CAPITOLO VII
CAPITOLO VII.
LE COLONIE ELLENICHE NELLA ENOTRIA1 — SIBARI E TURII
I popoli che furono conosciuti dai Greci sotto il nome di Enotri occupavano già, da gran tempo, tutta la regione che poi fu la Lucania, e tutta o gran parte della penisola bruzia, quando ivi approdarono le prime colonie elleniche; e fu nel secolo VIII avanti l’era volgare.
Intorno a questo periodo di tempi ebbe principio il movimento delle colonizzazioni degli Elleni nella bassa Italia, se si eccettui la colonia di Cuma; la quale invece rimonterebbe, secondo la cronologia comunemente accettata, ad un’antichità assai più remota; antichità per vero negata da dotti scrittori moderni, ma pure recentemente riconosciuta come attendibile da altri2.
Nell’Odissea3, si legge che Mente, re dei Tafii, che ebbero fama di navigatori eccellenti
Fendendo le salate onde, ver gente
D’altro linguaggio, a Temesa recava
Ferro brunito per temprato rame,
Se si potesse essere certi che questa Temesa produttrice di rame fosse la Temesa delle piaggie bruzie sul Tirreno, come, del resto, avvisa anche Strabone4, sarebbe di ben remota antichità la notizia delle terre italiche ai navigatori dello coste elleniche. A Temesa, come a Taranto, come a Malaca o Macala, e forse a Siri e a Metaponto erano già stazioni di gente «di altro linguaggio» come li dice il poeta dell’Odissea, allorquando i vecchi Elleni vi approdarono, nel corso fortunoso di loro viaggi verso il golfo, ove fondarono Cuma nei remotissimi tempi. Ma questi sono i dati di una storia che è a confine promiscuo con la leggenda; e la storia umana delle colonizzazioni elleniche in Italia non si chiarisce che tra l’VIII ed il VII secolo.
Il quasi contemporaneo sviluppo delle varie correnti colonizzatrici dalla Grecia alle coste italo-sicule nel secolo VIII, ha fatto pensare ad un insigne dotto, che il moto di espansione oltremarino fosse determinato da un fatto non prima di quell’epoca noto agli Elleni, e il nuovo fatto fu la scoperta delle coste enotrie e sicule avvenuta in quel periodo di tempo. Sarebbe infatti appunto di quei tempi il caso che ricorda Tucidide di quel Teocle che «gettato dalla tempesta sulle coste della Sicilia, tornò in patria ad informare i suoi concittadini della ricca regione incontrata, e degli abitatori di essa»5; e Calcide inviò lui stesso a fondare la colonia di Nasso, che sarebbe la più antica, in Sicilia.
Certo è, veramente, che, da Cuma in fuori, ebbero origini, nel secolo VIII, le maggiori colonie di Sicilia e della penisola italica. Nasso, Siracusa, Ibla, Leontini, Catania, nella grande isola, furono fondate nel breve periodo che va dal 736 al 730; e in terra ferma, sulle spiaggie jonie, Sibari, Locri, Crotone, Taranto, dal 720 al 707. Di più oscure origini furono forse Siri, ed Aliba o Metabo denominata poi Metaponto dagli Elleni che vi giunsero più tardi.
Nel secolo VII si sviluppa la colonizzazione siceliota; e dal 690 al 600 gitta rami e propagini in Gela, in Reggio, in Zancle o Messina, ed in Acre, Casmene e Cameria. Nel secolo VI si svolge la colonizzazione della penisola lucano-bruzia, e si propaga a Lao, a Scidro, a Posidonia, ad Elea, a Terina, ad Ipponio ed altre.
Queste sono le date cronologiche, che diremo uffiziali, delle colonie ora indicate. Ma è lecito supporre che precedettero ad esse approdi o stazioni, o fattorie, o tentativi di stabilimenti temporanei da parte di gente che, più che coloni legalmente staccatisi dalla madre patria, erano forse banditi, o pirati e filibustieri od altro genere avventurieri poco o punto onorevoli. Poi la distanza del tempo coprì della sua ombra pietosa la parte men pura di codesta gente; e quei primissimi stanziamenti di gente equivoca non emersero che nel concetto posteriore dei nipoti a dignità di colonie, dagli inizii legalmente decretati e solenni. Giacché le colonie dei tempi storici e progrediti erano consacrate dall’oracolo precedente e favorevole della Pizia, ed avevano a condottiero legale l’oikistos od ecista, che era il capo, il giudice, e il legislatore designato dalla madre patria. Egli, come tutti i fondatori degli Stati, era in vita venerato come un eroe, e, dopo morte, proseguito degli onori eroici dai coloni.
Da queste solenni consuetudini elleniche dei tempi storici derivò il concetto che fece dai coloni italioti riattaccare la fondazione prima delle loro città agli eroi, popolarmente famosi, del ciclo troiano; e Cremissa e Petilia sono fondate da Filottete, Metaponto da Nestore o da Epeo, Salento da Idomeneo, e chi da Ulisse e chi da Diomede e chi da tale altro dei loro compagni. Ricorrendo alla fonte eroica comune alle genti elleniche, attribuivano alla loro città origini gloriose, grazie al fondatore di essa, e nel nome dell’eroe fondatore attingevano quel battesimo di legittimità, che per la mancanza di un oikista noto era difettiva alla città come alla famiglia venuta su senza gli auspicii e i riti delle giuste nozze. Così ai principii dell’età di mezzo, le chiese delle maggiori città riattaccano l’origine loro agli apostoli o ai costoro primi discepoli: e l’antichità o la santità delle origini religiose erano gloria e conforto all’amore della patria terrena.
Talune di queste colonie predominarono su tutte le altre in un certo periodo di tempo; e in quel momento storico di loro prevalenza furono come il centro della politica dell’Italia e della Sicilia coloniali. Cuma sul Tirreno si eleva ad altezza di stati illustri nelle sue relazioni, pacifiche o battagliere, con le popolazioni della Campania e del Lazio. Nella grande isola ebbe splendore e predominio Siracusa. Nell’ultima penisola di terra ferma, la prima, la più fiorente, la più potente, e la più a diversi titoli famosa fu Sibari; e quando questa cadde e scomparve all’urto di Crotone, ebbe splendore e predominio Crotone; e questa abbattuta da Locri venne il tempo del predominio di Taranto. Le altre città, floride e splendide anche esse, non arrivarono a lustro o larghezza d’imperio pari a quelle ora indicate.
Nella cerchia del nostro soggetto non entra che Sibari; la quale estese dominio su gran parte della interna regione che poi fu la Lucania ed il Bruzio; gittò le sue propagini sul Tirreno con le colonie di Lao, di Scidro, di Posidonia; e sul Jonio stesso estese influssi d’imperio e di patrocinio sulle altre città di Siri, di Metaponto, e si può credere di Lagaria e di Pandosia. Fu pertanto il più forte stato politico, che ebbe dominii nella bassa Italia dal golfo di Taranto al golfo di Posidonia, in quel periodo di tempo che intercesse tra il remoto dominio degli Enotri e quello meno antico dei Lucani.
La data cronologica della fondazione di Sibari è una delle meno incerte, anzi si considera come addirittura accertata: è essa nel primo anno dell’olimpiade 15, che risponde all’anno 34 dell’era romana ed al 720 innanzi l’era volgare6. Fu fondata sulle spiaggie del mare Jonio in quel punto della pianura, dove l’attuale fiume Coscile si scarica nel Crati7.
I suoi primi coloni vennero dal Peloponneso; i più da città dell’Acaia; ed altri, con essi, da Trezene dell’Argolide. Il nucleo, per numero o per importanza, maggiore uscì dalle città di Ege, di Bura e di Elice, in Acaia. Presso di Ege scorreva il fiume Crati (oggi Akrata) e presso di Bura era la fonte detta di Sibari8; due nomi che i nuovi coloni riprodussero, nel paese enotrio nuovamente occupato, ai due fiumi che fluivano da presso alla nuova città. Da Elice, che fu la capitale religiosa degli Achei, veniva l’Oikista, che era a capo di tutta la gente che fondava e popolava Sibari. Il suo nome è incerto; benché si trovi detto Iselikeus nelle carte di Strabone9. E deriva da queste origini, anche il tipo delle sue monete10 che e il toro rivolgente il capo all’indietro, e che per la città fondata da Elicei addiventa un’arme parlante.
