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CAPITOLO III

CAPITOLO III.

POPOLI DAI QUALI I LUCANI SI DISTACCARONO — DIGRESSIONE: GLI OSCHI E I SANNITI

La tradizione, di cui l’eco è a noi pervenuta dagli scrittori dei tempi dell’Impero, disse i Lucani derivati dai Sanniti: e poiché i Sanniti, quando vennero in fama per le tenaci ed aspre guerre sostenute contro di Roma, stanziavano nella regione delle valli del Tamaro, del Sabato e del Calore, influenti dell’alto Volturno, gli scrittori delle antiche storie ritennero questi Sanniti dei tempi storici come i protoparenti dei Lucani. Sarebbe egli dunque contraddizione tra questa remota eco delle tradizioni di tempi più antichi, e l’opinione nostra che li riscontra nella regione tra il Liri e il Volturno, la quale prima che Campania era detta Opicia, all’uso dei Greci che ne abitarono le spiaggie quando l’interno era abitato dagli Oschi?

Ma ogni contraddizione svanisce, se distinguendo tempi da tempi, non si confonda lo stato di fatto di tempi relativamente recenti, cioè più prossimi ai primi scrittori di cose romane, con lo stato di fatto di molto più antica e remota età. Nella quale età i Sanniti non erano ancora, per nome, distinti dalla nazione madre dei popoli Oschi; e la parola stessa «Sanniti» significò, in genere, Sabini o Sabelli; ed erano compresi tra i Sabelli anche gli Oschi della Campania antichissimi.

Ci è d’uopo pertanto discorrere preliminarmente degli Oschi; e di questi diremo quanto basti a chiarimento del nostro concetto.

È un fatto fuori contestazione che i Sanniti parlavano l’idioma osco; non altrimenti i popoli che da quelli si dissero derivati, i Lucani e i Bruzii. È un fatto di non minore certezza che parlavano osco anche le altre stirpi sabelliche, che, derivate dal popolo sabino, si accasarono intorno al Fucino e al Gran-Sasso. Si può, infine, ritenere per certo che anche l’idioma dei vecchi Sabini fu l’osco propriamente detto; o, se piace meglio, la forma madre antecedente, onde derivò l’osco1.

Il nome etnico di tutta questa grande famiglia non fu quello di Oschi. Questo ultimo nome di Obschi, Opschi e Oschi pare non fosse altrimenti, che di un clan o tribù di essa, e dal nome di questo clan o tribù, forse sugli altri prevalente, passò dipoi per via dei Romani, ad indicare l’idioma proprio a tutta quella grande famiglia diramata dal ceppo sabino2.

Il nome complessivo della gente si può da noi indicarlo col qualificativo di gente o famiglia «sabellica» che fu ai Romani stessi denominazione complessiva, ed indicò le varie stirpi che rampollarono, lungo i secoli, dal tronco dei Sabini antichissimo. Ciascuna di esse ebbe dipoi un proprio e speciale suo nome, secondo che da tribù surse ciascuna a stato autonomo; e così i Picentini, i Marsi, i Vestini, i Peligni, i Marrucini, i Frentani, gli Irpini, i Sanniti, i Lucani, i Bruzii; e non altrimenti, e forse primi per tempo, gli Oschi.

L’originario significato di tutti cotesti nomi non è ancora noto per tutti. Antiche tradizioni narravano che le genti sabelliche si propagarono per Ver Sacrum — costume etnico, tra il civile e il religioso, speciale a questo razze italiche. — Vivendo esse allo stato di tribù, però già assettata al suolo, la proprietà collettiva alla tribù era divisa in uguali quote alle famiglie (l’heredium di due jugeri, ai romani di Romolo): ma le famiglie crescendo col tempo, e la forma della proprietà rimanendo collettiva alla tribù, composta di tante originarie famiglie e di tante heredia, questo stesso obbligava le nuove famiglie all’esodo dalla tribù madre. E le tradizioni italiche aggiungevano che l’esodo della gente migratrice era posto sotto la protezione del loro Dio nazionale, alla guida di un animale sacro al Dio stesso. Per tre di quelle genti è indicato l’animale sacro, che fu loro guida e ragione del nome.

