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CAPITOLO V

CAPITOLO V.

ENOTRIA, ITALIA ED ITALI

Le popolazioni enotrie nella bassa Italia stanziarono, come abbiamo visto, dal golfo di Taranto al golfo di Posidonia; e di là si spinsero fin presso allo stretto siculo.

Se vennero in Italia dalle coste illirico-epirotiche, è forza approdassero la prima volta alle terre della penisola salentina, o alle spiagge bagnate dal mare Adriatico. Né parrà impossibile il loro remotissimo avvento per via di mare, chi consideri che in un periodo di tempo non meno remoto approdarono all’isola di Sicilia, nonché alla Sardegna, sia dalle coste di Africa, sia dell’Asia o dell’Europa, popoli non più, o poco più progrediti nelle industrie della civiltà che gli Elleni stessi. Il tragitto dalle coste dell’Albania alla terra di Otranto è non di molto più lungo che dalle coste di Calabria alla Sicilia: nel canale d’Otranto le coste epirotiche e le italiche si danno la mano, poiché sono alla vista le une delle altre. Ma fossero anche venuti per via di terra dal piè delle Alpi, i primi barlumi della storia non li trova che là dove ebbe termine la stanza dei Messapi o dei Peuceti, e comincia quella che poi fu dei Lucani, i quali, secondo i dati della tradizione e della storia, non occuparono se non terre già abitale dagli Enotri.

Questa distesa di terre che fu stanza agli Enotri e venne denominata Enotria, ebbe dopo di essi il nome d’Italia, il quale nulla prova che le fu dato dalle stirpi osco-sabelliche, anziché dai Greci; e tutto prova che si venne estendendo di passo in passo da mezzodì a settentrione della penisola, dall’Enotria lucana in su, al piè delle Alpi.

È compito del nostro ufficio di chiarire questo primo momento di una storia, che con la trasformazione di un nome segna i primi albori della grande patria che nasce.

«In quale regione propriamente nacque il santo nome d’Italia?» — si domandava, non è guari, il valoroso prof. Cocchia dell’Università di Napoli; e per lui che ripetutamente illustrò il problema1, fu regione madre del nome quella che di poi ebbe dai Lucani la denominazione di Lucania. La parola, così per lui come per altri dotti uomini, deriva dalla lingua osco-sabellica: venne, dunque, propagata da queste stirpi sabelliche Ià dove di poi si trova geograficamente infissa verso le spiaggie jonie e tirrene: e poiché quivi irruppero dallo stipite sabellico le sacre primavere lucane, quivi essi, primitivi Itali, la portarono e la propagarono.

Il concetto avrebbe un fondamento storico nella parola Vitelio che sulle monete osco-sannitiche della guerra-sociale indica «Italia», ed ha la radice filologica nel postulato che «Vitelio o Italia» significhi il «paese dei buoi» o del vitello, che fu Vitulus agli Oschi2 e forse ἰταλος agli antichi greci.

Oggi è dubbio a molti, anzi questi negano addirittura che agli antichi greci o ai greci di Sicilia italos avesse il significato di vitello o toro. Non si trova in sicuri monumenti: lo afferma sì, riferendosi a Timeo, qualche scrittore di Roma; ma altri, cioè un greco che fu Apollodoro (del 2° secolo a.C.) la disse voce «tirrenica» che vuol dire per lo meno etrusco, o, sia pure, della media vetusta Italia, ma non greca: e l’antica etimologia del vecchio Pisone, annalista di Roma, a cui fa eco Varrone, vacilla dalla base3.

Che il nome d’Italia fosse, in origine, dato a tutta o a parte di quella regione che poi fu detta Lucania, è un fatto che, almeno pei tempi del secolo V a.C. è incontestato e incontestabile, come vedremo. Ma da ciò non trarremo che la parola Italia venne ivi, agli antichi abitatori di quella regione, dagli Osco-sabelli o dai Lucani. Non si propagò la parola nel senso dal nord al sud della penisola; ma, al contrario, dal sud al nord.

