CAPITOLO IV
CAPITOLO IV.
I POPOLI DELLA REGIONE ANTERIORI AI LUCANI. GLI ENOTRI: E DEI SICULI, DEI MORGETI, DE’ CONII E DEI FENICII
Quando gli Osco-sabellici arrivarono nella regione all’oriente del fiume Silaro, non trovarono il paese deserto di abitatori.
Plinio il vecchio lasciò scritto queste parole:
«Incomincia dal fiume Silaro la Regione terza e il territorio lucano e bruzio. Ivi non fu rara la mutazione dei popoli; perocché vi abitarono i Pelasgi, gli Enotri, gl’Itali, i Morgeti, i Siculi, i Greci massimamente; e da ultimo i Lucani, stirpe sannitica, che vi pervennero sotto la guida di un Lucio»1.
Né questi son tutti; ché Strabone vi aggiunse i Conii2; e noi dovremo aggiungervi i Fenicii.
Nel breve prospetto di questa serie di nomi che assomma la storia di chi sa quanti secoli, è racchiuso tutto quel poco che dagli scrittori greci e latini è ricordato della storia antelucana. Rivoli derivati da antiche tradizioni o da antichi scrittori che a noi non arrivarono, esse sono acque oscure e scarse: ma è necessità di percorrerle agli investigatori delle origini.
Pelasgi
Non parleremo dei Pelasgi, che era la vexata quaestio delle origini italiche, nella prima metà dell’ora trascorso secolo. Fra le tante di qua e di là accattate significazioni della parola (o di uomini del mare, o delle pianure, o di cicogne! viaggiatrici, o d’immigranti, o di che altro), a noi piace di ritenerli detti così nel senso di «antichi»; e questo in significalo equipollente ad «aborigini» che vuol dire dei più antichi abitatori delle contrade greche e italiche, ricordati dalla storia.
Gli autoctoni, nell’idioma e nella filosofia embrionale della storia greca, sono i «nati dalla terra», gli aborigini: i Pelasgi, nel concetto della storia stessa, sono i «nati, o generati dalle pietre» (πέλα, πέλλα è lapis, γένος è genus, origo): da quelle «pietre» cioè che Deucalione e Pirra, ai sensi dell’oracolo riferito dalla leggenda, gittarono dietro le loro spalle per far nascere, come nacquero, gli uomini, onde ripopolare la terra, già fatta deserta dal diluvio. Sono, i più antichi, i primissimi, i proto-abitatori del suolo ellenico. E quando il concetto stesso dell’«autoctonia» piegò a farsi più umano, Pelasgo, autoctono dell’Arcadia e capostipite dei Pelasgi, è fatto figlio di Zeus e di Niobe, che è la Notte, nel mito delle Niobidi saettate da Apollo-Febo; Niobe fu mutata in «pietra» in quei giorni che Giove stesso aveva conversi tutti gli uomini in «pietre» secondo i canti omerici3: riscontro anche questo, nella fusione de’ miti, significativo ai Pelasgi. Così i più vecchi, i più antichi abitatori del suolo ellenico, quelli di cui non si conosce altra origine, furono «Pelasgi».
I quali, se come autoctoni, nel concetto della storia greca, emersero a popolare la Grecia, non furono «autoctoni» in Italia: non ebbero qui, non vi acquistarono entità etnica propria.
E, invece, quell’antico sistema di storiografia che riattaccava, per vincolo di filiazione diretta, all’antica Grecia le tradizioni, Ia lingua e l’etnografia dell’antica Italia, condusse anche in Italia, dalla Grecia, gli erranti Pelasgi; poiché se questi furono a capo della storia greca, e se le più antiche colonizzazioni all’Italia erano venute (a giudizio di cotesti eruditi) dalla Grecia, le due furono nazioni sorelle; e vuol dire che gli avi dell’una furono gli avi dell’altra.
Fu un momento che moderni investigatori di antiche cose credettero di avere trovato la prova di questo postulato in quelle singolari costruzioni ciclopiche, a macigni informi accozzati insieme o soprapposti, di cui restano abbondanti e mirabili gli avanzi per la regione montuosa del Lazio o giù di lì. Queste opere le dissero pelasgiche; e il battesimo della parola parve titolo autentico a legittimare lo stato civile della gente.
Ma se queste poderose costruzioni di muscoli erculei, resistendo all’urto de’ secoli, esistono ancora, non esiste ferma la prova, che siano opera di uno speciale popolo che si abbia ragione di dire Pelasgi4. Sono opere di popoli antichissimi: ma perché fossero opere davvero di un popolo detto Pelasgo, è necessario stabilire prima la esistenza di questo speciale popolo, per tutte le regioni là dove esse si trovano; e non solo nel Lazio e tra’ Volsci; ma in Etruria, in Sicilia e in Sardegna, ove i nuraghi sono ancora costruzioni dello stesso genere inesplicate e meravigliose, e in Spagna, e fra Celti e altrove: perché se la testimonianza dell’opera megalitica bastasse, dovrebbero essere Pelasgi anche coloro che elevarono i dolmen e i cromleck e i menhir dei popoli celti.
Noi, dunque, riteniamo come un elemento intruso, nell’antica storia italica, il popolo dei Pelasgi — se per Pelasgi si voglia intendere un popolo da ogni altro distinto e d’individualità propria. Potrà altri considerarli come un appellativo generico di quelle antichissime genti che vennero in Italia dalla Grecia barbara settentrionale, dall’Epiro o dall’Illirio. Ma di qua venuti in Italia ebbero altro nome, portarono altro nome non quello di Pelasgi. Essi furono Japigii, Conii, Enotrii, Siculi; e dal nome ebbe denominazione la terra che abitarono; la quale non fu mai detta Pelasgia. Invece, la regione nostra fu detta Enotria, dagli Enotri.
Gli echi della storia scritta dissero gli Enotri di derivazione puramente ellenica: e Dionigi, riferendosi a ignote fonti, narra la storia loro in questi termini:
Enotro (che era uno dei ventidue figli di Licaone re di Arcadia), «lasciò il Peloponneso, e con sue navi passa il mare Jonio insieme a suo fratello Peucezio e a molti del loro popolo di Grecia. La prima spiaggia d’Italia a cui approdarono, fu il promontorio lapigio, ed ivi si arrestò Peucezio; e da lui furono detti Peucezii gli abitatori della regione. Ma Enotro, con la maggiore torma dell’esercito, arrivò sul golfo che s’insena in quella parte occidentale d’Italia, che era detta Ausonia dai suoi abitatori, e che oggi, dopo l’imperio marittimo dei Tirreni, è detto mare Tirreno. Ivi trovò molte terre buone a pascoli ed a culture, in parte deserte di popolo, in parte poco abitate; e di qua scacciatine i barbari abitatori, fondò ivi piccole e frequenti città su pei monti, come agli antichi era uso. Questa vasta distesa di terre fu chiamala Enotria, ed Enotri gli abitatori che prima si dicevano Pelasgi5. Anche Antioco Siracusano, antichissimo storico (continua Dionigi) dice che questa regione denominata Italia, in antico, la tennero gli Enotri, i quali ebbero un tempo per loro re Italo; e da costui essi presero il nome di Itali. A lui successe Morgete, e gl’Itali si dissero Morgeti; di poi Morgete accolse come ospite Siculo, e questi si creò un imperio; onde avvenne che la nazione fu divisa, e coloro che erano Enotri furono dipoi Siculi, Morgeti ed Itali».
Ma se questa successione di re vuol dire successione di popoli nel concetto degli antichi ricostruttori delle leggende, non si può, evidentemente, ritenere come esatta la successione cronologica di quegli strati di popoli, secondo la geografia di Antioco, quale è riferita da Dionigi. Se si trova i Siculi potenti e sparsi in Sicilia a cui dettero il nome; se anche i Morgeti, a giudizio di Strabone6, lasciarono in una città di Sicilia traccie di loro presenza, vuol dire che non essi si soprapposero agli Enotri, ma gli Enolri cacciarono Siculi e Morgeti fino all’estremo continente d’Italia, e di là in Sicilia. Con l’espulsione o la soggezione dei Siculi o Morgeti, il paese dominato dai vincitori fu potuto dire Enotria, e non Sicilia, e non Morgentia. Poi il nome di Enotria anche esso dilegua, e sorge l’Italia. E vuol dire che un’altra fase della storia, un’altra successione di popoli compie la metamorfosi glottica: ma se costoro fossero Itali, o che altro fossero, vedremo in seguito.
