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Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata

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AL LETTORE

Questa II edizione della Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata intende, innanzitutto, a riempire una lacuna non avvertita nella prima stampa del libro, ove risultava inescusabilmente spezzata, di più anelli, la catena dei tempi.

A questo precipuo debito di uno scrittore di storie, lo scrittore del libro ha aggiunto l’altro di chiarire, appurare, emendare dàte, fatti, giudizi, opinamenti o inesatti, o dubbiosi, o vacui: trista mèsse di loglio spigolata nell’ampio campo del libro, ma di certo! non esaurita.

All’opera egli ebbe, ora richiesti, ora inattesi, conforto di speciali aiuti da Giustino Fortunato; vadano, dunque, al suo nome, onore della regione nostra, saluti, consentimenti ed augurii da parte dello scrittore.

Verrà presto il tempo che nuove fortunate indagini e scoperte, nuovi orizzonti aperti ai fasci di luce della scienza progrediente reclameranno altra opera, altro lavoro su questa specie di tela penelopea della storia, che altri tesse, altri sfila, altri ritesse. E l’opera del dimani caccerà tra il ciarpame del rigattiere l’opera della vigilia. È il fato del libro! è il dritto della scienza.

Ma dalla polvere dell’inutile libro sorga almeno testimonianza onesta della lealtà dello scrittore! E resti, avverato, l’augurio che di più lieti destini, di sempre più patriottici consensi allo grandezza della magna parens — l’Italia — sia fortunato testimone o narratore lo storico futuro della regione.

ALLA MEMORIA

DEL PROF. AB. ANTONIO RACIOPPI

perché la mia riconoscenza lo segua anche al di là della tomba.

G.R.

Parte I - La Lucania

Parte I - La Lucania

CAPITOLO I

LA LUCANIA E IL NOME DELLA REGIONE

Quella regione dell’antica Italia del mezzogiorno, che dalla sponda sinistra del fiume Sele, tributario al mare Tirreno, si estese, superando la catena degli Appennini, fino al golfo di Taranto sul mare Jonio, fu detta Lucania. Il Sele, che agli antichi fu il Silaro scaricantesi nel golfo di Posidonia, ai moderni golfo di Salerno, segnava, verso l’estremo suo tronco, il confine occidentale della Lucania: la curva del golfo di Taranto ne delineava il limite ad oriente. Verso mezzogiorno, la separavano dal paese de’ popoli Bruzii il fiume Lao che sfocia nel Tirreno, e il fiume Coscile, che è l’antico Sibari e che, commescolatosi al Crati, si perde nel Jonio. Dal lato di settentrione, se è meno certa o meno precisa la linea che partiva il territorio de’ Lucani dai popoli dell’Apulia, ben si può dire, ad ogni modo, che corresse, su per giù, dai campi di Venosa, la patria di Orazio, fino allo sbocco del fiume Bradano nel golfo di Taranto. Al fiotto delle umane vicende durante il corso dei secoli non restarono sempre immutate coteste linee di spartimento. Fu un tempo, nell’antichità remota, che il dominio dei Lucani arrivò fino allo stretto sul mare di Sicilia, e la Lucania, nei tempi più bassi dell’Impero, fino alla città di Salerno. Ma alla età di Augusto i punti estremi dell’ampia distesa di terra che era detta Lucania, furono la foce del Sele e quella del Lao sul Tirreno, e la foce del Bradano sul Jonio.

I lucani trassero il nome loro dalla Lucania.

Propostomi di scrivere la storia dei popoli Lucani, trovo sul limitare di essa il problema delle origini del popolo e quelle del nome. Ma il problema del nome è problema filologico, innanzi tutto: e non posso trattenermi dall’entrare nel campo proprio alla sua natura; benché io ben vegga che a mettersi per quella via si esce dal campo della storia che racconta, per entrare nell’arena ove si cerne, si disputa e combatte.

Le opinioni degli antichi sulla origine e il significato della parola Lucania, si trovano raccolte nel libro frammentario di Festo. Ebbe cotesto nome, egli dice

«o perché la regione era posta dalla parte della stella lucifero; o perché è costituita di terre cretose, cioè di molta luce; o perché le tribù sannitiche che prima la occuparono, ebbero a capo e duce un Lucilio; o perché esse al loro arrivo nella regione la trovarono come tutta una boscaglia».

Dalla boscaglia, che è il naturale albergo de’ lupi, fu ad altri facile il passaggio al tema greco di λὺκοσ, il lupo, quale radice alla parola dal poco leggiadro significato di «terra di lupi». E poiché da antiche testimonianze era noto, che i popoli Irpini, di stirpe osco-sannitica, furono detti appunto dal tema di hirpus, che era il lupo agli Oschi, parve ad altri eruditi arguta e sicura induzione questa, che la parola «Lucani» fosse la traduzione, nell’idioma greco, della parola «Irpini»: lo stesso popolo, della stessa razza osco-sabellica, diviso che fu in due rami o tribù, ebbe due nomi, ma d’identico significato, nei due idiomi osco ed ellenico.

In tanta copia di argomenti sarebbe irragionevole lo scegliere senza un lavoro di cèrnita; ma a questo ufficio non può soccorrere che l’analisi filologica.

Superfluo intrattenersi sulla derivazione da Lucio (^1) o Lucilio, pretesi capi della gente. Queste personificazioni di popoli in un uomo che, capo o re, dà all’intero popolo l’essere, il nome, e le leggi, sono ai moderni di assoluta inanità, erano invece spiegazioni preferite agli antichi scrittori. In parte, era uno spiccio ripiego di trarsi d’impaccio: in parte, era il criterio, riflesso dalle tradizioni elleniche, che personificarono in un uomo, eroe o capostipite, i varii popoli di loro antica storia; o poi quando, a civiltà progredita, gli Elleni si riversarono di là dal mare a fondare colonie, parve necessità civile e religiosa che alla colonia fosse preposto l’oichista, che era guida, capo, e legislatore degli emigranti all’ombra protettrice delle leggi patrie. Invece, le tradizioni italiche indigene seguirono altro indirizzo; e lo sciamare delle genti italiche antichissime per «sacre primavere» posero sotto la guida invisibile del dio nazionale e la guida visibile di un animale sacro all’iddio stesso; ma non di un eroe. La differenza nell’ordine storico è caratteristica.

Filologicamente, Lucio o Lucilio ha nel suo tema un elemento fonetico essenziale che non è nella parola di Lucania; e la nòta mancante è indice di non legittima discendenza di questa da quello.

Parrebbe men ridevole la derivazione da lucus, «il bosco»; perché quale altra regione si può dire più irta di foreste che la Lucania?

Ma quale altra allo stesso modo e agli stessi tempi non ne fu coperta? Qui sarebbe l’indeterminato che determina, e il generico che s’individualizza; ma se il fenomeno non è raro nello sviluppo delle lingue, pure nel caso in esame manca al preteso tema originario la certezza del suo preteso significato. Giacché non si sa se la selva era detta lucus nell’idioma osco che parlavano i Lucani: e si sa invece che ai latini lucus non fu la selva o il bosco in genere, nemus, ma fu il bosco sacro e non altro; anzi, secondo il significato suo primigenio che nel nostro caso è nòta più importante, non fu propriamente il bosco o la selva ma sì la radura in mezzo alla selva, cioè la parte che, scema di alberi, luce e risalta dall’opaca negrezza del bosco circostante.

Queste sono origini derivate da un tema latino. Non meno claudicanti quelle da’ temi del greco lycos, il lupo, o leucos, la bianchezza: — la bianchezza cioè delle terre cretose della regione, e queste sono bianche, secondo che osservava il signor Corcia(^2) , segnatamente là dove si apre la valle di Potenza.

Ora la parola lycos, se è pervenuta all’idioma latino nella fonetica di lupus, i derivati da essa non avrebbero potuto venirvi se non che nella forma fonetica del radicale medesimo; e non altrimenti. Non Lucania dunque, ma Lupania o, sia pure, Lycania. La stessa radice non può produrre se non lo stesso frutto. E se Lycania da lycos, o Leucania da leucos, vorrebbe dire che il nome fu dato alla regione, originariamente, dai Greci e non dagli Osco-italici, e che costoro lo presero dai Greci abitatori della regione ai tempi, forse prima, forse dopo di Sibari, non importa. Ma se fosse derivato originariamente dai Greci, sarebbe il tema radicale della parola rimasto inalterato nel nome della regione «Leucania», come lo stesso tema rimase immutato in tante altre parole — di paesi, di fiori, di gemme, di colori, — venute ai latini da’ Greci3. Sarebbe rimasta invariata e sicura ai Greci la stessa grafia della parola Leucania, che vagò, anzi, errabonda tra suoni diversi. I più scrissero Leucania, alcuni Loucania4; né mancano titoli o monumenti che portano alcuni Lycania, altri, pel nome dei popoli, Lycianoi: Lycania è in un latercolo militare trovato in una caserma dell’antica Roma ed indica la patria di un soldato eracleota5; Lycianoi è nella leggenda a caratteri greci di loro monete, che Eckel il primo attribuiva ai popoli Lucani6.

Or che cosa dimostra tutta questa varia lessigrafia, se non appunto la non sicura, ai Greci, origine della parola, e la pronuncia incerta di parola forestiera su bocca di gente greca? Dimostra inoltre la geniale vanità di questa gente, che facendo sé centro ed origine di tutta la cultura umana, quando a volta veniva vaghezza ai loro scrittori di rimontare ad indagini filologiche, non tennero altra lingua per fonte e madre universale che la lingua loro, e a questa riattaccavano la parola etnica delle altre genti. E scrissero, soventi, saunitae il nome de’ Sanniti, poiché lo derivavano da saunia, che era un’asta ai Greci7, ma non era ai Sanniti; così, e non altrimenti, derivando da lycos o da leucos la parola Lucania, scrissero nelle forme moltiplici che testé indicammo. Ingenui e bambini da un verso; ambiziosi e malati di quella patriottica infermità che in certi arguti popoli moderni è detta sciovinismo.

Ma tutto questo vario miraggio filologico dilegua in faccia alle testimonianze della storia incontestata, che il nome fu imposto dal popolo di razza osco-sabellica quando occupò il paese che era tenuto allora dagli Enotri, e non da’ Greci; tutta questa incerta varietà di scrittura cade in faccia ad una prova di fatto incontestabile, indigena, antichissima, e ancora esistente; e la prova è in quel titolo del famoso sepolcro de’ Scipioni, nel museo Vaticano, ove si leggono ancora scritte sulla pietra le parole: Sobigit omne Loucana8. È questa dunque, e non altra, la genuina, autentica, antichissima fonetica e l’ortografia della parola Lucania.

Resta l’ultima delle opinioni accennate di sopra, che è la più recente e, a prima vista, più accettevole. Per essa la parola Lucani gli è equipollente, anzi traduzione della parola Irpini, perché il lupo che era lycos ai Greci, era hirpus agli Oschi, e i Lucani, oschi di lingua, furono in origine quella parte degli Irpini che occuparono la Lucania, e si dissero quindi Lucani per distinguersi dai loro maggiori.

Si dissero? ma chi li disse? Lasciamo da parte le ragioni filologiche, che pure non soccorrono, come abbiamo visto, alle derivazioni dal tema lycos; e dimanderemo all’umana logica, se egli è possibile che un popolo lasci il suo nome, poi lo traduca egli stesso in un’altra lingua che non è sua, e poi lo riprenda tradotto, come una veste logora che è rivoltata e rifatta a nuovo. E questo popolo che parla osco e che continua a parlare osco fino alla più avanzata romanità, avrebbe tradotto il suo nome nazionale in un idioma straniero che non diventa mai il suo idioma! È mai possibile? — Io non dimando il perché di questa metamorfosi glottica, ma la possibilità di questo assurdo etnico.

Si dirà che il nuovo nome, rifatto in greco, fu loro imposto dai Greci? Ma se fu imposto, non si potrebbe altrimenti, che da padroni a schiavi, da conquistatori a conquistati, da popolo dominatore a popolo soggetto. Ora la storia non parla, non accenna, non fa intravedere soggezione di popoli lucani a Greci: parla anzi del contrario; delle irruzioni, delle guerre, delle conquiste, delle soggezioni di città e popolazioni grecaniche ai Lucani. Tutta la loro storia prima dell’avvento dei Romani, è lì. La storia, dunque, non dà ansa alla congettura; né alla congettura viene suffragio dalle ragioni filologiche, le quali dicono invece, che la radice genuina, onde germinò la parola Lucania, è luc; e non altra.

E di qua egli è forza prendere le mosse.

È nel tema Luc la radice, onde emerse la parola, di cui rintracciamo il significato. E questa radice luc (senza pure rimontare al sanscrito, nel quale si riferisce appunto alla luce)9 ha significato o riferimento identico a «luce» non soltanto nell’idioma latino, ma (quel che più giova al caso nostro) anche nell’idioma delle genti sabelliche10.

Or partendo da questo dato, che a me pare incontestabile, io credo che il significato originario della parola «Lucania» si abbia a trovare nella prima delle opinioni ricordate da Festo, che la regione era posta dalla parte della stella lucifero11.

Fu dunque detto Lucania, da quelle prime genti osco-italiche, il paese che era posto verso la plaga del cielo onde loro veniva la luce; verso l’oriente. E però non vuol dire altrimenti che «terra orientale». Così tante e tante altre regioni e paesi furono denominati in ragione di loro postura geografica, da popoli antichi o moderni, di diversa stirpe od età, a cominciare, se vi piace, dalla Cina! fino alla Grecia, e dai Franchi ai Sassoni, dalla Australia alla Norvegia. Nankin, Hesperia, Austria, Austrasia, Neustria, Vestfalia, Essex, Wessex, Anatolia, ed altre ed altre, non indicano che terre all’est, all’ovest, al sud di coloro che imposero il nome12.

E, nel caso nostro, il concetto risponde alla realtà.

I Lucani, mossi dalle regioni abitale dalle stirpi osco-sabelliche, per occupare le terre poste sulla sinistra del fiume Silaro, vennero in un paese, che è posto appunto all’oriente delle sedi originarie, onde essi uscirono.

Parte ancora indivisa della grande famiglia osco-sabellica, essi, mentre erano ancora in quelle loro sedi di origine, è lecito di credere designassero col nome di «terre orientali» quella ignota distesa di terre poste al loro oriente, le quali o deserte che fossero di abitanti, o sia pure occupate ma da ignote genti, non potevano altrimenti venire indicate che di un nome generico.

E quando, spinti da ragioni che poi indagheremo, si mossero dalle sedi ove erano nati, in cerca di nuove terre verso l’ignota regione onde veniva la luce, si mossero appunto diretti «alle terre orientali». Così le denominavano ab antiquo, quando si decisero all’esodo: così continuarono a dirle, quando la prima volta le ebbero occupate. Né, pervenuti che furono colà, potevano sentire la necessità di barattare cotesto nome con altro: non esistevano accademie di geografi o di filologi! né ivi si accasarono invitati, chiamati, o come amici dai primi abitatori. O le prime terre da loro occupate sulle sponde del Silaro erano deserte, o se già occupate da altre schiatte d’ignote genti, in queste essi dovettero dare di cozzo armata mano, e distruggerle, o soggiogarle, o respingerle. Presero le terre, i còlti, i ricoveri o le città degli espulsi o soggiogati: non presero il nome, né la lingua dei vinti.

Occupando una terra, che essi già indicavano col nome generico di Lucania o «terra orientale» vennero a dirsi Lucani, cioè «abitatori delle terre orientali». Il valore dei suffissi ania ed anus nell’idioma latino non si oppone, ma suffraga a questo concetto: il primo indica distesa di terre in relazione a genti che vi dimorino, varie sì, ma d’identica stirpe; il secondo accenna a relazione di possesso o di indigenato tra l’uomo e la terra13.

Donde essi mossero la prima volta e quando, sarò detto nel capitolo che segue.

NOTE

1. PLINIO, Hist. nat. III, 10: — … Novissime Lucani, Samnitibus orti, dece Lucio.

2. Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789 di NICOLA CORCIA. Napoli, 1847. Vol. III, pag. 22. — Ma questa «Storia» (a cui ci occorrerà di ricorrere e di citare spesso) non è che la sola topografia antica della regione napoletana.

3. Il tema è rimasto inalterato in Leuca de’ Salentini, oggi S. Maria di Leuca, in Leucopetra (Capo di armi) nei Bruzii, in Leucosia e Leucasia, oggi Licosa, non Lucosa sul mare lucano di Pesto: (Leucasiamque petit, tepidique rosaria Paesti OVID. Met. XV, 708) e in tante altre parole di fiori, di gemme e di colori derivate a’ Latini dai Greci (come: leucanthemos, occhio di bove; Leuce o mercurella; leucocrysos o girasole; leucon, airone bianco, ecc.).

^4. Vedi in FABRETTI, Glossar. Italicum. Torino, 1867, ad v. Loucania.

^5. In Corpus Inscript. Latin. vol. V, n. 3884, e vol. X, pag. 21. Le parole del latercolo sono queste: Her(aclea) Lycan(iae). — Inoltre, in una epigrafe greca del tempo degli Antonini, è scritta, nientemeno, che Lycaonias! E nel Corp. Insc. graec. vol. IV, n. 6857 è un titolo greco, di incerto luogo e di pessima e oscura lezione, ove la parola Λεκανιη è per λευκανίη.

6. Vedi appresso al capitolo XXI.

7. Si legge in FESTO, De verbor. signif.

8. V. al capitolo XV.

9. LÔK — splendere: LOC — lucere: LOCANA — oculus: Ruc — lucere e splendere. — BOPP, Gloss. compar. linguae sanscritae. Berolini, 1857.

10. SERVIUS, ad Aen. IX, 589, dice: Nam linguâ OSCA Lucetius est Juppiter, dictus a LUCE, quam praestare hominibus dicitur.

Né faccia ostacolo, che, sui più antichi monumenti, la nostra parola si trovi scritta, nel suo tema, louc, e non luc; come nell’iscrizione a Scipione Barbato LOVCANAA, e nella moneta, a lettere greche, ΛΟΥΚΑΝΟΜ. È noto per autorità di antichi grammatici, che il latino arcaico, quando l’u della parola faceva sillaba lunga, soleva congiungerlo all’o per indicare questo prolungamento fonetico; ond’è che scrissero loumen, Nountius, Loucetius. E Mario Vittorino lasciò scritto, pag. 2459, Putsch.:

sic u quod apud illos (graecos) junctum ο literae υ facit syllabam, nostri etiam, quoties ejusdem soni longa syllaba scribenda esset, et ipsa adjungebat o literae. Inde scriptum legitis Loucetius, nountios et loumen.

11. Quod eorum regio sita est ad partem stellae luciferae. FESTO.

12. Hesperia, terra occidentale ai Greci; e Nankin, residenza del al Cinesi; Austria (Oestreich) e Austrasia, regno dell’est, cioè de’ Franchi orientali; Neustria, regno dell’ovest; Westfalia, paese occidentale; Essex, Wessex, Middlesex, regno o contea dei Sassoni dell’est, dell’ovest o del mezzo; Nordfolk, popolo del nord; Norvegia, Normanni, regno ed uomini del nord.

L’Algarve, provincia del Portogallo, vuol dire il ponente; Anatolia ai Turchi significa appunto il levante; Mauritania e Maghreb, paese occidentale; e Mauri, gli occidentali. Il Marocco è detto dagli arabi Maghreb-el-Aksa, cioè Occidente lontano. Gli arabi stessi la Siria dicono Es-sciam, cioè il paese a sinistra, per un abitante della Mecca che guarda il Levante. Anche l’antica Hibernia, che è l’Irlanda, al tino dal cimrico vergin, cioè occidentale.

13. Conf. Sicania, Lusitania, Germania, Hispania; Pompejanus, cittadino di Pompei; Pompejanum (rus), appartenente a Pompeo.

Parte I - La Lucania

CAPITOLO II

DONDE MOSSERO I LUCANI ALLE NUOVE SEDI E QUANDO

Tanto Plinio, quanto Strabone lasciarono scritto, che i Lucani furono gente di stirpe sannitica.

E poiché, noi designare la regione che le popolazioni sannite occuparono agli antichissimi tempi, corre di solito al pensiero la regione del Samnium, secondo la confinazione che le fu data negli ordinamenti di Augusto, ne venne che la ricerca delle sedi ultime, onde mossero le tribù sabelliche occupatrici della regione che poi fu Lucania, non si fece altrimenti che per la regione del Sannio o per l’attiguo paese degli Irpini, gente sannitica anche essi. Se i Lucani derivarono dai Sanniti, se questo avvenne in tempi posteriori alla derivazione degli Irpini, pareva naturale che dal lembo orientale del Sannio, dove fu la Irpinia, si fossero staccati anticamente i Lucani. E poiché il confine tra la regione degli Irpini e quella dei Lucani non è che un tratto della catena appenninica, sorpassato il quale dal paese degli uni si viene in quello degli altri, pareva chiaro che il concetto della mente rispondesse al fatto del naturale propagamento delle antiche genti. Sorvenne in prova, a conferma dell’argomento, una omonimia topografica tra le due regioni; e fu l’omonimia del fiume Calore: l’uno, di tal nome, irrigava gran parte dell’Irpinia e si versava e si versa nel Volturno; l’altro si versa nel Sele, e irrigava, come irriga, una valle a piè del monte Alburno nella Lucania occidentale. Omonimia unica; ma, grazie al preconcetto della derivazione sannitica, parve sufficiente.

Noi potremmo aggiungerne un’altra, ed è un’altra fiumana detta Calore, che scende dai fianchi occidentali del monte Sirino e dopo breve corso si fonde e confonde nelle acque del Negro, che fu il Tànagro antico del bacino di Diano, che oggi si dice Teggiano. Ma non per ciò alla prova crescerebbe valore. L’omonimia non resta che scarsa: e poiché si tratta di fiumi, scarsamente, a mio modo di vedere, conclusiva.

Il filo delle omonimie topografiche è parso, e con ragione, una guida accettevole pel buio delle origini, ad ormare le traccie delle genti che si versavano da paese a paese. Nella successione delle famiglie nel tempo, il figlio ripete il nome del padre o dell’avo; nella successione delle famiglie nello spazio si ripete similmente di luogo in luogo il nome della patria. È il ricordo della madre comune che siegue e consola, con le tenerezze dell’infanzia, gli emigranti lontano.

Or questo filo delle omonimie, nel problema che intendiamo risolvere, ci guida ad altro paese che non è il Sannio propriamente detto dei tempi di Augusto. Sarà pregio dell’opera il venirle raccogliendo; ma, a farne giusto giudizio, dimentichiamo innanzi tutto il preconcetto che le origini lucane derivarono dal Sannio. Le origini lucane furono sannitiche, in quanto che sabelliche; le due parole, che in processo di tempo furono distinte come di genere a specie, in origine non furono.

Gitti il lettore lo sguardo su di una carta topografica dell’antica Italia meridionale; e investighi segnatamente quella regione a sinistra del fiume Liri, che in parte appartenne al Lazio già abitata dai Volsci, e che si denomina Campania. Segua con l’occhio la distesa di terra che intercede tra i fiumi Liri e Volturno, e quella che dal basso Volturno si allarga a sinistra per le valli pianeggianti del Clanis e del Sarno fino al promontorio di Minerva o della Campanella, che separa il golfo di Napoli dal golfo di Salerno.

Questa ampia distesa di terra, che dalle origini del Liri confina all’alto piano del Fucino, già sede di antiche stirpi sabelliche, e lungo il corso superiore del Volturno attacca con le sedi delle meno antiche stirpi sabelliche che furono i Sanniti, quest’ampia distesa di terra, frastagliata da minori fiumane che si versano nelle due maggiori, fu la regione abitata dagli Oschi antichissimi, anche essi di stirpe e di linguaggio affini ai Sabelli.

Ora in questa distesa di terra che è ai confini del Sannio, ma non è il Samnium propriamente detto, ecco quali conformità di nòte topografiche ci è dato di avvertire con la topografia della regione lucana.

Troviamo dapprima il fiume Melfa o Melfia, che si scarica nel Liri, e bagna quasi nel suo corso superiore l’antica e moderna Atìna dei Volsci. E in Lucania è presso il monte Vulture il fiume Melfa, onde venne il nome alla città, illustre per le prime sedi dei Normanni; l’altra fiumana del Melfa è presso il capo Palinuro, sul Tirreno.

Al riscontro dell’Atìna sul Melfa non aggiungeremo quello di Àtena, che è odierna e antica città lucana sul fiume Tànagro; poiché farebbe ostacolo non sormontabile la non conforme accentuazione delle due parole: ma procedendo oltre, ecco, all’entrare nella Campania propriamente detta, presso l’odierno paese di Presenzano, l’antica Rufria, che ben risponderebbe all’odierno Ruvo (detto di Monte) nel Melfese: e Rufria, ricordandoci il virgiliano Qui Rufrias, Batulumque tenent..., ci richiama all’affinità così di «Batulo» castello della Campania che fu di origini sabelliche1, come all’odierno paese di Vatolla nella Lucania occidentale, che oggi è il Cilento.

Teanum, sul fiume Sacco, tributario del Liri, ricorda il Tegianum (oggi Tegiano o Diano) poco lungi dall’Àtena suddetta. E il Sacco stesso, che ebbe l’antico nome di Trerus, ricorderebbe la Tiera, che é fiumana presso Potenza, defluente al Basento. E nella valle del Liri i documenti cassinesi del secolo X ricordano spesso un possedimento del Gran Cenobio che è detto Monte di Balba2, onde viene riflesso e al Mons Balabo della tavola Peutingeriana ed all’odierno paese di Valva. E l’antica città di Sora nella stessa valle del Liri non potrà farci dimenticare che la fiumana di Sciàura, defluente nell’Agri, è detta Sora, anche oggi, nel primo suo tronco. Non lontano da Tegianum era (presso all’odierno paese di Padula) la città lucana di Consilinum; che trova pretta corrispondenza nel più antico e famoso nome di Conselinum, sul Volturno, che oggi è Capua. Qui valicando il Volturno, entriamo nella valle del Clanis superiore, ed ecco Atella (oggi Sant’Arpino), Grumo ed Acerra; e prossima a questa, sul confine appenninico tra la Campania e l’Irpinia, Abellinum. Acerrae ricorderebbe sia l’Acerronia lucana della Peutingeriana, sia l’odierna città di Acerenza, se si concede la congettura che questa ebbe in origine la forma osca da Akeru. Grumo, antica, fa riscontro a Grumentum; e Cales (oggi Calvi, presso Maddaloni) può avere riferimento a Calasarna, città lucana, oggi ancora, per vero, di ignota sede. Atella ed Abella, della Campania, ci richiamano ai fianchi del Vùlture e degli Appennini lucani, ove gli odierni paesi di Atella e di Bella, benché senza ricordo di antichità nelle storie scritte, pure testimoniano col nome l’indubbia antichità loro, non senza richiamarsi quest’ultima ai popoli Strabellini che Plinio annovera intorno al nodo del Vulture. E tacendo dell’omonimia che a Niebhur piacque riscontrare tra i popoli Volsci del Liri e i Lucani Volcentes dell’antico Volceium, oggi Buccino, accenneremo con minori difficoltà al riscontro tra il fiume Ufens, oggi Ufento, che, non molto lontano dal superiore corso del Liri, si scarica in mare presso Terracina, coll’Ofanto, il gran fiume dell’Apulia, che prende origine dagli Appennini, ove giunsero gli antichi Osco-Sabellici della Lucania, e che quanto al nome non può riferirsi ad origini greche. L’omonimia è per me certa: incerto da quali antichi popoli passò il nome dall’un fiume all’altro; non incerto che cotesti popoli fossero di quelle razze osco-sabelliche che da Rieti, dal Fucino, dal Liri, dal Sangro, si propagarono fino alle zone delle terre appulo-lucane, anche sedi di genti elleniche.

Questi sono i dati di fatto. E da essi argomentando, a me pare lecito d’inferire, che dall’ampia regione irrigata dal Liri, dal Volturno, dal Clanio e dal Sarno, vennero le antiche genti, che occuparono, all’oriente del fiume Silaro, le terre montuose a cui restò il nome di Lucania. In quell’ampia regione sul Liri e il Volturno abitarono per un tempo, che la storia non può determinare, ma fu senza dubbio ben lungo e remoto, popolazioni italiche antiche, di idioma osco, di razza sabelliche. Di questa stessa razza ed idioma furono quelle che ne vennero sulla sinistra al di là del Silaro.

Sabelliche di stirpe, furono dette di stirpe sannitica da tardi scrittori della civiltà romana; quando il concetto e la parola sannita e sannitico significava più particolarmente il popolo, che si costituì di tal nome a indipendenza di stato proprio, e combatté famose guerre contro di Roma. Ma in origine la parola stessa indicò genericamente le genti derivate dal comune ceppo dei Sabini; e queste propagini di popoli che erano Sabiniti o Sabniti, o Samniti nell’idioma degli Oschi, passarono nella forma di «Sabellici» all’idioma dei Latini3. Di là una promiscuità di sensi, a cui non fu agevole di sottrarsi.

A quale epoca rimontino questi antichi tramutamenti delle genti Osco-Sabelliche, non è possibile stabilire con precisione di computi.

All’acume e alla dottrina di Niebhur parve agevole determinarla; e ne abbassò il limite ai principii del secolo V a.C. Io non posso accettare il suo concetto; ma esso domina, convien dirlo, questa prima questione cronologica della nostra storia; ed è seguito (non vale dissimularlo) dai maggiori scrittori stranieri che ne trattino, per incidenza, nelle antiche storie.

Lucani (come sarà detto a suo luogo) si mostrano la prima volta nella storia scritta, quando essi, già arrivati nella valle del Crati, fanno punta contro la città di Turii: a quell’ora sono un esercito di 34 mila uomini; vincono una famosa battaglia contro i Turii o Turini; e lasciano di costoro sul campo del fatto d’armi dieci mila morti, secondo le consuete esagerazioni numeriche degli antichi, quando raccontano di zuffe o battaglie. Tutto questo accadde nel 360 di Roma (ovvero 390 avanti l’era volgare) secondo Diodoro Siculo, che parla e della battaglia e del primo mostrarsi dei Lucani4. Ma alcuni anni prima del fatto di Turii avvenuto nella valle del Crati, essi si erano già impossessati di Posidonia5; e se l’epoca precisa è ignota, dal Niebhur e dagli altri si allogherebbe il fatto nel breve periodo di tempo dal 431 al 400 a.C.

Ora il Niebhur fu d’avviso che poco innanzi alla loro conquista di Posidonia arrivassero i Lucani sulle terre alla sinistra del fiume Silaro. Egli nega remota antichità alle loro originarie colonizzazioni; perché Sibari sì forte e potente, e di sì esteso dominio come la storia ricorda, non avrebbe permesso (egli argomenta) alle nuove genti sabelliche di occupare la regione alla sinistra del Silaro; e perché (egli soggiunge) quando Micito fondò Pixo (o Buxentum) sul mare Tirreno (e fu nel 280 di Roma, o 473 a.C.) non ebbe opposizione da chicchessia, né dai Lucani. Dunque non esistevano ancora i Lucani al secolo V. Compariscono invece verso l’epoca della guerra del Peloponneso (dall’anno 431 al 404 a.C.) ad oppugnare Posidonia, e nel 390 oppugnano Turii; mentre che, su per giù verso gli stessi tempi, i Sanniti occupano la Campania, e s’impadroniscono di Capua, nel 314 di Roma ovvero 424 a.C.

Queste date cronologiche si illustrano e ci illuminano, a giudizio del Niebhur: a cui, inoltre, pare del tutto naturale che le genti sabello-sannitiche non si riversassero sulla regione più lontana oltre il Silaro, se prima non avessero occupato il paese della Campania più prossima a loro. E però le immigrazioni lucane non ebbero cominciamento, a suo avviso, che nel secolo V, su per giù, dal 424 al 400 a.C.

La conclusione è recisa: ma mi sia lecito di osservare che le premesse da cui discende non sono altro che argomenti negativi, quando non poggino a congetture di poco sode fondamenta.

Da nessun dato sicuro ci è concesso di asserire che il dominio di Sibari si estese fino all’alta valle del Silaro, e questo è preconcetto necessario a tenere in gambe l’affermazione che Sibari non avrebbe permesso lo avanzarsi dei Lucani all’oriente del Silaro. E che cosa proverebbe la non ostacolata fondazione di Pixo, ancorché non fosse vero come oggi è ritenuto6, per inconcussa testimonianza di monete, che la colonia condotta a Pixo da Micito, non fu la fondazione prima della città; ma fu di aggiunta a coloni già precedentemente ivi allogati, anche prima del 473? Chi può dire che cosa fece o non fece Sibari all’arrivo delle genti sabelliche, se le storie non esistono? E se queste mancano, chi può dire che cosa fecero o non fecero all’arrivo di Micito i coloni, Enotri od Elleni che fossero, sulle coste del golfo di Policastro? E che cosa può provare questo duplice argomento chiesto alla topografia di città poste alle estreme regioni l’una del mare Jonio e l’altra sul mare Tirreno? Le nuove genti potevano già essere accasate sul dorso occidentale ed orientale della ampia catena appenninica, e Pixo, e Lao, e Posidonia sorgere quai colonie elleniche sulle rive del mare, ignoti i combattimenti alla storia.

I Lucani, arrivando alle nuove terre incontrarono gli Enotri, e non i Sibariti, questo dice la storia. E poiché la storia non dice dove giungesse il confine dell’imperio di Sibari, è lecito argomentare che l’alta cerchia della catena appenninica, all’avvento de’ Lucani non era occupata da coloni greci; e questi, i più antichi e famosi stabilimenti loro, non li ebbero che sulle spiaggie del mare.

Fu un tempo, senza dubbio, che s’incontrarono e vennero alle mani vecchi e nuovi coloni; e questo periodo di lotte nell’interno della regione, prima che si giungesse alla conquista delle città sulle spiaggie, dovette essere lungo, come la stessa natura delle cose ci fa lecito di argomentare; ma non si può sopprimerlo, non lo si può negare, solo perché la storia ne tace. Strabone, questo remoto ed oscuro periodo delle origini lo intravede e lo accenna sinteticamente con le parole: «fu combattuto lungamente tra i greci e i barbari»7 come egli chiama i Lucano-sabellici venuti sul Silaro. Lunghe lotte, senza dubbio; e si comprende8.

Se dunque i Lucani si manifestarono già potenti ed aggressori di Turii fin dagli ultimi anni del secolo IV a.C. (390 a.C.–364 di R.); se in quella azione di guerra spiegano in campo un esercito di 34 mila armati, tra cui 4 mila a cavallo; se un dieci o quindici anni prima si sono già impossessati di Posidonia, fiorentissima e forse anche più potente di Turii, è forza di ammettere che molto tempo prima di coteste epoche essi siano giunti, — tribù, genti, o coloni immigranti — all’oriente del Silaro, ed abbiano occupato il paese che si estende dal Silaro al fiume Lao, e al versante orientale del monte Pollino. Se ivi fossero pervenuti dopo che i Sanniti occuparono la Campania, cioè dopo l’anno 424 a.C. o 314 di R. che questi presero Capua, non pare possibile, che in sì breve spazio di tempo avessero percorso — coloni e non banda che irrompe, saccheggia e passa — sì lungo spazio di paese; non pare possibile che in breve periodo di tempo avessero combattuto, distrutti o soggiogati gli antichi abitatori del paese, che erano le genti enotrie, e forse greci.

Si dirà forse, che i Lucani, neo invasori del paese oltre il Silaro, anzi che popolo di coloni, fu una banda armata, che come i Longobardi nel medio evo conquistò in pochi anni il paese? E infatti, ai Longobardi parmi li raffronti non so quale dei storici che ne abbassano la cronologia. Ma con buona pace di essi, io dirò che l’argomento involve in sé un circolo vizioso, e mentre arriva ad un fatto che per l’epoca indicata è improbabile, parte da una semplice congettura, che non trova alcun fondamento alla storia.

Infatti, a dimostrare la possibilità della conquista lucana delle terre enotrie in breve spazio di tempo, si suppone che i nuovi arrivati fossero un esercito: e a dimostrare che fossero un esercito e non coloni, si mette innanzi il breve spazio di tempo in cui avvenne la appropriazione del territorio dal fiume Silaro al fiume Sibari. E tutto ciò partendo da un dato che è del tutto congetturale, dal dato cioè, che le tribù Sabello-lucane mossero alle nuove sedi dopo la conquista della Campania fatta dai Sanniti.

Ma cotesto esodo loro per l’epoca indicata sarebbe anche più improbabile, chi avverta che i Sanniti occuparono di forza la regione della Campania nemica; e in quei primi momenti, in quel primo periodo della conquista non sarobbe natural cosa che dalle forze del popolo conquistatore si fosse distratto, per altre avventure, un complesso di gente giovine e armata, che assommava, per ipotesi, a più che trentamila soldati.

Del resto, improbabile o no, manca ogni prova, ancorché indiretta, che la nuova gente fosse specie di banda mamertinica di armati che si spingano innanzi a bottino, e invade, distrugge e spazza come un uragano, — esercito e non coloni. Strabone non parla altrimenti che di «coloni dedotti»9 in quella parte già abitata «dai Conii e dagli Enotri». E Diodoro, che è il testimonio primo della prima comparsa degli eserciti lucani contro Turii, ne fa parola non come nuovi arrivati10, ma come gente di già accasata nella regione, che aveva già proprio nome ed ordini. È vero che la tarda testimonianza di questi due scrittori non può essere di grande peso per un fatto che è tanto remoto, e che di sua stessa natura sfugge alla testimonianza diretta, e di altra civiltà; gli è vero: ma la tesi contraria non può venir suffragata da simil genere di testimonianze, indirette o postume11.

Riterremo, adunque, per molto antico l’avvento dei Lucani nel paese all’oriente del fiume Silaro. E se, per la natura e l’antichità stessa del fatto, non si può assegnare un’epoca precisa, possiamo però delineare alcuni limiti estremi alla cronologia, mercé le considerazioni che seguono.

Abbiamo detto che gli Osco-sabellici, venendo ad occupare quella che fu, per essi, Lucania, mossero dal territorio che poi fu Campania, abitato ab antiquo dalle genti Osche.

È lecito di congetturare che la loro fu emigrazione forzata, e questa non poté avvenire altrimenti, che per violenza e scampo da novelli invasori stranieri.

Ora è ritenuto che la regione osco-sabellica, che poi fu Campania, venne occupala in antico tempo dagli Etruschi, prevalenti d’imperio prima di Roma nella media penisola, i quali fondarono sul Liri quella che altri disse confederazione Etrusca della Campania, e che pare si estendesse fino al golfo di Salerno, se Marcina (probabilmente posta nei pressi di Vietri odierna) è detta in Strabone «fondazione de’ Tirreni», e se più in Ià sulla destra del fiume Silaro anche il territorio de’ Picentini, nel vecchio tempo, fuit Tuscorum a ricordo di Plinio12.

Di qua l’origine e la causa della emigrazione di una parte degli Osco-sabellici dalle loro prime sedi, tra il Liri e il Volturno, verso il paese al di là del Silaro. Si sa, a un dipresso, quando decadde o cadde cotesto imperio etrusco-campano; e l’epoca la si vuol mettere ai tempi delle conquiste sannitiche della Campania, il cui culmine si appunta verso il 424 a.C. quando fu presa la città di Volturno ossia Capua, che era il capo (e ne ebbe il nome) di quelle città federali.

Ma se è nolo quando ebbe termine questa Etruria campana, non si può dire quando essa ebbe certo principio. Ad ogni modo, è lecito asserire che non poté aver principio ai tempi che la potenza Etrusca cadde anche essa; ma invece è a ritenere che questa propagò le sue colonie o stabilimenti sul Liri e il Volturno, quando era in fiore di forze e di civiltà.

Ora nel tempo, in cui i Tarquinii furono scacciati da Roma, la potenza Etrusca (mi riferisco alle parole di Mommsen) toccava all’apogeo. Toschi e Cartaginesi, alleati, teneano la signoria del mar Tirreno. E sembra che intorno a cotesti tempi (egli soggiunge, accennando al 500 a.C.) la potenza degh Etruschi venne crescendo anche sul continente. Allora, non altro che il solo paese del Lazio restava in mezzo, non soggetto, tra l’antico territorio etrusco, le città volsche che erano nella clientela toscana e i possedimenti etruschi della Campania. Ma non passò guari, e lo stesso Lazio tu sottomesso dalla lega tosca sotto Porsena di Clusio; quando, contro il concetto storico della leggenda romana, Porsena soggiogò Roma, ne disarmò il popolo, e conquistò tutto il territorio sulla destra riva del Tevere13. L’imperio etrusco toccò allora al culmine suo.

Messi cotesti insigni eventi, su per giù, verso il 254 di Roma o il 500 av.C.14, possiamo riferire almeno al secolo II di Roma (che vuol dire il secolo VI a.C.) lo sviluppo della potenza etrusca nella Campania osca.

Questo termine si potrebbe elevarlo ancora in su15, senza contradizione; ma non si potrebbe, senza contradizione, abbassarlo.

E, di conseguenza, le emigrazioni osco-sabelliche delle genti Lucane nel paese all’oriente del Silaro, non poterono avvenire più tardi del 600 al 550 a.C.

NOTE

1. VIRG. Æneid. VII, v. 739. — Alla parola Batulum SERVIO annota: Oppidum Campaniae, a Sammtibus conditum.

2. Apud GATTULA, Access. ad histor. abbat. Cassinensis. — 1734, vol. I, pag. 82, 131, 140, 161.

3. Vedi appresso, al capitolo III.

4. Vedi appresso, al capitolo XIII.

5. Vedi capitolo XIII.

6. Vedi al capitolo IX.

7. STRAB. lib. VI, 388, ediz. Amstelaedami, 1707 — πολυν χρονον = diu.

8. Il DURUY, Histoire des Romains, I, p. 57. (Parigi 1870) scrive:

«Dopo essersi (i Lucani) lentamente accresciuti nelle montagne, si gettarono sul territorio coltivato delle città greche; e verso la metà del quinto secolo, Pandosia (sic: ma vuol dire Posidonia) con le vicine città cadde in loro potere. Padroni delle coste all’ovest, si ricolsero alle coste del golfo di Taranto… Verso il 430? lottavano di già contro Turii; e fecero tanti progressi nello spazio di 36 anni, malgrado che non oltrepassassero il piccolo numero di 34 mila combattenti (DIOD. XIV, 101) e che una grande lega difensiva, la prima che i greci da questo lato (del Jonio) avessero conclusa, fu formata contro di essi e contro Dionisio… Tre anni dopo, tutta la gioventù di Turii, volendo riprendere la città di Laos, fu distrutta in una battaglia, che diè in potere ai Lucani la Calabria (sic) quasi intera…»

In nota aggiunge lo stesso scrittore:

«Da Pandosia a Turii, anzi fino a Reggio, Scilace — che scriveva verso il 370 — non conosce altro che Lucani lungo le coste».

E crede che anche qui Pandosia (città mediterranea) sia posta invece di Posidonia.

9. STRAB. IV, 389. — ἀποικισαντων.

10. Il passo di Diodoro, a cui si accenna, è riportato in seguito, al capitolo XIII.

11. Gli storici italiani non accettano, in questo problema, il criterio cronologico di Niebhur. Vannucci è di avviso che i Lucani vennero nel paese oltre il Silaro avanti il nascere di Roma (Stor. Ital. lib I, c. 4, 288). E Micali, nella Storia degli antichi popoli ital. (Firenze, 1832, I, XV) scrive queste parole che giova di riferire:

«Lo stabilimento dei Lucani, in queste parti estreme successo a quello dei loro confratelli nel Sannio, debbe aversi per molto antico: né ad abbassarne l’epoca della venuta loro al terzo secolo può farsi fondamento sulla circostanza che, fiorendo Sibari, o quando Micito edificò Pixoo, nell’anno 280, non potevano esistere in quei luoghi Lucani (NIEBH. I), perciocché i Sibariti, al pari di tutti gli altri italioti, non avevano dominio per le montagne, e la piaggia dove Micito condusse in suolo lucano (?) la sua colonia reggiana o era inabitata allora per insalubrità del sito, o lasciatasi senza cultura dai paesani…».

12. STRABONE, VI. — PLINIO, Hist. nat. III, 70. — In PATERCOLO, I, 7: Aiunt Tusci Capuam Nolamque conditam ante annos fere 850. E in STAZIO, del promontorio della Minerva presso Sorrento, si legge: Saxaque tyrrenae templis onerata Minervae. — Selve, II, 2 e III, 2.

13. MOMMSEN, Stor. Rom. I, c. IV, p. 327 (Milano, 1857).

14. La cacciata dei Tarquinii e la creazione dei Consoli è messa nell’anno 244 di Roma, o 510 a.C.

15. DURUY, Hist. des Romains, I, p. 35, scrive:

«Verso la Campania, 300 anni innanzi all’e.v.a si formò una novella Etrurla, di cui furono principali città Vulturno, Nola, Acerra, Ercolanoo, Pompeib. Nello stesso tempo gli Etruschi prendono ardimento a correre pel mar tirreno, e s’impadroniscono di tutte le isole… Allora quasi tutta la penisola, dalle Alpi allo stretto di Messina, venno in loro signoria»c.

a. Cato ap. Serv. XI, 567-581. Macrob. Satur. III, 5.

b. Tit. Liv. IV, 37. Cato ap. V. Paterc. I, 7. Pol. II, 17. Il Lanzi vi aggiunge anche Nocera, Calatia, Teanum, Cales, Suessa, Aesernia e Atella.

c. Cato ap. Serv. XI, 567. — E Tito Livio lo ripete quasi con le stesse parole in più luoghi: I, 2; V, 37.

Parte I - La Lucania

CAPITOLO III

POPOLI DAI QUALI I LUCANI SI DISTACCARONO — DIGRESSIONE: GLI OSCHI E I SANNITI

La tradizione, di cui l’eco è a noi pervenuta dagli scrittori dei tempi dell’Impero, disse i Lucani derivati dai Sanniti: e poiché i Sanniti, quando vennero in fama per le tenaci ed aspre guerre sostenute contro di Roma, stanziavano nella regione delle valli del Tamaro, del Sabato e del Calore, influenti dell’alto Volturno, gli scrittori delle antiche storie ritennero questi Sanniti dei tempi storici come i protoparenti dei Lucani. Sarebbe egli dunque contraddizione tra questa remota eco delle tradizioni di tempi più antichi, e l’opinione nostra che li riscontra nella regione tra il Liri e il Volturno, la quale prima che Campania era detta Opicia, all’uso dei Greci che ne abitarono le spiaggie quando l’interno era abitato dagli Oschi?

Ma ogni contraddizione svanisce, se distinguendo tempi da tempi, non si confonda lo stato di fatto di tempi relativamente recenti, cioè più prossimi ai primi scrittori di cose romane, con lo stato di fatto di molto più antica e remota età. Nella quale età i Sanniti non erano ancora, per nome, distinti dalla nazione madre dei popoli Oschi; e la parola stessa «Sanniti» significò, in genere, Sabini o Sabelli; ed erano compresi tra i Sabelli anche gli Oschi della Campania antichissimi.

Ci è d’uopo pertanto discorrere preliminarmente degli Oschi; e di questi diremo quanto basti a chiarimento del nostro concetto.

È un fatto fuori contestazione che i Sanniti parlavano l’idioma osco; non altrimenti i popoli che da quelli si dissero derivati, i Lucani e i Bruzii. È un fatto di non minore certezza che parlavano osco anche le altre stirpi sabelliche, che, derivate dal popolo sabino, si accasarono intorno al Fucino e al Gran-Sasso. Si può, infine, ritenere per certo che anche l’idioma dei vecchi Sabini fu l’osco propriamente detto; o, se piace meglio, la forma madre antecedente, onde derivò l’osco1.

Il nome etnico di tutta questa grande famiglia non fu quello di Oschi. Questo ultimo nome di Obschi, Opschi e Oschi pare non fosse altrimenti, che di un clan o tribù di essa, e dal nome di questo clan o tribù, forse sugli altri prevalente, passò dipoi per via dei Romani, ad indicare l’idioma proprio a tutta quella grande famiglia diramata dal ceppo sabino2.

Il nome complessivo della gente si può da noi indicarlo col qualificativo di gente o famiglia «sabellica» che fu ai Romani stessi denominazione complessiva, ed indicò le varie stirpi che rampollarono, lungo i secoli, dal tronco dei Sabini antichissimo. Ciascuna di esse ebbe dipoi un proprio e speciale suo nome, secondo che da tribù surse ciascuna a stato autonomo; e così i Picentini, i Marsi, i Vestini, i Peligni, i Marrucini, i Frentani, gli Irpini, i Sanniti, i Lucani, i Bruzii; e non altrimenti, e forse primi per tempo, gli Oschi.

L’originario significato di tutti cotesti nomi non è ancora noto per tutti. Antiche tradizioni narravano che le genti sabelliche si propagarono per Ver Sacrum — costume etnico, tra il civile e il religioso, speciale a questo razze italiche. — Vivendo esse allo stato di tribù, però già assettata al suolo, la proprietà collettiva alla tribù era divisa in uguali quote alle famiglie (l’heredium di due jugeri, ai romani di Romolo): ma le famiglie crescendo col tempo, e la forma della proprietà rimanendo collettiva alla tribù, composta di tante originarie famiglie e di tante heredia, questo stesso obbligava le nuove famiglie all’esodo dalla tribù madre. E le tradizioni italiche aggiungevano che l’esodo della gente migratrice era posto sotto la protezione del loro Dio nazionale, alla guida di un animale sacro al Dio stesso. Per tre di quelle genti è indicato l’animale sacro, che fu loro guida e ragione del nome.

I tre animali furono il Picchio, il Lupo e il Toro; e ne presero il nome i Picenti dal picchio; gli Irpini dal lupo (hirpus), e, secondo io penso, gli Oschi dal toro. Della ragione storica di codeste denominazioni tratte dalla fauna locale, parleremo più innanzi.

Dagli altipiani della Sabina e da Rieti, che era come l’umbilico d’Italia, scesero man mano le nuove genti verso meriggio ed oriente, seguendo il corso dei fiumi Aterno, Sangro, Liri, Volturno. Tra i più antichi i Picenti, i Marsi, gli Oschi; tra i meno antichi i Sanniti; tra i più recenti i Lucani.

Gli Obschi od Opsci scesero per la valle del Liri, ed occuparono la valle di esso e del Volturno fino al mare; quindi si propagarono oltre al Clanio, e fino al Silaro. Tutto il paese che poi ebbe nome di Campania fu loro sede. E i Greci la dissero, da essi, Opicia (Opiscia). Ivi forse si confusero con gli Ausoni, più antichi e ignorati di loro, che stanziavano verso le foci del Liri, e che per città o abitacoli rivieraschi al mare tennero il mare. Ivi inoltre si fusero, soggiogandoli, o cacciarono innanzi, verso oriente, sprazzi di Sicoli, che erano le ultime reliquie degli altri già passati oltre il fiume Silaro, e che di là, tribolati e tribolanti lunga serie di anni, trasmigrarono in Sicilia.

Ma questi sono popoli e vicende che precedono la penombra crepuscolare della storia: la penombra traluce appena quando cominciano a mettere piede per le isole della spiaggia campana i primi navigatori, le prime fattorie di gente ellenica, che approdano poi fra breve alle spiaggie, e vi si accasano in cinti che avranno il nome e l’importanza di Cuma. Cotesti più remoti avventori greci delle isole ebbero i primi contatti con gli Ausoni delle prossime coste, verso il Liri, e il mare che questi tenevano dissero da loro Ausonio, e la terra accosta al mare Ausonia. Poi gli Elleni delle spiaggie spinsero i loro contatti per l’interno del paese, e incontrarono gli Obschi; e, o che conoscessero allora gli abitatori dell’interno, o che i montanari dell’interno scendendo al piano arrivassero allora a notizia degli Elleni, questi la terra tra il Liri e il Volturno dissero Opiscia, la terra degli Opsci. Poi i due nomi Ausonia e Opicia, prima diversi e distinti o per linea di confine o per successione di tempo, si fusero in uno; l’uno cesse all’altro; e non restò che Opicia. Gli Ausoni, vinti, distrutti o assorbiti erano scomparsi: e gli Opsci restavano.

Di questo sparso ossame di popolo raccolse, dalle sue fonti, varie tradizioni il geografo Strabone; e quantunque o non concordi tra loro o con i concetti che abbiamo esposti, è d’uopo riferirle qui nelle sue parole, per l’ulteriore svolgimento del nostro concetto.

«Dopo il Lazio — scrive il geografo3 — viene la Campania. Sul golfo da Sinuessa a Miseno e sull’altro da Miseno al Capo della Minerva, che è detto Cratere, si estende la Campania, di feracissime terre, circondate da fertili clivi e dai monti dei Sanniti e degli Osci. Antioco narra che essa fu abitata dagli Opici, che si dissero anche Ausoni. Ma Polibio che scrive abitassero intorno al Cratere Opici ed Ausoni, li considera come due popoli diversi. Altri dicono che quando, un tempo, la regione era abitata dagli Opici e dagli Ausoni, venne poi occupata dagli Osci; i quali furono respinti dai Cumani; e questi dagli Etruschi, e questi… (in seguito) dai Sanniti.»

E più giù, parlando dei Sanniti, il geografo aggiunge questo4:

«Si racconta, che i Sabini essendo travagliati da lunghe e continue guerre contro gli Umbri, votarono ai loro iddii tutti i frutti dell’anno: e avutane la vittoria sui nemici, parte dei frutti consacrarono e parte immolarono: ma non così dei figliuoli; per cui ne ebbero in pena il flagello di grande carestia. Ammoniti (del fallo), ubbidirono i Sabini: ed anche i figliuoli nati nell’anno consacrarono a Marte. E questa gioventù, giunta che fu nell’età virile, mandarono a fondare colonie fuori il paese, sotto la guida di un toro — duce tauro. Il toro si arrestò nella regione degli Opici; e questi respintine, ivi stanziarono, e sagrificarono il toro a Marte. Si denominarono Sabelli, con forma diminutiva dal nome dei loro maggiori (i Sabini): di poi, ma per altra ragione, furono detti Sanniti.»

Strabone, senza dubbio, distingue qui gli Opici dagli Osci od Oschi: ma gli antichi scrittori Iatini, in generale non li distinsero5; né di certo i moderni. Non dice per quale altra ragione si dissero Sanniti; ma gli Opici ed Osci abitarono, secondo lui, la stessa regione che poi fu Campania. Quindi, e indubbiamente pel geografo, la regione degli Opici fu la Campania; quindi, e indubbiamente ne segue questo che i Sabelli, ovvero discendenti dai Sabini, guidati dal toro, arrestandosi, secondo la leggenda, nella terra degli Opici, non si arrestarono altrove che nella regione di poi detta Campania. Quindi la colonia guidata dal toro dell’antica tradizione, fu colonia dei Sabelli e non dei Sanniti propriamente detti. Quest’ultimo nome fu dato ai Sanniti in tempi posteriori.

Tutto questo emerge, fuori contestazione, dai concetti del geografo: quantunque egli non si desse carico del disaccordo delle varie tradizioni che raccoglie; e quantunque la distinzione, che egli mette tra Opici ed Osci, ingenerasse un equivoco: al quale, perciò, non si sono sottratti alcuni, ancorché dotti, espositori moderni.

Ma la distinzione etnica tra i due popoli non sta.

La parola «Osco» nel latino arcaico è Opscus6 e Obscus: non altrimenti Oqscus od Opscus fu ai popoli parlanti l’idioma osco. Da Opscus, Opsci, gli Elleni delle colonie tirrene trassero il nome di Opici, raddolcendo l’asprezza della pronuncia sabellica; e dagli Opici loro, abitatori della regione, diedero a questa il nome di Opicia. In questa erano venuti i remoti coloni sabellici, guidati dal toro della leggenda; e la vecchia sentenza degli interpreti di Strabone, trasportando il viaggio del toro condottiero dei Sabellici nella regione del Sannio, quale questo fu ai tempi di Augusto, confonde epoche e cose. Vennero piuttosto, antichissimamente, nel paese ove scorre il Liri, il Volturno, il Clanio popoli e tribù dei Sabini; e queste propagini sabiniche, quando col passare degli anni da tribù crebbero a popoli, furono indicate ai latini col nome complesso e generico di Sabellici7. Ma è probabile che dagli Oschi medesimi si dissero, in origine, «Sanniti», se teniamo conto del processo derivativo di questa parola, come ora verremo indicando.

La parola latina Sabinus suppone l’equivalente etnico di Sabnis, se si considera che di fianco al Iatino Campanus, Lucanus, Brutius, Picenus, si trova l’equivalente etnico o arcaico di Campas, di Lucas, di Bruttias, di Picens. Ma l’osca parola Lucas si inflette (come ci fa testimonio una breve iscrizione osca) in lucanatis8; Bruttias è noto che aumentava in Brutates9; Picens si inflette in Picentes. Potremo aggiungere il sabino Curis, che, pure dando vita al Iatino Quirinus, inflette in Curites. Da tutte coteste forme vien ragione di affermare che la parola oscosabina da Sabnis s’infletteva in Sab-nitis10; che poi, addolcendosi la pronuncia, passa naturalmente in Sannita. E ben mostra le traccie di questa antica evoluzione il latino arcaico, che serbò come caso retto di Samnitis la parola Samnis. E quanto al significato preciso ai latini, ricordiamo l’analoga forma lessicale del nostras-nostratis, e vestras-vestratis. In essa, come nelle parole Lucas-lucanatis, Brutias-Brutatis, è contenuta un’idea di derivazione di famiglia, che indica appartenenza o parentela.

In origine adunque tutte le tribù, o genti, o famiglie di popoli derivati dai Sabnis o Sabini, furono Subnites o Samniti. Ma passano i tempi, forse i secoli, e ciascuna di quelle varie popolazioni sabelliche si distingue per peculiari società o federazioni politiche, per determinati o propri confini: e accade pei popoli quello che per le famiglie uscite dalla tenda del Patriarca. E allora l’individualità del novello consorzio che ha proprio governo e proprio confine, rende necessario l’uso di un nome speciale a designarlo; nome che può venir fuori da mille fonti, di carattere etnico, o storico, o topografico, od altro che siasi. La grande famiglia Sabellica si distinse in Marsi, Marruccini, Peligni, Vestini, Oschi altresì. Il ceppo, i più antichi della famiglia rimasero Sabini; gli ultimi derivati che si accasarono nel paese, al quale poi da loro venne nome di Samnio, resteranno Sabniti o Sanniti; o nel proprio linguaggio (poiché, ultimi venuti, non sentirono la necessità di sistinguersi con altra denominazione, allora quando erano già distinte con altro nome le altre famiglie sabelliche; o nel linguaggio solamente dei Romani11; i quali avrebbero ritenuto come peculiare e propria alle genti del Sannio quella che era generica denominazione per esse. E allora forse entrò nell’uso della lingua dei latini la parola «Sabelli» ad indicare tutto il complesso delle derivazioni etniche dei Sabini.

Tra le più antiche diramazioni dall’originario tronco dei Sabini furono gli Oschi della valle del Liri e del Volturno.

Io li considero come un clan, una tribù, un popolo distinto dal ceppo di origine, non altrimenti che i Marsi, i Peligni, gl’Irpini. Però più antichi degli altri congeneri, essi si confusero nei Sanniti, quando questi invasero ed occuparono la Campania; e forse anche prima, destituiti che furono di personalità, quando la Campania-Osca, ovvero Opicia, fu sottomessa agli Etruschi.

Donde venne il nome etnico di Oschi non è noto. Tenendolo dal tema Ops-Opis (la terra ai latini), alcuni scrittori pensarono significasse i terrieri, nel senso d’indigeni; altri, da opus-eris, in senso di operai o lavoratori della terra. Ma trarre dal latino l’origine del nome etnico di un popolo che non parlava il latino, pare a me, per ragioni di logica, non attendibile: né il significato di popolo-agricoltore o popolo lavoratore della terra — ops — parrebbe più accettevole che non sia quello di popoli cultori della vigna agli Enotri, o di mietitori ai Morgeti, o di falciatori ai Siculi.

Io riferirei specialmente ai Sabellici o Sabniti delle antichissime tribù degli Oschi la tradizione del toro sacro, guida loro per la valle del Liri.

La trilogia leggendaria delle sacre-primavere guidate dal Picchio, dall’Irpo e dal Toro, si appunta e si compie nel riscontro etnografico delle sole due denominazioni dei Picenti e degli Irpini; ma si arresta per la gente guidata dal toro. Per me sta che anche queste genti presero il nome dal toro; e dal toro si dissero Oschi. La ragione storica indagheremo più giù: la filologica sarebbe questa.

La parola che indica il «toro» nel sanscrito è ukshan (e vakshas) dalla radice uksh. Dalla radice stessa derivarono, pel moderno tedesco, la voce ochs ed ochse; nel tedesco antico auhso, e nel gotico auhs, nello scandinavo oxi, che valgono tutte la stessa parola toro12. Trovando il medesimo tema tra varii antichi e moderni linguaggi derivati dal ceppo ario, ci è ragione di credere che il tema stesso sia passato nell’antico idioma degli Osco-sabellici, a forma della fonetica loro13.

Ma per quale ragione queste antichissime tribù sabelliche presero il nome etnico loro dalla fauna locale, è pregio di venire indagando.

Fu già detto che la leggenda della guida di un animale, sacro all’Iddio della gente, adombrasse un concetto religioso; bastò di considerare l’animale sacro come simbolo dell’Iddio nazionale; e non fu dato di ficcare più oltre il viso a fondo. Noi daremo un passo più innanzi.

Gli usi, i costumi, le credenze di quelle popolazioni di oggidì che siano ancora allo stato selvaggio, sono elementi di fatto accomodati a darci un’idea, per quanto sia possibile, conforme al vero, della condizione storica dei popoli antichissimi. Questo criterio, che è l’unico adeguato a chiarire le condizioni civili delle genti abitatrici delle terremare e delle caverne, non può perdere efficacia di luce, applicato che venga ad indagare le condizioni civili di quegli antichi popoli, che, pure avendo oltrepassato lo stadio di civiltà dei remotissimi inquilini delle caverne o delle abitazioni lacustri non siano ancora che salvaticamente barbari.

Io credo che il simbolo degli animali, guida e insegna e capostipite delle antichissime tribù sabelliche, si possa, fondatamente, riattaccare al costume del totemismo, quale esso è stato riscontrato tra le tribù incivili, nonché dell’America, ma dell’Africa e dell’Australia e dell’Asia. Il nome di totemismo è di origine americana, e l’applicarono a quella forma religiosa che prevale fra le Pelli-rosse: però il costume non è solo di quelle tribù e di quel continente.

Il totemismo è una forma di adorazione della natura che si estrinseca nel culto di oggetti naturali, come a dire alberi, laghi, macigni, animali, ma nella specie loro, non negli individui. Nella storia dell’evoluzione del pensiero religioso del genere umano il totemismo è come un passo innanzi del feticismo; dal quale dicono si differenzii in quanto che il feticcio del povero negro è un tale o tale altro oggetto individuo; mentre il Totem si riferisce a tutta una specie; e diventa ogni individuo della data specie oggetto sacro della tale famiglia, o della tale tribù che l’abbia a suo totem.

Quel che più fa al caso nostro, si è che le tribù, nonché le famiglie, si differenziano e distinguono l’una dall’altra secondo quel dato totem che è sacro alla tribù o famiglia. Esso lo si considera come il blasone, o l’insegna, o l’arme parlante della tribù che lo venera.

Raccatto dal libro del LUBBOCK:

«Sull’origine della civilizzazione»14, alquanti degli innumeri esempii, che egli ha raccolti dalle relazioni dei viaggiatori: e vedrà il lettore se questi dati di fatto non confortino di prove il concetto da noi messo innanzi.

«Gl’Indiani Tsimsheean della Columbia-Brittanica si dividono anch’essi — dice il LUBBOCK — in tribù ed in totems o blasoni comuni a tutte le tribù. Cotesti blasoni sono la Balena, la Tartaruga, l’Aquila, il Lupo, la Ranocchia. La parentela è più prossima tra gl’individui che portano lo stesso blasone, che tra membri della stessa tribù.

«Nell’Africa meridionale i Bechnanas si suddividono in tribù del Coccodrillo, del Pesce, della Scimmia, del Bufalo, dell’Elefante, del Porcospino, del Leone e simili. Nessuno oserebbe mangiare di cotesti animali, patroni della tribù. Essi però non li adorano: non ancora si è al culto del totem.

«In Australia quel che diciamo totem, vien detto Kobong. Ivi ogni famiglia — dice sir G. GREY — adotta come blasone, o segno distintivo, il Kobong, come ivi lo chiamano, che è un qualche animale, o pianta. Un certo vincolo misterioso esiste tra la famiglia e il suo Kobong: un membro di quella mai non ucciderà un animale della specie del suo Kobong.

«Questo sentimento di misterioso rispetto al Kobong diventa culto tra le tribù dell’America; quindi nasce la religione del totem.

«Il totem delle Pelli-rosse — dice SCHOOLCRAFT — è un simbolo del nome del primo antenato della tribù: nome ordinariamente di un quadrupede, di un uccello, o di altro animale che sia e che costituisce, se così posso esprimermi, il soprannome della famiglia. Desso è sempre un essere animato; rarissimamente un oggetto inanimato. La sua importanza significativa è in ciò, che ogni individuo fa risalire ad esso la sua genealogia; e quando egli morrà, quale che possa essere l’importanza personale sua, non il suo nome si segna sulla targa (o adjedatig) che indica la sua tomba, ma sì il totem. Il totem altresì fa che si possa seguire l’estendersi e il diramarsi d’uno famiglia, allorquando le famiglie si sono sviluppate in tribù e gruppi. La Tartaruga, l’Orso, il Lupo, furono, a quanto pare, i primi totem, e i più onorati. Essi occupano un posto distinto nelle tradizioni degli Irocchesi, dei Lenapes, dei Delavvares.

«Gli Osajes credono discendere da un castoro. E le varie tribù dei Khonds dell’India si distinguono, una dall’altra dal nome dei varii animali, come a dire le tribù dell’Orso, del Daino, del Gufo.

«Non altrimenti i Kols di Nagpore; i cui Keelis o clans portano il nome di certi animali, di cui non mangiano la carne».

A questi medesimi concetti — continua il Lubbock — si riattacca il culto degli animali; e senza parlare del Bue all’India, al Ceylan, nell’antico Egitto, si sa che le Pelli-rosse venerano l’Orso, il Bisonte, il Lepre, il Lupo; quei della Plata e del Brasile, il Jaguaro; gl’indigeni delle isole Sandwic il Cervo; in Siberia l’Orso polare dai Samojedi, e l’Orso nero dagli Ostiakes. — Che più? — Gli abitanti della Nuova Zelanda — dice Forster — riguardano come uccelli della loro divinità alcune specie di Picchi. — Ecco spiccicato il Picchio sacro a Marte nella leggenda della primavera-sacra Picena15.

Sì larga diffusione del costume del totem e del Kobong presso popoli ancora selvaggi, o poco meno, se dà un raggio di luce a chiarire il simbolo dell’animale sacro delle emigrazioni sabelliche, ci può dare un altro elemento di giudizio circa il grado di civiltà di quelle antichissime tribù, nostre protoparenti. Se non erano ancora selvaggi, e non adoravano ancora il lupo o il bue, come feticcio, erano in un grado di civiltà poco più avanzata: e se non vogliamo ritenere che l’Osco, il Picente, l’Irpino originarii, non adoravano, come loro divinità etnica, a mo’ del totem, il bue, il picchio, il lupo (perché, stando alla leggenda, secondo la sua forma dei tempi storici, il bue, il picchio, il lupo si dicono sacri al dio Marte e da lui a guida mandati) riterremo almeno, come la più naturale spiegazione del dato leggendario, che le tribù sabelliche, avendo passato lo stadio, non che del feticismo, ma del totemismo altresì, quando avvenne la divisione, avevano, come impronta d’individualità propria o distinzione di tribù a tribù, un nome tratto da un oggetto del regno animale; il quale oggetto era stato il loro totem in una età più antica.

In quale epoca avvennero le colonizzazioni sabelliche per la regione tra il Liri, il Volturno e il mar Tirreno, non è problema storico che, di sua natura, possa sciogliersi con sicurezza almeno di approssimazione.

Strabone, o le sue fonti, nelle parole che abbiamo riferite di sopra, accennano all’esodo delle colonie sabelliche condotte dal «Toro» come a conseguenza delle diuturne guerre dei Sabini con gli Umbri. Ora se nell’incertezza dell’antichissima cronologia, si vuol ritenere come un presso a poco accettabile il computo di Dionigi, sarà lecito supporre, con gravi scrittori moderni, che la catastrofe e l’assorbimento della popolazione degli Umbri nella nazione e nell’imperio degli Etruschi, avvenne un cinquecento anni prima dell’era romana16.

Che cosa veramente valgano cotesti computi di cronologia a taccio, in tanto buio di antichità, è superfluo avvertire: sono non altro che punti di richiamo per chi sale o scende la catena dei tempi: punti pei quali il presso a poco è un più o un meno di secoli. Ma poiché, quando i termini mancano, non si può procedere innanzi pel campo senza smarrirsi nel vacuo, accetteremo come un minimo quel mezzo millennio, innanzi all’era romana, delle colonizzazioni sabelliche per la bassa Italia. E queste si erano già accasate e prevalenti nella Campania, quando arrivarono alla spiaggia i navigatori elleni, e vi gettarono i semi di futuri stabilimenti. Cuma, in terra ferma, fu il più antico; e per quanto si abbia ragione di ribattere alla remotissima antichità che molti le attribuirono, surse, senza dubbio, ben qualche secolo prima dell’era romana.

E già codeste prime propagini della civiltà ellenica erano padrone delle spiaggia della futura Campania, e penetrate forse (ma tra quali limiti, è ignoto) nell’interno del paese, quando vi sopravvennero gli Etruschi, scacciando od assoggettando le genti osche; e combattendo le colonie elleniche poste alle rive del mare. L’epoca, a larghi tratti, è stata già da noi indicata nel capitolo precedente. Seguendo essi il costume nazionale dell’Etruria-posta sull’Arno e dell’altra sul Po, fondarono, anche in questa novella Etruria tra il Liri e il Volturno, una lega di dodici città; di cui fu capo la città di Volturno che poi fu detta Capua17; ognuna delle quali era (si vuol credere) a capo di minori centri, sparsi pel suo contado.

È fama cotesto imperio si estendesse fino al promontorio di Minerva o della Campanella, ove è detto che fu fondazione loro Marcina (che è oggi Vietri sul Mare). Ma distendendosi per la futura Campania, non vi trovarono, di certo, pacifica accoglienza. E le guerre, le conquiste, l’ordinamento federale delle città e dei comuni sottoposti, dovettero senza dubbio essere causa di profonde perturbazioni nello stato politico e sociale delle popolazioni osche.

Non è dato di sapere a quali condizioni di fatto vennero i popoli soggetti; come fu limitata la libertà personale di loro; come ordinato il possesso o l’uso della proprietà; e se questa o suddivisa da capo o assunta tutta o in parte a pro dei nuovi dominatori. Ma questo gran fatto dové necessariamente originare gravi conseguenze sociali. Ond’è che non ci crediamo fuori del vero, se attribuiremo a cotesto complesso di eventi e di conseguenze politiche, l’uscita, o la cacciata, o l’emigrazione di popolazioni osche in cerca di nuove sedi, al di là del fiume Silaro.

NOTE

1. VARRONE lasciò scritto (De ling. lat. VI):

Sabina usque radices in lingua osca egit. E in AULO GELLIO (XI, 1) si legge: Vocabulum ipsum multa idem Marcus Varro non latinum , sed sabinum esse dicit; idque ad suam memoriam mansisse ait in lingua Samnitum, qui sunt a Sabini orti.

2. I Romani da poiché non vennero in relazione coi Sanniti se non dopo i contatti che essi ebbero con gli Oschi della Campania, e poiché l’idioma dei Sanniti trovarono identico a quello degli Oschi, essi la parola loro nota a significare il linguaggio dei popoli abitanti la Campania, ovvero Opicia, estesero all’idioma dei popoli del Sannio.

3. Lib. V, 371.

4. Lib. V, 383.

5. In FESTO si legge:

In omnibus fere antiquis commentariis scribitur Opicum pro Obsco_, ut in Titini fabula quinta: Qui obsce et volsce fabulantur, nam latine nesciunt_.

6. In FESTO è detto:

Oscos quos dicimus, ait Verrius, Opscos antea dictos, teste Ennio…

7. Restò, nel latino, promiscuità di significato tra Sabino e Sabellico — VIRGIL. Georg. III, 255: dentes sabellicus exacuit sus; e qui SERVIO commenta: Sabinus: et est species pro genere. — Aeneid. VIII, 665: pugnant… veruque sabello. — Aeneid. VIII, 510: Natum exhortat ne mixtus matre sabella. Hinc partum patria traheret.

8. L’iscrizione osca dice: Vereias luvkanateis… MOMMSEN ed altri interpretano: Concilii, ovvero Reipublicae Lucanatis o Lucanae (V. FABRET Gloss. Italic. ad v.).

9. In FESTO:

Bilingues Brutates Ennius dixit.

10. Giova ricordare la parola Scabellum, Scabillum, che deriva da Scamnum, ma per l’interposta parola di Scab-num.

11. Dico «nel linguaggio solamente dei Romani» inquantoché alcuni scrittori avvertono che il nome nazionale dei Sanniti fosse Safinis (come si legge in una moneta della guerra sociale), che io non credo: poiché il Safinim di quella moneta equivale evidentemente a Sabinim (Sabinorum).

12. Dalla stessa fonte il greco μόσχος, vitello.

13. Né il passaggio sarebbe forzato. La gutturale k = q (del tema Uksh) passa soventi, come si sa, nella labiale p, ai Greci; ed è ben noto il fenomeno glottico all’osco che muta la gutturale q = k nel p stesso (quid-pid); e se si consideri che il gruppo delle sibilanti sh nella radice nksh deve rendere il doppio suono della spirante e dell’aspirata, parrà non fuori regola la permutazione della primitiva Uksh in Opsc, Oqsc, che è lo stesso.

14. LUBBOCK, Les origines de la civilisation (traduct. de l’angl.). Paris, 1873, p. 129-256; 332.

15. conf. SPENCER, Principes de Sociologie — trad. Paris, 1886 — vol. I, capitolo XX, sul «Culto degli animali». Dal quale riferirò ancora qualche altro particolare.

«… Un tratto caratteristico delle tradizioni dell’Asia Centrale è (dice Mitchell) che ciascun popolo fa derivare la sua origine da qualche animale». Secondo Brooke «i Dayaks della riva del mare si astengono superstiziosamente di mangiare di taluni animali, perché suppongono che questi siano uniti in parentela a qualcuno di loro antenato che furono generati da tali animali, o che li ànno generati».

Livingstone riferisce che

«presso le tribù bechuane la parola bakatla,significa quei della scimmia; la parola bakuena, quelli del serpente alligatore; batlassi, quelli del pesce; ed ogni tribù professa un timore superstizioso dell’animale del cui nome essi si chiamano…».

E continua con una serie di simili tradizioni-credenze di popoli selvaggi.

16. MICALI, L’Italia avanti il domin. dei Romani, I, cap. X. Il DURUY, Hist. des Romains, I, p. 34, scrive:

«Secondo gli annali etruschi (Varr. apud Censor. 17) 434 anni (e secondo Dionigi cinquecent’anni) prima della fondazione di Roma fu compiuta la ruina degli Umbri. Al loro imperio successero i Rha-Sena…»

17. STRAB. V, 371.

Parte I - La Lucania

CAPITOLO IV

I POPOLI DELLA REGIONE ANTERIORI AI LUCANI. GLI ENOTRI: E DEI SICULI, DEI MORGETI, DE’ CONII E DEI FENICII

Quando gli Osco-sabellici arrivarono nella regione all’oriente del fiume Silaro, non trovarono il paese deserto di abitatori.

Plinio il vecchio lasciò scritto queste parole:

«Incomincia dal fiume Silaro la Regione terza e il territorio lucano e bruzio. Ivi non fu rara la mutazione dei popoli; perocché vi abitarono i Pelasgi, gli Enotri, gl’Itali, i Morgeti, i Siculi, i Greci massimamente; e da ultimo i Lucani, stirpe sannitica, che vi pervennero sotto la guida di un Lucio»1.

Né questi son tutti; ché Strabone vi aggiunse i Conii2; e noi dovremo aggiungervi i Fenicii.

Nel breve prospetto di questa serie di nomi che assomma la storia di chi sa quanti secoli, è racchiuso tutto quel poco che dagli scrittori greci e latini è ricordato della storia antelucana. Rivoli derivati da antiche tradizioni o da antichi scrittori che a noi non arrivarono, esse sono acque oscure e scarse: ma è necessità di percorrerle agli investigatori delle origini.

Pelasgi

Non parleremo dei Pelasgi, che era la vexata quaestio delle origini italiche, nella prima metà dell’ora trascorso secolo. Fra le tante di qua e di là accattate significazioni della parola (o di uomini del mare, o delle pianure, o di cicogne! viaggiatrici, o d’immigranti, o di che altro), a noi piace di ritenerli detti così nel senso di «antichi»; e questo in significalo equipollente ad «aborigini» che vuol dire dei più antichi abitatori delle contrade greche e italiche, ricordati dalla storia.

Gli autoctoni, nell’idioma e nella filosofia embrionale della storia greca, sono i «nati dalla terra», gli aborigini: i Pelasgi, nel concetto della storia stessa, sono i «nati, o generati dalle pietre» (πέλα, πέλλα è lapis, γένος è genus, origo): da quelle «pietre» cioè che Deucalione e Pirra, ai sensi dell’oracolo riferito dalla leggenda, gittarono dietro le loro spalle per far nascere, come nacquero, gli uomini, onde ripopolare la terra, già fatta deserta dal diluvio. Sono, i più antichi, i primissimi, i proto-abitatori del suolo ellenico. E quando il concetto stesso dell’«autoctonia» piegò a farsi più umano, Pelasgo, autoctono dell’Arcadia e capostipite dei Pelasgi, è fatto figlio di Zeus e di Niobe, che è la Notte, nel mito delle Niobidi saettate da Apollo-Febo; Niobe fu mutata in «pietra» in quei giorni che Giove stesso aveva conversi tutti gli uomini in «pietre» secondo i canti omerici3: riscontro anche questo, nella fusione de’ miti, significativo ai Pelasgi. Così i più vecchi, i più antichi abitatori del suolo ellenico, quelli di cui non si conosce altra origine, furono «Pelasgi».

I quali, se come autoctoni, nel concetto della storia greca, emersero a popolare la Grecia, non furono «autoctoni» in Italia: non ebbero qui, non vi acquistarono entità etnica propria.

E, invece, quell’antico sistema di storiografia che riattaccava, per vincolo di filiazione diretta, all’antica Grecia le tradizioni, Ia lingua e l’etnografia dell’antica Italia, condusse anche in Italia, dalla Grecia, gli erranti Pelasgi; poiché se questi furono a capo della storia greca, e se le più antiche colonizzazioni all’Italia erano venute (a giudizio di cotesti eruditi) dalla Grecia, le due furono nazioni sorelle; e vuol dire che gli avi dell’una furono gli avi dell’altra.

Fu un momento che moderni investigatori di antiche cose credettero di avere trovato la prova di questo postulato in quelle singolari costruzioni ciclopiche, a macigni informi accozzati insieme o soprapposti, di cui restano abbondanti e mirabili gli avanzi per la regione montuosa del Lazio o giù di lì. Queste opere le dissero pelasgiche; e il battesimo della parola parve titolo autentico a legittimare lo stato civile della gente.

Ma se queste poderose costruzioni di muscoli erculei, resistendo all’urto de’ secoli, esistono ancora, non esiste ferma la prova, che siano opera di uno speciale popolo che si abbia ragione di dire Pelasgi4. Sono opere di popoli antichissimi: ma perché fossero opere davvero di un popolo detto Pelasgo, è necessario stabilire prima la esistenza di questo speciale popolo, per tutte le regioni là dove esse si trovano; e non solo nel Lazio e tra’ Volsci; ma in Etruria, in Sicilia e in Sardegna, ove i nuraghi sono ancora costruzioni dello stesso genere inesplicate e meravigliose, e in Spagna, e fra Celti e altrove: perché se la testimonianza dell’opera megalitica bastasse, dovrebbero essere Pelasgi anche coloro che elevarono i dolmen e i cromleck e i menhir dei popoli celti.

Noi, dunque, riteniamo come un elemento intruso, nell’antica storia italica, il popolo dei Pelasgi — se per Pelasgi si voglia intendere un popolo da ogni altro distinto e d’individualità propria. Potrà altri considerarli come un appellativo generico di quelle antichissime genti che vennero in Italia dalla Grecia barbara settentrionale, dall’Epiro o dall’Illirio. Ma di qua venuti in Italia ebbero altro nome, portarono altro nome non quello di Pelasgi. Essi furono Japigii, Conii, Enotrii, Siculi; e dal nome ebbe denominazione la terra che abitarono; la quale non fu mai detta Pelasgia. Invece, la regione nostra fu detta Enotria, dagli Enotri.

Gli echi della storia scritta dissero gli Enotri di derivazione puramente ellenica: e Dionigi, riferendosi a ignote fonti, narra la storia loro in questi termini:

Enotro (che era uno dei ventidue figli di Licaone re di Arcadia), «lasciò il Peloponneso, e con sue navi passa il mare Jonio insieme a suo fratello Peucezio e a molti del loro popolo di Grecia. La prima spiaggia d’Italia a cui approdarono, fu il promontorio lapigio, ed ivi si arrestò Peucezio; e da lui furono detti Peucezii gli abitatori della regione. Ma Enotro, con la maggiore torma dell’esercito, arrivò sul golfo che s’insena in quella parte occidentale d’Italia, che era detta Ausonia dai suoi abitatori, e che oggi, dopo l’imperio marittimo dei Tirreni, è detto mare Tirreno. Ivi trovò molte terre buone a pascoli ed a culture, in parte deserte di popolo, in parte poco abitate; e di qua scacciatine i barbari abitatori, fondò ivi piccole e frequenti città su pei monti, come agli antichi era uso. Questa vasta distesa di terre fu chiamala Enotria, ed Enotri gli abitatori che prima si dicevano Pelasgi5. Anche Antioco Siracusano, antichissimo storico (continua Dionigi) dice che questa regione denominata Italia, in antico, la tennero gli Enotri, i quali ebbero un tempo per loro re Italo; e da costui essi presero il nome di Itali. A lui successe Morgete, e gl’Itali si dissero Morgeti; di poi Morgete accolse come ospite Siculo, e questi si creò un imperio; onde avvenne che la nazione fu divisa, e coloro che erano Enotri furono dipoi Siculi, Morgeti ed Itali».

Ma se questa successione di re vuol dire successione di popoli nel concetto degli antichi ricostruttori delle leggende, non si può, evidentemente, ritenere come esatta la successione cronologica di quegli strati di popoli, secondo la geografia di Antioco, quale è riferita da Dionigi. Se si trova i Siculi potenti e sparsi in Sicilia a cui dettero il nome; se anche i Morgeti, a giudizio di Strabone6, lasciarono in una città di Sicilia traccie di loro presenza, vuol dire che non essi si soprapposero agli Enotri, ma gli Enolri cacciarono Siculi e Morgeti fino all’estremo continente d’Italia, e di là in Sicilia. Con l’espulsione o la soggezione dei Siculi o Morgeti, il paese dominato dai vincitori fu potuto dire Enotria, e non Sicilia, e non Morgentia. Poi il nome di Enotria anche esso dilegua, e sorge l’Italia. E vuol dire che un’altra fase della storia, un’altra successione di popoli compie la metamorfosi glottica: ma se costoro fossero Itali, o che altro fossero, vedremo in seguito.

Prendendo le mosse da questo viluppo di tradizioni-leggende, possiamo ritenere che le genti a cui fu dato il nome di Enotri, quando arrivarono alla regione che è posta tra il golfo di Taranto e quello di Posidonia, trovarono altri ignoti popoli, de’ quali ebbero il nome alcuni, di Morgeti, altri di Siculi, secondo Antioco siracusano.

Ma la tradizione che riferisce Dionigi, accenna anche agli Ausoni. E secondo questi accenni di echi remotissimi, lo strato primo, perché più basso, dell’etnografìa italica, sarebbero gli Ausoni. E il primo, il piu antico nome che dettero all’Italia i Greci, dopo quello generico di Esperia ovvero occidentale, fu Ausonia.

Come, quando e donde vennero gli Ausoni è ignoto. Ma nulla deve essere ignoto all’indagine archeologica; e a tali dimande si è potuto rispondere con una congettura che è un postulato, in attesa di future prove: li si dissero, li si dicono «Italici» con una denominazione che non determina, ma confonde. Finora l’etnografia italica ha dato ed accettato la denominazione di «Italici» ai popoli che col nome di Umbri dapprima, si sdoppiarono gradatamente nel ceppo delle genti sabelliche, donde le discendenze sannitiche e le diramazioni Iatine. Il linguaggio umbro, l’osco, il latino de’ vetusti monumenti è la tessera significativa di loro parentela più prossima. A questo originario ceppo etnografico umbro-sabellico appartennero essi gli Ausoni? Non si ha elemento di prova per affermarlo: ma lo si afferma.

L’Italia geografica degli antichissimi tempi, sull’alba caliginosa della storia umana, ebbe — degradando dalle Alpi in giù — questi popoli: i Liguri, gli Ausoni, i Tirreni, gli Opsci o Opici-Campani, gli Enotri. — Tutti costoro sul versante tirreno della penisola. — I Liguri, a piè dell’Alpi, si estesero dal mare di Genova, fino alle odierne provincie di Brescia, Sondrio, Mantova, Parma e Piacenza, e in giù fino al fiume Macra; e questi confini dei Liguri antichissimi, preromani, si può ritenerli, grazie a recenti studi7, come accertati. La gente ligure, anche essa, come è probabile, di stirpe aria, si estese larghissimamente anche al di Ià del confine orografico italico; ma in Italia restò come popolo non italico, fino ai tempi di Augusto che la raccolse nel confine politico di Roma assimilatrice.

Liguri

I Liguri li si trova a confine con gli Ausoni vetusti. Chi di essi fu prima arrivato sul suolo italico, non si sa. Ma quando la storiografia de’ Greci disse che il primo nome d’Italia fu Ausonia, dovè credere, e darebbe adito a supporre, che i Liguri successero, ovvero occuparono parte di suolo che fu già degli Ausoni. E questi sarebbero gli autoctoni, se gli uomini nascessero dalla terra come i funghi.

Poi vennero i Tirreni ad occupare ancora una parte dell’Ausonia. I Tirreni che si dissero Etruschi, tennero le spiaggie del mare che da loro prese il nome di Tirreno. Navigatori, civili e potenti, la storiografia de’ Greci disse Tirrenia l’Italia. L’Ausonia scomparve al di loro avvento e scomparve all’avvento di quelle genti di ceppo sabelliche che si dissero Opici, ed occuparono ancora una parte dell’Ausonia, intorno a quel golfo di Cuma ove i primi navigatori greci posero piede, e la circostante regione dissero Opicia.

Al fianco, al confine di costoro, verso il golfo posidionate o di Salerno, la storiografia greca segnala l’avvento degli Enotri: e quell’antica loro Ausonia fu detta allora Enotria.

Ma in tutto questo rimescolamento di popoli restò un substrato de’ primi Ausonii, sulle terre occupate da Tirreni, da Opici, da Enotri? Nessuna risposta può darsi men che dubbiosa e vaga a questa istanza: il buio è all’origine delle cose; e gli Ausoni per noi sono alle origini caliginose della nostra storia.

Mettiamo però in chiaro solamente questo: che tali sparsi, anziché intessuti filamenti di storia non sono pervenuti a noi, che da telai greci. Ed occorre di prenderne nota: perché i Greci, fondando la prima, la più antica colonia loro occidentale, a Cuma, in un tempo che è forse verso il millennio a.C., ma di certo anteriore al secolo VIII, i Greci non ebbero notizia meno generica delle terre esperie se non dai loro coloni o navigatori di Cuma. L’antichissima storia, o a dir più esatto, l’antichissima geografia d’Italia, fu nota ai Greci da Cuma: e dai Greci all’Italia stessa.

Questa è la storia e la geografia dell’Italia antichissima sul versante Tirreno.

Ma sul versante Adriatico, altre generazioni di genti. Qui fu antichissimo stanziamento quello degli Umbri; e di costoro, figliuoli, nepoti e propaggini le tribù sabine, sabelliche, osco-sannitiche, Iatine. È la stirpe italica, autentica. Ma la storiografia greca non fece «autoctoni» gli Umbri antichissimi: essi dalle sedi che vennero occupando nella parte mediana della penisola, cacciarono una più antica gente che si disse dei Siculi.

Siculi

I Siculi dunque sarebbero i più antichi abitatori delle terre italiche orientali. Parte, forse, della migrazione dei Liguri, o parte, da questi indipendente, di popoli celtici, si diffusero, cacciati dal fato della storia, dal nord al sud della penisola. Stanziarono, più o men lungamente, in questa o in quella parte d’Italia, nel corso del lungo viaggio dalle Alpi fin giù all’Enotria, o dall’Enotria allo Sicilia. L’omonimia dei luoghi segna la traccia della successiva presenza loro: le tradizioni vetuste li fecero abitatori primi dello stesso suolo di Roma, e abitatori anche dell’Ausonia presso Cuma. Secondo questi echi rifratti di tradizioni erudite la storia loro è una perpetua vicenda di guerra: gli Umbri li espulsero dal Piceno; dal Lazio i Latini; dall’Ausonia gli Opici8; dalla Lucania futura gli Enotri; dal territorio di Locri, al secolo VIII, i coloni ellenici. Passarono nell’isola e col nome ora di Siculi, ora di Sicani, che per me è tutt’uno9, vi prevalsero, su genti venutevi probabilmente dall’Africa.

Vennero per le Alpi, e prossimamente dall’Illirio, ove ne attestano l’antica presenza quei Siculoti, che ai tempi romani abitavano presso il lago di Scutari o Labeatis lacus. Dell’antico progredir loro, volontario o forzato, dal nord al sud, restano le orme nell’onomastica dei luoghi ove abitarono: e ad essi parmi, incominciando, dover riferire il nome dei fiumi del Trivigiano, celebrati nel verso di Dante (Parad. IX, 49)

«E dove Sile e Cagnan s’accompagna»,

e l’altro Sile, del bolognese, che si scarica nel Reno (anche questo riscontro non fuori di luogo), e il Sele che i Greci dissero Silaro, pur tacendo del prossimo torrente di Cagnano. Il fiume Sabato in quel di Rovigo si ripete nel Sabato che fluisce nel Calore in quel di Benevento; vi accenna la denominazione del lago Sabatino, oggi di Bracciano, e rinasce in quella del fiume Savuto, in Calabria. Il Metauro, fiume dell’Umbria, famoso per la rotta di Asdrubale; il Truentus oggi Tronto, nel paese de’ Piceni; il Sagrus, oggi Sangro, in quel dei Peligni fanno riscontro nella regione de’ Bruzii al Metauro, presso l’antica Medma, oggi fiume Marro o Petrace; al Troeis, oggi Trionto, in quel di Cosenza, famoso per la vittoria de’ Crotoniati sui Sibariti, e al fiume Sagra, oggi Sagrano, famoso a sua volta per la vittoria de’ Locresi sui Crotoniati. Aggiungiamo l’Aesis, oggi Esino nelle Marche che si perde nell’Adriatico, e i due Esaro, l’uno che si mescola al Coscile in quel di Cosenza, e l’altro presso Cotrone che va al Ionio.

Come negarlo? Sono le orme ancora immanenti del passaggio di vetusti popoli dall’Italia adriatica ai Bruzii, orme che possiamo riferire ai Siculi, ai quali abbiamo associato il nome del Sele, nel paese de’ Lucani.

E se i Siculi furono di razza celtica, e questa dilagò sino all’Iberia, e se i Sicani (parte o affini ai Siculi) furono Iberi, secondo che taluni antichi scrittori ritennero10, gli è a questa diramazione celtica dei Siculi (anziché ai famosi Pelasgi) che è lecito di riattaccare quelle numerose omonimie topografiche tra le due grandi penisole del Mediterraneo, che moderni investigatori di antiche storie ànno notato11, a cominciare dal Tiberis o Tebro all’Iberus o Ebro, dall’Eridano al Rodano, dalla Dora al Duero.

Ed io ricorderò, per la sola regione che ci occupa, le città di Eburum, di Vulceium, di Ursentum o Urseium, di Cosa o Consa, che riscontrano ai popoli Cosetani dell’Iberia, agli Ursentini della Betica, ai Vulcae o Volci dell’Occitania celtica, e infine alle tante e tante città di Ebori delle terre celtiche, che non sono, che non possono essere un semplice caso12; ricorderò ancora una volta il Sele13, cui riscontra il Sil che dai monti della Galizia corre nel Minho, e aggiungerò che al Tamaris, oggi Timbro, influente nello stesso Minho, fa riscontro il Tammaro, influente nel Calore dell’Irpinia in quel di Benevento. Sono accenni indubbiamente significativi ad affinità celtiche o celto-iberiche di questi più antichi venuti, di cui la memoria degli uomini serbò ricordo. Forse altre genti, ma anonime, ma ferine, casigliane delle caverne, contemporanei alla fauna degli elefanti, e di stirpe turanica, o di culla africana, poté precedere ai Siculi: ma non ànno nome, e non ebbero voce per gli echi della storia. Per la storia sono i Siculi i più antichi arrivati, i più antichi colonizzatori, i più antichi navigatori verso la grande isola, cui dettero il nome, dalla terra ferma da cui furono cacciati.

Ma cacciati da terra ferma in tempi antestorici, è forza ammettere che rimase di loro in terra ferma qualche reliquia14, se si trovano indicati i Siculi nelle circostanze di Locri, al secolo VIII15. E forse, se la notizia è giusta, dall’isola ne tornò qualche sprazzo in terra ferma. Ma nell’isola crebbero a popolo che assurse a personalità storica propria; misti, parenti o nemici ai Sicani, e tutti commisti ad altri ignoti elementi etnici venuti dall’Africa16.

Morgeti

Con i Siculi stanziati nell’Enotria, si trovano commescolati i Morgeti, nei ricordi di Antioco siracusano e nei cenni di Plinio. Dei Morgeti si sa poco meno del nulla. Strabone li disse cacciati dagli Enotri in Sicilia17; e argomentando dal nome, fu di avviso fosse fondazione loro la città di Murgantia, che fu non lontana da Catania, e che ai suoi tempi non esisteva più. Un’altra Murgantia era nel Sannio, sul fiume Fortore, ove oggi il posto deserto è detto Santa Maria di Morgara, presso Baselice. Questi i soli indizi di loro presenza in Italia.

Se ci fosse consentito di ritenere anche essi della grande famiglia ariana, potremo per codesto filo risalire all’origine del nome, che indicherebbe o la qualità loro di pastori, mungitori di armenti, o la nòta etnica di popolo forte e valente occupatore del paese18, e in questo ultimo senso il significato di Murgantia sarebbe di città forte o fortificata19.

Enotri

Meno remoto l’arrivo degli Enotri, che è l’anello di congiunzione tra i tempi storici delle colonizzazioni elleniche e i tempi delle tradizioni leggendarie. Stanziarono per la regione interna, che va dal golfo di Taranto al golfo di Posidonia o di Salerno e fu poi il paese dei Lucani; e partendo primamente dalle terre sul golfo jonio o di Taranto, si avanzarono gradatamente per l’interno e discesero sulle coste del Tirreno, ove fu Velia e Posidonia o Pesto. Gli isolotti sparsi a brevi distanze dal lido posidoniate ebbero per loro (se non da loro) il nome di Enotridi; ed Elea fu fondata dai coloni focesi su territorio che Erodoto dice degli Enotri, nel secolo VI a.C.20. L’Alburno, che è la grande prominenza montuosa, prossima al mare pestano, ricorda, a testimonio, la Liburnia, onde vennero essi e i Japigi. Crescendo di popolo, si estesero per tutta quella penisola che fu poi stanza dei Bruzii. Antioco e i più antichi scrittori di cose italiche portano l’estremo confine dell’Enotria, fino allo stretto di Sicilia. Non avanzarono però dal sud verso il nord della penisola italica, alle rive del Tevere. Questo altro non è che un riflesso, ma falso, della tradizione degli eruditi, che porta Evandro di Arcadia tra i Latini del Tevere; e gli Enotri, secondo essa, venivano di Arcadia. Crebbe forza all’equivoco la trasformazione del nome geografico di Enotria in quello di Italia, poiché se l’Italia comprese le regioni del Tevere anche gli Enotri furono sul Tevere.

Che nelle regioni della Lucania fossero giunti gli antichissimi Enotri nello stato di gente semi-barbara, piuttosto prossimi alle condizioni della vita nomade che all’agricola, si potrebbe arguire dalla leggenda stessa d’Italo; il quale, divenuto che fu loro capo o re, fece sì che lasciassero il vivere randagio, e si assettassero. Ma nel corso dei secoli i germi di quella civiltà, di cui la vita agricola contiene i semi, fruttificarono. È tradizione ricordata da Aristotile che Italo stabilì tra loro le sissitie, indizii di costumi umani e civili. Aristotile stesso soggiunge che il costume delle «sissizie» esisteva ancora a’ suoi tempi fra quelle enotrie o già enotrie popolazioni; e questo si legge non senza maraviglia nel grande scrittore. Ma se sissitie vuol dire «banchetti in comune,» io credo indichino istituti, tra religiosi e civili, di feste solenni, con banchetti rituali intorno ad un santuario comune a più cantoni o tribù, legate tra loro da un qualche vincolo federativo. L’agape in comune era pasto rituale della solennità religiosa, condotta ad offerte o spese comuni alle tribù pel santuario federale. In questo senso le reliquie di antichi riti non ci maraviglieranno di soverchio, se le si incontra ai tempi di civiltà progredita21.

Gli Enotri pervennero in Italia dall’Illirio, sia dalle coste sull’Adriatico, sia da quelle sul Jonio. Un misto di popoli, varii di nome e di linguaggio, occuparono ai remoti tempi l’antica regione che i Greci dissero Tracia, la quale si estese, secondo gli antichi limiti, fino al Danubio. Di là vennero man mano sulle terre italiche. Non appartennero al ceppo italico, umbro-sabellico: distinti dagli Ausonii, distinti dagli Oschi, non si possono dire di stirpe osco-ausonica.

Le omonimie topografiche sull’una e sull’altra sponda dell Adriatico e del canale Jonio sono molte e recise; e quelle della penisola salentina o della Japigia sono affatto caratteristiche.

Sulle terre illirico-liburnee gli antichi scrittori ricordano popoli denominati Peuceti e Japidi; dai quali ultimi venne nome alla Japidia, che era parte dell’Illiria-Barbara, e si estendeva a mezzodì sino al fiume Tedanius22 che oggi è il Zermagno. Strabone accenna ai popoli Galabri nell’Illiria23; e nell’Illiria altresì erano tanto i Siculoti di Plinio e di Tolomeo24, quanto la città di Salento25. Si ha dunque l’addentellato primo alle antiche denominazioni di Japigia, di Calabria, di Salentia e di Peucetia, per la penisola di Terra di Otranto e delle contermini spiaggia pugliesi. Né mancano significativi riscontri di città e di fiumi. Gli Slupini o Lupini sono nominati da Plinio tra i Japidii al nord di Jadere; e la parola ricorda l’antica Lupia, oggi Lecce; Metulum, Andretium, Galatium, Plerae, Menebrium, Arupium, furono città e castelli dell’Illyrium, che richiamano al pensiero le denominazioni delle odierne città di Matera26, di Andria, di Galatina, di Minervino, di Ruvo, e dell’antica Plera segnata nella Tavola Peulingeriana. Il fiume Genusius che è non lontano da Dirachium, epirota, ricorda Genusium della Peucetia. La stessa celebre Taranto, che la leggenda greca fece edificata dall’eroe mitico Falanto, si riattacca evidentemente ai popoli Taulantini che abitarono sulle coste dove oggi è Aulona, nella valle del Genusus, di fronte alla penisola Salentina. E quegli stessi Partenii che la leggenda medesima faceva congiunti a Falanto per fondare Taranto27, sono invece e indubbio riflesso dei Parthini, popoli che stanziarono all’est di Epidamno o Durazzo28. Congiunte insieme le due genti esse fondarono Taranto.

E dalle coste epirotiche ove fu l’antica regione denominata Chaonia, vennero i Conii o Coni, che parte etnica degli Enotri, abitarono con essi lo estremo lembo d’Italia al mare Jonio, dal fiume Acalandro (che è la Salandrella di oggidì) nella Lucania fino oltre al sud verso il promontorio Lacinio presso Cotrone. In questo spazio di paese furono quelle che sono dette fondazioni loro antichissime dallo stesso geografo, cioè Crimissa, Conia, la duplice città di Pandosia e il fiume (per molti scrittori duplice anche esso) di Acheronte.

A queste omonimie, ben note agli eruditi, aggiungo l’altra del fiume Charadrus (oggi fiume di San Giorgio), che si scarica nel golfo ambracico ovvero di Arta, e la città di Charadra (oggi Rogus) nell’alta valle del fiume stesso; il quale fiume trova riscontro nell’Acalandrum della Lucania, che si versa nel golfo Jonio, e che se oggi è detto, in forma diminutiva, la Salandrella (a fine di distinguere il fiume dal paese detto di Salandra sulle sue sponde), invece, al medio evo, in carte greco-italiche, è detto appunto Chelandros, e in carte latine Salandra29. Anche il nome di Cichiros che fu città della Tesprozia non lontana dalla Pandosia epirotica presso le foci dell’Acheronte30, trova riscontro da noi sul Jonio, dove non lontano dall’antica Metaponto e dall’odierno paese di Pomarico, si veggono ancora reliquie di una antica città, che oggi ancora è detta il Castro-Cicurio31.

Né questi i soli riscontri. Aggiungeremo inoltre i Prustae o Peirustae32, popoli che abitavano a destra del fiume Drilo o Drin, tributario al mare di Dulcigno, i quali riscontrano agli Aprustani ricordali da Plinio tra i Bruzii, la cui città di Aprustum credono risponda all’odierna Argosto presso Cosenza. Aggiungeremo la città di Consintum nella Macedonia che si ripete in Consentia dei Bruzii; e gli stessi Bruzii riferiremo sia a quei popoli Breuci, che, come i Peirusti, sono detti da Strabone33 gente della regione Pannonica che si estendeva fino alla Dalmazia, sia a quell’isola di Brattia, una delle Liburnidi, oggi Brazza, di fronte alla Dalmazia. — Che più? Anche i fondatori primi della Venusia appulo-lucana possono riattaccare le origini loro ai Bennassii della Tracia34, e i popoli Bantini della Lucania alla Bantia che era città posta sul fiume Haliacmon (oggi Vistritza) della Macedonia. Né tacerò di Celetrum sullo stesso fiume, cui potrebbero riferirsi le primissime origini dell’odierno Calitri, sul confine tra l’Irpinia e la Lucania. Una Tebe detta lucana, pure scomparsa ai tempi di Catone, si richiamerebbe alla omonima città della Tessaglia, sede appunto di quei popoli pelasgi a cui i vecchi scrittori congiunsero gli Enotri. Del monte Alburno presso il mare di Posidonia abbiamo parlato.

Sono tutti e del tutto accidentali questi riscontri? Sono troppi ed in una stessa regione rintracciati, e non si può giudicarli del tutto dovuti al caso. Essi riflettono indubbiamente antichissime trasmutazioni di genti dalle coste illirico-epirotiche alle coste tarantino-lucane d’Italia. Di cotesto vario e misto flutto di gente furono, a nostro credere, gli Enotri; i quali se dominarono (secondo le antiche testimonianze) dalle terre della Japigia fino allo stretto siculo, gli è forza ammettere che furono genti, popoli o tribù numerosissime.

Se il nome di Enotri deriva, come altri pensa, dagli Eneti, che, abitatori di terre illiriche35, divennero famosi nel nome di Veneti, vuol dire che cotesta gente, primeggiando per forze di guerra o di virtù civili sulle altre varie e molteplici, ne ebbe il dominio, e le assorbì tutte nel proprio nome.

Conii

Ma non poté assorbire i Conii o Caonii, se il loro nome non fu cancellato nelle antiche memorie. Lotte non meno lunghe che sanguinose, dovettero aver luogo tra loro, senza dubbio. Un tempo e in qualche cantone del paese abitato dai Conii ebbero forse a prevalere gli Enotri; se può tenersi per vero quel dato della storia-leggenda, che i re Enotri ebbero per sede regale la città di Pandosia36, che fu indubitata fondazione dei Conii. Antioco di Siracusa disse i Conii «gente enotria ben composta» che pare voglia dire aggiustata a civili ordinamenti37. Ma se il nome non fu spento, vuol dire che una parte almeno della gente sopravvisse autonoma. E questa parte io credo fu quella, che, a notizia di Antioco stesso, occupò le terre alle spiaggie del Jonio verso il paese che fu poi la Siritide; ma che prima appunto ebbe il nome di Conia. Ma o autonomi o misti agli Enotri, non stanziarono altrimenti che lungo le spiaggie del mare Jonio dal capo Lacinio alla foce del fiume Acalandro. Gli Enotri invece abitarono l’interno.

Mura ciclopee

A chi domandi se ancora esista qualche orma visibile di queste remote famiglie di popoli sulle terre che essi abitarono dal golfo di Taranto al golfo di Posidonia, si può rispondere che è probabile siano opere loro quelle costruzioni poderose che un tempo erano dette ciclopiche, o che fu poi moda, ai tempi nostri, di dirle pelasgiche.

Noi le riferiremo agli Enotri. Ma in questa indagine, non è detta l’ultima parola; le indagini del dimani crolleranno forse quelle, affrettate e superficiali, dell’oggi. Aspettiamo. E in aspettando, ecco i fatti38.

Di costruzioni ciclopiche, o, come le dissero, pelasgiche a difesa di castelli o città fu già recisamente negata l’esistenza per la regione basilicatese39; ma il caso o più diligente ricerca ne ha fatto incontrare qui e qua molte reliquie a più recenti esploratori: e sarà pregio dell’opera di venirle indicando, sulle orme loro.

E muovendo dalla valle del Sele, è già tempo che vennero indicati avanzi di mura ciclopiche presso Eboli, che è l’Eburum dei Lucani, ma già antichissima sede di gente celto-iberica, che pure testè abbiamo riferita ai Siculi40. Presso Buccino (l’antico Vulcejum) si veggono due gruppi ancora in piedi di enormi blocchi di pietra sovrapposti gli uni agli altri senza cemento: e sulla fronte di uno di quei massi è rozzamente scolpito un phallus41, che, simbolo di deità averrunche, si trova non di rado improntato sopra molte delle antichissime opere ciclopiche che ancora esistono in Italia42. Nell’alta valle del Tànagro, che è un influente dello stesso Sele, tra le poche reliquie di un’antica città, presso la odierna Padula, che sono dell’antica Consilinum, oltre gli avanzi di un’arx di opera incerta che il Lenormant stimava degli ultimi tempi della repubblica romana, si veggono esistenti larghe testimonianze di una più antica cinta fortificata; un recinto di mura costruite di enormi blocchi di pietra calcarea a figura di parallelogrammi irregolari, messi l’un sull’altro senza cemento ed in istrati manifestamente orizzontali, ma con gli spigoli a linea men verticale che obliqua, che è la varietà meno antica e più perfezionata di quel sistema di costruzioni primitive che usa dire ciclopiche o pelasgiche43. Anche ad Atena non lontano dall’abitato, avanzi di informi opere ciclopiche, ma di diverse età, una antichissima a massi divelti alla terra di straordinaria grandezza, l’altra meno antica che addimostra un qualche uso de’ metalli44. Nella valle del fiume Platano che si scarica nel Tànagro medesimo, altri avanzi e soprammodo notevoli quelli presso Muro-Lucano; altri presso Baragiano. Quei di Muro, sì nella contrada detta Raia-di-S. Basile, ove si crede fosse il posto dell’antica Numistro, e sì nell’altra contrada in collina che è detta Serra-la-Scala, sono strati di poligoni irregolari soprapposti senza cemento, informi piuttosto, e senza indizio di lavoro fabbrile45. Anche a Banzi, l’antica Bantia, ne videro qualche traccia; e altre a Tortora, ove oggi si alloga l’antica Blanda46.

A Velia, che era l’antica Elea sul Tirreno, risalta frammezzo ai molti rottami di costruzioni elleniche e romane, e sul dinanzi del castello che è opera mediovale, un grande pezzo di muro che il Lenormant è di avviso sia anteriore agli Elleni.

«La costruttura di cotesta opera (egli dice) non è la isodoma ellenica, ma di un più antico sistema; sono blocchi di pietra, tagliati con cura sì, ma in poligoni irregolari, che dei loro spigoli si connettono gli uni negli altri, senza formare però, strati orizzontali. Fondata che fu Hiela dai Focesi nel 536 a.C., non si può ammettere che in quell’epoca gli Elleni abbiano tuttora adoperato un siffatto sistema di costruzione; è da credere invece che quella muraglia facesse parte di una fortezza anteriore allo stabilimento dei coloni focesi, e servisse a difesa di qualche borgata dei Pelasgi-Enotri»47.

Altre e non poche reliquie dello stesso genere ha, in questi ultimi anni, rinvenuto il benemerito scovritore di cotesti rudi monumenti dell’industria ciclopica dei più remoti abitatori della Lucania48. Sarebbero qui e qua per tutta la vasta distesa della regione di Basilicata; e propriamente a Tempa-Cortaglia49 tra i paesi di San Mauro e di Accettura, a Croccia-Cognato ed in altri, tre o quattro punti elevati50 del gruppo montuoso che è l’ampia boscaglia detta di Gallipoli e Cognato tra Accettura ed Oliveto, come pure a Castro-Cicurio che è presso Pomarico nella valle del Basento, a Monte Coppola nella valle del Sinni; ed altri presso il paese di Cerchiosimo nella valle del Sarmento, influente del Sinni stesso51. Notevoli sopratutte quelle a Monte Coppola, e a Croccia-Cognato.

Monte Coppola è presso il paese che oggi è Val-Sinni, ed ieri era detto Favale. Ivi sull’alto del prossimo monte esiste ancora una cinta di mura che misurarono 1160 metri di ampiezza, interrotta però largamente da un lato; non lontani da essa altri 360 metri di un avanzo di muraglia che cingeva forse l’acropoli. Le mura hanno uno spessore di cinque metri; i poligoni, l’un per l’altro, un metro lunghi per quattro di altezza. Non informi del tutto; ma ridotti in figura pressoché regolare dal lavoro dell’uomo, indicherebbero un grado più avanzato di civiltà, nella gente che le venne elevando. È ignoto alla memoria degli uomini il nome di questa antichissima sede di popoli.

A Croccia-Cognato, tra Accettura ed Oliveto, una vera città ciclopica, se, come calcola lo scrittore che esplorò la superficie del luogo, la cinta esterna ebbe un perimetro di 1340 metri e la cinta interna, a forma riquadrata che sarebbe stata l’acropoli, di 679 metri. Non tutto questo perimetro era chiuso a mura artefatte, ma solamente Ià dove la roccia naturale faceva difetto alla difesa. Di queste mura rimangono, più appariscenti, quattro o cinque gruppi; uno de’ quali della lunghezza di 13 metri, l’altro di 24, a due strati sovrapposti di massi. Tratti dalla pietra arenaria del luogo, che di sua natura si distacca agevolmente e in linee regolari, essi parrebbero ruvidamente sì, ma dalla mano d’uomo lavorati. Sono parallelepipedi che da 75 centimetri vanno fino ad un metro di lunghezza e 54 centimetri di altezza. Lo spessore delle mura va dai quattro ai sei metri. Nè vuolsi omettere che nell’arca di questo recinto si rinvennero, a breve profondità, frammenti di rozze terre-cotte, e cocci di vasellame fatto a mano, non al tornio52.

Ulteriori indagini verranno, senza dubbio, ad accrescere la notizia del numero e del campo topografico di tali trovamenti: già se ne videro traccia ad Altamura, a Manduria, a Conversano in quel di Bari: ed anche di recente, ne incontrarono d’ignoti e ignorati per la prossima regione del Cosentino53.

Questi sono i dati di fatto, che raccolgo dalle relazioni degli osservatori dei luoghi. Occorrono ulteriori indagini, ulteriori studi. È facile, intanto, osservare che coteste ora indicate reliquie di opere ciclopiche sono, la più parte, di epoca meno antica, perché dalla regolarità della sagoma del macigno messo in opera si argomenta l’uso dei metalli.

Escludendo quello speciale popolo Pelasgo, di cui fu parlato di sopra, si può dire che siano fattura di quelle genti enotriche, che pervenute nella regione un mezzo millennio prima di Sibari e dei Lucani, ebbero nel progresso del viver loro, l’uso de’ metalli, se pure la presenza del ferro è attestata dalle tombe nelle prossimità di Sibari, che ci parvero, come si dirà, di genti enotrie.

Ma non si potrebbe escludere che le più antiche, le più informi fossero opera di Siculi, se questi abitarono il paese prima degli Enotri. Né io posso del tutto escludere che quelle reliquie di più regolare fattura, quali vengono indicate ad Eburum, a Vulcei, a Numistro fossero opera piuttosto de’ primi Lucani. E perché no? Sono opere nate dal bisogno della difesa; che è istinto naturale all’uomo. E quando non sia ancora noto l’uso del cemento, che può tenere in piedi congiunte pietre di poca mole, è più consentaneo a natura che egli si sforzi a metter su un qualche resistente riparo, mercè massi di mole più grande, là dove la qualità del luogo ne appresti la materia.

Città enotrie

Quali nomi si ebbero queste antichissime stazioni umane è ignoto del tutto. Si sanno i nomi di talune che furono indicate come città degli Enotri, ovvero in Enotria; che, a dir vero, non sarebbe la stessa cosa. Stefano, il geografo dei tempi bizantini, ne raccatta e ricorda il nome di dodici54 e sono: Arinto, Artemisio, Bristacio, Citerio, Cossa, Drio, Erimo, Ixia, Melanio, Menecina, Patico e Ninea. E il Barrio, nella consueta e recisa sicurezza delle sue informazioni, è pronto a dirci a quali paesi esse corrispondano dell’odierna Calabria. Al Barrio tiene bordone quella grande corruttrice della storia che è la boria municipale; e a questa, fa coro la presunzione stessa dello spirito umano, che, come la natura degli scolastici, abborre dal vuoto, e, per non confessare ignoranza, afferma invece e conferma un contenuto storico di fantasia. Se quelle dodici città furono stabilimenti di Enotri, è duopo ricordare che agli Enotri le tradizioni storiche dell’antichità assegnano per dimora tutto il territorio che si estende dalla Japigia allo stretto siculo, e non unicamente la Calabria bruzia. E se il vecchio Barrio può schivare il ridicolo, non può schivarlo chi dei moderni ripete, per esempio, che Patico risponde a Paola odierna, Citeria a Cerisano, Bristacio a Briatico, e giù di lì. La medesimezza di una sillaba parve nòta bastevole alla identità delle due parole!

Di quelle dodici città, Arinto e Menecino potrebbero, forse, reclamare affinità, ancora superstiti, con Mendicino e con Renda, che è paese presso Cosenza, oppure con Arinto che è fiume affluente nel Crati: e il nome di Cossa potrebbe probabilmente rispondere alla odierna Conza, che è certamente di antichissime origini sugli Appennini al confine fra l’Irpinia e la Lucania. L’Ixia dicono rispondesse ad una città detta Asia, nota da qualche rara moneta e in dipendenza di Reggio. Delle altre tutto è ignoto.

Che le varie antichissime genti, abitatrici del paese interno che si disse la Enotria, fossero di stirpe ariana, si può supporre con buon fondamento; l’analisi dell’onomastica topografica più antica ne presta gli argomenti.

I nomi dei fiumi sono di quelli che più resistono alle mutazioni delle genti rivierasche, nel corso dei tempi. Il nome del fiume Siris o Sinno, del Serrante, del Sarmento, del Sera-potamo, del Sauro, dello Sciàura o Sora, del Silaro o Sele che scorrono per la regione lucana, quello di Esaro, che si ripete due volte presso Sibari e Crotone, rampollano manifestamente dalle radici sanscrite «sar» ire e fluere; «sol e sel» ire (onde «salila» e «sara» acqua) e «snu» fluo. La denominazione di Calore a due fiumane della Lucania, e all’altra nella regione degli Irpini, potrebbe riattaccarsi alla radice «cal» ire.

Delle antichissime e già da remoti tempi scomparse città prelucane di Scidro e di Lagaria, questa si può riattaccare al sanscrito «nagara» urbs; e Scidro al tema «cidra» cavitas o caverna; ed avrebbe l’origine stessa ed il valore dei tanti odierni nomi di odierni paesi, Grottole, Grottaglie e simili. Ad identica origine si può riferire Crotone, e propriamente da «garta» caverna. Se il primitivo significato della vetusta Lagaria è urbs, quello dell’antico Grumentum è pagus, dal tema «grâma»55. La città di Antia, che gli oschi ed ellenici cimelii, già scoverti per le sue terre, mostrano antichissima, e che nel medio evo, in grazia della sua postura topografica, fu detta munitissimum oppidum, io riferisco al sanscrito «ansala» fortis. Valva, nell’alta valle del Sele, dalla radice val o var valse un recinto coperto, ed anche forte si da respingere inimici. Che più? il significato della parola «Vùlture» — quel nome del famoso monte che ha dato occasione, nella letteratura archeologica napoletana, ad un libro famigerato in cui brilla il buon senso per la sua assenza, — quel nome lo si deriva regolarmente dal sanscrito «guatila» che vale flammans e flagrans. E vuol dire che ai fuochi, ultimi forse, ma ancora vivi del potentissimo vulcano, si aggiravano popoli sulle terre d’intorno;56 e questi di origini arie.

Se gli Enotri arrivarono in Italia diciassette generazioni prima della guerra di Troja (è Dionigi di Alicarnasso57 che se ne fa garante), essi avrebbero durato autonomi un ben lungo periodo di tempo, cioè fino al secolo VII a.C. Nel 720 fu fondata Sibari; e nello sviluppo di sua maravigliosa civiltà estese sì largamente l’imperio suo, che potè sottomettere, serve o tributarie, gran parte delle genti enotrie. Quelle che restarono estranee al dominio di Sibari, o di un’altra delle più potenti città elleniche delle coste, vennero in soggezione dei Lucani, al costoro avvento. Con questi si fondono e confondono: e il nome di Enotri e di Enotria sparisce. Altre tradizioni greche li cancellano dalla storia assai prima dei Lucani; poiché li dissero soggiogati dagli Itali, che mutarono il nome di Enotria in quello di Italia. Ma di cotesti Itali e del nome di Italia, parleremo nel capitolo che segue.

Fenicii

Qui invece occorre di ricordare un altro popolo, di cui le tradizioni greche intorno all’Enotria non fanno parola; e sono i Fenicii. Assai prima degli Elleni essi fondarono, se non imperii, fattorie e colonie intorno intorno al bacino del Mediterraneo; e passando lo stretto di Gades, si spinsero oltre verso il mezzodì fino alla Senegambia, e verso il settentrione fino alle isole dello stagno. In tanto ardimentoso periplo, se colonizzarono le coste della Sardegna non meno che quelle della Sicilia, non potrebbe dubitarsi non rimanessero intentate le spiaggie dell’Enotria. Le antichissime miniere di rame di Temesa, l’abbondante ed eccellente pece della grande selva silana, il mare di Taranto, — pescoso di quella delicata conchiglia onde veniva fama tra tutti alle stoffe purpuree di Sidone e di Tiro, — danno argomento probabile a stabilimenti fenicii sulle coste orientali della penisola.

Ma altro genere d’indizii sovvengono a complemento. Il nome di Malaca o Macala58 all’antichissima città che precesse alla Petilia di Filottete, ci richiamerà ad antichi stabilimenti fenicii, se vorremo ricordare il punico nome di Malaca alla famosa città delle coste iberiche, o il nome di Malqaa ad un quartiere di Cartagine. All’antica Malaca, del Bruzio, erano non lontane miniere, di cui oggi ancora fanno testimonianza postuma i nomi di San Marco Argentano e di Longobucco59. A questa stessa Malaca succede la città ed il nome di Petelia, che è spiccicato il punico Beth-El «casa di Dio» ed indica o l’antico posto di qualche tempio fenicio, o piuttosto di quelle «pietre sacre» che i Greci dissero appunto betyles; e che di forma conica, od ovoidi, o piramidali, erano o il simbolo o la casa simbolica del Dio dei culti fenicii. Di tali «pietre sacre» si sa che n’esistevano nei tempii a Biblos, ad Emesa in Siria, a Pafo in Cipro, sede dei Fenicii60. E a questa Emesa di Siria ed alla Temesa di Cipro stesso ci richiamerebbe la Temesa del Bruzio, con le sue miniere di rame61, sì antiche, che erano già esauste ai tempi di Strabone. Anche Terina e Lao, prossime a Temesa, possono per certi rispetti far risalire a stabilimenti punici le origini loro anteriori agli Elleni, che le riferivano ai compagni di Ulisse62. E potrebbe riferirsi all’Ercole Tirio, o Malkarte, quel cane di Ercole, dal quale, secondo la leggenda, venne ai Tarantini scoverta la tintura purpurea della conchiglia del loro mare. Anche sulle coste dell’Epiro ebbero stabilimenti i Fenici; od una città delta appunto Fenice è ricordata nell’antica Chaonia.

La cresciuta potenza di Sibari e i grandi commerci dei Milesii con questa ed altre città italiote, non permisero prendessero piede in Enotria, come in Sicilia, colonie fenicie importanti; e allo stabilirsi delle colonie elleniche le fattorie fenicie disparvero.

NOTE

1. Hist. Nat. III, 10.

2. Lib. VI, 388 (Cito dalla ediz. Amstelaedami, 1707):

Antequam in Italiam Graeci venissent, nulli erant Lucani, sed Chones et Oenotri, loca ea possidebant.

3. Iliade, 24, v. 600. I figli di Niobe:

Nove volte il Sole

Stesi li vide nella strage, e nullo

Fu che di poca terra li coprisse;

perché converso in dure pietre avea

Giove la gente.

4. Conf. I Pelasgi nell’Italia antica, lettura di L. Schiaparelli (Negli Atti dell’Accademia di scienze di Torino, nel 1879; ed a parte). Torino 1879.

I Pelasgi rivivono, ai nontri giorni, nell’opera dotta del P. DE CARA; che trae l’origine della parola da un vocabolo egizio (var, val, fral = migrare): Gli Hethei-Pelasgi, ricerche di stor. e di archeol. orientale, greca, italica del P. CESARE A. DE CARA, vol. I. Roma, 1894. — Ma per quanto può aver riflesso alle nostre storie, non mi è dato di seguire le dottrine etimologiche di questo libro.

5. Intende, senza dubbio «in Arcadia» — DIONIGI, Antiq. I, 5.

6. STRAB. VI, 395.

7. Vedi: H. D’ARBOIS DE IUBAINVILLE, Les premiers habitants de l’Europe, etc. Tome deuxième. Paris, 1894, p.ag. 60 e pass.

8. A detta di TUCIDIDE, Lib. VI, 2.

9. Siculi e Sicani, come Turduli e Turdetani, Bastuli e Bastetani, e forse Hispalis (Sivigliano) e Hispanus. Virgilio, anche egli, li fa tutto uno (VII, 7-328; XI, 317); non Strabone. Micali ed altri li credono diversi. Ma la radice delle due parole è la stessa.

10. TUCIDIDE, VI, 2 e FILISTO presso Dionigi, I.

11. Vedi in VANNUCCI, Stor. ital. ant. al cap. II, Schiar; e conf. CANTÙ, Stor. Ital. I, cap. 2°, e MICHELET, Hist. de France, nei chiarimenti al libro I.

12. Ebura dei Turduli della Betica; Eburobritium dei Lusitani; Eburobriga ed Eburodunum in Gallia; Eburacum in Bretagna; gli Eburones sulla sinistra del Reno; Eburovices in Normandia; Ebura oggi Eure…, ed Eporedia, o Ivroa, in Italia.

13. Leggo nel PICTET, Les origines Indo-européennes, Paris, 1877, pag. 159-1:

«La forma sil (sanscrito) si trova nell’irlandese silim, colare, silt, flusso, goccia: onde farebbe presumere un’origine celtica al Silis della Venezia, al Silarus della Cisalpina e della Campania» (cioè Lucania).

14. Il vecchio storico della Lucania (ANTONINI, La Lucan. I, 59) mise innanzi, con manifesta compiacenza, una singolare opinione, che altri eruditi napoletani ripeterono dopo di lui (CORCIA, Op. cit. III, 21). Egli trovava la prova ancora vivente dei remotissimi Siculi e Morgeti nei due paeselli detti Sicili e Morigerati, nel Cilento. Ma queste sono denominazioni dei tempi medioevali, derivate propriamente dai greci bizantini, come si dirà a suo luogo (vedi al vol. II, cap. IV, pag. 135).

15. Però della presenza dei Siculi in quel di Locri ai tempi storici è lecito dubitare; e ne debitava il CLUVERIO, Ital. Antiq. pag. 799. Anzi HEYNE (Opusc. Acad. II, 49), dopo aver riferito il luogo di Polibio, che disse:

Locros com Siculis, qui illas terras tenebant, foedus pepigisse, etc., aggiunge: Potuit tamen simile quid de barbaris narratum esse, qui haec loca incoluerant: eos Siculos fuiste post haec aliquis scriptor de suo adjecerat.

16. In questi ultimi anni, alcuni dotti investigatori delle antichità egizie, hanno letto nei geroglifici delle tombe di Karnak e di quelle, meno antiche, di Medineh-About i nomi di Shakalash, di Shardoun e di Thursana, che uniti e confederati con Achei o Licii, avrebbero invaso l’Egitto ai tempi del Faraone Menephtotoh, ovvero Amenofis dal quale furono vinti e scacciati. Il fatto rimonterebbe al XV secolo avanti Cristo: e il nome di Shakalash credettero ricordasse proprio i Siculi della grande isola del Mediterraneo, e gli altri nomi avvisassero ai Sardi ed ai Tirreni. Di qua induzioni circa un grado di civiltà alta e potente a quei Siculi della grande isola. Ma la identità de’ nomi a quei popoli non è ammessa da altri scrittori, che la parola di Shakalash riferiscono invece agli abitatori di Sagalassas nella Pisidia, e di altri popoli dell’Asia minore. Più che d’Itali o di Osci (Uashashan, anche questo nome vi fu letto) come altri pretese, fu una federazione o invasione di popolazioni libiche quella che i monumenti di Karnach o Medineh-About ricordano. Non potremmo, dunque, ritrarre da questi barlumi un qualche filo di luce per casa nostra.

17. STRABONE, VI, 395.

18. In Sanscrito la radice marg, mrg’ è mulgere: Mure è valere, potentem esse, ed occupare, penetrare.

19. Sarebbe una illusione l’accostare il nome di Morgeti alla regione delle «Murgie» nella Terra o provincia di Bari. Murgia, nel dialetto vivente dei paesi dell’appennino appulo-lucano, significa una grossa pietra, informe, quasi radicata entro terra, ma che può trovarsi anche alla superficie. E le «Murgie» del Barese significano appunto la linea di colline della Puglia-Petrosa, in opposizione alla Puglia-Piana. La parola murgia si riaccosta a muro.

20. PLINIO, Hist. nat. III, 7. Contra Veliam Pontia et Iscia: utraeque uno nomine Oenotrides, argumentum possessae ab Oenotris Italiae. — ERODOTO, lib. I, § 167.

21. In CURTIUS, Storia Greca (I, p. 438, Torino, 1877) si legge:

«Gli Enotri, i quali abitavano il declivio delle montagne (d’Italia) verso il mare, e i Caoni o Coni andavano famosi per la loro squisita civiltà».

Qui è un’eco, indubbiamente esagerata, delle sissitie, ricordato da Aristotile: del resto, anche il poeta dell’Eneide salutava la terra antiqua potens armia, alque ubere glebae, ecc.

22. PLINIO, IV, 25.

23. STRABONE, lib. VII, 486.

24. PLINIO, ibid. — TOLOMEO, II, 17.

25. In Dalmazia: come dalla Tavola Peutingeriana, e dall’itinerario di Antonino.

26. Metulum, più probabilmente Matera che Mòttola: Matera in origine Mateola, che è conforme appunto a Μετουλον come è scritta in STRABONE (lib. VII, 483) il nome di quella città dei Japidi o Japodi. Mòttola invece non è che il diminutivo di Motta, parola del basso-latino, con significato di Castello o luogo elevato e fortificato.

27. STRAB. IV, 278.

28. STRAB. VII, 502.

29. In una carta scritta in greco del 1125 è detto Chelandros: vedi nel Syllab. graecarum membranarum. Napoli 1805, pag. 127. — In un diploma del 1124, viene donato al Monastero di San Michele Arcangelo di Montescaglioso dimidiam partem de terratico terrarum adjacentium inter Basentum et Salandram, che certamente è il fiume. (Nella Histor. Monasterii Sancti Michaelis Arcang. Montis Caveosi. Napoli, 1746, pagine 156-57).

30. STRAB. VII, 499.

31. Questa omonimia fu già indicata dal CORCIA, Op. cit. III, 325. Per Ie rovine di Castro-Cicurio, vedi RINALDI, Notizie storiche di Miglionico, precedute da un sunto sui popoli dell’antica Lucania. Napoli, 1867, pag. 57.

32. STRAB. VII, 483.

33. Lib. VII, 483.

34. Ap. CORCIA, Op. cit. III, 552. — STEFANO, ad v. Bennu. — Il LUPOLI pubblica nel suo Iter Venusinum (Napoli, 1793, pag. 255) una iscrizione osca, in caratteri dell’alfabeto osco (non interpretata ancora, che io sappia) nella quale alla terza linea si legge Biinusiessi (o Viinosiessi?), e, credo giustamente, per Venosa o Venosini.

35. In STRABONE, VII, 830: Maeandrius Henetos e Leucosyris profectos Troianis in belloopem tulisse ait: inde eum Thracis avectos, sedes posuisse in Adriae sinus angulo.

36. STRAB. VI, 393.

37. STRABONE, nel lib. VI, 391, riferisce il concetto di Antioco:

Successu autem tempore ait (Antiochus) Italiae nomen fuisse, et Oenotriae propagatum usque ad Metaponticam et Sirenitidem (o Siritidem) regionem: habitasse enim ea loco Chonas, gentem Oenotricam satis compositam (κατακοςμουμηνεν); territorioque nomen Choniae fecisse.

38. Per le minute notizie che delle costruzioni ciclopiche si dànno nel testo, non posso altrimenti che riferirmene alla testimonianza ed al giudizio di coloro che le hanno decritte dopo l’esplorazione dei luoghi: ciocché, lo confesso, non ho fatto.

39. Da Andrea LOMBARDI, in una nota messa in fine alla 2ª edizione del meritatamente lodato suo Saggio sulla topografia e sugli avanzi delle antiche città Italo-Greche-Lucane, etc., comprese nell’odierna Basilicata, pubblicato la prima volta nelle Memorie dell’Istituto archeol. di Roma, nel 1834; e poi nei Discorsi accademici di Andrea Lombardi, Cosenza, 1836, pag. 231.

40. Nel Bullett. dell’Ist. arch. del 1836, pag. 102. A 200 passi da Eboli, nella collina di Montedoro, dove era l’antico Eburum, si vedono avanzi di un castello, a fondazione di grossi massi. Questo però di costruzione non antichissima. Ma, nello stesso luogo, a poca distanza dal Castello,

«trovammo (dice lo scrittore nel Bullett. suddetto) certe mura massiccie di poligonia costruzione, che è detta altrimenti pelasgica o ciclopica, secondo le varie regioni in cui se ne è trovata. Desse son fatte di marmi (?) assai grandi, lavorati alla grossa col solo martello e aggiustati con la calce. Ogni marmo componente è di mole sì grande, che la forza di tre uomini non lo smuoverebbero un palmo; e fanno la fondamenta di quelle mura grandi massi di pietra viva. Sono due tratti di tali mura. Il primo è circa di palmi 30 lungo e 16 alto, e forma una figura circolare. Al di sopra di questo sta uno spaccato che sembra una loggia. Ventidue palmi più sopra è l’altro tratto, più piccolo del primo per lunghezza ed altezza.»

Qui si parla di calce, quindi di epoca assai meno antica.

41. Nelle Notizie degli scavi di antichità del marzo 1884, p. 115. Ivi si legge che i due gruppi o ruderi sono l’uno della lunghezza di m. 15 o l’altro di m. 7, e si alzano sopra terra da 4 a 5 metri, formati da enormi blocchi rettangolari non cementati, i più grossi dei quali misurano da m. 1.00 a 1.20 in lunghezza. Un phallus è scolpito rozzamente sopra uno dei più grandi di essi. Sono ad un miglio da Buccino, nella contrada San Mauro. — Conf. Peregrinaz. storiche nei territorio dei Lucani per Ercole Canale-Parola. Salerno, 1888, pag. 39.

42. Conf. VANNUCCI, Stor. d’Ital. lib. I, cap. II, p. 94.

43. LENORMANT, À travers l’Apulie et la Lucanie. Paris, 1883, vol. II, pag. 117. — E le Peregrinazioni, etc. del CANALE-PAROLA, testé citato, pag. 80.

44. Negli Atti dell’Accad. Pontaniana. Napoli, 1803, memor. del dottor LA CAVA. — E G. PETRONI, nelle Notiz. scavi di antichità, 1897.

45. Nel giornale settimanale di Potenza, La Lucania letteraria del 1885, p. 12: descrive queste reliquie il signor dottor Michele LACAVA che primo le ebbe indicate all’attenzione de’ dotti. — Alla Raia di S. Basile i massi di pietra calcare hanno le dimensioni di m. 2.10 x 1.15 x 0.65 e di 1.55 x 1.25 x 0.70. A Serra la Scala (ovvero dell’Occhiano, lontano un 4 chil. da Muro) è un gruppo di cinque massi in un punto, di cui uno è m. 1.43 x 0.52 x 0.78; e in un altro punto altri massi di 1.30 x 0.78, informi. Questo frammento di muraglia avrebbe uno spessore di 4 metri. Il dottor Lacava è di avviso che quest’ultima città avrebbe avuto un perimetro di tre chilometri.

Le «Vestigia di mura ciclopiche» a Baragiano le trovo unicamente accennate (dal sullodato dottor Lacava) ma non descritte nell’Album offerto dalla Provincia di Basilicata alle Loro Maestà: Descrizione, ecc., Napoli, 1884, pag. 11. Egli accenna altresì a vestigia di una «cinta di mura pelasgiche» nei dintorni e nello stesso abitato di Albano-di-Lucania (nell’Album suddetto, p. 9).

46. Per Bantia, CORCIA, Op. cit. III, 574. — Per Blanda, Notiz. scavi di antich. 1897.

47. LENORMANT, À travers l’Apulie et la Lucanie, II, p. 383.

48. Il dottor Michele Lacava, assai benemerito degli studi archeologici dellla provincia, ne scrisse nella Lucania letteraria, giornale settimanale di Potenza, del 1885; nella Lucania, rivista mensile di Potenza, del 1886; nell’Eco giorn. della Lucania di Potenza, del 1888; e nelle Notizie degli scavi di antichità, dell’agosto 1887. E le sparse notizie furono poi raccolte e pubblicate nella sua opera Topograf. e Storia di Metaponto. Napoli, 1891, pag. 135 a 141, e 340 e seg.

49. Nella Lucania letteraria, del 1885, e nella Stor. ora citata. Ivi un recinto di mura che pare si estendesse per 800 m., ma oggi solo in parte esistente, ha parallelepipedi a due strati sovrapposti; però lavorati a mano di uomo. Spessore del muro m. 5.15; lunghezza dei parallelepipedi da 30 centimetri ad 85.

