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CAPITOLO II

CAPITOLO II.

DONDE MOSSERO I LUCANI ALLE NUOVE SEDI E QUANDO

Tanto Plinio, quanto Strabone lasciarono scritto, che i Lucani furono gente di stirpe sannitica.

E poiché, noi designare la regione che le popolazioni sannite occuparono agli antichissimi tempi, corre di solito al pensiero la regione del Samnium, secondo la confinazione che le fu data negli ordinamenti di Augusto, ne venne che la ricerca delle sedi ultime, onde mossero le tribù sabelliche occupatrici della regione che poi fu Lucania, non si fece altrimenti che per la regione del Sannio o per l’attiguo paese degli Irpini, gente sannitica anche essi. Se i Lucani derivarono dai Sanniti, se questo avvenne in tempi posteriori alla derivazione degli Irpini, pareva naturale che dal lembo orientale del Sannio, dove fu la Irpinia, si fossero staccati anticamente i Lucani. E poiché il confine tra la regione degli Irpini e quella dei Lucani non è che un tratto della catena appenninica, sorpassato il quale dal paese degli uni si viene in quello degli altri, pareva chiaro che il concetto della mente rispondesse al fatto del naturale propagamento delle antiche genti. Sorvenne in prova, a conferma dell’argomento, una omonimia topografica tra le due regioni; e fu l’omonimia del fiume Calore: l’uno, di tal nome, irrigava gran parte dell’Irpinia e si versava e si versa nel Volturno; l’altro si versa nel Sele, e irrigava, come irriga, una valle a piè del monte Alburno nella Lucania occidentale. Omonimia unica; ma, grazie al preconcetto della derivazione sannitica, parve sufficiente.

Noi potremmo aggiungerne un’altra, ed è un’altra fiumana detta Calore, che scende dai fianchi occidentali del monte Sirino e dopo breve corso si fonde e confonde nelle acque del Negro, che fu il Tànagro antico del bacino di Diano, che oggi si dice Teggiano. Ma non per ciò alla prova crescerebbe valore. L’omonimia non resta che scarsa: e poiché si tratta di fiumi, scarsamente, a mio modo di vedere, conclusiva.

Il filo delle omonimie topografiche è parso, e con ragione, una guida accettevole pel buio delle origini, ad ormare le traccie delle genti che si versavano da paese a paese. Nella successione delle famiglie nel tempo, il figlio ripete il nome del padre o dell’avo; nella successione delle famiglie nello spazio si ripete similmente di luogo in luogo il nome della patria. È il ricordo della madre comune che siegue e consola, con le tenerezze dell’infanzia, gli emigranti lontano.

Or questo filo delle omonimie, nel problema che intendiamo risolvere, ci guida ad altro paese che non è il Sannio propriamente detto dei tempi di Augusto. Sarà pregio dell’opera il venirle raccogliendo; ma, a farne giusto giudizio, dimentichiamo innanzi tutto il preconcetto che le origini lucane derivarono dal Sannio. Le origini lucane furono sannitiche, in quanto che sabelliche; le due parole, che in processo di tempo furono distinte come di genere a specie, in origine non furono.

Gitti il lettore lo sguardo su di una carta topografica dell’antica Italia meridionale; e investighi segnatamente quella regione a sinistra del fiume Liri, che in parte appartenne al Lazio già abitata dai Volsci, e che si denomina Campania. Segua con l’occhio la distesa di terra che intercede tra i fiumi Liri e Volturno, e quella che dal basso Volturno si allarga a sinistra per le valli pianeggianti del Clanis e del Sarno fino al promontorio di Minerva o della Campanella, che separa il golfo di Napoli dal golfo di Salerno.

Questa ampia distesa di terra, che dalle origini del Liri confina all’alto piano del Fucino, già sede di antiche stirpi sabelliche, e lungo il corso superiore del Volturno attacca con le sedi delle meno antiche stirpi sabelliche che furono i Sanniti, quest’ampia distesa di terra, frastagliata da minori fiumane che si versano nelle due maggiori, fu la regione abitata dagli Oschi antichissimi, anche essi di stirpe e di linguaggio affini ai Sabelli.

Ora in questa distesa di terra che è ai confini del Sannio, ma non è il Samnium propriamente detto, ecco quali conformità di nòte topografiche ci è dato di avvertire con la topografia della regione lucana.