Prendendo le mosse da questo viluppo di tradizioni-leggende, possiamo ritenere che le genti a cui fu dato il nome di Enotri, quando arrivarono alla regione che è posta tra il golfo di Taranto e quello di Posidonia, trovarono altri ignoti popoli, de’ quali ebbero il nome alcuni, di Morgeti, altri di Siculi, secondo Antioco siracusano.
Ma la tradizione che riferisce Dionigi, accenna anche agli Ausoni. E secondo questi accenni di echi remotissimi, lo strato primo, perché più basso, dell’etnografìa italica, sarebbero gli Ausoni. E il primo, il piu antico nome che dettero all’Italia i Greci, dopo quello generico di Esperia ovvero occidentale, fu Ausonia.
Come, quando e donde vennero gli Ausoni è ignoto. Ma nulla deve essere ignoto all’indagine archeologica; e a tali dimande si è potuto rispondere con una congettura che è un postulato, in attesa di future prove: li si dissero, li si dicono «Italici» con una denominazione che non determina, ma confonde. Finora l’etnografia italica ha dato ed accettato la denominazione di «Italici» ai popoli che col nome di Umbri dapprima, si sdoppiarono gradatamente nel ceppo delle genti sabelliche, donde le discendenze sannitiche e le diramazioni Iatine. Il linguaggio umbro, l’osco, il latino de’ vetusti monumenti è la tessera significativa di loro parentela più prossima. A questo originario ceppo etnografico umbro-sabellico appartennero essi gli Ausoni? Non si ha elemento di prova per affermarlo: ma lo si afferma.
L’Italia geografica degli antichissimi tempi, sull’alba caliginosa della storia umana, ebbe — degradando dalle Alpi in giù — questi popoli: i Liguri, gli Ausoni, i Tirreni, gli Opsci o Opici-Campani, gli Enotri. — Tutti costoro sul versante tirreno della penisola. — I Liguri, a piè dell’Alpi, si estesero dal mare di Genova, fino alle odierne provincie di Brescia, Sondrio, Mantova, Parma e Piacenza, e in giù fino al fiume Macra; e questi confini dei Liguri antichissimi, preromani, si può ritenerli, grazie a recenti studi7, come accertati. La gente ligure, anche essa, come è probabile, di stirpe aria, si estese larghissimamente anche al di Ià del confine orografico italico; ma in Italia restò come popolo non italico, fino ai tempi di Augusto che la raccolse nel confine politico di Roma assimilatrice.
Liguri
I Liguri li si trova a confine con gli Ausoni vetusti. Chi di essi fu prima arrivato sul suolo italico, non si sa. Ma quando la storiografia de’ Greci disse che il primo nome d’Italia fu Ausonia, dovè credere, e darebbe adito a supporre, che i Liguri successero, ovvero occuparono parte di suolo che fu già degli Ausoni. E questi sarebbero gli autoctoni, se gli uomini nascessero dalla terra come i funghi.
Poi vennero i Tirreni ad occupare ancora una parte dell’Ausonia. I Tirreni che si dissero Etruschi, tennero le spiaggie del mare che da loro prese il nome di Tirreno. Navigatori, civili e potenti, la storiografia de’ Greci disse Tirrenia l’Italia. L’Ausonia scomparve al di loro avvento e scomparve all’avvento di quelle genti di ceppo sabelliche che si dissero Opici, ed occuparono ancora una parte dell’Ausonia, intorno a quel golfo di Cuma ove i primi navigatori greci posero piede, e la circostante regione dissero Opicia.
Al fianco, al confine di costoro, verso il golfo posidionate o di Salerno, la storiografia greca segnala l’avvento degli Enotri: e quell’antica loro Ausonia fu detta allora Enotria.
Ma in tutto questo rimescolamento di popoli restò un substrato de’ primi Ausonii, sulle terre occupate da Tirreni, da Opici, da Enotri? Nessuna risposta può darsi men che dubbiosa e vaga a questa istanza: il buio è all’origine delle cose; e gli Ausoni per noi sono alle origini caliginose della nostra storia.
Mettiamo però in chiaro solamente questo: che tali sparsi, anziché intessuti filamenti di storia non sono pervenuti a noi, che da telai greci. Ed occorre di prenderne nota: perché i Greci, fondando la prima, la più antica colonia loro occidentale, a Cuma, in un tempo che è forse verso il millennio a.C., ma di certo anteriore al secolo VIII, i Greci non ebbero notizia meno generica delle terre esperie se non dai loro coloni o navigatori di Cuma. L’antichissima storia, o a dir più esatto, l’antichissima geografia d’Italia, fu nota ai Greci da Cuma: e dai Greci all’Italia stessa.
Questa è la storia e la geografia dell’Italia antichissima sul versante Tirreno.
Ma sul versante Adriatico, altre generazioni di genti. Qui fu antichissimo stanziamento quello degli Umbri; e di costoro, figliuoli, nepoti e propaggini le tribù sabine, sabelliche, osco-sannitiche, Iatine. È la stirpe italica, autentica. Ma la storiografia greca non fece «autoctoni» gli Umbri antichissimi: essi dalle sedi che vennero occupando nella parte mediana della penisola, cacciarono una più antica gente che si disse dei Siculi.
Siculi
I Siculi dunque sarebbero i più antichi abitatori delle terre italiche orientali. Parte, forse, della migrazione dei Liguri, o parte, da questi indipendente, di popoli celtici, si diffusero, cacciati dal fato della storia, dal nord al sud della penisola. Stanziarono, più o men lungamente, in questa o in quella parte d’Italia, nel corso del lungo viaggio dalle Alpi fin giù all’Enotria, o dall’Enotria allo Sicilia. L’omonimia dei luoghi segna la traccia della successiva presenza loro: le tradizioni vetuste li fecero abitatori primi dello stesso suolo di Roma, e abitatori anche dell’Ausonia presso Cuma. Secondo questi echi rifratti di tradizioni erudite la storia loro è una perpetua vicenda di guerra: gli Umbri li espulsero dal Piceno; dal Lazio i Latini; dall’Ausonia gli Opici8; dalla Lucania futura gli Enotri; dal territorio di Locri, al secolo VIII, i coloni ellenici. Passarono nell’isola e col nome ora di Siculi, ora di Sicani, che per me è tutt’uno9, vi prevalsero, su genti venutevi probabilmente dall’Africa.
Vennero per le Alpi, e prossimamente dall’Illirio, ove ne attestano l’antica presenza quei Siculoti, che ai tempi romani abitavano presso il lago di Scutari o Labeatis lacus. Dell’antico progredir loro, volontario o forzato, dal nord al sud, restano le orme nell’onomastica dei luoghi ove abitarono: e ad essi parmi, incominciando, dover riferire il nome dei fiumi del Trivigiano, celebrati nel verso di Dante (Parad. IX, 49)
«E dove Sile e Cagnan s’accompagna»,
e l’altro Sile, del bolognese, che si scarica nel Reno (anche questo riscontro non fuori di luogo), e il Sele che i Greci dissero Silaro, pur tacendo del prossimo torrente di Cagnano. Il fiume Sabato in quel di Rovigo si ripete nel Sabato che fluisce nel Calore in quel di Benevento; vi accenna la denominazione del lago Sabatino, oggi di Bracciano, e rinasce in quella del fiume Savuto, in Calabria. Il Metauro, fiume dell’Umbria, famoso per la rotta di Asdrubale; il Truentus oggi Tronto, nel paese de’ Piceni; il Sagrus, oggi Sangro, in quel dei Peligni fanno riscontro nella regione de’ Bruzii al Metauro, presso l’antica Medma, oggi fiume Marro o Petrace; al Troeis, oggi Trionto, in quel di Cosenza, famoso per la vittoria de’ Crotoniati sui Sibariti, e al fiume Sagra, oggi Sagrano, famoso a sua volta per la vittoria de’ Locresi sui Crotoniati. Aggiungiamo l’Aesis, oggi Esino nelle Marche che si perde nell’Adriatico, e i due Esaro, l’uno che si mescola al Coscile in quel di Cosenza, e l’altro presso Cotrone che va al Ionio.
Come negarlo? Sono le orme ancora immanenti del passaggio di vetusti popoli dall’Italia adriatica ai Bruzii, orme che possiamo riferire ai Siculi, ai quali abbiamo associato il nome del Sele, nel paese de’ Lucani.