50. E propriamente, come egli scrive, nelle contrade o appezzamenti di «Tempa del Monte, Platola, Pantaleno, Sant’Angelo, Croccia-Cognato, Tempa dei Casaleni». Nelle Notizie degli scavi, ecc. di agosto 1887. E nella Stor. Metap. l.c.

51. A pag. 346 della ora citata opera su Metaponto.

52. Nelle Notizie degli Scavi, ecc., dell’agosto 1887, p. 332, ove sono molti altri particolari. L’area chiusa nel perimetro suindicato viene calcolata a 60.383 ettari. Il luogo è detto propriamente «Castello dei tre confini.» Lo stesso dottor Lacava, nella Lucania letteraria, di Potenza, anno 1885, faceva parola di parecchi gruppi di massi sovrapposti, che erano mura della distrutta città di Castro-Cicurio presso Pomarico; e riferiva le dimensioni vario di quei massi poco minori di un metro. — Di Castro-Cicurio, antichissima, abbiamo fatto cenno poco innanzi. Però, uno scrittore, che prima descrisse il luogo, il RICCIARDI (Viaggio alla Siritide, ecc. Napoli, 1872) nega cho vi siano «grosse pietre poligone come le città pelasgiche, ma di pietra trasportabile a schiena e cementate con terra bolare».

53. A 4 chil. da Pietrapaola. L’egregio ispettore degli scavi Vittorio De Cicco ne dà cenno e dettagli nelle Notizie degli Stavi, del novembre 1900.

Egli è benemerito di coteste indagini preistoriche per la regione basilicatese.

54. «Dodici città enotrie sono citate di nome (in Stefano bizantino) secondo l’Εὺρὼπη di ECATEO (Fragm. 30, 39, ed. Didot). SCILACE nel Periplo non nomina gli Enotri; ma sì i Campani, i Sanniti, i Lucani (cap. 9-13). Le strette relazioni (di commercio) tra Mileto e Sibari permettevano ad Ecateo di raccogliere notizie sull’interno dell’Enotria». Così il GROTE, Stor. della Grec., vol. V, c. IV.

55. È ben noto il passaggio della vocale a in o ed u, nelle parole latine o greche derivate, o, se vuolsi, integralmente equivalenti nel sanscrito. Per es.: apas - opus; dam - domo; naktam - nox, noctis; vac - sermo, vox; naman - nomen; vidava - vidua, etc.

Mi sia lecito qui di osserrvare che si potrebbe derivare dalla stessa parola grama (pagus) l’origine dibattuta della parola Roma. È ben noto il fenomeno che lascia cadere il G innanzi alle liquide: e integrum, nigrum diventa intero e nero; gravina, ravina; graspo, raspo; gracimolo, racimolo, etc.

56. Vedi capitolo VI seg.

57. Antiq. roman., lib. I, p. 5.

58. Macalla, secondo i più; ma è Malaca nello pseudo-Aristotile, De admir. ausc. CXV, e nello Scolias. di Tucidide I, 12, il quale ultimo, riferendone la fondazione a Filottete, spiegava il nome della città dalla μαλάχη, la malva, che sanificava la piaga al piede dell’eroe (Conf. CORCIA, Op. cit. III, 262).

59. Longobucco (Lungo-buco) ricorda coil nome i cunicoli scavati a penetrare nelle miniere. Queste furono in coltivazione fino al secolo XVI (GIUSTINIANI, Dizion. geog. ad verb.).

60. PIERROT et CHIPIS, Hist. de l’art dans l’antiquité (tom. III, p. 59 e 200). Paris, 1883.

61. STRAB. VI, 393. Temesa era situata al sud d’Amantea, presso la antica «Torre di Loppa» (CLUVER, p. 1285, e CORCIA, 133, III). Ora, nell’isola di Creta fu stabilimento fenicio antichissimo la città di Loppa, che aveva per porto appunto la città di Phoenix. — Taccio che in questa stessa isola di Creta era il porto fenicio di Gortyne, cui potrebbe far riscontro l’italica Crotone — Indizi attendibili, o meramente sogni?

62. All’isola di Thera (Santorino) ebbero stabilimenti i Fenicii di Tiro, e quei di Sidone a Lais de’ Cananei.

Per Ia città greco-lucana di Laos non ometterò un altro raffronto. Alcune sue monete hanno da un lato l’impronta di una o due colombe, e dall’altro il capo di donna velato, con leggenda greca. Le monete di Erice, antichissima e nota sede de’ Fenicii in Sicilia, hanno anch’esse il tipo della colomba; in una si vede una donna che siede, con una colomba sulla palma della mano distesa, e greca leggenda. Di Erice era famosissimo il santuario di Venere-Afrodite; ed Afrodite risponde all’Astarte fenicia. La colomba, si sa, era Ia vittima che si sagrificava ad Astarte; e ad Afrodite altresì. Le colombe delle monete di Erice si riferiscono al culto della Venere (Ericina) succeduto al culto di Astarte. E le colombe delle monete Laine non indicherebbero ricordi di antichi culti fenicii, Iaini, ad una possibile Astarte, mutata anch’essa in una Afrodite, a cui si riferirebbe l’impronta del capo muliebre sulle monete della stessa città?

Parte I - La Lucania

CAPITOLO V

ENOTRIA, ITALIA ED ITALI

Le popolazioni enotrie nella bassa Italia stanziarono, come abbiamo visto, dal golfo di Taranto al golfo di Posidonia; e di là si spinsero fin presso allo stretto siculo.

Se vennero in Italia dalle coste illirico-epirotiche, è forza approdassero la prima volta alle terre della penisola salentina, o alle spiagge bagnate dal mare Adriatico. Né parrà impossibile il loro remotissimo avvento per via di mare, chi consideri che in un periodo di tempo non meno remoto approdarono all’isola di Sicilia, nonché alla Sardegna, sia dalle coste di Africa, sia dell’Asia o dell’Europa, popoli non più, o poco più progrediti nelle industrie della civiltà che gli Elleni stessi. Il tragitto dalle coste dell’Albania alla terra di Otranto è non di molto più lungo che dalle coste di Calabria alla Sicilia: nel canale d’Otranto le coste epirotiche e le italiche si danno la mano, poiché sono alla vista le une delle altre. Ma fossero anche venuti per via di terra dal piè delle Alpi, i primi barlumi della storia non li trova che là dove ebbe termine la stanza dei Messapi o dei Peuceti, e comincia quella che poi fu dei Lucani, i quali, secondo i dati della tradizione e della storia, non occuparono se non terre già abitale dagli Enotri.

Questa distesa di terre che fu stanza agli Enotri e venne denominata Enotria, ebbe dopo di essi il nome d’Italia, il quale nulla prova che le fu dato dalle stirpi osco-sabelliche, anziché dai Greci; e tutto prova che si venne estendendo di passo in passo da mezzodì a settentrione della penisola, dall’Enotria lucana in su, al piè delle Alpi.

È compito del nostro ufficio di chiarire questo primo momento di una storia, che con la trasformazione di un nome segna i primi albori della grande patria che nasce.

«In quale regione propriamente nacque il santo nome d’Italia?» — si domandava, non è guari, il valoroso prof. Cocchia dell’Università di Napoli; e per lui che ripetutamente illustrò il problema1, fu regione madre del nome quella che di poi ebbe dai Lucani la denominazione di Lucania. La parola, così per lui come per altri dotti uomini, deriva dalla lingua osco-sabellica: venne, dunque, propagata da queste stirpi sabelliche Ià dove di poi si trova geograficamente infissa verso le spiaggie jonie e tirrene: e poiché quivi irruppero dallo stipite sabellico le sacre primavere lucane, quivi essi, primitivi Itali, la portarono e la propagarono.

Il concetto avrebbe un fondamento storico nella parola Vitelio che sulle monete osco-sannitiche della guerra-sociale indica «Italia», ed ha la radice filologica nel postulato che «Vitelio o Italia» significhi il «paese dei buoi» o del vitello, che fu Vitulus agli Oschi2 e forse ἰταλος agli antichi greci.

Oggi è dubbio a molti, anzi questi negano addirittura che agli antichi greci o ai greci di Sicilia italos avesse il significato di vitello o toro. Non si trova in sicuri monumenti: lo afferma sì, riferendosi a Timeo, qualche scrittore di Roma; ma altri, cioè un greco che fu Apollodoro (del 2° secolo a.C.) la disse voce «tirrenica» che vuol dire per lo meno etrusco, o, sia pure, della media vetusta Italia, ma non greca: e l’antica etimologia del vecchio Pisone, annalista di Roma, a cui fa eco Varrone, vacilla dalla base3.

Che il nome d’Italia fosse, in origine, dato a tutta o a parte di quella regione che poi fu detta Lucania, è un fatto che, almeno pei tempi del secolo V a.C. è incontestato e incontestabile, come vedremo. Ma da ciò non trarremo che la parola Italia venne ivi, agli antichi abitatori di quella regione, dagli Osco-sabelli o dai Lucani. Non si propagò la parola nel senso dal nord al sud della penisola; ma, al contrario, dal sud al nord.

Se l’originaria parola fosse l’osco Vitelio non si spiega, non si arriva a spiegare, perché essa non giunse nella sua compagine ossea, nelle sue forme sostanziali caratteristiche ai popoli ai quali venne importata: non si spiega come poté avvenire che essa passò monca del suo capo, tanto nel greco della bassa Italia quanto nel latino di Roma. La forma Vitelio avrebbe dato una «Vitalia» o «Pitalia» ai greci, una «Vitulia o Vitilia» ai romani. Le forme osche delle parole geografiche Velitre, Venavrum, Volsci, Viesti, Venusia o Binussia, Volsinium, ecc. Veios, passarono nel greco sotto le forme di Οὐέλιτραι, Οὐέναφρον, Οὐόλσκοι, Οὐηστὶνοι, Οὐενουσία, Οὐλσινιον, Οὐηιου. Come non sarebbe passata nella forma stessa la parola Italia?

Né si risponda a questa istanza, che in Ellanico del secolo V (496-411 a.C.) si trova appunto la forma di Οὐτουλίαν. Sarebbe la sola, unica e sola testimonianza contro cento, contro mille! Ma quale gravità di testimonianza è poi desso, se cotesta grafia non si trova che scritta, eco di eco, in Dionigi; e se è inesplicabile, poiché è maraviglioso (ripeto le leali parole stesse del valoroso uomo) «come la forma prettamente latina di Vitulus (Οὐίτουλος) sarebbe conosciuta e registrata da uno scrittore greco del secolo V a.C. quale è Ellanico»4.

Del resto, sia pure un genuino concetto di Ellanico, altri à già ricordato che prima di Ellanico la parola ἰταλίας è usata da Hippys di Reggio5 e da Ecateo (549-489 a.C.).

E se questo non basta, dirò ancora: poiché ai Greci venne la parola dagli Oscosabellici, e questi ne omisero il suono capitale V,come e perché, venendo essa ai Romani, cadde pei latini anche il suono V, quando pure da Velitrae, Venavrum, Volsci, Venusia… fecero Velletri, Venafrum, ecc.? E se la parola venne ai romani non dagli Oschi, ma sì dai Greci di Cuma, questo stesso confermerà che ai Greci antichissimi la parola non era, non fu Outulia, o pure Fitalia.

La filiazione, tanto pei Greci quanto pei Romani, sarebbe bastarda.

Tutti gli altri moltiplici nomi che ebbe, nei vetusti tempi, l’Italia, vennero, a notizia della storia, dai Greci, poiché essi i primi scrissero, se non essi i primi scovrirono l’Italia. — Essi la terra che era di là dal mare «all’occidente» loro dissero Esperia: e questa denominazione generica si determina e distingue, man mano che giunge ad essi notizia dei vari popoli che abitavano cotesta «terra occidentale».

I più antichi navigatori greci si stabilirono a Cuma, verso il mille o giù di lì. Essi dissero il paese a loro occidente, dalla gente che vi trovarono abitatrice, Ausonio, e ausonio il mare superiore che ne bagnava le coste, onde fu per essi Ausonia uno dei più antichi nomi d’Italia. Questi stessi Greci di Cuma, all’oriente del loro gruppo di stabilimenti cumei, incontrarono, sulla spiaggia del golfo poi di Posedonia oggi di Salerno, popolazioni di Enotri, che altri naviganti o della Sicilia, o dell’Egeo, o dell’Epiro avevano incontrate sul golfo di Taranto. E il paese dissero Enotria. Un paese e un popolo, che essendo disteso dall’uno all’altro mare, poté avere fama di grande popolo, e dare licenza al poeta di dire:

Terra antiqua, potens armis et ubere glebae,

Oenotri coluere viri.

Poi il nome di Enotria si ecclissa, e traluce invece il nome d’Italia.

Come, perché e quando cominciò cotesto nome non si sa dalla storia. Ma si sa dalla leggenda, e il poeta la ricorda :

Oenotri coluere viri; nunc fama minores

Italiam dixisse ducis de nomine gentem.

Popoli minori di età, ossia più giovani degli Enotri perché venuti dopo di essi, si dissero, dal nome del loro capo Italo, Italia.

Qui comincia la leggenda, e da qui prende capo la storia scritta.

Giacché lo storico più antico di queste origini è, per noi, Antioco di Siracusa, il quale scrisse «delle cose d’Italia» nell’anno 423 a.C.6 Un frammento di queste sue storie è presso Strabone e in esso si legge: «L’Italia anticamente si addimandava Enotria, e i confini di questa Italia, ai suoi tempi (ai tempi di Antioco) erano limitati dal fiume Lao verso il mare Tirreno e da Metaponto verso il mare siculo o Jonio; di tal che il territorio di Taranto, di là da Metaponto, era considerato da Antioco (osserva Strabone) fuori d’Italia, e lo chiama Iapigia7.

«Ma dai più antichi — continua Antioco presso lo stesso geografo — furono tenuti per Enotri ed Itali quelli solamente che stanziavano entro l’istmo (Scilletico e Lametico), dalla parte che guarda verso lo stretto siculo: poi, in processo di tempo, il nome di Italia o di Enotria fu esteso fino alla regione Metaponlina ed alla Siritide, dove abitavano i Caoni, gente enotria bene ordinata, che diè nome alla Caonia.»

A chiarire qualche oscuro punto di questa duplice testimonianza di Antioco sovviene una frase di Aristotile, che è molto probabile tenesse innanzi agli occhi il libro dello scrittore siracusano quando scriveva:

«Dicono taluni autori, bene informati delle cose della regione, che quando un tale Italo divenne re di Enotria, gli Enotri mutarono il nome in quello d’Italia; e allora prese il nome d’Italia quella punta di Europa, che è circoscritta tra il golfo Scilletico ed il Lametico, distanti tra loro, i due golfi, una giornata e mezzo di cammino.»

Ad Antioco stesso si riporta Dionigi di Alicarnasso; e di questo giova al nostro ragionamento riferire le parole che dicono:

«Antioco ricorda che, sotto il regno di Morgete (comprendeva allora l’Italia la sponda da Taranto a Posidonia) venne in Italia un fuggitivo da Roma. Egli (Antioco) dice: poiché Italo invecchiò, tenne il regno Morgete; e sotto di lui arrivò da Roma un fuggiasco dal nome di Sichelo.»

Sono queste le più antiche testimonianze delle origini del nostro nome nazionale.

E per queste testimonianze sta in fatto, da nessuno negato, che al secolo V a.C. (che sono i tempi di Antioco siracusano) il nome di Italia significava quella terra che da Metaponto sul confine di Taranto, al nord, veniva sino al fiume Lao, al sud, che è la zona estrema orientale di quella regione che poi fu Lucania. E comprendeva inoltre (secondo Antioco stesso presso Dionigi) la interna parte della futura Lucania che si estendeva fino a Posidonia, che è Pesto sul golfo di Salerno: — al secolo V. E cotesta ultima linea di confinazione comprensiva riconosce ripetutamente Strabone8. E se, nel secolo V, la parola si trova progredita da Lao fino a Posidonia (da Laos o Scalea a Pesto); e se un secolo innanzi, cioè nel secolo VI, quando i Focesi fondarono Elea nel 536, questa fu fondata, dice Erodoto, in terra di Enotria (e non in Italia), abbiamo da ciò stesso un indizio attendibile del graduale progressivo estendersi del nome d’Italia, dal sud al nord, dal golfo di Taranto, sul mare Jonio, al mare Tirreno ove era Velia. Ai tempi di Erodoto e di Tucidide il limite geografico della parola Italia vagava ancora, su per giù, presso al confine tra la Enotria e la Campania, e non oltre; poiché l’Opicia, che era l’antichissima Campania, restava, per Tucidide, fuori d’Italia.

Questo pei tempi del secolo V.

Ma in tempi più antichi, dice Antioco, con locuzione che non a tutti è parsa scevra di ambiguità, in tempi più antichi, ossia anteriori al secolo V, il nome d’Italia era ristretto in più brevi confini; tra i confini, cioè, di quell’ultima parte della penisola che dai golfi Scilletico e Lametico (oggi di Squillace e di Santa Eufemia) si volge allo stretto siculo.

E qui giunti, e se nel preciso significato o della parola o del concetto di Antioco non tutti concordano valorosi e recenti investigatori di questo primo problema della storia d’Italia, non pare lecito a noi discostarci dalla più vulgata e generale interpretazione della parola dello scrittore siciliano: lui che scriveva da Siracusa, è probabile che guardasse dal suo punto di veduta la linea di spartimento ideale che si trae dal golfo Scilletico o di Squillace al golfo Lametico o di Santa Eufemia.

Lui, dunque, circoscrisse all’ultimo corno dello penisola Enotria l’antichissima, la più antica, Ia prima denominazione geografica d’Italia. Fu un equivoco il suo? Fu contradizione con sé stesso o con altri fatti accertati?

Noi non abbiamo elementi per contestargli la parola e il concetto che dai frammenti di lui ne riferiscono Strabone e Dionigi: ma non è di solo recenti scrittori il dubbio che nelle affermazioni di Antioco, pervenute a noi di seconda mano, non vi sia una contradizione. E la contradizione a noi è patente per quello die siamo per dire.

Gli Enotri, le tradizioni degli scrittori greci dicono che approdarono nella Japigia o Peucezia, e di là si propagarono oltre verso il sud: ma non in senso contrario. Come dunque potè egli avvenire che nell’estremo corno della penisola (oggi di Calabria) succedesse, la prima volta, il nome d’Italia a quello di Enotria, quando gli Enotri non erano pervenuti ivi ab antiquo, e prima che in altra parte, dalla prossima Sicilia?

Questo non avrebbe potuto avvenire se non ammettendo, come un presupposto di Antioco, che Italo fosse arrivato in terra ferma dalla Sicilia; e di qua egli partitosi, le prime terre enotrie che venne occupando furono le prime terre del continente poste sullo stretto. E che codesto presupposto non fosse improbabile, sarebbe lecito di affermare, ricordando che da Tucidide (VI, 2) Italo è detto re dei Siculi; e da altri antichi, riferiti da Servio grammatico, ad un dipresso lo stesso.

Ma occorre ricordare altresì che nell’altro frammento di Antioco presso Dionigi già riferito, è detto che quando già Italo era in Italia e già a lui succeduto Morgete, venne ivi Sichele, che è il prototipo dei Siculi, ma venne dalla media Italia, cioè da Roma. Di tal che se l’eponimo dei Siculi venne in giù da Roma, non potè venire in Italia dalla Sicilia; e la contradizione nel concetto primo di Antioco resta; ed il problema, con i dati di Antioco, è insolubile.

Ed è insolubile, perché alla storia si aggroppa la leggenda. È storia, finora non distrutta, nè possibile a distruggere, che la terra cui fu dato il nome di Enotria, fu abitata da popoli Enotri. È leggenda, che questa medesima superficie di terra si disse Italia da un Italo re, il quale mutò il nome dei popoli Enotri in popoli che da lui si dissero Itali. È leggenda, poiché riposa sulla esistenza di popoli propriamente detti Itali, e sul preconcetto che Italo ed Itali, esistendo come popolo o gente autonoma e da qualsiasi altro separata e distinta, diedero il proprio nome al paese che abitarono, e non lo presero, invece, da questa terra che abitarono.

Ed è leggenda; poiché re Italo è della stessa famiglia ideale di re Enotro, di re Peuceto, Dauno, Siculo o Morgete. Deriva non d’altra fonte che dalle tradizioni elleniche; ed è fantasma conforme al processo formale delle tradizioni elleniche, e non a quello delle tradizioni italiche. Queste non hanno capistipite, eroi o re, ma o iddii archiegeti o animali sacri. Latino ed Evandro sono il prodotto delle costruzioni elleniche dell’antica storia d’Italia.

Lo spirito greco, di natura eminentemente poetico e plastico, costruisce il mondo della natura personificando i fenomeni; costruisce il mondo degli uomini personificando le masse, individualizzando le moltitudini. Ma spirito plastico e libero, le personificazioni sue diventano forze libere e plastiche anch’esse. Personificando le forze della natura, creò l’Olimpo, che si rispecchia e ridiscende nei fenomeni infiniti della natura. Personificando le moltitudini sciolte e senza nome, creò lo Stato, che s’incentra in un uomo, il quale lo rispecchia, lo contiene, lo estrinseca in leggi, ordinamenti, consuetudini, istituti. Le forze della natura personificate diventano iddii. Le forze collettive delle moltitudini personificate diventano eroi, semidei, oikisti; finché non s’inviscerino e trasformino nel demos, centro unico di tutte le forze dello Stato.

Così dalle tenebre delle origini sorgono sull’orizzonte della storia greca Elleno e i suoi figli e nepoti, Eolo, Doro, Acheo, Jone; e creano i primi popoli fratelli dell’Ellade; essi capistipiti, capi tribù e re li rappresentano, li comprendono, dànno loro il nome e l’essere. Non altrimenti Danao, Cadmo, Tessalo, Pelasgo. In quel modo che incomincia e si atteggia la storia nazionale, così quella di ogni tribù della Grecia. E così non altrimenti è rispecchiata dallo spirito greco la storia di altro popolo, di cui esso ricordi gli eventi remoti.

Nel corso dell’antica civiltà l’Italia non fu abitata, primi sugli altri, da’ Greci, ma fu scoverta dallo spirito greco; perché primi di tutti gli altri i Greci ne delinearono la storia. E allora dalle costruzioni categoriche della filosofia storica de’ Greci, di fronte alla terra detta Enotria, emerse un Enotro che la conquistò e le dié il nome; e un Peuceto conquistatore e dominatore della Peucezia, e un Siculo di Sicilia, e un Italo dell’Italia. Venne il tempo che queste formole iniziali non bastavano a soddisfare ai successivi investigatori delle origini; ed essi, capovolgendo il processo etnico generativo, ritennero che i popoli diedero il nome al paese che abitarono; e dagli Elleni si disse l’Ellade, dai Joni la Jonia, dagli Enotri la Enotria, e non viceversa. Così avvenne per l’Italia, la quale perciò e per essi non ebbe il nome che dagl’Itali. Era anche questo un processo logico di analogia e un processo architettonico di euritmia.

Ma l’euritmia se è qualità della bellezza, non è sempre del fatto e del reale. Se è vero, che gli Elleni diedero il nome alla Ellade, o i Siculi alla Sicilia, o gli Enotri alla Enotria, non è vero che popoli Itali dettero il nome all’Italia. Gli «Itali» non esistettero mai; non furono, cioè, un popolo da altre genti distinto così, che avesse avuto, fin dal suo primo comparire nell’Enotria, un nome suo proprio, e questo fosse appunto il nome di «Itali.»

Gli Itali non si trovano se non nel campo della leggenda; e nello stesso campo della leggenda non si sa donde vennero, quali sedi prima abitarono, a quali stirpi appartennero; non se ne sa nulla, non se ne dice, nè si congettura nulla. Se le tradizioni erudite dei vecchi storici diranno gli Enotri, i Peuceti, i Pelasgi venuti in Italia dall’Arcadia, e i Siculi o Sicani dall’Iberia, o dalla Liguria, o d’altronde, degli Itali tutto è silenzio; tace la storia; tace la leggenda stessa che sa tutto. Niebhur ha dovuto sforzare le leggi della filologia per asserire che Siculi ed Itali erano la parola medesima; premeva senz’altro all’insigne uomo di trovare un gancio qualsiasi a cui attaccare codesti popoli, campati in aria. Ma l’identità delle due parole oggi non è chi possa ammetterla; e gl’Itali restano ancora senza antenati, senza nome e senza terra, finché non sorge il nome d’Italia.

Giacché la verità è che sursero gl’Itali nella storia per spiegare il nome d’Italia. poiché Elleno, Eolo, Doro, Jone, Acheo, Tessalo, capostipiti e capi tribù, diedero essi il loro nome all’Ellade, all’Eolia, alla Doride, alla Jonia, alla Tessaglia, il concetto formale della filosofia della storia greca trovò Enotro che denominò l’Enotria. Poi questa si trova denominata Italia. Oh come egli potrebbe venire altrimenti se non per lo stesso processo ideologico, per lo stesso atto creativo di un capostipile o capo tribù del popolo stesso?

Così nacquero, contemporanei, il rappresentante e i rappresentati; nacquero per una necessità logica del sistema che costruiva in quel dato modo formale l’antica storia delle nazioni, e per un’affinità organica degli stessi prodotti di questa virtù plastica e poetica propria allo spirito greco. Italo ed Itali nacquero, dunque, di un parto, per la necessità logica di spiegare il nome d’Italia.

A questa necessità intendeva di rispondere la tradizione ricordata da Antioco siracusano. E poiché si fonda su di una leggenda, caduta che essa sia, non resta della tradizione che questo intimo significato, cioè, la derivazione primiera del nome d’Italia dall’isola di Sicilia alla prossima punta di terra ferma.

L’origine della parola Italia è incerta ancora, perché ne è dubbio il significato. Ma tutto induce a credere che l’uso della parola venne dai Greci; e venne con questa duplice limitazione, che la parola fu data originariamente a quella spiaggia orientale della penisola cui lambe il mare Jonio, e che, nelle più antiche sue accezioni, l’uso della parola non si estendesse se non dalle circostanze di Taranto fino alla punta estrema della penisola ove era il capo Zefirio, oggi capo Spartivento. Da questi antichissimi limiti si slargò di poi, oltrepassando l’Appennino, fino al fiume Lao, e in seguito fino al fiume Sele o Silaro, e in prosieguo man mano più innanzi, verso il nord.

I più antichi documenti finora noti ci dànno diritto di affermarlo.

Ferecide, Erodoto, Tucidide, Antioco siracusano non appresero dai Latini, o dagli Oschi, o dai Tirreni della penisola il nome di Italia. Essi, che sono i più antichi presso cui si trovi adoperata la parola Italia9, la usarono, senza dubbio, secondo il significato che aveva corso tra Greci della loro patria; e i Greci dell’Ellade, se non è certo, è probabile l’avessero appreso dai loro connazionali della Sicilia, ove approdarono prima che ad altre coste del mare Jonio italico.

Ferecide (di Lero) che fioriva verso l’anno 480 a.C.10 lasciò scritto, presso Dionigi11: «Sono denominati Enotri quelli che abitano in Italia, e Peuceti quelli che abitavano sul golfo jonio». Qui, dunque, il limite settentrionale d’Italia è verso il fiume Bradano. Nelle storie di Erodoto, che venne a Turii nel 444 a.C. e vi morì12, non si trova nè poteva trovarsi la parola Magna Grecia, ma invece, egli usa sempre la parola Italia quasi equipollente di quello che nei tempi posteriori fu inteso più strettamente per Magna Grecia; ond’è che accenna «a Taranto d’Italia», ai «Metapontini che sono in Italia», a quegli opulenti Smintaride di Sibari e Damaso di Siri che «vennero in Grecia d’Italia» e non dall’Enotria: mentre che Elea è, per lui stesso, città fondata dai Focesi nell’«Enotria»13.

Per Tucidide, i Siculi dal paese posto sullo stretto siculo, dove abitavano, vennero in Sicilia, ed egli dice da Italia; eppure mette Cuma nell’Opicia e non nell’Italia: gli è chiaro adunque il significato restrittivo di questa parola, conforme a quello che Antioco aveva espressamente indicato da Metaponto al fiuem Lao sul Tirreno, nel secolo V in cui visse. E un secolo prima, cioè nel VI a.C. Italia non è pei Greci se non la futura Magna Grecia delle spiaggie jonie: giacché la scuola filosofica insigne pel nome di Pitagora, che ebbe origine e sede a Crotone e a Metaponto, fu detta e fu nota ai Greci e dai Greci al mondo col nome di Italica; mentre a poche miglia di distanza, sul versante della penisola stessa al mar Tirreno, surse, quasi agli stessi tempi, in Elea la non meno celebre scuola, nota ai Greci e dai Greci al mondo col nome di Eleatica. Elea adunque, non guari discosta da Crotone, ma sul Tirreno, ad occidente del fiume Lao, non era in Italia pei Greci del secolo VI a.C.

Parrebbe anzi che anche Reggio al tempo dei primi Pitagorici non fosse in Italia. Un passo che Vico direbbe d’oro, ed è un frammento di Aristosseno, pitagorico del secolo IV, ed è riferito da Giamblico, dice espressamente che ai moti violenti dei filoniani ed all’esulare che ne seguì dei pitagorici da Crotone e da Metaponto «gli altri pitagorici, meno Archita tarentino, abbandonarono l’Italia e si raccolsero a Reggio ove ristettero».

So che a queste parole di Aristosseno si vuol togliere ogni autorità, perché il frammento presso Giamblico è errato nel nome di Archita, invece di Archippo (e si può concedere), e perché recenti editori di Giamblico hanno dato una diversa disposizione alle membra del periodo di Giamblico, dalla quale risulta un’interpretazione di senso del tutto diverso14. Ma di tal genere operazioni ortopediche, onde emerge una diversa postura delle disjecta membra del periodo, provano troppo o troppo poco; di tali presidii chirurgici si può sorreggere il pro o il contro di qualunque tesi.

Del resto, di questo concetto restrittivo, antichissimo, della parola Italia è, senza dubbio, un’eco, la espressione geografica di Plinio là dove dice: «Comincia da Locri la fronte d’Italia, denominata (la fronte) Magna Grecia, che s’insena nei tre golfi del mare ausonio»15, tre golfi o seni che egli enumera, golfo di Locri, golfo di Scillace, golfo di Taranto, tutti sul mare Jonio. Su questi golfi sursero le grandi città achee, Locri, Caulonia, Crotone, Sibari, Metaponto, Turio; e a questa zona fu data dipoi la denominazione di Magna Grecia, e questa zona che era dapprima la Magna Grecia, non comprendeva Taranto, la dorica, nè Reggio, la calcidica.

E con la espressione di Plinio concorda anche Tolommeo (libro 3).

Il significato della parola è ancora incerto per chi non si appaghi alla vecchia spiegazione di vecchi E nuovi eruditi, che, ricorrendo all’arcaica parola ἰταλος dei greci, dell’Eolia, in significato di bue o vitello, tenne valesse la parola Italia quanto terra o paese dei buoi, quasi simbolo adeguato alla ricchezza agricola della magna parens frugum Saturnia tellus.

Tutto un sistema etimologico si bilica su cotesto pernio georgico; e derivando il nome stesso di Saturnia dai seminati, quello di Enotria dal vino o dalla vigna, si giunse a troval e il nome dei Morgeti nel covone delle spighe (merges), e poi, di passo in passo, il nome dei Siculi nella falcetta (secula) che recide le spighe! In questo concetto idillico-georgico non stuonava il nome della «terra dei buoi.» E presso i più dei moderni ha trovato grazia.

Ma se la parola nasce per determinare le cose, si può e si deve chiederle un senso non vago e indeterminato.

Io non negherò che il ricercare le ragioni che determinarono l’onomastica topografica, trascende, non infrequentemente, il possibile; perché non di rado sono ragioni che dipendono da condizioni subiettive, imponderabili, o da fatti accidentali, da impressioni momentanee. Ma qui siamo innanzi ad un problema che ha speciali condizioni di limite, e non è dato di trascurarle. La denominazione antichissima, originaria d’«Italia» fu data alla zona orientale sulla spiaggia del mare Jonio; e questa zona, giova ripeterlo, fu circoscritta a limitati confini, dalla estrema punta della penisola (oggi di Calabria) sullo stretto siculo, fino in su, al posto ove fu Metaponto, cioè alla foce del fiume Bradano, al di qua ma non al di Ià del Bradano: al di Ià era la città di Taranto, che, alle origini, restava fuori d’Italia.

La significazione adunque della parola geografica deve essere adeguata a questo dato di fatto: la ragione del nome deve trovarsi in qualche condizione di uomini e di cose, speciale o propria a quella zona di paese, che volgeva al mare Jonio. La denominazione dei «buoi» trascenderebbe dalla nota caratteristica di codesto limite, e va respinta.

A me pare che la derivazione della parola dalle lingue semitiche, per via dei Fenicii, dà meno incerta soluzione al problema.

I Fenicii avevano già molti loro stabilimenti sulle coste della Sicilia, quando vi posero piede gli antichi coloni greci, a fondarvi, nel secolo VIII a.C.16, Nasso, Siracusa, Leontinum, poi Catana e Taormina.

Non è ignoto, che dalle coste della Sicilia quegli arditissimi figli di Tiro ebbero relazioni di fattorie e di traffici con la prossima penisola enotria, non tanto, forse, per le miniere del rame e per la pesca del murice, quanto, e più largamente, pel commercio della pece, che l’immensa selva dei coniferi, dai monti del Pollino all’Apromonte, produceva ottima e abbondante. I Fenicii delle fattorie di Sicilia ben potettero indicare come «il paese della pece», dalla parola di fonte semitica «itar»17, la regione al di là dello stretto, ai primi Greci dell’isola, cui non era ancora nota. E da costoro, antichissimi navigatori dall’Ellade alle terre sicule, ne fu diffuso il nome, siccome l’avevano inteso, ai proprii connazionali che sciamavano verso occidente. I quali, occupando poi le coste, ove man mano sorsero Metaponto, Siri, Sibari, Crotone, Locri, trovarono abitato il paese interno da genti varie e barbare che si dissero enotrie; e l’interno Enotria. Ma il lembo orientale della spiaggia, quando, in meno di un secolo, fu coronato di elleniche città, non poteva dirsi Enotria, perché ivi non erano più Enotri, ma Greci civili e potenti; tenne, invece, il nome generico che essi ebbero inteso dai loro connazionali di Sicilia, quello cioè di Italia.

Il quale restò qualche tempo allo stato latente: ma quando Sibari e le altre città ebbero occupato anche l’interno del paese, e sottomesse le genti enotrie; quando queste perdettero, perché sottomesse, ogni personalità autonoma, allora il nome speciale già al lembo orientale occupato dai Greci, rivisse, e si estese, con il costoro dominio, anche all’interno della penisola.

Cosi l’Enotria divenne Italia, ma ancora ristretta nel secolo VI e nel secolo V entro i limiti dal fiume Bradano sul golfo di Taranto fino al golfo di Posidonia sul Tirreno, che sono i naturali confini dell’antica Lucania.

NOTE

1. Nella Nuova Antologia del 1882, in quella del 1894, e nel volume Studii latini, Napoli, 1883.

2. Più rigorosamente agli Umbri, poiché la parola non si è trovata che nelle Tavole Eugubine.

3. Dei Romani VARRONE: Graecia enim antiqua, ut scribit Timaeus, tauros vocabat ἰταλους. DE R.R. II, 5, 3 — Apollodoro, in Biblioth. II, 5, 10. E VARRONE stesso: Denique Italia a vitulis, ut scribit Piso R.R. II. Questo CALPURNIO PISONE FRUGI fu console nel 133 a.C.

4. E. COCCHIA, pag. 38 de’ Studii latini. Il nome d’Italia, Napoli, 1883.

E soggiunge:

… «In un’epoca in cui il latino non aveva alcuna notorietà, e per giunta a proposito di un nome piuttosto osco che latino. Onde è da sospettare che, piuttostoché da Ellanico proprio, le forme ουιτουλος, ουιτουλια, siano state scritte dall’appassionato storico di Roma, Dionigi, il quale o le riducesse così da una forma o più osca o più greca, in cui Ellanico la desse, o così la concretasse, dietro cenni puramente astratti di Ellanico…»

Identici apprezzamenti presso i filologi, nostri contemporanei.

5. Visse ai tempi delle guerre persiane, e scrisse la Κτις η Ἰταλίας (in Suida).

6. Propriamente nell’Olimpiade 89 (331 di Roma) secondo Diodoro Siculo XI, 17.

7. STRAB. VI, 391.

8. Lib. V e VI.

9. La parola è ignota ad Omero. Nell’Odissea, libro XXIV, si accenna alla città di Aliba, «in Sicilia»; ed uno scoliaste scrisse che Aliba era l’antico e primitivo nome di metaponto d’Italia.

10. SCHOELL, Ist. della letterat. greca, Venezia, 1827. Vol. II, par. 2, lib. 2, pagine 73-160. Questi di Lero è il lolografo; invece «l’inventore della prosa» era di Syra. Id.

11. Antiq. Rom. lib. I, 6.

12. SCHOELL, vol. II, par. 2, pag. 75.

13. Lib. I, § 167.

14. In PAIS, dottissimo quanto acuto autore della Storia della Sicilia e della Magna Grecia. Torino, 1894, p. 421, che ricorda il Nauch, editore di Giamblico nel 1884.

15. Per la esattezza della frase di Plinio ricordo che egli dice: A Locris Italiae frons, Magna Graecia appellatus, in tres sinus recedens Ausonii maris (III, 10).

16. Nasso, di cui in Tucidide si legge prima urbium a Graecis in Sicilia conditarum, fu fondata nel 736; Siracusa nel 735; Leontinum nel 730.

17. Il MAZZOCCHI, Ad Tab. Heracl. pag. 546, scriveva: Ostendit Bochartus Chaldaeum Itar (cujus emphaticum Itra) picem significat: ab Itar vero per productionem nominis fit Itaria.

E le parole del BOCHART sono queste:

Itaria factum ab ltar cuius emphaticum itra pro pice occorrit in tractatu talmudico, Gittin fol. 6. Vide lexicon talmud. Buxtorfii. Alibi fere scribitur itran cum n paragocicum… Itaquc cum agnus dicitur imar, imru et imran; semen bizar, bizra; studium girsa, girsan. Ita pix talmudicis ltar, ltra, et ltran. Arabes scribunt kitran, et hispani alquitran, et nos vernacule goudron. Hoc videtur esse endrium, de quo Plinius 16, 11.

BOCHART, Geographiae sacrae pars prior, Phaleg. pag. 661. Codomi, 1744.

Nell’isola di Cipro era il monte, e, dal monte, la città Idalium.

In Cipro stanziarono antichissimamente i Fenicii. Venne il nome al monte, coperto da conifere, anche dalla «pece» che ne estraevano?

Parte I - La Lucania

CAPITOLO VI

LA ENOTRIA: PREISTORIA DELLA REGIONE. — RIVELAZIONI GEOLOGICHE — RIVELAZIONI FUNERARIE. GLI ENOTRI CONTEMPORANEI DI SIBARI

Le note di storia dei popoli fin qui ricordati non sono che l’eco refratta di antichissime tradizioni raccolte, cernite o interpretate da antichi scrittori. Punto dati di fatto permanenti che riescano di appoggio alle tradizioni, o di fondamento a sicure induzioni: e quei mal noti avanzi di recinti a massi informi e poderosi di un’industria ciclopica, di recente scoverti, non rivelano niente più che non dica la denominazione loro, convenzionale e generica. Assommando i dati della tradizione meno incerti o dubbiosi, riferiremo a quattro rami di popoli quelli che abitarono, prima degli Elleni, questa vasta estensione di terra che poi ebbe il nome d’Italia e di Lucania. Furono, meno degli altri numerosi, i Fenicii con fattorie di commercio sulle coste jonie e tirrene; più numerosi e più antichi, per l’interno della regione, quelli che si dissero Siculi, diramazioni della razza celtica probabilmente: poi altri venuti, sia per mare sia per terra, dalle coste illiriche e si ebbero il nome di Enotri; con essi infine i Conii, in minor numero e forse affini agli Enotri stessi, di men dubbio nome e provenienza, poiché partirono dalle coste epirotiche. Gli Enotri cacciarono i Siculi, tutti o in parte, verso l’estrema penisola; e soprapponendosi o fondendosi con essi Siculi e Conii, gli Enotri dominarono il paese; da poiché questo fu detto, per loro se non da loro, Enotria.

Di questa regione Enotria non sappiamo altro, secondo le fonti scritte, che quel tanto già raccolto nei capitoli precedenti, che è la confusa notizia della confusa successione di antichissime genti: indeterminate linee di una plaga che, per la storia scritta, è poco meno che vuota.

Ma la indagine dello spirito scientifico che per mille vie e svariati campi si spinge, ricerca, scruta e raccoglie, nonché il caso o la fortuna hanno, ai nostri giorni, apportato nuovi dati di fatto all’archeologia geologica e all’archeologia storica di quelle antichissime genti: ed è pregio dell’opera e debito dello scrittore di tenerne ragione.

Non appartiene, è vero, alla storia civile dei popoli quella che abbiamo della archeologia geologica, che é senza dubbio parte della storia naturale della terra, su cui essi vennero intessendo, lungo i secoli, le fila della loro storia.

Ma la età dell’infanzia dei popoli civili ha spinto ai nostri giorni i suoi tentacoli oltre i limiti della storia; ed oggi addiventa, per così dire, un capitolo della storia naturale quella che è storia delle genti in un’età che, sottratta ai termini dell’umana cronologia, è detta età della pietra, età del bronzo.

E per le antichissime genti abitatrici della nostra regione questa età ha con la storia naturale geologica della regione un punto di contatto che non si deve dimenticare, e che giustifica questa scorsa della storia civile nel campo della storia naturale.

Recenti studi della giovine scienza geologica hanno ormai stabilito che, durante i periodi dell’epoca quaternaria, grandi conche d’acqua ondeggiarono, qui e qua, dove oggi verdeggiano, in mezzo ai monti appenninici, amene pianeggiatili valli, solcate dal corso dei fiumi. Furono in origine bacini di acque salmastre, perché reliquato del mare che covriva quelle terre che emersero sollevate durante il periodo precedente; si convertirono di grado in grado ad acque dolci per la immissione di quelle che scendevano dai monti circostanti. Queste conche di acque furono i laghi dell’epoca quaternaria, e li dicono, nella terminologia tecnica della scienza, pleistocenici, perché i più recenti nella incommensurabile vita della terra. In essi viveva tutta una fauna di innumerevoli specie di conchiglie, oggi in grandissima parte estinte: intorno ad essi, alle loro rive vennero abbeverarsi l’elefante antico, il cervo-elefante ed altri poderosi mammiferi di specie già perdute. Passò un tempo — di quanto, chi sa? — e quelle masse di acque lacustri, ai nuovi convellimenti terrestri, scomparvero; emersero e si appianarono le amene valli; e in fondo ad esse, di sotto agli strati dei secolari, dei millenarii depositi, un qualche giorno vennero fuori le testimonianze irrefragabili sì della flora, sì della fauna preesistenti: tibie, femori, costole, corna e zanne fossili dei mammiferi scomparsi.

Per la regione nostra la scienza recente ha potuto identificare, e circoscrivere anzi entro i loro antichissimi confini, i maggiori di questi lacustri bacini dell’età quaternaria; e così pel lago del fiume Agri, che occupava una superficie di 140 chilometri quadrati da Marsiconuovo a Saponara, a Montemurro; il lago del fiume Noce, di più che 55 chilometri quadrati, da Lagonegro a Trecchina e Lauria; il lago del fiume Mercuri o Lao, di circa 80 chilometri, da Castelluccio a Rotonda, Viggianello e Laino. Meno ampio il lago che diremo di Baragiano, che si riversò, e scomparve, pel fiume Platano. Quando alla linea di spiaggia del prossimo mare, Jonio o Tirreno, questo si veniva ritirando e abbassava di livello perché la terra sollevantesi veniva fuori, gli emissarii di quei laghi al mare, dopo vuotati i laghi stessi, divennero fiumi ammansati e ridotti; e furono i fiumi Agri, Noce, Mercuri, Lao, Platano, e il Tànagro per l’altro lago della valle di Diano; quindi gli squarciati alvei, le elevate spalle delle sponde attestano e l’antichissimo superiore livello delle acque loro e l’incommensurabile età.

Ma un altro titanico fenomeno emerse alla vita dei secoli in quella giovine età, che è pure la più recente età nella storia della terra. In uno dei periodi dell’epoca quaternaria emerse il gran vulcano del Vulture; e la cronologia nostra non ha termini di riscontro per quando esso nacque, per quanto visse, per quando cessò; la scienza contemporanea investiga le possibili cause del fatto, e attende che la possibilità della ipotesi acquisti la certezza del vero. Ma intanto, con i dati della certezza che può dare l’osservazione diretta, essa stabilisce che quell’erompere di lave, quel necessario sollevarsi di livello e l’accavallarsi di massi, di rupi, di creste là dove era il piano, mutò l’antica idrografia della regione: le acque, poiché ebbero sbarrato il cammino, stagnarono in lago. E spagliarono, intorno al gran ciclope nuovo venuto, due bacini lacustri, che la scienza ha finora riconosciuti nei loro confini, il lago di Vitalba presso la cittadina di Atella, e il lago di Venosa.

Restarono anche essi per lunga età; poi si vuotarono anche essi, e gli antichi emissarii si ridussero alle minori correnti della fiumana di Atella, della fiumana di Venosa. E scomparse le acque lacustri, restarono i sedimenti lacustri, le reliquie della fauna scomparsa, gli emersi prodotti dalla gran fucina ignivoma, che soprapponendosi per lunga età elevarono l’edifizio del gran monte, e che si diffusero, si sparsero trascinati da violente correnti di acque lontano, fin giù a Venosa. — I secoli passarono, e tacquero.

La topografia di queste conche lacustri l’ha designata un giovine e valoroso cultore della scienza geologica1, che nacque e peregrinò per la regione di cui svolse una piega arcana e terribile. Ma, se quella è parte della storia naturale del globo, cui la storia civile dei popoli avrebbe torto d’invadere, ci è rivelato però tra le due un punto di attacco, che si avrebbe colpa a dimenticare.

Visse egli l’uomo intorno a queste conche di acqua, a cui venne ad abbeverarsi l’elefante e il cervo e il rinoceronte e i mammiferi di un’altra età, di un’altra zona geologica?

Visse! e il primo e gramo suo vivere, dopo l’inesplicato miracolo del suo primo emergere alla vita dello spirito, è la tormentosa indagine dell’intelletto dell’uomo civile!

Le deiezioni del potentissimo vulcano si sparsero larghissimamente trascinate dall’acqua e spinte dal vento fino a Venosa. E dal territorio di questa citta è venuta alla luce, ai giorni nostri, tutta una testimonianza di un’età fuori i confini dei secoli, che accompagna alla vita del vulcano in fiamme la vita di esseri umani nell’abbozzo primigenio dell’essere loro.

«Nei depositi di Venosa — dice il valoroso geologo testé nominato2 — alle ossa dell’elephas antiquus sono associati avanzi della industria umana archeolitica. Tali manufatti litici sono rappresentati in gran numero da armi del tipo di S. Acheol, vale a dire, di pietre triangolari scheggiate con grossa frattura concoide. Hanno generalmente forma di triangolo isoscele, di cui al massimo la base misura circa 10 cm. e l’altezza circa 15 cm.: qualcuno arriva al peso anche di un chilogrammo. Tutte fatte di arenaria silicea durissima, compatta, o di selce, diffusissima nelle circostanti colline, l’abbondanza con cui esse si sono trovate tutte in un punto, mostra che doveva esserci là un’officina, o delle abitazioni che dovevano trovarsi sopra palafitta in mezzo alle acque del lago. Questi uomini, quindi, che scheggiavano armi di pietra e vivevano con elefanti ed altre specie ora scomparse da questi luoghi, assisterono anche alle ultime conflagrazioni del vulcano ardente nello specchio del grande lago da essi occupato.»

E l’importanza speciale del trovamento è nella accertata qualità geologica in cui quei depositi millenarii giacevano. Un altro geologo osserva che «il calcare lacustre in cui giacevano è sottoposto ad altro calcare lacustre, a cui fan base ceneri vulcaniche, sul quale poggia la terra nera che dà nome alla contrada» in Venosa3. Le dejezioni del vulcano e, in mezzo ad esse, i prodotti della prima industria dell’uomo erano più antichi dei depositi millenarii lacustri, più autichi della scomparsa dei laghi! E l’antichissima storia dei nostri antenati non comincia che ieri!

Quei primi abbozzi dell’industria umana risalgono all’età archeolitica. Ma più abbondanti si incontrano sparsi i prodotti di una più giovine età, che leviga e pulisce e abbellisce l’arma o l’utensile che ha tratto dalla pietra già spezzata. Per tutta la superficie della regione, da un punto all’altro di essa, si sono trovate finora, e si trovano, le testimonianze di questo meno oscuro crepuscolo di civiltà; da Banzi a Pesto, da Rionero a Metaponto, da Muro Lucano a Potenza, Abriola, Corleto, Stigliano, Melfi, Lagonegro… e pel territorio di Matera massimamente, ove la persistente e intelligente indagine di Domenico Ridola ha raccolte e fatte note le testimonianze abbondanti dell’età neolitica e della età del bronzo più antico, quando esso era fuso in armi od utensili, e non ancora, per posteriori progressi tecnici, laminato.

Nelle alte ed ampie spalle del torrente Gravina, che circonda la città di Matera, sono numerose grotte scavate nel cedevole tufo; esse furono abitacolo all’uomo preistorico, e all’uomo altresì di più avanzata civiltà, e servirono a deposito di tombe, onde la lunga e diligente industria dell’egr. Ridola ebbe tratto infinito numero di freccie, scuri, scalpelli, ascie di selce e di osso, aghi, punteruoli, succhielli, e arnesi di pietra quali macine a triturare cereali, ad affilare armi; e cocci di grossolanissima ceramica, misti ad altri di più raffinato impasto, onde ne viene, per verità, turbata la serie cronologica degl’innumeri trovamenti4. — Ivi l’uomo ebbe vita e nella età della pietra e nella età del bronzo.

Ma il territorio di Matera è ben ferace di tal genere sorprese all’aspettativa nostra.

Nel punto del suo territorio che è detto Murgia Timone ci vennero testè rivelate le reliquie di tutto un villaggio della età neolitica, che lo esumatore di esso ha denominato «villaggio siculo»5.

Ivi in breve spazio di campagna si veggono, disposti in gruppi, taluni ammassi di pietra i quali liberati dal ciottolame della superficie mostrarono tutti un ammassicciato di pietre circolare, che furono non propriamente fondi di capanne, ma pavimento a capanne di una prisca anonima gente.

Di non uguali grandezze, misurano variamente un diametro di sei a tredici metri. Talune, hanno nel mezzo due grossi sassi a mo’ di alari, e quivi presso, scavato nel masso, una buca, che è a supporre fosse fondo di uno staggio o trave messo a sostegno di un tetto conico, di paglia o frasche, perché le capanne non potevano essere ivi che coniche e coverte o riparate da materiali caduchi. Avanzi litici di una informe scheggiatura si sono trovati tra quel ciottolame. Ma presso quel gruppo di capanne, oggi di numero diciotto, vennero scoverte quattro celle funebri, e in esse ossami, cocci di ceramica rozzissima di vasi grandi e piccoli, coltellini litici, qualche oggettino da ornamento di bronzo, e paste vitree e resinose. Ma il più importante della scoverta è questo. A quelle camere funerarie precedeva un pozzetto, onde ad esse era dato l’accesso. In uno dei pozzetti, del tutto integro e inviolato, furono rinvenuti, dal diligentissimo e valoroso esumatore, deposti a strati, in epoche diverse, e sotto rozze scheggie di pietra per ogni cadavere, ventitré cranii e scheletri: e tutto questo nel breve spazio di un pozzetto alto non più di un metro e mezzo. Gli scheletri erano deposti ordinatamente, accoccolati con le mani sotto al mento, con da presso qualche tazza o vaso di ceramica e un coltellino di selce; e deposti, osserva lo scovritore, dopo che furono scarnificati poco dopo la morte: poiché è impossibile che integri avessero quei corpi potuto entrare ed a strati ordinati in una sì stretta buca. Lo scovritore raccoglie in questa sintesi, che giova di riferire, il risultato del suo lavoro.

«Un nucleo di famiglie, che avevano in origine una civiltà neolitica, ma cominciavano a ricevere, per commercio indiretto con le popolazioni costiere, oggetti di metallo e di altre materie, si stabilì in poche capanne sulla Murgia Timone. Queste genti sapevano farsi allora coltelli di selce o di ossidiana, rozze punte di giavellotti o di freccie, ascie od accette di roccia dura, punte di osso, vasi di varie forme. Adoperavano anche dei sassi meglio adatti e di roccia dura per tritare o macinare qualche specie di frumento: certo non avevano istinti nomadi, perché restarono in quel posto oltre due secoli, e dovevano esercitare oltre la pastorizia e la caccia anche un poco di agricoltura, come farebbe già supporre lo sviluppo della loro industria ceramica.

Facevano talvolta la guerra con altra gente, come indica il cranio (tra i rinvenuti) con ferita perforante l’osso. Avevano per ornamento conchiglie, pietre ed ossa lavorate, e poche e rare conterie che giungevano loro per commercio. Per commercio avevano pure pochi e piccoli ornamenti di bronzo, consistenti in anellini digitali, pendagli, borchiette. Rarissimo, forse privilegio de’ capi, era qualche coltellino di bronzo. Non conoscevano arte muraria propriamente detta, e fabbricavano le loro case in materiale leggero, pur ponendo moltissima cura nella costruzione a massicciata. La loro vita si riassumeva sopratutto nel pasto quotidiano, che prendevano accoccolati in giro intorno ad ampie scodelle comuni ed a grandi vasi per acqua, o per altra bevanda, dove attingevano con tazzine fornite di un’ansa speciale che permetteva di tenerle sospese, e delle quali forse portavano abitualmente una con loro».

E continuando aggiunge:

«Credevano in una seconda vita, e per qualche ragione inerente alla «salvezza dell’anima» scarnivano i defunti, deponevano lo scheletro in celle funerarie scavate nella roccia...

«Essi dimorarono in questo villaggio oltre due secoli6 durante i quali la loro vita non mutò essenzialmente. I popoli Iavoratori di metallo e navigatori che, senza dubbio, dall’Oriente mandavano i loro prodotti sulle barbare coste d’Italia, avevano in questo frattempo inventato la fibula, e già cominciavano a variarne il tipo (varii esemplari di fibule si trovarono ivi) quando il villaggio della Murgia Timone cessò di esistere, lasciando i resti che abbiamo esaminati.»

E l’epoca di questo embrione di società umana rimonterebbe «verso la metà del secondo millennio avanti Cristo». E la gente (egli dice) fu di quei Siculi, di cui è parola nelle fonti classiche.

Alle quali ultime induzioni di ordine metafisico etnico o cronologico sarà forse lecito di non aderire; ma sui fatti nelle particolarità minime loro determinati dal valoroso indagatore, no.

Ai Siculi, secondo le sopra riferite fonti classiche, successero gli Enotri.

E di costoro, ma della meno antica età del bronzo, abbiamo, emerse dalle tombe, alcune testimonianze, che ci abilitano a sollevare alquanto il velo di tenebre dell’antichissima età.

Il Governo nazionale, nei passati anni, tentò di esplorare il terreno ove giacque la città famosa di Sibari, allo sbocco del fiume Coscile nel Crati.

Quivi presso, a sinistra del Crati, è una distesa di terra che è denominata Pattursi; e qui e qua si tentò ivi il terreno invocando Sibari; ma la voce di Sibari non ha risposto ancora agli evocatori. Continuarono i tentamenti lì d’intorno; ed a sei miglia circa dal punto ove al Crati si mescola il Coscile, in un alto piglio, compreso tra la fiumana detta Esaro ed il Coscile stesso, che è l’antico fiume Sibari, è un posto che oggi è detto Torre del Mordillo; ed ivi la vanga esploratrice si incontrava in una necropoli7, che dal centinaio e mezzo di tombe finora messe allo scoperto, si può dire non piccola.

Sono sepolcri di gente che non fu nè greca, nè della civiltà romana; ma visse tra l’età del bronzo e la prima età del ferro, e, per essere più determinati, appartenne ad un periodo di tempo che, per l’etnologia della nostra storia, risponderebbe ai tempi tra il secolo VII e l’VIII a.C. Altri li giudica di più recente età. Ad ogni modo, furono popoli, per un certo spazio di tempo, contemporanei di Sibari e a questa senza dubbio soggetti, perché abitarono nel suburbio della grande città. In genere, ben si può dirli di gente enotria.

Un dotto ed acuto esploratore della paletnologia italiana, che è il professore Pigorini, in una considerazione prima e sommaria di questa necropoli, l’ha detta di «popoli italici» e di un’età relativamente recente, cioè di un periodo di tempo che egli si affida di determinare agli ultimi cinquant’anni dell’impero di Sibari, che cadde, come è accertato, nel 510 a.C.8 Per «italici» egli intende, se bene ci apponiamo9, non gli antichi Liguri, nè gli Etruschi propriamente detti, ma sì quegli antichissimi che, scesi dalle Alpi, abitarono prima nella grande valle del Po fino alla età del bronzo; e dal Po, venendo in giù con i secoli, occuparono poi, nella età stessa del bronzo o nella prima età del ferro, la media Italia e il paese che poi fu il Lazio; e che in epoca meno antica si propagarono verso il sud della penisola. Quella d’«italici» è dunque denominazione generica che niente preoccupa; e può comprendere così i «prischi Latini» nonché gli Umbri e i Sabini antichi, come, i Siculi stessi discesi dall’Alpi, e gli stessi Enotri che vennero dall’Illiria, ma furono anche essi, siccome Illirici, di stirpe aria.

E che le tombe presso Sibari appartenessero a questa razza di men remoti Italici che abitarono sui colli ove fu Roma, qualche tempo prima dell’età di Servio, lo mostra, secondoché avvisa il professore Pigorini, la conformità de’ riti funebri, della suppellettile e della tecnica delle tombe, quando si comparano tra loro queste scoverte a Torre Mordillo e le tombe arcaiche incontrate sul colle Esquilino di Roma, presso San Martino ai Monti; le quali erano scavate in terreno sottoposto all’«aggere serviano» e contenevano bronzo e ferro. Nelle une e nelle altre è serbato il rito della inumazione e non della cremazione del cadavere; inumazione che è serbata altresì nelle antiche necropoli, di recente scoverte, a Suessula (presso Acerra) ed all’antica Alife nell’Italia meridionale; le quali dotti archeologi non fanno risalire, segnatamente quella di Suessula, ad un’età anteriore al 720 a.C. Il rito della cremazione è molto più antico, afferma il Pigorini; era, sì, di uso agli Italici remotissimi della Valle del Po: ma poi fu smesso, come pare, dagli Italici dell’Italia media, e vi si sostituì l’inumazione, in epoca relativamente meno remota. Inoltre, le tombe di San Martino ai Monti non sono una semplice e nuda fossa scavata per terra; ma invece in esse lo scheletro è circondato ai lati e coperto di sopra da pezzi o lastre in tufo, come anche a Suessula ed Alife. E così le tombe al Mordillo. La conformità adunque della tecnica sepolcrale rivela conformità di riti, di usanze, ed anche di parentela dei popoli ivi sepolti.

Tutti questi argomenti (e il lettore ben lo comprende) non possono avere, allo stato dello cose, un valore certo e incontestabile; nè gli altri, di minore importanza, che vi aggiunse l’acuto paletnologo, fortificano il suo concetto. Accettiamo, in genere, che siano tombe di popoli italici: ma nelle tante varietà storiche, se non tutte etnologiche, degli antichi popoli italici occorre allo storico di specificare; e noi diciamo popoli Enotri; non perché, veramente, al suono di questa voce, cresca di molto la luce o scemi di molto il campo dell’ignoto; ma perché, data la età di quelle tombe, quel paese, secondo la storia, era Enotria, e quei popoli si ebbero il nome di Enotri. Ma, quanto alla età di esse, metterle non prima della metà del secolo VI a.C. gli è troppo basso. A noi paiono (come dicemmo) assai più antiche; e per argomenti che non trarremo dalla paletnologia, ma dalla storia.

Il posto di quelle tombe è lontano non più che 12 chilometri dall’incontro del Coscile nel Crati; e vuol dire qualche chilometro più o meno dal luogo ove sorgeva Sibari. A sì breve distanza fu, dunque, se non proprio entro la cerchia del contado di una città così ricca, civile e potente e popolosa, quanto fra breve diremo, fu di certo in prossimità della città stessa. Questa città, che ebbe signoria su quattro popoli e venticinque città d’intorno, avrebbe avuto, senza dubbio, in signoria, al secolo VI, i remoti abitatori che scavarono le tombe a Torre Mordillo. E se del secolo VI, costoro sarebbero, dunque, vissuti per parecchie generazioni, per qualche secolo forse, in quasi contiguità alle mura della grande città, in dipendenza prossima, famigliare, continuata di questi elleni della colonia. Ma se in tale contiguità di luogo e se in tanta durata di tempo, è egli mai possibile che un qualche influsso dell’ellenismo dell’arte o della industria, o della civiltà, siano pure arcaiche, di Sibari, non fosse penetrato negli usi, nei prodotti dell’industria metallurgica o ceramica di questa gente, che le depose nelle tombe ora venute alla luce? Ma affatto nulla di ciò: punto aria o influsso che accennasse all’Ellenia o a Sibari, opulenta e civilissima del secolo VI. Siamo anzi in piena barbarie. I rozzi e goffi vasi di creta di quelle tombe sono fatti a mano, e si dubita se alcuni siano a tornio; tutti di rozzo impasto, senza ornamenti e decorazione di sorta; qualcuno solamente con qualche punteggiatura o con fasci di lineette tirati di traverso, a rebbii di forcina. Colui che, traendoli dalla terra alla luce, li veniva annotando, agl’intenti della scienza, non li paragona altrimenti di tratto in tratto, che alle ceramiche dello tombe famose dette di Villanova, nella media Italia, che nulla hanno che vedere con influssi ellenici. E nessun saggio o frammento di metalli nobili in tutte quelle tombe finora scoperte; eppure i gingilli di ornamento abbondano: anella, armille, fibule, bracciali, bottoni; eppure Sibari era sì proverbialmente ricca e civile al secolo VI!

Tale e tanta barbarie non si potrebbe ammettere alle porte di Sibari, quando la dominazione di essa avesse durato per parecchie generazioni sulle genti di Torre Mordillo. Queste tombe debbono essere o anteriori alla dominazione di Sibari, o, poiché lìuso del ferro è già conosciuto, almeno dei primi tempi della città, tra la fine del secolo VIII e i principii del VII secolo a.C.

Ed ecco che cosa erano cotesti Enotri in cotesto periodo di tempo. Erano, non è dubbio, in quella fosca alba di civiltà che fu tra l’età del bronzo e l’età del ferro; armi ed arnesi dei due metalli si trovano in una medesima tomba. Delle armi, la lancia a foglia di ulivo, di bronzo o di ferro col suo cannello che s’incalma e s’inchioda all’asta di legno; spade di bronzo a manico di osso o di ferro; coltello di bronzo a larga lama, lunata, come quelli delle altre arcaiche necropoli italiche che dicono rasoi; e che credo aspettino altra luce, all’ufficio loro, dall’avvenire; anche un’ascia in ferro, a taglio arcuato e manico di legno. Ma non reliquie di elmi, o corazze, o scudi, o stinieri, ancora ignoti arnesi di guerra a difesa della persona. Vaghi di ornamenti, uomini e donne, le tombe hanno dato in gran copia fibule, anella, armille o monili da braccia, da polso, da gola, forse orecchini, e catenelle e certi dischi a rotelle, messe entro una nell’altra, del genere che dicono falere gli archeologi: anche gli uomini se ne adornavano, se si incontrano armille e monili nelle tombe dei guerrieri. E tutto in metallo di bronzo, o di ferro o di rame, e alcune di osso; con globetti e paste di vetri colorati ed anche con grani di ambra; ma non oro, nè argento, ignoti metalli, a mio credere, agli uomini di quelle tombe. Le fibule in assai numero; e servivano probabilmente a congiungere e tener ferme le cocche delle vesti; sono in forma di drago, ad arco, con l’ardiglione che si ricalcava nella stoffa; alcune, più vistose, a due dischi di filo metallico avvolgentesi intorno e sopra se stesso; e poi gran numero di piccoli aggeggi, che sono bottoni a callottola sferica con pieduccio forato di sotto, di rame, che parrebbe dovessero servire ad ornare più che fermare le vesti alle donne, ma che potrebbero essere altresì globetti da collane e monili. Gli anelli non sono che strisce di rame o spirali di filo metallico avvolgenti la falange del dito, e alcune forse a uso orecchini; né mancano catenelle ad anelli, che s’intrecciano l’un, l’altro. Opere di fusione, solo taluni tirati a martello.

Oltre a qualche vaso di bronzo della stessa tecnica e rudezza degli altri prodotti in metallo, tutte le tombe hanno un corredo di vasi fittili; e (si potrebbe argomentare) per rispondenze di rito funebre. E lutti, come giù fu detto, di arte rozza, di linea goffa, di pancia obesi; qualcuno di speciale forma che ha l’aria di un’otre enfiata, con manico soprapposto a nastro, che è forma strana, ma punto ignota ad altre necropoli italiche; pochi solamente lavorati al tornio, i più a mano; e vuol dire che il congegno meccanico era da poco introdotto ivi, o piuttosto che questi dal tornio venivano da altri luoghi; tutti di un’industria elementarissima e barbarica. Pure in questi ruvidi artefici di bronzo fuso o di creta ollare cominciava già a destarsi un certo sentimento dell’arte, ma tenue ancora ed indistinto quale è nel bambino che scarabocchia dei suoi graffiti la recente parete. In due o tre di queste tombe si sono rinvenute delle figurine fuse in bronzo, aggruppate a coppia, amendue di faccia, l’una che porta un braccio sull’omero della figura compagna e l’altro braccio punta ad ansa sul fianco; ma il tutto sì indeterminato che gli è dubbio se siano nude o vestite! e non sono che appena accennati, ma da fori irregolari, gli occhi e la bocca. Argomentando dal braccio ad ansa, a cui restano ancora intrecciati alcuni anelli, parrebbero ornamenti pensili di collana; il che, se vero, tradisce anche esso la bambineria dell’artefice che sospende le sue figure umane di traverso.

Che queste genti avessero già dei commerci con popoli lontani, lo dimostrano i pezzi di ambra e delle paste vitree trovate in molte dello loro tombe e il bronzo stesso.

L’ambra e il vetro è probabile l’avessero avuto in baratto dai Fenicii, che, come abbiamo visto, ebbero banchi e fattorie di commercio sulle coste jonie, prima di Sibari; nè importa indagare se costoro ricevevano l’ambra dai remoti navigatori della veneta Atria o la traessero direttamente dal Baltico, od anche possibilmente dalla Sicilia10. La presenza dei Fenicii non lungi dallo sbocco in mare del Crati è accertata a Malaca, che poi fu Petelia, nei pressi dove oggi è Strongoli.

poiché il bronzo è lega di rame e di stagno, è forza ammettere che dagli stessi Fenicii, o sia pure dai navigatori tirreni, veniva lo stagno che gl’indigeni mescolavano al rame di Temesa bruzia, o il bronzo in pani che essi poi forgiavano. Di miniere antichissime di stagno si sono oggi scoverte le traccie sulle spiaggie dell’antica Etruria11. Il ferro, se non giunse alla Enotria su navi tirreniche dalle coste elbane o dai Fenicii stessi, era forse offerto dalle stesse terre della penisola che poi fu Bruzia.

Altre funebri reliquie della stessa gente s’incontrarono, alcuni anni passati, a Castelmezzano e a Sala Consilina, e sono testimonianze della età del bronzo. In alcune cave funebri presso Castelmezzano, che è quasi all’umbilico della odierna Basilicata nell’alta valle del Basento, vennero fuori — che è degno di essere notato — una grande fibula in bronzo, dall’ardiglione che poggia sopra un largo disco, e fittili, alcuni di rozzissimo impasto, altri di piu progredita tecnica e decorati a mo’ di quei vasi di Cipro di recente in quell’isola scoverti. La fibula, perché somigliante di forma a quelle di arcaico stampo trovate nelle tombe cornetine ove già fu l’etrusca Tarquinia, ha fatto concludere a valorosi scrutatori del passato che il bronzo di Castelmezzano o pervenne ivi per commercio dalla media Italia, ovvero ricopiato da artefici locali su modelli venuti di fuori; e nei vasi arieggianti a quelli di Cipro, fu vista una importazione dal commercio dei navigatori probabilmente fenicii, prima cioè degli stabilimenti ellenici sulle coste del Jonio; il che vuol dire nell’epoca anteriore al secolo VIII12.

A Sala Consilina (nelle circostanze di questa città, che è dei tempi longobardici, furono le antiche sedi osco-lucane di Atena, Consilina e Tegiano) si rinvennero, tra Sala e Padula, armi ed arnesi di bronzo, lame corte di spade, pugnali, utensili somiglianti a falcetti ed ascie ad alette; anzi, a piè del colle ove siede la città, un vero ripostiglio di molte di questo genere ascie, insieme a vasi di rozza tecnica, non fatti al tornio. Questa raccolta di ascie era riposta in un grande vaso a gonfio ventre, che parrebbe deposito di industria anziché funebre suppellettile13. La rozza ceramica ci menerebbe a tempi non posteriori al secolo VIII e già aperti ai commerci.

Ma posteriori a quest’epoca, anzi, a mio credere, non anteriori al secolo VI, i trovamenti del 1890, in tombe scoperte entro lo stesso abitato della odierna Sala, tombe non ordinatamente esplorate, e pel loro contenuto archeologico non classificate, è vero, ma ricche in vasi di bronzo, in vasi arcaici di greca fattura e di imitazioni locali, in armi e utensili in ferro, e oggetti di ornamento in ambra e fibule in argento. La tecnica di essi rivela più avanzata civiltà, e già aperta al commercio, anzi all’incolato degli Elleni, ivi arrivati dalle coste tirreniche del golfo di Elea o di Posidonia14.

Di trovamenti, dirò, sporadici, rivelanti prodotti di lavoro in bronzo o in rozza ceramica, la regione ne offre saggi ogni giorno in questo o quel luogo. Si può dunque ritenere che per tutta la distesa dell’antica Enotria, dal Basento al Crati e più oltre al fiume Neto, dalla valle del Silaro o del Tànagro fino a Metaponto, dalla cerchia degli Appennini alle sponde del Jonio, vissero genti di civiltà conforme a quella ancora bambina della età del bronzo, verso il secolo VIII e il IX a.C. Costoro la storia scritta ci autorizza di chiamarli Enotri; e la scoperta necropoli della valle del Coscile o del Crati, in quanto al bronzo è commisto il ferro, ci autorizza a dirli contemporanei di Sibari.

Troppo ancora scarsi e incompiuti dati di fatto per poter spingere lo sguardo più oltre: è vero. Molti degli oggetti trovati al Mordillo, a Castelmtzzano, nella valle del Neto15 — fibule, armille, vasi e decorazioni di vasi — rassomigliano per forma identica o quasi, nonché per tecnica, ai tipi delle tombe di Vitulonia e di Tarquinia (del periodo più vecchio), alle tombe euganee, a quelle di Terni e di Tolentino, tutte arcaiche della stessa epoca del bronzo e della prima età del ferro16. Una qualche relazione, un qualche nesso, un qualche influsso è forza di ammettere tra i vari luoghi, tra le varie genti; dapoiché è avvertita tra loro una tale, che non può essere figlia del caso, conformità d’industria bambina. O quegli arnesi arrivarono giù nella Enotria per commerci, o vi arrivarono i tipi, imitati di poi sul luogo: o gli è forse, piuttosto, che questi abitatori dell’Enotria del secolo VIII furono già mescolati di dimora, per qualche periodo di tempo, con quelli della media Italia, abitatori per le valli del Tevere o del Velino, là dove ebbero stanza e i prischi Latini e gli Umbro-Sabini?

Ciascuna di queste ipotesi può essere accolta. Anche i popoli che vennero d’Illiria, prische nell’Apulia e nella Lucania, avrebbero avuto — e perche no? — una più antica dimora nell’Italia di mezzo, e di qua, costeggiando l’Adriatico, vennero in giù sul golfo di Taranto.

Per ora fermiamoci qui. L’avvenire — che potrebbe essere anche il dimani — trarrà senza dubbio dalle viscere della terra altri sprazzi di luce, altri testimoni che smentiranno, o confermeranno, o emenderanno le ipotesi dell’oggi17.

E passiamo oltre, agli Elleni.

NOTE

1. GIUSEPPE DE LORENZO, Reliquie dei grandi laghi pleistocenici nell’Italia meridionale. Napoli 1898 (dal vol. IX degli Atti dell’Accademia di scienze fisiche e matematiche di Napoli) — E Studio geologico del monte Vulture. Napoll 1900 (dal vol. X degli Atti suddetti).

2. Op. cit. pag. 192.

3. GUISCARDI in NICOLUCCI, I primi uomini, ecc. nei Rendiconti dell’Accademia di scienze fisiche e matematiche di Napoli, 1882. — Dei trovamenti dell’età litica nel territorio di Venosa si ha notizia in molte pubblicazioni scientifiche. Ecco quel tanto che me ne scriveva (7 settembre 1887) da Potenza il prof. Emilio Fittipaldi…

«In una trincea scavata per aprire una strada carrozzabile si trovarono, nel terreno rimasto scoperto e nell’altro asportato, in gran quantità armi di pietra, ossa poderose, denti di difesa di un pachidermo enorme, un dente molare dello stesso animale del peso di circa cinquemila grammi, delle ganghe ossifere, ed un utensile che credo un raschiatoio. Le armi di pietra furono sparpagliale: il professor Guiscardi (dell’Università di Napoli) ne ebbe forse un centinaio; io ne ho avute diciotto. Posseggo il molare che credo appartenga all’Elephas primigenius, diversi frammenti di ossa del medesimo pachidermo, dall’avorio fossile, ed un pezzo estremo di un dente di difesa logorato dall’uso che ne fece l’animale. Ho pure un pozzo di selce di tale sagoma, che mi sembra un raschiatoio.

«Le armi, che posseggo, appartengono indubbiamente all’epoca archeolitica, perché sono poco scheggiate, affatto levigate, di selce nerognola, di gres taluna. È naturale che tutte, comunque di diverso peso e dimensione (ve ne ha una del peso di grammi 725), hanno la medesima forma a mandorla: sono scheggiate nel medesimo modo, tanto che due della medesima dimensione, si confondono per la identica fattura. Quasi tutte sono state ricavate da grossi ciottoli rotondi od amigdaloidi, scheggiate con una precisione meravigliosa. Non una di queste accette presenta segni di essere stata adoperata; quindi sospetto che vi fu nella località un’officina. Molte di esse hanno delle incrostazioni di malta, fatta da calcare sciolto e sabbia; così pure il raschiatoio. Le ganghe ossifere che ho avuto, sono ricche di ossa cilindriche a dimensione delle umane…»

Per Acerenza e Metaponto sono accenni in LENORMANT (A’ travers l’Apul. et la Lucan. I, 269-343), che scrive: «J’ai recuilli à Paestum et donné au musèe de Saint Germain deux hachettes de pierre polie.» Ibid. — A Rionero, oggetti dell’industria litica presso l’on. G. Fortunato.

4. Nel Bull. di Paletnologia italiana, note del Pigorini, nell’anno 1890 e nel 1900, e pass. Nelle Notiz. degli scavi, ecc., gennaio 1900. — Nel Metaponto di M. LA CAVA, pag. 133. Gli oggetti litici trovati a Venosa, a Rionero e altrove sono nel Museo preistorico di Roma. — Nel territorio di Muro Lucano l’on. Francesco Marolda Petilli ne dava notizie di aver trovato, tra altri, tre scalpelli di diorite, un coltellino in selce rosso-avana, un altro in selce bianca, quattro freccie con pieduccio.

5. GIOVASSI PATRONI, Un villaggio siculo presso Matera nell’antica Apulia. Nei Monumenti antichi per cura della R. Accad. Lincei. Roma, 1808, vol. VIII, pag. 007 (Con numorose fototipie).

6. Computo dodotto dal numero degli scheletri trovati nelle celle funebri.

7. Quarantotto tombe furono scoverte nel marzo 1888 e descritte nelle Notizie degli scavi di antichità, dell’aprile dello stesso anno, dovo la indicazione descrittiva è preceduta da una Nota del prof. Luigi Pigorini, supremamente benemerito della paletnologia italiana. Alla descrizione è aggiunta una riproduzione grafica di alcuni dei bronzi trovati. Posteriormente vennero scoverte, ivi stesso, altre 105 tombe, descritte a pag. 472 e 575. Op. cit.

8. Nella Nota accennata.

9. Conf. PIGORINI, I più antichi sepolcri dell’Italia, in Nuova Antologia, di aprile 1885.

10. Conf. STOPPANI, L’ambra nella storia. Milano, 1886, pag. 159 e seg.

11. STOPPANI, L’ambra nella storia, ecc. pag. 141.

12. Nelle Notizie degli scavi, ecc., dell’ottobre 1882. Il ch. prof. Bernabei ne tenne parola in lettera che è riferita in appendice al libro «Metaponto» del dott. M. La Cava, pag. 361.

13. La notizia e i pochi cenni descrittiv del prof. Camillo Marinelli sono nel Bullettino di paletnologia italiana, Anno I, 1875, pag. 152.

14. Notizie degli scavi, ecc., aprile 1896, ove si giudicano dal secolo VII al VI.

15. Sulle rive del Jonio, o propriamente a Simeri-Crichi, che è un paesello sulle ultime ondulazioni silane, a 15 chilometri lontana dal mare di Catanzaro, fu rinvenuta una tomba contenente soli oggetti di bronzo, cuspidi di lancia, ornamenti della persona, fibule, anelli, armille da polso o da braccio, conformi a quello di Torre Mordillo; e Ia stessa foggia alle suppellettili funebri, la stessa tecnica alla tomba, anche essa circondata e coperta da lastre di pietra. Poiché non presentava reliquie di ferro, o di ambra o di vetro, nè fittili di sorta, parrebbe dovesse essere più antica di quella presso Sibari: pure una speciale foggia di fibula trovata a Crichi, che si sparte in quattro dischi di filo metallico avvolgentesi sopra se stesso, disposti a croce, me la fa credere della stessa epoca, a un dipresso, e della stessa razza di gente dell’altra sul Coscile, ove la stessa foggia di fibula non manca: gli uni contemporanei di Crotone, come gli altri di Sibari. Questa tomba, trovata nel 1880, e descritta nel Bullettino di paletnologia italiana, anno VIII, pag. 93. Il descrittore diligente, signor Foderare, dice che era a cremazione: e Ia riferirebbe alla prima età del ferro. Dall’analisi del bronzo in essa trovato, si ebbe su cento parti, di rame 93.463, di stagno 6.527; senza nè zinco, nè piombo.

16. Conf. nelle Notizie degli scavi dell’aprile 1888, sopra citate, il giornale degli scavi.

17. Di recente, nel territorio della stessa Matera, in contrada «Timmari» è in corso di esplorazione, ad iniziativa dell’egregio e benemerito Ridola, la necropoli di una stazione preistorica, che pare ebbe a protrarsi sino alla prima età del ferro. Ivi, in piena e nuda terra, innumeri trovamenti di olle cinerarie, con a coperchio una ciotola rovescia: grossolana e nuda ceramica; povertà di contenuto, fuorché di ceneri ed ossa combuste; solo in una, finora, un arnese di ferro. Sono, dunque, sepellimenti a sistema di cremazione, e non di inumazione, come le tombe a fossa di Torre Mordillo, egli altri ben singolari e più antichi a pozzo di Murgia Timone dell’epoca tra della pietra e del bronzo. — Tre sistemi diversi di riti funebri indicano, oltreché epoche diverse, la diversità di stirpi degl’incenerati dagli inumati? — Conf. Note di RIDOLA e QUAGLIATI, nelle Notizie degli scavi, agosto 1900.

Parte I - La Lucania

CAPITOLO VII

LE COLONIE ELLENICHE NELLA ENOTRIA1 — SIBARI E TURII

I popoli che furono conosciuti dai Greci sotto il nome di Enotri occupavano già, da gran tempo, tutta la regione che poi fu la Lucania, e tutta o gran parte della penisola bruzia, quando ivi approdarono le prime colonie elleniche; e fu nel secolo VIII avanti l’era volgare.

Intorno a questo periodo di tempi ebbe principio il movimento delle colonizzazioni degli Elleni nella bassa Italia, se si eccettui la colonia di Cuma; la quale invece rimonterebbe, secondo la cronologia comunemente accettata, ad un’antichità assai più remota; antichità per vero negata da dotti scrittori moderni, ma pure recentemente riconosciuta come attendibile da altri 2.

Nell’Odissea3, si legge che Mente, re dei Tafii, che ebbero fama di navigatori eccellenti

Fendendo le salate onde, ver gente

D’altro linguaggio, a Temesa recava

Ferro brunito per temprato rame,

Se si potesse essere certi che questa Temesa produttrice di rame fosse la Temesa delle piaggie bruzie sul Tirreno, come, del resto, avvisa anche Strabone4, sarebbe di ben remota antichità la notizia delle terre italiche ai navigatori dello coste elleniche. A Temesa, come a Taranto, come a Malaca o Macala, e forse a Siri e a Metaponto erano già stazioni di gente «di altro linguaggio» come li dice il poeta dell’Odissea, allorquando i vecchi Elleni vi approdarono, nel corso fortunoso di loro viaggi verso il golfo, ove fondarono Cuma nei remotissimi tempi. Ma questi sono i dati di una storia che è a confine promiscuo con la leggenda; e la storia umana delle colonizzazioni elleniche in Italia non si chiarisce che tra l’VIII ed il VII secolo.

Il quasi contemporaneo sviluppo delle varie correnti colonizzatrici dalla Grecia alle coste italo-sicule nel secolo VIII, ha fatto pensare ad un insigne dotto, che il moto di espansione oltremarino fosse determinato da un fatto non prima di quell’epoca noto agli Elleni, e il nuovo fatto fu la scoperta delle coste enotrie e sicule avvenuta in quel periodo di tempo. Sarebbe infatti appunto di quei tempi il caso che ricorda Tucidide di quel Teocle che «gettato dalla tempesta sulle coste della Sicilia, tornò in patria ad informare i suoi concittadini della ricca regione incontrata, e degli abitatori di essa»5; e Calcide inviò lui stesso a fondare la colonia di Nasso, che sarebbe la più antica, in Sicilia.

Certo è, veramente, che, da Cuma in fuori, ebbero origini, nel secolo VIII, le maggiori colonie di Sicilia e della penisola italica. Nasso, Siracusa, Ibla, Leontini, Catania, nella grande isola, furono fondate nel breve periodo che va dal 736 al 730; e in terra ferma, sulle spiaggie jonie, Sibari, Locri, Crotone, Taranto, dal 720 al 707. Di più oscure origini furono forse Siri, ed Aliba o Metabo denominata poi Metaponto dagli Elleni che vi giunsero più tardi.

Nel secolo VII si sviluppa la colonizzazione siceliota; e dal 690 al 600 gitta rami e propagini in Gela, in Reggio, in Zancle o Messina, ed in Acre, Casmene e Cameria. Nel secolo VI si svolge la colonizzazione della penisola lucano-bruzia, e si propaga a Lao, a Scidro, a Posidonia, ad Elea, a Terina, ad Ipponio ed altre.

Queste sono le date cronologiche, che diremo uffiziali, delle colonie ora indicate. Ma è lecito supporre che precedettero ad esse approdi o stazioni, o fattorie, o tentativi di stabilimenti temporanei da parte di gente che, più che coloni legalmente staccatisi dalla madre patria, erano forse banditi, o pirati e filibustieri od altro genere avventurieri poco o punto onorevoli. Poi la distanza del tempo coprì della sua ombra pietosa la parte men pura di codesta gente; e quei primissimi stanziamenti di gente equivoca non emersero che nel concetto posteriore dei nipoti a dignità di colonie, dagli inizii legalmente decretati e solenni. Giacché le colonie dei tempi storici e progrediti erano consacrate dall’oracolo precedente e favorevole della Pizia, ed avevano a condottiero legale l’oikistos od ecista, che era il capo, il giudice, e il legislatore designato dalla madre patria. Egli, come tutti i fondatori degli Stati, era in vita venerato come un eroe, e, dopo morte, proseguito degli onori eroici dai coloni.

Da queste solenni consuetudini elleniche dei tempi storici derivò il concetto che fece dai coloni italioti riattaccare la fondazione prima delle loro città agli eroi, popolarmente famosi, del ciclo troiano; e Cremissa e Petilia sono fondate da Filottete, Metaponto da Nestore o da Epeo, Salento da Idomeneo, e chi da Ulisse e chi da Diomede e chi da tale altro dei loro compagni. Ricorrendo alla fonte eroica comune alle genti elleniche, attribuivano alla loro città origini gloriose, grazie al fondatore di essa, e nel nome dell’eroe fondatore attingevano quel battesimo di legittimità, che per la mancanza di un oikista noto era difettiva alla città come alla famiglia venuta su senza gli auspicii e i riti delle giuste nozze. Così ai principii dell’età di mezzo, le chiese delle maggiori città riattaccano l’origine loro agli apostoli o ai costoro primi discepoli: e l’antichità o la santità delle origini religiose erano gloria e conforto all’amore della patria terrena.

Talune di queste colonie predominarono su tutte le altre in un certo periodo di tempo; e in quel momento storico di loro prevalenza furono come il centro della politica dell’Italia e della Sicilia coloniali. Cuma sul Tirreno si eleva ad altezza di stati illustri nelle sue relazioni, pacifiche o battagliere, con le popolazioni della Campania e del Lazio. Nella grande isola ebbe splendore e predominio Siracusa. Nell’ultima penisola di terra ferma, la prima, la più fiorente, la più potente, e la più a diversi titoli famosa fu Sibari; e quando questa cadde e scomparve all’urto di Crotone, ebbe splendore e predominio Crotone; e questa abbattuta da Locri venne il tempo del predominio di Taranto. Le altre città, floride e splendide anche esse, non arrivarono a lustro o larghezza d’imperio pari a quelle ora indicate.

Nella cerchia del nostro soggetto non entra che Sibari; la quale estese dominio su gran parte della interna regione che poi fu la Lucania ed il Bruzio; gittò le sue propagini sul Tirreno con le colonie di Lao, di Scidro, di Posidonia; e sul Jonio stesso estese influssi d’imperio e di patrocinio sulle altre città di Siri, di Metaponto, e si può credere di Lagaria e di Pandosia. Fu pertanto il più forte stato politico, che ebbe dominii nella bassa Italia dal golfo di Taranto al golfo di Posidonia, in quel periodo di tempo che intercesse tra il remoto dominio degli Enotri e quello meno antico dei Lucani.

La data cronologica della fondazione di Sibari è una delle meno incerte, anzi si considera come addirittura accertata: è essa nel primo anno dell’olimpiade 15, che risponde all’anno 34 dell’era romana ed al 720 innanzi l’era volgare6. Fu fondata sulle spiaggie del mare Jonio in quel punto della pianura, dove l’attuale fiume Coscile si scarica nel Crati7.

I suoi primi coloni vennero dal Peloponneso; i più da città dell’Acaia; ed altri, con essi, da Trezene dell’Argolide. Il nucleo, per numero o per importanza, maggiore uscì dalle città di Ege, di Bura e di Elice, in Acaia. Presso di Ege scorreva il fiume Crati (oggi Akrata) e presso di Bura era la fonte detta di Sibari8; due nomi che i nuovi coloni riprodussero, nel paese enotrio nuovamente occupato, ai due fiumi che fluivano da presso alla nuova città. Da Elice, che fu la capitale religiosa degli Achei, veniva l’Oikista, che era a capo di tutta la gente che fondava e popolava Sibari. Il suo nome è incerto; benché si trovi detto Iselikeus nelle carte di Strabone9. E deriva da queste origini, anche il tipo delle sue monete10 che e il toro rivolgente il capo all’indietro, e che per la città fondata da Elicei addiventa un’arme parlante.

Oltre ai Trezenii dell’Argolide ed alle genti dell’Acaia, altri coloni si aggiunsero loro, forse da Rodi o da Locri, giacché solo per la presenza di cotesti gruppi di genti si potrebbe spiegare (come altri ha giustamente osservato) la notizia di taluni miti o leggende che s’intrecciano alla notizia della storia di Sibari.

Ebbe origini, incremento, e fine nello spazio di 210 anni, che e pure un breve spazio di tempo per l’insigne splendore e la potenza a cui pervenne.

La storia della città di Sibari fu meravigliosa a tutta l’antichità; i meravigliosa e fantastica per gli stessi moderni. Città famosa per numero di popolo, per estensione d’imperio, per opulenza di economia pubblica, per raffinatezza di civiltà che parve prossima a corruttela, e per la sua stessa catastrofe repentina e straordinaria, venne la sua causa a mano di tardi retori e sofisti, che, esagerando o impicciolendo o interpretando di traverso tutti i fatti di una civiltà che precorse i tempi e maravigliò i contemporanei, ebbero buon giuoco alle declamazioni in sostegno di una tesi di carattere morale. Sibari cadde troppo presto, e quando, può dirsi, la storia non si era cominciala a scrivere ancora. Il vuoto delle testimonianze contemporanee lasciò libero il campo alle creazioni degli odi di parte e alle infiltrazioni della tradizione orale: all’azione di questa duplice chimica la storia si fuse e confuse nella leggenda! L’odio delle città rivali proseguì, anche dopo che fu distrutta, la memoria della città spenta: e gli odii politici e le teoriche etiche degli istituti pitagorici crotoniati non furono forse gli ultimi forniti che accreditarono presso i posteri le accuse, le fiabe e le arguzie contro Sibari e i Sibariti.

Gli Elleni che fondarono la città nel 720 a.C. trovarono l’interno del paese abitato da popolazioni varie, sotto il nome di Enotri, di Conii e forse di Breuci o Bretti, barbare, o poco meno, di civiltà: giunsero in poco tempo a sottometterle, tributarie, piuttostoché in servitù. Sviluppando celeremente le qualità fattive e assimilatrici di quel misto di vivaci razze venute da’ vari luoghi dell’Ellade, la colonia divenne presto uno Stato potente, così, che potè estendere nell’interno, dall’altro lato degli Appennini bruzii fino alle rive del Tirreno, le sue colonie, tra cui specialmente ricordate quelle di Lao e di Scidro, e forse anche Posidonia; di questa però è dubbio se per via di coloni da Sibari spediti, o da lei staccatisi per secessione di torbidi interni.

Crebbe in popolazione rapidamente così, che parrebbe troppo lontana dalle, ordinarie leggi demografiche, se non soccorresse lo esempio delle odierne, città degli Stati Uniti; e il rapido crescere può spiegarsi dal rapido e largo arrivo dei nuovi coloni dalle terre elleniche, attratti dall’insigne bontà del suolo e del clima; poiché la fama popolare lontana ebbe a dirlo paese di delizie senza spese, il «Bengodi» di quella antica età11.

Diodoro Siculo, accennando al vasto imperio della singolare città, lasciò scritto che i Sibariti concessero il dritto di cittadinanza a molti «stranieri»12; e in questo fatto della isopolizia largamente concessa a costoro, parve ai moderni trovar la ragione della immensa popolazione della città. Ma resta il dubbio di quali stranieri intendesse parlare Diodoro: io credo de’ nuovi arrivati di razza ellenica; e dubito se delle genti barbariche circostanti alla città, come quei moderni Scrittori pare che credano. La comunanza piena del dritto dei cittadini concessa ai barbari, sarebbe fatto insueto a tutta l’antichità.

Riferiva Strabone che Sibari tenne I’imperio su quat popoli e venticinque città13: ed erano senza dubbio le tribù dei semi-barbari circostanti; ma quali esse fossero non è detto; onde corsero libero il campo gl’investigatori delle antiche storie. Erano le popolazioni de’ Messapi, de’ Peucezii, de’ Lucani e degli Enotri, disse già il Mazzocchi14: ma sulla fede di una semplice congettura, si può ritenere per certo un imperio così ampio da giungere fino alla Japigia e alla Messapia? Mannert, invece, indica le popolazioni dei Conii, dei Morgeti, de’ Siculi, de’ Japigii15, e dimentica gli Enotri, più che altri storicamente contemporanei e prossimi a Sibari, e ricorda i Morgeti, che non è probabile non fossero già scomparsi dalla terra d’Italia parecchi secoli prima della floridezza di Sibari, nel secolo VII. Grote, con la sobria quanto efficace misura del buon senso, li dice popoli o tribù indipendenti, di ceppo probabilmente enotrio; e questa pare a me la soluzione indeterminata sì, ma meno arbitraria del problema.

Né minori le divergenze sul nome delle venticinque città; e Lao, Scidro, Posidonia, Siri, Metaponto, Lagaria, Cosa, Pandosia fu congetturato che erano del numero. Altri16 vi aggiunse Macala, Cremissa e Petelia, che, più prossime invero a Crotone, congettura per congettura, è probabile fossero in dipendenza di questa, anziché di Sibari. Ma il numero non torna ancora; e si ricorse in supplemento ai nomi di quelle ignote antichissime città, che in qualche antico geografo si trovano dette «enotrie» come Drio, Bristacio, Cone, e non so che più. Ultimamente il Lenormant aggiunge alla corona geografica di Sibari anche Cerillia, Porto Partenio e Lampetia, e inoltre una città di Sicione, che egli il primo e solo discopre in virtù di una antica moneta e le dà il posto a Scalea; e, infine e con maggior maraviglia, anche la odierna Maratea, che egli crede, dal nome, una Maratia antichissima; ma che per me è nome di origini del tutto medioevali e di popolazioni bizantine! La piena caligine di sì antichi tempi17 scuserà egli mai questa smania degli eruditi di creare qualcosa, qualche parvenza di cosa, dal nulla?

E vengo alla popolazione: il cui aumento fu, come si è accennato, tanto straordinario che la «la città (riferisce Diodoro) contava 300mila cittadini»18. Ma cittadini «attivi», come parrebbe dalla espressione dello storico19; ovvero e non altro che 300mila abitatori? Se cittadini attivi, la popolazione della città dovrebbe ammontare ad un milione e 200mila, in complesso. Or sarebbe egli credibile tanto ammasso di gente, se la città di Sibari abbracciava un circuito di 50 stadii, ovvero un sei miglia e non più20; e se Crotone, che al secolo V e IV a.C. era ampia di un dodici miglia di circuito21, non potè un secolo innanzi, cioè nel 510, mettere in campo contro la stessa Sibari che un terzo di armati meno dell’emula città? È forza dunque di concludere due cose: o che i 300mila di Diodoro erano gli abitatori, in complesso, di Sibari, non unicamente i cittadini, politicamente considerati, della città; o che i 300mila della popolazione di Sibari erano abitatori e della città e del contado di essa. Così il meraviglioso cederà il campo al possibile, e la leggenda alla storia.

Al concetto statistico della popolazione si riattacca quello dell’esercito. Diodoro stesso22 dice che Sibari, nell’ultima campagna di guerra contro Crotone, mise in campo un esercito di 300mila uomini, contro i 100mila dell’avversa città. Evidentemente, nel concetto dello storico siculo i suoi 300mila cittadini tornano qui in campo come soldati; poiché nei supremi frangenti della patria ogni cittadino attivo era soldato.

Un tale sciame di cavallette a foggia di uomini ha fatto credere a coloro che, scrivendo di storia, non dimenticano sui plutei delle biblioteche erudite il senso comune, ha fatto credere, che fosse un esercito tratto non dalla sola città, ma da tutto quell’amplo imperio di Sibari, di cui abbiamo fatto parola poco innanzi. A tale criterio, si avrebbe per tutto lo stato di Sibari una popolazione che può elevarsi fino ad un milione e mezzo.

E gli è forza confessare che non é punto impossibile. Ma poiché tutto è falsato nella storia di Sibari, non ci si neghi lo esame di questa statistica militare. E ricordando che Siracusa, potente forse più della stessa Sibari nel secolo V, sotto l’autorità di Gelone non potè mettere in campo che un esercito di soli 60mila soldati contro i Cartaginesi invasori (i quali da certa storia, eco della fantasia popolare, furono elevati fino a 300mila! annch’essi portati dal vento di Africa), e che la stessa Siracusa, sotto Dionigi il vecchio, con gli aiuti di quelle grandi città che furono Gela, Selinunte, Imera, Agrigento e Cameria, non potè mettere in campo, contro Mozia e i Cartaginesi, che 80mila uomini appena, — chi vorrà credere all’esercito di 300mila soldati di Sibari, spulezzati da non più che 100mila di Crotone, e questi, per giunta, comandati da un atleta? L’esageraziono è strabocchevole; è il seme, onde crebbe, sono i 300mila «cittadini» di Diodoro.

È necessario pertanto fare di gran tara alla statistica demografica diodoriana. E se all’affermazione dello storico sarà lecito di contrapporre quella di un antico geografo, un poco più antico di lui, e che è noto sotto il nome di Scimno di Chio ci troveremo, a mio avviso, meno insicuramente da presso al vero. Scimno23 dice Sibari «grande, nobile, opulenta e bella città,» popolata non di 300mila cittadini, ma sì di centomila. E questi piuttosto abitatori che cittadini.

A questa stregua, che è più conforme allo sviluppo normale della vita dei popoli, la storia di Sibari, almeno per questo lato, si spoglia di quella esposizione tendenziosa, che ne fecero per ogni verso gli antichi scrittori. Sminuita la cifra dei cittadini, è forza sminuire quella dei suoi eserciti; e pertanto, equiparandosi all’incirca le forze combattenti delle due emule città, la vittoria dell’una e la disfatta dell’altra (di cui parleremo), esce dal campo delle maraviglie, e addiventa un fatto umano, soggetto alle leggi, alle condizioni, alla fortuna delle cose umane.

La città, mirabile per numero di popolo, fu meravigliosa per splendore di civiltà e per opulenza. La ricchezza portò presto la raffinatezza dei costumi; e questa parve tanto e sì infinitamente superiore al comune livello delle città dell’occidente, che i filosofi vollero trovare in essa le ragioni dello sùbita caduta dell’imperio di Sibari. E che cosa non fu detto ad ingiuria della singolare città, che cosa non fu colorito in ridicolo, de’ costumi, del tenore di vita, della civiltà de’ suoi popoli? Le «storie sibaritiche» divennero il canavaccio di racconti arguti a trattener le brigate24; poi passarono a dignità di storia.

Era segno di suprema mollezza agli abitanti di Sibari l’uso delle lane finissime di Mileto, — quando le lane di Taranto non erano ancora filate, e non ancora in telaio le sete di Lione, o i pizzi di Spagna o le tele di Olanda! colà dove il clima ardente alle spiaggie apriche del Jonio obbligava a coverture leggere! Mollezza, che ai fanciulli di ricche famiglie legassero i capelli alla fronte di un cerchio d’oro, anziché da un nastro di lana, e cingessero le membra di vesti purpuree! Mollezza di vivere, che il ricco sibarita visitasse i suoi poderi in lettiga, quando i brugham non erano ancora inventati: mollezza, che per le sue ville suburbane passeggiasse, a schermo del sole, sotto viali coperti a rami di verzura intrecciati, o riposasse negli antri scavati nella rupe dall’arte. Segno di corruzione, che le matrone di Sibari assistessero ai conviti dei loro mariti. Ideale di lusso ridicolo, che ai conviti rituali (epulae) delle feste sacre facessero gli inviti un anno prima, e che agli ordinatori più inventivi si desse attestato pubblico, di onore25. Ma i retori di tarda età che predicano Curio ai tempi di Augusto e Cincinnato ai tempi di Adriano, non si avvedono che manca loro il senso dei tempi; e nel fatto di Sibari trasportano alle consuetudini della vita privata quello che era cerimonia solenne di feste pubbliche o religiose; per cui il rito e la consuetudine predefiniva di avanzo coloro che avessero diritto d’intervenire, e lo stesso limite al concorso della festa solenne doveva fare ricercato quanto onorifico l’invito gran tempo prima.

Il Sibarita dorme — si disse — su letto di rose; e una sola foglia che faccia grinza, non lascia ai molli fianchi di prendere riposo! Li sturbava il canto mattiniero del gallo e il picchiare dei mostieri rumorosi; e questi essi proscrissero dalla città. Che più? Effeminati e molli, imparano ai loro cavalli danzare a suon di flauto; e nelle supreme battaglie della patria gli squadroni dei cavalli da guerra si mutano in cavalli da circo, e ballando cavalli o cavalieri, la patria inabissa! — La città di Turii che successe a Sibari ebbe l’uso dei giuochi equestri, a giostre e caroselli; e di là li imitarono poi i Romani26. Gli arguti narratori di «storie sibaritiche» a sollazzar le brigate risalgono da Turii a Sibari; i giuochi del circo dell’una si trasformano in istituti militari dell’altra; e mescolando con l’agilità del prestigiatore al tragico il grottesco, arrivano al colmo dell’assurdo e dell’ingenuità! E gli eruditi ingenui che hanno l’ufficio e la gloria di credere e ripetere, fanno eco, e ripetono!

Sibari fu la Parigi dell’antichità. Ebbe il torto di cadere prima che nascesse la storia, e di non lasciare neppure le rovine che attestassero altrimenti la civiltà sua; ebbe il torto di essere caduta in odio ad un sodalizio illustre per sapienza, per fama, per influssi sull’antica civiltà, i pitagorici. I pitagorici ottimati di genio, di spiriti, di carattere, furono la causa occasionale per cui cadde Sibari, già venuta a mano di una democrazia furibonda e plebea. Da loro, dai loro istituti di vita semplice e sobria dovettero venir fuori i primi germi di quella morale condanna, che cestirono in fiore sul terreno dei retori e dei grammatici.

Tanto splendore di vita e così ricantata raffinatezza di vivere fanno arguire un livello di pubblica ricchezza elevatissimo, e una opulenza straordinaria anche pei tempi moderni. Smindaride di Sibari, quando si portava a sposo in Sicione viaggiò con propria nave con un seguito di un migliaio di ogni genere inservienti, che censirono in cuochi, in uccellatori, in pescatori o confettieri. Ed Alcistene della stessa città faceva pompa di un peplo che, donato a Giunone Lacinia presso Crotone, e venuto in preda, con altre ricchezze del tempio, del vecchio Dionigi, questi potè vendere per centoventi talenti27.

L’opulenza della città venne dai commerci e dalla terra. È ricordata la straordinaria feracità dell’agro tra il fiume Sibari e il Crati, che rendeva, a detta di Varrone, fino al cento per uno; ivi quei campi e quel sole producevano, come producono, abbondantissimi olii, frumento e vini. Sono ricordate le miniere di argento e forse di raem coltivate da Sibari; Temesa, ove era il tesoro sotterraneo del rame, fu probabilmente in dominio di Sibari: erano di certo le miniere di argento nei luoghi, che oggi portano i nomi significativi di San Marco Argentano e di Longobuco. Quanto ai commerci, una congettura del Lenormant è degna di speciale ricordo.

È noto da antichi scrittori che Sibari fu in relazione di commercio e di amicizia con la ricca, industriosa e navigatrice città di Mileto, dell’Asia Minore, e con i Tirreni dell’Etruria, nell’Italia stessa.

Sibari, come è noto, stabilì sue colonie e a Lao e a Scidro, sul Tirreno; e Lao si sa che era posta sul mare all’estremo di una linea retta che vi piaccia idealmente tirare da Sibari sul Jonio allo sbocco del fiume Lao nel Tirreno. Il dosso dell’Appennino onde dilagano, ai due versanti, i fiumi oggi Coscile che è l’antico fiume Sibari, e il Lao, che è lo stesso antico fiume Lao, separa le due città per una distanza di non oltre due giornate di cammino. Sibari non è detto che abbia fatto commerci marittimi: anzi un antica arguzia proverbiava il Sibarita che nasceva, viveva e moriva tra i due ponti del fiume che irrigava la sua città. Il Lenormant è di avviso che Sibari foce il commercio di transito tra le spiaggie del Jonio a quelle del Tirreno per la via interna dell’Appennino; e fu il commesso intermediario degli intraprendenti navigatori Milesii e dei navigatori Tirreni per lo scambio delle ricercate merci asiatico-orientali ai ricchi popoli della Tirrenia etrusca, e delle merci e prodotti italici ai commercianti dell’Asia. Gli uni approdavano nel golfo della città di Lao, gli altri nella rada di Sibari; e queste due città erano come il magazzino di deposito delle merci che i suoi abitanti trasportavano pel dosso dell’Appennino da un mare all’altro. Via scorciatoia che abbrevia la distanza, sopprime i pericoli dello stretto siculo, scansa i rischi della pirateria del mar Tirreno e risponde ad un bisogno vero e grande, non poteva non produrre quei frutti economici che apporta ogni monopolio, naturale o artificiale che sia; quei frutti che trasse Corinto dalla privilegiata posizione sua sull’istmo, sopprimendo distanze e pericoli dello stesso genere. Sibari fece quello che fu Corinto nel commercio dell’Egeo al Jonio, e ne ritrasse la stessa opulenza.

Tutti questi fattori economici di una ricca e raffinata, civiltà, non escluderebbero una causa più alta, che tutti li comprende, cioè una condizione di governo, ottimo, che guarentisse la pace pubblica e l’incremento della pubblica agiatezza. Ma sappiamo punto o poco degli ordini e delle condizioni politiche dello Stato sibarita: e se si volesse giudicare dagli ultimi tempi della sua storia, non si potrebbero arguire condizioni statuali diverse da quelle delle altre prossime città della stessa stirpe. È probabile che i diversi elementi, o di varie origini coloni che popolarono Sibari, non fecero un tutto omogeneo e fuso così, che non lasciassero sorgere lotte ed attriti, sia per privilegi civili, sia economici, i quali turbassero la pace pubblica. È più che probabile, la potenza stessa della città dovè fare ombra alle altre città greche della contrada, e portare tra esse rivalità e gelosie, che poi divamparono tremende all’ultima ora di Sibari. Lo stesso espandersi dei commerci se liga per ragione degli scambi un popolo all’altro, desta le gelosie e le rivalità di tal altro; perché il commercio è per se stesso esclusivo, come ogni interesse; e la concorrenza genera la lotta.

Tra’ pochi ricordi della storia di Sibari è il fatto di una lega tra Sibari, Metaponto e Crotone a danno della città di Siri, sul Jonio. Razze di Achei contro Jonii, i tre alleati facilmente sottomisero la città di Siri. Non si sa quali cause spinsero e quali interessi coalizzarono contro di una le altre tre28; ma non fu controversia per estensione di confini, perché Crotone non avrebbe preso parte alla lotta contro uno stato che dai suoi confini era del tutto lontano. Furono piuttosto interessi di commercio?

Nella breve serie delle monete di Siri è nota una che fa testimonio di un’alleanza o patto commerciale di essa con la colonia di Pixus, o Bussento, che era nelle circostanze di Policastro di oggi, sul Tirreno. È probabile che Siri, la cui grande opulenza ai tempi della floridezza di Sibari è attestata da numerose testimonianze, facesse anche essa un commercio di transito per le merci che approdavano nel golfo di Taranto dalle coste illiro-epirotiche pel cambio delle merci sbarcate nel seno di Pixo o Policastro. La concorrenza sarebbe stata ben grave, senza dubbio, agli interessi di Sibari; di qua la guerra, o un pretesto qualsiasi alla guerra, che fu vinta in tre contro di Siri. Ma quali condizioni imposte e quali utilità ne ritrassero i vincitori, non si sa: tutto è oscuro o incerto, finanche l’epoca del fatto29. Nè punto è provato che dall’esito di questa guerra di tre, avvenne la distruzione di Siri, che anzi Siri è ancora in piedi al secolo V.

Il governo di Sibari, come quello delle città italiote, non poteva essere altrimenti che un governo di ottimati, retto però dall’aristocrazia degli alti censiti, anziché della nascita. Che esistesse in essa una classe privilegiata, di quelle famiglie segnatamente che discendevano dai primi fondatori della città, si può con certezza arguire dal fatto, che avvenne nel secolo V alla ricostituzione della città di Sibari sotto il nome di Turii. Allora i superstiti cittadini della distrutta Sibari, riuniti che furono ai coloni della neonata Turii, pretesero sugli antichi campi di Sibari possesso privilegiato di terre, nonché privilegi di onori nella città risorta; onde derivarono dissensioni, lotte sanguinose ed espulsioni definitive dei pretensori sibariti. È naturale il credere, che i primi fondatori di una colonia compongano, di diritto, il Senato o l’assemblea dirigente il governo della nuova città; e che pur crescendo la popolazione di questa, non possa allargarsi di pari passo la cerchia di quella; sicché resti una condizione, per qualche parte, inferiore degli uni, superiore degli altri. Il governo di ottimati, sia di nascita, sia di ricchezze, è naturalmente conservativo; e codesta indole sua dovè piuttosto irrigidirsi, anziché allargarsi e corrompersi, nelle città italo-greche, agli influssi di quegli istituti pitagorici, che furono senza dubbio fomite di educazione morale e scientifica non solo, ma d’indirizzo politico conservativo altresì. Il governo, di per se stesso, è una funzione sociale aristocratica; e poiché non può distruggere se stesso, è di sua natura fondamentalmente conservativo: le sètte o le forze aperte ovvero occulte che lo combattono, per la natura loro stessa, sono evolutive e distruttive finché lottano; ma quando, vincitrici, diventano governo, sono (se esse durano) dal fatto stesso investite della necessità dell’esistenza, che è forza conservativa o centripeta maggiore dell’espansiva o centrifuga. Certo che l’origine dell’uno o dell’altro carattere si rispecchia in tutti gli atti suoi; ma la natura delle cose non si muta. D’altra parte, gli organismi sociali, come tutti i naturali organismi, si corrompono col tempo; e l’osservazione degli stessi antichi scrittori (pure ammettendo una corruzione interna degli istituti sociali, che da aristocratici si trasmutano in oligarchici, e da democratici in oclocratici) ammetteva che da questa stessa corruzione interna derivasse poi la trasformazione da una figura tipica di un organismo nell’altro opposto, con corso e ricorso, che alla tesi contrapponeva l’antitesi e l’antitesi alla tesi, senza un concetto superiore che li avesse ambedue concordati.

Il governo di Sibari, agli ultimi tempi, mutò in una democrazia popolare, stemperata e furibonda, che si appuntò in un Teli, despota o tiranno, come lo dicono gli antichi30; ma che era il rappresentante della democrazia popolare, accentrante in sé, come Cesare, tutta la prevalente potestà della democrazia. Questa fazione vincitrice (e non si sa dopo quali e quante lotte, e di che genere) cacciò dal governo la parte avversa, aristocratica o timocratica, dei nobili o ricchi che aveva fino allora governato; e di essa cacciò in bando i maggiorenti, in numero, come fu scritto, di cinquecento. Erano dunque tutti i capi-famiglia che componevano il senato della città.

I proscritti ripararono nelle mura della prossima Crotone; e di qua e da quello che successe è lecito arguire che forma di governo timocratico e conservativo dominava altresì a Crotone. Il nuovo governo di Sibari chiede che i suoi proscritti siano non so se consegnati o allontanati dalla città che li accoglieva; e questa, dopo pubblici consigli parecchi ed agitati, decise di non piegare alle dimande della democrazia sibarita. Gli storici dànno il vanto della generosa risoluzione di Crotone all’autorità personale di Pitagora, che perorò per i proscritti. Non è riferito da scrittori assennati, che Pitagora fosse nei consigli del governo crotoniate; ma è probabile che, in un affare di tantissimo momento, fosse richiesto l’avviso di un saggio di tanta autorità, come il capo degli istituti pitagorici. Forse l’autorità sua personale non sarebbe valuta, da sola, a piegar la bilancia a prò dei proscritti, col pericolo di un disastro alla patria; ma membri dell’istituto pitagorico erano membri del governo crotoniate; e l’odio di parte accendere doveva, naturalmente, un governo di ottimati contro un governo di gente nuova e plebea, uscita da recente rivoluzione e che della rivoluzione aveva ancora la intemperanza e la violenza.

E che quella parte dominante a Sibari fosse plebe furibonda e indegna, quanto ignara delle arti di governo, lo mostrarono e gli atti successivi del dramma e la catastrofe. Crotone manda a Sibari ambasciatori per esporre le ragioni del rifiuto; e la plebe che domina a Sibari fa a pezzi gli ambasciatori; anzi, a non dubbio suggello dell’argomento che il governo fosse caduto in preda ai più bassi fondi dell’arena sociale, gettano i cadaveri insepolti al pasto delle fiere: — civile offesa all’umanità dei consorzi civili, che fu tenuta, secondo le idee dell’antica società, come delitto religioso: — e i sacerdoti fuggirono da Sibari31.

Scoppiò la guerra, e si sa come finì la campagna di settanta giorni. Io non credo ai 300mila combattenti, messi in campo da Sibari, contro i 100mila di Crotone; ma quelli tra gli antichi e moderni scrittori che credettero alla cifra meravigliosa, quanto non avrebbero dovuto accusare, non già la proverbiale mollezza de Sibariti, ma la insipienza, la frenesia, la cecità della parte che reggeva il governo della città, che sciupò una posizione sì straordinariamente potente! Ciompi venuti su dalle convulsioni del basso ventre della società, avendo perduto per sue violenze tutti gli elementi di forza e di vigore che apportano ai consorzii civili i rappresentanti della ricchezza, della nascita illustre e della tradizione di governo, si trovò ai fianchi non altri che gli elementi disgregati di una democrazia plebea che sostituisce alla forza la violenza, al consiglio l’impeto, alla temperanza la passione; e che al primo urto si sfascia, se non ha la fortuna di vincere. All’urto infatti dei Crotoniati essa non tenne testa; si sfasciò e andò in frantumi; e quelli arrivano vincitori sotto le mura di Sibari. Con essi era Dorieo fratello al gran Leonida delle Termopili32 che, emigrato con molti compagni da Sparta, veniva in cerca di miglior fortuna in Italia. A Sibari la sùbita disfatta produsse, come al solito, il contraccolpo nella stessa parte che era al governo; e la plebe che sui campi di battaglia si era ecclissata, gridando (possiamo credere) al tradimento, fece in pezzi Teli stesso e la famiglia.

Il vincitore entrò nella città, e con la rabbia che divampa dal cozzo sanguinoso delle armi, con l’aculeo della vendetta elevata a dovere dal fanatismo religioso, con l’odio lungamente nutrito verso un’emula e sovvertitrice e prepotente città, incendiò, abbattè, distrusse tutto; cacciò via il resto del popolo; e perché la vendetta fosse eterna, sprigionò (dicono) dal suo letto le acque del Crati, e ne diresse la corsa a sommergere quel che avanzasse della distrutta città. Il popolo superstite si ritrasse a Lao, a Scidro, altrove. E così di Sibari, la più grande, la più splendida delle greche città, anche le ruine perirono33.

Sibari cadde nel 510. Non prima di 58 anni dopo, secondo la narrazione di Diodoro34, i suoi cittadini tentarono di farla risorgere sullo stesso luogo, e sulle sue vecchie rovine; ed anche questo mi abilita a non credere nella procurata diversione del fiume Crati.

Ma vennero i Crotoniati a ricacciarneli da capo. Era dunque necessario di trovare altri potenti che avessero rintuzzato o mansuefatto l’odio dell’inimica Crotone; e gli espulsi mandarono in Grecia a pregare i Lacedemoni e gli Ateniesi perché gli aiutassero a rientrare nella loro antica sede, e prendessero parte con altri coloni alla loro città. I Lacedemoni rifiutarono: ma gli Ateniesi, a consiglio di Pericle, fornirono dieci navi, e mandarono altri coloni ai Sibariti, con a capo Senocrate e quel Lampone, che era un famoso indovino ovvero interprete di oracoli. Avevano già fatto bandire per le città del Peloponneso, che era fatta licenza a tutti di prendere parte a questa colonia; sicché molta gente vi si aggiunse.

E poiché a rendere civilmente e religiosamente legale una colonia, voleva la consuetudine si fosse consultato l’oracolo di Apollo, che, simbolo della greca civiltà, era il divino conduttore di essa ai lontani popoli, Atene ricorse all’oracolo: e questo rispose, dice Dionigi35

«che bisognava fondar la città, là dove vi fosse acqua da bere con misura, ma suolo fertile in vettovaglie senza misura. Sbarcati adunque in Italia, i novelli coloni vennero a Sibari; e cercando il luogo cui accennava l’oracolo, incontrarono, non lontano da Sibari, una fonte che era detta Turia; e da essa sgorgavano le acque per una doccia di rame, che gli indigeni dicevano medimno. Qui si fermarono. E circondando il luogo di un muro, costrussero una città che chiamarono Turii».

Questa è la tradizione. Ma una città detta «Turia» era nel Peloponneso, ed un’altra col nome di «Thyrea» tra la Laconia e l’Argolide, e una terza nominata «Thyrrium» nell’Acarnania. È probabile che il nome alla città del Crati fu dovuto piuttosto al prevalente numero di quei coloni o iniziatori dell’impresa, che venivano da qualcuna delle omonime città ora indicate.

Questa Turii sarebbe surta nel 446 a.C.36.

È doppiamente notevole tanto che i Crotoniati questa seconda volta non vennero a cacciarneli, quanto che la prima volta, e appena distrutta Sibari, Crotone non occupasse di suoi coloni il territorio della vinta città; eppure una delle intime cause delle intestine discordie delle città italiote tra popolo e ottimati era appunto nella scarsità del proprio territorio, già occupato dagli uni e preteso dagli altri. Giamblico, uno dei tardi biografi di Pitagora, dà come causa della distruzione dell’istituto dei Pitagorici a Crotone anche questa, che, dopo distrutta la grande rivale, fu proposto nel Senato crotoniate di dividere al popolo vincitore il territorio di Sibari, e il Senato ricusò; onde gl’impeti e le violenze e gli eccidi contro l’assemblea composta di Pitagorici. Ma codesto è difficile a credere, osserva il Grote37:

«giacché se fosse vero, la distruzione dei Pitagorici avrebbe prodotto di naturale conseguenza la divisione e la occupazione permanente del territorio sibariese; ciocché non accadde mai; giacché il territorio restò senza possessori fino alla fondazione di Turii.»

Anche questa astensione di Crotone è un enigma della storia di Sibari. E quanto alle prime relazioni tra Crotone e la nascente Turii, poiché ogni ira in quella è cessata, è lecito di argomentare, che un qualche trattato intervenne tra gli Ateniesi e i Crotoniati; pel quale qualche guarentigia o soddisfazione fu potuta dare alla polente città dal Capo Lacinio, quella, forse, di non far risorgere il nome odiato di Sibari, o di non toccare al posto della distrutta città; e fu stretta tra loro un’alleanza38. Allora il confine dei territori tra le due città fu il fiume Ilia39, che è uno dei corsi di acqua, non bene determinato, tra Rossano e Cariati.

Tra tanti coloni ellenici che vennero a Turii furono, ben degni di ricordo, Lisia il grande oratore, il grande architetto Ippodamo, Erodoto e forse anche Tucidide. Era bene augurata quella spanna di terra italiana che attirava a sé tanti insigni uomini! Erodoto, cittadino di Turii, scrisse ivi gli ultimi sei libri della sua storia: ed ivi morì. Gli antichi lo dissero lo storico di Turii.

Anche Ippodamo fu dello dagli antichi (ancorché nato in Mileto) cittadino Turiese, poiché diresse con arte e regole di simmetria nuove o inusate, la edificazione della nuova città. La quale (dice Diodoro)40

«venne divisa per la sua lunghezza da quattro ampie strade, che ebbero il nome da Ercole, da Afrodite, da (Giove) Olimpio e da Dioniso; e per la sua larghezza fu divisa da altre tre strade, che si dissero Eroa, Turia e Turina. Negli spazi intermedi alle strade i coloni elevarono gli edifizi; e la città ne ebbe (soggiunge lo storico) una bella apparenza.»

I cittadini furono divisi in dieci tribù: le quali parmi siano in relazione topografica con i venti quartieri o sestieri, o rioni, che risultano dall’incrociamento delle sette strade, ricordate dallo storico siculo. I nomi delle tribù si riferirono a luoghi della madre patria onde erano venuti; e tre ricordano il Peloponneso, cioè

«la tribù Arcadiese, l’Achea o la Eliese,» tre altre avevano nome di Beotica, da’ Beoti; di Doriese, dalla Doride; e degli Amfiziònidi, forse così detta da quelli che vennero dalle vicinanze di Turii, o dai paesi vicini alla Beozia ed alla Doride41. Le altre quattro furono la Jonia, dai Jonii dell’Asia Minore, l’Ateniese, l’Euboica, e quella «degl’Isolani del Mare Egeo.»

Ebbero nei supremi ordini dello stato un Senato, ovvero una giunta di Governo detta dei «Simbuli»; una magistratura dei «Custodi delle leggi» a intento di sorveglianza o di freno agli abusi dei pubblici uffiziali o dei tesorieri; e senza dubbio, le Assemblee popolari, che sanzionavano le leggi stesse: ordini di governo, in origine, tendenti ad aristocrazia; ma piegarono presto a timocrazia oligarchica, secondo un accenno che ne fece Aristotile. Diodoro Siculo aggiunge che «elessero a legislatore Caronda42», ma questi appartenne ad un’età molto anteriore alla fondazione di Turii; e non può essere.

Le città italiote non ebbero svolgimenti di tranquilla esistenza. Quando gelosia di prossimi Stati non ingenerasse attriti di controversie e di guerre, gli intimi germi di intestini dissidi fermentavano in seno alle città, e le agitavano in torbidi e guerre civili.

Sia diversità razze che coabitavano insieme, sia la forma di governo che non giunse a contemperare equamente le forze delle classi alte, delle medie e delle popolari in una società, che si fondava sulla schiavitù e sul concetto del dritto creato dallo Stato; sia la mancanza, nei loro organismi costituzionali, di un potere direttivo, ma forte e indipendente dalle mobili maggioranze dell’agora; sia la mancanza di un organo che rispondesse alla funzione propria a quel congegno tutto moderno che è l’esercito stanziale, quelle città, segnatamente le ordinate a democrazia, versavano in un’attività, che svegliava senza dubbio in alto grado le facoltà intellettive dei cittadini, ma che trasmodava in lotte che non conferivano alla pace pubblica. Ciclo, anziché serie, di demagoghi e tiranni.

La storia di Turii, per quel tanto che sappiamo, non è difforme da questi concetti. Le prime discordie sbocciarono quasi alle stesse origini della città.

«I sibariti, reliquia o discendenti dell’antica popolazione — racconta Diodoro, XII, 31 — si arrogarono le principali magistrature, e non restarono che gli uffizi di minore importanza ai nuovi e più recenti cittadini arrivati. Essi pretesero che, nelle solennità de’ sacrifizi, le consorti dei cittadini antichi prendessero i primi posti di preferenza alle altre dei venuti dipoi. Nella ripartizione del territorio si attribuirono le terre più prossime alla città, lasciando ai nuovi venuti le più lontane. Ne nacquero di grandi discordie; e avvenne che più numerosi e più forti i nuovi venuti, questi uccisero quasi tutti i più antichi, e restarono essi i padroni della città. Chiamarono dalla Grecia nuovi coloni, e distribuirono loro i quartieri della città e le terre. La colonia arricchì prontamente, governata che fu da ordini democratici.»

E continuando, ricorda Diodoro (XII, 22, all’olimpiade 83, ovvero 445 a.C.),

«che i Sibariti scampati agli eccidii dei Turini, andarono a stabilirsi sulle rive del fiume Traento; ed ivi dimorarono qualche tempo; finché non vennero i Bruzii che li scacciarono e li dispersero» (verso il 350 a.C.).

Questa città sul Traento, che oggi è fiume di quasi identico nome presso al capo Trionto sull’Jonio, sarebbe una seconda Sibari (anzi terza, se si tien conto di Turii); ed a questa seconda città i nummologi riferiscono le monete con la leggenda di Sibari, in caratteri non arcaici43 quali si veggono sulle monete incuse dell’antica Sibari.

E qui nasce il dubbio, se questo rivolgimento di Turini che cacciarono gli antichi Sibariti, sia un evento diverso da quello di che è ricordo in Aristotile, il quale accenna ad una simigliante cacciata dei Trezenii dalla vecchia Sibari per violenta opera dei concittadini di stirpe achea44. I cacciati da Turii fondarono una nuova Sibari, sul Traento; i già cacciati da Sibari fondarono o si aggiunsero coloni a Posidonia, sul Tirreno. Siamo innanzi ad una reduplicazione parallela di un unico fatto? o, in diversi tempi, le identiche cause produssero identici effetti?

Le diversità di razza dei cittadini rinfocolavano senza dubbio le parti politiche della città. Nel corso della sua storia, sappiamo che ciascuna di esse, secondo le origini sue, ricorreva al patrocinio di Atene o di Sparta, i due stati egemonici della madre Ellade. Ciascuna accampava dritti di prevalenza, invocando l’una delle due città come madre patria di Turii; poiché, secondo il costume dell’età e della gente, era dovuto dalla colonia alla città madre, nonché onoranze di ossequio e materiali aiuti in caso di bisogno, ma quella deferenza che ai consigli dei genitori debbono i figliuoli. Nelle diverse e petulanti pretese delle due parti fu interrogato l’oracolo di Delfo; e il senno prudente dell’Iddio rispose che Oikista di Turii non fu altri che Apollo, Apollo il conduttore ideale della civiltà ellenica a’ lontani. A schermo di questa solenne decisione il governo di Turii poté, con giusti intenti di prudenza civile, dichiararsi neutrale nella guerra del Peloponneso tra’ due stati egemonici. Ma nel gioco della guerra fortunosa, e nell’attrito delle interne fazioni pare venisse al governo or l’una, ora l’altra; e si trova scritto che Atene, nel periodo della spedizione di Sicilia (circa il 414 a.C.), ebbe in aiuto dalla città di Turii 700 soldati di grave armatura, 300 arcieri e vettovaglie45; poi quando la spedizione andò a male, il controcolpo echeggiandone in Turii, portò in auge la fazione contraria; la quale espulse dalla città la parte atticizzante; e in questa era Lisia, che proscritto venne ad Atene (411 a.C.). Turii allora piegò verso la politica di Sparta.

Turii che succedeva a Sibari è probabile che nel primo rigoglio di sua vita politica ambisse agli stessi limiti, alla stessa estensione d’imperio della grande città. Forse ne tentò l’impresa; ma le città d’intorno erano uscite dalla minore età dei tempi di Sibari, e non lo permisero. Per espandersi come Sibari al nord verso la Siritide, nacque la guerra con Taranto; non vinse, non occupò la città di Siri, ma qualche parte del territorio l’ottenne dai Tarantini che prevalsero, come sarà detto più innanzi. Al sud era Cotrone potente e florida, e il breve confine si arrestò al fiume Illia. Fece guerra con la città di Terina46; ma l’esito è ignoto. Lao, Scidro, Posidonia, se un tempo colonie di Sibari, erano già stati autonomi e forti: nè senza fiere guerre e grandi vittorie queste avrebbero piegato alle pretese di Turii. La quale, al contrario, su quali grandi forze poteva fare assegnamento per soggettarlo, se nel 390 a.C. non potè mettere in campo contro i Lucani che un esercito di soli 15mila uomini? E i Lucani comparvero presto a stringerla e restringerla in brevi confini.

Più fortunata che per altre città italiote, la storia ha raccolto la notizia di alcune sue leggi. Le attribuirono gli antichi a Caronda; e non è vero. Ma il palese anacronismo non ha tolto a taluno di credere almeno ad un possibile accomodamento delle leggi carondiane alla civiltà turiese; anzi tal altro è di avviso che il sapiente aggiustatore fu proprio quel Protagora celebrato, sofista e contemporaneo di Pericle, che da un antico viene detto anche lui legislatore di Turii47. Ma potremo credere alla sapienza efficace di queste leggi, se desse furono davvero quali si leggono riferite in Diodoro?48.

E per quanto non convenga giudicare il passato con i concetti dell’età nostra, tanto, come non sorridere all’ingenuità del legislatore famoso, e alla maggiore ingenuità dello storico che le riferisce ammirando? I più antichi legislatori (è vero) non distinguevano, non sapevano distinguere quello che noi si dice il campo della morale dal campo del diritto: ma quale efficacia giuridica poteva esercitare l’assorta legge turiese di Caronda che minacciava di forti ammende coloro che avessero avuto pratica da amici con i malvagi! Anziché legge sarà un consiglio etico; e anziché comando di un Caronda legislatore, sarà opera di uno di quegli antichi sapienti scrittori di versi dorati o di auree sentenze.

Un’altra legge proibiva le seconde nozze al cittadino vedovo che avesse figli; e in pena, sarebbe stato escluso dai pubblici Consigli. Ai tristi che fossero convinti di calunnia era pena lo scherno del pubblico: essi sarebbero tratti per le vie della città, coronato il capo di non so quali foglie, se non fosse l’ortica! I poltroni che non prendessero le armi in difesa della patria, ordinava la legge sedessero alle contumelie del pubblico, tre giorni, ma in veste da donna!

Misericordia e giustizia gli degna!

Ed assorgendo a più alte sfere legislative, Diodoro ricorda la legge che attribuiva la tutela degli orfani ai parenti del lato materno; e dagli intendimenti di questa legge si potrebbe inferire che a Turii il ramo materno fosse escluso dalla successione ereditaria della famiglia.

Sarebbe ben degna di maraviglia l’altra legge dell’istruzione obbligatoria, che tutti i fanciulli della città dovessero imparare i primi rudimenti delle lettere, e che le pubbliche scuole fossero tenute a spese dello Stato. Anacronismo di retori riferito ai tempi del vecchio Caronda, non parmi pure in armonia con la nòta austera e rigida della stessa legislazione turiese riferita a Caronda stesso. Attribuendo alla mutabilità delle leggi una causa efficiente della mutazione degli Stati, era ordinato, per chi volesse proporre la revisione di una legge, si presentasse all’assemblea deliberante con al collo una corda; che era lì per strozzarlo, se l’assemblea rigettasse la proposta. Era in fondo il concetto jeratico che la legge è santa; che lo Stato è opera divina; che ogni moto è regresso: era il concetto dorico che mal si addiceva alle mobili stirpi achee.

In tutto lo spazio del tempo trascorso da Caronda in poi, tre volte sole (dice Diodoro) e tre soli cittadini di Turii proposero una riforma a qualche sua legge49; ed egli accenna a quei tre casi quali ha potuto immaginarli un grammatico. Ma non ricorda egli un’altra legge di Turii, che non fu di certo opera di Caronda; ma che è riferita da un uomo di troppo superiore a Diodoro, perché non si abbia a stare al di lui giudizio. Ed è una legge che proibiva di conferire pubblici uffici allo stesso cittadino, se non dopo un intervallo di cinque anni. Aristotile fa le lodi di questa legge50; e benché altri maraviglia della lode di Aristotile, noi possiamo aderire, di sicura mente, al giudizio del «Maestro di color che sanno».

NOTE

1. Ecco la Cronologia delle Colonie sicilote e italiote della Italia meridionale: una cronologia per la maggior parte di esse approssimativa come di tutte le cose in fieri: Cuma, fondata secondo la cronica di Eusebio nel 1050 av.C., secondo altri nel 1031; Nasso, nel 736; Siracusa, nel 735; Ibla, nel 736; Leontium, nel 730; Catana, nel 729; Sibari, nel 720; Crotone, nel 710; Taranto, nel 707; Gela, nel 690; Siri, nel 680?; Metaponto, nel 650?; Locri, nel 683; Reggio, nel 668; Acra, nel 665; Messana, nel 664; Posidonia, nel 650?; Casmene, nel 600; Elea, nel 536; Thurii, nel 446; Eraclea, nel 433.

2. Conf. HOLM, nell’Archiv. stor. delle prov. napolit. 1886.

3. Lib. I.

4. STRAB. VI, 393.

5. TUCID. V, 6. — STRAB. VI, 310, lo dice ateniese.

6. Secondo la cronologia di Eusebio, l’anno 709.

7. La pianta topografica della pianura, ove di ritiene, pure dubitando, che fosse Sibari, si può vedere nelle Notizie degli scavi di antichità, pubblicato per ordine del Ministro della istruizione pubblica. Roma, anno 1879, pag. 245.

8. STRABONE, VIII, 592, 3.

9. STRABONE, VI, 404. — In GROTE, Storia della Grecia, vol. V, c. IV, p. 97, è ricordato che:

«Kramer, nella sua novella edizione di Strabone, dubita, come già il Koray, della esattezza del nome Ισελικευς; il quale, senza dubbio, si allontana dalla solita analogia dei nomi greci… Egli stampa Οικιστής σε αυτης ὀ Ἰσ… Ἐλικευς facendo di Eliceus l’etnicon della città achea di Elice.»

Lenormant (La Grande Grèce, Paris, 1881. I, 256), senza più, dà all’oikista il nome di «Is, di Elice;» e così altri oggidì.

10. Il significato della strana posa dol toro sibaritico fu felice intuizione di un dotto archeologo napoletano, Giulio Minervini.

«Il toro — egli scriveva — è il tipo numismatico degli Achei di Sibari. I tori di frequente sono detti dai poeti ἑλίκη (Odiss. A, 92), e tra le varie spiegazioni di questa parola è anche quella della loro flessibilità (Hesych, ad v. ἑλίξ). Bene dunque conveniva al toro retrospiciente di Sibari l’epiteto di ἑλίξ. E se si aggiunga il rocordo del Nettuno Elicenio degli Achei, a cui veniva sagrificato il toro, ben si trarrà da questa duplice fonte il significato del tipo numismatico di Sibari.» (Bullett. Archeol. Napoletano. Anno VI, 1858, 178).

11. In frammenti superstiti di antichi poeti greci, è accenno a leggende di paesi di Bengodi o di Cuccagna…

Il comico Metagene, nei suoi Turiopersi, fa così parlare un abitante di Turii:

«Il fiume Crati a noi volge grossissimi

Pani impastati da sè stessi, e il Sibari

Gonfio di carni e di stiacciate fluttua,

E razze già lessate entro vi guizzano.

Seppie belle e arrostite in ogni rivolo

E acciughe raccogliamo, e fragri o gamberi

Fritti, umidi, salsiccie. Giù da l’etere

Piovon gli arrosti in bocca e a’ piè ci cadono,

E i pan buffetti intorno a noi fan circolo.»

(Framm. 6)

Da ETTORE ROMAGNOLI in un articolo «Soggetti e Fantasie della commedia antica,» in Nuova Antologia, 16 giugno 1897.

I framm. sono in KOCK, Comicorum atticorum fragmenta, Lipsia, 1880.

12. Bibliot. Istorica, Lib. XII, § IX.

13. Libr. VI, 404.

14. Ad Tab. Heracl. 108, n. 71.

15. Conf. CORCIA, Op. cit. III, 282.

16. CORCIA, III, 281.

17. ERNESTO CURTIUS (Storia greca, vol. I, 459. Torino 1879) tagliò corto, e le 25 città di Strabone dice «colonie» senza più.

18. Libro XII, § IX.

19. πολίτης.

20. STRABONE, VI, 404.

21. In LIVIO, dec. III, lib. IV, 3.

22. DIODORO, luogo cit.

23. Scimno, o piuttosto l’Anonimo che va sotto il nome di Scimno di Chio, e che scrisse verso l’anno 90 av.C. la sua Orbis descriptio, dice di Sibari: urbe magna, gravis, opulenta, pulchra, decem fere myriades habens civium e propriamente: δόκα μυριάδας ἔχουσα τῶν αστῶν σχεδον. — In Geographi Graeci minores; recognovit C. Mullerus, etc. Paris, Didot, 1855, vol. I, p. 210, ver. 340, 5.

24. GROTE, vol. V, 117. — ELIANO, Var. Histor. XIV, 20. — ARISTOF. Vespe, ver. 1260.

25. Ad Icaria, sulla strada che da Atene va a Maratona, fu, tempo fa, sterrato un santuari dionisiaco; e in esso una iscrizione del IV o III secolo av.C., che è un decreto della città di Icaria, accenna al dono di una corona offerta al demarca Nicone per avere presieduto con zelo sollecito alle feste dionisiache. — Nel giornale l’Opinione, 11 ottobre 1888.