I tre animali furono il Picchio, il Lupo e il Toro; e ne presero il nome i Picenti dal picchio; gli Irpini dal lupo (hirpus), e, secondo io penso, gli Oschi dal toro. Della ragione storica di codeste denominazioni tratte dalla fauna locale, parleremo più innanzi.

Dagli altipiani della Sabina e da Rieti, che era come l’umbilico d’Italia, scesero man mano le nuove genti verso meriggio ed oriente, seguendo il corso dei fiumi Aterno, Sangro, Liri, Volturno. Tra i più antichi i Picenti, i Marsi, gli Oschi; tra i meno antichi i Sanniti; tra i più recenti i Lucani.

Gli Obschi od Opsci scesero per la valle del Liri, ed occuparono la valle di esso e del Volturno fino al mare; quindi si propagarono oltre al Clanio, e fino al Silaro. Tutto il paese che poi ebbe nome di Campania fu loro sede. E i Greci la dissero, da essi, Opicia (Opiscia). Ivi forse si confusero con gli Ausoni, più antichi e ignorati di loro, che stanziavano verso le foci del Liri, e che per città o abitacoli rivieraschi al mare tennero il mare. Ivi inoltre si fusero, soggiogandoli, o cacciarono innanzi, verso oriente, sprazzi di Sicoli, che erano le ultime reliquie degli altri già passati oltre il fiume Silaro, e che di là, tribolati e tribolanti lunga serie di anni, trasmigrarono in Sicilia.

Ma questi sono popoli e vicende che precedono la penombra crepuscolare della storia: la penombra traluce appena quando cominciano a mettere piede per le isole della spiaggia campana i primi navigatori, le prime fattorie di gente ellenica, che approdano poi fra breve alle spiaggie, e vi si accasano in cinti che avranno il nome e l’importanza di Cuma. Cotesti più remoti avventori greci delle isole ebbero i primi contatti con gli Ausoni delle prossime coste, verso il Liri, e il mare che questi tenevano dissero da loro Ausonio, e la terra accosta al mare Ausonia. Poi gli Elleni delle spiaggie spinsero i loro contatti per l’interno del paese, e incontrarono gli Obschi; e, o che conoscessero allora gli abitatori dell’interno, o che i montanari dell’interno scendendo al piano arrivassero allora a notizia degli Elleni, questi la terra tra il Liri e il Volturno dissero Opiscia, la terra degli Opsci. Poi i due nomi Ausonia e Opicia, prima diversi e distinti o per linea di confine o per successione di tempo, si fusero in uno; l’uno cesse all’altro; e non restò che Opicia. Gli Ausoni, vinti, distrutti o assorbiti erano scomparsi: e gli Opsci restavano.

Di questo sparso ossame di popolo raccolse, dalle sue fonti, varie tradizioni il geografo Strabone; e quantunque o non concordi tra loro o con i concetti che abbiamo esposti, è d’uopo riferirle qui nelle sue parole, per l’ulteriore svolgimento del nostro concetto.

«Dopo il Lazio — scrive il geografo3 — viene la Campania. Sul golfo da Sinuessa a Miseno e sull’altro da Miseno al Capo della Minerva, che è detto Cratere, si estende la Campania, di feracissime terre, circondate da fertili clivi e dai monti dei Sanniti e degli Osci. Antioco narra che essa fu abitata dagli Opici, che si dissero anche Ausoni. Ma Polibio che scrive abitassero intorno al Cratere Opici ed Ausoni, li considera come due popoli diversi. Altri dicono che quando, un tempo, la regione era abitata dagli Opici e dagli Ausoni, venne poi occupata dagli Osci; i quali furono respinti dai Cumani; e questi dagli Etruschi, e questi… (in seguito) dai Sanniti.»