E se i Siculi furono di razza celtica, e questa dilagò sino all’Iberia, e se i Sicani (parte o affini ai Siculi) furono Iberi, secondo che taluni antichi scrittori ritennero10, gli è a questa diramazione celtica dei Siculi (anziché ai famosi Pelasgi) che è lecito di riattaccare quelle numerose omonimie topografiche tra le due grandi penisole del Mediterraneo, che moderni investigatori di antiche storie ànno notato11, a cominciare dal Tiberis o Tebro all’Iberus o Ebro, dall’Eridano al Rodano, dalla Dora al Duero.
Ed io ricorderò, per la sola regione che ci occupa, le città di Eburum, di Vulceium, di Ursentum o Urseium, di Cosa o Consa, che riscontrano ai popoli Cosetani dell’Iberia, agli Ursentini della Betica, ai Vulcae o Volci dell’Occitania celtica, e infine alle tante e tante città di Ebori delle terre celtiche, che non sono, che non possono essere un semplice caso12; ricorderò ancora una volta il Sele13, cui riscontra il Sil che dai monti della Galizia corre nel Minho, e aggiungerò che al Tamaris, oggi Timbro, influente nello stesso Minho, fa riscontro il Tammaro, influente nel Calore dell’Irpinia in quel di Benevento. Sono accenni indubbiamente significativi ad affinità celtiche o celto-iberiche di questi più antichi venuti, di cui la memoria degli uomini serbò ricordo. Forse altre genti, ma anonime, ma ferine, casigliane delle caverne, contemporanei alla fauna degli elefanti, e di stirpe turanica, o di culla africana, poté precedere ai Siculi: ma non ànno nome, e non ebbero voce per gli echi della storia. Per la storia sono i Siculi i più antichi arrivati, i più antichi colonizzatori, i più antichi navigatori verso la grande isola, cui dettero il nome, dalla terra ferma da cui furono cacciati.
Ma cacciati da terra ferma in tempi antestorici, è forza ammettere che rimase di loro in terra ferma qualche reliquia14, se si trovano indicati i Siculi nelle circostanze di Locri, al secolo VIII15. E forse, se la notizia è giusta, dall’isola ne tornò qualche sprazzo in terra ferma. Ma nell’isola crebbero a popolo che assurse a personalità storica propria; misti, parenti o nemici ai Sicani, e tutti commisti ad altri ignoti elementi etnici venuti dall’Africa16.
Morgeti
Con i Siculi stanziati nell’Enotria, si trovano commescolati i Morgeti, nei ricordi di Antioco siracusano e nei cenni di Plinio. Dei Morgeti si sa poco meno del nulla. Strabone li disse cacciati dagli Enotri in Sicilia17; e argomentando dal nome, fu di avviso fosse fondazione loro la città di Murgantia, che fu non lontana da Catania, e che ai suoi tempi non esisteva più. Un’altra Murgantia era nel Sannio, sul fiume Fortore, ove oggi il posto deserto è detto Santa Maria di Morgara, presso Baselice. Questi i soli indizi di loro presenza in Italia.
Se ci fosse consentito di ritenere anche essi della grande famiglia ariana, potremo per codesto filo risalire all’origine del nome, che indicherebbe o la qualità loro di pastori, mungitori di armenti, o la nòta etnica di popolo forte e valente occupatore del paese18, e in questo ultimo senso il significato di Murgantia sarebbe di città forte o fortificata19.
Enotri
Meno remoto l’arrivo degli Enotri, che è l’anello di congiunzione tra i tempi storici delle colonizzazioni elleniche e i tempi delle tradizioni leggendarie. Stanziarono per la regione interna, che va dal golfo di Taranto al golfo di Posidonia o di Salerno e fu poi il paese dei Lucani; e partendo primamente dalle terre sul golfo jonio o di Taranto, si avanzarono gradatamente per l’interno e discesero sulle coste del Tirreno, ove fu Velia e Posidonia o Pesto. Gli isolotti sparsi a brevi distanze dal lido posidoniate ebbero per loro (se non da loro) il nome di Enotridi; ed Elea fu fondata dai coloni focesi su territorio che Erodoto dice degli Enotri, nel secolo VI a.C.20. L’Alburno, che è la grande prominenza montuosa, prossima al mare pestano, ricorda, a testimonio, la Liburnia, onde vennero essi e i Japigi. Crescendo di popolo, si estesero per tutta quella penisola che fu poi stanza dei Bruzii. Antioco e i più antichi scrittori di cose italiche portano l’estremo confine dell’Enotria, fino allo stretto di Sicilia. Non avanzarono però dal sud verso il nord della penisola italica, alle rive del Tevere. Questo altro non è che un riflesso, ma falso, della tradizione degli eruditi, che porta Evandro di Arcadia tra i Latini del Tevere; e gli Enotri, secondo essa, venivano di Arcadia. Crebbe forza all’equivoco la trasformazione del nome geografico di Enotria in quello di Italia, poiché se l’Italia comprese le regioni del Tevere anche gli Enotri furono sul Tevere.
Che nelle regioni della Lucania fossero giunti gli antichissimi Enotri nello stato di gente semi-barbara, piuttosto prossimi alle condizioni della vita nomade che all’agricola, si potrebbe arguire dalla leggenda stessa d’Italo; il quale, divenuto che fu loro capo o re, fece sì che lasciassero il vivere randagio, e si assettassero. Ma nel corso dei secoli i germi di quella civiltà, di cui la vita agricola contiene i semi, fruttificarono. È tradizione ricordata da Aristotile che Italo stabilì tra loro le sissitie, indizii di costumi umani e civili. Aristotile stesso soggiunge che il costume delle «sissizie» esisteva ancora a’ suoi tempi fra quelle enotrie o già enotrie popolazioni; e questo si legge non senza maraviglia nel grande scrittore. Ma se sissitie vuol dire «banchetti in comune,» io credo indichino istituti, tra religiosi e civili, di feste solenni, con banchetti rituali intorno ad un santuario comune a più cantoni o tribù, legate tra loro da un qualche vincolo federativo. L’agape in comune era pasto rituale della solennità religiosa, condotta ad offerte o spese comuni alle tribù pel santuario federale. In questo senso le reliquie di antichi riti non ci maraviglieranno di soverchio, se le si incontra ai tempi di civiltà progredita21.
Gli Enotri pervennero in Italia dall’Illirio, sia dalle coste sull’Adriatico, sia da quelle sul Jonio. Un misto di popoli, varii di nome e di linguaggio, occuparono ai remoti tempi l’antica regione che i Greci dissero Tracia, la quale si estese, secondo gli antichi limiti, fino al Danubio. Di là vennero man mano sulle terre italiche. Non appartennero al ceppo italico, umbro-sabellico: distinti dagli Ausonii, distinti dagli Oschi, non si possono dire di stirpe osco-ausonica.
Le omonimie topografiche sull’una e sull’altra sponda dell Adriatico e del canale Jonio sono molte e recise; e quelle della penisola salentina o della Japigia sono affatto caratteristiche.
Sulle terre illirico-liburnee gli antichi scrittori ricordano popoli denominati Peuceti e Japidi; dai quali ultimi venne nome alla Japidia, che era parte dell’Illiria-Barbara, e si estendeva a mezzodì sino al fiume Tedanius22 che oggi è il Zermagno. Strabone accenna ai popoli Galabri nell’Illiria23; e nell’Illiria altresì erano tanto i Siculoti di Plinio e di Tolomeo24, quanto la città di Salento25. Si ha dunque l’addentellato primo alle antiche denominazioni di Japigia, di Calabria, di Salentia e di Peucetia, per la penisola di Terra di Otranto e delle contermini spiaggia pugliesi. Né mancano significativi riscontri di città e di fiumi. Gli Slupini o Lupini sono nominati da Plinio tra i Japidii al nord di Jadere; e la parola ricorda l’antica Lupia, oggi Lecce; Metulum, Andretium, Galatium, Plerae, Menebrium, Arupium, furono città e castelli dell’Illyrium, che richiamano al pensiero le denominazioni delle odierne città di Matera26, di Andria, di Galatina, di Minervino, di Ruvo, e dell’antica Plera segnata nella Tavola Peulingeriana. Il fiume Genusius che è non lontano da Dirachium, epirota, ricorda Genusium della Peucetia. La stessa celebre Taranto, che la leggenda greca fece edificata dall’eroe mitico Falanto, si riattacca evidentemente ai popoli Taulantini che abitarono sulle coste dove oggi è Aulona, nella valle del Genusus, di fronte alla penisola Salentina. E quegli stessi Partenii che la leggenda medesima faceva congiunti a Falanto per fondare Taranto27, sono invece e indubbio riflesso dei Parthini, popoli che stanziarono all’est di Epidamno o Durazzo28. Congiunte insieme le due genti esse fondarono Taranto.