26. TACITO (Ann. XIV, 21) scrive: A Tuscis accitos (Romam) histriones, a Thuriis equorum certamina.

27. V. appresso, al capitolo X.

28. Taluno la «triplice alleanza» contro Siri riferirebbe a queste aprole che si leggono nella epitome di Giustino (XX, 2):

Metapontini cum Sybaritanis et Crotoniatibus pellere ceteros graecos Italia statuerunt.

Ma dalla incoerenza loro si può arguire che qualche cosa manca al periodo dell’epitomatore; onde è, per me, l’assurdità del concetto in esse contenute. Di quali «Greci» e di quale «Italia» si intende parlare?

29. La guerra di Sibari, di accordo con Metaponto e Crotone, contro Siri è posta nell’Olimp. 50, ovvero 580 a.C. da E. Curtius (Storia greca, II, 254): e poco dopo, cioè tra il 570 al 565, dal Lenormant (A’ travers l’Apulie et la Lucanie, I, 344). Sono computi approssimativi che si fondano sul dato che la guerra fu anteriore alla caduta di Sibari, e sopra l’affermazione di Trogo Pompeo presso Giustino (XX, 2-4).

30. Erodoto lo dice anche «re» (V, 44). — È notevole che dalle istorie di Erodoto, il quale pure visse a Turii un secolo dopo, la storia di Sibari non apparisce conforme ai racconti di altri storici e scrittori dell’antichità.

31. ERODOTO, V, § 44, che accenna a Callia, sacerdote o indovino, della famiglia de’ Jamidi, di Elea ellenica.

32. Conf. Erodoto, V, 41 e seg. e VII, 205.

33. Poiché della storia di Sibari tutto è straordinario e maraviglioso, parrebbe un prodotto postumo di codesti sentimenti anche la notizia dell’appensata diversione del fiume Crati per disperdere fin le ruine della città. Strabone afferma espressamente il fatto; e recenti ricerche topografiche (poiché si allogherebbe l’antica Sibari nei piani tra Serra Pollinara e Caccia Favella, nel territorio del comune detto Terranova di Sibari) hanno riconosciuto, a destra de’ meandri dell’attuale Crati, un avvallamento, che oggi ancora è detto «Valle del Marinaro» e il «Crati vecchio». Erodoto, che visse non breve tempo in questi luoghi di Turii, un’ottanta anni dopo la catasgtrofe di Sibari, parlando di un tempio elevato a Minerva Cratiese da Dorieo, lo dice posto «presso il Crati secco» παρα τον ξερον Κραθιν, lib. V. 45. Questo confermerebbe (secondo il Grote, VI, VI) indirettamente la deviazione del fiume che ne fecero i Crotoniati. Quanto a me, non posso restarmi dall’osservare, che Erodoto, se parla della citta presa dai Crotoniati, non accenna alla rabbiosa distruzione di essa; né, molto meno, al deviamento artefatto del fiume; ed egli, contemporaneo, abitò lungo tempo sui luoghi. Nè Diodoro Siculo ne fa parola; anzi dal suo racconto può trarsi argomento in contrarloa. Né posso dimenticare, come quasi tutti quei fiumi che si versano al mare per la pianura del Jonio hanno cambiato di letto, per proprio impulso, o soventi, anche nei tempi da noi non lontanib. Non sarà egli, dunque, lecito almeno il dubbio per questa ultima vendetta dei Crotoniati, ai quali forse la postuma tradizione addebitò come fatto a disegno un evento naturale? I meandri, che oggi descrive il fiume nella regione «Pattursi» che è il luogo dell’antica Sibari, mostrano che sono piuttosto un effetto dello scarso declivio del suo corso; e credere codesti meandri opera appunto, ovvero conseguenza dell’opera rabbiosa dei Crotoniati del VI secolo a.C. è, parmi, un fare troppo a fidanza con Ia fantasia. Forse bastò ai Crotoniati di tagliare un qualche argine, onde il fiume traboccasse ad allagare la città sottostante; forse il fatto dell’allagamento non fu dovuto altrimenti che alla mancata cura di mantenere appunto codesti argini, onde la città era difesa. Nel silenzio significativo di Erodoto, io accoglierei piuttosto questa ultima congettura.

a. Diodoro (lib. XII, § X) non dice altro che questo: «I Crotoniati erano tanto esasperati che non vollero fare nessun prigioniero; uccisero tutti i fuggitivi che poterono raggiungere; fecero un gran massacro; saccheggiarono la città di Sibari e la spopolarono intieramente».

b. Il Bradano mutò l’antico alveo in quello che oggi percorre nell’anno 1243. Le vestigia dell’antico letto si vedono ancora verso il nord, dice l’Antonini, il quale si riferisce inoltre ad un diploma del 1253 che attesterebbe il fatto (La Lucania, P. III. v. p. 531). — Anche il fiume Sele mutò di corso, nell’ultimo suo tronco, ai tempi di Carlo II di Angiò (Id. ibid. pag. 197).

34. Lib. XIII, 10 e dice: «Cinquantotto anni dopo (447-6 a.C.) alcuni Tessali lo ricostruirono: ma non passarono cinque anni e vennero i Crotoniati a ricacciarneli».

35. Lib. XII, § X.

36. È la data di Diodoro, ibid. (Olimp. 83.3) e lui seguono Heyne O. Muller, ecc. Invece Raoul Rochette, Clinton, Kruger, Dodwell sono per l’anno 444. — Conf. THEOD. MULLER, De Thuriorum Repubblica, Gottingae (1838), il quale, trattando minutamente delle cose di Turii sino al termine della guerra peloponnesiaca, sostiene, interpretando Diodoro, che furono due le colonie venute a fondare Turii, a due anni di intervallo, nel 446 l’uno, nel 444 l’altra (p. 4, 6). — E sia!

37. Storia della Grecia, vol. VI, c. VI, p. 266.

38. DIODORO, lib. XII, c. 11.

39. Confr. TUCIDIDE, VII, 35.

40. Lib. XII, 10.

41. T. MULLER, Op. cit. p. 23 (ἀμφι circum e prope).

42. Ibid. XII, 10.

43. Hanno per tipo il toro sibaritico retrospiciente e la testa della Pallade attica, con le parole, in più recente forma di lettere, ΣΙΒΑΡΙ — Conf. GARRUCCI, Mon. ant. 145.

44. ARISTOT. Polit. V, 3 disse: — «Trezenii ed Achei essendo insieme coloni in Sibari, quando gli Achei crebbero di numero, ne scacciarono i Trezenii; onde ne venne il motto di scelus sybariticum

45. TUCID. VII, 35, 57. DIOD. XIII, 11.

46. In POLIENO, Stratag. II, 6.

47. HEYNE, Opus. Acad. Prolus. VIII e IX. — MUELLER, Op. cit. p. 41.

48. Lib. XII, §§ 12 a 19.

49. Lib. XII, § 17.

50. Polit. V, 7. Egli veramente non accenna se non all’alto ufficio di stratego.

Parte I - La Lucania

CAPITOLO VIII

LE COLONIE ELLENICHE SUL MARE JONIO: — SIRI, ERACLEA, PANDOSIA E METAPONTO

Dopo lo stabilimento di Sibari, e per impulso, in gran parte, di essa, altre colonie elleniche vennero sorgendo alle spiagge dei due mari della regione enotro-lucana. Sul versante al Jonio Siri, Eraclea, Metaponto, Lagaria, Pandosia; sul versante al Tirreno Lao, Scidro, Pixo, Molpa, Elea e Posidonia.

La serie delle colonizzazioni elleniche sulle spiaggie della bassa Italia non furono, per ciascuna colonia o città, fatti isolali e senza seguito; nè fatti che si restrinsero unicamente al lembo di terra, prossima al mare, sulla quale s’impiantarono. O cominciassero, talune, come fattorie di commercio, ovvero tali altre per occupazione violenta di filibustieri, o per impianto legale di colonia propriamente detta, esse ebbero a ricevere man mano, per non breve periodo di tempo, nuove aggiunte di coloni dalle terre elleniche; e, per non breve tempo, mandare fuori del proprio seno altri sciami di coloni per l’interno paese, occupato da barbari, quali dicevano le genti enotrie o gli osco-sabellici. I coloni nuovamente arrivati non acquistavano dritti pari ai primi abitatori della colonia; e venendo, da principio, nella qualità di penesti o clienti, non movevano le gelosie de’ più antichi, mentre erano di prezioso aiuto a crescere le forze delle città contro i barbari delle prossime montagne. D’altra parte, la pronta floridezza delle città sulle nuove terre occupate favoriva l’aumento sollecito della popolazione; e questa era naturale si riversasse di fuori a creare nuove fattorie, nuovi centri, nuove propagini di popolo nell’interno del paese, seguendo il corso dei fiumi, che scendendo dall’Appennino, attraversavano floride valli.

Questo duplice fatto darà luce a molti problemi della storia nostra. La mescolanza di nuovi e vecchi coloni darà ragione delle tante tradizioni diverse intorno alle origini di ciascuna colonia; ogni gruppo di popolo che arrivasse portava seco i suoi numi, i suoi culti, i suoi eroi e le tradizioni sue: e se da prima quetavano sommessi ai più antichi coloni, non tardavano a levare in alto animo e ambizioni; onde la ragione suprema delle interne discordie che le travagliarono tutte. L’espandersi successivo dei nuovi arrivati dalle città sulle spiaggie verso l’interno del paese, spiegherà l’esistenza di tanti elementi ellenici, che lo studio delle omonimie riscontra nella topografia dell’alta Lucania, e dei tanti cimelii riferibili alla greca civiltà, che il caso fa scoprire nella regione stessa men prossima al mare.

Fra le più antiche colonie elleniche va posta la città di Siri. Quale stabilimento di gente greca, propriamente detta, essa ebbe origine un quaranta anni dopo Sibari, al cadere del secolo VII, verso il 680. Ma tutto fa credere che la città preesistesse agli Elleni.

Le origini sono incerte, e le tradizioni si aggrovigliano e confondono. Indica la remotissima età sua uno sprazzo di tradizione, che la sospingerebbe fino ai Morgeti. È piu probabile avesse avuto origini da’ popoli dell’Epiro, specie dai Coni o Caoni, che, come abbiamo visto, ebbero parte alle più antiche colonizzazioni di queste spiaggie. Pandosia, prossima a Siri, che fu detta reggia o residenza di re Enotri, ebbe non dubbia origine da popolazioni caonie delle terre epirotiche. In quell’ampla distesa di terra, ove vissero i Caoni, i Tesprozii, i Molossi antichissimi, dalle coste acroceraunie al golfo strimonio, era, nella valle dello Strimone, una città detta appunto Siri1.

Di qua i primi coloni della città italiota, arrivati dalla Caonia. Vennero con essi o sopraggiunsero qualche tempo dopo altre genti delle stesse stirpi epirotiche; e queste mossero, come io credo, da quella antichissima città di «Ilio» che sorgeva tra i Caoni e i Tesprozii, alle foci del fiume Tiami, là dove esso sbocca di contro all’isola di Corcira. Esse portarono alla Siri italica il culto della loro Atena, che fu detta «Iliaca» e che, famosa per pietosi miracoli, fu confusa con quella di Troia da più recenti scrittori; e di qua, forse, l’altra tradizione che disse2 antichi coloni della Siri di Lucania i fuggitivi

D’Ilio raso due volte, e due risorto.

La colonia propriamente ellenica ebbe origine dai Jonii dell’Asia Minore, specie da quei di Colofone; quando, soggiogata la patria loro dalla conquista de’ re di Lidia (verso l’olim. 25ª, ovv. 680 a.C.) essi emigrarono, schivi di servitù, in cerca di nuove sedi.

Mileto, che esercitava i maggiori e i più lontani commercii marittimi in quella età e che era già in dirette relazioni con Sibari, dovette essere loro di guida o di esempio alle nuove spiaggie di occidente. Vennero gli Jonii da Colofone a prendere terra sul golfo di Taranto alle foci del fiume che dalla prossima città ebbe il nome di Siri, e poiché genti di altra stirpe, non incontrarono che accoglienze inimiche. S’impadronirono a viva forza della città; e atroci scene di sangue fecero tristamente famoso ai popoli circostanti il selvaggio dritto di guerra de’ nuovi arrivati. Gli stessi iddii accennarono a commuoversi; quando i vincitori, ebbri di sangue, scannarono gl’inermi e le donne e i supplicanti a piè del simulacro della Minerva Iliaca, il quale chinò gli occhi di orrore3 Così la leggenda, eco del senso intimo dell’umanità, ripeteva pietose menzogne ad insegnamento di men feroci costumi, a mitigamento del barbaro dritto di guerra.

I nuovi arrivati pare che dessero alla conquistata città o all’acropoli che vi costrussero a dominarla, il nome di Polieo4; ma il nome non attecchì e restò o rivisse il nome di Siri. Ivi l’amenità e la ferace natura del luogo attrassero sempre nuovi abitatori nel corso dei tempi dal secolo VII al VI, quando l’onda de’ greci coloni correva pel mare siculo in cerca di nuove terre e di migliore fortuna sulle spiaggie meridionali della Sicilia e dell’Italia.

Sursero allora gran parte delle colonie elleniche in Occidente; e vennero allora a Siri altri coloni da Rodi5 o forse in maggior numero dalla stessa Atene, se questa poteva vantare dritti di madre patria verso di quella nel secolo V a.C. Quando Temistocle instava presso l’ammiraglio della flotta greca poiché rimanesse nella rada di Salamina a dar battaglia ni Persiani (480 a.C.), Erodoto gli fa dire che «gli Ateniesi con le donne e i figliuoli (a fuggire l’ira dei vincitori) sarebbero partiti per la città di Siri, in Italia: Siri (egli aggiunse) ci appartiene ab antiquo, e gli oracoli dichiarano che essa debba essere colonizzata da noi»6.

Siri crebbe a singolare floridezza negli stessi tempi di Sibari: si levò anzi, nel concetto delle antiche genti, alla stessa raffinatezza di costumi, che fu diffamata per quella città. La straordinaria feracità della terra e i suoi commercii favorirono l’incremento della pubblica ricchezza.

Una rara moneta di federazione tra Pixo e Siri ed una altra tra questa e i popoli Laini7, possono dare indizio dell’indirizzo dei commerci da Siri verso il Tirreno; e di qua abbiamo tratto argomento, più innanzi, a supporre che un commercio di transito era ordinato per l’interno della regione enotria tra i due mari, per opera dei popoli Sirini, affine di eliminare i pericoli ed i ritardi di una navigazione costiera per lo stretto siculo. A questo concetto abbiamo riattaccato le origini e la ragione della guerru mossa contro di Siri, da Sibari in alleanza con Crotone e Metaponto; ma ignote le ragioni della guerra, ignoti gl’interessi comuni degli alleati, ignote le conseguenze della vittoria a danno di Siri, anche l’epoca è ignota; però non più tardi del secolo VI. Da un breve accenno ci è noto che Locri, in questa guerra d’interessi, volle soccorrere Siri che fu vinta. E che questa infelice guerra disertasse la città di Siri è probabile; che la distruggesse, no; come pure taluno vorrebbe dedurre dalle parole di Temistocle testè riferite secondo Erodoto. Siri rimase in piedi, e stato autonomo, poiché combatté ancora un’altra guerra e fu vinta, nel secolo V.

Verso la metà di questo secolo V cadde la città di Siri, per opera dei Tarantini; e dalla rovina di Siri nel 443, fu detto che surse la città di Eraclea, colonia di Taranto. Ma qui le notizie monche e confuse non si accordano tra loro, nè coi monumenti; e del disaccordo è necessario di fare parola.

Eraclea

Strabone, sull’autorità di Antioco siracusano, il quale fu quasi contemporaneo ai fatti di cui qui si parla, scrisse che8

«i Tarantini fecero guerra per la Siritide contro quei di Turii; che erano guidati da Cleandrida, esule da Sparta. Dopo fatta la pace fu stabilito che gli uni e gli altri potessero abitare, con eguale dritto, nella Siritide; ma la colonia doveva dirsi dei Tarantini; la quale, posteriormente9 mutando di luogo, mutò di nome e fu detta Eraclea».

D’altra parte, Diodoro Siculo, senza parlare a affatto dei Turiesi, afferma reciso (sotto l’olimpiade 84, 1º, rispondente al 433 a.C.), che10

«i Tarantini cacciarono gli abitanti di Siri dalla loro patria; e traendovi una colonia dalla loro propria città, fondarono quella che si chiama Eraclea».

Stando a codesti dati, la guerra non poté aver luogo altrimenti che tra il 446 a.C., epoca della fondazione di Turii, e il 433, epoca del risorgimento di Eraclea. Turii — chi sa? — pretese forse di reclamare gli antichi dritti di Sibari sulla Siritide, e surse la guerra con Taranto; o, forse, attaccata che fu la città di Siri da Taranto, Siri invocò gli aiuti di Turii, che era prossima a’ suoi confini; e Turii — jam proximus ardet Ucalegon — intervenne. La vera ragione della guerra è ignota, e non è gran fatto noto l’esito di essa, se si fa capo al ragguaglio di Strabone. Nel trattato di pace delle due città che s’impadronirono della Siritide, fu egli dichiarata di comune dritto coloniale la città di Siri? o il solo territorio? ovvero una parte del solo territorio di essa? E se pure, come è consentito di credere, fu occupata dalle due complici, dopo essere state emule, la città di Siri, come e poiché, dopo qualche tempo, a riferimento di Strabone, essa dovè essere distrutta e la popolazione cacciata via lontano, o tratta di forza ad Eraclea? Se non si può affermar nulla di preciso, sarebbe egli lecito ritenere che dalla guerra sterminatrice di Taranto contro Siri, seguì così la distruzione della città e dello stato di Siri, come la fondazione dell’Eraclea tarantina, nel 433 a.C.?

Poiché qui sorge un grave dubbio; e il dubbio è sorretto dalla muta testimonianza di due rare monete, e preziose ai nostri intenti. L’una già pubblicata dal Sestini, l’altra dal Sambon. La prima11 porta in caratteri arcaici le parole ϹΕΙΡΙΖ ΗΕΡΑΚΛΕΙΑ, e con esse la impronta di una prora di nave o di un grappolo di uva soprapposto ad un vaso ansato. La seconda12 mostra da un lato la testa di Ercole imberbe coperta dalla pelle leonina e dall’altro una clava, una spiga e la parola ϹΙΡΙΝΟΣ. Nella prima moneta le due parole di Seiris-Heracleia non potrebbero avere altro significato se non quello di lega o federazione tra le due città; giacché, per unanime avviso dei nummologi, tutte le monete a duplice nome di città, elleniche o della Magna Grecia, non sono altrimenti che espressione di leghe politiche o commerciali. Non occorre apportare testimonianze di autorità; ma non è superfluo ricordare quell’altra moneta della stessa Siris, che porta improntate le parole Syrinos-Pyxoes, la quale è ritenuta non solo come moneta di lega tra i popoli di Siri sul Jonio e quelli di Pixo sul Tirreno, ma come un monumento che attesta della città di Pixo l’esistenza anteriore alla data storica di sua fondazione, secondo la notizia che ne dà lo stesso Diodoro13; e qui il ricordo non è inopportuno.

Di questa duplice nota — Seiris-Heracleia — le spiegazioni che altri ha già date, non approdano. Se sta (come credono) l’affermazione recisa di Diodoro, è assurdo che Eraclea, surta dalla Siri, dispersa e politicamente distrutta nel 433, abbia potuto improntare sulla sua moneta il nome di Siri, che, se non garba di dirla distrutta, era, per lo meno, già vinta e sottomessa. La comune ragione delle cose si oppone. E se si dicesse, come fu detto, che la moneta attesti appunto un fatto conforme a ciò che Plinio lasciò scritto14 che, cioè Eraclea fu nominata anche, o, alle volte, Siri, io ricorderò che qui siamo innanzi ad un titolo ufficiale quale è la moneta; e aggiungerò, che altro è dare qualche volta per isbaglio il nome solo di Siri alla città di Eraclea, altro il darlo in titoli ufficiali che siano testimonianza di sovranità, il duplice nome di Siri-Eraclea. E chi, infine, da questa moneta volle trarre argomento che Eraclea ebbe i due nomi di Siri-Eraclea15, tagliò il nodo che non arrivò a sciogliere, e nulla mise in essere; poiché sta invece il concetto, universalmente accettato, che la duplice nòta geografica sulla moneta è titolo di leghe commerciali o politiche tra due città16.

Resta adunque il fatto indubitato della contemporanea esistenza di Siri e di Eraclea. E checché voglia dirsi della autorità di Strabone o di Antioco o di Diodoro, quel breve pezzo di metallo letterato ha il valore del testimonio di veduta che sfata i testimonii per fama, quantunque autorevolissimi.

E la coesistenza può essere attestata dall’altra moneta dalla nòta di Sirinos e dal tipo dell’Ercole che è il tipo delle ben note monete di Eraclea; ed è, per tale ragione, ritenuto dal Sambon e dal Riccio che la pubblicano, come di lega tra Sirini ed Eracleesi. Ma con questo dippiù, a mio avviso, che la indicazione per lettera del solo popolo de’ Sirini significa la preponderanza o la supremazia dell’una sull’altra città; e questo è assolutamente inesplicabile col concetto di Siri soggiogata e sottomessa ad Eraclea.

Ma la coesistenza delle due città fu, dunque, anteriore alla data cronologica del 433?

Anteriore senza dubbio se a questa data Siri si fa distrutta; anteriore altresì, se Siri è solamente soggiogata o soggetta ad Eraclea, che viene fondata come sua colonia da Taranto. E già incongruente che Eraclea, colonia di Taranto, battesse moneta che è segno di autonomia; incongruo che Taranto, pure avendo soggiogata e distrutta, almeno politicamente, Siri, permettesse a questa di battere moneta, di improntarvi il suo nome e stringere alleanza con Eraclea, colonia tarantina. Tutto induce a credere che la moneta di «Siri-Eraclea» si riferisca a tempi anteriori al 433 a.C. E se in questo anno, in questo periodo di tempo Taranto dedusse una sua colonia in Eraclea, vuol dire che da quell’anno, da quel tempo è la data ufficiale del sorgere di Eraclea come colonia di Taranto, non di Eraclea, città che preesisteva, benché la storia scritta non l’abbia detto finora. È l’identico caso della città di Pixo, preesistente alla colonizzazione di Micito17.

A costituire la nuova colonia eracleese vennero, come può inferirsi da quanto si è detto, anche quei di Turii. Agli antichi abitatori di Siri, spossessati del loro territorio, fu forza emigrassero; e risalendo il corso del fiume Siri, vennero a chiedere ai barbari dell’Enotria qualche lembo di terra, che la fraterna gente dell’Ellade aveva loro negato. Accasatisi, in povere e ignote borgate, per la valle del fiume in su verso le sue origini (che sono dal monte della catena appennina che oggi ancora è detta Sirino), io credo che costituirono, nelle propagini loro, quei popoli «Sirini» che Plinio annovera tra i mediterranei della Lucania; ben presto fusi e confusi con quei popoli Lucani, che nel secolo V erano già stanziati in grande parte della regione alla sinistra del fiume Silaro.

Alla vinta e smantellala città di Siri non restò che quel tanto di minuto popolo addetto agli uffizii marinareschi, necessarii alla destinazione, che il vincitore impose alla città, di porto e darsena alle navi della prossima Eraclea. Ma presto la congiunta azione sia del mare che ostruisce la foce dei fiumi, sia dei fiumi dilaganti pei campi, ne interrò il porto; e fin dall’antichità il luogo ove sorgeva Siri restò ignoto18. Quel povero avanzo di antichi Siriti si spense o si ritrasse ad Eraclea; ove già, senza dubbio, aveva dovuto essere trasportato quel simulacro della miracolosa Aténa, che era insigne all’antichità.

Il culto di essa divenne solenne alla nuova colonia; l’elemento acheo della popolazione dovè farne obbietto di sua pietà; come l’elemento dorico fece del culto di Eracle.

E dei due culti precipui delle due razze si veggono i tipi nelle bellissime monete della città: Ercole che strozza il leone; Pallade coperta il capo della bellissima galea, e questa ornata del corpo andropozoo di Scilla.

È particolarità generalmente ricordata della storia di Eraclea che in essa fu la sede de’ concilii o parlamenti federali delle città italiote della Magna Grecia fino ai tempi di Alessandro il Molosso; il quale li rimosse da Eraclea e ne trasferì i convegni e la sede nel territorio della città di Turii. I concilii sedenti ad Eraclea, colonia di Taranto, erano troppo indulgenti alle ispirazioni della politica di Taranto; e l’Epirota, che si ruppe con questa città, volle che altre influenze spirassero nell’ambiente delle diete federali.

Degli eventi di guerra tra Taranto e i Lucani e questo non fortunato re di Epiro, parleremo in seguito; ed ivi sarà detto tra quali limiti di luogo e di tempo vuolsi intendere questa federazione delle città italiote, che ebbero le diete federali in Eraclea. Ma poiché il fatto della sede loro in questa città è fuori dubbio19, certo altresì il fatto del trasferimento di esse da Eraclea a Turii per opera del re Epirota, è lecito dedurre da questi dati che Eraclea restò in protettorato di Taranto dalla sua fondazione fin verso l’anno 330 a.C., che è un momento intermedio tra l’arrivo dell’Epirota in Italia nel 333 e la sua morte nel 33120. Verso quell’epoca egli la tolse al predominio dei Tarantini21: né parrebbe che dopo la di lui misera morte tornasse Eraclea in signoria o in protettorato di Taranto.

Dell’acquistata e mantenuta autonomia sua fanno fede, nel concetto de’ dotti, le sue monete; che non avrebbe potuto coniare, essi dicono, se non fosse stata autonoma: e sono di questi tempi o di posteriore età, ma non prima, quelle che hanno tipi e leggende riferentisi a Taranto stessa o a Metaponto, e sono testimonio di leghe tra loro. Ma questa opinione, se vera, menerà alla conseguenza, che Eraclea, colonia di Taranto, fu piuttosto una cleruchia, che colonia propriamente detta: le cleruchie, appunto, non aventi autonomia, non governo indipendente, o magistrati che non fossero nominati o confermati dalla città sovrana, non potevano coniare moneta. Io dubito di asserire tutto questo della città di Eraclea; e ne dubito di fronte alla testimonianza della moneta de’ «Sirini-Eracleesi» che abbiamo riportata dianzi. Le colonie erano autonome e battevano moneta.

Un quarant’anni dopo, cioè nel 278 a.C., che era certamente in pieno suo diritto, essa strinse con Roma, guerreggiante contro i Tarantini, i Lucani e i Sanniti in uno alleati, un patto di federazione; che per larghezza di condizioni benigne fu detto «singolare» dallo stesso Cicerone; e vuol dire molto più ampio che non erano forse i patti di federazione che Roma imponeva, nei tempi del grande oratore. — Essa non cadde mai sotto il dominio dei Lucani.

Tavole di Eraclea

Durante il periodo di sua autonomia, cioè nel corso del tempo dal 331 al 278, i dotti riferiscono l’epoca del famoso monumento, che è noto sotto il nome di Tavole di Eraclea; dappoiché mostrando esse nella città libero governo di assemblee e di magistrati proprii, tutto questo non avrebbe potuto esistere quando Eraclea fosse stata in soggezione di Taranto. L’argomento per vero non ci sembra sicuro; pure riterremo come probabile quella nota cronologica22; e trarremo dall’insigne monumento quel tanto che possa chiarire le condizioni politiche ed economiche della città.

A capo del governo della città era il magistrato annuo degli Efori; e di essi uno era l’«eponimo», quello, cioè che dava il suo nome all’anno. Altro magistrato erano i Polianomi, che, subordinati agli Efori, qualche antico scrittore23 paragonava al romano «prefetto urbano» o della città; ed io paragonerei ai duumviri o quatuorviri delle colonie e dei municipii italici delegati ai giudizii. Anche questo era magistrato annuo. I comizii del popolo, convocati dai banditori, approvavano o sanzionavano i provvedimenti, nonché di ordine legislativo, ma, a giudicare da queste Tavole, anche amministrativo. La funzione del culto religioso essendo propria e dipendente dallo Stato, anche l’amministrazione dei beni addetti ai tempii era retta dalla potestà civile, come ogni altro negozio pubblico, nei pubblici comizii eracleesi.

Di minori magistrati è, nelle Tavole, menzione dei Sitagerti, ovvero ufficiali preposti ai magazzini annonarii della città; degli scribi o notai; degli agrimensori o geometri. La giustizia può inferirsi che fosse resa dai Polianomi.

Il popolo era diviso in obe o tribù, come a Sparta; e queste è probabile fossero trenta di numero. Il nome ne è ignoto, e l’indicazione ellittica di alcune di esse che si trova messa innanzi a ciascun nome di persona che accade riferire nelle Tavole, non dà ansa a ricostituire i nomi delle obe, ignoti anche per Sparta24.

I nomi di persona, oltre che dal monogramma dell’Oba, sono preceduti da una parola-simbolo; e le parole sono queste: caduceo, tridente, giogo, capitello di colonna, grappolo di uva, rostro di nave, tripode, scrignetto, scudo, fiore, correggia di calzare, bagneruola. Le si interpretano come arme o blasone di famiglia, che tiene il luogo del casato ai moderni, e distingueva l’una famiglia dall’altra della stessa gens o parentela25.

Della condizione personale dei varii ceti della cittadinanza, nulla ci dice di peculiare questo monumento; nè quella singolare classe di «servi ascritti o attaccati al campo» che al Mazzocchi parve di aver scoverti in certe frasi degli atti26, ha potuto resistere alle investigazioni degli interpreti moderni, ed è svanita. Ma invece le Tavole possono dare molte e non spregevoli notizie sull’economia agraria eracleese.

Scritte in dialetto dorico, che era l’idioma comune alle antiche colonie della Magna Grecia, le Tavole furono incise in bronzo, come ogni pubblico atto importante e duraturo. Due grandi poderi di proprietà sacra ai tempii di Dioniso e di Aténa, già in parte usurpati da privati cittadini, la potestà pubblica che li ha rivendicati, li dà in fitto, dopo che i pubblici uffiziali ne hanno fatta la misura e la delimitazione. Le Tavole contengono i dati della mappa, a così dire, catastale de’ due poderi, e le condizioni del fitto. Ma piucché fitto era enfiteusi, o l’uno e l’altro allo stesso tempo; poiché la ragione del fitto restava immutata per lungo periodo di anni, anzi a vita; ed ai fittuarii era imposto obbligo di miglioramenti agrari, e importanti. Gli obblighi vengono minutamente descritti: piantar viti, olivi e fichi tanti per scheni; potare, concimare, rincalzare gli alberi; curare la fognatura delle terre; ogni appezzamento del podere fornire della casa colonica, della stalla de’ buoi, della stanza pe’ foraggi, della concimaia; ogni cinque anni rinnovare le guarentigie de’ fideiussori. I varii appezzamenti misuravano l’un per l’altro, dai 100 ettari ai 2527; e vuol dire che la e la media cultura si davano la mano nelle pianure eracleesi. Il fitto veniva pagato in natura sui principii di settembre28; doveva il colono trasportarlo nei pubblici granai della città, ove gli ufficiali designati ricevevano e misuravano al pubblico modulo. La derrata pattuita e pagata per l’annuo fitto, non era (come si potrebbe credere) il frumento, ma l’orzo, l’orzo puro e buono, quale sarebbe prodotto dal terreno dato a coltura. Ricordo che era in orzo e non in frumento, il fitto, ovvero annuo tributo che gli iloti coltivatori delle terre di Sparta pagavano agli Spartiati loro padroni. Ma questa stessa preferenza data all’orzo nelle terre italiote, vuole egli dire, che il pane consueto al consumo del popolo era in orzo, e non in frumento? Così parrebbe29.

Pandosia

Questo insigne monumento ha messo fuori contestazione, che, poco lontana da Eraclea, nel territorio tra i fiumi Aciri e Siri, esisteva la città di Pandosia, che fu uno dei più vetusti stanziamenti di gente ellenica, se Strabone potè ricordare la tradizione che una città di Pandosia fosse stata sede de’ re delle genti enotrie30. Però le città enotrie di tal nome furono due.

Esisteva una Pandosia nel paese dei Tesproti31, e nella Tesprozia stessa era l’oppido di Cichirio o Cicurio ricordato da Strabone32. Ora nella regione della Lucania ove fu la Pandosia prossima all’Eraclea, esiste ancora di nome, ma nelle reliquie di sue ruine, un «Castro Cicurio» presso Pomarico33, che fu abitato di certo fino ai mezzi tempi. Non ricercheremo un più valido argomento per ritenere che la Pandosia presso l’Aciri o l’Agri fu una delle vetuste fondazioni delle genti epirotiche e di quei Caoni, segnatamente, che vennero e stanziarono sul golfo di Taranto. Ebbe pertanto origini anteriori alla stessa Sibari: ma si può credere fosse delle prime a venire occupata da genti elleniche di razza achea34 in quel più remoto versarsi di questi arditi cercatori di fortuna alle spiagge italo-ionie35.

Ma un’altra città di Pandosia surse pure nell’intemo delia regione bruzio-lucana verso l’alta valle del Crati, in un posto non ancora determinato; e l’omonimia di due città, prossime e della stessa gente, rende incerte quelle poche notizie che avanzano dell’antica Pandosia. È dubbio se la città, sede de’ re Enotri, fosse quella dell’Agri o quella del Crati; incerto a chi delle due si appartenga la serie delle monete antichissime; dubbio anche presso a quale delle due città cadde morto in battaglia Alessandro il Molosso36.

Le sue monete, del sistema delle incuse, epperò più antiche del V secolo a.C., hanno alcune simboli e leggende che fanno argomentare a federazione con Crotone e con Sibari; altre la impronta della Giunone Lacinia, ed un’altra, che è tra le meno antiche, porta il nome di Pandosia e quello del fiume Crati37. Se quest’ultima appartenne indubbiamente alla Pandosia Bruzii, le prime saranno da attribuire alla medesima città dei Bruzii per la sola ragione della maggiore vicinanza di essa a Crotone. È probabile: ma sono pure numerose le monete di leghe tra città ancorché lontane tra loro. Nè ometterò di avvertire che la moneta pandosina di federazione con Crotone, ha l’impronta del loro sibaritico retrospiciente: e questo tipo, poiché non si riscontra nella serie delle monete riconosciute della Pandosia sul Crati, fa arguire che sia tipo e moneta propria alla Pandosia dell’Aciri38. Niente adunque ci resta che non sia dubbio dell’antica Pandosia; e se quella di Lucania è certo dalle Tavole di Eraclea che era situata presso al fiume Agri, è ancora incerto il posto preciso che occupava.

E non è indicato, se non per congettura il luogo che le si assegna là dove si veggono alcuni avanzi presso di Anglona, che fu città del medio evo nel territorio di Tursi, anche essa da più secoli distrutta.

Metaponto

Là dove mette foce nel mare Jonio il fiume Basento, che è l’antico Casuento, surse e divenne floridissima, in mezzo a feracissime terre, la città di Metaponto. La congerie delle tradizioni intorno alle antichissime origini sue ottenebra e non rischiara il fondo della sua storia: esse mostrano però indubbiamente la multiplice varietà delle genti che composero i popoli metapontini.

Ma anche per Metaponto, come per Siri, occorro distinguere due epoche o periodi delle sue origini.

Ulisse, arrivato che fu in Itaca, si presenta alle sue case, sotto vesti e nome mentito, e dice:

In Alibante nacqui, ove è un eccelso

Tetto, e mi chiamo Epirito. Me svelse

Dalla Sicilia un genio avverso, e a queste

Piagge sospinse39.

Questa Alibante od Aliba, che parrebbe città in Sicilia, uno scoliaste di Omero dice che era Metaponto; cioè quella che poi fu Metaponto. La Sicilia perciò dovrebbe significare anche l’Italia, non ancora nota con questo nome ai contemporanei del poeta dell’Odissea.

Non sarebbe da fondare gran fatto su questa singolare testimonianza di un grammatico, se non fosse noto che, nella ricca varietà delle monete metapontine, col ben noto tipo della spiga, ce ne è di quelle che portano sulla rèsta della spiga un bruco che la divora. Questo feroce distruggitore dei campi seminati, che non infrequente devasta a nugoli le pianure sul Jonio e l’Adriatico, ebbe pure nell’idioma greco il nome di alibas40, onde potrebbe inferirsi che fosse tradizione locale antichissima la primitiva denominazione di Aliba alla città sul Casuento. Ma non altro che questo può dirci, nè può dir nulla sulle origini etniche e il tempo di sua fondazione, le quali unicamente per Ia remotissima antichità loro si potrebbero riferire a genti enotrie o japigie, cioè non greci, ma barbari. Aliba mutò poi il nome in quello di Metaponto; e vuol dire per noi che altre genti sopravvennero ad abitarvi: ma gli antichi, per dare una spiegazione etimologica, trassero, al solito, dal nome un eponimo fondatore della città, e grazie alla personificazione di un re Metabo fu per loro spiegato l’enigma.

Alla storia delle origini appresta men torbide fonti l’omonimia topografica. E poiché in Etolia era la città di Metapa (posta in mezzo tra il lago di Hyria e l’altro di Triconio)41, parve al Millingen, e pare a me, sopra ogni altro, accettevole il concetto di riferire a questa fonte etolica gli incominciamenti della Metaponto italica. Qualcuna delle tradizioni religiose di Metaponto si riattaccherebbe a questo concetto del Millingen, il quale chiamava in prova e le monete della città, che accennano al cuto del fiume Acheloo, e la statua che la città stessa aveva dedicata, nel tesoro del tempio di Olimpia, ad Endimione, padre, secondo i miti, di Etolo, eponimo degli Etolii. Il gran fiume dell’Acheloo, tra l’Etolia e l’Acarnania, era tenuto immagine di divine forze riproduttrici, nei culti di quella parte della Grecia continentale; e al fiume-iddio aveva Metaponto consacrato giuochi solenni; e improntava del nome di Acheloo le monete che offriva «a premio» ed a ricordo della solennità civile e religiosa. In tanto buio di origini, questi a me paiono riscontri sufficienti, benché ad altri non paiono42.

A codeste più antiche colonizzazioni etoliche se ne aggiunsero altre in processo di tempo; e vennero dalla Focide, dall’Elide e dalla Trifilia: e da questi nuovi rivoli derivarono le molteplici tradizioni che ci trasmisero gli antichi43 sulla prima fondazione della città. Alcuni ne riportano l’origine a’ Pilii di Nestore di ritorno da Troja; altri agli Epei della Trifilia; altri a Daulo. tiranno di Crissa; ovvero (poiché si sa nulla di questo Daulo, ricordato da Eforo) ai coloni di Crissa e di Daulide, città della Focide44. A sostegno di ciascuna di codeste tradizioni si indicavano fatti o istituti della città esistenti ancora ai tempi storici; tali erano, per la prevalenza delle origini elee, i periodici giuochi funebri che i Metapontini celebravano in onore dei Neleidi della razza di Nestore; ed a sostegno delle origini da’ coloni trifilidi o da focesi, il fatto, che nel tempio metapontino di Minerva Eilenia i sacerdoti mostravano, autentici!, il martello, la sega, e gli altri arnesi, dai eguali venne costrutta da Epeo45 la gran macchina del cavallo trojano. — I culti etnici e le tradizioni proprie a ciascuna delle varie genti, a ciascuno de varii strati di popolazioni venute a Metaponto, l’età posteriore raccolse e fuse in uno, quando l’ala del tempo aveva cancellalo le diversità delle origini etniche. Allora quegli echi delle età remote ebbero valore di prova; e servirono a dimostrare l’antichità e le nobili origini della città, che si riannodava per essi agli eroi del ciclo troiano.

Questi primi stabilimenti che sono, per dir vero, al di là della storia certa, non si potrebbe altrimenti assegnarli, pel tempo, che nei limiti del secolo VIII a.C. La cronaca di Eusebio riporta la fondazione di Metaponto al 3º anno della 1ª olimpiade, cioè al 774 a.C.: e se è lecito dubitare di tanta precisione di computo, non si può sconoscere, dal complesso delle tradizioni metapontine, che i primi stabilimenti rimontino a’ tempi non posteriori a Sibari, fondata nel 720: giacché il nome di Sibari si trova congiunto alla fondazione seconda, e dirò legale, di Metaponto, per opera di coloni achei; de’ quali è duopo ora discorrere.

In Strabone si legge46:

«Che la città fosse fondata dai Pilii, si argomenta dai riti funebri che celebrava ai Neleidi. Fu distrutta dai Sanniti. E dice Antioco che essendo il luogo deserto, vennero ad occuparlo certi Achei, chiamati dai Sibariti, poiché il luogo invece non fosse occupalo dai Tarantini.»

Qui è parola di una seconda fondazione per opera degli Achei. E mettendo il costoro avvento (tanto per avere un capo saldo alla ragione dei tempi) verso la metà del secolo VII, è forza dire che, prima degli Achei, cioè tra il secolo VIII e il secolo VII, l’antica Metaponto fu distrutta dai Sanniti, secondo Strabone o la sua ignota fonte. Ma fu veramente distrutta dai Sanniti in epoca tanto remota? Molti credono che il passo del geografo sia errato; e lo si emenda47 e lo si interpetra: poiché non pare loro da potere ammettere la comparsa ivi dei Sanniti nel secolo VII a.C. Anche il Grote è di questo avviso48.

Noi non crediamo all’infallibilità degli scrittori, per quanto incastonati nel canone dei classici; e non sarebbe improbabile che invece dei «Sanniti» il geografo abbia scritto o voluto scrivere, che la città fu distrutta «dai barbari, ossia dagli Enotri.»

Ma se le parole di Strabone significano (come il processo logico di tutto il discorso dimostra) la distruzione dell’antica città (e non dei riti funebri ai Neleidi) per fatto dei Sanniti, niente di sostanziale si può opporre a questa comparsa dei Sanniti sul golfo di Taranto49, intempestiva pel secolo VI o VII. Vi si opporrebbe la cronologia vulgata: ma questa non si fonda, per vero, su monumenti o documenti certi, bensì su congetture di moderni, nè sicure, nè unanimi. E se vorremo avvertire che la espressione di «Sanniti» è lì adoperata da Strabone invece di «Sabellici» ossia delle genti di ceppo o di lingua osca, sparse da ben remoti tempi nell’Italia a sinistra del Tevere, sarà accettevole tanto la lettera quanto il senso del passo straboniano. Niente di inverosimile, che una banda di genti sabelliche, superati gli Appennini, onde da un lato sgorga il Calore e dall’altro l’Ofanto ed il Sele, siasi avanzata a scopo di bottino, per la valle del Bradano o del Basento, fin giù alle pianure joniche del golfo di Taranto. Incursione momentanea a scopo non di conquista o accasamenti, ma saccheggiante e sperperando il paese, intoppò nelle forze di Taranto, che li distrusse, o li disperse o li respinse. E ciò verso il secolo VII a.C. o II di Roma. E respingendoli, Taranto restò padrona del territorio, ove era giù sorta la Metapa dei primi coloni etolici o focesi. In tal modo si darebbe adito di attendibilità all’altra tradizione della colonizzazione di Metaponto per parte degli Achei, che li dice condotti da Leucippo. Questi trattando appunto coi Tarantini50, chiese in grazia di rimanere in quel posto una notte ed un giorno, poi sarebbero partiti: e i Tarantini assentirono. Passato il giorno, rimasero, secondo l’accordo, anche la notte; e passata la notte, secondo l’accordo, anche il giorno che venne, e poi di seguito, richiamandosi gli Achei agli accordi, senza limite certo, di un giorno e di una notte. Così Leucippo restò padrone del posto, dice la leggenda; e così lo spirito acuto della razza achea si ricreava a berteggiare l’ingegno crasso o inculto dei Doriesi. La città ai tempi storici dovè ritenere come suo «oikista» o fondatore legale questo Lucippo; e lo si trova iscritto e rappresentato su molte delle sue monete del secolo IV.

Questa che è la fondazione legale di Metaponto, colonia achea, non si può stabilire determinatamente in che tempo avvenne. Ma, di certo, non più tardi del secolo VI a.C, poiché nel novero delle monete «incuse» che è il sistema monetario di questo secolo, quelle di Metaponto non mancano; e la distruzione di Sibari è del 510. Millingen, argomentando da questi dati numismatici, ne metterebbe l’epoca verso la 25ª olimpiade, che è il 680 a.C. Altri, la prima distruzione di Metaponto crede avvenuta verso la metà del VII secolo; e la fondazione novella per opera di coloni achei nel corso del secolo medesimo, dal 620 al 610, ad un dipresso51. È lecito di adagiarsi di qua o di là, ma fra codesti limiti.

Altre tradizioni favoleggiando di Arne (che fu città dei Beoti ed eponimo di essa città) raccontavano che era venuta a partorire i gemelli Eolo o Beoto proprio a Metaponto sul Casuenlo. Ma se l’accenno topografico della favola non intende piuttosto di Metapa, città della Beozia (come io sarei per credere), riterremo, tutto al più, che tra le varie genti elleniche venute colonizzatrici a Metaponto, furono anche sprazzi di genti beote. Nella città, per vero, furono tradizioni e culti di questa Arne, se tra le sue monete si riscontra anche quella di una testa muliebre dalle corna di ariete, che dicono significasse appunto l’Arne eroina, ovvero oikista della città.

Dei primi tempi della achea Metaponto non si sa altro che la notizia di sua alleanza con Sibari e Crotone contro di Siri; e la guerra sarebbe avvenuta verso la metà del secolo VI, come innanzi fu detto52. Poi i ricordi della storia scritta taciono; e noi, per seguire l’ordine della cronologia, ci è forza venirne al secolo V, ai tempi di Pitagora, pei quali se la storia non è eco della leggenda, la leggenda è complemento della storia.

Siamo, adunque, ai tempi di Pitagora, non guari dopo caduta Sibari che fu nel 510 a.C. A Crotone un moto violento, di carattere democratico, pervenne a rovesciare il governo di ordini men popolari della città; nella catastrofe è involto l’istituto dei Pitagorici, inviso per l’indirizzo conservativo e le dottrine favorevoli agli ottimati. Cilone, capo della democrazia vincitrice, mette a soqquadro gli ordini e la città, disperde i governanti e i Pitagorici; e questi, raccolti che erano nella sede di loro riunioni, o nella casa di Milone, illustre cittadino e membro illustre dell’ordine pitagorico, periscono quasi tutti53 nell’incendio che le plebi appiccano agli edifizi.

Pitagora scampa dalle fiamme, ma si lascia morire di fame, nella stessa Crotone, secondo affermava Aristosseno, o invece a Metaponto, secondo che disse Dicearco: egli già avea vagato, ospite poco gradito, nelle città di Caulonia, di Locri e di Taranto. Ma passa il tempo; e la fantasia popolare, colpita da grandi eventi, li raddoppia, li abbellisce, li integra, li corregge. E Plutarco a sua volta riferirà che l’incendio alla sede delle assemblee dei Pitagorici avvenne proprio a Metaponto, dove l’inseguiva (e si intende poco) l’odio di Cilone; ne scamparono soli, a stento, Liside e Filolao: Liside venne a Tebe e fu maestro a Epaminonda; Filolao trovò ospizio fra i Lucani54, ma Pitagora vi restò abbruciato55. Altri riferirà che Pitagora si ritrasse nel tempio di Cerere o in quello delle Muse, a Metaponto, e vi si lasciò morire di fame. I Metapontini non tardarono ad onorare la nobile vittima delle loro plebee democrazie, e denominarono «via delle Muse» quella ove fu l’albergo di Pitagora56.

È chiaro: i dati della storia pitagorica crotoniate si ripetono per Metaponto; il tempio delle Muse dell’una diventa strada delle Muse nell’altra: variano i nomi di quelli che scamparono con Pitagora; e la fantasia che ricostruisce la storia fuori i limiti di spazio o di tempo, trova necessario che i più celebri tra i pitagorici siano scolari e contemporanei del capo de’ pitagorici stessi, e non altrimenti. La storia fiorisce in leggenda, e la tradizione popolare le dà il suggello di autenticità.

Checché sia, non si potrebbe mettere in dubbio che codesta variante della storia pitagorica aveva corso a Metaponto; Iaquale traeva onore e dall’ultimo albergo dato al savio famoso, e dal culto riverente, di cui la posterità lo proseguiva. Cicerone ricorda che, visitando la città, gli fu fatta vedere la casa ove trasse gli ultimi giorni il filosofo e un posto ove era usato di sedere57; e, chi nol sa? oggi, a Firenze, si addita alla riverenza degli uomini la casa di Dante, e «la pietra» ove Dante affaticato posava. Nè col passare de’ secoli e col mutare profondo di popoli e di civiltà la leggenda è cessata: oggi stesso nei luoghi ove fu Metaponto, a quelle superbe colonne doriche, avanzo unico di un tempio dedicato a ignoto nume, dànno il nome dalla «Scuola di Pitagora»58.

Se dunque Pitagora, dopo la catastrofe ciloniana, venne a Metaponto, e sì lui, sì gli aderenti suoi furono perseguitati, vuol dire che anche a Metaponio l’onda democratica si sollevò al vento che spirava da Crotone, e infranse il partito che era al governo di più stretti ordini civili. E poiché nella catastrofe metapontina fu involto, secondo la fama, non soltanto il famoso capo degli istituti pitagorici, ma i membri di essi, vuol dire che gli istituti, le associazioni, gli influssi della società pitagorica si erano già propagati per le città italiote, specie a Metaponto; e avevano già autorità e parte negli indirizzi del governo cittadino. Ma delle associazioni di pitagorici parleremo particolarmente più innanzi.

Il moto violento che si disse antipitagorico nasconde un moto violento contro la costituzione dello Stato. Esso portò al governo un partito; che, se a Crotone ebbe per capi Cilone e Ninone e poi Cilnia, fu senza dubbio a Metaponto dello stesso carattere di sciolta democrazia, che arrivò, forse, come avvenne a Crotone, fino a trarre le pubbliche magistrature a sorte, che è dimandare al caso l’ultimo correttivo delle improntitudini invide, esclusive e fanatiche delle fazioni oclocratiche. La durata e le vicende di questo nuovo ciclo di ordini popolari non sono note; ma ben si può credere non tardassero a degenerare in tirannidi di plebe. Per Metaponto è ricordato un moto interno avverso a tirannidi interne, promosso invero per fatti di carattere privato, da un suo cittadino, che è Antileone. Ma le turbolenze, le lotte intestine, il flusso o riflusso delle fazioni che si laceravano e combattevano in tutte quelle mobili città italiote, giunsero a tale grado di disordini che le precipue città della Grecia intervennero a consigliare pace e temperamenti di concordia tra le concitate fazioni. Atene riuscì a mettere in calma quelle torbide acque. Allora le parti espulse quali aderenti ai sodalizi pitagorici tornarono nelle città: gli ordini interni di queste furono modificati in qualche parte; ma è ignoto in che limiti. Una certa concordia fu stabilita tra quelle città di gente achea, e della concordia fu simbolo e vincolo il tempio innalzato a spese comuni a Giove Omario59.

Poco chiare vicende anche queste; ed indice, senza dubbio, di nuovi rivolgimenti frenati da interventi o mediazioni diplomatiche, coronati da amnistie. Di essi occorrerà d’intrattenerci più innanzi.

Quando Turii, erede di Sibari, guerreggiò contro Taranto per la Siritide, come dianzi fu ricordato, non si fa menzione che nella grave contesa intervenisse Metaponto sì prossima a Siri. Gli storici ne tacciono; e dal silenzio parve fosse lecito dedurre la conseguenza che Metaponto in quel tempo era in soggezione di Taranto. Ma non è prova il silenzio: e in tanta lacuna di storie e buio di eventi a me parrebbe incivile di trarne argomento che, anche dubitando, Io affermi.

Bensì altre reliquie di storie attesterebbero una grave vicenda politica alla vita della città, negli inizi del secolo IV.

Verso l’anno 305 a.C. i Lucani guerreggiano contro di Taranto. Questa assolda in suo aiuto e viene dalla Laconia, con schiere di mercenarii raccolti ivi e in Italia, Cleonimo fratello a un re di Sparta. Cleonimo, condottiero audace, ambizioso, irrequieto e non dissimile dai grandi capitani di ventura del medio evo, capitani e masnadieri, combatte e respinge i Lucani; e poi (e non è chiaro) o alleato a’ Lucani medesimi, o d’accordo e in combutta con essi occupa Metaponto; le impone fortissime taglie di guerra60, e prende numerosi ostaggi tra le fanciulle delle più alte famiglie della città61.

I Metapontini non si difesero, non reagirono con l’energia, ancorché infruttuosa, di popolo virile; così parve alle genti delle circostanti città, che sprizzando in sarcasmi l’acredine di vecchie invidie, dissero genti da peplo non da corazza le genti di Metaponto.

Se venne, allora, Metaponto in soggezione dei Lucani, ovvero se fece con essi alleanza, allora o poi, non è chiaro, nonché certo. L’una e l’altra cosa potrebbe inferirsi da alcune delle sue monete. Significherebbe alleanza, politica o commerciale, quella che impronta da un lato la testa di Pallade, chiusa dal casco corinzio, e dall’altro la nota spiga e la parola ΛΟΥΚΑ.

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Ma dubito che possano significare unicamente alleanza queste altre monete; in una delle quali è la testa di Damater o Cerere coronata di spighe da un lato, e dall’altro Giove in piedi, scettrato, che in posa energica protende ilè sinistro e scaglia il fulmine; intorno i la parola IEV (zeus) ΛΟΥΚΑNOM (l’Iddio dei Lucani). Di altro conio è lo stesso Giove fulminante che spinge in corsa la biga, e la leggenda in greche lettere è ΛIKIANΩN62; dall’altro lato

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una testa di Vittoria, dagli omeri alati. Altre di piccolo modulo portano, con il capo di Pallade dal casco corinzio, una civetta e la parola OYKANOM: altre, su per giù, gli stessi tipi, le stesse parole, ora in greco, ora in osco63. Sono piuttosto indizio di vittorie o di predominio dei Lucani sui Metapontini, anziché di semplice alleanza.

Un’altra serie di monete ci richiama ai tempi di Pirro. Portano l’impronta di un elefante, e in alto una vittoria alata che pare lo incoroni: è un disegno, per vero, di assai barbaro stile, non anteriore certamente alle vittorie di Pirro, sui campi lucani, tra il Basento e l’Aciri (280-275 a.C.); e se possono fare arguire partecipazione di Metaponto agli eserciti ed alle vittorie del re epirota, non escludono che possano riferirsi alle guerre di Annibale, come è più probabile, considerata la barbarie del disegno.

Altre monete danno indizi di alleanze, politiche o commerciali, in tempi diversi, con Posidonia, con Taranto, con Crotone, con Eraclea altresì: muti accenni, e per tempo indeterminato, sono alla sua storia di poca utilità.

Gli ultimi echi della storia metapontina vengono dal tempo delle guerre di Annibale. Posta sulla via littoranea tra il Bruzio e l’Apulia, onde era il via vai continuo delle forze mobili del grande capitano; ricchissima che era fra le città italiche dei prodotti del suolo, Annibale la tenne come granaio dei suoi eserciti, quartiere alle sue fazioni contro Taranto, e come tappa alle evoluzioni fulminee di sua irrequieta arte di guerra. Non è maraviglia, se di buono o mal grado, essa parve piegasse alla parte del grande e feroce venturiero; sicché quando egli, abbandonato che fu dalla fortuna, si raccolse agli ultimi sforzi nella penisola Bruzia, grande numero dei Metapontini disertò la città, e seguì le sorti di Annibale nel Bruzio per isfuggire alle vendette di Roma. Le quali se furono grandi e feroci ben si può credere; e lo credo: ma se si intende attribuire a quei fatti (come altri ha scritto) la decadenza della città, non parmi si sarebbe nel vero. Quando le grandi città italiote ebbero perduto la pienezza di vita dello stato autonomo, esse decaddero politicamente a città di provincia, a città secondarie: poi man mano, lungo secoli non brevi, cessero al fato di tutte le città poste sui fiumi là dove essi sboccano al mare che li repelle. Da questo fatto venne la morte loro; e di codesta azione deleteria parleremo più innanzi.

Pausania che viveva ai tempi degli Antonini scrisse, è vero, che «della città erano sole reliquie, ai suoi tempi, il teatro e l’ambito delle mura; tutt’altro era caduto al suolo» (lib. VI). Ma si terrà esatta, in tutta la sua cruda realtà, questa notizia del pariegete scrittore? Che il suolo della città fosse ancora continuata dimora di gente, si può inferire anche da questo, che dalle sue veramente distrutte ruine di oggi si sono raccolte monete nonché di Tiberio, ma di Commodo (180-192 d.C.), ma di Costantino (306-337); anzi dei bizantini del secolo IX e del X64. Il cronista Leone Ostiense, all’anno 980, ricorda con Taranto anche Metaponto65. Doveva dunque esistere almeno l’ombra della gran città, magni nominis umbra! Le ultime memorie di Metaponto io le trovo in una carta del 1099; e più tardi ancora in una lettera regia del 1303: ma allora non era che un casale o villaggio66. Diventato un feudo di un qualche dinasta normanno, vi fu innalzata una chiesa che dedicarono alla Santa Trinità; e da questa chiesa il povero casale, reliquia della grandezza ellenica, prese il nome più comune di «Civita della Santa Trinità»67. L’altro nome di Metaponto le restò promiscuo per qualche tempo. Poi l’uno e l’altro disparve.

L’alta floridezza dell’antica città italiota attestano anche le minime reliquie, anche i frusti delle reliquie che il tempo ha risparmiato, e la terra per caso ricaccia alla luce. La straordinaria fecondità dei terreni di oggi sulle piaggie ove fu Metaponto conferma la prodigiosa libertà dei tempi, in cui la nobile e ricca città improntava del simbolo della spiga matura le sue monete, e mandava a Delfo ogni anno «una state di oro» e vuol dire un covone in oro, a gratitudine e voto di patrocinio verso il dio della luce della razza ellenica. La grande varietà delle monete metapontine, di cui si conoscono più centinaia di tipi diversi, fanno arguire nelle officine monetarie una abbondanza, una energia di produzione senza pari, ed una richiesta di esse, pei bisogni di un esteso commercio, maggiore che in altre città. Se Taranto era il principale mercato delle lane, greggie o lavorate e tinte, Metaponto fu il mercato precipuo dei grani, sulle spiaggie orientali del Jonio.

La bellezza artistica delle sue monete potrebbe, da sola, attestare a quale elevato livello si innalzarono le arti belle; se non esistessero ancora in piedi, vincitrici del tempo e degli uomini, alcune reliquie di un tempio esastilo, dedicato a un iddio che non è noto. Sono quindici colonne doriche, che l’arte greca ha improntate della bellezza delle cose divine, e di quella divina armonia del tutto e delle parti, che busta anche un solo frusto a rivelare l’eccellenza insuperata dell’arte e di artefici insuperati. Esse rimangono vedove! ma in piedi, sull’alto di un poggio, lambito dal fiume Bradano. L’arte ellenica passata in Italia strinse il volo a Metaponto e a Pesto; e vi si arrestò un pezzo. Onore all’Ellade madre!

NOTE

1. In ERODOTO, VIII, 115.

2. In STRABONE, VI, 405. — Del resto, se la prima antichissima Siri ebbe origini e nome da una Siri della Peonia, giova di ricordare questo accenno che si legge in Erodoto (V, 13): — A taluni prigionieri, venuti alla presenza di Dario, egli dimandava: «che sono i Peonii e qual paese abitano?» e quelli rispondevano: «La Peonia è situata sullo Strimone, che non è lontano dall’Ellesponto; e noi discendiamo da emigrati troiani».

3. Questo atroce episodio di guerra è riportato da altri scrittori a tempi più bassi, e propriamente nella guerra delle tre città (di cui sopra tu fatto parola) contro Siri. Io seguo Strabone e le sue fonti.

4. Alcuno interpretò per oppidulum. Forse fu il nome dato all’arx o acropoli; dipoi esteso alla città.

5. STRABONE, VI, 405.

6. EROD. VIII, 62.

7. Se questa moneta è del tutto fuori dubbio: vedi al seguente capitolo.

8. Lib. VI, 405.

9. ὕστερον.

10. Lib. XII, 36.

11. SESTINI, Lettere e dissertaz. numismatiche, le quali servir possono di continuazione ai nove tomi già editi. Tomo I. Milano, MDCCCXIII — Lettera V, pag. 40.

12. SAMBON, Recherch. sur les monnaies de la presqu’ile d’Italie. Napoli, 1870, pag. 284.

13. V. appresso a pag. 191.

14. Heraclea, aliquando Siris vocitata. PLINIO, Hist. Nat. III, 15, 3: e vuole intendere Eraclea qualche volta fu scambiata o confusa di nome con Siri. — Tito Livio, per un esempio, parlando di Pitagora (che egli fa vivere ai tempi di Servio Tullio, cioè nel 592 a.C.) dice che tenne scuola per la regione circa Metapontum, Heracleamque et Crotonum… Questo anacronismo dello storico, che un grammatico giustificherà la mercé di un parola strana — la prolepsi — potrebbe invece da altri essere ricordato in appoggio a ciocché noi si sostiene nel testo; a prova, cioè, che Eraclea, città, esistesse prima della Eraclea, colonia Tarantina del 433.

15. CORCIA, Op. cit. III, 110.

16. Altri ha detto che, stante il gran numero di Eraclee nel mondo ellenico, la nòta di Siris è titolo di specificazione di essa, come a dire Eraclea del fiume Siri. Ma, a tacere di altre ragioni, basta avvertir solamente che Eraclea non era posta sul fiume Siris, dal quale distava un quattro miglia, ma sul fiume Aciris, al quale era prossima per uno o due chilometri.

17. V. a pag. 191.

18. Gli scrittori allogano l’antica Siri «sulla sponda sinistra del Siri, o Sinno, presso la sua foce, a quattro miglia all’oriente di Eraclea; o questa a due miglia e mezza dal mare, sulla collina a sud-est di Policoro, e nelle adiacenti valli, ove precipuamente si osservano considerevoli rottami e numerosi frammenti di tegoli, di mattoni, di vasi fittili sparsi sul terreno». Così scriveva ANDREA LOMBARDI, nel Saggio di topografia, etc. citato innanzi a pag. 61. — Ultimamente il dottor LACAVA negava che a sinistra del Sinno e nel «pantano» di Policoro esistessero rovine: invece egli ne osservò di molte, «frantumi e avanzi di terre cotte, vasi e tegole» a destra del fiume Sinno, nella contrada Ciglio de’ Vagni in territorio di Bollita (oggi Nuova Siri) presso il torrente di S. Alessio «poco discosto dal mare». E qui egli credeva fosse stato il posto di Siri antica (Del sito dell’antica Siri. Potenza, 1889). Non ometterò di ricordare un altro scrittore recente. il prof. DOTTO DEI DAULI, che nel suo libro L’Italia dai primordii all’evo antico. Forlì, 1880) dice, espressamente: «Recatomi sul luogo (Cigli di S. Pietro o di Vanni) ebbi ad osservare che quei ruderi non possono nè per vetustà, nè per sito appartenere all’antica Siri».

Per me, io resto all’opinione del LOMBARDI, che fu un valentuomo, e che è quella di tutti E aggiunge che il Corcia allogherebbe a quei Cigli di Vagni (e questa parmi parola dialettale per Bagni) l’antica ignota città di Lagaria: e in ciò aderirei al CORCIA. Ma studi, esplorazioni, indagini locali mancano del tutto finora.

19. STRAB. VI, 429.

20. Vedi in seguito al capitolo XV.

21. LIVIO, VIII, 24, Heracleam, Tarentinorum colonia, coepit.

22. È la nòta cronologica, generica, del Mazzocchi, di Ludovico Adolfo Ahrens, del Franz, etc. (Conf. Corpus Inscript. Graec. vol. III, 1853: n. 5774). Il Lénormant (Grande Grèce, I, 165) scrive che furono incise nell’ultimo quarto del III secolo a.C.: i più, al principio del IV secolo: che sono i limiti estremi indicati nel testo. — Amadeo Peyron, che trattò largamente di queste tavole, crede che fossero scritte «quaranta anni dopo la fondazione di Eraclea»: prima cioè della federazione con Roma; e ne dà un commentario a diversi titoli importante (nella dissertazione: La prima Tavola di Eraclea. Torino, 1869). — Conf. la notevole monografia: Degli scritti di A.S. Mazzocchi, studii di Felice Bernabei. Napoli, 1874.

23. DIONE CASSIO, XLIII, 28 e 48.

24. Qualcuno ha congetturato che Ia sillaba dell’oba AI delle Tavole eracleesi significasse l’oba dell’Αιγιδος, dell’Egida, che è il solo nome noto tra quelli di Sparta. Conf. Corpus Inscript. Graec. ibid.

25. Per esempio, uno degli agrimensori è nominato: ΗΕ Καρικειον Απολλωνιος Ηρακλητω; e vuol dire: «Apollonio, figlio di Eracleto, dell’oba, il cui nome comincia «da ΗΕ, e della famiglia che ha per arme o insegna il Caduceo.» — Il Lenormant è di avviso (Grande Grèce, I, 166) che siano simboli grafici, quasi impronta da suggello, piuttosto personali che di famiglia: ma non pare esatto, poiché alcuni Ivi nominati hanno la stessa sigla dell’oba e la stessa insegna.

26. MAZZOCCHI, nell’interpretazione della linea 88 della I tavola, pag. 224-6 del suo Commentario.

E qui giova ricordare cosa che mi pare degna di speciale nota.

La parola della Tavola I che il Mazzocchi interpretava per semivenales sive adscripticii, quasi servi della gleba, è geonas, γαιωνας.

Il Peyron, conforme ad una interpretazione del Franz per un’antichissima iscrizione, interpreta quella parola per alzata di terra («il conduttore non farà alzate di terra oltre le esistenti»). Ora per quei luoghi, suIla plaga marina dol golfo di Taranto dal Bradano e Basento in giù verso il Sinno, anche oggi hanno il nome di Givoni certe umili catene di monticoli, che sono rialzi di suolo rispetto alla non lontana spiaggia jonia; e che io non mi pèrito di riferire all’antichissima parola usata dalle popolazioni metapontine o eracleesi delle antiche città.

27. Conf. BERTAGNOLLI, Vicende dell’agricoltura in Italia. Firenze, 1881, pag. 57.

28. «Nel mese di Pànamo,» dice la Tavola, ed interpretarono per luglio e il Mazzocchi e l’Heyne ed altri.

Le Tavole di Eraclea (oggi nel Museo nazionale di Napoli) furono trovate il 1732 nel letto del fiume Salandralla, che è l’antico Acalandrum. Le s dicono «opistografe» cioè scritte dalle due parti: esse da un lato portano incisa una legge in latino, e dall’altro lato, in greco, le tavole o titolo, che propriamente si riferisce ad Eraclea. La legge, in latino, ormai è fuori dubbio che sia una parte della famosa Lex Julia Municipalis, che Cesare fece passare nel 710 di Roma, ovvero 44 a.C. e che fu, per così dire, la Carta costituzionale comune a tutti i municipii dell’impero (V. Corpus Inscript. Latinar. I, 206).

I due atti pubblici di Eraclea, che contengono la misurazione, la terminazione e la concessione in fitto dei due grandi poderi, di proprietà del tempio di Dioniso e del tempio di Atèna, si riferiscono a terreni posti tra la città di Pandosia e l’«Aciri» che sono dati per arcifini negli atti. Vi si accenna anche ad un isolotto, che non vi è più, nel fiume Aciri, o Agri. Erano stati in parte usurpati da privati cittadini, e poi rivendicati al nume dai delegati della città. I due poderi vengono divisi in minori appezzamenti; questi dati in fitto vitalizio; e i due istrumenti ne registrano i confini, l’estensione, il fitto, gli obblighi ai fittaiuoli, il costoro nome e dei loro garanti quinquennali. L’estensione del podere sacro a Dioniso è misurata in 1095 1/2 scheni di terre coltivate, e 2225 di terre salde e boscose, e in esso vigna, oliveto e frutteto. Il fitto complessivo di questo podere fu di 410 medimne di orzo: e fitto immutabile per la durata dell’affitto, vita. Pel mantenimento e ammegliamento della cosa locata, minuto elenco di diritti e doveri ai fittaiuoli; multe in «mine di argento» ai contravventori.

La prima Tavola comincia cosi:

«Essendo Eforo Aristarco, figlio di Eraclide: correndo il mese Apelleo (dicembre). La città e gli agrimensori Filonimo, figlio di Zopirisco, (dell’Oba) VE, (dall’insegna) del Tripode; Apollonio, f. di Eracleto, della PE, dal Caduceo; Dazimo, f. di Pirro, della AE, dallo Scudo; Filota, f. d’Istieo, della CN, dal Tridente; Eraclide. f. di Zopiro, della ME, dal Capitello. — A Dioniso. — Gli agrimensori Filonimo… (e gli altri ora nominati), deputati per misurare i terreni sacri a Dioniso, hanno eseguito la misurazione, la confinazione e la ripartizione, come siegue qui appresso: approvandolo gli Eracleesi radunati in concilio. Abbiamo misurato a cominciare dal limite che è sopra Pandosia e che divide i campi di Dioniso da quelli di già in possesso di Conea figlio di Dione: e (il tutto) abbiamo ripartito in quattro parti, etc. etc.»

La seconda Tavola incomincia così:

«Essendo Eforo Dazimo. La città e gli agrimensori Filonimo, Apollonio e Dazimo (con Ie indicazioni di paternità, di sigle e insegne, riferite nella 1ª Tav.) — Ad Atèna Poliade — Gli agrimensori deputati (a misurare) i campi sacri di Atèna, che sono nella bassura o conca (in Coele sunt), hanno esguito, etc., approvando gli Eracleesi radunati in Concilio. Abbiamo misurato dal limite che (luogo detto) Coenis mena alla via di Trentapiedi, etc. etc.»

La locazione viene fatta: dalla città, da due Polianomi che si nominano, e dagli Agrimensori anche nominati. —Il mese era diviso per decadi.

Sono scritte amendue in dialetto dorico: nella seconda, che si riferisce ai terreni sacri ad Atèna, avvertono forme dialettali doriche di un periodo di tempo più recente della prima: ma (se questo è esatto) l’intervallo tra le due non potè essere che breve; giacché alcuni agrimensori della prima Tavola intervengono alle operazioni nella seconda. — Alla seconda Tavola manca la fine; la prima è intera. — Dell’intero monumento è famoso il Commentario che ne diè fuori il Mazzocchi, nel 1754 e 1755; ove trattò di tutto con abbondanza che parve spesso soverchia (fuse potiusquam copiose, disse Heyne negli Opusc. Acad. II, p. 234). Ma l’interpretazione che egli ne diede, meno che in qualche punto, è accettata oggi dai dotti. — Conf. Corpus Inscript. Graecarum, 1853, vol. III, n. 5774).

29. Conf. MAZZOCCHI, p. 511.

30. STRABONE, VI, 393.

31. STRABONE, VI, 393.

32. STRABONE, VII, 499.

33. Vedi innanzi al capitolo IV, p. 59, e in seguito al cap. XXII.

34. Scimno di Chio, v. 22; Heyne, Op. Acad. II, 205.

35. Nella Cronica di Eusebio è riferita l’occupazione di Pandosia da parte degli Elleni all’Olimpiade IV, 3 ovv. 762 a.C. — Corcia, III, p. 321.

36. Vedi appresso al capitolo XV.

37. LENORMANT, Grande Grèce, I, 451.

38. GARRUCCI, Monete Italia antica, pag. 154.

39. Odissea, lib. 24.

40. L’osservazione è del LENORMANT, Grande Grèce, I, 128.

41. Oggi sono detti i laghi di Zygos, ovvero di Viaconi.

42. La moneta colla leggenda ΑΧΕΛΟΙΟ ΑΘΛΟΝ «in premio» in lettere retrograde e arcaiche (si crede però di un arcaismo di imitazione) la si assegna, per esempio, alla metà del secolo V a.C. — Il Duca di Luynes fu di avviso che l’Acheloo di questa moneta fosse l’Acheloo della Elide (non dell’Acarnania-Etolia), e ne riattaccherebbe il culto, epperò le origini metapontine, ai coloni Pilii dell’Elide (nella monografia di Métapont, Parigi, 1883).

Più gravi obiezioni al concetto del Millingen faceva il signor HOLLANDER (nel libro De rebus Metapontinis, Gottingae, 1851, p. 19-20) osservando, che il culto dell’Acheloo era sparso in molte regioni della Grecia, come ad Atene, a Rodi, a Megara e in Sicilia; non perciò si può riferirlo, in tutti codesti luoghi, a coloni etolici. D’altra parte, è attestato da Eforo, che l’oracolo di Dodona, a quanti venivano a chiedore un responso, ordinava di sacrificare all’Acheloo; e l’Osann ha dimostrato, da un passo di Filostrato, che a’ giuochi ginnici presiedeva, come nume tutelare, l’Acheloo. Niente dunque di speciale all’Etolia. Noi, a nostra volta, osserveremo, che per codeste ragioni del signor Hollander, il concetto del Millingin perderebbe di peso; se non stesso il fatto della esistenza di una città di Metapa, in Etolia; a cui riattacchiamo la Metaponto italica.

43. STRABONE, VI, 406.

44. O. MULLER apud HOLLANDER, Op. cit. 17.

45. Alla confusione creata dalla varietà delle tradizioni, aggiunge tutt’altro che luce la frequente uniformità dei nomi. Questo Epeo metapontino sarebbe l’eponimo degli Epei della Trifilide, socondo alcuni (De Luynes); secondo altri, invece, si riattaccherebbe a Panope o Panopea, città di Epeo, nella Focide, prossima a Crissa e a Daulide: sicché la leggenda del gran fabbro, accennerebbe ad origini focesi. — GROTE, Stor. della Grecia, vol. V, cap. IV, p. 108. HOLLANDER, Op. cit., 18.

46. Lib. VI, 406. Qui però il testo non è integro del tutto.

47. Mannert, la parola di Strabone (distrutta) «dai Sanniti» Σαμνιτῶν muta in Χωνῶν «dai Conii»; lo Schiller, invece, in Δαυνιτῶν. — Il Cluverio interpreta il passo straboniano in questo senso: «Che Metaponto fosse fondata dai Pilii, si argomenta dai riti funebri celebrati ai Neleidi, che i Sanniti abolirono» (Ital. antiqua, p. 1278): altri lo seguono in questo concetto. — Conf. Hollander, p. 22.

48. Stor. Greca, V, c. IV, 108.

49. Il duca di Luynes, ritenendo la vulgata interpretazione del passo di Strabone, enumera moltissimi luoghi di antichgi scrittori (quali sono lo stesso Strabone, Giustino, Varrone, Plinio, Dionigi, Cicerone e Livio) in cui si accenna alla ben remota «antichità degli stabilimenti sannitici nella parte dell’Appennino prossima alla Magna Grecia». Nel Métapont, citato. Parigi, 1833.

50. STRABONE, VI, 406.

51. HOLLANDER, Op. cit., p. 26. — HEYNE, Opus. Acad. II, 210, riferisce la fondazione degli Achei all’olimp. 83, 2, che è il 447 a.C., che non dirò, un equivoco dell’insigne critico, poiché i Sibariti del passo di Strabone, riferito nel testo, egli intende pei «Turii» succeduti a Sibari. Anche il Raoul Rochette abbassa l’epoca.

52. A pag. 123.

53. Vedi in seguito al capitolo XI.

54. Nell’opuscolo plutarchiano Del genio di Socrate, p. 682, dell’edizione Francfort, 1605.

55. Nell’altro opuscolo plutarchiano De Stoicorum pugnis, pag. 612. — Non altrimenti Arnobio, lib. I, p. 23.

56. Ricorderò qui, che dissero trovata nei campi di Metaponto, nel 1794, una iscrizione latina, in cui è parola di una Aedem Musarum, ristaurata da un L. Nonio Rufo. — Era l’Aedes Musarum, ove Pitagora si lasciò morire di fame, secondo una delle ricordate varianti della tradizione. Ma l’iscrizione è falsa. — V. Corpus Insc. Latinarum, vol. X, n. 19.

57. CICERONE (De Finibus, V, 4) dice:

Me quodam tempore Metapontum venisse, nec ad hospìtem ante divertisse, quam Pythagorae ipsum illum locum, ubi vitam ediderat, sedemque viderim.

Grote scrive invece che Cicerone vide a Metaponto la «tomba» di Pitagora (vol. VI, pag. 267, nota), e così Lenormant sulla traccia del Grote.

58. Così, per verità, il popolo degli eruditi a reminiscenze classiche; ma il popolo vero le dice, invece, Tavole de’ Paladini: nel medio evo si trovano denominate Mensae Imperatoris, che è Carlo Magno, l’imperatore e il capo del Paladini. Vedi in seguito, Parte II, capitolo III, pag. 103.

59. Tra le monete di Metaponto ve ne ha una (nel Museo britannico) che oltre a META e alla spiga, ha sul dritto la parola OMONOIA — concordia — e la testa di Homonoia, con orecchini e collana. — Potrebbe essa riferirsi ai fatti o ai tempi di cui si parla nel testo.

60. Cioè 60 talenti, e vuol dire oltre a 30 milioni di lire. In Diodoro (XX, 304) si legge «seicento talenti d’argento.»

61. Vedi in seguito al capitolo XV.

62. Nel campo di questa moneta, sotto il ventre dei cavalli in corsa, è una testa di lupo (λύκος), che è il simbolo grafico della parola Lucani. Questo simbolo si scorge anche in altre loro monete; ma (si noti) in quelle che hanno la leggenda in greco, non in quelle, benché di tipo identico, che l’hanno in linguaggio osco.

63. In altre monete è un monogramma che disciolto leggono ΛΥΚ; che io non accetto che possa riferirsi ai Lucani. È più probabile nòta dello zecchiere.

64. In Metaponto, del dott. LA CAVA, a pag. 231-32.

65. Ivi è detto: Otho secundus imperator venit Capuam et abiit Tarentum ac Metapontum.

66. La carta del 1099 è nella Histor. Monasterii S. Michael. Archangeli Montis Caveosi, Napoli 1746, pag. 42, Rodolfo Maccabeo, de’ dinasti normanni, dona alla chiesa di S. Mich. Arcangelo di Montescaglioso màsse, chiese, terre e casali, e inoltre

veterem civitatem quae (ad) Arcora vocatur… et medietatem omnium terrarum mihi pertinentium in Metaponto, et medietatem proficui (leggi: proximi) portus, ecc.

Questo documento può dar luogo a duplice congettura, e sono: che la vetus civitas quae (ad) Arcora vocatur indichi la vecchia, ruinata e spopolata città di Metaponto, e che le terrae in Metapontum indichino il territorio dell’antica città, prossimo al porto di essa, che era l’attuale Lago di S. Pelagina, che oggi è uno stagno, ma che nel secolo XII non era del tutto interrato.

Che il nome di Metaponto restasse ancora, nel secolo XIV, ad una benché piccola città o paese risulta dalla lettera regia del 1303 (nel Syllabus membranarum ad r. siclae archivium pertinentium. Napoli 1824, vol. II, parte II, pag. 100) si legge, e riassume publicum mandatum regium, quae praecipitur al Giustiziero di Terra di Otranto, ut non compellat homines Metaponti ad solutionem residuam generalis subventionis et doni.

67. V. al capitolo III della Parte II, pag. 102.

Parte I - La Lucania

CAPITOLO IX

LE COLONIE ELLENICHE SUL TIRRENO: POSIDONIA, VELIA, PALINURO, MOLPA, PIXO E LAO

Le colonie elleniche sul mare Tirreno non furono propagini dirette (da alcune infuori) dell’Ellade; ma sì delle città italiote già fondate sulle spiaggie del Jonio. Queste, che sursero prime sul mare più noto ai naviganti elleni e men pauroso pei pericoli dello stretto siculo, si propagarono, risalendo i fiumi, per l’interno delle terre italiche; dipoi, oltrepassato l’Appennino, vennero alle feraci sponde del mare inferiore. Non è probabile che arrivassero al mare, se prima non avessero lascialo qui e qua nuclei di abitanti e coloni, per l’interno del territorio enotrio.

Anche delle città ilaliote sulle spiaggie del Tirreno, l’antica storia è quasi muta; forse perché gli antichi scrittori non le ebbero considerate che quali città secondarie, e in dipendenza delle maggiori sul Jonio. Esse erano, inoltre, fuori d’Italia, cioè dell’«Italia» degli antichi scrittori ellenici, e fuori della stessa «Magna Grecia» pei scrittori meno antichi della civiltà romana. Quelle che scamparono alla completa oscurità che le altre involse, non sono se non Velia e Posidonia ovvero Pesto.

Di Lao, di Scidro, di Pixo, di Molpa si sa quasi nulla: nulla addirittura dì Palinuro e Fistelia e Platea e Sicione, se pure queste due ultime furono davvero in Italia. Sursero tutte, o quasi tutte, dai coloni delle spiaggie ioniche, dopo la fondazione di Sibarl, nel corso del secolo VII e VI a.C. Ma è probabile che già prima fossero stazioni di genti anti-elleniche. Nel golfo posidoniate erano già le isole Enotridi, onde è giusto argomento che tutta la spiaggia di contro fosse dominata dagli Enotri; e nelle poche rovine di Velia, a giudizio di un dotto archeologo de’ nostri giorni, sono ancora visibili le vestigia di costruzioni più antiche e diverse dai sistemi delle costruzioni elleniche. E se il significato del nome di Scidro fosse tale quale a noi parve e fu chiarito più innanzi, essa si riattaccarebbe a genti e tempi anteriori all’ellenismo della Magna Grecia. Non altrimenti per Lao, le cui origini altri volle derivare dai popoli Laini della Peonia presso lo Strimone1; e pertanto sarebbero delle più antiche colonizzazioni di popoli Enotri o più specialmente dei Conii.

Una ugualmente remota antichità fu attribuita alla città di Pesto da chi ritenne che l’antico nome di essa fosse Paist, anteriore alla denominazione di Posidonia. Per noi, invece, Paistum è la trasformazione fonetica del nome Poseidon, avvenuta in tempo e nel linguaggio della gente oscolucana, che sottomise la città ellenica2.

Posidonia

Forse genti enotrie esistevano già sul luogo3 quando arrivarono ivi gli Elleni e vi fondarono Posidonia. Achei e Trezenii dell’Argolide abitarono insieme nella città di Sibari, secondo che si legge in Aristotile4; poi gli Achei, cresciuti di numero, cacciarono i Trezenii, per uno di quegli interni dissidii di prevalenza, che furono trama perpetua alla storia delle colonie italiote. Allora i Trezenii della città sul Crati vennero alle sponde del mare Tirreno e fondarono la città che fu Posidonia. Fra le tante congetture delle origini pestane, e lasciando le scorie archeologiche, questa è per me la più accettevole; e se vogliamo assegnarle una data cronologica, si può riferirla alla metà del secolo VII a.C.

I Trezenii, di stirpe dorica, dettero al nuovo stabilimento il nome sia di una città omonima della madre patria originaria che era Posidonia, sia del loro Iddio etnico e tutelare, Poseidon. Anche sulle monete pestane dell’epoca più antica, quali sono le incuse, si trova l’impronta di questo nume oceanico che brandisce il tridente; e dalla leggenda delle monete, che in dialetto dorico è scritta Poseidan, si può dedurre che la gente dorica prevalesse nella città nel corso del secolo VI a.C., e conforterebbe di prova indiretta la venuta dei doriesi Trezenii a Pesto. E dalla serie di sue monete finora nota possiamo argomentare che di unita ai Trezenii vennero o sopravvennero coloni Achei, poiché in esse è improntato, oltre al nume che vibra il tridente, la immagine del toro ora cozzante, ora progrediente, talvolta barbato, che è il blasone monetale delle colonie achee; e in altre, col toro, la testa di Pallade dall’elmo attico. Se Posidonia, in origine, fu colonia dell’antica Sibari, fu poi autonoma e confederata con la Sibari risorta che abbiamo altrove accennata,5; e fu in lega, politica o commerciale che sia, con altre città da essa non lontane, benché la dubbiezza di alcuni conii non affidi del tutto. Una moneta segna il nome in iscorcio della città insieme alla parola FIIS, e un’altra moneta insieme alla parola ΣΕΙΛΑ. Gli scrittori riferiscono, incerti, la parola della seconda chi a culti religiosi dei coloni pel fiume Silaro6, chi ad una possibile città di Silara o Silaria7, ancora ignota del tutto; e chi invece, negando la esattezza della lezione, non vi scorge che la parola MEIΔΑ8. Poco mono incerta la parola FIIS: è nota però, per altri conii, la parola e la citta di ΦΙΣΤΕΛΙΑ in greca lettera e di PIΣTVΛIIS, in osco; ma punto accertato ancora il posto di questa città, la moneta vaga tra le attribuzioni a Puteoli, a Fulsule, a Plistia; nè la dubbiezza è in via di cessare.

Io riferirei a questi più antichi coloni doriesi originati da’ Trezenii, la fondazione, verso lo sbocco del Silaro, del famoso santuario dedicato a Giunone Argia, che le leggende attribuirono agli Argonauti. Era lontano sei miglia da Posidonia, posto, a quanto si crede, presso alla spiaggia del mare, sulla sinistra sponda del Silaro, secondo Strabone9, sulla diritta secondo Plinio. È probabile che i Trezenii venuti dall’Argolide avessero voluto adorare sulla terra della nuova patria la massima delle deità della patria antica; ed è perciò probabile che il tempio sorgesse in terra posidoniate e sulla sinistra del fiume. Se fu accosto alle rive del Silaro, le alluvioni della torbida fiumana nell’ultimo tronco covrirono delle sue melme le ruine del tempio famoso; ma non è improbabile fosse elevato su uno dei prossimi clivi, in vista del mare10.

Posidonia divenne prestamente popolosa e florida, grazie alle feraci terre, in mezzo a cui il prossimo e lutulento Silaro si versa nel mare, e grazie ai suoi commercii marittimi; di cui si veggono improntati su molte di sue monete gli emblemi. Con le sue flotte domina sul golfo cui diede il nome; e il nome è indubbio argomento di sua prevalenza sulle altre città marittime della regione. E benché Strabone ricordi l’aria, per le prossime paludi, inquinata della città, non è dubbio che ai tempi della floridezza italiota essa fu ricca di popolo non meno che sede di squisita civiltà.

La storia di Posidonia si divide naturalmente in tre principali epoche, secondo che dalla completa autonomia passò in soggezione dei Lucani verso il 100 a.C., e poi in dominio di Roma nel 273. Furono tre civiltà che si mescolarono e si sovrapposero: ma poche filamenta ne avanzano, e questo, tessute in pietra o in bronzo, dell’epoca più antica. La splendida floridezza a cui giunse la città greca è attestata dalle maravigliose reliquie de’ suoi tempii che, solenni quanto il Partenone o poco meno, ancora esistono, masse austere e maestose, nell’ampia solitudine dei campi ove surse la città: esse restano ad emulare i più celebrati monumenti dell’arte greca dei tempi più antichi. Alcune dipinture sulle pareti interne di talune tombe posidoniati rivelarono testimonianze di bellezza artistica insigni; gran numero di sue multeplici monete non attestano meno l’eccellenza dell’arte del bulino, e, può inferirsi, anche dello scalpello. La cerchia delle mura che ancora rimangono in piedi a larghi tratti per la pianura, con l’arco ancora intatto delle antiche porte, con torri quadrate sporgenti dalle mura stesse, e queste larghe in fronte così che parrebbero strade spianate a manovrarvi manipoli di cavalli anziché di pedoni, attestano la ricchezza dell’erario, l’accorgimento dei governanti, la potenza della città. Se desse furono rifatte, come altri crede11 ai tempi di Alessandro il Molosso a mezzo il secolo IV, erano opere di molto più antiche: mentre le moli dei templi, alcuni poderosi e solenni, non men che eleganti per sobrietà e purezza di linee, mostrano l’altezza insigne dell’arte posidoniate nel corso del secolo VI e del V: alcune reliquie di pittura emerse dalle tombe della città testimoniano anche per la plastica una singolare altezza di cultura artistica: ma dì queste maraviglie sarà fatta altra parola più innanzi12.

La sua potenza non potè salvarla dall’occupazione dei Lucani, ai quali pure poterono resistere ed Elea ed Eraclea. Essi l’oppugnarono e la sottomisero ai principii del secolo V, (probabilmente dal 410 al 400 a.C.), e già dovevano essere popolo forte e numeroso, non tribù sciamata di recente dalle sacre primavere dei sabellici (come alcuni pretesero), se poterono impadronirsi di città floridissima, difesa per torre da mura sì poderose, difesa per mare da flotte, cui nulla potevano opporre i montanari dell’Appcnnino.

Città presa di forza, da popolo di civiltà impari o diversa e molto minore della civiltà ellenica, il governo dei vincitori, in quel primo periodo della conquista, non poteva essere che aspro come in città di conquista e riluttante al giogo. Gli antichi scrittori ricordano che, in una delle annuali solennità che era, forse, di funebre rito, i Posidoniati si raccoglievano insieme a piangere e sospirare gli antichi istituti, gli antichi riti, le antiche leggi della città mutate13: con i nuovi dominatori era entrata (essi mormoravano) la barbarie, che stentava anche a pronunziare, senza guastarlo, il nome della città. Delle relazioni tra vinti e vincitori nessun’altra notizia ci è nota che questa; ma agli splendori dell’ellenismo anche la ruvidezza della gente Osca dovè cedere e squamarsi: i vincitori non imposero la loro lingua; presero anzi dal vinti l’alfabeto ellenico, e con esso altri sussidii, altri fomiti di civiltà senza dubbio, e, forse, le monete.

Nel secolo III, in seguito alle guerre di Pirro, Roma tolse Posidonia ai Lucani; e nel 482 di R. ovv. 273 a.C., vi condusse una colonia di dritto latino.

E di Roma Pesto ben meritò sempre; sia per la non mai mancata fede alle sorti romane, specie nelle guerre di Annibale, sia per la postura sua sul Tirreno come chiave sul mare che batte alle porte dell’interna Lucania, sin lo stesso fulgore di sua antica civiltà. Quando Roma chiuse tutte le zecche delle città d’Italia, perché volle per sè nel 264 (a.C.) il conio di tutte specie monete, fece eccezione e mantenne le zecche di tre sole città, e tra queste tre Pesto. Anzi Pesto restò sola nel privilegio di coniare la moneta di bronzo, quando, ai tempi di Augusto, il Senato di Roma tenne come suo diritto esclusivo la coniazione del bronzo, e l’imperatore quella dell’oro e dell’argento14.

Alcune delle sue monete di bronzo mostrano che fu municipio, poiché le improntano i «quatuorviri». Se il libro delle Colonie (che è del primo secolo, ma interpolato) indica anche Pesto tra le «prefetture», fu di certo ai tempi di Cesare o di Augusto colonia romana: il che vuol dire che ebbe l’onore! di dividere i suoi territori con i nuovi arrivati. Altri coloni vi mandò Vespasiano, e propriamente di marinai veterani della flotta di Miseno; e i titoli ricordano la città col nome aggiunto dell’imperiale famiglia «Flavia». Questa e qualche altra notizia spicciola è tutto quello che sappiamo della nobile città nel lungo periodo da poi che essa fu entrata nel fiume della civiltà romana. Al medio evo non ebbe il nome di Lucania, come altri hanno scritto15; ma probabilmente fu capo del gastaldato longobardico detto di Lucania. Cadde esinanita e spopolata nel secolo X, per quanto si argomenta, causa la malaria delle terre circostanti, più che le devastazioni saraceniche, a cui si riferisce una generale tradizione erudita.

Elea

Navigando da Pesto verso oriente, si incontra la foce dell’Alento che si scarica nell’insenatura che forma il promontorio di Palinuro. A sinistra del fiume Alento, presso al mare surse Elea o Velia, città a tante altre della Magna Grecia minore per grandezza di dominii o copia di popolo, ma superiore a tante altre dell’antica civiltà per lo splendore che s’irraggia dal suo nome alla storia dello sviluppo dello spirito umano. Poche e poco note reliquie ne restano al suolo16, oggi deserto per guerra della malaria: eppure per salubrità di clima e per bellezza di paese fu già albergo ricercato di svago ai potenti signori di Roma ed ai filosofi, ai poeti, agli uomini di stato della grande città, capo d’Italia e del mondo.

Elea fu fondata da coloni focesi nel secolo VI a.C. verso l’anno 535-8. Ma anche prima di questa epoca erano ivi approdati coloni di stirpe ellenica, i quali si soprapposero a più antiche genti che si dissero enotrie. Di queste ultime attesterebbero la remotissima presenza sul luogo le reliquie di costruzioni ciclopiche che si scorgono ancora nelle ruine della citta: delle quali si è fatto cenno innanzi17, e che ricordano, del resto, come la regione fosse giù tutta occupata da coteste genti.

Gli Jonil dell’Asia Minore, navigatori arditi e sagaci, furono i primi a fondare fattorie e colonie sulle coste di Sicilia e della bassa Italia, appena che caso o ventura scoprì agli Elleni queste terre poste ad occidente loro. Cuma, senza ritenere per certa l’antichissima data della sua fondazione di mille e più anni innanzi l’era volgare, fu senza dubbio fondata non più tardi del secolo VIII; e divenne man mano il veicolo della civiltà, delle dottrine, delle tradizioni elleniche ai popoli del Lazio e dell’Italia mediana. Dopo Cuma, tra le più antiche, è, della stessa origine, Naxo sulle coste orientali di Sicilia, la quale si propagò a Zancle che poi fu Messina, sullo stretto, e di contro a Reggio. Toccarono anche alle coste orientali di Italia, e vi fondarono Scilletium; ma da questa banda prevalsero invece genti achee di Sibari, di Crotone, di Metaponto. Ardimentosi e intraprendenti navigatori quali essi furono, non si arrestarono nè alle fauci dello stretto siculo, nè alle isole del golfo Cumeo: emuli ed imitatori dei Fenici, drizzarono le mire e le prore agli stabilimenti remoti e poco noti di costoro nell’ultimo Mediterraneo, sulle spiaggie iberiche e celtiche. Fondarono Massilia verso il 600; quindi Alalia nell’isola di Cirno o di Corsica verso il 556, e in quel torno di tempo Pisa; fattorie, probabilmente in origine, più che colonie. Sicché, mentre le genti achee e doriche non navigarono oltre la «fronte di Italia» come fu detta di poi la zona littoranea che si specchia nel Jonio, i Jonii vennero oltre per tutto il Mediterraneo occidentale da Reggio e da Cuma in su, fino alle estreme spiaggie di genti barbare del continente occidentale.

In una di queste prime escursioni dei Jonii nel mare Tirreno si vuol trovare le prime origini della città di Elea. Il cui nome non venne dalle «paludi» su cui surse la citta, perché non è natural cosa che essi avessero prescelto a stabilirsi, sull’ampia costa, un luogo offeso dalle acque stagnanti. Invece, il nome di Elea, trapiantato sull’Alento, ci mostra che i fondatori vennero da quella città della Teutrania, che fu detta Elea, posta sul golfo detto appunto Eleaticus18, sul quale sorgevano anche Pitone, Cyme o Cuma, e poco più giù Focea.

La nuova città è probabile fosse surta dopo la fondazione di Reggio che è del 668 in circa; poiché una antica tradizione fa venire appunto da Reggio, ove si erano arrestati un qualche tempo, i coloni di Elea dell’Enotria; ed è probabile che in origine fosse fattoria di commercii, più che colonia propriamente detta. Posta presso lo sbocco del ruine che derivò dalla futura città il suo nome di Alento, mentre essi potevano commerciare con le popolazioni interne dell’Enotria, restava la città a metà cammino tra quelle della stessa stirpe di Cuma da un lato e di Reggio dall’altro, punto intermedio di appoggio alle loro navi, tra’ due estremi. Questa è la ragione delle origini dell’Elea enotria.

Non guari dopo vi arrivarono i Focesi; e allora la fattoria di commercio divenne una colonia propriamente detta. E poiché da costoro aveva cominciamento l’origine legale della colonia, a modo greco, si disse fondata dai focesi, secondo una tradizione che è narrata da Erodoto, e che ci piace di ricordare ad onore del patriottismo infelice, ma eroico.

Verso la metà del secolo VI a.C. l’esercito di Ciro sottomise la Lidia, e assediò Focea (542 a.C.). Le genti sue insofferenti di servitù, quel che avevano di sacro e prezioso raccolsero sulle navi, e salparono pei mari di occidente. È degna della storia più elevata del genere umano la narrazione degli impeti, dei giuramenti, delle vendette di questi generosi contro gli invasori della patria sottomessa; ma io non debbo ripeterla. Dopo errar molto per l’Egeo e pel Tirreno, giunsero all’isola di Cirno che è la Corsica, ove venti anni prima, dice lo storico, avevano fondato Alalia; e, si può aggiungere19, Massilia sulle coste de’ popoli Celti. Ad Alalia restarono cinque anni; e di là si spinsero, audaci e intraprendenti, commercianti e pirati, sulle coste sarde ed iberiche, su cui dominavano i commercianti punici, e sulle italiche ove dominavano i Tirreni etruschi. I commercii, come gli interessi, sono invidi ed esclusivi. Cartaginesi e Tirreni si accontarono contro i nuovi arrivati: e fu tra gli uni e gli altri combattuta una battaglia navale, famosa all’antichità col nome di Alalia (536 a.C.). I Focesi vinti sul mare, si ritrassero ad Alalia; e presivi i figliuoli, le donne e quant’altro poterono imbarcare, abbandonarono la Corsica, si resero a Massilia, quindi a Reggio. Così narra Erodoto: ma è evidente, che essi furono invece cacciati dai vincitori dai paraggi dell’isola.

Gli scampati dalla catastrofe non restarono a Reggio, continua lo storico20; ma di là partiti, vennero a fondare la Città della Enotria «che oggi è detta Hiela» dice Erodoto21. È probabile che la tradizione narrata da Erodoto abbia raccolto, in un solo momento, i primi e gli ulteriori stabilimenti della stessa gente dell’Eolide. Col solo ed unico avvento de’ Focesi da Alalia e da Reggio non si potrebbe spiegare il nome di Elea dato alla città; che ben si spiega invece dall’avvento dei primi venuti dalla regione stessa dell’Asia Minore.

Ma se i primi non diedero se non il nome al primo stabilimento sulle spiaggie enotrie, ove poi approdarono i travagliati esuli di Focea, furono invece questi ultimi che diedero l’essere legale alla città. poiché l’Elea dell’Alento riconobbe appunto Focea per madre patria; come è manifesto dalle sue monete, su cui è improntata la protome e la figura del leone, che è il tipo delle monete focesi. Città e colonia di navigatori esperti de’ mari e della fortuna, essa riattaccò relazioni di commercio con i popoli della stessa sua razza dell’Asia Minore; e di là nuovi coloni le vennero in cerca di fortuna o di avventure, come per tutti i nuovi stabilimenti accadeva. Senofane, il maestro di Parmenide, era appunto di Colofone.

In processo di tempo altri coloni le giunsero da Turii. Elea, forse, per ignote cause, mancava di popolo. Turii, per uno de’ frequenti rivolgimenti interni delle città italiote, cacciava in bando una parte de’ suoi cittadini, i quali è probabile fossero di quel partito degli Attici che fu vinto in Turii e scacciato dal partito peloponnesiaco de’ nobili; quando questi, dopo i rovesci di Atene nella infelice impresa di Sicilia, presero il disopra in Turii, capitanati da Dorieo, rodio, intorno l’olimp. 92, ovvero 372 a.C.22. Scilace, ovvero colui che ne interpolava il libro, disse Elea «colonia de’ Turii», e se l’interpolatore non volle intendere di Sibari, il fatto, per ragioni di tempo, sarebbe assurdo. Alcune delle monete elleniche portano l’impronta della civetta o della testa di Aténa. Io non so se questo simbolo della moneta voglia significare, come altri ha detto, vincolo di federazione con Atene quando appunto questa città, per la spedizione di Sicilia, faceva politica di espansione e di alleanze sulle coste italiche. Inclinerei a credere significasse invece i nuovi culti della Atena-Pallade attica, introdotti in Elea da’ nuovi coloni turiesi, del secolo IV.

L’ordinamento interno della città non è noto; ma parmi non incivile trarre argomenti di analogia dagli ordinamenti di Massilia, che anche essa, come Elea, colonia di Focesi, anzi sede degli stessi futuri coloni della città dell’Alento, dopo la disfatta navale di cui sopra fu tenuto parola. A Massilia, dice Strabone23, era governo di ottimati; e i più alti censiti, o timuchi, componevano l’assemblea al numero di seicento. I timuchi dovevano essere capi-famiglia con prole, e da tre generazioni almeno cittadini della città: restavano nel Consiglio per tutta la vita. Era dunque un Senato. Esercitava il potere esecutivo un minore Consiglio di quindici; e tre di costoro erano a capo del governo. Nulla ci vieta di credere che a questi supremi lineamenti di ordini civili si fossero conformati anche i Focesi di Elea: i coloni, come si sa, portavano seco i culti, le leggi e le consuetudini della madre patria.

Ma fin dal primo secolo di sua fondazione quest’ordine civile di cose dové subire qualche, benché passeggero, mutamento. La tradizione dell’antichità ricordava, pressoché unanime, il fatto di Zenone, il filosofo e dialettico celebre della scuola eleatica, che incontrò eroica morte a difesa degli antichi ordini della città. Un tiranno (come i greci dicevano) a nome Nearco, o, secondo altri, Diomedonte, forse capo di democrazia o demagogia trionfatrice, aveva usurpato le pubbliche libertà del popolo eleatino; aveva mutato i supremi ordini dello Stato. L’opposizione delle eterìe per difendere o stabilire gli ordini antichi si accentrava nel filosofo: il quale è preso, incatenato e torturato perché rivelasse i complici della congiura. Ma nei tormenti, svillaneggiato che ebbe il Cesare demagogo ed eccitato i cittadini alla riscossa, si mozzò con i denti la lingua; perché, vinto dal dolore fisico, non avesse ceduto a parole rivelatrici. Il fortissimo esempio scosse ignavi e generosi (aggiunge la tradizione), e cacciarono a colpi di pietra il violatore degli antichi ordini della città24. Zenone è detto che fiorisse intorno al 460 a.C.

Le condizioni del paese ove fu posta la nuova città non si prestano favorevoli allo sviluppo delle ricchezze agrarie: poco terreno adatto alla cultura di cereali; brevi e anguste valli tra clivi, popolati da bellissimi ulivi, da viti, da castagni, che vegetano con prodotto squisito sì, ma non abbondante. Il mare, invece, invitava alle sue industrie questa audace razza marinara; ed Elea crebbe di floridezza pei suoi commerci e per le sue industrie marittime. Strabone ricorda l’industria sua della salagione dei pesci; ed anche oggi si esercita, segnatamente delle acciughe, per quelle coste scogliose. La manifattura del sale marino completava la prima. Le molte denominazioni topografiche del golfo di Salerno fino al golfo di Lao rammentano ancora, a chi sa comprenderle, l’antico fatto.

I suoi commercii si estesero lontano; lo attestano le sue monete, che si trovano sparse non solo per tutta l’Italia del mezzodì, ma fino sulle coste delle Gallie, ove ebbe strette relazioni con Massilia, e i popoli vicini.

Il dotto archeologo F. Lenormant non si pèrita di affermare, egli riteneva che i Massilioti ricorressero ad Elea, quando i conî sciupati di loro monete era bisogno di rinnovarli e ringiovanirli alle fonti dell’arte greca. Giacché le monete di Elea vanno annoverate tra le bellissime della bassa Italia: uguali o poco meno alle maravigliose di Siracusa, e tra le più belle della numismatica antica. Gli incisori (forse cittadini della stessa città) improntavano del loro nome queste piccole e stupende opere d’arte, per le quali è dato risalire al concetto dell alla cultura artistica della città sull’Alento; quantunque di opere architettoniche o di scultura non avanzino reliquie di sorta.

È singolare Elea tra le città italiote, perché rimase indipendente per tutta la durata dell’ellenismo autonomo della Magna Grecia; e quando Roma ebbe aggiunta al suo carro la bassa Italia, essa venne con Roma in vincoli di federazione, non di sudditanza. Nello assetto definitivo delle città, italiote dopo la legge Giulia, passò tra i municipi; forse prima fu qualche tempo prefettura, ma non colonia25. Non venne mai in soggezione ai Lucani; che pure occuparono, da Posidonia fino a Lao ed a Terina, le coste tirreniche, e sulle coste joniche, le altre città (meno che Eraclea) di gente ellenica. E se tenne testa ai Lucani, che senza dubbio si provarono ad oppugnarla, ben più agevolmente poté respingere gli attacchi dei Posidoniati, che ignote rivalità di commercio o di vicinanza spinsero contro di essa. Tutto questo, con chiara e giusta intenzione di lode, è attestato da Strabone, il quale ne dà il vanto ai grandi cittadini di Elea, Parmenide e Zenone, che dice Pitagorici, e alle sue ottime leggi, che egli accenna, ed altri afferma opera dei due stessi filosofi. Ma i due non furono Pitagorici, e quanto alle leggi della città, ben si può credere alla efficacia loro sulla potenza dello Stato, sul carattere virile dei cittadini, sulla concordia delle varie classi del popolo, sull’amore alla patria, che aveva innanzi a sé i grandi esempi della città onde ebbe l’origine. Ma queste leggi ci sono del tutto Ignote, e la partecipazione dei due filosofi alla legislazione della città, altri nega, altri spiega non altrimenti che come scritture dottrinali a insegnamento pubblico26. Ad ogni modo, la nobile città seppe mantenersi indipendente dai suoi vicini emuli, cupidi o inimici, grazie, di certo, ai suoi ordinamenti civili, alla cultura delle classi dirigenti, alla sua politica temperata e sagace, e alla stessa posizione del luogo: perché la città non sedeva in pianura, come quasi tutte le italiote, ma sopra un colle petroso, circondata da mura robuste, di cui ancora esistono gli avanzi. Forse la politica stessa della città contribuì alla costante indipendenza sua. Tutta intenta ai commerci del mare non ambì, non tenne domini entro terra ferma; fu pertanto quasi isola staccata dal continente, sul quale si agitavano e mescolavano i nuovi venuti, a sottomettere Enotri e Italioti. Entrata in vincoli federativi con Roma, diè alle guerre della grande città gli ausilii di sue flotte e marinai; come le altre città marinare e federate. Le diede, inoltre, se non propriamente i suoi culti di Demeter o Cerere, le sacerdotesse di questa dea. Il culto ne doveva essere antico ad Elea, portato forse dai primi coloni; come i primi coloni a Massilia vi portano il culto della Diana Efesina27. Parecchie delle iscrizioni che altri ha pubblicate a prova di culti eleatici, non sono autentiche28. Ma gli è accertato questo, che, introdotto in Roma, tra culti forestieri, quello di Cerere, venne istituito un sacerdozio che era di donne: e Roma dimandava le sacerdotesse al collegio delle città o di Napoli o di Velia29, poiché le parole della liturgia erano in greco; e di greca stirpe le sacerdotesse.

Il nome di Elea ha sorpassato i limiti del tempo, e dello spazio più che altre potenti o splendide città, grazie ai due grandi suoi cittadini Parmenide e Zenone, e alla scuola filosofica che da essa ebbe un nome, che la storia dello spirito umano ha riconosciuto e suggellato.

Io non posso ripensare a Velia, senza ricordare di quel «famoso saggio» pel quale la Grecia ebbe il motto di vita alla Parmenide, quando volle indicare una vita per atti, per intendimenti, per abiti intellettivi e morali serena, nobile e santa.

Parmenide

Parmenide fioriva, dice Diogene Laerzio, verso l’olimpiade 69 che risponderebbe al 504-500 a.C. Platone, in tre de’ suoi dialoghi, ricorda che Parmenide venne con Zenone in Atene, e che Socrate ebbe agio di conversare con lui. In quel tempo il «grande Parmenide» come dice Platone, era intorno ai 65 anni, e Socrate «in molto giovane età»30.

Or se ci contentiamo di un pressappoco, e saremo apprezzatori discreti della infallibilità degli antichi autori e dei vecchi manoscritti, si può, per la cronologia di Parmenide, accettare un computo che parte da un dato certo, quale è la nascita di Socrate nel 499-90 a.C. E, in questi computi, dando non più che sedici anni a Socrate giovinetto, quando egli assisteva ai colloqui di Parmenide in Atene, arriveremo, sessantacinque anni indietro, all’anno 519-20 a.C. per la nascila di Parmenide. Il computo intoppa, è vero, nella nòta cronologica del Laerzio, che fa fiorire Parmenide dal 504 al 500: ma critici eclettici dicono che nelle parole dello storico biografo s’intende di fioritura di età, non già «di fama o di celebrità» e così critici eclettici conciliano Diogene con Platone, se non Diogene con sè stesso31.

Ebbe relazioni di studi, e forse di vita, con taluni de’ Pitagorici, che furono uditori e seguaci delle dottrine di Pitagora: ma non fu della scuola «italica». Guardò il mondo e la realtà da un diverso punto di vista: e senza abbracciare tutto l’àmbito della dottrina pitagorica, si accentrò in un punto che fu il più elevato e profondo della speculazione umana, Non sarebbe agevole riannodare la speculazione di Parmenide alla scuola pitagorica ovvero «italica»: nessun concetto attenente all’etica è nella sua dottrina, che fu pure di un uomo, la cui vita fu onorevole ed onorata quanto quella di Socrate.

Lo spirito umano, nella ancora giovine civiltà del mondo occidentale, si può dire che ebbe dato i primi passi nel campo della scienza speculativa, quando arrivò a concepire l’idea della unità nella varietà infinita degli esseri che si offrivano ai sensi; senza il concetto dell’unità non era possibile la scienza. Ma questa unità Io spirito, ancora ai primi passi della speculazione, non riconobbe altrimenti che nella materia, anzi in uno degli elementi sensibili, a diverso giudizio, prevalente nel mondo degli esseri.

Pei Pitagorici l’unità della materia non era altrimenti che nel numero, poiché dal numero deriva la quantità; e dalla quantità è la forma, la proporzione, l’armonia, l’ordine di tutto ciò che è sensibile. Ma forma, proporzione, armonia, quantità, numero non furono pel filosofo di Elea che parvenze e non realtà: forme dei sensi e non della ragione; espressione assottigliata, sì, ma quantitativa del multepIice, che perciò stesso non è l’uno.

Egli invece, elevandosi più in alto, l’unità di tutto ciò che esiste vide nel concetto dell’ente; è nell’ente l’unica realtà, poiché il contrario dell’ente è il non ente, cioè il nulla, che non è né visibile, né concepibile. L’ente, unica realtà, fuori dello spazio e del tempo, è immobile, indivisibile, eterno: perché «niente viene dal niente.» L’essere non può nè cominciare, nè cessare di essere: esso non è stato, né sarà, egli è in un presente assoluto, indivisibile. Da che avrebbe potuto nascere? Dal niente, ma il niente non è; è il nulla. Dall’ente? e in questo caso, l’essere non produce che sé stesso. L’essere e indivisibile, perché in nessuna parte esiste un essere differente da esso; quindi lo spazio è riempito da esso solo. È immobile, perché occupa sempre un solo e stesso luogo. E il pensiero non è distinto dall’essere; perché al di fuori dell’essere non vi è nulla; ed il pensiero è pensiero dell’essere! Così dalla scuola di Elea fu creata, nello sviluppo dello spirito umano, la metafisica: Parmenide ne pone il problema fondamentale; e si attacca, si concentra, si spazia sul primo termine di esso, negando il secondo termine, che è il non ente. Oggi, dopo tanti secoli, la speculazione eleatica non è esaurita, non è distrutta: il problema dell’essere e del divenire è ancora il problema fondamentale della speculazione umana. Parmenide parla ancora, mentre Elea non è più da dieci secoli.

Elea che col predominio della civiltà latina divenne Vélia, esisteva tuttavia al tempi di papa Gregorio Magno (590-604)32. Poi non se ne sa altro. Le campagne d’intorno per le acque che ristagnano diventano pestifere; e quei luoghi, ove patrizii ed uomini di stato e di lettere venivano da Roma a svago dalle pubbliche cure o a cura della salute mal ferma, divennero il campo della febbre e della morte.

Se di cotesto più famose città rimane non più che un tenue filo alla trama della storia, non avanza delle altre, sparse sulle stesse spiaggie del Tirreno, che il nome appena, e di taluna resta il dubbio se pure abbia mai esistita come città. Tale è il caso di Palinuro; nome antico e moderno al promontorio famoso per la leggenda resa immortale dalla musa di Virgilio33. Una vecchia opera di fabbrica reticolata sorge ancora piucché a mezzo rovinata sul colle che si protende nel mare; e questa i nostri eruditi ritengono appunto come il sepolcro di Palinuro, che i suoi micidiali, agitati dalla divina vendetta, gl’innalzarono:

Et statuent tumulum, et tumulo solemnia mittent!

Gli Elleni, stanziati anticamente per questi luoghi, spiegarono, seguendo il loro costume e con gli elementi del proprio idioma, il vecchio nome locale, derivato forse da altro linguaggio; e dalla spiegazione ellenica di una più antica parola nacque la personificazione del «timoniere sagace»34 e famoso che la leggenda accoppiava ai casi di Enea.

Palinuro e Molpa

Ma, oltre all’eroo o pio sepolcro all’antico nocchiero sul promontorio del suo nome, alcuni scrittori moderni ritengono che ivi esistesse una città, greca, dello stesso nome di Palinuro. La congettura non si fonda altrimenti che sulla leggenda di una singolare moneta, la quale intendono accennasse a federazione tra la città di Molpa e la città di Palinuro; poiché vi leggono, benché in iscorcio, le prime sillabe dei nomi delle due città. Ma finché altre prove non sorreggano la dubbiezza di quest’una, non ometterò di avvertire, che se le due sillabe si congiungano in unica parola, scomparirà la nota di PAL-inuro, e non risulterà invece che solo il nome di Mol-pa35. E Molpa, come città, non sarebbe nota che da codesta moneta: però è noto da antichi scrittori il nome di Molpa al fiume36 scaricantesi nel seno che è detto appunto di Molpa dal fiume o da un vecchio castello dello stesso nome, che è forse la tarda reliquia della città antichissima37. La quale sarebbe stata in mezzo tra la foce del Lambro (che è detto oggi anche fiume di Centola e Molpa altresì ed anche Rubicante) e la foce del Mingardo o fiume di Rocca; poiché queste fiumane vanno sotto varii nomi antichi e moderni, secondo l’uso vivo del popolo o le tradizioni antiche dei dotti. Un paese di Molpa esisteva ivi, senza dubbio, nel secolo XIII.

La paleografia della moneta in quistione indicherebbe Molpa popolata di gente ellenica: ma se fosse proprio di origini elleniche non potrebbe dirsi se non dubitativamente, chi ricordi che lo stesso nome fu dato a fiumi e paesi delle regioni che abitarono gli Oschi, gli Ernici e gl’Insubri38.

Sul solfo oggi detto di Policastro là dove si scarica il nume Busento, era la città italo-ellenica di Pixos, o Pixoe dei Greci, che divenne Busento ai Latini.

Pixo

Il posto preciso non è del tutto accertato; ma ai più è presso il paese di Policastro. Il quale parrebbe nome di quel grecismo medievale (paleocastron) di cui si parlerà in seguito; come del grecismo stesso delle colonizzazioni bizantine debbe essere il nome di Serapotamo al tronco superiore del fiume che nel corso inferiore, accresciuto di acque, è detto Bussento. Questo è, del resto, l’antico nome ricordato dai latini.

Diodoro Siculo lasciò scritto39 che «Micito, tiranno di Reggio e di Zancle, fondò la città di Pixo» nel secolo V, verso l’anno 470 a.C. Invece, la numismatica dà argomento che Pixo sia fondazione più antica: perché esiste una moneta antichissima, incusa, che, con l’impronta del bue, comune tipo alle città di gente achea, ha la greca leggenda di «Pyxoes e Syrinos»; onde s’inferisce un legame di alleanza tra la città di Siri sul Jonio e di questa Pixo sul Tirreno; e ne abbiamo parlato più innanzi. Le monete incuse sono del sesto secolo40. Or se, a ricordo dello stesso Diodoro, la città di Siri sul Jonio fu distrutta nel 433 a.C. è lecito conchiudere che la colonizzazione di Micito a Pixo non fu altrimenti che di gente che si aggiunse alla prima già esistente; la quale era di stirpe greca altresì, se riteniamo per certo che dalla abbondanza dell’albero del bosso venne il greco nome al paese41. Roma vi dedusse una colonia di trecento famiglie, nel 560 della città, o 194 av.C. Dopo sei anni appena, i magistrati che vi andarono in visita la trovarono deserta; ed altri coloni vi si inviarono nel 568 di R., 186 a.C. Le condizioni del luogo non si prestavano acconcie a copia di produzioni agrarie, e la colonia di gente mediterranea, insueta alle industrie marittime, esinanì presto.

Si ha notizia della città fino al secolo VI che era sede di vescovo: poi, non più: e la malaria, e i barbari e i pirati cacciarono i di lei popoli a scampo pe’ luoghi interni, più salubri per aere, e meno esposti sui colli alle repentine incursioni de’ nemici o ladroni per mare42.

Laos

All’estremo lembo meridionale della Enotria, sul mar Tirreno, surse tra le più antiche colonie elleniche la città di Laos, che diè il nome al golfo di Lao. Noi abbiamo sospettato ivi un qualche stabilimento de’ Fenicii43. Altri riferiva le origini ai Laìni della Peonia, come fu accennato44; e quindi anteriore a Sibari. Ma come città ellenica le poche notizie che avanzano non la riattaccano altrimenti che a Sibari45. Fondata, almeno nel secolo VI, dai Sibariti, crebbe ben presto a floridezza di commerci e di naviglio, se potè dare il suo nome al golfo su cui sedeva, come Posidonia sull’altro che oggi è di Salerno. Ma se fondata dalla città di Sibari, Lao fu ben presto autonoma, poiché coniò monete sue proprie; e queste che appartengono al sistema delle incuse, non possono essere più recenti del secolo VI. Di queste antichissime e secure testimonianze della sua storia, alcune, con le iniziali di Sibari, indicano legame di alleanza con questa città; altre, (di meno certa attribuzione per me) col tipo del Poseidon che brandisce il tridente, alleanza con Posidonia. Un’altra, forse più importante, se del tutto autentica, ha, con i tipi laìni della colomba e la testa di Mercurio, la leggenda che si riferisce a Siri46. Già il Lenormant, con l’acuta congettura di cui si tenne discorso, fu di avviso che Lao facesse ufficio di magazzino di deposito ai commercii di transito, che faceva Sibari, pel dosso dell’Appennino, tra I Milesii e i Tirreni. Questa moneta di alleanza con Siri potrebbe indicare un simigliante indirizzo di commercii tra le città de’ due mari, — Siri, emporio delle coste tarantine, adriatiche e forse epirotiche, e Lao delle coste tirrene, durante o poco dopo l’esistenza di Sibari.

Oltre ai tipi frequenti delle colombe e del seme di ghianda, altre copiose monete hanno il tipo del bue a volto umano, come le parecchie città italiote di gente achea, e Sibari altresì; ma il bue delle monete laine è, inoltre, barbato, e in alcune coperto il capo di un casco. Se tra le tante spiegazioni di questo arcano simbolo, potesse preferirsi quella di alcuni moderni eruditi, che nel bue antropomorfo vedono non soltanto l’Acheloo, il gran fiume deificato nei culti degli antichi Elleni, ma il simbolo delle acque fluenti sotto le leggi dell’uomo, dovremmo leggere nelle monete di Lao l’opera civile dell’antica canalizzazione del fiume, prossimo alla città. E se, ad ogni modo, il bue a volto d’uomo si riferisce ai culti dell’Acheloo, simbolo delle forze creatrici della natura, possiamo almeno dedurne che la città della gente ellenica riferiva le origini sue alle terre dell’Epiro, e vuol dire, pel tempo, al di là di Sibari.

Le città, non meno che le famiglie, propendono a ritrarre indietro nel corso del tempo le loro origini. L’antichità è titolo di nobiltà alle une ed alle altre. Ma la nobiltà non si appaga dell’ignoto o dell’anonimo; e rampollano dal lontano buio nome, persone, eroi, semidei. Era presso l’antica Lao un eroo, o monumento consacrato a Dragone che dissero compagno di Ulisse; non altrimenti che presso la non lontana Terina era un altro eroo consacrato a Polite, anche esso uno dei navigatori odisseici pel mar Tirreno. Dragone poiché fu proseguito di culto eroico dai popoli di Lao, vuol dire che era ritenuto come l’Oichista legale della primitiva colonia laina di gente ellenica. Ma la parola ha radici più antiche, al di là dell’idioma dei coloni ellenici. La feconda immaginativa di questi popoli artisti, a spiegare i nomi dei luoghi che erano sede ai loro stabilimenti, faceva sbocciare dal seno dello stesso nome topografico la persona di un eroe, di un semiddio, di un fondatore di città; e merci questa plastica creazione di una viva fantasia poetica, il senso arcano dell’onomastica topografica era trovato; e sorgeva Circe, Scilla, Cajeta, Palinuro, Leucosia, Calipso ed altre vive immagini che animavano gli antri, i seni, i promontorii, le isole. Così similmente da locali nomi topografici trassero vita, sepultura e culto Dragone47 sul Lao, e Polite presso Terina, compagni di Ulisse, che non fu l’eroe della vinta città di Troia, ma il remigatore fortunoso di mari lontani e prima inesplorati.

Lao fu tra le prime città italiote, delle coste tirrene, occupate dai Lucani, verso il 390 a.C. come si dirà48; e quivi presso essi vinsero sui Greci una battaglia, che sia per le grandi perdite, sia per le conseguenze politiche che ne derivarono, divenne famosa agli italioti, se potè dare materia ai postumi oracoli, che la tradizione popolare ripeteva fino ai tempi di Strabone49. Altro di essa non si sa, né della sua fine la quale avvenne, probabilmente, tra l’età di Strabone e quella di Plinio, se si potesse fare sicuro assegnamento sulle espressioni di quest’ultimo, che ne fa cenno come di città che fu50. O allora o dipoi, sia ragione di sicurezza o di salubrità o che altro, dalla spiaggia presso il mare (ove oggi è Scalea) i Laini si ritrassero nell’interno del territorio, e fondarono una «piccola Lao» in quel Lainium della Tavola di Peutingero, che per me corrisponde al paese che anche oggi ha, in forma diminutiva, il nome di Laino.

Da tutte queste popolazioni elleniche sparse per le coste del Tirreno vennero, senza dubbio, altri stabilimenti, altre colonizzazioni secondarie per l’interno della regione, che si apriva per la grande valle del Silaro e per quell’amenissimo bacino del Tànagro che è uno degl’influenti suoi. Le reliquie di ellenismo nell’onomastica topografica attestano il fatto, e ne faremo cenno a suo tempo. Ma di altre città veramente elleniche, per l’interno paese, non è cenno sicuro nella storia.

NOTE

1. CORCIA, Op. cit. III, 68.

2. Da Poseidon, con punto rara metatesi di lettere, hanno fatto Poeisdon, che la permutazione della dentale affine mutò agevolmente in Poeiston.

3. Argomento tratto dal passo di Strabone (V, 384), tormentato, per vero, in vario senso dagli interpreti.

4. In Polit. libro V. 7, e viene interpretato:

Cum Troezeniis Achivi Sybarim incoluerunt: deinde Achivi numero aucti Troezenios ejecerunt; unde scelus sybariticum natum est.

5. A pag. 133.

6. SAMBON, nell’opera Recherches, etc., citata di sopra.

7. HEAD, Histor. nummorum, Oxford, 1887.

8. GARRUCCI, Monete ital. ant., pag. 175.

9. Llb. VI, in princ. — PLINIO, Iib. II, 6.

10. V. In seguito, capitolo XX.

11. LENORMANT, A’ trav. l’Apul. et la Lucan. I, 203.

12. V. a pag, 217-26.

13. ARISTOSSENO, presso Ateneo, lib. XIV, c. 7.

14. Vedi in seguito al capitolo XIX.

15. Vedi alla Parte II, capitolo I.

16. Descritte ultimamente dal Lenormant nel II volume dell’A’ travers l’Apulie et la Lucanie. Paris, 1883.

17. Capitolo IV.

18. Di contro all’isola di Lesbo. Le ruine di questasi additano oggi presso Jalva, a quanto si crede. Il golfo Eleatico oggi è detto di «Sanderlì» ed anche di Fokia.

19. STRAB. II. 270.

20. ERODOTO, I, § 164-7 — STRAB. VI, 387.

21. E sulle monete è YEΛH, e YEΛHTΩN: Ὑέλη tramutate nella forma attica Ἑλεα.

22. È congettura del LENORMANT, Op. cit. Il, 318.

23. Lib. IV, 271.

24. In DIOGENE LAERZIO, lib. IX. — CICERONE, Tusc. quaest. II:

Zeno Eleates, qui perpessus est omnia, potius quam conscios delendae tyrannidis indicaret.

25. Nel libro delle Colonie si trova indicata Velinensis praefectura, e parrebbe Velia. — Una iscrizione che la dice «Colonia» pubblicala già dal Ligorio, è falsa. — Corpus Ins. Latin. – vol. X. N. 96.

26. Vedi appresso, al capitolo X.

27. STRAB. IV, 271.

28. Corpus Insc. Lat. X, N. 97*, 98* — Una brevissima a Cerere, ibid. N. 467, è autentica.

29. CICER. Pro Balbo, XXIV.

30. PLATONE nei dialoghi del Parmenide, del Teeteto e del Sofista.

31. È il computo e il ragionamento di FRANCIS RIAUX nell’Essai sur Parménide d’Elée, suivi du texte et de la traduction des fragments. Paris, 1840, p. 14. — La stessa data del 519 adotta Clinton, nei Fasti ellenici.

Il LAERZIO usa la parola ἐκμαζη; ma la stessa parola usa egli sempre per le date cronologiche degli altri filosofi delle sue biografie; e in queste, di certo, non per indicare il «fior della vita».

32. Con l’Epist. II, 29, ordina al vescovo di Agropoli di visitare la chiesa di Velia, di Bussento e di Blanda.

33. Aen. VI, 380.

34. Da πολυνους ed οὔριος «l’uomo sagace che naviga con buon vento,» ovvero da παλαιω, lottare, e in senso passivo essere vinto dal vento – ούρος – ? — CORCIA (Op. cit. III, 55) invece, dà πὰλιν contra, ed ὄρος, monte, accennando al promontorio.

35. La congettura di cui si parla nel testo è in SESTINI, Mon. Vet. 16 (ap. CORCIA, Op. cit. III, 58). La moneta è una incusa in argento: - Tipo: - Cinghiale a dr. IAΠ || Cinghiale a sin. IOM. — Inclino a credere, che le due parole siano parte di un’unica parola che sarebbe ΜΟΛΠΑΙ = Molpai. E ricordo, in appoggio, che sopra una moneta incusa dell’antica Laos, che ha il bue a volto umano dalle due faccie, è scritto dall’una parte ΛΑΙ e dall’altro IOM = Lainos.

36. PLINIO, III, 10: — Promontorium Palinurum;… proximum huic flumen Melpes.

37. Le notizie cha si leggono in alcuni scrittori napoletani della esistenza della città di Molpa al medio evo, sono tratte da una cronica inedita riferita dall’Antonini, che è manifestamente inventata. (Vedi in seguito al Cap. XXII). Sul documento dell’Antonini procedono sicuri altri non pochi (CORCIA, III, 68): e citano Eutropio per attestare che nacque a Molpa l’imperatore Livio Severo (461-465), e si ritrasse a Molpa, dopo che ebbe abdicato, Massimiliano Eraclio, il collega di Diocleziano. Ma Eutropio ivi nomina, in generale, la Lucania, o non già Molpa! L’Antonini stesso dice distrutta la vecchia Molpa dai corsari, nel 1464. — E in questo gli si può credere: — in una carta del 29 novembre 1269 (pubblicata, in sommario, nel Syllab. membran. ad r. Siclae pertinent. Napoli, 1824, vol. I, p. 23) io trovo attestata la esistenza di Molpa: poiché vi si dà in fitto, per oncie 22, la gabella di Camerota, di Palinuro e di Molopae.

38. Il fiume Melfa presso Aquinum degli Ernici, e l’altro presso Melfi de’ Lucani. Nell’Italia superiore Melpum, che pare risponda alla odierna Melzi, nel circondario di Milano. Il CORCIA (III, 58) ricorda inoltre Melpea nel Peloponneso.

39. Lib. XI, § LIX, all’Olimp. LXXII.

40. LENORMANT, Grande Grèce, I, 207:

«Pyxus fondée en 471, cinquante ans environ après l’époque où avait cessé la fabrication des espèces incuses».

41. Πυξεών, Buxetum. FABRETTI, Glossar. Ital. ad v. Buxent.

42. Vedi in seguito al capitolo XXII.

La lettera di Gregorio Magno a Felice vescovo di Agropoli, a cui il papa commette la visita alle chiese di Bussento, di Velia e di Blanda è stata citata poco innanzi — Presso il DI MEO (Ann. crit. diplom.), all’anno 824 è ricordato un tale che si dico de Bussento; ma la notizia è tratta da quella «Cronaca Cavese» pratilliana, che oggi non ha più fede presso i dotti.

43. Vedi innanzi al capitolo IV, pag. 71-2, in nota.

44. A pag. 172.

45. Argomento dalle parole di Erodoto (lib. VI, § XXI) che dicono: «I Sibariti che, dopo la caduta della loro città, abitavano a Lao o a Scidro…» non presero il lutto per la caduta di Mileto, ecc.

46. Testa di Mercurio, col petaso, e avanti ΛΑ; al rovescio, uccello, con corona e ΣΕΙΡΙ.

47. Durga, in sanscrito, è locus difficilis accessu et impervius; ed altresì arx.

48. Vedi al capitolo XIII.

49. STRAB. VI, 388.

50. Hist. nat. III, 10, ove è detto: Laus amnis; fuit et oppidum eodem nomine.

Se l’antica Lao ebbe sede, come da molti accettevolmente si ritiene, presso Scalea, al posto detto «Le Mattonate», I’osservazione di Plinio non ha valore: alle Mattonate si sono trovate monete, nonché di Tiberio e Nerone, ma di Vespasiano.

In LEOP. PAGANO, Osserv. su Lao.

Parte I - La Lucania

CAPITOLO X

LE COLONIE ELLENICHE — GOVERNO, POLITICA, ECONOMIA PUBBLICA, CULTURA, ARTI

Dall’anno 720 in cui Sibari fu fondata sulle spiaggia ionie d’Italia fino, su per giù, al 420, in cui il novello popolo deI Lucani scende nella valle Crati per oppugnare la città di Turii succeduta a Sibari, corre un periodo di tre secoli circa; che è lo spazio di tempo, in cui l’ellenismo italiota surse, crebbe in floridezza, si estese in dominio, e giunse a quel limite di altezza, onde nella stessa esuberanza di forza incomincia a declinare. In tre secoli, o poco più, le piccole fattorie di commercio, le grame colonie agricole di espulsi o diseredati della madre patria addiventano stati di floridissime città; trasformano le antiche prime capanne in tempii, teatri, odèi, in cui l’arte greca imprime la nòta di una bellezza, che nella pietra, nella creta, nel bronzo, rivela il divino. La popolazione aumenta in numero e ricchezza; si accasa su’ due mari; si distende per l’interno; naviga a studio di traffici a’ più lontani lidi conosciuti; stringe leghe di commercio; le città sul Jonio si estendono sul Tirreno, a da Crotone sorge Ipponio, Medma, Terina; da Sibari Lao, Scidro, Posidonia; i commercii da una spiaggia si protendono sull’altra, e Siri fa lega con Pixo e con Lao, Lao con Sibari e con Posidonia, Posidonia con Metaponto.

Intanto la popolazione di sulle spiaggie si inoltra nell’interno. Ragioni elementari di sicurezza, necessità di prodotti agrarii a consumo dell’aumentanta popolazione, nuovi coloni arrivanti di tempo in tempo dalla madre patria, spirito di avventure, cupidigia di miglior fortuna e la stessa ambizione di dominio, queste ed altre furono cause naturali che le città italiote della spiaggia si propagassero nell’interno della regione a stabilirvi colonie o fattorie di gente della propria stirpe, a soggettarvi i prischi abitatori mercé presidii che erano allo stesso tempo coloni e soldati.

Seguendo, come è naturale supporre, il corso dei fiumi, s’inoltrarono man man nell’Interno, e vi dimorarono. La storia di questa espansione non parla espressamente, se non dell’esteso dominio di Sibari, potentissima su venticinque città e su quattro popoli o tribù; e se (come innanzi fu visto) non è dato d’indicare con sicurezza quali specialmente fossero gli uni e le altre, ben può credersi che, distendendosi lungo le valli del Crati e del Sibari-Coscile, travalicarono l’Appennino e vennero non solamente al Tirreno; ma per la linea dell’Appennino stesso progredirono di qua e di là per l’interno del paese, che fu poscia il Bruzio e la Lucania.

Oltre alle espansioni di Sibari, è probabile, che gli abitatori dell’abbattuta Siri rimontarono l’omonimo fiume, e vennero a stanziare nel paese onde sgorgavano le sue fonti, intorno al monte Sirino. Nessuna città di greche origini è ricordata, intorno alle diramazioni di questa montagna, dalla storia scritta: ma i nomi topografici accennano a stabilimenti ellenici; benché nella identificazione di cotesti nomi si vuol essere guardinghi a non confondere l’onomastica greca di tempi antichissimi ellenici, e quella relativamente moderna dei tempi bizantini. Influenti dell’antico Siris sono fiumi, che ancora oggi hanno il nome di Serapotamo e di Sarmento; il primo è indubbiamente e in tutto di fonte ellenica; il secondo, testimonio di ellenismo almeno nella terminazione sua.

Rimontando l’Agri, che è l’Aciris fiume d’Eraclea, s’incontra, a metà corso, il paese che oggi è detto Armento; e che non è dubbio sia sorto da prossima città d’ignoto nome, ma sicuramente di civiltà greca e floridissima; e ne dànno testimonio gli abbondanti cimelii e notissimi che la terra caccia dalle sue viscere ivi d’intorno, e lungo le fiumane dell’Agri e del Sauro. Più in su, e in quelle vallate dell’Appennino, onde scaturisce lo stesso Agri da un lato e il fiume Platano da un altro, era, per quanto è dato di credere, quella stazione o paese che è detto Acidios negli antichi itinerarii, e che appartiene senza dubbio all’onomostlca greca1. La stessa forma del nome della città di Grumentum fa sospettare non ad origini ma a posteriori colonizzazioni elleniche; a prova di che non tengo conto nè delle sue monete a greca grafia, di cui parleremo altrove, nè di certe iscrizioni che indicherebbero in essa greci istituti, se non fossero false2. In tutte quelle contrade cimelii di ellenico carattere non mancano a quando a quando di venir fuori dalla terra, intorno a Marsico nuovo segnatamente dapoiché vasi sepolcrali furono trovati ivi in buon numero.

Simili ritrovamenti per tutta la valle dell’Acalandro, oggi Salandrella, nelle campagne di Tricarico, di Albano, di Campomaggiore, di Accettura, di S. Mauro, dove, pure testé, fu rinvenuta sopra una piccola stele, o piramidetta d’argilla una iscrizione greca arcaica del secolo VI a.C.3.

Presso un influente dell’alto Casuentus o Basento, che è il fiume di Metaponto, è Anzi, l’antichissima città che rimonta, com’io credo, alle più vetuste immigrazioni enotrie-ariane; ma che fosse sede di popolo ricco e fiorente, lo mostrano ai tardi nipoti i ricchi tesori di vasi dipinti e di altro genere cimelii, che da un secolo in qua sono venuti fuori dalle sue terre.

