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CAPITOLO IX

LE COLONIE ELLENICHE SUL TIRRENO: POSIDONIA, VELIA, PALINURO, MOLPA, PIXO E LAO

Le colonie elleniche sul mare Tirreno non furono propagini dirette (da alcune infuori) dell’Ellade; ma sì delle città italiote già fondate sulle spiaggie del Jonio. Queste, che sursero prime sul mare più noto ai naviganti elleni e men pauroso pei pericoli dello stretto siculo, si propagarono, risalendo i fiumi, per l’interno delle terre italiche; dipoi, oltrepassato l’Appennino, vennero alle feraci sponde del mare inferiore. Non è probabile che arrivassero al mare, se prima non avessero lascialo qui e qua nuclei di abitanti e coloni, per l’interno del territorio enotrio.

Anche delle città ilaliote sulle spiaggie del Tirreno, l’antica storia è quasi muta; forse perché gli antichi scrittori non le ebbero considerate che quali città secondarie, e in dipendenza delle maggiori sul Jonio. Esse erano, inoltre, fuori d’Italia, cioè dell’«Italia» degli antichi scrittori ellenici, e fuori della stessa «Magna Grecia» pei scrittori meno antichi della civiltà romana. Quelle che scamparono alla completa oscurità che le altre involse, non sono se non Velia e Posidonia ovvero Pesto.

Di Lao, di Scidro, di Pixo, di Molpa si sa quasi nulla: nulla addirittura dì Palinuro e Fistelia e Platea e Sicione, se pure queste due ultime furono davvero in Italia. Sursero tutte, o quasi tutte, dai coloni delle spiaggie ioniche, dopo la fondazione di Sibarl, nel corso del secolo VII e VI a.C. Ma è probabile che già prima fossero stazioni di genti anti-elleniche. Nel golfo posidoniate erano già le isole Enotridi, onde è giusto argomento che tutta la spiaggia di contro fosse dominata dagli Enotri; e nelle poche rovine di Velia, a giudizio di un dotto archeologo de’ nostri giorni, sono ancora visibili le vestigia di costruzioni più antiche e diverse dai sistemi delle costruzioni elleniche. E se il significato del nome di Scidro fosse tale quale a noi parve e fu chiarito più innanzi, essa si riattaccarebbe a genti e tempi anteriori all’ellenismo della Magna Grecia. Non altrimenti per Lao, le cui origini altri volle derivare dai popoli Laini della Peonia presso lo Strimone1; e pertanto sarebbero delle più antiche colonizzazioni di popoli Enotri o più specialmente dei Conii.

Una ugualmente remota antichità fu attribuita alla città di Pesto da chi ritenne che l’antico nome di essa fosse Paist, anteriore alla denominazione di Posidonia. Per noi, invece, Paistum è la trasformazione fonetica del nome Poseidon, avvenuta in tempo e nel linguaggio della gente oscolucana, che sottomise la città ellenica2.

Posidonia

Forse genti enotrie esistevano già sul luogo3 quando arrivarono ivi gli Elleni e vi fondarono Posidonia. Achei e Trezenii dell’Argolide abitarono insieme nella città di Sibari, secondo che si legge in Aristotile4; poi gli Achei, cresciuti di numero, cacciarono i Trezenii, per uno di quegli interni dissidii di prevalenza, che furono trama perpetua alla storia delle colonie italiote. Allora i Trezenii della città sul Crati vennero alle sponde del mare Tirreno e fondarono la città che fu Posidonia. Fra le tante congetture delle origini pestane, e lasciando le scorie archeologiche, questa è per me la più accettevole; e se vogliamo assegnarle una data cronologica, si può riferirla alla metà del secolo VII a.C.

I Trezenii, di stirpe dorica, dettero al nuovo stabilimento il nome sia di una città omonima della madre patria originaria che era Posidonia, sia del loro Iddio etnico e tutelare, Poseidon. Anche sulle monete pestane dell’epoca più antica, quali sono le incuse, si trova l’impronta di questo nume oceanico che brandisce il tridente; e dalla leggenda delle monete, che in dialetto dorico è scritta Poseidan, si può dedurre che la gente dorica prevalesse nella città nel corso del secolo VI a.C., e conforterebbe di prova indiretta la venuta dei doriesi Trezenii a Pesto. E dalla serie di sue monete finora nota possiamo argomentare che di unita ai Trezenii vennero o sopravvennero coloni Achei, poiché in esse è improntato, oltre al nume che vibra il tridente, la immagine del toro ora cozzante, ora progrediente, talvolta barbato, che è il blasone monetale delle colonie achee; e in altre, col toro, la testa di Pallade dall’elmo attico. Se Posidonia, in origine, fu colonia dell’antica Sibari, fu poi autonoma e confederata con la Sibari risorta che abbiamo altrove accennata,5; e fu in lega, politica o commerciale che sia, con altre città da essa non lontane, benché la dubbiezza di alcuni conii non affidi del tutto. Una moneta segna il nome in iscorcio della città insieme alla parola FIIS, e un’altra moneta insieme alla parola ΣΕΙΛΑ. Gli scrittori riferiscono, incerti, la parola della seconda chi a culti religiosi dei coloni pel fiume Silaro6, chi ad una possibile città di Silara o Silaria7, ancora ignota del tutto; e chi invece, negando la esattezza della lezione, non vi scorge che la parola MEIΔΑ8. Poco mono incerta la parola FIIS: è nota però, per altri conii, la parola e la citta di ΦΙΣΤΕΛΙΑ in greca lettera e di PIΣTVΛIIS, in osco; ma punto accertato ancora il posto di questa città, la moneta vaga tra le attribuzioni a Puteoli, a Fulsule, a Plistia; nè la dubbiezza è in via di cessare.

Io riferirei a questi più antichi coloni doriesi originati da’ Trezenii, la fondazione, verso lo sbocco del Silaro, del famoso santuario dedicato a Giunone Argia, che le leggende attribuirono agli Argonauti. Era lontano sei miglia da Posidonia, posto, a quanto si crede, presso alla spiaggia del mare, sulla sinistra sponda del Silaro, secondo Strabone9, sulla diritta secondo Plinio. È probabile che i Trezenii venuti dall’Argolide avessero voluto adorare sulla terra della nuova patria la massima delle deità della patria antica; ed è perciò probabile che il tempio sorgesse in terra posidoniate e sulla sinistra del fiume. Se fu accosto alle rive del Silaro, le alluvioni della torbida fiumana nell’ultimo tronco covrirono delle sue melme le ruine del tempio famoso; ma non è improbabile fosse elevato su uno dei prossimi clivi, in vista del mare10.