E dalle coste epirotiche ove fu l’antica regione denominata Chaonia, vennero i Conii o Coni, che parte etnica degli Enotri, abitarono con essi lo estremo lembo d’Italia al mare Jonio, dal fiume Acalandro (che è la Salandrella di oggidì) nella Lucania fino oltre al sud verso il promontorio Lacinio presso Cotrone. In questo spazio di paese furono quelle che sono dette fondazioni loro antichissime dallo stesso geografo, cioè Crimissa, Conia, la duplice città di Pandosia e il fiume (per molti scrittori duplice anche esso) di Acheronte.
A queste omonimie, ben note agli eruditi, aggiungo l’altra del fiume Charadrus (oggi fiume di San Giorgio), che si scarica nel golfo ambracico ovvero di Arta, e la città di Charadra (oggi Rogus) nell’alta valle del fiume stesso; il quale fiume trova riscontro nell’Acalandrum della Lucania, che si versa nel golfo Jonio, e che se oggi è detto, in forma diminutiva, la Salandrella (a fine di distinguere il fiume dal paese detto di Salandra sulle sue sponde), invece, al medio evo, in carte greco-italiche, è detto appunto Chelandros, e in carte latine Salandra29. Anche il nome di Cichiros che fu città della Tesprozia non lontana dalla Pandosia epirotica presso le foci dell’Acheronte30, trova riscontro da noi sul Jonio, dove non lontano dall’antica Metaponto e dall’odierno paese di Pomarico, si veggono ancora reliquie di una antica città, che oggi ancora è detta il Castro-Cicurio31.
Né questi i soli riscontri. Aggiungeremo inoltre i Prustae o Peirustae32, popoli che abitavano a destra del fiume Drilo o Drin, tributario al mare di Dulcigno, i quali riscontrano agli Aprustani ricordali da Plinio tra i Bruzii, la cui città di Aprustum credono risponda all’odierna Argosto presso Cosenza. Aggiungeremo la città di Consintum nella Macedonia che si ripete in Consentia dei Bruzii; e gli stessi Bruzii riferiremo sia a quei popoli Breuci, che, come i Peirusti, sono detti da Strabone33 gente della regione Pannonica che si estendeva fino alla Dalmazia, sia a quell’isola di Brattia, una delle Liburnidi, oggi Brazza, di fronte alla Dalmazia. — Che più? Anche i fondatori primi della Venusia appulo-lucana possono riattaccare le origini loro ai Bennassii della Tracia34, e i popoli Bantini della Lucania alla Bantia che era città posta sul fiume Haliacmon (oggi Vistritza) della Macedonia. Né tacerò di Celetrum sullo stesso fiume, cui potrebbero riferirsi le primissime origini dell’odierno Calitri, sul confine tra l’Irpinia e la Lucania. Una Tebe detta lucana, pure scomparsa ai tempi di Catone, si richiamerebbe alla omonima città della Tessaglia, sede appunto di quei popoli pelasgi a cui i vecchi scrittori congiunsero gli Enotri. Del monte Alburno presso il mare di Posidonia abbiamo parlato.
Sono tutti e del tutto accidentali questi riscontri? Sono troppi ed in una stessa regione rintracciati, e non si può giudicarli del tutto dovuti al caso. Essi riflettono indubbiamente antichissime trasmutazioni di genti dalle coste illirico-epirotiche alle coste tarantino-lucane d’Italia. Di cotesto vario e misto flutto di gente furono, a nostro credere, gli Enotri; i quali se dominarono (secondo le antiche testimonianze) dalle terre della Japigia fino allo stretto siculo, gli è forza ammettere che furono genti, popoli o tribù numerosissime.
Se il nome di Enotri deriva, come altri pensa, dagli Eneti, che, abitatori di terre illiriche35, divennero famosi nel nome di Veneti, vuol dire che cotesta gente, primeggiando per forze di guerra o di virtù civili sulle altre varie e molteplici, ne ebbe il dominio, e le assorbì tutte nel proprio nome.
Conii
Ma non poté assorbire i Conii o Caonii, se il loro nome non fu cancellato nelle antiche memorie. Lotte non meno lunghe che sanguinose, dovettero aver luogo tra loro, senza dubbio. Un tempo e in qualche cantone del paese abitato dai Conii ebbero forse a prevalere gli Enotri; se può tenersi per vero quel dato della storia-leggenda, che i re Enotri ebbero per sede regale la città di Pandosia36, che fu indubitata fondazione dei Conii. Antioco di Siracusa disse i Conii «gente enotria ben composta» che pare voglia dire aggiustata a civili ordinamenti37. Ma se il nome non fu spento, vuol dire che una parte almeno della gente sopravvisse autonoma. E questa parte io credo fu quella, che, a notizia di Antioco stesso, occupò le terre alle spiaggie del Jonio verso il paese che fu poi la Siritide; ma che prima appunto ebbe il nome di Conia. Ma o autonomi o misti agli Enotri, non stanziarono altrimenti che lungo le spiaggie del mare Jonio dal capo Lacinio alla foce del fiume Acalandro. Gli Enotri invece abitarono l’interno.
Mura ciclopee
A chi domandi se ancora esista qualche orma visibile di queste remote famiglie di popoli sulle terre che essi abitarono dal golfo di Taranto al golfo di Posidonia, si può rispondere che è probabile siano opere loro quelle costruzioni poderose che un tempo erano dette ciclopiche, o che fu poi moda, ai tempi nostri, di dirle pelasgiche.
Noi le riferiremo agli Enotri. Ma in questa indagine, non è detta l’ultima parola; le indagini del dimani crolleranno forse quelle, affrettate e superficiali, dell’oggi. Aspettiamo. E in aspettando, ecco i fatti38.
Di costruzioni ciclopiche, o, come le dissero, pelasgiche a difesa di castelli o città fu già recisamente negata l’esistenza per la regione basilicatese39; ma il caso o più diligente ricerca ne ha fatto incontrare qui e qua molte reliquie a più recenti esploratori: e sarà pregio dell’opera di venirle indicando, sulle orme loro.
E muovendo dalla valle del Sele, è già tempo che vennero indicati avanzi di mura ciclopiche presso Eboli, che è l’Eburum dei Lucani, ma già antichissima sede di gente celto-iberica, che pure testè abbiamo riferita ai Siculi40. Presso Buccino (l’antico Vulcejum) si veggono due gruppi ancora in piedi di enormi blocchi di pietra sovrapposti gli uni agli altri senza cemento: e sulla fronte di uno di quei massi è rozzamente scolpito un phallus41, che, simbolo di deità averrunche, si trova non di rado improntato sopra molte delle antichissime opere ciclopiche che ancora esistono in Italia42. Nell’alta valle del Tànagro, che è un influente dello stesso Sele, tra le poche reliquie di un’antica città, presso la odierna Padula, che sono dell’antica Consilinum, oltre gli avanzi di un’arx di opera incerta che il Lenormant stimava degli ultimi tempi della repubblica romana, si veggono esistenti larghe testimonianze di una più antica cinta fortificata; un recinto di mura costruite di enormi blocchi di pietra calcarea a figura di parallelogrammi irregolari, messi l’un sull’altro senza cemento ed in istrati manifestamente orizzontali, ma con gli spigoli a linea men verticale che obliqua, che è la varietà meno antica e più perfezionata di quel sistema di costruzioni primitive che usa dire ciclopiche o pelasgiche43. Anche ad Atena non lontano dall’abitato, avanzi di informi opere ciclopiche, ma di diverse età, una antichissima a massi divelti alla terra di straordinaria grandezza, l’altra meno antica che addimostra un qualche uso de’ metalli44. Nella valle del fiume Platano che si scarica nel Tànagro medesimo, altri avanzi e soprammodo notevoli quelli presso Muro-Lucano; altri presso Baragiano. Quei di Muro, sì nella contrada detta Raia-di-S. Basile, ove si crede fosse il posto dell’antica Numistro, e sì nell’altra contrada in collina che è detta Serra-la-Scala, sono strati di poligoni irregolari soprapposti senza cemento, informi piuttosto, e senza indizio di lavoro fabbrile45. Anche a Banzi, l’antica Bantia, ne videro qualche traccia; e altre a Tortora, ove oggi si alloga l’antica Blanda46.