Quivi molti dei corsi d’acqua secondarii conservano ancora i nomi di origini elleniche. Tali la Camastra influente del Basento, e il Bilioso influente del Bradano4. Nella valle del Bradano i ritrovamenti di antichi sepolcri di ceramiche greche sono frequentissimi: nè mancano notizie di greche iscrizioni5. Rimontando l’Appennino, anche tra’ minori corsi d’acqua, che si versano al Tirreno, l’onomastica greca farebbe arguire alla presenza di antica gente ellenica in quella parte più elevata della regione lucana. Tali i nomi del fiume Tànagro, del Plàtano, del Landro, della Botta6. Qui veramente fu proprio la zona centrale degli antichi stabilimenti degli Osco-Sabellici; però molto piu scarse e dubbie emergono lo relazioni con l’ellenismo.

Di città elleniche di qualche importanza su quei clivi dell’Appennino tace la storia: non si fonda su basi solide la congettura che Tegianum fosse di greche origini, nè è fuori contestazione che da greche origini fosse Àtena. Ma quei sprazzi di ellenismo onomastico testé cennati indicano, almeno, che ivi furono brevi stabilimenti o fattorie di gente greca in dipendenza delle maggiori città più lontane, prossime al mare: stabilimenti al primo arrivo distrutti o sottomessi dagli invadenti Lucani. Dalle monete in greci caratteri non si può trarre argomento per la esistenza di popolazioni elleniche: ma di, ciò sì parlerà appresso7.

Le relazioni delle città greco-italiche delle splaggie con i popoli che trovarono già abitatori della regione, non si possono determinare mercé dati storici certi. Forniti i nuovi coloni de’ sussidi di una più alta civiltà, essi espulsero o sottomisero presto i vecchi abitatori. I primi venuti dalle coste elleno-epirotiche al golfo di Taranto non si può determinare, se arrivarono a gruppi di filibustieri senza donne, e le acquistarono quindi sulle tribù enotrie che sottomisero, o se fu migrazione di famiglie, come furono certamente le colonizzazioni meno remote. Ma i primissimi stanziamenti di filibustieri o predoni cessero e si confusero presto con i coloni propriamente detti. Se ai primi arrivati la guerra dié le terre e le donne; i coloni che erano legalmente usciti dall’antica patria, e da questa forniti di navi, di viveri, di armi e di capo legittimo, condussero seco senza dubbio e donne e figliuoli. E portavano anche con sè e il fuoco tolto al focolare sacro della patria, e i culti religiosi della propria stirpe, e gli usi, gli istituti, le leggi della madre patria, secondochè derivassero da schiatta ionica o dorica. Fu legge o consuetudine o istituto generale, a tutti, quella, che le famiglie dei primi coloni, fondatori della colonia, avessero e conservassero dei privilegii sulle famiglie posteriormente arrivate, o annesse, o da loro derivate in processo di tempo. Era dunque in tutte quelle città come istituto storico, e, surto dalla stessa natura delle leggi, un ordine aristocratico, che per ragioni di nascita o, a dir meglio, di origine godesse di privilegii prevalenti; i quali io non so (benchè sia probabile) se si estendessero al dominio delle terre conquistate, ma di certo erano privilegii o prevalenze nel reggimento della città. I capi delle antiche famiglie e i discendenti da queste formavano il Senato o maggiore consiglio della città, che decideva di tutti gli affari. Era di mille membri in alcune città, come si trova scritto per Crotone, per Locri, per Reggio, per Cuma ed Agrigento; in altre di cinquecento, come probabilmente per Sibari. Come e in che limiti si esercitasse il potere esecutivo non si sa con certezza; ma è ricordato lo «Stratego» a Taranto, eletto ogni anno; ad Eraclea gli «Efori» (e il primo di essi dava il suo nome all’anno) ed in seconda linea i «Polionomi» o Giudici; a Crotone i «Pritani»; a Locri gli «Arconti» e il «Cosmopolita», ordinatore o moderatore che voglia dirsi, delliordine civile; a Petilia il «Demiurgo» che era eponimo dell’anno; a Sibari i «Nomofilaci» o custodi delle leggi, forse ispettori, forse sindacatori per l’osservanza dei provvedimenti presi nelle pubbliche adunanze consiliari; a Turii i «Simbuli» consiglieri o custodi delle leggi anche essi8.

Il fondo delle loro leggi doveva essere un diritto consuetudinario conforme a quello delle originarie città onde essi vennero alla novella patria; ma la mistione stessa di coloni di varia provenienza, e le necessità del tempo ebbero a creare un complesso di altre consuetudini, di altri ordinamenti più o meno disformi da quelli della prima età. Per alcune di questo città italiote la tradizione aggiunge alcunchè di più speciale, ed è che a Locri diè le leggi Zaleuco (e sarebbe lui il più antico legislatore, e quelle le più antiche leggi scritte)9; mentre a Cotrone, a Sibari, anzi a Turii diè leggi Caronda; poi a Turii anche Protagora di Abdera; ad Elea Parmenide, il gran filosofo e cittadino, ed anche Zenone suo discepolo. E talune di coteste leggi, segnatamente quelle di Zaleuco e di Caronda, la tradizione le ha trasmesse a certi storici, che ne riferiscono dei frammenti. Ma se Zaleuco non è un mito, quelle pretese sue leggi sono invenzione tarda di sofisti o di filosofi neopitagorici; e se Caronda, catanese, esistè di fatto, e se diè leggi alle città calcidiche della Sicilia ed a Reggio calcidica, non è agevole capire come e perché un tipo di legislazione di gente dorica avesse potuto comunicarsi accettevole alle città di gente achea; nè molto meno si intende per Turii. Caronda visse assai lungo tempo prima della fondazione di questa città nel secolo V. Delle leggi turiesi carondiane secondo lo notizie di Diodoro, e del contenuto di esse non conforme ai remoti tempi, si è fatto parola innanzi. Sono anche esse invenzioni di retori o sofisti.

La tradizione di sua natura unifica e sintetizza; come la vista alle cose lontane, essa sopprime i particolari, non vede che la massa; e quando nella massa lontana apparisce, come punto luminoso, qualche nome celebre o qualche famoso fatto onde è colpita la fantasia, si aggruppa intorno ad esso incosciente la sintesi della tradizione; e così nasce il mito, che è sovente il prodotto d’incrostazioni, di sovrapposizioni, di trasformazioni di fatti storici. Così Caronda e Zaleuco divennero legislatori universali delle colonie elleniche italiote. Ma il mito rispecchia un fatto, da cui prende le mosse e in cui la fantasia del popolo trova i primi germi. Ed è probabile che la pretesa legislazione carondiana o zaleuchiana per le città, della Magna Grecia significhi non altro che un rinnovamento degli ordini interni delle città stesse, pel quale fu messo termine al periodo delle norme consuetudinarie, che lasciavano di loro natura aperto il varco agli arbitrii delle classi dominatrici oligarchiche; e fu iniziato il periodo delle leggi scritte, che infrenava l’arbitrio e dava il benefizio della determinatezza della legge ai popoli delle città.

Quanto a Parmenide e a Zenone, datori di leggi ad Elea, la notizia, men che tradizione, si trova solo in qualche scrittore di tarda età10. Non sarò per negarla del tutto; ma, con un dotto autore delle antichità del dritto pubblico dei Greci, ritengo non si trattasse di un «codice di leggi dettate per commissioni dello Stato, affinché avessero a servire all’uso pratico; erano probabilmente non altro che trattati nei quali esponevansi da quei filosofi le opinioni che essi avevano intorno allo Stato e alle migliori legislazioni. E tali io ritengo (egli aggiunge) anche le leggi attribuite al sofista Protagora di Abdera per lo stato di Turii; cioè un lavoro letterario simile ai libri di Platone, intorno alle leggi»11.

Predominava in tutto, anche in quelle di stirpe non dorica, uno spirito che noi diremo conservativo; e fu generale, del resto, all’antica civiltà, sia per gli ordinamenti di Zaleuco, come per quelli pretesi di Caronda a Turii, è ricordata la prescrizione delliuno e dell’altro, che a cui piacesse proporre mutazioni di legge fosse mestieri di presentarsi nell’agorà con la corda al collo; perché, alla non ammessa proposta, la corda servisse a strozzare l’impronto proponente. La cosa si attribuisce a parecchi altri legislatori antichi, e significa, nel concetto dell’antica sapienza, la necessità ideale della perennità dello Stato e della sua immobilità, come qualità dell’essere perenne, nonchè la opportunità di irrigidire i congegni politici relativi alle innovazioni. Dal che doveva seguire un pessimo effetto, ed era. che con il crescere e con lo sviluppo del corpo sociale sviluppandosi nuovi bisogni, venendo fuori nuove energie, queste e quelli non trovando modi legali come farsi valere, ne veniva di conseguenza un turbamento interno del corpo sociale, e contrasti, e conati, e lotte, e torbidi civili, che man mano crescendo d’intensità rompevano in aperte lotte e guerre intestine. E queste lotte, questi intestini perturbamenti non dovevano essere rari, o transitorii, o di breve importanza alla vita delle città italiote; se si considera ai motivi d’interni contrasti, che esistevano nella compagine di quelle città.

Abbiamo accennato al prevalere delle prime famiglie accasatesi nella nuova colonia di fronte ai coloni arrivati dipoi, e poiché le immigrazioni susseguenti non dovettero essere rare o scarse, durante i primi secoli della Storia elleno-italica, ne consegue, che questo primo e più antico fomite di contrasto interno ebbe sempre più a crescere e farsi vivo con l’andare del tempo. Nè minore esca al fuoco latente aggiungeva la diversità di origini, per patria o schiatta, delle genti ultime arrivate. Da questa stessa condizione di privilegio sorgeva una distinzione tra aristocrazia e democrazia; nè aggiungeremo quelle altre latenti cause di malessere e perturbamenti che è sempre nel sistema della schiavitù. Le qualità dei rapporti tra le città italiote e i popoli Enotrii o Conii, che esse sottomisero nell’interno, non ci sono note per notizie sicure e chiare, non sappiamo se più che schiavitù, fu relazione di colonato, o più che di coloni servi, fu di tributarii. Ma una soggezione tra città dominante e popoli soggetti, come a Sibari, esisteva. Ed è ben probabile, che altre delle precipue città italiote si trovassero nelle condizioni stesse di Sibari verso i popoli circostanti.

Da tutte queste cause e dall’altra più generale, che, per lento lavorìo dello spirito umano, le classi chiuse e privilegiate vengono lentamente a consumare la propria energia di fronte alle classi escluse dai privilegii e aspiranti all’eguaglianza, da tutte coteste cause erano senza dubbio favoriti quei mutamenti interni, che la storia della città italiote adombra; per i quali i così detti tiranni s’insignorirono della sovranità a Sibari, a Crotone, a Metaponto, ad Eraclea, ad Elea, ed altrove12, e distruggendo o modificando gli antichi ordini, si appoggiavano senza dubbio sulle classi popolari. Ma se veramente quegli interni e universali mutamenti riuscivano a beneficio sostanziale del maggior numero e della universale giustizia, non ci è dato affermarlo con piena cognizione di causa.

Se da cotesti fomiti d’interni dissidii volgiamo la mente alle cause di perturbamenti esterni, non potremo non inferirne che quelle città vivevano, come i comuni italiani al medio evo, in un vivere poco riposato, in una pace poco sicura. Città strette su breve lembo di terra e ciascuna di esse autonoma, rotte da governi a popolo, ancorché il popolo in talune non era altrimenti che delle classi privilegiate; circondate da genti barbare; città dedite ai commerci, che secondo l’antica civiltà non erano che esclusivi e chiusi, non potevano non vivere tra loro in perpetua gara di prevalenza, o di predominio, o di esclusivismo pien di sospetti. Reggio battaglia contro Locri; Locri contro Crotone; Crotone contro Sibari; Sibari contro Siri; contro Siri stessa Taranto, e contro Metaponto; Posidonia contro Elea; taluna di esse è distrutta dalle fondamenta, tal’altra decade dall’antica grandezza; tal’altra sorge e predomina. Taranto guerreggia coi Messapi ed altri barbari dell’interno; così Sibari e Crotone, e Metaponto, ed Elea con gli Enotri degli Appennini. Incursioni di Sanniti si trovano rammentate dagli storici sia verso Metaponto, sia verso la Petilia che è all’oriente del gran groppo silano; e taccio delle ultime dei Lucani, dei Bruzii e dei despoti di Siracusa.

L’individualismo dello spirito greco e il concetto dello stato ellenico, che era quello di stato-città e di città predominante su altre minori, non consentivano, che una condizione politica diversa rendesse men precaria la pace tra le varie città italiote; ove non sia un potere, che predomini fra uguali a mantenere intatti i limili e i diritti di ciascuno, gli attriti, le gare, le cupidigie violenti fra’ popoli limitrofi saranno così facili e frequenti, come tra individui viventi nella stessa città.

Si trova fatta parola (è vero) di leghe o confederazioni delle città italiote fra loro, ma le scarse notizie non dànno argomento che d’istituti temporanei, surti dal bisogno della difesa comune contro gli attacchi esteriori. Tale è la confederazione dell’anno 393 a.C. che fu stretta per fare argine alle invasioni delle tribù Lucane, prevalenti ai confini italioti; e poi alla invasione del despota siracusano Dionigi; e ne sarà cenno in appresso.

Né altrimenti, a mio avviso, quella, del secolo V che fu detto avesse la sede dei Concilii generali in Eraclea, e che iniziata, come si fa congettura, da Archita Stratego di Taranto, non durò oltre ai tempi di Alessandro il Molosso. Temporanea e ristretta anch’essa alle città più prossime ad Eraclea, di esse si parlerà più innanzi.

Tra’ dotti de’ nostri tempi fu chi, argomentando dal sistema monetario uniforme, ne ebbe inferito l’esistenza di una confederazione più antica tra le città italiote di stirpe achea. Le città di Sibari, di Crotone, di Caulonia, di Locri, di Turii, di Temesa e Terina, nonchè Lao, Metaponto, Pandosia, Pixo e Posidonia mostrano, per i più antichi tempi, un identico sistema monetario, del quale si parlerà più particolarmente fra breve, ed è quello delle monete incuse o concave, che non ebbe luogo nè in altre città italiote, nè in altra regione. Ma cotesta uniformità monetaria fu in virtù d’una lega politica, ovvero semplicemente commerciale? o fu sistema propagatosi spontaneo, mercé l’esempio e la necessità delle cose, tra popolazioni prossime nonché limitrofe?

Quando la prima colonia italiota, sia stata Sibari, sia Crotone, sia Metaponto, emise, sull’esempio di Corinto, la prima moneta greco-italica sulle spiagge jonie, l’evidente utilità, facendo introdurre presso le altre colonie italiote l’uso del metallo improntato a moneta, era naturale l’introducesse con gli stessi caratteri del tipo che le altre imitavano. Del resto, se pure dall’uniformità della moneta si vuole argomentare ad accordi di leghe, questi non potrebbero estendersi al di là di una lega commerciale monetaria.

Ma anche in questo caso, noi non sapremmo come concordare con essa il fatto di quelle monete incuse che portano impresso il nome di due sole città. Il duplice nome è testimonio indubitato di lega commerciale, se non forse politica, tra le due; tali le monete, che portano il nome di Siri e Pixo, di Metaponto e Posidonia, di Crotone e Pandosia, di Crotone e Temesa, ed anche di Crotone e Imera, ed altre ed altre. Mostrano esse senza dubbio una stabilità corrente di commercii tra le città, del Jonio e quelle segnatamente del Tirreno; mostrano che le monete avevano corso legale tra loro, ossia nelle due città; ma mostrano altresì, per argomento indiretto, che le monete non segnate della leggenda onomastica di duplice città non avevano corso, che entro il territorio o lo stato della singola città che I’ebbe coniata, e non altrove. Una lega, dunque, commerciale-monetaria fra tutte le città che usarono il sistema delle incuse è tutt’altro che certa13.

Leghe politiche, ma .temporanee, e ristrette ad un certo numero di città, è probabile, è naturale che avessero potuto e dovuto stringersi nel corso di quei parecchi secoli, che ebbero vita autonoma le città della regione che fu detta da’ Romani la Magna Grecia. A questo ristretto e temporaneo ordine di cose si vuol riferire (oltre a quelle leghe di cui testé fu fatto cenno) l’altra, che, come si deduce dalle parole di Polibio, mise termine al grandi turbamenti, onde riarsero le città italiote sul Jonio per lo scompiglio violento (che altrove narreremo) contro i Pitagorici perseguitati come partiti politici. Atene intervenne, e fu accettata come preferita paciere fra le rivali città che si dilaniavano. Un trattato di pace e di amicizia fu conchiuso tra esse, alla metà del secolo V, auspice la città di Pallade-Minerva; ma non è noto, se fu pure trattato di federazione politica offensiva o difensiva. Farebbe crederlo questo, cioè, che le amicate città stabilirono un santuario comune dedicato a Giove Omario, che ben si può credere tenesse luogo dì quell’autorità, nonché sacra, politica, che i santuari celebri oracolari non mancarono di esercitare in Grecia, mirando all’unità ed alla difesa degli interessi comuni del corpo federativo. Ma ogni più ampia notizia su questo trattato e sul santuario ci manca; e l’uno e l’altro o non dovè resistere gran tempo, o restò senza influsso sull’andamento delle cose; la storia ne tace interamente; neppure il luogo o la regione è noto dove surse il santuario.

Restate sempre comunità indipendenti, gelose dell’autonomia propria e schive di sminuirne l’imperio con vincoli federali che non fossero transitorii; vissute tali anche nei trambusti delle fazioni interne oligarchiche o democratiche, le città greche dell’Italia continentale mai non ebbero un despota di genio come Dionigi, Agatocle o Gelone, che le imbrigliasse e le stringesse di forza in un complesso unico di Stato. Pure predominando a quando a quando l’una sulle altre o di ricchezza, o di potenza o di autorità, come Sibari prima, poi Crotone, poi Taranto, od altra, non esistè mai né il fatto, né il concetto che le città greche della bassa Italia avessero formato un complesso politico unico; uno stato, insomma, ancorché federativo, ma singolo rispetto ad altri stati dell’antichità, sia pure rimpetto a quello che prevalse su tutti negli ultimi tempi, la repubblica romana. I Romani indicarono col nome di «Magna Grecia» quell’insieme di città elleniche sparse sulle rive del mar Jonio e del mar Tirreno; e questa denominazione latina ha fatto credere qualche volta all’esistenza d’uno stato unico che portasse il nome di Magna Grecia. Ma non fu così. Nè fu altrimenti vero che quel nome venisse dato o fosse usato dalla Grecia per indicare il complesso delle città italiote. Quel nome fu del tutto ignoto agli scrittori greci più antichi; non si trova la prima volta se non in Polibio, che visse nel secolo II, cioè dal 210 al 128 a.C. e non può ammettersi, che fosse stato dato dalla Grecia alle sue colonie dell’Italia, se desso suona, com’è infatti, un concetto di prevalenza, di maggioranza, che la Grecia propria non avrebbe mal riconosciuta in una sua provincia. Quel nome nacque a Roma per distinguere, di un nome ellittico e comprensivo, il complesso delle varie e floride e ricche e popolose città di stirpe greca; uniche (di fronte a Roma) per unità di lingua, di origini, e di civiltà, non per unità di stato14. Fu nome geografico, e non politico; e cadde dall’uso della lingua del Lazio anche prima che le città, entrate l’una dopo l’altra entro il cerchio della signoria romana, venissero perdendo i caratteri della greca civiltà; ma cadde quando Roma venne a comprendere che quelle città non erano uno stato unico, ma sì città autonome, formanti ognuna uno stato separato ed autonomo.

Questa stessa condizione di cose, per cui ogni città era uno stato autonomo, le portò tutte a quel grado di floridezza, a cui giunsero in una simile condizione di cose i comuni italici del medio evo. Benché non si possa credere a quel numero maraviglioso di armati messi in campo, secondo vecchi scrittori, da Sibari e da Crotone nel secolo VI, l’esagerazione stessa, se altro non fosse, è argomento che la popolazione di quelle floride città era relativamente strabocchevole. Non è dubbio, che la principale e più ricca fonte dell’economia publica loro fu l’agricoltura. La fertilità senza paragone, e non ancora esausta delle terre, ove già furono Metaponto, Eraclea, Siri e Sibari, e Crotone, dà ragione delle ricchezze onde parla la storia, e fa arguire alla importanza de’ loro commerci dai prodotti della terra. Metaponto che impronta alle sue monete il simbolo della spiga, e che manda ogni anno a Delfo, una «state d’oro» come enfaticamente era detto il covone in oro mandato in voto all’Iddio del sole della razza ellenica dovea senza dubbio nutrire col prodotto dei suoi campi, con quelli della prossima Eraclea, tutte le popolazioni montanare de’ circostanti paesi, che poi furono Lucania.

Fra le altre singolari magnificenze di Sibari è ricordato l’aver costrutto canali, che congiungessero alle sue cànove della città le navi del porto già pronte ai commerci. Erano dunque o pel vino o per l’olio opere o congegni come usa oggi, a risparmio di tempo e di fatica, la progredita meccanica delle grandi città industriali a caricare o scaricare negli interni bacini le grandi navi dei loro commerci. Furono lodati fino dai tempi romani e gli oli di Turi, e i vini dolci e fragranti di Lagaria, prossima ad essa. Le tavole d’Eraclea mostrano quali minute cure prendessero ai miglioramenti agrari, alle varietà delle culture, alle irrigazioni, alle costruzioni rurali, alla piantagione di vigne, ficheti, oliveti. Se per le felici campagne sul Jonio l’oleastro vien su spontaneo a preparare boschi di ulivi, i coloni chiedevano alla Grecia migliori specie di uve; e le stesse tavole eracleesi nonché altri monumenti di Petilia15 ricordano la vite aminea, che essi domandavano alle terre della Grecia per ingemmarne le spiaggie sul Jonio.

Ma la terra, che apriva il grembo fecondo alle città delle spiaggie ionie orientali non era larga de’ suoi sorrisi agli abitatori delle spiaggie tirrene occidentali. E qui l’attività dei popoli si spiegava nelle arti marinare della navigazione lontana e della salagione dei pesci. Così a Velia, a Lao, a Terina; sulle cui spiaggie la caccia al tonno e la produzione del sale dall’acqua marina deve essere sì antica, quanto la salagione delle alici, che ricorda Strabone.

Che queste città esercitassero in larga scala il commercio per via di mare, è stato negato da parecchi: il Sibarita (diceva un ironico proverbio) nasce, pasce e muore tra’ due ponti della sua città; altri soggiunge che non aveano porti; il commercio esterno della bassa Italia era fatto dai navigatori della jonica Mileto e dai Tirreni; all’infuori di Taranto, tutte le altre ebbero punto importanza marinaresca.

Or tutto questo, se non voglia esagerarsi, può essere accettato. Quel che riguarda Sibari non è che una delle consuete amplificazioni dei retori, derivata dal preconcetto che il Sibarita era un’oziosa e molle creatura, e la vita marinaresca è dura e perigliosa. Che cosa sappiamo noi di schietto e di certo sulla vita intima di quella città?

L’esistenza dei porti, se la mutata configurazione delle spiaggie non permette che si attesti per Sibari, può affermarsi per Metaponto, per Siri-Eraclea, per Velia, per Posidonia, per Palinuro, e per quell’antica ignota città ove oggi è Sapri: le reliquie visibili sulle spiaggia stesse e le notizie di storici ne fanno certi.

È noto che alla battaglia di Salamina presero parte alcune navi di Crotone. Turii, nella guerra del Peloponneso, mandò in aiuto di Atene fino a tredici triremi16; e Metaponto due nella guerra di Sicilia, oltre a 300 arcieri. E dalle flotte di guerra non è egli lecito argomentare al naviglio di commercio? Rivalità di commercii diedero origine (come fu detto) alla distruzione della città di Siri per opera di Taranto e di Turii, collegato ai suoi danni; e Siri che avea federazione monetaria d’antichissima data con Pixo sul Tirreno, non mostra già fin dal secolo VI l’estensione, l’indirizzo del commerci tra le due città dei due mari? Quel Sibarita Smintaride che va a Sicione tra gli aspiranti alla mano della figliuola di Clistene, re o tiranno che sia, e mena con sè tale un codazzo di corte e di famigli che ne è piena la storia antica, viaggiò su nave propria con propri marinai17: il yacht dunque di questo ricco signore può dare argomento all’esistenza delle industrie nautiche della grande città. Le monete di Velia sono state trovate dappertutto, anzi fino nelle Gallie presso Marsiglia e Saint Remi18. Alcune delle monete di Metaponto sono battute sopra antiche monete di Gela, di Agrigento, di Siracusa; e vuol dire che Metaponto faceva commercio dei suoi prodotti con le città dell’isola.

Argomento di alta civiltà e di floridezza economica singolare è questo delle monete, ed è debito di farne speciale parola.

Il più antico sistema monetario delle città greche della bassa Italia è quello delle monete dette incuse, le quali mostrano da un lato il tipo in rilievo, e dall’altro lo stesso tipo in concavo. Questo genere di monete ebbero corso per tutto il secolo VI e per qualche parte del V tra le città di stirpe achea, non pure esclusa Taranto in origine. L’uniformità del peso, del taglio, e della forma fece argomentare, come si è detto, ad accordi monetari tra quelle città; ma se davvero esistettero, furono indipendenti da leghe politiche, poiché nel non breve tempo del corso delle monete incuse molte di quelle città si dilacerarono.

Il metallo tipico che adoperarono non fu se non l’argento, anche per le monete di appunto; la moneta di oro non fu cominciata a battere se non tardi, dal secolo IV in poi, ed in ristretta misura. Esclusero il bronzo, che fu proprio alla monetazione dei popoli italici; esse non l’usarono che negli ultimi tempi di loro autonomia.

Egina fu la prima nell’antica Grecia a battere moneta nel secolo VII; da essa venne il suo sistema monetario alle antiche colonie calcidiche di Sicilia e d’Italia, cioè Cuma, Imera, Zancle e Reggio; le quali tennero anticamente per unità di misura una moneta del peso di grammi 12.40 in argento, conforme a quella di Egina.

Le colonie achee d’Italia seguirono invece il sistema monetario di Corinto; il quale porta per unità di misura il peso di grammi 8.40 d’argento. Tale altresì fu l’unità tipica del sistema attico, secondo la riforma di Solone nell’olimp. 46, ovvero 594 a.C.; ma si distingue dal corinzio pel sistema di suddivisione della moneta tipo. Il sistema attico solonico prendeva le mosse dalla metà dell’intero; il corinzio partiva dal terzo della moneta tipo; per l’attico due dracme erano uno statere; pel corinzio erano invece tre dracme. Mommsen è di avviso che il sistema corinzio fosse più antico dell’attico di Solone; e crede che le zecche delle città achee italiote fossero già in piena attività, quando avvenne in Atene la riforma monetaria solonica. Diremo, perciò, che gl’influssi e le importazioni e i commerci dei navigatori di Corinto sulle spiaggie italiche decisero all’uso della moneta coniata, sulle spiaggie italiche? È probabile. Ed è certo che Sibari batteva moneta di argento molto tempo prima che nell’Italia di mezzo avesse corso l’aes grave segnato; il quale, del resto, non fu eseguito che da artefici avviati alla scuola dei greci italioti.

Il peso effettivo della moneta di queste colonie italiote fu, in media, di grammi 8.20 di argento19; e questo si considera come peso normale. Tutte hanno lo stesso tipo dalle due faccie, eccetto piccole differenze per qualcuna. Sulle monete di Pandosia e di Crotone è messo insieme, emblema dell’una e dell’altra città, il toro e il tripode. Alcune monete di Posidonia improntano il Nettuno in piedi che brandisce il tridente, e con esso il toro di Sibari; queste sono, al certo, dei primi tempi della colonizzazione da Sibari: mentre le monete posidoniati, che portano il Nettuno dalle due faccie, sono di altra epoca e sistema, appartenendo invece al sistema campano. Le suddivisioni più antiche vanno per terzo, per sesto, per dodicesimo dell’intero, col peso di 2.73, di 1.36, di 0.68 di argento. È ignoto se ebbero il nome dracma, di obolo o qualsiasi altro, presso i popoli italioti che le usarono20. Il nome di obolo si trova su monete di rame di Metaponto; ma sono di epoca posteriore al secolo IV. Quanto ai tipi, ricorderemo che le monete metapontine, di un sesto della moneta tipo, hanno la testa di bue in concavo; quelle identiche di Sibari, un’aurora; quelle di Lao, una ghianda: sulle monete che sono il dodicesimo, improntano tre mezzelune le metapontine e le crotoniati.

La moneta di oro comparve verso la metà del secolo IV, come fu detto; ma fu coniazione di poca importanza: non è pervenuta fino a noi se non qualche moneta, che è il terzo dell’unità tipo, quasi tutte delle zecche metapontine. La moneta di oro con la legenda de’ popoli «Bruzii» ha fatto supporre una confederazione monetaria o politica delle città de’ Bruzii, ai tempi di Pirro.

Verso la metà dello stesso secolo quando il nomo o nummus era ancora la pricipale moneta di argento, il peso della moneta tipo scende alquanto più basso che nel periodo precedente: nelle monete di Taranto declina fino grammi 6.6; ma per le zecche di Metaponto e di Turii, che mostrano maggior vigore di produzione, il peso normale non va al disotto di grammi 7.5.

È dello stesso periodo di tempo la comparsa del doppio-nomo, e dei mezzi-nomi. Il primo è ben raro, fuorché nelle serie delle monete di Metaponto e di Turii. I mezzi-nomi, che mancano pel periodo più antico, si trovano in copia tra le monete di Metaponto, di Taranto e di Velia, della quale ultima città furono forse originarii. Essi datano dagli ultimi tempi della monetazione di argento in Italia, quando Metaponto non coniava che frazioni di nomi, e non nomi o nummi.

Sulle monete di argento delle città achee italiote non si trovano iscritti i nomi di magistrati, come si leggono sulle monete campane e di Taranto dell’ultima epoca. Mommsen crede che l’invasione de’ Lucani al IV secolo annientò la confederazione achea; e molte di quelle città furono o sottomesse o annichilate. Da quel tempo in poi le città achee non emisero (egli, pensa) che piccola moneta di argento e moneta di rame: mentre Taranto e Napoli continuavano a battere i grossi pezzi di argento. — È una congettura, donde dovrebbe dedursi questo, che la moneta di grosso taglio in argento avrebbe dovuto essere coniata invece, e come per dritto di sovranità, dalla confederazione lucana: ma di cosiffatta moneta di argento non si ha notizia finora.

Nel secolo III, e propriamente l’anno 208, Roma proibì la monetazione in argento in tutta la regione italica che aveva sottomessa; e così fu suggellata la dipendenza statuale delle tante città autonome italiote da Roma. Da questo divieto fu francata soltanto la città di Pesto che era già colonia romana: e mentre questa per singolare privilegio batte ancora moneta di argento (però sul sistema campano dell’unità della litra e non della dracma), alle zecche delle altre città italiote fu permesso di coniare il bronzo pei minuti commercii della vita quotidiana; finché ai tempi imperiali anche questa facoltà venne tolta, perché la coniazione del bronzo restò di dritto, in Italia, al solo Senato.

Se dalla considerazione della moneta come titolo degli ordini economici delle città, si vuole passare a considerazioni di ordine estetico, è a tutti noto che nelle serie monetarie delle città italiote s’incontrano dei veri capilavoro.

«Nella parte tecnica erano superiori — dice il Mommsen — a quelle della madre patria, poiché invece delle grosse monete di argento coniate da un solo lato (come era uso nella Grecia propria e tra i dorii italioti) le città di stirpe achea italiote, servendosi di due punzoni uguali, parte in rilievo e parte incavato, battevano grandi e sottili monete di argento con le leggende; questo stesso modo di coniare, preservando le monete dalla falsificazione che poteva farsi mediante la facile soprapposizione di fine lamiere di argento a metalli vili, prova il buon ordine e la coltura dello Stato»21.

Le monete di Velia della prima metà del secolo IV a.C. sono tra le più perfette opere dei monetieri delle città italiote; e vanno messe a paro di quelle maravigliose di Siracusa. Su queste monete eleatiche si legge il nome dell’artefice che le ebbe incise, ora Cleudemos, ora Filistion. Dovevano essere nomi ben celebri all’antichità, e largamente apprezzate le bellissime opero loro. Quando i conii monetarii delle città focesi delle Gallie erano consumati dall’uso e faceva mestieri di ringiovanirli, Massilia (come crede fermamente il Lenormant) si rivolgea agl’incisori che lavoravano per Elea22.

Che gli artefici improntassero il loro nome sulle monete, non era uso in Grecia; e non si trova se non come rara eccezione per qualche sua città. Ma l’uso era stabilito per la Sicilia e per la Magna Grecia: le monete di Siracusa e quelle di Metaponto, di Eraclea, di Elea, di Pandosia, di Reggio e forse di Turii improntano cotesti nomi, a caratteri minutissimi e impercettibili, sulle loro monete. A quelli finora noti dei due grandi artefici di Elea, si può aggiungere23 il nome di Aristosseno che è letto sulle monete di Eraclea e su quelle di Metaponto; il nome di Eufronio su altre di Eraclea; quello di Cratesippo e di Egineto per Reggio, il nome di Malide per Pandosia24.

Se cotesti artisti improntarono il loro nome su tiloli sì delicati di Stato, vuol dire che erano uomini liberi, non schiavi. Ma non potremmo concludere da ciò, che era del tutto in mani libere l’esercizio delle arti e delle industrie nelle città italiote, che, come tutto l’antico ordinamento sociale, avevano anch’esse fondamento nella schiavitù. Ma o liberi, o non liberi uomini, a quale altezza portarono essi l’arte del compasso, a quale nobiltà l’arte dello scalpello, a quale eleganza i prodotti della gliptica e della toreutica! Innanzi a quelle maraviglie, di cui non sempre avanza altro che frastagli e reliquie, non si potrebbe non credere all’afflato della dea Libera che invigorisce la mano e l’ingegno di chi le creava, se disse il vero ai suoi Elleni il gran vate; lo schiavo perde metà dell’anima!

Esistono ancora presso Metaponto come poetica corona di un poggio a larghissimo orizzonte, quindici colonne doriche di un tempio dedicato a non si sa quale divinità: ed esse quantunque mancanti come sono di epistilio, di fregi, di basamento, mostrano lo scheletro d’un edifizio, di cui pochi forse avrebbe avuti di più belli l’Ellade; che rese poetica, elegante e serena, come una strofa di Sofocle, il marmo della statua, le colonne del tempio. Quelle reliquie metapontine, elle per la misura più del consueto larga dell’intercolunnio e più del consueto sporgente l’abaco del capitello, mentre rispecchiano la gravità d’un arcaismo sereno e puro, riflettono in chi guarda il concetto, insieme e armonicamente fuse, della leggerezza e della solidità.

Alle opere architettoniche loro forniva ornamento e decorazione l’opera di terracotta, e aggiungeva risalto e gaiezza la policromia. È nota a tutti gli studiosi dell’arte classica quell’ammirevole cimasa ornata di palmettee protomi di leoni schiudenti la bocca ad uso gronda dell’acqua piovana, cimasa che girava intorno all’orlo d’uno dei tempii metapontini, e che dopo tanti secoli è ancora vivida dei colori onde ora dipinta. Frammento di arte «assolutamente classico», come dice il Lenormant, essa si mostra oggi nel museo del Louvre all’ammirazione ed allo studio di quanti amano l’arte greca25. È reliquia di Metaponto.

Quelle quindici colonne sono gli avanzi di un tempio esastilo, ossia di sei colonne di fronte e dodici per lato: i dotti dei nostri tempi le giudicano opera della prima metà del secolo V avanti Cristo26.

Più antico, forse di un secolo27, è il tempio di Nettuno a Pesto, la cui meravigliosa solidità ha potuto farlo giungere, pressoché intero ed unico per l’interezza sua, fino ai giorni nostri:

«La impressione grandiosa, che irraggia da questo tempio in chi lo contempla, può ragguagliarsi (dice un insigne uomo che è giudice competente) a quella del Partenone. Lungo 56 metri e largo 20, era un tempio ipètro; e vuol dire che la cella, o santuario in cui era allogata la statua dell’Iddio, restava a cielo scoverto. Tempio periptero perché tutto circondato di colonne, che sono 36 di numero, scanalate ed enormi, ne ha dodici per ciascun dei fianchi, e sei per ciascuno degli altri lati: alte ognuna 8 m. 90 e larghe 2.27; l’interno della cella ha 16 colonne di 2 metri di diametro. A primo aspetto l’architettura di questa magnifica opera parrebbe povera di decorazioni esteriori; ma questa stessa mancanza di decorazioni, questa semplicità in cui non si trova altro che il necessario e l’essenziale, fa vibrare anche più viva la nòta di forza, di maestà grandiosa e d’incrollabile solidità dell’edifizio. Le enormi colonne che stringono lo spazio tra l’una e l’altra, il diametro loro che va sensibilmente rastremando dalla base in su, la cornice che sporge molto in fuori, la robusta commessura dell’insieme, la disposizione di tutte le parti semplice e chiara, le nobili proporzioni e l’elegante profilo dell’intera massa… tutto, insomma, è come una rivelazione del genio dorico nella sua maschia austerità.28»

Così Francesco Lenormant. Una nòta di grandezza impronta tutto l’insieme, che pare colossale e non è; ma è colossale, è grandiosa, è profonda, è intensa l’impressione che investe colui che contempla questa aurea massa di tufo, che vi avvince, vi tiene immoto e vi sussurra nell’animo una parola di maraviglia e di stupore.

Opera della metà del secolo VI avanti Cristo, in questo periodo di tempo si elevò dunque alla maggiore altezza estetica l’arte delle costruzioni nella città di Posidonia; ma non decadde nei due secoli seguenti. Del secolo quinto sarebbe l’altro recinto di colonne ancora in piedi nei campi di Pesto che è un tempio o una stoa; del secolo IV probabilmente un terzo che è di minori proporzioni e che dicono di Cerere; in essi, per vero, la linea dell’insieme meno grandiosa, la nòta estetica assai meno potente, anzi il soverchio aggetto dell’abaco del capitello sulle colonne del tempio, o stoa che sia, e la rastremazione in alto soverchia delle colonne lasciano una vibrazione di disagio in chi dall’insieme della selva marmorea delle colonne porta gli occhi al potente architrave che le incorona.

È, forse, della stessa ultima età la cinta delle muraglie cho ancora circondano Pesto: anche esse di greco lavoro, sorgevano in tempi in cui l’influsso della civiltà italica, o italo-romana, o campana era pervenuto agli italioti: nelle porte di queste mura che ancora esistono in piedi, si vede la volta a cunei, che non è caratteristica di puramente greco lavoro. Il Lenormant vorrebbe da essa argomentare all’età delle mura, che egli congettura fatte o rifatte al secolo IV avanti Cristo, quando alla città era uopo difendersi dai Lucani invadenti.

Se era giunta a tanta altezza l’arte delle seste o del compasso, non doveva rimanere al disotto I’arte che dipingeva e scolpiva. Una delle tombe a camera scoperte presso Pesto mise in luce delle dipinture (oggi si veggono nel museo di Napoli), che ritraggono scene e costumi della vita italiota, le quali giudicano del secolo III avanti Cristo, quando, per vero, l’arte ellenica accusa una certa efflorescenza di ornamentazione soverchia, e minor purità di concezione, non altrimenti che le pitture ceramiche eseguite agli stessi tempi per l’Apulia e per la Lucania.

Ma la fortuna fece scovrire nei campi della stessa città un’altra tomba, ove comparve alla luce una dipintura di lavoro squisitissimo, che il Lenormant giudica del secolo V avanti C. Di quest’opera non esiste altro (egli diceva, ai suoi tempi) che un semplice schizzo, già disegnato da abile mano di artista, e di tale «ammirabile bellezza» che egli non esita a crederlo dei tempi, se non proprio della scuola, di Polignoto. «Io non conosco nulla (egli aggiunge)29 che possa dare uniidea dell’opera di cotesto artefice, e in genere, dell’arte del suo tempo; nulla che vi si approssimi più che quel tanto che avanza della pittura della tomba di Pesto, secondo i calchi che ne prese nel 1845 il pittore Geslin, di Parigi. È, sopra ogni altra, bellissima la figura d’un giovine guerriero ferito a morte, che un compagno, montato a cavallo, porta sulle sue spalle; l’arte non saprebbe andare più in là, né di più grandioso e di piu perfetta eleganza produrre30.

Tra le sparse e poco ancora rovistate ruine di Velia si rinvennero, di recente, delle figurine in terra cotta, che se non hanno la squisita bellezza di quelle di Tánagra, per l’impronta d’un loro carattere particolare sono ben degne d’onore, non somiglianti a quei prodotti comuni d’una comune matrice, come le simili figurine dell’Apulia, esse mostrano, a giudizio del Lenormant,

«una impronta manifestamente ellenica, che rivela artefici dotati d’una maniera loro propria, non mancanti d’invenzione. Se non arrivano, di certo, alla perfetta squisitezza delle monete eleatiche, nè alla finezza maravigliosa delle figure di Tánagra o di Atene, qualcuna però mostra in piccolo la nòta dello stile scultorio e della grazia elegante di artefici valenti»31.

Se gl’incisori segnarono il loro nome sulle mirabili monete di Velia, anche gli artefici in ceramica segnarono il loro su quegli antichi vasi, di cui taluni sono pervenuti sino a noi: e la nòta del nome è documento della celebrità loro. Un vaso, venuto fuori dai sepolcri di Velia, porta scritte le parole: «Simone Eleita (di Elea) figlio di zenone faceva», e rappresenta un tratto del mito di Ercole e Jole32. Altri portano il nome di Astea; e se ne conoscono finora cinque con cotesto nome di artefice. De’ cinque tre furono trovati nei campi intorno di Pesto: era dunque, probabilmente, di Posidonia33.

Maggior maraviglia destano quei frammenti del museo britannico, noti col nome di «bronzi di Siri» ma che per verità furono trovati invece a Saponara, ove era l’antica Grumento. Sono le reliquie di una corazza in bronzo, ove risaltano in rilievo i due Ajaci che combattono contro la Amazzoni; ma è tale il pregio artistico loro che vengono considerati dagli intelligenti come

«il più maraviglioso saggio che siasi finora scoverto dell’arte greca applicata all’arte del bronzo in rilievo»34.

Il Lenormant crede appartengano alla scuola di Scopa anzi che di Lisippo, come altri sostenne: ma giudicandoli egli, per l’eccellenza loro, prodotto dell’arte ellenica e non dell’italiota, io non posso, per vero, che dubitando ed esitando metterli in conto della cultura artistica delle città greche d’Italia. Apparterrebbero per età alla prima metà del secolo IV avanti Cristo.

Di poco meno eguale eccellenza nel suo genere è la corona d’oro trovata, il 1813, in una delle tombe grecaniche di Armento. È una ricca intrecciatura di rami e frondi di quercia. Con un gran rigoglio di fiori a corolle e calici aperti, e smaltati in blu-turchese; alati insetti pare si appoggino sulle estremità oscillanti, pei delicatissimi gambi, de’ fiori; e alcune figure di donne alale poggiano sui rami che piegano in serto. Il tutto in oro. Mirabile gioiello, in cui la libera leggerezza dell’esecuzione, l’avvisato scompiglio dell’insieme e il ricco intreccio della vegetazione dànno al tutto l’espressione della natura viva e reale. Portava scritto, in greca lettera dell’alfabeto euclideo: «Critonio dedicò questa corona»: e se costui fosse l’artefice o il possessore, non so; nè so decidere, tra gli opposti pareri se opera a destinazione funebre, o se piuttosto a destinazioni civili solenni, pria dell’inumazione. La grafia dei caratteri indicherebbe i principii del IV secolo avanti Cristo. È probabile fosse opera grecanica della civiltà italiota35. Ad Armento (non può dubitarsene dai suoi sepolcri) esisteva un centro importante di civiltà grecanica.

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Anche prima della distruzione di Sibari il tempio dell’Era Lacinia, lontano un sei miglia da Crotone, addivenne il santuario più famoso e frequente delle stirpi italiote-achee; e crebbe di ricchezze e di opere d’arte maravigliose. La storia ricorda i tesori onde venne saccheggiato e da Pirro, e da Dionigi Siracusano, e da Annibale, e dai Romani. Dionigi vi trovò un peplo, maravigllosa opera di telai asiatici, che Alcistene di Sibari aveva offerto in voto alla Dea: peplo ricamato a zone di animali secondo lo stile orientale antico, e a figure d’Iddii; e di tal valore, che dalla vendita Dionigi ne ritrasse 120 talenti, che i moderni ragguagliano, secondo un computo, a lire 2,767,996, e secondo un altro a 4,432,00036

Benché queste cifre della storia sibaritica parmi facciano il paio con quelle dell’ultimo esercito di Sibari, non può negarsi significhino, ad ogni modo, valori enormi; accresciuti forse dal prezzo di adozione ad un ex voto di un santuario famosissimo. Da questo tempio Quinto Fulvio Flacco, censore a Roma nel 581 della città o 175 avanti Cristo, trasse, discoprendolo in parte, i tegoli di marmo, che egli voleva destinati a covrire un suo tempio a Roma37: e poiché il Senato, per ufficio di lesa religione, nol permise, i tegoli tornarono a Crotone; ma, dicono, non si ebbero artefici abili così da allogarli all’antico posto, e il tempio Lacinio restò scoverto alle non schermite offese dell’aere e della pioggia. Era dunque già tanto in giù la cultura artistica della Magna Grecia nel secolo II avanti Cristo?

In quel tempio famoso ebbero posto le opere di Zeusi, di cui è disputata la patria, ma non la fama altissima. È risaputo che era di Eraclea. Chi non ricorda l’Elena, che con la poesia della leggenda è entrata nella storia dell’arte? La storia dell’Elena che fu il compendio delle bellezze crotoniati38, significava che il grande artefice eracleota non inventava ma rappresentava la natura, elevandola alla suprema idealità della bellezza. La storia soggiunge che fece progredire l’arte della pittura per nuove virtù che egli trasse dal tono dei colori, dal giuoco sapiente delle ombre, dall’illusione della prospettiva aerea. Niente di più vivo e reale e plastico si era visto fino allora venir fuori dalla superficie piana di una tavola colorata; e la leggenda ne chiama a riprova finanche gli uccelli, che corrono, illusi, a beccare il grappolo dipinto. Forse la ricerca insistente dell’ideale nella rappresentazione della natura dovè fargli trascurare la espressione che è l’afflato spirituale della vita, il lampeggìo del carattere dell’individuo, come il profumo del flore; e di questa mancanza volle forse dargli nòta Aristotile39. L’uomo divenne celeberrimo per tutto il mondo greco: esponeva i suoi dipinti al pubblico, e il pubblico accorreva e pagava. La celebrità gli portò la ricchezza e l’orgoglio; i suoi dipinti non avevano prezzo, e non li vendeva, li dava in dono. L’orgoglio immiserì in vanità; e poiché non sempre i grandi ingegni sono grandi caratteri, compariva in pubblico alle grandi solennità chiuso nel manto, che mostrava scritto a ricami il suo nome e la patria Eraclea.

Ma è dubbio se questa fosse la Eraclea di Lucania o quella di Sicilia, o quella di Bitinia40. I più lo dissero dell’Eraclea di Lucania; e i computi cronologici di Plinio, pei quali si allogherebbe al IV secolo avanti Cristo, non si oppongono a quest’opinione che è la meno dubbia per noi41.

Tempo verrà in cui, grazie al rinvenimento di sepolti tesori artistici (se il caso o la fortuna seconda), si potrà delincare una storia dell’arte nell’Italia ellenica o Magna Grecia. Noi qui non possiamo indicare so non appena un qualche nome di quelli che saranno per emergere nella futura storia, della quale qui — pur troppo! — non potremo accennare nemmeno i supremi filamenti.

Gli inizii ne sono molto antichi, come la civiltà della regione. Tra i più antichi e ricordato un Learco di Reggio, di cui a Sparta esisteva la statua di Giove in lamine di bronzo, che è il monumento più antico del genere; la leggenda, rispecchiando l’antichità e l’eccellenza dell’opera, fece l’autore di essa discepolo di Dedalo. Fanno conto vivesse verso la metà del secolo VI a.C.

Un Damea di Crotone scolpì, per lo stadio d’Olimpia, la statua di Milone, atleta, capitano e filosofo pitagorico crotoniate; sicchè l’artefice ebbe a vivere verso l’Olimpiade 62, cioè 532 a.C.

Clearco di Reggio, uscito dalla scuola di Corinto, fu maestro di quel Pitagora, scultore celeberrimo, anche esso di Reggio, il quale fiorì verso l’olimpiade 73 che è il 488 av.Cr. Questi, contemporanco di Fidia, o di qualche tempo a lui anteriore, scolpì divinità ed eroi, che divennero opere celebri: e nella storia dell’arte è ricordato come quegli che fece progredire la statuaria dalla immobilità serena verso l’espressione e il movimento, ma con giusto equilibrio tra l’idealità divina e la rappresentazione della natura42. Gli fu dato speciale vanto di avere espresso secondo natura i muscoli, le vene, la capigliatura nelle statue degli atleti e degli eroi.

Reggio, come si vede, fu centro e scuola fiorente di arti plastiche; ed anche nell’arte della pittura ebbe alta rinomanza un Silaro di Reggio, che diffuse le sue opere pel Peloponneso: l’epoca di lui è ignota, nè sappiamo se anteriore o posteriore a Zeusi, che è il lume, come disse Plinio, della pittura, e che egli alloga nell’olimp. 95, o il 400 av.Cr.

Di più tardo periodo di tempo fu Pasitele della Magna Grecia, ma non è detto di quale città; il quale, remotamente antecessore del Vasari e di Leonardo, scrisse libri sulla storia delle arti43, e fu allo stesso tempo celebrato per opere di sculture e di incisione; visse nella seconda metà del secolo I av.Cr.

Dei nomi degli artefici, incisori insigni delle monete italiote nel secolo IV, abbiamo fatat parola più innanzi; e così di quel Simone di Elea, dipintore in ceramica, di cui l’età è ignota, e di quell’Astea, di Pesto, che scriveva il suo nome sui vasi con grafia che è posteriore al secolo V.

Allo splendore di una civiltà che incideva, scolpiva, dipingeva, innalzava opere che furono capilavoro dell’arte, non poteva restare monco o difettivo quel ramo dell’arte, che fissa il bello nella compagine della parola; nè mancare quell’attività dell’intelletto, che indagando, tentando, speculando il vero, assorge dai particolari al generale, dal mutabile a quel che non muta, dai fatti alle leggi, dall’aspetto delle cose universe all’intuizione dell’uno.

Il pensiero speculativo dei Greci, che si scioglie ai primi passi nella scuola Jonica, si svolge in Italia nella duplice corrente della scuola «Italica» di Pitagora e della «Eleatica» di Parmenide. Il concetto della materia unica nelle infinite manifestazioni della realtà apparve la prima volta con quei di Jonia: il concetto del sistema del mondo ordinato in numero e misura apparve la prima volta nella scuola italica; il concetto della sostanza unica, che non è l’unica materia, ma la contiene, la mantiene, l’agita, la rinnova, la trasforma nelle infinite parvenze d’una realtà immutata, eterna, non vista che all’intelletto, questo concetto della speculazione più alla della mente umana nacque la prima volta in Elea con Parmenide. Pitagora, il concetto del mondo, ordinato dalla divina mente intende si rispecchi nel mondo degli uomini, ordinato dalla mente del sapiente. E nasce l’ordine pitagorico, che è scienza, sapienza, pietà o religione. Questo concetto, tradotto in fatto, agita la più antica civiltà della Magna Grecia; e si riflette per tutta la Grecia: ma la concezione eleatica si riflette nelle regioni del pensiero per tutte le età.

Al moto speculativo degli spiriti dové rispondere il moto delle lettere, come rispose quello delle arti. Ma non si hanno che pochi e soli nomi a delineare le prime filamenta di una storia letteraria. Le poche reliquie che qui si raccolgono daranno indizio della grande ricchezza, che ci è ignota.

Fra i più antichi autori o scrittori si trova nominato un Callistene di Sibari quale storico delle cose di Galazia; ma non so se qui Sibari tenga luogo di Turii. Un altro gruppo di storici è a Reggio; cioè Ippia, che visse nel secolo V av.Cr. e scrisse sulle cose di Sicilia, ed anche d’Italia44; e un Teagene e un Glauco, di epoca ignota. E di Reggio era quell’Ibico, che, trucidato in viaggio, è celebre sia per la leggenda delle gru vendicatrici cantata da Schiller, sia per le lodi di Platone, di Cicerone, e d’altri che lo dissero poeta di amori ardentissimi e disperati.

Vanno posti tra gli artefici di versi, e tra gli oratori o retori i nomi di Egesippo, di Leonida e di Empedocle, tutti e tre di Taranto. Più nota è Nosside, di Locri, la poetessa del secolo IV av.Cr. Anche di Locri è Senocrito, poeta ditirambico o lirico; e dello stesso genere Cleomene di Reggio. Più famoso di tutti, fu Alesside di Turii, il poeta comico che fu detto «il poeta delle grazie». Fecondo quanto Lopez De Vega, dissero avesse composto ben 245 opere di teatro, che è fecondità singolare più che rara per l’attività dello spirito greco, anelante più che alla copia, alla perfezione. Nelle sue commedia creò dei tipi o caratteri, che, quale il parassito, si trasmisero ai successori. E il suo genio si trasmise al figlio di nome Stefano, anche lui poeta comico; ma, con maggiore gloria, al nipote che fu Menandro. E i poeti comici abbondano in questi frammentari ricordi dell’Italia letteraria grecanica, tali Patroclo di Turii, Cosiliano di Locri, Egesippo di Taranto, e Rintone, anche lui italiota, e inventore di favole drammatiche, che da lui si dissero rintoniche. Quale maggiore prova d’una cultura ampia, elegante, splendida?

Crotone ebbe una scuola di medicina che fu famosa per tutto il mondo greco. Democede, crotoniate, fu medico o chirurgo di Dario in Persia, dove era stato menato schiavo; e dove, venuto in corte e favorito a Dario, s’ingegnò di venirne via, e tornò avventurosamente a Crotone. Alcmeone, contemporaneo, ma più giovine di Pitagora, scrisse di discipline anatomiche e di fisica; contro le sue dottrine dettò Aristotile. All’epoca di Pitagora Crotone si distingueva sulle altre città, dice il Grote,

«per la superiorità dei suoi medici e chirurgi, e per l’eccellenza dello stato corporale dei suoi abitanti, attestato indirettamente dal numero dei vincitori crotoniati ai giuochi olimpici».

E l’una cosa, forse, influiva sull’altra:

«poiché la terapeutica del tempo non tanto consisteva in rimedi attivi, quanto nel metodo di vita rigoroso, accurato: e i maestri degli atleti, nel costoro noviziato preparatorio, e i sorveglianti all’educazione dei giovani nei ginnasi pubblici, seguivano gli stessi principi, e applicavano le stesse conoscenze dei medici che curavano la salute. I medici della Magna Grecia (conchiude lo stesso dottissimo scrittore) si mantennero in credito come rivali delle scuole degli Asclepiadi di Coo e di Gnido, durante tutto il quinto e tutto il quarto secolo avanti Cristo»45.

Ma medici e terapeutici dello spirito furono Pitagora e i Pitagorici da un lato, Parmenide e gli Eleati da un altro, nella penisola greco-italica. E se quel tanto che fu accennato di Parmenide e di Elea basta al nostro scopo, di Pitagora e dei Pitagorici è necessario di parlare di proposito in questo schizzo della storia politica e civile della Magna Grecia.

APPENDICE

Per restare nel campo del nostro soggetto riporto qui, dall’opera di HEAD (Historia nummorum, Oxford, 1887), il seguente

«PROSPETTO CRONOLOGICO DELLA MONETAZIONE DELLA LUCANIA»

550-480 a.C. 480-450 a.C. 450-400 a.C. 400-350 a.C. 350-300 a.C. 300-268 a.C. 268-203 a.C. 203-80 a.C.
Asia? .. .. .. .. .. .. ..
Laus Laus .. Laus .. .. .. ..
Metapontum Metapontum Metapontum Metapontum Metapontum Metapontum .. ..
Poseidonia Poseidonia Poseidonia .. .. Paestum Paestum Paestum
Pal (et) Mol .. .. .. .. .. .. ..
Syris (et) Pixus .. .. .. .. .. .. ..
Sybaris .. Sybaris nova .. .. .. .. ..
Velia Velia Velia Velia Velia Velia Velia Velia?
.. .. Heraclea Heraclea Heraclea Heraclea .. ..
.. .. Thurium Thurium Thurium Thurium .. ..
.. .. .. .. Ursentum? Lucani Lucani ..

N.B. I nomi in corsivo indicano la monetazione in bronzo

La città di Asia, nella 1ª colonna del prospetto, non è nota altrimenti che da due rare monete: l’una sicuramente di Sibari, con l’impronta del toro retrospiciente e sul dorso un grillo con le parole retrograde VM (sy) e IMA (asi) (in SAMBON, Recherch. sur la monn. de la presqu’île italique, Naples, 1870); l’latra con lo stesso tipo del toto sibaritico e la parola AΣIA; l’una e l’altra significante sia lega commerciale, sia dipendenza statuale di Asia da Sibari (G. DE PETRA, Arch. stor. prov. napolet., 1879, vol. IV, 179). Questa città di Asia oggi si ritiene già esistita nelle vicinanze di Reggio: è detta anche Tisia in Stefano bizantino, e nei frammenti di Diodoro Siculo. Sarebbe, dunque, una intrusa nel prospetto del Head.

Ma mancano al prospetto, ed io l’aggiungerei senza esitazione, la moneta di Grumentum, di cui facciamo parola più innanzi al capitolo XXI, quelle di Pandosia dell’Aciris, di cui fu cenno a pag. 155; e aggiungerei, pure dubitando, quella di Consilinum, di cui al cap. XXI.

Delle monete di Fistelia d’ignota sede, di Silaria (?) d’ignota esistenza si è fatto cenno più innanzi.

Non si ha notizia di monete di Lagaria, nè di Scidro, Blanda, Numistro, Volcei, Eburum, Potentia. — Una di Àtene è dubbia, o falsa.

Di Thebae Lucana, d’ignoto posto e di oscura esistenza fin dai tempi di Catone, fu ultimamente pubblicata una singolare moneta (trovata a Maratea) che ha l’impronta della testa di Pallade galeata con la Scilla, del toro cornupeta, del fulmine, nonché delle lettere ΘE; e questa si è voluta attribuire alla Thebae Lucana (R. Lippi, in Archiv. sucitato, 1884, vol. IX). Ma, considerando che il tipo dell’impronta è integralmente quello di Thurium; che la parola Θῆβαι non avrebbe potuto portare che le sigle ΘH, l’attribuzione non è accettata; e si ha ragione di credere che il ΘE della moneta sia sigla, anziché di altro, dello zecchiere o del magistrato monetale.

A Mateola attribuisce il Sambon (opera citata, Naples, 1870) alcune monete sia col tipo di Pallade dal casco corinzio, sia dell’Ercole con clava, o cornucopia, sia di un leone accoccolato che colla zampa sostiene un giavellotto: e in tutte e tre, in monogramma, tre lettere TMA che egli legge Mateola. — Io ne dubito.

Le monete di Venusia che ahnno per tipo un cinghiale (da venatio?) appartengono al altro gruppo monetale.

NOTE

1. Vedi per queste e altre indicazioni topografiche, in seguito al capitolo XII. — Αχύριος significherebbe Pagliaio. — Ibid.

2. Conf. Corpus Inscrip. Latinar., vol. X, n. 30*, 35*, 36*, 43*.

3. Vedi Notizie degli Scavi. Marzo, 1882, p. 119 ove è il testo e il fac-simile della iscrizione, la quale, secondo la traduzione del prof. Antonio Racioppi, direbbe:

Ave, rex Hercules, cui figulus me consecravit, da autem inter homines opinionem (ovv. gloriam) habere bonam: Nicomachus me faciebat.

4. Per l’originario significato di queste parole vedi, in seguito, al capitolo XXII.

5. Dei popoli Irtini. Vedi ai capitoli XX e XXII.

6. Vedi al capitolo XXII.

7. Al capitolo XXI.

8. Conf. SCHOEMANN, Antichità greche, I, passim.

9. STRABONE, VI, 397.

10. STRABONE, VI, p. 387. — Speusippo presso DIOGENE LAERZIO, IX, 23 e PLUTARCO, Adv. Colot.

11. SCHOEMANN, Antichità greche, I, p. 208. — Firenze, 1877.

12. VANNUCCI:

«Ogni città vide levarsi sul capo un tiranno. Panezio a Leontini; ad Agrigento Falaride; a Gela Cleandro, quindi Gelone; a Zancle Scite; a Imera Tesillo; Anassila a Reggio; a Siracuaa Terone, etc.» .

13. Gli scrittori di cose numismatiche moderni dicono o disdicono, allo stesso tempo, codesti accordi. Anche il LENORMANT nel suo libro — La monnaie dans l’antiquité — Paris, 1878, mentre vi accenna in qualche paret (vol. II, 64) poi a pag. 70 scrive:

«Più spesso l’unione monetaria tra due o più città pare essersi esclusivamente limitata al suo scopo speciale, e non portava con sè affatto una federazione politica. Niente di simile non si scorge nella storia per le città dell’Italia meridionale che emisero le monete incuse in argento, nè per le città greche dell’Asia Minore occidentale».

14. E dai Romani fu detta Grecia Magna quell’insieme, geografico ed etnico, di città greco-italiche sulla penisola ultima lucano-bruzia, sul Jonio e sul Tirreno, da Taranto fino a Lao, o fino a Pesto, per distinguerle dalla Grecia Minor, che era il minore complesso delle città greco-italiche di Cuma e del suo golfo.

15. Vedi nel Corp. Isc. Latin. vol. X, n. 114.

16. Di un Eufranore, nocchiero di Turii, è menzione in ATENEO, XI, p. 474. — Su talune monete della Città si vedono, simbolo di commerci marittimi, le impronte dell’àncora e dell’acrostolio, che era uno speciale ornamento alla prora della nave.

17. SUIDA, cent. XII.

18. MOMMSEN, Hist. monnaie romaine, vol. I, 317. Paris, 1865.

19. MOMMSEN, Histoire monnaie romaine — Paris, 1865. Vol. I, Introd. cap. II, c. VIII, p. 148 — e pass.

20. «Sappiamo solamente — dice Mommsen — che nelle leggende delle monete principali gli aggettivi Λαινος, Σιρινος, Καυλωνὶατας, Κροτωνὶατας; sono al mascolino; potrebbero, di conseguenza, riferirsi tanto allo statero che al nomo». Ibid. 153.

21. MOMMSEN, Storia romana, I, p. 123.

22. LENORMANT, Grande Grèce, II, 315. E nell’opera La monnaie dans l’antiquité, Paris, 1878, parlando del nome degli artisti incisi nelle monete, ed anche su quelle dell’antica Massilia, dice a pag. 259, vol. III:

«Cotesti incisori delle monete massilliesi ATΡI…, MA…, ΓAΡ…, e un altro di ancora dubbia lezione, parmi debbono essere aggruppati con quelli dell’Italia; giacché io credo di poter stabilire (in un lavoro speciale, di cui raccolgo gli elementi) secondo analogie di stile notevolissime e ben determinate, che Massilia fece venire più volte da Velia gli artisti per racconciare le incisioni del suoi conii monetarii, quando essi parevano di ricadere nella barbarie».

23. LENORMANT, La monnaie dans l’antiquité. Paris, 1878. Vol. III, pag. 255.

24. Per la cronologia delle altre notizie vedi l’Appendice in fine di questo capitolo, a pag. 233.

25. LENORMANT, Grande Grèce, I, 188. Questo singolare frammento di fine arte decorativa non è più solo. — Vedi negli Atti dell’Accadem. di archeol. lett. e belle arti di Napoli — 1895 Ia nota del prof. G. De Petra. Il Geison nel tempio di Apollo Lycio a Metaponto, in cui si ragiona di frammenti di stucchi policromi finissimi trovati in quell’ammasso di ruine presso la «Masseria di Sansone» in Metaponto, ove oggi si crede, con buona ragione, fosse il tempio eretto ad Apollo Lycio, di cui fu trovata ivi l’arcaica iscrizione greca. I frammenti, già enumerati nel Metaponto del dott. La Cava, a pag. 114, sono in questa opera e nella nota suddétta espressi in eleganti riproduzioni policrome.

26. Ossia dal 450 al 500. LENORMANT, Ibid.

27. LENORMANT, À travers l’Apulie et la Lucanie, vol. II, 206.

28. LENORMANT, À travers l’Apulie et la Lucanie, vol. II, 205.

29. LENORMANT, À travers, etc., II, 218.

30. Ne produciamo qui il disegno a contorno. Le reliquie dell’affresco sono nel Museo Nazionale di Napoli.

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Aggiungo quello che, per cotesti lavori di Pesto, si legge nello SPRINGER, Kunstgeschichte, Lipsia, 1898, I. 298.

«Accanto alle opere dei greco-italici meritano anche considerazione quei lavori che rispecchiano l’influenza greca, quale venne elaborata nelle provincie.

Appartengono a questa categoria di opere alcuni freschi delle tombe lucane, specialmente di Pesto.

Essi sono dipinti alla maniera più antica, su fondo bianco. E taluno ci mostra una danza funebre; tal altro un guerriero, in breve corpetto dall’elmo a penne erette, che una donna saluta al ritorno. Anche i modelli greci si riconoscono in questi lucani: e, non ostante la semplicità dei mezzi, la rappresentanza assurge ad effetti grandiosi in quelle reliquie di un fresco, nel quale un giovine cavaliere riporta mestamente a casa il corpo del suo compagno di battaglia. Pare rintracciarvi alcun che della maniera di Polignoto».

31. LENORMANT, A’ travers, etc., 405.

32. DE WITTE, Descript. d’une collect. de vases peintes, pag. 56.

33. Della Ceramica italiota si parlerà al cap. XX. — Nella Histoire de la céramique grecque di RAYET et COLLIGNON, Paris, 1888, pag. 315, parlando di queste opere di Astea, «dallo stile libero e pittoresco, dalla maniera franca e brillante», sono pure le seguenti parole:

«In quale regione Astea aveva stabilita la sede dell’arte sua? Stando alla provenienza dei vasi, si potrebbe dire in Lucania, giacchè dei cinque vasi, segnati del suo nome, tre furono trovati a Pesto. Ma alcuni indizii ci permettono di riattaccarlo al gruppo dei ceramisti di Taranto. Le iscrizioni dei suoi vasi mostrano lettere dell’alfabeto in uso ad Eraclea e Taranto dopo l’adozione dell’alfabeto jonico: così la H alle volte ha la forma ordinaria, alle volte la forma Ͱ. È inoltre di Astea un cratere che mostra una rappresentazione frequentissima nella ceramica tarantina, ed è una scena di commedia: prova di più della nostra ipotesi».

Ma questa seconda prova non ha valore; e la prima, limitata. Vedi a pag. 464, seguente, nota 1.

Sul vaso dell’Ercole furente (nel Museo di Napoli), la firma dell’artista porta: ΑΣΣΤΕΑΣ ΕΓΡΑΦΕ.

34. LENORMANT, La Grande Grèce, I, 447. — Altri misero in dubbio il rinvenimento di essi nel territorio di Saponara; ed altri li disse provenienti dall’isola Eubea; ma il Bronsted, che li vendè al Museo Britannico per mille sterline, affermava fossero trovati in Lucania, a Saponara. — Nell’opera di Guhl e Koner, p. 260, è riprodotta la figura di questi cimelii. Vedi, in seguito, al capitolo XV.

35. L’inscrizione (nella doppia lezione del Petretti e dell’Avellino) è nel Corp. Inscrip. Graec. Vol. III, n. 5777; e in essa l’editore del Corpus vuole si noti barbarum usum litterae H pro E. — Negli Atti dell’Accad. Ercolan. Archeolog. del 1822 è la memoria dell’Avellino su questo famoso cimelio. — La corona è nel Museo di Monaco.

36. LENORMANT, Grande Grèce, I, 283.

37. LIVIO, deca V, lib. II, 3.

38. L’Elena famosa fu dipinta, secondo Cicerone e Dionigi, per Crotone; ma, secondo Eliano, per Eraclea.

39. Conf. WINKELMANN, Monum. ant. ined. Napoli, 1820, vol. I, cap. IV, p. LXIII. Aristotile le opere del grande artiste disse «senza ἠθος» che può significare o senza azione, o senza espressione, in quanto che Zeusi, come interpreta o spiega il Winkelmann, subordinava alla rappresentazione della bellezza finanche la espressione.

40. TETZE lo disse di Efeso.

41. Zeusi fu detto e si disse egli stesso «Eracleota»; ma non fu detto di quale delle venti e più Eraclee che esisterono nell’antichità. I più ritengono cho nacque nella Eraclea della Magna Grecia: ed è

«ben verisimile (dice un critico dell’arte), considerando alla floridezza delle arti in quella regione, ai tempi della gioventù di Zeusi» (Em. David, Biograph. Univers.).

Ma il P. Agostino Gallo, archeologo siciliano, in una lunga scrittura (pubblicata sul Giorn. Arcadico di Roma nel 1882, Genn. vol. XXX) sostenne che Zeusi nacque in Eraclea di Sicilia detta Minoa, la quale fu fondata al più tardi nel 496 av.Cr. (Olimp. 71). Egli si appoggia su due argomenti, e sono: 1º che Zeusi fu discepolo di Demofilo d’Imera, in Sicilia (secondo Plinio); ed Imera fu distrutta nell’Olimp. 92, cioè 409 av.Cr.; 2º che Eraclea della Magna Grecia o della Lucania non esisteva in quel tempo, perché fondata nel 428 av.Cr. Ma di queste due pruove, l’una non prova nulla, l’altra s’impernia su d’un equivoco. Plinio dice che era dubbio se Zeusi fosse stato discepolo di Demofilo d’Imera ovvero di Nasea di Taso. Ma sia pure di Demofilo, che perciò? Si poteva ben venire a studiare pittura dalla Lucania in Sicilia, come si andava da Lucania in Grecia, a Taso stessa, per esempio. E ancorchè distrutta Imera nel 409, la distruzione della città (fosse pure totale) non prova che Demofilo morisse in quel fatto e in quell’anno; ovvero che, dopo distrutta la città, egli non si fosse continuato a dire «Demofilo d’Imera». Non si sarebbe potuto dire altrimenti, anche dopo distrutta Imera, se gli antichi Greci italioti o sicelioti non ebbero casati. Né altro argomento avrebbe un maggior valore. Diodoro (XII, 36) dice la Eraclea della Magna Grecia fondata nell’Olimp. 86; e questa corrisponde all’anno 433 av.Cr. e non al 428. Alla data del 433, le pretese contraddizioni con fatti e dati accettati della vita di Zeusi cadono.

Il dato cronologico non è meno contestato della patria di Zeusi. Plinio scrisse (XXXV, 36):

«Mi affretto a giungere ai due luminari dell’arte, e sono: Apollodoro, che spalancò le porte alla pittura, e Zeusi eracleote, che per esse entrò alla franca, l’anno 4 della 95 Olimp. (397 av.Cr.) ma erroneamente: perché non potevano non essere vissuti prima di lui e Demofilo d’Imera e Nasea di Taso, di uno dei quali fu discepolo, benchè di qual fosse dei due è ancora indeciso».

Erano date, fino dai tempi di Plinio, contrastabili nonchè indeterminate, poiché non è spiegato se si riferiscano alla nascita o all’apogeo della celebrità dell’artefice. Ma sta un fatto, nella storia dell’uomo, non contestabile; e questo è che Zeusi, venuto in gran fama donò e dipinse quadri in Corte e nel palazzo di Re Archelao I di Macedonia. Or costui, dopo otto ovvero quattordici anni di regno, fu ucciso nell’Olimpiade 90, secondo il computo di Larcher, e nell’Olimp. 95.3, secondo quello di Clavier, che corrisponde al 398 av.Cr.

Data dunque come indubitata (ed oggi non è) la fondazione d’Eraclea ala 433 av.Cr., Zeusi, nel 398, avrebbe avuto un 34 anni: e noi che sappiamo come Raffaello morisse celeberrimo a 37 anni, e che già fosse celebre a 30, non troveremo Zeusi inverisimilmente celebre celebre a 30 o 34 anni di età.

D’altri dati di riscontro credo superfluo intrattenermi. Né Eusebio, o Plutarco, o Suida furono contemporanei di Zeusi; sicchè le loro notizie cronologiche potessero meritare maggiore fiducia di quella di Plinio e del fatto d’Archelao. Ma non si può tralasciare dall’esame quest’altro dato, che non concorda (presso il Lenormant, Grande Grèce, I, p. 171) ed è che

«Lo scoliaste di Aristofane afferma che esisteva nel tempio di Afrodite, in Atene, un eroe coronato di fiori, dipinto da Zeusi nel 426».

Se questa data fosse vera, Zeusi non potrebbe esser nato nell’Eraclea di Lucania, quando però questa città non fosse sorta prima del 433. E il Lenormant, diffidando di poter sciogliere il dubbio, conchiude che in tutte le testimonianze degli antichi intorno le cose di Zeusi esiste una confusione inestricabile per noi moderni. Verso il termine delle guerre del Peloponneso e dopo ancora, viveva in Atene, agli stessi tempi che Zeusi, un altro pittore a nome Zeusippo, anch’egli nato in Eraclea: di lui vantano il valore Platone41a e Senofonte. L’analogia del nome e della patria dei due artefici ha imbrogliati gli antichi eruditi, che erano posteriori di parecchi secoli ai fatti; e n’è derivata una confusione di epoche, di fatti e di opere tra’ due artefici: talché il più celebre ha assorbito l’altro, che è scomparso. Ed eclissandosi, le ombre s’accrebbero.

E bene sta. Ma non dimentichiamo il nuovo fattore che deve venire in campo nella soluzione del problema, e questo è, che la data della originaria fondazione di Eraclea di Lucania nel 433 av.Cr., non può dirsi oggidì assolutamente certa; anzi è contestabile e contestata dalla moneta, che impronta il duplice nome di Siris-Heracleia. Di essa abbiamo discorso noi testo, al capitolo VIII a pag. 144; e come i monumenti sfatano le tradizioni orali e i testimoni de visu sfatano i testimoni per fama, così questa preziosa moneta scrolla il fatto e la data cronologica indicata da Diodoro per la fondazione d’Eraclea. Nel capitolo su citato abbiamo esposto come si possa logicamente intendere o spiegare la notizia data da questo scrittore. La città di Eraclea, sull’Aciri, esisteva già indubbiamente anche prima di quell’anno 433 che indica Diodoro; ma in quell’anno fu abbattuta Siri da’ Tarantini; e dall’abbattuta città la prossima Eraclea ricevé dai vincitori i nuovi coloni, onde cominciò un nuovo ordine di cose che fece dire (al modo greco) nuova fondazione ciò che fu non altrimenti che colonizzazione novella, o, da parte di Taranto, novello incremento di colonizzazione più antica.

41a. PLATONE disse: «Quel giovinetto Zeusippo eracleota, che venne testè in Atene…» Platone nacque nel 430, m. nel 347.

42. E. DE RUGGIERO, Lez. di Archeol. Napoli, 1872, p. 372.

43. PLINIO, Hist. Nat. XXXVI, 4, 12: Quinque volumina scripsit nobilium operum in toto orbe.

44. SCHOELL, Stor. Lett. greca. Venezia, 1827, vol. II, p. II, pag. 72.

45. GROTE, Storia della Grecia. Vol. VI, c. 6, 255.

Parte I - La Lucania

CAPITOLO XI

PITAGORA E I PITAGORICI DELLA MAGNA GRECIA

La Magna Grecia fu celebre nella storia anche per lo splendore che si diffuse dalla «Scuola italica» o di Pitagora. Alla storia di Pitagora si rannoda, per molti riguardi, quella di Sibari, di Metaponto, di Crotone, e si connette alla storia della «Scuola italica» quella degli istituti pitagorici, famosi sia per quello che si sa, sia per quello che è oscuro.

Pitagora è uno dei personaggi illustri e pure misteriosi, come Omero, Numa, Licurgo; e come Omero, Licurgo, o Pericle, o Platone, o Aristotile, è gloria ad un paese di essere stato culla dell’uomo, o teatro a’ suoi fatti,

Di poema degnissimi e di storia.

Pitagora fu capo e fondatore di una scuola filosofica, di una società politica, di istituti ascetici. Atteggiò la vita per una triade di intenti speculativi ed operativi, etici e mistici, religiosi e civili, per la riforma sì dell’uomo inferiore, sì delle società civili: tale apparisce Pitagora nella tradizione. Ma la tradizione non è sempre eco della storia: soventi è riflesso della leggenda. Tardi testimoni, e forse non del tutto disinteressati, raccolsero le filamenta della tradizione, e i ricomposti frammenti trasmisero ai posteri in un tutto, che fa mostra di essere saldo ed intero, ma non sì che, visto e tentato da presso, non appaia la saldatura e non si avverta la discordanza di un pezzo dall’altro.

Se la concordanza dei testimoni e la notizia immediata del fatto sono criteri di certezza e condizioni della verità storica, pochi o nessun fatto della storia di Pitagora hanno dritto di dirsi tali. Per gli spiriti meno indulgenti, vi è tanto in quella storia da dirla una leggenda, e tanto nell’uomo stesso da dirlo un mito. Egli è nato a Samo, o a Lemno, ovvero a Metaponto, ovvero a Samo Bruzia1, o anche in Lucania2, ovvero tra i Tirreni dell’Etruria. Egli è morto a Crotone, arso vivo nell’incendio della sua casa con altri de’ suoi discepoli, o piuttosto morto volontariamente di fame in Metaponto, ovvero in Taranto. I discepoli che scamparono vivi all’incendio furono di nome Archippo e Liside, ovvero Liside e Filolao. Ma, viceversa, Filolao e Liside non vissero se non un secolo dopo la catastrofe dell’incendio che spense, a Crotone o Metaponto, i pitagorici. Di simile genere contradizioni intorno alla sua famiglia, taccio. Ma non tacerò come anche sia dubbio per molti, che cosa egli, fondatore della scuola pitagorica, propriamente insegnasse: nulla egli scrisse, nulla scrissero i suoi discepoli primi, e il primo che rivelò la dottrina pitagorica fu Filolao, che è posteriore di un secolo al fondatore. Né sono fuori del dubbio il contenuto della sua dottrina, l’ampiezza e lo scopo del suo insegnamento, il carattere vero dell’azione sua. Ebbe questi unicamente uno scopo pratico e civile, quello, cioè, d’influire sul governo della città mediante un’attività, sia pure speculativa, ma non rivolta che ai problemi degli ordinamenti civili? Fu, anzi, il suo un insegnamento e una dottrina unicamente etica e religiosa, ispirata dal concetto di riforma alle credenze religiose del tempo, che non più soddisfacevano agli animi elevati, desiderosi di più pure verità? Fu egli un uomo astuto e intraprendente, un falso taumaturgo? Fu un intelletto pio, sincero, morale, che della dottrina e dell’esempio predicò la fratellanza tra gli aderenti alla sua dottrina, esplicandola in un genere di vita onesta, costumata, ascetica, separata dal mondo? Fu, dunque, un predicatore o un settario, un taumaturgo o un frammassone, un filosofo o un cospiratore, un riformatore di costumi o un impostore? un uomo o un mito?

Queste ed altre dimande si è costretti a fare a sé stessi, quando si legge la storia di Pitagora, come essa vien fuori dai tardi e pure più antichi biografi suoi. La storia si colora ai luccichii della leggenda; il miracolo s’intreccia al fatto umano; il maraviglioso sopraffà ogni tratto il senso storico; e questo si accorge presto che quella storia è opera di parecchie generazioni; ognuna aggiunge del suo; e la fantasia eccitata toglie, modifica, ricompone e crea il poema.

Sceverare dalla leggenda i dati della storia è difficile; e soventi impossibile. La leggenda pitagorica è la storia di Pitagora quale è data dai suoi biografi, Diogene Laerzio, Porfirio e Giamblico. Ma Diogene non visse che al secolo II dopo Cristo, Porfirio nel 3°, e fu di costui discepolo, ed anche più credulo di lui, Giamblico3. Quanta distanza di tempo, di coltura e di civiltà tra questa epoca e il secolo VI a.C. che fu l’età di Pitagora! Quei biografi, è vero, si riferiscono soventi a più antiche fonti; ma anche le più antiche testimonianze, come quelle di Aristosseno e di Dicearco, sono a pezza lontane dal tempo di Pitagora, se furono di circa due secoli posteriori al filosofo fondatore dei sodalizii pitagorici. Ben vero, Aristosseno conobbe di persona gli ultimi pitagorici; è qualche cosa; ma è poco e pel tempo in cui visse e pel poco che attesta.

Per noi sta che Pitagora, uomo singolare e maraviglioso, visse nella Magna Grecia, e non è sola creazione della fantasia poetica dei popoli tra cui visse. Egli si trova mescolato alla storica catastrofe di Sibari; e benché Erodoto, il più prossimo e il più antico testimone di quella catastrofe, non nomini lui personalmente mescolato agli incidenti che determinarono la guerra crotoniate-sibarita, pure dell’istituto pitagorico è cenno nelle carte del vecchio storico di Turii. La catastrofe di Sibari ebbe luogo nel 510 a.C.; questa data, non dubbia, può servire di termine cronologico per fissare, tra limiti approssimativi, il tempo dell’azione di Pitagora in quell’Italia che fu poi detta la Magna Grecia.

Pare certo che nascesse in Samo jonia4, e dopo viaggi molti, a intenti speculativi, anziché di commercio, in Asia, in Babilonia, e più sicuramente in Egitto, venne a Crotone, una generazione circa di età prima della data testé indicata di 510. perché scelse a dimora Crotone, di preferenza, è ricerca oziosa; forse fu attratto allo splendore che quella città diffondeva nel mondo greco per l’insegnamento e la pratica dell’arte medico-igienica5 e della ginnastica; forse dalla importanza politica di Crotone, punto o poco minore di Sibari, ma men di Sibnri, parrebbe, screditata per mollezza di vita e di costumi.

Fin dal suo primo apparire sulle vie di Crotone erompe il miracolo. Sopprimo alcuni dei più conformi alle agiografie medievali. Egli comincia l’insegnamento; e tutto il popolo, di punto in bianco, cambia consuetudini di vita. I costumi depravati, la mollezza di vivere, gli ozii nella vacuità loro generatori di scandali e di peccali, il lusso e le dissipazioni delle classi alte, spariscono d’incanto; le stesse donne smettono i più ricchi e consueti ornamenti della bellezza, alla parola del taumaturgo. Né basta: Porfirio, con piena semplicità d’animo, attesterà che ben duemila cittadini di Crotone, convertiti dall’eloquente parola del filosofo, si accordano a riunirsi per vivere insieme — donne, consorti e fanciulli — la vita «pitagorica» e si riuniscono (egli aggiunge) dopo aver messo i loro beni in comune. Prima, se non autentica immagine del falanstero!

Queste effusioni maravigliose della storia mostrano, unicamente, che l’azione dell’uomo fu profonda, straordinaria, mirabile. Or non è dubbio che il suo fu insegnamento speculativo, etico e religioso; e non pare dubbio che all’insegnamento dottrinale congiunse l’azione operativa, sia in riferimento agli ordini civili dello Stato, sia per riforma di appuramento o di complemento alla religione del popolo. L’uomo meraviglioso fu, dunque, capo di una scuola filosofica, di un istituto civile, e di ordinamenti religiosi. La tradizione raccolta dai tardi biografi comprese in un tutto indistinto questi tre intenti dell’azione sua, tre caratteri della sua figura. Sceverandoli, si chiarirà e l’uomo e l’azione dell’uomo, nonché l’autorità dell’insegnamento civile e religioso.

L’insegnamento speculativo, che fu certamente I’origine e la fonte di tutta la posteriore influenza sua, pare abbracciasse tutto ciò che può comprendersi per scienza delle cose umane e divine, nel campo indeterminato della giovine riflessione dello spirito greco; e nel tempo, in cui era ancora tutto connesso ed indistinto la scienza e la sapienza, la speculazione e l’etica, quando i filosofi, ovvero gli speculatori sulla entità delle cose erano detti «sapienti». Ma l’insegnamento suo fu del tutto, e innanzi tutto, speculativo e dottrinale: questo emerge dalla tradizione intera della scuola presso i più antichi e i meno antichi storici, ed emerge indubbiamente da questo fatto, cioè, che perseguitati e dispersi che furono i sodalizii pitagorici, restò invece e si propagò per gran tempo la scuola filosofica; cadde la parte che poteva avere d’intenti politici; si trasformò quello che aveva d’intento religioso; ma restò quale era il nocciolo e la sostanza dell’insegnamento di Pitagora, la dottrina speculativa intorno alla natura, al tutto, all’uomo, ai suoi destini mondani e oltre mondani, e alle leggi matematiche, fisiche, etiche.

Non si può, per vero, sceverare in questa dottrina quello che è aggiunto dai discepoli, dalle posteriori età, e quello che è proprio del fondatore: altri nega alcunché di veramente speculativo al maestro, e ne fa dono ai discepoli di lui; altri anzi ne farebbe dono ad una scuola anteriore a Pitagora stesso, che ebbe solo il vanto, per la impronta di sua potente individualità, di darle il nome6.

Checchessia, è nel capo che s’impersonifica la scuola, e la tradizione ha riferito a lui mirabili pronunziati, che, svolti forse dai posteriori discepoli suoi, anticipano di lunga età la sapienza o la scienza moderna. Lui dunque (fu detto; ed io ripeto le parole condensatrici di uno italiano illustre)

«dimostrò il teorema del quadrato dell’ipotenusa; diede le prime teorie degl’isoperimetri dei corpi regolari, gli elementi delle matematiche, l’algoritmo, del quale ancora non si conosce il senso; trovò i ragguagli fra la lunghezza della corda armonica e i suoni che ne escono; insegnò che l’acqua si converte in aria e d’aria torna in acqua; sostenne essere opaca la luna, identica la stella del mattino con quella della sera; sferico il sole: per armonia del corpi celesti intendeva probabilmente i rapporti delle loro masse e delle distanze; indicò il vero sistema mondiale, cioè l’obliquità dell’eclittica e la versatilità della terra, con equa distribuzione di luce, di ombre, di calore sull’intiera superficie, tutta perciò abitabile; conoscendo che due opposte forze impresse nei corpi celesti li spingono per una orbita, anticipò di tanti secoli sull’attrazione neutoniana, che Herschell considera come la verità più universale, cui sia pervenuta l’umana ragione»7.

Questa fu la «Scuola italica» che ebbe cotesto nome, come è noto, perché l’Italia del secolo VI non era altro che il lembo estremo orientale della penisola, dal golfo di Taranto al Capo di Spartivento; e in questo lembo di terre era Metaponto, Sibari, Crotone e Caulonia e Locri ove surse e si diffuse e esercitò i suoi influssi etico-civili la scuola pitagorica.

Ma questa scuola, nell’eco delle tradizioni lontane ripetuta dagli storici, addiventa un istituto politico che si nasconde nel segreto, si afforza del giuramento, quindi si esplica o trasforma in un istituto religioso: di tal che, nella costruzione progressiva della tradizione, la scuola si muta in una setta politica, gli scolari maturano in cospiratori, e i cospiratori si trasformano in un ordine di asceti, tra il monaco e il frate, tra il trappista, il gesuita e il frammassone, congiungendo agli intenti religiosi lo scopo civile.

Questa lenta costruzione del triforme sodalizio di scuola, di setta e di frateria, racconta che i membri del sodalizio erano raccolti dal capo e fondatore con cura scrupolosa: questi leggeva in fronte agli aspiranti l’indole loro segreta; e se venissero ammessi, erano sottoposti a prove, che, secondo le fantasie di Giamblico, diventano cimenti al coraggio degli iniziandi. Il silenzio perfetto dei futuri Trappisti, l’obbedienza assoluta degli ordini monacali, l’annientamento della propria personalità secondo il concetto dei mistici, l’insegnamento misterioso per modo che i novizii non vedevano, ma udivano soltanto la voce del maestro che si nascondeva dietro una cortina; la graduazione dell’insegnamento e della dottrina siffattamente che erano dottrine e scolari exoteriche o pubbliche, e dottrine e scolari esoteriche o segrete; una regola di vità per cibi, per vesti e per usanze del tutto serafica; e abluzioni, e preghiere mentali, e preghiere in comune, e, in comune, pasti, letture e passeggi; l’astinenza dai cibi delle carni animali e da certi pesci e da certi legumi; la stessa parola del maestro, indiscussa, indiscutibile come la legge e santa come la parola di Dio, — questi ed altri precetti, la più parte simbolici, hanno fatto rassomigliare l’ordine pitagorico della tradizione ai conventi dei frati, all’istituto del gesuiti, e alle sette dei frammassoni.

Conviene distinguere, e distinguendo specificare, se non si vuol ridurre Pitagora ad un mito, e il più antico pitagorismo ad una leggenda.

Che fonte ed origine di tutta l’influenza pitagorica fosse la scuola, non si può mettere in dubbio: tutta la tradizione dell’antichità lo attesta. Che l’insegnamento fosse non solamente, come ora si direbbe, di scienze, ma di sapienza, può bene ammettersi perché tutto il fascio delle tradizioni riferiscono ad uno scopo civile l’insegnamento di Pitagora; e il contenuto dei «versi d’oro» pitagorici, per quanto non siano opera del primo fondatore, ne è una prova adeguata.

Che cotesto insegnamento etico fosse altresì civile, è da presumere vero da tutto l’insieme della vita di Pitagora, e dalla catastrofe dell’istituto. Che questo insegnamento etico-civile fosse ispirato a principii conservativi e antidemocratici, deve riconoscersi, perché è da tutta l’antichità riconosciuto, come verbo di Pitagora, il concetto che il governo della città fosse dovuto « agli ottimi»: e niuno può dire che ottimo governo dello Stato fosse, per Pitagora, l’oligarchico. Che per ottimi ordini di stato egli intendesse gli aristocratici, è certo: era l’aristocrazia nelle antiche e frazionate società greche la parte prevalente per ricchezza e per coltura della città; e chi ne giudicasse da’ nostri criterii dell’oggi, non sarebbe nel vero.

Ma si trasformò mai, questa scuola, in un istituto segreto politico, con insegnamenti e dottrine arcane, con iniziazioni settarie e misteriose?

La scuola, a mio avviso, non s’immedesimava, non era tutta una cosa sola con l’istituto politico. Gli influssi delle dottrine dell’una s’irraggiano senza dubbio nell’altro, perché la stessa mente presiedeva all’una e all’altro: ma l’una vuolsi distinguere dall’altro istituto.

Se non fossero cose distinte (benché diverse non fossero) e se l’insegnamento è diffusione di dottrina, come renderci ragione di quella cèrnita graduale, di quella selezione dei discepoli, alcuni ammessi, altri no? Se per l’opera dell’insegnamento voleva egli riformare i costumi, l’uomo interiore e la città, come e perché prescrivere i limiti dell’ammissione?

Si dirà che la risposta a questa istanza è nel segreto stesso dell’insegnamento, nel giuramento degli adepti; e vuol dire che era una «setta» e se tale, la limitazione è inclusa nella parola stessa, e, se segreta, vuol dire che la dottrina era qualche cosa di non confessabile alla luce degli ordini dello Stato.

Ma se tale fu come oggi intendiamo un’associazione di setta, si avrà che un dato capitale della storia di Pitagora ci riesca inesplicabile.

La dimora di Pitagora nelle città della Magna Grecia, specie Crotone, durò almeno un trent’anni. Al momento della catastrofe di Sibari, nel 510, egli era in Crotone non solamente, ma in tanta autorità, che fu lui e i suoi pitagorici che consigliarono il governo crotoniate a non espellere i fuggiti di Sibari; onde venne la grande guerra. È detto, anzi, dai biografi che Pitagora fu invitato ad assumere la presidenza del governo di Crotone. Come dunque costui poté restare capo di un istituto segreto e settario, contro naturalmente gli ordini del governo stabilito? La stessa ultima crisi e la persecuzione violenta dei Pitagorici non venne da parte del governo, come a settarii, ma venne dalla fazione opposta di Ciloniani democratici contro aristocratici. E quando dopo parecchi anni la persecuzione contro il nome pitagorico cessò, e tornarono i Pitagorici nelle città della Magna Grecia, l’insegnamento dottrinale continuò, anzi crebbe e si estese. Or se la scuola era sostanzialmente una setta, l’insegnamento pitagorico, dopo la grande crisi ciloniana, non avrebbe potuto continuare e svilupparsi alla luce del giorno.

Dunque è forza di ammettere che l’insegnamento dottrinale, la scuola pitagorica fosse cosa distinta da quella che si dice istituto civile e sodalizio politico dei Pitagorici o di Pitagora.

Il sodalizio pitagorico di Crotone fu senza dubbio una Società d’intenti politici; ma se i membri di essa si vincolavano con giuramento, non fu però società segreta, nel senso d’intenti occulti e settarii, contrarii agli ordini statuali costituiti. Non fu, perché l’istituto o Società politica esisté libera e autorevole per indeterminato periodo di anni fino alle violenze posteriori al 510 suscitate dalle ire democratiche ciloniane, e non si à notizia che fosse perseguitata o combattuta dal governo; anzi al contrario.

Il segreto appartenne non a questo istituto, ma ai sodalizii religiosi pitagorici, di cui parleremo.

La società o sodalizio civile dei Pitagorici ebbe intenti politici, ma non fu setta. Si potrebbe paragonarli (e il Grote li paragona infatti) a quelle libere società dei club, che si fondano e vivono presso tutti i moderni governi liberi, ove gli individui si associano per rendere più forti allo assalto o resistenti alla difesa le opinioni, che reggono, in fine, la vita dei governi stessi. L’Associazione crotoniate raccolta all’indirizzo di un alto e pio intelletto nella comunione di intenti politici, che erano quelli di sorreggere, di afforzare, di emendare, occorrendo, il governo degli ottimati, composta di socii appartenenti alle classi elevate della società, ben si può credere che ebbe i grandi influssi che la tradizione attesta, sull’andamento dei pubblici affari.

Non fu setta, perché non ebbe segreto; e fu conforme a simiglianti sodalizii della Grecia: e se ebbe il giuramento dei socii, anche questo fu conforme alle usanze dei tanti sodalizii civili e religiosi dell’antica Grecia8. Né si obietti che Cilone fu escluso dal sodalizio pitagorico, onde derivarono le sue ire vendicatrici; dirò che questo non si oppone, anzi conferma il nostro assunto. Alle società di intenti politici, moderne o antiche che siano, è naturale non appartengano se non quelli che abbiano gli stessi supremi intenti politici: ma la stessa ultima reazione dei Ciloniani, partigiani della democrazia oclocratica crotoniate, fa arguire, dei sentimenti ultra-democratici di questo Cilone, che non era perciò concorde agl’intenti aristocratici del sodalizio pitagorico; e ne fu escluso.

Ho detto che codesto genere di associazioni politiche non era ignoto alle città libere della Grecia; e questo ben si argomenta da un passo importante di Tucidide9, che accenna a molte di esse, siccome esistenti in Atene ai tempi della guerra del Peloponneso; e non come sètte raccolte nel buio del segreto, ma notorie e pubbliche, benché, probabilmente, a vincolo di giuramento. Altre società di intenti religiosi ed anche letterarie è noto che erano per la Grecia comunissime10. Quanto alla legale esistenza di esse nella città di Crotone, basta la notizia di Diodoro Siculo, che afferma avere Cilone contrapposto alla società pitagorica una «grande associazione» o sodalizio, di carattere senza dubbio popolare11. Ecco, dunque, dei veri club o associazioni politiche; e queste indipendenti dalla scuola, propriamente detta, di Pitagora.

Ai membri di codeste speciali associazioni pitagoriche, era dato (io credo) il nome dei «Fili» o degli «Amici», che venne a mutarsi dipoi nella denominazione di «Filosofi» quando, sciolta dalla violenza l’associazione dei pitagorici crotoniati, gl’individui si sparsero pel mondo greco, e propagarono altri centri di scuola e d’insegnamento unicamente di dottrine filosofiche e speculative.

La società degli «Amici» ebbe ordini interni e consuetudini proprie che da altre associazioni la distinguessero, come avviene di ogni corporazione. Ebbe probabilmente a giorni stabiliti, a date solennità come altri sodalizii, quei desinari in comune; onde emersero, io credo, le tradizioni delle sissitie pitagoriche. Ebbe tra i suoi dogmi fondamentali quello che «tutto sia comune tra gli Amici» dogma che dal senso simbolico e speciale fu, nel concetto degli interpreti, trasferito nel campo illimitato della comunità dei beni tra pitagorici12. Gli «Amici» siccome socii di un sodalizio o fratellanza, avevano il dovere di assistenza e soccorso scambievole; di qua anche poté avere origine il concetto degl’intenti settari attribuiti all’associazione stessa.

È nella natura di ogni associazione di forze vive il trasmettere l’azione propria al di fuori, nell’àmbilo che i suoi statuti le delineano. In ragione dell’energia di cui è dotata. L’associazione politica degli «Amici» composta, come era, di gente che appartenne al ceto più cospicuo della città, sotto l’indirizzo di un intelletto di primo ordine, informato ai più alti ideali speculativi civili e religiosi, non poteva non esercitare un’influenza, prevalente, sulle cose della città, sia nel periodo delle elezioni delle pubbliche magistrature, sia nelle discussioni dell’àgora, o dei processi giudiziarii, o nei pubblici consigli. Non terremo come vero che Pitagora per la grande autorità cui giunse, fosse stato invitato ad assumere la presidenza del governo crotoniate, e che egli rifiutasse; giacché (come osserva Grote) non è conforme ai costumi greci che uno straniero del carattere di Pitagora dirigesse di persona e apertamente gli affari pubblici di una città greca13. La notizia del resto è cenno di tardi eruditi. Ma l’influenza sua grande e del sodalizio pitagorico non può mettersi in dubbio, sì dentro sì fuori la città di Crotone14; basta a provarlo la storia dei fatti, onde emerse l’ultima guerra tra Sibari e Crotone; la diffusione dell’insegnamento e delle dottrine di Pitagora mediante l’infinito numero di suoi discepoli, per le città italiota della Magna Grecia; e i moti politici che si svolsero per queste città e contro i sodalizii de’ pitagorici, come diremo.

Un dotto tedesco, il Krische, investigando il carattere degl’istituti pitagorici, ne assomma tutto il contenuto nell’azione politica; e accentuando esclusivamente questa nota, viene alle conclusioni che giova di riferire, quantunque alcune non ci paiono del tutto provate.

«Lo scopo della Società — egli dice — fu puramente politico: intese a restituire nella primiera integrità sua la potestà agli ottimati decaduta, a rafforzarla ed estenderla. A cotesto supremo intento altri due si aggiungevano, l’uno d’indole morale, l’altro di carattere letterario. Pitagora intese a rendere i suoi discepoli buoni e probi cittadini; affinché giunti che fossero al governo della città, non abusassero della potestà per opprimere la plebe; e questa, fatta sicura che a quelli stessero a cuore i suoi vantaggi, restasse contenta dello stato suo. Poiché un buono e sapiente governo non può aversi se non da prudenza e da cultura d’intelletto. Pitagora stimò necessario lo studio della filosofia a coloro che intendono di mettere la mano al timone dello Stato»15.

Qui non parmi sia ben distinto l’insegnamento pubblico della scuola dalla società politica; che fu, negli ordini etico-politici, prevalente sì, ma non fu tutto. Ma non è distinto, né accennato ad un’altra faccia singolarissima dell’azione dell’uomo.

Eminenti critici moderni sono di avviso che

«i misteri dell’ordine pitagorico non ebbero un carattere unicamente politico; anzi dalle meno dubbie notizie si è invece licenziati a credere — conchiude il Ritter16 — che centro e nucleo dell’istituto pitagorico fosse un insegnamento religioso e mistico».

E il Grote, che non indulge o non si adagia volontieri alla leggenda pitagorica, pure non disdegnando le conclusioni del Krische, pensa che questi non tenga conto della influenza religiosa dell’istituto17.

Un ultimo e più largo espositore delle dottrine pitagoriche, lo Chaignet18, vuole si abbia a ritenere Pitagora innanzi tutto o sopratutto un riformatore religioso, non già solamente un riformatore della vita morale e politica delle società greco-italiote. Ma a prova sufficiente del suo concetto egli è obbligato di mettere sulla stessa riga tutte le notizie di ordine ascetico-religioso che si trovano sparse negli scrittori di varie e tarde età, per quanto o contradittorie o assurde o inesplicabili si fossero; pur confessando in precedenza che gli è impossibile di sceverare da coteste frammentarie notizie quello che appartenne a Pitagora e alla sua età, o quello dei tempi posteriori.

Per noi è fuori dubbio l’esistenza di quelli che dissero misteri pitagorici nella bassa Italia al secolo VI avanti Cristo. Nelle storie di Erodoto, che visse a Turii verso la metà del secolo V, s’incontrano queste parole che non consentono di dubitarne19:

«Gli Egizii non entrano nei loro tempii se abbiano in dosso vestiti di lane, né seppelliscono i loro morti in coverture di lana; sarebbe un’empietà. In ciò si comportano conformemente agli istituti orfici o bacchici che si dicano, e che sono gli stessi degli egizii e dei pitagorici. Per chi dei costoro misteri (orgion) è partecipe, sarebbe empietà seppellire il cadavere avvolto in vesti di lana; la religione loro lo divieta»20.

Qui è cenno di «orgie» e vuol dire «misteri sacri» orfici, bacchici e pitagorici, come di istituti conformi tra loro.

Due punti sono meno incerti dell’antica dottrina filosofica pitagorica, la dottrina cioè dei numeri, e quella della metempsicosi. Questo dogma pitagorico che afferma la successiva migrazione dello anime di corpo in corpo, a scopo di espiazione e di purificazione di colpe anteriori, è il presupposto ideale di tutte quelle associazioni mistiche che si dissero «misteri» nell’antichità greca, atteggiantisi appunto in riti, e simboli, e pratiche di purificazioni ed espiazioni. Coteste pratiche, se congiunte all’esercizio di una vita pura, conforme alle dottrine nei misteri insegnate, richiamavano, secondo le credenze degli iniziati, il favore del numi durante il corso della vita terrena, e risparmiavano, dopo morte, ai purificati dai riti mistici le ulteriori espiazioni e la vagabonda migrazione delle anime, che risiederebbero invece nelle sedi dei beati.

Gli è quindi del tutto naturale il legame di congiunzione tra l’insegnamento di Pitagora e le pratiche e i riti dei «misteri»; questi si ponno dire il complemento di quello; e l’uno svolgimento naturale dell’altro; non altrimenti che l’insegnamento del catechismo, nella scuola cristiana, si rispecchia e si compie nei riti solenni della chiesa stessa.

Or volgiamo l’attenzione ad un’altra serie di fatti e di tradizioni. E in prima, si consideri alla conformità tra i riti e dottrine di misteri orfici e quelli che sono detti «misteri» o istituti ascetici pitagorici; conformità, che, se non è intera e compiuta, non si può mettere in dubbio per molti riflessi, e per quel tanto che una materia, per sé stessa arcana può aver messo all’aperto. Tali, appunto, la dottrina fondamentale delle trasmigrazioni delle anime; l’astinenza da cibi animali; quella, più peculiare, dal cibo di fave; l’esclusione delle coverture di lana, tanto al cadavere da interrare, quanto, forse, anche alla persona degli iniziati; le abluzioni, le purificazioni, le regole di vita monastiche, e tutto il rituale simbolismo della dottrina stessa morale insegnata dai pitagorici. A queste conformità dànno luce o vigore alcune tradizioni che raccolsero da più antiche testimonianze i biografi pitagorici del II e III secolo avanti Cristo, le tradizioni, cioè, che di alcune jerologie orfiche, anzi di un intero poema orfico sia stato autore lo stesso Pitagora; e che questi sia stato iniziato ai misteri orfici dallo stesso gran sacerdote Aglaofamo, in Libeira.

Questi ultimi dati non hanno certezza di fatti storici; si può, anzi, contrapporre loro fatti meno incerti, che, cioè, autore delle scritture orfiche fu Onomàcrito, che visse, poco piu giovane di Pitagora, sotto i Pisistratidi. Ma se Pitagora non fu autore delle scritture orfiche fino a noi pervenute, è ritenuto che di esse furono autori tutta una serie di pitagorici, cioè Zopiro di Eraclea, Brontino di Metaponto e Cecrope.

Il nesso adunque tra l’orfismo e l’asceticismo pitagorico non pare potersi mettere in dubbio. La tradizione stessa, e della scuola pitagorica e degli orfeisti, lo conferma.

Or questa tradizione e questo nesso si spiega logicamente, a mio avviso, se considereremo Pitagora come colui che introdusse primo i misteri orfici nella bassa Italia.

È ben probabile vi apportasse egli qualche innovazione, conforme all’individualità prevalente di un intelletto superiore. E sia in ragione di questo peculiare aspetto, sia in grazia del gran nome di lui nelle città italiote, sia perché risoluzione venne primariamente da lui in quelle regioni, tutto questo può ben spiegare, perché si dissero «pitagorici» anziché orfici quegli istituti mistici, che il filosofo di Crotone venne propagando come di complemento e corona al suo insegnamento dottrinale. E niente troveremo d’innaturale, nella ulteriore evoluzione del fatto. Quando, cioè, i pitagorici furono dispersi e cacciati dall’Italia grecanica, e si sparsero, individui autorevoli o centro di puro insegnamento dottrinale, per la Grecia, il nome di «misteri pitagorici» che era prevalso nella bassa Italia, grazie alla autorità del nome del filosofo, cadde; e prevalse invece per la Grecia, il nome di «Orfici» ai «misteri» che per la Grecia non avevano a fondatore o introduttore Pitagora.

Questa era l’ultima faccia del poliedro pitagorico che si disse scuola, ovvero istituto, ovvero ordine pitagorico. Io la considero come la suprema espressione dell’azione complessa di Pitagora, nell’ordine intellettivo, politico e religioso delle società italiote.

Ma considero altresì come essenziale il concetto da noi più volte ripetuto, che non vi era ligame assoluto tra l’insegnamento della scuola, l’associazione politica crotoniate e l’iniziazione ai sodalizii mistico-religiosi.

Non era di necessità che il discente all’insegnamento dottrinale facesse parte, come anello necessario di unica catena, s’ della Società politica crotoniate, sì della comunione orfico-pitagorica. Se tra le tre parti dell’azione pitagorica si vuole ammettere un ligame necessario, s’intoppa in contraddizioni che non si ha modo di spiegarle; non ammessa la necessità del ligame, la storia troverà nel suo cammino minori incongruenze.

Non ammesso cotesto vincolo, potrà spiegarsi come avvenne, che la società politica pitagorica, sciolta e dispersa che fu per le città italiote, poté nondimeno vivere liberamente, e per lungo periodo di tempo, come scuola d’insegnamento dottrinale e di ascetismo; diffondendosi non solo per la Grecia e per la Sicilia, ma per le stesse città italiote. Si potrà spiegare più pienamente e naturalmente la distinzione, che parrebbe fondamentale, tra discepoli e ascoltatori exoterici, e discepoli o adepti esoterici: duplice grado e duplice dottrina, che per scuola è assurdo, e potrebbe avero un senso unicamente nelle compagini di associazioni politiche segrete, congiurate contro ai governi costituiti; e tale in Crotone non fu l’associazione pitagorica. Quel duplice grado, quel duplice insegnamento avrà un significato naturale nel solo caso, si riferisce l’exoterico agli uditori della scuola e l’esoterico agli iniziati del misteri orfici. Si spiegherà il senso e il carattere di quella che fu detta «vita pitagorica» nelle sue pratiche ascetiche e mistiche; proprie agli iniziati ai misteri, ma non obbligatorie ai pitagorici unicamente detti. Come, infatti, mettere d’accordo l’azione politica dei membri dei sodalizii attuosi di Crotone o Metaponto o Locri con la vita ascetica, di contemplazione, di abnegazione del sodalizio religioso? Come mettere d’accordo il regime della «vita pitagorica» che era di astinenze e di cibi unicamente vegetali, con la storia, per esempio, di Milone, uno dei precipui pitagorici, uomo di guerra e atleta famoso che ingozza, diceva la fama, lui solo tutto il bue che egli ha portato sulle spalle per gioco? Come concordare la vita in comune tra i pitagorici che avevano famiglia propria? E il famoso ipse dixit non prende un significato adeguato piuttosto in relazione al maestro, capo e istitutore di un sodalizio mistico-religioso, anziché di un insegnamento di dottrine scientifiche? E, per finire, la notizia delle tante donne che si dissero affigliate alle società pitagoriche, troverà migliore spiegazione se si distingue, nel complesso degli istituti, quello si appartenne ai misteri, a cui le donne, pei costumi della vita greca, erano ammesse; senza però voler negare del tutto che la moglie o la figlia di alcun pitagorico avesse potuto aderire, discepola, o uditrice, o consocia, all’insegnamento del grande e venerato maestro.

Fra questi limiti e con i chiarimenti che siamo venuti esponendo, pare a noi men dubbia e meno inviscerata alla leggenda la storia del Pitagorismo e di Pitagora nelle città greche della bassa Italia, al secolo VI a.C.

Resta ormai di esporre le ultime vicende del famoso istituto.

Declinando il secolo VI a.C. l’istituto fu violentemente disperso. Varie le cause che ne assegnano; ma piccole e insufficienti, se esse si restringono all’odio di quel Cilone, demagogo crotoniate, che, a vendetta di non essere stato accolto nella società pitagorica, aizzò il popolo contro di essi, e il popolo, subbollendo a violenze di sangue, arse e distrusse i collegi pitagorici. Occasione allo scoppio dell’ira popolare fu (altri riferiscono) che gli oligarchi del governo di Crotone non permisero che le terre della distrutta Sibari si ripartissero al popolo21. E Cilone spinge il popolo esasperato dal rifiuto contro la Società dei Pitagorici, che era l’animo e la mente della parte conservatrice della città. Essi vengono stretti ed assaliti nella sede ordinaria dei loro convegni che era presso il tempio di Apollo, ovvero, secondo altri, nella stessa casa di Milone, autorevolissimo tra i cittadini e tra i Pitagorici. Le plebi democratiche mettono il fuoco allo edifizio: e gli «Amici» vi restano arsi o soffocati, meno due o tre soli dei sessanta ivi raccolti. Che Pitagora non vi perisse anch’egli, affermano i più; ma non tutti, meno storici che narratori del fatto: egli era lontano dalla città, secondo taluni; secondo tal altri, scampò con i due soli superstiti, che furono Archippo e Liside, ovvero Liside e Filolao. Ma se la storia attesterà che Liside e Filolao vissero un secolo dopo Pitagora, la leggenda dice invece che scamparono, proprio allora, dalle furie democratiche: e Liside andò in Grecia; Filolao tra i Lucani; e Pitagora, cercando ospizio a Caulonia, a Locri, a Taranto, e non accolto che a malincuore, volge, infine, i passi a Metaponto; e qui si lascia morire di fame, secondo la tradizione dei più, o muore di stenti e di miseria, secondo Tetze, che è però tardo richieggiatore del fatto. Certo è che Metaponto tenne ad onore l’aver dato ultimo albergo al grande ospite; e ne mostrò riverente, ai tardi visitatori, le case che lo accolsero. Riterremo adunque, con i più, che qui visse il gran vecchio gli ultimi anni della sua vita, e vi morì di vecchiezza.

Plutarco narra che l’odio dei Ciloniani perseguitò Pitagora fino a Metaponto, ove accadde l’incendio delle sedi pitagoriche, che i più dicono invece a Crotone. Gli è manifesta duplicazione dello stesso fatto, secondo il non insolito strabismo delle leggende, schive di ogni limite di spazio o di tempo; ma la variante plutarchiana può significare e significa questo, che i moti democratici contro gli ordini e i governi aristocratici si diffusero e riecheggiarono, allo scoppio di Crotone, anche altrove, anche a Metaponto. perché è nel carattere dei moti popolari di essere contagiosi. Quando la materia infiammabile è da tempo raccolta, l’incendio si propaga come per riga preparata di polvere.

Nelle città achee italiote era vecchia e latente gara tra i vari ordini della città, tra popolari ed ottimati.

A Sibari, come già fu visto, la democrazia vince con Teli, rovesciata la parte degli ottimati, e degenera in quella furibonda oclocrazia che seppellisce la patria e sé stessa. A Crotone, dopo il demagogo Cilone, vengono ricordati da una parte i nomi di Ippaso, di Diodoro e di Taigete, che agitano il popolo per ottenere riforme delle leggi, e vuol dire della costituzione della città; e dall’altro Demodoce e Metone, che a capo degli ottimati, tenevano testa alla marea democratica irrompente. La quale però (a notizie di Giamblico) non tarda a far breccia negli ordini chiusi dello Stato: gli ottimati cedono in parte; e la fazione popolare ottiene allora che i magistrati vengano al pubblico sindacato degli atti loro; e che anche le classi popolari acquistino dritto all’esercizio delle superiori magistrature delle città, tra limiti e condizioni che ci sono ignote, ma di certo profondamente modificatrici degli ordini statuali.

Analoghi moti accaddero nelle altre città della Magna Grecia, come si sa da Polibio; il quale accennando ai violenti disordini contro i sodalizi pitagorici, ci dà diritto ad inferirne che fu moto generale e profondo delle democrazie italiote contro i governi aristocratici; e ci dà diritto a supporre che l’antico contrasto delle varie parti della cittadinanza si mutò in lotta e in guerra civile, appena un fatto politico più alto, sollevò gli animi da un lato, e lo depresse dall’altro.

I moti pitagorici di Crotone e di Metaponto accaddero, secondo la maggior parte degli scrittori, verso il 504 a.C. Si dirà meglio, a mio avviso, se si assegnino al periodo tra il 509 e il 500; perché i fatti non comportano più precisi limiti.

Ora codesto periodo di tempo coincide con i moti della popolazione achea, che scosse in Atene il governo dei Pisistratidi e iniziò quelle riforme di Clistene, che fu riforma profonda della costituzione ateniese, onde derivarono gli inizii del governo democratico22.

Questi profondi rivolgimenti degli ordini statuali della madre patria, che aprirono la via agli ordinamenti democratici di una città, che era la più illustre del mondo greco, riecheggiarono tra le città filiali della stessa stirpe sulle coste italiche; e produssero somiglianti rivolgimenti, effetti somiglianti; di cui non restò che un episodio più ricordato e più degno di fama la persecuzione delle società pitagoriche per le città della Magna Grecia. Le vicende della lotta e il tempo trascorso finché le ire e le passioni non quetarono, non è dato di determinare per difetto di notizie. Ma come ebbero termine, e come si sciolsero le difficoltà interne di tutte quelle città che la democrazia aveva esasperate, si trova accennato da Polibio; e le sue parole giova di riferirle, perché sono parte della storia nostra:

«A quei tempi — egli dice23 — e in quella parte d’Italia che era detta la Magna Grecia, avvennero incendii di sodalizi24 dei Pitagorici, e in quel gravissimo perturbamento, che divampò in un medesimo tempo per quelle città, esse perderono nell’inopinato moto i capi della cosa pubblica, e le città di greche origini si empirono di ogni sorta strage, sedizioni e tumulti. Allora da ogni parte di Grecia vennero legati a conciliare (i partiti) alla pace: ma quelle città non s’inchinarono che ai consigli ed alla fiducia del solo popolo degli Achei. Poi non passò guari, e vennero nel comune consiglio di imitare gli ordini del governo degli Achei: e prima i Crotoniati, i Sibariti25, e i Cauloniti si accordarono di elevare un tempio a Giove Omario, come luogo destinato alle federali riunioni pei pubblici Consigli. Quindi accettarono leggi ed usanze degli Achei negli ordinamenti della cosa pubblica;… e questi durarono fino alle mutate condizioni di cose surte dall’imperio di Dionigi Siracusano, e dalla prevalente pressura dei barbari (Lucani) loro d’intorno»26.

Ritornata la pace pubblica dopo l’intervento acheo, le parti politiche, già trasformate dal tempo, vengono, come pare, in accordi, poiché rientrarono dal bando quelli che dissero oligarchici e rientrarono (sono espressamente nominati) anche i Pitagorici. Ma i Pitagorici, verso la metà del V secolo, non erano più un partito politico; non era più l’associazione degli «Amici» o «Fili». Tornarono individui, non società o partiti: il tempo, gli eventi, il nuovo moto delle cose avevano dovuto mutare, o modificare lo antico credo politico pitagorico.

Qui finisco la storia del Pitagorismo italico come società ed ordine politico: ma continua, o ricomincia la storia sua come scuola filosofica e come istituto mistico-ascetico. Per quest’ultimo lato, perduta ogni nota, propria o speciale a Pitagora, si fuse e confuse nei misteri orfici: la duplice corrente si raccolse in un tetto, prese unico nome, o riprese l’antico; ed a provare l’identità, o la medesimezza loro continuarono i filosofi pitagorici a scrivere versi e trattati sacri di dottrine orfiche, sia col nome di Orfeo, sia dello stesso Pitagora.

La scuola filosofica, dopo la dispersione violenta del primi pitagorici, si sparse e ramificò pel mondo greco27; e ne fu aiutata l’espansione dalla stessa diffusione dei misteri orfici. Diogene Laerzio avrebbe dato alla «scuola pitagorica» la durata incredibile di diciannove generazioni: e pure accettando la emendazione del Menagio al testo manifestamente corrotto del biografo, resterebbe un periodo di nove o dieci generazioni, che vuol dire un periodo di tre secoli circa. Gli è forse di troppo? — Ma se si vuol credere piuttosto ad Aristosseno che attesta aver egli conosciuti gli ultimi rappresentanti della filosofìa pitagorica, nelle persone di Senofilo di Calcide e di Fintone, Echerate, Diocre e Palimnesto, tutti di Glisente e discepoli di Filolao; poiché Aristosseno fu discepolo di Aristotile che morì nel 301 a.C., avremmo, dunque, per la durata della scuola pitagorica, dalla vita del fondatore in poi, un periodo d’intorno a due secoli.

Se quanto alla diffusione della scuola pitagorica appaiono evidenti le invenzioni, non è minore esagerazione nel numero dei discepoli, che le darebbero un’ampiezza (a giudizio del Ritter) incredibile. Alla esagerazione del numero contribuì tanto la confusione tra adepti ai misteri orfico-pitagorici e aderenti alla scuola filosofica; quanto la assai facile coufusione tra filosofo «italico» cioè nato in Italia, e filosofo della «scuola italica» o pitagorica, che è ben diverso. Si aggiunga la vanità delle sette religiose o politiche che siano, e la vanità, se non l’impostura, dei tardi neopitagorici.

La storia della scuola pitagorica prende i lineamenti di una qualche certezza non prima dei tempi di Socrate. A Socrate fu contemporaneo Filolao; e questi è, secondo la tradizione accettata, il primo che abbia messo in iscritto le dottrine della scuola pitagorica. De’ suoi scritti rimangono frammenti, che ormai presso che tutti i dotti ritengono come le uniche autentiche reliquie tra tante altre che si dicono pitagoriche. Al nome di Filolao fa corona una pleiade di altri nomi, che concentrano, quasi da soli, lo splendore della scuola pitagorica, e si chiamarono Liside, Clinia, Eurito, Archita. Furono contemporanei o quasi di Filolao; e di lui furono discepoli anche Simmia e Cebete, prima di passare alla scuola di Socrate.

Quanto a Liside, egli, vecchio, fu maestro ad Epaminonda; e ciò basterebbe: ma aggiungeremo che da molti è ritenuta come opera di lui quel famoso catechismo de’ sodalizii pitagorici che sono i Versi d’oro, interpolati per vero da scrittori di più tarda età. Archita, massimo come uomo di Stalo e sapiente, insegnò per la Grecia pria di venire a Taranto, sua patria. Qui governò la cosa pubblica e fu stratego nove volte, e nove volte attaccò la vittoria al suo carro: scrisse, forse, di agricoltura, di musica, di meccanica; ma certo di filosofia; e le reliquie delle sue scritture filosofiche vanno oggi tra le meno incerte dei pitagorici.

Fra tanto splendore persiste l’oscurità intorno alle notizie di loro vita, che noi interesserebbero più da vicino. Filolao gli è dubbio se fosse nato a Taranto, o Crotone: visse per la Grecia a Tebe; e poi, gli ultimi anni di sua vita, ad Eraclea di Lucania. Ad Eraclea stessa visse Clinia; ma è dubbio se nacque a Taranto. Eurito visse a Metaponto; e lo si fa nato a Taranto, o a Crotone o piuttosto a Metaponto stesso. Tutte queste dubbiezze mostrano che le notizie delle cose pitagoriche furono raccolte dalla tradizione orale, unicamente.

I nomi degli aderenti, discepoli o seguaci, della scuola pitagorica sono, negli antichi scrittori delle cose pitagoriche, infiniti. Restringendomi alla Magna Grecia, si trovano annoverati ventinove nomi di Pitagorici Crotoniati; non meno di ventotto Metapontini; ventisei di Taranto; otto di Locri; cinque di Caulonia; dodici di Reggio; sette di Posidonia; ed anche da Sibari, dodici28. Sono inoltre riferiti come Lucani e Pitagorici Ocello ed Ocilo, fratelli, Oresandro, Cerambo, Dardaneo, Malia, Aresa e Polo; ai quali si vuole aggiungere Bindace, sorella di Ocello. Non tengo conto di Eccello, perché storpiatura di Ocello. Di Polo si ha un frammento sulla Giustizia presso Stobeo. Aresa sarebbe stato il capo della Scuola pitagorica dopo di Pitagora, e tra’ primissimi discepoli di lui, perché scampato, secondo alcuni, dalle stragi crotoniati; altri Invece lo ascrive alla seconda generazione dei Pitagorici. Di Ocello, è d’uopo parlarne separatamente, e lo faremo qui appresso.

Della credibilità di codesti dati numerici e dell’epoca dell’esistenza, contemporanea o successiva, di cotesti pitagorici non discuteremo. Abbiamo voluto raccoglierne, in complesso, il dato statistico, unicamente perché serva di elemento al giudizio sulla larga cultura, dal V secolo in poi, di questo ultimo lembo della penisola che fu ai Romani la Magna Grecia.

NOTE

1. In SAN TOMMASO, Metaf. I, 7. si legge che era nato in Samo, vicino Locri, che gli scrittori calabresi dicono corrisponda a Crepacore (ap. Antonini, 537). Di qui il libro del signor Macri Discussione istorico-critica sulla patria di Pitagora. Napoli, 1831.

2. Anche nato in Lucania fu detto, o forse perché nato in Metaponto (secondo un antico innominato presso Porfirio), o forse perché confuso con un Pitagora di Laconia, a cui accenna Plutarco (Numa, 1).

3. «Le compilazioni di Porfirio e di Giamblico, copiate su gran numero di autori, contengono — dice il GROTE — tra alcuni fatti senza dubbio veri, un confuso ammasso di notizie o incredibili, o non provate. Anche Aristosseno e Dicearco, migliori fonti, non vissero che un due secoli dopo Pitagora. Meiners ha maestrevolmente esaminato e giudicato la credibilità delle fonti, cui attinsero Porfirio e Giamblico, benché egli esageri i meriti e gli influssi dei primi Pitagorici, e dia troppa fede, in generale, ad Aristosseno. Il giudizio di Meiners su Porfirio e Giamblico è severo, ma giustificato…» GROTE, Storia della Grecia, vol. VI, c. 6, p. 288, in nota.

4. Si ritiene dai più (ma per computi approssimativi) che fosse nato nell’Olimpiade 49 (a.C. 584); fosse venuto in Italia nell’Ol. 59 (544); e morto nell’Ol. 69 (an. 504).

Tutte le testimonianze, infinite, delle cose e delle leggende di Pitagora e Pitagorici si possono vedere raccolte e discusse nelle note de La Philosophie des Grecs, par E. ZELLER (trad. francese, 1877. Paris vol. I).

5. È supposizione del GROTE.

6. Lo Zeller è di avviso che l’elemento scientifico-filosofico della concezione pitagorica sia posteriore a Pitagora, e straniero ai di lui intendimenti personali e al di lui disegno primitivo che era del tutto pratico (La filosof. dei Greci, I, 303).

In Italia, cominciando dal Vico, secondo il qualo il filosofo greco invece di fondatore doveva chiamarsi seguace della scuola italica, si pervenne all’autore del Primato, pel quale Pitagora è nostrale anziché greco, e nudrito della vecchia sapienza dorica, estrusca e pelasgica. (Conf. Nota di L. FERRI, Accad. Lincei, vol. VI, 1890).

Augusto Conti (seguendo il Romagnosi) volle sostenere (Storia della filosofia, I, Iez. XIII: prima edizione), che il «Pitagoresimo» come filosofia era nato in Italia anteriormente a Pitagora. — Scorie di patriottismo! di cui l’età presente si è liberata.

7. CANTÙ, Storia d’Italia, I, cap. IX.

8. Conf. GROTE, Storia della Grecia (pag. 260, vol. VI, c. VI) che dice:

«Le società politiche, con membri giurati sotto una forma o sotto un’altra, erano un fenomeno costante nelle città greche».

Grote stesso le indica pare col nome di Club politici, che erano numerosi, notorii e potenti.

9. Ecco il passo di Tucidide (lib. VII, 5), che giova di riferire nelle parole del suo ultimo recente interprete latino, giacché in certe traduzioni italiane che ho sott’occhi (quella, per esempio, del canonico F. Boni, Torino, 1854) il senso è frainteso:

«Pisander quidem et conspirationes (ξὺνομοστιας)9a quae prius in urbe erant judiciorum et magistratuum causa, omnes adiit; et adhortatus est, ut in unum conjuncti et consilio communiter inito, popularem statum tollerent». Traduzione latina di F. Haasii, nella edizione Didot, Parissi, 1862.

9a. ξὺνομοστας da ὄμνυμι juro, jurejurando affirmo, e ξύν, attice pro σύν, simul. — Non ho visto il libro di HULLMANN, De Athenensium Xynomosia.

10. SCHOEMANN, Antichità greche, II, 63; III, 450.

11. DIODORO, Fragm. lib. X (nel vol. IV, pag. 261 della traduzione di F. Hoefer, Paris, 1846; ed a pag. 556 degli Excerpta de virtutis et vitiis). Cilone, escluso dalla società pitagorica,

«non potendo sopportare questo affronto, si dichiarò inimico di tutta la setta, formò una grande associazione (ἐταιρειαν μεγάλην) contro di quella, e non cessò di farle guerra con i detti e con i fatti».

12. RITTER, Stor. della filos., suppone che l’obbligo di contribuire, a eguale scotto, allo sissitie o desinari in comune, poté, forse, darà origino alla tradizione, del resto insecura, della comunione dei beni.

E ZELLER dice: «Ciò che raccontano scrittori recenti (cioè dopo l’apparizione del neopitagorismo) sulla comunione de’ beni, è certamente favoloso» (La philosoph. des Grecs, I, 320, 311).

13. GROTE, Op. cit., vol. VI, c. 6, p. 261.

14. Un’eco ultima, benché ingrandita dalla stessa lontananza, è di queste parole di Cicerone (Tuscul. I, 16):

Tenuit Magnam illam illama Græciam tum honore disciplinae, tum auctoritate. E inoltre (Ibid. V, 4): exornavit eam Græciam et privatim et publice præstantissimis et institutis et artibus.

Chi disse, tra l’altro, che Pitagora diede leggi e costituzioni a paracchie città italiche (che non si indicano), forse volle intendere delle leggi di Zaleuco e di Caronda, che asserirono discepoli di lui, e non fu, perché vissero, tra la penombra della leggenda e della storia, un qualche secolo prima di lui. Più determinatamente Diogene Laerzio scrisse che Pitagora introdusse i pesi e le misure nella Grecia, e forse volle intendere la Magna Grecia; ma è lecito dubitare chi pensi a qual grado di floridezza era giunta Sibari alla metà del secolo VI avanti Cristo, cioè prima di Pitagora. Recentemente lo Chaignet (di cui appresso) interpretando il concetto del Laerzio, pensa che si trattasse dell’introduzione nella bassa Italia del sistema eginetico o dorico de’ pesi e misure: ma se questo sistema potesse, per analogia, ammettersi per le città siculo-italiote di origine calcidica, manca l’analogia per le achee della Magna Grecia, ove visse Pitagora.

Alla speciale notizia del Laerzio credo si riattacchi l’opinione di quei moderni che, dall’uniformità del sistema monetario delle incuse presso le città achee-italiote argomentando ad una Iega monetaria tra esse, ne riferirono l’origine o il vanto all’autorità di Pitagora: tarda rifioritura della leggenda pitagorica.

15. KRISCHE, De societate a Pythagora in urbe Crotoniatarum condita, commentatio. Gottinga, 1831, p. 101.

16. Storia della filosofia antica, vol. I. Iib. IV, c. I.

17. Op. cit. vol. VI, c. 6.

18. A. ED. CHAIGNET, Pythagore et la philosophie pythagoricienne. Paris, 1878, vol. 2.

19. Lib. II, § LXXXI.

20. Non sarà inopportuno di riportare qui la interpretazione del testo secondo la edizione curata da G. Dindorff (per Didot, Paris, 1862) ove si legge:

Nec vero templa ingrediuntur cum laneis amiculis, nec his induti sepeliuntur: nefas est enim. Qui mos congruit cum Orphicis quae vocantur et Bacchicis institutis; quae sunt eadem Aegyptiaca et Pythagorica. Nam qui horum sacrorum (orgion) est perticeps, eum nefas est in laneis vestimentis sepeliri: cuius rei sacra quaedam redditur ratio.

21. Cotesto si trova in Giamblico; ma GROTE osserva: «Se così fosse stato davvero, la disruzione dei Pitagorici avrebbe partorito, naturalmente, la divisione e la occupazione permanerne del territorio di Sibari, ciò che non fu; perché Sibari restò senza possessori che vi risiedessero, fino alla fondazione di Turii». Op. cit., VI, c. 6, pag. 266, in nota.

22. L’osservazione fu fatta dallo CHAIGNET, nell’Op. cit. della Philosoph. pythagor.

23. Nello storico la indicazione del tempo non è determinata. «Heyne — dice Grote — crede che l’accordo, di cui più sotto fa cenno Polibio, ebbe luogo nell’Olimp. 83ª (= 458) o, a vero dire, dopo la fondazione di Turii sul posto di Sibari (Op. Acad., II, Prol. X, 189): ma è difficile poter credere che lo stato di commozione violenta (sedato poi, secondo Polibio, da cotesti accordi) possa aver durato un mezzo secolo; ammessa, per la caduta dei Pitagorici, la data del 504 avanti Cristo…» — GROTE, Op. cit., VI, c. 6, 275, in nota.

24. Τα συνέδρια.

25. Lo stesso Grote dice «imbarazzante» questo accenno a Sibari, che, secondo la storia ricevuta, fu distrutta nel 510. «Parrebbe (egli osserva) che Polibio intenda la storia di Sibari ben altrimenti che essa non si narri comunemente». E conclude: «Le autorità da lui, Polibio, seguite per la storia greca del V secolo avanti Cristo non sono quelle a noi note» (Vol. VI, 6).

26. POLIBIO, lib. II, § 39.

27. Lo ZELLER dice:

«Dopo la dispersione delle associazioni pitagoriche e per questa dispersione Ia filosofia pitagorica fu conosciuta nella Grecia propria. Le orgie (o misteri) Pitagoriche vi erano arrivate anche prima: e non mancarono pensatori isolati che ne conobbero le dottrine filosofiche, ma solamente a questa si à notizia di scritti pitagorici, e di pitagorici viventi fuori d’Italia». — Op. cit. p. I, 237.

28. Ap. STANLEY, Hist. Philosoph.

Parte I - La Lucania

CAPITOLO XII

DI OCELLO LUCANO

Di Ocello Lucano è dubbio il nome, l’età, la patria, la scuola cui appartenne, l’autenticità del libro che porta il suo nome, e finanche l’esistenza sua! Anzi, il dubbio si estenderebbe all’esistenza di tutti quei pitagorici che furono detti «lucani» dai biografi di Pitagora. Ma noi non ci occuperemo, particolarmente, se non di Ocello.

Si trova nominato la prima volta (lui e il suo libro «Sulla natura delle cose»)1 da Filone, che è il filosofo ebreo del 1º secolo dopo Cristo; e questa che è tarda testimonianza dello scrittore giudaico non potrebbe gran fatto assicurare intorno all’esistenza reale dell’uomo, nonché del libro, se non soccorresse la logica, per indiretti argomenti, a testimoniare in pro della verità. Se il libro di Ocello non è genuino ma fittizio, e se fu compilazione del primo secolo avanti Cristo (come suppongono antichi e moderni critici di Ocello)2 non parrebbe natural cosa, che colui che finse il libro al secolo primo innanzi Cristo, avesse imposto in fronte alle dottrine che voleva accreditare per antiche, il nome di persona supposta o ignota.

Non si fingono libri di ignoti per ingannare i contemporanei su antichi fatti, dei quali, se d’ignoti, la testimonianza val nulla; non d’ignoti per dare credito a dottrine controverse. Se il libro fu messo fuori da un falsario, ai tempi della risorta scuola neopitagorica nel primo secolo avanti Cristo sotto il nome di Ocello, vuol dire che era noto, che era indubitato, allora, che un Ocello avesse esistito, prima di quel secolo, tra filosofi «della scuola italica» o tra i filosofi di origine «italica». E se, al primo secolo avanti Cristo, era ritenuta per certa e nota ai dotti l’esistenza di un Ocello, filosofo e lucano di patria, con quale dritto potrebbe dubitare dell’esistenza dell’uomo la critica di oggi?

Anche del «nome» fu dubitato, e quanto alla genuina grafia sua, e quanto alla derivazione. Ma un titolo osco di Ercolano ha già dato il gentilizio Aukil che corrisponde appunto al latino Ocelus od Ocellus: ed un’antica iscrizione latina di Benevento ricorda proprio un’Ocellia optata, sicché l’impronta osca e la derivazione italica è pretta e genuina nel nome del filosofo di Lucania3.

Che se negli antichi manoscritti del libro s’incontra non sempre identica la grafia del nome, gli è un fatto né singolare, né raro. Tra le grafie varie di Ocelos, nei manoscritti di stobeo e Giamblico, di Ocellos in Luciano e Filone, d’Oucellos ed Eccellos, ed Ocelos ed Oicellos presso altri manoscritti ed editori dei libro4, ormai è consentila ed accettata da tutti quella di Ocello. Non è questa la maggiore difficoltà contro il fatto dell’esistenza dell’uomo.

È ben più difficile stabilire con certezza l’epoca della esistenza sua. Finché non si dubiti di lui e del suo libro, egli debb’essere riferito al secolo V a.C.; e così fu scritto. Ed è la comune opinione dei vecchi eruditi che trae, partito dallo parole di Luciano, che nomina Ocello tra gli uditori, anzi, a parlare preciso, tra i familiari5 di Pitagora; e si fonda sulle lettere di Archita a Platone e di Platone ad Archita. Ma Luciano, ch’è del tempo degli Antonini, è troppo tarda testimonianza pei tempi di Pitagora; e le lettere di Archita e di Platone6 sono ormai tenute, nonché dubbie, supposte; quantunque anche tra scrittori recenti le lettere che vanno sotto il nome di Platone siano accettate come autentiche da un dotto di prima riga, il Grote7.

Ma occorre fare un cenno di una di queste lettere per una strana particolarità di fatto che in essa s’incontra.

Archita scrive a Platone che, per raccogliere gli scritti8 di Ocello che lui Platone desidera, erasi recato in Lucania presso i discendendi di Ocello9 e aveva potuto procacciarsi quattro trattati scritti dal filosofo lucano, sulla Legge, sul Principato, sulla Santità e sulla Genesi del tutto. E li mandava, questi per ora. E Platone, scrivendo in risposta ad Archita la lettera (che è la 12ª della raccolta), loda l’uomo che li scrisse e gli antenati di lui. E

«ben parmi — egli dice — che Ocello sia degno degli antichi e gloriosi suoi antenati, i quali è fama fossero di Mira, e del numero di quei Troiani, che emigrarono con Laomedonte: tutti gente dabbene, come dalla tradizione antica ci è tramandato».