Posidonia divenne prestamente popolosa e florida, grazie alle feraci terre, in mezzo a cui il prossimo e lutulento Silaro si versa nel mare, e grazie ai suoi commercii marittimi; di cui si veggono improntati su molte di sue monete gli emblemi. Con le sue flotte domina sul golfo cui diede il nome; e il nome è indubbio argomento di sua prevalenza sulle altre città marittime della regione. E benché Strabone ricordi l’aria, per le prossime paludi, inquinata della città, non è dubbio che ai tempi della floridezza italiota essa fu ricca di popolo non meno che sede di squisita civiltà.

La storia di Posidonia si divide naturalmente in tre principali epoche, secondo che dalla completa autonomia passò in soggezione dei Lucani verso il 100 a.C., e poi in dominio di Roma nel 273. Furono tre civiltà che si mescolarono e si sovrapposero: ma poche filamenta ne avanzano, e questo, tessute in pietra o in bronzo, dell’epoca più antica. La splendida floridezza a cui giunse la città greca è attestata dalle maravigliose reliquie de’ suoi tempii che, solenni quanto il Partenone o poco meno, ancora esistono, masse austere e maestose, nell’ampia solitudine dei campi ove surse la città: esse restano ad emulare i più celebrati monumenti dell’arte greca dei tempi più antichi. Alcune dipinture sulle pareti interne di talune tombe posidoniati rivelarono testimonianze di bellezza artistica insigni; gran numero di sue multeplici monete non attestano meno l’eccellenza dell’arte del bulino, e, può inferirsi, anche dello scalpello. La cerchia delle mura che ancora rimangono in piedi a larghi tratti per la pianura, con l’arco ancora intatto delle antiche porte, con torri quadrate sporgenti dalle mura stesse, e queste larghe in fronte così che parrebbero strade spianate a manovrarvi manipoli di cavalli anziché di pedoni, attestano la ricchezza dell’erario, l’accorgimento dei governanti, la potenza della città. Se desse furono rifatte, come altri crede11 ai tempi di Alessandro il Molosso a mezzo il secolo IV, erano opere di molto più antiche: mentre le moli dei templi, alcuni poderosi e solenni, non men che eleganti per sobrietà e purezza di linee, mostrano l’altezza insigne dell’arte posidoniate nel corso del secolo VI e del V: alcune reliquie di pittura emerse dalle tombe della città testimoniano anche per la plastica una singolare altezza di cultura artistica: ma dì queste maraviglie sarà fatta altra parola più innanzi12.

La sua potenza non potè salvarla dall’occupazione dei Lucani, ai quali pure poterono resistere ed Elea ed Eraclea. Essi l’oppugnarono e la sottomisero ai principii del secolo V, (probabilmente dal 410 al 400 a.C.), e già dovevano essere popolo forte e numeroso, non tribù sciamata di recente dalle sacre primavere dei sabellici (come alcuni pretesero), se poterono impadronirsi di città floridissima, difesa per torre da mura sì poderose, difesa per mare da flotte, cui nulla potevano opporre i montanari dell’Appcnnino.

Città presa di forza, da popolo di civiltà impari o diversa e molto minore della civiltà ellenica, il governo dei vincitori, in quel primo periodo della conquista, non poteva essere che aspro come in città di conquista e riluttante al giogo. Gli antichi scrittori ricordano che, in una delle annuali solennità che era, forse, di funebre rito, i Posidoniati si raccoglievano insieme a piangere e sospirare gli antichi istituti, gli antichi riti, le antiche leggi della città mutate13: con i nuovi dominatori era entrata (essi mormoravano) la barbarie, che stentava anche a pronunziare, senza guastarlo, il nome della città. Delle relazioni tra vinti e vincitori nessun’altra notizia ci è nota che questa; ma agli splendori dell’ellenismo anche la ruvidezza della gente Osca dovè cedere e squamarsi: i vincitori non imposero la loro lingua; presero anzi dal vinti l’alfabeto ellenico, e con esso altri sussidii, altri fomiti di civiltà senza dubbio, e, forse, le monete.

Nel secolo III, in seguito alle guerre di Pirro, Roma tolse Posidonia ai Lucani; e nel 482 di R. ovv. 273 a.C., vi condusse una colonia di dritto latino.

E di Roma Pesto ben meritò sempre; sia per la non mai mancata fede alle sorti romane, specie nelle guerre di Annibale, sia per la postura sua sul Tirreno come chiave sul mare che batte alle porte dell’interna Lucania, sin lo stesso fulgore di sua antica civiltà. Quando Roma chiuse tutte le zecche delle città d’Italia, perché volle per sè nel 264 (a.C.) il conio di tutte specie monete, fece eccezione e mantenne le zecche di tre sole città, e tra queste tre Pesto. Anzi Pesto restò sola nel privilegio di coniare la moneta di bronzo, quando, ai tempi di Augusto, il Senato di Roma tenne come suo diritto esclusivo la coniazione del bronzo, e l’imperatore quella dell’oro e dell’argento14.

Alcune delle sue monete di bronzo mostrano che fu municipio, poiché le improntano i «quatuorviri». Se il libro delle Colonie (che è del primo secolo, ma interpolato) indica anche Pesto tra le «prefetture», fu di certo ai tempi di Cesare o di Augusto colonia romana: il che vuol dire che ebbe l’onore! di dividere i suoi territori con i nuovi arrivati. Altri coloni vi mandò Vespasiano, e propriamente di marinai veterani della flotta di Miseno; e i titoli ricordano la città col nome aggiunto dell’imperiale famiglia «Flavia». Questa e qualche altra notizia spicciola è tutto quello che sappiamo della nobile città nel lungo periodo da poi che essa fu entrata nel fiume della civiltà romana. Al medio evo non ebbe il nome di Lucania, come altri hanno scritto15; ma probabilmente fu capo del gastaldato longobardico detto di Lucania. Cadde esinanita e spopolata nel secolo X, per quanto si argomenta, causa la malaria delle terre circostanti, più che le devastazioni saraceniche, a cui si riferisce una generale tradizione erudita.

Elea

Navigando da Pesto verso oriente, si incontra la foce dell’Alento che si scarica nell’insenatura che forma il promontorio di Palinuro. A sinistra del fiume Alento, presso al mare surse Elea o Velia, città a tante altre della Magna Grecia minore per grandezza di dominii o copia di popolo, ma superiore a tante altre dell’antica civiltà per lo splendore che s’irraggia dal suo nome alla storia dello sviluppo dello spirito umano. Poche e poco note reliquie ne restano al suolo16, oggi deserto per guerra della malaria: eppure per salubrità di clima e per bellezza di paese fu già albergo ricercato di svago ai potenti signori di Roma ed ai filosofi, ai poeti, agli uomini di stato della grande città, capo d’Italia e del mondo.