A Velia, che era l’antica Elea sul Tirreno, risalta frammezzo ai molti rottami di costruzioni elleniche e romane, e sul dinanzi del castello che è opera mediovale, un grande pezzo di muro che il Lenormant è di avviso sia anteriore agli Elleni.
«La costruttura di cotesta opera (egli dice) non è la isodoma ellenica, ma di un più antico sistema; sono blocchi di pietra, tagliati con cura sì, ma in poligoni irregolari, che dei loro spigoli si connettono gli uni negli altri, senza formare però, strati orizzontali. Fondata che fu Hiela dai Focesi nel 536 a.C., non si può ammettere che in quell’epoca gli Elleni abbiano tuttora adoperato un siffatto sistema di costruzione; è da credere invece che quella muraglia facesse parte di una fortezza anteriore allo stabilimento dei coloni focesi, e servisse a difesa di qualche borgata dei Pelasgi-Enotri»47.
Altre e non poche reliquie dello stesso genere ha, in questi ultimi anni, rinvenuto il benemerito scovritore di cotesti rudi monumenti dell’industria ciclopica dei più remoti abitatori della Lucania48. Sarebbero qui e qua per tutta la vasta distesa della regione di Basilicata; e propriamente a Tempa-Cortaglia49 tra i paesi di San Mauro e di Accettura, a Croccia-Cognato ed in altri, tre o quattro punti elevati50 del gruppo montuoso che è l’ampia boscaglia detta di Gallipoli e Cognato tra Accettura ed Oliveto, come pure a Castro-Cicurio che è presso Pomarico nella valle del Basento, a Monte Coppola nella valle del Sinni; ed altri presso il paese di Cerchiosimo nella valle del Sarmento, influente del Sinni stesso51. Notevoli sopratutte quelle a Monte Coppola, e a Croccia-Cognato.
Monte Coppola è presso il paese che oggi è Val-Sinni, ed ieri era detto Favale. Ivi sull’alto del prossimo monte esiste ancora una cinta di mura che misurarono 1160 metri di ampiezza, interrotta però largamente da un lato; non lontani da essa altri 360 metri di un avanzo di muraglia che cingeva forse l’acropoli. Le mura hanno uno spessore di cinque metri; i poligoni, l’un per l’altro, un metro lunghi per quattro di altezza. Non informi del tutto; ma ridotti in figura pressoché regolare dal lavoro dell’uomo, indicherebbero un grado più avanzato di civiltà, nella gente che le venne elevando. È ignoto alla memoria degli uomini il nome di questa antichissima sede di popoli.
A Croccia-Cognato, tra Accettura ed Oliveto, una vera città ciclopica, se, come calcola lo scrittore che esplorò la superficie del luogo, la cinta esterna ebbe un perimetro di 1340 metri e la cinta interna, a forma riquadrata che sarebbe stata l’acropoli, di 679 metri. Non tutto questo perimetro era chiuso a mura artefatte, ma solamente Ià dove la roccia naturale faceva difetto alla difesa. Di queste mura rimangono, più appariscenti, quattro o cinque gruppi; uno de’ quali della lunghezza di 13 metri, l’altro di 24, a due strati sovrapposti di massi. Tratti dalla pietra arenaria del luogo, che di sua natura si distacca agevolmente e in linee regolari, essi parrebbero ruvidamente sì, ma dalla mano d’uomo lavorati. Sono parallelepipedi che da 75 centimetri vanno fino ad un metro di lunghezza e 54 centimetri di altezza. Lo spessore delle mura va dai quattro ai sei metri. Nè vuolsi omettere che nell’arca di questo recinto si rinvennero, a breve profondità, frammenti di rozze terre-cotte, e cocci di vasellame fatto a mano, non al tornio52.
Ulteriori indagini verranno, senza dubbio, ad accrescere la notizia del numero e del campo topografico di tali trovamenti: già se ne videro traccia ad Altamura, a Manduria, a Conversano in quel di Bari: ed anche di recente, ne incontrarono d’ignoti e ignorati per la prossima regione del Cosentino53.
Questi sono i dati di fatto, che raccolgo dalle relazioni degli osservatori dei luoghi. Occorrono ulteriori indagini, ulteriori studi. È facile, intanto, osservare che coteste ora indicate reliquie di opere ciclopiche sono, la più parte, di epoca meno antica, perché dalla regolarità della sagoma del macigno messo in opera si argomenta l’uso dei metalli.
Escludendo quello speciale popolo Pelasgo, di cui fu parlato di sopra, si può dire che siano fattura di quelle genti enotriche, che pervenute nella regione un mezzo millennio prima di Sibari e dei Lucani, ebbero nel progresso del viver loro, l’uso de’ metalli, se pure la presenza del ferro è attestata dalle tombe nelle prossimità di Sibari, che ci parvero, come si dirà, di genti enotrie.
Ma non si potrebbe escludere che le più antiche, le più informi fossero opera di Siculi, se questi abitarono il paese prima degli Enotri. Né io posso del tutto escludere che quelle reliquie di più regolare fattura, quali vengono indicate ad Eburum, a Vulcei, a Numistro fossero opera piuttosto de’ primi Lucani. E perché no? Sono opere nate dal bisogno della difesa; che è istinto naturale all’uomo. E quando non sia ancora noto l’uso del cemento, che può tenere in piedi congiunte pietre di poca mole, è più consentaneo a natura che egli si sforzi a metter su un qualche resistente riparo, mercè massi di mole più grande, là dove la qualità del luogo ne appresti la materia.
Città enotrie
Quali nomi si ebbero queste antichissime stazioni umane è ignoto del tutto. Si sanno i nomi di talune che furono indicate come città degli Enotri, ovvero in Enotria; che, a dir vero, non sarebbe la stessa cosa. Stefano, il geografo dei tempi bizantini, ne raccatta e ricorda il nome di dodici54 e sono: Arinto, Artemisio, Bristacio, Citerio, Cossa, Drio, Erimo, Ixia, Melanio, Menecina, Patico e Ninea. E il Barrio, nella consueta e recisa sicurezza delle sue informazioni, è pronto a dirci a quali paesi esse corrispondano dell’odierna Calabria. Al Barrio tiene bordone quella grande corruttrice della storia che è la boria municipale; e a questa, fa coro la presunzione stessa dello spirito umano, che, come la natura degli scolastici, abborre dal vuoto, e, per non confessare ignoranza, afferma invece e conferma un contenuto storico di fantasia. Se quelle dodici città furono stabilimenti di Enotri, è duopo ricordare che agli Enotri le tradizioni storiche dell’antichità assegnano per dimora tutto il territorio che si estende dalla Japigia allo stretto siculo, e non unicamente la Calabria bruzia. E se il vecchio Barrio può schivare il ridicolo, non può schivarlo chi dei moderni ripete, per esempio, che Patico risponde a Paola odierna, Citeria a Cerisano, Bristacio a Briatico, e giù di lì. La medesimezza di una sillaba parve nòta bastevole alla identità delle due parole!
Di quelle dodici città, Arinto e Menecino potrebbero, forse, reclamare affinità, ancora superstiti, con Mendicino e con Renda, che è paese presso Cosenza, oppure con Arinto che è fiume affluente nel Crati: e il nome di Cossa potrebbe probabilmente rispondere alla odierna Conza, che è certamente di antichissime origini sugli Appennini al confine fra l’Irpinia e la Lucania. L’Ixia dicono rispondesse ad una città detta Asia, nota da qualche rara moneta e in dipendenza di Reggio. Delle altre tutto è ignoto.
Che le varie antichissime genti, abitatrici del paese interno che si disse la Enotria, fossero di stirpe ariana, si può supporre con buon fondamento; l’analisi dell’onomastica topografica più antica ne presta gli argomenti.
I nomi dei fiumi sono di quelli che più resistono alle mutazioni delle genti rivierasche, nel corso dei tempi. Il nome del fiume Siris o Sinno, del Serrante, del Sarmento, del Sera-potamo, del Sauro, dello Sciàura o Sora, del Silaro o Sele che scorrono per la regione lucana, quello di Esaro, che si ripete due volte presso Sibari e Crotone, rampollano manifestamente dalle radici sanscrite «sar» ire e fluere; «sol e sel» ire (onde «salila» e «sara» acqua) e «snu» fluo. La denominazione di Calore a due fiumane della Lucania, e all’altra nella regione degli Irpini, potrebbe riattaccarsi alla radice «cal» ire.
