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CAPITOLO III

I PAESI DELLA REGIONE — LE ORIGINI

La trasformazione dell’antico mondo romano nella nuova società che venne fuori dalle invasioni dei barbari, accadde in quel buio e misterioso devenire che è il periodo delle origini di tutte cose; e durò de’ secoli. La catena dei tempi ne fu spezzata; il cataclisma parve distruggesse il procedimento graduato della vita di tutte cose; e non si videro se non a distanza di tempo i nuovi germi, i nuovi elementi, i nuovi aspetti della nuova società. Tutto apparve, e fu infatti mutato; ordini civili, economici e sociali, lingua, famiglia e proprietà, chiesa, stato e comune, e con essi la legge, il diritto, l’arte, l’industria, i commerci, le vesti, gli àbiti, le consuetudini di vivere, le credenze; tutto.

Delle antiche città altre caddero e disparvero; altre caddero, e mutarono di posto e spesso di nome; altre sorsero di nuovo, alcune riattaccando le origini alla stessa società romana, altre agli ordini barbarici novelli. Con le città, erano cadute e mutate le antiche genti; nuove genti erano surte nel rimescolamento caotico che apportò l’allagamento barbarico.

Indagheremo, più innanzi, gli elementi varii onde venne la composizione del nuovo popolo che abitò la regione. Tenteremo, in questo luogo, di rintracciare le origini de’ nuovi paesi, e delle nuove denominazioni alle terre che i nuovi popoli abitarono. Questa seconda indagine è d’uopo preceda, perché servirà di fondamento alla prima. E poiché questa indagine si riferisce essenzialmente al periodo delle origini, è chiaro non potrebbe desumersi con minore incertezza, se non rimontando al significato primo della parola affissa al paese o ai luoghi abitati. Di qua sarà possibile di giungere alla notizia di coloro che vi si stanziarono. I popoli che primi dimorano in un luogo, o dissodano primi una terra, o che occupino le sponde di un fiume, essi impongono primi il nome al luogo, alla terra, al fiume; quelli che vengono dopo, raro è che mutino i nomi. Li trasformano piuttosto, inconsciamente, secondo le leggi del vivo idioma che parlano: ma non li cambiano, che o per ragioni straordinarie e speciali, che, sfuggendo a possibilità di proficua ricerca, per lo più restano ignote; o se impongono nuovi nomi, e da capo, vuol dire che l’antico nome al paese, alla terra, al fonte, al bosco, al fiume era scomparso, con lo scomparire degli antichi coloni.

Ma se la nuova società che surse dal rimescolamento barbarico, coll’andare del tempo si rinnovò da capo, non vuol dire che fosse tutta nata di un getto dalla terra come gli uomini di Pirra, senza madre, e senza un qualche anello, per quanto esiguo, alla catena del passato. La nuova società si soprappose all’antica; la demolì, la distrusse; ma le fondamenta non potevano essere distrutte; alcuni almeno de’ materiali antichi vennero messi in opera. Quindi nell’indagine cui mettiamo mano, l’antico non può trovarsi eliminato del tutto.

Una grande parte surse da capo, senza gancio al passato, molto tempo dopo che la forma dell’antica società era scomparsa. La vecchia popolazione, stremata se non distrutta, lasciò inculte le terre, inabitati i campi: crebbero le foreste, le selve, le sodaglie. Qui man mano si adagiò altra gente; poca, esigua, meschina, e pure, benché lentamente, espandentesi. Questa, gente nova, di tempi novi, dové, per necessità dei commerci della vita, dare un nome ai campi che occupava, al bosco che diradava, al fonte che la dissetava. Esse si trovarono nelle stesse condizioni di coloro che tanti secoli prima li precedettero in terre incognite, incolte, inabitate. Gli uni e gli altri fu d’uopo che parlassero, s’intendessero, o denominassero la terra, il bosco, il fonte.

Le popolazioni crebbero di numero a poco a poco, ramificando di generazione in generazione una famiglia da un’altra: più lentamente sorgono gli umani abitacoli, aggiungendo alle prime capanne un’altra e poi un’altra. — Quali hanno potuto essere le origini naturali delle nostre borgate, dei villaggi, delle città? Il fatto delle origini non può avere testimonianza di storia: ma i lineamenti generali del fatto può determinarli con sicurezza anche il senso comune.

Dominava nell’assetto della proprietà la forma del latifondo, massime sotto l’Impero. Sul latifondo, coltivato da schiavi poi da servi e da coloni, è d’uopo esistano qui e qua le capanne dei coltivatori, le case del villico, le stanze del signore, quelle delle scorte. Ecco il nucleo di una villa — rustica, urbana e fructuaria — nelle sue tre ramificazioni ricordate da Columella. Ed ecco l’embrione primissimo di quella che poi diventa città e che è appunto ville ai Provinciali delle Gallie. Tre, o quattro, o più di queste ville formano un vicus; e da vichi più grandi il pagus. Cotesto latifondo, villa o vicus, ha già un nome suo proprio; che, per lo più, è dal nome gentilizio della famiglia che lo possiede, e che nella tenace eternità domestica romana lo trasmette all’erede di età in età: — praedium Sabinianum, Sicinnianum, Avillianum, Tullianum, e cento altri simiglianti. Poi la famiglia si estingue, ma il nome resta; ovvero dal complesso del latifondo passa a quella parte solamente ove il vicus è cresciuto in pagus.

Vengono i barbari: si dividono le terre e le famiglie dei vinti romani; si accasano con essi da ospiti; e questi ospiti ben poco graditi, prendono sia la terza parte delle terre, sia dei frutti della terra coltivata dal vinto romano. Altre terre, inculte e spopolate, sodaglie o boscaglie in dominio del re, sono donate dal re, o dal capo ai suoi gasindi o compagni. A costoro giova, dopo gli esercizii della caccia, trarne alcun profitto. Laonde spargono su di esse sia la famiglia dei vinti, sia dei compagni «arimanni» che li hanno seguiti dalle patrie foreste; e costoro si accasano qui e qua con casa e famiglia. Quattro, o cinque o più case formano un casale, come li chiamano le carte longobarde. Parecchie altre di queste famiglie accasate sul fondo che esse coltivano, formano una massa.

Ma il barbaro non ama le città, e preferisce le foreste. Se nel gruppo delle ville romane, entra l’ospite barbaro, e questi è un capo, egli vi costruisce in mezzo la sua casa (Aula, Sala Curtis) che sarà naturalmente un fortilizio, e darà un nuovo nome al fondo. Intorno ad essa si aggruppano, se sono sparsi, i nuclei delle ville e delle masse, per ragione di sicurezza, e si cingono di un vallo di palafitte o a terrapieno. Anzi poiché perdura e aumenta il turbamento delle invasioni, delle guerre e delle rappresaglie, gli sparsi vici lasciano il piano e si tramutano al prossimo colle, ove sarà più agevole la difesa; e traslocando i poveri penati, spesso portano al colle il nome che già avevano al piano. Così avvenne, e così è chiarita l’anomalia che qualche volta s’incontra tra il senso della parola topografica e il posto in cui siede il paese. Né altrimenti avvenne delle città, reliquie della grandezza latina e greca, smantellate dai vincitori, cadenti, e spopolate dalle guerre e dalla malaria: lasciano la pianura, e si tramutano sui monti.

Nelle terre sortite o donategli il barbaro, a costruirvi il suo ostello, sceglie il luogo eminente, per natura il piu aspro e il più forte, e vi aggiunge torri, spaldi, fossati. Ecco la motta. Chiama intorno a sé i suoi fedeli; i censuali vi accorrono a sussidio e conforto di difesa comune. A piè del castello nasce il borgo; poi man mano si cinge di un muro, e diventa Rocca o Castro. La chiesa del castello si apre ai borghigiani; e il borgo diventa pieve.

Cessate le invasioni, le erme solitudini si vanno popolando per altre vie. Il feudatario chiama in franchigia, come ad asilo romuleo, sulle sue terre i vagabondi, i paltonieri, i malviventi, e ben volentieri accoglie gli alibi-nati o albani o stranieri, Greci, Epiroti, Bulgari, Schiavoni, e gli avventizii da altre città, da altre provincie prossime o lontane. Da questo fatto, o dalla lingua della gente che vi si aggruppa prende nome la terra. Non altrimenti s’industriano i monasteri dei due grandi ordini del tempo, Basiliani e Benedettini; cui la pietà dei conquistatori, avventurieri e baroni, donano solitudini di terre senza popolo e senza confini. Intorno ad una Cella di monaci, o di gastaldi o canovai del monastero, o intorno alle laure dei cenobiti si aggruppano man mano le capanne dei servi, dei ministeriali, dei guardarmenti, poi dei censuali, poi degli oblati. L’abate addiventa barone; e il nuovo villaggio prende il nome o dal monaco, abate o Papasso, o più frequentemente e più largamente dal nome del Santo, a cui è dedicata la chiesa, l’eremo, o il cenobio.

Così sursero le ville: come sursero i nomi?

In genere, i nomi non sursero con l’incolato collettivo, ma preesistevano. Il nome che aveva il predio prima di diventare vico, o pago, passò al vico e al pago; e vi restò affisso così, che se questi tramutano sedi, anche il nome emigra con essi, a ricordo tenace e tenero della patria in cui si è nati. Come tutti i nomi moderni delle contrade rusticane, anche le antiche nomenclature non trassero il nome, in genere, se non da qualità speciali del terreno, culto o selvatico, brullo o popolato di alberi; o dalla qualità delle piante stesse; o dal modo onde gli venne sboscamento o coltura; o dalla postura sua in poggio, in monte, in valle; o da qualche opera artefatta; o da una speciale condizione del luogo, un muro, una vedetta, una chiesuola, un eremo, un’officina, una caverna, un rivolo, un abbeveratoio, una cascina, un macigno fesso, sporgente o incavato; e il luogo del pedaggio, e il traghetto della scafa, e il luogo della salagione del pesce, e il fondaco in riva al mare, e il fondaco entro le viscere della terra, e un riparo artefatto da scogli, e l’acqua dello stagno e le acque termali… —, che più? — anche la luce e l’ombra, il chiaro e l’oscuro, siccome condizioni di bellezza e di orridezza, furono fonti ai nomi topografici antichi e moderni. E il nome generico non tarda a diventare specifico; sia perché cambiando i popoli e trasformata la lingua, se ne perde pei nuovi arrivati il significato primitivo; sia per quella operazione della logica umana che fa particolare un nome generico solo perché è dato abitualmente ad un individuo, quasi impronta speciale che ne determini l’individualità sua. Tutte le infinite serie si protrebbero ridurre a queste brevi categorie: ma non occorre. Basta ricordare con Max Muller, che «tutti i nomi più particolari sono in realtà termini generali; in origine espressero una qualità generale; e non vi è una qualunque diversa maniera, in cui potessero essere stati formati»1.
A questi concetti generali non si sottraggono le origini della nomenclatura topografica della nostra regione. Noi verremo ormandoli paese per paese; aggiungeremo, qui e qua, e per quanto è possibile, anche la indagine sulla nomenclatura dei luoghi campestri d’intorno al paese abitato; poiché soventi il nome delle contrade rusticane di esso aggiungerà lume alla ricerca della gente che vi stanziava. L’illustre G. Ascoli, a proposito di una Toponomastica Italiana che aveva in animo d’intraprendere, scrisse già: «I nomi locali costituiscono, nel giro della storia, una suppellettile scientifica che si può confrontare con quella che nell’ordine delle vicende fisiche è data dai diversi giacimenti che il geologo studia. Per buona parte i nomi locali rientrano senza altro nello schietto dominio della speculazione dialettale; ma in non poca parte essi formano una materia di studio, più ancora preziosa e peregrina di quella che non si rinchiude nella dialettologia vera e propria» (in Perseveranza, 8 sett. 1891). A questa futura «Toponomastica» apportiamo la nostra simbola, ma agli intenti puramente storici dell’opera nostra. Seguiremo in questa indagine l’ordine alfabetico; e, nella grande accolta dei nomi, tra i certi e i dubbiosi non ci rimarremo dall’indicare anche quelle che a noi stessi paiono dubbie origini, e quelle che restino sorde ai nostri tentativi2.

  1. ABRIOLA. — È il Brolium del medio evo, che fu propriamente selva circondata di muro o di altro che siasi, chiuso per esercizio della caccia al feudatario, e che dalla qualità di recinto passò di poi a significare anche un giardino da frutta. Il Broletto di Milano, il castello di Broglio in Toscana, Sant’Angelo in Brolo di Sicilia, ed altri parecchi furono dell’origine stessa. Cotesti «parchi da caccia» sono detti precisamente Briolia nella Legazione del vescovo Luitprando (ediz. Pertz) del secolo X. — Da Briolia Abriola, con semplice protesi dell’a. — L’origine del paese è dunque da alcun luogo di caccia di un conte longobardo; e se fu stanza temporanea di Saraceni, come da altri fu detto, non ne ebbe le origini.

  2. ACCETTURA. — Il tèma della parola è Acceptor, che nel basso latino (come usa nelle leggi longobarde) è lo sparviere, accipiter. — I luoghi, che prendono nome dagli animali, quelli segnatamente destinati alla caccia del signore, sono frequenti: tali Falconara, paese dell’Anconitano e del Cosentino; Vulturara, Appula ed Irpina; e Cervara, e Cercinara, e Orsara e Lupara, paesi delle provincie di Roma, di Caserta, di Campobasso, di Alessandria, ecc. — Identiche le origini di Acceptòr-a; cioè terra o luogo abbondante del genere sparvieri, uccelli della nobile famiglia dei falchi, che erano riservati unicamente alla caccia del signore e de’ nobili; e per cui fu riconosciuta anche un’ara acceptoria. — Il suffisso a di acceptor-a, io credo sia contrazione fonetica, ovvero reliquato del suffisso ara di Falconara, Vulturara, ecc.: contrazione avvenuta per isfuggire al brutto suono della duplice e prossima sillaba canina or-ara.
    Se mai l’originaria forma della parola fosse stata acceptó-ia, acceptu-ia, essa indicherebbe più specialmente un luogo ove si ritengono e si educano falchi e sparvieri. Non improbabile «torre di muda» o di uccelliera alle caccie, di un nobile longobardo, franco, o normanno.
    GALLIPOLI, superba tenuta boscosa, oggi tra le inalienabili dello Stato, dal greco καλλίβωλις?, fertile e pingue. Ivi era un Castrum Gallipoli detto de Montanea, nel Registro normanno dei baroni. — COGNATO, altra parte della tenuta medesima. L’Aper Cuneatus era ai Latini un campo a forma di cuneo. Di qua l’antico nome al bosco, che non so se conservi tuttavia l’antica forma.

  3. ACERENZA. — Nei titoli epigrafici latini è Acheruntia (Corp. Insc. Latin. IX, 417); in titolo pestano, di tarda età (Ibid. X, 5184) è Acerentinorum. In MSS. di Orazio è Acheruntia ed Acherontia (in Corp. Insc. Latin. vol. IX).
    La forma primitiva latina del nome dové essere Acherutia (non Acherusia): il posteriore intercalamento della n non poteva avvenire altrimenti che innanzi alla t. Credo che ebbe origini dagli Osco-Lucani, a ricordo dell’Akere (Acerra) della Campania, onde essi mossero. La desinenza in utia penso significasse il diminutivo; argomentando dall’identico significato della desinenza utius ed ucius del basso latino.

  4. AGRI, fiume. — L’originario significato è nel greco «senza moto, ovvero lento e tardo». Vedi al vol. I, capitolo ultimo.

  5. ALBANO. — La terminazione ano ed ana, comunissima a nomi locali della Italia meridionale, è dai moderni filologi riconosciuta come significativa di proprietà o possesso, ed è inflessione da nomi gentilizii. Fu propria dei Latini questa maniera di determinare il predio dal nome del suo proprietario; e l’ager, rus, praedium, villa, Sabinianum, Tullianum, Luciliana… sono frequentissimi nelle iscrizioni, nel digesto, negli scrittori. Il chiar. professore Flechia ha pubblicato un suo speciale studio «sui nomi del Napoletano derivati da gentilizii italici» (Torino 1874); e di più che trecento di cotesti nomi topografici riscontra il nome gentilizio originario nelle iscrizioni scavate per le nostre regioni. La derivazione è, senza dubbio, delle più accertate: il che però non toglie che talvolta il nome derivi da fonte diversa e molto più recente dell’Impero. — Albano dunque «Albianum è, dal gentilizio Albius delle Iscrizioni. Un fundus Albianus è nelle tavole alimentarie dei Liguri Bebiani, e quattro in quelle di Velleja» — (Flechia). Io crederei più probabile sincope da Albanius, che è pure nome in antiche iscrizioni.

  6. ALIANO. — «Allianum, da Allius delle Iscr.» (Flechia).

  7. ANZI. — Per le probabili origini da genti enotrie, anteriori ai coloni elleni, vedi al cap. IV del vol. I.

  8. ARMENTO. — Fu territorio indubbiamente occupato da antica città, forse di gente greca, come si argomenta dalle nobili reliquie tratte fuori dalla sua necropoli; la quale di tanto in tanto apre i fianchi alla luce del giorno, per incontri fortuiti di agricoltori o per cupidi tentamenti di trafficanti. Ma la necropoli è ancora muta sul nome della città cui essa appartenne; e per prove, non piene, ma piuttosto congetturali, abbiamo indicato il nome di Alesa, o Calesa, o Calasarna, nel capitolo ultimo del I volume.
    Il nome del paese odierno inclino a crederlo dei bassi tempi. Ed ad una delle due probabili origini parmi lecito riattaccare il significato della parola.
    L’una rimonta ad un probabile radicale ramet, donde venne la parola ramentalis; che, come attesta il Ducange, aveva lo stesso significalo di Ramerium; e questo ebbe senso di «terra inculta sparsa di vepri e fratte, adatta al pascolo». Il «Ramerium» è vivo ancora oggi, con lo stesso concetto, nel ramiers dei Provenzali e nel ramière dei francesi, pei quali significa quella vivace riga di alberi, arbusti e vetrici che vien su alle sponde dei corsi di acqua3.
    La flessione terminativa in ale di Ramet-alis non è se non di un derivato; onde si risale indubbiamente ad un originario Ramet, il quale addiventa senz’altro Rament per la solita e comune intercalazione della n innanzi alle dentali4. Ramento adunque (come il suo derivato intensivo Ramentale) ebbe l’originaria significazione di «sodaglia sparsa di fratte e macchieti atta al pascolo, specialmente presso a corsi di acqua» — La r, che fra le consonanti è la più mobile, ha mutato di posto così facilmente come in Orlando che è da Roland, in arnione da rognone, ecc. Aggiungerò, a rincalzo, che «Armento» è pronunziato dal popolo nella forma di Rimiento o Arimiento; e che in quel di Moliterno è una contrada detta Rimientiello, forma diminutiva senza dubbio di un Rimiento. — E così anche il vocabolo «Armento» sarebbe l’equipollente di tanti altri nomi: Spinoso, Spineta, Fratte, e di tanti altri Macchia, Maglie, Magliolo, ecc.
    L’altro significato originario sarebbe quello del basso latino vaccaricia e stabulum. In Ducange è questo passo di antica scrittura: Et jussit servis suis sancta corpora latenter asportare ad armentum gregis sui, et ibi in medio fosse humo operiri. In Deffenback (Gloss. latin-german… infimae aetatis. Francf. 1847) è equivalente di vaccaricia. Il significato ne manifesta le origini. — Ed a conferma, gli equipollenti geografici, non mancano: Lequile (equile), paese presso Lecce, Vaccarezzo in quel di Cosenza, e Caprile, e Capriglia, e il nome che ebbe fino a ieri, il paese, in quel di Salerno, che oggi è mutalo in «Stella Cilento».

  9. ATELLA. — Nome di antica città lucana, ignota alla storia; ma a dirla antica città ci licenzia il suo nome che non ha significato nello lingue latina o neolatine. Se il nome è antico, tale sarà, in origine, il paese; e le antiche origini (come fu detto innanzi) deriverebbero dagli Osci dell’Atella di Campania, donde vennero i proto-lucani. Nelle monete di questa Atella Campana, la città è detta, in osco, Aderl, che (in Fabretli, Gloss. Italic. ad. v.) sta per Aderula, da Ader = ater, col suffisso diminutivo la; e significherebbe quello che agli italiani è «Città nera» o ai Tedeschi «Schwarzstad».

Da una tradizione di conio erudito fu detto che l’Atella lucana surse sulle ruine di Celenna, ricordata da Virgilio (Aen. VII, 739); ma di cotesta Celenna, specialmente in Lucania, non si ha notizia di sorta. È un’opinione, di cui non sarà inutile rintracciare l’origine e il processo, che è questo. Le storie ecclesiastiche dicono che Giuliano, vescovo e famoso come fautore del pelagianismo nel V secolo, fosse nato in Atella. Sant’Agostino, o, a dir meglio, un libro apocrifo che porta il suo nome, dice di lui: te Apulia genuit. Inoltre, non so quale altro storico disse altresì Giuliano vescovo e nativo di Celenna (in Giustin., Diz. geogr. sub Atella). Dunque (concluse, sillogizzando, la vecchia erudizione locale) Atella, patria di Giuliano, era in Apulia. Ma l’Atella di Apulia non può essere se non questa sui fianchi del Vulture (Vulture in Apulo, cantò Orazio); ma dessa è moderna; dunque essa surse là dove fu la Celenna, che fu patria a Giuliano. — Che il raziocinio zoppichi delle sue gambe, non importa agli eruditi, se la conseguenza fa comodo: — e zoppicando andò innanzi.