Elea fu fondata da coloni focesi nel secolo VI a.C. verso l’anno 535-8. Ma anche prima di questa epoca erano ivi approdati coloni di stirpe ellenica, i quali si soprapposero a più antiche genti che si dissero enotrie. Di queste ultime attesterebbero la remotissima presenza sul luogo le reliquie di costruzioni ciclopiche che si scorgono ancora nelle ruine della citta: delle quali si è fatto cenno innanzi17, e che ricordano, del resto, come la regione fosse giù tutta occupata da coteste genti.

Gli Jonil dell’Asia Minore, navigatori arditi e sagaci, furono i primi a fondare fattorie e colonie sulle coste di Sicilia e della bassa Italia, appena che caso o ventura scoprì agli Elleni queste terre poste ad occidente loro. Cuma, senza ritenere per certa l’antichissima data della sua fondazione di mille e più anni innanzi l’era volgare, fu senza dubbio fondata non più tardi del secolo VIII; e divenne man mano il veicolo della civiltà, delle dottrine, delle tradizioni elleniche ai popoli del Lazio e dell’Italia mediana. Dopo Cuma, tra le più antiche, è, della stessa origine, Naxo sulle coste orientali di Sicilia, la quale si propagò a Zancle che poi fu Messina, sullo stretto, e di contro a Reggio. Toccarono anche alle coste orientali di Italia, e vi fondarono Scilletium; ma da questa banda prevalsero invece genti achee di Sibari, di Crotone, di Metaponto. Ardimentosi e intraprendenti navigatori quali essi furono, non si arrestarono nè alle fauci dello stretto siculo, nè alle isole del golfo Cumeo: emuli ed imitatori dei Fenici, drizzarono le mire e le prore agli stabilimenti remoti e poco noti di costoro nell’ultimo Mediterraneo, sulle spiaggie iberiche e celtiche. Fondarono Massilia verso il 600; quindi Alalia nell’isola di Cirno o di Corsica verso il 556, e in quel torno di tempo Pisa; fattorie, probabilmente in origine, più che colonie. Sicché, mentre le genti achee e doriche non navigarono oltre la «fronte di Italia» come fu detta di poi la zona littoranea che si specchia nel Jonio, i Jonii vennero oltre per tutto il Mediterraneo occidentale da Reggio e da Cuma in su, fino alle estreme spiaggie di genti barbare del continente occidentale.

In una di queste prime escursioni dei Jonii nel mare Tirreno si vuol trovare le prime origini della città di Elea. Il cui nome non venne dalle «paludi» su cui surse la citta, perché non è natural cosa che essi avessero prescelto a stabilirsi, sull’ampia costa, un luogo offeso dalle acque stagnanti. Invece, il nome di Elea, trapiantato sull’Alento, ci mostra che i fondatori vennero da quella città della Teutrania, che fu detta Elea, posta sul golfo detto appunto Eleaticus18, sul quale sorgevano anche Pitone, Cyme o Cuma, e poco più giù Focea.

La nuova città è probabile fosse surta dopo la fondazione di Reggio che è del 668 in circa; poiché una antica tradizione fa venire appunto da Reggio, ove si erano arrestati un qualche tempo, i coloni di Elea dell’Enotria; ed è probabile che in origine fosse fattoria di commercii, più che colonia propriamente detta. Posta presso lo sbocco del ruine che derivò dalla futura città il suo nome di Alento, mentre essi potevano commerciare con le popolazioni interne dell’Enotria, restava la città a metà cammino tra quelle della stessa stirpe di Cuma da un lato e di Reggio dall’altro, punto intermedio di appoggio alle loro navi, tra’ due estremi. Questa è la ragione delle origini dell’Elea enotria.

Non guari dopo vi arrivarono i Focesi; e allora la fattoria di commercio divenne una colonia propriamente detta. E poiché da costoro aveva cominciamento l’origine legale della colonia, a modo greco, si disse fondata dai focesi, secondo una tradizione che è narrata da Erodoto, e che ci piace di ricordare ad onore del patriottismo infelice, ma eroico.

Verso la metà del secolo VI a.C. l’esercito di Ciro sottomise la Lidia, e assediò Focea (542 a.C.). Le genti sue insofferenti di servitù, quel che avevano di sacro e prezioso raccolsero sulle navi, e salparono pei mari di occidente. È degna della storia più elevata del genere umano la narrazione degli impeti, dei giuramenti, delle vendette di questi generosi contro gli invasori della patria sottomessa; ma io non debbo ripeterla. Dopo errar molto per l’Egeo e pel Tirreno, giunsero all’isola di Cirno che è la Corsica, ove venti anni prima, dice lo storico, avevano fondato Alalia; e, si può aggiungere19, Massilia sulle coste de’ popoli Celti. Ad Alalia restarono cinque anni; e di là si spinsero, audaci e intraprendenti, commercianti e pirati, sulle coste sarde ed iberiche, su cui dominavano i commercianti punici, e sulle italiche ove dominavano i Tirreni etruschi. I commercii, come gli interessi, sono invidi ed esclusivi. Cartaginesi e Tirreni si accontarono contro i nuovi arrivati: e fu tra gli uni e gli altri combattuta una battaglia navale, famosa all’antichità col nome di Alalia (536 a.C.). I Focesi vinti sul mare, si ritrassero ad Alalia; e presivi i figliuoli, le donne e quant’altro poterono imbarcare, abbandonarono la Corsica, si resero a Massilia, quindi a Reggio. Così narra Erodoto: ma è evidente, che essi furono invece cacciati dai vincitori dai paraggi dell’isola.

Gli scampati dalla catastrofe non restarono a Reggio, continua lo storico20; ma di là partiti, vennero a fondare la Città della Enotria «che oggi è detta Hiela» dice Erodoto21. È probabile che la tradizione narrata da Erodoto abbia raccolto, in un solo momento, i primi e gli ulteriori stabilimenti della stessa gente dell’Eolide. Col solo ed unico avvento de’ Focesi da Alalia e da Reggio non si potrebbe spiegare il nome di Elea dato alla città; che ben si spiega invece dall’avvento dei primi venuti dalla regione stessa dell’Asia Minore.