E più giù, parlando dei Sanniti, il geografo aggiunge questo4:

«Si racconta, che i Sabini essendo travagliati da lunghe e continue guerre contro gli Umbri, votarono ai loro iddii tutti i frutti dell’anno: e avutane la vittoria sui nemici, parte dei frutti consacrarono e parte immolarono: ma non così dei figliuoli; per cui ne ebbero in pena il flagello di grande carestia. Ammoniti (del fallo), ubbidirono i Sabini: ed anche i figliuoli nati nell’anno consacrarono a Marte. E questa gioventù, giunta che fu nell’età virile, mandarono a fondare colonie fuori il paese, sotto la guida di un toro — duce tauro. Il toro si arrestò nella regione degli Opici; e questi respintine, ivi stanziarono, e sagrificarono il toro a Marte. Si denominarono Sabelli, con forma diminutiva dal nome dei loro maggiori (i Sabini): di poi, ma per altra ragione, furono detti Sanniti.»

Strabone, senza dubbio, distingue qui gli Opici dagli Osci od Oschi: ma gli antichi scrittori Iatini, in generale non li distinsero5; né di certo i moderni. Non dice per quale altra ragione si dissero Sanniti; ma gli Opici ed Osci abitarono, secondo lui, la stessa regione che poi fu Campania. Quindi, e indubbiamente pel geografo, la regione degli Opici fu la Campania; quindi, e indubbiamente ne segue questo che i Sabelli, ovvero discendenti dai Sabini, guidati dal toro, arrestandosi, secondo la leggenda, nella terra degli Opici, non si arrestarono altrove che nella regione di poi detta Campania. Quindi la colonia guidata dal toro dell’antica tradizione, fu colonia dei Sabelli e non dei Sanniti propriamente detti. Quest’ultimo nome fu dato ai Sanniti in tempi posteriori.

Tutto questo emerge, fuori contestazione, dai concetti del geografo: quantunque egli non si desse carico del disaccordo delle varie tradizioni che raccoglie; e quantunque la distinzione, che egli mette tra Opici ed Osci, ingenerasse un equivoco: al quale, perciò, non si sono sottratti alcuni, ancorché dotti, espositori moderni.

Ma la distinzione etnica tra i due popoli non sta.

La parola «Osco» nel latino arcaico è Opscus6 e Obscus: non altrimenti Oqscus od Opscus fu ai popoli parlanti l’idioma osco. Da Opscus, Opsci, gli Elleni delle colonie tirrene trassero il nome di Opici, raddolcendo l’asprezza della pronuncia sabellica; e dagli Opici loro, abitatori della regione, diedero a questa il nome di Opicia. In questa erano venuti i remoti coloni sabellici, guidati dal toro della leggenda; e la vecchia sentenza degli interpreti di Strabone, trasportando il viaggio del toro condottiero dei Sabellici nella regione del Sannio, quale questo fu ai tempi di Augusto, confonde epoche e cose. Vennero piuttosto, antichissimamente, nel paese ove scorre il Liri, il Volturno, il Clanio popoli e tribù dei Sabini; e queste propagini sabiniche, quando col passare degli anni da tribù crebbero a popoli, furono indicate ai latini col nome complesso e generico di Sabellici7. Ma è probabile che dagli Oschi medesimi si dissero, in origine, «Sanniti», se teniamo conto del processo derivativo di questa parola, come ora verremo indicando.