L’odierna Atella surse, ovvero risurse allo estinguersi di un paese che fu detto Vitalba, del quale non è notizia nelle fonti classiche, ma è nominato nel registro normanno dei Baroni, ed ebbe certa esistenza fino al secolo XIII. Anzi questa Vitalba fu sede di Vescovo; e la si trova indicata quale una delle dodici suffraganee all’arcivescovo di Bari e Canosa, in bolle del 1025, del 1089, e del 11725. Dipoi scomparisce: e in documento del 1281 si legge di un mulino posto in tenimento terre Vitalbe exhabitate; ma non del tutto, per vero dire, deserta, se in altra carta del 1282 troviamo un Casale Vitealbe. In un precedente atto del 1175 è indicato, come unico, un giudice (a contratti) Vitisalbe et Armaterie; faceva dunque un tutto insieme con Armatieri, che in carta del 1307 è detto exhabitatum etiam et totaliter destructum. Il grande feudo o baronia Vitis AIbe, con S. Fele, et suis pertinentiis, fu da Carlo II, di Angiò, successivamente assegnato a ciascuno de’ suoi figliuoli, e prima a Raimondo Berengario, poi a Pietro, morto alla battaglia di Montecatini, e poi a Giovanni6.

Atella ebbe a sorgere nei pressi del posto ove fu Vitalba: e surse nei primi anni o decennii del secolo XIV. Esiste ancora un atto del 1330, nel quale gli uomini Casalis Rivi nigri supplicano di essere sgravati da pagamenti imposti al comune; dappoiché propter costructionem terre Atelle gli uomini di Rionero avevano emigrato alla prossima nuova Atella, propter libertatem, quam consequebantur decennii spatio; libertà, cioè franchigia di imposte7. La nuova città sorgeva per opera di un figliuolo del re che era Giovanni, conte di Gravina, non ancora duca di Durazzo, e sorgeva, si può dire, come città più che come un villaggio, e città murata, poiché la si trova detta Castrum.

Abbiamo dunque, caso raro, quasi l’atto di nascita della novella città. Ma il nome era antico; e non può non essere antico, poiché la parola non ha corso, non ha significato nell’ idioma nostro, o nel basso latino medievale.

In una bolla del 1152, di Eugenio III al Vescovo di Rapolla, è nominato, oltre a Ripacandida ed a Vitalba, anche il Casale S. Marie de Rivonigro, e il Casale Sancti Angeli de Atella. E in una donazione del 1221 alla chiesa di S.M. de Pierno, si dà per confine al fondo donato una stratam Atelle. Preesisteva, dunque, Atella al secolo XIV. Ma I’on. Fortunato che pubblica anche questi due documenti, dubita della sincera fede dell’uno, e crede, quanto all’altro, che si abbia a leggere piuttosto strata Labelle, ossia di Bella. E il suo dubbio può essere fondato. Ma non resta men vero, a mio avviso, che il nome di Atella, dato a quel luogo presso al fiume Triepi, non può non essere antico; epperò indizio, ovvero eco di antico incolato, de’ tempi romani o preromani. Non può ammettersi che sia surto o siasi dato un nome, del quale non è significato nella lingua di chi la parla o lo impone8.

TRIEPI, fiumicello presso Atella, forse da τρύπα, fosso profondo; ovvero flessuoso, tortuoso, se da τρεπω. — BOSCO DI BUCITO; bucetum, luogo ove pascolano i buoi: Calidi lucent buceta Matini, si ha in Lucano; — o piuttosto o preferibilmente Albucetum, dalle piante di albucum, che è l’asfodelo delle gigliacee (Plinio, XXI, 109).

10. AVIGLIANO. — «Dal gentilizio Avillius o Avilius. Un fundus avillianus è nelle Tavole alimentarie dei Bebiani, e un altro in quella di Velleja» (Flechia). — Io trovo la prima menzione di Avigliano in una carta greca del 1127, pubblicata nel Syllabus graecarum membranar., a p. 134.

LAGO PESOLE. I letterati che pretendono di correggere il popolo scrissero Lago pensile, e farneticarono di un isolotto pensile e mobile sulle acque del lago, in balìa del vento! Io non intendo di questi miracoli; ma credo che la radice della parola è in pessum che significa — in basso, in profondo. Per mare pessum, scrisse Lucano. Da pessum, è dato supporre un diminutivo pessulum; e questo darebbe al lago il significato; dalle acque «alquanto profonde» — La favoletta dell’isolotto «mobile» in balìa del vento, nacque, senza dubbio, dalla pretesa etimologia erudita di «pensile». In una relazione del 1674, si fa parola di un boschetto di arbori foltissimo che sorgeva dalle acque in mezzo al lago; il che indicava senza dubbio il basso fondo di un isolotto: ma non vi si accenna affatto al miracolo della mobilità. Il lago è detto in quel documento di «un miglio e più» di circuito (Ap. Araneo, Notiz. stor. di Melfi, p. 331). — A Lagopesole era un paese di tal nome al medio evo, surto intorno al Castello, il quale se ebbe probabile origine dai Normanni, è piuttosto opera di Federico II nello stato in cui oggi esiste. — Una carta del 1304 fa menzione del Palatium ac terram Lacuspensulis, donati da Roberto, duca di Calabria, a suo fratello Raimondo Berengario (nel Syllab. membran. ad r. Siclae Archiv. ecc., vol. II, parte 2ª, pag. 116).

11. BALVANO. — Balbianum da Balbius (Flechia). O non piuttosto da Balbus?

MONTE DELL’ARMO, qui e in molti altri luoghi, dall’antico germ. Earn, Aquila: — Monte dell’Aquila. — ? — MONTE ARPE, v. Latronico.

12. BARAGIANO. — Il suffisso terminativo di questa parola significherebbe (come si è detto in Albano) possessivo, proveniente da nomi gentilizii. Ma né il prof. Flechia ha trovato il gentilizio Varagius o simigliarne; né so se si troverà mai. — L’origine della parola è del Medio Evo. Barragium significò anche il diritto di pedaggio che era pagato «alle barre» di una città, o ponte, o via sbarrata dal feudatario al transito dei greggi e dei commercianti. Da Barragium è Barragianum in significato di «luogo proprio o destinato a pagare il pedaggio», con aggiunta, al radicale, di una flessione che esprime relazione generica di appartenenza, come in italiano. A questo BARRAGIANO (se è dato risalire al lume di una parola la buia catena dei tempi) pagavano il passo le greggi che dalla valle del Sele risalivano alle pascione degli Appennini tra Picerno e Potenza che sono dette i Foi. Prossimo al paese è il piano detto della Dogana, che, di certo, è testimonianza del fatto da noi indicato. — Un altro COLLE DI VARAGIANO è in quel di Melfi sull’Ofanto. Quivi pagavano il passo le greggi che dalle pianure di Ascoli salivano ai pascoli di Monticchio.

Nelle carte angioine, pubblicate nel Syllabus membran. ad regiae Siclae archiv. pertinentium, è frequente menzione di uffiziali super custodiam passuum et stratarum di Basilicata e di altre provincie. Non so, se erano per ufficii civili di sicurezza pubblica; ma di certo ufficii fiscali sui pedaggi.

13. BARILE. — Le sbarre o cancelli, messi alle porte della città e ai ponti e alle vie per esigervi i dazii, erano detti Barrale, Barrelium, Barragium. Da questi rozzi congegni della fiscalità medievale è venuto il nome a molti paesi; come, presso Napoli, La Barra; il Barrizzo in quel di Salerno, e il nostro Barrile. A questo Barrile pagavano il passo le greggi che salivano al Monticchio dal lato di levante; ad un altro «Barrile» (che non è paese) presso l’Ofanto e l’Olivento, quelle che venivano dalle pianure di Cerignola.

Il paese è più antico dei coloni che le vennero dall’Albania, e prima segnatamente da Scutari, che cadde in mano dei Turchi nel 1464. In un breve di papa Eugenio del 1152 è già notizia di una chiesa S. Maria de Barrelis cum casalibus (In FORTUNATO, S. Maria di Vitalba, già citato). — Altri e numerosi coloni vi giunsero da Corone nel 1534, e poi da Maina nel 1647 (V. cap. IX).

14. BASENTO, fiume. — Dal greco βασσα, concavitas, e βασσων, profundior. Vedi al capitolo ultimo del I volume.

15. BELLA. — Nome moderno di antica città, Abella. Della Abella, campana, Servio trasse il nome ab nucibus abellanis; Pott, dalla radice alb, bianco, quasi albella, in senso diminutivo; Mommsen e Corsen, ricorrendo all’umbro, da aber per aper; e l’Aperula sarebbe la «piccola città dei cignali» come è ai tedeschi Eberstadt (ap. Fabbretti, Gloss.). — L’Abella lucana trasse origine dagli Oschi della Campania, come altrove fu detto. Io credo che a questa antica Abella si riferiscano i popoli Strabellini, che Plinio nomina nella regione II (Apulia) di Augusto. Dai Strabellini si è cavato il nome di Straballum alla città, che altri vorrebbe riconoscere superstite nell’odierna Rapolla; ma questo per me è nome derivato dal basso latino (Vedi qui appresso ad v.).

Monte Pistella o PISTEROLA: Posterula, diminutivo di posta, che nella lingua viva de’ pastori anche oggi significa «stazione ove si tengono a figliare le greggi». Da ponere, mettere in terra; come da jacere è l’agghiaccio. — FONTANA DE’ SARACENI.

16. BERNALDA. — In origine era detta CAMARDA, ma nel XVI secolo, a quanto pare, dal casato del feudatario venne fuori il nome di oggi. Infatti, in un documento del 1501 è nominato Bernardino de Bernardo come signore appunto terre Montis acuti et Camarde (V. in Archiv. storico delle prov. Napoletane dell’anno 1880, pag. 122). La vecchia Camarda era a circa un chilometro dall’attuale Bernalda; e se ne veggono i ruderi nel luogo detto S. Donato.

Camarda io trovo nominata la prima volta in una carta del 1099 (ap. Di Meo, Ad ann.). Il nome accenna a stanziamenti greco-bizantini: ai quali ultimi significò una specie di tenda, a forma arcuata (Ducange, Gloss. Inf. Lat. ad v. Camaradum), e in misura da contenere molta gente, se argomentiamo dall’italico «camerata» che derivò da quella. — Altra Camarda è presso l’Ofanto, in quel di Melfi, non lungi dal vallone del Catapano: raffronti non dispregevoli di grecismo locale. Altra presso Catanzaro, ove fu pure lungo albergo di genti bizantine. Altra presso Apricena. — Tutte queste denominazioni indicano ivi stazioni, o acquartieramenti stabili di truppe bizantine. — Camarda, sia per la poca salubrità del luogo, sia per guerre e incursioni violente, era quasi deserta di popolo nel secolo XV. Nel 1470 il feudatario Pirro Del Balzo vi chiamò nuovi coloni ad abitarla e coltivarne le terre. Ma la nuova colonizzazione non attecchì: e passato il feudo in dominio del barone Berardino de Bernardo, mutarono definitivamente di sede, ai principii, come io credo, del secolo XVI (V. Tansi, p. 93, Hist. Monast. Montis Caveosi).

PIZICA, da πὺξος: onde si vuol supporre un pyzicus, terra o luogo di bossi. — GAUDELLO, diminutivo di Gaudo o GALDO, nota significazione di bosco ai settentrionali. — PICOCO, non dal greco, come fu detto; ma è il pretto Bicoca o Bicocca, castello o piccolo luogo fortificato, al m.e.

17. BOLLITA (oggi Nuova Siri), — sia da Bouletum del basso latino, terreno impiantato ad alberi della famiglia delle bètule (boula e beul francese); sia da Boletum che valse un terreno inculto o brughiera. — Nel nome di un barone normanno Roberto de Labolita è già nominata in una carta del 1080 (Ap. Galtula, Accessiones, etc., I, 190). — RUGOLO, torrente, da Rogo; e questo da ruga che è anche canale. Rogo per rivo è vivente in talune provincie dell’Italia superiore.

18. BRADANO, fiume (per sincope) da βραδὺδυνης «tardo al moto», come già al dechinare del suo corso sul Jonio, ove prima accadde di dargli il nome agli antichissimi coloni greci (V. al vol. I, capit. ult.).

19. BRIENZA. — Nel latino medievale e nel chiesastico della Curia è detta Burgentia; ed è Burientia in una carta del Codex Cavensis (vol. V, 77). Se, in origine, il nome fu Burgentia, il radicale della parola sarebbe il germanico burg in senso di luogo fortificato, piccolo castello, o torre. E la caduta del g ha la spiegazione nelle analoghe forme latino-italiche di pagensis, triginta, digitus, ecc., addiveniate «paese, trenta, dito».

Ma le forme Brienga e Burientia mi richiamano - istantemente - alle parole Beria, Berria, Berrum; e Bruera, Bruerium. E Beria, di larga accezione, è luogo piano campestre (V. Ducange), sboscato; e ad esso affine Bria e Brie, che è terra ubi sunt boni casei9. E Bruera e Bruerium, onde l’italico brughiera, valse quanto campo di erica od ericeto. Donde trarremo, indugiando a queste fonti, che il significato di «brie, la brie, beria e bruerium» fu quello di contrada campestre, pianeggiante, sboscata, e coverta dei cespi dell’erica che dei suoi teneri rimessiticci, a vita rinnovata, a ottimo pascolo al bestiame da latte. E Brienza, o che si tragga da burg, o da «beria e brie e bruerium» rimonterebbe in origine a stazione di coloni o arimanni longobardi.

PERGOLA, contrada campestre, abitata, e corso di acqua che l’attraversa. Perduta al m.e. fu tugurium, ovvero obumbratio frondosa, cioè capanna coperta a rami di alberi o frasche. Origini ed omonimia identica a Frascati, il ben noto «castello» romano, che surse dall’antico Tuscolo. — Pergola, in dipendenza di Brienza, è gruppo di sparsi abituri di villici e pastori.

20. BRINDISI di Montagna. — Ebbe coloni albanesi o greci di Corone nel secolo XVI «i quali (scrive il Rodotà, Orig. rito greco in Ital., III, 56), edificarono la terra sopra l’antico castello detto Castrum Brundusinum». Ma il paese è ben più antico di questo secolo XVI: un dominus Brundusii de Montanea è nominato in un documento del 1274 (Giustiniani, Diz. geogr., ad v. Anzi). — Fondato probabilmente nel medio evo da colonie greco-bizantine, venute dalla città di Brindisi.

21. BULIOSO, fiume influente del Bradano; dal greco οὒλιος, pernicioso (ai campi), o dal guado periglioso; (vedi al capit. ultimo del I volume).

22. CALCIANO.

«Da Calpianum e Calpius delle Iscrizioni; «tanto almeno verisimilmente quanto da Caltius Caltianum, o Calcidianum da Calcidius delle Isc.».

Così il Flechia. Si trova anche il gentilizio Calcius (In De Vit, Onomast.) — Ma non ometterò, in proposito, che la parola Caucium significò al medio evo «un luogo basso e paludoso» ovvero «un argine o strada sollevata su terreno basso e paludoso» — condizioni locali che si riscontrano nella topografia della contrada. Conf. GARAGUSO.

In due carte greche del 1092 e del 1098 (Syllabus graecar. membranar. Nap. 1865, p. 71 e 82) si fa contemporaneamente parola di Cacianu (che dal contesto è il Caggiano presso Auletta) e di Caucigianu, che gli editori di quelle carte credono parimenti Caggiano. — La identità, nella stessa carta, dei due luoghi indicati con nomi diversi non mi pare possibile: credo che il secondo si abbia a riferire al nostro Calciano. Nel quale caso la forma di Caucigianum si riferirebbe al gentilizio Calcidius, indicato dal Flechia.

23. CALVELLO. — È diminutivo italico del latino calvus, che tra altre significazioni ebbe quella di «raso». Significò dunque luogo raso di alberi e arbusti, come i tanti Monte Caruso, e Monte Calvo, equipollenti. Nel basso latino Calveta significò «luoghi montanini brulli di frutici o di seminati». Anche i classici ebbero «calvata vinea» per vigna rada di viti; e dissero calvescere de’ luoghi, ove gli alberi diventavano rari.

24. CALVERA. — In una carta greca del 1053 questo paese è scritto Καλαυρας10. Abbiamo dunque da questa forma il significato della parola che è «Bell’aria», e che avrebbe riscontro nei tanti Belvedere, Belsito, Belcastro, Belmonte, ecc. Anzi io credo che sia proprio il greco ἂγλαυος (luogo in cui spira aria gradita) che per facile metatesi diviene galauros. È superfluo avvertire che vuolsi escludere Καλοσορος «Beimonte» perché non avrebbe potuto dare il v del tema. — Il quale v è sostituzione e trasformazione della sua affine u, come in augello che è da avicella, e come in Genova, belva, vedova da Genua, bellua, vidua. Da Calaura si fece Calàvera, Calvera. — MONTE LABRUTO, credo λεπρώδης, aspro e scabroso.

25. CAMASTRA o CANASTRA, fiume, influente del Basento; dal greco ἀναστρέφω, che indica forza che sovverte ed allaga (vedi all’ultimo capitolo del I volume).

26. CAMPO MAGGIORE. — Surto al principio del secolo XVIII, dice Giustiniani; ma forse non fu che riedificazione o rinascimento. Perocché io leggo in una carta del 1237, tra i luoghi della diocesi di Tricarico anche Campum Majorem, come abitato (Ughelli, Ital. Sacr. VII, p. 149) e vedi allo elenco in fine al capitolo XI.

L’infelice paese fu interamente distrutto da una frana nel giorno 10 febbraio del 1885. Erano un 350 case. La storia di esso col giusto titolo di «Necrologia di un paese» fu fatta dal compianto Gioacchino Cutinelli marchese di Campo Maggiore, e dell’infelice paese, come i suoi avi, benemeritissimo (sulla Lucania Letteraria, giornale di Potenza del 1885).

Con le leggi del 28 giugno 1885 e 26 luglio 1888 furono concessi sussidii al Comune perché risorgesse l’abilato, ma in altro posto, a tre chilometri dall’antico. La provincia offrì lire 40,000.

27. CANCELLARA. — Nella tecnica agrimensoria de’ latini ager cancellatus era un campo determinato da limiti certi e artefatti; e la cancellatio del campo era l’atto, tra il giuridico e il religioso, di confinare il campo con cancelli o stecconata11. — Praedia cancellata poterono passare agevolmente nel latino rustico in cancellaria, con forma terminativa di un suffisso italico in aria ed aia che esprime collettività (come cibaria, giuncaria, ribaria oggi civaia, giuncaia, riviera) a significare «predio recinto» da mura, siepe, cancelli (conf. Murata). — Dal nome speciale al predio venne egli il nome al vicus? È possibile: e invero anche oggi la «Difesa de’ Cancelli» è viva denominazione in quel di Gorgoglione.

Nel basso latino si ha pure la parola Canceuli per certe specie di reti a chiappare selvaggina. Un luogo ove, per la speciale posizione sua, fossero tenuti distesi cotesti ingegni di caccia, non è inverosimile che ne avesse preso il nome; come (da identiche ragioni) sono surti i nomi topografici di Ròccoli. Tra le due probabili origini del nome altri scelga: io inclinerei per la meno antica (Conf. «Difesa la Caccia» presso Roccanova). — In provincia di Caserta è Cancello, detto in scritture del m.e. San Petrus de Cancellis e Villa Cancelli.

Difesa di AURISIELLO o GAURISIELLO, diminutivo, dal medievale Gaudus, che valse bosco e foresta, come Gualdus.

28. CARBONE. — Paese surto presso un celebre cenobio di Basiliani detto di S. Anastasio, e poi di S. Elia. In una carta del 1135 (Ughelli, VII, 73) è detto monasterium de li Carbuni. In un’altra carta greca del 1125 si nomina il monistero di S. Anastasio in loco dicto li Carbouni (τὼ καρβουνι). Parrebbe da queste carte che non esistesse ancora il paese nel secolo XII; ma non è prova sicura. Il nome venne al luogo o da ampli sboscamenti per via del fuoco, o da non improbabili vene di lignite apparse nelle circostanze.

29. CASTELGRANDE. — È dello anche C. grandine, e in carte angioine C. de Grandis. Io credo grande, e in opposizione a piccolo castello (Castelluccio o Castiglione che è tutt’uno), quale doveva essere il castello del prossimo monte, che ancora è detto La Guardiola.

30. CASTELLUCCIO SUPERIORE e CASTELLUCCIO INFERIORE. Oggi due diversi paesi e comunità: ma «terra unica» (cosi è detto) fino a tutto il secolo XVI. La distinzione delle due «università» sotto il nome di Castello Superiore e Castello Inferiore si trova la prima volta nella numerazione del 1648 (Giustin. Diz. geogr. ad v.). La divisione del patrimonio e del territorio delle due terre fu fatta nel 1592, ma il reggimento della «università» continuò ad essere uno. Non prima del 1685 i due cleri de’ due paesi si partirono il patrimonio, già comune, delle due chiese o parrocchie (Arcieri, Monografia di Castelluccio). La separazione perfetta dell’un paese dall’altro non fu compiuta che nel 1813.