Ma se i primi non diedero se non il nome al primo stabilimento sulle spiaggie enotrie, ove poi approdarono i travagliati esuli di Focea, furono invece questi ultimi che diedero l’essere legale alla città. poiché l’Elea dell’Alento riconobbe appunto Focea per madre patria; come è manifesto dalle sue monete, su cui è improntata la protome e la figura del leone, che è il tipo delle monete focesi. Città e colonia di navigatori esperti de’ mari e della fortuna, essa riattaccò relazioni di commercio con i popoli della stessa sua razza dell’Asia Minore; e di là nuovi coloni le vennero in cerca di fortuna o di avventure, come per tutti i nuovi stabilimenti accadeva. Senofane, il maestro di Parmenide, era appunto di Colofone.

In processo di tempo altri coloni le giunsero da Turii. Elea, forse, per ignote cause, mancava di popolo. Turii, per uno de’ frequenti rivolgimenti interni delle città italiote, cacciava in bando una parte de’ suoi cittadini, i quali è probabile fossero di quel partito degli Attici che fu vinto in Turii e scacciato dal partito peloponnesiaco de’ nobili; quando questi, dopo i rovesci di Atene nella infelice impresa di Sicilia, presero il disopra in Turii, capitanati da Dorieo, rodio, intorno l’olimp. 92, ovvero 372 a.C.22. Scilace, ovvero colui che ne interpolava il libro, disse Elea «colonia de’ Turii», e se l’interpolatore non volle intendere di Sibari, il fatto, per ragioni di tempo, sarebbe assurdo. Alcune delle monete elleniche portano l’impronta della civetta o della testa di Aténa. Io non so se questo simbolo della moneta voglia significare, come altri ha detto, vincolo di federazione con Atene quando appunto questa città, per la spedizione di Sicilia, faceva politica di espansione e di alleanze sulle coste italiche. Inclinerei a credere significasse invece i nuovi culti della Atena-Pallade attica, introdotti in Elea da’ nuovi coloni turiesi, del secolo IV.

L’ordinamento interno della città non è noto; ma parmi non incivile trarre argomenti di analogia dagli ordinamenti di Massilia, che anche essa, come Elea, colonia di Focesi, anzi sede degli stessi futuri coloni della città dell’Alento, dopo la disfatta navale di cui sopra fu tenuto parola. A Massilia, dice Strabone23, era governo di ottimati; e i più alti censiti, o timuchi, componevano l’assemblea al numero di seicento. I timuchi dovevano essere capi-famiglia con prole, e da tre generazioni almeno cittadini della città: restavano nel Consiglio per tutta la vita. Era dunque un Senato. Esercitava il potere esecutivo un minore Consiglio di quindici; e tre di costoro erano a capo del governo. Nulla ci vieta di credere che a questi supremi lineamenti di ordini civili si fossero conformati anche i Focesi di Elea: i coloni, come si sa, portavano seco i culti, le leggi e le consuetudini della madre patria.

Ma fin dal primo secolo di sua fondazione quest’ordine civile di cose dové subire qualche, benché passeggero, mutamento. La tradizione dell’antichità ricordava, pressoché unanime, il fatto di Zenone, il filosofo e dialettico celebre della scuola eleatica, che incontrò eroica morte a difesa degli antichi ordini della città. Un tiranno (come i greci dicevano) a nome Nearco, o, secondo altri, Diomedonte, forse capo di democrazia o demagogia trionfatrice, aveva usurpato le pubbliche libertà del popolo eleatino; aveva mutato i supremi ordini dello Stato. L’opposizione delle eterìe per difendere o stabilire gli ordini antichi si accentrava nel filosofo: il quale è preso, incatenato e torturato perché rivelasse i complici della congiura. Ma nei tormenti, svillaneggiato che ebbe il Cesare demagogo ed eccitato i cittadini alla riscossa, si mozzò con i denti la lingua; perché, vinto dal dolore fisico, non avesse ceduto a parole rivelatrici. Il fortissimo esempio scosse ignavi e generosi (aggiunge la tradizione), e cacciarono a colpi di pietra il violatore degli antichi ordini della città24. Zenone è detto che fiorisse intorno al 460 a.C.

Le condizioni del paese ove fu posta la nuova città non si prestano favorevoli allo sviluppo delle ricchezze agrarie: poco terreno adatto alla cultura di cereali; brevi e anguste valli tra clivi, popolati da bellissimi ulivi, da viti, da castagni, che vegetano con prodotto squisito sì, ma non abbondante. Il mare, invece, invitava alle sue industrie questa audace razza marinara; ed Elea crebbe di floridezza pei suoi commerci e per le sue industrie marittime. Strabone ricorda l’industria sua della salagione dei pesci; ed anche oggi si esercita, segnatamente delle acciughe, per quelle coste scogliose. La manifattura del sale marino completava la prima. Le molte denominazioni topografiche del golfo di Salerno fino al golfo di Lao rammentano ancora, a chi sa comprenderle, l’antico fatto.

I suoi commercii si estesero lontano; lo attestano le sue monete, che si trovano sparse non solo per tutta l’Italia del mezzodì, ma fino sulle coste delle Gallie, ove ebbe strette relazioni con Massilia, e i popoli vicini.

Il dotto archeologo F. Lenormant non si pèrita di affermare, egli riteneva che i Massilioti ricorressero ad Elea, quando i conî sciupati di loro monete era bisogno di rinnovarli e ringiovanirli alle fonti dell’arte greca. Giacché le monete di Elea vanno annoverate tra le bellissime della bassa Italia: uguali o poco meno alle maravigliose di Siracusa, e tra le più belle della numismatica antica. Gli incisori (forse cittadini della stessa città) improntavano del loro nome queste piccole e stupende opere d’arte, per le quali è dato risalire al concetto dell alla cultura artistica della città sull’Alento; quantunque di opere architettoniche o di scultura non avanzino reliquie di sorta.