Oltre ai Trezenii dell’Argolide ed alle genti dell’Acaia, altri coloni si aggiunsero loro, forse da Rodi o da Locri, giacché solo per la presenza di cotesti gruppi di genti si potrebbe spiegare (come altri ha giustamente osservato) la notizia di taluni miti o leggende che s’intrecciano alla notizia della storia di Sibari.
Ebbe origini, incremento, e fine nello spazio di 210 anni, che e pure un breve spazio di tempo per l’insigne splendore e la potenza a cui pervenne.
La storia della città di Sibari fu meravigliosa a tutta l’antichità; i meravigliosa e fantastica per gli stessi moderni. Città famosa per numero di popolo, per estensione d’imperio, per opulenza di economia pubblica, per raffinatezza di civiltà che parve prossima a corruttela, e per la sua stessa catastrofe repentina e straordinaria, venne la sua causa a mano di tardi retori e sofisti, che, esagerando o impicciolendo o interpretando di traverso tutti i fatti di una civiltà che precorse i tempi e maravigliò i contemporanei, ebbero buon giuoco alle declamazioni in sostegno di una tesi di carattere morale. Sibari cadde troppo presto, e quando, può dirsi, la storia non si era cominciala a scrivere ancora. Il vuoto delle testimonianze contemporanee lasciò libero il campo alle creazioni degli odi di parte e alle infiltrazioni della tradizione orale: all’azione di questa duplice chimica la storia si fuse e confuse nella leggenda! L’odio delle città rivali proseguì, anche dopo che fu distrutta, la memoria della città spenta: e gli odii politici e le teoriche etiche degli istituti pitagorici crotoniati non furono forse gli ultimi forniti che accreditarono presso i posteri le accuse, le fiabe e le arguzie contro Sibari e i Sibariti.
Gli Elleni che fondarono la città nel 720 a.C. trovarono l’interno del paese abitato da popolazioni varie, sotto il nome di Enotri, di Conii e forse di Breuci o Bretti, barbare, o poco meno, di civiltà: giunsero in poco tempo a sottometterle, tributarie, piuttostoché in servitù. Sviluppando celeremente le qualità fattive e assimilatrici di quel misto di vivaci razze venute da’ vari luoghi dell’Ellade, la colonia divenne presto uno Stato potente, così, che potè estendere nell’interno, dall’altro lato degli Appennini bruzii fino alle rive del Tirreno, le sue colonie, tra cui specialmente ricordate quelle di Lao e di Scidro, e forse anche Posidonia; di questa però è dubbio se per via di coloni da Sibari spediti, o da lei staccatisi per secessione di torbidi interni.
Crebbe in popolazione rapidamente così, che parrebbe troppo lontana dalle, ordinarie leggi demografiche, se non soccorresse lo esempio delle odierne, città degli Stati Uniti; e il rapido crescere può spiegarsi dal rapido e largo arrivo dei nuovi coloni dalle terre elleniche, attratti dall’insigne bontà del suolo e del clima; poiché la fama popolare lontana ebbe a dirlo paese di delizie senza spese, il «Bengodi» di quella antica età11.
Diodoro Siculo, accennando al vasto imperio della singolare città, lasciò scritto che i Sibariti concessero il dritto di cittadinanza a molti «stranieri»12; e in questo fatto della isopolizia largamente concessa a costoro, parve ai moderni trovar la ragione della immensa popolazione della città. Ma resta il dubbio di quali stranieri intendesse parlare Diodoro: io credo de’ nuovi arrivati di razza ellenica; e dubito se delle genti barbariche circostanti alla città, come quei moderni Scrittori pare che credano. La comunanza piena del dritto dei cittadini concessa ai barbari, sarebbe fatto insueto a tutta l’antichità.
Riferiva Strabone che Sibari tenne I’imperio su quat popoli e venticinque città13: ed erano senza dubbio le tribù dei semi-barbari circostanti; ma quali esse fossero non è detto; onde corsero libero il campo gl’investigatori delle antiche storie. Erano le popolazioni de’ Messapi, de’ Peucezii, de’ Lucani e degli Enotri, disse già il Mazzocchi14: ma sulla fede di una semplice congettura, si può ritenere per certo un imperio così ampio da giungere fino alla Japigia e alla Messapia? Mannert, invece, indica le popolazioni dei Conii, dei Morgeti, de’ Siculi, de’ Japigii15, e dimentica gli Enotri, più che altri storicamente contemporanei e prossimi a Sibari, e ricorda i Morgeti, che non è probabile non fossero già scomparsi dalla terra d’Italia parecchi secoli prima della floridezza di Sibari, nel secolo VII. Grote, con la sobria quanto efficace misura del buon senso, li dice popoli o tribù indipendenti, di ceppo probabilmente enotrio; e questa pare a me la soluzione indeterminata sì, ma meno arbitraria del problema.
Né minori le divergenze sul nome delle venticinque città; e Lao, Scidro, Posidonia, Siri, Metaponto, Lagaria, Cosa, Pandosia fu congetturato che erano del numero. Altri16 vi aggiunse Macala, Cremissa e Petelia, che, più prossime invero a Crotone, congettura per congettura, è probabile fossero in dipendenza di questa, anziché di Sibari. Ma il numero non torna ancora; e si ricorse in supplemento ai nomi di quelle ignote antichissime città, che in qualche antico geografo si trovano dette «enotrie» come Drio, Bristacio, Cone, e non so che più. Ultimamente il Lenormant aggiunge alla corona geografica di Sibari anche Cerillia, Porto Partenio e Lampetia, e inoltre una città di Sicione, che egli il primo e solo discopre in virtù di una antica moneta e le dà il posto a Scalea; e, infine e con maggior maraviglia, anche la odierna Maratea, che egli crede, dal nome, una Maratia antichissima; ma che per me è nome di origini del tutto medioevali e di popolazioni bizantine! La piena caligine di sì antichi tempi17 scuserà egli mai questa smania degli eruditi di creare qualcosa, qualche parvenza di cosa, dal nulla?
E vengo alla popolazione: il cui aumento fu, come si è accennato, tanto straordinario che la «la città (riferisce Diodoro) contava 300mila cittadini»18. Ma cittadini «attivi», come parrebbe dalla espressione dello storico19; ovvero e non altro che 300mila abitatori? Se cittadini attivi, la popolazione della città dovrebbe ammontare ad un milione e 200mila, in complesso. Or sarebbe egli credibile tanto ammasso di gente, se la città di Sibari abbracciava un circuito di 50 stadii, ovvero un sei miglia e non più20; e se Crotone, che al secolo V e IV a.C. era ampia di un dodici miglia di circuito21, non potè un secolo innanzi, cioè nel 510, mettere in campo contro la stessa Sibari che un terzo di armati meno dell’emula città? È forza dunque di concludere due cose: o che i 300mila di Diodoro erano gli abitatori, in complesso, di Sibari, non unicamente i cittadini, politicamente considerati, della città; o che i 300mila della popolazione di Sibari erano abitatori e della città e del contado di essa. Così il meraviglioso cederà il campo al possibile, e la leggenda alla storia.
Al concetto statistico della popolazione si riattacca quello dell’esercito. Diodoro stesso22 dice che Sibari, nell’ultima campagna di guerra contro Crotone, mise in campo un esercito di 300mila uomini, contro i 100mila dell’avversa città. Evidentemente, nel concetto dello storico siculo i suoi 300mila cittadini tornano qui in campo come soldati; poiché nei supremi frangenti della patria ogni cittadino attivo era soldato.
Un tale sciame di cavallette a foggia di uomini ha fatto credere a coloro che, scrivendo di storia, non dimenticano sui plutei delle biblioteche erudite il senso comune, ha fatto credere, che fosse un esercito tratto non dalla sola città, ma da tutto quell’amplo imperio di Sibari, di cui abbiamo fatto parola poco innanzi. A tale criterio, si avrebbe per tutto lo stato di Sibari una popolazione che può elevarsi fino ad un milione e mezzo.