La parola latina Sabinus suppone l’equivalente etnico di Sabnis, se si considera che di fianco al Iatino Campanus, Lucanus, Brutius, Picenus, si trova l’equivalente etnico o arcaico di Campas, di Lucas, di Bruttias, di Picens. Ma l’osca parola Lucas si inflette (come ci fa testimonio una breve iscrizione osca) in lucanatis8; Bruttias è noto che aumentava in Brutates9; Picens si inflette in Picentes. Potremo aggiungere il sabino Curis, che, pure dando vita al Iatino Quirinus, inflette in Curites. Da tutte coteste forme vien ragione di affermare che la parola oscosabina da Sabnis s’infletteva in Sab-nitis10; che poi, addolcendosi la pronuncia, passa naturalmente in Sannita. E ben mostra le traccie di questa antica evoluzione il latino arcaico, che serbò come caso retto di Samnitis la parola Samnis. E quanto al significato preciso ai latini, ricordiamo l’analoga forma lessicale del nostras-nostratis, e vestras-vestratis. In essa, come nelle parole Lucas-lucanatis, Brutias-Brutatis, è contenuta un’idea di derivazione di famiglia, che indica appartenenza o parentela.

In origine adunque tutte le tribù, o genti, o famiglie di popoli derivati dai Sabnis o Sabini, furono Subnites o Samniti. Ma passano i tempi, forse i secoli, e ciascuna di quelle varie popolazioni sabelliche si distingue per peculiari società o federazioni politiche, per determinati o propri confini: e accade pei popoli quello che per le famiglie uscite dalla tenda del Patriarca. E allora l’individualità del novello consorzio che ha proprio governo e proprio confine, rende necessario l’uso di un nome speciale a designarlo; nome che può venir fuori da mille fonti, di carattere etnico, o storico, o topografico, od altro che siasi. La grande famiglia Sabellica si distinse in Marsi, Marruccini, Peligni, Vestini, Oschi altresì. Il ceppo, i più antichi della famiglia rimasero Sabini; gli ultimi derivati che si accasarono nel paese, al quale poi da loro venne nome di Samnio, resteranno Sabniti o Sanniti; o nel proprio linguaggio (poiché, ultimi venuti, non sentirono la necessità di sistinguersi con altra denominazione, allora quando erano già distinte con altro nome le altre famiglie sabelliche; o nel linguaggio solamente dei Romani11; i quali avrebbero ritenuto come peculiare e propria alle genti del Sannio quella che era generica denominazione per esse. E allora forse entrò nell’uso della lingua dei latini la parola «Sabelli» ad indicare tutto il complesso delle derivazioni etniche dei Sabini.

Tra le più antiche diramazioni dall’originario tronco dei Sabini furono gli Oschi della valle del Liri e del Volturno.

Io li considero come un clan, una tribù, un popolo distinto dal ceppo di origine, non altrimenti che i Marsi, i Peligni, gl’Irpini. Però più antichi degli altri congeneri, essi si confusero nei Sanniti, quando questi invasero ed occuparono la Campania; e forse anche prima, destituiti che furono di personalità, quando la Campania-Osca, ovvero Opicia, fu sottomessa agli Etruschi.

Donde venne il nome etnico di Oschi non è noto. Tenendolo dal tema Ops-Opis (la terra ai latini), alcuni scrittori pensarono significasse i terrieri, nel senso d’indigeni; altri, da opus-eris, in senso di operai o lavoratori della terra. Ma trarre dal latino l’origine del nome etnico di un popolo che non parlava il latino, pare a me, per ragioni di logica, non attendibile: né il significato di popolo-agricoltore o popolo lavoratore della terra — ops — parrebbe più accettevole che non sia quello di popoli cultori della vigna agli Enotri, o di mietitori ai Morgeti, o di falciatori ai Siculi.

Io riferirei specialmente ai Sabellici o Sabniti delle antichissime tribù degli Oschi la tradizione del toro sacro, guida loro per la valle del Liri.

La trilogia leggendaria delle sacre-primavere guidate dal Picchio, dall’Irpo e dal Toro, si appunta e si compie nel riscontro etnografico delle sole due denominazioni dei Picenti e degli Irpini; ma si arresta per la gente guidata dal toro. Per me sta che anche queste genti presero il nome dal toro; e dal toro si dissero Oschi. La ragione storica indagheremo più giù: la filologica sarebbe questa.