È singolare Elea tra le città italiote, perché rimase indipendente per tutta la durata dell’ellenismo autonomo della Magna Grecia; e quando Roma ebbe aggiunta al suo carro la bassa Italia, essa venne con Roma in vincoli di federazione, non di sudditanza. Nello assetto definitivo delle città, italiote dopo la legge Giulia, passò tra i municipi; forse prima fu qualche tempo prefettura, ma non colonia25. Non venne mai in soggezione ai Lucani; che pure occuparono, da Posidonia fino a Lao ed a Terina, le coste tirreniche, e sulle coste joniche, le altre città (meno che Eraclea) di gente ellenica. E se tenne testa ai Lucani, che senza dubbio si provarono ad oppugnarla, ben più agevolmente poté respingere gli attacchi dei Posidoniati, che ignote rivalità di commercio o di vicinanza spinsero contro di essa. Tutto questo, con chiara e giusta intenzione di lode, è attestato da Strabone, il quale ne dà il vanto ai grandi cittadini di Elea, Parmenide e Zenone, che dice Pitagorici, e alle sue ottime leggi, che egli accenna, ed altri afferma opera dei due stessi filosofi. Ma i due non furono Pitagorici, e quanto alle leggi della città, ben si può credere alla efficacia loro sulla potenza dello Stato, sul carattere virile dei cittadini, sulla concordia delle varie classi del popolo, sull’amore alla patria, che aveva innanzi a sé i grandi esempi della città onde ebbe l’origine. Ma queste leggi ci sono del tutto Ignote, e la partecipazione dei due filosofi alla legislazione della città, altri nega, altri spiega non altrimenti che come scritture dottrinali a insegnamento pubblico26. Ad ogni modo, la nobile città seppe mantenersi indipendente dai suoi vicini emuli, cupidi o inimici, grazie, di certo, ai suoi ordinamenti civili, alla cultura delle classi dirigenti, alla sua politica temperata e sagace, e alla stessa posizione del luogo: perché la città non sedeva in pianura, come quasi tutte le italiote, ma sopra un colle petroso, circondata da mura robuste, di cui ancora esistono gli avanzi. Forse la politica stessa della città contribuì alla costante indipendenza sua. Tutta intenta ai commerci del mare non ambì, non tenne domini entro terra ferma; fu pertanto quasi isola staccata dal continente, sul quale si agitavano e mescolavano i nuovi venuti, a sottomettere Enotri e Italioti. Entrata in vincoli federativi con Roma, diè alle guerre della grande città gli ausilii di sue flotte e marinai; come le altre città marinare e federate. Le diede, inoltre, se non propriamente i suoi culti di Demeter o Cerere, le sacerdotesse di questa dea. Il culto ne doveva essere antico ad Elea, portato forse dai primi coloni; come i primi coloni a Massilia vi portano il culto della Diana Efesina27. Parecchie delle iscrizioni che altri ha pubblicate a prova di culti eleatici, non sono autentiche28. Ma gli è accertato questo, che, introdotto in Roma, tra culti forestieri, quello di Cerere, venne istituito un sacerdozio che era di donne: e Roma dimandava le sacerdotesse al collegio delle città o di Napoli o di Velia29, poiché le parole della liturgia erano in greco; e di greca stirpe le sacerdotesse.

Il nome di Elea ha sorpassato i limiti del tempo, e dello spazio più che altre potenti o splendide città, grazie ai due grandi suoi cittadini Parmenide e Zenone, e alla scuola filosofica che da essa ebbe un nome, che la storia dello spirito umano ha riconosciuto e suggellato.

Io non posso ripensare a Velia, senza ricordare di quel «famoso saggio» pel quale la Grecia ebbe il motto di vita alla Parmenide, quando volle indicare una vita per atti, per intendimenti, per abiti intellettivi e morali serena, nobile e santa.

Parmenide

Parmenide fioriva, dice Diogene Laerzio, verso l’olimpiade 69 che risponderebbe al 504-500 a.C. Platone, in tre de’ suoi dialoghi, ricorda che Parmenide venne con Zenone in Atene, e che Socrate ebbe agio di conversare con lui. In quel tempo il «grande Parmenide» come dice Platone, era intorno ai 65 anni, e Socrate «in molto giovane età»30.

Or se ci contentiamo di un pressappoco, e saremo apprezzatori discreti della infallibilità degli antichi autori e dei vecchi manoscritti, si può, per la cronologia di Parmenide, accettare un computo che parte da un dato certo, quale è la nascita di Socrate nel 499-90 a.C. E, in questi computi, dando non più che sedici anni a Socrate giovinetto, quando egli assisteva ai colloqui di Parmenide in Atene, arriveremo, sessantacinque anni indietro, all’anno 519-20 a.C. per la nascila di Parmenide. Il computo intoppa, è vero, nella nòta cronologica del Laerzio, che fa fiorire Parmenide dal 504 al 500: ma critici eclettici dicono che nelle parole dello storico biografo s’intende di fioritura di età, non già «di fama o di celebrità» e così critici eclettici conciliano Diogene con Platone, se non Diogene con sè stesso31.

Ebbe relazioni di studi, e forse di vita, con taluni de’ Pitagorici, che furono uditori e seguaci delle dottrine di Pitagora: ma non fu della scuola «italica». Guardò il mondo e la realtà da un diverso punto di vista: e senza abbracciare tutto l’àmbito della dottrina pitagorica, si accentrò in un punto che fu il più elevato e profondo della speculazione umana, Non sarebbe agevole riannodare la speculazione di Parmenide alla scuola pitagorica ovvero «italica»: nessun concetto attenente all’etica è nella sua dottrina, che fu pure di un uomo, la cui vita fu onorevole ed onorata quanto quella di Socrate.

Lo spirito umano, nella ancora giovine civiltà del mondo occidentale, si può dire che ebbe dato i primi passi nel campo della scienza speculativa, quando arrivò a concepire l’idea della unità nella varietà infinita degli esseri che si offrivano ai sensi; senza il concetto dell’unità non era possibile la scienza. Ma questa unità Io spirito, ancora ai primi passi della speculazione, non riconobbe altrimenti che nella materia, anzi in uno degli elementi sensibili, a diverso giudizio, prevalente nel mondo degli esseri.

Pei Pitagorici l’unità della materia non era altrimenti che nel numero, poiché dal numero deriva la quantità; e dalla quantità è la forma, la proporzione, l’armonia, l’ordine di tutto ciò che è sensibile. Ma forma, proporzione, armonia, quantità, numero non furono pel filosofo di Elea che parvenze e non realtà: forme dei sensi e non della ragione; espressione assottigliata, sì, ma quantitativa del multepIice, che perciò stesso non è l’uno.

Egli invece, elevandosi più in alto, l’unità di tutto ciò che esiste vide nel concetto dell’ente; è nell’ente l’unica realtà, poiché il contrario dell’ente è il non ente, cioè il nulla, che non è né visibile, né concepibile. L’ente, unica realtà, fuori dello spazio e del tempo, è immobile, indivisibile, eterno: perché «niente viene dal niente.» L’essere non può nè cominciare, nè cessare di essere: esso non è stato, né sarà, egli è in un presente assoluto, indivisibile. Da che avrebbe potuto nascere? Dal niente, ma il niente non è; è il nulla. Dall’ente? e in questo caso, l’essere non produce che sé stesso. L’essere e indivisibile, perché in nessuna parte esiste un essere differente da esso; quindi lo spazio è riempito da esso solo. È immobile, perché occupa sempre un solo e stesso luogo. E il pensiero non è distinto dall’essere; perché al di fuori dell’essere non vi è nulla; ed il pensiero è pensiero dell’essere! Così dalla scuola di Elea fu creata, nello sviluppo dello spirito umano, la metafisica: Parmenide ne pone il problema fondamentale; e si attacca, si concentra, si spazia sul primo termine di esso, negando il secondo termine, che è il non ente. Oggi, dopo tanti secoli, la speculazione eleatica non è esaurita, non è distrutta: il problema dell’essere e del divenire è ancora il problema fondamentale della speculazione umana. Parmenide parla ancora, mentre Elea non è più da dieci secoli.