Troviamo dapprima il fiume Melfa o Melfia, che si scarica nel Liri, e bagna quasi nel suo corso superiore l’antica e moderna Atìna dei Volsci. E in Lucania è presso il monte Vulture il fiume Melfa, onde venne il nome alla città, illustre per le prime sedi dei Normanni; l’altra fiumana del Melfa è presso il capo Palinuro, sul Tirreno.

Al riscontro dell’Atìna sul Melfa non aggiungeremo quello di Àtena, che è odierna e antica città lucana sul fiume Tànagro; poiché farebbe ostacolo non sormontabile la non conforme accentuazione delle due parole: ma procedendo oltre, ecco, all’entrare nella Campania propriamente detta, presso l’odierno paese di Presenzano, l’antica Rufria, che ben risponderebbe all’odierno Ruvo (detto di Monte) nel Melfese: e Rufria, ricordandoci il virgiliano Qui Rufrias, Batulumque tenent..., ci richiama all’affinità così di «Batulo» castello della Campania che fu di origini sabelliche1, come all’odierno paese di Vatolla nella Lucania occidentale, che oggi è il Cilento.

Teanum, sul fiume Sacco, tributario del Liri, ricorda il Tegianum (oggi Tegiano o Diano) poco lungi dall’Àtena suddetta. E il Sacco stesso, che ebbe l’antico nome di Trerus, ricorderebbe la Tiera, che é fiumana presso Potenza, defluente al Basento. E nella valle del Liri i documenti cassinesi del secolo X ricordano spesso un possedimento del Gran Cenobio che è detto Monte di Balba2, onde viene riflesso e al Mons Balabo della tavola Peutingeriana ed all’odierno paese di Valva. E l’antica città di Sora nella stessa valle del Liri non potrà farci dimenticare che la fiumana di Sciàura, defluente nell’Agri, è detta Sora, anche oggi, nel primo suo tronco. Non lontano da Tegianum era (presso all’odierno paese di Padula) la città lucana di Consilinum; che trova pretta corrispondenza nel più antico e famoso nome di Conselinum, sul Volturno, che oggi è Capua. Qui valicando il Volturno, entriamo nella valle del Clanis superiore, ed ecco Atella (oggi Sant’Arpino), Grumo ed Acerra; e prossima a questa, sul confine appenninico tra la Campania e l’Irpinia, Abellinum. Acerrae ricorderebbe sia l’Acerronia lucana della Peutingeriana, sia l’odierna città di Acerenza, se si concede la congettura che questa ebbe in origine la forma osca da Akeru. Grumo, antica, fa riscontro a Grumentum; e Cales (oggi Calvi, presso Maddaloni) può avere riferimento a Calasarna, città lucana, oggi ancora, per vero, di ignota sede. Atella ed Abella, della Campania, ci richiamano ai fianchi del Vùlture e degli Appennini lucani, ove gli odierni paesi di Atella e di Bella, benché senza ricordo di antichità nelle storie scritte, pure testimoniano col nome l’indubbia antichità loro, non senza richiamarsi quest’ultima ai popoli Strabellini che Plinio annovera intorno al nodo del Vulture. E tacendo dell’omonimia che a Niebhur piacque riscontrare tra i popoli Volsci del Liri e i Lucani Volcentes dell’antico Volceium, oggi Buccino, accenneremo con minori difficoltà al riscontro tra il fiume Ufens, oggi Ufento, che, non molto lontano dal superiore corso del Liri, si scarica in mare presso Terracina, coll’Ofanto, il gran fiume dell’Apulia, che prende origine dagli Appennini, ove giunsero gli antichi Osco-Sabellici della Lucania, e che quanto al nome non può riferirsi ad origini greche. L’omonimia è per me certa: incerto da quali antichi popoli passò il nome dall’un fiume all’altro; non incerto che cotesti popoli fossero di quelle razze osco-sabelliche che da Rieti, dal Fucino, dal Liri, dal Sangro, si propagarono fino alle zone delle terre appulo-lucane, anche sedi di genti elleniche.

Questi sono i dati di fatto. E da essi argomentando, a me pare lecito d’inferire, che dall’ampia regione irrigata dal Liri, dal Volturno, dal Clanio e dal Sarno, vennero le antiche genti, che occuparono, all’oriente del fiume Silaro, le terre montuose a cui restò il nome di Lucania. In quell’ampia regione sul Liri e il Volturno abitarono per un tempo, che la storia non può determinare, ma fu senza dubbio ben lungo e remoto, popolazioni italiche antiche, di idioma osco, di razza sabelliche. Di questa stessa razza ed idioma furono quelle che ne vennero sulla sinistra al di là del Silaro.