E gli è forza confessare che non é punto impossibile. Ma poiché tutto è falsato nella storia di Sibari, non ci si neghi lo esame di questa statistica militare. E ricordando che Siracusa, potente forse più della stessa Sibari nel secolo V, sotto l’autorità di Gelone non potè mettere in campo che un esercito di soli 60mila soldati contro i Cartaginesi invasori (i quali da certa storia, eco della fantasia popolare, furono elevati fino a 300mila! annch’essi portati dal vento di Africa), e che la stessa Siracusa, sotto Dionigi il vecchio, con gli aiuti di quelle grandi città che furono Gela, Selinunte, Imera, Agrigento e Cameria, non potè mettere in campo, contro Mozia e i Cartaginesi, che 80mila uomini appena, — chi vorrà credere all’esercito di 300mila soldati di Sibari, spulezzati da non più che 100mila di Crotone, e questi, per giunta, comandati da un atleta? L’esageraziono è strabocchevole; è il seme, onde crebbe, sono i 300mila «cittadini» di Diodoro.
È necessario pertanto fare di gran tara alla statistica demografica diodoriana. E se all’affermazione dello storico sarà lecito di contrapporre quella di un antico geografo, un poco più antico di lui, e che è noto sotto il nome di Scimno di Chio ci troveremo, a mio avviso, meno insicuramente da presso al vero. Scimno23 dice Sibari «grande, nobile, opulenta e bella città,» popolata non di 300mila cittadini, ma sì di centomila. E questi piuttosto abitatori che cittadini.
A questa stregua, che è più conforme allo sviluppo normale della vita dei popoli, la storia di Sibari, almeno per questo lato, si spoglia di quella esposizione tendenziosa, che ne fecero per ogni verso gli antichi scrittori. Sminuita la cifra dei cittadini, è forza sminuire quella dei suoi eserciti; e pertanto, equiparandosi all’incirca le forze combattenti delle due emule città, la vittoria dell’una e la disfatta dell’altra (di cui parleremo), esce dal campo delle maraviglie, e addiventa un fatto umano, soggetto alle leggi, alle condizioni, alla fortuna delle cose umane.
La città, mirabile per numero di popolo, fu meravigliosa per splendore di civiltà e per opulenza. La ricchezza portò presto la raffinatezza dei costumi; e questa parve tanto e sì infinitamente superiore al comune livello delle città dell’occidente, che i filosofi vollero trovare in essa le ragioni dello sùbita caduta dell’imperio di Sibari. E che cosa non fu detto ad ingiuria della singolare città, che cosa non fu colorito in ridicolo, de’ costumi, del tenore di vita, della civiltà de’ suoi popoli? Le «storie sibaritiche» divennero il canavaccio di racconti arguti a trattener le brigate24; poi passarono a dignità di storia.
Era segno di suprema mollezza agli abitanti di Sibari l’uso delle lane finissime di Mileto, — quando le lane di Taranto non erano ancora filate, e non ancora in telaio le sete di Lione, o i pizzi di Spagna o le tele di Olanda! colà dove il clima ardente alle spiaggie apriche del Jonio obbligava a coverture leggere! Mollezza, che ai fanciulli di ricche famiglie legassero i capelli alla fronte di un cerchio d’oro, anziché da un nastro di lana, e cingessero le membra di vesti purpuree! Mollezza di vivere, che il ricco sibarita visitasse i suoi poderi in lettiga, quando i brugham non erano ancora inventati: mollezza, che per le sue ville suburbane passeggiasse, a schermo del sole, sotto viali coperti a rami di verzura intrecciati, o riposasse negli antri scavati nella rupe dall’arte. Segno di corruzione, che le matrone di Sibari assistessero ai conviti dei loro mariti. Ideale di lusso ridicolo, che ai conviti rituali (epulae) delle feste sacre facessero gli inviti un anno prima, e che agli ordinatori più inventivi si desse attestato pubblico, di onore25. Ma i retori di tarda età che predicano Curio ai tempi di Augusto e Cincinnato ai tempi di Adriano, non si avvedono che manca loro il senso dei tempi; e nel fatto di Sibari trasportano alle consuetudini della vita privata quello che era cerimonia solenne di feste pubbliche o religiose; per cui il rito e la consuetudine predefiniva di avanzo coloro che avessero diritto d’intervenire, e lo stesso limite al concorso della festa solenne doveva fare ricercato quanto onorifico l’invito gran tempo prima.
Il Sibarita dorme — si disse — su letto di rose; e una sola foglia che faccia grinza, non lascia ai molli fianchi di prendere riposo! Li sturbava il canto mattiniero del gallo e il picchiare dei mostieri rumorosi; e questi essi proscrissero dalla città. Che più? Effeminati e molli, imparano ai loro cavalli danzare a suon di flauto; e nelle supreme battaglie della patria gli squadroni dei cavalli da guerra si mutano in cavalli da circo, e ballando cavalli o cavalieri, la patria inabissa! — La città di Turii che successe a Sibari ebbe l’uso dei giuochi equestri, a giostre e caroselli; e di là li imitarono poi i Romani26. Gli arguti narratori di «storie sibaritiche» a sollazzar le brigate risalgono da Turii a Sibari; i giuochi del circo dell’una si trasformano in istituti militari dell’altra; e mescolando con l’agilità del prestigiatore al tragico il grottesco, arrivano al colmo dell’assurdo e dell’ingenuità! E gli eruditi ingenui che hanno l’ufficio e la gloria di credere e ripetere, fanno eco, e ripetono!
Sibari fu la Parigi dell’antichità. Ebbe il torto di cadere prima che nascesse la storia, e di non lasciare neppure le rovine che attestassero altrimenti la civiltà sua; ebbe il torto di essere caduta in odio ad un sodalizio illustre per sapienza, per fama, per influssi sull’antica civiltà, i pitagorici. I pitagorici ottimati di genio, di spiriti, di carattere, furono la causa occasionale per cui cadde Sibari, già venuta a mano di una democrazia furibonda e plebea. Da loro, dai loro istituti di vita semplice e sobria dovettero venir fuori i primi germi di quella morale condanna, che cestirono in fiore sul terreno dei retori e dei grammatici.
Tanto splendore di vita e così ricantata raffinatezza di vivere fanno arguire un livello di pubblica ricchezza elevatissimo, e una opulenza straordinaria anche pei tempi moderni. Smindaride di Sibari, quando si portava a sposo in Sicione viaggiò con propria nave con un seguito di un migliaio di ogni genere inservienti, che censirono in cuochi, in uccellatori, in pescatori o confettieri. Ed Alcistene della stessa città faceva pompa di un peplo che, donato a Giunone Lacinia presso Crotone, e venuto in preda, con altre ricchezze del tempio, del vecchio Dionigi, questi potè vendere per centoventi talenti27.
L’opulenza della città venne dai commerci e dalla terra. È ricordata la straordinaria feracità dell’agro tra il fiume Sibari e il Crati, che rendeva, a detta di Varrone, fino al cento per uno; ivi quei campi e quel sole producevano, come producono, abbondantissimi olii, frumento e vini. Sono ricordate le miniere di argento e forse di raem coltivate da Sibari; Temesa, ove era il tesoro sotterraneo del rame, fu probabilmente in dominio di Sibari: erano di certo le miniere di argento nei luoghi, che oggi portano i nomi significativi di San Marco Argentano e di Longobuco. Quanto ai commerci, una congettura del Lenormant è degna di speciale ricordo.
È noto da antichi scrittori che Sibari fu in relazione di commercio e di amicizia con la ricca, industriosa e navigatrice città di Mileto, dell’Asia Minore, e con i Tirreni dell’Etruria, nell’Italia stessa.