Se l’originaria parola fosse l’osco Vitelio non si spiega, non si arriva a spiegare, perché essa non giunse nella sua compagine ossea, nelle sue forme sostanziali caratteristiche ai popoli ai quali venne importata: non si spiega come poté avvenire che essa passò monca del suo capo, tanto nel greco della bassa Italia quanto nel latino di Roma. La forma Vitelio avrebbe dato una «Vitalia» o «Pitalia» ai greci, una «Vitulia o Vitilia» ai romani. Le forme osche delle parole geografiche Velitre, Venavrum, Volsci, Viesti, Venusia o Binussia, Volsinium, ecc. Veios, passarono nel greco sotto le forme di Οὐέλιτραι, Οὐέναφρον, Οὐόλσκοι, Οὐηστὶνοι, Οὐενουσία, Οὐλσινιον, Οὐηιου. Come non sarebbe passata nella forma stessa la parola Italia?

Né si risponda a questa istanza, che in Ellanico del secolo V (496-411 a.C.) si trova appunto la forma di Οὐτουλίαν. Sarebbe la sola, unica e sola testimonianza contro cento, contro mille! Ma quale gravità di testimonianza è poi desso, se cotesta grafia non si trova che scritta, eco di eco, in Dionigi; e se è inesplicabile, poiché è maraviglioso (ripeto le leali parole stesse del valoroso uomo) «come la forma prettamente latina di Vitulus (Οὐίτουλος) sarebbe conosciuta e registrata da uno scrittore greco del secolo V a.C. quale è Ellanico»4.

Del resto, sia pure un genuino concetto di Ellanico, altri à già ricordato che prima di Ellanico la parola ἰταλίας è usata da Hippys di Reggio5 e da Ecateo (549-489 a.C.).

E se questo non basta, dirò ancora: poiché ai Greci venne la parola dagli Oscosabellici, e questi ne omisero il suono capitale V,come e perché, venendo essa ai Romani, cadde pei latini anche il suono V, quando pure da Velitrae, Venavrum, Volsci, Venusia… fecero Velletri, Venafrum, ecc.? E se la parola venne ai romani non dagli Oschi, ma sì dai Greci di Cuma, questo stesso confermerà che ai Greci antichissimi la parola non era, non fu Outulia, o pure Fitalia.

La filiazione, tanto pei Greci quanto pei Romani, sarebbe bastarda.

Tutti gli altri moltiplici nomi che ebbe, nei vetusti tempi, l’Italia, vennero, a notizia della storia, dai Greci, poiché essi i primi scrissero, se non essi i primi scovrirono l’Italia. — Essi la terra che era di là dal mare «all’occidente» loro dissero Esperia: e questa denominazione generica si determina e distingue, man mano che giunge ad essi notizia dei vari popoli che abitavano cotesta «terra occidentale».

I più antichi navigatori greci si stabilirono a Cuma, verso il mille o giù di lì. Essi dissero il paese a loro occidente, dalla gente che vi trovarono abitatrice, Ausonio, e ausonio il mare superiore che ne bagnava le coste, onde fu per essi Ausonia uno dei più antichi nomi d’Italia. Questi stessi Greci di Cuma, all’oriente del loro gruppo di stabilimenti cumei, incontrarono, sulla spiaggia del golfo poi di Posedonia oggi di Salerno, popolazioni di Enotri, che altri naviganti o della Sicilia, o dell’Egeo, o dell’Epiro avevano incontrate sul golfo di Taranto. E il paese dissero Enotria. Un paese e un popolo, che essendo disteso dall’uno all’altro mare, poté avere fama di grande popolo, e dare licenza al poeta di dire:

Terra antiqua, potens armis et ubere glebae,

Oenotri coluere viri.

Poi il nome di Enotria si ecclissa, e traluce invece il nome d’Italia.

Come, perché e quando cominciò cotesto nome non si sa dalla storia. Ma si sa dalla leggenda, e il poeta la ricorda :

Oenotri coluere viri; nunc fama minores

Italiam dixisse ducis de nomine gentem.

Popoli minori di età, ossia più giovani degli Enotri perché venuti dopo di essi, si dissero, dal nome del loro capo Italo, Italia.

Qui comincia la leggenda, e da qui prende capo la storia scritta.

Giacché lo storico più antico di queste origini è, per noi, Antioco di Siracusa, il quale scrisse «delle cose d’Italia» nell’anno 423 a.C.6 Un frammento di queste sue storie è presso Strabone e in esso si legge: «L’Italia anticamente si addimandava Enotria, e i confini di questa Italia, ai suoi tempi (ai tempi di Antioco) erano limitati dal fiume Lao verso il mare Tirreno e da Metaponto verso il mare siculo o Jonio; di tal che il territorio di Taranto, di là da Metaponto, era considerato da Antioco (osserva Strabone) fuori d’Italia, e lo chiama Iapigia7.