La parola che indica il «toro» nel sanscrito è ukshan (e vakshas) dalla radice uksh. Dalla radice stessa derivarono, pel moderno tedesco, la voce ochs ed ochse; nel tedesco antico auhso, e nel gotico auhs, nello scandinavo oxi, che valgono tutte la stessa parola toro12. Trovando il medesimo tema tra varii antichi e moderni linguaggi derivati dal ceppo ario, ci è ragione di credere che il tema stesso sia passato nell’antico idioma degli Osco-sabellici, a forma della fonetica loro13.

Ma per quale ragione queste antichissime tribù sabelliche presero il nome etnico loro dalla fauna locale, è pregio di venire indagando.

Fu già detto che la leggenda della guida di un animale, sacro all’Iddio della gente, adombrasse un concetto religioso; bastò di considerare l’animale sacro come simbolo dell’Iddio nazionale; e non fu dato di ficcare più oltre il viso a fondo. Noi daremo un passo più innanzi.

Gli usi, i costumi, le credenze di quelle popolazioni di oggidì che siano ancora allo stato selvaggio, sono elementi di fatto accomodati a darci un’idea, per quanto sia possibile, conforme al vero, della condizione storica dei popoli antichissimi. Questo criterio, che è l’unico adeguato a chiarire le condizioni civili delle genti abitatrici delle terremare e delle caverne, non può perdere efficacia di luce, applicato che venga ad indagare le condizioni civili di quegli antichi popoli, che, pure avendo oltrepassato lo stadio di civiltà dei remotissimi inquilini delle caverne o delle abitazioni lacustri non siano ancora che salvaticamente barbari.

Io credo che il simbolo degli animali, guida e insegna e capostipite delle antichissime tribù sabelliche, si possa, fondatamente, riattaccare al costume del totemismo, quale esso è stato riscontrato tra le tribù incivili, nonché dell’America, ma dell’Africa e dell’Australia e dell’Asia. Il nome di totemismo è di origine americana, e l’applicarono a quella forma religiosa che prevale fra le Pelli-rosse: però il costume non è solo di quelle tribù e di quel continente.

Il totemismo è una forma di adorazione della natura che si estrinseca nel culto di oggetti naturali, come a dire alberi, laghi, macigni, animali, ma nella specie loro, non negli individui. Nella storia dell’evoluzione del pensiero religioso del genere umano il totemismo è come un passo innanzi del feticismo; dal quale dicono si differenzii in quanto che il feticcio del povero negro è un tale o tale altro oggetto individuo; mentre il Totem si riferisce a tutta una specie; e diventa ogni individuo della data specie oggetto sacro della tale famiglia, o della tale tribù che l’abbia a suo totem.

Quel che più fa al caso nostro, si è che le tribù, nonché le famiglie, si differenziano e distinguono l’una dall’altra secondo quel dato totem che è sacro alla tribù o famiglia. Esso lo si considera come il blasone, o l’insegna, o l’arme parlante della tribù che lo venera.

Raccatto dal libro del LUBBOCK:

«Sull’origine della civilizzazione»14, alquanti degli innumeri esempii, che egli ha raccolti dalle relazioni dei viaggiatori: e vedrà il lettore se questi dati di fatto non confortino di prove il concetto da noi messo innanzi.

«Gl’Indiani Tsimsheean della Columbia-Brittanica si dividono anch’essi — dice il LUBBOCK — in tribù ed in totems o blasoni comuni a tutte le tribù. Cotesti blasoni sono la Balena, la Tartaruga, l’Aquila, il Lupo, la Ranocchia. La parentela è più prossima tra gl’individui che portano lo stesso blasone, che tra membri della stessa tribù.

«Nell’Africa meridionale i Bechnanas si suddividono in tribù del Coccodrillo, del Pesce, della Scimmia, del Bufalo, dell’Elefante, del Porcospino, del Leone e simili. Nessuno oserebbe mangiare di cotesti animali, patroni della tribù. Essi però non li adorano: non ancora si è al culto del totem.