Or come e donde cotest’associazione d’idee strana tra il filosofo «lucano» e i suoi pretesi antenati di Mira nella «Licia?» lo penso che colui che scrisse la lettera a nome di Platone o confuse un «lucano» — leucanos — con uno della Licia — lycianos — ovvero tenne Ocello come nativo di Crotone, ove fu la sede precipua della scuola pitagorica, e i Crotoniatl, come discendenti dai coloni della Licia, secondo una tradizione che s’incontra in scrittori dei tempi alessandrini10. — E l’una o l’altra delle due congetture non conferisce valore alla autenticità delle due lettere.

Ma se escludo l’autenticità di queste lettere, non do peso agli argomenti, contro l’autenticità del libro e dell’uomo, che altri traeva dalla quistione cronologica. Al Niebhur piacque di abbassare cronologicamente, e di molto, l’arrivo delle tribù lucane nella regione a sinistra del fiume Silaro: esse, a suo giudizio, non avrebbero potuto venirne alle nuove sedi della Lucania prima che i Sanniti non fossero scesi verso la Campania; e questi non occuparono Capua prima del 330 di Roma, ossia 424 a.C. Di tal che (se così fosse) apparirebbe evidente nonché l’assurdità di «gente lucana» quale uditrice di Pitagora, vissuto nel secolo innanzi, ma l’incongrucnza di Lucani discepoli dei primi filosofi pitagorici, quando quelle genti erano ancora nello stato di civiltà rudimentaria, anzichenò chiuse nelle squame della barbarie. E fu in forza di queste considerazioni, senza dubbio, che il Niebhur stesso poté scrivere:

«I filosofi lucani del tempo di Pitagora, o di tempi anche molto a lui posteriori, hanno solamente potuto avere esistenza in una recente invenzione; come lo dimostra lo stato della nazione»11.

Ma il dato cronologico dell’esodo dei popoli lucani, dal Liri al Silaro, ha per noi altri limiti; e per quello che abbiamo già innanzi stabilito12 l’arrivo di essi nella regione a sinistra del Silaro non potrebbe mettersi piu giù del secolo VI al VII a.C. Avremmo, dunque, l’intervallo di almeno un secolo e mezzo di tempo tra questo limite di tempo e quelli di Pitagora a Crotone. Non è quindi per nulla incongruo l’ammettere che dopo quattro o cinque generazioni dall’arrivo dei Sabellici, nella Lucania, alcuno di codesto giovine popolo avesse potuto farsi uditore di Pitagora, nonché di altri de’ più vecchi pitagorici discepoli di lui, nelle città di Metaponto o di Crotone.

Ma in quale delle città della Lucania era nato Ocello? L’inchiesta tentò uno scrittore del secolo passato; e questi fu Vito Giliberti nato in Suponara nel 1756, morto nel 1809, erudito uomo che diè alla luce molte opere attinenti alla legislazione ed alla storia del reame di Napoli. Un suo opuscolo che venne fuori il 1790, rivelava l’antico arcano dello stato civile di Ocello; e la patria era Grumento.

L’opuscolo, che è ormai una rarità bibliografica13, dopo le antiche testimonianze ben note della esistenza del filosofo lucano, pubblica due antiche iscrizioni funerarie latine, ch’egli dice trovate nelle ruine di Grumento14, e che riferendosi alla memoria di Ocello e di una donna detta Vibrendinosa Ocella, ben farebbero arguire in Grumento e la culla e la discendenza del filosofo. A me la religione della famiglia non riterrà dal dire che oggi l’opuscolo ha punto valore; né aggiungerò parola sull’autenticità delle iscrizioni, ormai da tutti i dotti sfatate; ma non tacerò la meraviglia come esse abbiano potuto trovar fede presso eruditi napolitani, non tutti d’infima riga15. Scusabili, forse, quei del secolo passato, se è vero che la educazione letteraria del tempo non faceva contennendo chi, anche fingendo notizie o falsificando documenti, intendesse di accrescere gloria alla patria; ma non scusabili noi, se, per recare onore alla patria, s’indulgesse a fare offesa alla verità e ai dritti della storia.

Fra tutto cotesto fascio di dubbii, non è il meno giustificato quello che meno dovrebbe apparir dubbio, la scuola, cioè, a cui Ocello appartenne. Il primo che lo annoveri espressamente fra i Pitagorici è Giamblico, ch’è scrittore tra il terzo e il quarto secolo dopo Cristo: Filone del primo secolo, non lo dice espresso; ma parmi lo lasci intendere. Diogene Laerzio ne tace; ma Luciano lo annovera tra gli «uditori» di Pitagora.

Gli antichi adunque lo ritennero come un pitagorico, e di là gli scrittori del rinascimento lo considerarono come filosofo della scuola pitagorica. Ma di qua è sorto presso i moderni quel primo germe del dubbio che fece negare l’autenticità del libro del filosofo lucano. Al libro «Della natura delle cose» manca un fondo di dottrine pitagoriche, anche delle più caratteristiche, alla scuola italica, quali la dottrina de’ numeri, della metempsicosi, dell’armonia dell’universo. I critici non ve ne trovano traccia: il libro adunque, per essi, non è autentico.

Ma anche ammesso che ciò sia vero, come egli è vero, non ne segue a filo di logica che questo, cioè: o che il libro quale a noi è pervenuto non sia quello che scrisse il pitagorico Ocello; o che l’autore del libro, genuino, non sia un pitagorico16.

Contro la prima conseguenza sta il fatto che lo stesso Filone ebreo accenni manifestamente all’attuale libro17 nel quale si dimostra I’eternità dell’universo; e non ad altro.

So che si può opporre a questo argomento di fatto la opinione del Mullack e di altri con lui, che il libro fu finto al risorgere del neopitagorismo, nel primo secolo avanti Cristo. Ma come contro a questa speciale conclusione contrasti l’opinione stessa del Mullack, diremo innanzi.

È dunque più sicura la seconda illazione. Gli antichi eruditi poterono annoverare Ocello tra i pitagorici, non altrimenti che altri degli antichi considerarono tra i pitagorici anche Parmenide, Zenone ed Empedocle. Strabone, della stessa epoca di Filone, dice espressamente pitagorici i due capi della scuola eleatica. Ed è di agevole spiegazione l’error loro o l’equivoco. Fu già avvertito18 che la notizia della esagerata estensione della scuola pitagorica derivò altresì dalla confusione, che fu fatta nei tempi posteriori tra filosofi «della scuola italica» e filosofi di origine, o patria, o nazione «italica». Parmenide, Zenone, Empedocle furono «italici» di patria, ma non della «scuola italica» o pitagorica. Quegli antichi confusero l’una con l’altra qualità. Lo stesso avvenne per Ocello. Fu filosofo di origine, o patria, o nazione, senza dubbio «italica»; e questo bastò, perché nelle carte di storici men diligenti passasse il suo nome tra i filosofi della «scuola italica» o pitagorica.

Diradate, in parte almeno, le tenebre di questo dato storico, occorre venirne al dato della genuinità o della finzione del libro Sulla natura delle cose, il cui autore in tutti i manoscritti finora noti19 porta il nome di Ocello Lucano. E questa trattazione, per le ragioni del nostro subietto, e non ostante l’aridezza e il suo carattere polemico, merita un più particolareggiato discorso.

La prima edizione a stampa del libro di Ocello è del 1539; e a questa tennero dietro altre parecchie nel secolo stesso20. Un qualche lieve dubbio sull’autenticità del libro non s’incontra la prima volta se non in qualche scrittura del secolo XVII21; ma la carica a fondo contro l’autenticità è dovuta, innanzi tutto, ad un uomo di acume e di valore grandissimo, il Meiners, sul dechino del secolo XVIII, verso il 178022. I posteriori, aggiungendo o rettificando qualche argomento, non mutarono le basi dell’attacco, né crebbero gran fatto il vigore di esso.

Al Meiners si opposero prima il Bardili nel 1788; poi Augusto Federico Guglielmo Rudolph. Questi è, a mio avviso, quegli che abbia studiato con più diligenza, con più amore, con più longanimità23 la questione di Ocello; e i risultamenti del lungo studio e della minuta analisi sono consegnati nella sua edizione critica di Ocello, e nella non breve dissertazione sull’autenticità del libro, stampata in seguito al testo, l’anno 1801, in Lipsia24.

La vivace e ripetuta critica del Mainers si svolge in argomenti di carattere negativo e di carattere positivo. È per lui un argomento contro l’antica esistenza del libro il silenzio che tennero di Ocello e Platone, ed Aristotile, e Galeno, e Plutarco, non si potendo prestare fede alle supposte in bassa età lettere di Archita e di Platone. Non è bastevole per lui l’autorità di Filone ch’è tarda; né, molto meno, degli altri posteriori a Filone. Mancano nel libro le dottrine caratteristiche e proprie alla scuola pitagorica; manca quel certo sapore di arcaismo, quell’effluvio di antichità rude e austero, che dovrebbe essere nòta propria a scrittori del secolo V avanti Cristo; vi si trova, invece, una perspicuità anche maggiore che non sia dato incontrare in filosofi del quarto secolo.

Il libro (egli continua) sostiene la dottrina dell’eternità del mondo. Ma questa dottrina non fu messa in corso prima di Aristotile, che apertamente se ne disse e se ne vantò l’inventore; e quel Censorino, che attribuì a Pitagora la dottrina dell’eternità del genere umano, non merita fede, ingannato che fu da libri spurii. Anzi, nei libri di Aristotile, s’incontra tal numero di frasi, e parole, e dottrine simili ed identiche a frasi, parole e dottrine contenute nel libro di Ocello, che è forza conchiudere l’uno le abbia copiate dall’altro. Or si può egli credere che il ripetitore sia Aristotile? Anche di parole e frasi che si leggono nelle opere di Platone, può farsi la stessa dimanda, se desse si leggono identiche nel libretto di Ocello. Infine (e questi argomenti furono aggiunti dal Tiedemann), si scorgono manifeste in Ocello le tracce della fisica di Aristotile; mentre le dottrine sugli elementi e loro permutazioni, che in Ocello si leggono, non sono concetti dei pitagorici; giacché costoro niente insegnano intorno al fuoco, alla terra e ad altri elementi dei corpi, secondo avvertì lo stesso Aristotile25.

A questo attacco il Rudolph entra in campo a combattere; e per verità non può dirsi che nella lotta egli sfugga, o dimentichi, o attenui qualcuno di cotesti argomenti. Ma, naturalmente, quelli che hanno fondamento in criterii di giudizio subiettivi degli oppositori, non si può con dirette prove ribatterli; come non si può con dirette prove sostenere alcuni dei giudizii del Rudolph, che si fondi anche esso su criteri subiettivi.

Che cosa fa alla questione dell’autenticità il silenzio di Platone, di Aristotile, di Plutarco o di Galeno? Già prima di Plutarco e di Galeno visse Filone; e la testimonianza di Filone reciderebbe ogni valore al silenzio di Galeno e di Plutarco. Ma sono, forse, pervenute fino a noi tutte le opere di Platone, tutte quelle di Aristotile? Non si sa anzi, per converso, che sia perduta l’opera appunto di Aristotile che trattava dei Pitagorici? Ma, del resto, che cosa egli prova nel campo della logica un argomento negativo?

Maggiore importanza è nel pronunziato che la dottrina dell’eternità del mondo non fu insegnata prima se non da Aristotile. Egli stesso se ne disse l’inventore, e se non gli si voglia prestar fede, sarà forza di considerare lui come un plagiario o un mentitore; e questo ripugna alla autorità del «maestro di color che sanno». Ma il Rudolph, con minuta analisi, dimostra che in nessun luogo Aristotile vanta o dice sé stesso inventore di cotesta dottrina. La sostiene egli, sì, e confuta altri filosofi che, come Platone, sostennero la non eternità, cioè il cominciamento del mondo; ma che egli se ne dicesse «l’inventore» è pronunziato questo degli espositori di Aristotile, non di lui. Or basta ricordare gli Eleatici, e ricorrere ai versi del vecchio Parmenide per avvertire che la dottrina della eternità delle cose fu sostenuta prima di Aristotile. E che cosa vuole dire questo per la questione che ci occupa? Può dire, tutto al più, che il libro di Ocello sia posteriore all’età di Parmenide, ma non vuol dire ch’esso è spurio.

Il Meiners raccoglie, qui e qua, frasi e parole, che egli dice proprie della filosofia platonica, o della eleatica, o degli Stoici, o di Anassagora, e non de’ pitagorici: e poiché si trovano nel libro di Ocello, esse testimoniano contro l’autenticità. E il Rudolph lo siegue a passo a passo su questo lubrico terreno. E dopo aver ricordato26 che il libro, a giudizio di tutti, fu tradotto dal dialetto dorico in attico (il che dovrebbe rendere meno austera l’occhiuta e minuta caccia alle parole) fa notare, come da niun discreto intelletto può negarsi, che è molto arbitrario, è molto imprudente, è molto pretensionoso lo affermare reciso la tale parola non fu usata al tempo dei Pitagorici, ma è del tempo dei Platonici; la tal altra è dei tempi più recenti e non degli antichi: coteste sono affermazioni o giudizii, per limite, elastici, per contenuto, indefiniti e, a ferri corti, indeterminabili. Se speciali parole o speciali concetti ocelliani si trovano negli Elaatici, questo non si oppone all’antichità del libro, anzi la conforterebbe, si opporrebbe unicamente tutto al più, al colore, al carattere della scuola onde il libro si dice procedere. E se tale altra parola è detta che sia propria alla filosofia degli Stoici, il Rudolph avverte che Ocello l’adopera in senso diverso che gli Stoici la usarono; ma se cotesto argomento (egli aggiunge) valesse gran che, anche qualche opera di Aristotile dovrebbe dirsi spuria27, poiché in essa pure si trova qualche traccia di tal genere parole proprie alla filosofia degli Stoici28.

Il Rudolph non nega che talune speciali frasi o parole si trovino identiche in talune opere di Aristotile ed in Ocello, e ammette, con piena lealtà, che la identità è siffatta, che l’uno debbe aver copiato o tenuto presente il libro dell’altro. Dire che Aristotile abbia copiato da Ocello, così alla spiccia, farebbe sorridere di pietà. Ma il nostro critico si dà ad un raffronto minutissimo sì dei luoghi ove le identità traspaiono, sì della dottrina che ivi è svolta dai due filosofi; e considerato che in cotesti luoghi Aristotile svolge ampiamente ciò che Ocello solamente accenna; e quegli rifà a pronunziati generali ciò che questi riferisce a pronunziati singolari, e il primo ne cava conseguenze e ne svolge premesse, che in Ocello conseguenze e premesse non sono; e avvertito, inoltre, che in quei medesimi luoghi Aristotile accenna ad altri filosofi e a più antichi filosofi che di quei pronunziati e dottrine da sé, Aristotile, ivi esposte, quelli omisero di trattare29; considerato infine che in taluni di quei luoghi riconosciuti come identici, la dicitura di Aristotile è più netta, elaborata ed elegante che nelle frasi ocelliane non sia30, egli viene nella conseguenza che il libro di Ocello sia più vecchio delle scritture aristoteliche, in cui si ravvisarono le identità; argomentando secondo quel processo logico della natura che nello sviluppo organico delle esistenze va dal semplice al composto, dal rude all’elegante, dal sobrio all’ornato, e non viceversa.

Il Tiedemann nella quistione di Ocello mutò due volte di avviso; prima ammise l’autenticità, poi si pronunziò contro. Parvero a lui più che tutto importanti talune affermazioni di Aristolile; il quale se disse (Met. I, 7), che nulla insegnarono i Pitagorici (della natura) del fuoco, della terra e di altri elementi della materia, e se in Ocello si trova una sua propria dottrina intorno alla azione degli elementi, vuol dire che il libro è spurio. E a meno che (egli aggiunge) non si voglia dire Aristotile un plagiario, si ha da convenire che «tutta la teoria di Ocello intorno alla materia primitiva informe, e alle qualità opposte, unite ad essa per produrne lo sviluppo, tutta la dottrina intorno alle permutazioni degli elementi per via di queste qualità, nonché intorno all’eternità dell’universo, è dottrina assolutamente e indubbiamente aristotelica31.

Il Rudolph, a sua volta, non nega che possa dirsi «aristotelica» una dottrina da Aristotile approvata e difesa; ma se si voglia intendere una dottrina concepita e insegnata unicamente da Aristotile, egli avverte che di codesta dottrina (cui si riferiscono le parole del Tiedemann) negò il Patrizio, come già lo stesso Siriano aveva negato che fosse invenzione di Aristotile. Anzi lo stesso Aristotile, nel libro De Generat. et Corrupt. (lib. II, c. 1, t. 6) ove della dottrina degli elementi si disputa per instituto, quando parla degli elementi primi, accenna già ad altri filosofi che ne ebbero discorso32. E questo basta alla causa di Ocello.

Quanto all’affermazione di Aristotile che i Pitagorici nulla insegnassero del fuoco e di altri principii elementari della materia, che fa ciò all’autenticità del libro di Ocello? A filo di logica, la testimonianza aristotelica potrebbe mostrare, tutt’al più, che l’antico filosofo lucano non sia da annoverare tra «pitagorici»: questo e non più.

Il Rudolph non omette di osservare, come in questo libretto, che pure si dice fattura di tardi tempi e prossimi all’era volgare, non si trovino parole o dottrine di tempi posteriori ai primi Pitagorici. Vorrà dire anche questa non altro che una finezza dell’impostore astuto e sagace? E fu detto33 Ma, e allora, costui ch’è pure ritenuto da tutti come uno scrittore sagace, fine ed astuto, avrebbe, dunque, sì bassamente intoppato nel poco astuto ripiego di copiare, alla lettera talune frasi, talune espressioni di un sì grande e noto filosofo come Aristotile, mentre era sì facile cosa il mutarle di vesti o di colorito?

Da questo fascio di sottili analisi, di minute investigazioni e difese il Rudolph, che pure evidentemente giudica autentico il libro di Ocello, si limita a queste discrete conclusioni, cioè: «essere probabile che il libro sia genuino; non essere probabile che il libro sia finto».

Ma il poderoso lavoro del Rudolph non ha chiusa la quistione. Il recente editore del libro di Ocello che è il Mullack, nella raccolta dei Frammenti degli antichi filosofi greci, per la edizione del Didot, si dichiara non atterrito dalle argomentazioni di lui; e persiste a credere non autentico il libro di Ocello. Egli è d’avviso che fosse finto nel corso del primo secolo avanti Cristo, quando rivissero i germi della filosofia neopitagorica; e quando furono inventati anche altri scritti di pitagorici antichi, ad intenti di speculazione libraria. In quell’epoca Giuba II, che fu un re della Libia e contemporaneo di Augusto, ebbe intendimento di fondare una sua biblioteca che fosse pari a quella di Alessandria, ed ordinò fosse raccolto quanto si potesse rinvenire degli scritti di Pitagora e degli antichi Pitagorici. Di qui surse una speciale industria di impostori bibliografi; ed il fatto è ricordato da un antico espositore di Aristotile34.

Ma l’erudita congettura del Mullack, se sarà giusta per la congerie degli scritti fittizii pitagorici, non mi pare che possa valere per il libro di Ocello. Se una delle ragioni fondamentali contro l’autenticità di questo si vuol cavarla appunto dalla non conformità del suo contenuto colle dottrine pitagoriche, gli è chiaro che l’impostore, se non avesse voluto sprecare tempo e fatica a mistificare i bibliotecarii del re Giuba, avrebbe appunto intessuto delle dottrine pitagoriche, o non delle aristoteliche, né delle eleatiche, il libro «Sulla natura delle cose».

Alla prova della genuinità di questo libro manca un solo dato estrinseco, ciò è la notizia sicura del tempo in cui visse Ocello. Se la nota cronologica fosse fuori dubbio, gli argomenti che raccattano per ribattere o per difendere l’autenticità del libro, avrebbero una base solida e un punto di riscontro di sicura importanza. Mancando il dato cronologico, si va e si viene in un circolo che non ha uscita; la creduta non genuinità e non antichità del libro riverbera il dubbio sull’autenticità della persona, e la persona si libra campata in aria, fuori i limiti necessarii alla realtà dell’esistenza, il luogo ed il tempo. Noi, quanto a noi, teniamo fermo all’autenticità dell’uomo; poiché (si vuol ripetere) chi avesse finto il libro per accreditare dottrine antiche, non l’avrebbe attribuito a persona non che ignota, fittizia, e per giunta, di patria «barbaro». Un «barbaro» che insegni ai Greci era l’ironia della scienza35.

Ma circa il tempo di sua esistenza non dubito di riconoscere che mancano elementi sicuri per allogarlo all’epoca dei primi Pitagorici, che vissero nella seconda metà del secolo V dal 450 al 500 a.C. Se li libro fosse, fuori contestazione, genuino, la quistione sarebbe sciolta, e il libro testimonierebbe a pro dell’autore. Ma poiché il libro, quanto all’epoca sua, lascia almeno dei dubbi; poiché se elementi subiettivi non mancano nel complesso delle argomentazioni contro l’autenticità di esso, non mancano del pari elementi subiettivi nelle argomentazioni a favore dell’autenticità e dell’antichità del libro stesso, parmi ragionevole di appigliarsi ad un partito medio.

La scuola pitagorica si protrasse (come abbiamo visto) fino ai tempi di Aristosseno, discepolo di Aristotile, morto nel 321; cioè fino al secolo IV a.C. Niente, adunque, si opporrebbe a che fosse riferita a questi tempi la cronologia di Ocello. A cotesta epoca, le incongruenze storiche e i dubbi intorno all’uomo e al libro sparirebbero: la nazione lucana già esisteva fiorente di forze e di gioventù, se non di coltura: le dottrine di Aristotile, nonché le eleatiche, erano divulgate, e nulla di men che naturale si opporrebbe a credere che una qualche vena avesse potuto infiltrarsene nel rivolo, derivato o no per opera di Ocello, nell’antico fiume pitagorico. Diminuirebbe, è vero, l’importanza del libro di Ocello, quando non possa assorgere quale monumento antichissimo dell’antichissima dottrina pitagorica. Ma se scema, non perde d’importanza36; e questo riconoscono anche coloro t i moderni, che ritennero il libro come fattura del I secolo innanzi l’era volgare.

Per noi però non è dubbio che sia di molto più antico del I secolo. Le lettere di Platone erano già conosciute in numero di 13, e riconosciute autentiche dal dotto grammatico Trasillo, che fu contemporaneo di Augusto e fu il riordinatore delle opere di Platone, stesso. Fosse pure non autentica la lettera dodicesima di Platone che è quella relativa ad Ocello, io dirò con le parole di un dotto uomo, lo Chaignet, che se Trasillo s’ingannò sull’autenticità di essa, l’inganno non poté aver luogo altrimenti, che in virtù dell’autorità già nel pubblico acquistata, e vuol dire in virtù d’una prescrizione che non poteva non avere avuto una lunga durata37. E se nel canone degli autori classici, detto di Aristofane di Bisanzio, furono comprese anche le lettere platoniane, poiché questo dotto grammatico fioriva verso l’anno 260 a.C., saremmo autorizzati di ammettere (conchiude lo Chaignet) che il libro di Ocello, poiché è ricordato nella dodicesima delle lettere in quistione, debbe risalire almeno ai principî del III secolo a.C.38.

Per tutto questo complesso di fatti vede il lettore discreto che non si potrebbe con piena convinzione di mente aderire all’avviso di chi ha voluto riferire l’origine del libro ai neopitagorici del secolo primo avanti Cristo. Una scrittura di tale origine e di tale epoca avrebbe contenuto della dottrina pitagorica ben altro e ben più che il libro non contiene. Altrimenti la finzione neopitagorica a chepro?

NOTE

1. Περὶ τῆς τοῦ παντὸς φὺσεως (De universi natura), questo è il titolo che si legge nelle prime linee del libretto: tale altresì è in Filone e in Stobeo. Nella lettera di Archita (di cui in seguito) è detto invece: Περὶ τᾶς τῶ παντὸς γενέσιος; e con altra piccola variante si legge in Proclo.

Filone nacque venti anni prima dell’era volgare.

2. In MULLACK, Fragmenta Philosophorum Græcorum collegit, collegit F.C.A. Mullachius. Parisiis, Fir. Didot, 1860, vol. I, p. 383.

3. In FABRETTI, Glossar. Italicum, ad verba Ocellus ed Aukil. — L’iscrizione osca ercolanese è: L. Slabiis L. Aukil, cioè: Slabius Lucii (filius) Ocelus.

4. Le varie lezioni sono riferite dal MULLACK, Op. cit.

5. Ὀμιλητὴς.

6. Presso DIOGENE LAERZIO, nella vita di Archita; lib. VIII.

7. Storia di Grecia, vol. XV, cap. IV, pag. 317 in nota. Egli scrive (riferendosi all’Ast, che aveva detto quelle lettere sprezzabili e apocrife)…:

«Dopo avere attentamente studiato e le lettere in sé ed il ragionamento di Ast, io dissento interamente dalle conclusioni di lui. La prima lettera, che si dice venga non da Plotone ma da Dione, è la sola contro cui mi paiono valide le presentate obiezioni. Contro le altre, non credo che egli abbia esposto ragioni sufficienti a dichiararle apocrife; e però io continuo a considerarle autentiche, come era l’opinione di Cicerone e di Plutarco. Ast stesso ammette che l’autenticità di esse non era messa in dubbio nell’antichità, per quanto a noi è noto». — Delle tredici lettere (quante sono quelle raccolte o conosciute sotto il nome di Platone) meno la prima, le altre sono autentiche pel Grote; segnatamente la 2ª, 3ª, 4ª, 7ª, 8ª e 13ª, che si riferiscono agli avvenimenti di Dione e Dionisio. «La maggior parte degli argomenti di Ast (continua il Grote) si fonda non su pretese inesattezze di fatti, ma sopra pretese improprietà, o bassezza di pensieri, o pedanteria, o misticismo, o insegnamenti filosofici fuori di luogo. Ma tutte queste non sono prove: ciò significherebbe, tutto al più, che Platone scrisse delle lettere, le quali, giudicate alle nostre regole dell’arte epistolare, sono goffe e pedantesche…».

8. Υπομνεματων, ai latini commentaria, ovvero trattazioni sobrie, ma diligenti.

9. La parola è ἔκγονοι, che significa «figli o nepoti»: filius in Omero, Odiss. III, 123, nepos in Senofonte, Cyrop. v. 3, 19: Ap. RUDOLPH (di cui appresso), a pag. 370.

10. Al verso di Licofrone, che nomina il fiume Neeto presso Crotone, lo scoliastes Isacio commenta con queste parole, interpetrate e fatte latine dal Cluverio:

«Navaethus amnis, ita adpellatus, at auctor est Apollodorus et reliquis; quia post Ilium captum, Laomedontis filiæ, Priami sorores… cum reliquis captivis, quum hoc tractu Italiæ forent, Græciaæ servitutem fugientes, navigia incenderunt: unde amnis Navæthus vocatus est». In Cluverio, Ital. Antiq., II, p. 1312.

11. Storia Romana, I, p. 83, in nota, della edizione di Napoli del 1846.

12. Al capitolo II.

13. Ricerche sulla patria di Ocello Lucano, dell’avvocato VITO GILIBERTI. Napoli, MDCCXC. — È dedicato «a S.E. il signor D. Guglielmo Hamilton, cavaliere del Real Ordine del Bagno, Inviato straordinario e Ministro plenipotenziario di S.M. Brittanica presso S.M. il Re delle Due Sicilie». Nella dedica, che è da Napoli 1º marzo del 1790, si dice occasionato l’opuscolo da due lapidi scoperte in Ottobre passato. L’opuscolo comincia con un «Brieve elogio di Ocello» e seguono le «Investigazioni della di lui patria». — Ne fu commessa la revisione preventiva a Mario Pagano, professore nell’Università, del quale mi piace riferire l’intera lettera, che è questa:

«Signore (sic). Le ricerche sulla patria di Ocello Lucano, dell’avvocato Vito Giliberti, lungi di contenere cosa che offenda i dritti della sovranità o la buona morale, presentando al pubblico delle ragionevoli congetture sul luogo natìo di quel profondo filosofo, alla memoria degli uomini richiama lo stato dell’antica cultura di queste belle e fortunate provincie, di modo che gli animi dei presenti si destino allo splendore dell’antica gloria. Quindi io son d’avviso che sien della pubblica luce degne le fatiche di questo colto ed erudito giovane, se così piace alla M.V., cui rispettosamente m’inchino e bacio le mani. — Della V.R.M. — Napoli, 17 febbraio del 1790. — Divotiss. fedeliss. suddito, FRANCESCO MARIO PAGANO».

Vito Giliberti tenne pubblici uffizii nella segreteria del Ministero degli affari ecclesiastici, al cadere del secolo XVIII: pubblicò per le stampe, in breve giro di anni, parecchi volumi, e sono: Saggio della romana giurisprudenza. Napoli, 1792, in due volumi; Storia filosofica e politica della fondazione dei reami delle due Sicilie. Napoli, 1795; La polizia ecclesiastica del reame di Napoli, in tre volumi, Napoli, 1793, e ristampata verso il 1840. — È presso di me un suo manoscritto, ed inedito, dal titolo gli Elementi di politica per i Principi Ereditari, libri III, che io credo compoisto prima della rivoluzione francese.

14. Vedi nel Corpus Ins. Latin., vol. X, n. 25* e 26* delle Falsæ et alienæ.

15. ROMANELLI, Topograf. ant. del regno di Napoli, I. — GIUSTINIANI, Diz. geograf. ad ver. SAPONARA. Dei minori mi taccio.

16. Di Ocello filosofo dice lo ZELLER (La philosophie des Grecs, Paris, 1887, vol. I, 291):

«Quanto ad Ocello di Lucania ed al suo libro sull’Universo, si potrebbe tutto al più dimandare se l’autore di esso sia o no per un antico pitagorico; giacché gli è evidente che non è di quelli. Ma il novello editore (Mullack) di questa opera mantiene, con ragione, che l’autore di essa vuole essere preso precisamente per quell’antico pitagorico, al quale gli antichi l’attribuivano unanimemente, per quanto almeno dei loro scritti è a nostra notizia».

Ma in nessun luogo del libro di Ocello si dice, o si lascia intendere, che egli si professi pitagorico.

17. Ecco, secondo la interpretazione latina, il passo di Filone, nel libro De mundo non interituro, p. 728:

Sunt qui tradunt, opinionis hujus (l’eterntà del mondo) non Aristotelem primum auctorem, sed Pythagoreos quosdam fuisse. At mihi Ocelli, genere Lucani, inscriptum de universi natura commentarium oblatum esse, in quo quidem mundum esse ingenitumet numquam interiturum non solum protulit, verum etiam esquisitissimis rationibus comprobavit.

18. RICHTER, Stor. filosof. ant. Vedi cap. precedente.

19. In una solamente delle due membrane della biblioteca di Parigi è detto non piò che «Ocello filosofo» — Ap. MULLACK, Op. cit.

20. Per le edizioni, oltre al Rudolph nella Præfatio, si può vedere l’ultimo editore che è il Mullack. Op. cit. Paris, Didot, 1860.

21. Conf. RUDOLPH, p. 335 e seguenti.

22. Il Meiners prima nel libro Histor. doctrinæ de vero Deo. 1780, e poi nella sua Storia delle scienze in Grecia e in Roma.

23. Il RUDOLPH A pag. 437 del suo libro, scrive:

Me ipsum septem annorum spatio diligenti examine rem persecutum, et quidquid in studio historiæ philosophiæ atque in legendis philosophis veteribus reperissem, ad hanc quaestionem (del libro di Ocello) referentem, nil contra libri antiquitatem reperisse, quod referre non pudeat, et succedente studio infirmatum non esse.

24. Il titolo dell’opera è questo: «ΟΚΕΛΛΟΣ Ο ΛΕΥΚΑΝΟΣ ΠΕΡΙ ΤΗΣ ΤΟΥ ΠΑΝΤΟΣ ΦΥΣΕΩΣ — Ocellus Lucanus, de rerum natura — Græce — ad fidem librorum manuscriptorum et editorum recensuit, commentario perpetuo auxit et vindicare studuit August. Frid. Guilielm. RUDOLPH LL.AA.M. et Gymnasii Zittav. Director. — Lipsiae, sumptu Engelh. Beniam. Scwickert, CIƆIƆCCCI». Contiene: 1. Praefatio; 2. Il testo greco del libro περὶ τῆς τοῦ παντὸς φὺσεως; con note; 3. i Fragmenta, cioè quello che si trova in Stobeo, della legge, περὶ νόμου; e quindici altri frammenti tratti dalle opere di Fr. Patrizio, che li attribuisce ad Ocello, ma per errore (p. 53-7); 4. Commentarius, lunghissimo, da pag. 59 a pog. 332; 5. Disputatio de Libelli antiquitate et auctore (p. 333 a 452); 6. Indici.

25. Ap. RUDOLPH, p. 341-345, e pag. 432-434.

26. Pag. 408-9 — Il frammento di Ocello precisa Stobeo è in dialetto dorico. Epperò la trascrizione del libro De rerum Natura in dialetto attico, ai ritiene fatta dopo Stobeo, cioè dopo il V secolo di Cristo, quando il dorico era diventato nonché poco comune, ma quasi non inteso se non dai dotti. Anzi il Mullack è d’avviso che questa riproduzione del libro di Ocello in veste meno arcaica sia opera di eruditi bizantini del medio evo, forse del secolo IX o X, quando, siccome è noto agli eruditi, Cristiano Basso, per ordine di Costantino Porfirogeneto, ritradusse o ridusse in attico parecchie opere di geoponica e di altre scienze. — (MULLACK, nella prefazione ad Ocello, Op. cit., Paris, 1860).

27. RUDOLPH, pag. 408. Nelle Physicæ auscultationes di Aristotile, lib. IV, 86, è la parola ἀπάθεια, ch’è Ia famosa parola degli Stoici.

28. Il MEINERS scrisse: Attenti quivis huius libri lectores facile observabunt, eum, licet maximam partem ex Aristotelicis centonibus consutum, multis tamen Platonicis verbis, tanquam gemmis distinctum esse (Ap. Rudolph, 342). E coteste gemme le indicò egli dipoi, e conviene notarle, e sono: 1. παρά τ’αὺτο και ωσαὺτως, ἰσον και ὃμοιον αὐτο έαστου, che sono proprie ai Platonici e agli Eleatici; 2. ἐπιγεννήματα, che attribuisce a Crisippo (degli Stoici); 3. νεῖκος e φλοσις, che rigetta ai Pitagorici; e 4. διακόσμησις, che egli dice di Anassagora (p. 342). Il Rudolph risponde (p. 409): alla 1ª che, se appartenne anche agli Eleatici, non può offendere l’antichità di Ocello; allo 2ª, che la parola è adoperata da Ocello in diverso senso che dagli Stoici (le prove di ciò sono esposte dal Rudolph a p. 105), il che conforta alla tesi dell’antichità e genuinità del libro, non il contrario; alla 4ª, se consta che fu usata da Annasagora, non consta che questi, il primo, usasse Ia parola a significare «l’ordine del mondo»; né questa è parola del tutto filosofica oe remota dall’uso di altro genere scrittori. Infatti, Omero già usa διακόσμειν e διακόσμεισθαν, e si trova presso Erodoto e presso lo stesso Aristotile, che l’adopera nell’esporre i concetti di Pitagora (a pag. 257-8); alla 3ª risponde che è usata da Empedocle, e può bastare. E, inoltre tutti gli scritti dei Pitagorici sono forse noti per asserire che φῦσις non sia parola dei Pitagorici? — Il Rudolph non trascura anche la parola ὕλης che Tennemann disse essere più reecente di Platone e invontata forse da Aristotile, opponendo acute ragioni alle affermazioni dubitative del Tennemann. — Ma, in verità, si può egli fondare giudizii solidi e schietti su argomenti così elastici e, di loro natura, approssimativi e indeterminati? Ed il Rudolph conchiude: — «Il dubbio intorno ad una parola sola, intorno, cioè, all’antichità di cotesta parola, può essere egli, infine, da tanto che valga a far dubitare della stessa antichità del libro?»

29. RUDOLPH, pag. 446-7.

30. ID. pag. 193.

31. TIEDEMANN, Geist der spek. Philosophie, I, p. 91, in RUDOLPH a pagina 432-4.

32. RUDOLPH, pag. 435.

33. Conf. MULLACK, Op. cit. che lo dice altresì callidior antiquitatis simulator, etc., e aggiunge: technicus posterioris ætatis voces — vitavit ut vetustatis speciem præ se ferret, etc.

34. L’espositore è propriamente David, armeno, che visse nel secolo V dopo Cristo. Conf. MULLACK, op. cit.; e CHAIGNET, Pytag. et la Philosoph. pytagoric. vol I, p. 175.

35. Il Niebhur, che non crede all’antichità di Ocello e del libro, fa questa osservazione:

«I compilatori degli scritti pitagorici non si sarebbero serviti di nomi immaginari (?) di scrittori lucani, se non si fosse saputo che in quel paese quella filosofa era adottata, e che i Lucani scrivevano in greco». Storia Romana, I, p. 83.

Ma (sia lecito dimandare) se gli studi e l’insegnamento della filosofia pitagorica avevano corso in Lucania, che cosa vi è di assurdo o d’incredibile che un uomo chiamato Ocello si fosse occupato di questo genere di studii?

36. Conf. MULLACK, praef. ai Fragmenta, nell’Op. cit. — Il prof. A.E. CHAIGNET nel libro Pytagore et la philosophie Pytagoricienne, Paris, 1873, vol. I, p. 182, scrive:

«Anche in questa ipotesi (della tarda compilazione) il libro di Ocello ha un valore; e, se altro non fosse, mostrerebbe ciò che era divenuta la filosofia pitagorica verso il primo secolo a. Cristo. Il libro si distingue per la precisione delle idee e Ia logica del ragionamento. La dottrina in esso contenuta dell’antichità del mondo non ha niente che sia contrario alle vere dottrine pitagoriche; e se gli argomenti dello scrittore ricordano Aristotile e Parmenide, nulla può concludersi contro l’autenticità del libro, giacché la scuola ha vissuto fino ad Aristosseno, discepolo di Aristotile.»

37 CHAIGNET, Op. cit. vol. I, 181. — SCHOELL, Storia della letteratura greca profana, vol. II, par. IV, 98, edizione di Venezia, 1827.

38 CHAIGNET, I, pag. 181.

Parte I - La Lucania

CAPITOLO XIII

I LUCANI — PRIME SEDI E VICENDE. DAL FIUME SELE ALLO STRETTO SICULO 1

Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi.

Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordine alfabetico: «gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini, e, a loro congiunti, i Numistrani». Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi aggruppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate ovvero propagatesi dalle prime, epperò di meno antiche origini e di men piena, se così può dirsi, autonomia.

Chi consideri il posto che occuparono questi originarii o più antichi cantoni, vedrà che essi si distendono, tutti, intorno alla spina arcuata degli Appennini lucani orientale e occidentale: sono paesi posti sulla parte più elevata della montuosa regione, onde hanno origine i fiumi che solcano la parte pianeggiante e piana che dechina al mare; E poiché di stanziamenti propriamente lucani non si vede che si innoltrino nella parte pianeggiante verso il mare orientale e meridionale, vuol dire che le prime genti e nei primi tempi sostarono ivi, sui clivi degli Appennini, poiché trovarono occupata la parte pianeggiante della regione da genti più forti e avanzate in civiltà, che è a credere elleniche.

Seguendo gli indizi, che emanano dal dato topografico ora indicato, si può congetturare che, arrivati prossimi alla linea del fiume Silaro, occuparono innanzitutto Eburi, che la prima si parava loro innanzi sui poggi soprastanti alla larga pianura solcata dal fiume stesso.

Eburum era già stazione di antichissima gente che ci è parso di riattaccare ai Siculi, per le ragioni di omonimie altrove indicate2, e di stirpi od origini celtiche.

Le reliquie di costruzioni a poligoni irregolari e massicci che si veggono tuttavia presso l’odierno Eboli3, restano a testimonianza dei più remoti abitatori che precedettero ai Lucani.

Proseguirono, seguendo a monte il corso del Silaro e dei suoi maggiori influenti; e per l’alto Silaro occuparono Vulceium (dove oggi è Buccino), anche questa stazione già abitata da gente antichissima, il cui nome ricorda, e non per caso, i Volcae della Gallia Narbonese oltre il Rodano, e nell’lberia la città Veluca o Vulca4. Anche a Buccino si riscontrano gli avanzi di costruzioni a poligoni massicci o ciclopici. Prossimo a Vulcei era Ursei o Ursento, che (per quello sarò per dire in appresso) io allogo nel paese che si estende tra Vietri (di Potenza) e Caggiano. Anche Ursento era già stazione di popoli remotissimi, che ricordando le città di Urso e Ursao nella Betica, ci hanno dato ansa di riattaccarli ai Siculi, rivoli della fiumana celtica.

Numistro, che risponde, non improbabilmente, a un luogo dell’odierna Muro, era a confine con il paese degli Ursentini; e fu occupato. Anche qui testimonianze ancora visibili di costruzioni ciclopiche, forse di gente anteriore ai Lucani

Eburi, Vulcei, Ursento, Numistro furono, senza dubbio, tra i primissimi e più antichi stanziamenti dei nuovi arrivati Osco-Sabellici. E poiché l’antichissimo nome rimase al paese, abitato anche dopo l’occupazione lucana, vuol dire che vi rimase tutta o gran parte della popolazione antica, in soggezione senza dubbio a quei che di forza si soprapposero.

Di qua, allora stesso o poco di poi — chi può dirlo? — si diffusero le propaggini osco-lucane più verso il nord, intorno al grande nodo del Vulture, e fondarono ivi dappresso e Atella e Abella, che ricordano omonime sedi della gente osca tra il Vulturno e il Liri. Quindi occuparono Bantia, l’ultimo contado settentrionale della federazione lucana che è posta verso le prime fonti del Bradano, all’estremo termine della regione che è in confine con la Japigia. Bantia era stazione di gente enotria, forse di Conii5.

Influente maggiore del Silaro o Sele è il fiume Negro, che è l’antico Tànagro; e risalendo per la sua valle, si arriva all’altopiano, amenissimo, ove fondarono, su’ poggi che l’incoronano, e Àtena e Tegianum e Consilinum, con nomi che erano ricordi delle sedi antiche loro tra il Liri e il Volturno. Più innanzi, all’estremo sud-est dello stesso bacino, fu fondata Sontia; di cui, dopo tanti secoli, non è altro ricordo che il nudo nome dell’odierno paese di Sansa.

Queste sono stazioni appartenenti all’alta valle del Sele, al versante che diremo meridionale della catena appenninica della regione. Di qua, proseguendo innanzi, scesero altri loro sciami di gente sul lato orientale della catena stessa; ed occuparono sedi che sono per le alte valli e bassi clivi, onde declinano i fiumi che, frastagliando la regione lucana propriamente detta, si scaricano nel Jonio. Da questo lato surse, tra le prime stazioni loro, Grumento, nell’amena pianura ove ha il primo suo corso il fiume Aciri, oggi Agri; e se Grumento non era già abitata da più antiche genti, i Lucani che l’occuparono vennero ivi, probabilmente, propagatisi o staccatisi dagli stanziamenti dell’alta valle del Tànagro o Negro.

Anche Potentia nella valle dell’alto Basento fu uno dei primi impianti della gente lucana; benché è probabile abbia ricevuto, in seguito, il nome che ancora porta, da quei coloni picentini che Roma trasferì dall’Adriatico sul golfo Pestano, e di che farò cenno più innanzi.

Tutte queste città sono alle origini delle valli e dei fiumi che le solcano; e Bantia ai principii del Bradano, Potentia del Basento, Grumento dell’Agri, come Vulceio, Ursento e Numistro delle valli del Platano; e Consilino, Tegiano ed Àtena lungo il primo tronco del Tànagro, influente del Silaro.

Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiume Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di «Sirini». Non è finora noto né il nome, né il posto della città, capo del contado che essi abitarono; né se ne trova menzione anche in Plinio: vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai gioghi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta.

Coi popoli Sirini si completa la enumerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è degno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra per la valle di quell’altro e notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formano le valli del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti.

I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando, intopparono dapprima in genti di razza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi scrittori dissero Siculi. Ma incontrarono sopratutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero I Lucani. Si estendevano dalle spiaggia del Mar Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata nel secolo VI, lì era gente enotria6. Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e l’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII o VII, poiché si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del groppo del Pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alle valli dell’Appennino.

I Lucani che si avanzarono all’oriente del fiume Sele, non poterono non incontrarsi negli Enotri prima di giungere ai possedimenti ellenici; e gli Enotri, rimasti in mezzo tra le due invasioni, soffrirono la peggio. Urtati, riurtanti, guerreggiati, furono, senza dubbio, sottomessi; e poiché dai nuovi arrivati venne un nuovo nome alla regione che era detta Enotria, vuol dire che essi prevalsero in tutto, padroni delle terre e delle genti. È ignota la condizione che fu fatta ai vinti; ma al certo di tributarii o di servi, se non di schiavi. Era la condizione naturale delle cose e dei tempi.

Sibari ora ancora florida e potente, quando accaddero, sugli alti Appennini enotrii a ponente del monte Pollino, questi rimescolamenti di popoli. Essa dominava per tutta la vasta valle del Crati e dell’odierno Coscile, fino al Tirreno verso il fiume Lao e verso II fiume Siri dalla parte del Jonlo; mentre i barbari si saccheggiavano, si guerreggiavano, si urtavano all’estremo confine dei suoi dominii, sui monti. Doveva, forse, importare ad essa gran fatto, se codesti barbari, al confine, si chiamassero Enotri, ovvero altrimenti? importava tenerli a freno sul confine; e si può ben supporre lo facesse; così lei, come altre città italiote fiorenti sulle spiaggia del Jonio, quali Metaponto, Siri, Pandosia.

L’espansione dei Lucani dalla catena appenninica alle pianure lungo il mare, fu dunque primamente arrestata dalla resistenza che facevano ai barbari in genere codeste fiorenti città della Grecia italiota, e precipuamente da Sibari.

Ma quando questa fu distrutta nel 510 a.C. e all’impero sibaritico non altro ne successe per Ia bassa valle del Crati, l’ostacolo più grande all’espandersi di loro giovanili forze fu tolto; ed essi procedettero oltre, verso ed oltre il monte Pollino e giù per le valli delle fiumane scaricantisi al Jonio e al Tirreno ove erano colonie e stabilimenti di genti elleniche. Urtarono in quel periodo di tempo nei Greci: e il periodo lungo ed oscuro delle incursioni, delle rapine, delle guerre tra le genti di diversa, stirpe confinanti, o delle conseguenti conquiste dei più giovani coloni sui più vecchi di genti greche o grecaniche, questo lungo ed oscuro periodo è indicato nella frase sintetica del geografo che disse: «lungamente fu fatta guerra tra barbari della Lucania e gli Elleni delle coste»7 finché codesti barbari non giunsero al mare.

Gli Elleni italioti, oltre le grandi e celebri città sulla riva del Jonio e del Tirreno, ebbero stabilimenti e città di minore importanza per l’interno della regione, su per le valli di quelle fiumane, al cui sbocco sul mare le città maggiori a noi più note sedevano. Sarebbe necessario al nostro subbietto di segnare ove i precisi confini delle due genti arrivassero, ma non si può indicarli che in digrosso e senza la determinazione del tempo in cui la espansione avveniva.

Risalendo a monte per le valli del fiume Casuento o Basento si trova, nella parte superiore, Antia, che fu greca probabilmente, ma di gente osca altresì: e forse (argomentando dal nome) di origini antichissime coni-enotrie: ma non sapremmo dire quale delle due genti, di Oschi o di Elleni che l’occuparono, fosse anteriore. Per la valle dell’Aciris o Agri, a monte, furono stabilimenti ellenici presso l’odierno paese di Armento, ove fu città fiorente ed ellenica, di ancora ignoto nome alla storia, ma che io suppongo fosse Halesa o Halaso, o Calasarna, come si trova scritto il nome in Strabone. Per la valle stessa era in su verso gli Appennini un minore stabilimento, che fu detto «Acidios», e ricorda col nome grecanico le umili origini di tugurii coverti di stoppia8. La precisa giacitura di esso non è nota; altri, pure dubitando, l’allogherebbe non lontana dalle origini del fiume Agri, presso la odierna Brienza.

Per la valle del Siris o Sinno (oltre alla città di Lagaria) fu forse quella Tebe lucana, che è tra le più antiche città della regione e in remota età scomparse, che perciò stesso non si ha modo di stabilire, ancorché per indizii, ove ebbe posto; giacché è semplice congettura di quelli che vollero fondarla nelle vicinanze dell’odierna Castelluccio. I popoli superstiti alla violenta distruzione della città di Siri nel 433, come fu detto, dovettero prendere stanza per questi luoghi, forse in aumento di più antichi coloni usciti precedentemente dalla città stessa.

Dalla parte del mare Tirreno, risalendo per le valli del Sele, del Calore e dell’Alento, le popolazioni italo-elleniche della spiaggia tirrena si sparsero anch’esse, ma in minori proporzioni, pel paese interno verso gli Appennini. Non se ne ha traccia finora, che verso Eboli, a giudicare da sepolcri greci scoverti pei suoi campi9, benché questo sia indizio leggiero al peso della prove. Né posso aggiungere, come fondazione ellenica, la città di Àtena nel vallo di Diano, oggi Tegiano; perché la diversa accentuazione tra questa parola e l’altra omonima mi tiene in bilico; e se la diversa accentuazione non fa, quel nome potrebbe indicare origini greche non meno che osche10. La stessa onomastica topografica darebbe indizii di stanziamenti ellenici su quelle parti dell’alto Appennino donde propriamente hanno origini le fiumane che corrono al Sele. Ma perché non è impossibile, che codesti lontani, dal mar Jonio o dal Tirreno, stabilimenti ellenici avessero potuto aver luogo anche quando i Lucani dominavano fino ai mari stessi, non può concludersi, che l’origine loro fosse precedente all’espandersi de’ Lucani.

In conclusione, possiamo ritenere, così in di grosso (come si addice a tempi tanto remoti e anteriori a testimonianze di storia scritta), che gli stabilimenti ellenici delle colonie greche si protrassero entro terra fino agli ultimi contrafforti della catena appennina lucana. Restava la parte montuosa della regione agli stanziamenti degli Osco-Sabellici, finché Sibari non ne arrestò l’espandersi oltre. Ma scomparsa Sibari, e surte nuove condizioni di cose per le vecchie popolazioni enotrie a Sibari soggette, le giovani tribù montanare che erano in vedetta al confine occidentale, ebbero a giovarsene; e se ne giovarono. L’epoca dell’espandersi loro per la valle del Crati non è nota: ma se appoggio di congettura è consentito in tanto buio, parmi ammissibile che verso il 450 a.C. fossero già su pei clivi e le circostanze dell’altissimo groppo del Pollino, dai cui fianchi orientali fluisce il Coscile; e che nel 448 avessero già piede fermo su pei monti d’intorno, quando fu rifondata Sibari col nome novello di Turii. Se la storia non ricorda invasioni, o guerre, o di altro genere ostacoli de’ Lucani alla novella fondazione di Turii, dal silenzio non può giustamente arguirsi che essi fossero ancora di molto lontani. Non potevano essere di molto lontani dal fiume Coscile presso cui surse Turii, se si tiene conto di tutto il conseguente evolversi della storia dei Lucani, che in men di un secolo, dopo la fondazione di questa città, si trovano signoreggiare per tutta la penisola che poi fu detta Bruzia.

Quando, discesi dalla catena del Pollino, si fecero innanzi per le valli de’ fiumi Coscile e Crati, alla metà del secolo V, incontrarono, su per la spina degli Appennini, quel gruppi di genti che un secolo dopo prendono nome e posto nella storia col titolo di Bruzii; ma che venuti commisti con le migrazioni enotrie, erano già rimasi in soggezione di Sibari, finché essa restò in piedi. Delle origini loro parleremo più innanzi: qui diremo solamente, che i Lucani li sottomettono e li incorporano, non si sa in quali condizioni di sudditanza o protettorato, nel loro politico dominio; e per queste conquiste od acquisti, diventati più forti e temibili e temuti, si apparecchiano agli ulteriori ingrandimenti che si estesero fino all’estremo della penisola.

È questo l’evento culminante della storia dei popoli Lucani.

Da esso e per esso cresciuti di forze, di animo, di fama, la giovane nazione può dirsi addiventi uno Stato, che ha coscienza di sé, se si propone uno scopo e lo prosegue. La federazione primitiva si trasforma, o si stringe, o si accentua alle nuove condizioni di cose; e, se fosse lecito congetturare, parmi che allora, in questa condizione di cose, in questo periodo di tempo, agli antichi ordinamenti militari dei cantoni primitivi dové aggiungersi un nuovo ordinamento, quello di un esercito mobile, di una banda mobile armata destinata alla conquista non di stanziamenti per sé, ma di popoli o città soggette. E si volsero allora verso le spiaggie ove erano genti e città in più florida e ricca civiltà. Tutto questo periodo di eventi dové svolgersi dal 440 al 400 a.C. Tra il 420 al 400, la storia scritta li trova e li nomina la prima volta in guerra con le città greche delle spiaggie; e non guari dopo Ii incontra in alleanza col famoso despota di Siracusa, Dionigi il vecchio. Erano essi dunque in quel tempo già forti, già per precedenti fatti dalla fama segnalati nonché allo estremo della penisola, ma fino a Siracusa, la più potente allora e florida città ellenica dell’Italia meridionale e insulare. Non erano dunque allora allora sbocciati alla vita delle nazioni.

Dionigi, che aveva dominio ormai assoluto in Siracusa e per gran parte di Sicilia, intendeva estendere l’autorità sua al di là dello stretto, sulla prossima penisola italica, popolata delle fiorenti città di genti elleniche. Aveva già autorità di signoria o di protettorato, in sembiante di alleanza, sulla città di Locri: tentò di prendere Reggio di forza; non riuscì, ma non smise gl’intendimenti di avere in mano questa chiave dello stretto. Comprese egli di leggieri quale partito poteva trarre favorevole ai suoi disegni da quel novello popolo che si affacciava in armi dalla parte boreale della penisola stessa. Egli dové de’ suoi consigli o di aiuti stimolare e sospingere innanzi i Lucani. Entrò anzi, non guari dopo, in accordi con essi loro a danno delle città greco-italiche. E queste, poste in mezzo alle due correnti minacciose, si affrettarono a provvedere come nelle contingenze di grandi sgomenti, e strinsero tra di loro una lega difensiva.

I primi urti, la prima irruzione dei Lucani verso le città greche pare che avvennero contro la città di Turii.

Questa oppose ad essi le sue milizie comandate da Cleandrida, uno di quei capitani o soldati di ventura di Sparta, che, come quelli del medio evo, si davano al soldo delle città greche, piuttosto commercianti che guerriere, sulle coste italiche. E perché cotestui è, indubbiamente riconosciuto come il padre di Gilippo, del quale è cenno in Erodoto, si è potuto fare il giusto computo, che l’irruzione dei Lucani contro Turii, difesa da Clenndrida, avvenne intorno al 420 a.C.

Turii probabilmente non fu presa allora; essendo certo che i Lucani tornarono all’attacco un trent’anni dipoi, nel 393. Nel periodo che intercede tra queste due epoche, può ritenersi come accertato che essi si impadronirono della città di Lao sul Tirreno, e come probabile che occupassero allora anche Posidonia, più forte e fiorente di quella. L’anno preciso non si può designarlo, ma l’epoca approssimativa gli è questa11. Elea però dové resistere, allora e dopo, ai loro attacchi, come aveva resistito a quelli dei Posidoniati12; invece Terina, sulla costa occidentale tirrenica, al di là di Lao, cadde in loro dominio.

Cresciuti di animo, di forze e di fama, tornarono agli attacchi contro di Turii nell’anno 390 a.C.; e allora si fece manifesto il duplice fatto, di cui è menzione in Diodoro Siculo13, l’alleanza cioè de’ Lucani con Dionigi di Siracusa e la lega delle città italiote, a scambievole difesa contro costoro che li minacciavano.

Lasciamo che parli Diodoro, fonte unica e credibile degli eventi: ma non cerchiamo altrimenti nella sua cronologia che una nòta di approssimazione.

«Qualche tempo dopo (cioè dell’impresa non riuscita contro Reggio da parte di Dionigi, nel 390, e del trattato di lui coi Lucani) i Lucani invasero il territorio di Turii; e questa si affrettò a richiedere di pronta difesa i suoi alleati; da poiché le città greche14 d’Italia avevano stipulato tra loro un trattato di mutuo soccorso, nel caso il territorio di una di esse fosse invaso da’ Lucani; sotto pena di morte ai capi militari di quella città che mancasse agli impegni.

Alla voce di allarme di Turii le alleate città si prepararono ad entrare in campo. Ma quei di Turii non aspettarono; e prima degli altri mossero contro i Lucani, confidando nel loro esercito di oltre a 14.000 uomini a piedi e di quasi 1000 a cavallo.

A questa mostra di forza i Lucani si ritirarono nel loro paese; quindi i Turii ad inseguirli, invadendo essi la Lucania, impadronendosi di una fortezza e facendo molto bottino. Ma questo primo e favorevole successo riuscì loro a disastro, quando con imprudente consiglio s’impigliarono in certe gole di monti precipitevoli, all’intento di impadronirsi della fiorente città di Lao15. Pervennero ad una pianura chiusa tutta intorno da una corona di monti scoscesi; e qui furono attaccati dai Lucani, che riapparvero di su quei monti con un esercito di 30,000 uomini a piedi e di circa 4000 a cavallo.

I barbari discesero al piano; e attaccarono i Greci spaventati dal subito apparire di un nemico in numero sì grande16. Nel combattimento gli Italioti, soverchiati dal numero, perdettero oltre a 10,000 uomini; i Lucani avevano ordine di non dare quartiere. Il resto dei Turii disfatti, parte si salvò su un’altura prossima ala mare17; altri, vedendo in mare delle lunghe triremi e credendo fossero di quei di Reggio, si gettarono a nuoto e arrivarono alle navi. Ma queste erano navi non di italioti, ma sì di Dionigi Siracusano, che le aveva spedite in aiuto ai Lucani sotto il comando di suo fratello Leptine. Questi nondimeno accolse umanamente i fuggitivi; li ritornò a terra, e impegnò i Lucani di essere contenti di una mina di argento18 pel riscatto di ciascun prigioniero; che erano oltre il migliaio. Lui stesso si diè mallevadore del patto; anzi promosse la pace tra i Lucani e gli Italioti. Ma se cotesta benevola intromissione conciliò a Leptine maggiore stima da parte dei Greci ai quali recava vantaggio la cessazione della guerra, non riuscì gradita a Dionigi, il cui interesse era quello di fomentare dissensioni e ostilità tra gli uni e gli altri, a fine di agevolare i suoi disegni di dominio in Italia. Laonde tolse il comando della flotta a Leptine, e vi pose invece l’altro suo fratello Tearide»19.

Dove egli accadde rimboscata e la vittoria, che qui si narra, dei Lucani sugli eserciti della città di Turii? Le parole di Diodoro, quanto al luogo, nulla determinano; e le diverse induzioni topografiche dei moderni non sono che congetture. Strabone accenna ad una sanguinosa battaglia vinta dai Lucani sugli Italioti «presso all’edicola delta di Dragone, posta nelle vicinanze della città di Lao»20; battaglia che, per l’importanza e le conseguenze sue, diè occasione allo spaccio postumo di una delle solite profezie oracolari amfibologiche che egli ricorda. Se questa battaglia è la stessa di quella, ben importante e sanguinosa, che narra Diodoro e che infatti altri scrittori moderni identificano, io metterei il luogo della imboscata e della battaglia in quella che oggi è detta valle di San Martino, a quasi metà cammino tra la valle orientale ove era Turii e la spiaggia occidentale dove era Lao; e che, circondata da alti monti, si presta conforme alle indicazioni generiche del fatto.

Forse Turii non cadde allora in dominio dei Lucani. Ma non poté riuscire ad essi senza frutto una sì strepitosa vittoria. Crebbero sempre più, nonché di animo, di fama. La recente sottomissione dei Bruzii, portandoli nella regione silana, li avvicinava a Petilia, e ne faceva loro apparire necessaria l’occupazione: giacché, sedendo questa città dove oggi è Strongoli, poco lungi dal mare Jonio, era per essi un posto, come ora diremmo, strategico di prima riga: sia perché dalla natura del luogo fortissima, sia perché, prossima alla spiaggia jonia, avrebbe aperto ai Lucani una via al mare Jonio, e scalo opportuno alle relazioni ed agli aiuti per mare del sovrano di Siracusa. Era inoltre cuneo che disgiungerebbe un possibile congiungimento di forze tra Turii e Crotone; e opportuno approccio di offesa contro quest’ultima città. Petilia fu dunque investita ed occupata dai Lucani verso il 380 a.C. o in quel torno. Il luogo, di per sé munitissimo, essi non mancarono di fortificare anche di opere murarie, che Strabone, per facile e probabile equivoco, riferisce ai Sanniti21. Fecero anzi dippiù, chi voglia intendere alla lettera un accenno dello stesso geografo: e Petilia divenne per essi metropoli22 ovvero capo dei possedimenti, che venivano acquistando dal fiume Crati al sud della penisola che poi fu Bruzia.

Ma anche limitata all’ufficio di capitale dei possedimenti lucani nel Bruzio23, il posto ci parrebbe poco adatto. Posta qual era verso alle spiaggie del Jonio, non è dubbio fosse ben atta alle comunicazioni marittime, specie con Siracusa; ma non è dubbio che restava, a così dire, staccata dalla regione continentale per forza di quell’amplo e immenso altopiano che è la foresta della Sila. Tagliata fuori per topografici ostacoli fortissimi dal resto della penisola, se mai fu capitale o centro militare del governo lucano pei possedimenti del Bruzio, non poté essere se non per poco tempo, finché la conquista non si estese. Conviene dunque interpretare altrimenti la frase del geografo; nel senso cioè di «città primaria» e fortezza importante dei nuovi possedimenti Lucani; di capitale non già.

Con la sottomissione dei Bruzii i Lucani ebbero Cosenza. E padroni di tutta l’ampia valle del Crati, e dell’amplissimo groppo della Sila e di Petilia, era naturale che, con l’impeto che impenna la vittoria e la fortuna secondi, si spingessero oltre al sud, alla meta dello stretto siculo. A questo ultimo limite, infatti, disegnerebbe il contine della Lucania il «Periplo» che va sotto il nome di Scilace; giacché per esso sono in Lucania, nonché Posidonla, Elea, Ipponia e Terina e la poco nota Platea24, ma anche Reggio, Locri, Caulonia, Crotone, oltre che Turii25.

E poiché il «Periplo» dello pseudo Scilace è, per tardi accenni, riconosciuto siccome scritto in gran parte tra il 390 e il 360 avanti l’èra volgare26, si può ritenere che i Lucani occuparono la penisola, che poi ebbe nome dai Bruzii, nella prima metà del secolo IV avanti Cristo. Ma l’occupazione o non fu durevole, o vuole intendersi della parte interna e montuosa della regione; giacché, lo confesso, avrei difficoltà ad intenderla, sulla lieve e indiretta indicazione di un libro interpolato, fino a città come Reggio o Locri; per le quali non si hanno, da altre fonti, notizie o indizii che confermino il fatto.

Tanto e sì pronto espandersi della giovine nazione ebbe speciali ragioni, che solo in parte ci è dato di apprezzare.

Un esercito, o diremmo meglio una forza armata di un trentaquattromila uomini, quanto i Lucani ne misero in moto agli attacchi di Turii, era forza davvero formidabile, se diretta da mente eletta, animosa, ed energica, di fronte segnatamente ad avversarii o non compatti ed unanimi, o fiacchi. Li favoriva la politica guerresca e diplomatica dei despoti di Siracusa, che, tendendo a dividere, per avervi autorità di dominio, le città italiote, era naturale incoraggiasse la giovane nazione ad esse inimica, che si affacciava alla storia. Ma ai giovani ardimenti dell’una conferì sopratutto la immanente fiacchezza dell’altra parte: le città italiote pel naturale antagonismo degl’interessi e di stirpi, per le acute rivalità di vicinato, per l’instabilità degli ordini interni, agitati da i fermenti democratici, mai non pervennero a costituirsi in corpo compatto, se non unico: e le fragili leghe, quanto laboriosamente conchiuse, tanto sollecitamente disciolte.

Ma l’ardore battagliero dei Lucani intoppò presto negli intenti supremi della politica di Dionigi. L’estremo corno della penisola bruzia, per la qualità della gente e per postura geografica e, da tempi antichissimi fino ad oggi, piuttosto un’appendice della Sicilia che parte del continente; il breve stretto di mare non che disgiungerli, fa di Reggio un sobborgo di Messina; mentre i contrafforti dell’Appennino interno separano, per distanze impervie o malagevoli, il Reggiano dalla superiore Calabria. Siracusa nell’evolversi di sua potenza, ebbe intendimento perenne di tenere un piede nella Ellade della prossima terra ferma: Locri e Reggio dovevano essere posti avanzati delle sue milizie e delle sue flotte per aprirgli le porte e spianargli le vie al predominio dell’Ellenia italica. I Lucani, avanzando di troppo, offendevano gl’intenti di questa politica; e Dionigi che li ebbe alleati, non si perita di averli a nemici; lo strumento agli intenti suoi non occorre, ed egli lo spezza. A cotesti intenti si riattaccano i disegni (che altri riferisce al vecchio Dionigi, altri al giovane), di separare l’ultima punta della penisola Bruzia dalla restante Italia mediante un muro, ovvero un fossato o canale che sia, lunghesso l’istmo da Scillace sul Jonio a Terina sul Tirreno27: un disegno che non ebbe seguito, sia le difficoltà, sia l’inanità sua.

A’ Lucani che molestano le città italiote sul Jonio, egli si oppone, mollemente, quando essi dànno pensiero alle prime; ma li combatte di forza, quando appressano al territorio tra Locri e Reggio. Poi fa la pace con essi, e Diodoro Siculo scrive, accennando a fatti che ci restano ignoti:

«Dionigi, dopo aver fatto mollemente per qualche tempo la guerra ai Lucani, sui quali aveva riportato molti vantaggi, mise termine ben volentieri alle ostilità»28.

Dionigi il giovane successe al padre nel 368 a.C.; e la notizia del trattato di pace che è ricordato da Diodoro, andrebbe riferita tra questo anno e il 370. Il trattato che mise fine alle ostilità riconobbe forse, da parte dei Lucani, l’obbligo di non oltrepassare il confine dell’istmo che egli voleva separare di fatto dal resto d’Italia; ma non basta: contenne qualche cosa dippiù, se è lecito argomentare da taluni fatti posteriori. Dové contenere impegni di guerreschi aiuti alle future imprese di Dionigi; aiuti militari, senza dubbio, di cui non è dato precisare il carattere; ma che non è improbabile avessero qualche somiglianza con quella condotta di truppe e capi di ventura, che, in quegli stessi tempi e per gli stessi luoghi, venivano a stipendio de’ Cartaginesi, de’ due Dionigi e di altre città, dalla Campania intorno al Liri e al Volturno: mercenarii tristamente noti sotto il nome di Mamertini, che erano Campani di stirpe sannitica. In molteplici fazioni di guerra avevano levato, nonché fama, terrore del loro nome; avevano anzi occupato una città, cui da loro venne il nome di Mamerto.

Dionigi il giovine, circa l’anno 366 a.C. cacciò da Siracusa in esilio Dione, uomo e cittadino eminente, anzi membro della stessa casa reale di Dionigi. L’esule venne in Italia, cioè nell’ultima penisola; poi andò in Grecia, e nell’una e nell’altra parte procurò soccorsi di armi e di navi; e con essi favorito che era dall’opinione pubblica e da sua alta mente, tolse Siracusa al dominio di Dionigi, che a sua volta venne lui in esilio, a Locri. Era l’anno 357 a.C. Ora è ricordato da Strabone, che Dione, per offendere di tutte le armi il despota di Siracusa, indettò le genti del Bruzio, che erano in soggezione ai Lucani, di ribellarsi al giogo, affinché a Dionigi fosse mancato l’aiuto dei Lucani in guerra. Ecco perché da noi si è testé argomentato che il trattato di pace del 368 tra Dionigi e i Lucani, avesse contenuto clausole di aiuti militari da parte di costoro alla politica dionisiana. Certo, l’insurrezione dei Bruzii era un diversivo poderoso e contrario ai disegni di Dionigi; essa, obbligando i Lucani a combatterla per reprimerla e sottometterla, li forzava di restare sull’arma nei proprii confini.

E i Bruzii, infatti, si sollevarono contro i Lucani verso questi medesimi tempi; e Diodoro riferisce la loro prima comparsa nel campo della storia verso l’anno 356. L’epoca coinciderebbe, su per giù, con la notizia che è data da Strabone. Ma di essi riparleremo.

L’evento, certamente gravissimo alla nazione Lucana, è uno dei punti capitali della storia loro più antica. Dal grave fatto derivarono due conseguenze: cessò, da un lato, l’espandersi de’ Lucani verso il sud della penisola, e si restrinsero in quelli che furono i naturali contini della Lucania. L’altra conseguenza fu, che quindi innanzi, rivolsero l’energia loro conquistatrice verso il nord-est della regione stessa; ove erano città e stati ellenici dell’importanza di Taranto, di Metaponto, di Eraclea, ed altre minori.

Ma restringendosi nei propri confini, non vuol dire che essi si tennero al nord del fiume Lao e del Sibari-Coscile fin da quel primo apparire nella storia del popolo bruzio. Le lotte fra gli antichi padroni e i nuovi popoli rivendicati a libertà dovettero ripetersi e continuare un periodo di tempo, che non possiamo determinare, ma che non si può credere brevissimo. Un trent’anni dopo questo tempo, quando, cioè, Alessandro il Molosso, chiamato in aiuto dai Tarantini, combatteva contro i costoro nemici, che erano appunto i Lucani e i Bruzii, verso il 331 a.C. si legge in Tito Livio che il Molosso prese Cosentia ai Lucani, quindi Terina ai Bruzii29.

Non fu dunque che all’assetto della penisola, dopo la morte del Molosso e non prima, che i Lucani restrinsero il loro dominio alla regione intorno al Pollino, che è il gruppo dei monti onde hanno le prime origini il Lao ad occidente e il Sibari-Coscile all’oriente, i quali indi poi furono appunto considerati come il confine idrografico dei due popoli e delle due regioni.

NOTE

1. Ecco la cronologia relativa a questo capitolo, dal secolo VI al IV avanti C.

Av.C. 600-550. — Arrivo dei Lucani nel paese ad oriente del fiumo Silaro.

510. — Sibari cade.

Dal 500 al 450. — I Lucani si avanzano verso i Bruzii, al sud del monte Pollino.

448. — Turii fondata non lontana dal mare Jonio. — I Lucani restano su pei monti, intorno Consentia (?).

Dal 440 al 410. — Progressi dei Lucani oltre il fiume Crati, verso il sud. — Continua in questo periodo la sottomissione dei Bruzii.

420. — Irruzione dei Lucani contro la città di Turii, difesa da Cleandrida.

Dal 410 al 400. — Sottomettono Posidonia.

? 394. — ? 390. — Trattato de’ Lucani con Dionigi il vecchio (Diodoro XIV, 100).

393. — Le città italo-greche si collegano contro i Lucani.

302. — I Turil sono battuti da’ Lucani presso la città di Lao. — I Lucani assoggettano la città di Lao.

? 380. — I Lucani s’impadroniscono di Petilia.

Dal 380 al 870. — I Lucani arrivano fino allo stretto siculo (secondo Scilace).

370-368. — Ha termine una guerra tra Dionigi e i Lucani (Diodoro XVI, 5).

356-350. — I Bruzii si staccano da’ Lucani.

350-300. — Guerra tra Bruzii e Lucani (durante una generazione?).

Dal 300 in poi. — I Lucani si volgono all’oriente, contro Metaponto, Eraclea, Taranto.

2. Al capit. IV, pag. 53.

3. Al capit. IV, pag. 62.

4. Per Veluca, v. in CANTÙ, I. 35, Stor. Ital.

5. Vedi innanzi al capitolo IV.

6. Vedi innanzi al capitolo IV.

7. Diu inter se Graeci ac barbari bello certaverunt… STRABONE, VI, 389.

8. V. in seguito, al capitolo XXII.

9. Nella «Storia» del CORCIA, vol. III, 294) egli vede una prova di stabilimenti ellenici nelle circostanze della odierna Campagna di Eboli, là dove era l’ora distrutto villaggio di Tuori: e argomentando da questo nome, ricorda proprio la città di Turii! Ma è fallace e falso argomento. Le parale topografiche di Tuori, o Toro, o l’accrescitivo Torone, o Tirone, ecc. sono del tutto medioevali: significano prominenze o montagnuole, e non altro.

10. L’Àtena lucana, ha l’accento tonico sulla prima sillaba; e sulla seconda I’«Atìna» della Campania osca, che in origine fu Antinum.

11. HEYNE dice (Opusc. Acad. II, 204):

Non constat quo tempore Posidonia sub Lucanorum ditione cesserit; etsi cessisse satis constat: (STRABO, v. 390) … Hinc Lucani in Thuriorum fines excurrere; et eodem anno (390 a.C.) proelio facto magna clade Graecorum copias afficere. Ab iis itaque temporibus magnum fuit Lucanorum nomen: et tum factum probabile fit, ut Posidoniam cum aliis graecis civitatibus, ut Velia occuparent.

Non però Velia.

NIEBHUR (Stor. rom. I, p. 89) scrisse che Ia conquista di Pesto dai Lucani debba riportarsi intorno ai tempi della guerra del Peloponneso; e vuol dire dal 431 al 404 a.C.

STRABONE dice de’ Lucani: et superatis bello Posidoniatis, atque eorum sociis, etc. (V. 391), ma non dice chi erano codesti alleati dei Posidoniati.

12. STRAB. in principio del VI…, et Lucanis resisterunt Eleatæ, et Paestanis

13. DIODORO, lib. XIV, § 101, all’Olimp. XLVII, 3. — 390 a.C.

14. MICALI qui dice: «le città greche di stipre achea», ed è giusta limitazione (L’Ital. av. i Romani, vol. II, p. 121).

15. Di qua apparirebbe che i Lucani fossero, già prima del 390, padroni di Lao. — Ma non debbo omettere di ricordare, che la relativa frase del testo diodoriano è emendazione del Niebhur, che il Grote dice ingegnosa e che accetta anche lui (Stor. gr. XVI, c. II, p. 100); mentre le vulgate edizioni dicono: «all’intento di rendersi padroni di un popolo (λαων) e di una città molto ricca».

16. Il LENORMANT (Grande Grèce, I, 310) dice che «l’imboscata e il fatto di armi avvenne, per quanto sembra, nelle vicinanze di Lagaria, o della attuale Rocca Imperiale», e vuole intendere sul terreno versante al mare orientale o Jonio. GROTE è di contrario avviso. Vedi nota che segue.

17. Il GROTE (vol. XVI, c. II, p. 100), che narra il fatto quasi con le parole di Diodoro, qui aggiunge «mare meridionale» e intende sempre del mare Tirreno, sul quale era la città di Lao. Evidentemente egli ciò intende, in causa della emendazione di Niebhur al testo Diodoriano, della quale ho fatto cenno in una nota precedente. — Io non posso dir altro se non che nel testo di diodoro è un’anfibologia: ma non si potrebbe accettare, come indubitato, che lo stanziamento della flotta di Leptine e lo scioglimento ultimo del dramma da parte di costui avvenisse nel mare Tirreno, al golfo di Lao. Se i Lucani cominciarono con operare contro Turii, che è sul Jonio, e se Dionigi mandò la sua flotta col Leptine «in aiuto dei Lucani» come afferma Diodoro, gli è assurdo il credere che la flotta fosse stata mandata altrove, che non sia nel mar Jonio, là dove sedeva Turii. Per trovarla nel mare di Lao, al Tirreno, bisogna non ritenere, come è dato, il racconto di Diodoro; e in tal caso manca ogni base al fatto e al racconto. O si vuol egli ammettere che il piano di guerra, che si svolge nello stratagemma della ritirata, fosse stato già combinato con Dionigi? Non impossibile; né improbabile: ma molto moderno. Deve inoltre, e giustamente, supporsi che i Turini, sbandati e fuggitivi, avessero preso la via verso il versante jonio, piuttostoché verso il Tirreno; perché sul versante Jonio era Turii. — Anche Vannucci dice «la grande sconfitta» avvenuta presso Lao; e intende, senza dubbio, del mare o golfo di Lao (Stor. d’Ital., lib. III, cap. 3, 369).

18. Una mina sarebbe uguale a lire 96.25 circa.

19. DIODORO, XIV, 101 e 102. — GROTE metet il fatto all’anno 398 a. Cristo.

20. STRABONE, lib. VI, 388.

21. STRABONE, VI, 390:

Petelia Lucanorum metropolis censetur… Urbs est natura loci munita: itaque et Samnites aliquando castellis extructis se contra eam tutati sunt.

22. «Metropoli» portano tutti i codici di Strabone, come nella nota antecedente. Questa parola ha dato campo a molte e varie opinioni; e noi ne riparleremo più innanzi.

23. È la spiegazione che ne dà il LENORMANT, Grande Grèce, I, 386.

24. MAZZOCCHI: vedi la nota che segue.

25. Ecco come è interpretato il passo di Scilace dal CLUVERIO (Ital. Antiq., II, 1253):

In ea (Lucania) urbes graecae sunt istae: Posidonia, et Elea Thuriorum colonia, Pandosia Plataeum, Terina, Hipponium, Medma, Rhegium promontorium atque opidum. E poco dopo: Post Rhegium sunt opida haec: Locri, Caulonia, Croton. Lacinium, Templum Minervae et Calypsonis insula, ipsi Crathis et Sibaris amnis; oppidumque Thauria. Hi in Lucania Greaci sunt. — Il Mazzocchi non accetta la emendazione di Cluverio del Plataeum, ciòè «dei Plateesi» riferendoli a Pandosia, ma ritiene la parola Platees, come portano le vulgate edizioni, e crede che Silace accenni proprio ad una città di Platea. (Ad Tabul. Her. 101 e 554). Altri vorrebbero leggere, nel luogo controverso di Scilace, Clampetia — Conf. CORCIA, Op. cit., III. 170.

La città di Platea, finora, è del tutto ignota.

26. NIEBHUR era di avviso che fosse dell’epoca tra il 370 e 390 a.C. la parte del «Periplo» che riguarda l’Italia meridionale. — Letronne opina per la fine del V secolo, o del principio del IV a.C. E così, su per giù, i moderni tutti. — Conf. VIVIEN DE SAINT-MARTIN, Hist.de la géographie. Paris, 1873, pag. 98. — Scilace non fa menzione dei Bruzii; quindi anteriore al 356.

27. GROTE, Op. cit., vol. XVI, cap. 2. p. 634:

«Egli (Dionigi il vecchio) progettò di costruire una linea di muro Traverso al non Iargo istmo della penisola, da Sciletium ad Ipponium, per modo di separare il territorio di Locri dalla parte settentrionale d’Italia, e a metterlo completamente sotto il suo controllo. Ostensibilmente il muro era destinato a respingere le invasioni dei Lucani: ma in realtà (ci dicono) Dionigi intendeva interrompere le relazioni di Locri con gli altri Greci del golfo di Taranto. È detto che questi ultimi ostacolassero l’impresa: ma le difficoltà naturali erano di ben grande ostacolo: né al sa che il muro fu mai cominciato»27a.

27a. STRAB. VI, 261 e PLIN. II, n. III, 1. Questi parla di istmo di 20 miglia, intercisum. Strabone invece parla di muro trasversale che è più probabile.

28. Lib. XVI, § 5.

29. TITO LIVIO, lib. VIII, dec. I, 24.

Parte I - La Lucania

CAPITOLO XIV

I BRUZII: ORIGINI, NOME, E PRIME VICENDE

Prima di procedere oltre occorre, per non estranea digressione, ricercare chi erano i Bruzii; onde venne l’origine e il nome, e quali le loro prime vicende poi che si staccarono dai Lucani, originis suae auctoribus, come si espresse lo storico Giustino.

In Diodoro Siculo si legge che,

«nella CVI Olimpiade (398-401 di Roma — 356-353 a.C.) una moltitudine di gente di ogni razza, e in gran parte di servi1 fuggitivi, si raccolse nella Lucania. Vissero dapprima la vita dei predoni; e quel continuo agitarsi in mezzo a incursioni violente e a sospetti di attacco, li temprò acconci agli esercizii di guerra. Poi la potenza loro venne in auge, quando nelle mischie che sostennero con gli abitanti del paese, ebbero la meglio. Vennero primamente all’assalto della città di Terina, e presala, la saccheggiarono: sottomisero in seguito Ipponio, Turii ed altre città: e stabilirono un governo proprio. Fu dato loro il nome di Bruzii, perché erano servi la maggior parte; e nello idioma del paese quel nome è dato agli schiavi fuggitivi2. Tale è l’origine della gente dei Bruzii in Italia»3.

Strabone aggiunge4

«che a cotesto genere di gente venne il nome di Bruzii dai Lucani, i quali denominano appunto così i loro disertori5 o ribelli. Erano, a così dire, pastori dei Lucani; e dalla costoro indulgenza6 ottennero la libertà quando se ne staccarono: questo avvenne ai tempi che Dione, per muovere guerra a Dionigi, concitava un contro l’altro i popoli».

Dione fu sbandito da Siracusa circa l’anno 367.

Ma, secondo la natura delle cose, non va cotesto racconto delle origini bruzie. Una guerra di secessione tra una parte e l’altra della gente originaria lucano-sabellica, può comprendersi; ed esempi antichi e moderni non mancano. Antagonismi permanenti d’interessi o di sentimenti, sia per postura geografica, sia per diversità di credenze, possono a lungo andare erompere in guerre di secessione tra le parti di un corpo politico. Ma, nel caso narrato dei Bruzii, siamo innanzi al fatto di schiavi e padroni, o di servi e padroni; di schiavi (si vuole notarlo) non sparsi per tutta la distesa della regione lucana, ma raccolti in una parte estrema della regione stessa, che era quella intorno alla Sila e alle vaste valli del Criati: poiché è lì che si costituisce la gente, e lì d’intorno sottomette le città di Terina, di Turii ed Ipponio, e non città della Lucania propriamente detta. Ora la schiavitù, o servitù di gente soggetta a padroni non indica nella storia antica comunanza di schiatta, o fratellanza di origini, o identità di genti. Indica invece sottomissione violenta di una gente ad un’altra: il vincitore diventa padrone e dello Stato e delle terre del vinto; diventa azi padrone della libertà del vinto, quando questi non è spento, o non emigra in massa lontano. Il vinto diventa schiavo, o almeno, per meno gravi condizioni di cose, servo dell’altro.

E se questo è fuori dubbio, i Bruzii che sono detti schiavi fuggitivi o, sia pure «servi rurali»7 dei Lucani, non furono altrimenti che genti antiche della contrada, sottomesse per diritto di guerra ai vincitori. Se fossero state parti etniche anche essi delle stesse tribù Lucane od Osco-lucane, non avrebbe spiegazione adeguata il fatto del primo sorgere loro a nazione separata e distinta.

Chi fossero coteste genti è agevole arguirlo in genere; ma non è possibile determinarlo con qualche certezza. Se, a testimonianza concorde delle antiche notizie, la regione era abitata dagli Enotri e dal Conii quando vi arrivarono i Lucani, le genti che, nei tempi storici, compariscono sottomesse ai Lucani sull’alto Crati e intorno al grande groppo della Sila, parrebbe non fossero altrimenti che reliquie di quei popoli che vennero indicati sotto la denominazione di Enotri e di Conii.

Ma questa denominazione comprese, secondo il nostro concetto, genti varie e molteplici. Se gli Enotri non fossero che unica schiatta di popolo, e se i Bruzii della storia non fossero stati altrimenti, che gente enotria della stessa famiglia, della stessa nazione, dello stesso corpo, a così dire, civile che fu quella gente abitatrice dell’ampia regione lucana dal fiume Bradano in giù verso il sud, noi non si saprebbe spiegare, perché unicamente gli Enotri accasati intorno al groppo della Sila e sull’alto Crati si sarebbero rivoltati contro gli antichi padroni; quasi che gli Enotri dell’interna regione fossero stati sommessi a men dura condizione di vivere politico o civile; né si saprebbe spiegare (se così fosse) perché tale diversità di condizione tra una parte della gente enotria e un’altra parte della stessa gente.

È dunque probabile che i vetusti stanziamenti di popoli intorno alla Sila e all’alto Crati, non fossero altrimenti che di genti separate ed autonome, non propriamente identiche agli Enotri, benché probabilmente compresi e confusi nella stessa denominazione generica di Enotri. Se affini e in che vincoli etnici affini a costoro, non può sapersi; vennero dalle stesse plaghe di là dal mare con lo stesso flutto di genti che si diffusero per la Peucetia, la Japigia e l’Enotria; abitarono un cantone separato; furono forse tributarii di Sibari, ma tornarono liberi quando la grande città fu distrutta.

Fra il largo flutto di genti, che ci vennero dalle terre illiro-epirotiche, indicammo già8, oltre i Japidi o Japigi e i Calabri, i Peuceti e i Sallentii, anche i Breuci, e i Peirusti, i quali insieme agli Andizetii, ai Diasnoti ed altri Strabone fa abitatori del paese tra la Pannonia e la Dalmazia9.

I Peirusti abitavano sul fiume Drino che si scarica nel golfo di Dulcigno: nella penisola bruzia le loro traccie si trovano nei popoli Aprustani, indicati da Plinio nella penisola stessa. E i Breuci della bassa Pannonia sarebbero, a nostro avviso, i progenitori appunto di quelli che furono Bretii ai Greci, e Brutii agli Osco-Latini10. Confusi dagli Ellenici delle coste nel nome generico di Enotri e di barbari; tributari o no della città di Sibari; sottomessi dopo Sibari al predominio dei Lucani, quando infine ne scossero il giogo, risorse con l’acquistata indipendenza l’antico nome.

Diodoro, come testé fu ricordato, ne riferirebbe il nome all’appellativo di «schiavi fuggitivi» che tale sarebbe stata ai Lucani, oschi di linguaggio, la parola Brutii. Non negherei attendibilità a questa chiosa filologica di Diodoro11. E ben posso supporre, che i padroni irritati non ristettero, di certo, dal lanciare anche l’arma dell’ingiuria alle spalle dei ribelli e contumaci. Che questi raccogliessero l’ingiuria, rialzandola fino all’onore di un nome nazionale, è, per verità, supposizione più conforme all’ambiente in cui si agitano i caratteri poetici e gli attori dell’epopea, anziché della vita reale. Se i gueux delle Fiandre rialzarono l’ingiuria del nome che loro gittavano in viso gli idalghi delle Spagne, essi liaccattarono come arma di guerra contro arma di guerra; fu tratto di freccia respinto dallo spirito borghese che ricordasse all’orgoglio dei nobili come essi erano stati vinti appunto da quei cenciosi e paltonieri, derisi e sprezzati: ma non elevarono la parola d’ingiuria all’onore di dare il nome alla nazione. Barbari o civili, il fondo della natura umana è lo stesso: e non poté accadere altrimenti tra i Breuci e Brutii12.

Preferisco invece di credere che rivisse, o, più giustamente, che rifulse allora, con l’acquistata autonomia, l’antica nota etnica della stirpe.

L’avanzarsi dei Lucani dalle radici del monte Pollino verso il mezzodì della penisola, ed il commescolarsi di essi con i Bretii, non poté accadere più tardi del secolo V a.C., dopo cioè caduto l’imperio di Sibari. Accettando cotesti limiti di tempo, la soggezione dei Brutii ai Lucani non sarebbe durata che un secolo e mezzo, quanto ne corre all’incirca fino al 356-60, che è la data storica della secessione di una gente dall’altra. Non sappiamo di che precisa natura fosse la soggezione di un popolo all’altro, se di schiavi, o servi o tributari. Ma gli uni perdettero la loro lingua, e vuol dire la propria personalità; gli altri imposero la loro. I Bruzii dei tempi storici furono oschi per linguaggio, e al commescolarsi coi Greci, divennero ellenici altresì, onde furono detti bilingui dai Romani. Ma perché la gente «bruzia» che non fu di razza sabellica, ma di probabili origini enotrie o illiriche, avesse potuto appropriarsi l’idioma osco, occorrevano due condizioni, indeclinabili, di cose. Occorreva, cioè, che la gente sottomessa non fosse molto numerosa in confronto della gente che li sottomise; e che un certo periodo di tempo non breve avesse potuto maturare la trasformazione. Bastò egli un secolo e mezzo? Per verità, ai Longobardi bastò anche meno in Italia.

La storia non dice quali conati di libertà agitarono da prima i Bruzii; quali lotte ebbero poi a sostenere con essi I Lucani. Fatti tanto gravi quale è l’affrancamento di un popolo dalla soggezione di un altro; quale è la secessione violenta di una parte di esso da un altro dominante e contrario, non potrebbero essere successi, come nelle favole tragiche o nella unità poetica della leggenda, di un tratto, per impeto subito ed unico, per scenica e solenne vittoria e non contrastata. I conati di rivolta ripetuti, i tentativi mal riusciti e repressi, i contrasti, le sommosse, le lotte, le guerre rinnovate finché non sorvenne la pace tra i due popoli, dovettero consumare almeno una generazione; che vuol dire un periodo di tempo almeno di un trent’anni.

«Da principio — dice Giustino13 — non furono che appena un mezzo centinaio di contumaci, datisi a predare attorno pei campi; poi per cupidigia di preda aumentati in grande multitudine, infestavano la regione. Quindi fecero guerra ai Lucani, autori della loro propria stirpe; e venuti su in ardimento dai successi, della vittoria, poterono fare la pace con essi e ad equi patti ottenerla».

Di certo, tutte le rivoluzioni di popoli, tutte le violenti mutazioni di Stati non cominciano altrimenti che da piccole origini, conati e congiure di pochi per impeti brevi di gente audace, che altri dirà briganti e filibustieri, altri dirà martiri ed eroi. Giustino, nelle parole che abbiamo riferito, scrive come lo storico uffiziale dei popoli lucani.

Costituita la novella nazione, i confini della Lucania, che erano giunti fino allo stretto siculo14, nel corso del secolo IV a.C., si ritrassero indietro; dapprima intorno alla Sila e al Crati; dipoi definitivamente intorno al groppo del Pollino. Consentia è detta ancora dei Lucani ai tempi delle guerre con Alessandro il Molosso, circa il 330 a.C. In quei fatti di guerra i Bruzii erano d’accordo coi Lucani; ed è probabile che nell’assetto delle due regioni, dopo liberate dalla invasione tarantino-epirotica, Cosenza venne in dominio ai Bruzii; i quali, poiché non erano ancora padroni della restante penisola, essa fecero metropoli o capo del loro primitivo Stato, e vuol dire sede dei loro Consigli federali.

Essi tendevano ad espandersi verso il mezzogiorno della penisola, e scendere al mare, dove erano città floride e ricche di altra razza, di altro linguaggio. Crotone, più che ogni altra, doveva tentare la cupidigia loro; ma era men difficile cominciare dalle minori città: e troviamo che verso il 353 s’impadronirono di Terina e di Temesa, città grecaniche sul Tirreno, non che di Pandosia, che non è quella dell’Aciris in Lucania. Se queste erano città in legame di dipendenza, come pare, da Crotone, e se ebbero di conseguenza aiuti da questa città, vuol dire che, essendo riuscito vano il costei soccorso, la potenza greca italica era al suo declino. Si spinsero innanzi e presero Ipponio, che pare fosse in dipendenza da’ Locresi. Si rivolsero allora verso Crotone; ma intopparono in un ostacolo inaspettato.

Dopo caduta Sibari, e pria che Taranto sorgesse a prevalenza egemonica, Crotone era la più notevole delle città greche italiche della penisola. Ma non si sentì forte tanto da respingere da sola l’urto dei neo-barbari dei monti; e ricorse di aiuto a Siracusa. La grande città dell’isola era il più potente Stato della Grecia coloniale all’Occidente, e per quasi secolare politica ambiva egemonia, nonché sulla Sicilia, sulle colonie elleniche della penisola vicina.

Siracusa mandò una flotta e soldati a difendere dai Bruzii Crotone. Ciò avvenne nel 319-320 a.C., ed è memorabile il fatto alla storia generale, non tanto perché i Bruzii furono respinti e Crotone liberata; quanto perché come chiliarca dei soldati siracusani si mostra la prima volta nella storia Agatocle, che il genio guerresco e politico, la energia e la ricchezza del carattere, l’atrocità e la grandezza dei fatti, e la fortuna fecero uno dei più grandi e singolari uomini della storia antica. Fra audaci e subdole imprese e fortunosi eventi, egli di umilissimo stato arriva al fastigio del potere in Siracusa; e ripigliando i disegni e la politica del vecchio Dionigi, combatte i Cartaginesi per cacciarli di Sicilia; rinnova le antiche imprese sulla penisola italica; si spinge oltre fino all’Adriatico, nonché alle isole di fronte all’Epiro, per dominare tutta la distesa del Jonio, e pirateggiare i commerci dei popoli rivieraschi a profitto delle flotte siracusane.

Quando egli addivenne sovrano in Siracusa, continuò la politica di combattere i Bruzii e soccorrere Crotone, ma con l’intento manifesto di acquistare dritto di protettorato su quella delle maggiori città grecaniche della penisola, continuando i disegni di Dionigi, che si era fatto protettore e padrone della città di Locri, e aveva combattuto i Lucani.

A Crotone, intorno a quei tempi e per uno di quei perpetui rivolgimenti delle città greche di stirpe achea, il partito democratico aveva cacciato in bando quelli che si dicevano gli oligarchici del Governo; e questi, ritiratisi nella prossimo Turii, tentarono non guari dipoi, con forze raccattate qui e qua, di rientrare in Crotone. Ma i democratici di Crotone li vinsero in battaglia e li dispersero; uno dei strateghi vincitori diventò il capo, o sovrano, o tiranno del governo crotoniate. Ebbe nome Menedemo; e vi rimase diciannove anni sovrano, a contare dall’anno 318 a.C.

Vivendo ancora costui, Agatocle giunse a gittare i suoi artigli su di Crotone, con uno di quei tratti di perfidia, consueti e al suo carattere e alla politica di quei tiranni siciliani, che parvero men greci di animo e di sensi, che punici e barbari. Mandava sua figlia Lanussa sposa al giovine Pirro re di Epiro, e chiese che la sua flotta approdasse da amica per rifornirsi nel porto di Crotone. Ma le navi accolte da amiche non tardano a scoprire la impresa de’ pirati: di un colpo di mano la flotta si impadronisce della città; la mette a sacco e sangue; e lascia guarnigione nella sua rocca. Quelle ricche e fiorenti città della democrazia achee, non avevano a difesa nucleo di eserciti stabili: e il popolo sovrano e armato di Crotone, allora dormiva! Questo accadde intorno al 299 a.C.

Mentre egli insidia le città greche per mare, i Bruzii non cessano di espandersi dall’interno Appennino verso le coste; onde è che quelle città per difendersi dai barbari piegavano meno inimiche al protettorato siracusano. È detto che nel 301 a.C. la flotta di Agatocle, costeggiando la penisola, incendia e devasta e s’impadronisce di parecchie città marittime dei Bruzii: di queste è ignoto il posto e il nome; ma il fatto mostra che già gli ingrandimenti della nuova gente erano giunti fino al mare.

L’anno dopo, mentre la flotta di Agatocle naviga pel Jonio con l’intento di operare sopra l’isola di Corcira, sbarca una parte delle truppe sulle coste dei Bruzii, sotto gli ordini del di lui figlio Archagathos, per combattere i barbari; e vuol dire che il protettorato di Siracusa era già accettato dalle città italiote. Ma, non pagate del loro soldi, le truppe ivi rimaste ammutinano: e Agatocle, che al ritorno di Corcira vuole punirle, non le dècima, ma le distrugge tutte; e dicono fossero duemila!

Quindi assedia, sulle stesse terre dei Bruzii, una loro città che Diodoro dice Ethas, e che è rimasta finora del tutto sconosciuta15. Ma i Bruzii sorprendono il campo degli assedianti; ne uccidono (portano le cifre) per quattromila! e la grave perdita, stremando le forze di Agatocle, lo costringe a levare l’assedio e ritirarsi a Siracusa.

Non guari dopo egli torna con 30,000 fanti e 3000 cavalli. Padrone, pei suoi presidii in Crotone e Locri, delle coste ioniche, si volge alle coste italiche sul Tirreno; e assedia e prende Ipponio, che era già dei Bruzii. Questi vengono a non so che accordi di pace col vincitore, e gli dànno a guarentigia di fede seicento ostaggi: ma non appena il vecchio guerriero ha lasciato la penisola, i Bruzii rompono la tregua; liberano gli ostaggi, riprendendo la città dove erano chiusi, e scuotono il giogo di Agatocle16.

E fu fortuna per essi che quegli morisse allora nel 289: perché, rimosso al loro fatale andare l’ostacolo di un grande inimico, poterono estendersi e raffermarsi. Vincono di poi e sottomettono le città grecaniche maggiori: sono respinti, è vero, da Locri (come ricorda un epigrammma della poetessa Nosside che era locrese); ma s’impadroniscoo di Caulonia. Quindi ingrandiscono sempre più a danno dei greco-italici delle coste.

Le turbolenze interne perpetue, il predominio delle sètte democratiche che di loro natura non fanno politica oltre la cerchia interna dello Stato, la mancanza di eserciti stabili, e quell’individualismo incurabile di ciascuna città grecanica, furono la causa immanente del loro declino e della graduale sottomissione loro alle nazioni circostanti, meno civili, meno culte, meno ricche: ma più forti, perché più compatte, in virtù di un’origine comune e di un legame federale, che non cessò mai, se non quando la forza prevalente di Roma ebbe annichilita l’indipendenza politica loro come Stato.

NOTE

1. Δουλῶν, nel testo diodoriano.

2. Δραπέτοι.

3. Lib. XVI, 15.

4. Lib. VI, 392.

5. Ἀποστάτας.

6. Ἀνεσις.

7. Così sono detti dal GROTE, Op. cit., XVI, cap. IV.

8. Capitolo IV.

9. STRAB. VII, 483:

Gentes Pannonum sunt Reuci, Andizetii, Diasnotes, Peirustae, Daesitiatae, Mazaei, aliique miores et oscuriores, conventus. Pertingit Pannonia etiam usque ad Dalmatiam.

I Breuci sono pure nominati da Plinio, lib. III, 25, e da Tolommeo.

10. Nelle iscrizioni latine sono detti anche Britii. Conf. βρειτισιον che diventa Brundisium, e poi Brindisi.

11. La parola brtya, nel sanscrito, vale per servus e famatus. BOPP. Gloss. comp. ling. sanscr. ad v. — Dalla radice brtferens, gerens, sustinens.

12. Il fatto della secessione dei Bruzii dai Lucani è troppo determinatamente attestato da Diodoro, da Strabone e da altri antichi scrittori, perché possa validamente revocarsi in dubbio, come fanno parecchi scrittori moderni della penisola calabra; alcuni dei quali al spingono anzi tanto oltre da negare altresì che i Lucani estesero i confini del loro dominio fino allo stretto siculo. Il Grimaldi, per esempio, non riconosce «la unione delle due regioni bruzia e lucana, se non quando i due popoli ai Romani furono soggetti» che è troppo rigido concetto (Studi archeolog. sulla Calabria Ultra Seconda. Napoli, 1845, p. 18).

Egli nega addirittura ogni fede alle testimonianze di Diodoro, di Strabone e di Giustino, e di fonda du una serie di testimonianze per tempo, a suo giudizio, anteriori al 356 a.C. che è la data diodoriana dello stato civile del Bruzii. E le testimonianze sono: 1° un frammento di Aristofane, ove è una parola della lingua (non già della pece) bruzia; 2º un frammento della poetessa Nosside, di lmera, che accenna ad una vittoria dei Locresi sui Bruzii: 3º il titolo «Brezia» dato ad una commedia, perduta, di Alesside di Turii; 4º il passo dello stesso Diodoro (XII, 22) che alla Ollmp. 83-445 a.C. nomina i Bruzii.

Or, cominciando da quest’ultimo, le parole di Diodoro sono queste:

«I Sibariti che scamparono dalle violenze di un rivolgimento (intestino dei Turii, v. a pag. 133) andarono a stabilirsi presto il fiume Trionto, ove dimorarono un certo tempo: ma anche di là furono scacciati o uccisi dai Bruzii».

Da queste parole non si può cavarne la conclusione che i Bruzii scacciarono i Sibariti el 445; li cacciarono intende Diodoro, dopo questa epoca, in un periodo di tempo che è indeterminato. Ed è perfettamente corretto interpretare, ove sia dubbiezza, un autore con le teoriche, i fatti e i concetti dell’autore stesso; altro sistema è incivile. — 2° L’età di Alesside è incerta; ma al più è del IV secolo a.C. e non del V: e taluno lo dice nato nel 394 e vissuto fino 106 anni! (LENORMANT, G.G. I, 311) è certo che fu avo di Menandro; e poiché questi visse dal 340 al 290 a.C., è lecito ritenere come possibile che Alesside abbia vissuto dieci, o quindici, o vent’anni, ossia un certo periodo di tempo dopo l’anno di nascita del nipote: e questo basta. — 3° La poetessa Nosside non fu contemporanea di Saffo, corno dice l’A., ma sì di Anitea di Tegea, che fiorì verso l’Ol. 120, cioè 300 a.C. (SCHOELL, Stor. Ietter. greca, vol. III, p. I. pag. 47).

3º Resta il frammento di Aristofane, che, nella raccolta, va sotto il n. 719. È tratto da Stefano Bizatino, ove si legge non più che così: ARISTOPHANES, Nigra gravis lingua Brettia aderat. Non altro; né cenno se di Aristofane il comico, o di altri. Ma esisté anche un Aristofane di Bizanzio, che fu celebre uomo di lettere del III secolo a.C. e che oltre ai commenti di Omero, di Alceo, di Pindaro, e dello stesso Aristofane comico, scrisse di cose di lingua, e fu il primo compilatore del famoso «Canone degli autori classici» (SCHOELL, Op. cit. III, II, 78). Quale dei due Aristofani è quello del frammento sulla lingua bruzia? — Prima di rispondere aggiungo che in Fozio si trova un altro frammento così: ARISTOPHANES, Melaina pars navigii pice illita et mari immersa. Anche questo frammento è riferito nelle edizioni di Aristofane il comico; ma il Dobrey dubita che possa essere piuttosto di «Aristofane il grammatico» (Vedi in ARISTOPHAIS Comoediae et deperditarum fragmenta. Parisiis, 1880, Didot; a pag. 533, il primo frammento sotto il n. 719; e a pag. 534 il secondo sotto il n. VIII dei Fragm. dubia).

Tra i due, non è lecito il dubbio? —- Ma considerando che il framm. 719, attribuito che sia al Comico, intoppa in una notizia che è determinata e precisa in Diodoro e che pure concorda con altri storici antichi, ogni discreta ragione interpetrativa consiglia di riferirlo piuttosto al Grammatico del III secolo.

E questo io ritengo per fermo; e chiudo l’incidente.

13. Lib, XXIII.

14. V. capitolo precedente.

15. DIODORO, Framm., lib. XXI, 272.

Il fiume Neæthos o Neeto, al nord e non lungi da Cotrone, si scarica nel Jonio. È probabile fosse una città presso quel fiume.

16. DIODORO, Framm., lib. XXI, p. 276.

Parte I - La Lucania

CAPITOLO XV

I LUCANI NELLE GUERRE CONTRO LE CITTÀ ITALIOTE E NELLE GUERRE TRA IL SANNIO E ROMA 1

Torniamo a’ Lucani. La secessione dei Bruzii da’ Lucani alla metà del IV secolo a.C., e il costituirsi a Stato di questa novella gente pel gran dorso del groppo silano in giù verso lo stretto siculo, troncò l’espandersi de’ Lucani per la penisola bruzia; e fece sì che s’indirigesse ad altri obiettivi l’attività loro. Da quel tempo in poi si volsero contro ai possedimenti delle città greche poste sul golfo di Taranto, poiché erano già in loro dominio tutte o quasi tutte le città sul golfo di Posidonia, al mar Tirreno.

Come avvenuta breve tempo prima della battaglia di Cheronea, che fu nel 338 a.C., Diodoro Siculo fa parola2 di una guerra de’ Lucani contro la città di Taranto. È probabile che essi, prima di spingersi fino a Taranto, già avessero fatto punta contro di Metaponto, più prossima ai loro confini, e, di certo, meno potente se non meno ricca di Taranto. Se giunsero ad impadronirsene fin da quel tempo, non lo affermo; ma è molto probabile che, sia per gli attacchi contro Metaponto, sia contro Eraclea in dipendenza più diretta di Taranto, ebbero a sorgere le ragioni delle ostilità dei Lucani con i Tarantini.

Taranto, città marinara e commerciante, se ebbe nerbo di flotte e di ricchezze maravigliose, non ebbe esercito di terra; e tutta la sua storia mostra che trovasse più proficuo o più cauto il ricorrere, nei momenti di grandi strettezze sue, ad assoldare eserciti di mercenarii e soldati di ventura, anziché creare un esercito stabile contro i nemici di terra ferma: temeva i tiranni militari domestici, come per le città greche di Sicilia. Aveva naturali inimici, da un lato, i Messapi: ora venivano in campo i Lucani. In quel frangente «chiese soccorso — dice Diodoro — ai Lacedemoni donde ebbe origine; e questi lo concessero volentieri, in considerazione dell’antica parentela», come dice lo storico, o piuttosto per quegli intenti di egemonia, che Sparta ambiva sulla nazione greca. «Sparta adunque, riunì prontamente un esercito ed un’armata; e vi mise a capo Archidamo»; che era uno dei due re dei Lacedemoni, e per costumi e spiriti militari lodato. Archidamo, dopo aver vinto non so che fazione di guerra nell’isola di Creta, «venne in Italia; portò soccorso a’ Tarantini, ma cadde gloriosamente (dice Diodoro) in un combattimento; e non guari dopo, tutti i suoi mercenarii furono tagliati a pezzi dai Lucani»3. La battaglia così funesta ad Archidamo accadde, se si vuol credere a Plutarco, proprio lo stesso giorno della battaglia famosa di Cheronea (a.C. 338); ed ebbe luogo probabilmente4 presso la città di Manduria. Rimangono ignoti i risultamenti politici che ne trassero i vincitori.

Nella bassa Italia era cominciato da qualche tempo un movimento di spinta, di pressioni guerresche tra quelle genti, che i Greci ai loro confini dicevano «barbari» (ed erano di certo meno civili di loro), e i possedimenti della Ellenia italiota. Se i Lucani e i Bruzii premevano sulle città costiere del Jonio e del Tirreno, i Messapi, di cui poco è noto, premevano dal canto loro contro le città greche della penisola salentina. E intanto i Romani dal Tevere facevano punta di anno in anno contro le popolazioni all’oriente del Tevere stesso. Era egli semplice rigoglio di forze giovanili in quei «barbari» tratti allo splendore o spinti alla cupidigia delle ricchezze elleniche? O gli era anche il pullulare di un concetto politico più alto e segreto di qualche popolo prossimo a loro? — I «barbari» dunque ribollivano da tutte parli contro le città greche della costa; e queste, disunite, senza nerbo di esercito stabile, con instabili governi e torbidi umori interni separatisti, piegavano e cadevano.

La rotta di Archidamo non poté se non accrescere le strette dei Lucani contro Taranto; la quale, non potendo oltre resistere ai «barbari» collegati ai suoi confini, dopo pochi anni ricorre di nuovo a nuovo esercito di mercenarii. I Lucani e i Messapi pare agissero secondo un disegno comune; era dunque lega tra loro; e che alla lega accedessero anche i Bruzii, è manifesto da che la guerra che ne seguì ebbe grande sviluppo nella regione dei Bruzii più che tra’ monti lucani: ma non è del pari manifesto per noi quale interesse avessero i Bruzii della regione silana contro la non prossima città di Taranto. Erano, forse, ancora in qualche dipendenza dai Lucani? La storia non lo dice.

Taranto adunque ricorre di aiuto ad Alessandro Epirota, Re de’ Molossi, che era zio e cognato allo stesso tempo di Alessandro il Grande. Ed egli arriva in Italia verso l’anno di Roma 422, che è 6 il 332 a.C.5.

Fu detto che egli venisse col segreto pensiero di crearsi un regno in Italia; ed è probabile; già suo nipote riempiva il mondo della sua fama, portando i confini del regno macedonico fino all’ultima Asia. Ma se il grande Macedone trovò a debellare in Asia femmine piuttosto che soldati (come disse amaramente lo zio, combattuto in Italia), questi si trovò di fronte a gente maschia, valorosa ed energica, che volse diversamente i destini della storia. Però l’impresa sua non fu soltanto d’impeti audaci di un capitano di ventura; si sorresse anche alle industrie della diplomazia, fece lega coi Pediculi, che erano inimici e contermini a’ Messapi; strinse patti con la città di Metaponto, mandò ambasceria ai Romani, che combattenti nella bassa Italia contro i Sanniti, potevano riuscire di accordo favorevoli alle operazioni guerresche di lui contro le genti di razze sabelliche. Suscitò nuovi antagonismi, e degli antichi dissidi abilmente profittò, tra le città e tra i partiti della federazione lucana; giacché è risaputo che nell’esercito di lui era un nucleo di Lucani che sono detti sbanditi, e questi sarebbero appunto i secessionisti dalla federazione, messi al bando, come è naturale, dal governo della gente lucana.

È particolarmente, ricordato dell’indirizzo politico suo il fatto memorabile che tramutasse a Turii, dalla città di Eraclea ove prima avevano luogo, la sede delle assemblee delle città greche italiote; e ciò, come fu detto, per allontanare dall’eminente dei pubblici comizii le influenze tarantine prevalenti nella dipendente città di Eraclea.

Non è una delle perdite più deplorevoli dell’antica storia della Magna Grecia, questa oscurità intorno alle relazioni federative delle varie città di esse.

Stato propriamente ed essenzialmente federativo non fu mai quel tratto di paese che ebbe poi dagli italici il nome di Magna Grecia. Né gli scrittori antichi lo dicono o lo fanno arguire; né la natura stessa delle cose, e, vuol dire, le diversità di origini, di razze, di età, d’interessi di quelle popolazioni elleniche avrebbero consentito ad un ordinamento federativo di regola, che, innanzi tutto, richiede identità di razza. La Magna Grecia, come la Grecia madre non fu che un’accolta di città o popoli, autonome ciascuna, soventi inimiche, sempre tra loro rivali ed emule. Sopravvenendo grandi pericoli esterni che minacciassero vitali interessi di due o più di codesti popoli o città, era natural cosa che essi si accontassero in un accordo, in una lega che durasse fin quando cessasse il pericolo. È probabile che in un gruppo di città più prossime e autonome, ma non di eguale importanza, si stringesse un qualche accordo di interessi comuni a difesa sia d’interessi commerciali, sia d’indipendenza; con prevalenza manifesta di una di quello città, come capo della lega, sull’altra. È probabile che ai tempi di Archita6, stratego in Taranto, alcune di codeste parziali leghe abbia potuto essere stretta tra le città greco-italiche del golfo tarantino. E in questo senso, limitato per luogo e per tempo, può ammettersi che si adunassero in Eraclea, città in protettorato di Taranto, i solenni concilii delle città collegate, di cui è parola in Strabone7. Non parmi si possa ragionevolmente allargare il concetto di coteste leghe; tenuto conto delle diversità di razze e di origini di quella gente e degli interessi non perdurantemente concordi delle une dalle altre città. Quando i Lucani, d’accordo con Dionigi di Siracusa, oppugnavano le città greco-italiote della penisola bruzia, queste allora si collegarono a difesa comune contro il comune pericolo. E quando, intorno a questi tempi, Messapi e Lucani irruppero di accordo contro lo stato di Taranto, è ben probabile che sorgesse allora contro di essi una concorde lega tra le città del golfo tarantino; è probabile che queste fossero appunto Metaponto, Eraclea, Pandosia, forse Tebe, Lagaria, Turii, nonché Taranto. Questa lega ebbe i suoi concilii federali ad Eraclea, che era punto centrale ai greci delle città d’intorno8.

Lo sviluppo delle operazioni guerresche del Molosso si protrasse nella bassa Italia per circa otto anni; nei quali gli interessi si aggrovigliarono e sursero antagonismi inaspettati.

I Tarantini avevano creduto di comprare la spada di un soldato di ventura; temettero invece di essersi messi in casa un pretendente. Ben presto il poco accordo tra Alessandro e i Tarantini scoppiò in aperta rottura che finì in guerra; se questo significhi (come pare manifesto) l’accenno di Livio, che egli prese, tra altre città, anche «Eraclea dei Tarantini»9. E di qua, sia dissidio profondo, sia guerra aperta tra Taranto e il Re dei Molossi suo condottiero, che faceva interessi e politica propria come i tanti condottieri delle città italiane dei secoli XIV e XV si spiegherebbe il fatto del tramutamento dei pubblici concilii della lega da Eraclea a Turii. Qui, nella regione turiese, sulle rive di un suo fiume, che erratamente è detto Acalandro nelle carte di Strabone, Alessandro fece circondare di opere opportune alle comodità e alla difesa i luoghi dell’assemblea; e proseguì la guerra10.

I Lucani trassero dalla loro parte i Sanniti; i quali già sospetti ed avversi allo espandersi di Roma da un lato, non potevano assistere senza sospetto al crescere di potenza di una città o di un re, dall’altro lato. Si strinsero in lega; e gli uniti eserciti loro vennero a giornata con le falangi di Alessandro nelle campagne intorno a Posidonia. In questa città, che egli già aveva presa ai Lucani, si trovava con l’esercito il re; onde è dato arguire che avesse attraversata, se non tutta sottomessa, la regione interna lucana, dal mar Jonio al Tirreno11. Nella battaglia di Posidonia furono vinti i Lucano-Sanniti12; e il Molosso poté spingere l’esercito suo, per la più corta via della spiaggia tirrena, verso le terre poste oltre il fiume Lao, che erano ancora in dominio dei Lucani, poiché Cosenza era ancora una loro città. Scorrendo il paese e guerreggiando, è ricordato che prese Terina ai Bruzii e Ipponio13 sulla spiaggia tirrena; quindi risalendo ai monti prese Cosenza ai Lucani ed altre città di nome ignote. Infine accampò presso Pandosia.

A Pandosia avvenne la battaglia, memorabile alla storia nostra, nella quale Alessandro fu morto. Lasciamo che la parola di Livio narri le vicende del fatto:

«Trovandosi il Re non molto discosto dalla città di Pandosia, vicino ai contini dei Bruzii e dei Lucani, si pose su tre monticelli alquanto l’uno dall’altro divisi e lontani, per scorrere quindi in qual parte volesse delle terre dei nemici; aveva intorno a sé per sua guardia un duecento Lucani sbanditi, come persone fedelissime, ma di quella sorta d’uomini, che hanno, come avviene, la fede insieme con la fortuna mutabile. Avendo le continue pioggie, allagando tutto il piano, diviso l’esercito posto in tre parti, in guisa che l’una all’altra non poteva portare aiuto, due di quelle bande poste sopra ai colli, le quali erano senza la persona del Re, furono oppresse rotte dalla subita venuta ed assalto dei nemici, i quali e poi tutti si volsero all’assedio del Re, e mandarono alcuni messaggi ai Lucani loro sbanditi. I quali avendo pattuito di essere restituiti alla patria, promisero di dar loro nelle mani il Re vivo o morto. Ma egli con una compagnia di uomini scelti fede un’ardita impresa che urtando si mise a passare, combattendo, fra mezzo dei nemici; ed ammazzò il capitano dei Lucani, che d’appresso lo aveva assaltato; ed avendo raccolto i suoi dalla fuga, tra essi ristretto, giunse al fiume, il quale mostrava qual fosse il cammino con le fresche ruine del ponte, che la furia delle acque aveva menato via, il qual fiume, passandolo la gente senza sapere il certo guado, un soldato stanco ed affannato, quasi rimbrottandolo e rimproverandogli il suo abbominevole nome, disse: dirittamente sei chiamato Acheronte. La qual parola, posciaché pervenne alle orecchie del Re, incontan+ente lo fece ricordare del suo destino, e stare alquanto sospeso e dubbio, s’ei si doveva mettere a passare. Allora, Sotimo, un ministro dei paggi del Re, lo domandò che stesse a badare? e l’ammonì che i Lucani cercavano d’ingannarlo; i quali poiché il Re vide da lungi venire alla sua volta, in uno stuolo, trasse fuori Ia spada ed urtando il cavallo, si mise arditamente per mezzo del fiume per passare; e già uscito dalla profondità dell’acqua, era giunto nel guado sicuro, quando uno sbandito lucano lo passò dall’un canto all’altro con un dardo. Onde essendo caduto, fu poi trasportato il corpo esanime dalle onde, con la medesima asta insino alle poste del nemici, ove ei fu crudelmente lacerato, perché tagliatolo pel mezzo, ne mandarono una parte a Cosenza e l’altra serbarono per straziarla; la quale, mentre era percossa dai sassi e dardi per scherno, una donna mescolandosi con la turba, che fuori di ogni modo della umana rabbia incrudeliva, pregò che alquanto si fermassero; e piangendo disse: Che aveva il marito ed i figliuoli nelle mani dei nemici e che sperava con quel corpo del Re, così straziato come egli era, poterli ricomprare. Questa fu la fine dello strazio; e quel tanto che vi avanzò dei membri fu seppellito in Cosenza, per cura di una sola donna, e le ossa furono rimandate a Metaponto ai nemici: e quindi poi riportate nell’Epiro a Cleopatra sua donna, e ad Olimpiade sua sorella, delle quali l’una fu madre e l’altra sorella di Alessandro Magno»14.

Lo strazio contro il cadavere del re, se accusa la inciviltà dei vincitori, prova altresì (come osserva il Niebhur)15 che l’epirota erasi mostrato assai crudele nel corso delle sue vittorie. Le ricchissime armi del re essi consacrarono, trofeo di vittoria e di pietà, ai loro iddii in un tempio di Grumento, che era forse o la città capo della federazione in quel tempo, o la precipua delle città lucane. Ai principii del trascorso secolo furono trovate, tra le ruine di essa presso Saponara, ed oggi si ammirano, preziosissimi cimelii della grande arte greca, nel museo britannico16.

I mutilati avanzi del corpo del re furono mandati in Epiro; ed a ragione di riscatto, in cambio di essi fu rilasciato uno dei capi degli eserciti lucani, che era prigioniero del re al di là del mare. Un’antica tradizione, serbata da un grammatico greco dei bassi tempi, accenna sì al cambio, e sì al nome del generale lucano, che era Tarquinio, o conforme alla pronunzia osca, Tarpinio17. La battaglia, che liberò i lucani dall’invasione tarantino-epirota, avvenne nell’anno di Roma 428 (326 a.C.), o secondo un altro computo cronologico, intorno al 331 o 33218. La notizia del luogo ove fu combattuta, è dibattuta anche essa; ma viene indicato, con maggiore probabilità, presso la Pandosia dei Bruzii, non molto lontano da Cosenza19.

Conseguenza immediata della disfatta di Pandosia fu che tornarono alla dipendenza dei Lucani Cosenza e le altre città d’intorno; alla dipendenza dei Bruzii Terina ed altre20. Quali condizioni di cose, e quali successi di eventi seguirono subito allora tra Lucani e Tarantini non è detto; ma dalla ulteriore successione degli eventi ben si argomenta che continuarono le pressure de’ Lucani sui confini e a danno di Taranto, sia per virtù di propria politica, sia per impulsi della politica di Roma a fine di rattenere Taranto a dar soccorso ai Sanniti.

Infatti, non passano un vent’anni dalle mal riuscite imprese di Alessandro il Molosso, e Taranto ha bisogno di altre forze per fare argine novellamente ai Lucani. E ricorre di nuovo a Sparta; e viene di là sui vascelli di Taranto, Cleonimo, nipote di un re spartano; ma cupido, astuto e perfido come un soldato di ventura. Aveva seco cinquemila già assoldati in Laconia; ad essi si aggiunsero in Italia le bande dei Messapi, i contingenti di altre città italiote e della stlessa Taranto, e formarono un corpo di 25mila soldati. A tale apparato di forze, i Lucani piegano alla pace con Taranto21: ma (per quanto è dato ritrarre da scarsi e oscuri ricordi di uno storico) condizione di pace fu che essi potessero impadronirsi di Metaponto, annuenti i Tarantini, e favorenti all’impresa le forze di Cleonimo. Il quale entrò in Metaponto; impose una taglia di seicento talenti di argento; prese in ostaggio duecento fanciulle22; e mal rispettò in esse la fede data e l’onore.

Fu d’allora che venne la città in governo de’ Lucani23. Non passò guari e il perfido spartano, a capo di avventurieri e briganti, pervenne a tanto da rendersi odiato e temuto agli amici più che ai nemici. Tenne infatti Taranto, mercé un presidio che le mise sul collo, più da signore assoluto che da generale ai stipendii di essa; e con le navi tarantine della sottomessa città andò a sorprendere Corcira, per farne un posto acconcio come era alla pirateria di mare, che intendeva di aggiungere alla pirateria di terra.

I Tarantini tentano di abbattere questo giogo pesante e si sollevano; ma egli torna da Corcira per punire i ribelli.

«Approda — dice Diodoro24 — presso una città che era difesa dai barbari; la prende di assalto; vende gli abitanti all’asta, e sperpera il territorio d’intorno. Prende inoltre d’assalto la città di Triopio, e vi fa tremila prigionieri. Allora i barbari (continua Diodoro) accorrono da tutte parti; attaccano di notte il campo di Cleonimo; vi fanno un migliaio di prigionieri e un duecento morti. Cleonimo, stremato di forze, fuggì a Corcira».

Chi erano codesti barbari? Probabilmente i Messapi e i Lucani25. Altro non si sa. Senonché da fugaci ricordi di Livio26 parrebbe che Roma mandasse nella penisola salentina o il Console Emilio Paolo ovvero Giunio Bubulco dittatore, che sostenne gl’indigeni contro Cleonimo; e vuol dire che Roma, a sembiante di giustizia contro il masnadiere e di protezione a favore dei deboli, coglieva il destro d’intervenire, onde crescere, se non forse di dominii, di autorità.

In questo periodo di tempo la storia del mondo italico è riempita dal duello a morte tra il Sannio e Roma; e nella lunga serie delle imprese di guerra, nei segreti o palesi accordi che ad esse s’intrecciano, si trova di frequente mescolato il nome dei Lucani, ora in favore dell’uno ora dell’altro dei due grandi atleti della stirpe sabellica e della famiglia latina.

Finora la federazione Lucana aveva vissuto, si può dire, Stato a sé, o senza altre relazioni che con le città o Stati grecanici delle spiaggie. Adesso, entra in vita di relazioni con altri Stati di terra ferma; e però l’indirizzo di sua politica si complica, si affina, e rispecchia una più sviluppata coscienza dello Stato. Non cessa la lotta di assimilazione delle popolazioni italiote: ma a questo e allo intento supremo dell’indipendenza propria aggiunge quello dell’equilibrio. Posti ai fianchi di varii popoli che si combattevano; sollecitati dagli uni o dagli altri sia di aiuti, sia di neutralità, i Lucani si vennero atteggiando col fine proposito che l’uno di codesti popoli non prevalesse, per vittoria e conquiste, sull’altro sì tanto, che potesse poi mettere in periglio l’indipendenza dei minori Stati confinanti. Fu politica di cuneo e di equilibrio.

Incominciato l’urto tra Roma e il Sannio, la politica di Roma era quella d’isolare il nemico; premeva di rimuovere i Lucani dal favorire i Sanniti27; conveniva, anzi, rivolgerne verso Taranto l’ambizione e l’irrequietezza giovanile, per ottenere che Taranto non fosse in caso di sostenere i Sanniti. Opposti intendimenti è naturale avessero i Sanniti. I Lucani, piegando, come si vedrà, or dall’una ora dall’altra parte, mostrano che la nazione era divisa di concerti sulla via da battere; mutava, forse a seconda del prevalere, noi comizii nazionali, or dell’uno or dell’altro dei partiti interni, l’indirizzo della politica nazionale. Nella lunga guerra sannitica la politica dei Lucani non sempre fu libera; ma nelle varie vicende sue non parmi in complesso favorevole del tutto ai Sanniti. Niuno Stato, avendo libertà di scelta, preferisce di avere ai suoi fianchi Stati forti e potenti, anziché Stati di minore forza e potenza; e i Lucani, poiché Roma era più lontana e i Sanniti confinanti ai loro fianchi, comprendevano di leggieri che la assoluta e ferma prevalenza del Sannio sarebbe stata per essi una minaccia prossima; e tra due pericoli, l’uno remoto e l’altro prossimo, non è il remoto che si precorre a combattere.

I Sanniti, per decidere i Lucani in loro favore, premevano ai di loro confini; e i Lucani, se si può credere a Livio che inneggia all’epica Roma pacificatrice di dissidii e protettrice dei deboli, richiesero di venire in fede di Roma28, affinché fossero assicurati dalle offese dei Sanniti. Roma manda i suoi legati e invita i Sanniti a desistere; e desistettero infatti, perché non ancora apparecchiati dei tutto alla guerra. Tale è l’accenno di Livio a questa prima alleanza tra Roma e i Lucani29; ma furono forse piuttosto gl’inizii di un accordo: poiché una alleanza tra essi non fu conchiusa altrimenti che tre anni dipoi; e allora i Lucani e gli Appuli promisero armi ed armati alle guerre di Roma, e furono ricevuti, dice lo storico, in solenne alleanza30.

Ma l’alleanza ben presto fu infranta: e la strana figura del fatto è ricordata nelle storie di Roma.

Siamo all’anno 429-325; e alcuni giovani lucani, sanguinanti della persona battuta a verghe, vengono innanzi ai magistrati della nazione, levando alte querele contro alla soldatesca romana e al loro generale, che avevano fatto offesa di battiture e di oltraggi ad essi appressatisi da amici al prossimo accampamento romano. Alla vista degli offesi che sanguinano e vociano, il popolo va in fiamme; i sobillatori soffiano dentro; scoppia un tumulto, e si conclama che i magistrati convochino senz’altro il Senato: il governo si lascia o si fa vincere la mano, e decidono come le turbe in piazza comandano. Mandano subitamente oratori ai Sanniti a trattare una lega; e questa non meno subitamente è conchiusa che ribadita da ostaggi lucani dati ai Sanniti e da presidii sanniti ricevuti dentro le fortezze lucane. Dicono le storie di Roma, che la scena del dramma fu tutto un tranello sannitico: l’oltraggio era inventato dai giovani stessi, già prezzolati dall’oro di Taranto; e qui, scoverti, fuggirono: intanto era vano il pentimento; poiché avevano sul collo i presidii sanniti e nel Sannio i loro ostaggi. Ma se questa veramente fu la figura delle cose, vuol dire che o troppo leggero, o troppo giovanilmente impronto era il governo della cosa pubblica lucana. Forse resteremo nel vero, se le mutazioni sùbite dell’indirizzo politico riferiremo ai mutamenti frequenti che apportar doveva nei capi del Governo la elezione popolare.

Intanto i Sanniti, rafforzati dalla alleanza dei popoli circostanti, rialzano la loro fortuna: vincono alle famose strette di Caudio nel 433-321, e prendono la forte Luceria, l’anno dopo. I Romani la riprendono presto: costringono la fortuna della guerra a piegare a loro favore, ed i Sanniti sono forzati a dimandare una tregua che viene concordata di due anni.

Libera dal grande inimico, Roma vuol punire i fautori di esso; e porta la guerra nel paese de’ Frentani, degli Appuli e dei Lucani, devastando i còlti, bruciando i campi e le città, come era il costume dell’epoca. Gli eserciti suoi sono al comando di C. Giunio Bubulco e di L. Emilio Barbula, consoli. «Domata l’Apulia — dice Livio31 (437-317) — e impadronitosi, il Bubulco, di quel gagliardo arnese di guerra che era Acherontia, passa in Lucania, ove subitamente sopraggiunge Barbula, e prende di forza Nerulo». Sicché da Acerenza a Rotonda o Castelluccio di oggidì, la Lucania è tutta da un capo all’altro corsa e devastata: e non pare dubbio che le vittorie di Roma imponessero ai vinti altri governanti della parte a Roma favorevoli, e favorevoli patti di alleanza. La quale alleanza è probabile non riuscisse assai grave ai Lucani; inquantoché Roma aveva bisogno allora, se non dei loro aiuti diretti, dell’inazione loro a favore de’ Sanniti.

Cessata che fu la tregua, riarde da capo la guerra feroce tra Roma e il Sannio; vi s’intrecciano gl’interventi bellicosi degli Etruschi nel 403-311, degli Umbri, dei Peligni e dei Marsi nel 448-306: ma Roma or l’uno or l’altro li vince tutti, e chiudo nel 419-305 uno dei periodi più atroci della guerra sannitica con la presa di Boviano, piazza forte e città capitale ai popoli del Sannio, che parve suggello alla sottomissione di essi.

Ma la forzata sottomissione non durò guari; e dopo men che dieci anni (456-298) riprendono le armi.

«Poiché l’ultima guerra era stata decisa — come scrive il Mommsen32 — precipuamente dalla lega della Lucania con Roma e dalla conseguente inazione di Taranto, i Sanniti si rivolsero a’ Lucani, por istrapparli, bene o mal volentieri, all’inazione loro; e, per sforzarli alla guerra colla guerra33, fecero punta devastando sul territorio de’ Lucani. Allora il governo di questi ricorre, secondo i trattati, a Roma; e Roma manda i feciali, ordinando che ritirassero gli eserciti dal territorio de’ suoi socii, i Lucani»34.

Ma i Sanniti, nonché piegare agli ordini dei prepotenti, rimandano indietro inascoltati i feciali e con parole di minaccia; e la guerra si riaccende.

Tale è il racconto di Livio; ma i monumenti superstiti non si accordano del tutto al racconto. Se fu il governo lucano che chiese la protezione di Roma contro i Sanniti, non avrebbe dovuto sorgere allora una guerra di Roma contro i Lucani; ma la guerra invece riarse per la Lucania. Roma entrò con i suoi eserciti non solamente nel Sannio, ma nella Lucania altresì; questa anzi sottomise tutta, e ne portò via gli ostaggi. Il famoso monumento funebre a Lucio Cornelio Scipione Barbato, che fu Console appunto in quell’anno 456-298, ne dà la prova35. È probabile che gli umori della nazione, non essendo della medesima tempra, una parte di essa si accordasse con i Sanniti contro la politica del governo legale: e tutto il paese ne fu punito.

Rotta adunque nuovamente la guerra, Roma vince nel Sannio a Tiferno, a Malevento; e devastando e abbruciando sistematicamente il paese, aspetta che i Sanniti si pieghino; ma questi indomiti montanari stringono relazione con l’Etruria; e quando questa si leva in armi contro Roma, essi, arditissimi, passano con un esercito in Etruria a soccorrere e infocolarne l’azione pericolante.

E mentre ivi si combatte e gli eventi apparecchiano ai Romani la vittoria egregia e feroce di Sentino, che obbligò l’Etruria alla pace (455-299), l’altro esercito romano che era rimasto nel Sannio, s’impossessa ancora qui e qua di luoghi fortificati; devasta abbruciando il paese per dove passa; fa punta nella Lucania: e qui abbassa il partito che prevaleva favorevole ai Sanniti36. A capo dell’esercito devastatore era il Console Manlio Curio Dentato (a.C. 290), il quale per questa sua campagna di Lucania ebbe la «ovazione» ma non il trionfo; e vuol dire che la guerra ivi guerreggiata fu tenuta di minor importanza, ma non fu, certamente, di minore ferocia.

I Sanniti fanno ancora un ultimo e grande sforzo; ammassano nuovi eserciti; ricorrono al riti misteriosi della loro religione e si votano a morte; maraviglioso popolo e degno dell’epopea! Ad Aquilonia (Lacedonia) grande battaglia e grande vittoria ma dei Romani (460-294). Poi nuovi scontri, nuove battaglie, nuova vittoria della fatale città contro gl’indomiti e ferrei popoli al comando di Caio Ponzio, figlio o nipote del vecchio e glorioso Ponzio delle forche caudine. Taranto sollecitata ad accorrere, non si mosse: i Lucani erano entrati nella lega di Roma dopo la campagna devastatrice di Curio. E il Sannio, nonché stremato di forze, ma esausto di sangue, deve piegarsi alla pace; e fu fatta nel 464-290. Roma fonda la colonia di Venosa con l’ingente presidio di ventimila coloni (463-291); e questa addiventa una piazza forte, che sarà la bastiglia, come fu detta da uno storico moderno, piantata in su’ confini a tenere in rispetto Appuli, Tarantini, Sanniti e Lucani. Era durata la lotta per un periodo di tempo di oltre una generazione: — una generazione non di uomini, ma di eroi!

Bruciati i còlti, saccheggiati i campi, puniti i capi, multate in una parte del loro territorio le sforzate citta, entrarono i popoli vinti come «socii» nella lega di Roma; ma associati anzi che socii, non politicamente eguali né indipendenti. Sommesso che fu il Sanno, Roma ormai signoreggiava quasi tutta la bassa Italia: non restavano indipendenti ancora che Taranto, parecchie città italo-greche, e i Bruzii; i quali per vero in tutto questo intrecciarsi di guerre, di sollevazioni, di urto di popoli, non si trovano nominati, o forse perché vengono compresi, dagli storici, nella denominazione dei Lucani, o perché, ristretti al dosso degli Appennini, non vagheggiavano altre conquiste che sulle ricche città grecaniche delle coste.

I Lucani, senza dubbio, entrarono allora anche essi da «socii» nell’alleanza di Roma: ma, probabilmente, non fu sciolta la federazione loro statuale; né cassa del tutto la indipendenza politica della nazione. Poiché, non passano molti anni, e, verso il 472-282 a.C., li troviamo di nuovo in guerra contro i Turii. Era antico obiettivo, antico stimolo di cupidigia o di ambizione loro la conquista di Turii; ed oggi che è chiusa all’attività loro la via per Taranto, si rivolgono dall’altro canto, verso il meriggio, alle rive del Jonio. Dominavano, come pare, in Cosenza; e la città di Turii era vicina. Non si sa se, dopo i fatti di Cleonimo e l’intervento romano nella penisola salentina, restasse Metaponto in suggezione ai Lucani: non era Eraclea, che fra breve stringerà famosi patti di federazione con Roma. Turii, dunque, quasi incuneata nei possedimenti oltre il monte Pollino della federazione lucana, conveniva ai loro interessi.

Spinte più volte le ostilità sul territorio turiese, alfine la strinsero intorno d’assedio. Impotente più oltre a resistere, essa ricorse a Roma. Ogni altra città d’intorno, di greche origini, era senza dubbio di forze ineguali all’urto dei Lucani, né vincoli di politica comune ligava quelle città autonome ed isolate. Roma, invece, prevaleva di fatto, ed ambiva mostrarlo, in tutti gli stati italici: essa, inoltre, usava di fare larghi patti di alleanza e lasciare più ampio campo d’indipendenza alle città poste sul mare. Turii dunque chiese ed ottenne l’alleanza di Roma; Roma intimò a’ Lucani di desistere; e appoggiò l’intimazione ai riottosi, inviando sul luogo un esercito al comando del console C. Fabrizio Luscino.

Non fu senza resistenza e senza sangue che il console attraversò il paese, e giunse a Turii: anzi è da credere che l’impresa fu dura quanto formidabile la resistenza, se la stessa leggenda, che ebbe corso a Roma, attestava il miracolo della presenza di Marte padre combattente tra le file dei Romani contro i Lucani37. La resistenza fu dura ed unanime; e lo proverebbe la somma del bottino ladroneggiato, se potesse prestarvisi fede del tutto. Dissero che Fabrizio, tornato da questa campagna, depose nel tesoro pubblico quattrocento talenti; largì col restante bottino ampie ricompense ai soldati, restituì ai cittadini quel tanto che essi avevano pagato nell’anno per tassa militare, ed ebbe il trionfo38.