«Ma dai più antichi — continua Antioco presso lo stesso geografo — furono tenuti per Enotri ed Itali quelli solamente che stanziavano entro l’istmo (Scilletico e Lametico), dalla parte che guarda verso lo stretto siculo: poi, in processo di tempo, il nome di Italia o di Enotria fu esteso fino alla regione Metaponlina ed alla Siritide, dove abitavano i Caoni, gente enotria bene ordinata, che diè nome alla Caonia.»

A chiarire qualche oscuro punto di questa duplice testimonianza di Antioco sovviene una frase di Aristotile, che è molto probabile tenesse innanzi agli occhi il libro dello scrittore siracusano quando scriveva:

«Dicono taluni autori, bene informati delle cose della regione, che quando un tale Italo divenne re di Enotria, gli Enotri mutarono il nome in quello d’Italia; e allora prese il nome d’Italia quella punta di Europa, che è circoscritta tra il golfo Scilletico ed il Lametico, distanti tra loro, i due golfi, una giornata e mezzo di cammino.»

Ad Antioco stesso si riporta Dionigi di Alicarnasso; e di questo giova al nostro ragionamento riferire le parole che dicono:

«Antioco ricorda che, sotto il regno di Morgete (comprendeva allora l’Italia la sponda da Taranto a Posidonia) venne in Italia un fuggitivo da Roma. Egli (Antioco) dice: poiché Italo invecchiò, tenne il regno Morgete; e sotto di lui arrivò da Roma un fuggiasco dal nome di Sichelo.»

Sono queste le più antiche testimonianze delle origini del nostro nome nazionale.

E per queste testimonianze sta in fatto, da nessuno negato, che al secolo V a.C. (che sono i tempi di Antioco siracusano) il nome di Italia significava quella terra che da Metaponto sul confine di Taranto, al nord, veniva sino al fiume Lao, al sud, che è la zona estrema orientale di quella regione che poi fu Lucania. E comprendeva inoltre (secondo Antioco stesso presso Dionigi) la interna parte della futura Lucania che si estendeva fino a Posidonia, che è Pesto sul golfo di Salerno: — al secolo V. E cotesta ultima linea di confinazione comprensiva riconosce ripetutamente Strabone8. E se, nel secolo V, la parola si trova progredita da Lao fino a Posidonia (da Laos o Scalea a Pesto); e se un secolo innanzi, cioè nel secolo VI, quando i Focesi fondarono Elea nel 536, questa fu fondata, dice Erodoto, in terra di Enotria (e non in Italia), abbiamo da ciò stesso un indizio attendibile del graduale progressivo estendersi del nome d’Italia, dal sud al nord, dal golfo di Taranto, sul mare Jonio, al mare Tirreno ove era Velia. Ai tempi di Erodoto e di Tucidide il limite geografico della parola Italia vagava ancora, su per giù, presso al confine tra la Enotria e la Campania, e non oltre; poiché l’Opicia, che era l’antichissima Campania, restava, per Tucidide, fuori d’Italia.

Questo pei tempi del secolo V.

Ma in tempi più antichi, dice Antioco, con locuzione che non a tutti è parsa scevra di ambiguità, in tempi più antichi, ossia anteriori al secolo V, il nome d’Italia era ristretto in più brevi confini; tra i confini, cioè, di quell’ultima parte della penisola che dai golfi Scilletico e Lametico (oggi di Squillace e di Santa Eufemia) si volge allo stretto siculo.

E qui giunti, e se nel preciso significato o della parola o del concetto di Antioco non tutti concordano valorosi e recenti investigatori di questo primo problema della storia d’Italia, non pare lecito a noi discostarci dalla più vulgata e generale interpretazione della parola dello scrittore siciliano: lui che scriveva da Siracusa, è probabile che guardasse dal suo punto di veduta la linea di spartimento ideale che si trae dal golfo Scilletico o di Squillace al golfo Lametico o di Santa Eufemia.

Lui, dunque, circoscrisse all’ultimo corno dello penisola Enotria l’antichissima, la più antica, Ia prima denominazione geografica d’Italia. Fu un equivoco il suo? Fu contradizione con sé stesso o con altri fatti accertati?