Sabelliche di stirpe, furono dette di stirpe sannitica da tardi scrittori della civiltà romana; quando il concetto e la parola sannita e sannitico significava più particolarmente il popolo, che si costituì di tal nome a indipendenza di stato proprio, e combatté famose guerre contro di Roma. Ma in origine la parola stessa indicò genericamente le genti derivate dal comune ceppo dei Sabini; e queste propagini di popoli che erano Sabiniti o Sabniti, o Samniti nell’idioma degli Oschi, passarono nella forma di «Sabellici» all’idioma dei Latini3. Di là una promiscuità di sensi, a cui non fu agevole di sottrarsi.

A quale epoca rimontino questi antichi tramutamenti delle genti Osco-Sabelliche, non è possibile stabilire con precisione di computi.

All’acume e alla dottrina di Niebhur parve agevole determinarla; e ne abbassò il limite ai principii del secolo V a.C. Io non posso accettare il suo concetto; ma esso domina, convien dirlo, questa prima questione cronologica della nostra storia; ed è seguito (non vale dissimularlo) dai maggiori scrittori stranieri che ne trattino, per incidenza, nelle antiche storie.

Lucani (come sarà detto a suo luogo) si mostrano la prima volta nella storia scritta, quando essi, già arrivati nella valle del Crati, fanno punta contro la città di Turii: a quell’ora sono un esercito di 34 mila uomini; vincono una famosa battaglia contro i Turii o Turini; e lasciano di costoro sul campo del fatto d’armi dieci mila morti, secondo le consuete esagerazioni numeriche degli antichi, quando raccontano di zuffe o battaglie. Tutto questo accadde nel 360 di Roma (ovvero 390 avanti l’era volgare) secondo Diodoro Siculo, che parla e della battaglia e del primo mostrarsi dei Lucani4. Ma alcuni anni prima del fatto di Turii avvenuto nella valle del Crati, essi si erano già impossessati di Posidonia5; e se l’epoca precisa è ignota, dal Niebhur e dagli altri si allogherebbe il fatto nel breve periodo di tempo dal 431 al 400 a.C.

Ora il Niebhur fu d’avviso che poco innanzi alla loro conquista di Posidonia arrivassero i Lucani sulle terre alla sinistra del fiume Silaro. Egli nega remota antichità alle loro originarie colonizzazioni; perché Sibari sì forte e potente, e di sì esteso dominio come la storia ricorda, non avrebbe permesso (egli argomenta) alle nuove genti sabelliche di occupare la regione alla sinistra del Silaro; e perché (egli soggiunge) quando Micito fondò Pixo (o Buxentum) sul mare Tirreno (e fu nel 280 di Roma, o 473 a.C.) non ebbe opposizione da chicchessia, né dai Lucani. Dunque non esistevano ancora i Lucani al secolo V. Compariscono invece verso l’epoca della guerra del Peloponneso (dall’anno 431 al 404 a.C.) ad oppugnare Posidonia, e nel 390 oppugnano Turii; mentre che, su per giù verso gli stessi tempi, i Sanniti occupano la Campania, e s’impadroniscono di Capua, nel 314 di Roma ovvero 424 a.C.

Queste date cronologiche si illustrano e ci illuminano, a giudizio del Niebhur: a cui, inoltre, pare del tutto naturale che le genti sabello-sannitiche non si riversassero sulla regione più lontana oltre il Silaro, se prima non avessero occupato il paese della Campania più prossima a loro. E però le immigrazioni lucane non ebbero cominciamento, a suo avviso, che nel secolo V, su per giù, dal 424 al 400 a.C.

La conclusione è recisa: ma mi sia lecito di osservare che le premesse da cui discende non sono altro che argomenti negativi, quando non poggino a congetture di poco sode fondamenta.

Da nessun dato sicuro ci è concesso di asserire che il dominio di Sibari si estese fino all’alta valle del Silaro, e questo è preconcetto necessario a tenere in gambe l’affermazione che Sibari non avrebbe permesso lo avanzarsi dei Lucani all’oriente del Silaro. E che cosa proverebbe la non ostacolata fondazione di Pixo, ancorché non fosse vero come oggi è ritenuto6, per inconcussa testimonianza di monete, che la colonia condotta a Pixo da Micito, non fu la fondazione prima della città; ma fu di aggiunta a coloni già precedentemente ivi allogati, anche prima del 473? Chi può dire che cosa fece o non fece Sibari all’arrivo delle genti sabelliche, se le storie non esistono? E se queste mancano, chi può dire che cosa fecero o non fecero all’arrivo di Micito i coloni, Enotri od Elleni che fossero, sulle coste del golfo di Policastro? E che cosa può provare questo duplice argomento chiesto alla topografia di città poste alle estreme regioni l’una del mare Jonio e l’altra sul mare Tirreno? Le nuove genti potevano già essere accasate sul dorso occidentale ed orientale della ampia catena appenninica, e Pixo, e Lao, e Posidonia sorgere quai colonie elleniche sulle rive del mare, ignoti i combattimenti alla storia.