Paese di origini medioevali; e prima cronologicamente, per la postura stessa de’ luoghi, il Superiore. — Nel territorio di C. Inferiore, nel piano la Campanella, ove sono state rinvenute reliquie di antichità, i nostri eruditi mettono la Tebe Lucana, che era già scomparsa ai tempi di Catone! — A me è parso meno irragionevole di allogare ivi il Nerulum, oppido, città e stazione indicata nell’Itinerario di Antonino (Vedi volume I, capit. ultimo).

31. CASTELMEZZANO — è il Castrum medianum delle vecchie carte, perché posto in mezzo tra Pietrapertosa ed Albano. — Una «Rocca di mezzo» è in provincia di Roma.

32. CASTELSARACENO. — Il nome indica l’origine e l’epoca. Ma quanto all’epoca che il Cronico Cavese determina precisa! nell’anno 1031, non è superfluo ricordare ancora una volta che il famoso Cronico Cavese è fattura o rifattura di quel noto impostore del canonico Pratilli, che primo lo diè alla luce. «I saraceni (attesta questa cronica) presero Cassiano, Grumento e Planula, ubi novum castrum fecerunt, e da loro gli venne il nome». — Su questo dubbio testimonio fu da alcuni introdotta la città di Planula nell’antica topografia della Lucania; ma fino a testimonianza di più leali autorità tanto la Planula pratilliana, quanto la data del 1031, non posso accettarle. — Il Castellum Saracenum si dice collapsum in una carta del 1086 (se questa è genuina), e vien donato ai monaci della chiesa di Sant’Arcangelo di Raparo, perché lo riedifichino ad abitazione di popolo (Ap. Durante, Vita di Santa Sinforosa, 144).

BIDENTE, uno de’ gioghi secondarii del monte Raparo. Defenback (Glossar. succitato) interpreta la parola del basso latino bidental (nelle lingue germaniche botental) per «luogo ove si ammazzano i buoi». Laonde il nostro Bidente è, per giusta equipollenza, l’ammazzatoio, cioè «luogo onde è facile si dirupino i buoi». — ASPRELLA bosco, vedi Aspro in Montemurro.

33. CASTRO NUOVO. — In una carta greca del 1125 è già detto, come oggi, Castrou nobou. — BATTIFARANO, credo da una delle tante sinonimie medievali della parola Baptinterium e Baptifarium, mulino a battere, a uso e forma gualchiera. Era terra abitata nel m.e. — Serra CIUMAGHENA, forse dal gr. χῶμα che è un’eminenza o collina, ed ἀγανός, piacevole e gradito; quasi bel-poggio, o bel-sito.

  1. CERSOSIMO O CERCHIOSIMO. — Questo nome sarebbe rimasto un enigma pei topografi, se non fosse venuto in luce il Syllabus graecarum membranarum dell’archivio di Stato napoletano, nel 1865. In questa importante raccolta sono numerosi atti curialeschi di donazioni e di compravendite, dal 1034 in poi, appartenenti al Monastero di Cir Zozimi. È il nostro Chiersosimo o Cerchiosimo; surto da una laura o conventuolo di Basiliani, greci, che ebbe per fondatore o per abate un Dominus Zozimus, grecamente nominato Cyr Zozimo. — Identica origine è quella dei paesi di Calabria, PAPA SIDERO, ABATE MARCO, ecc. — In una carta greca del 1133 è già menzione del casale χωριον e degli uomini addetti al monistero; ai quali aveva rubato greggi ed armenti un Ghino di Tacco del luogo, cioè «un Roberto signore di Noa» con la masnada dei suoi «clefti» o ladroni (Syllab. cit. p. 150). — La prima menzione del «monastero di Cyr Zozimi» è nella carta del Syllabus del 1063; nelle precedenti carte del 1058, del 1050 e del 1034 è detta «monastero di Zozimo». Parrebbe, dunque, che la origine della casa monastica non sia più antica dei primi trent’anni del secolo XI.

35. CHIAROMONTE. — Dalle carte greche del 1093 e seguenti (nel Syllabus citato) relative ai dinasti di Chiaromonte che erano Normanni, può inferirsi che coloni greci non furono estranei a questi luoghi. Lo confermano le denominazioni topografiche. — Monte CATAROZZO; dal gr. καταῤῤῶξ che è inclinato e dirupato (nel dialetto: scarupato). — Monte ANGARI; forse da ἄγγαρεὶα, servizio forzato: e accennerebbe o al fastello delle legna per prestazione di obbligo al feudatario; o a qualsiasi altra prestazione imposta ai coloni di quei terreni. — SANT’UOPO, vale Sant’Euplo; e questo si trova indicato in due carte greche del 1145 e 1165: in pertinentiis civitatis Nohae ubi dicitur ἀγιος ευπλος (Syllab. cit. 187-221).

36. CIRIGLIANO. — Caerellianum da Caerellius delle Iscrizioni. Un fundus Caerellianus «è nella tavola alimentaria dei Bebiani, un altro in quella di Velleja» (Flechia). — Reliquie di antichità non mancano in questi luoghi; ove esistono ancora — di pietra conchiglifera geologicamente notevole — due cippi funebri di antichi sepolcri.

37. COLOBRARO. — Se colombarium, apiarium, formicularium… indica luogo che raccoglie e nutrica colombi, api, formiche, Colubrarium indicherà luogo che contiene o produce serpi, colubri. In dialetto, scorzonaro è luogo ferace di scorzoni, cioè serpi; e così Serparo. — Il paese fu in origine cenobio di Basiliani; dai quali venne il nome della contrada campestre di Santa Maria di Cironofrio, cioè Cir Onofrio (V. alla parola Cersosimo). — LEPRUDI; presso l’abitato, è dal gr. λεπρῶδης, e vuol dire luogo scabroso ed aspro.

38. CORLETO. — Il suffisso ne determina il significato evidente di luogo impiantato a noccioli; selve bucoliche gradite agli antichi poeti ed alle ninfe! come alla Giuturna di Ovidio: Illa modo in silvis inter coryleta latebat. — PERTICARA, V. Guardia. — CAPERRINO, una delle sommità del gruppo di Montepiano, io credo dal greco ἐριπνη, — cima et mons praeruptus, con metatesi dopo l’aspirata, quasi hep-rine o eh’prine. — In carta del 1475 si legge: Cornito de Perticara Castello arso et penitus disabitato; in altra del 1489 si legge: Castra duo, unum videlicet dictum Cornetum quod ad presens incipit habitari, et aliud dictum Perticari. Nei conti del 1475 era tassata a ragione di 20 fuochi (Da una memoria legale a stampa dell’ottobre 1808, presso la Commissione dei gravami). — Nel secolo XII dal registro normanno de’ Baroni apparisce che un Corleto era già popolato di abitatori: ma desso era altro paese, in dominio della Badia benedettina di Venosa: e faceva parte della Capitanata.

39. CRACO. — Dalla parola grachium, che nel m. evo ebbe significazione di «campo di recente squassato o maggesato» che anche oggi i Provenzali dicono garach. In una carta del 1470 appo il Ducange un fondo si dice che confina: cursus occasum cum grachio quod tenet Petrus (ad verb. grachium, e garachium). — MISEGNA V. Policoro.

40. EPISCOPIA. — Dal gr. ἐρικοπια, che è traduzione, parmi, letterale dell’italico vedetta (se questa deriva da vedere e non da vigilia); ἐρικοπια è luogo elevato, donde si osserva. — Molte carte greche esistono di questo paese nel Syllabus sopra citato, onde è dato arguire al grecismo relativamente recente di una parte della popolazione di esso. Nel Giustiniani (Diz. geogr. ad v.) si legge:

«Non senza maraviglia vedesi una gran pietra al di sotto di questa terra, che si sostiene su di tre punti». (Sarà un dolmen celtico?)

«Dai paesani è detta Pietra dei Ciamparelli». (Forse dei zamparelli, ossia di tre piccole zampe).

«Alcuni pretendono che dalla medesima presa avesse la denominazione, facendola derivare dal greco che altro non vuol dire che Gran Sasso». — Da σκόπελος forse? — ma non basta!

41. FARDELLA. — Forma diminutiva del radicale farda. — Falda nel basso latino era il recinto in cui i pastori racchiudono il gregge a fine di ingrassare il campo su cui pernotta. Faldare era l’immettere il gregge a pernottare sul campo, a fine d’incortagliarlo, come oggi usa dire in dialetto; e falda septa era l’obbligo del vassallo d’immettere il suo gregge, a causa d’ingrasso, in faldam dominicam. Da una di coteste faldae dominicae o signorili, venne nome al villaggio? — Altri crede che il nome le venne, più direttamente, dal casato del suo feudatario, D. Anna Maria Fardella, moglie a un Sanseverino, Conte di Chiaromonte. — Il villagio non fu elevato a parrocchia prima del 1703.

42. FAVALE oggi VAL-SINNI. — Campo destinato a coltura di fave, come ortale destinato a coltura di erbe ortensi, presso l’abitato. — In carta greca del 1092 è già nominato un Guglielmo τον φαβαλιν, che non so se fosse proprio il signore del luogo.

43. FERRANDINA. — Tre iscrizioni della città, riferite dagli scrittori napoletani, la dicono fondata da Federico di Aragona, che le diè nome dal re suo padre Ferrante o Ferrantino, nel 1454, e la popolò degli abitanti della prossima Oggiano12, già distrutta dai tremuoti, Ora si sa che un grande terremoto, disastroso a tutto il Regno, accadde sì verso quei tempi, ma propriamente nel 1456. Io trovo inoltre che Federico non nacque prima del 1452; e nel Catalogo delle terre per la tassa della coronazione ovvero del trionfo di re Alfonso, che è detto del 1443 (ap. Tutini, I sette uffici del Regno, etc., nei Giustiz., p. 80) io leggo contemporaneamente nominate Oggiano e Ferrandina. — Non si può dunque credere né alla data precisa, né a tutto il contenuto di quelle tre iscrizioni, che si hanno a ritenere come fattura di tempi molto posteriori. — In una lettera di re Federico di Aragona del 1498, diretta al cardinale di Napoli si leggono queste parole:

«Ruinando la maggior parte di una terra nostra nominata Uggiano in tempo in cui eravamo Principe…, fecimo mettere quelli cittadini in altro logo, dove è fondata una bella terra nominata Ferrandina; la quale essendo stata fondata per noi… etc.»13.

Io non posso dubitare della genuità di questo documento, o di ciò che in esso si ricorda da re Federico. Dubiterò piuttosto che la data del 1443 assegnata dal Tutini nel «Catalogo delle terre» di sopra accennato, sia erronea, come è riconosciuto erroneo il titolo che esso porta nella stampa tuliniana (Conf. Giannone, XXVI, 6). A quella data non poteva essere surta Ferrandina, se questa fu fondata — per noi — come dice Federico, che è nato il 1452 (ap. Tutini, Op. citata: Ammir. pag. 157). — Ma la coesistenza per un qualche tempo di Ferrandina e di Uggiano non ha nulla che si opponga alla natura delle cose: il minuto popolo dové restare ancora qualche tempo tra le mura scrollate e cadute della città, quando la gente doviziosa ed agiata e il «corpo dell’università» si erano tramutati al nuovo paese. Ad ogni modo, la nuova cittadina che fondava Federico di Aragona, ancora «Principe di Altamura, duca di Andria, Ammiraglio e Luogotenente generale», come dètta la iscrizione, dalle varie note cronologiche indicata di sopra, non poté sorgere se non prima del 1496 che Federico fu proclamato re; e sàrà lecito di ascriverne l’atto di nascita intorno all’anno, su per giù, 1480.

OGGIANO, dal gentilizio Ovius.

44. FORENZA. — Risponde all’antico Ferentum (di cui v. all’ult. cap. del I volume) che si trova scritto anche Forentum in Plinio ed in ottimi codici di Orazio (Mommsen, Corp. Ins. Lat., vol. IX), e che perciò così doveva essere pronunziato più usualmente dai Iatini. La terminazione moderna si può solamente spiegare, se si rimonti ad una probabile civitas, o piuttosto Villa Forenta del basso latino; quando il paese cambiò di posto e di importanza, salendo dal piano (arcum pingue humilis Ferenti. Oraz. III, 4) al colle. Nel quale caso la t sarebbe passata in z con esempio di promiscuità raro, è vero, ma non ignoto nell’italico, siccome ci mostra la parola grinza e grinta. — Non in questa Forenza morì l’imperatore Federico II, come altri dissero (Corcia III, 571); ma sì, secondo notava il Jamsilla, mortuus apud Florentinum in Capitanata Apuliae, che oggi è distrutta, ma che fu sede di vescovo nel medio evo sottoposta al metropolita di Benevento, e se ne legge ancora il nome sulle porte di bronzo della cattedrale beneventana.

45. FRANCAVILLA. Surse nel XV secolo sul territorio di un monastero di Certosini, detto di San Nicola, e da coloni trattivi alla promessa di franchigia da servizii fiscali e feudali. Quel monastero non fu fondato che nel 1395 su territorio di Chiaromonte, come da documento autentico presso Ughelli, VII, 95.

46. GALLICCHIO. Dal basso Iatino Gallitium (e la primitiva pronunzia dové essere Galliccio, come da suctiare succiare e poi succhiare). Gallitium significò una gualchiera, o moletrina fullonica, e nel luogo d’attorno o nella contrada surse il villaggio. In una carta lionese del 1447 ap. Ducange è detto: juxta Gallitia domini de la Faye. — Ricordo per analogia l’identica origine di MAZZARA. Masara era agli arabi siciliani il molino o trappeto atto a frangere la cannamele. — Non altrimenti Miglionico e Battifarano; dei quali vedi ad vv. — Indizii di antichità è nel luogo ove è detto Gallicchio Vetere.

47. GARAGUSO. — Garagausum. Parmi composto dalle due parole: Characias o Carex-icis, erba palustre a calamo duro, e Caucium, del basso latino, che era un terrapieno o strada su per luoghi bassi e palustri, e, per estensione, il luogo stesso. Caracaucium o Carac-causium, «luogo basso e palustre sparso di caretti o sale di palude». In una carta del 1311 è detto:

cum pascuis quae dominus abbas habebat in Caucio dicto de Rodes. Ap. Ducange ad v. Caucium.

48. GENZANO. — «Gentianum da Gentius, delle Iscrizioni» (Flechia). Nell’antichità esso fu senza dubbio un pago della prossima antica Bastia. Nella contrada del suo territorio detta Pericoli, verso il fiume Bradano, si veggono ancora rottami di antiche costruzioni, frammenti di acquedotti e tombe. Dicono che ivi o quivi presso, esistesse un’antica città denominata «Festole». Ma la parola evidentemente è dal latino Fistula, che indica quei tubi pei quali s’incanala e si conduce l’acqua alle fonti. È dunque indizio o ricordo non di nomenclatura urbica, ma sì di antiche opere, testimonii di antico incolato.

49. GORGOGLIONE. — Probabilmente dalla parola Gurgulio, gurgulionis della bassa latinità, che, come il gurgustio della classica, ebbe significato di piccola casa o di tugurio, o casella. Abbondano nella toponomia italiana paesi di significato identico: Caselle, Caselline, Casellette, Càsole. — Un Rubertus Gurgulionis, signore normanno, si trova nominato in una iscrizione del 1158 alla chiesa di Acquaviva di Puglia, del quale paese era feudatario (Ap. Giustin. Diz. Geogr. ad v.).

50. GRASSANO — «Crassianum dal gentilizio Crassus delle Iscr.» (Flechia). I luoghi naturalmente grassi, in dialetto, sono detti grassili. È nominato nella bolla, famosa, del 1060, di Godano arcivescovo di Acerenza di cui appresso nel capit. IX.

51. GROTTOLE. — È il Cryptulae antico; che è analogo al Grottaglie del Barese. — Nel famoso Catalogo de’ baroni normanni pare che questo paese sia indicato erratamente col nome di Gracculum.

52. GUARDIA PERTICARA. — È tradizione locale che sia surta dall’antica città di Perticaria. Di questa città non esiste notizia negli scrittori: si ha però notizia certa di un Castrum Perticarii, che in una carta del 1494 già si dice inabitato. Vedi allo elenco in fine del capitolo.

Nei documenli longobardi è soventi menzione di Curtes perticate, che vuol dire: Corti o predii divisi in «perticate» ognuna delle quali misure comprendeva una superficie di 40 pertiche, ovvero, se non erro, la quarta parte di un’ara. Il Castrum perticarii credo derivasse il nome da uno di questi latifondi, o masse longobarde, divisi in pertiche alle famiglie dei coloni.

53. LAGONEGRO. — Un tempo fu creduto che l’antico Nerulum fosse a Lagonegro, onde la vecchia opinione che questo nome derivasse direttamente da quello. Ma ragioni di distanze itinerarie sospingendo il posto di Nerulum assai più lontano dall’odierno Lagonegro, è forza ritenere questo nome di origini relativamente moderne. A due miglia, o poco più dal paese è un lago perenne di una certa estensione: non è impossibile che la zona di terra, su cui ebbe origine il paese, fosse stata un latifondo, una massa, un dominio feudale, di un gasindo longobardo o franco, o normanno, e che avesse tolto il suo complessivo nome dal lago. Un’antica tradizione paesana ricorderebbe un lago o stagno non lontano dal castello che è a cavaliere della città; e il lago, dalle ombre degli abeti che il circondavano, prendeva la qualifica di nero. Ma la topografia attuale del castello non consente alla tradizione.

Quando il paese dal dominio feudale si riscattò al «regio demanio» nel secolo XVI (di che si parlerà in seguito al capitolo X), volle prendere il nome da Lacus liber; e con giusto orgoglio così scrissero quasi sempre i suoi notai, e così fu improntato sul suggello della «Università». A quei tempi ebbe corso il distico, che trovo in un antico MS., e diceva (nella sua zoppa quantità metrica):

Quem Nerulum dixere, Lacus post nomine Niger.

Jamdiu Lucanis, nunc sibi fama Liber.

Ma il popolo, sovrano davvero nell’uso della lingua, non sanzionò la deliberazione del suo Comune.

54. LATRONICO. — Il radicale è later-eris, col suffisso di suono e di significato identico al suffisso di full-onica. Laonde Later-onicum non è altro che il luogo ove si cerne e si pesta l’argilla del tegolaio, l’officina ove si fabbricano i mattoni, la mattonaia, come dicono i fiorentini, che ne hanno ancora conservato il nome al vaghissimo quartiere della neorifatta città. Anche il nome famoso del palazzo de’ re di Francia, la Tuilerie (dai tegoli) è, su per giù, un equivalente moderno di un antico Lateronicum! — La prima menzione che io trovo di Latronico è in una carta greca del 1063 (Syllab. citato, pag. 61).

ALPI, monte che nelle intentate viscere ha marmo statuario, e alla superficie pascoli aromatici. Alpagiare si disse nel m.e. per «menare le pecore al pascolo sui monti», ed alpe, genericamente, i monti adatti e destinati al pascolo.

55. LAURENZANA. — «Laurentiana da Laurentius che le Iscrizioni dànno solo come cognome» (Flechia). Si riferisce alla parola villa, o praedia.

BOSCO DELLA LATA. Latae erano le assicelle che vengono soprapposto ai travicelli e sostengono il tegolame del tetto. La denominazione indica il diritto civico sul bosco di lavorarvi le assicelle del letto, per uso domestico. Per altre simili denominazioni forestarie vedi in Potenza.

56. LAURIA, e Laurèa nel medio evo — Laure erano dette quel complesso di celle in luoghi remoti, ove i cenobiti vivevano separatamente intorno ad una chiesetta, sottomessi ad un abate. Tanto lo sciame de’ monaci basiliani, che durante parecchi secoli vennero di volta in volta dalla Romania alle nostre contrade, quanto i monaci di san Benedetto fondarono moltissimi di questi abitacoli, che furono nucleo a futuri paesi. Ma laura è parola del greco-bizantino medioevale.— Tale è la origine prima di questa Lauria, che io credo dai Basiliani; tale quella di Laura nell’Avellinese, di Celle, di Laureana, di Laurino (ma non di Laurito) in quel di Salerno, e di altri luoghi che hanno nome da santi. — Campo del GALDO, del bosco. — La contrada, e già feudo ecclesiastico, detta SILUCI è Sileuci da ἕλη, silva, e ὑϊκος, ovvero ὑεικος, η, porcino; cioè bosco da ghiande addetto all’ingrasso de’ majali. Territorio probabilmente de’ Basiliani, in origine (V. Nemoli).

