dal loro impeto» (Teatro del governo de’ Viceré. — Vita di Consalvo, vol. I, 102).
Vi si legge inoltre che Consalvo mandò
«Bartolomeo di Alviano contro Luigi d’Arvis, che coi suoi aderenti scampati dalla rotta della Cerignola, eransi impadroniti delle città di Venosa, Atella ed Altamura, dalle quali furono immantinenti dall’Alviano scacciati». — Ibid. 108.
12. GUICCIARDINI, lib. 18, 92. — ARANEO, Stor. Melfi, pag. 344.
13. GIOVIO, Le istorie, ecc. lib. 25.
14. GUICCIARDINI, Le storie, lib. 18.
15. GIOVIO, Istorie, lib. 25, che però non parla di questi tumulti interni del popolo.
16. ARANEO, Notizie storiche di Melfi, pag. 346. — E con le frangie delle fantasie popolari in BRIENZA, Il martirologio della Lucania. Potenza, 1883, pag. 29.
17. GUICCIARD. ibidem.