I Lucani, arrivando alle nuove terre incontrarono gli Enotri, e non i Sibariti, questo dice la storia. E poiché la storia non dice dove giungesse il confine dell’imperio di Sibari, è lecito argomentare che l’alta cerchia della catena appenninica, all’avvento de’ Lucani non era occupata da coloni greci; e questi, i più antichi e famosi stabilimenti loro, non li ebbero che sulle spiaggie del mare.

Fu un tempo, senza dubbio, che s’incontrarono e vennero alle mani vecchi e nuovi coloni; e questo periodo di lotte nell’interno della regione, prima che si giungesse alla conquista delle città sulle spiaggie, dovette essere lungo, come la stessa natura delle cose ci fa lecito di argomentare; ma non si può sopprimerlo, non lo si può negare, solo perché la storia ne tace. Strabone, questo remoto ed oscuro periodo delle origini lo intravede e lo accenna sinteticamente con le parole: «fu combattuto lungamente tra i greci e i barbari»7 come egli chiama i Lucano-sabellici venuti sul Silaro. Lunghe lotte, senza dubbio; e si comprende8.

Se dunque i Lucani si manifestarono già potenti ed aggressori di Turii fin dagli ultimi anni del secolo IV a.C. (390 a.C.–364 di R.); se in quella azione di guerra spiegano in campo un esercito di 34 mila armati, tra cui 4 mila a cavallo; se un dieci o quindici anni prima si sono già impossessati di Posidonia, fiorentissima e forse anche più potente di Turii, è forza di ammettere che molto tempo prima di coteste epoche essi siano giunti, — tribù, genti, o coloni immigranti — all’oriente del Silaro, ed abbiano occupato il paese che si estende dal Silaro al fiume Lao, e al versante orientale del monte Pollino. Se ivi fossero pervenuti dopo che i Sanniti occuparono la Campania, cioè dopo l’anno 424 a.C. o 314 di R. che questi presero Capua, non pare possibile, che in sì breve spazio di tempo avessero percorso — coloni e non banda che irrompe, saccheggia e passa — sì lungo spazio di paese; non pare possibile che in breve periodo di tempo avessero combattuto, distrutti o soggiogati gli antichi abitatori del paese, che erano le genti enotrie, e forse greci.

Si dirà forse, che i Lucani, neo invasori del paese oltre il Silaro, anzi che popolo di coloni, fu una banda armata, che come i Longobardi nel medio evo conquistò in pochi anni il paese? E infatti, ai Longobardi parmi li raffronti non so quale dei storici che ne abbassano la cronologia. Ma con buona pace di essi, io dirò che l’argomento involve in sé un circolo vizioso, e mentre arriva ad un fatto che per l’epoca indicata è improbabile, parte da una semplice congettura, che non trova alcun fondamento alla storia.

Infatti, a dimostrare la possibilità della conquista lucana delle terre enotrie in breve spazio di tempo, si suppone che i nuovi arrivati fossero un esercito: e a dimostrare che fossero un esercito e non coloni, si mette innanzi il breve spazio di tempo in cui avvenne la appropriazione del territorio dal fiume Silaro al fiume Sibari. E tutto ciò partendo da un dato che è del tutto congetturale, dal dato cioè, che le tribù Sabello-lucane mossero alle nuove sedi dopo la conquista della Campania fatta dai Sanniti.

Ma cotesto esodo loro per l’epoca indicata sarebbe anche più improbabile, chi avverta che i Sanniti occuparono di forza la regione della Campania nemica; e in quei primi momenti, in quel primo periodo della conquista non sarobbe natural cosa che dalle forze del popolo conquistatore si fosse distratto, per altre avventure, un complesso di gente giovine e armata, che assommava, per ipotesi, a più che trentamila soldati.