Nella bolla di Alfano Arcivescovo di Salerno che determina la diocesi di Policastro, del 1079, Lauria è detta Ulia, con aferesi della prima sillaba la, quasi questa fosse l’articolo che il latino non comporta. In questa bolla (pubblicata nella Paleocastren. Dioeceseos historia-cronolog. Synopsis, etc. Neapoli, 1831) si nominano, come paesi della diocesi, tra gli altri, … Lacumnigrum, Revelia, Triclina, Ulia, Seleuci, Latronicum, Agrimonte, S. Athanasium (presso Rivello), Vinanellum (Viggianello), Rotunda, Languenum (Laino), …, Dida (Dina, isoletta), Scalea, …, Laeta (Aieta), Marathia, etc.… — Ma io dubito dell’autenticità di questa carta. — Altri avevano letto Ulci la Ulia di questa bolla; e di qua molti arzigogoli, di cui è un qualche cenno in Giustiniani, Diz. geogr. ad v. Lauria. — La Synopsis suindicata si riferisce ad un Castrum Uriae, postea La-Uria nuncupatum, e per Silaci ricorre alla etimologia di Siris huc!!

57. LAVELLO.

«Labella — dice il Marini (Papiri diplomatici, p. 364) — sono quei ricettacoli di marmo e talvolta di legno posti a piè de’ pozzi, che la figura hanno di quei vasi o conche che si adoperano pei bagni, chiamati labra; dai quali il nome presero di lavelli anche le arche sepolcrali; e nome di labii ritengono tuttavia quelli de’ pozzi nelle Romagne».

Nella Basilicata questi recipienti, posti accanto a pozzi per abbeverarvi animali, sono detti gavitoni (accrescitivo di gàvita) se di legno, e pile o pilacci se in muratura. — Da cotesto genere recipienti accanto ai pozzi profondi, destinati ad abbeverarvi l’armento nelle sitibonde pianure pugliesi, ebbe nome il luogo intorno al quale surse quello che fu poi Lavello. Non altrimenti, per que’ stessi luoghi la città di Cisterna, oggi distrutta. Non altrimenti oggi è detta dei Gavitoni una contrada in quel di Moliterno, ove sono messi per terra intorno a un pozzo tronchi di alberi, scavati, dall’uomo per raccogliervi l’acqua, che il boaro trae dal pozzo a comodo dell’armento che pascola ne’ macchieti circostanti.

GAUDIANO, paese abitato nel m.e.; ma fin dai primi anni del secolo XV inabitato. — (Di cui vedi appresso un cenno al capitolo IV). — Dal gentilizio Caudius e Caudia, od anche Kadius delle iscrizioni. (C.I.L., X).

58. MARATEA. — Da un qualche fanum dedicato ad una Dea del mare: così dicono. — Ma una Dea del mare, anonima, è ignota a tutto il pantheon antico e moderno, salve l’Ave, maris stella, della liturgia cristiana! — Il tema della parola è, a mio avviso, Maruthus, il finocchio, usalo sì nel basso latino, sì nel latino classico: onde Marath-ia significa «la Finocchia-ia», cioè, per antonomasia «terra di finocchi». L’antica e celebre Maratona non ebbe altro significato! — Maratea fu sede di greci, forse bizantini: ebbe monasteri di basiliani, e ne è ricordo la contrada S. Vasile. La forma della parola popolare propria dell’indigenato è Maratiota, del tutto greca di conio. Le traccie di questo grecismo (che per me è indubbiamente medioevale) sono davvero numerose pel territorio della città; ed eccone un saggio: — MANTINIA da μαντις, ιος, genere di locuste; onde al luogo è il nome di «grillaia», cioè terra non produttrice che di grilli; — RIZZARO, o il radicaio, da ριζα-αδης, radica o mucchio di radici; — I PROFITI, da προφυτείω e vuol dire luogo di precoci prodotti; — MELOSSINA (Mellissine-a) da μελισσα, luogo da api, o da alveari. — Il villaggio BREFORO, dal tema βρέφος, fanciullo; epperò equivalente al nome di quell’altro villaggio di Avigliano detto I Filiani; — La SUDA, da σωρός, mucchio di pietre, quale è il luogo; — VALLONE DELL’ANNARA, equivalente ai tanti Vallone secco, da α privativo, e νᾱρός, umido o liquido (o da ᾱμάρα = aquaeductus). — In tutta la spiaggia ivi intorno le denominazioni topografiche greche si avvicendano alle italiche. Ad oriente di Maratea è il paese di AIETA, da ἀητης, esposto ai venti; ad occidente è SAPRI, che io credo da σαπρός, luogo putrido e fradicio, equivalente a’ nomi di Palude e Palo, paesi.

Non greci, però, i nomi degli isolotti nel mare incontro a Maratea. Uno è detto Matrella, ed è Natrella, quasi piccola anatra che guazza a fior d’acqua; (così il nome di «Galli» ad altri isolotti dello stesso mare); altro è Fiuzzo, quasi piccolo figlio nato da altro, ivi presso, più grande. — L’isoletta La Sicca, che per poca profondità di acqua annunzia secche pericolose ai naviganti, è notevole, perché da essa, non lungi dal paese di Libonati, il barone Antonini trasse e creò la Vibo ad Siccam, lucana, che volle così detta per distinguerla dalla Vibo Valentia, presso Monteleone (La Lucan. pag. 426). Già il Magnone dimostrò all’Antonini l’equivoco di aver trasmutato un Sicca, che era un uomo ed un ospite di Cicerone a Vibo Valentia, in uno scoglio! detto Sicca, presso Maratea o Bonati (Lett. al bar. Antonini, 1763, p. 36). Ma l’acre correzione del Magnone non pare sia accetta agli archeologi epicorei, che ancora fanno eco all’Antonini. — Il paese che modernamente è scritto Vibonati, al popolo e alle vecchie carte (conf. Giustiniani, Diz. v. Bonati) è non altrimenti che Libonati: e deriva il nome dal tema medioevale bonna, limiti artefatti, e bonare è metas fìgere. Attesta il Ducange, che fino ai suoi tempi il popolo diceva terres abonnées quei predii, che tra limiti determinati e in virtù di un annuo compenso erano franchi di qualsiasi altra prestazione (ad v. bonna). È il senso di questo Li-bonati, medievale. Ed è la spiegazione etimologica della parola franco-italica di «abbonamento».

59. MARSICO NUOVO, e MARSICO VETERE. — Questo secondo io credo Marsico del vetere, cioè del vecchio paese. Ma quale antica città esistesse nelle circostanze di esso, non saprei dire con sicurezza d’animo; esisté senza dubbio una qualche città nel luogo che ancora è detto La Civita. La opinione de’ topografi nostrani che vi allogano l’antica Vertina di Strabone non ha base solida, poiché non si fonda altri menti che sul bisticcio — e non somiglianza — tra Vetere e Vertina! Per la denominazione-indice di Vetere, vedi al capitolo ultimo del I volume.

Per distinguere dal Marsico del Vetere l’altro prossimo Marsico, quest’ultimo prese, naturalmente, il nome di nuovo: epperò, a mio credere, il «nuovo» non esprime relazione cronologica. Anche Marsico nuovo ha cenni di antichità, poiché le sue campagne hanno dato reliquie di marmi letterati e suppellettile di antichi sepolcri; fu, inoltre, sede di Vescovo fin già dal mille; e fin dal secolo X compaiono, tra i dinasti longobardi, potenti i Conti di Marsico, che per me è il Nuovo.

Il nome di «Marsico» è dalle parole del basso latino Mariscus, Marescum, Marescium, che tutte significano luoghi paludosi; e, come dice il Ducange: «Gallis mares et marais». Radice alla parola è il sassone merse. Da questo derivò il vecchio francese mares, e il più antico del b.l. mari-scus, che divenne, per metatesi, mars-cut e marsicus.

A piedi del colle dell’odierna Marsico nuovo non mancano, anche oggi, zone di terre soggette alla malaria delle acque stagnanti. E quanto alla situazione attuale in colle, ricordiamo la identica situazione in colle del non lontano paese di «Padula» il cui nome deriva, incontestabilmente, dai prossimi paduli o paludi del fiume Tànagro o Negro. Sotto Tegiano, a lato del Tànagro stesso è «La Marsa» contrada che ha la medesima origine da stagno o palude. — Non so, se la regione abbruzzese della «Marsina» all’oriente di quello che fu il Fucino, non ebbe il nome da cotesta identica condizione dei luoghi, anziché dagli antichi Marsi. Da identiche origini le parole «Marcito» di Lombardia, e marcire.

ALAGIA. Aalagium ed Eslagium erano detti b. latino i campi prossimi all’abitato, sui quali la chiesa del villaggio avesse dritto di decimare. Parrebbe denominazione venuta dagli usi feudali normanni. — LA LAMA. Lame erano terre solcate, più o meno profondamente, dalle acque temporalesche: oggi vive, di stralcio, nella parola slamare. Parola longobarda, asserisce Paolo Diacono — Questa spiegazione del Ducange mi pare più esatta che l’altra datane dal Muratori (Ant. M. Aev. XXXIII). — MONTE VULTURINO è dal latino Vulturinus, dell’avvoltoio; non altrimenti che i prossimi Monte Corvo, Montagna dell’Aquila, e simiglianti altri.

PATERNO, villaggio non ancora autonomo, in dipendenza di Marsico. Il nome non viene da Paterno, console (tra gli altri) del 986 di R. 233 d.C., né da altro gentilizio. Le località col nome di Paterno sono numerose in Italia; da Paterno di Catania, ove era l’antica Hybla major, ai Paterno delle provincie di Ancona, di Avellino, di Cosenza, ed altri, villaggi, qui e qua, altrove.

Paterno è da Paternicum, che significò l’asse o l’eredità dai padri, ovvero avi. Esso, nella omonimia topografica italica, significa un luogo abitato antico; da cui un altro moderno abitato è surto, quivi presso; ed a cui la nuova gente si riferisce, indicandolo con le espressioni — ad rus, praedium, oppidum paternicum. Dessa è denominazione-indice; come «vetere o civita» (di cui fu parola nell’ora citato capitolo ultimo del I volume). Indica, ivi presso, un antico paese: la «patria» antica, o «la terra dei padri» onde le nuove genti credono di avere le origini14.

L’antica città che era presso Paterno ci è ignota: alcuni del luogo, indicano la Casilinum della Peutingeriana, che oggi indubitabilmente è da ritenere situato presso a Padula (v. vol. I, cap. ult.). Ma Paterno senza dubbio fu luogo di antica città: e da essa nei bassi antichi tempi ebbe origini Marsico nuovo. — PIETRA MAURA (μαυρος), oscura e nera; come Pietracupa paese del Molisano.

60. MASCHITO. — Il suffisso eto ed ito, comune all’italiano ed al latino, svela l’origine di questa parola che è Mespiletum, o Mespletum, terra impiantata a nespoli. E me ne accerta la legge della trasformazione fonica delle lettere, che nei nostri dialetti pl tramuta sempre in ch, e spl in sch; onde da planus, plenus è chiatto e chieno; da explantare è schiantare; e schiedone da spiedone. Laonde Maschito è il pretto Mespletum diventato Mescletum e Mescheto nel fonetismo popolare. — Fu popolato (e non credo ex novo) dai Greci di Corone verso il 1534.

61. MATERA, Mateola. — Abbiamo indicato altrove (nel capit. IV del I volume) le numerose omonimie topografiche tra le antiche popolazioni illiriche e quelle sulle terre appulo-peucete e lucano-jonie. Fra quelle omonimie si accennò ad una città di Metoulon, che Strabone annoverava tra’ paesi abitati da’ lapidi (Iapigi) dell’Illiria. — A queste omonimie riattaccammo le origini antichissime di Matera (ivi stesso); ove, del resto, sono siate trovate armi ed utensili e tombe della età della pietra. Il passaggio di Metoulon in Meteoula, Meteola e Metèra non pare strano e improbabile. Sarebbero origini dei tempi enotrii, anteriori ai coloni ellenici. Il sig. Corcia indicò l’ètimo di ματαιος ὁλος, tutto vacuo; e la topografia, per le molte grotte del luogo, risponderebbe al concetto di altre parecchie etimotologie è bello il tacere. — Plinio nomina i popoli Mateolani nella regione II (Apulia) di Augusto.

GRAVINA, fiumara; equipollente al francese ravine che è «burrone scavato dalle acque». Ma l’origine prossima è dal medioevale grava, fossa, che è dal tedesco graven, fodere. — CANAPRO, torrente o fiumana, e credo da ἀναπρίω in significato di «radere (le ripe) di qua e di là o di traverso». — PIANO DI CHIATAMURA, sul torrente Gravina, è il gr. πλαταμῶδης, «largo e piano» col comunissimo scambio del d in r. — TIMMARI, da thymus, thymarium, cioè luogo abbondante di timo; o piuttosto (per ragione della terminazione sua nella forma plurale) da θῡμαρης, che vuol dire «grato e giocondo» luogo. — PICCIANO, Pectianum, dallo gentilizio Pectius, secondo il Flechia. Un fundus Paccianus è nella tavola alimentaria dei Liguri bebiani.

62. MELFI. — Nome di origini non medievali: dal prossimo fiume Molfa, o Melfi — L’origine di Amalfi da questa Melfi mediterranea è una vecchia scioccheria dotta. I nobili romani che si trasferivano a Bisanzio, nei tempi di Costantino, e naufraghi approdarono a Ragusa e poi a Melfi (secondo la tradizione di scrittori medievali), si vuole intendere, a mio avviso, di Malfi, che è villaggio con porto in Dalmazia, nel distretto di Ragusa. Questa ignota Malti, sul mare adriatico, scambiarono con la città mediterranea lucana, che è assurdo. — La leggenda storica delle origini della celebre città marinara si ha da riferire piuttosto alla antica Molpa o Molphe, non lungi dalle antiche Velia e Bussento sul golfo di Salerno. — Vedi Baragiano e Bernalda.

63. MIGLIONICO. — Ha scritte nello stemma del comune sette M; e vuol dire: Milo, magnus miles, me munivit magnis muris; su’ quali trampoli risalirono fino a Milone, il generale di Pirro l’epirota. Questa è l’erudizione antica. Ma l’erudizione moderna ha trovato un’antica città Milionia nei Marsi, e duplicandola, l’ha trasportata nel Sannio; quindi, a forza di una cura ortopedica ad un passo di Tito Livio, ha sospinta Milionia marso-sannitica qui a Miglionico, tra i Lucani. Se la cura non fosse violenta, resterebbe ancora a spiegare la derivazione e il valore del suffisso onica, prima di accettare l’emendamento topografico. — Io non oso risalire a sì nobili origini. Per me, la parola Milionico ha fisionomia, significazione ed origine identica alla parola Fullonica, che ai latini era l’officina a sodar panni mercé la pressione de piedi e dello strettoio. — Fullonicum (come, può arguirsi dalla radice ful di fulcire) si riferiva all’azione del fullone pel premere e picchiare de’ piedi (vestem pedum insultu cogere et densare). Ma quando alla pressione dei piedi o dello strettoio fu sostituito il congegno rudimentario dei magli a battere, la Fullonica si mutò in Mallionicum, Maglionico.

Questa congettura è confermala sì dalle parole medievali Battuarium, batutorium, e più specialmente batifollum (che tutti significarono mulini o congegni a battere sia panni, sia scorze quercine o che altro di simile), e sì dalla parola malliare che significa battere col maglio. Mallionicum fa riscontro a Fullonicum come le fa riscontro la parola identica Baptifollum. Quest’ultima ritiene la prima parte della antica parola; e Mallionicum, con piu giustezze, ne ritiene la seconda, che è il suffisso. — Ricordo che Fullonica è località abitata in quel di Grosseto. — (V. Gallicchio). — E ricordo un atto del 1082, in cui certe terre si dicono poste in loco qui dicitur Milionico, nel territorio di Trani. (Beltrami, Docum. longob. e Greci, etc. Roma, 1877, pag. 31). Accennerò, infine, a μυλώνιον, che significò locus in qua est mola, a frangere che che sia. Di qua potrebbe essere derivato un primitivo «Miglionio», donde era facile passaggio alla forma attuale, accennata di sopra.

Nella cronica di Romualdo Salernitano, all’anno 1110, è scritto: Alexander Comes Miliolongum fecit aedificare castellum, così nelle stampe; ma deve leggersi Miliolonigum e significherebbe, a mio avviso, che circondò di mura il paese. Il Castello di Miglionico è famoso nelle storie della Congiura dei Baroni (v. appresso al cap. VIII). —- Valle di PORSARO o PORSENARO, non da tal nome di un immaginario capitano! ma è il Porcenarium del basso latino che vuol dire locus ibi porci aluntur.

64. MISSANELLO. — È il pretto Mesneolum e Mesnillum del m.e. (nel francese antico mesnil), e significò un piccolo podere o pezzo di terra con una casa o mansione (maison), donde gli venne il nome. In carte antiche si legge soventi, come in questa presso Ducange:

dederunt Mesnillum quoddam desertum, nomine Esche-villerum, ecc. (ad v. Mansionile).

65. MOLITERNO. — Alla erudizione indigena parve evidente la derivazione della parola da un moles aeterna! riferendone l’augurio all’antica torre del vecchio castello, quasi Campidoglio di una ignota Roma! Se i nomi li dessero le accademie, l’epifonema di un augurio potrebbe forse bastare a far l’ufficio di matrice ad un nome geografico. Ma se essi nascono dal popolo, il processo riflessivo e l’astratto hanno poca parte nelle filiazioni inconscienli della spontaneità creatrice del popolo stesso.

Io dirò che il radicale della parola parmi sia Mulctrum da mulgere mungere; e significò, oltre al vaso da mungere, anche «l’ora del mungere, e il latte novellamente premuto» come si raccoglie da scrittori della bassa latinità15. A questo radicale aggiunto il suffisso erno, che è di conio antichissimo, e che in composizione di molte parole topografiche esprime (secondo che a me pare) «il luogo ove si fa il lavoro, ove si compie l’azione relativa al radicale», avremo la parola Mulctr-ernum, Mulct-ernum, col significato speciale di «luogo dove si fa il latte, cioè dove si munge l’armento e si coagula il latte» — «La Cascina» — insomma, che pure è nome di tanti luoghi, paesi e città, oggidì. Donde poi si derivi il significato speciale, che da noi si attribuisce al suffisso erno di nomi geografici, vegga il lettore alla parola Picerno, ove sono spiegate altre parecchie toponimie d’identico stampo.

PIANO e FIUME DI MAGLIA, e MAGLIATELLE: vogliono dire: piano e fiume della macchia, e delle macchietelle. — La parola macula, contratta in macla, divenne nel basso latino mallia, che i popoli neolatini, pronunziarono maglia; come da tenaculum si fece tenaglia, spiraculum spiraglio, speculum speglio e specchio, periculum periglio, navicula naviglio, ed altre assai. Anzi nell’italiano è rimasto maglia per una special macchia alla cornea dell’occhio, e nel francese mailles sono le macchie alle piume degli uccelli di rapina. Dal che deduco questo che la macchia è alcun che di oscuro che risalti sul chiaro, come la macchia dell’arbusto sul campo dissodato intorno, e le maglie erano il vuoto o il netto del campo che risalti dal bruno della foresta, come la clairiere ai francesi e il lucus ai latini. — Identica origine medievale al nome di Maglie, città in quel di Lecce.

GUALARIELLO, da wala, argine o muro o stecconata, e riulus, rivolus: rivolo arginato da sponde artefatte. — GUALAMMERTO, da wala id., e mirta che era «luogo irriguo e pascolativo». — ALVARALI da alivus, campo presso a corsi di acqua arginali, e arali, idonei ad essere arati. — LA ROSSA, torrente, da roissia «luogo ove si mette a macerare il canape»: identico al moderno — ABBONATORA (del dialetto) lungo il torrente stesso. — RAGGIOLLA da Ragia e Raja, canale o solco di terra. — LA GATTINA, da Gastina «terra smacchiata, ma inculta e data al pascolo» — GUARINO da warena «selva messa in difesa e riservata alla caccia del signore». — TRUTOLO. Terra uteleia od utelis? cioè da «otto misure» e vuol dire, io credo, terra sottoposta al terratico dell’ottava parte del prodotto. — GARAPANNO da Arapennis, che tra’ varii significati ebbe quello di «limiti del territorio sottomesso a bando», ossia quella zona più prossima al paese, tra i quali limiti la città o il feudatario può esercitare il banno, cioè la giurisdizione penale. Questa parola accenna a consuetudini giuridiche antichissime e comuni, di cui la storia scritta del nostro diritto non parla ancora. Gli statuti municipali delle Università napoletane hanno disposizioni che riescono inesplicabili senza la nozione che è chiusa in questo nome di GARAPANNO, cioè: «limiti del banno».

66. MONTE ALBANO. — Il già noto suffisso in «ano» fa allogare la parola nella categoria di quelle derivate dal gentilizio Albius — come Albano. Ma non passerò sotto silenzio queste parole dell’abate Troyli, che vi era nato e che scrisse: «di territorio tutto fertile, benché cretoso in parte; in modo che dalla bianchezza di questa creta, si crede sortito il «nome di Monte Albano»; ed è probabile.

POLICORO, ANDRIACE, vedi appresso. — Piano LA BRAIDA, toponimia comune a molti paesi; dal medievale bràida, che significò un campo suburbano destinato al pascolo degli animali, e probabilmente all’uso comune de’ cittadini.

SCANSANA è da isca e saina: isca che ancora vive nella lingua popolare a significare terra accosto a corso d’acqua ed atta ad essere irrigua, e saina, del m.e. che valse locus juncis palustris abundans: vuol dire, come in origine, Giuncheto presso a rivi di acqua. — Di qua pure SCANZANO nel Grossetano.