Elea che col predominio della civiltà latina divenne Vélia, esisteva tuttavia al tempi di papa Gregorio Magno (590-604)32. Poi non se ne sa altro. Le campagne d’intorno per le acque che ristagnano diventano pestifere; e quei luoghi, ove patrizii ed uomini di stato e di lettere venivano da Roma a svago dalle pubbliche cure o a cura della salute mal ferma, divennero il campo della febbre e della morte.

Se di cotesto più famose città rimane non più che un tenue filo alla trama della storia, non avanza delle altre, sparse sulle stesse spiaggie del Tirreno, che il nome appena, e di taluna resta il dubbio se pure abbia mai esistita come città. Tale è il caso di Palinuro; nome antico e moderno al promontorio famoso per la leggenda resa immortale dalla musa di Virgilio33. Una vecchia opera di fabbrica reticolata sorge ancora piucché a mezzo rovinata sul colle che si protende nel mare; e questa i nostri eruditi ritengono appunto come il sepolcro di Palinuro, che i suoi micidiali, agitati dalla divina vendetta, gl’innalzarono:

Et statuent tumulum, et tumulo solemnia mittent!

Gli Elleni, stanziati anticamente per questi luoghi, spiegarono, seguendo il loro costume e con gli elementi del proprio idioma, il vecchio nome locale, derivato forse da altro linguaggio; e dalla spiegazione ellenica di una più antica parola nacque la personificazione del «timoniere sagace»34 e famoso che la leggenda accoppiava ai casi di Enea.

Palinuro e Molpa

Ma, oltre all’eroo o pio sepolcro all’antico nocchiero sul promontorio del suo nome, alcuni scrittori moderni ritengono che ivi esistesse una città, greca, dello stesso nome di Palinuro. La congettura non si fonda altrimenti che sulla leggenda di una singolare moneta, la quale intendono accennasse a federazione tra la città di Molpa e la città di Palinuro; poiché vi leggono, benché in iscorcio, le prime sillabe dei nomi delle due città. Ma finché altre prove non sorreggano la dubbiezza di quest’una, non ometterò di avvertire, che se le due sillabe si congiungano in unica parola, scomparirà la nota di PAL-inuro, e non risulterà invece che solo il nome di Mol-pa35. E Molpa, come città, non sarebbe nota che da codesta moneta: però è noto da antichi scrittori il nome di Molpa al fiume36 scaricantesi nel seno che è detto appunto di Molpa dal fiume o da un vecchio castello dello stesso nome, che è forse la tarda reliquia della città antichissima37. La quale sarebbe stata in mezzo tra la foce del Lambro (che è detto oggi anche fiume di Centola e Molpa altresì ed anche Rubicante) e la foce del Mingardo o fiume di Rocca; poiché queste fiumane vanno sotto varii nomi antichi e moderni, secondo l’uso vivo del popolo o le tradizioni antiche dei dotti. Un paese di Molpa esisteva ivi, senza dubbio, nel secolo XIII.

La paleografia della moneta in quistione indicherebbe Molpa popolata di gente ellenica: ma se fosse proprio di origini elleniche non potrebbe dirsi se non dubitativamente, chi ricordi che lo stesso nome fu dato a fiumi e paesi delle regioni che abitarono gli Oschi, gli Ernici e gl’Insubri38.

Sul solfo oggi detto di Policastro là dove si scarica il nume Busento, era la città italo-ellenica di Pixos, o Pixoe dei Greci, che divenne Busento ai Latini.

Pixo

Il posto preciso non è del tutto accertato; ma ai più è presso il paese di Policastro. Il quale parrebbe nome di quel grecismo medievale (paleocastron) di cui si parlerà in seguito; come del grecismo stesso delle colonizzazioni bizantine debbe essere il nome di Serapotamo al tronco superiore del fiume che nel corso inferiore, accresciuto di acque, è detto Bussento. Questo è, del resto, l’antico nome ricordato dai latini.

Diodoro Siculo lasciò scritto39 che «Micito, tiranno di Reggio e di Zancle, fondò la città di Pixo» nel secolo V, verso l’anno 470 a.C. Invece, la numismatica dà argomento che Pixo sia fondazione più antica: perché esiste una moneta antichissima, incusa, che, con l’impronta del bue, comune tipo alle città di gente achea, ha la greca leggenda di «Pyxoes e Syrinos»; onde s’inferisce un legame di alleanza tra la città di Siri sul Jonio e di questa Pixo sul Tirreno; e ne abbiamo parlato più innanzi. Le monete incuse sono del sesto secolo40. Or se, a ricordo dello stesso Diodoro, la città di Siri sul Jonio fu distrutta nel 433 a.C. è lecito conchiudere che la colonizzazione di Micito a Pixo non fu altrimenti che di gente che si aggiunse alla prima già esistente; la quale era di stirpe greca altresì, se riteniamo per certo che dalla abbondanza dell’albero del bosso venne il greco nome al paese41. Roma vi dedusse una colonia di trecento famiglie, nel 560 della città, o 194 av.C. Dopo sei anni appena, i magistrati che vi andarono in visita la trovarono deserta; ed altri coloni vi si inviarono nel 568 di R., 186 a.C. Le condizioni del luogo non si prestavano acconcie a copia di produzioni agrarie, e la colonia di gente mediterranea, insueta alle industrie marittime, esinanì presto.

Si ha notizia della città fino al secolo VI che era sede di vescovo: poi, non più: e la malaria, e i barbari e i pirati cacciarono i di lei popoli a scampo pe’ luoghi interni, più salubri per aere, e meno esposti sui colli alle repentine incursioni de’ nemici o ladroni per mare42.