Del resto, improbabile o no, manca ogni prova, ancorché indiretta, che la nuova gente fosse specie di banda mamertinica di armati che si spingano innanzi a bottino, e invade, distrugge e spazza come un uragano, — esercito e non coloni. Strabone non parla altrimenti che di «coloni dedotti»9 in quella parte già abitata «dai Conii e dagli Enotri». E Diodoro, che è il testimonio primo della prima comparsa degli eserciti lucani contro Turii, ne fa parola non come nuovi arrivati10, ma come gente di già accasata nella regione, che aveva già proprio nome ed ordini. È vero che la tarda testimonianza di questi due scrittori non può essere di grande peso per un fatto che è tanto remoto, e che di sua stessa natura sfugge alla testimonianza diretta, e di altra civiltà; gli è vero: ma la tesi contraria non può venir suffragata da simil genere di testimonianze, indirette o postume11.

Riterremo, adunque, per molto antico l’avvento dei Lucani nel paese all’oriente del fiume Silaro. E se, per la natura e l’antichità stessa del fatto, non si può assegnare un’epoca precisa, possiamo però delineare alcuni limiti estremi alla cronologia, mercé le considerazioni che seguono.

Abbiamo detto che gli Osco-sabellici, venendo ad occupare quella che fu, per essi, Lucania, mossero dal territorio che poi fu Campania, abitato ab antiquo dalle genti Osche.

È lecito di congetturare che la loro fu emigrazione forzata, e questa non poté avvenire altrimenti, che per violenza e scampo da novelli invasori stranieri.

Ora è ritenuto che la regione osco-sabellica, che poi fu Campania, venne occupala in antico tempo dagli Etruschi, prevalenti d’imperio prima di Roma nella media penisola, i quali fondarono sul Liri quella che altri disse confederazione Etrusca della Campania, e che pare si estendesse fino al golfo di Salerno, se Marcina (probabilmente posta nei pressi di Vietri odierna) è detta in Strabone «fondazione de’ Tirreni», e se più in Ià sulla destra del fiume Silaro anche il territorio de’ Picentini, nel vecchio tempo, fuit Tuscorum a ricordo di Plinio12.

Di qua l’origine e la causa della emigrazione di una parte degli Osco-sabellici dalle loro prime sedi, tra il Liri e il Volturno, verso il paese al di là del Silaro. Si sa, a un dipresso, quando decadde o cadde cotesto imperio etrusco-campano; e l’epoca la si vuol mettere ai tempi delle conquiste sannitiche della Campania, il cui culmine si appunta verso il 424 a.C. quando fu presa la città di Volturno ossia Capua, che era il capo (e ne ebbe il nome) di quelle città federali.

Ma se è nolo quando ebbe termine questa Etruria campana, non si può dire quando essa ebbe certo principio. Ad ogni modo, è lecito asserire che non poté aver principio ai tempi che la potenza Etrusca cadde anche essa; ma invece è a ritenere che questa propagò le sue colonie o stabilimenti sul Liri e il Volturno, quando era in fiore di forze e di civiltà.

Ora nel tempo, in cui i Tarquinii furono scacciati da Roma, la potenza Etrusca (mi riferisco alle parole di Mommsen) toccava all’apogeo. Toschi e Cartaginesi, alleati, teneano la signoria del mar Tirreno. E sembra che intorno a cotesti tempi (egli soggiunge, accennando al 500 a.C.) la potenza degh Etruschi venne crescendo anche sul continente. Allora, non altro che il solo paese del Lazio restava in mezzo, non soggetto, tra l’antico territorio etrusco, le città volsche che erano nella clientela toscana e i possedimenti etruschi della Campania. Ma non passò guari, e lo stesso Lazio tu sottomesso dalla lega tosca sotto Porsena di Clusio; quando, contro il concetto storico della leggenda romana, Porsena soggiogò Roma, ne disarmò il popolo, e conquistò tutto il territorio sulla destra riva del Tevere13. L’imperio etrusco toccò allora al culmine suo.

Messi cotesti insigni eventi, su per giù, verso il 254 di Roma o il 500 av.C.14, possiamo riferire almeno al secolo II di Roma (che vuol dire il secolo VI a.C.) lo sviluppo della potenza etrusca nella Campania osca.

Questo termine si potrebbe elevarlo ancora in su15, senza contradizione; ma non si potrebbe, senza contradizione, abbassarlo.

E, di conseguenza, le emigrazioni osco-sabelliche delle genti Lucane nel paese all’oriente del Silaro, non poterono avvenire più tardi del 600 al 550 a.C.