67. MONTEMILONE. — Si trova già nominato Monte Melune in un diploma greco dell’anno 983, come castello o paese dipendente dal vescovo di Trani (ap. Fimiani, Metropol. p. 143) oltre che in una carta, ma di dubbia autenticità del 972 (ap. Di Meo, ad ann.). Ne riferisco il nome sia alla cucurbitacea dall’italiano, sia alla parola meulon, diminutivo di meule, che ai francesi sono quei monticoli di fieno, o paglia, o trifoglio ammontati nei campi per conservare la profenda invernale agli armenti (Littré, Diction. ad v.). Dalla forma del munticulo il nome.

68. MONTEMURRO. — Fu chi ricorse ridicolosamente ad una Dea Murcia; ed altri — meno ridevolmente — ad un Mons Morus, cioè dei Saraceni. Ma anche quest’ultimo è inaccettabile, perché non rende ragione della doppia r del tema: e perché la spiegazione è troppo speciale per una denominazione che è larghissima nella toponimia italica. Si trova infatti Morro irpino nell’Avellinese, Morro d’alba nell’Anconitano, Morro nel Reatino, Moro Valle nel Maceratese, Morrone nel Larinese; e presso Ferrandina un monticello è detto «Il Morrone»; un altro a Garaguso; e Murro è tenuta, anticamente abitata, nel territorio di Montescaglioso.

Il significato del murro medievale è appunto di un «monticello o cocuzzolo» isolato. Nello spagnuolo è rimasto tal quale morro e morrone;nel portoghese morros è collina; nel francese è il solo morne, che è sincope appunto di morone, monticolo. (Littré, ad v.). Nell’italiano non vive che ignorato nei nomi topografici suddetti; ma la radice è già nel mur-gia, del dialetto per grosso sasso; e nel mora, che è monticello di sassi raccolti, come già la greve mora sul sepolcro di re Manfredi, che vive in Dante. Ma anche questa parola è caduta dall’uso moderno: come è caduta l’altra di morena, che nel basso latino significò «diga accosto al torrente fatta di pali, fascine e macigni»16.

Fu dunque il morro, o morrone un monticello di macigni, isolato d’intorno come il cocuzzolo del capo. Né faccia specie il vederlo accoppiato alla identica parola di monte. Tra i singolari fenomeni linguistici non è ultimo la reiterazione: prova, il noto significato di Mongibello che è monte di monte; la men nota contrada in quel di Castelluccio che è detta Pietrasasso; e il più comune MONTORO, ove il Toro, toronis del basso latino vale anch’esso un monticello isolato, che in molte denominazioni topografiche dialettali comparisce in TIRONE, e questo dà origine a tante etimologie sbilenche dal latino classico!

GANNANO: da Ganea, taverna, Ganeanum, «luogo delle taverne». — SORVIGLIANO, VALLARANO: possessivi dai gentilizii Servilius e Valerius. — BRACALICCHIO, diminutivo di baracha, casa di tavole. — BOSCO DELL’ASPRO. «Aspar (si legge nel Ducange, ediz. Didot), era detta la parete preparata di assicelle». Ma in documenti napoletani aspro e asproni significano «pali grandi da vigneti»; e in questo senso è ancora usato nel territorio di Amalfi, come attesta Matteo Camera, che pubblica un atto del 1195, ove si legge: debeamus dare vobis tanti pali et aspre pro laboranda predicta vinea (Mem. stor. di Amalfi, 1876, p. 376). Significherebbe adunque bosco, su cui si aveva il diritto civico di lavorare sia assicelle e panconi, sia grossi pali da vigna o da frutteto. — Vedi in Potenza altri esempii.

69. MONTEPELOSO, oggi IRSINA. — Monsignor Lupoli, dotto archeologo, trasse l’etimologia dal latino pillosus, cretoso: ed io l’accetto. In greco si ha πηλός, fango e argilla: da questo fonte si dedurrebbero origini greco-bizantine, non improbabili.

Quivi presso era Irso da gran tempo scomparsa, e di cui nel «Registro de’ Baroni». In una carta del 1276 Irsium è terra ancora abitata (Syll. ad reg. Siclae Arch. I, 126) in Basilicata. Da questo antico Irso è il nome del recente battesimo alla città.

70. MONTESCAGLIOSO. — Nelle carte medievali è Caveosus, e qualche volta Scabiosus. Ma è scabrosus, cioè aspro e scabroso, come «Aspromonte». Il fonetismo di scabia in scaglia è secondo il genio dei nostri dialetti, che ha mutato nebbia in neglia, subia in suglia, con l’intermedio, senza dubbio, del diminutivo nebula e subula.

71. MURO. — Agli scrittori locali piacque derivare il nome da una enorme muraglia, di cui ancora si veggono gli avanzi in difesa al Castello, e quella essi dicono opera dei Normanni. In un atto del 1090 è detto Castellum de muro, e Castellum quod Murus nuncupatur (Muratori, Antiq. M. Ae. diss. V, 223). L’epoca e il nome io penso sia da portare assai più in su dei Normanni; forse ad antichi avanzi di costruzioni che appartennero sia, probabilmente, al suburbio della città di Numistro, sia a qualche «castrum» di dinasti longobardi. All’età di codesti invasori, nel secolo VI, è probabile cadesse distrutta o desertata l’antica Numistro, che era posta nella prossima Raia S. Basile, e dalla disertata città sursero molti di quei gruppi di villaggi, oggi spenti, come Capitignano, Ganzano, Ceterano, Cilvitrano ed altri17; e surse questa moderna Muro, che man mano li assorbiva tutti, e che vuolsi credere ben popolata all’aprirsi dell’anno mille, se nella prima metà di questo secolo XI si trova sede di Vescovo.

PIANO PAGANO, del pago, o de’ paghi. — ACCILÌ, o dallo antico germanico accyn, elce, o dal basso latino aclea, derivato dal germanico ac, quercus ilex, e lea, campo o luogo. — GIACOIO, nome di un fiumicello; e credo significhi «fiume dell’agghiaccio», derivandosi giocoio, come procoio, l’uno da jaceo-jacui, e l’altro da procumbo-procubui, giacere in terra (conf. Danoia per Danubio, in Dante). — FELITTO, dal lat. Folictum, luogo di felci. — PERLENNE, forse da Bera, che fu locus planus et campestris (Ducg.), e da lena che significa sovero, o da lemna che valse selva. Quindi: selvapiana, o luogo di soveri.

RESCIO o Roscio è detto il corso d’acqua accosto all’abitato, dal b.l. rogius in significato di rivolus.

S. PIETRO A PLAGARO, ad plagarias: non «dai paghi» ma da quelle bianche torrette, ove oggi si fa «il gioco» o la caccia dei colombi, in quel di Cava e di Nocera; e che al m.e. erano dette plagarie come mostrano le carte e il registro del grande Archivio dei benedettini Cavesi (V. in Guillaume, Ess. histor. sur l’abbaye de Cava. Cava [Napoli], 1877, pag. 3 e 221). — CAPOTIGNANO, non a colendo capite Jani!, come farneticarono, ma dal gentilizio Capitinius, che s’incontra come cognome, derivò Capitinianum. (Flechia).

72. NEMOLI. — Di conio moderno, sostituito al vecchio nome di Bosco, quando al paesello di Bosco del prossimo Cilento si volle mutato il nome per spirito di tristi politiche vendette.

Bosco, di Basilicata, era un villaggio di Rivello, surto intorno ad una «Grancìa» dipendente da una Badia, che fu nelle antiche origini dei Basiliani, poi dei Benedettini, in Lauria; di cui il cenobio si dice diserto nel secolo XV. — A Bosco fu eretta una chiesa «vicariale curata» non prima del 1725.

73. NOIA. — Oggi è stata detta Noepoli; e forse intesero dire città nuova. Noa e Novium nel basso latino significò «terreno grasso ed umido o palustre per uso di pascolo». Nell’antico francese è Noue. — Di qua il NOJELLO presso Bollita; e quel paese di Novi, da cui ebbe nome il Vallo (oggi detto di Lucania), quando nel passato secolo vollero mutata l’antica e sconcia denominazione sua18.

74. PALAZZO S. GERVASIO. — Di origini relativamente moderne. In una carta del 1267 re Carlo I di Angiò ordina a Nicolò da Venosa di custodire con cavalli e fanti Palatium regium et defensas S. Gervasii: in carta del 1280 è menzionata la Marescallia S. Gervasii19; erano i luoghi delle razze equine dei re angioini; ed il palazzo e le masserie del re furono nucleo al paese. Non taccio però che in una carta del 1082 trovo donato al monastero della Trinità di Venosa il territorio anche di un «Casale Gervasii» e benché possa dubitarsi della secura autenticità di questa carta (ap. Ughelli, VII, 170), è probabile che il primo nucleo del paese fosse dei tempi normanni. — «S. Gervasio» col suo bosco fu luogo di caccia anche pei re svevi, specie per Manfredi (vedi in Jamsilla, p. 193, ediz. Del Re). — Ma il paese surse ben tardi; se troviamo che Giovanna II (1414-1433) dona a Covella Ruffo nemus et territorium sancti Gervasii, cum palatio, seu domo (non vi era dunque ancora il paese) situm in provin. Basilicate (Cod. diplom. di Minieri-Riccio, II, part. III).

Presso il bosco del comune un piccolo corso di acqua è detto Valero. Fantasticarono ne sia derivato il nome dal Console Valerio Corvo, che infermò a Venosa; e morto ivi, fu sepolto (argomentano, come Alarico!) nel letto del fiumicello! Il quale invece ha il nome dal basso latino Valerium e volerium od olerium che significò un «orto»! dalla prossimità del quale venne all’anonimo rivolo l’indicazione onomastica.

75. PALMIRA. — È il novello nome di battesimo, che il municipio ha imposto al paese, che fino ad anni fa era detto Oppido. Oppido è di certo l’antica parola Iatina di qualifica all’antico paese osco-lucano, di cui ci è ignoto il nome specifico. Ma per quali ragioni il gran nome della maravigliosa città dell’Eufrate sia oggi arrivato all’umile paese dell’alta valle del Bradano, io non so. — Qui il buio è più forte pei tempi nuovi e nuovissimi, che per gli antichi!

76. PATERNO. — Vedi più su al numero 59.

77. PESCOPAGANO. — È Pietrapagana. Vive tuttora, nei dialetti della regione, pescone per grosso ciottolo o macigno.

Il nome accenna sia a fortificazioni del secolo XI, sia a posteriori stazioni dei Saraceni di Sicilia. Nel famoso canto del secolo IX per l’imprigionamento di Lodovico II a Benevento è il verso: Multa gens paganorum exit de Calabria.

LA GUANA: corso di acqua che attraversa l’abitato. È il latino Aquana cioè fossa: il canale o il fossatello dell’acqua. La contrada I doliari, non da Idoli, ma da doliaria, quantità di vasi o checché di simile, venuti fuori.

78. PICERNO. — Il radicale di questa parola senza dubbio è pece. Il suffisso erno, che ricorre in molti nomi topografici di antico conio, esprime, a mio avviso, una relazione complessa di luogo e di lavoro, e più specialmente il luogo ove si esercita un lavoro fabbrile, e forse collettivo. Questo dato spiega con molta semplicità molte parole topografiche dell’identico stampo; e di là deriveremo Picerno, luogo ove si estraeva la pece da quei monti lucani ove ancora oggi è superstite l’abete; Moliterno, la Cascina, cioè luogo ove si manipola il latte fresco, mulctrum (vedi); Salerno, luogo ove si estraeva il sale dalle acque marine (e non da sale mare, ed Irno fiume); Linterno (il lago di Patria), luogo ove si costruivano o stazionavano i lintei, o sandali che ne solcavano le acque; Acerno, luogo ove si confezionava o si ammontava il legname reciso; Siderno, luogo ove si fabbricava o manipolava il ferro (σὶδηρος).

Il suffisso erno è di conio antichissimo, e non vuolsi confondere col suffisso apparentemente identico di pater-nus, imber-nus (inverno), quater-nus, aether-nus (eterno), super-nus, infer-nus, subter-nus, ed altri. In questi il suffisso è nus, flessione dell’aggettivo, esprimente proprietà o qualità proprie. Il suffisso erno a significare luogo di lavoro fabbrile, deriva da altra fonte, ed è anch’esso un composto da altre radici. Una traccia, quasi smarrita, di esso è nel verbo c-ern-ere, separare; ed ogni lavoro fabbrile è separazione del prodotto dalla materia prima, terra, acqua o vegetale che sia. Ma una reliquia più spiccata ed intera è nella parola tab-erna, che ai classici fu appunto l’officina. O questa derivi da tabul-erna, e significherà il luogo ove si lavorano le tavole, (confr. cav-erna, luogo ove si cava); o da un tabul-erina, e ci darebbe anche questa un luogo da lavoro di tavole, o dalle tavole. Il significato di taberna per «casa di tavola» non è che posteriore, come di conseguenza e associativo alla idea di lavoro: anche più tardi surse la distinzione di officina per luogo da lavoro, da taberna per luogo vendita, quando, avanzando la civiltà, la legge della divisione del lavoro suddivide e separa i mestieri.

Altri indagherà onde derivi il suffisso di cui parliamo: a me pare che sia composizióne di due radici e contrazione di irina: la quale è la risultante di ir o ihr, che fu ai vecchi latini la «palma della mano» — fonte, causa e strumento del lavoro, — e del suffisso ina, che è caratteristica delle parole latine che indicano appunto l’officina, — sutrina, tonstrina, moletrina, coquina, ecc.

79. PIETRAFESA — nel m.e. fixa, cioè spaccata. Oggi ha mutato nome in «Satriano di Lucania». — E della medievale Satriano, vedi appresso al capitolo IX.

80. PIETRAPERTOSA — è dall’agg. latino pertusus, forato. In carte medievali si trova detto altresì Petraperciata; dal b.l. che è «forato da parte a parte»; e tale si mostra una grande rupe che sovrasta al paese.

81. PIETRAGALLA. — Anziché dal greco (onde Pietra-bella), ricorrerei alla parola del basso Iatino gallandus, che è dal vecchio franc. galendé, e significa «munito e fortificato» forse di mura merlate, perché derivata da gallanda, corona. Ma la sparizione dell’ultima sillaba senza lasciar traccia di sé, mi fa dubitare anche di questa seconda designazione; e invece preferisco di ricorrere all’altra parola Gal per «pietra» che è dell’antico francese (v. Littré, Diction. ad v. Galet). Ed anche qui si avrebbe una reiterazione linguistica punto strana, ma cònsona ai molti esempi, di cui vedi in Montemurro; e pretto equivalente a Pietrasasso, in quel di Castelluccio.

CASALASPRO (inabitato fin dal secolo XV): ammesso il significato di aspro come è detto in Montemurro (v.), equivarrebbe a «Casale, ovvero Case dalle pareti di legno»; (come è un identico CASALEGNE in quel di Saponara), ovvero ad un Casale del bosco dell’Aspro, nel senso di cui fu già parlato.

82. PISTICCI. — Si ricorse ad un πιστὸς οίκος (casa fedele); e dopo aver fatto casa equivalente di castello, s’immaginò un Castello quale antemurale, ovvero opera avanzata alla Vauban — Dio ci perdoni! — della non prossima Metaponto! Ma il nome è il pretto Pestiz dell’antico francese e il pesticius del basso latino, e significò un «terreno pascolativo» riservato, che, su per giù, ancora oggi è detto in qualche luogo un paschiero. Appresso il Ducange una vecchia carta dice: dedimus omnia prata nostra cum pesticiis ejus…, e nel romanzo di Rou è detto:

Grand aleurs vont par pestiz et par blez,

così come il nome è pronunziato dal popolo. — Una contrada detta «Pastizzo» è presso Apice, nel beneventano.

La notte del 9 febbraio 1688 una parte del paese di un tratto franò; più che cento case subbissarono; oltre a 400 persone vi perirono. Il luogo della gran ruina è detto il dirupo20.

VALLE DELLA PIOBICA, cioè della pioppaia. Da populus, popolo, si ebbe poplus; così dunque da populus, pioppo; dal quale si deriva un poplicus e plopicus, di pioppo.

83. POLICORO. — Luogo abitato, e di qualche importanza, nel m.e. Federico II vi tenne Curia solenne, nel 1232, per la spedizione contro Messina ed altre città di Sicilia ribellate. In carta greca del 1131 è detta ἀστυ, civitas Polycorii; ed anche Castrum21. Come parrocchia di paese abitato, si trova fino al 1526; ma già in un documento del 1506 era detto terram inabitatam vulgo dicta Pollicorii cum ejus turri22. — È il pretto πολυχώρος, ampio, spazioso, capace di molto; parola che io riferisco ai greci medievali.

Le reliquie della glossologia greca mediovale, cioè greco-bizantina, si trovano ancora abbondanti per tutti quei luoghi, che sono le feracissime pianure basilicatesi del Jonio. Ivi ebbero stanza al m.e. non solo parecchi e ricchi monasteri di Basiliani, ma gruppi di popolazioni grecaniche altresì: e da questa duplice fonte vengono i molti nomi topografici greci sparsi qua e là per quelle pianure; di cui eccone un saggio. — ANDRIACE, la Carbonaia, da ἀντράκια, ας, che è congerie o confezione di carboni. — La TRISAJA, da τρεῖς ἅγιοι, Tre Santi (che fu paese abitato fino al secolo XVI). — GARAMMONE, da καραμώνης e κάλαμων, ωνος, luogo di canneti. — TRINCINARA, da θριγχοω, che è cingere di muro, o siepe o steccato, e vuol dire o, per antonomasia «la difesa» secondo il diritto feudale napoletano, o la difesa cinta da siepe o muro. Difesa della CODOLA, dal tema κότινος, l’oleastro (o piuttosto da cos-cotis, sasso?) (conf. venenum, Bononia — veleno, Bologna, etc.). — MISEGNA, da μεσόγευς «terra in mezzo»: ed è difatti in mezzo al fiume Salandrella ed al torrente di Craco, il quale torrente non diede, ma prese il nome da quella. — SIMMARI da χείμαρις - torrens, ovvero infocato. — SAN MEGALIO, cioè San Magno dei Latini, SAN BASILIO, SAN TEODORO indicano stazioni e possessi di Basiliani. — SANTA CINAPURA (Acinapura) da α privativo, e εὶκονοποιεω, simulacrum facio, cioè: immagine non fatta da mano di uomo. Santacinapura fu paese abitato fino al secolo XVI.

84. POMARICO: — campo messo ad alberi di frutta (Et uda mobilibus pomaria rivis. Oraz.). Il tema, onde legittimamente deriva, è la parola del b.l. pomaris, equivalente a pomarium; e da pomaris, un luogo, o terra, o predio pomarium, da frutti. Nel suo territorio era il Castrum Cicurii, del medio evo, ma di vetustissime origini; e ne abbiamo fatto cenno nel volume I. Desso era ancora abitato nel XIV secolo; in un atto notarile del 1378 attesta il Tansi (Hist. Montis caveosi, etc., 52) che sottoscrisse da testimone un tale «Giguriese». Ma già nel 1505 era spopolato, quando l’abate di Montescaglioso, cui apparteneva in feudo, vi chiamava invano i coloni trasferitisi a Pomarico.

85. POTENZA. — Il nome ci è parso che possa risalire a quei trasferimenti non volontarii delle popolazioni del Picenum, nelle regioni al di quà ed al di là del Sele, presso il quale sursero i Picentini. A destra del Sele, fondarono Picentia; all’oriente di esso, tra i monti, forse, Potentia (vedi vol. I, capit. ultimo) che ricordasse sia il patrio fiume Potentia, sia la prossima città omonima, oggi fatta risorgere di nome in quel di Macerata.

A Potenza l’erudizione locale trovò ricordi della Dea Pallade nella vicina foresta di Palareta; e trovò nella contrada Buliemma l’ancora vivo ricordo del Consiglio pubblico (βουλή) o Parlamento dell’antica città. — Ma PALARETA (che è bosco qui, e presso Latronico, e altrove) è non altroché la Palaris silva che si legge nel Digesto (VII, I, 9), e negli scrittori della bassa età per «selva da cui si traggono i pali a sostenere le viti o che altro»; e qui, più specialmente, selva onde si traggono i pali della rete del pastore. — Noto che moltissime denominazioni di boschi si riferiscono ai diritti civici speciali, che usavano su di essi le popolazioni per consuetudine antichissima o per concessione signorile, oltre ai diritti civici generici del raccogliervi, cioè, le legna morte, le carici o le lumache. Così è spiegata la denominazione di bosco della TAVOLA, Serra CERCHIARA , e, presso Spinoso, bosco di CARRATIELLO e della TOMPAGNATA, che accennano al diritto civico da farvi legname per uso doghe ai caratelli, e mezzuli o fòndi (tompagni del dialetto) a’ barili e alle botti. Non altrimenti bosco delle LATA (V. Laurenzana); bosco dell’ASPRO (v. Montemurro e Castelsaraceno); e bosco dei Foi. Li Foi, FOY e FOYA, gioghi selvosi dell’Appennino tra Potenza, Ruoti e Picerno: al b. lat. Foeya (onde il franc. fouée) che significò tanto «il fastello» quanto il «diritto di trarre dal bosco signorile il fastello di legna per uso di scaldare il forno»23: accenno a diritti civici antichissimi de’ tre o quattro paesi suindicati.