Noi non abbiamo elementi per contestargli la parola e il concetto che dai frammenti di lui ne riferiscono Strabone e Dionigi: ma non è di solo recenti scrittori il dubbio che nelle affermazioni di Antioco, pervenute a noi di seconda mano, non vi sia una contradizione. E la contradizione a noi è patente per quello die siamo per dire.

Gli Enotri, le tradizioni degli scrittori greci dicono che approdarono nella Japigia o Peucezia, e di là si propagarono oltre verso il sud: ma non in senso contrario. Come dunque potè egli avvenire che nell’estremo corno della penisola (oggi di Calabria) succedesse, la prima volta, il nome d’Italia a quello di Enotria, quando gli Enotri non erano pervenuti ivi ab antiquo, e prima che in altra parte, dalla prossima Sicilia?

Questo non avrebbe potuto avvenire se non ammettendo, come un presupposto di Antioco, che Italo fosse arrivato in terra ferma dalla Sicilia; e di qua egli partitosi, le prime terre enotrie che venne occupando furono le prime terre del continente poste sullo stretto. E che codesto presupposto non fosse improbabile, sarebbe lecito di affermare, ricordando che da Tucidide (VI, 2) Italo è detto re dei Siculi; e da altri antichi, riferiti da Servio grammatico, ad un dipresso lo stesso.

Ma occorre ricordare altresì che nell’altro frammento di Antioco presso Dionigi già riferito, è detto che quando già Italo era in Italia e già a lui succeduto Morgete, venne ivi Sichele, che è il prototipo dei Siculi, ma venne dalla media Italia, cioè da Roma. Di tal che se l’eponimo dei Siculi venne in giù da Roma, non potè venire in Italia dalla Sicilia; e la contradizione nel concetto primo di Antioco resta; ed il problema, con i dati di Antioco, è insolubile.

Ed è insolubile, perché alla storia si aggroppa la leggenda. È storia, finora non distrutta, nè possibile a distruggere, che la terra cui fu dato il nome di Enotria, fu abitata da popoli Enotri. È leggenda, che questa medesima superficie di terra si disse Italia da un Italo re, il quale mutò il nome dei popoli Enotri in popoli che da lui si dissero Itali. È leggenda, poiché riposa sulla esistenza di popoli propriamente detti Itali, e sul preconcetto che Italo ed Itali, esistendo come popolo o gente autonoma e da qualsiasi altro separata e distinta, diedero il proprio nome al paese che abitarono, e non lo presero, invece, da questa terra che abitarono.

Ed è leggenda; poiché re Italo è della stessa famiglia ideale di re Enotro, di re Peuceto, Dauno, Siculo o Morgete. Deriva non d’altra fonte che dalle tradizioni elleniche; ed è fantasma conforme al processo formale delle tradizioni elleniche, e non a quello delle tradizioni italiche. Queste non hanno capistipite, eroi o re, ma o iddii archiegeti o animali sacri. Latino ed Evandro sono il prodotto delle costruzioni elleniche dell’antica storia d’Italia.

Lo spirito greco, di natura eminentemente poetico e plastico, costruisce il mondo della natura personificando i fenomeni; costruisce il mondo degli uomini personificando le masse, individualizzando le moltitudini. Ma spirito plastico e libero, le personificazioni sue diventano forze libere e plastiche anch’esse. Personificando le forze della natura, creò l’Olimpo, che si rispecchia e ridiscende nei fenomeni infiniti della natura. Personificando le moltitudini sciolte e senza nome, creò lo Stato, che s’incentra in un uomo, il quale lo rispecchia, lo contiene, lo estrinseca in leggi, ordinamenti, consuetudini, istituti. Le forze della natura personificate diventano iddii. Le forze collettive delle moltitudini personificate diventano eroi, semidei, oikisti; finché non s’inviscerino e trasformino nel demos, centro unico di tutte le forze dello Stato.

Così dalle tenebre delle origini sorgono sull’orizzonte della storia greca Elleno e i suoi figli e nepoti, Eolo, Doro, Acheo, Jone; e creano i primi popoli fratelli dell’Ellade; essi capistipiti, capi tribù e re li rappresentano, li comprendono, dànno loro il nome e l’essere. Non altrimenti Danao, Cadmo, Tessalo, Pelasgo. In quel modo che incomincia e si atteggia la storia nazionale, così quella di ogni tribù della Grecia. E così non altrimenti è rispecchiata dallo spirito greco la storia di altro popolo, di cui esso ricordi gli eventi remoti.