Laos

All’estremo lembo meridionale della Enotria, sul mar Tirreno, surse tra le più antiche colonie elleniche la città di Laos, che diè il nome al golfo di Lao. Noi abbiamo sospettato ivi un qualche stabilimento de’ Fenicii43. Altri riferiva le origini ai Laìni della Peonia, come fu accennato44; e quindi anteriore a Sibari. Ma come città ellenica le poche notizie che avanzano non la riattaccano altrimenti che a Sibari45. Fondata, almeno nel secolo VI, dai Sibariti, crebbe ben presto a floridezza di commerci e di naviglio, se potè dare il suo nome al golfo su cui sedeva, come Posidonia sull’altro che oggi è di Salerno. Ma se fondata dalla città di Sibari, Lao fu ben presto autonoma, poiché coniò monete sue proprie; e queste che appartengono al sistema delle incuse, non possono essere più recenti del secolo VI. Di queste antichissime e secure testimonianze della sua storia, alcune, con le iniziali di Sibari, indicano legame di alleanza con questa città; altre, (di meno certa attribuzione per me) col tipo del Poseidon che brandisce il tridente, alleanza con Posidonia. Un’altra, forse più importante, se del tutto autentica, ha, con i tipi laìni della colomba e la testa di Mercurio, la leggenda che si riferisce a Siri46. Già il Lenormant, con l’acuta congettura di cui si tenne discorso, fu di avviso che Lao facesse ufficio di magazzino di deposito ai commercii di transito, che faceva Sibari, pel dosso dell’Appennino, tra I Milesii e i Tirreni. Questa moneta di alleanza con Siri potrebbe indicare un simigliante indirizzo di commercii tra le città de’ due mari, — Siri, emporio delle coste tarantine, adriatiche e forse epirotiche, e Lao delle coste tirrene, durante o poco dopo l’esistenza di Sibari.

Oltre ai tipi frequenti delle colombe e del seme di ghianda, altre copiose monete hanno il tipo del bue a volto umano, come le parecchie città italiote di gente achea, e Sibari altresì; ma il bue delle monete laine è, inoltre, barbato, e in alcune coperto il capo di un casco. Se tra le tante spiegazioni di questo arcano simbolo, potesse preferirsi quella di alcuni moderni eruditi, che nel bue antropomorfo vedono non soltanto l’Acheloo, il gran fiume deificato nei culti degli antichi Elleni, ma il simbolo delle acque fluenti sotto le leggi dell’uomo, dovremmo leggere nelle monete di Lao l’opera civile dell’antica canalizzazione del fiume, prossimo alla città. E se, ad ogni modo, il bue a volto d’uomo si riferisce ai culti dell’Acheloo, simbolo delle forze creatrici della natura, possiamo almeno dedurne che la città della gente ellenica riferiva le origini sue alle terre dell’Epiro, e vuol dire, pel tempo, al di là di Sibari.

Le città, non meno che le famiglie, propendono a ritrarre indietro nel corso del tempo le loro origini. L’antichità è titolo di nobiltà alle une ed alle altre. Ma la nobiltà non si appaga dell’ignoto o dell’anonimo; e rampollano dal lontano buio nome, persone, eroi, semidei. Era presso l’antica Lao un eroo, o monumento consacrato a Dragone che dissero compagno di Ulisse; non altrimenti che presso la non lontana Terina era un altro eroo consacrato a Polite, anche esso uno dei navigatori odisseici pel mar Tirreno. Dragone poiché fu proseguito di culto eroico dai popoli di Lao, vuol dire che era ritenuto come l’Oichista legale della primitiva colonia laina di gente ellenica. Ma la parola ha radici più antiche, al di là dell’idioma dei coloni ellenici. La feconda immaginativa di questi popoli artisti, a spiegare i nomi dei luoghi che erano sede ai loro stabilimenti, faceva sbocciare dal seno dello stesso nome topografico la persona di un eroe, di un semiddio, di un fondatore di città; e merci questa plastica creazione di una viva fantasia poetica, il senso arcano dell’onomastica topografica era trovato; e sorgeva Circe, Scilla, Cajeta, Palinuro, Leucosia, Calipso ed altre vive immagini che animavano gli antri, i seni, i promontorii, le isole. Così similmente da locali nomi topografici trassero vita, sepultura e culto Dragone47 sul Lao, e Polite presso Terina, compagni di Ulisse, che non fu l’eroe della vinta città di Troia, ma il remigatore fortunoso di mari lontani e prima inesplorati.

Lao fu tra le prime città italiote, delle coste tirrene, occupate dai Lucani, verso il 390 a.C. come si dirà48; e quivi presso essi vinsero sui Greci una battaglia, che sia per le grandi perdite, sia per le conseguenze politiche che ne derivarono, divenne famosa agli italioti, se potè dare materia ai postumi oracoli, che la tradizione popolare ripeteva fino ai tempi di Strabone49. Altro di essa non si sa, né della sua fine la quale avvenne, probabilmente, tra l’età di Strabone e quella di Plinio, se si potesse fare sicuro assegnamento sulle espressioni di quest’ultimo, che ne fa cenno come di città che fu50. O allora o dipoi, sia ragione di sicurezza o di salubrità o che altro, dalla spiaggia presso il mare (ove oggi è Scalea) i Laini si ritrassero nell’interno del territorio, e fondarono una «piccola Lao» in quel Lainium della Tavola di Peutingero, che per me corrisponde al paese che anche oggi ha, in forma diminutiva, il nome di Laino.

Da tutte queste popolazioni elleniche sparse per le coste del Tirreno vennero, senza dubbio, altri stabilimenti, altre colonizzazioni secondarie per l’interno della regione, che si apriva per la grande valle del Silaro e per quell’amenissimo bacino del Tànagro che è uno degl’influenti suoi. Le reliquie di ellenismo nell’onomastica topografica attestano il fatto, e ne faremo cenno a suo tempo. Ma di altre città veramente elleniche, per l’interno paese, non è cenno sicuro nella storia.

NOTE

1. CORCIA, Op. cit. III, 68.

2. Da Poseidon, con punto rara metatesi di lettere, hanno fatto Poeisdon, che la permutazione della dentale affine mutò agevolmente in Poeiston.

3. Argomento tratto dal passo di Strabone (V, 384), tormentato, per vero, in vario senso dagli interpreti.

4. In Polit. libro V. 7, e viene interpretato:

Cum Troezeniis Achivi Sybarim incoluerunt: deinde Achivi numero aucti Troezenios ejecerunt; unde scelus sybariticum natum est.

