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CAPITOLO I

LA LUCANIA E IL NOME DELLA REGIONE

Quella regione dell’antica Italia del mezzogiorno, che dalla sponda sinistra del fiume Sele, tributario al mare Tirreno, si estese, superando la catena degli Appennini, fino al golfo di Taranto sul mare Jonio, fu detta Lucania. Il Sele, che agli antichi fu il Silaro scaricantesi nel golfo di Posidonia, ai moderni golfo di Salerno, segnava, verso l’estremo suo tronco, il confine occidentale della Lucania: la curva del golfo di Taranto ne delineava il limite ad oriente. Verso mezzogiorno, la separavano dal paese de’ popoli Bruzii il fiume Lao che sfocia nel Tirreno, e il fiume Coscile, che è l’antico Sibari e che, commescolatosi al Crati, si perde nel Jonio. Dal lato di settentrione, se è meno certa o meno precisa la linea che partiva il territorio de’ Lucani dai popoli dell’Apulia, ben si può dire, ad ogni modo, che corresse, su per giù, dai campi di Venosa, la patria di Orazio, fino allo sbocco del fiume Bradano nel golfo di Taranto. Al fiotto delle umane vicende durante il corso dei secoli non restarono sempre immutate coteste linee di spartimento. Fu un tempo, nell’antichità remota, che il dominio dei Lucani arrivò fino allo stretto sul mare di Sicilia, e la Lucania, nei tempi più bassi dell’Impero, fino alla città di Salerno. Ma alla età di Augusto i punti estremi dell’ampia distesa di terra che era detta Lucania, furono la foce del Sele e quella del Lao sul Tirreno, e la foce del Bradano sul Jonio.

I lucani trassero il nome loro dalla Lucania.

Propostomi di scrivere la storia dei popoli Lucani, trovo sul limitare di essa il problema delle origini del popolo e quelle del nome. Ma il problema del nome è problema filologico, innanzi tutto: e non posso trattenermi dall’entrare nel campo proprio alla sua natura; benché io ben vegga che a mettersi per quella via si esce dal campo della storia che racconta, per entrare nell’arena ove si cerne, si disputa e combatte.

Le opinioni degli antichi sulla origine e il significato della parola Lucania, si trovano raccolte nel libro frammentario di Festo. Ebbe cotesto nome, egli dice

«o perché la regione era posta dalla parte della stella lucifero; o perché è costituita di terre cretose, cioè di molta luce; o perché le tribù sannitiche che prima la occuparono, ebbero a capo e duce un Lucilio; o perché esse al loro arrivo nella regione la trovarono come tutta una boscaglia».

Dalla boscaglia, che è il naturale albergo de’ lupi, fu ad altri facile il passaggio al tema greco di λὺκοσ, il lupo, quale radice alla parola dal poco leggiadro significato di «terra di lupi». E poiché da antiche testimonianze era noto, che i popoli Irpini, di stirpe osco-sannitica, furono detti appunto dal tema di hirpus, che era il lupo agli Oschi, parve ad altri eruditi arguta e sicura induzione questa, che la parola «Lucani» fosse la traduzione, nell’idioma greco, della parola «Irpini»: lo stesso popolo, della stessa razza osco-sabellica, diviso che fu in due rami o tribù, ebbe due nomi, ma d’identico significato, nei due idiomi osco ed ellenico.

In tanta copia di argomenti sarebbe irragionevole lo scegliere senza un lavoro di cèrnita; ma a questo ufficio non può soccorrere che l’analisi filologica.

Superfluo intrattenersi sulla derivazione da Lucio ^1 o Lucilio, pretesi capi della gente. Queste personificazioni di popoli in un uomo che, capo o re, dà all’intero popolo l’essere, il nome, e le leggi, sono ai moderni di assoluta inanità, erano invece spiegazioni preferite agli antichi scrittori. In parte, era uno spiccio ripiego di trarsi d’impaccio: in parte, era il criterio, riflesso dalle tradizioni elleniche, che personificarono in un uomo, eroe o capostipite, i varii popoli di loro antica storia; o poi quando, a civiltà progredita, gli Elleni si riversarono di là dal mare a fondare colonie, parve necessità civile e religiosa che alla colonia fosse preposto l’oichista, che era guida, capo, e legislatore degli emigranti all’ombra protettrice delle leggi patrie. Invece, le tradizioni italiche indigene seguirono altro indirizzo; e lo sciamare delle genti italiche antichissime per «sacre primavere» posero sotto la guida invisibile del dio nazionale e la guida visibile di un animale sacro all’iddio stesso; ma non di un eroe. La differenza nell’ordine storico è caratteristica.