«In Australia quel che diciamo totem, vien detto Kobong. Ivi ogni famiglia — dice sir G. GREY — adotta come blasone, o segno distintivo, il Kobong, come ivi lo chiamano, che è un qualche animale, o pianta. Un certo vincolo misterioso esiste tra la famiglia e il suo Kobong: un membro di quella mai non ucciderà un animale della specie del suo Kobong.

«Questo sentimento di misterioso rispetto al Kobong diventa culto tra le tribù dell’America; quindi nasce la religione del totem.

«Il totem delle Pelli-rosse — dice SCHOOLCRAFT — è un simbolo del nome del primo antenato della tribù: nome ordinariamente di un quadrupede, di un uccello, o di altro animale che sia e che costituisce, se così posso esprimermi, il soprannome della famiglia. Desso è sempre un essere animato; rarissimamente un oggetto inanimato. La sua importanza significativa è in ciò, che ogni individuo fa risalire ad esso la sua genealogia; e quando egli morrà, quale che possa essere l’importanza personale sua, non il suo nome si segna sulla targa (o adjedatig) che indica la sua tomba, ma sì il totem. Il totem altresì fa che si possa seguire l’estendersi e il diramarsi d’uno famiglia, allorquando le famiglie si sono sviluppate in tribù e gruppi. La Tartaruga, l’Orso, il Lupo, furono, a quanto pare, i primi totem, e i più onorati. Essi occupano un posto distinto nelle tradizioni degli Irocchesi, dei Lenapes, dei Delavvares.

«Gli Osajes credono discendere da un castoro. E le varie tribù dei Khonds dell’India si distinguono, una dall’altra dal nome dei varii animali, come a dire le tribù dell’Orso, del Daino, del Gufo.

«Non altrimenti i Kols di Nagpore; i cui Keelis o clans portano il nome di certi animali, di cui non mangiano la carne».

A questi medesimi concetti — continua il Lubbock — si riattacca il culto degli animali; e senza parlare del Bue all’India, al Ceylan, nell’antico Egitto, si sa che le Pelli-rosse venerano l’Orso, il Bisonte, il Lepre, il Lupo; quei della Plata e del Brasile, il Jaguaro; gl’indigeni delle isole Sandwic il Cervo; in Siberia l’Orso polare dai Samojedi, e l’Orso nero dagli Ostiakes. — Che più? — Gli abitanti della Nuova Zelanda — dice Forster — riguardano come uccelli della loro divinità alcune specie di Picchi. — Ecco spiccicato il Picchio sacro a Marte nella leggenda della primavera-sacra Picena15.

Sì larga diffusione del costume del totem e del Kobong presso popoli ancora selvaggi, o poco meno, se dà un raggio di luce a chiarire il simbolo dell’animale sacro delle emigrazioni sabelliche, ci può dare un altro elemento di giudizio circa il grado di civiltà di quelle antichissime tribù, nostre protoparenti. Se non erano ancora selvaggi, e non adoravano ancora il lupo o il bue, come feticcio, erano in un grado di civiltà poco più avanzata: e se non vogliamo ritenere che l’Osco, il Picente, l’Irpino originarii, non adoravano, come loro divinità etnica, a mo’ del totem, il bue, il picchio, il lupo (perché, stando alla leggenda, secondo la sua forma dei tempi storici, il bue, il picchio, il lupo si dicono sacri al dio Marte e da lui a guida mandati) riterremo almeno, come la più naturale spiegazione del dato leggendario, che le tribù sabelliche, avendo passato lo stadio, non che del feticismo, ma del totemismo altresì, quando avvenne la divisione, avevano, come impronta d’individualità propria o distinzione di tribù a tribù, un nome tratto da un oggetto del regno animale; il quale oggetto era stato il loro totem in una età più antica.