Sibari, come è noto, stabilì sue colonie e a Lao e a Scidro, sul Tirreno; e Lao si sa che era posta sul mare all’estremo di una linea retta che vi piaccia idealmente tirare da Sibari sul Jonio allo sbocco del fiume Lao nel Tirreno. Il dosso dell’Appennino onde dilagano, ai due versanti, i fiumi oggi Coscile che è l’antico fiume Sibari, e il Lao, che è lo stesso antico fiume Lao, separa le due città per una distanza di non oltre due giornate di cammino. Sibari non è detto che abbia fatto commerci marittimi: anzi un antica arguzia proverbiava il Sibarita che nasceva, viveva e moriva tra i due ponti del fiume che irrigava la sua città. Il Lenormant è di avviso che Sibari foce il commercio di transito tra le spiaggie del Jonio a quelle del Tirreno per la via interna dell’Appennino; e fu il commesso intermediario degli intraprendenti navigatori Milesii e dei navigatori Tirreni per lo scambio delle ricercate merci asiatico-orientali ai ricchi popoli della Tirrenia etrusca, e delle merci e prodotti italici ai commercianti dell’Asia. Gli uni approdavano nel golfo della città di Lao, gli altri nella rada di Sibari; e queste due città erano come il magazzino di deposito delle merci che i suoi abitanti trasportavano pel dosso dell’Appennino da un mare all’altro. Via scorciatoia che abbrevia la distanza, sopprime i pericoli dello stretto siculo, scansa i rischi della pirateria del mar Tirreno e risponde ad un bisogno vero e grande, non poteva non produrre quei frutti economici che apporta ogni monopolio, naturale o artificiale che sia; quei frutti che trasse Corinto dalla privilegiata posizione sua sull’istmo, sopprimendo distanze e pericoli dello stesso genere. Sibari fece quello che fu Corinto nel commercio dell’Egeo al Jonio, e ne ritrasse la stessa opulenza.
Tutti questi fattori economici di una ricca e raffinata, civiltà, non escluderebbero una causa più alta, che tutti li comprende, cioè una condizione di governo, ottimo, che guarentisse la pace pubblica e l’incremento della pubblica agiatezza. Ma sappiamo punto o poco degli ordini e delle condizioni politiche dello Stato sibarita: e se si volesse giudicare dagli ultimi tempi della sua storia, non si potrebbero arguire condizioni statuali diverse da quelle delle altre prossime città della stessa stirpe. È probabile che i diversi elementi, o di varie origini coloni che popolarono Sibari, non fecero un tutto omogeneo e fuso così, che non lasciassero sorgere lotte ed attriti, sia per privilegi civili, sia economici, i quali turbassero la pace pubblica. È più che probabile, la potenza stessa della città dovè fare ombra alle altre città greche della contrada, e portare tra esse rivalità e gelosie, che poi divamparono tremende all’ultima ora di Sibari. Lo stesso espandersi dei commerci se liga per ragione degli scambi un popolo all’altro, desta le gelosie e le rivalità di tal altro; perché il commercio è per se stesso esclusivo, come ogni interesse; e la concorrenza genera la lotta.
Tra’ pochi ricordi della storia di Sibari è il fatto di una lega tra Sibari, Metaponto e Crotone a danno della città di Siri, sul Jonio. Razze di Achei contro Jonii, i tre alleati facilmente sottomisero la città di Siri. Non si sa quali cause spinsero e quali interessi coalizzarono contro di una le altre tre28; ma non fu controversia per estensione di confini, perché Crotone non avrebbe preso parte alla lotta contro uno stato che dai suoi confini era del tutto lontano. Furono piuttosto interessi di commercio?
Nella breve serie delle monete di Siri è nota una che fa testimonio di un’alleanza o patto commerciale di essa con la colonia di Pixus, o Bussento, che era nelle circostanze di Policastro di oggi, sul Tirreno. È probabile che Siri, la cui grande opulenza ai tempi della floridezza di Sibari è attestata da numerose testimonianze, facesse anche essa un commercio di transito per le merci che approdavano nel golfo di Taranto dalle coste illiro-epirotiche pel cambio delle merci sbarcate nel seno di Pixo o Policastro. La concorrenza sarebbe stata ben grave, senza dubbio, agli interessi di Sibari; di qua la guerra, o un pretesto qualsiasi alla guerra, che fu vinta in tre contro di Siri. Ma quali condizioni imposte e quali utilità ne ritrassero i vincitori, non si sa: tutto è oscuro o incerto, finanche l’epoca del fatto29. Nè punto è provato che dall’esito di questa guerra di tre, avvenne la distruzione di Siri, che anzi Siri è ancora in piedi al secolo V.
Il governo di Sibari, come quello delle città italiote, non poteva essere altrimenti che un governo di ottimati, retto però dall’aristocrazia degli alti censiti, anziché della nascita. Che esistesse in essa una classe privilegiata, di quelle famiglie segnatamente che discendevano dai primi fondatori della città, si può con certezza arguire dal fatto, che avvenne nel secolo V alla ricostituzione della città di Sibari sotto il nome di Turii. Allora i superstiti cittadini della distrutta Sibari, riuniti che furono ai coloni della neonata Turii, pretesero sugli antichi campi di Sibari possesso privilegiato di terre, nonché privilegi di onori nella città risorta; onde derivarono dissensioni, lotte sanguinose ed espulsioni definitive dei pretensori sibariti. È naturale il credere, che i primi fondatori di una colonia compongano, di diritto, il Senato o l’assemblea dirigente il governo della nuova città; e che pur crescendo la popolazione di questa, non possa allargarsi di pari passo la cerchia di quella; sicché resti una condizione, per qualche parte, inferiore degli uni, superiore degli altri. Il governo di ottimati, sia di nascita, sia di ricchezze, è naturalmente conservativo; e codesta indole sua dovè piuttosto irrigidirsi, anziché allargarsi e corrompersi, nelle città italo-greche, agli influssi di quegli istituti pitagorici, che furono senza dubbio fomite di educazione morale e scientifica non solo, ma d’indirizzo politico conservativo altresì. Il governo, di per se stesso, è una funzione sociale aristocratica; e poiché non può distruggere se stesso, è di sua natura fondamentalmente conservativo: le sètte o le forze aperte ovvero occulte che lo combattono, per la natura loro stessa, sono evolutive e distruttive finché lottano; ma quando, vincitrici, diventano governo, sono (se esse durano) dal fatto stesso investite della necessità dell’esistenza, che è forza conservativa o centripeta maggiore dell’espansiva o centrifuga. Certo che l’origine dell’uno o dell’altro carattere si rispecchia in tutti gli atti suoi; ma la natura delle cose non si muta. D’altra parte, gli organismi sociali, come tutti i naturali organismi, si corrompono col tempo; e l’osservazione degli stessi antichi scrittori (pure ammettendo una corruzione interna degli istituti sociali, che da aristocratici si trasmutano in oligarchici, e da democratici in oclocratici) ammetteva che da questa stessa corruzione interna derivasse poi la trasformazione da una figura tipica di un organismo nell’altro opposto, con corso e ricorso, che alla tesi contrapponeva l’antitesi e l’antitesi alla tesi, senza un concetto superiore che li avesse ambedue concordati.
Il governo di Sibari, agli ultimi tempi, mutò in una democrazia popolare, stemperata e furibonda, che si appuntò in un Teli, despota o tiranno, come lo dicono gli antichi30; ma che era il rappresentante della democrazia popolare, accentrante in sé, come Cesare, tutta la prevalente potestà della democrazia. Questa fazione vincitrice (e non si sa dopo quali e quante lotte, e di che genere) cacciò dal governo la parte avversa, aristocratica o timocratica, dei nobili o ricchi che aveva fino allora governato; e di essa cacciò in bando i maggiorenti, in numero, come fu scritto, di cinquecento. Erano dunque tutti i capi-famiglia che componevano il senato della città.