Filologicamente, Lucio o Lucilio ha nel suo tema un elemento fonetico essenziale che non è nella parola di Lucania; e la nòta mancante è indice di non legittima discendenza di questa da quello.

Parrebbe men ridevole la derivazione da lucus, «il bosco»; perché quale altra regione si può dire più irta di foreste che la Lucania?

Ma quale altra allo stesso modo e agli stessi tempi non ne fu coperta? Qui sarebbe l’indeterminato che determina, e il generico che s’individualizza; ma se il fenomeno non è raro nello sviluppo delle lingue, pure nel caso in esame manca al preteso tema originario la certezza del suo preteso significato. Giacché non si sa se la selva era detta lucus nell’idioma osco che parlavano i Lucani: e si sa invece che ai latini lucus non fu la selva o il bosco in genere, nemus, ma fu il bosco sacro e non altro; anzi, secondo il significato suo primigenio che nel nostro caso è nòta più importante, non fu propriamente il bosco o la selva ma sì la radura in mezzo alla selva, cioè la parte che, scema di alberi, luce e risalta dall’opaca negrezza del bosco circostante.

Queste sono origini derivate da un tema latino. Non meno claudicanti quelle da’ temi del greco lycos, il lupo, o leucos, la bianchezza: — la bianchezza cioè delle terre cretose della regione, e queste sono bianche, secondo che osservava il signor Corcia2, segnatamente là dove si apre la valle di Potenza.

Ora la parola lycos, se è pervenuta all’idioma latino nella fonetica di lupus, i derivati da essa non avrebbero potuto venirvi se non che nella forma fonetica del radicale medesimo; e non altrimenti. Non Lucania dunque, ma Lupania o, sia pure, Lycania. La stessa radice non può produrre se non lo stesso frutto. E se Lycania da lycos, o Leucania da leucos, vorrebbe dire che il nome fu dato alla regione, originariamente, dai Greci e non dagli Osco-italici, e che costoro lo presero dai Greci abitatori della regione ai tempi, forse prima, forse dopo di Sibari, non importa. Ma se fosse derivato originariamente dai Greci, sarebbe il tema radicale della parola rimasto inalterato nel nome della regione «Leucania», come lo stesso tema rimase immutato in tante altre parole — di paesi, di fiori, di gemme, di colori, — venute ai latini da’ Greci3. Sarebbe rimasta invariata e sicura ai Greci la stessa grafia della parola Leucania, che vagò, anzi, errabonda tra suoni diversi. I più scrissero Leucania, alcuni Loucania4; né mancano titoli o monumenti che portano alcuni Lycania, altri, pel nome dei popoli, Lycianoi: Lycania è in un latercolo militare trovato in una caserma dell’antica Roma ed indica la patria di un soldato eracleota5; Lycianoi è nella leggenda a caratteri greci di loro monete, che Eckel il primo attribuiva ai popoli Lucani6.

Or che cosa dimostra tutta questa varia lessigrafia, se non appunto la non sicura, ai Greci, origine della parola, e la pronuncia incerta di parola forestiera su bocca di gente greca? Dimostra inoltre la geniale vanità di questa gente, che facendo sé centro ed origine di tutta la cultura umana, quando a volta veniva vaghezza ai loro scrittori di rimontare ad indagini filologiche, non tennero altra lingua per fonte e madre universale che la lingua loro, e a questa riattaccavano la parola etnica delle altre genti. E scrissero, soventi, saunitae il nome de’ Sanniti, poiché lo derivavano da saunia, che era un’asta ai Greci7, ma non era ai Sanniti; così, e non altrimenti, derivando da lycos o da leucos la parola Lucania, scrissero nelle forme moltiplici che testé indicammo. Ingenui e bambini da un verso; ambiziosi e malati di quella patriottica infermità che in certi arguti popoli moderni è detta sciovinismo.

Ma tutto questo vario miraggio filologico dilegua in faccia alle testimonianze della storia incontestata, che il nome fu imposto dal popolo di razza osco-sabellica quando occupò il paese che era tenuto allora dagli Enotri, e non da’ Greci; tutta questa incerta varietà di scrittura cade in faccia ad una prova di fatto incontestabile, indigena, antichissima, e ancora esistente; e la prova è in quel titolo del famoso sepolcro de’ Scipioni, nel museo Vaticano, ove si leggono ancora scritte sulla pietra le parole: Sobigit omne Loucana8. È questa dunque, e non altra, la genuina, autentica, antichissima fonetica e l’ortografia della parola Lucania.