La BULIEMMA: contrada presso una riviera, è semplicemente boul-lemnia; dal b.l. lenne e lemnia «selva» e da boula o boul (nell’antico francese) contrazione di bètula, la betulla, che, come il salice e il pioppo, è albero delle riviere. Identica origine è quella di SALEMME (a Saponara e a Pietrapertosa) «selva di salici», e di Bollita, di cui vedi. — GALLITELLO (che i dotti emendano in Arritello), torrentello sotto la città, non è che il vallitellum del b. latino, valloncello.

80. RAPARO, monte; RAPOLLA e RAPONE, paesi. — Questi e simili altri hanno origine dallo stesso radicale rapa e rappa, che significò — spina e luogo pieno di spine, — come altresì il Rapeium del basso latino. Da Rapeium è Reperium e da questo è RAPARIUM, il Raparo, monte, secondo l’analoga e duplice forma dell’italiano: primiero e primario, argentiere e argentario, ecc. — Accrescitivo di rappa è RAPONE. È, invece, diminutivo RAPOLLA, quasi RAPPULA (e non Rupella, come altri disse) sia traslocando l’accento tonico, poiché ha mutato di posto la geminazione della consonante, sia dal diminutivo Rapullula. — Un identico RAPOLLO è in quel di Moliterno; e un monte RAPONCELLO è presso Andretta.

La carta del 967, in cui si trova nominata la prima volta Rapolla e che incomincia: Ego Pandulphus princeps de Consia et de Rapolla, magister et dominator totius principatus…, è falsa (Conf. DE MEO, ad ann.).

87. RIONERO. — In un breve di Eugenio III del 1152 si ha la menzione più antica del Casale di S. Maria de Rivonegro. In una carta angioina del 1277 è parola della Universitas Rivinigri, che elegge il suo maestro giurato: ma alla fine di quel secolo è un villaggio già ridotto a breve numero di luoghi o famiglie. Poi poco dopo il 1316, sorgendo Atella (vedi) ivi presso, per bene accetti inviti a gente da franchigia di tasse, la popolazione rionerese vi si riversò quasi tutta, di tal che nel cedolario del 1344 Rionero non vi è riportato che per memoria. Ma risorge due secoli dopo, se in un documento del 1628 è detto noviter erecto; però con più precisione sappiamo da un apprezzo della terra di Atella del 1615 che

«questa terra tiene un casale detto Arenigru, distante circa tre miglia, dove abitano 45 fuochi di Albanesi, quali abitano dentro grotte accomodate con fabrica, il quale casale va augumentando». Infatti nel 1648, Rionigro figura nelle numerazioni del Regno. Ed allora avviene un fatto straordinario: la popolazione ne aumenta con proporzione, a così dire, maltusiana e geometrica. E il fine storico di «Rionero medievale», da cui traggo queste notizie, dice: «Erano non più di 500 al cadere del secolo XVII, salivano a 3 mila nel 1710; si trovano 9 mila nel 1752; alla fine del secolo sono oltre a 10 mila».

Ed egli pensa che ad uno speciale fatto furono dovuti questi balzi demografici all’americana, al fatto cioè dello sboscamento della regione che dal Vulture si estende al fiume Triepi e all’Ofanto, per conto del feudatario di Atella, del vescovo di Melfi, e del commendatario di Monticchio, tra il secolo XVII e il XVIII. A Rionero, come a centro, pare «si fossero dati d’ogni parte la posta braccianti, vetturali, artieri, fondacai, negozianti, fittabili»24. Erano le terre vergini largheggianti abbondanza di sussistenza e di benessere ai nuovi casigliani.

Il nome, quale è nelle antiche carte, di Arenigro risponde alla pronunzia ed alla grafia dialettale odierna che è Arniuro (conf. Poesie dialettali di V. Granata, Melfi, 1899). E

«sembra dovuto — dice uno egregio scrittore25 dei luoghi — ad un rivolo che scorre per la (prossima) Valle dell’Arena, il cui letto è ricoperto di negre arene che le acque trascinano dal Vulture, ovvero dall’altro che ne attraversa l’abitato che è della medesima natura».

88. RIPACANDIDA. — È nominata nel Registro normanno dei Baroni. Scrittori locali la dicono sorta da un’antica città, che era prossima, e detta Candida da taluni, Candida Latinorum da tal’altri. Ma nessuna notizia di essa nell’antichità; né se ne sa nulla pel m.e.; però una contrada detta La Candida è nel territorio del comune. La Candida detta de’ Latini da taluni è, senza dubio, per distinguerla, come patria originaria, dai popoli di rito greco del prossimo villaggio di Ginestra, che furono albanesi, venuti ivi nel secolo XVI. Questa Ginestra si trova detta altresì Lombarda Massa, e credo sia il nome anteriore a quello di Ginestra. Si sa che Massa al m.e. fu un podere abitato (mansus) o più propriamente un ammasso di fondi, messi insieme; e di qua l’odierno massaria del nostro vernacolo. — Non lungi da Ripacandida (ma in quel di Genzano) è un luogo detto Pesco (pietra) Lombardo. Indizii di coloni venuti di Lombardia in quei luoghi. — Ivi presso, altresì Serra Saracena; ed ivi un avanzo di porta che è detta Porta Samera. E per tutto il territorio ben s’incontra qui e qua ruderi di antiche opere murarie, arcuazioni per condottura d’acque, frantumi di ceramiche, e reliquie di tombe. L’onomastico locale di Serro della Torre, di Guardiola, di Murata, sono testimonio irrecusabile di antico incoiato: che se non sia (e ben potrebbe essere) dei mezzi tempi, è probabile siano di paghi o ville della prossima Venusia.

89. RIVELLO. — Si trova nel m.e. anche rivallus per rivellus, rivulus. Ma più probabilmente è derivato da ravina (fr. ravine), ravinello, ravello; e «ravina» è identico a Gravina. I Gravi o Gravine indicano, in certi dialetti, luoghi scoscesi e dirupati; e grava, medievale, è dal tedesco graven, fodere. Mutazione dell’a in i, per distinguerla da Ravello sulla costa di Amalfi. — L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dall’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi:

Iterum . Velia . Renovata . Rivelium

Constans . Monumentum.

Nel territorio due fontane, l’una delta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso… — ROTALE della stessa origine che Ruoti.

90. ROCCA NOVA. — Di origini medievali non antiche. La Universitas Roccae Novae in Basilicata è in una carta del 1276, del Syllab. membr ad r. Siclae Archiv. p. I, 155. — Ebbe un’abbazia di Basiliani, dal titolo di S. Nilo.

ARDAREA: da ἀρδεία, irrigazione, ed άρερως, adatto o acconcio: terre acconcie ad essere irrigate. — NICE: forse da νίχια, luoghi ove «pernottano» i greggi a intento di concimazione; parola equipollente alle molte denominazioni topografiche viventi di «Gli agghiacci» da jaceo.

91. ROTONDA. — È già menzionata in una carta greca del 1117 (Syllab. graec. memb. pag. 109): originata da una qualche costruzione o da ruderi antichi di forma rotonda. IL ROTONDO è un luogo a Saponara, ove sorge ancora un masso di fabbrica rotondo, che fu un sepolcro dell’epoca romana. — In una carta del 932 si legge: petia de terra mea que vocatur rotundola (Regii Neap. Archiv. monum. I, 61) ma si riferisce a territorio presso Napoli. — La si trova delta Rotunda de Valle Laini per distinguerla dalla Rotunda maris o Rotondella.

92. ROTONDELLA. — In documenti del 1291 (Ughelli, VII, 83) nonché in altri posteriori e del secolo XVI è detta Rotunda maris, per distinguerla dall’altra Rotonda. — Nome d’identiche origini.

93. RUOTI. — Tanto questo nome quanto i molti altri di Rotello, Rota greca, Rota fuori, Rotino, nelle provincie di Molise, di Cosenza, di Bergamo e Salerno, derivano dal b.l. Rodium e Rothus «terreno aperto dall’aratro, o maggesato». In carta del 1119 ap. Ducange: ipse dixit quod alia Rodia de Carcon et Rodiaria Cardinci sunt de Curia. — Presso la città di Salerno era un altro Ruoti, onde ancora sopravvive il nome di porta Rotese, se questa non era, anche nel medio evo, porta acconcia alle ruote. — Ruoti di Basilicata ebbe coloni slavi dalmatini nel secolo XVI.

94. RUVO DI MONTE — Secondo l’opinione di alcuni eruditi del passato secolo (Giustin., Diz. Geogr. ad v.) sarebbe l’antica Rufra dei Sanniti, di cui è cenno in Livio (VIII, 25), e in Virgilio (Aen. VII, 739). Ma oggi questa Rufra sannitica o campana la si alloga, con maggiore probabilità, verso Presenzano. — Se questa Ruvo di monte fosse de’ tempi premedievali (e non è impossibile) bisognerebbe supporre un Rufrum e Rubrum come promiscuamente usati nell’antichissima pronunzia, e come del resto può ammettersi, considerando gli aggettivi equipollenti rufus o rubrus. Ruvo non può discendere che da un Rubrum, fognata la r come, in proprio, in aia, in foia da proprius, area, furia, ecc.

Ad ogni modo, sarà opportuno di ricordare che del basso Iatino si trova la parola Rubus in senso equivalente a Rubetum, luogo spinoso o di fratte. — Un paese detto Rubi o Rubbio esisteva, con parrocchia fino al 1526, in diocesi di Anglona, presso il bosco Sicileo e il fiume Sinni, in territorio di Senise; e disparve, forse per frane, nel secolo XVI. — Trovo la prima menzione di Ruvo in una carta del 1045, ove un cittadino ex civitate Melfe divide con altri certi possedimenti, ed è termine di confine ipsa linea de castello Rubo (Codex Cavens. VI, 279).

95. SALANDRA. — Il nome del paese è di origine antica, perché le viene dal prossimo fiume la Salandrella, che è l’Achalandrum degli antichi geografi, e che in una carta greca del 1125 (Syllab. graecar. membr. p. 127) è ancora detto χελάνδρος. — Anzi in una carta latina del 1124 (ap. Tansi, Hist. monast. Montis Caveosi, 157) lo stesso fiume che oggi è detto Salandrella, è indicato col nome di Salandra. Tale fu dunque il nome del fiume al m.e. Dalle quali testimonianze parmi lecito di arguire, che il nome del fiume abbia preso nel medio evo la forma diminutiva di Salandrella per la necessità che ormai sentiva il popolo di distinguere il fiume dal paese omonimo e prossimo. Dalle due carte ora indicate potrebbe inferirsi che il mutamento avvenne dopo la seconda metà del secolo XII; ma che in quella stessa epoca non esistesse il paese, sarebbe conclusione precipitata. — Non sarà superfluo avvertire che il χ greco, nei dialetti basilicatesi è passato in ζ, ben prossima alla ς: χίμαρος, caprone, è diventato zimmaro: e così di altre parole.

La Salandrella, fiume, diminutivo di Salandra, è detto anche Cavone nell’inferiore suo corso; e χαρὰδρα è appunto un fossato scavato dal torrente, ovvero è lo stesso torrente.

96. SALVIA, oggi Savoia; nome dato a redimere la trista fama riflessa da un abbietto sguattero. — Salvia è dal basso latino Sàulia, che, simile a Sauleia, significò luogo impiantato a salici. Nell’antico francese è Saulie. Da Sàulia, con facile metatesi e identica pronunzia, è Sal-u-ia, Sal-v-ia (come da bellua, belva). — Ma SALVITELLE è, invece, SELVITELLE.

97. SAN CHIRICO NUOVO, o di Tolve, per distinguerlo dall’altro da Raparo si trova detto anche «di Tricarico» in carta del 1220. Ebbe coloni albanesi o Coronei, di cui vedi appresso al capitolo IV.

98. SAN CHIRICO RAPARO. — Il nome del santo è il greco κῠριακός, e credo originato il paese intorno a monastero di monaci basiliani e forse da coloni greci, ma dei tempi bizantini. Nelle sue campagne, oltre ad un titolo sepolcrale latino (nel C.I.L. vol. X), rinvennero talvolta qualche tomba, ceramiche figurate, e di monete greche e romane: indizi di antichi incolati. Ma che della esistenza dell’attuale «S. Chirico» si abbia — fino dall’anno 525! — una testimonianza scritta sopra un antichissimo quadro dipinto, queste sono baie dell’erudizione locale. — Carta in greco scritta in questo S. Chirico io ritengo quella del 1053, che riguarda Calvera (v.) e riferita al n. XL del Syllabus graecarum membranarum. La carta è scritta per mano di Teofiìlatto protopapae civitatis S. Cyrici. — RACANELLO, fiumana, è il diminutivo di Rachia, che significa nel b.l. un luogo fangoso e palustre.

99. SAN COSTANTINO — di popolazione albanese. Vedi appresso al capitolo IV.

100. SAN FELE. — Parrebbe contrazione di S. Fedele, presupposta la pronunzia dialettale feèle, fegnata la d. Nel registro de’ baroni normanni (1144) si trova scritto Sanctus Felix e Sanctus Felis; nelle carte sveve è Sanctus Felix26; così pure nelle angioine. La denominazione di Castrum Sancti Feli trovo la prima volta in una carta angioina del 1303 (ap. Fortunato, S. Maria di Vitalba, pag. 101), secondo la fonetica popolare, probabilmente già in uso; ma le carte di uffizio continuano la denominazione uffiziale, fino al secolo XV. Allora prevalse la denominazione popolare, imposta dall’uso comune, a discretiva delle molte omonimie topografiche prossime e lontane.

Io credo che gli antichi dinasti, o feudatari normanni o angioini, pronunziarono il nome della Rocca, a loro maniera etnico-fonetica, San Felì: e il popolo soggetto tenne ad imitarli: ma, secondo il genio del nostro italico dialettale, addolcendo o sopprimendo o obliterando, nella sua pronunzia, la finale accentuata della parola.

L’erudizione locale ne assegna le origini al secolo X, nel 970; ma ignoro su quali fondamenta.

  1. SAN GIORGIO. — Surto a paese (sullo stato di Noia) nella seconda metà del secolo XVI: nella numerazione del 1595 non fu tassato che per soli due fuochi.

  2. SAN MARTINO d’Agri. — In una carta del 1306 (Syllabus membr. ad r. Siclae, etc. citato, vol. II, parte II, 140) vien nominato un Casale S. Martini de pauperibus, ed è detto che apparteneva alla Casa dei Templarii. Non parmi che fosse questo S. Martino d’Agri. Vedi appresso al capitolo XI.

TRIGELLA, fonte intermittente che sgorga, nella sola state, dal Monte Raparo, e di essa scrisse il Pontano:

Finit gelidus salebrosa fonte Trigella,

Arescitque hieme, in media atque aestate liquescit.

Trigella dicono quasi Trigelida; ed io l’accetto. — CALIUVO, bosco, probabilmente da καλλὶ βοῡς — «che nutrica bei bovi» con frase ellittica conforme al genio dell’idioma greco.

103. SAN MAURO FORTE. — Trovo nominato la prima volta S. Mauro e un’abatia S. Marine in S. Mauro nella bolla, famosa, di Godano arcivescovo di Acerenza ad Arnoldo, vescovo di Tricarico, del 1060, e in donazione del 1070 a questo stesso vescovo; l’una e l’altra di assai dubbia autenticità (v. Di Meo, Ann. dipl. ad ann. e in seguito al capitolo IX). Ai nostri giorni ha preso la qualifica di Forte, forse (come trovo scritto) dall’essersi fortificato per respingere le bande di Bories, nel novembre del 1861, che non l’attaccarono. Ha probabili origini da chiesa e possessi dell’ordine benedettino.

Santa Maria di Priato, antica abazia (di Benedettini?) nel territorio. Priato vale quanto il Prada del b.l., cioè una prateria estesa, pratorum series; e parrà diretta derivazione, a terminazione italica, del francese Prée che è prateria grande.

104. S. PAOLO ALBANESE: — fino a pochi anni fa era detto Casalnuovo. Vedi appresso, al capitolo IV.

105. SAN SEVERINO. — Casale di Chiaromonte, dice il Giustiniani (Diz. geogr.). Credo che surse nel periodo dei primi venti anni del secolo XVI.

106. SANT’ANGELO LE FRATTE. — Il Gatta scrive che questo paese «sortì i natali!» ai tempi di Carlo di Angiò; ed a queste sue eleganze aggiunge ingiurie guelfe alla memoria di Federico II e di Manfredi. Ma nel Registro normanno dei Baroni io trovo nominato «Sancto Angelo, feudo di quattro militi» in signoria di Filippo di Balvano, insieme a Calabritto e a Caposele. E credo sia questo Sant’Angelo delle Fratte, ben diverso da altro «Sancto Angelo, feudo di due militi» nel Comitato di Avellino, in signoria di Ruggiero di Aquila.

Nella numerazione del 1532 non fu trovato che di soli 12 fuochi; e con poco aumento nelle successive, è detto di fuochi 72 nel 1648; poi, tutto ad un tratto, nella numerazione del 1669 balza a 445! Se queste cifre del Giustiniani non fossero, come io credo, un errore tipografico, noi ci troveremmo in faccia ad un miracolo demografico, che la storia non saprebbe spiegare.

Il Torno, fonte intermittente, che all’inverno scomparisce e torna a comparire l’estate. — Vetranaursa, contrada tra Sant’Angelo e Cagiano. Qui era l’antica città lucana di Urseio, capo dei popoli «Ursentini» come da me fu detto nel volume I, capitolo ultimo.

107. SANTARCANGELO. — Non credo sia questo paese una di quelle dodici città che vennero ripartite tra i dodici Conti normanni ai primi tempi della conquista (v. appresso, capitolo IV e V).

In una carta del 1305 (Syll. ad r. Siclae archiv. vol. II, par. 2ª, pag. 135) si dice che il feudatario signore di Santarcangelo, pretendendo di suo diritto la chiesa e badia di S. Maria di Orsoleo, mandò ad occupare di forza l’una e l’altra; e le sue masnade vi presero il meglio alla chiesa ed al monaco che la serviva. Re Carlo II ordina al giustiziero di Basilicata che faccia restituire al vescovo di Anglona la chiesa e i suoi beni ingiustamente occupati. Però con bolla del 25 novembre 1480 la chiesa ed il beneficio «non curato» in S. Maria da Orsoleo fu incorporato all’Ospedale dell’Annunziata di Napoli (ap. D’Addosio, Pergamene della S. Casa, ecc.)27.

108. SAPONARA. — Gli eruditi indigeni del XVI secolo inventarono un’ara della dea Sapona, che gli eruditi del XVIII interpretarono per un Dio Serapide, ermafrodito. Poi, tra gli uni e gli altri, non so chi più, corruppero testi manoscritti, e inventarono marmi letterati per assegnare al paese, tra altre illustrazioni, anche cotesta origine dall’altare di un’incognita dea28 La invenzione ebbe fortuna letteraria; e la si è ripetuta fino ad anni fa in certi libri a stampa dei nostri tempi. Ma di quei buoni vecchi la intenzione redima il peccato; anche Livio lasciò scritto:

datur haec venia antiquitati, ut miscendo humana divinis, primordia urbium augustiora faciat.

Saponara è il pretto Sabuum aeria del basso latino, nel quale aeria od era significò locus qui nec aratur, nec colitur, onde è venuta l’aia, ovvero aria del campo sulla quale si trebbia la messe; — e sabuum significò, come sabuletum, luogo della sabbia. Come la m di sabuum aria si trasmutasse in n, è manifesto a chi ricordi che il latino cum divenne con, sum sono, spem spene, e via dicendo. E la vaghissima collina, su cui siede il paese, è di fatti composta di un candido detrito arenoso29. Dalla stessa radice saboum, sabbia, deriva il nome alla città di Savona, ed ai molti Sabbio e Sabbioncello dell’alta Italia.

CIMIN-ITO: il suffisso indica chiaro che è «terreno im-piantato» a cyminum, la pianta dell’anaci, ghiottornia dei colombi. — PIANA MOTELLA: motella, diminutivo di mota, terra imbevuta di acqua; ed arginazioni che rattengono le acque (v. Tramutola). — IERSI: dal basso Iatino bersae, che erano un recinto di rami e fratte e siepi per rattenervi la selvaggina alla caccia del signore; onde bersare era il cacciare inter bersas forestae. — FRONTI da fronterium; parte di campi che guardano al fiume. — ISCADALLI: Iscla è «terra irrigua» sull’Alli; ed alli era il rivolo dell’acqua arginato. — SCANDRISANO (Sca-n-drisano) — Isca in (ter) drizagnola; drizagnolum era il canale diretto, pel quale correva l’acqua; onde l’italiano rigagnolo e rigagno. —GUARDIMAURO. Il guard è il noto gualdo o bosco; mauro e da mâhre del vecchio tedesco «cavallo» onde bosco di cavalli; come le tante «Serra delle giumente; difesa dei puledri», ecc. Indizii di signorie longobarde.