I proscritti ripararono nelle mura della prossima Crotone; e di qua e da quello che successe è lecito arguire che forma di governo timocratico e conservativo dominava altresì a Crotone. Il nuovo governo di Sibari chiede che i suoi proscritti siano non so se consegnati o allontanati dalla città che li accoglieva; e questa, dopo pubblici consigli parecchi ed agitati, decise di non piegare alle dimande della democrazia sibarita. Gli storici dànno il vanto della generosa risoluzione di Crotone all’autorità personale di Pitagora, che perorò per i proscritti. Non è riferito da scrittori assennati, che Pitagora fosse nei consigli del governo crotoniate; ma è probabile che, in un affare di tantissimo momento, fosse richiesto l’avviso di un saggio di tanta autorità, come il capo degli istituti pitagorici. Forse l’autorità sua personale non sarebbe valuta, da sola, a piegar la bilancia a prò dei proscritti, col pericolo di un disastro alla patria; ma membri dell’istituto pitagorico erano membri del governo crotoniate; e l’odio di parte accendere doveva, naturalmente, un governo di ottimati contro un governo di gente nuova e plebea, uscita da recente rivoluzione e che della rivoluzione aveva ancora la intemperanza e la violenza.
E che quella parte dominante a Sibari fosse plebe furibonda e indegna, quanto ignara delle arti di governo, lo mostrarono e gli atti successivi del dramma e la catastrofe. Crotone manda a Sibari ambasciatori per esporre le ragioni del rifiuto; e la plebe che domina a Sibari fa a pezzi gli ambasciatori; anzi, a non dubbio suggello dell’argomento che il governo fosse caduto in preda ai più bassi fondi dell’arena sociale, gettano i cadaveri insepolti al pasto delle fiere: — civile offesa all’umanità dei consorzi civili, che fu tenuta, secondo le idee dell’antica società, come delitto religioso: — e i sacerdoti fuggirono da Sibari31.
Scoppiò la guerra, e si sa come finì la campagna di settanta giorni. Io non credo ai 300mila combattenti, messi in campo da Sibari, contro i 100mila di Crotone; ma quelli tra gli antichi e moderni scrittori che credettero alla cifra meravigliosa, quanto non avrebbero dovuto accusare, non già la proverbiale mollezza de Sibariti, ma la insipienza, la frenesia, la cecità della parte che reggeva il governo della città, che sciupò una posizione sì straordinariamente potente! Ciompi venuti su dalle convulsioni del basso ventre della società, avendo perduto per sue violenze tutti gli elementi di forza e di vigore che apportano ai consorzii civili i rappresentanti della ricchezza, della nascita illustre e della tradizione di governo, si trovò ai fianchi non altri che gli elementi disgregati di una democrazia plebea che sostituisce alla forza la violenza, al consiglio l’impeto, alla temperanza la passione; e che al primo urto si sfascia, se non ha la fortuna di vincere. All’urto infatti dei Crotoniati essa non tenne testa; si sfasciò e andò in frantumi; e quelli arrivano vincitori sotto le mura di Sibari. Con essi era Dorieo fratello al gran Leonida delle Termopili32 che, emigrato con molti compagni da Sparta, veniva in cerca di miglior fortuna in Italia. A Sibari la sùbita disfatta produsse, come al solito, il contraccolpo nella stessa parte che era al governo; e la plebe che sui campi di battaglia si era ecclissata, gridando (possiamo credere) al tradimento, fece in pezzi Teli stesso e la famiglia.
Il vincitore entrò nella città, e con la rabbia che divampa dal cozzo sanguinoso delle armi, con l’aculeo della vendetta elevata a dovere dal fanatismo religioso, con l’odio lungamente nutrito verso un’emula e sovvertitrice e prepotente città, incendiò, abbattè, distrusse tutto; cacciò via il resto del popolo; e perché la vendetta fosse eterna, sprigionò (dicono) dal suo letto le acque del Crati, e ne diresse la corsa a sommergere quel che avanzasse della distrutta città. Il popolo superstite si ritrasse a Lao, a Scidro, altrove. E così di Sibari, la più grande, la più splendida delle greche città, anche le ruine perirono.
Sibari cadde nel 510. Non prima di 58 anni dopo, secondo la narrazione di Diodoro34, i suoi cittadini tentarono di farla risorgere sullo stesso luogo, e sulle sue vecchie rovine; ed anche questo mi abilita a non credere nella procurata diversione del fiume Crati.
Ma vennero i Crotoniati a ricacciarneli da capo. Era dunque necessario di trovare altri potenti che avessero rintuzzato o mansuefatto l’odio dell’inimica Crotone; e gli espulsi mandarono in Grecia a pregare i Lacedemoni e gli Ateniesi perché gli aiutassero a rientrare nella loro antica sede, e prendessero parte con altri coloni alla loro città. I Lacedemoni rifiutarono: ma gli Ateniesi, a consiglio di Pericle, fornirono dieci navi, e mandarono altri coloni ai Sibariti, con a capo Senocrate e quel Lampone, che era un famoso indovino ovvero interprete di oracoli. Avevano già fatto bandire per le città del Peloponneso, che era fatta licenza a tutti di prendere parte a questa colonia; sicché molta gente vi si aggiunse.
E poiché a rendere civilmente e religiosamente legale una colonia, voleva la consuetudine si fosse consultato l’oracolo di Apollo, che, simbolo della greca civiltà, era il divino conduttore di essa ai lontani popoli, Atene ricorse all’oracolo: e questo rispose, dice Dionigi35
«che bisognava fondar la città, là dove vi fosse acqua da bere con misura, ma suolo fertile in vettovaglie senza misura. Sbarcati adunque in Italia, i novelli coloni vennero a Sibari; e cercando il luogo cui accennava l’oracolo, incontrarono, non lontano da Sibari, una fonte che era detta Turia; e da essa sgorgavano le acque per una doccia di rame, che gli indigeni dicevano medimno. Qui si fermarono. E circondando il luogo di un muro, costrussero una città che chiamarono Turii».
Questa è la tradizione. Ma una città detta «Turia» era nel Peloponneso, ed un’altra col nome di «Thyrea» tra la Laconia e l’Argolide, e una terza nominata «Thyrrium» nell’Acarnania. È probabile che il nome alla città del Crati fu dovuto piuttosto al prevalente numero di quei coloni o iniziatori dell’impresa, che venivano da qualcuna delle omonime città ora indicate.
Questa Turii sarebbe surta nel 446 a.C.36.
È doppiamente notevole tanto che i Crotoniati questa seconda volta non vennero a cacciarneli, quanto che la prima volta, e appena distrutta Sibari, Crotone non occupasse di suoi coloni il territorio della vinta città; eppure una delle intime cause delle intestine discordie delle città italiote tra popolo e ottimati era appunto nella scarsità del proprio territorio, già occupato dagli uni e preteso dagli altri. Giamblico, uno dei tardi biografi di Pitagora, dà come causa della distruzione dell’istituto dei Pitagorici a Crotone anche questa, che, dopo distrutta la grande rivale, fu proposto nel Senato crotoniate di dividere al popolo vincitore il territorio di Sibari, e il Senato ricusò; onde gl’impeti e le violenze e gli eccidi contro l’assemblea composta di Pitagorici. Ma codesto è difficile a credere, osserva il Grote37:
«giacché se fosse vero, la distruzione dei Pitagorici avrebbe prodotto di naturale conseguenza la divisione e la occupazione permanente del territorio sibariese; ciocché non accadde mai; giacché il territorio restò senza possessori fino alla fondazione di Turii.»
Anche questa astensione di Crotone è un enigma della storia di Sibari. E quanto alle prime relazioni tra Crotone e la nascente Turii, poiché ogni ira in quella è cessata, è lecito di argomentare, che un qualche trattato intervenne tra gli Ateniesi e i Crotoniati; pel quale qualche guarentigia o soddisfazione fu potuta dare alla polente città dal Capo Lacinio, quella, forse, di non far risorgere il nome odiato di Sibari, o di non toccare al posto della distrutta città; e fu stretta tra loro un’alleanza38. Allora il confine dei territori tra le due città fu il fiume Ilia39, che è uno dei corsi di acqua, non bene determinato, tra Rossano e Cariati.
Tra tanti coloni ellenici che vennero a Turii furono, ben degni di ricordo, Lisia il grande oratore, il grande architetto Ippodamo, Erodoto e forse anche Tucidide. Era bene augurata quella spanna di terra italiana che attirava a sé tanti insigni uomini! Erodoto, cittadino di Turii, scrisse ivi gli ultimi sei libri della sua storia: ed ivi morì. Gli antichi lo dissero lo storico di Turii.