In quale epoca avvennero le colonizzazioni sabelliche per la regione tra il Liri, il Volturno e il mar Tirreno, non è problema storico che, di sua natura, possa sciogliersi con sicurezza almeno di approssimazione.

Strabone, o le sue fonti, nelle parole che abbiamo riferite di sopra, accennano all’esodo delle colonie sabelliche condotte dal «Toro» come a conseguenza delle diuturne guerre dei Sabini con gli Umbri. Ora se nell’incertezza dell’antichissima cronologia, si vuol ritenere come un presso a poco accettabile il computo di Dionigi, sarà lecito supporre, con gravi scrittori moderni, che la catastrofe e l’assorbimento della popolazione degli Umbri nella nazione e nell’imperio degli Etruschi, avvenne un cinquecento anni prima dell’era romana16.

Che cosa veramente valgano cotesti computi di cronologia a taccio, in tanto buio di antichità, è superfluo avvertire: sono non altro che punti di richiamo per chi sale o scende la catena dei tempi: punti pei quali il presso a poco è un più o un meno di secoli. Ma poiché, quando i termini mancano, non si può procedere innanzi pel campo senza smarrirsi nel vacuo, accetteremo come un minimo quel mezzo millennio, innanzi all’era romana, delle colonizzazioni sabelliche per la bassa Italia. E queste si erano già accasate e prevalenti nella Campania, quando arrivarono alla spiaggia i navigatori elleni, e vi gettarono i semi di futuri stabilimenti. Cuma, in terra ferma, fu il più antico; e per quanto si abbia ragione di ribattere alla remotissima antichità che molti le attribuirono, surse, senza dubbio, ben qualche secolo prima dell’era romana.

E già codeste prime propagini della civiltà ellenica erano padrone delle spiaggia della futura Campania, e penetrate forse (ma tra quali limiti, è ignoto) nell’interno del paese, quando vi sopravvennero gli Etruschi, scacciando od assoggettando le genti osche; e combattendo le colonie elleniche poste alle rive del mare. L’epoca, a larghi tratti, è stata già da noi indicata nel capitolo precedente. Seguendo essi il costume nazionale dell’Etruria-posta sull’Arno e dell’altra sul Po, fondarono, anche in questa novella Etruria tra il Liri e il Volturno, una lega di dodici città; di cui fu capo la città di Volturno che poi fu detta Capua17; ognuna delle quali era (si vuol credere) a capo di minori centri, sparsi pel suo contado.

È fama cotesto imperio si estendesse fino al promontorio di Minerva o della Campanella, ove è detto che fu fondazione loro Marcina (che è oggi Vietri sul Mare). Ma distendendosi per la futura Campania, non vi trovarono, di certo, pacifica accoglienza. E le guerre, le conquiste, l’ordinamento federale delle città e dei comuni sottoposti, dovettero senza dubbio essere causa di profonde perturbazioni nello stato politico e sociale delle popolazioni osche.

Non è dato di sapere a quali condizioni di fatto vennero i popoli soggetti; come fu limitata la libertà personale di loro; come ordinato il possesso o l’uso della proprietà; e se questa o suddivisa da capo o assunta tutta o in parte a pro dei nuovi dominatori. Ma questo gran fatto dové necessariamente originare gravi conseguenze sociali. Ond’è che non ci crediamo fuori del vero, se attribuiremo a cotesto complesso di eventi e di conseguenze politiche, l’uscita, o la cacciata, o l’emigrazione di popolazioni osche in cerca di nuove sedi, al di là del fiume Silaro.

NOTE

1. VARRONE lasciò scritto (De ling. lat. VI):

Sabina usque radices in lingua osca egit. E in AULO GELLIO (XI, 1) si legge: Vocabulum ipsum multa idem Marcus Varro non latinum , sed sabinum esse dicit; idque ad suam memoriam mansisse ait in lingua Samnitum, qui sunt a Sabini orti.