NOTE

1. VIRG. Æneid. VII, v. 739. — Alla parola Batulum SERVIO annota: Oppidum Campaniae, a Sammtibus conditum.

2. Apud GATTULA, Access. ad histor. abbat. Cassinensis. — 1734, vol. I, pag. 82, 131, 140, 161.

3. Vedi appresso, al capitolo III.

4. Vedi appresso, al capitolo XIII.

5. Vedi capitolo XIII.

6. Vedi al capitolo IX.

7. STRAB. lib. VI, 388, ediz. Amstelaedami, 1707 — πολυν χρονον = diu.

8. Il DURUY, Histoire des Romains, I, p. 57. (Parigi 1870) scrive:

«Dopo essersi (i Lucani) lentamente accresciuti nelle montagne, si gettarono sul territorio coltivato delle città greche; e verso la metà del quinto secolo, Pandosia (sic: ma vuol dire Posidonia) con le vicine città cadde in loro potere. Padroni delle coste all’ovest, si ricolsero alle coste del golfo di Taranto… Verso il 430? lottavano di già contro Turii; e fecero tanti progressi nello spazio di 36 anni, malgrado che non oltrepassassero il piccolo numero di 34 mila combattenti (DIOD. XIV, 101) e che una grande lega difensiva, la prima che i greci da questo lato (del Jonio) avessero conclusa, fu formata contro di essi e contro Dionisio… Tre anni dopo, tutta la gioventù di Turii, volendo riprendere la città di Laos, fu distrutta in una battaglia, che diè in potere ai Lucani la Calabria (sic) quasi intera…»

In nota aggiunge lo stesso scrittore:

«Da Pandosia a Turii, anzi fino a Reggio, Scilace — che scriveva verso il 370 — non conosce altro che Lucani lungo le coste».

E crede che anche qui Pandosia (città mediterranea) sia posta invece di Posidonia.

9. STRAB. IV, 389. — ἀποικισαντων.

10. Il passo di Diodoro, a cui si accenna, è riportato in seguito, al capitolo XIII.

11. Gli storici italiani non accettano, in questo problema, il criterio cronologico di Niebhur. Vannucci è di avviso che i Lucani vennero nel paese oltre il Silaro avanti il nascere di Roma (Stor. Ital. lib I, c. 4, 288). E Micali, nella Storia degli antichi popoli ital. (Firenze, 1832, I, XV) scrive queste parole che giova di riferire:

«Lo stabilimento dei Lucani, in queste parti estreme successo a quello dei loro confratelli nel Sannio, debbe aversi per molto antico: né ad abbassarne l’epoca della venuta loro al terzo secolo può farsi fondamento sulla circostanza che, fiorendo Sibari, o quando Micito edificò Pixoo, nell’anno 280, non potevano esistere in quei luoghi Lucani (NIEBH. I), perciocché i Sibariti, al pari di tutti gli altri italioti, non avevano dominio per le montagne, e la piaggia dove Micito condusse in suolo lucano (?) la sua colonia reggiana o era inabitata allora per insalubrità del sito, o lasciatasi senza cultura dai paesani…».

12. STRABONE, VI. — PLINIO, Hist. nat. III, 70. — In PATERCOLO, I, 7: Aiunt Tusci Capuam Nolamque conditam ante annos fere 850. E in STAZIO, del promontorio della Minerva presso Sorrento, si legge: Saxaque tyrrenae templis onerata Minervae. — Selve, II, 2 e III, 2.

13. MOMMSEN, Stor. Rom. I, c. IV, p. 327 (Milano, 1857).

14. La cacciata dei Tarquinii e la creazione dei Consoli è messa nell’anno 244 di Roma, o 510 a.C.

15. DURUY, Hist. des Romains, I, p. 35, scrive:

«Verso la Campania, 300 anni innanzi all’e.v.a si formò una novella Etrurla, di cui furono principali città Vulturno, Nola, Acerra, Ercolanoo, Pompeib. Nello stesso tempo gli Etruschi prendono ardimento a correre pel mar tirreno, e s’impadroniscono di tutte le isole… Allora quasi tutta la penisola, dalle Alpi allo stretto di Messina, venno in loro signoria»c.

a. Cato ap. Serv. XI, 567-581. Macrob. Satur. III, 5.

b. Tit. Liv. IV, 37. Cato ap. V. Paterc. I, 7. Pol. II, 17. Il Lanzi vi aggiunge anche Nocera, Calatia, Teanum, Cales, Suessa, Aesernia e Atella.

c. Cato ap. Serv. XI, 567. — E Tito Livio lo ripete quasi con le stesse parole in più luoghi: I, 2; V, 37.