Anche Ippodamo fu dello dagli antichi (ancorché nato in Mileto) cittadino Turiese, poiché diresse con arte e regole di simmetria nuove o inusate, la edificazione della nuova città. La quale (dice Diodoro)40
«venne divisa per la sua lunghezza da quattro ampie strade, che ebbero il nome da Ercole, da Afrodite, da (Giove) Olimpio e da Dioniso; e per la sua larghezza fu divisa da altre tre strade, che si dissero Eroa, Turia e Turina. Negli spazi intermedi alle strade i coloni elevarono gli edifizi; e la città ne ebbe (soggiunge lo storico) una bella apparenza.»
I cittadini furono divisi in dieci tribù: le quali parmi siano in relazione topografica con i venti quartieri o sestieri, o rioni, che risultano dall’incrociamento delle sette strade, ricordate dallo storico siculo. I nomi delle tribù si riferirono a luoghi della madre patria onde erano venuti; e tre ricordano il Peloponneso, cioè
«la tribù Arcadiese, l’Achea o la Eliese,» tre altre avevano nome di Beotica, da’ Beoti; di Doriese, dalla Doride; e degli Amfiziònidi, forse così detta da quelli che vennero dalle vicinanze di Turii, o dai paesi vicini alla Beozia ed alla Doride41. Le altre quattro furono la Jonia, dai Jonii dell’Asia Minore, l’Ateniese, l’Euboica, e quella «degl’Isolani del Mare Egeo.»
Ebbero nei supremi ordini dello stato un Senato, ovvero una giunta di Governo detta dei «Simbuli»; una magistratura dei «Custodi delle leggi» a intento di sorveglianza o di freno agli abusi dei pubblici uffiziali o dei tesorieri; e senza dubbio, le Assemblee popolari, che sanzionavano le leggi stesse: ordini di governo, in origine, tendenti ad aristocrazia; ma piegarono presto a timocrazia oligarchica, secondo un accenno che ne fece Aristotile. Diodoro Siculo aggiunge che «elessero a legislatore Caronda42», ma questi appartenne ad un’età molto anteriore alla fondazione di Turii; e non può essere.
Le città italiote non ebbero svolgimenti di tranquilla esistenza. Quando gelosia di prossimi Stati non ingenerasse attriti di controversie e di guerre, gli intimi germi di intestini dissidi fermentavano in seno alle città, e le agitavano in torbidi e guerre civili.
Sia diversità razze che coabitavano insieme, sia la forma di governo che non giunse a contemperare equamente le forze delle classi alte, delle medie e delle popolari in una società, che si fondava sulla schiavitù e sul concetto del dritto creato dallo Stato; sia la mancanza, nei loro organismi costituzionali, di un potere direttivo, ma forte e indipendente dalle mobili maggioranze dell’agora; sia la mancanza di un organo che rispondesse alla funzione propria a quel congegno tutto moderno che è l’esercito stanziale, quelle città, segnatamente le ordinate a democrazia, versavano in un’attività, che svegliava senza dubbio in alto grado le facoltà intellettive dei cittadini, ma che trasmodava in lotte che non conferivano alla pace pubblica. Ciclo, anziché serie, di demagoghi e tiranni.
La storia di Turii, per quel tanto che sappiamo, non è difforme da questi concetti. Le prime discordie sbocciarono quasi alle stesse origini della città.
«I sibariti, reliquia o discendenti dell’antica popolazione — racconta Diodoro, XII, 31 — si arrogarono le principali magistrature, e non restarono che gli uffizi di minore importanza ai nuovi e più recenti cittadini arrivati. Essi pretesero che, nelle solennità de’ sacrifizi, le consorti dei cittadini antichi prendessero i primi posti di preferenza alle altre dei venuti dipoi. Nella ripartizione del territorio si attribuirono le terre più prossime alla città, lasciando ai nuovi venuti le più lontane. Ne nacquero di grandi discordie; e avvenne che più numerosi e più forti i nuovi venuti, questi uccisero quasi tutti i più antichi, e restarono essi i padroni della città. Chiamarono dalla Grecia nuovi coloni, e distribuirono loro i quartieri della città e le terre. La colonia arricchì prontamente, governata che fu da ordini democratici.»
E continuando, ricorda Diodoro (XII, 22, all’olimpiade 83, ovvero 445 a.C.),
«che i Sibariti scampati agli eccidii dei Turini, andarono a stabilirsi sulle rive del fiume Traento; ed ivi dimorarono qualche tempo; finché non vennero i Bruzii che li scacciarono e li dispersero» (verso il 350 a.C.).
Questa città sul Traento, che oggi è fiume di quasi identico nome presso al capo Trionto sull’Jonio, sarebbe una seconda Sibari (anzi terza, se si tien conto di Turii); ed a questa seconda città i nummologi riferiscono le monete con la leggenda di Sibari, in caratteri non arcaici43 quali si veggono sulle monete incuse dell’antica Sibari.
E qui nasce il dubbio, se questo rivolgimento di Turini che cacciarono gli antichi Sibariti, sia un evento diverso da quello di che è ricordo in Aristotile, il quale accenna ad una simigliante cacciata dei Trezenii dalla vecchia Sibari per violenta opera dei concittadini di stirpe achea44. I cacciati da Turii fondarono una nuova Sibari, sul Traento; i già cacciati da Sibari fondarono o si aggiunsero coloni a Posidonia, sul Tirreno. Siamo innanzi ad una reduplicazione parallela di un unico fatto? o, in diversi tempi, le identiche cause produssero identici effetti?
Le diversità di razza dei cittadini rinfocolavano senza dubbio le parti politiche della città. Nel corso della sua storia, sappiamo che ciascuna di esse, secondo le origini sue, ricorreva al patrocinio di Atene o di Sparta, i due stati egemonici della madre Ellade. Ciascuna accampava dritti di prevalenza, invocando l’una delle due città come madre patria di Turii; poiché, secondo il costume dell’età e della gente, era dovuto dalla colonia alla città madre, nonché onoranze di ossequio e materiali aiuti in caso di bisogno, ma quella deferenza che ai consigli dei genitori debbono i figliuoli. Nelle diverse e petulanti pretese delle due parti fu interrogato l’oracolo di Delfo; e il senno prudente dell’Iddio rispose che Oikista di Turii non fu altri che Apollo, Apollo il conduttore ideale della civiltà ellenica a’ lontani. A schermo di questa solenne decisione il governo di Turii poté, con giusti intenti di prudenza civile, dichiararsi neutrale nella guerra del Peloponneso tra’ due stati egemonici. Ma nel gioco della guerra fortunosa, e nell’attrito delle interne fazioni pare venisse al governo or l’una, ora l’altra; e si trova scritto che Atene, nel periodo della spedizione di Sicilia (circa il 414 a.C.), ebbe in aiuto dalla città di Turii 700 soldati di grave armatura, 300 arcieri e vettovaglie45; poi quando la spedizione andò a male, il controcolpo echeggiandone in Turii, portò in auge la fazione contraria; la quale espulse dalla città la parte atticizzante; e in questa era Lisia, che proscritto venne ad Atene (411 a.C.). Turii allora piegò verso la politica di Sparta.
Turii che succedeva a Sibari è probabile che nel primo rigoglio di sua vita politica ambisse agli stessi limiti, alla stessa estensione d’imperio della grande città. Forse ne tentò l’impresa; ma le città d’intorno erano uscite dalla minore età dei tempi di Sibari, e non lo permisero. Per espandersi come Sibari al nord verso la Siritide, nacque la guerra con Taranto; non vinse, non occupò la città di Siri, ma qualche parte del territorio l’ottenne dai Tarantini che prevalsero, come sarà detto più innanzi. Al sud era Cotrone potente e florida, e il breve confine si arrestò al fiume Illia. Fece guerra con la città di Terina46; ma l’esito è ignoto. Lao, Scidro, Posidonia, se un tempo colonie di Sibari, erano già stati autonomi e forti: nè senza fiere guerre e grandi vittorie queste avrebbero piegato alle pretese di Turii. La quale, al contrario, su quali grandi forze poteva fare assegnamento per soggettarlo, se nel 390 a.C. non potè mettere in campo contro i Lucani che un esercito di soli 15mila uomini? E i Lucani comparvero presto a stringerla e restringerla in brevi confini.