Nel corso dell’antica civiltà l’Italia non fu abitata, primi sugli altri, da’ Greci, ma fu scoverta dallo spirito greco; perché primi di tutti gli altri i Greci ne delinearono la storia. E allora dalle costruzioni categoriche della filosofia storica de’ Greci, di fronte alla terra detta Enotria, emerse un Enotro che la conquistò e le dié il nome; e un Peuceto conquistatore e dominatore della Peucezia, e un Siculo di Sicilia, e un Italo dell’Italia. Venne il tempo che queste formole iniziali non bastavano a soddisfare ai successivi investigatori delle origini; ed essi, capovolgendo il processo etnico generativo, ritennero che i popoli diedero il nome al paese che abitarono; e dagli Elleni si disse l’Ellade, dai Joni la Jonia, dagli Enotri la Enotria, e non viceversa. Così avvenne per l’Italia, la quale perciò e per essi non ebbe il nome che dagl’Itali. Era anche questo un processo logico di analogia e un processo architettonico di euritmia.

Ma l’euritmia se è qualità della bellezza, non è sempre del fatto e del reale. Se è vero, che gli Elleni diedero il nome alla Ellade, o i Siculi alla Sicilia, o gli Enotri alla Enotria, non è vero che popoli Itali dettero il nome all’Italia. Gli «Itali» non esistettero mai; non furono, cioè, un popolo da altre genti distinto così, che avesse avuto, fin dal suo primo comparire nell’Enotria, un nome suo proprio, e questo fosse appunto il nome di «Itali.»

Gli Itali non si trovano se non nel campo della leggenda; e nello stesso campo della leggenda non si sa donde vennero, quali sedi prima abitarono, a quali stirpi appartennero; non se ne sa nulla, non se ne dice, nè si congettura nulla. Se le tradizioni erudite dei vecchi storici diranno gli Enotri, i Peuceti, i Pelasgi venuti in Italia dall’Arcadia, e i Siculi o Sicani dall’Iberia, o dalla Liguria, o d’altronde, degli Itali tutto è silenzio; tace la storia; tace la leggenda stessa che sa tutto. Niebhur ha dovuto sforzare le leggi della filologia per asserire che Siculi ed Itali erano la parola medesima; premeva senz’altro all’insigne uomo di trovare un gancio qualsiasi a cui attaccare codesti popoli, campati in aria. Ma l’identità delle due parole oggi non è chi possa ammetterla; e gl’Itali restano ancora senza antenati, senza nome e senza terra, finché non sorge il nome d’Italia.

Giacché la verità è che sursero gl’Itali nella storia per spiegare il nome d’Italia. poiché Elleno, Eolo, Doro, Jone, Acheo, Tessalo, capostipiti e capi tribù, diedero essi il loro nome all’Ellade, all’Eolia, alla Doride, alla Jonia, alla Tessaglia, il concetto formale della filosofia della storia greca trovò Enotro che denominò l’Enotria. Poi questa si trova denominata Italia. Oh come egli potrebbe venire altrimenti se non per lo stesso processo ideologico, per lo stesso atto creativo di un capostipile o capo tribù del popolo stesso?

Così nacquero, contemporanei, il rappresentante e i rappresentati; nacquero per una necessità logica del sistema che costruiva in quel dato modo formale l’antica storia delle nazioni, e per un’affinità organica degli stessi prodotti di questa virtù plastica e poetica propria allo spirito greco. Italo ed Itali nacquero, dunque, di un parto, per la necessità logica di spiegare il nome d’Italia.

A questa necessità intendeva di rispondere la tradizione ricordata da Antioco siracusano. E poiché si fonda su di una leggenda, caduta che essa sia, non resta della tradizione che questo intimo significato, cioè, la derivazione primiera del nome d’Italia dall’isola di Sicilia alla prossima punta di terra ferma.

L’origine della parola Italia è incerta ancora, perché ne è dubbio il significato. Ma tutto induce a credere che l’uso della parola venne dai Greci; e venne con questa duplice limitazione, che la parola fu data originariamente a quella spiaggia orientale della penisola cui lambe il mare Jonio, e che, nelle più antiche sue accezioni, l’uso della parola non si estendesse se non dalle circostanze di Taranto fino alla punta estrema della penisola ove era il capo Zefirio, oggi capo Spartivento. Da questi antichissimi limiti si slargò di poi, oltrepassando l’Appennino, fino al fiume Lao, e in seguito fino al fiume Sele o Silaro, e in prosieguo man mano più innanzi, verso il nord.