109. SARCONI. — Si fece ricorso al gr. σὰρξ, σαρκός, carne; e favoleggiarono di non so che carnaio, in seguito ad una antichissima battaglia tra Annibale ed i Romani, ricordata da Livio, nella pianura della prossima Grumento. Ma anche questa parola non è se non dal basso latino, e si deriva da Sarculum, che significò «un luogo selvoso» (dal radicale germanico sart, selva), ovvero «un luogo aperto nella selva, quasi sariendo purgatus» e corrisponderebbe al francese clairière, o al lucus (a lucendo) dei latini. In una carta presso il Ducange si legge: erat ibi sarculum quoddam, arborum opacitate et silvarum densitate undique conclusum. — MONTE SARCHIO ha la stessa origine: Mons Sarculi, e non già Mons Herculis.

Il mutamento di Sàrculum in Sarcùnum poté avvenire per due vie: — 1° o per la stessa legge fonica, che ha mutato la l di colus nella n di conocchia, e mugil in mùgine, mulgere in mungere, modulus in modano, malinconia in maninconia, ecc.; ed in questo caso avrebbe cambiato posto anche l’accento tonico, per necessità di uniformarsi alla legge generale dell’italiano, che fa gravi dell’accento tonico tutte le parole che finiscono in òne; — 2° ovvero la tramutazione avvenne più regolarmente per mezzo del diminutivo sarcun-ulus, che deriva da sarc-ulus allo stesso modo che l’italico forcina deriva da forcula per mezzo del diminutivo forcin-ula; cèrcine deriva da circulum, per mezzo del diminutivo circin-ulum; calcina da calculus per mezzo di calcin-ulus, ecc. — lo preferisco questa seconda derivazione.

AMELINA: è l’hamellum del basso latino, che fu scritto altresì hamel e hamelet. Corrispondono tutti al francese hameau; e significano un gruppo di case per genti di campagna che non abbia parrocchia. Amelina è forma diminutiva italica, come hamel, hamellum, hamelet anch’essi diminutivi, e tutti derivati di ham. La nostra parola indica che il luogo, oggi spopolato, fu nel m.e. embrione di un villaggio. — ROSSANA, sul fiume Maglia, da roissia, luogo a macerar canape, con la terminazione ano, caratteristica di reiterazione o raddoppiamento. — CORNUTELLO è Cornetiello, diminutivo di Cornato, o luogo di cornioli. — La COTURA, la «chiusura o chiusa»; come il francese clôture.

VARCO LAINO, sul fiume stesso. Dal basso latino labina che i glossarii di Isidoro e Papia spiegano lapsum inferens. Di qua il lavina italico in senso quasi disusato di «smotta o frana», e il francese ravine. Labina è da Labes, che ai classici latini, in significato proprio, fu appunto ruina o sprofondamento di terra (V. Cicerone, De divinat. I). — «Varco (della) laina» indica il luogo ove accadde ruina o smottamento di terra, sicché il passo ne addivenne periglioso.

LA FINAIDE, da fines, i confini. Se la parola potesse essere corruzione o derivazione di Fiwaides, si avrebbe un importante documento di tempi Longobardi, che così dissero i campi pubblici destinati al pascolo (V. Schupfer, Aldi, ecc.).

110. SASSO, oggi di Castalda. Ne trovo la prima indicazione in una carta greca del 1068. Nel noto Registro di Federico II del 1239 è detto Saxo forte; cioè fortificato.

111. SENISE: — dal basso latino sentia, che fu luogo di spine, sentibus refertus. Da sentia o sensia è sen-i-sia. Nella bolla di Nicolò II del 1058 è donata alla Trinità di Venosa una Cellam S. Petri apostoli in castello Senensi, finibus Calabrie. Io credo, con l’editore (Crudo, 128), che sia questo nostro, che è detto in Calabria; poiché la si protendeva sino al basso Sinni.

SICILEO: contrada boscosa, più probabilmente Sacileo, perché dal greco ὰκυλος, che è ghianda dell’elce: quindi bosco di elci.

112. SARAPOTAMO, — fiumana influente nel Sinno. E il pretto ξηρός ποταμός, fiume secco, che si dissecca!

113. SPINOSO. — Nel Registro normanno de’ baroni del 1154-1161 è indicato un feudo detto Spinosa, ma dubito si riferisca all’odierno paese presso l’Agri, che è di più moderne origini. Nel cedolario del 1277, di cui al capitolo XI, Spinoso non è nominato. In carte del 1362 è detto Casale Spinusii, e con esso è nominato contemporaneamente Casale S. Nicolai de Tempagnata, che è da gran tempo distrutto.

L’AVELLA, torrente qui e a Ferrandina e altrove, dal diminutivo latino alveolus, con facile metatesi di alvellus e lavelus. — LE SCORZE, altro torrente, derivato da scursorium, canale per cui corrono le acque: Le scòrsore — scorze. — POLISANI: dall’agg. pelosum (conforme al francese pélouse) che era campo verdeggiante di erba corta e folta. In origine: Pelosani. — RAPARO V. — IMPROSTA: o da terra perusta, dissodata per via di abbruciamento come è il senso di ARSIENI in quel di Moliterno; o piuttosto dal basso latino brustio e brustium, che significa luogo di fratte acconcie al pascolo; onde il francese brouster, pascolare. — BARDINACCHIE. La voce medievale pardina vuol dire prati; e la parola achta trovo interpretata dal Ducange per terra bandita o messa in difesa; significherebbero adunque: prati messi in difesa — ? — cioè non aperti al pascolo demaniale. — SERRA (ed anche bosco) della TEMPAGNATA, non da tempa (cioè collina) agnatorum (che questa parola non è affatto sinonimo di antichi); invece Tempagnata dal diritto civico antichissimo di poter lavorare, nel bosco, timpagni o fondi di botti. — CARRATELLO: identico significato; di cui vedi alla parola Potenza30.

114. STIGLIANO: — «forma aferetica di Ostigliano, dal gentilizio Hostilius»: se già non fosse una prostetica di Tigliano da Tillius, «delle Isc.» Così il Flechia. — Nel Mantovano è OSTIGLIA; ma è dal b.l. hostilia, che è l’originario nostro ostello per albergo.

115. TEANA. — Credo dal b.l. tegia, che Muratori spiega luogo ove si chiude il fieno o la paglia (Antiq. M. Aevi, I, 721). Da tegia è teja; e tej-ana indichererebbe il luogo ove sono molte tegie o capanne a conservare la profenda invernale agli armenti. — È conforme alle leggi metamorfiche del latino nell’italico la soppressione della g innanzi alle vocali i ed e; onde da digitus è dito, da magis è mai, magister è maestro, pagensis è paese. — La terminazione caratteristica ana esprime idea di reiterazione, o di aumento o raddoppiamento; come al nostro caso, font-ana, fium-ana, mont-ana da fonte, fiume, monte. — lo la trovo nominata la prima volta in carta del 1077 (ap. Santoro, ed Ughelli, VII, 72).

116. TERRANOVA DI POLLINO. — Di origini non lontane, forse non più in là del secolo XVI. Fu detta Terranovella di Noia, sul cui territorio essa surse. Oggi è denominata dal monte POLLINO. Questo monte si volle detto da un immaginario fanum Apollinis, quasi mons Apollineus. Ma anche gli Dei, come le Oreadi, le Najadi e le Lamie si dileguano alla luce dei tempi nuovi! Ai bagliori di questa luce prosaica, io vi veggo non più che un Mons pollinus, cioè dei polledri31, al pascolo dei quali era destinalo il pianoro dell’amplissimo monte; non altrimenti che in quel di Roccanova presso all’Agri è un altipiano detto «la difesa dei polledri».

MONTE DELLA CATONA; probabilmente da un ospizio ai viandanti di monaci greci, da κοιτών, ῶνος, che è casa avente letti e camere a dormire. Presso i greci del m.e. significò anche guardaroba e magazzino, e di qua anche stazione di navi. Quest’ultima è la significazione di LA CATONA in quel di Reggio, e di La Catona presso l’antica Velia ove vollero vedervi la villa di Catone! (v. volume I, capitolo ultimo).

117. TITO. — Non mancano scrittori napoletani che riferiscono il nome e l’origine del paese a Tito Sempronio Gracco, che combattendo contro i Lucani vi fabbricò il castello… e la favoletta. — Il signor Corcia, argomentando da un’antica lapide di Potenza ove sono le parole Mephiti Utianae Sacr… (Corp. Insc. Lat. X. n. 131, 133) crede che da questo appellativo alla idea delle esalazioni mefitiche, derivasse il nome a Tito. E la congettura sarebbe degna di considerazione, se quella lapide si fosse trovata (ciò che non consta) nelle circostanze di Tito; ove sono infatti polle di acque solforose.

Ecco per mio conto due congetture: — 1ª o da θεᾱτός, che significa «vista, e bella vista»: quindi antico equipollente dei tanti paesi nominati Belvedere, Bellavista, ecc.; — 2ª o, per lenta trasformazione, da θειώδης, che significa appunto solforoso, o putente di zolfo: nome che antichi coloni, greci diedero al luogo, e che su bocche italiche si venne trasformando in thei-does e thei-dos (Pel mutamento del d in t, conf. Diano da Tegianum).

SATRIANO, già città sede di vescovo, distrutta nel secolo XIV. Dal gentilizio Satrius. E non è di questa, più non esistente, Satriano che intende parlare Orazio (Satira I-VI, v. 58, non ego circum nec satureiano vectari rura caballo). Ma invece si riferisce a Satirio presso Taranto.

Io trovo la più antica notizia di Tito in un atto di donazione a Monte Casino che è dell’anno 823. L’atto è scritto in Tite; la donazione è di dinasti Longobardi. (Ap. Di Meo, Annali, ad ann. 4).

118. TOLVE. Nel m.e. Tulbia e Tulbi. Da Terra ulvae, che è pianta palustre di terreni acquitrinosi, del genere delle alghe. Si trova Ulvetum, per luogo ubi crescunt ulvae: precisamente come questa Tolve.

119. TORRE DI MARE. — Surse nel medio evo presso alle ruine di Metaponto, e fu detta propriamente Civitas Sanctae Trinitatis (dalla sua chiesa), come in carte del 1119 (riferita dal Tansi, Histor. Monast. Montis Caveosi). In un diploma di Federico II del 1222 si legge:

totius redditm civitatis Sancte Trinitatis, que odie dicitur Turris Maris (Ibid. pagina 167).

Il paese di Turris Maris si trova indicato come Universitas in un documento angioino del 1280, ed ivi è allogato in Terra di Otranto (I, 211 del Syllab. membr. r. Siclae arch.). Nella numerazione del 1669 è detto inabitato.

Metaponto si trova altresì nominato: — 1° in un diploma del 1099 (se è del tutto genuino), in cui il conte di Montescaglioso dona a quel Monastero famoso medietatem omnium terrarum mihi pertinentium in Metaponto, et medietatem proficui (leggi proximi) portus (Tansi, ibid.). Parmi che qui Metaponto non indichi la città, diruta o in piedi, ma piuttosto il territorio detto Metaponto, culto o boschivo che fosse; — 2º in una carta del 1303 Carlo II scrive al giustiziere di Terra di Otranto che si astenga dal costringere homines Metaponti a pagare il residuo debito della generale sovvenzione (Syllab. membr. r. Siclae arch. vol. II, parte II, pagina 100). E di qua può conchiudersi o che Metaponto, villaggio, sia diverso dal villaggio Torre di Mare; o che il duplice nomo restò promiscuo al povero paese ancora per qualche tempo.

Le colonne doriche presso il Bradano, reliquie di un tempio melapontino, sono dette dal popolo Mèse, Mèsole e Tavole dei Paladini, e in carte medioevali Mense Imperatoris (docum. del 1099, presso il Tansi sudd.). Non occorre andare in Africa o in Levante per scoprirne il significato! Mensa era nel b.l. propriamente «tavola di pietra»; donde mensa per tavola da mangiare, e mènsola, piccola tavola che sostiene ed è sostenuta. La fonetica dialettale italica fogna soventi la n innanzi la s, e da mensis fa mese, da insula isola, da pensio pisone (nel dialetto napoletano) e pigione, ecc. Le Mensae Imperatoris sono state tradotte, letteralmente e storicamente, dal popolo in Tavole dei Paladini, come esso le chiama. I Paladini, eroi potenti e grandi di valore, di forza e di statura, banchettavano su quelle «tavole» o mense, di cui le colonne erano il piè di sostegno. Forse essi stessi le innalzarono! E l’Imperatore delle Mense medievali non è né Augusto, né Ottone, o Niceforo: ma Carlo Magno; Carlo Magno il capo dei Paladini della «Tavola rotonda»: altro riscontro alla denominazione popolare.

120. TRAMUTOLA. — è Terra mòtola; e mòtola vive tuttavia nel dialetto come diminulivo dell’italiano mòta; e vuol dire terra troppo imbevuta di acque, onde spesso, se in declivio essa smotta. Nelle lingue germaniche si ha la radice mott per terra paludosa (Littré ad v.). In questo senso dev’essere il mòtola di Tramutola; e il luogo, per le molte acque sorgenti e fluenti, non si oppone all’originario significato.

Le origini di questo paese non vanno oltre la metà del secolo XII. Nel 1144 un vescovo di Marsico dona alla Trinità della Cava ecclesiam S. Petri cum omnibus tenutis suis, et possessionibus, casis videlicet, vineis, terris (In D. Ventimiglia su Castellab.). E nel 1150 Silvestro conte di Marsico dà a cotesta ecclesie S. Petri Tramutole et hominibus Casalis jam dicte terre abitantibus il dritto di pascolare nei boschi di Marsico (In Ughelli, VII, 499).

CÀULO: fiumara, è il pretto αυλών e αυλός, e che vuol dire alveo e canale. È dunque l’equivalente de’ torrenti Avella a Spinoso, Alvo presso Oppido, e altrove.

121. TRECCHINA : — è dal latino Trichinus, che aggiunto a nome di luogo significa luogo densamente intricato di pruni, sterpi e fratte.

122. TRICARICO. — Dubito se da tricalium del basso latino, che significò un trivio, o se da trigarium, che significava il luogo da maneggio dei cavalli. Alla prima opinione conforterebbe l’analogia di moltissime parole topografiche d’identiche origini e indubitabili, come Trevi di Frosinone e di Spoleto, Trevano nel Comasco, Trebiano nel Genovesato, ecc. — in una carta napolitana del 997 si legge:

per ipsa via comune usque ad illum tragaricum per qua decurrit aqua ad ipse piscine; et licentiam abeatis ividem cum curru introire usque ad memoratum tragaricum32.

Il senso preciso mi sfugge: ma ben potrebbe significare trivio anche qui.

RAVATA. Leggo nello Zavarroni, che fu vescovo della città:

«I Saraceni lasciarono a Tricarico il nome di Rabbata, oggi Ravata, al borgo della parte occidentale: alla cui somiglianza il borgo di Girgenti si chiama il Rabatello»33.

La giusta derivazione di Rabada, che è di origine araba, vedi qui sotto, in Tursi.

123. TRIVIGNO. — La vigna dové essere molto rara nei nostri paesi al m.e.; e dalla rarità la singolarità sua, onde venne origine a molli nomi topografici. Trivigno è parola senza dubbio composta: ma il tri io credo contrazione di trilla, o trela, o trila, che significò cancelli e ingraticciati, onde è il francese treille. Il Trilata vinea del basso latino era vigna sostenuta da pergole. — Da trilata vinea si ebbe trilvinea; ed esprimerebbe su per giù quel che oggi, per la regione medesima, s’intende per pergolato, ovvero per «arbusteto» che sono ordini di viti, le quali o stendono i tralci su pertiche orizzontali, o si maritano ad arbusti di pioppo capitozzati. Un feudum de Trivinea è nominato nel Registro dei Baroni del secolo XII. — Surto sul territorio di Anzi, era disabitato, per manco di popolo, nei primi anni del secolo XV; ma nella numerazione degli ultimi anni dopo, nel 1545, era censito già per 25 fuochi o famiglie.

124. TURSI. — Da τύρσις, la torre, o piuttosto da Torcia o Torsia in significato di argini a rattenere le piene invernali, come spiega il Ducange? Di certo, non da Turcae, i Turchi, che non comparvero nell’Europa se non parecchi secoli dopo il secolo X, in cui si trova nominato Tursi come sede di vescovo greco. — L’antica pronunzia popolare, stando alle antiche carte, fu Turci o Turcico; rispondente per vero piuttosto al Torcia suindicato. La quale parola, per una coincidenza veramente singolare, risponde di affinità al senso della stessa Anglona, sì prossima a Tursi; e di cui or ora.

La RABATANA, quartiere dell’abitato, interpretarono per Arabum tana, a ricordo tradizionale dei Saraceni che quivi dimorarono. Infatti la parola è di origine araba: ma l’ètimo vero è dalla parola Rabhâdi, che vuol dire né più né meno che «borgo»34; come è infatti un borgo la Rabatana di Tursi, e l’altra a Tricarico (v.).

La MOTTA: è il castello. Nel linguaggio feudale era il principale luogo di una signoria, ovvero lo spazzo del fortilizio o castello. Dal b.l. motta, che fu un’eminenza fatta dalla natura o dalla mano dell’uomo.

Santa Maria di ANGLONA, città, medioevale, distrutta fin dal secolo XV (v. al cap. IX). Anglona (gl = gh e gn; glutto, ghiottone; glutire, gnòttere nel dialetto, ungula = ugna) risponde ai tanti nomi topografici di «Agnone» (uno in provincia di Campobasso; altro, è un’antica contrada della città di Napoli; un Agnone S. Angelo è tra il fiume Bradano e l’Incoronata; un altro Agnone è nel Cilento, ecc.); anzi, il popolo della regione dice «fiera di Agnone», quella che è appunto fiera tenuta presso la chiesa di «Santa Maria di Anglona». A conferma della trasformazione fonetica aggiungo che nelle cronache del Jamsilla il lago di Agnano, presso Pozzuoli, è detto lacus qui vocatur Anglanum. Altrove la trasformazione non è avvenuta: in una carta di Montecassino del 747 è un locus qui dicitur Anglona, che ancora oggi è detto «lago di Anglona» (Troyli, Cod. dipl. IV, 277). Agnone, che è forma accrescitiva, suppone il positivo agno; e questo è identico a lagno e lagni, che in Terra di lavoro, sono corsi di acqua, artefatti o mantenuti dall’arte, per scolo di stagni e paludi. Ricordo che un antico glossario anglare (lagnare?) spiega haurire (ap. Ducange ad v.).

125. VAGLIO. È il vallum, o vallium del b. latino, e significò lo stesso che vallatum, cioè un luogo cinto da vallo, ossia fortificato da palafitte. Da vallium è Vaglio, come da malleus, tollere, exvellere si fece maglio, togliere, svegliare.

126. VENOSA. — Vedi nel volume I, ove le origini vetustissime della città credemmo poter riattaccarle agli antichi Bennassii, popoli della Tracia.

127. VIETRI, di Potenza. — Delle denominazioni di Vietri, Vetere, Vetro, Vetrano, Vetrale, Vecchio, ovvero Antico, aggiunte o riferite a nomi di luoghi, abbiamo parlato al capitolo ultimo della Parte o volume I, avvisando che desse sono indicazioni-indice. Ivi vennero dette le ragioni che ci fecero allogare a Vietri e nelle circostanze di Vietri i popoli Ursentini della Lucania, e nei pressi di Caggiano la città di Urseio, ovvero Ursentum. — I «campi veteres», che è il nome dato dagli storici latini al luogo della battaglia in Lucania ove fu ucciso Sempronio Gracco, non si può trovarli a Vietri; e le ragioni le esponemmo nella Parte I (ibid.).

128. VIGGIANELLO. — Conformemente a quanto ora diremo di Viggiano, questa forma diminutiva ci riconduce ad un Vibianulum anche esso possessivo gentilizio. — In una carta greca del 1132 (Syllab. graec. membr. p. 159) si trova βιγγιανητου.

Contrade campestri: RÀVITA (altrove Ravattone, accrescitivo) dal medioevale rava, onde il francese ravine, che è «borro scavato dalla acque». — CALOI, terre «boscose» da κᾶλον. — SPEDAREA, quasi «Campo grande» da σπιδής, ampio, e άρουρα, campo da semina. — CANALEIA, da ἀναλέγω, raccogliere, nel senso di canale «collettore»: e infatti raccoglie le acque che vi si scaricano dai torrenti LAVONA (accrescitivo di Lava) e TOFELE, che parmi sia derivato da ὠφελέω, in significato di «canale che serve di scarico». — MONTE SARIA, dal greco σὰροω, mondare, in significato di monte raso, o brullo di ogni qualsiasi pianta. — LA CUPIA, uno dei gioghi del monte Pollino, forse dal gr. κοπάς, κοπάδος e sarebbe equivalente di LA TAGLIATA. — lndizii di incolato di greci-bizantini.

129. VIGGIANO.

«Vibianum, dal gentilizio Vibius delle Iscr. Un fundus Vibianus ha la tavola de’ Bebbiani; cinque in quella di Velleja; un fundus Vivianus nell’iscrizione di Volcei» (o Buccino).