Più fortunata che per altre città italiote, la storia ha raccolto la notizia di alcune sue leggi. Le attribuirono gli antichi a Caronda; e non è vero. Ma il palese anacronismo non ha tolto a taluno di credere almeno ad un possibile accomodamento delle leggi carondiane alla civiltà turiese; anzi tal altro è di avviso che il sapiente aggiustatore fu proprio quel Protagora celebrato, sofista e contemporaneo di Pericle, che da un antico viene detto anche lui legislatore di Turii47. Ma potremo credere alla sapienza efficace di queste leggi, se desse furono davvero quali si leggono riferite in Diodoro?48.
E per quanto non convenga giudicare il passato con i concetti dell’età nostra, tanto, come non sorridere all’ingenuità del legislatore famoso, e alla maggiore ingenuità dello storico che le riferisce ammirando? I più antichi legislatori (è vero) non distinguevano, non sapevano distinguere quello che noi si dice il campo della morale dal campo del diritto: ma quale efficacia giuridica poteva esercitare l’assorta legge turiese di Caronda che minacciava di forti ammende coloro che avessero avuto pratica da amici con i malvagi! Anziché legge sarà un consiglio etico; e anziché comando di un Caronda legislatore, sarà opera di uno di quegli antichi sapienti scrittori di versi dorati o di auree sentenze.
Un’altra legge proibiva le seconde nozze al cittadino vedovo che avesse figli; e in pena, sarebbe stato escluso dai pubblici Consigli. Ai tristi che fossero convinti di calunnia era pena lo scherno del pubblico: essi sarebbero tratti per le vie della città, coronato il capo di non so quali foglie, se non fosse l’ortica! I poltroni che non prendessero le armi in difesa della patria, ordinava la legge sedessero alle contumelie del pubblico, tre giorni, ma in veste da donna!
Misericordia e giustizia gli degna!
Ed assorgendo a più alte sfere legislative, Diodoro ricorda la legge che attribuiva la tutela degli orfani ai parenti del lato materno; e dagli intendimenti di questa legge si potrebbe inferire che a Turii il ramo materno fosse escluso dalla successione ereditaria della famiglia.
Sarebbe ben degna di maraviglia l’altra legge dell’istruzione obbligatoria, che tutti i fanciulli della città dovessero imparare i primi rudimenti delle lettere, e che le pubbliche scuole fossero tenute a spese dello Stato. Anacronismo di retori riferito ai tempi del vecchio Caronda, non parmi pure in armonia con la nòta austera e rigida della stessa legislazione turiese riferita a Caronda stesso. Attribuendo alla mutabilità delle leggi una causa efficiente della mutazione degli Stati, era ordinato, per chi volesse proporre la revisione di una legge, si presentasse all’assemblea deliberante con al collo una corda; che era lì per strozzarlo, se l’assemblea rigettasse la proposta. Era in fondo il concetto jeratico che la legge è santa; che lo Stato è opera divina; che ogni moto è regresso: era il concetto dorico che mal si addiceva alle mobili stirpi achee.
In tutto lo spazio del tempo trascorso da Caronda in poi, tre volte sole (dice Diodoro) e tre soli cittadini di Turii proposero una riforma a qualche sua legge49; ed egli accenna a quei tre casi quali ha potuto immaginarli un grammatico. Ma non ricorda egli un’altra legge di Turii, che non fu di certo opera di Caronda; ma che è riferita da un uomo di troppo superiore a Diodoro, perché non si abbia a stare al di lui giudizio. Ed è una legge che proibiva di conferire pubblici uffici allo stesso cittadino, se non dopo un intervallo di cinque anni. Aristotile fa le lodi di questa legge50; e benché altri maraviglia della lode di Aristotile, noi possiamo aderire, di sicura mente, al giudizio del «Maestro di color che sanno».
NOTE
1. Ecco la Cronologia delle Colonie sicilote e italiote della Italia meridionale: una cronologia per la maggior parte di esse approssimativa come di tutte le cose in fieri: Cuma, fondata secondo la cronica di Eusebio nel 1050 av.C., secondo altri nel 1031; Nasso, nel 736; Siracusa, nel 735; Ibla, nel 736; Leontium, nel 730; Catana, nel 729; Sibari, nel 720; Crotone, nel 710; Taranto, nel 707; Gela, nel 690; Siri, nel 680?; Metaponto, nel 650?; Locri, nel 683; Reggio, nel 668; Acra, nel 665; Messana, nel 664; Posidonia, nel 650?; Casmene, nel 600; Elea, nel 536; Thurii, nel 446; Eraclea, nel 433.
2. Conf. HOLM, nell’Archiv. stor. delle prov. napolit. 1886.
3. Lib. I.
4. STRAB. VI, 393.
5. TUCID. V, 6. — STRAB. VI, 310, lo dice ateniese.
6. Secondo la cronologia di Eusebio, l’anno 709.
7. La pianta topografica della pianura, ove di ritiene, pure dubitando, che fosse Sibari, si può vedere nelle Notizie degli scavi di antichità, pubblicato per ordine del Ministro della istruizione pubblica. Roma, anno 1879, pag. 245.
8. STRABONE, VIII, 592, 3.
9. STRABONE, VI, 404. — In GROTE, Storia della Grecia, vol. V, c. IV, p. 97, è ricordato che:
«Kramer, nella sua novella edizione di Strabone, dubita, come già il Koray, della esattezza del nome Ισελικευς; il quale, senza dubbio, si allontana dalla solita analogia dei nomi greci… Egli stampa Οικιστής σε αυτης ὀ Ἰσ… Ἐλικευς facendo di Eliceus l’etnicon della città achea di Elice.»
Lenormant (La Grande Grèce, Paris, 1881. I, 256), senza più, dà all’oikista il nome di «Is, di Elice;» e così altri oggidì.
10. Il significato della strana posa dol toro sibaritico fu felice intuizione di un dotto archeologo napoletano, Giulio Minervini.
«Il toro — egli scriveva — è il tipo numismatico degli Achei di Sibari. I tori di frequente sono detti dai poeti ἑλίκη (Odiss. A, 92), e tra le varie spiegazioni di questa parola è anche quella della loro flessibilità (Hesych, ad v. ἑλίξ). Bene dunque conveniva al toro retrospiciente di Sibari l’epiteto di ἑλίξ. E se si aggiunga il rocordo del Nettuno Elicenio degli Achei, a cui veniva sagrificato il toro, ben si trarrà da questa duplice fonte il significato del tipo numismatico di Sibari.» (Bullett. Archeol. Napoletano. Anno VI, 1858, 178).
11. In frammenti superstiti di antichi poeti greci, è accenno a leggende di paesi di Bengodi o di Cuccagna…
Il comico Metagene, nei suoi Turiopersi, fa così parlare un abitante di Turii:
«Il fiume Crati a noi volge grossissimi
Pani impastati da sè stessi, e il Sibari
Gonfio di carni e di stiacciate fluttua,
E razze già lessate entro vi guizzano.
Seppie belle e arrostite in ogni rivolo
E acciughe raccogliamo, e fragri o gamberi
Fritti, umidi, salsiccie. Giù da l’etere
Piovon gli arrosti in bocca e a’ piè ci cadono,
E i pan buffetti intorno a noi fan circolo.»
(Framm. 6)
Da ETTORE ROMAGNOLI in un articolo «Soggetti e Fantasie della commedia antica,» in Nuova Antologia, 16 giugno 1897.
I framm. sono in KOCK, Comicorum atticorum fragmenta, Lipsia, 1880.
12. Bibliot. Istorica, Lib. XII, § IX.
13. Libr. VI, 404.
14. Ad Tab. Heracl. 108, n. 71.
15. Conf. CORCIA, Op. cit. III, 282.
16. CORCIA, III, 281.
17. ERNESTO CURTIUS (Storia greca, vol. I, 459. Torino 1879) tagliò corto, e le 25 città di Strabone dice «colonie» senza più.
18. Libro XII, § IX.
19. πολίτης.