Resta l’ultima delle opinioni accennate di sopra, che è la più recente e, a prima vista, più accettevole. Per essa la parola Lucani gli è equipollente, anzi traduzione della parola Irpini, perché il lupo che era lycos ai Greci, era hirpus agli Oschi, e i Lucani, oschi di lingua, furono in origine quella parte degli Irpini che occuparono la Lucania, e si dissero quindi Lucani per distinguersi dai loro maggiori.

Si dissero? ma chi li disse? Lasciamo da parte le ragioni filologiche, che pure non soccorrono, come abbiamo visto, alle derivazioni dal tema lycos; e dimanderemo all’umana logica, se egli è possibile che un popolo lasci il suo nome, poi lo traduca egli stesso in un’altra lingua che non è sua, e poi lo riprenda tradotto, come una veste logora che è rivoltata e rifatta a nuovo. E questo popolo che parla osco e che continua a parlare osco fino alla più avanzata romanità, avrebbe tradotto il suo nome nazionale in un idioma straniero che non diventa mai il suo idioma! È mai possibile? — Io non dimando il perché di questa metamorfosi glottica, ma la possibilità di questo assurdo etnico.

Si dirà che il nuovo nome, rifatto in greco, fu loro imposto dai Greci? Ma se fu imposto, non si potrebbe altrimenti, che da padroni a schiavi, da conquistatori a conquistati, da popolo dominatore a popolo soggetto. Ora la storia non parla, non accenna, non fa intravedere soggezione di popoli lucani a Greci: parla anzi del contrario; delle irruzioni, delle guerre, delle conquiste, delle soggezioni di città e popolazioni grecaniche ai Lucani. Tutta la loro storia prima dell’avvento dei Romani, è lì. La storia, dunque, non dà ansa alla congettura; né alla congettura viene suffragio dalle ragioni filologiche, le quali dicono invece, che la radice genuina, onde germinò la parola Lucania, è luc; e non altra.

E di qua egli è forza prendere le mosse.

È nel tema Luc la radice, onde emerse la parola, di cui rintracciamo il significato. E questa radice luc (senza pure rimontare al sanscrito, nel quale si riferisce appunto alla luce)9 ha significato o riferimento identico a «luce» non soltanto nell’idioma latino, ma (quel che più giova al caso nostro) anche nell’idioma delle genti sabelliche10.

Or partendo da questo dato, che a me pare incontestabile, io credo che il significato originario della parola «Lucania» si abbia a trovare nella prima delle opinioni ricordate da Festo, che la regione era posta dalla parte della stella lucifero11.

Fu dunque detto Lucania, da quelle prime genti osco-italiche, il paese che era posto verso la plaga del cielo onde loro veniva la luce; verso l’oriente. E però non vuol dire altrimenti che «terra orientale». Così tante e tante altre regioni e paesi furono denominati in ragione di loro postura geografica, da popoli antichi o moderni, di diversa stirpe od età, a cominciare, se vi piace, dalla Cina! fino alla Grecia, e dai Franchi ai Sassoni, dalla Australia alla Norvegia. Nankin, Hesperia, Austria, Austrasia, Neustria, Vestfalia, Essex, Wessex, Anatolia, ed altre ed altre, non indicano che terre all’est, all’ovest, al sud di coloro che imposero il nome12.

E, nel caso nostro, il concetto risponde alla realtà.

I Lucani, mossi dalle regioni abitale dalle stirpi osco-sabelliche, per occupare le terre poste sulla sinistra del fiume Silaro, vennero in un paese, che è posto appunto all’oriente delle sedi originarie, onde essi uscirono.

Parte ancora indivisa della grande famiglia osco-sabellica, essi, mentre erano ancora in quelle loro sedi di origine, è lecito di credere designassero col nome di «terre orientali» quella ignota distesa di terre poste al loro oriente, le quali o deserte che fossero di abitanti, o sia pure occupate ma da ignote genti, non potevano altrimenti venire indicate che di un nome generico.

E quando, spinti da ragioni che poi indagheremo, si mossero dalle sedi ove erano nati, in cerca di nuove terre verso l’ignota regione onde veniva la luce, si mossero appunto diretti «alle terre orientali». Così le denominavano ab antiquo, quando si decisero all’esodo: così continuarono a dirle, quando la prima volta le ebbero occupate. Né, pervenuti che furono colà, potevano sentire la necessità di barattare cotesto nome con altro: non esistevano accademie di geografi o di filologi! né ivi si accasarono invitati, chiamati, o come amici dai primi abitatori. O le prime terre da loro occupate sulle sponde del Silaro erano deserte, o se già occupate da altre schiatte d’ignote genti, in queste essi dovettero dare di cozzo armata mano, e distruggerle, o soggiogarle, o respingerle. Presero le terre, i còlti, i ricoveri o le città degli espulsi o soggiogati: non presero il nome, né la lingua dei vinti.