5. A pag. 133.

6. SAMBON, nell’opera Recherches, etc., citata di sopra.

7. HEAD, Histor. nummorum, Oxford, 1887.

8. GARRUCCI, Monete ital. ant., pag. 175.

9. Llb. VI, in princ. — PLINIO, Iib. II, 6.

10. V. In seguito, capitolo XX.

11. LENORMANT, A’ trav. l’Apul. et la Lucan. I, 203.

12. V. a pag, 217-26.

13. ARISTOSSENO, presso Ateneo, lib. XIV, c. 7.

14. Vedi in seguito al capitolo XIX.

15. Vedi alla Parte II, capitolo I.

16. Descritte ultimamente dal Lenormant nel II volume dell’A’ travers l’Apulie et la Lucanie. Paris, 1883.

17. Capitolo IV.

18. Di contro all’isola di Lesbo. Le ruine di questasi additano oggi presso Jalva, a quanto si crede. Il golfo Eleatico oggi è detto di «Sanderlì» ed anche di Fokia.

19. STRAB. II. 270.

20. ERODOTO, I, § 164-7 — STRAB. VI, 387.

21. E sulle monete è YEΛH, e YEΛHTΩN: Ὑέλη tramutate nella forma attica Ἑλεα.

22. È congettura del LENORMANT, Op. cit. Il, 318.

23. Lib. IV, 271.

24. In DIOGENE LAERZIO, lib. IX. — CICERONE, Tusc. quaest. II:

Zeno Eleates, qui perpessus est omnia, potius quam conscios delendae tyrannidis indicaret.

25. Nel libro delle Colonie si trova indicata Velinensis praefectura, e parrebbe Velia. — Una iscrizione che la dice «Colonia» pubblicala già dal Ligorio, è falsa. — Corpus Ins. Latin. – vol. X. N. 96.

26. Vedi appresso, al capitolo X.

27. STRAB. IV, 271.

28. Corpus Insc. Lat. X, N. 97*, 98* — Una brevissima a Cerere, ibid. N. 467, è autentica.

29. CICER. Pro Balbo, XXIV.

30. PLATONE nei dialoghi del Parmenide, del Teeteto e del Sofista.

31. È il computo e il ragionamento di FRANCIS RIAUX nell’Essai sur Parménide d’Elée, suivi du texte et de la traduction des fragments. Paris, 1840, p. 14. — La stessa data del 519 adotta Clinton, nei Fasti ellenici.

Il LAERZIO usa la parola ἐκμαζη; ma la stessa parola usa egli sempre per le date cronologiche degli altri filosofi delle sue biografie; e in queste, di certo, non per indicare il «fior della vita».

32. Con l’Epist. II, 29, ordina al vescovo di Agropoli di visitare la chiesa di Velia, di Bussento e di Blanda.

33. Aen. VI, 380.

34. Da πολυνους ed οὔριος «l’uomo sagace che naviga con buon vento,» ovvero da παλαιω, lottare, e in senso passivo essere vinto dal vento – ούρος – ? — CORCIA (Op. cit. III, 55) invece, dà πὰλιν contra, ed ὄρος, monte, accennando al promontorio.

35. La congettura di cui si parla nel testo è in SESTINI, Mon. Vet. 16 (ap. CORCIA, Op. cit. III, 58). La moneta è una incusa in argento: - Tipo: - Cinghiale a dr. IAΠ || Cinghiale a sin. IOM. — Inclino a credere, che le due parole siano parte di un’unica parola che sarebbe ΜΟΛΠΑΙ = Molpai. E ricordo, in appoggio, che sopra una moneta incusa dell’antica Laos, che ha il bue a volto umano dalle due faccie, è scritto dall’una parte ΛΑΙ e dall’altro IOM = Lainos.

36. PLINIO, III, 10: — Promontorium Palinurum;… proximum huic flumen Melpes.

37. Le notizie cha si leggono in alcuni scrittori napoletani della esistenza della città di Molpa al medio evo, sono tratte da una cronica inedita riferita dall’Antonini, che è manifestamente inventata. (Vedi in seguito al Cap. XXII). Sul documento dell’Antonini procedono sicuri altri non pochi (CORCIA, III, 68): e citano Eutropio per attestare che nacque a Molpa l’imperatore Livio Severo (461-465), e si ritrasse a Molpa, dopo che ebbe abdicato, Massimiliano Eraclio, il collega di Diocleziano. Ma Eutropio ivi nomina, in generale, la Lucania, o non già Molpa! L’Antonini stesso dice distrutta la vecchia Molpa dai corsari, nel 1464. — E in questo gli si può credere: — in una carta del 29 novembre 1269 (pubblicata, in sommario, nel Syllab. membran. ad r. Siclae pertinent. Napoli, 1824, vol. I, p. 23) io trovo attestata la esistenza di Molpa: poiché vi si dà in fitto, per oncie 22, la gabella di Camerota, di Palinuro e di Molopae.

38. Il fiume Melfa presso Aquinum degli Ernici, e l’altro presso Melfi de’ Lucani. Nell’Italia superiore Melpum, che pare risponda alla odierna Melzi, nel circondario di Milano. Il CORCIA (III, 58) ricorda inoltre Melpea nel Peloponneso.

39. Lib. XI, § LIX, all’Olimp. LXXII.

40. LENORMANT, Grande Grèce, I, 207:

«Pyxus fondée en 471, cinquante ans environ après l’époque où avait cessé la fabrication des espèces incuses».

41. Πυξεών, Buxetum. FABRETTI, Glossar. Ital. ad v. Buxent.

42. Vedi in seguito al capitolo XXII.

La lettera di Gregorio Magno a Felice vescovo di Agropoli, a cui il papa commette la visita alle chiese di Bussento, di Velia e di Blanda è stata citata poco innanzi — Presso il DI MEO (Ann. crit. diplom.), all’anno 824 è ricordato un tale che si dico de Bussento; ma la notizia è tratta da quella «Cronaca Cavese» pratilliana, che oggi non ha più fede presso i dotti.

43. Vedi innanzi al capitolo IV, pag. 71-2, in nota.

44. A pag. 172.

45. Argomento dalle parole di Erodoto (lib. VI, § XXI) che dicono: «I Sibariti che, dopo la caduta della loro città, abitavano a Lao o a Scidro…» non presero il lutto per la caduta di Mileto, ecc.

46. Testa di Mercurio, col petaso, e avanti ΛΑ; al rovescio, uccello, con corona e ΣΕΙΡΙ.

47. Durga, in sanscrito, è locus difficilis accessu et impervius; ed altresì arx.

48. Vedi al capitolo XIII.

49. STRAB. VI, 388.

50. Hist. nat. III, 10, ove è detto: Laus amnis; fuit et oppidum eodem nomine.

Se l’antica Lao ebbe sede, come da molti accettevolmente si ritiene, presso Scalea, al posto detto «Le Mattonate», I’osservazione di Plinio non ha valore: alle Mattonate si sono trovate monete, nonché di Tiberio e Nerone, ma di Vespasiano.

In LEOP. PAGANO, Osserv. su Lao.