20. STRABONE, VI, 404.
21. In LIVIO, dec. III, lib. IV, 3.
22. DIODORO, luogo cit.
23. Scimno, o piuttosto l’Anonimo che va sotto il nome di Scimno di Chio, e che scrisse verso l’anno 90 av.C. la sua Orbis descriptio, dice di Sibari: urbe magna, gravis, opulenta, pulchra, decem fere myriades habens civium e propriamente: δόκα μυριάδας ἔχουσα τῶν αστῶν σχεδον. — In Geographi Graeci minores; recognovit C. Mullerus, etc. Paris, Didot, 1855, vol. I, p. 210, ver. 340, 5.
24. GROTE, vol. V, 117. — ELIANO, Var. Histor. XIV, 20. — ARISTOF. Vespe, ver. 1260.
25. Ad Icaria, sulla strada che da Atene va a Maratona, fu, tempo fa, sterrato un santuari dionisiaco; e in esso una iscrizione del IV o III secolo av.C., che è un decreto della città di Icaria, accenna al dono di una corona offerta al demarca Nicone per avere presieduto con zelo sollecito alle feste dionisiache. — Nel giornale l’Opinione, 11 ottobre 1888.
26. TACITO (Ann. XIV, 21) scrive: A Tuscis accitos (Romam) histriones, a Thuriis equorum certamina.
27. V. appresso, al capitolo X.
28. Taluno la «triplice alleanza» contro Siri riferirebbe a queste aprole che si leggono nella epitome di Giustino (XX, 2):
Metapontini cum Sybaritanis et Crotoniatibus pellere ceteros graecos Italia statuerunt.
Ma dalla incoerenza loro si può arguire che qualche cosa manca al periodo dell’epitomatore; onde è, per me, l’assurdità del concetto in esse contenute. Di quali «Greci» e di quale «Italia» si intende parlare?
29. La guerra di Sibari, di accordo con Metaponto e Crotone, contro Siri è posta nell’Olimp. 50, ovvero 580 a.C. da E. Curtius (Storia greca, II, 254): e poco dopo, cioè tra il 570 al 565, dal Lenormant (A’ travers l’Apulie et la Lucanie, I, 344). Sono computi approssimativi che si fondano sul dato che la guerra fu anteriore alla caduta di Sibari, e sopra l’affermazione di Trogo Pompeo presso Giustino (XX, 2-4).
30. Erodoto lo dice anche «re» (V, 44). — È notevole che dalle istorie di Erodoto, il quale pure visse a Turii un secolo dopo, la storia di Sibari non apparisce conforme ai racconti di altri storici e scrittori dell’antichità.
31. ERODOTO, V, § 44, che accenna a Callia, sacerdote o indovino, della famiglia de’ Jamidi, di Elea ellenica.
32. Conf. Erodoto, V, 41 e seg. e VII, 205.
33. Poiché della storia di Sibari tutto è straordinario e maraviglioso, parrebbe un prodotto postumo di codesti sentimenti anche la notizia dell’appensata diversione del fiume Crati per disperdere fin le ruine della città. Strabone afferma espressamente il fatto; e recenti ricerche topografiche (poiché si allogherebbe l’antica Sibari nei piani tra Serra Pollinara e Caccia Favella, nel territorio del comune detto Terranova di Sibari) hanno riconosciuto, a destra de’ meandri dell’attuale Crati, un avvallamento, che oggi ancora è detto «Valle del Marinaro» e il «Crati vecchio». Erodoto, che visse non breve tempo in questi luoghi di Turii, un’ottanta anni dopo la catasgtrofe di Sibari, parlando di un tempio elevato a Minerva Cratiese da Dorieo, lo dice posto «presso il Crati secco» παρα τον ξερον Κραθιν, lib. V. 45. Questo confermerebbe (secondo il Grote, VI, VI) indirettamente la deviazione del fiume che ne fecero i Crotoniati. Quanto a me, non posso restarmi dall’osservare, che Erodoto, se parla della citta presa dai Crotoniati, non accenna alla rabbiosa distruzione di essa; né, molto meno, al deviamento artefatto del fiume; ed egli, contemporaneo, abitò lungo tempo sui luoghi. Nè Diodoro Siculo ne fa parola; anzi dal suo racconto può trarsi argomento in contrarloa. Né posso dimenticare, come quasi tutti quei fiumi che si versano al mare per la pianura del Jonio hanno cambiato di letto, per proprio impulso, o soventi, anche nei tempi da noi non lontanib. Non sarà egli, dunque, lecito almeno il dubbio per questa ultima vendetta dei Crotoniati, ai quali forse la postuma tradizione addebitò come fatto a disegno un evento naturale? I meandri, che oggi descrive il fiume nella regione «Pattursi» che è il luogo dell’antica Sibari, mostrano che sono piuttosto un effetto dello scarso declivio del suo corso; e credere codesti meandri opera appunto, ovvero conseguenza dell’opera rabbiosa dei Crotoniati del VI secolo a.C. è, parmi, un fare troppo a fidanza con Ia fantasia. Forse bastò ai Crotoniati di tagliare un qualche argine, onde il fiume traboccasse ad allagare la città sottostante; forse il fatto dell’allagamento non fu dovuto altrimenti che alla mancata cura di mantenere appunto codesti argini, onde la città era difesa. Nel silenzio significativo di Erodoto, io accoglierei piuttosto questa ultima congettura.
a. Diodoro (lib. XII, § X) non dice altro che questo: «I Crotoniati erano tanto esasperati che non vollero fare nessun prigioniero; uccisero tutti i fuggitivi che poterono raggiungere; fecero un gran massacro; saccheggiarono la città di Sibari e la spopolarono intieramente».
b. Il Bradano mutò l’antico alveo in quello che oggi percorre nell’anno 1243. Le vestigia dell’antico letto si vedono ancora verso il nord, dice l’Antonini, il quale si riferisce inoltre ad un diploma del 1253 che attesterebbe il fatto (La Lucania, P. III. v. p. 531). — Anche il fiume Sele mutò di corso, nell’ultimo suo tronco, ai tempi di Carlo II di Angiò (Id. ibid. pag. 197).
34. Lib. XIII, 10 e dice: «Cinquantotto anni dopo (447-6 a.C.) alcuni Tessali lo ricostruirono: ma non passarono cinque anni e vennero i Crotoniati a ricacciarneli».
35. Lib. XII, § X.
36. È la data di Diodoro, ibid. (Olimp. 83.3) e lui seguono Heyne O. Muller, ecc. Invece Raoul Rochette, Clinton, Kruger, Dodwell sono per l’anno 444. — Conf. THEOD. MULLER, De Thuriorum Repubblica, Gottingae (1838), il quale, trattando minutamente delle cose di Turii sino al termine della guerra peloponnesiaca, sostiene, interpretando Diodoro, che furono due le colonie venute a fondare Turii, a due anni di intervallo, nel 446 l’uno, nel 444 l’altra (p. 4, 6). — E sia!
37. Storia della Grecia, vol. VI, c. VI, p. 266.
38. DIODORO, lib. XII, c. 11.
39. Confr. TUCIDIDE, VII, 35.
40. Lib. XII, 10.
41. T. MULLER, Op. cit. p. 23 (ἀμφι circum e prope).
42. Ibid. XII, 10.
43. Hanno per tipo il toro sibaritico retrospiciente e la testa della Pallade attica, con le parole, in più recente forma di lettere, ΣΙΒΑΡΙ — Conf. GARRUCCI, Mon. ant. 145.
44. ARISTOT. Polit. V, 3 disse: — «Trezenii ed Achei essendo insieme coloni in Sibari, quando gli Achei crebbero di numero, ne scacciarono i Trezenii; onde ne venne il motto di scelus sybariticum.»
45. TUCID. VII, 35, 57. DIOD. XIII, 11.
46. In POLIENO, Stratag. II, 6.
47. HEYNE, Opus. Acad. Prolus. VIII e IX. — MUELLER, Op. cit. p. 41.
48. Lib. XII, §§ 12 a 19.
49. Lib. XII, § 17.
50. Polit. V, 7. Egli veramente non accenna se non all’alto ufficio di stratego.