2. I Romani da poiché non vennero in relazione coi Sanniti se non dopo i contatti che essi ebbero con gli Oschi della Campania, e poiché l’idioma dei Sanniti trovarono identico a quello degli Oschi, essi la parola loro nota a significare il linguaggio dei popoli abitanti la Campania, ovvero Opicia, estesero all’idioma dei popoli del Sannio.

3. Lib. V, 371.

4. Lib. V, 383.

5. In FESTO si legge:

In omnibus fere antiquis commentariis scribitur Opicum pro Obsco_, ut in Titini fabula quinta: Qui obsce et volsce fabulantur, nam latine nesciunt_.

6. In FESTO è detto:

Oscos quos dicimus, ait Verrius, Opscos antea dictos, teste Ennio…

7. Restò, nel latino, promiscuità di significato tra Sabino e Sabellico — VIRGIL. Georg. III, 255: dentes sabellicus exacuit sus; e qui SERVIO commenta: Sabinus: et est species pro genere. — Aeneid. VIII, 665: pugnant… veruque sabello. — Aeneid. VIII, 510: Natum exhortat ne mixtus matre sabella. Hinc partum patria traheret.

8. L’iscrizione osca dice: Vereias luvkanateis… MOMMSEN ed altri interpretano: Concilii, ovvero Reipublicae Lucanatis o Lucanae (V. FABRET Gloss. Italic. ad v.).

9. In FESTO:

Bilingues Brutates Ennius dixit.

10. Giova ricordare la parola Scabellum, Scabillum, che deriva da Scamnum, ma per l’interposta parola di Scab-num.

11. Dico «nel linguaggio solamente dei Romani» inquantoché alcuni scrittori avvertono che il nome nazionale dei Sanniti fosse Safinis (come si legge in una moneta della guerra sociale), che io non credo: poiché il Safinim di quella moneta equivale evidentemente a Sabinim (Sabinorum).

12. Dalla stessa fonte il greco μόσχος, vitello.

13. Né il passaggio sarebbe forzato. La gutturale k = q (del tema Uksh) passa soventi, come si sa, nella labiale p, ai Greci; ed è ben noto il fenomeno glottico all’osco che muta la gutturale q = k nel p stesso (quid-pid); e se si consideri che il gruppo delle sibilanti sh nella radice nksh deve rendere il doppio suono della spirante e dell’aspirata, parrà non fuori regola la permutazione della primitiva Uksh in Opsc, Oqsc, che è lo stesso.

14. LUBBOCK, Les origines de la civilisation (traduct. de l’angl.). Paris, 1873, p. 129-256; 332.

15. conf. SPENCER, Principes de Sociologie — trad. Paris, 1886 — vol. I, capitolo XX, sul «Culto degli animali». Dal quale riferirò ancora qualche altro particolare.

«… Un tratto caratteristico delle tradizioni dell’Asia Centrale è (dice Mitchell) che ciascun popolo fa derivare la sua origine da qualche animale». Secondo Brooke «i Dayaks della riva del mare si astengono superstiziosamente di mangiare di taluni animali, perché suppongono che questi siano uniti in parentela a qualcuno di loro antenato che furono generati da tali animali, o che li ànno generati».

Livingstone riferisce che

«presso le tribù bechuane la parola bakatla,significa quei della scimmia; la parola bakuena, quelli del serpente alligatore; batlassi, quelli del pesce; ed ogni tribù professa un timore superstizioso dell’animale del cui nome essi si chiamano…».

E continua con una serie di simili tradizioni-credenze di popoli selvaggi.

16. MICALI, L’Italia avanti il domin. dei Romani, I, cap. X. Il DURUY, Hist. des Romains, I, p. 34, scrive:

«Secondo gli annali etruschi (Varr. apud Censor. 17) 434 anni (e secondo Dionigi cinquecent’anni) prima della fondazione di Roma fu compiuta la ruina degli Umbri. Al loro imperio successero i Rha-Sena…»

17. STRAB. V, 371.