Delle antichissime e già da remoti tempi scomparse città prelucane di Scidro e di Lagaria, questa si può riattaccare al sanscrito «nagara» urbs; e Scidro al tema «cidra» cavitas o caverna; ed avrebbe l’origine stessa ed il valore dei tanti odierni nomi di odierni paesi, Grottole, Grottaglie e simili. Ad identica origine si può riferire Crotone, e propriamente da «garta» caverna. Se il primitivo significato della vetusta Lagaria è urbs, quello dell’antico Grumentum è pagus, dal tema «grâma»55. La città di Antia, che gli oschi ed ellenici cimelii, già scoverti per le sue terre, mostrano antichissima, e che nel medio evo, in grazia della sua postura topografica, fu detta munitissimum oppidum, io riferisco al sanscrito «ansala» fortis. Valva, nell’alta valle del Sele, dalla radice val o var valse un recinto coperto, ed anche forte si da respingere inimici. Che più? il significato della parola «Vùlture» — quel nome del famoso monte che ha dato occasione, nella letteratura archeologica napoletana, ad un libro famigerato in cui brilla il buon senso per la sua assenza, — quel nome lo si deriva regolarmente dal sanscrito «guatila» che vale flammans e flagrans. E vuol dire che ai fuochi, ultimi forse, ma ancora vivi del potentissimo vulcano, si aggiravano popoli sulle terre d’intorno;56 e questi di origini arie.
Se gli Enotri arrivarono in Italia diciassette generazioni prima della guerra di Troja (è Dionigi di Alicarnasso57 che se ne fa garante), essi avrebbero durato autonomi un ben lungo periodo di tempo, cioè fino al secolo VII a.C. Nel 720 fu fondata Sibari; e nello sviluppo di sua maravigliosa civiltà estese sì largamente l’imperio suo, che potè sottomettere, serve o tributarie, gran parte delle genti enotrie. Quelle che restarono estranee al dominio di Sibari, o di un’altra delle più potenti città elleniche delle coste, vennero in soggezione dei Lucani, al costoro avvento. Con questi si fondono e confondono: e il nome di Enotri e di Enotria sparisce. Altre tradizioni greche li cancellano dalla storia assai prima dei Lucani; poiché li dissero soggiogati dagli Itali, che mutarono il nome di Enotria in quello di Italia. Ma di cotesti Itali e del nome di Italia, parleremo nel capitolo che segue.
Fenicii
Qui invece occorre di ricordare un altro popolo, di cui le tradizioni greche intorno all’Enotria non fanno parola; e sono i Fenicii. Assai prima degli Elleni essi fondarono, se non imperii, fattorie e colonie intorno intorno al bacino del Mediterraneo; e passando lo stretto di Gades, si spinsero oltre verso il mezzodì fino alla Senegambia, e verso il settentrione fino alle isole dello stagno. In tanto ardimentoso periplo, se colonizzarono le coste della Sardegna non meno che quelle della Sicilia, non potrebbe dubitarsi non rimanessero intentate le spiaggie dell’Enotria. Le antichissime miniere di rame di Temesa, l’abbondante ed eccellente pece della grande selva silana, il mare di Taranto, — pescoso di quella delicata conchiglia onde veniva fama tra tutti alle stoffe purpuree di Sidone e di Tiro, — danno argomento probabile a stabilimenti fenicii sulle coste orientali della penisola.
Ma altro genere d’indizii sovvengono a complemento. Il nome di Malaca o Macala58 all’antichissima città che precesse alla Petilia di Filottete, ci richiamerà ad antichi stabilimenti fenicii, se vorremo ricordare il punico nome di Malaca alla famosa città delle coste iberiche, o il nome di Malqaa ad un quartiere di Cartagine. All’antica Malaca, del Bruzio, erano non lontane miniere, di cui oggi ancora fanno testimonianza postuma i nomi di San Marco Argentano e di Longobucco59. A questa stessa Malaca succede la città ed il nome di Petelia, che è spiccicato il punico Beth-El «casa di Dio» ed indica o l’antico posto di qualche tempio fenicio, o piuttosto di quelle «pietre sacre» che i Greci dissero appunto betyles; e che di forma conica, od ovoidi, o piramidali, erano o il simbolo o la casa simbolica del Dio dei culti fenicii. Di tali «pietre sacre» si sa che n’esistevano nei tempii a Biblos, ad Emesa in Siria, a Pafo in Cipro, sede dei Fenicii60. E a questa Emesa di Siria ed alla Temesa di Cipro stesso ci richiamerebbe la Temesa del Bruzio, con le sue miniere di rame61, sì antiche, che erano già esauste ai tempi di Strabone. Anche Terina e Lao, prossime a Temesa, possono per certi rispetti far risalire a stabilimenti punici le origini loro anteriori agli Elleni, che le riferivano ai compagni di Ulisse62. E potrebbe riferirsi all’Ercole Tirio, o Malkarte, quel cane di Ercole, dal quale, secondo la leggenda, venne ai Tarantini scoverta la tintura purpurea della conchiglia del loro mare. Anche sulle coste dell’Epiro ebbero stabilimenti i Fenici; od una città delta appunto Fenice è ricordata nell’antica Chaonia.
La cresciuta potenza di Sibari e i grandi commerci dei Milesii con questa ed altre città italiote, non permisero prendessero piede in Enotria, come in Sicilia, colonie fenicie importanti; e allo stabilirsi delle colonie elleniche le fattorie fenicie disparvero.
NOTE
1. Hist. Nat. III, 10.
2. Lib. VI, 388 (Cito dalla ediz. Amstelaedami, 1707):
Antequam in Italiam Graeci venissent, nulli erant Lucani, sed Chones et Oenotri, loca ea possidebant.
3. Iliade, 24, v. 600. I figli di Niobe:
Nove volte il Sole
Stesi li vide nella strage, e nullo
Fu che di poca terra li coprisse;
perché converso in dure pietre avea
Giove la gente.
4. Conf. I Pelasgi nell’Italia antica, lettura di L. Schiaparelli (Negli Atti dell’Accademia di scienze di Torino, nel 1879; ed a parte). Torino 1879.
I Pelasgi rivivono, ai nontri giorni, nell’opera dotta del P. DE CARA; che trae l’origine della parola da un vocabolo egizio (var, val, fral = migrare): Gli Hethei-Pelasgi, ricerche di stor. e di archeol. orientale, greca, italica del P. CESARE A. DE CARA, vol. I. Roma, 1894. — Ma per quanto può aver riflesso alle nostre storie, non mi è dato di seguire le dottrine etimologiche di questo libro.
5. Intende, senza dubbio «in Arcadia» — DIONIGI, Antiq. I, 5.
6. STRAB. VI, 395.
7. Vedi: H. D’ARBOIS DE IUBAINVILLE, Les premiers habitants de l’Europe, etc. Tome deuxième. Paris, 1894, p.ag. 60 e pass.
8. A detta di TUCIDIDE, Lib. VI, 2.
9. Siculi e Sicani, come Turduli e Turdetani, Bastuli e Bastetani, e forse Hispalis (Sivigliano) e Hispanus. Virgilio, anche egli, li fa tutto uno (VII, 7-328; XI, 317); non Strabone. Micali ed altri li credono diversi. Ma la radice delle due parole è la stessa.
10. TUCIDIDE, VI, 2 e FILISTO presso Dionigi, I.
11. Vedi in VANNUCCI, Stor. ital. ant. al cap. II, Schiar; e conf. CANTÙ, Stor. Ital. I, cap. 2°, e MICHELET, Hist. de France, nei chiarimenti al libro I.
12. Ebura dei Turduli della Betica; Eburobritium dei Lusitani; Eburobriga ed Eburodunum in Gallia; Eburacum in Bretagna; gli Eburones sulla sinistra del Reno; Eburovices in Normandia; Ebura oggi Eure…, ed Eporedia, o Ivroa, in Italia.
13. Leggo nel PICTET, Les origines Indo-européennes, Paris, 1877, pag. 159-1:
«La forma sil (sanscrito) si trova nell’irlandese silim, colare, silt, flusso, goccia: onde farebbe presumere un’origine celtica al Silis della Venezia, al Silarus della Cisalpina e della Campania» (cioè Lucania).