Occupando una terra, che essi già indicavano col nome generico di Lucania o «terra orientale» vennero a dirsi Lucani, cioè «abitatori delle terre orientali». Il valore dei suffissi ania ed anus nell’idioma latino non si oppone, ma suffraga a questo concetto: il primo indica distesa di terre in relazione a genti che vi dimorino, varie sì, ma d’identica stirpe; il secondo accenna a relazione di possesso o di indigenato tra l’uomo e la terra13.

Donde essi mossero la prima volta e quando, sarò detto nel capitolo che segue.

NOTE

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PLINIO, Hist. nat. III, 10: — … Novissime Lucani, Samnitibus orti, dece Lucio.

^2. Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789 di NICOLA CORCIA. Napoli, 1847. Vol. III, pag. 22. — Ma questa «Storia» (a cui ci occorrerà di ricorrere e di citare spesso) non è che la sola topografia antica della regione napoletana.

^3. Il tema è rimasto inalterato in Leuca de’ Salentini, oggi S. Maria di Leuca, in Leucopetra (Capo di armi) nei Bruzii, in Leucosia e Leucasia, oggi Licosa, non Lucosa sul mare lucano di Pesto: (Leucasiamque petit, tepidique rosaria Paesti OVID. Met. XV, 708) e in tante altre parole di fiori, di gemme e di colori derivate a’ Latini dai Greci (come: leucanthemos, occhio di bove; Leuce o mercurella; leucocrysos o girasole; leucon, airone bianco, ecc.).

^4. Vedi in FABRETTI, Glossar. Italicum. Torino, 1867, ad v. Loucania.

^5. In Corpus Inscript. Latin. vol. V, n. 3884, e vol. X, pag. 21. Le parole del latercolo sono queste: Her(aclea) Lycan(iae). — Inoltre, in una epigrafe greca del tempo degli Antonini, è scritta, nientemeno, che Lycaonias! E nel Corp. Insc. graec. vol. IV, n. 6857 è un titolo greco, di incerto luogo e di pessima e oscura lezione, ove la parola Λεκανιη è per λευκανίη.

6. Vedi appresso al capitolo XXI.

7. Si legge in FESTO, De verbor. signif.

8. V. al capitolo XV.

9. LÔK — splendere: LOC — lucere: LOCANA — oculus: Ruc — lucere e splendere. — BOPP, Gloss. compar. linguae sanscritae. Berolini, 1857.

10. SERVIUS, ad Aen. IX, 589, dice: Nam linguâ OSCA Lucetius est Juppiter, dictus a LUCE, quam praestare hominibus dicitur.

Né faccia ostacolo, che, sui più antichi monumenti, la nostra parola si trovi scritta, nel suo tema, louc, e non luc; come nell’iscrizione a Scipione Barbato LOVCANAA, e nella moneta, a lettere greche, ΛΟΥΚΑΝΟΜ. È noto per autorità di antichi grammatici, che il latino arcaico, quando l’u della parola faceva sillaba lunga, soleva congiungerlo all’o per indicare questo prolungamento fonetico; ond’è che scrissero loumen, Nountius, Loucetius. E Mario Vittorino lasciò scritto, pag. 2459, Putsch.:

sic u quod apud illos (graecos) junctum ο literae υ facit syllabam, nostri etiam, quoties ejusdem soni longa syllaba scribenda esset, et ipsa adjungebat o literae. Inde scriptum legitis Loucetius, nountios et loumen.

11. Quod eorum regio sita est ad partem stellae luciferae. FESTO.

12. Hesperia, terra occidentale ai Greci; e Nankin, residenza del al Cinesi; Austria (Oestreich) e Austrasia, regno dell’est, cioè de’ Franchi orientali; Neustria, regno dell’ovest; Westfalia, paese occidentale; Essex, Wessex, Middlesex, regno o contea dei Sassoni dell’est, dell’ovest o del mezzo; Nordfolk, popolo del nord; Norvegia, Normanni, regno ed uomini del nord.

L’Algarve, provincia del Portogallo, vuol dire il ponente; Anatolia ai Turchi significa appunto il levante; Mauritania e Maghreb, paese occidentale; e Mauri, gli occidentali. Il Marocco è detto dagli arabi Maghreb-el-Aksa, cioè Occidente lontano. Gli arabi stessi la Siria dicono Es-sciam, cioè il paese a sinistra, per un abitante della Mecca che guarda il Levante. Anche l’antica Hibernia, che è l’Irlanda, al tino dal cimrico vergin, cioè occidentale.

13. Conf. Sicania, Lusitania, Germania, Hispania; Pompejanus, cittadino di Pompei; Pompejanum (rus), appartenente a Pompeo.