I più antichi documenti finora noti ci dànno diritto di affermarlo.

Ferecide, Erodoto, Tucidide, Antioco siracusano non appresero dai Latini, o dagli Oschi, o dai Tirreni della penisola il nome di Italia. Essi, che sono i più antichi presso cui si trovi adoperata la parola Italia9, la usarono, senza dubbio, secondo il significato che aveva corso tra Greci della loro patria; e i Greci dell’Ellade, se non è certo, è probabile l’avessero appreso dai loro connazionali della Sicilia, ove approdarono prima che ad altre coste del mare Jonio italico.

Ferecide (di Lero) che fioriva verso l’anno 480 a.C.10 lasciò scritto, presso Dionigi11: «Sono denominati Enotri quelli che abitano in Italia, e Peuceti quelli che abitavano sul golfo jonio». Qui, dunque, il limite settentrionale d’Italia è verso il fiume Bradano. Nelle storie di Erodoto, che venne a Turii nel 444 a.C. e vi morì12, non si trova nè poteva trovarsi la parola Magna Grecia, ma invece, egli usa sempre la parola Italia quasi equipollente di quello che nei tempi posteriori fu inteso più strettamente per Magna Grecia; ond’è che accenna «a Taranto d’Italia», ai «Metapontini che sono in Italia», a quegli opulenti Smintaride di Sibari e Damaso di Siri che «vennero in Grecia d’Italia» e non dall’Enotria: mentre che Elea è, per lui stesso, città fondata dai Focesi nell’«Enotria»13.

Per Tucidide, i Siculi dal paese posto sullo stretto siculo, dove abitavano, vennero in Sicilia, ed egli dice da Italia; eppure mette Cuma nell’Opicia e non nell’Italia: gli è chiaro adunque il significato restrittivo di questa parola, conforme a quello che Antioco aveva espressamente indicato da Metaponto al fiuem Lao sul Tirreno, nel secolo V in cui visse. E un secolo prima, cioè nel VI a.C. Italia non è pei Greci se non la futura Magna Grecia delle spiaggie jonie: giacché la scuola filosofica insigne pel nome di Pitagora, che ebbe origine e sede a Crotone e a Metaponto, fu detta e fu nota ai Greci e dai Greci al mondo col nome di Italica; mentre a poche miglia di distanza, sul versante della penisola stessa al mar Tirreno, surse, quasi agli stessi tempi, in Elea la non meno celebre scuola, nota ai Greci e dai Greci al mondo col nome di Eleatica. Elea adunque, non guari discosta da Crotone, ma sul Tirreno, ad occidente del fiume Lao, non era in Italia pei Greci del secolo VI a.C.

Parrebbe anzi che anche Reggio al tempo dei primi Pitagorici non fosse in Italia. Un passo che Vico direbbe d’oro, ed è un frammento di Aristosseno, pitagorico del secolo IV, ed è riferito da Giamblico, dice espressamente che ai moti violenti dei filoniani ed all’esulare che ne seguì dei pitagorici da Crotone e da Metaponto «gli altri pitagorici, meno Archita tarentino, abbandonarono l’Italia e si raccolsero a Reggio ove ristettero».

So che a queste parole di Aristosseno si vuol togliere ogni autorità, perché il frammento presso Giamblico è errato nel nome di Archita, invece di Archippo (e si può concedere), e perché recenti editori di Giamblico hanno dato una diversa disposizione alle membra del periodo di Giamblico, dalla quale risulta un’interpretazione di senso del tutto diverso14. Ma di tal genere operazioni ortopediche, onde emerge una diversa postura delle disjecta membra del periodo, provano troppo o troppo poco; di tali presidii chirurgici si può sorreggere il pro o il contro di qualunque tesi.

Del resto, di questo concetto restrittivo, antichissimo, della parola Italia è, senza dubbio, un’eco, la espressione geografica di Plinio là dove dice: «Comincia da Locri la fronte d’Italia, denominata (la fronte) Magna Grecia, che s’insena nei tre golfi del mare ausonio»15, tre golfi o seni che egli enumera, golfo di Locri, golfo di Scillace, golfo di Taranto, tutti sul mare Jonio. Su questi golfi sursero le grandi città achee, Locri, Caulonia, Crotone, Sibari, Metaponto, Turio; e a questa zona fu data dipoi la denominazione di Magna Grecia, e questa zona che era dapprima la Magna Grecia, non comprendeva Taranto, la dorica, nè Reggio, la calcidica.