14. Il vecchio storico della Lucania (ANTONINI, La Lucan. I, 59) mise innanzi, con manifesta compiacenza, una singolare opinione, che altri eruditi napoletani ripeterono dopo di lui (CORCIA, Op. cit. III, 21). Egli trovava la prova ancora vivente dei remotissimi Siculi e Morgeti nei due paeselli detti Sicili e Morigerati, nel Cilento. Ma queste sono denominazioni dei tempi medioevali, derivate propriamente dai greci bizantini, come si dirà a suo luogo (vedi al vol. II, cap. IV, pag. 135).
15. Però della presenza dei Siculi in quel di Locri ai tempi storici è lecito dubitare; e ne debitava il CLUVERIO, Ital. Antiq. pag. 799. Anzi HEYNE (Opusc. Acad. II, 49), dopo aver riferito il luogo di Polibio, che disse:
Locros com Siculis, qui illas terras tenebant, foedus pepigisse, etc., aggiunge: Potuit tamen simile quid de barbaris narratum esse, qui haec loca incoluerant: eos Siculos fuiste post haec aliquis scriptor de suo adjecerat.
16. In questi ultimi anni, alcuni dotti investigatori delle antichità egizie, hanno letto nei geroglifici delle tombe di Karnak e di quelle, meno antiche, di Medineh-About i nomi di Shakalash, di Shardoun e di Thursana, che uniti e confederati con Achei o Licii, avrebbero invaso l’Egitto ai tempi del Faraone Menephtotoh, ovvero Amenofis dal quale furono vinti e scacciati. Il fatto rimonterebbe al XV secolo avanti Cristo: e il nome di Shakalash credettero ricordasse proprio i Siculi della grande isola del Mediterraneo, e gli altri nomi avvisassero ai Sardi ed ai Tirreni. Di qua induzioni circa un grado di civiltà alta e potente a quei Siculi della grande isola. Ma la identità de’ nomi a quei popoli non è ammessa da altri scrittori, che la parola di Shakalash riferiscono invece agli abitatori di Sagalassas nella Pisidia, e di altri popoli dell’Asia minore. Più che d’Itali o di Osci (Uashashan, anche questo nome vi fu letto) come altri pretese, fu una federazione o invasione di popolazioni libiche quella che i monumenti di Karnach o Medineh-About ricordano. Non potremmo, dunque, ritrarre da questi barlumi un qualche filo di luce per casa nostra.
17. STRABONE, VI, 395.
18. In Sanscrito la radice marg, mrg’ è mulgere: Mure è valere, potentem esse, ed occupare, penetrare.
19. Sarebbe una illusione l’accostare il nome di Morgeti alla regione delle «Murgie» nella Terra o provincia di Bari. Murgia, nel dialetto vivente dei paesi dell’appennino appulo-lucano, significa una grossa pietra, informe, quasi radicata entro terra, ma che può trovarsi anche alla superficie. E le «Murgie» del Barese significano appunto la linea di colline della Puglia-Petrosa, in opposizione alla Puglia-Piana. La parola murgia si riaccosta a muro.
20. PLINIO, Hist. nat. III, 7. Contra Veliam Pontia et Iscia: utraeque uno nomine Oenotrides, argumentum possessae ab Oenotris Italiae. — ERODOTO, lib. I, § 167.
21. In CURTIUS, Storia Greca (I, p. 438, Torino, 1877) si legge:
«Gli Enotri, i quali abitavano il declivio delle montagne (d’Italia) verso il mare, e i Caoni o Coni andavano famosi per la loro squisita civiltà».
Qui è un’eco, indubbiamente esagerata, delle sissitie, ricordato da Aristotile: del resto, anche il poeta dell’Eneide salutava la terra antiqua potens armia, alque ubere glebae, ecc.
22. PLINIO, IV, 25.
23. STRABONE, lib. VII, 486.
24. PLINIO, ibid. — TOLOMEO, II, 17.
25. In Dalmazia: come dalla Tavola Peutingeriana, e dall’itinerario di Antonino.
26. Metulum, più probabilmente Matera che Mòttola: Matera in origine Mateola, che è conforme appunto a Μετουλον come è scritta in STRABONE (lib. VII, 483) il nome di quella città dei Japidi o Japodi. Mòttola invece non è che il diminutivo di Motta, parola del basso-latino, con significato di Castello o luogo elevato e fortificato.
27. STRAB. IV, 278.
28. STRAB. VII, 502.
29. In una carta scritta in greco del 1125 è detto Chelandros: vedi nel Syllab. graecarum membranarum. Napoli 1805, pag. 127. — In un diploma del 1124, viene donato al Monastero di San Michele Arcangelo di Montescaglioso dimidiam partem de terratico terrarum adjacentium inter Basentum et Salandram, che certamente è il fiume. (Nella Histor. Monasterii Sancti Michaelis Arcang. Montis Caveosi. Napoli, 1746, pagine 156-57).
30. STRAB. VII, 499.
31. Questa omonimia fu già indicata dal CORCIA, Op. cit. III, 325. Per Ie rovine di Castro-Cicurio, vedi RINALDI, Notizie storiche di Miglionico, precedute da un sunto sui popoli dell’antica Lucania. Napoli, 1867, pag. 57.
32. STRAB. VII, 483.
33. Lib. VII, 483.
34. Ap. CORCIA, Op. cit. III, 552. — STEFANO, ad v. Bennu. — Il LUPOLI pubblica nel suo Iter Venusinum (Napoli, 1793, pag. 255) una iscrizione osca, in caratteri dell’alfabeto osco (non interpretata ancora, che io sappia) nella quale alla terza linea si legge Biinusiessi (o Viinosiessi?), e, credo giustamente, per Venosa o Venosini.
35. In STRABONE, VII, 830: Maeandrius Henetos e Leucosyris profectos Troianis in belloopem tulisse ait: inde eum Thracis avectos, sedes posuisse in Adriae sinus angulo.
36. STRAB. VI, 393.
37. STRABONE, nel lib. VI, 391, riferisce il concetto di Antioco:
Successu autem tempore ait (Antiochus) Italiae nomen fuisse, et Oenotriae propagatum usque ad Metaponticam et Sirenitidem (o Siritidem) regionem: habitasse enim ea loco Chonas, gentem Oenotricam satis compositam (κατακοςμουμηνεν); territorioque nomen Choniae fecisse.
38. Per le minute notizie che delle costruzioni ciclopiche si dànno nel testo, non posso altrimenti che riferirmene alla testimonianza ed al giudizio di coloro che le hanno decritte dopo l’esplorazione dei luoghi: ciocché, lo confesso, non ho fatto.
39. Da Andrea LOMBARDI, in una nota messa in fine alla 2ª edizione del meritatamente lodato suo Saggio sulla topografia e sugli avanzi delle antiche città Italo-Greche-Lucane, etc., comprese nell’odierna Basilicata, pubblicato la prima volta nelle Memorie dell’Istituto archeol. di Roma, nel 1834; e poi nei Discorsi accademici di Andrea Lombardi, Cosenza, 1836, pag. 231.
40. Nel Bullett. dell’Ist. arch. del 1836, pag. 102. A 200 passi da Eboli, nella collina di Montedoro, dove era l’antico Eburum, si vedono avanzi di un castello, a fondazione di grossi massi. Questo però di costruzione non antichissima. Ma, nello stesso luogo, a poca distanza dal Castello,
«trovammo (dice lo scrittore nel Bullett. suddetto) certe mura massiccie di poligonia costruzione, che è detta altrimenti pelasgica o ciclopica, secondo le varie regioni in cui se ne è trovata. Desse son fatte di marmi (?) assai grandi, lavorati alla grossa col solo martello e aggiustati con la calce. Ogni marmo componente è di mole sì grande, che la forza di tre uomini non lo smuoverebbero un palmo; e fanno la fondamenta di quelle mura grandi massi di pietra viva. Sono due tratti di tali mura. Il primo è circa di palmi 30 lungo e 16 alto, e forma una figura circolare. Al di sopra di questo sta uno spaccato che sembra una loggia. Ventidue palmi più sopra è l’altro tratto, più piccolo del primo per lunghezza ed altezza.»
Qui si parla di calce, quindi di epoca assai meno antica.