«I risultati di così produttive campagne — ben dice a questo proposito uno storico moderno — facevano amare la guerra; e tutti, nonché l’ambizione dei grandi, ma l’attività dei poveri, vi trovavano il loro tornaconto»39.

Quei di Turii fecero elevare in Roma una statua al Console liberatore; e tanto parve grande il pericolo da cui furono scampati, che onorarono di una statua e di una corona anche il tribuno della plebe Caio Elio, che aveva promosso la legge di soccorso alla città40. Intanto il nome del capo militare dei Lucani è mal noto; altri lo disse Stazio Statilio, altri Stenio Statilio. Egli cadde nella mischia; e rimase ignorato, come i tant’altri — quia carent vate sacro!

Alla difesa di Turii, oltre alle legioni per terra, Roma aveva mandato ausilio di navi armate, tra cui erano i contingenti di Velia e di Pesto. Sciolto l’assedio, le navi veleggiando pel Jonio vennero, un giorno di pubbliche feste, nelle acque della città di Taranto, sia che vi fossero spinte da mare fortunoso, sia di piena volontà onde rifornirsi di vettovaglie al viaggio per l’Adriatico. Di qui l’umile scintilla che accese l’incendio famoso della guerra di Pirro. Un vecchio trattato tra Roma e Taranto, stipulato forse verso l’anno 406-34841, aveva fatto obbligo ai Romani di non spingere il loro naviglio oltre il promontorio Lacinio; riconoscimento alla supremazia di Taranto sul golfo del suo nome, e guarentigia di esclusione a pro dei suoi commercii. L’arrivo della flotta romana parve un’infrazione del trattato ai Tarantini, già pieni d’ira e dispetto contro la fortunata e prepotente città, e il popolo si commove; fa impeto; corre al porto, e catturano e sommergono parecchie delle navi nemiche; e dichiarano schiavi e vendono le ciurme di esse. Né il governo della città, democratico, affrenò o corresse, allora o dopo, il mal fatto. Anzi a Roma che chiede riparazione all’oltraggio, fa altri e superlativamente sozzi oltraggi, nella persona dei legati di Roma, la plebe briaca. Ma erano briachi tutti, governo e governati. Questo precipita gli eventi. E Roma dichiara la guerra a Taranto.

NOTE

1. Cronologìa di questo capitolo:

A.C.— ? 340-338. — Guerra dei Lucani contro Taranto.

338. — Battaglia dei Lucani presso Manduria contro i Tarantini e Archidamo, che vi rimane morto.

332. — Arrivo di Alessandro il Molosso, chiamato da Taranto contro i Lucani.

? 330. — Lega dei Lucani e dei Sanniti contro il Molosso. Battaglia di Posidonia, o Pesto.

326. — Battaglia di Pandosia. Morte di Alessandro.

? 330-327. — Alleanza dei Lucani con Roma.

325. — L’alleanza con Roma è rotta: altra coi Sanniti.

321. — Disfatta dei Romani alle Forche-Caudine.

317. — Guerre di Roma in Lucania. I Romani prendono Acheruntia e Nerulo.

310-305. — Cleonimo chiamato dai Tarantini contro i Lucani. Pace dei Lucani con Taranto. Occupazione di Metaponto. Fuga di Cleonimo.

? 297. — I Sanniti contro i Lucani.

298. — Campagna di Scipione Barbato nel Sannio e in Lucania. Sottomissione di questa.

290. — Campagna di Curio Dentato in Lucania.

293-290. — Battaglia di Lacedonia, vinta dai Romaoi sui Sanniti. Pace del Sannio con Roma.

291. — Colonia di Roma in Venusia.

282. — I Lucani contro Turii. Morte di Stenio Statilio.

2. Libro XVI, 62, 63.

3. DIODORO, XVI, 63.

4. Περι Μανδυριον, in PLUTARCO, Vita di Agid. III; ma nell’edizione Didot è detta Μανδονιον, e CORCIA crede per errore. Op. cit. III, p. 407.

5. GROTE, Stor. Grec. vol. XIX, p. 142, dice: — «Tito Livio (VIII, 3.24) stabilisce la data di questa spedizione un po’ prima: ma è da tutti riconosciuto che è un errore». — E MICALI, vol. II, p. 134, avea scritto: «Secondo Livio, Alessandro sbanrcò in Italia l’anno di R. 414 (= 340); ma si può credere alle ragioni di Dodwel, che pone la venuta otto anni dopo, cioè nel 422 (= 332); oppure nel 420 (= 334) secondo la cronologia del De Saint-Croix».

6. È opinione del Lenormant: ma non è che una supposizione. Grande Grèce, I, 35.

7. STRAB. VI, 429, secondo l’interprete dell’edizione Casaubono:

Alexander communem «Graecorum isthic degentium conventum solemnem» (πανέγυριν) qui ex more Heracleae Tarentinorum agebatur, in Thuriorum fines, abalienato a Tarentinis animo, voluit transferre; jussitque apud Acalandrum amnem locus iis conciliis (συνοδοι) aptum communiri. — Giova notare che le parole del geografo, che abbiamo messe fra doppia virgola, il Mazzocchi le interpreta per concilium Graecis omnibus in vicino positis. Ad Tab. Herac., pag. 106.

8. Nella nota precedente abbiamo indicato la interpretazione di Mazzocchi alle parole di Strabone, cioè: — concilium Graecis omnibus in vicino positis.

9. LIVIO, VIII, 24:

Ceterum quum saepe Bruttias, Lucanasque legiones fudisset Heracleam, Tarentinorum coloniam, Consentiam ex Lucanis; Sipontumque (?), Bruttiorum Terinam, alias inde Messapiorum et Lucanorum cepisset urbes; et trecentas familias illustres in Epirum, quas obsidum numero haberet, misisset: haud procul Pondosia urbe, imminente Lucanis ac Bruttiis finibus, tres tumulos, aliquantum inter se distantes, insedit:…

10. L’Acalandrum antico, nominato da Plinio (III, 11), da Strabone ecc., risponde manifestamente all’odierno fiume detto la Salandrella, che in carte greche medioevali del 1125 (Syllab. graec. membran. p. 127) è detto Chelandros. Desso è al nord di Eraclea, assai più prossimo a Taranto, che non a Turii. Non poteva, adunque, intendere di questo fiume Strabone; pertanto gli eruditi si dettero alla caccia di un altro Calandro; e gli scrittori di Calabria asseriscono che al fiume detto «del Ferro» di oggidì rispondesse già il nome di Calandro (Ap. Corcia, Op. cit., III, 306). Ma su quali prove, non è detto. — Ultimamente il Lenormant vien dicendo che il fiume presso Turii ove Alessandro stabilì la sede dei Concilii, fosse il Racanello (Grande Gréce, I, 222). E sarà vero questo, come un altro; — ma poiché finora non si ha indizio sicuro di un altro antico Acalandro più da presso a Turii, anzi che a Taranto, io posso ben dire errato il luogo di Strabone.

11. Il LENORMANT (Grande Gréce, I, p. 40) fa che l’esercito del Molosso, partendo dalla regione tarantina, circuisca per mare tutta Ia penisola; e sbarcato a Posidonia, vinca sui Lucano-Sanniti. Ma io non veggo Ia ragione di questo lungo periplo: né so quali antichi autori egli segua. È forza notare, che le narrazioni storiche in quella sua opera, per tanti riguardi pregevolissima, procedono, sì, spedite, ma tra rinfagottamenti e raffazzonature di fantasia.

12. LIVIO, lib. VIII, 17:

Samnites bellum Alexandri Epirensis in Lucanos traxit: qui duo popoli adversus regem, excursionem a Paesto facientem, signis collalis, pugnaverunt. Eo certamine superior Alexander.

13. Nel passo di Livio (VIII, 24) riferito nella nota a pagina antecedente, si legge secondo le vulgate edizioni Consentiam ex Lucanis, Sipontumque, Brutiorum Terinam, ecc. Il Lenormant (Op. cit. I, p. 445 e 454) propone di leggere Sipheum in luogo di Sipontum (città de’ Dauni, che qui è in disagio), e invece di Terina vuol leggere, come sta in molti Mss., Acerinam, che egli crede sia la moderna Acri e questa l’antica Acherontia dei Bruzii. Cluverio correggeva Sipontum in Metapontum; ed anche egli Acerinam in luogo di Terinam (Ital. Ant. II, 1318). Mommsen non pare se ne dia carico: e nomina Siponto (Stor. rom., I, pag. 364). Io leggerei Hiponium in luogo di Sipontum: lo scambio di una sola lettera nell’ultima sillaba avrebbe reso più facile l’errore del copista.

14. LIVIO, VIII, 24; traduzione del Nardi.

15. Istor. Rom. III, 75, Napoli, 1846-1851.

16. Sono noti sotto il nome di «bronzi di Siri». È però congettura del LENORMANT (Grande Grèce, I, p. 447) che essi siano reliquie delle armi di Alessandro di Epiro. — Qualche dubbio circa il luogo del rinvenimento, non manca. Vedi appresso, al Capitolo X.

17. Nei commenti di Tetzeo an Lilcofrone; di cui vedi quello che ne dice il LENORMANT, Op. cit., I, 447. — Ma prima di ogni altro tra i moderni, il fatto fu notato dalla grande erudizione e dal grande acume del Niebhur nella sua Dissertazione sull’epoca di Licofrone (nel vol. I, p. 51 della Stor. rom., ediz. di Napoli, 1846).

18. Per Mommsen è il 332 a.C. — 442 di R.

19. La quistione topografica della Pandosia, che, per intendersi, io dirò di Alessandro, è combattuta vivamente, calorosamente, pro aris et focis!, fra gli eruditi napoletani, basilicatesi e calabri. — Gli elementi sodi della questione, sono questi: 1º La Pandosia (ove cadde Alessandro) è indicata come «posta un pò al disopra di Cosenza» da Strabone, lib. VI, 393, e come «imminente al confine tra’ Lucani e i Bruzii» da Livio (luogo cit.). — 2° Strabone dà il nome di Ἄκιρις al fiume che sarebbe prossimo alla Pandosia Eracleota o lucana, e dà il nome di Αχέρων al fiume choe era prossimo alla Pandosia di Alessandro (lib. VI, p. 405 e 393). — Nelle Tavole di Eraclea il fiume presso la Pandosia Eracleota è detto Aκιρις e non altrimenti: e la iscrizione riferita dal Romanelli (Ant. topogr. I, 258, in Corcia, III, 318) come trovata tra Eraclea e Metaponto, e posta Numini Herculis ACHERUNTINI, ECC. è semplicemente falsa. — 3° Pausania disse il Molosso morto in Lucanis (Attic.), e Teopompo presso Plinio (III, XI) dice: Pandosiam Lucanorum urbem in qua Alexander occubuerit. Ma queste, benché paiano testimonianze precise, riescono ambigue: perché Livio, nello stesso racconto della battaglia di Pandosia, avendo indicata Cosenza come «appartenente ai Lucani» e la Pandosia degli scrittori calabresi, essendo prossima a Cosenza, il valore di codeste testimonianze di Pausania e di Teopompo attenua, se non scomparisce. — 4º Tra Castelfranco e Mendicino, presso Cosenza, gli scrittori di topografia calabresi indicano un luogo che è detto ancora Pantusa. E non può dubitarsi di questo dato topografico, poiché tale fu detto nei Cedolarii angioini delle tasse pel 1276 ove è nominata, tra altre terre, Serra, Amantea, Pantusa, Cusentia: e perché nella cronica del Jamsilla, presso il Muratori, Rer. Ital. Scrip. VIII, 567 (manca il passo neolla edizione di Del Re, del 1844) si legge che Pietro Ruffo con l’arcivescovo Pignatelli …eundi Cusentiam iter accipiens, cum pervenissent ad quoddam casale quod vocatur Pantosa, invenierunt viros fere mille, etc. — 5º Altri tra Castelfranco e Mendlcino ricorda il nome di un piccolo fiume quod incolae Arconte vocant. Così i vecchi scrittori Quattromani (nel 1606) e lo Aceti, nelle note al Barrio: però cotesto corso di acqua dai moderni è detto «Marenzato» (CORCIA, III, 181), onde Ia testimonianza vacilla. Ma pure tralasciando questo ultimo dato, pare a me che Ia indicazione topografica medioevale risparmia di battere Ia campagna di qua e di là, per trovare altrove il posto dell’antica Pandosia de’ Bruzii: né le lucubrazioni ideali e recenti del Lenormant valgono più di quelle meno recenti del Duca de Luynes. — La «letteratura» di questa quistione è molto abbondante, non meno che molto ciarliera.

20. Argomento dallo stesso passo di Livio.

21. Sono notizie che si trovano unicamente in DIODORO, lib. XX, § 104. Ma in esse il luogo, là dove si parla di Metaponto, evidentemente è in lacuna: e perciò gli storici interpretano ognuno a modo suo. — Mommsen dice: «Con questo esercito (Cleonimo) costrinse l Lucani a far Ia paco con Taranto: e ad istituire un governo devoto ai Sanniti, per cui, certo, fu loro fatto il sagrifizio di Metaponto». Storia Romana, pag. 377, Micali fa che Metaponto fosse occupala da’ Lucani, quando Cleonimo venne ad attaccarla (Ital. av. Rom. II, p. 191). Niebhur dice (II, 119) che Cleonimo «costrinse i Lucani a marciare contro Metaponto sempre ricca e sempre indipendente da Taranto». — Per Lenormant, Cleonimo non li «costrinse» ma li «eccitò ad attaccare Metaponto». (Grande Gréce, I, p. 44). — Io sieguo Mommsen.

22. ATENEO, XIII, 8; DIODORO, XX.

23. A questa occupazione di Metaponto si vogliono riferire le monete Lucano-Metapontine, da noi riprodotte innanzi, a pag. 167.

24. Lib. XX, § 105.

25. Evidentemente (secondo le parole di Diodoro, riferite nel testo) Cleonimo sbarcò nella penisola Salentina, e di una città di questa regione intende parlare lo storico. — Infatti Mommsen accenna ad «assedio messo innanzi Uria» (Ibid., I, 377) emendando le parole di Livio dove si legge che Cleonimo «Thurios urbem in Sallentinis cepit» (X, 2). Al contrario, il Lenormant (Grande Grèce, 1, 45) fa discendere Cleonimo nei Bruzii; e la città, che Diodoro nomina Triopium, egli dice che fu Tropea. — Però nel III vol. della stessa opera (Paris, 1884. p. 236) trovo che fu corretto lo sbaglio.

26. Lib. X, 2.

27. Perché la nazione dei Sanniti, come lo storico di Roma si esprime, nec satis validam, quando Lucano defecerit. LIVIO.

28. Ut in fidem reciperentur. LIVIO, Lib. VIII, dec. I, 19.

29. Nel 424 di Roma — 330 a.C. secondo la cronologia di Livio; ma debbe essere di alquanti anni più tardi.

30. Lucani atque Appuli, quibus gestibus nil ad eam diem cum romano populo fuerat, in fidem venerunt, arma virotque ad bellum pollicentes: foedere ergo in amicitiam accepti; così LIVIO, VIII, 25, all’anno 427-327.

31. Libr. IX, 20:

Apulia perdomita, nam Acherontia (altri Ferento) quoque, valido oppido, Junius potitus erat, in Lucanos perrectum. Inde repentino adventu Aemilii consulis Nerulum vi captum.

32. Storia Romana, I, 379.

33. Belloque ad bellum cogere. LIVIO, X, 11.

34. Decedere agro sociorum, et deducere exercitum finibus lucanis juberent: — così LIVIO, X, dec. I, 11 e 12; all’anno di R. 456-298 a.C.

35. L’osservazione del disaccordo tra Livio e I’iscrizione a Scipione Barbato, fu fatta dal Micali (Vol. II, cap. II, 194). — È ben nota la celebre iscrizione funeraria a Cornelius Lucius Scipio Barbatus Gnaivod patre prognatus… qui… Taurasia. Cisauna Samnio cepit , sobigit omne Loucanam, opsidesque abdoucit.

36. MOMMSEN, I, 380.

37. In AMMIANO MARCELLINO (lib. 24) si legge:

Existimabatur Mars ipse (si misceri hominibus numina majestatis jura permittunt) adfuisse castra Lucanorum, invadenti Luscino.

38. Negli ACTA TRIUMPHOR. CAPITOLINA (Corp. Ins. Latin., I, 457) è scritto: — C. Fabricius. C.F.C.N. Luscians. An. CLXXI. Cos . de . Samnitibus . Lucaneis . Brattieisque . III . nonas . Mart.

39. DURUY, Hist. des rom. I, p. 273: ma a Niebhur non pare credibile tanta Iarghezza di cifre (III, p. 189): 400 talenti corrisponderebbero a lire 22,436,000.

40. PLINIO XXXIV.6.

Publice autem ab externis posita est (statua) C. Aelio Trib. PI. lege perlata in Stenium Statilium Lucanum, qui Thurios bis infestaverat… Iidem postea Fabricio donavere statua, liberati obsidione. — Conf. Valer. Max. I, 8. 6.

41. È l’epoca cui si riferisce il MOMMSEN, I, 415: altri accennano a tempi posteriori.

Parte I - La Lucania

CAPITOLO XVI

GUERRA DI PIRRO 1

L’intervento di Roma a favore di Turii contro i Lucani dové eccitare in Taranto gli spiriti del partito nazionale, che considerava come un’offesa alla dignità ed alla potenza di Taranto sia l’ingerenza romana, sia la sottomissione dei Turii a Roma. Violenta manifestazione di cotesti spiriti fu lo scoppio delle ire popolari contro la flotta romana, e le sconcezze plebee contro i legati di Roma. Quel partito nazionale che era o venne allora al governo, atteggiò i suoi intenti politici al concetto di opporsi alle ingerenze di Roma nella estrema parte d’Italia, e di affermare con maggiore energia la supremazia di Taranto sulle città costiere italiote. E, tratto il dado, iniziò o strinse accordi con le prossime popolazioni italiche malcontente di Roma, i Sanniti, i Lucani, i Bruzii; con i Messapi, e con le città, che le origini o la comune civiltà predisponevano maggiormente favorevoli al disegno dei Tarantini. Ma non bastava cotesto fascio contro Roma, strapotente, dopo che essa aveva vinti e prostrati Sanniti ed Etruschi. Cercarono un alleato e un condottiero di eserciti dalle terre oltremare, onde sempre vennero soldati mercenari a Taranto. Il gran nome, lo spirito irrequieto, la politica ambiziosa di Pirro, re di Epiro, dovevano essere ben note alle città italiote tanto prossime all’Epiro: e i Tarantini ricorsero a Pirro.

E infrattanto vollero punire i Turil e cacciare i Romani, che in Turii avevano lascialo presidii, quasi avanguardia del loro avanzarsi nella penisola greco-bruzia. Attaccarono la città; e sbaragliato il presidio romano, esiliarono i maggiorenti del partito avverso, dopo aver messo a bottino la città stessa. Se questa, allora, fu data in presidio ai Lucani, come è probabile, non consta.

Il Senato di Roma, prima che si aprisse la guerra, volle tentare pratiche di pace, purché Taranto avesse fatto riparazione delle offese ai legati; e ritornato Turii all’antico stato: il che non significando altrimenti che un ritorno alle condizioni di cose, onde Taranto aveva voluto sottrarsi, non era possibile fosse accettato. Alcuni tra i moderni scrittori stimano astutamente insincere queste pratiche di pace, e lodando Taranto dei suoi spiriti nazionali d’indipendenza, vituperano Roma della sconfinala ambizione sua. E sta bene; ma non è giustificabile né quel risolvere gli affari supremi di Stato, che involgono l’esistenza di una nazione, per impeto di piazza, per rettorica da demagoghi, per violenze di plebe; né l’attitudine altera di Taranto, quando era sì destituita di forze proprie, sì sfibrata d’interne virtù come e quanto si scovrì all’arrivo di Pirro, e sì corrotta di costume da far possibili, non che le scene sozze del teatro tarantino nelle persone dei legati di Roma, ma a quelle scene l’adesione e l’applauso. Certo, gli uomini savi e temperati non mancavano, ed è nominato un Agide come capo o generale della parte temperata della cittadinanza, ma l’impeto delle turbe prese il sopravvento; mutarono, forse di un colpo di mano, il governo; e cassata la nomina di codesto Agide ad alte funzioni civili o militari della città, prevalse la parte demagogica, che di sua natura violenta, sa scatenare le tempeste e non sa acquetarle.

Gli ambasciatori di Taranto mandati a Pirro promisero molto; e Pirro anch’egli dové promettere molto: quelli accertarono di un esercito di collegati italici per oltre a 350mila fanti! e 20mila cavalli; questi, forse, accettò di attenersi ad un compito strettamente militare, al governo unicamente militare della guerra da intraprendere. Il re mandò un’avanguardia di esercito con un abile generale, Milone, e con un abile ministro, Cinea. L’avanguardia occupò la cittadella di Taranto: argomento preliminare che mostrerebbe Pirro non meno sagace politico, che condottiero di eserciti valente. Ricordando il sùbito disaccordo e l’aperta rottura tra i Tarantini ed Alessandro Re dei Molossi, loro capitano e alleato cinquant’anni innanzi, volle in tutti i modi, premunirsi contro gl’incostanti disegni e i mobili spiriti dei governi popolari: avute in sua mano le forze degli alleati, volle comandar lui davvero e dirigere gli eserciti e le cose della guerra non solamente sul campo di battaglia, ma nei consigli e nei provvedimenti civili che apparecchiano la vittoria.

Arrivato Pirro in Italia (474 di R. – 280 a.C.), Taranto sentì incontanente la mano di ferro che le si aggravava sugli omeri. Invano ricalcitra; invano leva querele; le fu forza di provvedere a danari e a leve di soldati della gioventù sua; le fu forza di dare ostaggi a guarentigia di fede. Era sbarcato con Pirro, dopo una fortuna di mare che ne disperse in parte le navi, un esercito non numeroso, ma aveva — nuovissimo arnese da guerra — un treno di trenta elefanti: l’esercito, con le leve dei greci italioti e con i sussidi dei Tarantini, numerò in tutto ventimila fanti e tremila cavalli.

Non pare che in cotesto numero fossero compresi Bruzii e Lucani: questi, probabilmente, in sul primo sviluppo della campagna di guerra non ebbero tempo di entrare in lega agguerriti. Giacché Roma fu pronta di mandare nella bassa Italia due eserciti; l’uno sotto il console Emilio Barbula, contro i Sanniti; l’altro al comando del console Valerio Levino, contro Taranto e suoi più prossimi alleati. Levino appoggiò l’azione sua intorno alla piazza forte di Venosa, onde tenere in soggezione l’Apulia e la Lucania. E nella Lucania egli entrò ben tosto, per tenere in freno i Lucani che non si unissero a Pirro. E questi, quantunque avesse voluto ancora indugiare, spiegò le sue forze per le pianure lungo il mar Jonio tra il Basento e l’Aciri e fino al Siri o Sinno.

Il Console attraversò la Lucania: intendeva forse portarsi verso i confini meridionali della regione, per disgiungere i Bruzii dall’unirsi a Pirro e ai Lucani. Lo troviamo presso l’ultimo tronco del fiume Siri, a destra, dove i colli dell’alta Lucania scendono degradando alla pianura Jonia sul mare. A sinistra del fiume, tra le città di Pandosia e di Eraclea, era il campo di Pirro.

A questi faceva giuoco lo attendere: non faceva al Romano, e si decide ad attaccare; ma non so con quanto accorgimento si accinse, per farlo, a guadare il fiume, e a venire su campo adatto allo spiegamento della cavalleria tessala e tarantina, e degli elefanti. E passò il fiume; e sbaragliate le prime schiere di Pirro si svolge l’azione in campale battaglia tra la sinistra del Sinno e la destra del fiume Agri, tra Pandosia ed Eraclea, che oggi diremmo tra il colle di Anglona e il villaggio di Policoro.

La mischia fu viva e pertinace: è detto che sette volte si rinnovò l’assalto da una parte e dall’altra. Pirro pagava di persona; e ferito lui stesso, e ucciso uno dei suoi generali che aveva vestite, a guarentigia del re, le armi del re si avvolse tra i suoi combattenti a capo scoverto per farli certi che non era altrimenti caduto. Infine, sia a rompere la catena delle legioni, sia ad aprire la breccia in esse all’urto della cavalleria tessala, entra in campo la truppa degli elefanti. Masse di offesa ignote agli uomini ed ai cavalli, e terribili maggiormente per l’ignoto, i cavalli, più che i soldati, non possono sostenerne l’urto, nonché la vista e il sito; e adombrando, impennando, scalciando, dànno volta spaventati e feroci: le coorti vanno in rotta, ed urtano, sgominano, calpestano le stesse legioni del loro campo che non reggono, e sono avvolte nella rotta e nella fuga. Sangue e morti senza fine da una parte e dall’altra; ma la vittoria è a Pirro. Il quale, se pure, secondo la leggenda, si dolse di una vittoria troppo sanguinosa, non ne poté mostrare altro che gioia, e ringraziò gli dei, mandando ai nazionali santuarii in Epiro parte del bottino, a nome suo e di Taranto.

L’esercito che è battuto, si ritrae per l’alta Lucania verso l’Apulia; che vuol dire va a raccogliersi e riordinarsi a schermo della piazza forte di Venosa. E sgombra che fu la Lucania, accadde quello che di solito tien dietro ad ogni vittoria, ad ogni sconfitta grande: i dubbiosi, i tiepidi, i timidi si pronunziano per chi vince, e accrescono forze al vincitore. Allora i Lucani, i Bruzii, i Sanniti entrano apertamente nella lega e nell’esercito epirota–tarantino; cedono a Pirro, defezionando dalla causa di Roma, le città greche delle coste jonie–tirrene, fuorché Reggio; la quale nondimeno soffrì strazii e orrori dalla guarnigione di quei mercenari campani che in essa aveva mandato Roma; o che fattisi signori della città vi perpetrarono scelleraggini senza nome.

Pirro, accresciuto di forze, e di fama, muove per l’Apulia e pel Sannio verso la Campania; e pare voglia tendere a Roma. Ma lasciate alle sue spalle l’esercito raccozzato dal console Levino che gli tien dietro, non parrebbe che disegno di un’audacia temeraria, se egli non avesse avuto intelligenze con gli Etruschi sollevati e combattenti contro Roma, a fine di congiungere le forze e stringerla da due lati. Spopola e devasta la Campania, che era ai Romani2: e spintosi fino ad Anagni o Preneste, dié volta: poiché gli Etruschi in quel mentre erano stati vinti, e l’esercito vincitore tornava a grandi giornate per difendere Roma. Il colpo mancato fé divergere gli arditi disegni dell’audace battagliero, che tornò verso Taranto per isvernarvi. A primavera, riesce in campo, per l’Apulia: in Ascoli ha luogo la famosa battaglia (475–279), ove egli con un esercito di 40mila uomini tra suoi Epiroti, Sanniti, Lucani, Bruzii e Tarantini urtò altrettanti Romani, in un combattimento sanguinoso, che se fu vinto da lui, fu di poco o punto profitto al vincitore. Egli tornò a Taranto.

E l’anno dopo, da Taranto va in Sicilia. E questo proverebbe se non la suprema delle pazzie, la irrefrenabile e perigliosa irrequietezza dell’uomo, se a tanto intervallo di tempi, e a mancanza di documenti non fosse prudente di frenare la petulanza dei giudizii. Si mosse agli inviti premurosi dei Siracusani in guerra con i Cartaginesi, ed aspro di sdegno contro di costoro, che avevano conchiuso un trattato con i Romani avverso a lui, Pirro. Parrebbe dal detto di un antico storico che, in seguito alla battaglia di Ascoli, egli avesse conchiusa una tregua con i Romani, e durante la tregua poté, con i suoi epiroti e gli elefanti, imbarcarsi per la Sicilia (476-278). Ivi valorosamente e fulmineamente operò a pro di Siracusa contro i Cartaginesi: ma non passano due anni, e senza aver nulla fondato e nulla acquistato, se non fosse una enorme quantità di bottino, tornò in Italia: verace capitano di ventura.

Se dopo Ascoli fece tregua con i Romani, non v’incluse i suoi alleali. Lui partito per la Sicilia, Sanniti, Lucani, Appuli e Bruzii restano bersaglio alla vendetta di Roma.

In prima, nell’anno 476–278 il console Fabrizio fu abile di conchiudere con la città di Eraclea una separata pace; e, mirando a più alti intenti, con sì largiti patti di equa alleanza che sono sovente ricordati, con singolari parole, da scrittori romani3. La politica di Roma volea, purché salva la sostanza dell’alta supremazia romana, dare esempii di animo benevolo alle altre città, specie a quelle sul mare. Ma aspra e feroce si scatenò la devastazione e la guerra per la regione dei Lucani e dei loro alleati. Locri si diè ai Romani, consegnando, ossia tradendo, il presidio epirota. Crotone, validissimamente difesa da un presidio di Lucani, tien fermo un pezzo contro il console Cornelio Rufino che l’assedia; ma ritiratisi i Lucani, la città fu presa, e soffrì danni ed onte senza fine4.

Gli eserciti consolari arsero e devastarono città e paesi, vinsero in iscontri e battaglie, sottomisero genti e città: città, genti e vittorie che non vengono particolareggiatamente ricordate dagli storici; ma che sono accertate, in complesso, dai fasti consolari, quando registrano con alta e perenne fortuna, all’anno di Roma 475–279, il trionfo del console Fabrizio Luscino «sui Lucani e Bruzii» e nell’anno dopo 476–278, il trionfo del console Giunio Bruto Bubulco «sui Lucani e sui Bruzii»; e poi nel 477–277 il trionfo di Fabio Gurgite «sui Sanniti, sui Lucani e sui Bruzii». Tanta continua e fiera devastazione di guerre pertinaci avrebbero già sottomessi nella quiete della tomba gli alleati contro Roma, se al ritorno di Pirro da Sicilia in terraferma non fossero risorte le speranze della rivincita e delle vendette. E Pirro riordina le forze militari sue e degli alleati; le divide in due corpi per opporle ai due eserciti consolari che gli stanno di contro, l’uno nella Lucania al comando di L. Cornelio Lentulo, l’altro nelò Sannio con a capo Manio Curio. Marcia contro l’esercito che manovra nel Sannio; disegnando di batterlo, pria che avesse potuto crescere di forza mercé gli aiuti dell’altro della Lucania5.

E avvenne lo scontro nei «campi taurasini»6 non lungi da Benevento: e vinsero i Roamni, pur lasciando, e gli uni e gli altri, grande numero di morti e di prigioni. Crebbe pompa al trionfo per le vie di Roma del console vincitore la lunga catena de’ Sanniti, Messapi, Bruzii, Lucani ecd Epiroti prigioni di guerra, e lo spettacolo di quattro elefanti che non erano stati prima veduti in Roma, e che ebbero dal volgo il nome di «buoi lucani» dal maggiore animale, di cui avevano contezza e dal luogo ove erano stati veduti la prima volta7.

La stella di Pirro era tramontata: e lui, irrequieto e mobile, o che intendesse davvero portarsi in Epiro per raccogliere aiuti da quei dinasti e tornare alla guerra d’Italia, o che comprendesse ormai inutile ogni suo sforzo contro l’idra sempre risorgente di Roma, lasciò l’Italia nel 474-275 e con poco onore, minor lealtà e nessuna fortuna tornò in Epiro Né quivi sostò guari: ma cacciatosi tantosto in nuove imprese, fu morto il 482-272 in Argo, di un colpo di tegolo, che nella mischia di un fatto d’armi, gli venne sul capo.

Lui partito, capitolò la guarnigione che aveva lasciato nella cittadella di Taranto. La città si sottomise al suo fato, e fu smantellata delle sue mura; ebbe però conservata una certa autonomia i cui precisi limiti non è dato designare; ma di certo non restò lei padrona di poter disporre di sue forze armate di mare e di terra. A quali vendette si sciolsero tra le sue mura i Romani non è detto, ma è facile concepire. Quindi, senz’altro indugio, i tre più fieri e più forti degli alleati, i Sanniti, i Lucani, i Bruzii, si sottomettono e dànno ostaggi; i fasti registrano nell’anno di R. 401–273 il trionfo del console C. Claudio Canina dei Sanniti, dei Lucani e dei Bruzii; ed altri trionfi nell’anno seguente di Sp. Carvilio e di Papirio Cursore8. Restarono ancora, qualche tempo, per le devastate regioni nuclei di resistenza e di brigate armate irrompenti a vendetta non meno, come suole, che a rapine; poiché Lollio, uno degli ostaggi sanniti fuggito di Roma, era venuto a mettersi a capo delle bande che si raccozzano (nell’anno 485–269); ma il moto durò poco; duramente represso dagli, eserciti e dalla scure di Roma.

Vinto il paese, Roma intende assicurare l’imperio con presidi posti nel luoghi forti, e con le colonie, che erano non meno arnesi di guerra, anche esse, che propaggini di romanesimo. Per la Lucania, allora mandò coloni e a Pesto ed a Cosa (481–275), la quale ultima non so se risponda all’antica città di tal nome nel territorio di Turii, verso il paese che oggi è detto Cassano sul Jonio, o se risponda a Cosa, posta sui monti tra gl’Irpini e i Lucani, che risponde all’odierna Consa. Non molto tempo dopo, colonie pel Sannio a Malevento, che allora diventò Benevento, nel 486-268; poi ad Isernia nel 491–263; e, vinti i Salentini, a Brindisi, testa di ponte ai mari ed alle terre del mondo greco–asiatico.

A questi stessi tempi (486–267) i Picentini posti sull’Adriatico si levarono in armi: ma dopo due anni di fiera lotta furono vinti dagli eserciti di due consoli, e Roma ne prese straordinaria vendetta. Temendo futuri dnnni per possibili accordi di questi popoli con i Celti loro finitimi, tutta, o gran parte di tutta la gente trapiantò dalla regione adriatica al golfo posidoniate sul Tirreno, nelle piane campagne poste tra la città di Salerno e il fiume Silaro. Non è detto se trovarono qui altri popoli o se terre spopolate o deserte, che invero rendevano l’aere malsano le acque malamente fluenti; né è ricordo di città tra Eburum e Posidonia da un lato del fiume Silaro e Salerno, e Marcina dall’altro lato.

Furono «trecentosessantamila Picentini che, al dire di Plinio9, vennero in fede del popolo romano»; e che fede! ma tutti di certo non avevano colle armi in mano combattuto. Furono piuttosto le famiglie di tutto un popolo che mutava sede di forza, con esempi rari sì, ma non ignoti alla politica di antichi e moderni prepotenti. Roma stessa tramutò nel Sannio genti intere di Liguri delle Alpi Apuane; e i despoti siciliani di Siracusa tramutarono dal continente nell’isola popolazioni intere a rinforzo delle desolate città. Di altri non dissimili spostamenti se tace la storia scritta, può dare argomento la omonimia geografica.

Nelle terre della Campania a destra e non lontane dal Silaro fondarono allora una città che, a ricordo delle patrie sedi, fu detta Picentia, e fu capo di minori sedi del popolo stesso. Oggi se di altri paesi loro non esiste vestigia, esistono qui e qua reliquie di nomi antichi10. Ma 360mila coloni erano di troppo per quelle distese di terre; ed è probabile che una parte di essi s’internò tra i monti della Lucania a colonizzare altre terre, ad occupare altre sedi: ed io credo che una parte di questi esuli, sostando in quella valle della Lucania cui solca il fiume che dai Greci del Jonio aveva avuto il nome di Casuento, vi fondò una città, che ricordasse loro l’antica patria perduta, e la dissero Potentia, alle origini del Basento.

NOTE

1. Cronologia di questo capitolo:

Av.C. 280. — Arrivo di Pirro in Italia. Battaglia di Eraclea.

279. — Battaglia di Ascoli.

278. — Alleanza di Eraclea con Roma.

279-277. — Trionfi di generali in Roma per vittorie nel Sannio e in Lucania.

275. — Battaglia ai campi Taurasini, presso Benevento.

275-4. — Pirro abbandona l’Italia.

273-2. — Sottomissione dei già alleati di Pirro, Sanniti, Lucani, Bruzii — Trionfi di generali romani.

273. — Colonie a Pesto e a Cosa.

265. — Popoli del Piceno trasferiti sulla destra del fiume Silaro.

2. EUTROPIO, lib. I:

Pyrrus, conjunctis sibi Samnitibus, Lucanis, Bruttiisque, Romam perrexir, omnia ferro igneque vastavit, Campaniam depopulatas est, atque ad Praeneste venit.

3. A detta di CICERONE singulare foedus; o amplissimum foedus, nell’orazione pro Archia poeta. — Archia, nato in Antiochia, venuto tra i clienti o amici di Lucullo, ottenne Ia cittadinanza di Eraclea: e poiché questa era città federata con Roma, Archia, cittadino eracleese, ebbe dritti di cittadino romano, in Roma. Questo gli vonlra conteso; e il grande oratore e avvocato perorò a favore di Archia.

4. FRONTINO, Strateg., III, 6°:

Cornelius Rufinus Cons. (la seconda volta C. nel 477-277) cum aliquanto tempore Crotona oppidum frustra obsedisset, quod inespugnabile faciebat assumpta in praesidia Lucanorum manus, simulavit se coepto desistere:… Crotonienses… demisere auxilia, destituisqae propugnatoribus… capti sunt.

5. PLUTARCO, in Pyrrum:

Quidquid autem habebat Pyrrhus copiarum in duas divisit partes: quarum una in Lucaniam misit ad detinendum alterum consulem, ne subvenire posset collegare; alteram ipse duxit contra M. Curium, qui tuto loco circum Beneventum sedebat: manens ex Lucania auxilio.

6. «Campi Taurasini» è la correzione di Cluverio, da tutti ormai accettata, alla primitiva lezione in Arusinis campis di Frontino, di Floro e di Orosio; i quali ultimi li dicevano in Lucania. Floro, I, 18:

Lucana suprema pugna (di Pirro) sub Arusinis quos vacant campos. Orosio, IV, 2: Tertiumque id bellum contra Epirotas apud Lucaniam in Arusinis campis gestum est. Frontino, Strat. IV, 1: Romani, victo eo in campis Arusinis, circa urbem Statuentum…;

che in altri Mss. è Fatuentum. Questa parola è stata corretta in Maleventum, seguendo giustamente la indicazione di Plutarco. Infatti, Curio non era in Lucania, ma nel Sannio, onde la necessità della correzione della parola circa urbem Maleventum, o Beneventum, che è lo stesso, e l’altra correzione dei «Campi Taurisini» o di Taurasia nel Sannio.

Gli scrittori basilicatesi accettarono la lezione dei «Campi Arusini» in Lucania; e gl’indicarono nelle campagne a piè del monte «Arioso», presso Pignola e Potenza. L’Antonini, invece (I, 153), fu di avviso che per Arusinis campis dovesse leggersi Acherusinis, campi di Acherusia o Acerenza; e la lezione di Statuentum o Fatuentum, voleva si leggese Ferentum, che risponderebbe all’attuale Forenza, prossima, infatti, ad Acerenza. E potrebbe dirsi correzione plausibile, se non stesse in fatto che la battaglia fu vinta su Pirro dal console M. Curio Dentato; e questi campeggiava nel Sannio, e non in Lucania, ove guerreggiava invece il console Lentulo.

Mommsen dice (Vol. I, p. 410): «Campo arusino, presso Benevento».

7. PLUTARCO, in Pirro.

8. Ecco la serie dei «Trionfi» ai generali romani per fatti di armi in Lucania, secondo che si trovano registrati negli ACTA TRIUMPHOR. CAPITOLINA (in Corpus Insc. Latinar. vol. I, 457):

Anni di R.

476. — C. Fabricius . C.F.C.N. Luscinus . II . an. CDLXXV . Cos. II . De Lucaneis . Tarentin . Samnitibus . Idib. decembr. et . Bruttieis . non . Jan.

477. — C. Junius . C.F.C.N. Brutus . Bubulc. An. CDLXXVI . Cos. II . De Lucaneis et Bruttieis . non . Jan.

478. — Q. Fabius . Q.F.M.N. Maximus . An. CDLXXVII . Gurges . II . Cos. II . De Samnitibus . Lucaneis . Bruttieis . Quirinalib.

479. — L. Cornel. T.F. Serv. N. Lentul. A. CDLXXIIX . Candin . Cos. De Samnitibus . et. Lucaneis . K. mart.

481. — C. Claudius . F.C.N. Canina . An. CDXXC . Cos. II . De Lucaneis . Samnitibus . Bruttieisque . Quirinalib.

482. — Sp. Carvilius . C.F.C.N. Maximus . II . An. CDXXCI . Cos. II . De Samnitib. . Lucaneis . Bruttieis . Tarentineisque.

482. — L. Papirius . L.F. Sp. N. Cursor . II . An. CDXXCI . Cos. II . de Tarentineis . Samnitib. . Lucaneis . Bruttieisque.

9. PLINIO, III, 18: — «CCCLM Picentium in fidem Romani populi venere». — STRABONE, V, 251, dice di loro: … avulsa Picenorum particula quaedam. E Niebhur scrive: «Una parte della nazione fu trasferita sul mare inferiore». Vol. III, 233.

10. Nel luogo che oggi è detto Sant’Antonio di Vicinza era l’antica Picentia. — Aversano e Persano, quivi presso, sono dai gentilizii Versius e Persius, proprietarii dei presidii: Tusciano è nome di un corso di acqua, ma prese il nome dai prossimi predii, tusciani da un Tuscius. — Conf. FLECHIA, Sui nomi del napolet. deriv. da gentilizii italici. Torino, 1874. — V. in seguito, nella parte II, il capitolo III.

Parte I - La Lucania

CAPITOLO XVII

LE GUERRE DI ANNIBALE, PER LA LUCANIA, NELLA BASSA ITALIA

Da Pirro ad Annibale, i due più formidabili invasori della bassa Italia ai tempi di Roma, corre lo spazio di poco più che mezzo secolo; e in questo periodo di tempo i popoli di stirpe sannitica quotarono in pace coi Romani, come essi medesimi dissero ad Annibale, per testimonio di Tito Livio1, Accettando del tutto per vera, anche pei Lucani, la quieta pace di mezzo secolo dello storico di Roma, passiamo ai tempi procellosi di Annibale; nei quali avvenne che la regione posta in mezzo tra il Bruzio e l’Apulia fu uno degli obiettivi strategici continui dell’azione militare dei Romani, i quali ivi venivano, e, se respinti, incessantemente tornavano, agl’intenti d’intercludere i passi al gran nemico che manovrava pertinacemente dal Bruzio all’Apulia. In quel lungo avvilupparsi di zuffe, di assedi, di attacchi e battaglie, gli è evidente che uno dei persistenti obiettivi di Annibale era quello di tenere occupata la regione dei Bruzii come testa di ponte alla Sicilia, prossima a Cartagine, e dove egli teneva e cercava alleati. L’altro obiettivo mirava a Taranto, la più ricca città greca del mezzodì, che gli avrebbe assicurato il dominio della penisola salentina come testa di ponte alla Macedonia, da cui s’imprometteva soccorsi e diversivi ad offesa di Roma. Questa d’altra parte, occupando e rioccupando la terra della Lucania, poteva, allo stesso tempo, minacciare o combattere i Cartaginesi intorno Taranto, combatterli o tagliarli fuori del Bruzio; raffrenare o punire, o avere amico un popolo fiero e bellicoso quale i Lucani. Fu pertanto la Lucania campo di battaglia continuo in quella lunga e feroce epopea; onde è facile comprendere quali danni ed offese ebbero a soffrirne i popoli.

La battaglia di Canne avvenne nel 538 di Roma, o 216 a.C. Con ardimenti, audacie, pericoli, e vittorie, e fortune che sorpassano le maraviglie delle leggende, Annibale aveva corso dalla Spagna alle Gallie, alle Alpi, alla Valle del Po, all’Italia di mezzo fino nell’Apulia; e qui prostrò Roma a Canne. Cominciò allora nella bassa Italia una lotta feroce tra Roma e un uomo feroce e grande; e la lotta durò per dodici anni. Seguir questa lotta passo a passo, anno per anno, non ci è consentito dai limiti del nostro subbietto. Ma a chiarirne le vicende più ponderose, sarà opportuno di avvertire che essa ebbe quattro fasi, quattro grandi eventi, che divisero come in quattro atti la grande e tragica epopea. Nella prima fase della guerra, Capua, la maggiore città dell’Italia dopo Roma, si dà ad Annibaie, e il successo, come dopo la disfatta di Canne, irraggiò altri successi favorevoli al vincitore. Nella seconda, gli obbiettivi si intrecciano; Roma intende a riprendere Capua; e Annibale mira ad impadronirsi di Taranto. Nella terza fase Capua cede prostrata a Roma, Roma la punisce con l’atroce ferocia di cui i suoi storici accusano Annibale; e Taranto apre le porte a questo. Nel quarto ed ultimo atto è lo scioglimento del dramma. Annibale aspetta invano i soccorsi che sperava di fuori, mentre quelli della sua patria o non gli giungono o gli vengono negati; egli cede alla fortuna di Roma, e dalla spiaggia insanguinata del Bruzio abbandona definitivamente l’Italia.

Il disastro di Canne decise i dubbi e mal disposti popoli della bassa Italia a pro del vincitore. Dal campo di Canne emissari e coorti si spargono d’intorno per fomentare e promuovere il moto delle città. Suo fratello Magone muove per la Lucania alla volta dei Bruzii2, ed egli risale la Valle dell’Ofanto per venirne in Campania, ove mirava a Capua e alle belle città grecaniche del Tirreno: preme intanto a destra e a sinistra sugli Irpini e sui Lucani. Alle sorgenti dell’Ofanto sedeva la città di Compsa. La cittadinanza era divisa tra le fazioni di due grandi famiglie, quella dei Mopsii e quella dei Trebii. I Mopsii, potenti per favore di Roma, prevalevano: ma poiché Ia fortuna di Roma a Canne declina, Stazio Trebio si volta ad Annibale. I Mopsii fuggono; Ia città si dà ai Cartaginesi senza contrasto e ne accoglie i presidii3. — La storia dei Bianchi e dei Neri ha molte antiche radici in Italia.

L’incendio, poiché l’esca era pronta nel malcontento dei popoli, divampa celerissimamente. Dopo Canne, dice Livio4, si diedero alla parte di Annibale gli Atellani, i Calatini, gli Irpini, una parte dell’Apulia, tutti i Sanniti eccetto i Pentri, tutti i Bruzii e i Lucani, ed oltre a questi, i Surrentini5, le città sul mare abitate dai Greci, quei di Taranto, quei di Metaponto, di Crotone, di Locri, e i Galli Cisalpini, e vuol dire tutta la bassa Italia dal Volturno allo stretto siculo. Ma non sì che qui e qua egli non trovasse resistenza, come vedremo, a Petilia, a Cosenza, a Crotone, altrove. Gli stessi umori interni delle città non dappertutto favorivano la causa del vincitore; è ricordato dagli storici, che i Senati e vuol dire i benestanti della città erano piuttosto favorevoli a Roma, mentre le plebi erano per Annibale. Lo stesso ordinamento federativo di quelle comunità, con vincoli indubbiamente ben larghi, nonché le fazioni in esse prevalenti, facevano sì che l’indirizzo della cosa pubblica non fosse nello stesso tempo uno ed uguale.

Annibale, avuto Consa, passa il Silaro, ed entrato nella Campania, tenta Napoli, ma vanamente. Però Capua, la maggiore delle città italiche dopo Roma, divisa che era da interne fazioni, e queste abbattute o elevate di animo, secondo gli umori, dal disastro di Canne, si dà con equi patti ad Annibale; poiché aveva invano richiesto soccorso ai Romani; e il fatto piega a non dissimili esempi i popoli circostanti.

Allora Annibale fa Capua centro strategico delle operazioni di guerra; e pur mirando ad avere a sé l’altro punto importantissimo che era Taranto, manovra quind’innanzi, di continuo, tra questi due estremi. Prende e saccheggia Nuceria; stringe d’assedio Nola: ma qui accorre Marcello, che ha il disopra nella mischia; e l’assedio è rotto; prende invece ed incendia Acerra, e assedia Casilino che gli si arrende per fame.

Il verno che sopravviene sospende i fatti di guerra; i Romani restano per le città intorno Capua; e i Cartaginesi in Capua, a quegli ozi che furono soggetto a tante declamazioni di retori, trasmutati in generali di eserciti. Un’altra parte degli Africani era in Apulia.

In questa forzata sospensione di arme Annibale rimanda Annone nei Bruzii; ed alle operazioni di questo luogotenente e fratello del gran venturiero vuolsi indirigere, pel nostro istituto, l’attenzione nostra.

Attraversa la Lucania occidentale per entrare nel Bruzio, come Magone, dopo Canne, aveva attraversata la Lucania orientale. Le popolazioni sul suo passaggio si dànno in fede agli invasori, e se resistono, ne hanno saccheggiate ed arse le campagne d’intorno alle città, che era costume di guerra non solamente africano, ma romano altresì. Un esercito di Roma gli tien dietro, secondo la tattica di tutta quella guerra, ed ora l’esercito al comando di Tito Sempronio Longo. Annone piegò il cammino verso Grumento per isforzarla; ma sopraggiunse il Console, e nella pianura intorno alla città, s’impegnò il fatto d’armi che fu battaglia, perché vi rimasero uccisi, dice Livio6, piucché duemila dei soldati di Annone e non più che duecento ottanta dei soldati del Console, il quale vi prese 41 insegna militare. Annone riparò nel Bruzio. Altre città e castella sul confine degli Irpini furono riprese dai Romani; tali Vercellio, Vescellio e Sicilino, già datasi ai Cartaginesi; e i capi delle dedizioni ai nemici furono (dice Livio) decollati. Guerra per ogni verso, ferocemente spopolatrice e immane.

Nella campagna punica del Bruzio fu e restò memorabile l’assedio di Petilia. I Petelini, quasi soli tra’ Bruzii7, perseveravano nella fede a favore di Roma. Onde erano stretti e combattuti non solo dai Cartaginesi invasori della regione, ma dagli stessi popoli di loro gente, perché appunto si erano separati dai comuni consigli8.

Messi fieramente alle strette, mandarono a chiedere soccorsi a Roma; ma i suoi oratori invano pregarono, supplicarono e piansero invano, prostrati a terra, sul passaggio dei senatori che entravano alla Curia. Roma che aveva Annibale alle porte e i suoi eserciti sparsi in tanti luoghi, non trovò opportuno di soccorrere un piccolo alleato nel lontano corno della penisola. Il Senato rispose a Petilia che essa aveva dato grande e nobile testimonio di sua fede a Roma; poteva dunque decidere da sé ormai, come stimasse opportuno. A questa risposta gli animi non caddero, il Senato di Petilia decise di resistere; rafforzò le difese, e raccolse entro le mura quello che dal contado parve utile e necessario.

L’assedio durò parecchi mesi: consumate le biade e gli animali d’ogni sorta, dettero mano ai cuoi, alle erbe, alle radici, alle cortecce più tenere di arbuscelli e cime di rovi disbruscati. E non furono sforzati prima che mancassero loro interamente le forze di poter stare in piedi in su le mura, e sostenere il peso delle armi. Vinti dalla fame, più che dalla forza, cessero al fato; ed entrò nella cittò Imilcone, luogotenente di Annibale. Quello che ivi fecero i vincitori, non è scritto; ma può supporsi. Roma, memore di tanta fede e di tanti danni, tenne sempre Petilia tra le città federate e più favorite.

Dopo Petilia, i vincitori vennero a Cosenza; ma questa fu difesa assai men pertinacemente, e tra brevi giorni si diè a patti. Con i Cartaginesi cooperavano consenzienti i Bruzii, sia per cupidigia alle ricchezze delle greche città, sia per tenerle in dominio con il favore e l’aiuto del vincitore di Roma. Ma questi, mirando a ben altro che a far grande la gente Bruzia, non li favoriva quanto essi speravano o desideravano; e ne erano mal soddisfatti. Con le schiere di Annibale essi assediavano Crotone, mentre Amilcare, capitano di Annone, stringeva di blocco Locri. Crotone già così nobile e potente città per copia di ricchezze e di abitatori, dopo le molte ruine e le molte vicende interne ed esterne, non aveva a quei giorni che una popolazione di ventimila uomini appena, la quale occupava meno della metà dell’antica città, che ai tempi di Pirro abbracciava lo spazio di dodici miglia9.

La scarsezza di popolo mal rispondeva al grande cerchio delle mura; e queste mal guardate, fecero agevole ai Bruzii di sorprenderla, e ai malcontenti interni di tradirla. Una fazione di popolari aprì le porte ai nemici che entrarono in città: ma la rocca restò in mano al governo ed al Senato che in essa si ritrasse. Né, in sulle prime, volle cedere agli accordi, che Annone, sopraggiunto, proponeva: la città era spopolata e decaduta, i Bruzii, mescolati ai Crotoniati, l’avrebbero ripopolala di loro gente. Gli Elleni risposero che preferivano la morte; con i Bruzii, in città, avrebbero avuto i padroni in casa, e con essi e per essi perduto l’indipendenza, le proprie leggi, le proprie costumanze, finanche la propria lingua! Però la difesa si chiarì manchevole; la rocca cedé, e gli ottimati si ritrassero (consenziente Annone che pareva favorirli contro i Bruzii) nella città di Locri, venuta in mano dei Cartaginesi.

Locri anch’essa si era preparata alla difesa; e quanto di foraggi e di scorte esistesse pel suo contado, faceva entrare in città. Un giorno i suoi foraggiatori furono tagliati fuori da Amilcare, il quale, a mezzo di essi, trattò della resa della città, e con buoni patti; poiché Annibale faceva politica generosa con le città greche poste sul mare e prossime alla Sicilia. Fu a Locri garantito di reggersi con le proprie leggi10 e conchiuse un patto di mutua difesa, che vuol dire garantita dalle offese immancabili al ritorno dei Romani. La guarnigione di questi che era nella città fu lasciata imbarcare e ne venne a Reggio, che era la sola città rimasta ai Romani in quel corno della penisola.

Se era importante per Annibale l’avere a sé favorevole il paese e le città greche del Bruzio, come aumento di forze e come posto avanzato agli aiuti che non cessava di sollecitare da fuori, era, invece, di suprema necessità ai Romani il riprendere Capua, e cacciare l’inimico dalla Campania, tanto prossima a Roma. Qui dunque si concentra il nerbo della difesa e della offesa dei due grandi inimici.

Per opportuno apparecchio, alla presa di Capua Fabio comincia dallo stringere la città di Casilino sul Volturno, e intanto chiama a rinforzo l’esercito di Tito Sempronio Gracco che era a Lucera. Annibale, da sua parte, chiama dal Bruzio Annone. Questi aveva un esercito di ben diciassettemila uomini a piedi, e in essi la maggior parte Bruzii e Lucani11, oltre a mille e duecento a cavallo, tra pochi Italici e i più di Numidia e Mauritania. Le forze di Gracco erano torme di raccogliticci e di servi, offertisi volontari a combattere per avere in premio la libertà.

Tendendo da diversi punti di partenza allo stesso obbiettivo, i due eserciti si scontrarono sul fiume Calore presso Benevento. Fu combattuto dalle due parti fieramente: e poiché Gracco, a inanimire le sue torme tolte agli ergastoli, aveva bandito che sarebbe data la libertà a chi avesse portato al campo il capo di uno degli inimici, quelle, non che colpire ed abbattere, straziavano gli avversari caduti o feriti. Vinsero le insegne di Roma; e fu vittoria sanguinosa: scamparono dell’esercito di Annone men di duemila, e Ia più parte a cavallo; prova del valore grande, ma sfortunato, dei vinti; mentre i vincitori non ebbero che un duemila morti, se si vuol credere allo storico di Roma. I vincitori entrarono in Benevento con bottino di armi, di prigioni e di bestiami, tolti al campo del vinto, e forse alle popolazioni circostanti. La città li accolse in gran festa: furono imbandite le tavole in pubblico sulle vie e le piazze; i soldati sedettero a mensa coperti il capo col pileo e con le bende di lana bianca, simbolo e premio della ottenuta libertà12

Annone con le reliquie delle sue forze torna verso il Bruzio. Gracco lo segue per la Lucania, e in questa fa accolta di soldati, tra coloni e popoli amici13; e una scapigliata schiera di costoro, tra villici e servi14, guidati da un Pomponio Veientano o di Veio, temerario uomo e di mala fama, si spargono senza ordine, a guasto e a saccheggio, per le terre dei popoli favorevoli agl’inimici. Annone li coglie di sorpresa, e li batte con danno loro grande e non minore, dice lo storico, che egli aveva sofferto presso a Benevento. Pomponio vi restò preso; e la sua cattura fu il minor male del fatto di arme. Il quale ove propriamente accadesse, non posso dire altrimenti che sui confini tra i Bruzii e i Lucani15.

Tito Sempronio continua la sua campagna devastatrice in Lucania: e combattendo qui e qua, prende molte castella, che per la poca nobiltà loro, non furono a noi tramandati di nome dagli storici16: i quali invece ricordano, che passò oltre tra i Bruzii, e dei dodici popoli Bruzii che si erano dati in fede ai Cartaginesi17, due tornarono in soggezione ai Romani, cioè quei di Cosenza e quei di Turii, i più prossimi alla Lucania.

Intanto Casilino, non potuta soccorrere a tempo da Annone, fu presa da Fabio, che ne disperde qua e là gli abitanti. Poi mettendosi sulle peste di Annibale, che, con la sua tattica di volteggiatore instancabile, si ritira verso l’Apulia, percorre devastando il paese de’ Sanniti, e prende le città di Telesia, di Compulteria, di Mele, di Furfule, nonché di Consa sul confine Irpino-Lucano. Di qua fa punta nella Lucania settentrionale e s’impadronisce di Bantia18. Quindi passa in Apulia, inseguendo il grande avversario che manovra tra Taranto e Salapia. Ma Annibale si chiude in Salapia; e con l’intento di prendere i quartieri d’inverno, fa che essa si approvvigioni dei frumenti che vengono trasportati da Metaponto e da Eraclea19; il che vuol dire che i campi devastati della Apulia poco o punto avevano reso agli infelici abitatori di essa, e che men devastate da Annone e da Romani furono allora le pianure lucane sul Jonio. E vuol dire altresì che in quel tempo Metaponto aveva già ceduto ad Annibale; e si sa che essa si arrese non appena il presidio romano della città fu chiamato invece a rinforzare la difesa di Taranto, che era sempre più stretta dai Cartaginesi20.

In questo mentre, a rinfocolare gli animi mal disposti delle popolazioni dell’estrema Italia, sopravvenne un fatto che fu occasione a grandi eventi. Roma, a guarentigia di fede, aveva presi ostaggi dalla città di Taranto, e questi un giorno fuggirono dalla custodia loro; però, venuti di nuovo in mano al Romani, furono atrocemente puniti; prima con le verghe battuti nel Foro, poi, a clamore di popolo, gettati giù dalla Rupe Tarpea21. L’eco del fatto si ripercosse atroce nella cittadinanza Tarantina. Una congiura di nobili giovani entra in accordo coi Cartaginesi; e la città col favore delle interne intelligenze, viene presa di assalto, non restando al Romani che solamente la rocca, ove continuarono a difendersi gagliardamente col rinforzo del presidio che richiamarono da Metaponto. Questa allora si dà ad Annibale; e l’esempio ne è seguito non guari dopo da Turii, ove non può opporsi agli interni moti del popolo il presidio romano.

In questo avvolgersi di fazioni guerresche, il principale obbiettivo di Roma era sempre quello di riprendere Capua. Il più grosso suo esercito si stringe intorno a questa città; un altro è nel Sannio intorno a Benevento; un terzo in Lucania al comando di Sempronio Gracco; i quali due ultimi dovevano, nonché difendere le regioni occupate, ma opporsi a che Annone dal Bruzio e Annibale dall’Apulia venissero in soccorso degli assediati di Capua. Questa pertanto cominciava ad affamare; ed Annibale ordinava ad Annone di raccogliere quanto di vettovaglie potesse per venire in soccorso alla travagliata città; e questi infatti, raccogliendo e predando arriva a mezza strada sul cammino per Capua; ma è sorpreso e battuto dalle legioni romane, che raccattano l’ampio bottino, e l’obbligano a ritirarsi precipitosamente nel Bruzio.

Profittando di questo fatto, i Consoli muovono l’esercito da Benevento per stringere dì maggiori forze la città del Volturno; e affinché fosse chiuso il passo ad Annibale che dall’Apulia venisse a soccorrerlo, fu fatto ordine a Tito Sempronio Gracco, che dalla Lucania sollecitamente con la cavalleria e i fanti più lesti fosse venuto a postarsi in Benevento, lasciando il resto delle legioni in guardia del paese ammessogli a difesa22.

Gracco era per portarsi alla posta indicatagli; ma egli, che è in segreti accordi per un’impresa profittevole agl’interessi di Roma, vuole innanzi tutto menarla a termine; sperava anzi di poterlo fare senza indugio, poiché le intelligenze erano molto innanzi. Dà invece in un agguato, colpa il tradimento da un verso, e l’indulgenza o l’inesperienza sua militare dall’altro. Livio racconta il fatto con queste parole23:

«Una parte dei Lucani essendosi data al Cartaginesi, era Flavio Lucano capo di quella parte la quale teneva con i Romani, e ai medesimi creato «Pretore» era già stato in magistrato un anno. Essendo costui subitamente mutato di animo, e cercando di acquistar grazia presso i Cartaginesi, non gli parve meritare abbastanza, ribellandosi egli, il tirar seco gli altri Lucani a ribellarsi, se non fermava e consacrava la lega col nemico mediante la vita e il sangue del suo capitano ed ospite insieme, da lui tradito.

Entra adunque in trattative con Magone che era nei Bruzii; e conviene che i Lucani entrerebbero con le proprie leggi nell’amicizia dei Cartaginesi24, e a suggello della lega direbbe Gracco In mano ai nemici. Magone viene al luogo predesignato con grande moltitudine25 di fanti e cavalli, e dopo esplorato da tutte le parti, ivi si agguata.

Quindi Flavio viene a Gracco, e gli dice e lo fa persuaso che egli era a mezzo di una grande impresa, aver cioè persuaso i pretori di tutti i Lucani26, che erano passati in fede di Annibale dopo Canne, che tornassero alla fede dei domani; poiché le cose dell’avventuriero declinavano, e i Romani non erano gente dura (diceva) a perdonare. Ma costoro (continuava) volevano la fede di Gracco: stringere con esso lui le destre27 in pegno di fede e di amicizia; ed avevano stabilito al convegno un luogo, fuor di mano, ma non molto discosto dal campo dei Romani. Venisse egli dunque, e tutta la nazione dei Lucani tornerebbe in fede ai Romani28. Gracco si partì pel convegno con Flavio, non da altri accompagnato che dai littori e da una squadra di cavalli.

E giunto al luogo designato, che era una valle chiusa da selve e da monti, diè nell’agguato. I Cartaginesi gli furono sopra, e Flavio con essi; Gracco e i cavalieri mettono piede a terra; e avvoltosi al braccio sinistro il paludamento a difesa (perché essi non avevano portato seco gli scudi)29, danno dentro ai nemici che li saettavano dall’alto. Fu mischia calda e dura; Gracco vi giacque morto. E morto, e con i fasci de’ suoi littori, Magone ne mandò il corpo ad Annibale, che gli fece solenni esequie. Questa è la vera fama del fatto (conchiude Livio); e il fatto avvenne nelle terre dei Lucani, presso ai piani chiamati Campi Veteri30»: — benché non manchi chi dica invece essere caduto Gracco presso Benevento, o che si bagnasse nel fiume Calore, o che quivi presso fosse colto da scorridori numidi.

Per verità, le narrate circostanze del fatto, se sono vere come Livio le racconta, non darebbero del generale romano un grande credito nelle cose di guerra. Se si può scusarlo della sua sùbita fede ai detti dell’ospite infido, e se è lecito forse non credere alla non meno ingenua circostanza che la scorta del capo dell’esercito era armata a mezzo, le particolarità essenziali del fatto non è lecito di mettere in dubbio; e però come altrimenti giudicare un generale che fa agevole ai nemici di tendergli insidie, con grande numero di soldati, non lungi dai suoi accampamenti, in tempo di guerra, e in paese non amico per animo di popoli, o per aspra accidentalità di terreno anzi acconcio agli agguati di guerra? Io confesso che tutto il racconto della congiura non mi ha l’aria di un’autenticità schietta; parmi piuttosto una di quelle ricostruzioni fatte dalla fantasia popolare ai grandi eventi che la colpiscono.

Il luogo ove accadde l’agguato e la morte di Sempronio Gracco è ignota alla topografia della regione. La giacitura dei campi detti già «Vecchi» dai Romani dei tempi di Livio, se vuol riferirsi (come fanno i nostri scrittori) al paese che oggi è detto Vietri di Potenza, è del tutto arbitraria. Anziché a questo odierno Vietri, che è tra gli Appennini presso ad un influente del fiume Sele, il luogo dell’agguato dové, invece, essere non molto discosto dai confini dei Bruzii; se Magone con ingente schiera di fanti e di cavalli poté venirne in Lucania, non lontano dagli accampamenti romani, senza che alcun sentore ne arrivasse a costoro. Il tragitto dai Bruzii ai «Campi Veteres» non doveva essere che discretamente breve, perché il traditore avesse potuto fare assegnamento sulla riuscita della congiura.

L’uccisione di Gracco elevando per la Lucania gli spiriti avversi ai Romani, dové dare principio a moti ostili di popolo, che, nel silenzio della storia, è facile arguirlo dal fatto ricordato, che il di lui esercito, composto che era di raccogliticci, alla di lui morte si sbandò31, e che il console Appio Claudio dalla Campania venne in Lucania, mentre in Campania l’altro console Fulvio era entrato, ad offesa, sul territorio di Cuma32.

Ed in Lucania lo segue Annibale; che, in tutto lo svolgersi di questa guerra, va, viene, ritorna, piomba all’improvviso, si ritrae e ricomparisce qui e qua con una prontezza, una astuzia, una strategia di un venturiero di genio; e che sconcertar doveva tutti i disegni della consueta arte di guerra dei Romani, mentre tant’alto sovrastava dell’intelletto ai capitani di questa. In Lucania or dà la caccia ad Appio, or da questo è cacciato: poi d’un tratto scomparisce e si mostra a Capua; ma non dimora, e ritorna in Lucania, ove si scontra con un grosso gruppo di armati raccogliticci, che avevano a capo un Centenio Penula33.

Era costui un centurione segnalato per grandezza di corpo e di coraggio. Aveva chiesto al Senato il comando di qualche legione; promettendo, esperto che era dei luoghi e della tattica di Annibale, avrebbe fatta guerra di partigiani. Ed ebbe infatti un 8000 uomini, tra cittadini di Roma e soci: con essi e con altri che raccolse per via, giunse in Lucania col doppio di armati. Ma intoppa presto in Annibale; e non era dubbio l’esito dello scontro tra vecchi agguerriti soldati e gente impronta e novella. I soldati di Centenio furono nonché rotti disfatti, e lui vi trovò la morte.

Queste varie e tentate da tutte parti diversioni di Annibale, non giungevano a illanguidire lo sforzo dei Romani, che si concentrava contro di Capua. Nell’anno 541 (211 a.C.), che fu l’anno nefasto a questa nobile ed infelice città, quando il blocco si strinse, egli lo si trova nei Bruzii, e di là, con le truppe sue di ordinanza leggiera, ne venne subitamente a Capua, seguitato dipoi dal grosso treno dei suoi elefanti. E poiché non è riuscito nell’attacco di sbaragliare i Romani, forma l’audace disegno di correre sopra Roma, forse a sorprenderla, indifesa, con un colpo di mano; forse a diversione delle forze inimiche stringano Capua. E struggendo e sperperando pei luoghi che attraversa, venne prossimo a Roma: abbeverò i cavalli numidi nelle acque dell’Aniene; picchiò quasi dell’asta alle porte della città, ed empì la città di tale spavento, che ne passò la memoria paurosa alla più lontana posterità, anche per via del linguaggio. Ma il disegno non riuscì; e ritraendosi fieramente onde era venuto, non indugiò a Capua; passò oltre nelle terre di Lucania, quindi nei Bruzii, infino a Reggio, e con tanta prontezza, che parve ai poveri paesi il fulmine che spazza pria del lampo che accenna34.

E andò lontano perché gli giungesse men dura l’eco della resa di Capua! la quale, stretta dalla fame, prostrata di animo pei non più possibili soccorsi di fuori, cèsso ai Romani; e ne fu così atrocemente, così violentemente punita, che il suo è uno dei fatti più miserevoli e spietati che ricordi la storia, miniera copiosa di tragedie, ed ecatombe di popoli e di città.

Capua apre le porte. I senatori non supplicano, non pregano; banchettano all’ultima ora della patria, e nell’ultimo nappo prendono il veleno, propinando a Giove liberatore: Taurea Iubellio, dopo avere spenti e moglie e figliuoli onde sottrarli all’ignominia e ai supplizi di Roma, si passa di sua mano il petto con un coltello, in faccia al feroce proconsole che gli fa villania.

Il disastro di Canne levò gli spiriti delle popolazioni italiche a favore di Annibale; il disastro di Capua fu il contraccolpo a favore di Roma.

Da quel tempo il gran capitano, aspettando soccorsi, non manovrò altrimenti che tra la Apulia e i Bruzii. I Romani invece avanzando, intendevano di stringerlo sempre più tra quegli estremi contini con manifesto e giusto disegno: ma non ebbero generali sì valenti o ingegnosi da batterlo o da chiuderlo per modo che gli fosse forza di darsi per vinto: e fu d’uopo di ancora altri anni di lotta e di sangue. Due eserciti gli stavano di contro, l’uno appoggiandosi a Venusia correva il campo per l’Apulia, l’altro nella Lucania, che mirando al Bruzio, completava il cerchio che doveva stringerlo in mezzo. Ma quel continuo mutare di generali romani ogni anno, come ogni anno mutavano i consoli, non era fatto per accrescere tesoro di esperienza e di accorgimento, né per colorire compiuti disegni da parte de’ generali romani.

Il console Marcello prende alcune città dei Sanniti, ed ha Salapia per tradimento. Gneo Fulvio, proconsole, si accosta a Erdonea; ma accorre Annibale e lo batte; abbrucia la città che non può difendere e ne mena gli abitanti a Metaponto e a Turii35. Marcello, che gli corre dietro dal Sannio, incontra Annibale in Lucania, presso la città di Numistrone36. Quegli accampa alla pianura, e questi tiene il poggio. E il giorno dopo si azzuffano le legioni con tutto lo sforzo punico, composto di Numidi, di Spagnuoli, di frombolieri delle isole Baleari, di volontari italici, e degli elefanti. L’urto si rinnova più volte: alle schiere stanche e disfatte sottentrano altre fresche, finché sopravviene la notte e rimane la battaglia indecisa. Ma la notte Annibale toglie il campo, e dà volta verso l’Apulia: e Marcello, lasciati i suoi feriti in Numistrone, gli va alle spalle. Accadono tra loro verso Venosa e lì d’intorno altre mischie, altre zuffe che nulla decidono e a nulla approdano, se non è di stremare sempre più le forze del condottiero.

L’anno dopo, che è il 545-209, vengono a comando degli eserciti Fabio Massimo e Q. Fulvio Flacco. Quegli deve operare contro Taranto, e questi in Lucania e i Bruzii; mentre Marcello con altre legioni appoggiandosi sempre a Venosa intende a coprire l’Apulia dalle scorrerie di Annibale. Questi, come sempre, apparisce e sparisce fulmineo; batte i Romani sotto Canusia; ricombatte il dì dopo con Marcello che ne ha la meglio; ritorna lampeggiando nei Bruzii, e al suo arrivo scioglie Caulonia dall’assedio dei Romani.

Intanto Fulvio Flacco dal paese degli Irpini viene in Lucania, e riceve sottomesse Vulceio, Grumento37 ed altre città, le quali vacillano alla fortuna d’Annibale che tramonta, e consegnano ai Romani i presidi cartaginesi. Egli accoglie clementemente le popolazioni che si sottomettono e non altrimenti li castiga che di parole, contro l’uso romano38; e questo cenno di saggia politica ebbe frutto, perché vennero a lui dai Bruzii i costoro legati, Vibio e Pactio, di nobile stirpe, i quali dimandarono pei Bruzli gli stessi patti che pei Lucani. Fabio d’altra parte prende Taranto, che era l’altro obiettivo massimo di Roma dopo Capua; e nell’immenso bottino che ammassano dalla ricchissima città, sono ricordate ottantatremila libre d’oro, gran quantità di argenti, statue, dipinture, e, ricchezza di armenti! trentamila teste di servi. Annibale che accorre in aiuto non arriva che a Metaponto, e gli è forza tornare nel Bruzio. Ma la caduta di Taranto sempre più precipita la sua fortuna, la quale è certo che saprà rilevarsi se gli giungono a tempo gli aiuti esterni, che attende e che sollecita con premura, cui mal rispondono gli esterni nemici di Roma.

Il nuovo anno 544–208 portò a capo degli eserciti i nuovi consoli T. Quinzio Crispino, e Marco Marcello. Questi restava con uno degli eserciti intorno a Venosa, quegli39 prese il comando dell’altro per la Lucania e il Bruzio. Geloso delle imprese di Fabio a Taranto, Crispino spinge parte delle suo forze all’assedio di Locri, ma a nulla approda, e vien tolto l’assedio all’apparire di Annibale. E poiché questi con la mobile strategia del guerrigliero tornava verso l’Apulia, Crispino torna anche esso nella Lucania settentrionale e si congiunge all’esercito di Marcello verso Bantia40.

Non era discosto gran tratto il campo di Annibale, e tra’ due accampamenti si ergeva un colle selvoso che parve al Console fosse utile di occuparlo pria che nol facessero i Cartaginesi. Volle egli pertanto portarsi ad osservare di persona la importanza e le circostanze dei luoghi; e con esso andò invitato l’altro console Crispino e molti degli ufficiali superiori, affidati da poca scorta di cavalieri. Quivi dettero in un agguato dei non lontani inimici: nella mischia restò morto Marcello, morti e prigioni gran parte degli ufficiali, e Crispino fu ferito sì gravemente, che ne mori non guari dopo41. Con sì infelici accorgimenti di guerra da parte dei supremi capitani di Roma, non è forse difficile di spiegare come Annibale poté restare per tanti anni padrone della bassa Italia; egli, lontano dalla patria, in mezzo a popoli di altre razze, di altra lingua, di altra civiltà.

In luogo dei due consoli uccisi furono designati M. Livio ed M. Claudio Nerone. A quello fu commesso di opporsi contro di Asdrubale, che già era arrivato nelle Gallie alla volta d’Italia in soccorso di Annibale; ed a M. Claudio Nerone fu dato l’incarico di tener testa ad Annibale per la Lucania42; mentre II pretore Q. Fulvio teneva il campo con due legioni nei Bruzii43.

Claudio Nerone si recò all’esercito che stanziava intorno a Venusia, e raccolto, a scelta, sotto il suo comando 40,000 pedoni e 2500 cavalli mosse contro Annibale, che dai Bruzii veniva per la Lucania. I due eserciti si scontrarono nel territorio della città di Grumento, che è nell’alta valle dell’Agri; e sostarono l’uno contro l’altro non molto tra loro distanti. Per quanto è dato arguire dal racconto confuso e incompleto di Livio e dalla notizia de’ luoghi, Annibale accampò sul colle, ove oggi siede la Saponara, postando le squadre de’ cavalli alle radici orientali del colle stesso, verso la fiumara di Sciàura, sicché pareva attingesse alle mura di Grumento44. Ma con altra parte delle sue schiere dové occupare anche il prossimo colle che è detto «del monte» e che avanza i suoi sproni tra ponente e il minor colle che è detto di Sant’Elia

Questa arcuata e breve catena di poggi domina dal lato meridionale la pianura che è solcata dal fiume Agri; il quale ivi serpeggiando si avvicina di molto ad essi. E i Romani, che venivano dall’Apulia, traversato l’Agri a monte, sostarono, ad un millecinquecento passi dai nemici, sul colle che separa il paese di Tramutola di oggi dall’Agri; e spingendo innanzi l’avanguardia verso gli ultimi accampamenti cartaginesi, questa stanziò sul colle ora detto Monte delle Vigne. Era ivi il posto elevato, onde più acconciamente si potesse dominare la via che da Grumento per Potenza si spingeva nell’Apulia. Fra due campi, così postati di contro, restava in mezzo la valle pianeggiante che ora è detta di San Giuliano45.

La mischia si attaccò in questa valle fra le due avanguardie del colle «alle Vigne» e dall’altra «a Sant’Elia»; ma non tardò a svolgersi in battaglia per i campi posti sull’Agri, se vi prese parte un grosso esercito46 dall’una e dall’altra parte, nonché Ia cavalleria de’ due contendenti e il treno degli elefanti.

Pare che Annibale intendesse di passare oltre il fiume pel cammino all’Apulia, schivando i Romani o forzando il passo ai Romani; sicché con tutte le sue forze spiegate in battaglia scese dai colli, su quali accampava47. Ma i Romani, perché non fuggisse, l’attaccarono, e quello tenne fermo all’urto di questi, finché non giunse alle spalle delle schiere cartaginesi una grossa mano di fanti e di cavalli di Romani e loro socii, che il Console aveva mandato, la notte innanzi, per altra via48 a girare le posizioni dei nemici. Questo decise della giornata che fu vinta dal Console C. Nerone con la perdita di soli cinquecento uomini, a detta di Livio, mentre Annibale ebbe ottomila uomini uccisi, due elefanti morti49, altri quattro presi, ed otto insegne perdute. Il vinto si ritirò negli accampamenti, e vi restò chiuso qualche dì; mentre il Console il giorno di poi fece raccogliere i morti delle due parti e insieme seppellirli; poi una notte, tenuti accesi i fuochi del campo per illudere l’avversarlo, Annibale uscì chetamente e passò l’Agri in giù, verso Spinoso; e il Console non se ne avvide che al tardi. Ma gli tenne dietro; e lo raggiunse presso Venosa, ove si venne nuovamente alle mani, e dove i Cartaginesi lasciarono nella zuffa tumultuaria duemila soldati, dice lo storico di Roma50, che (è forza dirlo) attingeva notizie statistiche forse da bullettinl di guerra o di origini troppo popolari, o troppo favorevoli alla fortuna di Roma. Di là Annibale piega a Metaponto, poi torna di nuovo a Venosa; e il Console sempre alle spalle a dargli la caccia. E poiché quegli pare accenni a disegni nell’Apulia, Claudio mirando anche egli all’Apulia abbandona la Lucania; ma vi chiama, a coprirla, il Proconsole Fulvio che era nei Bruzii51.

Il gran volteggiatore schivava di affrontare, di proposito, le forze inimiche; era necessità di risparmiare le stremate sue truppe, mentre aspettava i soccorsi, che gli arrecherebbe il fratello Asdrubale, il quale era già arrivato in Italia, e scendeva appunto per le spiaggie adriatiche. E in questa che Annibale lo attende per l’Apulia, vennero a mano di Claudio i segreti messaggi di Asdrubale, che ragguagliava il fratello de’ suoi disegni, del suo cammino, de’ punti di congiungimento e di arrivo. Un lampo di genio illuminò la mente del Console; ed ideò il disegno arditissimo, onde venne il colpo mortale ad Annibale, e a sé fama insigne nella storia de’ fatti di guerra. Ideò di congiungere le sue forze a quelle di Livio Salinatore che erano nell’Umbria, per combattere, inaspettato, Asdrubale, pria che questi si congiungesse ad Annibale, e senza che questi ne avesse sentore. Il difficile era eseguire il disegno con celerità, con segreto e sicurezza di evento; e a queste soddisfece pienamente l’animo, l’ingegno e l’energia del Console. Scelse, dai migliori del suo campo, per ottomila uomini; ordinò in precedenza lungo il cammino i provvedimenti dei viveri e dei trasporti; uscì inavvertito dagli accampamenti; percorse in soli sei giorni duecento cinquanta miglia; si congiunse al collega Livio; e, insieme uniti, battono al Metauro l’esercito di Asdrubale, che ne è disfatto, e lui morto: e non appena ebbe vinto che ritorna con la celerità stessa fulminea, in altri sei giorni, ai suoi accampamenti di Venusia nell’Apulia; e Annibale non ne ha sentore, se non quando gli casca ai piedi, lanciato dalle macchine romane, il teschio di Asdrubale ucciso. L’insigne movimento strategico di Claudio, e la precisione singolare con cui venne eseguito, decise allo stesso tempo del fato di Asdrubale, di Annibale e di Roma. Annibale accasciato s’inselva, come l’orso ferito a morte, ne’ Bruzii: mena seco i Metapontini, e quelle schiere di Lucani che avevano seguito le sue sorti; e abbandonando quindi innanzi ogni tentativo per le terre di Lucania e di Apulia, si asserraglia nell’ultima penisola, alle ultime difese, agli ultimi partiti.

Era già il sedicesimo anno della lunga guerra (di R. 546-207 a.C.); e il combattere Annibale nei Bruzii toccò ai nuovi Consoli L. Veturio Filone e Q. Cecilio Marcello. Arrivati che furono nel paese dei Bruzii cominciò il saccheggio e lo spopolamento, al modo usato, sul territorio di Cosenza; e poiché la preda già fatta parve per allora sufficiente, dettero volta: ma intopparono in un agguato di gente Bruzia e Numida, che ritolsero una parte delle prede, e li posero al pericolo di essere schiacciati52. Si cavarono alla meglio dalle distrette inattese, e ripararono, con danno e vergogna, nei confini della Lucania onde erano mossi, la quale poi, prostrate le sorti di Annibale, era tornata senz’altri sforzi di combattimenti ai Romani vincitori e padroni53.

L’anno dopo (547) non accaddero notevoli eventi tra gli eserciti avversarii, poiché la peste travagliava i campi d’ambedue, e la moria si diffondeva per le regioni limitrofe della Lucania, ove il Romano avea stanze e retroguardo. Ma fu presa Locri dai Romani che unirono allo sforzo i loro presidi di Reggio e di Sicilia; e in Locri le crudeltà, le enormezze che vi commisero alcuni degli ufficiali superiori (indipendentemente dalla punizione inflitta alla città stessa da Scipione) furono tali e tante, che ne arrivò l’eco fino in Senato, il quale, insolitamente, ordinò un’inchiesta e il castigo dei rei.

L’ultimo anno della ostinata e feroce guerra fu il 548-204. Ai consoli P. Sempronio e Q. Licinio si dànno man mano, sforzate più che volontarie, le città dei Bruzii, che ebbero il nome di Clampezia54, di Cosenza, di Pandosia, di Uffugo e Verge, Besidia, Otricoli e Zifeo. Il nemico che avanza, incontra qui e qua Annibale; il quale se qualche volta ha il disopra, non può a lungo sostenersi in aperta campagna e si chiude in Cotrone. Ma poste alle strette, le sue schiere si difendevano disperatamente: in un ultimo fatto di armi con le legioni di Licinio, le perdite degli africani furono tali, che la fama ne parve esagerata anche allo storico di Roma.

A Cotrone aveva fatto raccogliere gran numero di navi; e col segreto disegno di lasciare l’Italia, fece la cernita delle forze che gli restavano: il fior fiore tenne intorno a sé per imbarcarle a tempo opportuno; il resto mandò a presidio per le terre dei Bruzii. Allora nel tempio di Giunone Lacinia fece scolpire il suo testamento di odio, di gloria e di vendetta, numerando sul marmo del monumento il nome delle battaglie vinte, delle città sottomesse, delle tante altre gesta compiute. Imbarcò con le sue genti dell’Africa anche i Lucani, i Bruzii, gli Appuli e i Greci che erano in esse; e confortò con molte promesse gl’Italici che avevano combattuto tra le sue schiere, di venirne con lui a Cartagine. Accettarono quelli che non speravano pace o perdono o fortuna, se tornassero alle loro genti; i più ricusarono: e questi furon tratti, per finta arte dei capi, nel recinto del tempio della Giunone Lacinia. Ed ivi, o vendetta ultima e vana di un animo feroce e selvaggio, o castigo a preteso ammutinamento di soldati agli ordini del capo, li fece saettare tutti a morte, come belve nel chiuso; atrocemente! dice Livio55 e ben dice; ma che pure non sempre condanna egualmente le non minori atrocità romane.

NOTE

1. III Deca, lib. III, § 42.

2. Argomento dalle parole di Livio, lib. III, deca III, § 2.

3. LIVIO, lib. III, deca III, § 14.

4. LIVIO, deca III, lib. II, § 61. Lo stesso Livio in un altro luogo, lib. III, deca III, § 11, dice che sola partem Samnitum ac Lucanorum defecisse ad Poenos.

5. DURUY, Histoire des Romains, I, p. 391-2, invoce di «Surrentini» vuole si legga «Salentini», e sembra giusto. Egli dice, per esagerazione, inesatta l’enumerazione in questo passo di Livio; e giustamento avverte, fra l’altro, che «i Greci del golfo di Taranto restarono fedeli; Petilia non cadde che dopo disperata resistenza; Crotone, Locri e Ia lucana Cosenza dopo un assedio, e nel 215: Taranto nel 212, e per sorpresa. Metaponto e Turii defezionarono, ma nel 212 e 213 (Liv. XXV, 1, 15), cioè quando Annibale era stato respinto dalla Campania nella Magna Grecia; Reggio (XXIII, 50) e Brindisi restarono sempre fedeli. Quanto ai Cisalpini, la battaglia di Canne non cangiò nulla alla loro sorte».

6. Libro III della deca III, § 37:

Quibus diebus Cumae liberatae sunt obsidione, iisdem diebus et in Lucanis ad Grumentum T. Sempronius, cui Longo cognomen erat, cum Hannone Poeno prospere pugnat. Supra duo millia hostium occidit, et ducentos octoginta milites amisit: signa militaria ad quadriginta unum cepit. Ibid. § 20.

7. LIVIO. — Uni ex Brutiis.

8. Id. ibid.

9. LIVIO, lib. III, deca III, § 30.

10. LIVIO, lib. IV, deca III, 1.

11. Maxima ex parte Brutii et Lucani. Così LIVIO, lib. IV, della deca III, § 15.

12. LIVIO, IV, deca III, 16.

13. LIVIO, IV, deca III, § 20:

Gracchus in Lucanis aliquot cohortes, in ea regione conscriptas, cum praefecto sociorum in agrum hostium praedatum misit.

14. Inconditae turbae agrestium, servorumque… dice LIVIO, lib. V, deca III, § 1.

15. LIVIO, al lib. V, deca III, § 1, accennerebbe ai luoghi «nei Bruzii»; ma al § 3, ibid., dice invece:

T. Pomponium Vejentanum populantem temere agros in Lucanis. Costui è detto Praefectus socium, al § 1, ibid.

16. LIVIO, lib. V, deca III, § 1:

Sempronius Consul in Lucanis multa proelia parva, haud ullum dignum memoratu, fecit; et ignobilia oppida Lucanorum aliquot expugnavit.

17. LIVIO, lib. V, deca III, § 1.

18. LIVIO, lib. IV, deca III, § 20:

Fabius in Samnium ad… recipiendas armis quae defecerant urbes processit. Oppida vi capta, Compulteria, Telesia, Compsa, Melae, Fulfulae, et Orbitanium. Ex Lucanis, Blandae, Apulorum Aecae appugnatae… Haec inter paucos dies gesta

Qui, in luogo di Blandae, io penso si abbia a leggere Bantiae. Blanda, se non fu a Maratea, fu di certo prossima al mare Tirreno, sulla spiaggia che corre da Pesto a Laino; ed oggi, con probabilità maggiore, è allogata a Tortora. — In Lucania era Tito Sempronio, mentre nel Sannio era Fabio, di cui (dice Livio ivi stesso) circa Luceriam provincia erat. Non pare, dunque, verosimile che Fabio dal Sannio, od anche da Consa, venisse ad oppugnare Blanda sul Tirreno, e tornasse quindi subito nel Sannio e in Apulia, ove prende Eca; mentre, invece, nelle terre prossime a Blanda era l’esercito di Tito Sempronio. Questa inverisimiglianza è rimossa del tutto, se, nel passo di Livio, si legga «Bantiae».

19. LIVIO, ibid.

20. LIVIO, lib. V, deca III, § 15.

21. LIVIO, V, deca III, § 7.

22. LIVIO, lib. V, deca III, § 15:

Ne Beneventum sine praesidia esset… Ti. Gracchus ex Lucanis cum equitatu ac levi armatura Beneventum venire jubent; legionibus stativisque ad obtinendas res in Lucanis aliquem praeficeret.

23. Lib. V, deca III, § 16.

24. Liberos cum suis legibus venturos in amicitiam Lucanos.

25. Ingentem numerum.

26. Omnium populorum Praetoribus

27. Praesentisque contingere destram: id signum fidei secura ferre

28. Ut omne nomen lucanum in fide ac societate romana sit.

29. Nam nec scuta quidem secum extulerant! (LIVIO, ibid. § 6). Ma è credibile? o che si abbia invece a leggere extulerat, cioè lui Gracco?

30. Haec vera fama est: Gracchus in Lucanis ad campos qui veteres vocantur, periit. Lib. V, deca III, § 16.

31. LIVIO, V, deca III, § 20.

32. Inde Consules, ut averterent Capua Hannibalem… diversi, Fulvius in agrum Cumanum, Claudius in Lucanos obiit. LIVIO, ibid., § 19.

33. LIVIO, ibid., § 19.

34. Ex Lucanis (Hannibal) in Brutium agrum ad fretum vero ab Rhegium eo cursu contendit, ut prope repentino adventu incautos oppresserit. LIVIO, lib. VI, deca III, § 12.

35. LIVIO, lib. VII, deca III, § 6:

Herdoneam… multitudine omni Metapontum ac Thurios traducta, incendit.

36. LIVIO, ibid. VII, deca III, § 2:

Consul ex Samnio in Lucanos fransgressus, ad Numistronem in cospectu Hannibalis loco plano, cum Poenus collem teneret, posuit castra.

37. Argomento da LIVIO, lib. VII, deca III, § 61.

38. LIVIO, VII, deca III, § 15:

Iisdem fere diebus ad Q. Fulvium Consulem Hirpini et Lucani et Vulcentes, traditis praesidiis Hannibalis, quae in urbibus habebant, dederunt se se; clementerque a Consule, verborum tantum castigatione ab errorem praeteritum, accepti sunt.

39. LIVIO, VII, deca III, § 25:

Consulum alter T. Quintius Crispinus ad exercitum, quem Q. Fulvius Flaccus hobuerat, cum supplemento in Lucanos est profectus.

40. Itaque in Apuliam ex Brutiis reditum, et inter Venusiam Bantiamque, minus trium millium passuum intervallo, Consules binis castris consederunt. LIVIO, lib. VII, deca III, § 25.

41. LIVIO, VII, deca III, § 27. Il luogo dell’agguato dové essere non lontano da Venosa e da Banzi, verso l’Apulia.

42. LIVIO, VII, deca III, § 35.

43. Ibid., § 36.

44. LIVIO, lib. VII, deca III, § 41: Grumenti moenibus prope junctum videbatur Poenorum vallum.

45. I dati topografici della battaglia di Grumento (in Livio, lib. VII, deca III, § 41) sono questi:

Eodem (loco, Grumenti) a Venusia consul romanus contendit; et mille fere et quingentos passus castra ab hoste locat: Grumenti moenibus prope junctum videbatur Poenoram vallum: quingenti passus intererant. Castra punica ac Romana interjacebat campus: colles imminebant nudi sinistro latere Carthaginiensium, dextro Romanorum, neutris suspecti

Le indicazioni dei luoghi, nel testo, secondo le denominazioni moderne sono congetture dello scrittore. Gli eruditi locali indicarono altri luoghi. A tacere del dottor Gatta, che fu accampare Claudio Nerone a Spinoso, lontano o fuor di mano dalla dalla strada che poteva battere Annibale per andarne in Apulia, il Rosselli (Stor. Grumentina, p, 80) intende che Annibale accampasse a «Serra Calcinara» e i Romani a «Serra San Pietro» che sono due piccole eminenze amendue sulla destra dell’Agri, e non lontane da Grumento. Ma oltre che la distanza tra queste due «Serre» o piccole colline è brevissima (assai troppo discosta dai 1500 passi di Livio), pure concesso che ciascuna di esse avesse potuto contenere accampamenti per 40mila uomini e 2mila cavalli, non si capisce come a «Serra San Pietro» l’esercito romano chiuderebbe il passo per l’Apulia ad Annibale; né si vede quali fossero, da quei luoghi, «i colli a sinistra dei cartaginesi e a destra dei romani» che ricorda lo storico. Del resto, che qualcosa manchi nel racconto di Livio a chiarire la vicenda e i luoghi del fatto d’armi, è facile credere: egli non fa menzione del fiume Agri, sulle cui rive sicuramente ebbe a svolgersi la battaglia.

46. Ipse (Claudio) luce prima copias omnes peditum equitumque in aciem eduxit… LIVIO, ibid.

47.In modo Romanum quaerere apparebat, ne abire hostem pateretur. Hannibal, inde evadere cupiens, totis viribus in aciem descendebat. Ibid.

48. Probabilmente girando per le contrade Chiriconi, Bungi e San Nicola, arrivarono alle spalle de’ combattenti sulla destra dell’Agri.

49. Molti scrittori napoletani, da quelli del secolo XVIII ad altri fino ai tempi nostri, riferivano a questi due elefanti uccisi ad Annibale le ossa fossili, che più volte si sono rinvenute nella pianura sul fiume Agri, ove sedeva Grumento. Mi que’ fossili appartengono alla fauna di età geologiche, di quanto più remote età dai tempi di Annibale.

50. Ibid., § 42.

51. Hannibal, copiis ejus (Hannonis) ad suas additis, Venusiam retro quibus venerat itineribus, repetit, atque inde Canusium procedit. Nunquam Nero vestigiis hostis obstiterat, et Q. Fulvium, quum Metapontum ipse proficisceretur, in Lucanos, ne regio ea sine praesidio esse, arcessierat. — LIVIO, Ibid., § 42.

52. LIVIO, Ibid., § 11.

53. In saltu angusto a Brutiis jaculatoribusque Numidis turbati sunt… Major tamen tumultus quam pugna fuit: et praemissa praeda, incolumes et legiones in loca culta evasere. Inde in Lucanos profesti. Ea sine certamine tota gens in ditione populi romani rediit. LIVIO, lib. VIII, deca III, § 11.

54. LIVIO, deca III, lib. IX, § 38, e lib. X, § 19.

55. Ibid., § 20.

Parte I - La Lucania

CAPITOLO XVIII

LA GUERRA DEI SOCII CONTRO ROMA

Della storia degli antichi popoli italici sappiamo tanto, quanto ce ne è pervenuto di scritto dagli antichi storici di Grecia o di Roma. Dopo le guerre di Annibale non ricompariscono altrimenti nella storia d’Italia i Lucani, che nella guerra Marsica, o dei Socii contro noma. È un intervallo di centoventi anni circa che potrebbe farci esclamare: «beati i popoli che non hanno storia!» se il silenzio non potesse significare lacuna nella catena delle memorie.

Quale fosse l’assetto politico dei popoli lucani che parteggiarono per Annibale dopo che questi fu vinto, non è detto; e l’ignoto può dar luogo a varie e pure probabili congetture. Una parte di essi datisi in fede al console Fulvio Flacco1 furono accolti ad equi patti da costui: poiché i Bruzii è ricordato che chiesero, poco dopo, i patti stessi. Ma codesti equi patti potrebbero riferirsi a condizioni di resa puramente militare, e non implicare condizioni permanenti di equo assetto civile. Potrebbe averli mutati il Senato di Roma dopo le ulteriori vicende della guerra annibalica, e nel definitivo ordinamento delle cose italiche secondo le norme della politica generale romana verso i popoli vinti. Sappiamo, infatti, che i Bruzii, stretti più lungo tempo al carro di Annibale, furono più aspramente colpiti dal vincitore, se restò nella storia la notizia che essi vennero ridotti alla condiziono di servi pubblici e corrieri ai magistrati romani. Intendere la cosa come castigo a tutto un popolo sarebbe assurdo; è probabile significasse che furono esclusi dall’onore di servire come soldati nelle coorti, ma adoperati unicamente ai bassi servizi dell’esercito, o in corpi separati di castigo; oltre ai carichi ed ai vincoli imposti negli ordinamenti civili delle vinte città.

Che fossero allora sciolte dal vincitore le antiche federazioni dei Lucani, dei Sanniti, degli Irpini, dei Bruzii, si può ben credere: e si può affermare, ad ogni modo, che venisse tolta ai governi supremi di essi ogni potestà che attenga al dritto di guerra o di pace, agli ordinamenti e al comando dell’esercito. Tutto ciò che si riferisce all’alta sovranità dello Stato passò senza dubbio a Roma. Non riacquistarono di certo il diritto di battere moneta, ma il complesso del dritti di un governo di propria elezione non dové essere tolto alle città: io credo che esse addivennero appunto municipii romani, però senza il dritto di suffragio politico di cittadini romani, e salvo senza dubbio le maggiori restrizioni a quelle singole città, che, sottomesse o riconquistate di viva forza, furono per singolare castigo depresse al grado di Prefettura.

Più oscuro è l’ordinamento che ebbe a subire la proprietà dei cittadini dopo la grande catastrofe della lunga guerra: ma secondo le note consuetudini del dritto di guerra di Roma, i vinti popoli dovettero essere multati a pro di Roma di una parte del loro territorio, o furono almeno sottoposti a tributi speciali e da noi ignorati.

Non pertanto, li si trova entrati, anche essi, come «Socii» nella confederazione latino-italica, di cui a capo era Roma. La quale quando scioglieva le singole federazioni delle genti italiche, intendeva che entrassero in una federazione maggiore, che era un complesso di città socie sotto il protettorato di una città capo dello Stato. Ma i «Socii» italici della grande federazione romana non avevano gli stessi diritti dei Socii romani, o a dir meglio, dei cittadini romani nella lega costituita da Roma. Questa associazione di popoli italici a Roma era non altrimenti che una famiglia civile, in cui la somma dei diritti si accentrano nel primogenito che è il capo; e i cadetti non hanno che una parte. Il bottino di guerra, ad esempio, non era diviso in proporzione uguale alla quota parte dei socii che fossero entrati negli eserciti di Roma: i socii potevano ascendere a gradi alti sì, ma non supremi, dell’esercito federale; essi servivano nelle coorti, e non nelle legioni; e, quanto a pene militari, i socii potevano essere puniti nel capo o battuti delle verghe nella persona; mentre i cittadini di Roma, soldati nelle legioni, erano esenti da coteste pene infamanti. Il cittadino di Roma era uno delle braccia, uno delle membra, una delle parti del Sovrano che è Roma: ma i socii non erano che compagni, aiuti, ausiliatori di Roma, non già membra e parti della sovranità. Erano socii di Roma, non cittadini di Roma.

La guerra Sociale, o dei Socii, avvenne appunto (a quanto vien detto) per la conquista di cotesta parte di sovranità, che ai socii mancava. Fu, si dice, per la conquista dell’uguaglianza politica tra i socii di Roma e i cittadini di Roma. Il diritto di cittadinanza romana, il jus civitatis del cittadino perfetto comprendeva tutti i diritti politici e civili che costituivano il cittadino optimo jure, il cittadino che sia particola di sovranità.

Se la guerra del Socii ebbe gl’intenti di conquistare non altro che il diritto di cittadinanza in Roma — il jus civitatis — vuol dire che, dai tempi di Annibale alla guerra sociale, in centovent’anni circa, la fusione delle genti italiche, dall’Esino o dal Tevere al Jonio, era compiuta; e benché i vari linguaggi o dialetti sussistessero ancora, non sussistevano più le genti, le tribù, i popoli come enti che si sentissero autonomi, ed aspirassero ad autonomia. Se il movente della guerra fu l’aspirazione al jus civitatis, fu dunque guerra non d’indipendenza, non di secessione, non di autonomia, ma sì di compenetrazione, di ripartizione, di uguagliamento di diritti.

Ma fu veramente tale, e non altro, il supremo movente della guerra Sociale?

Il diritto di cittadinanza romana comprendeva condizioni e facoltà attinenti al diritto pubblico, e condizioni e facoltà attinenti al diritto privato. Le prime, e più importanti e più avaramente concesse facoltà comprendevano il diritto del suffragio e degli onori, e vuol dire il diritto all’elettorato ed alla eleggibilità per le funzioni del governo di Roma. Comprendevano, inoltre, quel diritto di provocazione o di appello, che è vera guarentigia di libertà personale; poiché al cittadino romano, se condannato dal magistrato, dava diritto di richiamarsene al giudizio di popolo raccolto nei comizi, e l’affrancava da certe pene infamanti. Superfluo intrattenersi delle facoltà di diritto privato, che si fondava sul diritto al connubio ed al commercio, onde derivavano i diritti della famiglia e della proprietà, estrinsecantisi i primi nei diritti di successione, i secondi nella guarentigia del dominio, del possesso e della prescrizione alla proprietà.

Ma quel diritto del suffragio e degli onori, a cui si dava maggiore importanza politica, era nulla fuori delle mura di Roma; non aveva esplicazione di sorta, se non fosse esercitato di persona nella cerchia delle mura. Il diritto di appello o provocazione al popolo era veramente di guarentigia importante alla persona del cittadino; come è guarentigia di giustizia ogni decisione in grado d’appello. Ma il difetto nel cittadini italici di codesto speciale diritto di appello o provocazione non significa che essi fossero del tutto eslegi, o non avessero nessuna guarentigia giuridica nelle leggi del proprio comune; significa unicamente che, in confronto alle guarentigie del cittadino romano, questi avesse dritto, oltre al giudizio del primo giudice, ad un giudizio in appello; mentre l’italico, come soldato nello stesso esercito romano, era manchevole dell’identico diritto di provocazione al popolo romano, perché non era cittadino del romano. E quanto alle facoltà di diritto privato, il diritto di cittadinanza romana non significava già che gl’italici non avessero proprie leggi e proprio diritto civile cittadino; significava, invece, che se l’italico, ottenendo il diritto di cittadinanza romana, diventava cittadino romano, egli doveva, per conseguenza logica e necessaria, investirsi del diritto e della legge del cittadino stesso. Se questo era un diritto, era altresì un dovere, in quanto era conseguenza del primo.

La guerra dei Socii che divampò in odii profondi, feroci e generali dalla Sabina allo stretto Siculo, che sollevò popolazioni in massa, e le spinse, nonché a battersi ferocemente, a seppellirsi sotto le ruine della patria anziché cedere; questa guerra che, in somma, fu impeto unanime e moto profondo di dieci e più popoli, e di centinaia di città autonome, o appena legate da vincoli federali non stretti, questa guerra così disastrosa e così generalmente combattuta, poteva essere mossa e sostenuta per la dimanda di un semplice diritto al soldato, o di una guarentigia, sia pure importante, ma di certo non assoluta alla tranquillità della vita civile, quale il diritto al soldato italico di provocazione o di appello? Giacché il diritto politico, che Roma invero considerò più importante, quale era quello del suffragio di elettore o di eletto, io confesso che non poteva a pezza essere esca da divampare in sì gran fuoco. Poteva codesto diritto essere ambito da cittadini nobili e ricchi del municipi, ai quali la piccola politica del loco natio non bastasse a soddisfarne le ambizioni, ma non poteva menomamente toccare l’ambizione, i bisogni, gl’interessi delle migliaia e migliala di cittadini italici; i quali, se ambivano il diritto, dovevano recarsi a proprie spese dall’estremo Bruzio, dai monti del Sannio, dall’Etruria, dai confini dell’Impero, entro le mura di Roma per dare, un suffragio! Quale utilità, quale onore, quale beneficio ne veniva loro? Benché è falso criterio il giudicare con i criteri e i pregiudizi delle nostre età i criteri e i pregiudizi di un’altra età, pure il fondo della natura umana non cangia: ed una guerra popolare, tenace e sanguinosa, mossa dai popoli italici per conquistare non altro che il diritto di recarsi a Roma, a proprie spese, per deporre nelle urne di Campo Marzio la tabella del voto, mi ha tutta l’aria di una guerra, che oggi intraprendessero i cittadini del regno d’Italia per acquistare il diritto di sedere giurati innanzi alla Corte di assise! E ai giurati di oggi non mancherebbero le indennità di via e le ferrovie!

Né la partecipazione alle leggi civili di Roma poteva meglio deciderli. Essi avevano leggi proprie e proprii istituti e quel complesso di usi e consuetudini che tengono luogo di leggi; e non comprendo come una massa di popolo possa trovare accettevole, possa anzi dimandare con le armi alla mano che le sue proprie e antiche leggi, le sue proprie consuetudini, i suoi propri ordinamenti fossero surrogati, di punto in bianco, da leggi straniere. Anzi, l’esperienza della natura umana ci consiglia a credere piuttosto alla immanente ritrosia di un popolo a ricevere le leggi straniere.

Tutto questo non basta (a mio avviso) per spiegare il fatto: né basta la notizia di quelle piccole prepotenze, di quei soprusi di qualche patrizio o magistrato romano, che gli storici raccattano. A Teano Sidicino arriva, in viaggio da Roma, il console col grosso codazzo di uffizio e la moglie: questa desidera di prendere un bagno; e poiché non sgombrano sollecitamente le pubbliche terme, la dama si altera di umori, e il console marito fa somministrare una buona dose di bastonate al Meddis–tutico, ovvero sindaco della città. Per la via Appia, presso a Venosa, passava, portato in lettiga sugli omeri dei suol servi, un giovine patrizio di Roma; e il pastore che era a guardia del gregge, sul ciglio della strada, ride di quel delicato che si fa trasportare a braccia come un morto; ma il vivo, invece, ordina che il mal capitato sia preso e battuto; ed è battute, colle cinghie della lettiga, a morte. Altri di simile genere soprusi altrove: ma quanti non accadono tutto giorno, di, su per giù, poco dissimili scatti e improntitudini e prepotenze di ufficiali pubblici o privati, o civili o militari, nella vita dei popoli, senza che uom voglia a questi deplorevoli accidenti dare maggiore importanza, che non meritano? Certo, che il Romano, vincitore e parte di uno Stato che dettava leggi a popoli e a Re, doveva credersi da più che un povero magistrato di un comunello di provincia, nonché di un povero bifolco che guarda i maiali nei boschi di Bantia o di Venosa; certo che nell’assetto della società italica era manifesta e legale la prevalenza dell’elemento romano sull’italico, la non eguaglianza perfetta dell’uno all’altro. Di qua una mala contentezza delle due società, ond’è naturale il credere, che cotesto stato degli animi scontento cooperò anch’esso allo scoppio, al progresso dell’incendio. Ma non basta a spiegare il fatto. Non basta a spiegare l’unanimità e l’estensione del moto una bandiera su cui fosse scritto diritto di cittadinanza romana, se questo diritto, in quel dato momento, non comprendeva altro, che i diritti, poco concreti o poco appetibili ai più, che abbiamo indicati.

Un giorno un Greco di Creta proponeva a Cesare di rendergli non so che grande servigio, e patteggiava una ricompensa. Cesare prometteva di farlo cittadino di Roma. Altro! ribatte il Greco sogghignando: e che vuoi che io mi faccio di cotesti ninnoli? L’aneddoto è narrato da Diodoro2. Voi direte che cotesta è filosofia da Sancio Pansa. E sarà. Ma in fondo a tutte le spiegazioni della storia scritta della guerra Sociale io non ci veggo, se non lo filosofia del Greco di Creta. Forse il movente vero e primo sarà a trovarsi nell’ordinamento della proprietà degli italici dopo la guerra di Annibale, e precedenti. Ma, è forza di dirlo, mancano i dati per una conclusione accettevole.

Vengo a ciocché se ne sa. L’aspirazione degli Italici al «diritto di cittadinanza piena» di Roma si era manifestata molto prima che non scoppiasse la guerra per ottenerla. Se ne diffuse, se pure non ne surse il primo fomite nell’animo degli Italici, dagli stessi partiti, che dai Gracchi in poi agitarono la vita politica della grande città. I capi di queste parti, o fazioni della città, sia che servissero all’evolversi delle aspirazioni democratiche, sia al mantenimento rigido del diritto aristocratico, fecero assegnamento sul concorso degli Italici per la vittoria dei loro principii. L’interesse stesso dei partiti all’interno era evidente. Era naturale che essi cercassero, mercé l’ammissione degli Italici alla cittadinanza romana, di accrescere il numero degli elettori amici; era naturale la diffusione pei paesi italici di cotesta speranza. Ed è probabile che, ad accrescere il numero di cotesti elettori favorevoli, i Tribuni, i capi-popolo o capi-parte incominciassero man mano, con artefizii, con sotterfugi, dall’aver fatto iscrivere al censo tra cittadini romani gl’italici che dimorassero di fatto a Roma, ma non erano cittadini di diritto.

Ad eliminare cotesto illegale genere di elettori fu rogata la legge del 659-95 dei consoli Q. Muzio Scevola e L. Licinio Crasso, che ordinava un severo sindacato, onde fosse impedito di goderne i diritti a chiunque non fosse cittadino legittimo: e quella legge fu esca al malcontento degli Italici.

Il fermento adunque era da parecchio che bulicava nella massa di questi; e al tempo del tribunato di Marco Livio Druso quel fermento si era venuto concretando in una associazione segreta, la quale oggi si sa che era stretta a vincolo di giuramento, ed era pronta all’appello di Druso stesso. Ma questi fu ucciso da una mano di sicari nell’autunno del 663–91 a.C., e il pugnale anonimo, se distrusse il centro di unione alle segrete file sparse per l’Italia, aguzzò invece gli animi alla vendetta; e questa precipitò gli eventi.

La cospirazione si diffondeva, si agitava, si organizzava; ostaggi erano celatamente dati e ricevuti tra collegati di città e città. Roma ne ebbe sentore; e intese a scovrire, a rattenere, a folgorare pria di colpire. Ascoli nel Piceno era indicata al Senato come uno dei centri dell’agitazione inimica. C. Servilio, uomo consolare, va col suo legato Fronteio nella città; e al popolo che era raccolto in teatro, dice aspre parole, che sono lampi di ammonimento e minaccia. Gli animi già commossi, divampano; la turba ribolle, e infuria, e scoppia in tale tumulto che fa a pezzi il console e il legato; trucida quanti si trovano in città, e incrudelisce in selvaggi impeti fin nelle donne; poi si fa governo, e proclama la rivolta da Roma.

L’insurrezione, che era già pronta, scoppia subitanea nell’inverno dal 663 al 664 di Roma, o 90-91 a.C. Marsi, Peligni, Marrucini, Frentani, Vestini e Picenti si stringono concordi; e non guari dopo aderiscono i Sanniti e i Lucani3. E i Lucani danno principio al moto in casa loro con fare prigione Servio Galba; ma i particolari del fatto e la liberazione di Galba, che avvenne per opera di una donna, restano ignoti4.

Gl’insorti si ordinarono con grande prestezza; gli otto popoli testé indicati5 strinsero da prima la lega, vi aderirono un po’ più tardi gli Appuli e i Campani (in parte almeno): quanto ai Bruzii ed agl’Irpini, che non sono nominati mai in questa guerra, è probabile che figurassero compresi nel novero dei Socii sotto il nome di Lucani o di Sanniti. Costituirono un governo federale, con sede di esso a Corfinio sul fiume Pescara, che era città precipua del Peligni6. Cinta di forti mura, fu scelta perché in luogo centrale ai popoli che primi si strinsero in lega (prima cioè, a mio credere, che i Sanniti e i Lucani aderissero), e la si distinse allora col nome d’Italica o degli Italici7. In questa sede del governo ordinarono un Senato di 500 membri, delegati senza dubbio dei popoli stretti in federazione; ma ci sono ignote le condizioni, i modi di elezione e i limiti sovrani di cotesto Senato. Il quale inquadrò gli insorti in esercito, e nominò i capi che gli storici indicano col nome di Consoli e di Pretori.

Anima della cospirazione, ai tempi di Druso, pare fosse stato Q. Popedio Silone, dei Marsi, e questi fu uno dei due Consoli o capi supremi degl’insorti nella guerra che era per erompere; l’altro Console o capo fu Cajo Papio Mutilo, de’ Sanniti. Dicono che i due capi o consoli fossero due a somiglianza del Consoli di Roma; io credo piuttosto che il primissimo nucleo della federazione delle genti Sabelliche elesse a capo militare Silone: quando, non guari dopo, aderirono Sanniti e Lucani, fu Capo del nuovo esercito Papio Mutilo.

Di ciascuno dei popoli alleati vennero eletti i pretori: e di questi se ne incontrano nominati tra dieci o dodici, e sono: T. Vezio Scatone, dei Marsi; C. Guidacilio, di Ascoli; Erio Asinio, dei Marrucini ; Mario Egnazio, Campano; L. Arunzio dei Sanniti, e sannita quel Ponzio Telesino che è detto strenuissimo da Velleio; un Gutta di Capua o di Campania; e un P. Presenteio, un P. Ventidio, un Afranio o Lafrenio; e infine, tra i più valorosi e pugnaci, Marco Lamponio dei Lucani8. A questi lo studio delle monete che vennero coniate dal governo degli insorti ha fatto aggiungere anche il nome di Numerio Lucio o Luculeio, e il nome di un Minio Jegio9 d’ignote nazioni. Più certo a mio avviso è il nome di Tiberio Clepizio o Clepzio, dei Lucani, che s’incontra nei frammenti di Diodoro10: e che parmi giusto di aggiungere alla lista dei valorosi.

I due capi supremi si divisero la somma della guerra secondo l’etnografia degli eserciti loro; e mentre Silone campeggiava pel paese intorno all’alto piano del Fucino e verso l’Adriatico, Papio Mutilo avrebbe operato per la Campania in giù ad oriente, cioè pel paese dei Campani, dei Sanniti, dei Lucani, e in gran parte della Apulia.

Il nuovo governo incomincia a battere monete a segno d’imperio, ed a rivendica del diritto già usurpato da Roma; e intanto giova ricordare che delle monete, che giunsero fino a noi, tanto quelle a leggenda in osco, quanto quelle in latino, rappresentano alcune il rito sacro delle alleanze dei popoli; altre hanno simboli di vittoria; altre raffigurano Libera coronata di ellera: ed altre, a significato non dubbio, portano il Toro, simbolo della gente osca, che batte ed abbatte la Lupa del Tevere. Su di esse ora è improntato il nome di Q. Silone, ora quello di C. Papio Mutilo, con la qualifica di «imperatore»; ed ai nomi si aggiunge ora quello di «Italia», ora quello della gente Sabellica11. L’idioma delle leggende e i caratteri ora sono in latino ora in osco; e può inferirsi che i Marsi e i popoli vicini erano già di lingua latinizzati, ma oschi ancora i Sanniti.

I confederati misero in armi una forza di eserciti, che fu detto toccasse ai centomila uomini; altrettanti ne raccolse Roma sotto i due consoli dell’anno, cioè P. Rutilio Lupo, che si oppose a Silone per il Piceno, la Marsica e l’alto Sannio, e Lucio Giulio Cesare che doveva combattere Papio Mutilo per la Campania, il Sannio e la Lucania. Negli eserciti romani combattevano ausilii di gente celtiche o numidiche.

La storia deve deplorare la perdita delle fonti sincrone, la confusione e le lacune delle poche che restano; onde non può farsi un concetto esatto delle vicende e dei procedimenti della feroce guerra che si apparecchiano a combattere Italici e Romani. È ricordato che gl’insorti, prima di rompere le ostilità, avessero mandato al Senato che accedesse alle giuste domande dei popoli italici, concedendo il diritto alla cittadinanza, e il Senato a rispondere che deponessero prima le armi, e poi Roma avviserebbe. Le armi nonché deposte, furono brandite; e colpirono.

Presso che ignorato alla strategia di quella età il concentramento di grandi eserciti per le battaglie decisive, erano essi invece frazionati in grandi unità tattiche che proseguivano, ad offesa dell’inimico, singolari azioni. In mezzo alle regioni dei Socii erano città e piazze fortificate che, o che per presidii romani, o per decisione dei governanti, non aderirono al moto dei concittadini; e contro costoro furono volte le prime imprese. Silone oppugnò prima la città di Alba Fucense, e poi Firmo, Adria e Pinna; Mutilo oppugnò Isernia, Luceria e Benevento, e campeggiò contro Pesto e contro Nola. Ma gli attacchi non furono fortunati.

Nei primi anni delle guerre ebbero pronti e grandi vantaggi i confederati. Silone comincia dal battere Perpenna, uno del Legati del console Rutilio Lupo; e non guari dopo Publio Vezio Scatone sconfigge il Console stesso, il quale nella battaglia del giugno 664-90 vi lasciò la vita, con non meno che ottomila dei suoi soldati, se si vuol credere alle cifre date dagli storici, che qui, in seguito, e sempre è a credere che esagerino, attingendo piuttosto all’eco delle voci popolari che ai documenti di Stato, se esistettero mai. Al Console morto in guerra succede nel comando Cepione, e questi, tratto che fu in un agguato da una finta dedizione dello stesso Popedio, vi muore trucidato, lui ed il suo seguito, dai Vestini. Mario, il vecchio e famoso Mario, succede a Cepione, e prende la rivincita, e vince una prima battaglia in cui è morto Erio Asinio, capo di Marucini, ed una seconda non guari dopo sui Marsi, ove è detto che restarono sul campo ben seimila di costoro.

Gneo Pompeo Strabone, che guerreggia con altro corpo d’esercito nel Piceno, è battuto anche lui dalle forze riunite dei tre comandanti italici, Guidacilio, Scatone e Lafrenio. Il vinto si chiude in Fermo; e quivi i vincitori lo stringono di assedio, mentre Guidacilio per le coste adriatiche si porta nell’Apulia, ove con le forze riunite degli altri insorti apuli o lucani s’impadronisce di parecchie città, tra cui Canosa, e, più che altra importante, Venosa, piazza forte del Romani. Qui fanno molto bottino, raccolgono molti armati, e liberano Oxinta figlio di Giugurta, che Roma teneva prigioniero di guerra in Venosa. Oxinta entra a combattere tra gli Italici; i quali intendono fare di lui un istromento a provocare le diserzioni dei Numidi, che erano nella cavalleria delle coorti romane in Campania.

A Pompeo che è chiuso in Fermo, va a portare aiuto Servio Sulpicio, il quale vinse sui Peligni una giornata che fu gravissima ai Socii, perché vi cadde morto Vezio Scatone: fu forza di togliere l’assedio a Fermo, ed obbligò i Socii a chiudersi essi in Ascoli, ove, a sua volta, li stringerà d’assedio lo stesso Gneo Pompeo Strabone.

Dall’altra parte l’esercito di Lucio Giulio Cesare, raccoltosi nel febbraio dello stesso anno 664-90 in Campania12, non è fortunato nei primi attacchi contro i luogotenenti di Mutilo. Vezio Scatone lo respinse sul Liri con grandi perdite ai Romani; e il contraccolpo della sconfitta fu che Venafro si diè agli insorti.

Cesare aveva spedito i corpi d’esercito dei suoi luogotenenti, Metellio nel Sannio, quelli Silla nella Campania, e quei di Publio Licinio Crasso nella Lucania. Ma Metello assediato dai Socii nella forte Isernia, non è potuto soccorrere da Silla che viene dalla Campania; e la piazza dopo parecchi mesi di assedio capitola per fame.

In Lucania, Publio Crasso è battuto da Lamponio, il quale anzi lo assale corpo a corpo quasi a finire la guerra con un duello, e lo costringe a chiudersi in Grumento dopo aver lasciato un migliaio di morti sul campo13.

Guidacilio, come abbiamo detto, dopo stretto Strabone in Fermo, era giunto nell’Apulia. E questa defezionata da Roma, e Metello stretto in Isernia, e Crasso chiuso in Grumento, dettero agio al supremo comandante dei Sanniti di avanzarsi contro il maggior corpo d’esercito di Roma, che era in Campania, e di provocare ad aperta adesione le città Campane, titubanti e tenute in soggezione dai soldati di Cesare. Allora la forte città di Nola si dà a Mutilo; il quale sia per diritto di guerra a noi ignoto, sia per rappresaglia di simili fatti, fa sgozzare il comandante romano, e dalla guarnigione accoglie tra i suoi soldati chi volle seguirlo, e chi non volle castigò a morte. La Campania all’oriente del fiume Sarno si commuove tutta; e si dànno man mano a Mutilo vincitore Stabia, Pompei, Ercolano, Linterno, Salerno e altre città, fuorché Nocera, di cui egli guasta ed incendia le campagne. Dalle ora sommesse città trae bene o mal volentieri, diecimila uomini; e va a stringere di assedio Acerra; si spinge anche più in là contro il non lontano campo del console. Ma questi tien fermo; poi all’ora propria esce fuori degli steccati; respinge il nemico e gli fa la perdita di seimila uomini uccisi. Roma celebrò questa vittoria come augurio sicuro di felici eventi; mentre i soldati acclamavano Imperatore il Console vincitore14. Però non guari dopo i vincitori stessi sono assaliti da Mario Egnazio, con sì gravi perdite, che il Console a rinfrancarsi è costretto di chiudersi in Teano dei Sedicini. Cotesto primo anno della guerra, fu piuttosto che ai Romani, favorevole all’impresa dei Socii, nella somma delle cose.

Ma l’anno che segue (665–89) la fortuna si dichiarò avversa agli alleati; e la prudenza civile del Senato di Roma ebbe reso agevole il cammino alla fortuna. Nell’autunno del 664–90 il Console Lucio Giulio Cesare fece passare la famosa legge, che il fino allora tenacemente negato diritto alla cittadinanza di Roma si concedesse a quelle città, che non erano entrate nella lega nimica, mantenutesi invece all’amicizia di Roma. Qualche mese dopo di essa, ai principii dell’anno 665-89, passò l’altra legge dei tribuni Plautio e Papirio, che dava la cittadinanza della città a coloro degl’italici che, domiciliati in Italia, dichiarassero fra sessanta giorni al Pretore la volontà loro di essere ascritti alla cittadinanza romana.

Queste leggi scrollarono il fascio guerreggiante degli Italici; e affievolendone l’impeto e fiaccandone la resistenza predisposero alla resa tutti coloro, che non altro veramente dimandavano, quando presero le armi, se non ciò che oggi, senz’altro spargimento di sangue, si concedeva. Ma non cessò di un tratto la resistenza. Gl’insorti, cui era supremo interesse lo allargare il cerchio dell’insurrezione, fecero punta a quest’intento nell’Umbria e nell’Etruria, ove un moto antiromano era cominciato; ma Pompeo Strabone ebbe la fortuna di sorprendere il largo esercito de’ Marsi, che marciava alla volta dell’Etruria; e li mise in completa disfatta.

Il nuovo anno portò nuovi Consoli e nuovi comandanti a capo degli eserciti di Roma. E mentre in Campania al console Lucio Giulio Cesare succede il pretore Silla; il console Lucio Porcio Catone prende il comando delle forze contro i Marsi. Ma, nonché poco fortunato nei suoi primi fatti di armi, egli è battuto e morto presso il Fucino. Allora Pompeo Strabone che era l’altro Console dell’anno, raccoglie in uno le forze sue e le altre dell’estinto collega, e va all’assedio di Ascoli. Qui l’impresa fu dura e lunga. Guidacilio corre con otto squadre di armati in soccorso della patria pericolante; ma se rompe la cerchia dei nemici e penetra nella piazza, non riesce a sperdere gli assedianti che invece raddoppiano di sforzi. La difesa della città fu feroce e disperata; disperata e feroce la fine.

Quando egli che ordinava e spronava tutti alla difesa della patria, fu certo che ogni resistenza era impossibile, scioglie ogni freno alla vendetta; fa man bassa su i Romani prigionieri, e, con più truci e vani propositi, su quanti avevano dissuaso da una resistenza disperata ed Inutile. Poi convita all’ultimo banchetto funebre i capi dell’esercito e della Curia, e il banchetto è allestito nel vestibolo del tempio. All’ultimo nappo prende il veleno, e quando crepitano le vampe dell’incendio che egli stesso ha ordinato, si stende sul triclinio che debbe servirgli di rogo. Così finì Guidacilio: con esempio non nuovo alle genti italiche, ma per noi e per tutti stupendo, se lo spettro della tarda vendetta contro gl’inermi della città non sorgesse ad offuscarne lo splendore. E la truce vendetta mutò di posto, quando Pompeo ebbe messo il piede nella vinta e disfatta città. Flagellati, e spenti o schiavi i cittadini; smantellate le mura; cassato il Comune; confiscate le terre! Ascoli insorta, diè il primo impulso al moto italico; Ascoli vinta, segna il principio al declino di esso.

I Marrucini, sconfitti presso Rieti, piegano ad accordi; i Marsi si sottomettono a Metello ed a Cinna; i Vestini e i Peligni tentennano, poi cedono anch’essi, l’anno dopo; e intanto Cosconio corre per l’Apulia, sforzando e sottomettendo città potenti, quali Salapia e Canne; e acciuffando la fortuna, batte gravemente al passaggio dell’Ofanto Egnazio15 che vi muore. Non ancora è caduta Venosa, fortissima piazza; ma l’Apulia può già considerarsi soggiogata.

Quando i Marsi e i Peligni ebbero deposto le armi, il governo federale abbandona Corfinio, e si tramuta nel Sannio, a Boviano. Quinto Silone va col Governo, e, insieme a Papio Mutilo, è a capo degli animosi che proseguono nella resistenza. Alla quale ormai non rimangono che i Sanniti, i Lucani e alcune delle città campane da costoro occupate.

Silla, a capo dell’esercito meridionale, comincia la nuova lotta; in cui rifulsero e i talenti militari dell’uomo, e i favori di quella dea che lo fece nominare fortunato e felice. Dalla Campania mira al Sannio e alla Lucania. Al cadere dell’aprile del 665-89 arriva ad impadronirsi di Stabia e la distrugge; poi Ercolano; poi, dopo maggiore sforzo, Pompei: e invano venne in soccorso della città il sannita Cluenzio, che fu, invece, aspramente battuto e disfatto da Silla. Nola, fortissima e da forti petti difesa, resiste; egli ne stringe l’assedio; e passa nell’Irpinia, e manda Aulo Gabinio con altro esercito in Lucania, a manovrare di conserva sui confini dell’una e dell’altra. Nell’Irpinia attacca la città di Eclano, che resiste, ma non tanto che possa giovarle l’atteso e invocato soccorso dei Lucani, rattenuti o indugiati che furono da Gabinio: Eclano cede; ed è fieramente punita dall’uomo inesorabile, che vuol punire ed atterrire. Quindi piega a destra, appressandosi al centro della resistenza sannitica, che è a Boviano e ad Isernia. Vince Papio Mutilo nelle vicinanze d’Isernia; sicché gli e più facile di stringere Boviano, e far che questa, disperando di resistere, capitoli, dopo che il governo federale l’ebbe abbandonata, ritirandosi in Isernia.

Al chiudersi dell’anno, non restavano all’insurrezione che, qui e qua, punti staccati di resistenza, quasi isole nel mare occupato da’ Romani: e tali Nola in Campania, Isernia nel Sannio, Venosa nell’Apulia, qualche altra citta nell’alto Sannio, e della Lucania e del Bruzio quella parte non breve che non fosse occupata da Aulo Gabinio. La condizione dei confederati era evidentemente disastrosa; trassero argomento di nuove speranze dalla guerra, che era ormai dichiarata tra Roma e Mitridate, e che sarebbe stato diversivo e indebolimento indeclinabile alle forze dell’inimico.

Anzi non mancò il Governo degli ultimi confederati a quegli accorgimenti diplomatici e militari, che la condizione delle cose imponeva. E mentre accresceva gli eserciti crudelmente stremati, incorporandovi gli schiavi donati di libertà, rinnovò pratiche in sul lontano Ponto con Mitridate, affinché, come già Pirro ed Annibale, avesse portato la guerra contro Roma in Italia; che era già in armi e provata alle sconfitte e alle vittorie. Parrebbe che uno del legali presso al Re del Ponto fu appunto quel Minius Jeius, che si trova scritto sulla moneta d’oro della guerra Sociale fino a noi pervenuta16. Ma Mitridate non venne in Italia; aspettò l’urto di Roma in casa propria, non restando però dall’infocolare di consigli, di speranze, di aiuti indiretti i confederati. Pei quali oggi è risaputo che fece coniare nelle sue zecche quelle monete d’oro ora accennate; che vuol dire li soccorse in danaro, il quale portò naturalmente l’impronta italica, perché avesse corso in Italia.

Il terzo anno della guerra, che fu il 666-88, vide precipitare a ruina le sorti italiche. Era ancora Quinto Pompedio Silone a capo dei confederati, nel Sannio; ed ebbe egli la fortuna di riprendere su i Romani la città di Boviano. Ma nella battaglia che tenne dietro a questo felice fatto di guerra egli rimase morto, e morti sul campo seimila dei suoi. E intanto che Pompeo Strabone, vincendo gli ultimi conati di resistenza dell’alto Sannio, sottomette del tutto i Vestini e i Peligni, Cajo Cosconio, che I’anno innanzi aveva conseguito fortunati successi in Apulia, espugna la forte Venosa, e vi fa tremila prigionieri; sicché tutta l’Apulia ormai può dirsi doma. In Lucania Aulo Gabinio aveva cominciato la sua campagna con buone sorti, impadronendosi di parecchie castella della regione, ma cadde morto in uno di codesti assedii; dei quali la storia non dice né il nome né i fatti di guerra17. Per tale evento, abbattuto che fu l’esercito romano, Marco Lamponio restò libero per la Lucania; e si trova scritto che egli con Tiberio Cleptio, altro comandante dei Lucani18, corse per la penisola Bruzia fino a Reggio per impadronirsi di questa città che era in fede ai Romani. Il colpo di mano non riuscì; ma mentre l’intento di esso è per noi poco chiaro19, mostra d’altra parte che tutta la regione dalla Lucania all’estremo Bruzio era libera dai Romani, i quali si concentravano nella Campania.

In questo stato né di vittoria ai Romani completa, né di sottomissione degli Italici intera, durarono le cose parecchi altri anni. In gran parte del Sannio perdurava la resistenza; e per tutta la Lucania e pel Bruzio non restarono a Roma che le città greche sul duplice mare. Gli è evidente, che il moto incominciato, come è detto, con lo intento di conseguire la cittadinanza di Roma, proseguendo mutò di carattere: e i Sanniti e i Lucani e i Bruzii continuarono a combattere, ma per l’indipendenza.

In questo tempo accaddero a Roma gravissimi eventi, che ebbero azione sul corso della storia del mondo e sull’interna costituzione della grande città. I moti dei popoli Italici passarono in ultimo luogo; ma, infine, entrarono anche essi come elementi modificatori della storia della città stessa; poiché le fazioni che si combattevano in Roma pel governo della città e del mondo, compresero che per vincere la resistenza era d’uopo appoggiarsi sulle popolazioni italiche non ancora vinte, quali i Sanniti e i Lucani. Sollecitati di accordi, accettarono, e intervennero direttamente nella lotta sanguinosa delle due parti cittadine. Perciò i fatti del loro intervento s’intrecciano a quelli delle grandi fazioni di Roma; e prendono parte a quella guerra civile, che avviò gradatamente e giustificò ultimamente la caduta della turbolenta Repubblica e l’avvento dell’impero.

Riassumeremo brevemente questi massimi fatti.

Sulpicio Rufo, tribuno della plebe, nell’anno 666-88, venuto a capo della parte democratica della città, fece passare la legge, che, soddisfacendo alle più recenti e più giuste domande degli alleati ammessi con le leggi Giulia e Plauzia–Papiria alla cittadinanza di Roma, li distribuiva equamente, per l’esercizio del voto, in tutte le 35 tribù; e non li lasciava come prima, rilegati tutti in complesso, nelle ultime otto tribù. La ragione e la conseguenza di questo diverso modo di iscrizione alle tribù non accade ripeterlo, che è risaputo.

Il Senato che prima fieramente si oppose alla equa distribuzione di nuovi cittadini in tutte le tribù, dové cedere; e Silla, capo della parte aristocratica e conservatrice, si ritrasse, torvo ed acerbo, all’esercito che era intorno a Nola. E con questo esercito, benché egli già legalmente dimesso dal comando, viene a Roma inimico e ribelle; scaccia la fazione opposta dei Mariani e di Sulpicio Rufo; cassa i nuovi ordinamenti di costoro, e dà mano alla prima delle sue restaurazioni degli antichi ordini. Forse passò i limiti e la misura; e la reazione contro i suoi fatti e i suoi intendimenti portò a console Cinna, che non gli era amico. Siila non rifece allora né una novella insurrezione militare, né un colpo di Stato; ma a capo dello esercito di Nola va in Oriente contro Mitridate. Lasciò l’Italia ai principii del 667-87.

Cinna con Mario ed il partito democratico ripropone allora, tra altri provvedimenti, quello della regge Sulpicia, per l’eguaglianza politica ai neo-cittadini italici ed ai liberti. Il Senato e la parte dei conservatori si oppone: ma accesi gli animi, dalle due parli si viene alle armi; e la mischia addiventa una vera battaglia campale, se dissero il vero gli storici che parlano di diecimila cadaveri sparsi per il Foro e per le vie della città! Cinna è dimesso da console e cacciato in bando; ed egli, con Mario e seguaci, corrono a tentar l’esercito di Roma che è sotto Nola, e si spargono per le città d’Italia a chiedere, per la causa comune che si combatte a Roma, aiuti di uomini e danaro. E col danaro compratine, come dissero, i capi, l’esercito si pronunzia per Cinna; e marciano su Roma tutti in un corpo, legionari, italici e schiavi liberati. Il Senato, messo alle strette, fa la legge che ridà ai comuni italici, vinti nella guerra Sociale, la cittadinanza di Roma; ed apre pratiche di pace e di concordia con i Sanniti, che non approdano, perché le condizioni che impongono gli Italici, non le accetta il Senato. Ma Cinna, invece, le accetta; ed entra in Roma vincitore, con ai fianchi Mario, che prende, se non il nome, la somma delle cose, e commette quegli eccidi, quei massacri, quegli orrori, quelle vendette pazze, che le grandi e tragiche e straordinarie commozioni della storia mettono a carico di classi intere, di moltitudini senza nome, d’impeti di belve collettivi, ma di individui soli non già.

E intanto che Mario, pazzo, lastrica la via a Silla, calcolatore e cosciente, Mario muore di natural (morte ai principii dell’anno 668) e l’umanità respira.

Cinna col nome di console e con autorità dittatoria si mantenne quattro anni (dal 667 al 670); e per eseguire uno dei patti concordati con i Sanniti e i Lucani, fa sanzionare, con Senato consulto, la legge Sulpicia, che ripartisce gl’italici neo-cittadini equamente nelle 35 tribù. Quali altri patti egli facesse a costoro non si sa: e se altri crede che, a tenerli in armi amici e compagni ai futuri eventi, bastasse il diritto al voto nelle 35 tribù della città, io, quanto a me, indugio a credere, e passo oltre.

Intanto Silla, che ha fatto la pace con Mitridate, torna in Italia; sbarca con l’esercito a Brindisi nell’aprile 671-83, e afforzato da quanti erano in esilio o perseguitati dalla fazione dominante, viene pel Sannio in Campania. Qui stringe d’assedio Capua, batte l’esercito di Norbano; accoglie nelle sue bandiere l’altro esercito che, sobillato, abbandona Scipione; e marcia innanzi per occupare Roma. Intanto Cinna è fatto a pezzi dai suoi soldati insorti in Ancona, il governo della città è preso da due consoli novelli, Carbone e Cajo Mario, figlio di Mario. Questi va incontro a Siila, e combatte fierissimamente a Sacroporto. Ma egli è battuto, ed è costretto a chiudersi in Preneste. E il vincitore lascia una parte dell’esercito a tener l’assedio della città, e con l’altra va in Etruria per combattere Carbone e Norbano.