E con la espressione di Plinio concorda anche Tolommeo (libro 3).

Il significato della parola è ancora incerto per chi non si appaghi alla vecchia spiegazione di vecchi E nuovi eruditi, che, ricorrendo all’arcaica parola ἰταλος dei greci, dell’Eolia, in significato di bue o vitello, tenne valesse la parola Italia quanto terra o paese dei buoi, quasi simbolo adeguato alla ricchezza agricola della magna parens frugum Saturnia tellus.

Tutto un sistema etimologico si bilica su cotesto pernio georgico; e derivando il nome stesso di Saturnia dai seminati, quello di Enotria dal vino o dalla vigna, si giunse a troval e il nome dei Morgeti nel covone delle spighe (merges), e poi, di passo in passo, il nome dei Siculi nella falcetta (secula) che recide le spighe! In questo concetto idillico-georgico non stuonava il nome della «terra dei buoi.» E presso i più dei moderni ha trovato grazia.

Ma se la parola nasce per determinare le cose, si può e si deve chiederle un senso non vago e indeterminato.

Io non negherò che il ricercare le ragioni che determinarono l’onomastica topografica, trascende, non infrequentemente, il possibile; perché non di rado sono ragioni che dipendono da condizioni subiettive, imponderabili, o da fatti accidentali, da impressioni momentanee. Ma qui siamo innanzi ad un problema che ha speciali condizioni di limite, e non è dato di trascurarle. La denominazione antichissima, originaria d’«Italia» fu data alla zona orientale sulla spiaggia del mare Jonio; e questa zona, giova ripeterlo, fu circoscritta a limitati confini, dalla estrema punta della penisola (oggi di Calabria) sullo stretto siculo, fino in su, al posto ove fu Metaponto, cioè alla foce del fiume Bradano, al di qua ma non al di Ià del Bradano: al di Ià era la città di Taranto, che, alle origini, restava fuori d’Italia.

La significazione adunque della parola geografica deve essere adeguata a questo dato di fatto: la ragione del nome deve trovarsi in qualche condizione di uomini e di cose, speciale o propria a quella zona di paese, che volgeva al mare Jonio. La denominazione dei «buoi» trascenderebbe dalla nota caratteristica di codesto limite, e va respinta.

A me pare che la derivazione della parola dalle lingue semitiche, per via dei Fenicii, dà meno incerta soluzione al problema.

I Fenicii avevano già molti loro stabilimenti sulle coste della Sicilia, quando vi posero piede gli antichi coloni greci, a fondarvi, nel secolo VIII a.C.16, Nasso, Siracusa, Leontinum, poi Catana e Taormina.

Non è ignoto, che dalle coste della Sicilia quegli arditissimi figli di Tiro ebbero relazioni di fattorie e di traffici con la prossima penisola enotria, non tanto, forse, per le miniere del rame e per la pesca del murice, quanto, e più largamente, pel commercio della pece, che l’immensa selva dei coniferi, dai monti del Pollino all’Apromonte, produceva ottima e abbondante. I Fenicii delle fattorie di Sicilia ben potettero indicare come «il paese della pece», dalla parola di fonte semitica «itar»17, la regione al di là dello stretto, ai primi Greci dell’isola, cui non era ancora nota. E da costoro, antichissimi navigatori dall’Ellade alle terre sicule, ne fu diffuso il nome, siccome l’avevano inteso, ai proprii connazionali che sciamavano verso occidente. I quali, occupando poi le coste, ove man mano sorsero Metaponto, Siri, Sibari, Crotone, Locri, trovarono abitato il paese interno da genti varie e barbare che si dissero enotrie; e l’interno Enotria. Ma il lembo orientale della spiaggia, quando, in meno di un secolo, fu coronato di elleniche città, non poteva dirsi Enotria, perché ivi non erano più Enotri, ma Greci civili e potenti; tenne, invece, il nome generico che essi ebbero inteso dai loro connazionali di Sicilia, quello cioè di Italia.