41. Nelle Notizie degli scavi di antichità del marzo 1884, p. 115. Ivi si legge che i due gruppi o ruderi sono l’uno della lunghezza di m. 15 o l’altro di m. 7, e si alzano sopra terra da 4 a 5 metri, formati da enormi blocchi rettangolari non cementati, i più grossi dei quali misurano da m. 1.00 a 1.20 in lunghezza. Un phallus è scolpito rozzamente sopra uno dei più grandi di essi. Sono ad un miglio da Buccino, nella contrada San Mauro. — Conf. Peregrinaz. storiche nei territorio dei Lucani per Ercole Canale-Parola. Salerno, 1888, pag. 39.
42. Conf. VANNUCCI, Stor. d’Ital. lib. I, cap. II, p. 94.
43. LENORMANT, À travers l’Apulie et la Lucanie. Paris, 1883, vol. II, pag. 117. — E le Peregrinazioni, etc. del CANALE-PAROLA, testé citato, pag. 80.
44. Negli Atti dell’Accad. Pontaniana. Napoli, 1803, memor. del dottor LA CAVA. — E G. PETRONI, nelle Notiz. scavi di antichità, 1897.
45. Nel giornale settimanale di Potenza, La Lucania letteraria del 1885, p. 12: descrive queste reliquie il signor dottor Michele LACAVA che primo le ebbe indicate all’attenzione de’ dotti. — Alla Raia di S. Basile i massi di pietra calcare hanno le dimensioni di m. 2.10 x 1.15 x 0.65 e di 1.55 x 1.25 x 0.70. A Serra la Scala (ovvero dell’Occhiano, lontano un 4 chil. da Muro) è un gruppo di cinque massi in un punto, di cui uno è m. 1.43 x 0.52 x 0.78; e in un altro punto altri massi di 1.30 x 0.78, informi. Questo frammento di muraglia avrebbe uno spessore di 4 metri. Il dottor Lacava è di avviso che quest’ultima città avrebbe avuto un perimetro di tre chilometri.
Le «Vestigia di mura ciclopiche» a Baragiano le trovo unicamente accennate (dal sullodato dottor Lacava) ma non descritte nell’Album offerto dalla Provincia di Basilicata alle Loro Maestà: Descrizione, ecc., Napoli, 1884, pag. 11. Egli accenna altresì a vestigia di una «cinta di mura pelasgiche» nei dintorni e nello stesso abitato di Albano-di-Lucania (nell’Album suddetto, p. 9).
46. Per Bantia, CORCIA, Op. cit. III, 574. — Per Blanda, Notiz. scavi di antich. 1897.
47. LENORMANT, À travers l’Apulie et la Lucanie, II, p. 383.
48. Il dottor Michele Lacava, assai benemerito degli studi archeologici dellla provincia, ne scrisse nella Lucania letteraria, giornale settimanale di Potenza, del 1885; nella Lucania, rivista mensile di Potenza, del 1886; nell’Eco giorn. della Lucania di Potenza, del 1888; e nelle Notizie degli scavi di antichità, dell’agosto 1887. E le sparse notizie furono poi raccolte e pubblicate nella sua opera Topograf. e Storia di Metaponto. Napoli, 1891, pag. 135 a 141, e 340 e seg.
49. Nella Lucania letteraria, del 1885, e nella Stor. ora citata. Ivi un recinto di mura che pare si estendesse per 800 m., ma oggi solo in parte esistente, ha parallelepipedi a due strati sovrapposti; però lavorati a mano di uomo. Spessore del muro m. 5.15; lunghezza dei parallelepipedi da 30 centimetri ad 85.
50. E propriamente, come egli scrive, nelle contrade o appezzamenti di «Tempa del Monte, Platola, Pantaleno, Sant’Angelo, Croccia-Cognato, Tempa dei Casaleni». Nelle Notizie degli scavi, ecc. di agosto 1887. E nella Stor. Metap. l.c.
51. A pag. 346 della ora citata opera su Metaponto.
52. Nelle Notizie degli Scavi, ecc., dell’agosto 1887, p. 332, ove sono molti altri particolari. L’area chiusa nel perimetro suindicato viene calcolata a 60.383 ettari. Il luogo è detto propriamente «Castello dei tre confini.» Lo stesso dottor Lacava, nella Lucania letteraria, di Potenza, anno 1885, faceva parola di parecchi gruppi di massi sovrapposti, che erano mura della distrutta città di Castro-Cicurio presso Pomarico; e riferiva le dimensioni vario di quei massi poco minori di un metro. — Di Castro-Cicurio, antichissima, abbiamo fatto cenno poco innanzi. Però, uno scrittore, che prima descrisse il luogo, il RICCIARDI (Viaggio alla Siritide, ecc. Napoli, 1872) nega cho vi siano «grosse pietre poligone come le città pelasgiche, ma di pietra trasportabile a schiena e cementate con terra bolare».
53. A 4 chil. da Pietrapaola. L’egregio ispettore degli scavi Vittorio De Cicco ne dà cenno e dettagli nelle Notizie degli Stavi, del novembre 1900.
Egli è benemerito di coteste indagini preistoriche per la regione basilicatese.
54. «Dodici città enotrie sono citate di nome (in Stefano bizantino) secondo l’Εὺρὼπη di ECATEO (Fragm. 30, 39, ed. Didot). SCILACE nel Periplo non nomina gli Enotri; ma sì i Campani, i Sanniti, i Lucani (cap. 9-13). Le strette relazioni (di commercio) tra Mileto e Sibari permettevano ad Ecateo di raccogliere notizie sull’interno dell’Enotria». Così il GROTE, Stor. della Grec., vol. V, c. IV.
55. È ben noto il passaggio della vocale a in o ed u, nelle parole latine o greche derivate, o, se vuolsi, integralmente equivalenti nel sanscrito. Per es.: apas - opus; dam - domo; naktam - nox, noctis; vac - sermo, vox; naman - nomen; vidava - vidua, etc.
Mi sia lecito qui di osserrvare che si potrebbe derivare dalla stessa parola grama (pagus) l’origine dibattuta della parola Roma. È ben noto il fenomeno che lascia cadere il G innanzi alle liquide: e integrum, nigrum diventa intero e nero; gravina, ravina; graspo, raspo; gracimolo, racimolo, etc.
56. Vedi capitolo VI seg.
57. Antiq. roman., lib. I, p. 5.
58. Macalla, secondo i più; ma è Malaca nello pseudo-Aristotile, De admir. ausc. CXV, e nello Scolias. di Tucidide I, 12, il quale ultimo, riferendone la fondazione a Filottete, spiegava il nome della città dalla μαλάχη, la malva, che sanificava la piaga al piede dell’eroe (Conf. CORCIA, Op. cit. III, 262).
59. Longobucco (Lungo-buco) ricorda coil nome i cunicoli scavati a penetrare nelle miniere. Queste furono in coltivazione fino al secolo XVI (GIUSTINIANI, Dizion. geog. ad verb.).
60. PIERROT et CHIPIS, Hist. de l’art dans l’antiquité (tom. III, p. 59 e 200). Paris, 1883.
61. STRAB. VI, 393. Temesa era situata al sud d’Amantea, presso la antica «Torre di Loppa» (CLUVER, p. 1285, e CORCIA, 133, III). Ora, nell’isola di Creta fu stabilimento fenicio antichissimo la città di Loppa, che aveva per porto appunto la città di Phoenix. — Taccio che in questa stessa isola di Creta era il porto fenicio di Gortyne, cui potrebbe far riscontro l’italica Crotone — Indizi attendibili, o meramente sogni?
62. All’isola di Thera (Santorino) ebbero stabilimenti i Fenicii di Tiro, e quei di Sidone a Lais de’ Cananei.
Per Ia città greco-lucana di Laos non ometterò un altro raffronto. Alcune sue monete hanno da un lato l’impronta di una o due colombe, e dall’altro il capo di donna velato, con leggenda greca. Le monete di Erice, antichissima e nota sede de’ Fenicii in Sicilia, hanno anch’esse il tipo della colomba; in una si vede una donna che siede, con una colomba sulla palma della mano distesa, e greca leggenda. Di Erice era famosissimo il santuario di Venere-Afrodite; ed Afrodite risponde all’Astarte fenicia. La colomba, si sa, era Ia vittima che si sagrificava ad Astarte; e ad Afrodite altresì. Le colombe delle monete di Erice si riferiscono al culto della Venere (Ericina) succeduto al culto di Astarte. E le colombe delle monete Laine non indicherebbero ricordi di antichi culti fenicii, Iaini, ad una possibile Astarte, mutata anch’essa in una Afrodite, a cui si riferirebbe l’impronta del capo muliebre sulle monete della stessa città?