I due centri di opposizione alla fortuna di Silla sono in Etruria e in Preneste. In Etruria, Norbano in sulle prime batte l’esercito di Lucullo, che si chiude in Piacenza; ma vinto egli stesso da Metello, l’esercito gli si sfascia e passa al nemico. Succedono altri scontri favorevoli ai Sillani; e l’esempio delle diserzioni diviene contagioso, e disertano alle bandiere soldati e ufficiali.

In fatti, una legione (come Appiano la dice) «lucana» (e non si sa se di gente di Lucca o di Lucania)20 passa a Metello; e il suo comandante, a nome Albinovano, par che resti in fede, e rientra in Arimino. Ma il demone della fortuna lo assilla; ormai, soldati di ventura e non cittadini, non pensano che alla carriera; Albinovano non sarà migliore degli altri. Quindi invita a cena nella sua tenda gli ufficiali di Carbone e di Norbano che erano ivi con loro; e fra le mense e i vini i suoi sgherri li tagliano a pezzi, ed egli fugge ai vincitori.

Perduta che fu l’Etruria e la Cisalpina non resta lo sforzo che a Preneste. Qui accorrevano gli avanzi dei carboniani dall’Etruria, e Perpenna si moveva dalla Sicilia; ma senza indugio arrivano dalla bassa Italia quaranta in settantamila armati tra Sanniti, Lucani e Campani21, al comando di Ponzio Telesino, di Marco Lamponio e di Gutta di Capua22. Un pronto e giusto concetto della situazione politica e militare traeva costoro a Preneste; ammesso però che un trattato di alleanza aveva già dovuto predisporre coteste sparse o già inimiche forze a convergere dov’era il pericolo.

Ma una parte dell’esercito sillano arriva prima di loro a Preneste ed occupa posizioni vantaggiose così, che i confederati italici non riescono a rompere; sono anzi minacciati di essere chiusi in mezzo dall’altro esercito di Silla che è per arrivare, al comando di Pompeo, dal settentrione. Allora Ponzio e Lamponio, che sono rimasti i due capi supremi degli Italici23, prendono un’audace risoluzione, che se non è chiaro quali probabilità avesse di vincere, rispecchia, senza dubbio, i supremi ardimenti di Annibale, e comanda l’ammirazione.

Girano inavvertiti le posizioni di Silla; e con celerità fulminea piombano inattesi innanzi alle porte di Roma. Era il primo giorno di novembre dell’anno 672-82; e Ponzio dall’alto del Celio, additando la grande città, ancora involta nei vapori mattutini del Tevere, dice ai Sanniti, ai Lucani, ai Campani, schierati in armi: — Ecco la tana maledetta dei lupi devastatori d’Italia! bisogna distruggerla, o non avremo pace! — E si spingono innanzi.

Invano le poche forze interne raccolte in fretta dal Senato uscirono incontro a rattenerli, e furono schiacciate. Ma i Sillani, a briglia sciolta, sopravvengono da Preneste: è l’avanguardia dell’esercito. Questo arriva in due grandi corpi, sul mezzodì: l’uno, capitanato da Silla stesso, è vinto e disfatto; ma l’altro, al comando di Marco Crasso, più fresco o più fortunato, vince a sua volta.

Alte prove di valore, supremi atti di energia, soprumani furori covrì l’oblio; ma è chiaro argomento della disperata virtù degli uni e degli altri, sia la resistenza lunga, durata un giorno e mezzo e una notte, sia gl’innumerevoli infiniti cadaveri che coprirono i campi intorno alle mura.

Fra i morti e i moribondi fu trovato Ponzio Telesino, col viso rivolto al cielo, e con lo sguardo, dice lo storico24, non di chi è vinto, ma di vincitore; e gli troncano il capo a trofeo di guerra! Tra i morti anche Gutta di Capua. La sorte che toccò a Marco Lamponio, strenuo e degno di fama quanto altri mai, è rimasta ignota25.

Silla ha vinto: e vincitore trionfa, percuote, abbatte, incendia, uccide, massacra, confisca, proscrive; e premia chi uccide e impicca e massacra e incendia. Ebbe odii immortali e vendette contro i democratici della città: ebbe odii immortali e vendette contro popoli e nazioni intere. Tra questi i Sanniti. Ottomila prigioni di guerra dei Sanniti, dei Lucani ed altri italici, fece restringere nel recinto del pubblico edificio dei comizi in Campo Marzio: intorno intorno dispose un cerchio di soldati e di sgherri; e quelli a colpi di frecce vennero spenti, fino all’ultimo, tutti! I clamori delle vittime prorompono nell’aria, quando egli, in quel momento, perorava in Senato, che era ivi presso adunato nel tempio di Bellona. All’urlo disperato dei mille che si ripercuote nell’aula, i Senatori, infra due, allibiscono; e l’oratore che amabilmente vuole inanimirli: — «Non vi indugiate, dice egli, Padri coscritti; sono un branco di faziosi che ricevono per mio ordine il castigo che si meritano» — e continuò amabilmente a perorare.

E continuò ad uccidere, a proscrivere, a confiscare. E poiché parvero esaurite le punizioni contro i privati, egli si voltò, dice Appiano, contro le città, «le quali puniva variamente; facendo a chi spianar le fortezze, a chi sfasciar le mura; imponendo a ciascuna pubbliche condanne, o affliggendole con intollerabili tributi; e di molle altre città trasse i propri abitatori ed in loro luogo mandò ad abitare colonie dei suoi soldati, per tenere dette città in luogo di propugnacoli o di fortezze; assegnando particolarmente a ciascun soldato secondo i meriti e la fede loro la porzione di terra, così delle case, come delle possessioni di tali città…»26.

Fortissimi esempi di una difesa disperata diedero molte di queste; tra cui, segnalate Populonia e Vetulonia; ma il fato della storia premeva tutte e tutto!

Nola non fu sgombrata dai Sanniti che nel 674-80. Isernia nell’anno stesso presa da assalto; quindi tutto il Sannio fu arso, devastato, spopolato dalle bande nere di Silla. Non furono, non potevano essere meno feroci contro la Lucania le vendette romane. Quando quetarono, era il deserto e il sepolcro! Ma il grido delle immani sventure passò di età in età. Floro scriveva: né la guerra di Pirro, né la guerra di Annibale, che durò quattordici anni, apportò all’Italia tanta ruina! Velleio ricorda che non meno di 800mila uomini costò questo duello a morte tra Socii e cittadini; e Diodoro, con istupore pauroso, dice la guerra Marsica «la più grande guerra» che avessero combattuta mai i Romani27. E intanto la causa degli Italici che parve e fu perduta con la vittoria di Silla, tornò vincitrice non guari dopo, senz’altro sforzo dei popoli, ma per la stessa necessità dei tempi e delle cose. Gli è dubbio ancora28, per vero, se il Dittatore avesse o no cassata anche la legge Sulpicia che dava il diritto di cittadinanza agli Italici: forse stimò impolitico ed inutile di farlo; ma cassata o sospesa che fosse dal terribile uomo, essa rivisse di nuovo in breve tempo: e la cittadinanza romana dopo Siila si trova data irretrattabilmente agli Italici, che vennero distribuiti equamente nelle 35 tribù.

Ma questa vittoria ideale per l’eguaglianza perfetta del cittadino d’Italia al cittadino di Roma, fu scontata a ben caro prezzo dalla generazione che ebbe parte alla lotta!

Tra le lacune e le oscurità della storia di questo gran moto civile, quello che apparisce men dubbio è la crisi cui andò soggetto il possesso della terra nelle città vinte e battute. Oltre alle confische ai privati cittadini che emersero sugli altri, le città e le regioni vinte perdettero una parte del territorio loro. Era questa una conseguenza, che è forza dire legittima! delle vittorie di Roma; perché conforme al diritto pubblico o internazionale delle città. Ma fu una necessità politica degli intendimenti di Silla. Aveva egli centoventimila soldati da compensare; aveva migliaia di popoli e città da tenere in freno. E venne su il sistema politico delle colonie, che da allora in poi, per lui e da lui, furono puramente militari. Le più belle città dell’Etruria, dell’Umbria, del Lazio, della Campania, del Sannio, della Lucania fu forza si stringessero nelle antiche sedi per far posto ai soldati di Silla, che venivano, ospiti armati di spada, a dividere i raccolti e mantenerle tranquille. La lista è ben lunga, e non si può dire ancora che sia interamente nota. Nominerò, al mio intento, queste solamente, cioè Pesto, Bussento, Grumento, Salerno, Temesa, Crotone, Scilacio, Taranto, Siponto, Telesia; e Capua, e Vulturno, e Puteoli, e Pompei, e Nola, e Linterno, e Minturno, e Abella, ed Abellino, ed altre ed altre, lì dove non vennero gli ospiti armati ad occupare i territori, questi restarono al dominio di Roma per future colonie, per futuro dealveazioni del popolo romano.

Come si acconciassero i cittadini a tante ripetute spartizioni di terre e a perdite di possessi, io non so; ma si può ben immaginare il profondo turbamento che doveva apportare alla civil comunanza questo violento e frequente turbinio di possessi, base alle famiglie e all’ordine sociale. Se a nome della Repubblica avveniva la spogliazione legale chi poteva, dunque, affezionarsi a questa Repubblica spogliatrice, che aveva d’uopo di scaricare periodicamente i turbolenti proletari di Roma sui pacifici cittadini delle provincie? E aprirono le braccia all’impero!

Ma se la legge della storia umana è inesorabile, questa, nelle infinite varietà sue, è sempre la stessa! Oggi i vinti non pagano più in tanti ettari di terra salda o di campi coltivati ai vincitori; ma invece pagano in lire e centesimi i milioni e i miliardi delle tasse di guerra; le quali, anticipate in massa sul credito dello Stato, si ripartono poi su tutti, ma a goccie, a centellini, a quote di respiro, che gravino meno ai presenti e un po’ anche agli avvenire. Ecco i temperamenti del progresso, le attenuanti della civiltà! E quegli usurai e publicani odiosi ai vecchi Italici e ai vecchi Romani, mutati oggi in banchieri, e non meno odiosi a certe ultime reliquie delle antiche plebi nella presente civiltà, cooperano a questi progressivi mitigamenti delle grandi calamità, esercitando nell’ordine delle cose la funzione della nube, che assorbe i vapori impercettibili della terra, e li ridà alla terra in massa di acque feconde.

NOTE

1. Vedi capitolo precedente a pag. 367.

2. Fragmenta: al lib. XXXVII. Excerpt. Vaticana, p. 120.

3. LIVIO, Epitome, lib. II, decade VIII:

Italici populi defecerunt; Picentes, Vestini, Marsi, Peligni, Marrucini, Lucani, Samnites: initio belli in Picentibus moto.

4. LIVIO, ibid.:

Servius Galba a Lucanis comprehensus, unius foeminae opera, ad quam divertebatur, captivitate exemptus est.

5. Otto guerrieri si veggono raffigurati sulla nota moneta della guerra Sociale: ove essi, disposti in due gruppi, giurano l’alleanza sulla porca, che è levata in alto sulle sue braccia da un soldato, posto in ginocchio a piè di un’asta infissa la suolo. Ma, a questo proposito e sul numero dei popoli collegati, Mérimée osserva che le notizie degli storici sono varie e difformi:

«Tito Livio — egli dice — ricorda nove popoli, Velleio nomina sette capi, Appiano dodici popoli e altrettanti capi. E, spigolando negli antichi che scrissero della guerra Sociale, quattordici e forse quindici capi: vero è che per un solo popolo soventi si incontrano nominati più capi, e per altri (come pei Vestini e pei Peligni) il nome dei capi o degli uffiziali loro nella lega s’ignorano. Altre monete della guerra sociale mostrano quattro guerrieri, e tal’altra due solamente».

Mérimée conchiude che dalle monete suddette non può trarsi argomenti valido (Essai sur la guerre sociale negli Études sur l’hist. romaine, pag. 80, ediz. Paris, 1867).

6. Metropoli dei Peligni la dice Strabone, VI.

7. VELLEIO PATERCOLO, lib. II: Caput imperii sui Corfinium legerant, quod appellavent Italicum — io leggerei Italicum per Italicorum. Strabone la dice Italica.

8. Cotesti nomi non si trovano uniformemente scritti presso gli antichi storici. Mérimée ha raccolto le varianti, molte e per taluno strane. Vedi Essai sur la guerre sociale, negli Étud. sur l’hist. romaine, pag. 31 dell’ediz. citata

M. Lamponio è scritto M. Aponios unicamente in Diodoro Siculo.

9. VANNUCCI, lib. V, cap. III, pag. 175, vol. III, dove riporta cotesti nomi, e la figura delle monete, riferendosi al Friedlaender Monete osche. — Conf. Fabretti, Gloss. Italic., tav. 53. — Vedi inoltre nota 16.

10. Per Clepizio vedi nota 18.

11. Il LENORMANT (nel libro La monnaie dans l’antiquité, Paris, 1878, vol. II) fa una distinzione che non trovo in altri, e che, anche a maggiore e opportuno chiarimento al nostro soggetto, riporterò in esteso:

«Gl’Italioti insorti — egli dice — nella guerra Sociale limitavano in tutto le magistrature, le leggi, gli usi della costituzione romana; e inoltre calcavano le loro monete su i denari di Roma. Ora gl’Italioti (sic) improntarono allora dai Romani la doppia fabbricazione parallela della moneta urbana (che relativamente a loro vuolsi appellare moneta civile) e della moneta militare.

Questa loro moneta civile porta solamente per leggenda di Stato il nome dell’Italia ITALIA su’ pezzi latini (FRIEDLAENDER, Oskiske Munzen, tav. X, n. 14, 18) o (in caratteri oschi retrogradi) VITELIA sui pezzi oschi (Id. t. IX, n. 1 e 7) senza nome di monetiere. Le loro monete militari hanno il nome dei generali rivestiti dell’imperium con o senza la leggenda di Italia. E così vi leggiamo i nomi dei due consoli nominati a Corfinio nel 90, il Marso Q. Popedio Silone, e il Sannita Q. Papio Mutilo, che le hanno emesse in questo stesso anno, come consoli comandanti gli eserciti, o piuttosto nel seguente anno, come rivestiti dei poteri di proconsoli. Il primo è scritto in latino Q. SILO. (Id. t. X, n. 10, il secondo sempre in osco11a e la forma più completa è questa (in caratt. oschi retrogr.) G. PAAPI G. MVTIL: egli comincia dal mettere il suo nome solo senza il titolo11b, poi vi aggiunge la qualifica di EMBRATVR corrispondente al latino imperator, del quale titolo era stato salutato dai suoi soldati.

S’ignora se il Numerius Luculeius o Lucilius figlio di Marco ignoto alla storia, e del quale i denari offrono il nome sotto la forma osca (retrograda) NI LUVKL MR (FRIED. pag. 77. t. IX) era un generale o un questore militare. Gli storici sono anche muti sul conto di Minius Jeius figlio di Minius, ossia Mi. Jeiis Mi. il cui nome si legge sulla moneta d’oro11c che Mitridate fece fabbricare in Amisos per gli Italioti: ma egli aveva evidentemente un comando militare Importante, ed era il principale personaggio dell’ambasciata mandata al Re del Ponto».

11a. «Anche in una moneta bilingue in cui si vede al dritto la leggenda latina Italia». FRIED. t. X, n. 21.

11b. «Sopra un denaro si legge al dritto il nome del generale Mutil, ed al rovescio quello dei Sanniti Safinim. FRIEDLAENDER, t. X, n. 3.

11c «FRIED. pag. 73. Pinder e Friedlaender, Beitraege I, pag. 176. MOMMSEN, M.R. Vol. II, pag. 126, n. 225».

12. APPIANO, Bell. Civ., I, pag. 23, lo dice Sesto Cesare (e così pure il Mérimée, Op. cit.) e Sesto Cesare quegli chiama il console collega a P. Rutilio Lupo. — Nell’anno di Roma 663, furono consoli Lucio Giulio Cesare e P. Rutilio Lupo.

13. APPIANO, Bell. Civ., I, pag. 23, dice:

«Marco Lamponio uccise circa ottocento di quelli di Licinio Crasso, e il resto inseguì fino alle mura di Grumento»

In DIODORO è questo frammento (al lib. XXXVII, Excerpt. Vatic. 120):

«Lamponio si slanciò contro Crasso: nel suo concetto non era il popolo che doveva combattere per i capi, ma i capi per il popolo».

14. A questo periodo di tempo vuolsi riferire ciò che si logge in OROSIO, il quale, però, nel riassumere le fonti a cui attinge, è tutt’altro che esatto:

L. vero Julius Caesar, postquam apud Aeserniam victus aufugerat, contractis undique copiis, adversos Samnites et Lucanos dimicans, multa hostium millia interfecit. Cumque ab exercitu Imperator appellatus esset… Senatus… sagum deposuit, lib. V. c. XVIII.

15. In Appiano è detto Trebazio.

16. LENORMANT (La monnaie dans l’antiquité, Paris, 1878, nel vol. 2º, pag. 121) a proposito della moneta di oro suddetta, scrive:

«Parrebbe del tutto accertato, tenuto conto del peso, del conio e del tipo di cotesto pezzo di oro, che esso fu fatto coniare in Amisos da Mitridate, pei ribelli d’Italia, quando ricevé la loro ambascieria (BOMPOIS, Les types monétaires de la guerre Sociale, p. 27. Conf. Zeitschr. f. Num. II. p. 88), e che Minius Jeius il cui nome vi si trova iscritto, era uno degli inviati. Il Re del Ponto amava di multiplicare tal genere di sfide alle pretensioni di Roma».

17. In LIVIO, Epitom. Iib. VI, della deca VIII, si legge:

A. Gabinius legatus, rebus adversum Lucanos prospere gestis, multis oppidis expugnatis, in obsidione castrorum hostilium cedit.

In FLORO si legge (lib. III, cap. 18):

Cato discutit Etruscos, Gabinius Marsos, Carbo Lucanos, Sylla Samnites, Strabo vero Pompeius omnia flamnis, ferroque populatus.

18. DIODORO (Fram. al lib. XVIII, pag. 441) nomina tre volte, a proposito dei Lucani o di fatti in Lucania, un Cleptio, un Clepitio, e un Tiberio Clepitio. Mérimée pensa che sia errore di codici, e che invece di Clepitio si abbia a leggere Cluentio, che fu uno sei Sanniti. Ma non essendo né impossibile, né improbabile un Cleptio o Clepitio tra i comandanti de’ Lucani, non veggo su quali solide basi possa adagiarsi l’avviso del dotto uomo. La ripetizione inoltre, e in diversi luoghi (cioè lib. 37.441, Fram.) dello stesso nome, è argomento contrario al concetto del Mérimée.

19. DURUY, Hist. des romains, II, 190, dice:

«Nella speranza di ridestare la guerra Sociale in Sicilia… si gittarono nel Bruzio, e cercarono di sorprendere Reggio…».

Lo stesso aveva detto il Micali.

20. APPIANO, lib. I, pag. 55. — «Truppe Lucane» dice Mommsen, vol. III, pag. 303 — Mérimée dubita che si abbia piuttosto ad intendere di una «legione di Lucchesi»; ed osserva:

«Il tradimento di una truppa di Lucani parrebbe poco probabile, tenuto conto delle disposizioni della loro patria; né, oltre a ciò, saprei spiegarmi come i Lucani si sarebbero trovati nell’esercito di Carbone». — Op. cit. pag. 181.

21. Settantamila dice Appiano, lib. I, pag. 55; quarantamila dice Velleio, lib. II.

22. FLORO, di questo periodo di tempo (lib. III, c. XXI), scrive:

Lamponius atque Telesinus, Samnitum duces, atrocius Pyrrho et Annibale Campaniam, Etruriamque populantur; et sub specie partium se vindicant.

Ed è vero; ma non è vero che essi arrivassero fino in Etruria.

23. EUTROPIO, Hist. Rom., lib. V, dice:

«Rursus pugnam gravissimam habuit (Sylla) contra Lamponium et Carinatem, duces partis Marianae, ad portam Collinam. LXXX millia hostium in eo proelio fuisse dicuntur. Similmente, OROSIO (V, c. 20): Sylla deinde cum Lamponio Samnitum duce et Carinatis reliquis copiis, ante ipsam urbem portamque Collinam… signa contulit: gravissimoque proelio tandem vicit. Octoginta millia hominum ibi fusa dicuntur, XII se se dederunt.

Vedi, innanzi, il passo di Floro, che indica come capo Lamponio.

24. Victoris magis, quam morientis vultum praeferens. VELLEIO PATERCOLO, lib. II.

25. La iscrizione funeraria ad un Lamponio, che l’Antonini dice trovata ed esistente in Maratea, è falsa. Vedi Corp. lnsc. Latin., n. 91*, vol. X.

Ma ogni spiracolo di luce non è lecito di trascurare, ed io aggiungerò questo. — Il P. Mannelli, del secolo XVII, nel suo Mss. inedito La Lucania sconosciuta, riferisce come esistente nei campi sotto Diano (Tegianum) sua patria, una greca iscrizione, o ne dà l’apografo: che poi venne pubblicata dal Corcia (Stor. III) e dal Macchiaroli (Diano e la sua valle, Nap. 1868) con significato più che dubbio, oscuro. Questa iscrizione, dagli apografi mannelliani mandati da Mommsen, pubblicò il CORSEN (Ephem. epigr. II, 153); e sarebbe una iscrizione di lingua osca in lettere greche. Ometto la lezione greca; ma la traduzione che ne dà il Corsen sarebbe questa:

A. LAMPONIUS PAQUII f. / OPPIUS PIUM SACRUM HOC / dedit / SALVUS VALENS (ovvero: pro salute). — In ZVETAIEFF, Sylloge inscr. Oscarum. Pietroburgo, 1868, p. 79.

26. APPIANO, lib. I, 59.

27. Framm. al lib. XVIII.

28. Mommsen dice che mantenne ferma la massima proclamata dal Governo (dei democratici): ogni cittadino di un Comune italiano essere di sua natura anche cittadino di Roma. Vedi lib. IV, C. 10, nel vol. III, pag. 317. Di contrario avviso è il Mérimée. Op. cit. 197 c.s.

Parte I - La Lucania

CAPITOLO XIX

GLI ORDINAMENTI DELLA REGIONE DOPO LA GUERRA SOCIALE

La guerra sociale fu l’ultimo atto della vita autonoma dei popoli italici; e la legge Giulia, che apre loro a doppio battente le porte della cittadinanza romana, chiude invece la storia loro. Restano ancora le differenze etnografiche, non restano le diversità politiche: quelle si verranno man mano attenuando e confondendo nel gran popolo che resterà italico, benché si dirà romano; e queste scompaiono nel grande fiume della grande città, che, assorbendo tutto nelle sue onde, non permette ormai più distinguere i rivoli minori.

La legge Giulia, che è il punto d’origine dell’assimilazione legale dei popoli italici a Roma, è del 664 di R. o 90 a.C.; ma alle politiche condizioni di cose che essa creava, imposte o consigliate che furono a Roma dalle stesse vicende della guerra Sociale, non tutti gl’Italici parteciparono da quell’anno. I Lucani ed I Sanniti, soli nel gruppo degli Italici stretti in alleanza contro la grande città, respinsero i benefizii che Roma lor presentava sulla punta della spada con la legge Giulia e Plautia–Papiria. E continuarono la guerra. Infine, Lucani e Sanniti ottennero il dritto di cittadinanza romana con un Senato–Consulto dell’871. Divennero cittadini di Roma; e posarono le armi.

Giova chiarire le relazioni di diritto che congiunsero i popoli alla novella patria, prima e dopo il grande fatto della cittadinanza, data od ottenuta. È un nuovo periodo, che incomincia per essi nella storia dei tempi.

Per molti secoli Roma chiuse lo Stato nella cerchia del suo pomerio. Ingrandiva di territorio, aumentava di popolo; ma lo stato era sempre entro il primitivo recinto sacro che aveva segnato l’aratro di Romolo. Ingrandiva per un processo di aggregazione, non di assimilazione. Soggiogò man mano i popoli circostanti; e i vinti non ridusse schiavi, ma non fece cittadini: se non furono soggetti, uguali non furono; li diceva con cortese parola «socii» che non implica uguaglianza, ma concorso; un rapporto d’amicizia, sì, ma per concorrere insieme allo scopo fatale di fondare il popolo romano, romanam condere gentem.

Poiché lo Stato era entro il recinto sacro del pomerio, cittadino vero e perfetto dello Stato non poteva essere se non colui che avesse il domicilio entro il recinto sacro. Di qui il diritto di cittadinanza ambito, negato e concesso ai popoli socii. La concessione non avvenne che per gradi; non tanto spontanea, quanto forzata; e fu un processo di aggregazione, prima che giungesse all’assimilazione completa mercé la legge Giulia.

Cotesti gradi furono i varii rapporti di diritto pubblico che si stabilirono tra Roma e i popoli e gli Stati o le città, in seguito alle guerre, alle alleanze, e alle conquiste che estendevano il nome e l’imperio del popolo romano.

Con quel ristretto numero di Stati o città, con cui entrò in relazione d’amicizia sul piede che pareva d’eguaglianza, Roma creò in Italia un rapporto d’«alleanza»; e le città perciò furono dette federate. Le quali restarono in condizione di Stati sovrani, poiché non perdettero il dritto di battere moneta, né le leggi e le assemblee e i magistrati loro propri: ma in verità la federazione non fu se non dritto di protettorato, più o meno esteso, se alle città federate non restava il dritto sovrano di pace o di guerra. Dovevano anzi alle guerre di Roma contribuire, tra certi limiti e condizioni, aiuti in danaro e di uomini, sotto specie segnatamente di navi e di marinai per le città federate poste sul mare.

Tutte le altre città che non fossero le «federate» quando, dopo sommesse o soggiogate, entrarono in relazione di diritto con Roma, vennero in dipendenza non mascherata; e si dissero «municipii». Per alcune città o più ricalcitranti, o più resistenti, o piu temute, i vincoli di dipendenza si strinsero ed accrebbero sino ad essere come un castigo; e queste ebbero il nome di «prefetture». I municipii, entrando nell’àmbito del dritto pubblico romano, conservavano il comune, le assemblee, ed i magistrati propri; perdevano l’autonomia sovrana loro, e, quelli sottomessi di forza, una parte di loro terre; davano tributi e contingenti alla città e alle guerre di Roma: ma in compenso Roma li considerava come socii, ossia come parte della «lega romana». Gli abitanti del municipio diventavano anche cittadini di Roma; ma cittadini, dirò così, cadetti o di secondo grado; poiché partecipi al dritto privato del Romani, che si fondava sul connubium e sul commercium, ma non partecipi al dritto pubblico di Roma, e vuol dire non ammessi al dritto attivo e passivo del voto politico, per cui solamente la persona era cittadino ossia optimo jure, cioè perfetto.

Il municipio ebbe dunque la civitas o cittadinanza senza suffragio. I cittadini dello «prefetture» ebbero anche essi i dritti minori di cittadino romano; ma il comune, le assemblee, i magistrali propri alla città, le erano tolti e così anche le leggi proprie; Roma mandava ogni anno a reggerle quello che noi diremmo Commissario regio e che essa diceva Prefetto. Questo stato di pubblica interdizione era, naturalmente, temporaneo.

Soggiogando i popoli, Roma scioglieva le loro federazioni; proibiva le loro assemblee politiche, e puniva la giusta resistenza loro, mercé una specie di taglia di guerra, che consisteva nel terzo del territorio della città soggiogata.

Questa terza parte o era venduta, o data in fitto a lunghi termini, per conto del popolo romano, a quei patrizi, a quei pubblicani nobilitati: i quali, dopo un qualche periodo di tempo, mutando il possesso in dominio, diedero causa alle leggi agrarie. Coll’estendersi delle conquiste crebbero le estensioni di queste terre italiche, venute al popolo sovrano come ragione alle spese di guerra: e Roma le diede in dono ai suoi proletari e ai suoi soldati. Così, accanto ai municipii, sorsero le Colonie.

Queste furono in origine di cittadini della lega latina e di romani, quando Roma era a capo della lega latina: perciò si dissero colonie latine. Ebbero un complesso di dritti che non occorre pel caso nostro di specificare; ma tale ad ogni modo che può dirsi ragguagliassero le colonie latine alle città federate. Ma sciolta che fu la lega latina, Roma mandava fuori, nelle nuove colonie, i suoi cittadini, per isgravarsi dei torbidi elementi interni, e poiché allo stesso tempo fossero presidio di soldati tra i popoli soggiogati, coloni armati della spada e dell’aratro.

Questi ultimi coloni, quantunque fuori di Roma, continuarono ad essere cittadini romani con tutti i dritti al doppio elettorato; poiché la colonia si tenne come una particella staccata da Roma. Le leggi di Roma erano le leggi della colonia; ma perciò stesso non era sovrana di sé, e non poteva battere moneta. Ma si governava da sé, con le sue assemblee comunali, con i suoi magistrati e le leggi romane. Però «Colonia» non era che il comune costituito dall’insieme dei coloni romani; essi soli cittadini e partecipi al governo della colonia: gli antichi abitatori furono, tutt’al più, considerati come cittadini romani, ma senza il doppio suffragio, e non pare avessero parte al governo e alle assemblee della città. La patria era dunque per essi una specie di «prefettura» aggregata alla colonia; ibrido innesto che dovea perpetuare uno stato di sentimenti ostili, tra vecchi e nuovi abitatori.

Tutte codeste diversità di dritto pubblico caddero alla pubblicazione della legge «Giulia» di Lucio Giulio Cesare (nel 664-90), che non si vuol confondere con la legge «Giulia municipale» di Cesare dittatore. — Tutti vi acquistarono, meno forse le città federate.

Per la Lucania le città federate furono Pesto, Velia2, Turii3, Eraclea4. Di Eraclea fu celebrato, più che altro, l’equum foedus, che Cicerone dice «singolare» per qualche speciale disposizione, che però ci è ignota; e fu stretto nel 278 a.C. L’alleanza con Turii fu nel 302; e queste sono le sole nòte cronologiche, che ci è dato indicare per le città federate della Lucania. Dopo la legge Giulia, Eraclea stette in forse, se accettare o no la cittadinanza romana; accettando, era d’uopo sottoporsi alle leggi di Roma; e quella, ancorché larva d’indipendenza, del battere moneta era perduta. Se Metaponto fu federata, non so: ma è probabile. Nei prossimi Bruzii, furono tali Petilia, Locri, Reggio.

Le città che restarono per un certo periodo di tempo nel triste stato di prefetture, dovettero essere ben numerose, tenuto conto dell’aspra resistenza dei Lucani a Roma, e del non infrequente mutare di umori o di politica nel governo della loro federazione. Cessarono, è lecito di credere, quando ai Lucani fu data la cittadinanza. E se nel «libro delle Colonie» (che è forse del I secolo dopo l’era volgare) si trovano indicate con la nòta di «Prefetture» Vulceio, Pesto, Potentia, Àtena, Consilino, Tegiano, Grumento e Velia5, o la notizia si riferisce ai tempi anteriori alla legge Giulia, o si vuol dubitare che quella qualifica si abbia ad intendere piuttosto di colonie; poiché non è dubbio, per titoli autentici, che infatti furono colonie parecchie di quelle città, come Pesto e Grumento, anche prima dei tempi imperiali.

Colonie latine, o, a dir meglio, col dritto delle colonie latine, che su per giù si ragguagliano, come fu detto, alle federate, furono: Venusia, fondata nel 201 a.C.; Pesto, nel 273; Cosa (ed è dubbio se la città della Campania, ovvero Cosa tra gli Irpini e i Lucani) nel 273; e Copia, che fu Turii mutata di nome, nel 193. L’anno dopo, Vibo Valentia nei Bruzii; Benevento nel 268; Isernia nel 265; Brindisi nel 244. A Turii, ossia Copia, è noto dagli storici che furono assegnati 30 jugeri di terra ad ogni soldato a piedi, 60 ai cavalieri. A Vibo o Vibona, ove mandarono 4mila coloni, 15 jugeri ai fanti e 30 ai cavalieri6. Quasi tutte furono fondate nel corso del III secolo avanti l’era volgare.

Nel secolo seguente il II a.C. ebbero sviluppo le colonie cittadine o romane: e mentre che per la Lucania non si trova indicata che Bussento nel 191-4 a.C., vediamo, in questo stesso breve periodo di tempo, fondarsi colonie romane a Vulturno, a Pozzuoli, a Salerno, a Temesa dei Bruzii; e vuol dire che Roma mirava allora alla sicurezza del littorale, mentre di guardia all’interno erano le colonie precedentemente fondate. Così per l’altro littorale Jonio e Adriatico.

Dopo la guerra Sociale, per quel sistema politico che inaugurò Silla a compensare i suoi soldati, e che imitarono così i Triumviri come Augusto e i suoi successori, crebbe il numero delle colonie romane. Colonie fondate probabilmente da Silla, ma di certo prima della morte di Cesare, furono, nella Lucania, Bussento una seconda volta poiché la si trovò spopolata dei coloni mandativi undici anni prima; Pesto7, che era stata già colonia latina, come si è detto;e Grumento. Fondata dai Triumviri fu Venusia, di nuovo, nel 711, ovvero 43: e in questa espropriazione forzata dei vecchi possessori a favore dei soldati vincitori a Filippi, il campo e la casa del padre di Orazio passò ai veterani; ed egli si disse8

Inopemque paterni et laris et fundi!

mentre all’altro capo d’Italia Virgilio lamentava della sua Mantova la troppa vicinanza a Cremona! La città di Blanda che in un titolo epigrafico9 si trova detta Blanda Julia, parrebbe fosse colonia fondata da Ottavio prima del 727, o 27 a.C., ovvero da Cesare.

Ma sia per fondazione di colonia, sia piuttosto in parziale assegnazione di terre a gruppi di coloni, specie veterani, in antichi municipii, questi fatti continuarono dopo l’Impero. Grumento ebbe nuovi coloni, probabilmente da Claudio; e pare ne traesse il nome10. Pesto ebbe da Vespasiano coloni che furono i classiarii della flotta a Miseno; e allora prese il cognome di Flavia11.

Le leggi che davano ai popoli Italici la piena cittadinanza di Roma, non crearono, non riconobbero un diritto di rappresentanza; non abilitavano i cittadini a dare il voto nella propria città per sanzionare le leggi o eleggere i magistrati dello Stato. Questo dritto supremo non poteva esercitarsi altrimenti che nei comizii della grande città, e recandosi l’elettore a Roma! Qui dunque era mestieri fossero iscritti tutti I novelli cittadini, neoelettori d’Italia; e la tessera del loro novello stato civile era l’ascrizione ad una delle romane tribù. L’ascrizione avvenne per città; e più tardi anche per intere provincie. Per la Lucania, grazie alla letteratura lapidaria, sappiamo che le città di Potentia, di Grumentum, di Àtena, di Vulceium, di Buxentum furono ascritte alla tribù Pomptina; Pesto invece alla tribù Moecia; Eburum alla tribù Fabia; Venusia alla tribù Horatia; Turii, ovvero Copia, alla tribù Aemilia; Petilia alla tribù Cornelia; Velia alla Romilia.

Venute che furono le colonie latine e le città federate nella piena cittadinanza di Roma, perdettero del tutto il dritto di battere moneta. Questo dritto era passato già per varie vicende. Della monetazione delle colonie latine per la nostra regione si conoscono di Venusia le monete di bronzo, e di Pesto quelle di argento e di bronzo, che improntano la nòta dell’autorità del loro magistrato municipale12: esse furono battute alla metà del secolo III a.C. Ma quando cominciò in Roma la monetazione dell’argento, e fu nel 486-263, venne tolto a tutte le città soggette o protette che fossero, il diritto di battere moneta di argento; però restò libera la coniazione del bronzo. Poi anche questa facoltà fu tolta, verso il 496-264; ma fu fatta una eccezione solamente per tre sole città; e queste furono Pesto, Venusia e Brindisi. Però ebbero l’ordine superbo di dare alla loro moneta di bronzo un peso inferiore a quella di Roma; e così avvenne che in quelle città fu coniato l’asse semiunciale un secolo innanzi che fosse battuto a Roma; dove non prima della legge Plautia-Papiria l’asse cessò di avere il peso di un’oncia, e scese a mezza13.

Sotto l’impero, il dritto di battere moneta d’oro o d’argento fu riservato all’Imperatore; restò al Senato il privilegio di coniare, nella sua zecca di Roma, tutta la moneta di bronzo che circolasse in Italia. Ma anche allora fu fatta un’eccezione per la città di Pesto. Il Senato ne dié licenza alla città del Silaro; e la nòta della graziosa concessione si trova espressa sulle monete pestane14.

Unificata l’Italia e i cittadini dalla legge di L. Giulio Cesare, Augusto, per rendere agevole anzitutto il censimento e la riscossione delle imposte, ripartì l’Italia in undici regioni. Fu, secondo l’ordine, regione prima la Campania, dal Tevere fin presso al fiume Silaro; seconda l’Apulia e la Calabria all’Adriatico; terza la Lucania e i Bruzii fino al Jonio e allo stretto siculo; quarta il Sannio tra il Nar, il Tevere e il Frento; quinta il Piceno l’Esi e l’Aterno; le altre regioni sino all’undicesima si estendevano fino alle Alpi.

Per cotesta ripartizione di Augusto gli scrittori sogliono dare allo spartimento della Lucania il fiume Sele per suo confine con la Campania. Ma poiché Plinio nomina espressamente tra popoli lucani la popolazione di Eburum, che siede nei campi alla destra del Sele, è d’uopo ritenere, che il vero confine fra le due regioni fu piuttosto il Tusciano che è una breve riviera alla destra del Sele stesso. Se il fiume Silaro o Sele fu linea di confine tra Lucania e Campania, non poté essere limite altrimenti che verso le foci sue, non già nel corso superiore più prossimo all’Appennino; giacché gli Eburini non si potrebbe assegnarli alla Campania15.

Dal lato di settentrione fu confine della regione il fiume Bradano; e quanto al suo ultimo corso, non è dubbio, poiché Metaponto, a sinistra del Bradano, era compresa nella Lucania16. Ma è dubbio quanto al corso superiore. Questo fiume ha le origini prime dalle acque del Lagopesole e si sbranca in diversi rami. Or se per linea di confine settentrionale alla Lucania si vuol segnare, nel tronco superiore di questo fiume, quel ramo precipuo che sgorga dal lago suddetto (come fanno parecchi cartografi) resterà fuori della Lucania non soltanto Venusia, Ferentum ed Acheruntia, ma Banda altresì e quei popoli Bantiti, che Plinio espressamente enumera tra i Lucani, non altrimenti che aveva fatto per gli Eburini. È forza dunque ritenere come confine settentrionale della regione il Bradano, sì, ma per tutto il suo corso; compresi quei varii suoi rami influenti che hanno sulle mappe i nomi generici di «fiumarella» di Acerenza, di Banzi o Genzano. Per tal modo, i popoli bantini rientrerebbero nel territorio dell’antica loro gente; il territorio di Venosa resterebbe prossimo o contiguo al confine: e il colono venosino avrebbe arato una terra che, come scrisse il poeta, poteva dirsi appula e dirsi lucana, non altrimenti che lui stesso il poeta ben poteva rimanere in dubbio, se fosse appulo o lucano17. Pel contrario, dato il confine della Lucania dal Bradano del Lagopesole, Orazio non sarebbe altrimenti che appulo; e questo mal risponde alla parola di lui, contemporaneo di Augusto.

Del confine fra la Lucania e il Bruzio si può indicare come certi i due punti estremi del fiume Lao sul mar Tirreno, e del fiume di Turii o Coscile che si mescola al Crati, sul mare Jonio; però una linea che congiunga questi due punti estremi, può disegnare il confine interno delle due parti della regione, ai tempi di Augusto o di Strabone18. Che coteste linee non restassero sempre immutate, si può dubitare. Ai tempi costantiniani, il territorio metapontino appartenne piuttosto alla Calabria (dei Salentini) che alla Lucania, e Bussento ai Bruzii più che alla Lucania19; e, d’altra parte, alcune iscrizioni poste in Salerno ai Correttori di Lucania e dei Bruzii dànno a credere che Salerno fosse aggregata alla regione della Lucania in quel medesimo periodo dei tempi costantiniani20.

La ripartizione amministrativa di Augusto non pose a capo delle regioni un magistrato che accentrasse in sé tutti i poteri, per l’àmbito della regione; non recò offesa alla indipendenza dei municipi, secondo i termini della legge Giulia municipale. Ma nel corso del II secolo dell’Impero l’autonomia dei municipii qualche iattura venne a soffrirla; e cominciò allora il mutamento della competenza giudiziaria delle città. Adriano (117-138) divise l’Italia in quattro circoscrizioni giudiziarie; e preponendo a ciascuna di esse un Consolare, accentrò in loro certi ordini di affari, specie dell’amministrazione della giustizia. Poi i Consolari ai tempi di Marco Aurelio (161-169), a quanto pare, ebbero il nome di Giuridici; ma di essi poco si sa, e punto del loro numero e delle circoscrizioni cui erano preposti; le quali non ebbero, forse, stabile assetto o delimitazioni immutate. Fra i pochi nomi conosciuti dei giuridici, un titolo epigrafico ha conservato quello di «Q. Erennio Silvio Massimo, Giuridico per la Calabria, per la Lucania e i Bruzii»21.

Un altro titolo recentemente scoperto ad Ostia, ricorda «come Procuratore della Lucania» un L. Calpurnio Modesto, a cui metteva un titolo onorario la corporazione dei mercanti di grano22. Questa specie di procuratori erano ufficiali incaricati alla riscossione delle imposte fiscali, subordinati al capo della regione, come già nelle provincie senatorie i questori. Dal titolo non si comprende l’epoca di cotesto «Procuratore della Lucania»: io credo del IV secolo.

Una novella partizione dell’Impero fu fatta, come si sa, da Diocleziano. Ma nel non breve periodo che intercede da Aureliano, anzi da Traiano a Diocleziano, gli altri magistrati per l’amministrazione pubblica delle province o delle regioni, si trovano indicati col nome di Legati, di Prepositi ed anche di Correttori. Un titolo epigrafico ha conservato il nome di M. Antonio Vitelliano, che è detto «Preposto al territorio dell’Apulia, della Calabria, della Lucania e dei Bruzii con speciale incarico di ristabilirvi la pubblica sicurezza»23. Un’altra epigrafe parla di un «Preposito all’Umbria, al Piceno ed all’Apulia». Erano dunque commissari in missioni speciali con competenze o giurisdizioni mutabili.

Il «Correttore» che dopo la partizione dioclezianea fu il supremo magistrato proprio della Lucania e Bruzii, e di due o tre altre regioni, ebbe in origine ufficio, competenza e giurisdizione più alta d’un capo di provincia, poiché sin dai tempi di Aureliano si trova, più e più volte, nei titoli epigrafici il Corrector Italiae.

La nuova divisione dell’Impero avvenne nel 292; e l’Italia fu spartita in dodici circoscrizioni. La VII provincia, o regione, o circoscrizione comprendeva: Ia Campania e il Sannio; l’VIII l’Apulia e la Calabria; la IX comprendeva la Lucania e i Bruzii. Poi al IV secolo, disgiunta che fu la Campania dal Sannio, si tenne come IX regione la Campania, come X la Lucania e i Bruzii, come XI l’Apulia e la Calabria, come XII il Sannio.

A capo della duplice regione Lucania et Brutiorum e dell’altra Apulia et Calabria era il Correttore. È dubbio per me se il nome gli venne, come in antico, dall’incarico ad corrigendum statum Italiae, ovvero dal nuovo fatto che il Corrector era messo a capo di due regioni o spartimenti dello Stato, che, uniti in un corpo, egli reggeva insieme allo stesso tempo; e infatti il Corrector si trova a capo non solamente della X regione Lucania e Brutii, e della XI Calabria e Apulia; ma anche dell’VIII Tuscia ed Umbria, e della XIII Flaminia e Piceno, suburbicarii, fino al 364. Due titoli epigrafici farebbero menzione altresì del Corrector Apuliae et Lucaniae, ma i titoli inventati o interpolati, non hanno valore24; e il congiungimento amministrativo di quelle regioni è ignoto alla storia.

I Correttori che furono in origine magistrati straordinarii per speciali missioni, diventano dopo la riforma dioclezianea governatori di provincia con grado mezzano tra’ consolari e i presidi. Dipendevano dal Vicarius urbis Romae; al quale era devoluto l’appello dal Correttore. Come Capi di una provincia o regione, hanno la sorveglianza amministrativa sulle città; ne verificano i conti, come già era uffizio dei Curatori; curano la riscossione delle imposte, la coscrizione delle leve militari, l’esecuzione delle pubbliche opere dello Stato, la manutenzione delle pubbliche strade; e in fine rendono giustizia sì nel civile, sì nel criminale, fino all’ultimo supplizio. E quando i Capi delle provincia furono detti Presidi, restarono i Correttori unicamente per la Lucania–Bruzii e per l’Apulia–Calabria. Essi sono gli ultimi magistrati supremi, di cui si abbia notizia per le due regioni suddette, fino al cader dell’Impero.

In quale parte della regione risiedessero non si può dire con sicurezza. A Reggio, a Grumento, a Pesto, a Velia25, a Salerno, furono trovati dei titoli epigrafici posti a qualcuno dei Correttori della Lucania e Bruzii; ma non si potrebbe concludere che in qualcuna di quelle città residessero essi come di norma. Da altri indizii parrebbe meno improbabile la residenza loro a Reggio o a Salerno26. Forse era a loro scelta il preferire l’una o l’altra città della regione27. Salerno, ad ogni modo, era compresa nella regione IX della Lucania e Bruzii, ai tempi costantiniani.

NOTE

1. Argomento tratto da LIVIO, Epitome, lib. X della decade VIII.

2. CICERONE, Pro Balbo, 24, 55. LIVIO, lib. VI, dec. III, 39.

3. PLINIO, 34, 32.

4. CICERONE, Pro Balbo, 8, 21.

5. Nel libro delle colonie si legge (Vedi Gromatici veteres, ex recentione Caroli Lachmani — Berolini 1848, pag. 208):

In provincia Lucania Prefecture iter populo non debetur (altro cod. debebatur) — Vulcentana, Pestana, Potentina, Atenas et Consiline, Tegenensis, quadrate centuriae in jugera n.cc. — Grumentina, limitibus Graecanis in jugera n.cc. Decimanus in oriente, Kardo in meridiano — Veliensis actus n. Xq. per XXV.

6. LIVIO, Iib. V, dec. IV, 40.

7. Conf. Corp. Ins. Latin., vol. X, pag. 53.

8. Epist. II, 2, 50.

9. Corp. Ins. Latin., vol. X, n. 125.

10. MOMMSEN dice:

Fieri potest ut a Claudio cognomen traxerit, nam in laterculo praetorianorum (vol. VI, n. 2382, C.I.L.) inveniatur Q. Vibius, A. f. Cla. Neoptolemus. Grum. (In Corp. Ins. Latin. X, pag. 27). — Conf. la nota seguente.

11. Corp. Ins. Latin. X, pag. 53, ove si ricorda il latercolo: — T. Atilius T. f. Fla. Rufus Poesto.

12. Alcune monete pestane, invece della sigla SPDSS (Signatum Paesti De Senatus Sententia), hanno le altre SPDDS, cioè: Signatum Paesti Decreto Decurionum Sententia; ed altre SPDD, Signatum Paesti Decreto Decurionum. Conf. LENORMANT, La monnaie dans l’antiquité. Paris, 1878, vol. III, p. 215.

13. LENORMANT, La monnaie dans l’antiquité. Vol. II, pag. 202, 5. — MOMMSEN, Hist. monn. romaine, I, 139. III, 182 e pass.

14. LENORMANT, Op. cit., vol. II, 212, dice:

«Di Pesto si hanno delle piccole monete di bronzo con la testa di Augusto e di Tiberio, con i nomi dei duumviri municipali e con la leggenda — PAE(sti) S(ignatum) S(enatus) C(onsulto) ovvero SPSC S(ignatum) P(aesti) S(enatus) C(onsulto), ovvero De Senatu Sententia».

15. Conf. Corp. Ins. Latin., vol. X, pag. 49.

16. PLINIO scrisse (III, 15): Oppidum Metapontum, quo tertia Italiae regio finitur. Non altrimenti Strabone, che comprende Metaponto nella Lucania.

17. HORAT. Sat. lib. II, I:

Sequor hunc, Lucanus an Apulus, anceps;

Nam Venusinus arat finem sub utrumque coloniam

Missus ad hoc, pulsis (vetus est ut fama) Sabellis,

Quo ne per vacuumRomano incurreret hostis;

Sive quod Appula gens, seu quod Lucania bellum

Incuteret violenta.

18. STRABONE indica i coinfini della Lucania con parole chiare, che però taluni interpreti (ediz. Amstelaedami, 1707, I, 302) per mala punteggiatura rendono oscure, e dicono:

«Dal Silaro al Lao (sul Tirreno), da Metaponto a Turii (sul mare Jonio), e nell’interno da’ Sanniti (cioè, dagli Irpini, ovvero dall’alto Ofanto presso Conza): l’istmo che si stringe da Turii a Cirella presso il Lao misura 300 stadii». Lib. VI, 392.

19. Ciò si ricaverebbe dal «Libro delle Colonie» se il testo può ritenersi incorrotto, ove si legge (V. Gromatici veteres del LACHMAN, sopracitato, pag. 208):

Provincia Brittiorum… Ager Buxentinus (altro cod. Buxentianus) a (triunviris veteranis?) est adsignatus in cancellationem limitibus maritimis. — Conf. MOMMSEN, in Corp. Ins. Lat., vol. X, pag. 85.

20. V.N. 517 e 519 nel Corp. Ins. Lat., vol. X.

21. Corp. Ins. Lat. vol. X, pag. 85. È un’iscrizione di Telese: Q. Herennio Silvio Maximo C. V… Jurid. per Calabr. Lacaniam Brittios, etc. — In un’iscrizione greca lo si trova indicato per l’Apulia, Ia Calabria e la Lucania: δικαιοδότης (juridicus) Απυλιας Καλαβριας Λυκανια (sic); — Apud MOMMSEN, Ephem. epigr. IV, p. 224.

22. Nelle Notizie degli scavi di antich. del Dicembre, 1880:

Q. Calpurnio C. F. Quir. Modesto. Proc. Alpium Proc. Ostiae ad ann. Proc. Lucaniae Corpus mercatorum framentariorum, ecc.

23. Corp. Ins. Lat. vol. IX, N. 324:

P.P. (Praepositus) tractus Apuliae Calabriae Lucaniae Bruttiorum, ob… singularem industriam ad quietem regionis servandam. Postulatu populi D.D.P.

24. Conf. Corp. Ins. Lat. vol. IX, n. 29* e 180*. Sono due iscrizioni di Ceglie e Mirabella, l’antica Eclano, che il Pratilli, il Lupoli, il Corcia ed altri riferiscono per vere.

25. V. Corp. Insc. Lat. n. 468 del vol. X.

26. La costituzione di Costantino Magno 319 (nel Cod. Teod. di cui infra) si dice ricevuta dal Correttore Ottaviano in Reggio. Quella di Valentiniano I, nel 364, si dice (ibidem) ricevuta dal Correttore Artemio in Salerno. — Conf. GIANNONE, Stor. Civ. lib. II, c. 3, § 3.

27. Dei Corrector Lucaniae et Brutiorum sono finora noti i nomi che seguono (Conf. GIANNONE, Storia Civile, lib. II, c. III, § III. ANTONINI, p. 113. MARQUARD, L’amm. publ. romana, pag. 252. — Corp. Ins. Lat. vol. X, pass.):

1º Il primo sarebbe quel Tetrico, che, preside di Aquitania, venne de’ suoi soldati sollevato allo Impero: ma vinto che fu, per segreti patti, da Aureliano, questi lo nominò di poi «Correttore della Lucania» secondo Eutropio (9, 13), Vopisco (Aurel. 39) ed Aurel. Vietor (Caes. 35); e ciò tra il 270 e il 275. Ma Trebellio Pollione (Trig. tyr. 24) scrisse, invece, che Aureliano Tetricum Correctorem totius Italiae fecit, id est Campaniae, Samnii, Lucaniae, Brutiorum, Apuliae, Calabriae, Etruriae, atque Umbriae, Piceni et Flaminiae, omnisque annonariae regionis. Il Marquard, nella prima edizione dell’opera sull’Amministrazione romana, suppose che i Correttori, potevano, forse, prendere il titolo di Correctores Italiae per opposizione delle provincie fuori d’Italia; e così il Correttore della Lucania si sarebbe appellato ufficialmente Corrector Italiae, regionis Lucaniae; che poi scrittori poco diligenti, per brevità, confusero nei titoli. Ma, nella posteriore edizione dell’opera stessa, è venuto nella sentenza del Mommsen; il quale fondandosi non solamente sul passo surriferito di Trebellio Pollione, ma su cenni di parecchi testi epigrafici, è venuto nella conclusione (da noi seguita nel testo) che fino al 290 l’Italia stette sotto un solo Corrector; e che solamente solo dopo Diocleziano fu aumentato il numero di questi magistrati, e furono messi a capo di alcune circoscrizioni o provincie, di quelle create da lui. Gli scrittori che accennano a Tetrico quale Corrector Lucaniae, avrebbero dunque attribuito i titoli del loro tempo ad un periodo più antico. Ma la materia, per vero dire, non è ancora fuori discussione.

Claudio Ploziano (Dalle lettere del 314, nel Cod. Teodosiano, lib. II, tit. 29, 1).

A. Meihilio Hilariano, nell’anno 316 (Nel Codice stesso, lib. 9, tit. 18, 1. E nel Cod. Giustinian. 1, 15, de decur. lib. X).

Ottaviano (Da lettera del 319, nel Codice Teod. [lib. VII, tit. 22, 1] ricevuta dal Corrector in Reggio).

Alpinio Magno del 323–6 (Da una iscrizione di Salerno. — Corp. Ins. Latin. vol. X, n. 517).

Atenio, o Artemio (Da due costituzioni di Valentiniano a lui dirette nel 364 [Cod. Teod. lib. 8, tit. 3, 1] una delle quali ricevuta dal Corrector in Salerno).

Q. Aurelio Simmaco, nel 365. — L’Antonini (pag. 115) riferisce anche il nome di Q. Aurelius Nicomachus V. C. Corrector Luc. et Britt.: che è lo stesso di questo Q. Aurelio Simmaco, famoso.

Britius Praesens, V.C.: in un marmo trovato tra Velia e Pesto. Fu certamente non il suocero di Commodo, né probabilmente uno dei suoi figli o nipoti (a cui si riferisce l’Antonini); ma altri dello stesso nome, e del IV secolo. — Conf. Corpus Ins. Latin. n. 468, vol. X.

Rullus Festus V.C. (Da una iscrizione di Grumento. — Corp. Ins. Latin. vol. X, n. 212).

10º Annio Vittorino V.C. (Da una iscrizione di Salerno. Corp. Ins. Latin. n. 519, vol. X).

11º Venantius Vir spectabilis: dei tempi di Teodorico (526). Da lettere in Cassiodoro, Variar. lib. III, 8, e in Marini, Pap. dip. p. 138.

Nello stesso Cassiodoro sono quattro lettere, una diretta a «Vitaliano V.C.», due ad Anastasio, ed un’altra a «Maximo V.S.», intestate a ciascuno di loro come a Cancellario Lucaniae et Brutiorum (Variar. lib. XI, 39, e XII, 12, 14 e 15). Erano per le provincie Ufficiali superiori dell’ordine finanziario, come Ragionieri o Ricevitori delle imposte, anziché, come oggi diremo, Segretarii Generali delle Prefetture o Correttorie.

Parte I - La Lucania

CAPITOLO XX

CONDIZIONI CIVILI, POLITICHE E RELIGIOSE DEI POPOLI LUCANI

Plinio ricorda undici popoli che costituivano la nazione Lucana; e furono, secondo egli li nomina per ordine alfabetico, i popoli di Àtene, di Bantia, di Eburi, di Grumento, di Potentia, di Sontia, e i Sirini, i Tergilani, gli Ursentini, i Vulcentini, e quei di Numistrone. Sarebbe egli probabile che qualche altro nome mancasse a questo catalogo di undici nomi? Livio accenna a dodici popoli del Bruzio1: è il numero dodici si sa che era misteriosamente sacro a parecchi dei vecchi popoli italici.

Quegli undici o dodici popoli erano dunque le membra organiche e capitali della antica federazione delle genti lucane, pria che non fu sciolta, come tutte le altre, da Roma che li vinse e sottomise. Ed io penso che furono essi le primissime tribù, i primi clan che occuparono le terre all’oriente dei Silaro: e, come primogeniti o primivenuti, costituirono poi le città prevalenti, ovvero gli Stati Uniti della federazione lucana.

Ciascuna di esse era come un cantone ovvero un distretto dello Stato federale; ed a ciascuna erano aggregate e politicamente dipendenti altre popolazioni sparse pel circondario della città stessa; e raccolte in vici, o paghi, o fori, o castelli, o conciliaboli, come li chiamò l’ordinamento amministrativo di Roma repubblicana. In origine, l’embrione ovvero il nucleo della città non fu che un arx, o recinto fortificato, a cui ricorrevano, con la famiglia e il bestiame, le popolazioni sperse pei campi d’intorno, a riparo di pubbliche violenze e di guerre.

L’arx man mano divenne centro dello Stato embrionale, in cui il capo del clan e il meddis–tatico della tribù rendeva giustizia, e sacrificava agli iddii della gente nelle pubbliche solennità. E, come altrove, anche ivi il giorno delle pubbliche riunioni, o per adire il giudice o per assistere a pubblici sagrifizii, fu giorno delle transazioni dei piccoli commerci e del pubblico mercato. L’arx ben presto crebbe in curia, in foro, in tempio. Ma le popolazioni continuarono sempre a vivere sparse, a gruppi di case, pei campi: è noto anzi dagli storici, che i Sanniti vivevano appunto vicatim2. Era costume e tradizione di tutta la razza italica.

Quand’essi arrivarono invasori o coloni forzati nella regione, non erano al certo in un grado di civiltà progredita. Erano anzi, a mio avviso, in uno stato che diremo più prossimo a barbarie che a civiltà. Ma non dimenticheremo che l’uno e l’altro concetto è idea relativa: e ricordiamo, se vi piace, che l’arrivo di essi nella regione che fu detta Lucania, avvenne, secondo i nostri computi cronologici3, assai tempo innanzi all’epoca tarda che alla loro migrazione assegnerebbero il Niebhur ed altri. Essi, di stirpe osco-sabellica, parlavano l’idioma osco; ma non avevano ancora l’uso della scrittura: ed anche questo è conferma al nostro concetto della maggiore antichità di loro venuta.

Che non avessero ancora l’uso della scrittura, è lecito arguire dal fatto che tutti i monumenti scritti, fino ad ora noti, de’ popoli lucani, non sono altrimenti che in caratteri greci o latini, quantunque la parola sia di lingua osca. Non sono in caratteri oschi, ovvero umbri, o falisci, o etruschi, quali si riscontrano nelle iscrizioni osche del Sannio, e in quelle delle razze sabelliche, non che delle etrusche4. I Lucani dunque non conobbero la scrittura, se non dopo che essi ebbero relazione con i Greci, cioè non prima dell’anno 400 a.C.; se questo fu, come si crede, il primo ovvero uno dei primi loro incontri con gli Elleni di Posidonia. E se ad altri piacesse supporre che avessero tolto l’alfabeto greco ai Greci della Campania (che è il paese di loro origine secondo che per noi fu detto) noi non ci opporremo; ma la congettura avrebbe bisogno di un qualche indizio di prova; e per ora non c’è.

Occuparono la regione di viva forza, com’è da credere; perché il paese era già in possesso di altri popoli, Enotri, reliquie dei Siculi e frammenti di più vetusti popoli, nonché dei coloni greci delle città alle spiaggia sul mare. E l’occupazione di viva forza suppone, per quel remoti tempi, o l’esterminio o la cacciata totale del primi abitatori, ovvero, più probabilmente nel caso nostro, la sottomissione loro al nuovi arrivati. E di qua una condizione di cose, negli ordini sociali, che fu o di schiavitù, o di servaggio, o di dipendenza almeno tributaria dei vinti ai vincitori, dei vecchi ai nuovi coloni. Che questo stato intermedio tra la schiavitù e la dipendenza servile esistesse nell’antica società lucana, se ne ha la riprova dal fatto ben noto dei Bruzii, che o pastori, o ribelli, o servi fuggitivi che si dissero dai Lucani, indicano senza dubbio una classe sociale in sottomissione politica o in dipendenza tributaria da un’altra superiore. Nè quando i Bruzii si staccarono dai Lucani può credersi che cessasse ogni condizione di schiavi o di servi nel sociale ordinamento di questi ultimi: tutta l’antica società aveva uno de’ suoi fondamenti sulla schiavitù: le continue guerre, quando non sterminassero i prigionieri, li facevano servi; le leggi e le consuetudini rendevano servi i debitori insolvibili; e se schiavi erano presso la nazione sannita (quando nelle ultime vicende della guerra dei Socii Quinto Silone e Papio Mutilo accrebbero i loro eserciti del Sannio con gli schiavi che liberarono), si ha ragione di credere nella stessa condizione di cose per il paese abitato da gente della stessa razza. Ne avremmo anzi pei Lucani una pruova diretta, se si potesse fare assegnamento sicuro sulla interpretazione della iscrizione osca di Antia; che scritta in lettere greche (e però non potrebbe essere più antica del secolo V a.C.) fa parola di «servi pubblici ed artefici, che di loro pecunia innalzarono» certo monumento funerario5.

Indipendentemente dagli schiavi, era la società lucana divisa in classi, che qualche accenno di storici romani dicono «di plebei e di ottimati» i quali, come in tutte la antiche società, erano probabilmente divisi tra loro di nascita e di autorità politica, non soltanto di averi e ricchezza. La diversa fortuna doveva fin d’allora essere fomite o radice6 a gravi moti intestini (e lo attesta Livio), e questi moti ribollivano e rinfocolavano nei tempi di guerre, secondo la natura delle cose, e con quei forse non dissimili paurosi fenomeni che si ripetono all’età moderna. Ai tempi d’Annibale (scrive Livio) «una medesima malattia, quasi come una certa pestilenza avea occupato tutte le città d’Italia: che le plebi fossero discordanti dagli ottimati, e che il Senato fosse volto ai Romani, e la plebe al favore dei Cartaginesi»7.

Non abbiamo elementi di fatto superstiti onde si possa arguire il grado di civiltà loro propria, indipendentemente dai Greci, e prima dei Romani. Le reliquie che ancora avanzano, poche ma splendide, le opere di fabbrica o di disegno o di scalpello, appartengono tutte o alla civiltà della gente ellena delle città italiote, o alla civiltà latina dei tempi, senza dubbio, molto posteriori all’autonomia della Lucania. Male, dunque, si arguirebbe Ia civiltà o la cultura artistica di questa nazione dagli avanzi meravigliosi dei tempii di Pesto e di Metaponto, dalle monete di conio stupendo di Velia, di Eraclea, di Metaponto, o dalle sculture, dai musaici, dalle terracotte di Metaponto o di Velia, dalle opere della toreutica o di gliptica scoverte ad Armento, a Pesto, e in altri luoghi della Basilicata, che sono opere greche; nè si arguirebbe meglio dagli avanzi di tempii, di teatri, o anfiteatri a Grumento, a Tegiano, ad Àtena, a Venosa, altrove, nè dalle opere di scalpello, quale è il magnifico sarcofago scoverto a Rapolla che è scultura romana dei tempi di Claudio, o l’altro bellissimo scoverto a Barile, di arte greca, e del tempo degli Antonini8. Tutte opere di un’età quando la Lucania era già romana, i lucani erano già italici, e l’Idioma osco aveva ceduto al latino.

Ma chi può dire a quali sorprese non sia per serbarci l’avvenire, prossimo o lontano che sia?

Pure testé un eminente archeologo, esaminando in Acerenza alcuni cimelii venuti fuori dal territorio di quella città, crede di aver trovato un’opera dell’arte lucana indigena, riscontrando in essa un’impronta affatto nuova alla scienza dell’antichità, È una statuettina in bronzo che servì di pinacolo al coverchio d’un vaso, e rappresenta, di un lavoro grossolano, una donna interamente panneggiata, con un partito di vestimenta punto somigliante a quelle delle genti greche o romane9. Un gruppo in terra cotta, trovato in Àtena, è giudicato dallo stesso archeologo come opera dell’arte indigena lucana, verso il secolo IV a.C.: rappresenta una donna in lunga veste a pieghette, con un mantello a cappuccio eretto sul capo; si reca in braccio un fanciullo, e un altro le viene da presso, e questi con in ano un uccello: opera di rozzo stile e barbarico, anziché arcaico; ma, di certo e per molti rispetti, importante10.

Né, a giudizii di loro cultura, troveremmo miglior fondamento nel lavoro delle monete delle loro città; la leggenda greca che esse portano, e la conformità intera di esecuzione a quelle dei Bruzii, anch’esse in greci caratteri, faranno restare in dubbio, se eseguilte da artisti italioti, o da artisti indigeni alla gente lucana. Ma se mancano i monumenti, non perciò ci arresteremo alla parola di Strabone. Egli li dice barbari, e si riferisce ai Lucani invasori delle città greche, e però dei tempi più remoti, e in confronto, senza dubbio, ai Greci: pei quali era barbaro chi non parlasse la divina lingua di Sofocle o Platone. Ma se di fronte ai Greci dell’Ellade o delle città italiote, erano di certo men progrediti nelle industrie della civiltà e negli splendori della cultura, erano men corrotti di costumi, meno sopraffatti dai raffinamenti della stessa civiltà.

Venuti nella regione all’oriente del Silaro, o che si voglia per isciami di «sacre primavere» o per violenza d’invasori, poiché erano parte di quella numerosa gente osca, onde diramarono Sabini, Marsi e Sanniti, anche i Lucani, si ressero a forma di governo, che fu proprio di quelle genti, cioè a sistema federativo di città, o Stati che abbiano a dirsi, indipendenti.

Quando stanziarono nella regione lucana, erano già usciti dallo stato di Clan, o tribù retta a governo patriarcale. La storia li incontra nelle condizioni, proprie alla civiltà italica antica, di aggregazioni, cioè di popolo retto a consigli pubblici dei capi-famiglia, che eleggono temporaneamente o periodicamente chi amministri per tutti. È l’embrione del municipio, che Roma perfezionò e trasmise ai popoli oltre i confini d’Italia. Le sparse aggregazioni della stessa migrazione, vivendo in mezzo a popoli d’altre razze e nemici, era natural cosa si stringessero in lega per ragione di difesa e d’offesa.

Avanzando i tempi e la storia facendosi più chiara, si incontra i Lucani come una federazione unica, retta da unica potestà sovrana; e benché in certi momenti d’agitazioni intestine, anche essa la federazione fosse scissa in parti, o in fazioni (come può arguirsi dai fatti delle guerre di Alessandro epirota o di Annibale) ciò nulla toglie alla verità del concetto, che era federativo il sistema politico, ond’erano retti. Anche quella loro moneta, che porta appunto la leggenda di Loucanom cioè «moneta del popoli Lucani» è prova diretta del sistema federale delle loro città.

Strabone ricorda che si reggevano a governo popolare; però in tempo di guerra si creavano un re11: e vorrà forse intendere dell’embratur, che era la parola osca a significare il capo degli eserciti delle genti sabelliche: e che fu il tipo dell’imperator ai Romani.

Ma da un frammento di Eraclide Pontico si caverebbe12 che i Lucani si reggessero a re, e che un loro re aveva nome Lamisco. Ma quale assegnamento può farsi su questa notizia di fatto nonché frammentaria, ma del tutto contraria e difforme dall’ordinamento politico delle stesse genti, onde i Lucani derivarono? Chi voglia accettare la testimonianza di questo lontano scrittore, del secolo IV a.C., pervenuta a noi in frammenti messi insieme nel medio–evo, si decida a riattaccare il Lamisco al periodo dei tempi di re Latino, di re Pico, di re Fauno, di re Evandro, che appartengono alla leggenda, o all’era dell’ordinamento patriarcale che è al di là della storia.

Quale città fosse il capo politico della confederazione lucana non si sa. Eppure, era necessario che un qualche luogo fosse stabilito come il centro, ove si raccogliessero i concilii delle genti, e vi risiedesse la potestà suprema della federazione. Forse era diritto che toccasse di periodo in periodo ad una, e poi ad un’altra, delle città degli Stati Uniti; e questo potrebbe spiegare, perché nessuna notizia è giunta a noi della città capitale dello Stato. Ma quante notizie non ci ha involate il tempo! Un cenno di Strabone farebbe credere che «la metropoli» (com’egli la chiama) dei Lucani fosse Petilia13; città ancora ai suoi tempi ricca di popolo e forte di opere naturali e artefatte.

Questa parola di Strabone ha fatto sorgere nella storia della Lucania una questione topografica e storica; che la boria municipale ha di solito gonfiata, e la poca lealtà degli storici municipali ha svisata.

E innanzi tutto, di quale Petilia intende parlare Strabone? Si ha sicura notizia di una Petilia, di greche origini, nella regione dei Bruzii, sui contrafforti della Sila verso il Jonio, ove oggi è posta Strongoli, non lungi di Cotrone. Fu forse questa la città «metropoli» dei Lucani? — Chi per la greca parola «metropoli» del geografo intende, all’uso moderno, capitale d’uno Stato, è d’avviso che una città capitale dello Stato non potesse restare ad un estremo lembo dello Stato stesso; anzi ben lontana dalle sedi prima occupate dalla stessa gente. Onde vennero nel concetto che un’altra Petilia era mestieri fosse esistita nella Lucania propriamente detta, diversa da quella presso il mar Jonio là dove è Strongoli. Messi quindi alla caccia di quest’altra città, ecco il barone Antonini, che afferma aver trovato delle lapidi scritte, onde era manifesto che la Petilia, veramente lucana, esisteva già nella regione dello odierno Cilento; anzi (diceva luì) fosse stata proprio là dove si vedevano certi ruderi antichi sul monte della Stella, nella valle del fiume Alento. Ma l’amore di patria abbarbagliò l’Antonini: le sue lapidi sono roba falsa, a giudizio di autorevoli quanto illustri dotti moderni14; e il miraggio antoniniano è scomparso. Però sorvennero altri, i quali fondandosi sopra un marmo scritto che è d’autentica fede15 e ancora esiste nella odierna Àtena nel vallo di Tegiano, trasportarono cotesta Petilia, capitale della gente lucana, a Polla che è presso Àtena stessa.

Che sia esistita una «Petilia lucana» è possibile; ma non basta ad affermarlo né il senso del passo straboniano, nè le vaghe congetture di qualche scrittore, né le sforzate interpretazioni nostre a qualche frase di scrittori antichi. Nella enumerazione degli undici popoli della nazione Lucana che ne fa Plinio, non sono i Petelini; e se la loro fosse stata città capo della federazione, il silenzio di Plinio sarebbe inesplicabile. Resta dunque dubbia, chi non voglia negare del tutto, l’esistenza di cotesta Petilia lucana; ma ad ogni modo, il posto di essa a Polla è ancora meno ammissibile, che al monte della Stella presso l’Alento16.

Ma la Petilia del Jonio fu dunque la città capitale dei Lucani? Niebhur disse che l’affermazione di Strabone era per lui inesplicabile; e passò oltre senza pronunziarsi17; altri dotti giudicarono che il luogo straboniano fosse guasto; e corressero, sostituendo ivi la parola «Conii» (di cui sarebbe stata metropoli la Petilia) alla parola «Lucani» dell’edizione volgata18. Altri, ricordando che le territoriali conquiste dei Lucani si estesero, per la penisola Bruzia, fin presso allo stretto siculo, nonché all’istmo scilacio, vogliono che si abbia ad intendere che «Petilia fu metropoli degli stabilimenti lucani in questa regione che poi fu dei Bruzii»19. In tanta discrepanza di opinioni quello che a me pare certo (se giudico dal contesto del discorso del geografo) si è che il luogo di Strabone è guasto; e penso che, ad ogni modo, il valore di quella parola «metropoli» abbia a significare non città capo di una regione, ma «città primaria» della regione20. E pertanto il problemi della capitale dei popoli Lucani resta ancora insoluto.

Gli storici di Roma chiamano «Senato e magistrati» in genere l’assemblea deliberante ed il potere esecutivo di cotesto ordinamento federativo21. Non sappiamo altro; né del senno e della energia di cotesto organo possiamo farci un concetto esatto, poiché mancano i fatti che non siano fatti di guerra: questi però bastano a darci di essi un’idea alta di patriottismo, non che di tenacità, di energia e di sagrificio per l’indipendenza della patria.

Ma tra le tante notizie delle cose loro che andarono perdute, troviamo, con giusta meraviglia, questa, che tra le ambascerie mandate da vari popoli a complire Alessandro il Grande di sue vittorie nell’Asia, vi furono gli ambasciatori dei popoli lucani22. Ecco un testimonio indiretto della vista acuta e lontana del governo politico lucano; testimonio che accenna a combinazioni e relazioni diplomatiche di uno Stato che è già uscito dall’isolamento della barbarie, e fa giusto giudizio delle forze anche morali, per l’autonomia e l’equilibrio degli Stati.

Le loro città, che furono capo di minori aggregazioni ovvero cantoni, non si ressero altrimenti che a forma di municipio. Ebbero Comizi e Senato; ed è ben noto che il capo della città era detto medix touticus, con parola che risponderebbe a judex di tutti, o del popolo, o della città. Nei monumenti scritti di altre genti osche si trova menzione anche di un medix degetasius e di un medix vesune23. Forse i meddices erano due in ogni città, come i due Consoli a Roma: nelle iscrizioni osche di Pompei si trova anche il Kwaistur o questore e l’aidilis.

Pei popoli lucani esiste un singolare monumento in lingua osca che è la famosa tavola di Bantia. Conteneva un complesso di leggi, delle quali quelle che avanzano si riferiscono indubbiamente agli ordinamenti amministrativi e giudiziarii della città di Bantia. Ragioni intrinseche ed estrinseche fanno credere che il prezioso monumento sia del II secolo a.C., e propriamente di quel periodo di anni che corrono dal 573 al 636 di Roma, ossia dal 181 al 118 a.C.24. Importante quale è per la notizia della costituzione dei municipi italici prima della legge Giulia e della guerra Sociale, il monumento bantino non è però lo Statuto municipale di Bantia; ma contiene un certo numero di articoli, che sarebbero di aggiunte o modificazioni allo Statuto della città; se si può rettamente giudicare da quel tanto che resta dalla tavola che è monca. Queste che ne avanzano sono disposizioni relative al censo, alla giurisdizione civile, ed all’ordine gerarchico delle magistrature bantine, e in sì breve campo monumento di non breve importanza.

Coteste leggi, coteste modificazioni ovvero aggiunte allo Statuto della città le ebbe sanzionate il popolo di Bantia nelle sue politiche assemblee? Così parrebbe, se Bantia era una città autonoma; e parrebbe tale, se ebbe magistrati suoi propri, comizii pubblici, giudizii popolari, e se faceva da sè il censimento de’ suoi cittadini. Ma gl’interpreti non sono, tutti, di questo avviso. La tavola di Bantia, secondo il Breal, verrebbe da un praefucus o prefetto di Roma; ovvero da commissarii incaricati dal Senato Romano di rivedere la costituzione del municipio, forse all’occasione del foedus di sua alleanza con Roma. La interpretazione non in tutti i particolari filologici del monumento incontrastata, non lascia senza dubbii lo storico25.

Fra i magistrali municipali di Bantia, vi si fa menzione certa del Censtur o Censore, che faceva il censimento, e del Praefucus, che corrisponderebbe alla parola praefectus. Inoltre gl’interpreti vi trovano menzione anche del Praetor, del Quaestor, e di Tribunus populi o plebis. Il Pretore presiedeva ai giudizi, che però erano resi dal popolo: ed il Praefucus o prefetto probabilmente (poiché l’interpretazione è dubbia) era a Bantia un magistrato di ordine inferiore al Pretore, di cui faceva straordinariamente le veci. Ma per verità a queste tre ultime parole corrispondono, nel monumento bantino, unicamente delle sigle o lettere iniziali; e queste gl’interpreti affermano recisamente, che tale, e non altro, è il nome del magistrato che all’abbreviazione grafica risponda.

Un articolo di cotesto novello statuto di Bantia ordina cosi:

«Quando i censori di Bantia faranno il censimento della popolazione, chiunque sarà cittadino di Bantia dovrà esser censito lui e la sua possidenza (esuf in eituam — ipsum et pecuniam) secondo la legge, che i censori stabilirono al censimento. Ma se qualcuno non venisse a farsi iscrivere per mala fede, e fosse convinto di ciò, egli nei comizi (comonei) sarà venduto (lamatir) dall’autorità del Pretore (Pr. meddixud), alla presenza del popolo, per la di lui frode: e si venderà il rimanente di sua famiglia (in amiricatud alio famelo in ei sivom) e lui. E tutto quanto non sarà stato censito sarà del pubblico»26.

La durezza della pena (se la interpretazione è del tutto certa) non faccia senso: è la stessa che a Roma nel tempo della Repubblica confiscava i beni e vendeva come schiavo chi, in frode della legge, si sottraesse al censimento.

Altre somiglianze con gli ordinamenti di Roma scernono gli interpreti nella tavola di Bantia. Così in ogni giudizio per «fondo o pecunia»27 il magistrato non terrà l’assemblea che dovrà rendere il giudizio, se non dopo che siasi annunziato quattro volte l’affare innanzi al popolo: alla quinta volta sarà pronunziata la sentenza. Il popolo adunque, rendeva giudizio anche in materia civile; e la sentenza non era resa se non dopo quattro intimazioni.

L’ultimo frammento della tavola accenna al corso degli onori nella città: e si prescrive che a Bantia non si potrà essere Censore, se prima non si fu Questore e di poi Pretore: con lieve differenza dell’ordine delle magistrature in Roma.

Fra’ magistrati è fatto cenno di un t. pl. o Tribunus plebis: ed è un riferimento importante all’istituto del Tribunato nell’ordinamento statuale delle città italiche antiche.

Questi monumenti sventuratamente dànno poco, però quel poco è sodo. Ma tale non è, a mio avviso, il ricordo di alcune leggi delle genti lucane, che ci pervennero, raccattate ad intenti etici, da alcuni antichi scrittori. Una di queste leggi prescrive che il mutuo fatto a persona data all’ozio e al largo vivere, non trovi, come ora diremmo, azione giuridica presso il magistrato28: e sarebbe legge di popolo molto civile (cioè di avanzata civiltà) e molto ingenuo. Un’altra legge puniva chi avesse negata ospitalità sotto il proprio tetto al viandante che la richiedesse29; e mostrerebbe un tempo di civiltà, quanto a commercii, ancora embrionale; che se fu bisogno d’una legge punitiva a promuovere la virtù dell’ospitalità, questa non più fu virtù: la virtù era dileguata. E intanto Eraclide, dei tempi di Aristotile, disse «i Lucani, ospitali e giusti»30; e questa è testimonianza di voce pubblica che arrivò lontana; e perciò di maggior valore, che non siano i due frammenti di legge testé ricordati, raffazzonature di retori, o invenzioni di moralisti. Di queste invenzioni etico-idilliche abbondano le letterature di carattere «alessandrino», a cui manca il senso storico dei tempi e dei luoghi. E per non uscir molto dal nostro soggetto, ricorderò quello che fu detto dei Sanniti31 (e si dovrebbe credere lo stesso dei Lucani), che, cioè, per eccitare gli animi alla virtù, avevano istituita la «bella» costumanza, come la qualifica Montesquieu, che vietava ai genitori di dare essi il marito alle loro figliuole; queste dovevano essere di ricompensa ai servizi resi alla patria. Quindi nei giorni solenni e nel foro delle città si radunavano a branco da un lato le giovinette, e da un altro a branco i giovani; gli anziani erano giudici: la più bella delle fanciulle, la più nobile e ricca al più savio, al più valoroso dei giovani; la men bella al meno savio; e la più brutta al più tristo. Che più! Se lo sposo ricompensato oggi dalla bellezza venisse il dimani a mutar di costumi, i magistrati di quest’Arcadia dipinta gli toglievano la sposa… Per me, quello che sorprende in tutta questa storia della valle di Tempe! è la estasi di Montesquieu a raccontarla32 Lui, un uomo di quell’acume e di quel senno!

Ma più che agli storici moralisti e al filosofo civile del secolo XVIII, crederemo al Poeta nostro, che in versi immortali descrive la virtù maschia e l’educazione dura della gioventù sabellica, che con Roma vinse Pirro, Antioco, Annibale, gioventù assueta a costringere la gleba a produrre i tesori della ricchezza, e domare i buoi e soggiogarli all’aratro, e portare la sera al focolare domestico sugli omeri invitti il fascio della legna, che aveva recise il giorno a comando della madre severa33. E Silio Italico34, quando ricorda la gioventù

Lucanis excita jugis, Hirpinaque pubes;

Hos venatus alit, lustra incoluere, sitimque

Avertunt fluvio, somnique labore parantur,

renderà dell’educazione maschia dei Lucani testimonianza poetica, ma, nella sua sobrietà, più credibile che non siano le amplificazioni dei raffazzonatori di vecchie storie, quale è Giustino il compendiatore di Trogo35. Educazione maschia: assueta da teneri anni alle opere virili di lavoro e di forza; schiva di allettamenti che le raffinatezze del lusso consentono e impongono; educazione austera conforme al concetto tipico della virtù delle razze latino-sabelliche, per cui la civiltà era un vivere semplice e schietto, chiuso negli affetti di famiglia, poco incline alle consuetudini di vita aperta e pomposa. Di qua il tratto, che gli antichi ricordarono come caratteristico alla gente lucana, la gelosia, cioè, per le loro donne. Era, in fondo, caratteristica di tutta la razza italica, che per bocca di Roma loda la virtù della matrona che tutta la vita resta a casa a filar lana; ma fu pei Lucani qualità che ebbe a rivelarsi più spiccata nelle relazioni con i loro vicini e soggetti, i popoli greci, dai costumi facili e leggieri, dal vivere splendido e festoso.

Se sappiamo tanto poco degli ordinamenti politici della gente lucana, sappiamo anche meno dei loro istituti religiosi. Dei culti, delle credenze, degli istituti religiosi delle razze osco-sabelliche (materia oscura, confusa, inconcludente per tutte le genti italiche e per la stessa Roma innanzi al travasamento, poco spiegato, di tutto l’olimpo greco nelle credenze romano-italiche) non è arrivato fino a noi si può dire che l’ignoto o l’assurdo. Degli Iddii proprii alle antichissime genti lucane non potremmo indicare altro che un «Iddio Comnaro» adorato dai popoli Irtini, che abitarono per la valle dell’alto Bradano, intorno al colle che anche ora è detto Irso, presso Montepeloso, che oggi si dice Irsina. Ma il significato che attribuirono al nome di codesto Iddio è ancora ignoto; anzi non debbo omettere che è messa in dubbio l’autenticità della stessa iscrizione, ove è cenno del dio Comnaro e dei popoli Irtini36.

A Compsa, oggi Conza, che era al confine tra Lucani ed lrpini, è ricordato da Livio il «tempio di Giove Vicilino»37. Erano probabilmente numi epicorei o di qualche tribù: ma generale a tutta la gente era Giove Lucezio38, il Dio massimo delle antiche popolazioni osco-italiche, perché Dio della luce, del ciel sereno, e forse dell’ordine cosmico e sociale. Altro massimo Iddio loro era Mavors, Mamers, o Mars, che fu, innanzi tutto, dio della distruzione e della morte: dio terribile, a cui nelle pubbliche calamità si sagrificava tutto ciò che nascesse in primavera sul territorio della tribù, non esclusi i fanciulli: finché in tempi di minore barbarie questi sciamarono, sacrati all’Iddio, per altre sedi, simbolo incruento della primitiva primavera sacra. A Mars si dissero sacri il lupo distruggitore del gregge, e il picchio che del suo forte becco batte e martella il tronco dell’albero, e caccia e fa guerra alle formiche. Ma oltre che dio della distruzione, dovè essere anche dio della fecondazione e della vita, per quell’immanente legame cosmico tra i fenomeni della vita e della morte.

Se le credenze e gli istituti religiosi sono tra le più tenaci credenze e tra i meno mutevoli istituti dei popoli, non sarebbe inopportuno di trarre lume alle credenze religiose dei Lucani da quelle che erano presso gli antichi Sabini, loro antichissimi progenitori, o dai meno antichi Sanniti, loro consanguinei. Ma anche qui il campo, quando non sia vacuo del tutto, è seminato d’incognite o di enigmi. Secondo Varrone, sarebbero state deità dei Sabini queste che egli dice onorate di are e d’iscrizioni dal re dei Sabini Tito Tazio, e sono: Opi, Flora, Vediove, Saturno, il Sole, la Luna, Vulcano, Summano, Larunda, Termine Quirino, Vortunno, i Lari e Diana Lucina. Ma il significalo preciso per la stessa promiscuità dei nomi, ci manca; sicché l’utile che se ne può cavare è poco meno che nulla.

Un monumento sannitico, di ordine jeratico, contiene davvero una litania di nomi di iddii, che furono probabilmente del Panteon sannitico e delle genti osche; ed è la tavola in bronzo, che è detta di Agnone, e che venne trovata intatta nel 1848, fra le rovine ove fu Bovianum vetus. Qui sarebbe stato un tempio della federazione sannitica, e gli Iddii della tavola sarebbero gli Iddii di quella federazione; ai quali, se la interpretazione ha dato nel chiodo, si dedicano delle are e dei posti nel recinto del tempio.

Vi si nomina un dio a «Vescis» che risponderebbe a Pan che pascola, cura e protegge gli armenti; un dio «Evius» che identificano all’Hebone della Campania greca e al Jacchus–Sabatius dei Sabini; e un dio o dea «Ceres» che vuolsi sia Cerere; tre deità che presiederebbero, nelle adorazioni sannitiche, ai pascoli, alle vigne, ai cereali.

Altre are si dedicano a «Futris» dea della riproduzione, ovvero della gestazione del feto; ad «Intersita» che vogliono sia Vesta, ovvero il nume che protegge la stabilità del limite nel campo; are ad un «Amma» che sarebbe l’afflato fecondatore dei venti; are alle «Linfe»; are ad un dio o dea del «possesso legale»! Vengono poi i nomi di altra classe d’iddii, cioè: «dèi sotterranei, dèi del mattino», quindi Giove, detto una volta Pubblico, un’altra volta Regnatore; quindi Ercole; poi la dea «Patana–Fidia» che è la Fede e risponde al non ignoto Deus-Fidius dei Sabini; ed in fine la dea «Geneta» o delle generazioni39. La litania è lunga: ma poco male, se si avesse più luce che ombra! e intanto noi si ripete la litania della tavola di Agnone non altrimenti della povera donna, che biascica il latino del suo rosario.

Tito Livio chiama Giove il dio supremo dei Sanniti, e ricorda antichi riti solenni, che i sacerdoti e i magistrati rinnovavano per rendere i giuramenti terribili e sacri ai guerrieri che si votavano alla vittoria e alla morte. È il noto giuramento in Aquilonia dei Sanniti, guerreggianti i Romani l’anno 449 di Roma, o 293 a.C.

Allo sforzo delle armi i Sanniti, dice lo storico40, avevano aggiunto anche gli aiuti degli iddii, avendo quasi iniziati i loro soldati in un certo antico rito di sacramento ed ordinato per legge che chi dei giovani non si presentasse alla posta di guerra, o chi senza licenza si partisse, il capo di esso fosse consacrato a Giove. Tutto l’esercito fu condotto ad Aquilonia, ed erano 40.000 uomini. Colà, in mezzo agli accampamenti, era un luogo chiuso, di tavole e di graticci, e coperto di tele: dugento piedi lungo per ogni lato. Quivi si fece il sacrifizio, secondo l’ordine letto in un antico libro di lino, da un tale Ovio Pactio, sacerdote di grande età, il quale affermava aver tratto i riti di quel sacrifizio dall’antica religione dei Sanniti.

Compiuto il sacrifizio, l’araldo chiamava uno per uno i soldati; i quali messi dentro al recinto venivano innanzi ad un altro apparecchio di sacrifizio, alto a muovere gli animi con la riverenza della religione, perché ivi erano altari, e intorno le vittime del sacrifizio uccise, e appresso i centurioni con le spade nude in mano. Il soldato che entrava era fatto accostare all’altare quasi a mo’ di vittima anziché di adorarne, e gli si chiedeva giurare che nulla avrebbe manifestato di quello che avrebbe visto ed udito. Di più era costretto a pronunziare una terribile formula di giuramento, invocando gran male sul suo capo e dei suoi e della sua famiglia, se egli non andasse in guerra là dove i capi lo guidassero, o se si fuggisse dalla battaglia, o se altri che ne fuggisse, non ammazzasse. Chi ricusò di darlo, fu trucidato, esempio agli altri che tentennassero. Da essi il capitano elesse dieci, i primi: e impose che ognuno di loro eleggesse un altro uomo, e così successivamente seguitassero fino al numero di sedicimila. A cotesti eletti furono date elette armi e prestanti, appariscenti con elmi e pennacchi. E costoro furono quella legione, come si disse, «linteata», consacratisi a morte con riti solenni e misteriosi della patria religione. — E vi tennero fede.

Il trasformamento dell’antica religione delle genti italiche nella religione ellenica, e l’amalgama del Panteon delle une con quello delle altre avvenne non meno per Roma, che per le popolazioni della stessa Italia. Il processo intimo di questo oscuro e grande fatto è ignoto, nonché ignorato, e non se ne ha notizia che per gli ultimi risultamenti. È probabile che per le popolazioni di lingua osca, quale Bruzii e Lucani, accadde anche prima che in Roma; poiché erano più prossime agl’influssi della splendida civiltà delle città elleniche italiote.

Le monete dei popoli «lucani» che hanno la leggenda in greco, e che dai caratteri è lecito riferire non oltre al secolo IV a.C., portano la impronta di Pallade armata; di Ercole coperto il capo della pelle leonina; di Giove con l’aquila e il fulmine; di Marte galeato; di Cerere coronata di spighe. Era dunque il Panteon ellenico già penetrato, anzi già vincitore del Panteon delle popolazioni lucane al secolo IV a.C.

Superfluo intrattenersi delle divinità che le monete delle città italo-elleniche ricordano: come di Ercole, di Pallade e di Apollo laureato ad Eraclea; di Cerere, di Pallade, di Apollo o Giove laureati, e di Mercurio a Metaponto; di Nettuno, di Pallade, di Diana a Posidonia; di Pallade, di Nettuno, di Apollo e di Diana a Sibari; forse di Mercurio a Siri; e l’impronta di Pallade, d’Ercole e di Giove laureato a Velia.

Coll’estendersi della dominazione romana, col flusso e riflusso del coloni che Roma mandava nelle interne città della Lucania, nuovi culti, nuovi istituti religiosi s’aggiungevano a quelli della nota religione dei Romani. Il culto verso gli imperatori fatti divini dai riti dell’apoteosi dopo la morte, mostra testimonianze copiosissime in tutte le città, di cui avanzano monumenti epigrafici. Augustali e ministri dei Lari degli Augusti a Potenza, a Grumento, ad Àtena, a Volcei, a Pesto. Auguri a Grumento e a Potenza. Flamine di Roma e del divo Augusto a Potenza, Flamine di Tiberio Cesare a Pesto; e del divo Vespasiano a Volcei; ove fu pure il flamine perpetuo del divo Adriano.

A Potenza, culto di Cerere, con un collegio di sacerdotesse quindecemvirali41: culto a Venere Ericina e culto alla Mefiti, che è detta, e non so spiegarlo, Utiana: la quale avrebbe avuto culto e sacrarii anche presso l’odierno paese di Tito, ove sono polle di acque putenti di zolfo; se è vero che ivi fosse stata trovata una iscrizione, per me ignota, alla dea Mefiti42. A Grumento, culto e collegio a Venere, collegio di sacerdotesse a Giunone, culto a Silvano. A questo antico dio delle foreste, che poi ebbe culto con preghiere e banchetti sacri (e non so perché) per la salute degli imperatori, sono testimonianze di un collegio e di banchetti sacri periodici a Volcei e suo contado43. Culto d’Esculapio ad Àtena, e forse a Tegiano. Culti orientali di Mitra, che è il Sole nella pienezza della sua forza diurna, furono a Grumento ed a Venosa, importativi senza dubbio da quei soldati veterani, che ebbero stanza e beneficio di campi nel territorio di esse. Culto alla madre magna, che fu Cibele, ad Àtena; culto e sacerdozii alla Mente Bona in Pesto. A Velia fu celebre il culto di Cerere; e di là ne venne probabilmente la prima volta a Roma; le sacerdotesse di Cerere in questa città dovendo essere di nazione greca sia per tradizione di antico rito, sia perché la liturgia era in greco, esse non vennero altrimenti che o da Velia o da Napoli44.

A sei miglia da Posidonia, verso il fiume Silaro, era il famoso tempio di Giunone Argeia, o Areia. Il posto del tempio, se a sinistra o a destra del Silaro, era ed è in dubbio presso gli scrittori; oggi è dubbia anche la denominazione se Argea o Areia. Ma è più importante la notizia, per cui ci occorre di farne parola in questo luogo.

Quando pei soverchianti influssi dell’aria pestifera fu abbandonata la città di Pesto, gli abitanti si ritrassero là dove surse nel medio evo quel paese di Capaccio, che oggi è detto «vecchio» a breve distanza dell’odierno Capaccio. In Capaccio vecchio è la vecchia e vasta chiesa cattedrale: e in questa esiste ancora oggi una statua in legno dorato, in atto di sedere in trono: la quale è detta la Madonna del granato, perché porta in mano appunto una melagrana. Fu recentemente notato, che questa statua, segno di antico e recente culto di popolo devoto, ha lo stesso attributo del granato, che aveva in mano la famosa Era di Argo nella statua scolpita da Policleto, e descritta da Pausania45: e fu parimenti notalo che su qualche antica moneta di Posidonia è improntato un ramo d’albero, e la figura della melagranata46. L’erudito uomo che fece questo raffronto, venne nell’avviso, che

«l’origine di questa Madonna del granato, il cui culto dové essere trasferito nel principio del medio evo da Pesto a Capaccio, si abbia a ricercare nella Dea del granato degli antichi, che era la Giunone Argia. Ai tempi della conversione delle popolazioni di Posidonia–Pesto al cristianesimo, la Vergine Maria ebbe a soppiantare Era nel santuario alle sponde del Silaro; e nella sostituzione dell’una all’altra deità era naturale, che il simbolo speciale o l’attributo plastico dell’una si trasmettesse all’altra»47.

Dal che, se è vero, com’è lecito credere, seguirebbe questo, che la Giunone del Silaro aveva, come quella d’Argo di Policleto, il simbolo del granato; e che il tempio di essa, di dubbia sede, era posto nel territorio appartenente alla città di Pesto; però alla sinistra, e non alla destra del Sele: anzi per questi rapporti (non esiterei a crederlo) proprio là dove surse, al dileguare del culti pagani, la chiesa della Madonna del granato, sul colle del vecchio Capaccio48, prossimo e in vista del mare

NOTE

1. LIVIO, lib. V, dec. III, § 1; ma ivi per verità è indicazione ambigua.

2. LIVIO, lib. IX, dec. I, § 13. Samnites ea tempestate in montibus vicatim habitabant.

3. Nel capitolo II.

4. L’unica iscrizione osca, e in grafia osca, di Venosa non contradice all’osservazione nostra. Venosa fu tenuta dai Sanniti (STRABONE, VI, 390. ORAZIO, Sat. II, 1); ed essa, ai confini della Lucania, fece poi parte dell’Apulia.

5 Questa iscrizione fu trovata nel territorio di Anzi, alla contrada San Giovanni, un chilometro dall’abitato: oggi è fabbricata in una casa del paese (in LACAVA, Metap. 8, 1891). Andrea Lombardi ne rilevò la copia, che fu pubblicata nelle Memorie dell’Istituto archeologico di Roma (t. II, 231): e del Lombardi ho sott’occhi due apografi, con qualche lieve diversità tra loro (per esempio, nell’ultima linea, l’uno ha IEOIBPA… e l’altro, come nelle stampe, IEΣOIBPA…) — È scritta in lettere greche. — Fu pubblicata nel Corp. Insc. Graec. vol. III, n. 5776, e nel FABRETTI, Glossar. Ital. tav. LVI, senza interpretazione; nel CORCIA (Op. cit. III, 81) con la spiegazione del Jannelli; nel DE RING, Histoire des Peuples Opiques, Paris, 1859, al n. 37 delle tavole: e in questo ultimo libro la interpretazione, cui accenno nel testo, direbbe (pag. 292):

Quod publicorum servorum et opificum casas purgaverit, atque illico sevigaverit, sua (pecunia) illud puratum grati libentes.

Cataldo Jannelli, dottissimo uomo, che per vie oggi non consentite, intese a spiegare l’osco, l’umbro, l’etrusco e i geroglifici egizii, mediante il semitico, ne aveva tratto quest’altro significato:

Aedes ad corporum reliquias populi EINCA (Anzi!) appellati. Primores populi occupent medium, extremum occupabuntur tenuiores. Servat reliquias populi haec aedes. — (Nel libro Veterum Oscorum Inscriptiones, etc. Neapoli, 1841, pag. 114).

L’editore della iscrizione nel Corp. Insc. Graec. pubblicando il testo del Lombardi, nota:

Vix haec graeca inscriptio est, licet graecis literis concepta. Prima vox videtur esse Πωτεολ, quod in memoria revocat Puteolos — ?

Ma la si giudica osca; e CORSSEN interpreta:

Quod extruere cinerarium et ollarium Cahus pollicitus est, in eo collocavit sic id votum Meiaianae.

Un’altra interpretazione ne promise Buecheler, che la crede scritta in versi saturnini: ma non so se pubblicata.

6. LIVIO, lib. X, dec. I, § 18:

L. Volumnius consul… et Lucanorum seditiones, a plebeis et egentibus ducibus ortas, summu optimatum voluntate Q. Fabium proconsulem, missum eo cum celeri exercitu, compresserat. L. Volunnio fu console Ia prima volta nel 447 di R.-307 a.C., Ia seconda nel 458-296.

7. LIVIO, lib. IV, deca III, § 2; e lib. V, deca III, § 16.

8. Il grande sarcofago di Rapolla fu trovato nel 1856 nella contrada Albero in piano, a sei miglia da Venosa; oggi è in Melfi. Il Lenormant, che lo descrive brevemente (à travers l’Apulie et la Lucanie, I, pag. 175), lo stima uno dei più belli ed importanti del genere. Ha intorno alla cassa sedici nicchie con altrettante statue in alto rilievo, tra cui distinguono Venere, Marte, Apollo, Atalanta e Meleagro. Sul coperchio è distesa, come su letto, una donna che dorme: e dalla foggia di acconciatura dei suoi capelli il Lenormant è tratto a pensare che l’opera sia dei tempi di Claudio o Nerone. Il Minervini, che lo descrive largamente nel Bullet. Archeol. Napolet. del 1856 (riprodotto in Araneo, Notiz. stor. di Melfi. Firenze, 1856, pag. 586), lo ritiene opera non anteriore ai tempi degli Antonini.

Il sarcofago di Barile fu descritto da Raoul-Rochette negli Annali dell’Ist. archeol. del 1832, vol. 4, ove sono pure due riproduzioni grafiche (una però molto abbellita dall’artista) delle figure del monumento. È scolpito sulle quattro faccie, ciò che lo rende opera singolare e notevole: Riproduce dieci figure in tre distinti gruppi, di cui la composizione principale è Achille in Sciro. Sul fronte aveva incise queste sole parole: METILIA TORQUATA, a cui forse fu posto. Il Raoul-Rochette lo stima opera generica di qualche officina della Grecia, e di là trasportata al luogo ove era destinato; dell’età, probabilmente, prossima al secolo degli Antonini. — Oggi è nel Museo Nazionale di Napoli. — Se ne vede una riproduzione grafica nella Illustr. Ital. di Milano, 3 luglio 1898.

9. LENORMANT, à travers l’Apulie et la Lucanie, Paris, 1883, I, 287, dice:

«Petite statuette en bronze d’une femme entièrement drapée; l’exécution est grossière, le costume de la femme tout particulier. C’est une œuvre lucanienne indigène, d’un caractère nouveau pour la science».

Fu acquistata pel museo del Louvre.

10. Segnatamente se rappresentasse il costume della gente. Il LENORMANT, Op. cit. II, 86, descrivendo il gruppo si esprimeva così:

«Ces différents personnages sont vêtus de longues robes plissées à plusieurs étages de jupes peintes en rouge ou en bleu foncé. Ils ont des colliers à plusieurs rangs de gros grains qui tombent bas sur la poitrine, avec d’énormes bulles comme pendants de milieu. Un grand voile d’étoffe épaisse, qui semble de grosse laine, ou plutôt une sorte de manteau à capouchon, qui a été coloré en rouge, est posé sur Ia tête de Ia femme et l’enveloppe par derrière, en descendant raide, sans pli, jusqu’à ses pieds. Comme type d’art et de costume tout à Ia fois, ce groupe est des plus courieux».

11. STRABONE, V, I, 391:

Popularis reipublicae apud eos gerebatur administratio, sed in bellos rex ab iis creabatur.

12. Eraclide di Sinope, detto Pontico, fu discepolo di Platone, di Speusippo ed anche d’Aristotile; scrisse un’opera «sugli Stati» di cui non si ha che frammenti ed estratti.

Il frammento, di cui nel testo, trovasi in Eliano, Var. Histor.

13. STRABONE, VI, pag. 390. Petilia Lucanorum urbs primaria: — μητρόπολις τῶν Λουκανῶν.

14. Vedi Corpus Insc. Lat., vol. X, fra le «Falsae et suspectae» ai nn. 105*, 113*, 114*, 116*, ecc. — Già Pasquale Magnoni, uomo dotto, di fine giudizio e dello stesso Cilento, le aveva dichiarate false allo stesso Antonini nella — Lettera al barone Giuseppe Antonini contenente alcune osservazioni sui di lui discorsi della Lucania (Napoli, 1763). — Ma di cotesta Petilia si parlerà ancora più innanzi, al capitolo XXII.

15. È riferita la n. 338 del Corp. Insc. Latin., vol. X. È un titolo di Onore che posero ad A. ANTONIO PELAGIANO POM. IIII VIRO EQUITI ROM. CUR. R. P. ET PATRONO DECURIONES, AUGUSTALES ET PLEBS PETELINORUM; il quale Pelagiano era, probabilmente, civis di Àtena, perché esistono ivi al di lui nome anche titoli sepolcrali.

Da questo titolo onorifico posto al Curator reipublicae dei Petelini, e in considerazione che sia quasi impossibile che un marmo da Strongoli, sul Jonio, l’antica Petili, fosse trasportato, senza una nota ragione, in Àtena del vallo di Tegiano, dedussero i nostri eruditi che una città di Petilia esistesse nelle prossimità dell’odierna Àtena.

Ma è d’uopo ricordare questo, che i Curatores reipublicae, surti dopo i tempi di Traiano, erano nominati dall’Imperatore; e (scrive il MARQUARDT)

«di regola, non fra i cittadini della stessa città, ma o da un altro municipio, o fra le classi più ragguardevoli dell’Impero. Il Curator stette per grado molto al di sopra de’ magistrati municipali: egli non usò guari di prendere dimora nella città cui era preposto, ma esercitò il suo ufficio, di ispettore, sovente in più di un municipio contemporaneamente.

Tale condizione di cose mutò forse dopo il governo di Severo: perché da allora in poi il Curator è un magistrato ordinario scelto tra i cittadini medesimi» (MARQUARDT, L’amministraz. publ. romana. Vol. I, pag. 174, trad. it., Firenze 1887).

E dopo di ciò, il fondamento della induzione dei nostri eruditi svanisce. Il popolo di Petilia onorò il suo Curator o Patrono con un titolo nella di lui nativa città, di Àtena.

16. Nelle vicinanze dell’odierno paese di Polla imbocca sotterra (in certe circostanze) una parte del fiume Tanagro, per scaturire, come si crede, fuori dalle grotte di Pertosa. — E Plinio ricorda (II, 105) che appunto quel fiume scomparisse mersus in Atinate campo. Questo semplice accenno esclude del tutto la esistenza di una Petilia ivi presso a Polla, poiché il territorio della moderna Polla appartenne invece all’antica Àtina nominata da Plinio. — E questo dato di fatto non mi consente di aderire alla opposta sentenza dell’egregio F. CURCIO RUBERTINI, autore di una notevole Storia della Lacania dalle origini ai tempi nostri. Napoli 1877, della quale mi duole non sia ancora pubblicato il 2º volume.

17. NIEBHUR, Le istor. Romane, I, 80 (Napoli, 1846): — «In qual senso Petelia è chiamata metropoli dei Lucani, e Cosenza dei Bruzii? È un enigma».

18. CORAY, e dopo di lui MILLIGEN (Ap. CORCIA, Op. cit. III, 266).

Ma anche ammessa questa correzione, il luogo del geografo non cesserebbe dal parermi guasto.

19. LENORMANT, Grande Grèce, I, p. 386. Ma anche a lui non doveva sembrare corretto il passo di Strabone: poiché mentre questi ivi parla dei «Sanniti» che circondarono di fortilizii la Petilia, egli invece attribuisce coteste opere di fortificazione ai Lucani, quando costoro «verso il principio del VI secolo (cosi è scritto, ma vuolsi leggere IV a.C.?) estesero la loro dominazione verso il sud».

20. E Infatti lo stesso Strabone, allo stesso luogo, lib. VI, dice: Siegue Cosenza metropoli dei Bruzii, e si esprime come intendesse dei suoi tempi. Ma ai suoi tempi la confederazione dei Bruzii non esisteva più da secoli: nè esisteva autonomia loro di sorta; giacché i Bruzii erano allora compresi nella IV regione Lucania et Brutiorum di Augusto. Epperò Cosenza non poteva essere «città capitale» dei Bruzii, ma «città primaria» sì. In numismatica, sono note le monete di gran numero di città, che portano scritto il titolo di Metropoli. «Roma (dice il Barthélemy) diede il titolo di metropoli a gran numero di città, di tal che nella stessa provincia se ne numerano parecchie, e allora la più potente era μητρόπολις πρωτη» (Manuel de numismatique ancienne par J.B.A.A. Barthélemy, ediz. 1866, p. 25).

21. LIVIO, lib. VIII, dec. I, § 27:

Concitati homines (lucani) cogunt clamore suo Magistratum Senatum vocare; et alii, circumstantes concilium, bellum in Romanos poscunt: alii ad concitandam in arma multitudinem agrestium discurrunt.

22. ARRIANO, De spedit. Alexand. Mag. lib. VII, 475: Ex Italia quoque Brutii, Lucani ac Tusci… legatos miserunt.

23. Sul cippo di Abella, e in iscrizioni di Antinum o Milionia dei Marsi.

24. La Tavola di Bantia è scritta da due parti: da una è lo Statuto bantino, in lingua osca, ma in caratteri insolitamente latini: dall’altra è inciso un plebiscito, in latino, che è una legge di Roma, e non ha relazione col primo. Quest’ultimo è pubblicato nel Corp. Insc. Latin., vol. I; nel Gloss. Ital. del FABRETTI, p. CCCXI, n. XLI.

L’epoca dello Statuto municipale bantino è stabilita secondo i dati che seguono:

«Nel plebiscito latino è fatta menzione dei triumviri agris dandis adtribuendis, che furono istituiti da Tiberio Gracco verso il 621 di Roma o 133 avanti Cristo: e che come treviri agris dandis adtribuendis judicandis perderono questo ufficio giudiziario nel 625-129, e furono soppressi nel 636-118, o poco prima: dal che si deduce che quel plebiscito non potè essere reso che nel corso di questi quindici anni. Si può dunque avere per certo che lo Statuto municipale di Bantia sia anteriore a cotesta epoca.

Ma in questo Statuto è detto che l’ufficio di Censore non si può ottenere prima dell’ufficio di Pretore, e questo non prima di aver esercitato l’ufficio di Questore: grado e procedimento gerarchici, imitati senza dubbio dal diritto romano, secondo un principio sviluppato, a quanto pare, nella legge Villia annalis. Questa legge stabiliva che i candidati ad una carica curule dovevano avere una certa età, determinata: da che ebbe a seguire senza dubbio un certo ordine gerarchico di gradi; quantunque non fosse stabilito espressamente dal legislatore: dovè quindi, col tempo, derivarne un dritto consuetudinario, di cui troviamo le traccie in questa legge di Bantia… Ora, se il plebiscito romano è degli anni tra il 621 o 636 di Roma (133 o 118 avanti Cristo), e se la legge Villia annalis fu promulgata, come si sa, nel 573-181; ne viene che lo Statuto municipale di Bantia fu dato fra queste due epoche; e che perciò si vuol riferire alla fine del sesto, o ai principii del settimo secolo di Roma». — Ap. MAX. DE RING, Hist. des peuples opiques. Paris, 1859, p. 216.

25. All’APPENDICE, in fine al volume, riportiamo il testo osco della Tabula, con la interpetrazione datane da M. BREAL nel 1881.

Il lettore Italiano vegga lo Studio di CARLO MORATTI, Sulla legge Osca di Bantia, Bologna, 1894 (estr. dell’Archiv. Giurid.)

26. Secondo l’Interpretazione del BREAL segnatamente delle parole lamatir, amaricatud, famelo, etc. — La interpetrazione del MORATTI ne tempera la durezza, e traduce: et venum dato illum servum, et pecunia ex toto, quae ejus erit, quae incensa erit, publica esto.

27. Giudizio «di fondo o pecunia» interpreta il Breal. Altri interpretava giudizio «de capite et pecunia» cioè criminali e civili. Pertanto l’uno e l’altro ordine di giudizio sarebbe attribuito al popolo.

28. Presso STOBEO, Sermones, 42:

Lucani ut aliorum eriminum , sic etiam luxuriae et alii causas agunt. Quod si quis homini luxurioso mutuasse aliquid convincatur, privatur mutuo dato.

29. ELIANO, Var. Hist., lib. IV, cap. I:

Lucanorum lex sic se habet: si sub occasum solis venerit peregrinus, volueritque sub tectum alicujus divertere, et his hominem non susceperit, muletetur: et poenam luat inhospitalitatis.

30. In ANTONINI, p. 28.

31. STRABONE, lib. V, p. 383.

32. Esprit des lois, cap. VII, cap. XVI.

33. HORATIUS, lib. III, ode VI. Mi sia consentito di ripetere le indimenticabili parole del poeta:

Non his juventus orta parentibus

Infecit aequor sanguine Punico,

Pyrrhumque et ingentem cecidit

Antiochum, Hannibalemque dirum:

Sed rusticorum mascula militum

Proles, sabellis docta ligonibus

Versare glebas, et severae

Matris ad arbitrium recisos.

Portare fustes; sol ubi montium

Mutaret umbras, et juga demeret

Bobus fatigatis, amicum

Tempus agebns abeunte curru.

34. Punic., lib. VIII, 571.

35. GIUSTINO, lib. 23:

Lucani liberos suos iisdem legibus quibus et Saprtani instruere Soliti erant: quippe ab initio pubertatis in silvis inter pastores habebantur, sine ministerio servili, sola veste quam induerent, vel cui incumbarent, ut a primis annis duritiae parsimoniaeque, sine ullo usus urbis assuescerent. Cibus his praeda venatica, potus lactis aut fontium liquor erat. Sic ad labores bellicos indurabantur.

36. Questa iscrizione fu pubblicata la prima volte dal MARTORELLI (De Theca calamar. Nap. 1756, p. 503) che l’ebbe dal Zavarroni, vescovo di Tricarico, in copia «storpia o malconcia». Fu trovata verso il 1753 nel territorio di Grassano, che confina con i clivi detti di Monte Irso, in quel di Montepeloso. Alla Iscrizione che è scritta in dorico, mancavano pressoché intere le due prime linee, e Martorelli le suppliva, congetturando, e traduceva: (Aegrotabat Achlles, et Aurelia) coniux ipsisus votum solvit jovi Comnaro et jovi Liberatori (διι Κωμναρωι και διι ελευθερωι) pro ipsisus et civium Hirtinorum (πολιτῶν Ιρτινων) salute horum omnium auctori. Per la parola Comnaros ricorse al semitico: gli parve significasse æstuans ignis, e di qua il concetto dell’intera iscrìziorio come posta ad un Iddio detto vindex et ultor, perché aveva liberato da un contagio, per bruciante caldura, le terre ed i popoli Irtini (lupiter pestiferum hunc ardorem immittens κομναρος nomine salutatus est). Mons. Lupoli, vescovo di Montepeloso, supplì le lacune con altri nomi, e il Deus Comnaros spiegò Giove Pluvio: perché la pioggia aveva fatto cessare il contagio! Per CORCIA (III, 575) è Giove auxiliator. — Il Mommsen, ricordando la fede letteraria non incorrotta del Zavarroni, disse recisamente parergli fittizia la iscrizione (Corp. Insc. Latin., vol. X. p. 21); ma a tanto non era arrivato il dotto editore del Corp. Insc. Graecar. (vol. III, p. 762. n. 5874), il Franz, che si contentò di un dubbio, e scrisse: si genuina est haec inscriptio, satis antiqua est (non però anteriore al 405 av.Cr., poiché è in lettere euclidee). Giova notare, in proposito, che il Franz scrisse da prima (ivi, a p. 762) che non Irtinon, ma Irpinon dovesse leggersi: però nelle addenda et corrig. del volume stesso (p. 1260) riconosce che Ia vera lezione è Ιρτινων. Nel CORCIA si legge (p. 574) che il titolo lapideo «si conserva nel villaggio di Grassano» (e lo asseriva sulla fede specialmente del Lupoli): ma ivi non esiste più, né se ne ha ricordo; e le più recenti investigazioni fatte, ae premure, dall’on. F.P. Materi sono riuscite infruttuose. — Non pertanto, quanto a me, io non metto in dubbio l’autenticità dell’iscrizione. — Non credo però all’autenticità del frammento — IOVI IRSINIENSI SACRUM — in lapide che si dice trovata in Irsi (ap. lanora, Mem. Montepeloso, 1901, p. 518): e che se fosse vero confermerebbe il lovi Comnaro: al quale… io credo ancore, perché non veggo la ragione della falsificazione addebitata a Mons. Zavarroni; e perché il titolo fu vinto dal Lupoli a Grassano, ove era stato trasportato dal Mons. Checcoli: prove estrinseche queste all’autenticità di esso.

37. TITO LIVIO, lib. IV, dec. III, § 44:

Et in locis Vicilini templo, quod in Compsano agro est, concrepuisse…

38. SERVIO ad Aen. IX, 569:

Sane lingua osca Lucetius est Jupiter dictus a luce, quam praestare hominibus dicitur.

39. Secondo una non recente interpretazione di Mommsen.

Ultimamente da noi CARLO MORATTI ne ha dato una più specifica interpretazione, nella Rivista di filologia classica, e in estratto: L’iscrizione osca di Agnone e gli indigitamenti. Torino, 1899. Nel tempio o piuttosto recinto sacro (hurtin) di Agnone erano are per le divinità, nella tavola indicate:

«… Le prime 10 sono protettrici e fautrici dello sviluppo del grano affidato al grembo della terra; seguono 3 divinità protettrici e regolatrici dell’integra e giusta misura del podere e della casa erettavi; le 2 seguenti sono divinità che presiedono alla fecondazione ed alla nascita degli uomini e animali nel recinto domestico del podere; l’ultima è la divinità, personificata in un’ara che guarda puro il fuoco e la santità domestica».

Erano gl’iddii protettori della semenza, della inviolabilità del fondo, e del domestico focolare.

40. LIVIO, lib. X, dec. I, § 38.

41. Corp. Ins. Latinar., vol. X, n. 129: — Cereri… Bovia Maxima Sacerdos XV viral.

42. Ne è cenno presso il CORCIA, Op. cit., III, 84. — Ma nel Corp. Ins. Lat., vol. X, non si trova.

43. Corp. Ins. Latinar., vol. X, n. 444.

44. V. CICERO, pro Balbo, 24, 55. — Val. Max., I, 55.

45. Descrizione della Grecia, II, 17, 14.

46. Malum punicum, dice CARELLI: Numis. Vet. Ital., n. 55-56.

47. Parole dol signor GAETANO FEROLLA, in una sua lettera a F. Lenormant (pubblicata nella Gazette archéologique de Paris, 31 juillet 1883): ma la congettura fu già messa innanzi dal signor GIOVANNI RICCIO, suocero del Ferolla, nel suo libro: Storia e topografia dell’antica Lucania, parte 2ª, p. 51, Napoli, 1876; al quale vuolsi riferirò il primo concetto.

Il LENORMANT dice la congettura del Ferolla (Riccio) «ingegnosa e certa» e aggiunge:

«La Madonna della cattedrale di Capaccio vecchio merita d’essere ormai ricordata come un esempio delle trasmissioni di attributi e simboli, che i culti locali del paganesimo fecero ai culti cristiani, che li surrogarono. Ed io credo (egli conclude), che si può ritenere come certo che la Hera del tempio alla foce del Silaro portasse in mano il granato, come quella di Argos». — Gazette archéologique de Paris: luglio, 1883.

Lo stesso illustre uomo (nell’À travers l’Apulie et la Lucanie, II, 221) parve dubitare della vera denominazione di Hera Argeia e preferiva quella di Areia; perché la Juno martialis dei Romani sarebbe appunto traduzione di Areia: e perché i «migliori» (come egli dice) manoscritti di Strabone hanno Areia. Infatti, in un paio di Codici si legge qualcosa come Ariae, Areiae e Arieie secondo che si attesta dagli editori di Strabone, nella edizione Didot del 1853, a pag. 974.

Il signor Riccio sullodato (nell’opuscolo: Osservazioni sulle ultime opere di F. Le normant, relative al tempio di Giunone Argiva, ecc., nella 2ª edizione di Napoli, 1883-84) sostiene, contro il Lenormant, che il nome della Giunone del Silaro era Argia o non Areia. Olirò la coincidenza del granato della dea di Argo, egli si appoggia ad un’iscrizione posta a Junoni Argeiae «da C. Blando procons.» (ap. Muratorl, Thes., I, p. XIV), ed alle edizioni vulgate di Strabone.

Per noi, la disputa ha poca importanza. — Vogliamo solamente aggiungere che la iscrizione a Giunone Argivae, che monsignor Zavarroni disse trovata in Metaponto, è falsa. — Conf. Corp. Insc. Latinar. X, n. 17*.

48. Anche questa è congettura del signor RICCIO: Topog. ant. Luc., II, pag. 52.

Parte I - La Lucania

CAPITOLO XXI

CONDIZIONI ECONOMICHE

Fu tendenza degli scrittori del secolo XVIII quella di esagerare il numero della popolazione dell’antica Italia, nonché della città di Roma. Secondo Giuseppe Maria Galanti, quello che era il reame di Napoli dei suoi tempi, dal Tronto allo Stretto, avrebbe avuto un dieci in dodici milioni d’abitanti, poco prima del IV secolo a.C.: per altri, era anche poco, e si spinse più in su, fino ai 19 milioni! Lo splendore della civiltà greco-romana abbagliava tutti e ingrandiva tutto.

Ma l’analisi accurata dei minuti fatti sociali, che la scienza dell’antichità è venuta di lunga mano raccogliendo, ha potuto ridurre tra giusti confini la sconfinata popolazione della città di Roma, per opera di storici ed economisti moderni. Noi non possiamo darci allo stesso lavoro di analisi per la ragione di cui siamo venuti delineando la storia: le notizie che ci restano non sono che troppo scarse.

Verso il 226 a.C., che è il 528 di Roma, questa che, temendo una novella invasione di Galli, apparecchiava i provvedimenti alla difesa, fece il computo degli armati che i confederati d’Italia potevano darle in aiuto per respingere i barbari. Le tavole militari pervenute a Roma portavano, a testimonio di Polibio1, che il Sannio avrebbe mandato 70mila soldati a piedi e 7mila a cavallo; i Marsi, i Marruclni, i Vestini e i Frentani, 24mila uomini in complesso; la Lucania 30mila a piedi e tremila a cavallo, che è quasi la meta delle forze sannite. — L’anno 392-90 a.C. o 368 di Roma, i Lucani invasero il territorio di Turii, per oppugnare la città, con un esercito dello stesso numero o poco più, cioè, come ricorda Diodoro Siculo2, 30mila soldati a piedi e quattromila a cavallo.

Fra questi due termini corre un periodo di poco meno che due secoli; e però la cifra, che pei due termini è la stessa, vuol dire che i due fattori non rappresentano identiche condizioni di cose. La prima del 226 esprime, si può credere, il contingente dei soci alle guerre, dirò esterne al loro paese: ed è diverso e indipendente dal contingente militare che restava, com’è probabile, a casa pei bisogni interni. La seconda cifra del 399 che è la più antica, rappresenta, a mio avviso, il bando di guerra della gente lucana, nazione autonoma e indipendente, e nel periodo di sua floridezza.

Ma, per verità, che cosa possono significarci queste cifre, se non sappiamo in che relazione numerica era presso gli antichi italici il soldato col cittadino, il cittadino con lo schiavo? se ci è ignota ogni notizia degli ordinamenti militari loro; ignoto se esistesse oppur no per la federazione lucana un primo e un secondo, e un terzo bando di guerra! L’aritmetica, politica degli storici del XVIII secolo considerava i combattenti come il quarto della popolazione totale3. Troppo alta proporzione pei casi ordinari, e per le guerre che non involgessero lo sterminio o la minaccia alla indipendenza di tutta la gente.

Ma pure ammessa cotesta ragione di computi, si avrebbe, circa l’anno 390 a.C. cioè alla fine del secolo IV, una popolazione di 136 mila persone per tutta la nazione o federazione lucana: che per verità non è molto. Ma non entrano in calcolo gli schiavi, che non si ha modo di ragguagliare in qualsiasi misura per quanto approssimativa si voglia; non vi entra (come è chiaro) la popolazione litoranea, sul duplice mare, degli Elleni–italioti. Un secolo e mezzo più tardi, nel 266 a.C., la popolazione sarebbe, invece, diminuita, se si applichi la stessa ragion di calcolo al contingente di guerra lucano contro all’invasione dei Galli. Ma è forza dubitare o della esatta ragione del computo, o degli elementi di cui esso si compone. È probabile che l’offerto contingente non fosse se non una parte, ancorché maggiore, degli uomini atti alle armi, che restavano a presidio delle città lucane. È probabile, anzi certo che nella somma totale non entri il contingente delle floride e popolose città italiote della regione. È inoltre da non omettere l’avvertenza che il progredire dei popoli sulla via della civiltà favorisce e non deprime l’aumento progressivo della popolazione. Con questi criteri, ma non altrimenti che congetturando, ci sia lecito indicare la popolazione lucana, alla metà del III secolo a.C., dalle 200 alle 250 mila persone. Né taceremo, che questa somma aumenterebbe di un terzo e più, se ai numeri della statistica militare, ricordati da Polibio, si applicassero proporzioni che vengono date dalle statistiche italiane dei nostri giorni tra gli atti alle armi, dai 20 ai 40 anni, e la popolazione, che stanno in ragione di circa un undicesimo dell’intero. Ma, per verità, computi poggiati su basi ipotetiche e per tempo, per civiltà, per ordinamenti civili, militari ed economici diverse, non possono dare se non larve di vero, che non chiariscono, ma abbagliano.

Non si abbia a credere che tanto numero di popolo fosse unicamente agglomerato in quelle quindici o venti città dell’interno e del littorale, che sono finora conosciute alla topografia della Lucania. Quelle città non furono altrimenti che centri o capi di contado; ma altre e forse in numero maggiore esistevano sparse per la regione. Le tante denominazioni di civita e le numerose denominazioni topografiche di vietri, vetrano, vetrice, vecchio, antico date oggi ancora a luoghi, anche inabitati, mostrano, che ivi, nei tempi remoti, erano sedi di popoli; città, o fori, o paghi, o conciliaboli, od oppidi, che si dicessero4. Ma di ciò in seguito.

La stessa trasformazione dell’agricoltura, che, per tutta Italia e per ragioni generali, passò dalla piccola proprietà al latifondo, dové crescere sui latifondi il numero dei piccoli centri di popolo coltivatore, che di rus crebbero in vici, e quindi in paghi. Ai quali piccoli antichi centri dei tempi romani possono attaccare le loro origini una grande parte dei paesi oggi esistenti; benché non appariscano altrimenti alla penombra della storia, se non quando se ne incontra il nome nelle carte feudali dei tempi intorno al mille. Con l’avvento dei barbari le tenebre s’addensano, e la catena della storia si spezza; ma la catena della vita dei popoli non si spezza.

Che il latifondo, causa della perdita d’Italia, secondo la dubbia dottrina economica di Plinio, si estendesse come forma prevalente della proprietà agricola anche in Lucania dai tempi dell’Impero in avanti, si può ricavarlo da parecchi indizi. Nell’alta valle del Silaro, in un Oppido, per noi anonimo, ma dipendente sia dalla città di Eburum, sia da Vulcei, sono nominati i fondi Junianus, Sollianus, Percennianus, Statulijanus, Quaesicianus, Gallicianus, che «con le loro ville» ovvero case coloniche, il proprietario di essi L. Domizio Faone donò al Collegio del dio Silvano del luogo, in voto di certe solennità perpetue che il Collegio sarebbe tenuto di fare per la salute dell’Imperatore5. Se il latifondo diminuiva il numero dei minori proprietari, era necessità si accrescesse il numero degli schiavi addetti alle culture; e la Lucania doveva averne, al paragone, una quantità strabocchevole, se Giovenale6 poteva dire a Pontico, che aveva sortito un tristo arnese di servo,

Nempe in Lucanos, aut tusca ergastula mittas.

Ivi crebbe il numero di quegli infelici, sia per la cultura del latifondo, sia perché coperta la regione di selve, fratte o boscaglie adatte alla pastorizia, era bisogno di frotte di pastori per custodia delle numerose greggi.

Fra questa selvaggia popolazione, usata alle lotte e alla caccia degli orsi7, dei lupi e dei cignali, che popolavano i densi boschi del territorio, reclutava le sue truppe feroci Lollio, o Spartaco, o Catilina, e quanti insorgessero contro l’ordine stabilito delle cose.

Ma il latifondo, se pure fu prevalente in certa epoca, non diremo che distruggesse del tutto la minore proprietà, la piccola cultura. Sarebbe assurdo. La piccola cultura, libera ed esercitata da liberi coloni, non doveva mancare. Forse più che l’affitto a brevi termini, fu in uso quello a lungo termine, quasi enfiteusi. Le tavole d’Eraclea ne danno un esempio famoso; ma anche da meno illustri monumenti epigrafici si può cavare lo stesso concetto; tali sono certi frammenti di marmi letterati di Tegiano e di Vulcei, che ancora esistono; nei quali si leggono incise le quantità di fitto in moneta, ovvero in moggia di frumento, che dovevano i coloni, che sono indicati nel marmo pel loro nome o pel nome del fondo locato8.

Un altro marmo letterato, che è il famoso detto della «taverna di Polla» accenna a lotte d’interessi tra aratori e pastori. La bella e fertile pianura di Tegiano, sottratta che fu alle acque stagnanti dalle colmate naturali e dai lavori artificiali di scolo, acconcia quale era a feracità di pascoli, doveva essere tutta invasa da greggi ed armenti; finché la popolazione, crescente per lo stesso aere sanificato, non venne reclamando maggiore spazio all’aratro per la coltura del frumento. Quindi l’antagonismo degli interessi eruppe in lotte di classi; e Roma intervenne. Popilio Lena (che fu console il 622 di Roma, o 132 a.C.), nel celebre marmo itinerario di Polla si vanta, che egli il primo mise a dovere i turbolenti, facendo che «i pastori cedessero agli aratori»9: indizio di popolazione accresciuta.

Cotesti leggieri indizii non sono se non dei tempi, quando Roma dominò, repubblica e impero, sull’Italia; ma dei tempi più antichi, quando il popolo lucano era a stato indipendente, ogni notizia ci manca, ogni indizio fa difetto. Certo che l’agricoltura dovette essere il fondamento degli ordini economici loro, e dell’economia rurale condizione ordinaria la piccola proprietà e la piccola coltura, anziché la grande. Quando la gente passò il Silaro, non era allo stato nomade o pastorale, ma all’agricolo; e non vennero in terre del tutto selvaggie, se queste già abitate d’altri popoli, i quali erano allo stato agricolo, almeno quelli sottomessi all’impero di Sibari. Del resto, al mostrarsi dei Lucani nella storia le coste marittime erano già abitate da gente relativamente civile; e se quelli non portarono seco dalla Campania onde mossero, la vite, l’ulivo, il fico, ed altri testimonii di una cultura agricola progredita, di certo li trovarono di già introdotti sia dagli Elleni, sia spontaneamente nati sulle spiaggie orientali del Jonio.

Altra e maggiore fonte dell’economia pubblica della gente fu la pastorizia. Numerose mandre di pecore coprivano tutto l’anno le terre della Lucania10, trasmutandosi alle frescure montanine della state dalle pianure pugliesi e tarantine, o svernanti dagli Appennini nevosi lucani alle pianure sul Jonio. Le razze del buoi lucani furono singolarmente famose11; forse originate dalle razze rinomate all’antichità dell’Epiro, più che dalle coste illiriche. Il bue della moneta di Sibari è di forme straordinariamente poderose. Ma il maiale è l’animale proprio o pressoché indigeno della regione montuosa, popolata della quercia e del faggio; una razza speciale, a lunga setola e nera (che oggi dicono della Calabria silana), si propagò per la Lucania intorno al monte Pollino, forse dall’incrociamento col cignale, che era abbondantissima selvaggina nei boschi lucani, e che era oggetto alle caccie dell’industria indigena per pascerne le cene signorili all’opulento romano12.

L’allevamento dei suini fu prevalente nell’economia rurale della regione fin dagli antichi tempi e fino al basso impero. All’epoca di Costanzo e di Teodorico, poiché le Imposte erano pagate in natura, i Bruzii mandavano i loro buoi al fisco romano, e gli abitanti della Lucania provianda di lardo e di carne salata; e la rettorica di Cassiodoro teneva glorioso per gli uni e per gli altri il pascere l’epa di Roma13. Le carni di maiale battute a minuzzoli e insaccate con sale fu uno dei capi maggiori del loro tutt’altro che largo commercio d’esportazione; i soldati ne portarono a Roma il gusto e il nome14.

Dell’industria propria alla regione non ci è dato ricordare se non questo. Salagione del pesce, specie le acciughe, sulle coste tirrene da Velia a Posidonia; manifatture di pannilani indigeni ed opifici di fulloni in abbondanza, in causa del clima rigido della regione, dell’uso generale dei pannilani, e della stessa abbondanza della produzione, lanigena. Senza dubbio, fabbriche di armi; e ci è noto che una speciale foggia di scudo fatto di vimini e coperto del cuoio di bue, era proprio dei Lucani15. Le arti e i mestieri d’importanza limitata al consumo locale, dovettero prendere, come pel resto dell’Italia romana, la forma delle corporazioni. Titoli epigrafici della regione ricordano collegii di «dendrofori» e di «fabbri» ad Eburum, ad Àtena e alle città dell’alto Sele, onde surse quella che oggi è Laviano; a Potenza collegio di mulattieri e d’asinai16: però cotesto genere di associazioni, se fanno supporre un certo ordinamento di arti a corporazioni, furono innanzitutto «confraternite» che avevano culti, feste, e sepolture proprie.

Ma la Lucania romanizzata mostra avanzi di monumenti e di opere plastiche degne di attenzione, specie in fatto di anfiteatri e teatri, e reliquie di templi e statue, a Grumento, ad Àtena, a Tegiano, a Potentia, a Venosa, altrove. Gli artefici erano senza dubbio della regione, poiché sono scolpite in pietra del paese molte di quelle reliquie che ancora esistono. Più importanti avanzi a Grumento di frammenti di decorazioni architettoniche e di opere statuarie in pietra che non è marmo; ed altre in marmo statuario17: ma che queste ultime siano opere di arte o di artefici, indigeni, non si può dire di sicuro.

Abbondano delle arti plastiche grumentine le incisioni in pietra dura, di cui ogni giorno si scovrono prodotti per le terre vignate, dove sedeva l’antica città. Non è dubbio che erano a Grumento officine da ciò; ma non debbo tacere che, da quante io ne ho viste, nulla che sorpassi il fare comune del mestiere e la nòta volgare dell’industriale, più che dell’arte: sono, in genere, pietre di appena abbozzate figure; linee grossolane e convenzionale disegno.

Ceramica

In parecchi punti della regione furono rinvenute, e si rinvengono tutto giorno abbondantissime reliquie dell’arte ceramica italo–greca; e fu dubbio, se questi prodotti del vasaio-artista fossero tutti o parte di fabbricazione indigena alla regione, o se non fossero importati piuttosto dalla Grecia stessa, o dall’Apulia, e dalle fabbriche nolane. Vasi istoriati di fine lavoro vennero fuori dai sepolcri di Pesto, di Armento, di Anzi, e nei campi intorno a Castelluccio. Ma non in queste sole parti della regione i trovamenti; il caso ne ha fatto scovrirne in tombe singolari quasi dappertutto; e così a Miglionico, a Pomarico, a Pisticci, a Matera, a Missanello, a Roccanova, a Sant’Arcangelo, a Vaglio, ad Albano, a Vietri, a Brienza, a Marsiconuovo, e dove no?18 Anche a Spinoso, a Moliterno e a Saponara che è surta dall’aulica Grumento: di questa però la necropoli non è scoverta ancora.

I primi ritrovamenti avvennero per caso a Montescaglioso fin dal 153619; i ritrovamenti in Anzi, abbondantissimi, rimontano agli ultimi anni del secolo XVIII, nel 1796. Quelli di Armento, poco meno abbondanti, dai principii del secolo testé passato. Sono la suppellettile rituale delle tombe di gente greco-italica, e di Italici osco-latini, ma iniziati, probabilmente, ai misteri dionisiaci o baccanali.

Delle antiche provincie della bassa Italia tre sole regioni hanno offerto finora abbondanti testimonianze dell’antica ceramica artistica italo-greca, e questa come accessoria necessità di riti funebri. Quelle regioni sono l’Apulia, la Campania e la Lucania; e i trovamenti in esse più abbondanti in taluni luoghi anziché in altri, hanno fatto ritenere che fossero ivi più che altrove officine artistiche pei bisogni della gente. Per l’Apulia si indicano Taranto, Canosa, e Ruvo precipuamente; per la Campania, Nola, dai vasi di singolare finezza, e l’antica Cuma, e, tra altri minori o men noti, Saticula che era presso all’odierna S. Agata del Goti.

Per la Lucania tre centri di produzione sono riconosciuti come certi. Pesto o Posidonia, Anzi, l’antica Antia, e Armento, probabile sede d’ignota città. Pesto ebbe influssi artistici e sbocchi di commercio per la prossima Campania segnatamente. Difettano i trovamenti pel campi di Metaponto e di Eraclea; ma i campi dei circostanti paesi ne hanno dati: — forse, ai bisogni di quelle città, prossime a Taranto, provvedeva il mercato di Taranto, che è poi da altri stimato come la sede precipua dell’arte ceramografica dell’Apulia.

Fu dapprima messo in dubbio che officine di ceramica artistica esistessero per la Lucania.

Il Gerhard, non recente, ma sempre autorevole per studii comparativi nella speciale materia, riconobbe primo una affinità, quasi di scuola e di processi tecnici, tra la produzione ceramica dell’Apulia e quella della Lucania; però nei prodotti scoverti in Basilicata è una tinta assai più pallida, segnatamente nei vasi a campana, che li fa differenti dai prodotti scoverti in Puglia. Conformità dunque di procedimenti tecnici, o di scuola, non identità di provenienza. Nei ritrovamenti avvenuti in Anzi furono dissepolti di vasi incompiuti20; che è prova manifesta di fabbricazione locale. Nella copiosa raccolta (oggi dispersa) del signor Fittipaldi in Anzi, il Gerhard distingueva prodotti finissimi dell’arte nolana; altri meno perfetti dell’arte appula, ed altri dell’arte indigena o locale, che però a lui parevano di pregio minore di quelli che venivano fuori dai sepolcri dell’antica e ignota città dove oggi è Armento. Questa ebbe fabbriche locali di copiosissimi prodotti e segnalatissimi.