Così il Flechia — Fra le iscrizioni antiche di Potenza è una ad un Vibio Fiacco (C.I.L. X, 160). Un Vibidius è in altra di Grumento. Il b passa in g, come da fobea si è fatto Foggia, e da fobeanum Foggiano, in quel di Melfi (dalle grandi fosse da racchiudervi i grani). — Nel noto Regestum di Federico II del 1239 si trova nominato il feudatario Berengerius de Bizano che è questo nostro Viggiano. Ma non è scrittura della regione, né risponde alla fonia del popolo odierna; pure il Bizano deriverebbe da un Vettius ed anche da un Vedius delle Iscrizioni.

GAUDOPIANO: Galdo, cioè bosco, in piano.— AOTÒTARO e Laotòtaro. È la pronuncia italica popolesca del greco ἅγιος τοτάρος (ajo-totaro), San Dòdaro; chiesuola, od eremo di basiliani sul monte —?— ALLI (e non Galli), rivolo di acqua arginato.

130. VIGNOLA. — Oggi è detta, uffizialmente «Pignola» perché un bel giorno piacque al suo municipio di ricordarsi che l’antica arma della «Università» aveva un pino, e i versi

Pinea sum fortis, corrupto nomine dicor

Vinea…

Ma dove e quando il paese fosse stato detto, dall’albero del pino, Pignola, non si sa. È uno dei tanti falsi ritorni, per smania di novità, all’antico che non ebbe mai vita. Vignola è Vineola: accenno anche questo alla rarità della vigna nel medio evo.

ARIOSO, monte. È l’ἄγριος greco, ed agrius latino, in significato di «selvaggio, aspro e forte» con la facile soppressione del g, come in nigrum ed integrum, ecc., diventati nero e intero. Fu paese abitato, col nome di Gloriosa, nell’elenco del 1227 di cui al seg. cap. XI. — Dalla stessa origine sono i molti AGROMONTE della regione.

131. VULTURE — vulcano vetustissimo estinto: nessuna memoria di esso, quale monte ignivomo, nell’antichità. Esiste una letteratura amplissima sulla geologia del monte; ma il lavoro più compiuto, e per indagini e induzioni autonomo, è il recente «Studio geologico» di Giuseppe De Lorenzo (Napoli 1900), che è un valoroso giovine scienziato, nativo della provincia.

Nelle età fuori il computo dei nostri secoli un gran lago, o due laghi ondeggiavano là dove poi surse Venosa e dove Atella: in mezzo a quello spazio di laghi pleistocenici35 emerse sollevandosi questo che divenne il Vulture ardente, e che arse per numero di altri secoli ignoto. Ma si estinse nell’epoca quaternaria; ed agli ultimi incendii assistettero, come oggi è noto, rappresentanti della specie umana, e come abbiamo ricordato nel volume I.

Donde il nome di Vulture al monte fu subietto di una speciale e, a più titoli, stranissima elucubrazione di Ciro Minervino, nel 1768. Oggi non potremmo noi emettere, oso dire! — più ree cose di quelle sue.

Se giova rifarsi alle omonimie, non potremmo riattaccare il nome del monte a quello del fiume Volturnus; il quale trova una spiegazione punto inadeguata nel latino volvere (volutum) e volutare, che indicano l’azione del volgere, voltare in giro, rovesciare e rotolare, che è del tutto conforme all’essere di un fiume, che è pure qualificato «con corso tortuoso» (Carraro, Dizion. geogr.). E dal fiume Volturnus origina il nome dell’antica e prossima città Vulturnum (Capua), e il mare Vulturnum, ove esso sbocca.

Né gioverebbe riferirsi ai nomi dei moderni paesi di Volturara (Appula e Irpina). Questi, come i nomi di Falconara, Cervinara, Buffolara, Anguillara, Colobraro, ecc., indicano luogo proprio dei falconi, cervi, buffali, colubri (V. avanti n. 2 e n. 37).

Ma troviamo il nome di Volturino dato a un monte in quel di Foggia, e ad un altro (di cui sopra al n. 59) tra Marsico e Calvello. Quest’ultimo nome abbiamo derivato dall’adiettivo latino Vulturinus, che vuol dire «di avoltoio», e risponde a nomi di monti ad esso prossimi, come monte Corvo, monte Aquila. Si può, dunque, ritenere che non sia, improbabilmente, dissimile l’originaria denominazione dell’antico e oraziano Vulture in appulo.

Ma poiché la specie umana visse per quei luoghi anche ai tempi che il monte fiammeggiava ancora, è opportuno di ricordare che nel sanscrito si ha la parola gualita per flammans e fragrans. Si avrebbe, egli, in questa parola il radicale guolt di volt-ur?

Forse.

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Alla rassegna per ordine alfabetico la storia dimanda che si sostituisca o si aggiunga la nota cronologica.

Quando sia ammesso il significato originario dei nomi topografici sin qui dichiarato, se ne può egli trarre partito per indagare a quali periodi di tempo si possono riferire le origini loro? Il problema, di sua natura, non comporla soluzione precisa; ma, fra discreti limiti, una soluzione approssimativa è possibile.

Per quanto fu detto nella prima parte di questo lavoro, dobbiamo allogare fra le più antiche, e al limitare stesso della storia lucana, le origini delle città di Venosa, di Mateola, di Bantia. Sarebbero antichissime altresì, e delle prime fondazioni osco-lucane, Atella e Abella. Antichissime, dell’una o dell’altra fonte, anche Acheruntia ed Antia. Meno antica, ma però del secolo III avanti Cristo, sarebbe Potentia, che riferimmo alle popolazioni del Piceno, strappate dalle terre adriatiche e trapiantate alle rive del Tirreno, presso il Sele.

I nomi locali che, numerosissimi in Italia, finiscono nel suffisso ano, e formano un’abbondante categoria di aggettivi col significato di «appartenente a qualcuno», sono ormai, dai dotti e dai filologi, riconosciuti come indicanti proprietà fondiarie già appartenenti ad antiche famiglie italiche, proprietà che sursero a paesi dalle prime case o capanne dei coltivatori del fondo. Molto probabilmente le dichiarazioni censuarie fatte al catasto romano furono la ragione e l’origine di queste speciali denominazioni. Esse per noi sono denominazioni-indice.

Di esse, come fu già accennato, si occupò di proposito il chiaro professore Flechia; il quale scriveva:

«Di così fatte denominazioni di proprietà ci si presentano esempii fin dai tempi di Varrone e di Cicerone; e si dee credere che fossero già in uso prima di questi scrittori; sicché taluni di questi nomi, nati la più parte negli ultimi tempi della repubblica e principalmente poi sotto l’impero, possono non improbabilmente risalire a un paio di secoli e più prima dell’èra volgare. Già s’intende (egli soggiunge) che questi nomi non aventi da principio alcun valore geografico, erano in uso soltanto presso la gente paesana, ed erano quindi nomi essenzialmente encorii»36.

Non è piccolo il novero dei nostri paesi, che entrano in cotesta categoria: — Satriano, Romagnano, Balvano, Aliano, Avigliano, Stigliano, Albano, Viggiano…, e di questi, senza difficoltà, faremo risalire l’origine al nome, che dal proprietario aveva il «predio» fino dai tempi dell’impero. Una tale forma di aggettivo, che indicava appartenenza alla famiglia Avillia, Ostilia, Albia, Balbia, Vibia, ecc., non poteva nascere dopo che il diluvio barbarico ebbe travolto nel nulla l’antica società, e dagli antichi possessi sursero i nuovi, con nuovi nomi. Erano i nomi delle ville rustiche, cresciute in paghi, probabilmente anche prima dei barbari. Ed è ben notevole per me l’osservare, che quelle forme di nomi topografici sono abbondanti, specie nelle circostanze di luoghi ove surse un’antica città.

Antiche e anteriori al medio evo crediamo, senza poterne però determinare il periodo cronologico, le dominazioni di paesi quali Moliterno, Picerno, Miglionico, Latronico, Tito. Il tema o il suffisso di queste parole, se s’incontrano nel vocabolario delle lingue neolatine, non si attagliano punto a significato conveniente all’onomastica topografica. Parmi quindi si abbiano a riferire a periodi di tempo anteriori ai nuovi idiomi.

Tutti gli altri paesi, all’infuori di queste ora indicate categorie, appartengono senza dubbio all’epoca dei nuovi ordini sociali che emersero nei tempi di mezzo. Tra i più antichi (che vorremmo indicare indigrosso dal secolo VI al X), quelli che derivano da parole del basso latino, le quali non sono rimaste, neppure per loro radicale, nell’uso dell’italico che viene parlato dalle popolazioni della regione. In questa categoria annovereremo Abriola, Accetura, Armento, Brienza, Marsico, Sarconi, Ruoti, Craco, Garaguso, Gallicchio, Missanello, Trecchina, Vietri, Lavello, Tricarico, (Guardia)-Perticara, Saponara, Gorgoglione, Teana, Senise.

Alquanto meno antichi (che indicheremo dal secolo VIII al X) quelli che hanno il nome specifico da un qualificativo, non rimasto nell’uso dialettale, alla parola monte o pietra, e quelli che, per indizii antecedentemente cennati, si può arguire ebbero origine da genti o coloni bizantini o da monaci Basiliani. Tali sono Montepeloso, Monte Milone, Monte Murro, Monte Scaglioso, Chiaroinonte, Pietragalla, Ripacandida.

Ci è molto del vago e dell’arbitrario in queste determinazioni cronologiche, — chi può negarlo?; meno però per quelle che seguono, se si ammette che la grande e maggiore venuta di monaci greci e di gente greca fu, probabilmente, per la persecuzione degli iconoclasti, che coincide con la metà del secolo VIII. A questa categoria, e per un periodo di tempo che vuol dire di un qualche secolo almeno, riferiremo, alcune con maggiore altre con minore certezza, Lauria, Maratea, Episcopia, Calvera, Carbone, Cersosimo, San Chirico Raparo, Policoro, forse Rivello, Tursi.

Dal secolo XI al XIII quei paesi ove prevale la parola già diventata italiana, e tali Lagonegro, Rotonda, Vignola, Trivigno, Castelgrande, Castelmezzano, Castelluccio, Vaglio, Rionero, Palazzo, Pietrapertosa, Pietrafesa, Sasso, Guardia, S. Martino, S. Mauro, S. Angelo Ie Fratte, S. Arcangelo, Roccanova, Castronuovo, S. Felice. — Anche più tardi, S. Chirico Nuovo, Spinoso…

Tramutola è del secolo XII; Ferrandina e Francavilla del secolo XV; e così Rotondella. Pel secolo XVI, e della prima metà è San Severino; della seconda è S. Giorgio. Del secolo XVII Fardella e Bosco o Nèmoli, e forse Terranova.

Sono del secolo XVI i paesi albanesi, S. Costantino, Casalnuovo o S. Paolo, e Ginestra, villaggio di Ripacandida.

NOTE

1. Nuove letture sopra la scienza del linguaggio, I, VII.

2. Avverto che fonte alla significazione che in questo capitolo viene data alle parole del basso latino, è il Glossar. mediae et infimae latinitatis del DUCANGE, quando non si accenni ad altra fonte.

3. LITTRÉ, Dictionnaire de la langue française. Paris, 1863, ad v.

4. Esempii ovii: Lutra, Vicetia, satureia, Aufitum, ecc., addiventati lontra, Vicenza, santoreggia, Ofanto.

5. Nella bolla di Giovanni XXII del 1025 si nominano: Montemelionis, Labellotatum (v. app. cap. IX), Cisterna, Vitalba. Nella bolla di Urbano II del 1089 Mons milionis, Labellum, Rapulva, Melfis, Vitalbis (apud Ughelli, VII, 609). La bolla di Aless. III del 1172 è in Garrubba, Serie antica dei sacri Pastori baresi. Bari, 1844, p. 189, e in G. Fortunato, di cui appresso.

6. In FORTUNATO, Santa Maria di Vitalba. Trani, 1898, p. 82, 120… 10

7. In FORTUNATO, Ibid. pag. 13 e 132.

8. Lo stesso on. FORTUNATO scrisse (in Napoli nobiliss., agosto 1898, S.M. di Vitalba):

«È probabile che nei pressi di Atella fosse stato un pagus od un vicus della plebs extramoeniana od urbana del municipio venosino; e che la valle di Vitalba, al pari del Vulture (come afferma il Mommsen), avesse fatto parte intergrale del dell’agro di Venosa, limitrofo, secondo il liber coloniarum, al territorio di Conza».

9. In DEFENBACK, Glossar. latino-germanicum mediae et infimae latinitatis. Francf. 1857. — La Brie, in Francia, famosa pei suoi formaggi. — In Italia, la Brianza.

10. Nel Syllabus graecaram membranarum. Napoli, 1865, n. XL. — I dotti editori traducono la parola per Calabria; ma è sbaglio evidente a chi consideri i luoghi di confinazione nella carta indicati. — Aggiungo, a maggiore prova, che in una carta del 1362 questa Calvera è detta terra quae dicitur La Calabra.

11. FORCELLINI, Lexicon Tot. Lat. ad verb. Cancelli e Cancellatio.

12. Il Troyli (Ist. I, parte II, 432) pubblica la iscrizione della fondazione con la data del 1454: il Giustiniani (Dizion. ad v.) più correttamente in lettere romane, MCCCCLIV. Lo scrittore dell’opuscolo di cui nella nota seguente, la riferisce, come da lui riprodotta dal Troyli, con la data 1480. Uno scrittore locale più recente la mette fuori di nuovo, ma con la data del 1494, che vorrebbe essere o non è la più prossima al vero. Le varianti mostrano non esistere più il monumento originale.

13. È pubblicata nell’opuscolo: Cenno storico della città di Ferrandina del canonico NICOLA CAPUTI. Napoli, 1859, pag 9.

14. In un atto notarile napoletano del 997 si legge: «Prima petias de memoratas terras nominatur at (ad) patrum… Vol. III, pag 176 dei Regii neapolit. archivi monumenta. Neapoli, 1849.

15. In DUCANGE e DEFENDACK, Gloss. sopracitati, ad vv. Mulcra, Mulctra, Mulctrum.

16. Vive in quel di Moliterno Isca la morena, cioè «terra irrigua della, o presso Ia diga».

17. Vedi in MARTUSCELLI, Numistrone e Muro Lucano. Napoli, 1896, pag. 38.

18. Era detto Vallo dei Cornuti. E l’ambiguo nome, che in carte medievali è Castrum Cornutum (ANTONINI, p. 321) non derivò da non so che soldati «cornicularii» romani, rilegati lì dalla pietosa erudizione dell’Antonini, ma da una parola del b.l. che fu, a mio credere, charnus. Cernellus e Charnellus del b.l. erano i merli della torre: e Carnelé del francese, che è dalla stessa fonte, significa «orlato di smerli». Ora, Cernellus o Charnellus, diminutivi, suppongono un positivo, e questo non può essere che Cernus o Charnus. E da Charnus sarebbe venuta la qualifica di Charnutum al castello munito di forticazioni merlate. — È lo stesso significato al Ponte Cornuto, o fortificato, sul fiume presso Rotonda; al villaggio detto Massa cornuta presso Ajeta, e simili. La parola in origine fu carnuti, che passò per assimilazione in cornuti, poiché l’italico carnuto da «carne» non si attagliava al concetto di castello.

19. Syllabus membr. ad regiae Siclae Archiv. pertinent. Xapoli, 1824, vol. I, p. 7 e 197.

20. La data cronologica, nell’Antonini del 1698, è invece accertata da un documento sincrono pubblicato dal dott. La Cava nell’Eco, giornale della Lucania del 23 giugno 1888.

21. Syllab. graec. membran. pag. 145.

22. POLICORO oggi è «frazione» amministrativa del Comune di Montealbano Jonico (R. decreto 25 settembre 1870), e numera una popolazione che in gran parte si raccoglie temporanea per le svariate coltivazioni del grandissimo podere. Il quale è una unica tenuta di 5068 ettari di opime terre, a confine col mar Jonio, col fiume Agri e col fiume Sinni, sono coperte di colti, di pascali e di boscaglie, ove già rifulsero le città di Eraclea e di Siri, oggi di ogni qualsiasi reliquia scomparse. La grande tenuta di pascoli e di boscaglia che appartenne alla famiglia dei Sanseverino-Bisignano, passò nel secolo XVII in proprio de’ Gesuiti: e quando questi furono in prima volta espulsi dal reame nel 1707, venne in demanio dello Stato, e da questo, nel 1792, pel presso di 402mila ducati, passò al principe di Gerace.

23. DUCANGE, Gloss. ad v. Foeya e Focagium; — e LITTRÉ, Dic. ad v. fouée.

24. Da uno dei notevoli libri dell’on. GIUSTINO FORTUNATO (per tanti e singolari titoli benemerito) che illustrano la regione del Vulture; tra i quali questo: «Rionero medievale», con 26 docum. ined. Trani, 1899, pag. 67-70 e pass.

25. BOZZA ANGELO, Il Vulture e… Barile. Rionero, 1889, pag. 91.

26. Il paese ebbe un castello di notevole importanza. Nella Rocca quae dicitur Sancta Felix, Federico II tenne in prigione il figliuolo Arrigo. Il prigioniero, un certo tempo, era mal provvisto di vesti decenti; ed in una lettera del 1º aprile 1240 l’Imperatore scrive:

Intelleximus quod Henricus filius noster, qui apud Sanctum Felicem commoratur (!) prout ei expedit, vestitus non est.

ed egli ordina si scriva a Tommaso di Asmondo, Justitiarius Basilicatae, che lo provvegga di vesti decenti. — Ap. Huillard Brehollés, vol. 5, part. 3, pag. 888.

27. Il convento di ORSOLEO che fu già dei Minori osservanti, meriterebbe uno studio che ancora non è stato fatto. L’antica chiesa rimonterebbe, secondo la tradizione, all’eresia di Fraticelli, dei quali un ramo si propagò fino al prossimo paese di Carbone; e la chiesa di Orsoleo sorse ad espiazione della vinta e spenta eresia. (Uno dei loro capi, fra Angelo Clareno, morì [1337?] nell’eremo di S. Maria dell’Aspro, in territorio di Marsico Nuovo. BOLLAND. Die 25 giugno). L’ampio edifizio del convento si dice fondato dal Conte di Aliano, Egidio della Marra, morto nel 1517. Molte pitture si veggono ancora su per le mura dell’edifizio; ed unu iscrizione (in Gius. PANNETTI, Stigliano, notiz. stor. Napoli, 1899) dice: In nomine domini Jesu Christi Amen. Magister Joannes Todiscus de Briola (Abriola) fecit omnes istas picturas. A.D. 1545. — Fra queste pitture va ricordata una Danza macabra (?). — Un S. Giorgio a cavallo che calpesta e ferisce il drago, è ritenuto dalla tradizione come il ritratto del Conte Egidio che uccise il «drago» infestante le campagne del prossimo Gannano.

E la «malaria» infatti infestò e rese deserto, fin dal secolo XV, il paese abitato di Gannano: ma il «drago» della malaria non fu vinto né allora, né poi pei campi di Gannano. Come prova storica della leggenda si addita ancora oggi, sospeso alla catena presso un altare della chiesa, il teschio della vinta bestia cornuta: ma il paleontologo non ancora ci ha detto a quale delle specie estinte, o fantastiche! il drago di Gannano appartenga.

28. Conf. se ti piace, il nostro libro: Fonti della storia basilicatese al medioevo: l’Agiografia di S. Laverio dei MCLXII. Roma, 1882.

29. A conferma di questa derivazione, ricordo che era in Francia, presso Toul in Lorena, un paese detto Savonnières, che oggi è distrutto. Ivi nell’anno 859, fu tenuto un Concilio: e questo è conosciuto nella storia col nome di Concilium apud Saponarias o Tullense: — Aggiungo questo da carta del 769: Constat me Slavite… habitante in Sablonaria, civis brixianus, etc. (In Porro, Cod. dipl. lombard. 38, 72).

30. In un diploma di Boemondo al Monistero di Bansi è donata anche: Ecclesiam S. Marie di Carratello justa Sarracenum [Castrum Saracenum] sitam cum Casali suo, et ecclesiam et villanis intus et de foris a Sarracenis [e vuol dire dai naturali di Castel Saraceno] costructis. È documento del 1090, che il Di Meo (Ad ann. 10) giustamente dichiara e dimostra falso: ma se è falsificato l’atto, ben può ritenersi certo il contenuto dell’atto.

31. Nella legge longobarda 137ª di re Liutprando è scritto: Item perlatum est nobis, quod quidam homo prestedissit jumentum suum ad vieturam, et pollenus indomitus secutus fuisset ipsam matrem suam, etc.

32. Reg. Neapolit. Archivi Monumm. Neap., 1849, vol. II, pag. 181.

33. Nota sopra la Bolla di Godano arcivesc. etc. Napoli, 1746, pag. LXVI.

34. Conf. AMARI, Storia dei Musulm. di Sicilia, vol. I, p. 161.

35. GIUS. DE LORENZO, Reliquie di grandi laghi pleistocenici nell’Italia meridionale. Napoli, 1896.

36. Nomi locali del Napoletano derivati da gentilizii italici di GIOVANNI FLECHIA. Torino, 1874. — Estratto dagli Atti dell’Acc. scienze di Torino, vol. X.