Il quale restò qualche tempo allo stato latente: ma quando Sibari e le altre città ebbero occupato anche l’interno del paese, e sottomesse le genti enotrie; quando queste perdettero, perché sottomesse, ogni personalità autonoma, allora il nome speciale già al lembo orientale occupato dai Greci, rivisse, e si estese, con il costoro dominio, anche all’interno della penisola.

Cosi l’Enotria divenne Italia, ma ancora ristretta nel secolo VI e nel secolo V entro i limiti dal fiume Bradano sul golfo di Taranto fino al golfo di Posidonia sul Tirreno, che sono i naturali confini dell’antica Lucania.

NOTE

1. Nella Nuova Antologia del 1882, in quella del 1894, e nel volume Studii latini, Napoli, 1883.

2. Più rigorosamente agli Umbri, poiché la parola non si è trovata che nelle Tavole Eugubine.

3. Dei Romani VARRONE: Graecia enim antiqua, ut scribit Timaeus, tauros vocabat ἰταλους. DE R.R. II, 5, 3 — Apollodoro, in Biblioth. II, 5, 10. E VARRONE stesso: Denique Italia a vitulis, ut scribit Piso R.R. II. Questo CALPURNIO PISONE FRUGI fu console nel 133 a.C.

4. E. COCCHIA, pag. 38 de’ Studii latini. Il nome d’Italia, Napoli, 1883.

E soggiunge:

… «In un’epoca in cui il latino non aveva alcuna notorietà, e per giunta a proposito di un nome piuttosto osco che latino. Onde è da sospettare che, piuttostoché da Ellanico proprio, le forme ουιτουλος, ουιτουλια, siano state scritte dall’appassionato storico di Roma, Dionigi, il quale o le riducesse così da una forma o più osca o più greca, in cui Ellanico la desse, o così la concretasse, dietro cenni puramente astratti di Ellanico…»

Identici apprezzamenti presso i filologi, nostri contemporanei.

5. Visse ai tempi delle guerre persiane, e scrisse la Κτις η Ἰταλίας (in Suida).

6. Propriamente nell’Olimpiade 89 (331 di Roma) secondo Diodoro Siculo XI, 17.

7. STRAB. VI, 391.

8. Lib. V e VI.

9. La parola è ignota ad Omero. Nell’Odissea, libro XXIV, si accenna alla città di Aliba, «in Sicilia»; ed uno scoliaste scrisse che Aliba era l’antico e primitivo nome di metaponto d’Italia.

10. SCHOELL, Ist. della letterat. greca, Venezia, 1827. Vol. II, par. 2, lib. 2, pagine 73-160. Questi di Lero è il lolografo; invece «l’inventore della prosa» era di Syra. Id.

11. Antiq. Rom. lib. I, 6.

12. SCHOELL, vol. II, par. 2, pag. 75.

13. Lib. I, § 167.

14. In PAIS, dottissimo quanto acuto autore della Storia della Sicilia e della Magna Grecia. Torino, 1894, p. 421, che ricorda il Nauch, editore di Giamblico nel 1884.

15. Per la esattezza della frase di Plinio ricordo che egli dice: A Locris Italiae frons, Magna Graecia appellatus, in tres sinus recedens Ausonii maris (III, 10).

16. Nasso, di cui in Tucidide si legge prima urbium a Graecis in Sicilia conditarum, fu fondata nel 736; Siracusa nel 735; Leontinum nel 730.

17. Il MAZZOCCHI, Ad Tab. Heracl. pag. 546, scriveva: Ostendit Bochartus Chaldaeum Itar (cujus emphaticum Itra) picem significat: ab Itar vero per productionem nominis fit Itaria.

E le parole del BOCHART sono queste:

Itaria factum ab ltar cuius emphaticum itra pro pice occorrit in tractatu talmudico, Gittin fol. 6. Vide lexicon talmud. Buxtorfii. Alibi fere scribitur itran cum n paragocicum… Itaquc cum agnus dicitur imar, imru et imran; semen bizar, bizra; studium girsa, girsan. Ita pix talmudicis ltar, ltra, et ltran. Arabes scribunt kitran, et hispani alquitran, et nos vernacule goudron. Hoc videtur esse endrium, de quo Plinius 16, 11.

BOCHART, Geographiae sacrae pars prior, Phaleg. pag. 661. Codomi, 1744.

Nell’isola di Cipro era il monte, e, dal monte, la città Idalium.

In Cipro stanziarono antichissimamente i Fenicii. Venne il nome al monte, coperto da conifere, anche dalla «pece» che ne estraevano?