«Tra tutti i luoghi di Basilicata Armento soltanto egli credeva possedesse un tempo la tecnica più perfetta, anzi la sola che si possa determinare come propria a quella provincia»21.

A Taranto la fabbricazione ne era cominciata, si può dire, fin dalla metà del secolo IV a.C.22, ad impulso ed imitazione dell’arte ellenica pura; e, partendo da questa data, si è detto che la fabbricazione nella Lucania ebbe principio un po’ più tardi, nel secolo III. Ma, a mio credere, questa data cronologica dovrebbe elevarsi anche più in su. Molto prima del secolo III il paese della Lucania era popolalo da gente di stirpe greca e di greca civiltà: e la suppellettile ceramica era parte del rito funebre della gente; onde la necessità in larga misura di un prodotto che se ebbe a fornirlo dapprima il commercio di fuori ben si può credere che Ia stessa legge economica della larghezza e intensità della richiesta non poteva tardare a far sorgere una industria indigena, sia pure ad impulso primo di artefici dell’Apulia o della Attica stessa.

Nel secolo III prese, anziché origine, incremento l’industria, nata anche prima; si svolse con la tecnica introdotta di fuori, ma apportandovi, senza dubbio, col progresso del tempo, quel carattere individuale, per così dire, alla regione, pel quale gli studiosi recenti di queste materie distinguono da prodotti di altre regioni quelli delle officine Lucane23.

Nella storia dell’arte i prodotti di queste officine (come anche quelli dell’industria appula) vengono classificati al periodo della decadenza dell’arte, in relazione, senza dubbio, a quelli dell’arte attica. Nella ceramica Lucana, che è a figure di colore rosso su fondo nero (e tale è il sistema dell’arte meno antica) lo stile per abbondanza e profusione di elementi decorativi addiventa e lo si dice pesante; il disegno pittorico è poco accurato o incompiuto di finitezza; l’aggruppamento delle figure è affollato onde vengono soprapposte a zone; grande copia e svariata di colori, dal rosso cupo al giallo, al verde, al bianco, che se è ricchezza non è eleganza; belle le sagome dei vasi, ma ricercate, esagerate o strane le foggie dei manichi a volute, a nodi, a rotelle, a maschere gorgoniche. Eppure, uno dei moderni autorevoli in questa materia ha potuto scrivere:

«Se i vasi delle fabbriche di Sant’Agata dei Goti, di Ruvo, di Armento, e in generale i vasi dell’Apulia o della Lucania sono riguardati come i tipi dell’arte in decadenza, s’incontrano non pertanto dei bellissimi vasi a Sant’Agata dei Goti e ad Armento: i più notevoli ànno la forma dell’oxibaphon e del cratere»24.

Ma questi di più fine artificio sono di produzione indigena, o di officine attiche, trasportate ivi dal commercio?

I soggetti più comunemente designati sono le fatiche di Ercole, le sue nozze con Ebe; combattimenti delle amazzoni o dei centauri; scene erotiche, di nozze, di toletta; onoranze funebri all’estinto, o alla stele del suo sepolcro; e sopratutto abbondanti le scene bacchiche riferentisi al ciclo di Dioniso ed Arianna, riflesso, o richiamo o simboli, secondo alcuni, dei misteri che ebbero speciale corso nella Magna Grecia.

Che gli artefici ceramisti e dipintori fossero italioti si può affermare con sicurezza, chi ricordi i nomi di Astea e di Simone eleita, dei quali fu fatto parola più innanzi. Se furono anche nonché italioti, lucani, si può credere. Gli abbondantissimi tesori della ceramica italo-greca finora raccolti per le tre regioni, di sopra indicate, hanno dato finora iscritti quattro nomi di artefici, e sono Asteas, Python, Lasimos e Simone eleita, del quale non può essere dubbia la patria che egli ricorda.

Anche di Astea non dovrebbe essere dubbia la patria, che fu Posidonia; le obiezioni altrove accennate non riescono salde25.

Uno dei più recenti e ormai autorevoli indagatori di questo speciale ramo di produzione artistica, il signor Giov. Patroni, mercé lo studio comparativo dei prodotti, è di avviso che anche la ceramica segnata dal nome di Python era delle officine pestane; Lasimos apparterrebbe, invece, alle officine di Canosa. Si avrebbero dunque, sui quattro singolarmente nominati, tre che appartennero al paese dei popoli Lucani.

E in verità sarebbe molto strano, che mentre lungo il periodo di più secoli le varie genti di varie origini venivano fondendosi, non fosse accaduto un principio di fusione anche nell’esercizio delle arti e dei mestieri, quando le condizioni di fatto locali e le consuetudini della vita generale, non che ostacolare, favorivano l’estendersi di questa speciale industria, che rispondeva ai bisogni di riti funebri, di riti mistici e religiosi, nonché alle necessità della vita di ogni giorno.

«Non è agevole l’immaginare — dice De Witte26 — quale quantità maravigliosa di vasi dipinti a soggetti baccanali, mistici e funebri sono stati scoverti nelle tombe della Magna Grecia. In essi, Bacco eternamente giovane, e satiri, e menadi, e genii dalle forme muliebri e alati. Tra queste rappresentazioni del ciclo bacchico e le rappresentazioni numerosissime di soggetti mistici del ciclo delle divinità eleusine i dotti (benché ancora la materia sia oscura) scovrono relazioni affini, degli stessi dati e delle stesse idee che hanno ispirati i soggetti dell’uno e dell’altro ciclo»27.

Ora è risaputo che codesti prodotti della ceramica dipinti servivano, in grandissima parte, alla celebrazione dei misteri; erano parte rituale della suppellettile funebre degli iniziati. Si sa inoltre (a tacere dei misteri orfici introdotti o no nella Magna Grecia da Pitagora), che ebbero durata di secoli ed estensione larghissima i baccanali, che si diffusero non soltanto per l’Etruria e nelle maggiori città come Roma, ma pei villaggi stessi d’Italia, come Livio attesta28; fino a che il Senato di Roma, a tutela di pubblica moralità, come diceva (e si resta in dubbio, se credergli in parola o no) non li proibì severamente col famoso Senato-consulto del 568 di R. o 186 a.C. Da quest’epoca in giù non cessarono di un tratto i culti segreti dionisiaci, ma venne man mano esinanendo la celebrazione e la iniziazione ai riti mistici; e di conseguenza andò mancando la industria dei vasi dipinti, che a quei riti si riattaccavano.

Del commercio esterno della regione, se non guardiamo altrimenti che alle nobili e fiorenti città poste sul mare Jonio e sul Tirreno, Metaponto, Siri, Eraclea, Turii, Lao, Velia, Pesto, non si può non credere a floridezza dei loro commerci marittimi coi popoli limitrofi e con lontani. La ricchezza indubitata di quelle città, la copia straordinaria dei tipi monetarii di alune di esse quali di Metaponto, la ricchezza dell’agricoltura di quelle sull’Jonio, la nota industria della salagione de’ pesci in quelle sul Tirreno, le flotte stesse di guerra mandate come ausilii di federazione alle imprese di Roma, o come aiuti di libere alleanze nelle guerre greco-sicule, ci hanno fatto arguire alla estensione e alla durata dei commerci di queste città greco-italiche. Ma ben altro e ben poco è quello che può dirsi della gente lucana. E benché Stazio29 non si periti di chiamar «lucano» il mare, che bagnava le spiaggie della sua patria,

An facili te praetermiserit unda

Lucani rabidi ora maris;

la Lucania non poté avere altri commercii che non fosse l’interno baratto dei suoi prodotti agrarii e pastorali. Mercati o «Fora» sursero senza dubbio, all’evolversi della civiltà romana, per la regione; e marmi letterati e nomi topografici ne fanno fede; e ancorché pei bassi tempi Cassiodoro non ricordasse, con parola rettorica, il grande concorso dei popoli della regione ai convegni religiosi e commerciali del santuario di San Cipriano30, può ben credersi che la necessità stessa delle cose li fece sorgere e moltiplicare, nel corso de’ secoli. Né forse sarebbe assurdo dì riattaccare in alto, fino ai tempi della gente lucana, quei convegni sacro-profani ai santuarii famosi, che sono oggi fra’ più antichi, più noti, e più frequenti del concorso divoto delle due provincie; di talché si può crederli succeduti (mutati iddii) alle vecchie divinità pagane.

Né a documento di larghi commercii possono dar luce le loro monete; delle quali occorre di parlare in questo luogo: dopo che fu già fatta parola più innanzi, al capitolo X, del sistema monetario delle città della Magna Grecia.

Monete della Lucania

Le monete dei popoli Lucani furono, per quanto finora ci è noto, di bronzo; e sono rarissime: ma quelle del loro, forse breve, predominio in Metaponto sono in argento31.

Distingueremo le monete attribuite a Città lucane da quelle dei popoli o della Federazione lucana. Le prime hanno la leggenda in caratteri e lingua dei greci. Le seconde occorre distribuirle in duplice serie che improntano la leggenda in greca lettera; però una serie porta la la parola della leggenda in osco, l’altra in greco: né questa è la sola differenza.

Le monete finora conosciute delle Città lucane sarebbero di Àtena, di Consilino, di Ursento32, e di Grumento33; oltre a quelle di Venosa: ma (da queste ultime in fuori) è forza dire che l’attribuzione ne è dubbia. Meno dubbia la moneta degli Ursentini; e meno dubbia, per me, quella di Grumentum.

La grafia delle lettere mostra, a prima vista, che non possono rimontare oltre al secolo IV: sarebbe tra le più antiche quella di Grumentum, a scorcio di sillabe. L’estremo limite della monetazione non potrebbe discendere oltre ai tempi dell’autonomia delle genti lucane, che ebbe vita, senza dubbio, fino ai tempi di Pirro; e pertanto sarebbe di quasi due secoli il periodo di circolazione delle loro monete. Probabilmente Ia monetazione delle singole città fu anteriore alla monetazione federale, e questa dové sostituire quella: ma, è forza dirlo, ogni dato di fatto manca ad un discreto giudizio.

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La monetazione dei «Popoli lucani» è doppiamente singolare34. I conii di questa duplice serie portano gli stessi tipi in ambedue; l’una serie, come testé fu detto, impronta il nome del popolo in lingua osca, l’altra in greco. Ma un’altra più singolare differenza ci è dato di avvertire. La moneta osca ha il nome del popolo quale esso era infatti, ΛOYKANOM «de’ Lucani»; e la serie greca, in tutti i conii che finora sono noti, ha ΛYKIANON.

Come spiegare questa strana diversità?

Che fosse un errore materiale dello zecchiere non si può ammettere, chi consideri che la identica grafia della parola è nei conii diversi della serie, anche in quella di modulo diverso e di diversa età e metallo quali i conii che già innanzi riferimmo di Metaponto.

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La simiglianza anzi la identità dei tipi, per alcune, mostrano all’evidenza che amendue le serie appartengono all’unico popolo, non dei Licii, ma dei Lucani.

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L’Eckel, che primo e giustamente attribuì ai Lucani anche questa moneta dei Liciani, ne riferiva lo errore alla barbarie della nazione che si volle dire Loucani, mentre erano a dirsi Leucani, come gli elleni — maestri e duci! — li nominarono35; ma questo concetto non sta e non si attaglia alla complessività del caso. Essi erano e si dissero Loucani, non altrimenti Lycani, e molto meno Lyciani: e nel concetto del grande nummologo resta inesplicato e inesplicabile come poté avvenire che un titolo uffiziale di pubblica potestà, quale è la moneta dello Stato, avesse portato iscritta, su tutta una serie di conii, una variante (non uffiziale, si vuol credere) del nome etnico del popolo che regge lo Stato. Spiegheremo la duplice serie come conseguenza della federazione dello Stato, che era di gente e città greche e di gente e città osco-lucane; il governo federale volle attribuire eguali diritti alle due schiatte. E sia! ma dovremo ammettere, altresì, che la variante, per noi strana, della pronunzia fosse generalmente adottata e riconosciuta dall’autorità dello Stato; il quale suggellava, in titoli di Stato, la doppia fonetica della parola etnica nazionale! — È il meno assurdo che si possa concepire.

E non basta. Un’altra singolare particolarità è che le monete dalla leggenda Lyciani hanno, in qualche parte del campo e in brevi proporzioni, una testa di lupo, e questo minuscolo emblema non lo hanno le monete di perfettamente identico tipo a leggenda in osco.

Ed anche questo è un enigma!

I tipi di alcune monete improntano il dio supremo dell’Olimpo, Zeus, forse Lucetius nella serie in osco; forse Zeus Likaios nella serie greca; e con esso tipo l’aquila, ministra del fulmine. Giove fulminatore è nelle monete lucano-metapontlne. Sulle altre sono i tipi degli iddii della forza e della guerra: Marte, Ercole, Pallade galeata che muove armata di asta e di scudo.

È notevole che il tipo di Pallade con asta e scudo che muove concitata in guerra, si trova identico su monete dei Bruzii; in esse altro non varia che il nome etnico del due popoli. La conformità potrebbe significare patti di lega per impresa di guerra, in comune.

Un ultimo dei finora conosciuti esemplari non ha riscontro nella serie greca; ed è conio a manifesta memoria di imprese guerresche. È la Nice dei ΛOYKANOM, dall’ali spiegate che incorona un trofeo di armi; a testimonio di sicuri fasti di guerre nazionali, di epiche gesta, ma ignote.

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Quando i Lucani divennero «Soci» di Roma e la federazione dei popoli lucani fu sciolta, il diritto di battere moneta è probabile lo perdessero allora. Ma lo perderono di certo quando, dopo la legge Giulia, da soci divennero cittadini della grande città. Una sola eccezione fu fatta, tanto per la Lucania, quanto per le provincia della stessa Italia, e fu che Pesto e Venosa continuassero a coniare moneta; Pesto anche d’argento prima della legge Giulia; e poi monete di bronzo, per singolare privilegio, anche sotto gli imperatori. Delle quali condizioni privilegiate fu fatto cenno innanzi.

Le strade

Né ai commerci della regione, frastagliata ed estesissima, ebbe ad apportare grande profitto il sistema e l’estensione delle strade carreggiabili. Roma che per le provincie le fece eseguire, ebbe di mira, senza dubbio, in sulle prime i fini strategici o militari, anziché gl’interessi commerciali dei popoli soggetti, alleati o sudditi.

Le strade per la Lucania, fatte o per consorzio di città autonome dapprima o per l’impulso dello Stato Imperiale da poi, possiamo a mala pena delinearle in digrosso sulle traccia degli itinerari scritti, e delle tavole dipinte, quale è la Peutingeriana. Questa, che fu opera del tempo di Alessandro Severo, agli inizii del 3° secolo d.C., è monca per la regione lucana al versante Tirreno: è una carta postale, ma come documento topografico è troppo grandemente errata. Manca la linea della strada Popilia, che il marmo, superstite, di Polla ci attesta ancora indubitato; manca di una linea (e non poteva mancare) dal fiume Sele a Pesto e a Velia; manca, a mio avviso, anche di quella linea che dal Sele, per la valle del Calore, si svolgeva parallela quasi alla Popilia della valle del Tànagro. È meno incerta per la Lucania settentrionale; ove le strade diramavano dal centro, strategicamente importante, di Venosa. Anzi in essa due centri o gangli emergono, da noi, importanti, Venosa e Grumento; e vi si può aggiungere all’estremo confine Nerulo.

Da Venosa (oltre alla linea per Silvio [o Garagnone] a Brindisi) una lunga traccia di strada veniva giù per tutta la Lucania, e da Venosa, per Pisandes (d’ignoto posto), per Lucos (o Lacos? che può essere o Lacopesole, ovvero «i boschi» del Lagopesole) viene a Potentia, ad Anxia, a Grumento, e di qua, piegando con errata spezzatura, si avvia a Nerulo, donde poi a Murano nel Bruzii. Attraversava l’intera Lucania dal nord al sud; fu denominata Erculea, perché ricostruita da prima, ovvero restaurata da Massimiano Erculeo, che fu compagno all’impero con Diocleziano e abdicò nel 30536.

Un altro ramo scendeva dalla stessa Venusia ad Eraclea sul Jonio: desso è indicato nell’itinerario dell’imperatore Antonino con una sola stazione a Celianum che non pare possa essere né l’odierno Cirigliano, né, per migliore lettura, Aeleianum, che corrisponderebbe all’Aliano di oggidì.

La Via Appia (Aquilia o Popilia)

La famosa via Appia veniva da Capua, per Nocera e Salerno, ai confini occidentali della Lucania; e passato il Silaro, attraversava il versante meridionale o tirreno della regione fino a Nerulo (o Rotonda), e di qua a Murano ed oltre nei Bruzii per attingere Reggio e lo stretto siculo. Questa grande arteria ci è nota pel famoso e superstite marmo detto della «taverna di Polla»; ed occorre ricordare che fino a poco tempo fa, essa venne indicata da storici ed archeologi col nome di strada Aquilia37; ma oggi invece dai moderni è denominata, con piu sicura parola, «via Popilia». Il marmo ci fa noto che il «Pretore» autore della strada, fondò ivi, ove il marmo venne trovato, un «Forum» e alberghi o case a pubblico uso; e la Peutingeriana, pure non designandone Ia linea, scrive però e nomina un «Forum Popilii». Da qui si argomenta che autore della strada fosse un C. Popilio Lenate che fu console nel 622 di Roma (a.C. 132) e qualche tempo innanzi fu pretore; egli fondò ivi un Foro o mercato, e sedò, come il marmo ci attesta quale impresa degna di ricordo, le liti violente tra i pastori e gli agricoltori della fertile piana sottratta alle acque stagnanti38.

Ma questa via che da Capua a Reggio è detta di 321 miglia dal marmo pollano, e che fa supporre già redente dalle acque le terre sottostanti alle città di Àtena e di Tegianum, questa importante via non è segnata, con sicura notizia, nella Peutingeriana; non è indicata (ed è singolare cosa) nell’Itinerario di Antonino. Nell’Itinerario, invece, è segnata (come a me pare indubitato) un’altra strada, ed è quella per la valle (non del Tànagro, come la Popilia) ma sì del fiume Calore. Questa strada costeggiava le spalle a mezzogiorno del gran masso dell’Alburno; s’indirizzava alla volta di Nerulo, sul confine lucano coi Bruzii: aveva una stazione, che è scritta ad Tanarum o (come in altro codice) Canarum. Questa stazione era, a mio avviso, presso alla fiumana che anche oggi è dotta «Sammaro» accosto al paese odierno di Sacco; desso è uno dei corsi originarii del Calore; e da questa stazione ad Samarum giungeva a Marcelliana, che indubbiamente era nello estremo superiore orientale del bacino o pianoro di Tegiano; e da Marcelliana piegava a destra per a Cesariana (non ancora di sicuro allogata) sia a Rivello, sia a Sapri o Acquafredda39.

Forse il tronco della strada per la valle del Calore a Marcelliana sostituì la strada per la valle del Tànagro a Marcelliana e Nerulo, sia perché parve di più breve e di retto percorso, sia per le ricorrenti inondazioni della pianura Pollana, che o per difetto di non mantenute o mal riparate opere di risanamento dell’estremo punto settentrionale del bacino, o per fenomeni straordinari del suolo, rendevano questa parte del piano atinate tutto un lago spagliante alle acque meteoriche. E questo stato di cose dové aver luogo dall’epoca del marmo pollese, che è del 132 a.C. o poco avanti, e i tempi dell’Itinerario che può ritenersi siano i tempi antoniniani, circa l’anno 150 dopo C.: un periodo di oltre due secoli, bastevoli a mutamenti e rimutamenti di Stati e città!

Per siffatte opere di pubblico interesse è giustamente famosa la civiltà romana. I privati cittadini gareggiavano con i poteri pubblici; e la letteratura epigrafica, per quel tanto che a noi ne è giunto, ne fa ampia fede. Altri restaurava a proprie spese le mura della città40; altri gli acquidotti; altri elevava o restaurava e dedicava templi, pure non dimenticando di dire ai posteri che regalava di vini e dolciumi i decurioni e il popolo, nella solennità della dedicazione41. Era veramente zelo di pubblico bene e di pietà, o solite industrie di candidati a’ pubblici uffizi della città per ingrazianirsi o ringraziare il corpo elettorale? Del resto, regalare di feste, spettacoli, e tavole imbandite il popolo sovrano era debito di consuetudine a tutti gli eletti ai pubblici uffizi cittadini. Ma la vita pubblica municipale di quell’età aveva vigoria e debiti civici ignoti ed ignorati a noi dell’età moderna. Per essa era fatto di ogni giorno lo aggiungere al danaro dell’erario pubblico municipale quello di volontarie contribuzioni dei cittadini per elevare opere di pubblica utilità o di pubbliche onoranze: quindi sorgevano frequenti opere e monumenti, e si attestava ai posteri il duplice concorso. Ne abbiamo un bell’esempio nel ponte sul fiume Bianco, che i magistrati del municipio di Volcei fecero costruire a spese comuni e liberali; e il ponte e il titolo epigrafico ancora esiste42.

Tra i ponti di aulica costruzione si dicono dei tempi romani quello sul Tànagro presso Polla e l’altro detto di Siglia presso Tegiano; il ponte sul Calore, presso Controne43; il ponte detto della Rendina, presso Melfi, ov’era la stazione ad Arundinem degli antichi itinerarii. Né questi i soli: benché, pressoché soli, abbiano potuto resistere a lunghi secoli d’abbandono44.

Tra le maggiori antiche opere di pubblica utilità sarebbe da comprendere il sanificamento delle acque stagnanti del bacino, che è ed abbiamo indicato col nome di Vallo di Tegiano o di Diano. Questo amenissimo bacino, che ha la lunghezza di un 23 chilometri e la larghezza in media di 4 e mezzo45, e che negli antichissimi tempi, senza tempo anteriori alla storia dell’uomo, fu fondo di lago, è solcato per mezzo da un fiume, che nel primo suo tronco ha il nome di Calore, e nel secondo ha quello di Negro, e corrisponde al nome antico di Tànagro, col quale anche oggi è conosciuto. Il fiume, che ha le prime origini dal monte Sirino e di passo in passo aumenta di acque, giunto che è presso il paese di Sant’Arsenio, scarica una parte del suo volume in una sotterranea voragine che è detta La foce; poi prosegue oltre fino al paese di Polla, ove si sperdeva (ma oggi non più) in certi antri o fenditure del monte di Polla, che sono dette «le crive e le grave»46; e si crede che ricomparisce, dopo un due miglia di cammino sotterra, nella grotta di Pertosa, onde sgorga impetuosa e perenne una grande massa d’acqua. Plinio ricorda questa ecclissi del Tànagro, che si Immerge nei campi di Àtena e ricomparisce piu in giù; ma le sue misure del corso sotterraneo non sono esatte47.

Oggi il Tànagro corre tutto allo scoperto, ed esce allo scoperto dal bacino di Tegiano, precipitando per le terre di Campestrino nella stretta valle sottoposta di Pertosa ed Auletta: però quando, per impeto di acque temporalesche soprabbondanti o per necessità di restauro all’alveo artefatto avviene che si diverge dalla mano dell’uomo il corso del fiume verso le «crive» inalzandone pertanto artifizialmente il livello, solamente allora torna il Tànagro a immergersi e scomparire nelle fenditure delle colline di Polla, secondo l’antico suo corso.

Quando il fiume non aveva altra uscita fuorché da questi sotterranei meati delle «crive», era necessità delle cose che essi non bastassero a smaltire le acque ordinarie, nonché le temporalesche, dall’ampio bacino; ed esse impaludavano; e il fiume, per gl’interramenti delle acque precipitevoli venute giù dai clivi circostanti, elevava insensibilmente il livello del letto; divergeva il corso e traboccava eslege qui e qua; onde l’aria era impestata, e i terreni, quando le tarde acque esiccavano o sminuivano di spaglio, erano campo alle erbe palustri, pascolo ai greggi e dominio dei pastori. Questa condizione di cose deve essere stata antichissima, oltre al nome stesso del fiume che significava ai greci melmoso48, oltre ai nomi medievali di parecchi luoghi circostanti, lo dimostra il fatto che le antiche città di Àtena, di Tegiano, di Consilino e di Sontia erano poste, non in basso alla amena pianura, secondo che gli antichi prediligevano, ma sui colli d’intorno.

Ma queste stesse città, floride e civilissime nel periodo della civiltà romana, non può credersi non avessero pensato a sanificare l’aere e i terreni della sottoposta pianura; si può affermarlo anzi, chi consideri che, in tempi meno antichi, sursero, men sui colli che sulla pianura, altri centri abitati della gente lucana, quali Marcelliana presso Consilino, il Foro Popilio in giù presso Àtena, e i paghi di Tegiano; la postura delle quali, paghi e città, farebbero arguire già migliorate le condizioni topografiche e igieniche della contrada.

Questo io credo e ritengo. Ma l’affermare che le opere quali ora ivi si veggono di bonificamento e che verremo accennando, siano state già compiute da’ Romani e non altrimenti cehe rifatte dipoi in tempi moderni, è affermazione di scrittori locali, che, quantunque echeggiata da un dotto scrittore49, è priva di tutt’altro fondamento, che non sia una congettura, o una iscrizione falsa. Né mancano altri tra gli eruditi napoletani, che di codeste opere di bonificamento al bacino del Tànagro ne danno il vanto agli Elleni, che primamente, e innanzi ai Lucani, vennero dalle spiaggia jonie e tirrene ad abitare per questi luoghi! Ma i ragionamenti a cui si affidano, sono, per virtù di logica, siffattamente singolari, che gli è forza credere che in certi climi, o in certe epoche l’erudizione sia uno spegnitoio del senso comune50

Le opere di bonificamento a cui abbiamo accennato, sono queste precisamente. Oltre all’allineamento del corso del Tànagro dal paese di Sassano in giù, l’alveo, quando il fiume approssima al paese di Polla, ne è fatto più largo e ne è murata la spalla dell’una e dell’altra sponda: inoltre, vennero aperti da mano di uomo altri canali, ovvero alvei laterali. Questo tronco di alveo a sponde murate e allineate è detto il «Fossato» dagli abitatori della città di Polla51, i quali affermano che una iscrizione latina attestava che il «foxatum» era opera di Roma, e di Roma altresì il ponte a cinque archi che cavalcava il fossato. Ma la parola è dei bassi tempi; la iscrizione, a cui si accenna, è una creazione52 di dotti di epoca non molto antica; e basta la vista oculare della muratura sì delle sponde all’alveo e sì del ponte che lo cavalca, per persuadere che dessa è opera del tutto recente, ossia non più antica o di poco più antica del XVII secolo.

Se prima di questi tempi avesse esistito opera muraria romana alle sponde dell’alveo, nessuno può dirlo: e il trovarne la prova in un frusto d’iscrizione antica (e non falsa) ove non si legge altro che il nome di un Caio Luxilio e la parola stagno e l’altra di arma53, è fede maravigliosa che ci sia lecito di perdonare, rispettosi, all’amore di patria.

Io credo, che opere di bonificamento agli stagni del Tànagro furono fatte dalle città lucane nominate di sopra, non già dai Greci, di cui niente ci è noto: e Roma, unificata l’Italia, forse provvide anche, a spese delle città stesse. Quelle città erano municipii, cioè Stati, a così dire, indipendenti, che dovevano e potevano bastare a provvedere alle proprie utilità e alle supreme necessità locali.

Quando le avessero eseguite non può dirsi; ma è lecito congetturare che fossero almeno iniziate anche prima dell’intervento del pretore Popilio Lenate che fu console nel 622–132 a.C., e che nel suo famoso marmo itinerario, ripetutamente da noi ricordato, volle pubblicata Ia sua sentenza che i pastori cedessero agli agricoltori. I terreni un tempo acquitrinosi o paludosi non erano che giuncheti e campi di erbe palustri, non adatti che al pascolo di armenti, e non godute che da pastori. Ma quando venne procurato un più celere corso alle acque o incanalate, e colmati gli stagni, i terreni divennero acconci all’agricoltura: di qua lotta di classi. Il pretore Lenate diè leggi al pascolo errabondo di greggi invadenti i terreni atti alla semina; e poco dipoi Caio Gracco, famoso, venne a dividere questi stessi sanificati terreni ai coloni di Roma54: e questi nuovi arrivati, raccolti forse allora in colonia, è probabile avessero continuato a provvedere di opere acconcie il risanamento, finché la floridezza della città non decadde, e la civiltà non cadde del tutto alla venuta de’ barbari. Lì cadute, distrutte o imbarbarite Consilino, Àtena, Tegiano, Sontia, Marcelliana… i terreni tornarono stagni e paludi, là dove queste oggi non più esistono, ma dove le scovre la onomastica dei luoghi55.

Quali precisamente fossero le antiche opere di sanificamento io non so dire. Ma di sicuro può dirsi che l’avvallamento tra i due colli, pel quale oggi scorre allo scoperto l’acqua del «Fossato» di Polla, cioè il Tànagro, precipitando per le forre di Campestrino, l’avvallamento è manifestamente un fatto naturale; non già prodotto da mano di uomo.

La mano dell’uomo dové però rendere più basso o profondo l’alveo alla fiumana dal punto dell’avvallamento stesso all’insù, affinché si accelerasse lo scarico del tronco superiore di essa, e lo impaludamento durasse meno. Queste opere di scavamento dell’alveo accaddero, al certo, in epoche diverse: ed è dovuto a questo fatto se il Tànagro cessò dal correre naturalmente all’antico scarico delle «crive» da poiché il suo livello ne era fatto più basso. Se Plinio ricorda, come singolarità geografica, che il Tànagro, presso Àtena, scompariva sotto terra per risorgere più in giù, possiamo ritenere che fino ai tempi di Plinio56, il fiume Tànagro non avesse, per tutto il volume delle sue acque, l’uscita scoperta nelle forre di Campestrino.

Nel medio evo sorgono ivi i paesi di Padula, di Montesano, di Buonabitacolo, e i nomi indicano che ivi presso, specie a Padula, era un gran ristagno di acqua o padule; dal quale si gloriavano non inquinati gli altri due paesi dai nomi di buon augurio ora indicati. Di là non lontano è il paese di Sanità; e nei suoi campi è un posto detto il Lago, ed oggi lago non è. I grandi ristagni di acqua che erano ivi, nel primo medio evo, scomparvero all’azione naturale continua delle alluvioni di ghiaie e detriti dei clivi circostanti. Trovo scritto che qualche opera si fece ai tempi dei primi re Angioini57; surse allora, nel 1308, a piè della Padula, nell’alta zona del bacino, il nucleo primo di quella che fu poi la famosa Certosa di S. Lorenzo, fondazione di un Sanseverino conte di Marsico. Ma nella inferiore zona del bacino questo non restava di essere un lago, se nel 1525 fra’ Leandro Alberti, viaggiando per i luoghi, ricorda un lago di un due miglia di circuito da presso a Polla58, e se continuò il lago ad esistere, a notizia di scrittori dei primi vent’anni del secolo XVIII. Ma al cadere del decimosettimo secolo, un Capecelatro, feudatario di Polla, fece o tentò opere di allargamento al letto del fiume59 affinché delle stagnanti acque ne scaricasse un maggior volume. Un secolo dopo, queste opere si ripigliano, si proseguono, si migliorano, sotto l’indirizzo dell’architetto Carlo Pollio; ma non già che allora venisse aperto, come altri disse, il nuovo corso al Tànagro per le forre di Campestrino. Fu allora, invece, allineato il fiume per ben due miglia da Diano in giù: e la fossa, ovvero alveo, fu abbassata — depressa60 affinché le acque soprabbondanti del Tànagro e le altre incanalate nello stesso corso del fiume trovassero più ampia via e più celere deflusso alla valle sottostante. Questi ultimi lavori fecero pro, ma non del tutto risposero all’intento: furono ripigliati ai tempi murattiani, e continuarono ai nostri tempi con allargare la sezione dell’alveo e scavarne il fondo, per farlo capace di accogliere maggiore volume delle acque paludose.

NOTE

1. Lib. III, 11, 24.

2. DIODORO, lib. XIV, § 109, dice nell’Olimp. XCVII, anno 3°, cioò 390 av.C. — Vedi innanzi al cap. XIII.

3. È la proporzione che si rincontra esatta in talune minute cifre statistiche date da Cesare per i popoli dell’Elvezia (Bell. Gall. I, 16); e da Strabone per la gente dei Salassi, vinti e poi venduti da Augusto (Lib. IV, 315).

4. Per un esempio: nel frammento della grande iscrizione di Volcei, a che è del 323 d.C. (Corp. lnscr. Latin. X, n. 407) sono nominati, nel territorio di Volcei, quattro paghi, cioè: Pago Forense, Pago Norano, Pago Aequano, Pago Trasmaciano.

5. Corpus Insc. Latinar. vol. X, n. 444.

6. Satira VIII, v. 180.

7. Nel boschi di Basilicata oggi non esiste più l’orso: ma ai tempi di Roma imperiale era casigliano indigeno ai boschi del Vulture e dell’Appennino, se Orazio (Odor. III, 4) ricordando l’errar suo vagabondo da giovinetto pei boschi di Banzi, accenna alla maraviglia di quei di Acherontia e di Ferento, che egli si addormisse lì tra i boschi senza pericolo:

Ut tutu ab atris corpores viperis

Dormirem, ut ursis.

Ed Ovidio (Halieutic. 57):

Foedus lucanis pervolvitur ursus ab antris.

Anzi, venivano di Lucania gli orsi, che allo sbranar l’uomo nei circhi di Roma, sollazzavano i nipoti di Romolo. E Marziale, facendo dello spirito di cattiva lega, scriveva (De spect. 8):

Dedale, lucano cum sic lacereris ab urso

Quam cuperes pinnas tunc habuisse tuas!.

Quanto fossero diffusi per la regione anche al medio evo, si può indurlo dallo tante e tante denominazioni topografiche dall’orso che ancora esistono infisse ai luoghi. Gli ultimi rappresentanti della razza furono uccisi, a ricordo del nostri storici, nei boschi di Sanza, verso la metà del secolo XVIII. — ANTONINI, Lucan. II, 8. — TRYLI, Stor. gen. I, par. I, 105.

8. Corpus Insc. Latinar. vol. X. n. 290, pel marmo ancora esistente in Tegiano, ove viene detto «legge agraria». E n. 407, pel marmo ancora esistente in Buccino: ma questo è dell’anno 323 d.C.

9. Corpus Insc. Latinar. vol. I, n. 551, e vol. X. n. 5950. È la famosa iscrizione itineraria che disegna la strada da Capua a Reggio; le ultime linee dicono:

Eidemque Primus fecei ut de agro poplico Aratoribus cederent pastores forum aedisque poplicas Heic fecei.

Gli scrittori locali non contenti di questo decreto agrario del pretore Popilio (che fino a pochi anni fa gli eruditi dissero del proconsole M. Aquilio Gallo) si riferiscono ad un altro, che sarebbe ricordato da Marino Freccia, feudista del secolo XVI, il quale scrive (nel libro De subfeudis, pag 377, lib. 2°, Venez. 1529) di aver visto nella valle di Diano un marmo, su cui il Console destinato dai Romani a derimere le questioni tre pastori ed aratori, aveva fatto scolpire il suo decreto — ut pastoribus cederent aratores — ed aggiunge che nel marmo vi si leggevano alcune parole, tra cui quelle di Vallis rationis: onde è che la valle di Diano odierna egli crede si chiamasse Vallis rationis.

Riporto, qui in calce, tutto il passo, perché si trova riferito inesattamente da’ scrittori locali (MACHIAROLI, Diano e l’omonima sua valle. Napoli, 1868, p. 14)

Lib. II, p. 377: — Dum essem ego in Valle Diani inspecturus limites agrorum terrae praedictae et domoni Baronis Sancti Petri, Marmoreum quoddam saxum reperi, in quo quaedam legi poterant verba et vallis rationis legebatur, ob quam hodie vallis Diani Vallis rationi nuncupabatur (sic), dum inter pastores et aratores quaestio esset, quis eorum in eo agro potior esset in pascendo vel arando, destinato a Roamnis Consule decretum fuit ut pastoribus cederent aratores, et in eadem valle ingens copia pecudum a mensi aprilis pascua sumit.

Così nella stampa del 1529: ma parmi che qualche cosa vi manchi che renderebbe più chiaro il periodo.

Questi scrittori ricavano dalle parole del feudista archeologo due conseguenze; o sono, che un’altra e diversa quistione agraria era surta tra pastori e agricoltori, diversa da quella sedata dal Pretore del marmo (ancora esistente) di Polla: anzi l’acume divinatorio di uno di loro va tant’oltre, che scovre il nome del Pretore che decise a prò de’ pastori; e quel nome è Caio Luxilio: un nome che si trova inciso su un frusto di antico marmo in Tegiano. L’altra conseguenza è che la valle di Diano fu detta anticamente Valle della ragione o della giudicatura, siccome luogo destinato dai Romani ad un quissimile del «Tribunale dei Locati al Tavoliere di Puglia» secondo l’antico dritto pubblico del napoletano.

Ma esisté davvero l’altro marmo con quelle parole che disse di avervi lette Marino Freccia? Se vi fossero incise davvero, ricordiamo due cose, e sono: 1º che i Latini non ebbero la parola ratio nel senso che nell’italiano si dà alla frase — rendere ragione — per giudicare; 2º che presso i Latini arationes etiam dicebantur agri publici populi romani, gai aratoribus colendi dabantur impositis decumis. (Vocabol. ad. v.) — Dal che seguirebbe che, se le parole esistessero davvero, era da leggervi piuttosto vallis arationis o arationum.

Ma io non credo che esistessero: io non credo ad altro che ad un equivoco, ad un lapsus memoriae del celebre giureconsulto della costa di Amalfi. Il quale (è pure necessario notare questa strana particolarità) facendo, in quel luogo del libro, brevemente la storia del Tribunale della Dogana di Foggia, con l’intento manifesto di riattaccare la catena dei precedenti fino ai Romani antichi, fa precedere alle parole del passo in quistione, fa precedere — nientemeno! — che la iscrizione oggi esistente in Polla, dalla prima all’ultima linea: ma dice che essa si trova presso Telese, prope Thelesim ad basim, e che la ricopiò, lui, dal libro a stampa di Pietro Apiano, che infatti la pubblica con la indicazione topografica: In Principatu, ad basim. Singolare davvero questo doppio miraggio!

Io voglio ritenere Marino Freccia in buona fede. Ed è probabile che, citando egli di memoria, e non potendo ammettere che fosse identica cosa la iscrizione che ha sottocchi a stampa nel libro dell’Apiano e che crede di Telese, e quella che ricordava di aver letta un tempo sul marmo scoverto nel territorio tra San Pietro e Diano, è probabile egli fosse tratto da una di quelle allucinazioni psicologiche, non ignote agli scrittori, e spiegabili in virtù della associazione delle idee e della energia della fantasia, fosse tratto a ritenere che erano due e diverse le iscrizioni: e diversi, di conseguenza, i dispositivi delle due sentenze pretorie: epperò, se diversi, l’una doveva essere pro, l’altra contro agli agricoltori. Ed io preferisco di credere piuttosto ad un’allucinazione psicologica, che a mala fede dello scrittore fendista.

10. CALPURNIO: Egl. VII, 16:

Non tamen aequabit mea gaudia, nec mihi, si quis

Omnia Iucanae donent pecuaria silvae.

Ed ORAZIO: Ode 1ª, Epod.

Pecure Calabris, ante sidus fervidum

Lucana mutet pascua…

11. LUCILIO: Lib. 6, sat. 6:

Quem neque lucanis oriundi montibus tauri

Ducere sub telo validis cervicibus possunt.

12. ORAZIO: Satir. VIII, lib. II:

In primis lucanus aper: Ieni fuit Austro

Captus, ut aiebat coenae pater.

E in Sat. III. lib. II:

In nive lucana dormis ocreatus, ut aprum

Coenae ego.

13. CASSIOD. Var. lib. XI, C. 39.:

Hinc fuit ut montuosa Lucania sues penderet: hinc ut Brutii boum pecus praestarent… Erat quidem illis gloriosum Romam pascere. — Ved. Cod. Teod. tit. 37 de suariis.

14. VARRONE, 4, De Ling. Latin.: — Lucanicam dicunt quod militem a Iucanis didicerunt.

E a questo proposito ricorderò l’aneddoto, che Elio Sparziano riferisce dell’imperatore Caracalla:

… Et quum Germanos subegisset (Caracalla), Germanicum se appellavit: vel joco, vel serio, ut erat stultus et demens asserens si Lucanos vivisset, Lucanicum se appellandum.

E voleva dire (autobiograficamente): Un salame!

15. Va tra i frammenti, sparsi, di Sallustio questo che si riscontra in un antico scrittore:

Sallustius dixit de Lucanis, quod de vimine facta scuta coriis tegebant.

16. Corp. Inscr. Latin. X. n. 337, per Àtena; n. 445, per Laviano; 451, per Eboli; 113, per Potenza.

17. Molte di tali opere furono raccolte in un suo giardino dal benemerito arciprete Carlo Danio di Saponara che è onoratamente ricordato da tutti gli archeologi napoletani del XVIII secolo. I pochi avanzi di quella raccolta, pressoché distrutta, si veggono ancora oggi nell’orto stesso, che fu del Danio. — Del Danio si parlerà nella parte II.

18. Vedi Bull. Ist. Archeol. anno 1829, p. 151, su vasi scavati in Eboli con leggenda di cui più giù. — Ibid. a pag. 183 e seg. per altre località. — A Sala Consilina nelle Notizie degli scavi, 1897.

19. Se ne ha notizia in PIER VETTORI, Prose fiorentine, parte 4ª, vol. 4, lett. 68. — Per Anzi, vedi Documenti per la storia dei musei, etc. Roma, 1879, II, 2.

20. GERHARD dice:

«Santangelo (che fu poi il Ministro degli Interni del re di Napoli) mi fece consapevole, che negli scavi fatti in Anzi, si trovassero vasi imperfetti». Bullett. Ist. Archeol. 1829, come infra.

21. Bullett. dell’Ist. Archeol. anno 1829, p. 166 «sui vasi italo–greci». Credo opportuno di riferire tutto ciò che il Gerhard dice di Anzi e di Armento.

«… Negli alpestri paesi dell’interna Lucania usarono fabbricazioni diverse da quelle che nelle coste sul golfo tarantino furono in consuetudine. L’accennata raccolta del signor Fittipaldi in Anzi, la quale, oltre molti dei suddetti vasi a campana di pallida tinta, di comune disegno, e di poco rilevanti soggetti, ed oltre i bellissimi articoli di arte nolana, contiene non poche altre stoviglie, che sì per la vernice, forma e mole, sì pel disegno, si concordano assai con quelle delle Puglie, è priva nondimeno di vasi di quella maniera, che si ritrova nel gran vaso a campana del R. Museo (di Napoli) col dipinto della favola di Trittolemo, scoperto in Armento insieme colla celebre corona di oro (V. pagina 224) e che in altri pure a campana della stessa provenienza si rileva. Il qual fatto ci dimostra che in quella città (Anzi) l’artifizio (la tecnica?) delle fabbriche straniere meglio fosse adoperato (che dalla?) dell’arte indigena; e mi conferma nelle sovrapposte opinioni che Anzi avesse avuto la maggior parte de’ suoi vasi da esterni artefici colà (sic) residenti… Tanto i monumenti, quanto le notizie che da colà (Basilicata) mi pervennero, mi fan credere che, tra tutti i luoghi di Basilicata, Armento soltanto possedesse un giorno l’artifizio (la tecnica?) più perfetto, e forse il solo che, come proprio, potesse a questa provincia assegnarsi… I sepolcri di Armento, oltre i vasi a campana di buon disegno o con rappresentazioni svariate ed importanti, come quello di Trittolemo, somministrarono non poche delle più grandi foggie di Puglia: e specialmente un gran vaso, in cui combattimenti di Amazzoni sono figurati…»

Lo stesso, ivi, a pag. 170, accenna a grandi vasi scoverti a Missanello

«particolari nella diligenza dei lineamenti sottili, e rappresentanti più soggetti (siccome quella della favola di Perseo, in tre ordini distribuito), benché di un disegno anzi mediocre che no».

In un vaso trovato anche a Missanello era dipinto l’alfabeto jonico: e se ne parla nel Bullett. Istit. Arch. del 1875, p. 56 (V. nel Metaponto del LACAVA, pag. 123). — Di vasi trovati ad Eboli con iscrizione greca, in dialetto dorico (e diceva: II vaso è di Dionisio, figlio di Matalo), si parla nel Bullett. dell’Istit. del 1870, p. 151. — Altre notizie sono nel celebre «Rapporto Vulcente» del Gerhard, che è negli Ann. dell’Istit. del 1831.

22. RAYET et COLLIGNON, Histoire de la céramique grecque, Paris 1888, pag. 297.

23. Io debbo in proposito segnalare al lettore l’opera notevolissima del dott. G. PATRONI, di cui nella nota a pag. 464.

24. J. DE WITTE, Études sur les vases peints, Paris, 1865, p. 107. A pag. 100 dice:

«Il più gran numero di vasi della decadenza furono fabbricati nell’Apulia e nella Lucania. Ce ne ha di grandissime proporzioni; e questi grandi vasi si considerano come di lusso e di ornamento. Ma l’esagerazione della proporzione nuoce soventi alla eleganza delle forme…»

Dalla Histoire de la céramique grecque di RAYET et COLLIGNON, Paris, 1888, riferirò queste parole (pag. 310):

«Erano frequenti le relazioni commerciali tra le città dell’ltalia meridionale; epperò le officine di ceramica hanno esercitato un influsso reciproco tra loro. Nella Basilicata, l’antica Lucania, si rinvengono vasi che, pure appartenenti a fabbriche locali, hanno stretta parentela con quelli della Puglia. Le ceramiche del gruppo lucano si trovano, sopratutto, ad Armento, Anzi, Pisticci e Pesto: e quest’ultima pare sia stata un gran centro industriale della regione…»

«Però i vasi lucani, che la loro esecuzione meno accurata permette di attribuire ad epoca più recente, presentano particolari degni di nota. La terra è sovente di un rosso scuro; il color bianco vi è profuso; i dettagli sono delineati mediante una gradazione di giallo chiaro. Inoltre, certe particolarità delle vestimenta alle figure mostrano qualcosa di straniero all’ellenismo. Sopra un vaso del Museo di Napoli (Ann. Ist. 1865) è una scena (di frequente ripetuta) in cui due guerrieri ricevono le libazioni che offre loro una donna, sopra una patera. Essi portano degli elmi impennacchiati di tre grandi piume, con un vestito in tunica assai corta, che arriva appena all’alto delle coscie, ed ornate di rotelle in metallo; l’asta che portano in mano è ornata di banderuole. Anche il vestito della donna arieggia piuttosto a quello delle contadine di Terra di Lavoro e degli Abruzzi, che dei Greci. Tipi e costumi, senza dubbio, degli indigeni della Lucania, stirpe sabellica, che, come i Sanniti loro maggiori, ebbero un gusto prevalente per gli adornamenti brillanti e i colori smaglianti. Identici dettagli di costume si veggono nelle pitture delle tombe di Pesto, eseguite nel corso del IV secolo, che mostrano una curiosa mescolanza di stile greco e di elementi del tutto locali (Monum. ined. VIII, 21, Helbig, in Annali, 1865, 262). In esse i guerrieri portano anche gli elmi impennacchiati, le galeae cristatae, che Tito Livio ricorda come parte dell’armatura dei Sanniti» (V. al cap. XX, pag. 329: queste pitture sono nel Museo Nazionale di Napoli).

Cotesti vasi di stile misto si riferiscono agli ultimi tempi della dominazione lucana, che durò un secolo e mezzo. Nella seconda metà del V secolo i Lucani si impadronirono di Posidonia; Greci ed Oschl si mescolarono in pace: né il carattere ellenico della città fu modificato. Se le pitture murali, di cui è cenno, mostrano l’impronta del gusto (?) lucano, l’ispirazione e la tecnica è greca. Solo al cadere del IV secolo l’elemento lucano venne a prevalere…»

Gli autori conchiudono:

«Dobbiamo riconoscere le ceramiche di Basilicata come prodotto dell’industria indigena? Sono esse opera di vasai lucani cho ebbero adottata la tecnica greca? L’ipotesi non ha nulla che non possa essere vera; se si consideri che le pitture di Pesto mostrano, nei loro autori, una maravigliosa attitudine ad assimilarsi lo stile e la maniera degli artisti greci. Ad ogni modo, la industria locale non poteva sopravvivere gran tempo alla colonizzazione di Pesto, che nel 273 fu colonia latina».

25. A pag. 222 riferimmo le obiezioni, cui qui si accenna, del Collignon: ivi rimase in tronco la risposta, che venne data dal Patroni nella sua opera: La Ceramica italiana nell’Italia meridionale, memoria del dott. GIOVANNI PATRONI, premiata dall’Acc. di Archeol. lettere e belle arti (negli Atti della r. Accad. vol. 19, Napoli, 1898). In essa il valoroso scrittore archeologo scrive:

«… Lo stesso Winnefeld rileva la presenza dello stesso segno Ͱ sopra le monete di Metaponto. Inoltre il Ͱ è comune sopra vasi pugliosi, la cui origine tarantina è tutt’altro che dimostrata; e sul vaso di Missanello (v. pag. 461) si tratta di un H con la seconda asta verticale più corta: ma se pure fosse un segno assolutamente identico, la provenienza di Missanello (nel cuore della Lucania) starebbe più presto a dimostrare che il segno Ͱ non è esclusivamente tarantino. E lo troveremo anche su vaso campano. Il Kretschmer aggiunse a questi dati la presenza del segno Ͱ in iscrizione di Heraclea, fondata da Taranto, di Crotona, di Asculum, e nella epigrafe osca presso Mommsen (Unter. Dial. 215, 1)».

26. Op. cit. pag. 111.

27. Op. cit. pag. 112.

28. Per fora et conciliabula. LIVIO, lib. IX, dec. IV, 14.

29. Lib. III delle Selve. — È stato detto che sua patria fosse Velia.

30. Dalla lettera di Cassiodoro (Variar. Lib. VIII, 33) ricordala nel testo, si ha che una grande fiera o mercato si assembrava, alla festa del natale di S. Cipriano, in luogo amenissimo, suburbano alla città di Consilina: luogo che parrebbe detto della Leucotea (Lucaniae concentus, qui prisca superstitione Leucothea nomea accepit). Quella lettera è notevole per parecchi riflessi. Alla fiera traeva numeroso concorso di popoli, dall’Apulia, dal dai Calabri, dai Brutii, dalla Campania: attendamenti temporanei di fresche frondi ne accoglievano le genti e la ingente massa e varia di merci, di derrate, di bestiame. Nella esposizione delle merci a baratto lo scrittore annovera

«fanciulli e fanciulle, di vario sesso ed età, che non Ia loro schiavitù porta al mercato, ma sì la loro libertà stessa, giacché i loro genitori (merito!) ben li mettono In vendita, in quantoché la condizione di famulato è ad essi giovevole; non essendo dubbio che migliorano di sorte i servi che dal lavoro dei campi si tramutano ai servizii della vita cittadina».

Oh si! Era, dunque, come alla città della nota Operetta, un quasi ufficio di collocamento, una borsa di lavoro!

Questo assembramento di commerci che si teneva in luogo detto Leucotea, dalla bianchezza delle acque limpidissime di una fonte, come pensa lo scrittore, era tenuto per la festa del natalo di S. Cipriano. Ora il natale dei Martiri, che era quello di loro morte cruenta, cade per San Cipriano al 16 settembre.

Che il luogo di questa grande fiera fosse in un qualche punto della vasta pianura al piè del colle dell’odierna Padula, deve, ormai, essere fuori contestazione; poiché il recente marmo, ivi scoperto, rende incontestabile che il posto di Consilina città fosse appunto sul colle presso Padula (vedi a pag. 498). E di qua io non mi pèrito di affermare che all’antichissima fiera di S. Cipriano, a metà settembre, nel luogo per bianchezza di terre anzi che di acque detto Leucotea, raffronta, per luogo e per tempo, la fiera detta di S. Bruno, già insigne di larghissimo concorso, che ancora oggi si raccoglie pei campi presso la grande Certosa, a piè del colle di Padula, non lontana, anzi prossima, a luoghi, che la bianchezza del calcare montanino fa dare il nome di arena bianca al piccolo villaggio che vi è surto a mezza costa: — e raffronta, quasi alla medesima epoca dall’antica, la fiera del 2-6 ottobre, che è la festa di S. Bruno. Io non dubito che anche questa propaggine dei tempi moderni abbia fònda radice nell’antlchità remota!

31. V. pag. 167.

32. Eccone la indicazione specifica. Ad ÀTENA, nella valle di Teggiano, l’ECKEL (Doct. nummor. veter. I, 151) attribuisce la moneta che descrive così:

Caput Palladis; pone quatuor globulis ATINIΩ (retrogrado) noctua stans; in aream vas et glob. Æ III.

Ed aggiunge:

Similes typos habet etiam numus quem Rybastinis Apuliae tribuimus.

Altri la dicono o falsa, o di altri popoli e non di Àtena.

A CONSILINO il SESTINI attribuiva la moneta dalla leggenda spezzata NYΛ-KOΣI in mezzo ad una ghirlanda, che il MILLINGEN, invece, leggeva NYΛKOΣI. Il dubbio è piuttosto a quale Consilino appartenga, se a quello di Lucania, o all’altro nei Bruzii, presso Caulonia.

Dei popoli di URSENTO si conoscono tre tipi di monete in bronzo:

1. Testa di Diana faretrata — Apollo nudo in piedicon tra mani patera ed arco. OPΣANTINΩN. 2. Testa giovanile, coronata di edera: in monogramma XPY — Cerere in piedi: tra mani spighe e fiaccola. OPΣANTINΩN. 3. Testa di donna — Donna seduta con in grembo un bambino. OPΣANTINΩN. (Nel SAMBON, op. cit.). V. APPENDICE al cap. X di questo volume.

33. Uno dei tipi delle monete GRUMENTINE è descritto da ECKEL: Caput muliebre ΓPY Equus saliens: ae. III: l’attribuisce a Grumento; e così altri. Ed ECKEL aggiunge queste parole che a me occorre di riferire:

Numum hunc vidi Romae in museo abatis Chaupy: non dubitabat vir eruditus isti eum Lucaniae urbi largiri, cum praeterea prope eam reperiri illum contingerit. In eadem sententiam seriam fuit etiam A. Combius, qui numum similem ex museo Hunteriano vulgavit.

Il GARRUCCI attribuisce cotesto conio a Grumo Appula.

Alla notizia del Chaupy presso l’Eckel, io debbo aggiungere che in scavi fatti nell’ottobre 1898 in Paterno di Marsiconuovo (contrada campestre a poche miglia distante dall’antica Grumentum) è venuta fuori un’altra delle monete grumentine col tipo del cavallo e Ia leggenda ΓPY: dessa oggi è conservata nel museo provinciale di Potenza, cui volle darla in dono lo scovritore di essa, A. Greco.

Il tipo del cavallo brioso sarebbe quasi un’arme parlante (?) da χρεμετίζω, nitrire. Un altro conio porta: Testa maschile a dritta — Bue cornupeta, e di sopra ΓPY. Il Garrucci scrive (pag. 119): «Io non so spiegarmi come nelle più alte (?) e fredde montagne della Lucania si voglia collocare la sede di cotesta zecca, lasciandosi indurre da una immaginaria etimologica origine di γρy quasi da Κρύμοεις (Niebhur)… Il Minervini pensa che i tipi del toro corrente e del cavallo confermano la congettura che Grumento di Lucania fosse colonia di Turio». — Lasciamo pure da parte questa sottile congettura del Minervini: ma che valore possiamo dare ad un ragionamento che negherebbe dritto di monetaggio od autonomia ad una città solamonte perché posta tra alte e fredde montagne? E fosse vero! Dessa è posta in amena pianura sulla destra del f. Agri: città per imponenti reliquie di fabbriche, ancora oggi notevole.

34. Eccone la descrizione numismatica, secondo le tavole del Carelli (Ap. FABRETTI, Gloss. Ital. CCLXVIII):

1. Caput Martis galea tectum — ΛOYKANOM: Pallas galeata stolata irruens dext.

2. Caput Joriv d. — ΛOYKANOM: Aquila stans.

3. NIKA: caput muliebre sin. — ΛOYKANOM: Juppiter nudus gradiens d. elata fulmen intorquet. (Vedi cap. VIII).

4. Caput Herculis d. — ΛYKIANON: Pallas galeata stolata irruens dext.

5. Caput Jovis d. — ΛYKIANON: Aquila stans.

6. Caput Victoriae alatum diadematum. — Jupiter vitis bigis: in exergo ΛYKIANON. (Vedi cap. VIII).

35. Egli scrive:

Ut iidem (Lucani) perversa ortographia in praecentibus numis dicere se poterant Λουκανους pro Λευκανους, ita errore altero se se dixisse Λυκιανους, dictione hac sponte ex adoptato semel Λουκανοι Latinorum fluente, vetere inter Y Graecorum et V Latinorum concordia; nam quod Graeci μυς, κυβος, idem Latini dixere mus, cubus… Et in numis Cretae Lupus Procos, scribitur graece ΛΥΠΟΣ. (Doctrina numorum veterum, tom. I, pag. 150).

Ma qui la difficoltà vera non è avvertita: la difficoltà non è nella prima sillaba di Lycianos, ma nella seconda.

36. Indicherebbero la direzione di questa strada le colonne miliarie trovate pei campi di Lavello, di Melfi, di Venosa, di Lagopesole, di Marsico nuovo; e riferite nel Corp. Ins. Latin. X, nn. 6966 e 6975. — In quelle di Venosa e di Lagopesole vi si legge il nome della via e di Massenzio, che viam Herculiam ad pristinam faciem restituit. (anno 311 d.C.).

Nei campi di Sala (Consilina) venne fuori un’altra colonna dei tempi costaniani (v. Corpus ecc. n. 6973). E da questa traggo argomento che dal prossimo Marsico nuovo, un ramo, passando per Consilinum (Padula) scendeva nel vallo di Tegianum, attaccando colla via Popllia, presso a Marcelliana. — Di questo ramo è traccia nella Peutingeriana.

37. Perché i primi editori della iscrizione avevano supplito la prima linea col nome di M. Aquilius M.F. Gallus procos.

38. Della lapide di Polla ecco la lezione del Mommsen, nel C.I.L. X, n. 6950 —: la prima linea è supplemento.

VIAM . FECEI . AB . REGIO . AD . CAPUAM . ET

IN . EA . VIA . PONTEIS . OMNEIS . MILIARIOS

TABELLARIOSQUE . POSEIVEI . HINCE . SUNT

NOUCERIAM . MEILIA . LI . CAPUAM . XXCIIII

MURANUM . LXXIIII . COSENTIAM . CXXIII

VALENTIAM . CLXXX/ . AD . FRETUM . AD .

STATUAM . CCXXXI/ . REGIUM . CCXXXVII

SUMA . AF . CAPUA . REGIUM . MEILIA . CCCXXI/

ET . EIDEM . PRAETOR . IN

SICILIA . FUGITEIVOS . ITALICORUM

CONQUAEISIVEI . REDIDEIQUE

HOMINES . DCCCCXVII . EIDEMQUE

PRIMUS . FECEI . UT . DE . AGRO . POPLICO

ARATORIBUS . CEDERENT . PAASTORES

FORUM . AEDISQUE . POPLICAS . HEIC . FECEI

39. Ecco le indicazioni dell’Itinerario Antoniniano:

A.

A Mediolano per Picenum ad Columnam.

Venusium civitas 31. M.P. XXVIII.

Opino M.P. XV.

Ad fluvium Bradanum XXIX.

Potentia M.P. XXIIII.

Acidios M.P. XXIIII.

Grumento M.P. XXVIII.

Semuncla M.P. XXVII.

Nerulo M.P. XVI.

Summurano M.P. XVI.

Caprasis M.P. XXI.

Consentia M.P. XXVIII.

B.

Ab Urbe, Appio via, recto itinere ad Columnam.

Nuceria M.P. XVI.

In medio Salerno ad Tanarum (al. cod. Canarmn) M. P. XXV.

Ad Calorem M.P. XXIIII (*).

In Marcelliana M.P. XXV.

Caesariana M.P. XXI.

Nerulo M.P. XXXIII.

Summurano M.P. XIIII.

Caprasis M.P. XXI.

Consentia M.P. XXVIII.

(*) Qui lo errore tipografico è manifesto. L’Ortelio scrisse già le parole: ad Calorem inclusa aliena manu sunt. Il Romanelli emendava l’ad Tanarum in ad Silarum. Mommsen, invertendo l’ordine delle linee, mette prima la stazione Ad Calorem e poi l’ad Tana(g)rum. lo accetto la inversione: però osservo che tra il f. Calore e il f. ci è di mezzo il grande groppo dell’Alburno, che dal Calore obbligherebbe la strada ad un tortuoso, lungo ed inutile percorso, per risalire al Tanagro. La soluzione che presento nel testo parmi che, rispondendo a dati di fatto certi, elimina difficoltà.

C.

A Capua Equo Tutico.

Mediolanum M.P. XXlII.

Baleianum M.P. XII.

Ad Pinum M.P. XII.

Ypnum M.P. XXXII.

Caelianum M.P. XL.

Heraclia M.P. XXVIII.

Ad Vicesimum M.P. XXIIII.

Turios M.P. XX.

D.

Sub Romula M.P. XXII.

Ponte Aufidi M.P. XXII.

Venusio M.P. XVllI.

Ad Silvium M.P. XX.

Sub Lupatia M. XXI.

Idrunto M.P. XXV.

40. Corp. Ins. Latin. — Vol. X: Regio III, passim.

41. Ibid. n. 333, in Àtena.

A. Antonius Horus Aedem Matri Magnae et porticum qui est ante aedem et cellam Sacerd. ab solo pec. sua fec. D.D. cujus dedicatione Decurionibus et Augustalib. et Populo crustum et muls. ded.

42. È non lontano da Buccino, presso alla stazione detta di Ponte San Cono, sulla ferrovia Eboli-Metaponto. La iscrizione, reincisa sul marmo modernamente, esiste in doppio alle due spalle del ponte. Dessa è autentica, benché il Magnoni volle crederla falsa, per sospetto alle frodi dell’Antonini che prima la pubblicava. — È nel Corp. Ins. Latin. vol. X, N. 411.

43. Il ponte a cinque archi sul Tànagro, presso Polla, non è opera di molto antichi tempi, ovvero romana, come dicono scrittori del luogo. Il Lenormant lo disse di «costruzione romana, ma fortement remaniée» (II, 78). Del ponte di Siglia, il Lenormant stesso disse opera romana il solo primo arco dal lato di occidente: il resto è ricostruzione medievale. Anche il ponte presso Controne è detto meno antico dal valoroso scrittore e geologo prof. Cosimo De Giorgi, nel suo libro di escursioni nel «Cilento».

44. Parecchi altri, che si credettero opera romana, non sono. Tale il bellissimo ad ampio arco di ponte sull’Agri, tra Spinoso e Montemurro, di cui preparò la rovina la secolare incuria amministrativa, finché venne giù per impeto di acque nell’ottobre 1857. Desso era opera del secolo XV: e mi piace qui riferire la iscrizione che vi si leggeva fino al 1708:

Tertio idus julii 1440 collato aere civium Spinusii et Montis Marri Faber Marinus Milone Civitatis Cavae incepit Kalendis vero octobris anni currentis 1444 complevit. Posteri orate pro nobis Deum.

Nel giornale Il Poliorama Pittoresco di Napoli, del 1856, è la figura del ponte, scomparso.

45. Cifre esposte in una relazione ufficiale del Ministero dei lavori pubblici, dal titolo: Sulle bonificazioni idrauliche italiane — Cenni monografici. — Roma, 1878, in fol. pag. 91.

46. Nei Cenni monografici suindicati si dice che «il principale di quei meati sotterranei è detto Vasiente». Da βῆσσα, valle e quindi apertura; o βασσα, da βᾰθύς concavitas. (Greci-bizantini ebbero stanza a Polla. Vedi in seguito alla Parto II, capitolo IV). — Crive, primitivo perduto, donde l’italico diminutivo crivelli. — Grava, parola del b.I. in significato di fossa (Ducange, ad v.) dal tedesco graven, fodere. Di qua il franc. graver, incidere, ravine, burrone; l’italico Gravina, ecc.

47. PLINIO, Hist. nat. II: In Atinate campo fluvius mersus post XX m.p. exit. Invece, il corso sotterra non avrebbe che un paio di chilometri, su per giù.

48. Vedi al cap. XX.

49. LENORMANT, À travers l’Apul. et la Lucanie, II, p. 78:

«Le canal transversal qui rassemble toutes les eaux du bas de la vallée pour les diverser dans le lit de la rivièro est aussi l’oeuvre des Romains».

50. Ecco, per es., quanto scriveva il sig. CORCIA, Op. cit. III, p. 101. Egli suppone, innanzi tutto, che Tegiano prossimo a Polla sia fondazione «pelasgica» dei coloni della Beozia, e dice:

«Tutti i nostri scrittori accennano come un artifizio della natura il sotterraneo canale nel quale il Tànagro scomparisce: ma i maravigliosi emissarii, gli argini, i canali ed altre simili opere idrauliche costrutte nella Beozia, danno a credere, che una qualche opera simile ebbe ad essere il cunicolo già detto»!

Non meno leggermente il Lenormant, che dice aver visitato i luoghi, quando scrisse:

«La caverna (di Sant’Angelo a Pertosa, cioè quella onde sgorga in massa di acqua che si crede del Tànagro da Polla) la caverna è interamente (!) scavata da mano di uomo: dessa forma lo sbocco di un tunnel artificiel exécuté par les Romains» (Op. cit. p. 83, II).

Un’affermazione recisa, quanto maravigliosa! — Ma basta avvertire al dislivello tra Polla e Ia caverna per comprendere che un cunicolo scavato da mano di uomo tra quei due punti estremi e prossimi è assurdo. E se non fosse assurdo, sarebbe inutile. A che scavare un cunicolo, con la pendenza a precipizio, quando si avrebbe raggiunto lo stesso scopo mediante un canale qualsiasi aperto, con poco sforzo, al fianco del collo o monto di Polla nella forra di Campostrino? — Io metto in conto di Lenormant viaggiatore, non di Lenormant archeologo questi granchi a secco. E alla celerità del viaggio è dovuto l’altro suo concetto (Op. e luogo cit.) che trova la spiegazione del virgiliano — et sicci ripa Tanagri — in quel «tunnel artificiale che scavato da’ Romani» fece restare a secco un protoso antico letto del Tànagro. Questa fu opinione venuta giù da quel nostro buon abate Troyli, che ebbe il criterio critico in ragione inversa della molta erudizione del suo gran carro a bagaglio denominato Istoria generale del Reame di Napoli (vol. I, par. I, pag. 85). VIRGILIO ricorda nelle Georg. III, v. 151, l’assillo che travaglia gli armenti del monte Alburno e de’ boschi sul Silaro, sicché ne echeggiano, ai muggiti furiosi, silvaeque, et sicci ripa Tanagri: e il Tànagro del vallo di Diano è distante ancora un tratto, ma un bel tratto, dall’Alburno e dal Silaro. Dove il Tànagro si versa nel Silaro o Sele, il letto si slarga siffattamente in un lago di ciottoli e ghiaia, che la fiumana, alla state che ne scema le acque, pare del tutto scomparsa, da poiché la si raccoglie tutta presso la sinistra ripa ombrata di vetrici e carpini. A chi guarda dall’alto, e in distanza, pare davvero un letto di fiume essiccato.

51. Fossatum, posterioris latinitatis vox est; et significat vel fossam, vel munimentum fossa factum. È l’autorità del Vocabolario! e fa appuntino al nostro caso.

52. Conf. Corpus Ins. Latinar. vol. X, n. 69*, e il LENORMANT, Op. cit. II, p 79. L’iscrizione diceva: Pontem et Foxatum Roma P. fecit. (al: Romani f.) Il Lenormant interpreta il P. per publice; io vi scorgerei un esametro, che direbbe: Pontem et Foxatum Romana Potentia fecit.

53. È nel Corpus suddetto al n. 293; e porta solamente: C. Luxilio AIdem Stagno (sic)… Idem arma… Su questo tanto di pietra può elevare un edificio? Eppure anche il Lenormant, viaggiatore, lo mette in fabbrica!

54. Vedi nel capitolo seguente.

55. È chiarissima nei nomi degli odierni paesi di Padula (palude), di Montesano, di Buonabitacolo.

56. Argomento, per vero, di limitato valore: anche oggi libri o scrittori dei nostri tempi continuano a dire che il Tànagro scomparisse a Polla e ricomparisse a Pertosa, senz’altra spiegazione.

57. Leggo nel BIANCHINI, Storia delle finanze del R. di Napoli (lib. III, cap. V) che scrive:

«Nel registro di Carlo II del 1306 si veggono certi ordini per togliere, a spese del conte di Marsico e delle vicine Università, gli ostacoli che potevano opporsi al libero corso del fiume nel vallo di Diano: le acque del fiume impaludandosi rendevano malsana l’aria, e impedivano che si coltivassero le terre».

58. LEANDRO ALBERTI, Descriz. di tutta l’Italia. Venezia, 1596.

59. GATTA, Lucan. illustr. pag. 35. — Ettore Capecelatro, duca di Siano, signore di Polla, tentò, al cadere del secolo XVII, alcune opere che latum aquis praebuere alveum, come diceva una iscrizione che poi non fu messa perché l’opera rimase incompiuta. — Conf. GIUSTINIANI, Dizion. ad v. Diano.

60. Questo emerge dalla iscrizione, che Niccolò Vivenzio, avvocato fiscale, ne compose e che io leggo nel GIUSTINIANI, Op. e luogo citato:

A clivo Dianae ad montem Pollae… Fossa per millia passuum II — Rectaq. adversos per montes et saxa — Ingenti molimine depressa — Qua exundantis Tanagri — Et circumsurgentibus jugis dilabentes aquae — In subjectam vallem profluerent… An. MDCCXCVI.

Parte I - La Lucania

CAPITOLO XXII

TOPOGRAFIA ANTICA DELLA REGIONE

La notizia delle sedi, che le popolazioni lucane occuparono fino alla trasformazione barbarica del mondo romano, dovrebbe essere la parte meno oscura e più largamente conosciuta del loro passato, dapoiché i maggiori lavori dell’archeologia napoletana si concentrarono appunto sulla topografia degli antichi popoli della bassa Italia: ma ciò non è vero che in parte. Dopo l’opera amplissima, e pel suo tempo accurata, del Cluverio nel secolo XVII, poco ebbe ad aggiungere alla esatta notizia dell’antica topografia della bassa Italia l’erudizione napoletana del secolo XVIII; e nell’ora trascorso secolo altresì, che pure nella prima metà ebbe raccolte quasi tutte le sue cure intorno alla numismatica ed alla topografia. Qualche punto oscuro o dubbio, per verità, è chiarito; qualche congettura è rettificata: non pertanto il campo non è sgombro d’altre congetture, d’altri dubbii; né mancano lacune che riempirà forse l’avvenire, quando i trovamenti, o fortuiti o domandati espressamente alla terra avranno messi alla luce titoli e monumenti, che la certezza della storia desidera ed aspetta.

Noi tratteremo brevissimamente questa parte del nostro subbietto per tutto ciò che è fuori contestazione e riconosciuto.

I popoli Eburini, i primi dei Lucani mediterranei, che si incontrano alla destra del fiume Sele, ebbero sede nell’antichissima Eburum, che risponde all’attuale città di Eboli. Meno di un duecento passi dall’odierna città si veggono ancora alcune reliquie di costruzioni a massi poligonali, che erano parte delle fortificazioni della città antica1. Fu una delle più remote sedi di abitazione umana; se egli è vero che le antichissime genti di razza celto-iberiche, che si dissero Siculi lasciarono ivi orma di loro passaggio, secondo che ci fu dato arguire dall’onomastica topografia. La stessa posizione della città prossima al Sele dové farla una delle prime conquiste e accasamenti dei Lucani, che ne cacciarono i più antichi abitatori. Se poi gli Elleni delle spiaggia posidoniati vennero a stanziare fin là, non si può affermarlo; ma non mancano trovamenti nelle sue campagne di antichi sepolcri con suppellettile ceramica che indica gente greca, i quali furono forse di piccole colonie o di singoli individui di stirpe italiota, ivi residenti2; altro non si può concludere, per ora. Non si conoscono monete di questa città.

Essa doveva avere un contado, o circondario di minori aggregati di gente, che costituivano quello che gli antichi dissero popoli Eburini: ma più di così, nulla ci è noto.

Vulceium

Prossimi ad essi, i popoli Vulcentani o Vulceiani abitarono Vulceium, che risponde all’odierno paese di Buccino. Nelle sue vicinanze si veggono ancora gli avanzi di costruzioni a poligoni irregolari: e su di essi è parso di scorgere scolpito l’emblema del fallo, che pure si è intraveduto su per altre costruzioni simiglianti nel paese del Lazio e de’ Volsci. Fu anche questa, a nostro avviso, stazione antichissima di gente celto–iberica: e ne fu fatto cenno più innanzi3. La città ebbe importanza al tempi dell’impero, come la sua letteratura epigrafica dà argomento a credere. Forse in questa città ebbe sede la famiglia, che fu certamente di origine lucana, di quel Bruzio Presente, la cui figlia Crispina fu moglie a Commodo Imperatore4.

Paghi di Vulceium

Aveva intorno buon numero di paghi. Di quattro di essi si ha il nome in un titolo epigrafico di tempi costantiniani che ancora esiste in Buccino5; e sono il pago Forense, il pago Norano, il pago Aequano e il pago Trasmunc(iano). Nello stesso titolo è ricordato il fondo Sicinianus: e non è dubbio che ad esso risponda (come già fu avvertito da altri) il prossimo paese di Sicignano. Ma anche gli odierni paesi di Laviano, di Colliano, di Ricigliano6, come indica la uscita del nome, furono vichi o gruppi di case coloniche dei tempi romani, in dipendenza di Vulceio. Non altrimenti pel prossimo San Gregorio; ove la denominazione della contrada di monte Vetrano indica manifestamente (come in seguito sarà chiarito) che ivi esisteva un paese abitato7.

La moderna denominazione del paese non è altro che il diminutivo di Vulceino, onde Vulcino e Pulcino nelle carte del medio evo8. Al cadere dell’Impero, quando le antiche città già stremate di floridezza e di popolo furono distrutte o disfatte dai barbari, le scemate e mal difese popolazioni, abbandonando l’antico posto, si traevano a’ prossimi monti, o a prossimi luoghi più acconci a difesa. La nuova città che sorgeva, in condizioni di popolo, di fama, di civiltà tanto diminuite, non lasciava sempre l’antico nome; bensì questo, rispondendo alla nuova condizione delle cose, veniva a prendere la flessione del diminutivo. Gli esempii sono numerosi e significativi9.

Numistro

A settentrione, e prossimi a Vulceium, erano i popoli Numistrani; e la città, capo del loro contado, che fu Numistro, sedeva nelle vicinanze del paese che oggi è detto Muro Lucano. Non si hanno argomenti sicuri dell’identità topografica, ma è molto probabile. Nella enumerazione di Plinio i Numistrani pare fossero a confine coi Vulcentini e con gli Ursentini; e nel territorio di Muro esistono reliquie di antichi paghi, e si scovrono anticaglie e marmi letterati10. Ad un due miglia lontano dall’abitato, nella contrada detta «Raia S. Basile», sono vestigie di antiche costruzioni a grossi poligoni di sagome irregolari, soprapposti l’un l’altro senza cemento; e questi è a ritenere reliquie di un arx dei tempi remotissimi, anteriori ai Romani. Lì propriamente dovè essere il posto dell’antica Numistro; la quale, ad ogni modo, era non solo tra i Lucani e non molto discosta dall’Apulia, anziché nei Bruzii11, ma era prossima ai Vulcentini.

Urseium

A confine coi Vulceutini e coi Numistrani, io allogo i popoli Ursentini.

Dell’antica Ursentum è ancora dubbio il posto; è dubbio per me il nome stesso della città12; di certo non altro avanza che qualche rarissima moneta su cui è il nome degli «Ursentini»13. Seguendo una mezza analogia di parole, alcuni allogarono la città nel villaggio di Orsomarso, tra i confini di Calabria e Basilicata al versante tirreno; altri, con maggior seguilo, a Contursi, che è infatti non lungi da Buccino. Ma Contursi è denominazione medioevale dei tempi longobardi, rispondente ad un Castrum Comitis Ursi14: d’altra parte, le denominazioni topografiche moderne dal tema di «Orso» sono frequenti presso di noi, e numerose.

Io credo, che i popoli Ursentini stanziarono nel territorio, che è intorno e tramezzo ai due paesi odierni di Vietri di Potenza e di Caggiano. Testimonianze di antichi abitatori per quei territori non mancano, grazie a scoverte di epigrafi e di altro genere anticaglie.

Ma dalla stessa nomenclatura topografica d’oggigiorno le prove risultano copiose, e per me evidenti, l.e parole di «Vietri, di Vetere, di Vetrano, di Avetrano, o Vetrana, o Vetrice, o Vecchio, o Antico» infisse a punti topografici, sono denominazioni-indice: esse mostrano senza alcun dubbio, che ivi era il posto di «antiche» città, ovvero vichi, o fori, o castelli, o luoghi «anticamente» abitati. Oltre che il nome stesso di Vietri al paese odierno è già argomento dell’antichità sua, si trovano nel suo territorio, a un due chilometri in linea retta al nord-ovest dell’abitato, il luogo detto «Vetranico», e un po’ più discosto, verso il nord-est, l’altro che è detto il «Vetrice»; che io credo indubbiamente sedi di antichi paghi, o antiche abitazioni di popoli, probabilmente Ursentini. Confina al territorio di Vietri quello di Caggiano (due paesi a brevi distanze tra loro); e nel territorio di quest’ultimo, non più che un tre chilometri discosto dall’abitato, è al sud-est, verso la contrada detta il «Casale» l’altra contrada che è denominata «Veteranurso»15. Tra il Casale e Veteranurso è una contrada che è detta «Tempa di tiesti»; e qui è accertato che furono rinvenuti antichi sepolcri in mattoni e accenno di antiche fabbriche16, e ben si sa che la parola tiesti del dialetto equivale a cocci di terra cotta. Altri indizi di antichità sono le denominazioni stesse dei paesi Caggiano, Balvano, Romagnano, nonché Satriano (oggi diruta città), che circondano intorno intorno il territorio di Vietri. Tutte pruove per me che ivi erano sedi di popolo frequente, sparso per ville e città. Che quel popolo fosse degli Ursentini non ho prova diretta; ma in difetto di ogni altro spiraglio di luce che ci guidi a stabilire il posto dell’antica città, basta, mi pare, la denominazione topografica di «Veteranurso» nelle vicinanze di Caggiano, e la certezza dell’incolato colà di antiche genti17.

Né si opponga (quanto a Vietri di Potenza) che questo nome risponde non a città, ma ai Campi Veteres che sono ricordati di tal nome in Tito Livio, là dove cadde morto in imboscata traditrice il console Sempronio Gracco. Altrove abbiamo esposte le ragioni intrinseche, per cui quei famosi «Campi» non potevano essere a Vietri18; e passo oltre.

Fiume Tanagro

Tutte queste città erano poste per l’alta valle del fiume Silaro, e prossime ai corsi di acque che si scaricano in esso, e che prendono il nome di Platano, di Botta o di Bianco. Il primo è nome di antiche origini, e forse anche il secondo19; l’ultimo è così detto sia perché corre per letto di pietra satura di carbonato di calce, sia per contrasto al fiume «Negro» nel quale il Bianco si scarica. Il Negro, promiscuamente e in istile nobile è detto col nome antico di Tànagro; e questo io penso sia derivato dal τέναγος greco20, che risponde preciso alla condizione topografica antica; poiché significa appunto «un luogo paludoso per limo, carici ed acque stagnanti» com’era il bacino del Tànagro nei remoti tempi, prima che esse fluissero di corso regolare e abbondevoli tanto entro ai meati sotterranei naturali presso l’odierna Polla, quanto per quei lavori che eseguirono in lontani tempi le floride città lucane circostanti, come fu detto nel capitolo precedente. Dopo le antiche opere di sanificamento le acque delle scomparse o diminuite paludi, raccolte o avviate che furono per l’alveo creato o depresso, avvivarono il corso perenne del fiume; il quale prese allora, com’è naturale, il nome stesso che aveva la palude, di cui era e il prodotto e lo smaltitoio.

Sontia

Nella valle superiore di questo fiume, la quale si dilarga in un bacino amenissimo, furono le sedi antichissime dei popoli Atinati, Tegianesi e Sontini. Di Sontia, che era la città di questi ultimi popoli, non resta niente più che il nome nell’odierno paese di Sansa21. Tutto perì! E se la mancanza di qualsiasi vestigio o ricordo di anticaglia non è prova valevole, pure potrebbesi arguire che la città non ebbe incremento di coloni dopo i tempi della repubblica romana, come avvenne per tutte le altre città antiche lucane, forse perché l’aria inquinata dai paludi sottostanti alla città22 e dagli altri non molto lontani stagni presso al fiume Calore, ebbe a respingere di là ogni novello arrivo di gente, ed esinanire ogni virtù prolifica nell’antico suo popolo. Non si ha di essa né marmo scritto, né moneta, né cenno che fosse colonia o prefettura. Forse l’aria pestifera era già sovrana, quando la regione fu sottomessa ai Romani.

Tegianum

Questo non accadde per le città di Tegianum e di Àtena, che erano prossime anche alle acque ristagnanti dello stesso bacino. Benché non sia ancora noto per titoli o monumenti sicuri che il nome dell’antica città fosse Tegianum, pure è nota per titoli la respublica Tegianensium23, e questo, nonché il nome moderno di Diano a cui risponde l’antica città, fanno certi del nome antico della città stessa24. Che questa fosse situata nel posto appunto che oggi occupa l’abitato di Diano o Tegiano, si argomenta, a giudizio di Mommsen25, da alcune assai grosse basi di pietra esistenti nella città odierna; le quali avendo fatto ufficio di sostegno alle antiche statue di imperatori poste per decreto dei decurioni, non è presumibile che dalla sottostante pianura fossero state trasportale ove è Diano sul colle. Ma è prova anche più concludente questa, che ancora è dato di scorgere nella cerchia della città odierna le fondamenta di due antichi tempii, e di un anfiteatro, o teatro od odeone che sia26. Le reliquie di antiche ed eleganti opere architettoniche che furono scoverte a piedi del colle non bastano a provare la verità delle opinioni di scrittori locali, che la città di Tegianum sedesse piuttosto nel piano, alla contrada detta oggi di San Marco; come non basterebbe per vero a sostenere la tesi opposta la considerazione che l’aria palustre, di più intensa malvagità nella pianura, consigliava anzi di abitare in alto sul colle che in giù prossimamente agli stagni.

E infatti, un quattro in cinque chilometri all’oriente di Tegiano, ben lontano dal ponte detto di «Siglia» sul Tànagro27 è una contrada denominata «Cozzo la Civita». Qui esisteva, senza dubbio, un’antica città in posto poco elevato dal piano sottostante. Non era qui certamente l’antico Tegianum. Io credo invece che ivi fosse l’antica «Marcelliana» che è indicata nell’Itinerario di Antonino28, e viene indicata siccome prossima, anzi suburbana alla città di Consilino, da Cassiodoro29. Il «Cozzo la Civita» non è più che un sette chilometri lontano dal grosso paese di Padula, presso di cui era, senza dubbio, l’antico Consilinum. L’azione malefica dei grossi paduli dovè spopolare del tutto codesta Marcelliana, che fu pure nel primo medio evo sede del vescovo, quando la sede abbandonò Consilino.

Consilino, che è ricordata come prefettura nel libro delle Colonie, e con la denominazione di Castrum da Plinio30 è scritta Cosilianum nella non molto corretta tavola peutingeriana31. Tra dubbie indicazioni di posto, oggi deve ritenersi accertato che esistesse presso l’odierna Padula nel luogo, un qualche chilometro all’oriente là dove è appunto detta la «Civita». Ivi esistono ancora molte vestigie di antichità: tali quelle di un arx e di una torre quadrata, che dalla costruttura ad opera (come dicono gli archeologici) incerta, il Lenormant considera dei tempi della repubblica, circa l’epoca sillana. Vi si veggono inoltre gli avanzi, in qualche parte ben conservati, di una robusta cinta fortificata dei tempi antichissimi, anteriore forse ai Lucani. È costruzione a blocchi enormi irregolari; e di essi abbiamo fatto cenno altrove32. Non mancano all’epigrafia lucana iscrizioni latine trovate nei dintorni di questa città33.

Qualche moneta dei tempi di Costantino rinvenuta nei ruderi della Civita presso Padula, fa prova che esisteva ancora nel secolo IV dopo C.: esisteva al V perché ricordata da Cassiodoro. Ma al secolo VI, non pare esistesse più. Ai primi tempi della Chiesa, Consilino fu sede di vescovo: ma da una lettera di papa Pelagio riferita nel Decreto di Graziano, è forza ammettere che, alla seconda metà del secolo VI, la sede episcopale di Consilino erasi ridotta a Marcelliana34. Il tramutamento fa arguire che Consilino era già caduta in quei tempi che corrispondono al diffondersi per la Lucania dei Longobardi del ducato di Benevento. Allora, nella geografia ecclesiastica, Marcelliana prese il posto di Consilino, e non già di i Chiusi, come Consilino è detta (certamente per errore) in talune edizioni del Decreto. Una Chiusi di Lucania non si sa che abbia esistito mai35.

Àtina

Non lungi da Tegianum, ma a destra del Tànagro, era l’antica Àtina, dove oggi è appunto il paese di Àtena, sopra un colle alquanto elevato dalla pianura malsana. Ivi sono ancora reliquie di antiche costruzioni, tra cui riconoscono le vestigie d’un anfiteatro. Un discreto numero di antiche epigrafi latine che vennero trovate nel suo territorio indicano che fu città ai tempi imperiali fiorente. Che fosse stata un certo tempo «prefettura» è noto dal libro delle Colonie: dové quindi resistere, con le altre città lucane, contro la conquista romana. Da suoi titoli epigrafici è manifesto che ebbe le magistrature di municipio: forse fu colonia altresì, in seguito alla divisione de’ suoi terreni fatta da Cajo Gracco famoso36. Fu certamente tra le più antiche città lucane; ma è dubbio se di origini osco-sabelliche, fondata da quei primi coloni della regione che vennero dalla Campania, ove è pure un’antica città di Atìna; o se da origini elleniche, come credono i nostri scrittori. Questi si fondano sul nome che risponde (essi dicono) a quello della celebre città dell’Attica e alla divinità sua tutelare; si fondano inoltre su d’una moneta a leggenda greca e dai simboli d’Atena-Pallade, che si attribuisce alla città lucana. Ma l’attribuzione della moneta a questa città è dubbia, e da altri negata37: e la grafia greca della moneta stessa proverebbe nulla; perché, come si è detto, fu la grafia di tutta la gente lucana, che non ebbe altri caratteri pei suoi monumenti, finché non prese l’alfabeto latino dopo la fusione con Roma.

Quanto al nome, parmi impossibile di ammettere la pretesa relazione col nome o della città di Atene, o della dea Atèna Pallade. Osta l’accentuazione diversa delle due parole, che è diversità sostanziale: onde sorge, per lo meno, un dubbio, che attende altre ragioni ed altre prove per venir dileguato38.

Forum Popilii

Fra i paghi in dipendenza di Àtina è molto probabile che fosse quel Forum Popilii, che si trova indicato nella Tavola peutingeriana, e di cui si può ben arguire l’esistenza in questo luogo dal marmo itinerario detto di Polla, più volte ricordato.

Il pago o villaggio ebbe origine da quel Pretore P. Popilio Lenate, Console nel 622-132 che costruì la strada da Capua a Reggio; e ne abbiamo fatto ripetutamente parola, e di lui, e del suo marmo famoso39. Che un «forum» con «aedes publicae» egli costruisse in questa amena valle del Tànagro, ove fu posto il marmo, lo afferma l’iscrizione che egli vi fece incidere, ed è indubitato. La strada che non poteva salire sul colle di Àtena, provvide alle comodità pei viandanti al piano che è ai piedi del colle; e quivi le necessità del commercio e dei cultori dei campi ebbero creato un villaggio. Il quale, se può ritenersi che risponde all’odierna Polla, non fu proprio là dove è l’abitato di Polla; né le trasmise, parce detorto, il proprio nome40. Polla ha nome ed origini medioevali; e dalla polla di acqua perenne, che rampolla a pie’ di essa con linfe abbondanti e fresche, venne il nome al luogo, ove surse il primo nucleo del villaggio41. La derivazione da Apollo, fatta femmina, è un supposto d’eruditi moderni; ammesso anche per vero, che alcuni antichi ruderi in certo punto delle campagne di Polla fossero reliquie d’un tempio dedicato ad Apollo42; né punto contradetto, che i lauri cresciuti intorno ai ruderi stessi testimoniassero, postumi di tanti secoli, in favore di Apollo!

Nell’antico «territorio di Àtina»43, come scrisse Plinio, ed oggi prossimamente all’odierna Polla, il fiume Negro o Tànagro si scaricava, e in certe circostanze si scarica (come fu detto) nelle viscere del monte di Polla per balzar fuori spumeggiante sia dagli spechi che si aprono nella forra detta di Campestrino, sia, come si crede, un par di chilometri più in giù dalla grande spelonca che è prossima al paesello di Pertosa, a cui diede il nome.

Ad Nares lucanas

Senza tener conto delle opere che le antiche città lucane Àtina, Tegiano ed altre eseguirono per incanalare le acque stagnanti del bacino (opere che non ci è dato indicare con più determinatezza di quella che si disse nel capitolo precedente), dirò che qui presso, dove si chiude a settentrione il bacino di Tegiano e il Tànagro s’imbuca, e dove esso riapparisce dalle spelonche, come Plinio ricorda, qui io riferisco la stazione topografica che è detta Nares lucanas nella tavola Peutingeriana, e che si trova indicata in un frammento di Sallustio; la quale parmi prendesse il nome appunto dalle bocche di scarico del fiume medesimo44. Prossima a questa stazione è segnato, nella tavola suddetta, il Forum Popilii e una stazione detta Acerronia. Se il Foro Popilio fu (come è probabile) a San Pietro presso Polla, ben risponderebbe la stazione Ad Nares lucanas nel luogo che noi si indica tra Polla in giù e Pertosa od Auletta, donde divergerebbe quella linea di strada verso il nord, che riattacca alla strada per a Venosa e per a Potenza. L’Acerronia, che è di ignoto posto, ma che fu senza dubbio quivi intorno, vorrei trovarla in uno di quei luoghi di antiche abitazioni già accennati presso Vietri di Potenza, se altri non voglia là dove oggi è detto Massa Vetere, non lungi da Caggiano45. Gli eruditi napoletani l’allogano invece al paese di Brienza, ove è un luogo che è detto Cerrana46: ma la fonetica della parola non toglie il dubbio; né dalla poca precisione della Peutingeriana si può trarre argomento a più precise indicazioni. Del riscontro, pure non indegno di riflesso, tra Acerronia e la stazione denominata Acidios sarà detto più innanzi.

Caesariana

La stazione Ad nares lucanas era all’estremo lembo settentrionale della vallo o bacino che ora è detto «Vallo di Tegiano». Allo estremo limite opposto, verso il sud-est, era l’altra stazione detta Caesariana; di cui è incerto ancora il posto preciso; né certa del tutto la flessione del nome, che è Cesernia nella tavola di Peutingero, e nel geografo ravennate del medio evo che la ricopia. L’Olstenio volle trovarne il posto in quel Casalnuovo che oggi è detto Casalbuono; argomentando egli dal dato itinerario che gli faceva riconoscere Marcelliana in Polla, e seguendo da questo punto il dato della distanza, arrivava a Casalnuovo. I nostri eruditi si fermarono a Casalnuovo per Cesariana, ma non a Marcelliana per Polla; e vuol dire die accettarono una conseguenza di cui negavano la premessa. Per noi Cesariana deve trovarsi verso l’odierno paese di Rivello; là dove nel suo territorio sono avanzi di antiche fabbriche e il ricordo ancora d’una «Civita» o città47. A. questo posto si conformerebbero le misure dell’itinerario di Antonino, se si parte dal punto che abbiamo indicato per Marcelliana. E se è vero che nella Peutingeriana è allogata più prossima al mare, avverto che in essa è posta a sinistra, non a destra di un fiume che erratamente ivi è detto il Crater, e non può essere altrimenti che il fiume Noce: onde mal risponderebbe a Sapri, ma piuttosto ad Acquafredda (secondo il Lenormant); se non paresse del tutto improbabile la linea di una strada militare, che dal bacino di Tegiano scendesse giù alla spiaggia del mare per di là risalire a Nerulo (oggi Rotonda o Castelluccio), fra gli alti Appennini dei Bruzii. Rivello, del resto, non è che a poche miglia dal mare.

Popoli Sirini

Per le città di Marcelliana e di Cesariana la via militare, che fu la Popilia, correva oltre per la Lucania fino a Nerulo e a Submurano, quindi a Cosenza, quindi a Reggio. Al di là di Cesariana è il monte di Sirino, da cui trae la prima origine il fiume Sinno48, che è l’antico Siris. Quivi intorno fu la sede di quei popoli lucani, che Plinio disse Sirini. Ma nulla sappiamo della loro città capo-contado, né di città secondarie loro. Ebbero essi una città detta Sirno, o Sirino o Siri (diversa però dell’italiota nel Jonio), donde trassero il nome? o vissero, sparsi in oppidi e villaggi di poca importanza, per l’alta valle del Siris? ovvero dal nome generico della valle derivato a questa dal fiume che la percorre, ebbero, appunto per la poca importanza loro propria, il nome di Sirini che loro è dato dalla storia? Questa seconda ipotesi è più probabile. Su tutta la distesa di terra da Cesariana a Summorano, a piè dell’odierna Morano, gli itinerarii non ricordano che Nerulum e Semuncla: quello era un oppido o città di qualche importanza; questa una stazione, che forse fu un vico. Però i campi qua e là mostrano ancora vestigie di antiche fabbriche, e vi si scavano sepolcri, armi, utensili, monete antiche: indizii di terre sparsamente e forse largamente abitate.

Nerulum

Nerulum si suole situare all’odierno paese di Rotonda: ma ivi non è vestigio di antiche fabbriche49. Invece, tra Rotonda e Castelluccio, è un luogo largamente sparso di ruderi; ove avvennero ripetuti trovamenti di antichi cimelii. Qui crederei, piuttosto, la giacitura di Nerulo: e le misure degli antichi itinerari non si oppongono, anzi conforterebbero. In quei ruderi alcuni dei nostri eruditi vollero vedervi quella antichissima Tebe lucana, la quale essendo distrutta, a ricordo di Plinio, fino dai tempi di Catone (che morì nel 605 di Roma, o 149 a.C.), è vano pensiero di potere oggi riscontrare dove ella si fosse.

Laos

Meno insecuro parrebbe di allogarvi invece l’antica e greca Laos, chi volesse argomentare dal posto della odierna Laino che non è lontana da quei ruderi, a cui abbiamo dianzi accennato. Ma Strabone dice la città di Lao «poco discosta dal mare»50; e Laino è tra’ monti, un trenta chilometri circa lontano dalle acque del Tirreno. La sede della grecanica Laos si ritiene, dai più, presso l’odierna Scalea in un luogo ove sono sparsi mucchi di antiche rovine; e dove ultimamente un viaggiatore archeologo ha creduto vedervi invece il posto dell’antica Temesa51. Tanto si va ancora a tentoni per le strade dell’antica patria nostra!

Per me, l’odierno Laino sorse da frammenti di popolo della città di Lao che era prossima al mare, nel territorio intorno all’odierna Scalea; né veggo ragioni prevalenti per allogare qui Temesa; né allogare presso al Laino di oggi, ove sono ruderi di fabbriche laterizie, l’antica Laos; se questa, a testimonio dell’antico geografo, era più prossima al mare52.

Forum Annii

Fra Laino e Blanda (che oggi si allogherebbe non a Maratea, ma a Tortora) fu un Forum Annii, che occorre di aggiungere alla topografia della Lucania. ll nome non è noto altrimenti che da un frammento di Sallustio sotto la forma di Anni forum; né finora è stato oggetto alle investigazioni degli eruditi. Illuminati dall’onomastica dei luoghi, crediamo che rispondesse alla contrada campestre che oggi è denominata Vannifora, posta tra i due paesi di Ajeta e Scalea.

Il frammento sallustiano parla di Spartaco guerreggiante tra i Bruzii e la Lucania, e dice:

«Preso, egli, a guida uno dei prigionieri picentini, venne dai gioghi di Eboli, non visto, alle Nares Lucanas (tra Polla ed Auletta); quindi al Foro di Annio, che faceva giorno, e non avvertito dalla gente dei campi»53.

Semunela

Anche alla stazione detta Semunela non sappiamo quale preciso posto assegnare. La parola arieggia al fiume Semnum o Sinno, secondoché già avvertì e volle correggere il Cluverio: ed io preferisco di allogarla presso al fiume medesimo, e non alla contrada che è detta Serra del Sambuco54, ove per falsa analogia d’allitterazione fu posta dal barone Antonini nostro e da altri. L’itinerario dell’imperatore Antonino indica Semuncla sulla linea stradale in mezzo tra Grumenlo e Nerulo; quindi la Semuncla dovrebbe trovarsi in vicinanza dell’odierno Latronico o di Agromonte, ivi prossimo: il primo dal significato del suo nome ricorderebbe fabbriche o reliquie di laterizi; il secondo è campo di antichi ruderi e di travamenti di vario genere anticaglie.

Alla stazione di Semuncla faceva capo la strada, di cui fu già parlato, che da Venusia scendeva a Potentia e per Acidios e Grumentum toccava a Nerulo e a Sumacurano, pei Bruzii.

Grumentum

Grumento, che ci è parso di poter noverare tra le antichissime stazioni de’ Lucani e forse degli Enotri, era capo-luogo dei popoli Grumentini, e fu città importante non solo a’ tempi dell’autonomia lucana, ma ai tempi romani.

Strabone, è vero, ne fa cenno come città di poco momento: ma se il suo non è sbaglio, vuol dire che ai tempi del geografo, dopo i travagli delle guerre dei Soci55 e delle civili, era assai decaduta. Ma dovè presto assorgere a civile importanza dopo le consecutive immissioni di coloni da parte di Roma, tenuto conto delle notizie che si ricavano dalla superstite massa della sua epigrafia, o dai larghi avanzi, ancora visibili tra le sue ruine, di monumenti e publici edifizi, come teatro, anfiteatro, acquidotti, portici, porte e mura della città. Fu tra le più antiche sedi di vescovi della regione; e questo indica l’importanza sua nei bassi tempi: però tutto quanto si attiene alla storia del suoi antichi vescovi e alla sua totale distruzione per ingiurie saraceniche, è ottenebrato da falsi documenti e guasto da falsi monumenti56.

Fu capo di minori paghi de’ popoli grumentini sparsi ivi d’intorno; dei quali si può avere un indizio dallo studio dei luoghi che ancora vi accennano pel nome topografico57. Ma molte false indicazioni e false tradizioni erudite è facile che sviino l’indagatore. Di sicuro, io non accenno se non al luogo che oggi è detto di «Grumentino»; ivi presso a un posto che lo si dice «Il Casale» ed un altro che viene nominato «Ponte Pagano» e vuol dire dei paghi o del pago. Quando la città fu distrutta, il grosso del popolo si accasò a «Grumentino» che sostituì, diminuita di popolo, d’importanza e di nome (secondo che più innanzi fu avvertito) l’aulica città; poi ai torbidi tempi le ragioni di difesa consigliarono i neo-Grumentini a raccogliersi sull’alto del colle presso le torri del signore feudule; e surse, indubbiamente da Grumento, la Saponara. Il nome di altri sei o sette paghi è ricordato nelle tradizioni della chiesa saponarese; ma i luoghi non ne serbano vestigia di sorta; e ragioni estrinseche di controversie giuridiche dànno argomento che siano tradizioni inventate in tempi postumi. Gli scrittori, invece, non si pèritano di dire antico il prossimo paese di Sarconi, e questo sarebbe, per la pretesa antichità del nome, uno degli antichi paghi della città. Nulla, per vero, osta che ivi fosse stato un antico pago o vico suburbano alla città di Grumento; ma il nome Sarconi ha origini del tutto medioevali, ed ha significato suo proprio nel basso latino58. Un altro degli antichi paghi dovè sorgere presso Tramutola al luogo detto «Tempa di Chiesa», ove si vedevano vestigia di antichi ruderi fino ai tempi nostri59; un altro forse alla contrada «Salemme» ove s’incontrano, scavando, frequenti reliquie di antiche cose, un altro presso a Moliterno, nel colle ove le attuali denominazioni topografiche di «Vetere», di «Fabricata» e di «Muraglie» attestano indubbia dimora di antica gente.

Mendicoleo?

Qui a Moliterno alcuni scrittori allogarono, pure dubitando, quell’enigma topografico che nella Peutingeriana è scritto Vico Mendicoleo60. Ma nulla autorizza a credere; e questo resta ancora un enigma.

Nell’amenissima ed alta valle dell’Agri, ove sedeva precipua città Grumento, altre città minori esistettero senza dubbio a destra e a sinistra del fiume stesso, là d’intorno dove oggi sorgono Marsico Vetere, Marsico Nuovo e Paterno. Non discosto dal due primi paesi sono ancora dei luoghi che vengono detti la «Civita». Indizio sicuro di antiche dimore; un’altra contrada «La Civita» è presso l’origine della sorgente Alaggia, a destra dell’Agri. Paterno, nell’onomastica topografica latina del bassi tempi, è parola generica, che indica il luogo della «patria di origine»61, dal quale un altro paese ad essa prossimo è surto. Ma io non sono in grado d’indicare quali antichi nomi si ebbero quelle auliche città; e le congetture, più che opinioni degli indagatori, è inutile rilevarle qui62.

Acidios

La stazione di Acidios è segnata nell’itinerario di Antonino tra Grumentum e Potentia: ed è d’incerto posto anche essa. L’antico storico della Lucania l’allogherebbe all’incrociarsi del fiume Sauro con l’Agri, ov’è il luogo detto «Aciniello»: ma la testimonianza autorevole dell’Itinerario non consente sviarci sul basso Sauro o sul basso Agri, ma ci avvia sull’alto Agri alla linea Grumento-Potenza. E seguendo questa linea, fu chi ha voluto trovare l’Acidios verso Marsiconuovo, meno perché dal prossimi monti ha le prime origini l’Aciris, ovvero l’Agri; quanto perché di qua correva la strada per a Potenza; e lì fu trovata una colonna miliare del tempo di Diocleziano63: e sarebbe indicazione accettevole, se non ostassero le distanze segnate nell’itinerario stesso, le quali ci menano invece ad un posto tra Marsiconuovo e Brienza, e più prossimo a questa: là dove i nostri eruditi hanno allogata l’Acerronia della Peutingeriana64.

Potentia

La città di Potentia, capo dei popoli potentini, giaceva nel piano presso alla fiumara del Basento, a piè del colle, sul quale oggi siede Potenza, capo della provincia di Basilicata: ivi il luogo è sparso di ruderi, e attesta col nome di «Murate» le antiche reliquie. Potentia ebbe il nome, probabilmente, da quei popoli picentini che la dura politica romana trasportò di forza dalle spiaggie dell’Adriatico alle spiaggie del Tirreno, nei campi tra il Silaro e Salerno, ove oggi ancora il luogo di Sant’Antonio di Vicenza ricorda la città Picentia che essi fondarono. Erano 300mila famiglie! cacciate da un luogo ad un altro; e poiché forse la terra alla destra del fiume Sele faceva difetto alle comodità di tanto popolo, qualche sprazzo di esso passò l’Appennlno intermedio, scese nell’alta valle del Basento, e vi fondò una città che ricordando Potentia Picena, dava un novello nome a un più antico posto di abitazioni umane. La città crebbe d’importanza, come può desumersi dalla latina epigrafia che ne rimane: e se un tempo fu prefettura, passò poi, come le altre per la legge Giulia, a municipio. Non si ha notizia di sue monete che attestassero autonomia; né di altro genere titoli che indicassero prevalenza sua su altre città nei tempi della federazione lucana65; ma è probabile avesse in sua dipendenza vichi o paghi per i terri torii d’intorno, e non mancano a quando a quando trovamenti di pietre scritte, di suppellettili funebri e di oggetti d’arte nelle campagne che largamente la circondano.

Dicono che l’antica città si tramutasse dalle sponde del fiume sul colle ove oggi è posta, non prima del secolo XIII, quando il tremuoto del 1278 l’aveva tutta guasta e disfatta66. Ma che esistesse anche prima là dove oggi è, basta a provarlo il fatto di talune iscrizioni del secolo XII che ancora si leggono incise sulle mura di taluni antichi edifizii dell’odierna città. Del resto, all’assetto lungo, oscuro e penoso della nuova società dopo la venuta dei barbari, quale delle antiche città lucane che era in pianura non risalì ai prossimi colli, per ragione di sicurezza e difesa?

Antia

Da Potentia (agli indizii della tavola peutingeriana) partiva un altro ramo di strada che toccava alla città di Antia. Questa antichissima sede degli Osco-lucani, e forse (argomentando dal nome)67 di gente anteriore allo stesso popolo osco, non è improbabile che avesse avuto dei coloni ellenici. La grandissima quantità di ceramica dipinta che si è venuta scoprendo negli antichi sepolcri del suo territorio, è un indizio, se non argomento del loro incolato, Di questa industria promiscua all’arte del vasaio e del dipintore, e della produzione propria alla città abbiamo parlato dinnanzi; e abbiamo fatto cenno di una iscrizione osca in lettere greche, che è antico e singolare monumento della civiltà della città lucana nei tempi anteriori, probabilmente, di sua soggezione a Roma. Null’altro avanza dell’antica Antia, fuorché il nome: e quel che ne avanza non l’ha conservato che il sepolcro!

Atella, Abella, Rufo

A Potenza stessa faceva capo la strada Erculea (di cui si è discorso al capitolo precedente), la quale, distaccandosi dal centro di Venusia, si veniva sviluppando pei luoghi intorno al famoso monte Vulture. E qui intorno sono Atella, Bella o Abella, Rufo o Ruvo (di Monte); le quali benché ignote agli antichi storici, io credo furono sedi antiche di popolazioni lucane: i nomi attestano antichità premedievali; e le antiche città omonime della Campania e dell’Apulia confermano la congettura.

Melfi, Vitalba, Rapolla

Non altrimenti di Melfi che ebbe lustro, ma non origine dai Normanni; e trasse il nome dal fiume Melfi, omonimo all’altro fiume Melfi che si scarica nel Liri. Di un’antica città di Vitalba, presso i paesi di Atella e di San Fele, tutto è ignoto: nessuna notizia in titoli o scrittori, prima del mille68. Non è antico però (come si pretende) il nome della prossima Rapolla: e solo una falsa analogia di allitterazione l’ha potuta riferire alla città di Strapello, di cui Plinio nomina i popoli Strabellini nella regione II d’Augusto69. Rapolla è parola dei mezzi tempi70. A cotesti Strabellini risponde meglio la ora indicata Abella o Bella, che per noi, senza dubbio, è di origini anteriori al medio evo.

Venusia

Il paese intorno al Vulture era antico e indeterminato confine tra le genti appule e le lucane, tra Peuceti ed Enotri: Venusia, la città illustre e capitale di quel distretto, se appartiene all’Apulia nella ripartizione che fece Augusto, non fu precisamente appula, né fu tenuta come tale prima di Augusto; poiché lo stesso suo gran lirico e cittadino resta in forse se si avesse a dire lucano, ovvero appulo. Fu città di antichissime origini, sede di popolazioni enotrie, occupata anche dai Sanniti, e quindi, indubbiamente, dai Lucani. Roma la volle una delle più poderose sue colonie in Italia, se ebbe a mandarvi, una sola volta, fino a 20 mila coloni, numero che non fu raggiunto in nessun’altra deduzione di colonia dalla grande città. Punto strategico di primo ordine, perché, posto che era in mezzo a confine di più popoli, doveva essere di freno e di sprone agli Appuli, ai Salentini, ai Lucani, ai Sanniti, restò sede di guarnigione militare numerosissima. Ivi risiederono e si commescolarono soldati, ausiliari e legionari di tutte le parti d’Italia e del mondo romano. Ivi si raccoglievano gli eserciti consolari della bassa Italia, sia per rifornirsi se vinti, sia per disporsi all’azione dell’entrare in campagna. Un’epigrafia abbondantissima latina, che dai tempi della Repubblica va sino all’Impero in declino, attesta la civiltà della cittadinanza; non manca qualche iscrizione osca dei tempi remoti dell’occupazione sannitica; né mancano finanche iscrizioni ebraiche che mostrano la presenza di una colonia giudaica nel secolo V dopo l’era volgare71; dal che è facile arguire la civiltà e la perdurante floridezza della città, che è ancora delta «splendida» in titoli del IV secolo d.C. Splendida in tutto, incise in pietra la serie dei nomi dei suoi magistrati, duumviri, edili, questori, e il calendario delle sue feste; e, per quanto ne avanza, anche il nome di quelle «famiglie di gladiatori» che, o per magnificenza dei suoi opulenti cittadini, o per mercimonio dei suoi pubblicani, combattevano nell’arena di quell’anfiteatro, di cui restano ancora le poderose costruzioni.

Bantia

Prossima a Venosa era Bantia, sede precipua di «popoli bantini»; e, benché accosto alla regione pugliese, appartenne indubbiamente alla Lucania, se Plinio annovera i Bantini tra i popoli lucani. Ebbe origini remotissime, forse da popolazioni dell’Epiro anteriori anche alle colonizzazioni greche72. La storia delle guerre romano-lucane la nomina qualche volta; una pietra letterata ne ricorda la «Repubblica» cioè il Comune: ma non è altrimenti nota ai moderni che per la famosa tavola di bronzo in lingua osca, del cui contenuto abbiamo parlato innanzi73. Un povero villaggio ne conserva ancora l’antichissimo nome; e le dense boscaglie che lo circondano ancora, richiamano alla mente i saltus bantini del gran poeta del luogo; il quale del tocco del suo bulino immortale ama a quando a quando disegnare dal vero i campi della regione ov’egli visse fanciullo. Presso di Bantia era la fonte Bandusia splendidior vitro, che il poeta stesso ha reso illustre e famosa, e gli archeologi hanno coverta di tenebre e resa introvabile. Ma è indubitato per documenti autentici, che presso di Bantia era, nel medio evo, un villaggio detto «Bandusio» che fu nome di qualche pago o vico in dipendenza della città, e di antiche origini anch’esso74.

Oppidum

Altro pago di Bantia era senza dubbio Genzano, che è paese moderno, ma ha forma di nome antico. E tra i popoli Bantini parmi si potessero annoverare con certezza così le popolazioni di Ferentum come di quell’Oppido, già noto ai dotti per la ora ricordata tavola osco-latina di Bantia, che fu trovata nel suo territorio. Oppido, che un malsano amore di patria ha voluto battezzare modernamente nel nome di «Palmira» è nome antico; e parecchi scrittori vogliono che corrisponda alla voce di Opino, che è stazione dell’Itinerario di Antonino, messa in mezzo tra Venusia e l’altra stazione ad Fluvium Bradanum. Fatto sta, che Oppido-Palmira non è in mezzo tra questo fiume e Venusia; à, invece, sulla destra del fiume; e questa è prova evidente che la voce «Opino» non può indicare l’Oppido moderno. Io non so a che risponda l’«Opino» dell’Itinerario; e poiché le distanze tra Venosa, il Bradano e Potenza sono in esso superlativamente scorrette, non si può cavarne fuori neppure un dato di approssimazione75.

Però il nome odierno di «Oppido» non è che voce generica: e il nome specifico che esso ebbe nell’antichità è perduto.

Ferentum

Anche il Ferentum presso Bantia è ricordato da Orazio; e poiché lo disegna coll’aggettivo di umile, vuol dire che giaceva alla pianura, e non sul colle ov’è l’odierna Forenza, che gli corrisponde.

Acheruntia

Prossima a Ferentum era Acheruntia, nel luogo stesso ove oggi è Acerenza, che ben risponde alla nòta topografica dello stesso poeta, che la disegnava come un nido di aquila in alto! celsae nidum Acheruntiae. Se fondazione di coloni ellenici, o dei primissimi oscosabellici, gli è dubbio. Propenderei a riferire le origini a genti osco-sabelliche, ricordando l’Akere (oggi Acerra) degli Oschi della Campania, onde i Lucani si dipartirono, e considerando alle flessioni di Acherun, Acheruns, che hanno manifesta parvenza di affinità all’idioma osco. Fu di certo una delle antichissime sedi di popoli: e reliquie dell’industria dell’età litica; reliquie d’un’arcaica arte lucana; epigrafi, benché scarse, latine; sepolcri e suppellettile ceramica dipinta; monete dei tempi imperiali, attestano la successione antichissima delle genti che l’abitarono. Il luogo fortissimo per natura dové preservare gli abitatori dalle offese delle perpetue guerre che distrussero di violenza o di esaurimento tante altre città. Il forte sito la fece accetta ai Goti, e più lungamente ai Longobardi; tra i quali fu arnese di guerra validissimo a duchi ambiziosi e ribelli: perciò Carlomagno ordinò si smantellasse.

Ad assolvere le notizie che ci restano della topografia mediterranea della Lucania, occorre indicare le tre mansioni, a cui metteva capo, secondo l’Itinerario d’Antonino, la via interna che da Venosa scendeva ad Eraclea sul Jonio. Dipartendosi dall’Appia presso Venusia, toccava, dopo 12 miglia, la stazione Ad Pinum, che alcuni, per dubbia analogia fonetica, stabilirono a Spinazzola; e non può ammettersi; giacché sarebbe assurdo che avesse potuto svilupparsi per Spinazzola una strada che non si drizzava a Taranto, cioè all’est di Venosa, ma scendeva ad Eraclea, che piega al sud-est.

Ad Pinum

Io allogherei l’Ad Pinum nelle campagne al sud-est dell’odierno Genzano, e propriamente al luogo che oggi è detto Aia Vetere, in contrada «Serra gravinese». Ma è affatto ignota l’altra stazione di Ipnum o Ipinum, o _Impinum (_secondo le varie trascrizioni dei codici); è dubbia l’altra di Caelianum, che in taluni codici si trova scritto Celeianum.

Aeleianum

Quest’ultima stazione, per analogia fonetica, fu fatta rispondere all’odierno Cirigliano; ma è lecito il dubbio, chi consideri che l’evoluzione linguistica accorcia piuttosto che accrescere l’estensione della parola, come di tutte cose fanno l’uso e l’attrito. Io vorrei leggere nell’Itinerario piuttosto Aeleianum; e risponderebbe la stazione nelle vicinanze dell’odierno Aliano. Ma la somma delle misure itinerarie essendo largamente sbagliata per tutta la distesa geografica tra Venosa ed Eraclea, manca un criterio accettevole. non che una guida alla soluzione del problema.

Le coste sul mare Jonio e sul Tirreno erano abitate dalle popolazioni di origine elleniche, che caddero solamente in parte sotto la supremazia dei Lucani, finché agli uni e agli altri si impose l’imperio di Roma. Fra le popolazioni di razza ellenica e quelle di lingua osca non fu mai buon sangue; la vicinanza stessa cresceva forse, non attenuava le ragioni de’ conflitti. Non si fusero e confusero che dopo molto scorrere di tempo, quando Roma, unificata l’Italia, comprese nello stesso scompartimento amministrativo Lucani ed Elleni, e quando con l’espandersi della sua civiltà e delle sue colonie la civiltà ellenica e l’osco-lucana venne a confondersi nella civiltà latina.

Delle sedi che occuparono gli Elleni sulle coste della regione lucana si è fatta speciale trattazione in altro luogo76; e si sa, per quanto riflette le spiaggie sul golfo di Taranto, che i popoli Metapontini stanziavano presso al mare, tra’ fiumi Bradano e Basento; quei di Siri e d’Eraclea, tra il Siri o Sinno e l’Aciris, che oggi è Agri; Sibari e Turii nella valle dell’attuale Coscile. La Pandosia lucana aveva territorio e confine coi campi di Eraclea; e la città, di non indubbia sede, giaceva probabilmente ove oggi sono le reliquie della città medioevale di Anglona.

Lagaria

È ignota la postura di Lagaria77, che Plinio, accennando alla bontà dei suoi vini, erratamente fa prossima a Grumento; e che i più degli scrittori moderni, tratti alle parvenze di una monca allitterazione, vorrebbero riconoscere nell’odierno paese di Nucara. Questo nome è del tutto medievale, ed avendo derivazione sicura dal frutto, di cui è od era ferace il territorio, non ha niente che vedere col nome antico.

Cicurio

L’oppido o castello che ebbe il nome di Cicurio, e fu di origini epiroliche antichissime78, era nel territorio della dizione metapontina, presso l’odierno Pomarico, nel luogo che serba le ruine ed il nome di Cicurio. La Leutarnia di Licofrone non era in Lucania.

Popoli Irtini, Vertìna

Nell’àmbito dello Stato di Metaponto, a sinistra del Bradano, erano i popoli Irtini; dei quali altro non avanza che un’arcaica iscrizione greca (di cui ho fatto parola)79 e il nome di Irso, che tuttavia ritiene una collina presso Montepeloso che oggi si denomina Irsina. lo riferisco a cotesti popoli Irtini la città di «Vertìna» che Strabone ricorda80 tra le minori e meno chiare città della Lucania, e di cui è ignota finora ogni altra meno improbabile situazione.

Calasarna, Armento

Insiememente a Vertina Strabone stesso ricorda il nome di Calasarna: ed anche questa è di affatto ignoto posto. Ma, innanzi tutto, è per me dubbio se quella parola comprenda una o due città, la sola Calasarna, ovvero due: Halesa ed Arna81. Tutte e tre avrebbero riscontro in altre omonimie geografiche: in Halisarna, città della lega etolica; in Halaesa, città greca della Sicilia, tra Cefalù e Caronia presso Pettineo; in Arna, città antica in Tessaglia, e nell’Umbria a Civitella d’Arno, presso Perugia. Questa ignota Calesa, Calasa, o Calesarna io sarei per allogare là, dove i numerosi e ricchi sepolcreti dell’odierna Armento fanno fede di una città greca a cui appartennero, e che finora è ignota di nome a tutti. Ricchi sepolcri, ma muti, non però muto forse del tutto il territorio; nel quale è un luogo ancora oggi denominato Galaso, e le ruine di un monistero che nelle carte medievali è detto Monasterium Galasi82. Basta egli questo povero accenno a ricordo di un popolo, le cui reliquie scoperte dal caso fanno credere di civiltà floridissima e ricca? Bastasse almeno a richiamare su quel punto l’attenzione degli studiosi, e le ricerche degli amatori delle antichità patrie!

Nomi dei fiumi

Tutta la regione che va dal mare alle pendici della cerchia appennina fu abitata da coloni elleni. Essi dalle grandi e note città della spiaggia si diffusero in su entro terra, più innanzi di quello che non si crede. L’onomastica del territorio, o quella dei maggiori fiumi anzitutto lo dimostra. Presso Roccanova nella vallata dell’Agri, come non ammettere presenza di gente greca nei luoghi del territorio, che hanno ancora il nome di «Nice e di Ardea?»83. Tutti i grandi fiumi della regione ebbero nome greco: e Bradano da βραδὺς e δινέω, tardo al moto e vorticoso84; Basento, copioso e profondo, da βασσα concavitas85; l’Agri, che è detto ἀκιρις e non altrimenti sì nelle Tavole d’Eraclea e sì in Strabone86, è ἀκιρός, cioè «senza moto, ovvero lento e tardo» anche esso, come il Bradano. La Salandrella, che nell’ultimo tronco al mare è detta oggigiorno anche Cavone (accrescitivo di «cava») è di greca origine anch’essa, sia che ricordi il fiume Chelandrum dell’Epiro, sia che risponda al greco χαράδρα, che vuol dire cava, è via scavata dalle acque, è letto di torrente87. Il «Bilioso», che è un influente del Bradano, da οὔλιος, pernicioso (ai campi) o dal guado periglioso; e la «Camastra» o Canastra, influente del Basento, ben si riattacca al greco ἀναστρέφω che indica forza che sovverte ed allaga88. Il «Caulo», piccolo torrente che si versa nell’Agri non molto discosto da Grumento, è nome derivato dal greco αὐλος89; e sarebbe l’equivalente della parola «vallone» nel significato che le si dà nell’idioma popolare della regione.

Lainium Laos

Se ci rivolgiamo alle coste del mar Tirreno, troveremo non minore numero di città elleniche, e le due famosissime, a diversi titoli, di Elea e di Posidonia, di cui fu già discorso a lungo. La città di Laos era al confine tra il territorio della Lucania e quello dei Bruzii; giaceva poco lontana del mare90; e quantunque il posto non sia fuori di ogni dubbio, si vuol ritenere probabile al luogo detto le Mattonate presso Scalea. Cadde, per ignote cause, tra i tempi di Strabone e quelli di Plinio; e tutti o parte dei suoi popoli si ritrassero nell’interno delle terre, ove fondarono un paese, che è il Lainium della Peutingeriana, oggi Laino, e che con la inflessione diminutiva del nome, come tante altre città, significava la diminuita importanza della città che risorgeva91. Dalla nuova città prende anche nome il fiume, che nel primo suo corso ha il nome di Mèrcuri.

Blanda

Non lontano da Lao e Laino era la città di Blanda; che oggi, con maggiore probabilità, è allogata, non a Maratea, ma prossima a Tortora, ove si riscontrano ruderi, lapidi scritte, reliquie di mura ciclopiche. È probabile fosse stata un posto di coloni ellenici o italioti. Non si conoscono monete sue; e non si trova nominata che una sola volta (e a mio credere92 erratamente) nelle guerre dei Romani in Lucania. Un titolo epigrafico, di recente scoverto, la indica come colonia romana dei tempi augustei; e quanto alla storia di meno antichi tempi, è noto solamente che nel VI secolo fu città sede di vescovo. — E come cadde è ignoto; se per incursioni longobarde, o saraceniche o piuttosto se infestata dalla malaria, non altrimenti che altre città della costa.

Scidro

Ma tutto è ignoto della città di Scidro: né monete, né titoli epigrafici, né di notizie altra se non questa, che fu probabilmente colonia di Sibariti93. Chi indicò la odierna Sapri come rispondente all’antica Scidro, fu tratto in errore dall’errata lezione di Sipron per Scidro in una edizione dì Erodoto. È probabile fosse sul golfo della stessa Lao: ma dové essere abbandonata in ben remoti tempi, se non ha lasciato di sé nessun altro ricordo, che il nome nelle carte dell’antico scrittore che fu detto il padre della storia, e di là nella magra compilazione di Stefano Bizantino94.

Buxentum, Pisciotta

All’occidente di Sapri, nelle vicinanze dell’odierno Policastro, era Pixo, fondazione ellenica, che divenne ai Latini Bussento, quando Roma vi mandò, una sua prima colonia nel 558-196, e una seconda dopo sei anni. Anche il fiume che le è prossimo ebbe lo stesso nome di Pixo, dai macchieti dei bossi lussureggianti per le verdi sue sponde. Da una sua rarissima moneta, di cui fu altrove fatto cenno, si argomenta alle antichissime origini sue, che la farebbero contemporanea a Siri, e del secolo VI avanti Cristo. Gli eruditi ricordano che Stefano Bizantino la disse città della Enotria: il che sarà vero, se vuolsi intendere di città fondata sul territorio che fu degli Enotri, come accadde per Elea; ma non sarebbe, se si intendesse come di città fondata e denominata da genti enotrie; per le quali non è punto stabilito che parlassero il greco. Era città sede di vescovi nel secolo VI. Poi scomparve, non altrimenti che le altre greche città di queste spiaggie. L’aere pestifero del suo fiume che impaluda al versarsi nel mare, costrinse senza dubbio gli abitanti della città a mutare di posto; e si trasferirono al luogo ov’era un’antica arce (paleo–castrum) forse della stessa città; onde dall’antico castello ebbe origine il moderno nome di Policastro95. Ma à probabile che un gruppo del popolo stesso ebbe a trasferirsi al di là del promontorio di Palinuro, dove diedero origine alle prime sedi del piccolo Pixo, o pixoctum, che è il paese odierno di Pisciotta. Il nome ha la forma diminutiva dell’italiano, che era già nato e parlato dal minuto popolo; ma mutò di genere, da maschio in femmina, riferendosi a «villa» o paese non murato. «Pisciotta» nell’idioma italico non ha tema che significhi l’albero del bosso.

Molpa, fiumana del Lambro

Navigando dalla foce del Bussento verso Pesto, poco prima di giungere al promontorio di Palinuro, si incontra la fiumana del Lambro, che viene anche indicata con l’antico nome di Melpa o Molpa. È dubbio per me se il nome di greco significato96 al Lambro sia dagli antichi greco-italici o piuttosto da quelle colonizzazioni bizantine, che nel medio evo ebbero larga stanza per questa regione, come ci occorrerà dimostrare nella seconda parte. Da esse altresì venne il nome di «Serapotamo» ad un influente del prossimo fiume Mengardo. Ma la prossima Molpa come antica città italiota, non è nota altrimenti che da una moneta rarissima e singolare; e che farebbe allo stesso tempo arguire alla esistenza dell’altra ignota città di Palinuro, di che fu già parlato innanzi al capitolo IX.

Nient’altro è per me noto dell’antica Molpa dei tempi ellenici o romani. Ma agli scrittori napoletani è nota qualcos’altra; ed è un erudito brano di cronaca inedita, che da un monistero del Cilento venne detta di San Mercurio; brano pubblicato dall’Antonini: nella quale cronaca, di un frate celentano del secolo IX, sarebbero le peregrine notizie d’Imperatori romani, che ebbero nascimento e dimora in quella città. La cronaca si dice inedita, ma è del tutto ignota, ed il brano è del tutto falso: e chi dei moderni ne ripete le notizie senza punto di dubbio97, non ricorda lo stato della cultura nel secolo IX; pel quale è un anacronismo stridente la minuta erudizione del frate, che ivi parla di Pelasgi e di Tirreni! L’Antonini che inventa marmi letterati e titoli notarili a sostegno d’immaginarie città, non si smentisce, se allo stesso scopo inventa cronache del secolo IX.

Amalfi

È probabile che da questa città di Molpa (e non da Melfi della Lucania mediterranea) venne la popolazione, che andò a fondare Amalfi, in territorio appartenente allora al ducato di Sorrento. Il vico, l’oppido, il castello che essi fondarono, prese nome dai «Molpitani» ovvero A Molpa, o Castrum a Molpa, donde aveva origine: e sollevandosi man mano vincitore il neoidioma italico sul latino, l’affisso divenne parte integrante della parola: e surse Amalfi, pronta a conquistare lontani mari ai suoi commercii, e raccomandare il glorioso nome alla storia.

Petilia

Di Velia, che seguiva a ponente verso Molpa98 e di Pesto, non occorre altro discorso, dopo quanto fu detto altrove, al capitolo IX. E della Petilia, che l’Antonini disse lucana, e che egli volle impiantare sul monte della Stella, nella valle dell’Alento, non diremo altro, se non questo, che il Maglioni, uomo di fine giudizio, aveva già significato allo stesso Antonini la inanità delle pruove da lui messe innanzi: e se ci è da fare le meraviglie, è la persistenza di molti eruditi napoletani nel concetto dell’Antonini. Nonché città capitale della Lucania, essa non ebbe posto in Lucania, né per la valle dell’Alento, né per la valle del Tànagro o di Tegiano. Per l’una e per l’altra opinione le prove mancano del pari99.

Triste e singolare fenomeno! Tutta questa ricca corona di popolose e illustri città, innalzate dagli antichi Elleni sulle coste italiche del duplice mare, scompaiono tutte col cadere dell’antica civiltà; e non rimangono in piedi che tre sole, Taranto, Reggio e Napoli; quelle tre sole città che Strabone affermava sì fattamente, che spesso ne è ignoto, nonché dubbio, il posto che occuparono?

La causa generale e complessa delle invasioni barbariche non basta; perché di altre città italiote, si ha notizia fin verso il mille, quali Cuma, Pesto, Metaponto… — Né basta l’altra delle incursioni saraceniche dalla Sicilia, che si suole mettere in conto a complemento della prima, e che, del resto, è piuttosto supposizione per molte di esse, che fatto provato.

Le cause furono complesse e multiplici: alcune tumultuose e temporanee, altre non impetuose ma persistenti. Lo stabilimento dei barbari pel mondo romano, e il conseguente assettarsi in un dato modo della società feudale dovè predisporre le cause generali che verremo determinando. Le città antiche erano, in generale, poste in pianura; venute in florida civiltà, crebbero a numeroso popolo; quindi una non breve cerchia di mura le difendeva. La società feudale si ordinò, per sue ragioni intrinseche, non per le città e le pianure, ma in castelli, sui monti. L’uomo del settentrione non amava il chiuso delle città, preferiva le campagne: poi la divisione delle terre ai vincitori portò il conseguente sorgere di abitazioni umane sui nuovi possessi per ricoverarvi i cultori della terra e il signore di essa.

Questi nuovi nuclei di città dovevano di necessità esercitare influenza di attrazione sulle popolazioni delle vecchie città, in ragione dei favori e dei privilegii che il signore delle terre concedeva a quei che venissero a crescere il numero dei cultori e dei vassalli.

D’altra parte, le stesse antiche città cadevano d’importanza, ed esinanivano di popolo. Non erano più un centro di governo da poiché il governo era presso il signore feudale; e il popolo non che crescere diminuiva, quando lo stato di guerra, i ladronecci, le rappresaglie erano la condizione ordinaria della società; e la guerra, se non distruggeva popoli con cannoni e mitraglie, argomenti dei secoli civili, devastava i campi, abbruciava i còlti; onde lo stato economico ordinario era penuria e carestia. Spenti o asserviti i ricchi nelle prime invasioni; poste barriere di dogane e di passi chiusi tra feudo e feudo, cioè tra un paese e l’altro contermine, non fu altra classe di popolo che il colono; e a lui la guerra dell’anno toglieva di che vivere nell’anno.

Esinanita con le stremate agiatezze la forza prolifica delle popolazioni, il paese in meno d’un secolo dovè spopolarsi. E là dove e quando, o per emigrazioni, o per le piaghe delle guerre, o per le strettezze dell’economia pubblica il popolo mancava o assottigliava di numero, mancava alla cinta murata della città il numero di armati bastevoli a guardarla e difenderla. Ne seguì per necessità delle cose che le città furono, dove ristrette di cerchia, dove abbandonate del tutto. Per parecchie il fenomeno si manifestò fino nel nome, poiché le nuove sedi che occuparono, ripeterono, sì, l’antico nome, ma (come fu già osservato) in forma diminutiva.

Scegliendo nuove sedi, è naturale si conformassero alle condizioni generali dell’epoca; corsero al prossimo colle che era facile difendere con poche opere fortificate, ma preferirono i posti più impervii e dirupati, che la configurazione del suolo faceva più agevole alla difesa.

Questo spopolamento graduale delle città antiche fu, in taluni luoghi, causa ed effetto, allo stesso tempo, di un altro fatto determinante: e questo è il prevalere della malaria. Le città prossime allo sbocco dei fiumi nel mare, nel tronco inferiore, ov’essi hanno poco declivio, si spopolarono, più che tutto, per causa della malaria. Decadenti e decadute per mancata residenza di governo, per l’inesistenza dei ricchi, per la popolazione stremata, era conseguenza immanchevole che i campi d’intorno inselvatichissero, i còlti si restringessero, la pastorizia nomade prendesse il di sopra sulla cultura dei campi. Ai fiumi mancarono le opere di difesa, e le acque stagnarono per manco di cura alle opere di scolo. Ma stagnarono per un’altra causa, per un altro fatto naturale e costante: e questo fu l’azione fatale del mare sulla spiaggia. L’onda che flagella la spiaggia accresce ostacolo al libero scolo d’ogni fiume; e il fiume che incontra intoppo, si contorce, diverge, allenta il còrso, depone man mano il peso che convoglia, si eleva sul proprio letto, trabocca, impaluda; e così questa lotta d’ogni giorno tra le due opposte forze, perdurando secoli senza che la mano dell’uomo intervenga a rimuoverne o a temperarne le conseguenze, avviene che regioni fiorentissime e liete diventino afose solitudini dominate dallo squallore e dalla morte.

Questo è lo stato, queste le cause e le conseguenze che operarono per tutta l’ampia curva di spiaggia, che è detto il golfo di Taranto, dove già sorgevano Metaponto, Siri, Eraclea, Sibari, Turii, Pandosia, Lagaria. Non altrimenti per Lao, per Molpa, e Bussento e Velia e Pesto. Ivi, se la vita circola e si agita sana durante i tepori d’un mite inverno, la state non è che il regno della malattia e della morte. La malaria scacciò l’uomo; all’abbandono dell’uomo tennero dietro le ruine; quindi le acque violenti e scomposte covrirono di limo le ruine stesse. Oggi bisogna cercare ancora sotto il limo dove fu Sibari, dove Eraclea, dove Siri, e Turii, e Caulonia, e Temesa, e Lao, e Molpa, e Marcina, e Cuma!

NOTE

1. Vedi innanzi al capitolo IV.

2. Vedi innanzi al capitolo XXI.

3. Al capitolo IV.

4. V. Corp. Insc. Latin. vol. X, n. 408. — Della gens Brutia sono numerosissimi i titoli epigrafici per le città lucane, a Grumentum, n. 249: e pass. nel C.I. per vallo di Tegiano. A Bruzio Presente (due volte Console, e la prima nell’892-138 d. Cristo) è diretta da Plinio (62-107 d. Cristo) la epistola 3 del VII libro, ove si legge:

Tanta ne perseverantia in modo in Lucania, modo in Campania? Ipse enim (inquis) Lucanus, uxor Campana: juxta causa longioris absentiae, non perpetuae tamen

5. Corp. Insc. Latin. vol. X, n. 407.

6. Frammenti di antichi musaici e di iscrizioni sepolcrali vennero scoperti a due chilometri da Ricigiano; e se ne fece cenno nella Lucania letteraria di Potenza del 1885, pag. 155.

7. Ivi è anche una contrada detta Teglie, sincope di Tegole, dai grandi frammenti ceramici antichi: e qui fu scoverta di recente una iscrizione sepolcrale dei tempi vespasianici, posta a un C. Mettio Rufino… Curatori reipublicae Volcejanorum. (In Notizie degli scavi di antichità, Settembre, 1880); e nel Corp. Insr. Latin. X, n. 413.

8. «Comitatus de Pulcino» è detto nel Catalogo normanno dei Baroni. (Nei Cronisti Napolet. edizione Del Re, I, p. 588).

9. Ricorderò: Palestrina da Preneste; Ferentino da Ferentum; Carini da Hiccari; Mistretta da Amastra; Lentini da Leoontium; Taormina da Tauromenium (?); Barletta da Bardulum; Minervino da Minerbium; e Buccino, Laino, Grumentino (casale), Pisciotta, da Vulceium, Laos, Grumentum, Pixos.

10. Dei molti titoli epigrafici pubblicati dagli scrittori napoletani come appartenenti a Numistro o trovati in quel di Muro, parecchi sono giudicati apocrifi dal Mommsen. — Conf. Corp. Insc. Lat. vol. X, n 78*, 79*.

11. Conf. LIVIO, lib. VII, deca III, 2, ov’è discorso della battaglia tra Annibale e Marcello sotto Numistro, della quale vedi innanzi al capitolo XVII.

12. Negli antichi titoli e scrittori non si trova che la parola Ursentini. È per me dubbio se il nome della città fosse Urseio o Ursento. Plinio ricorda, nella sua enumerazione, Ursentini e Vulcentani (in Livio, Vulcientes): e non pertanto il nome della città di questi ultimi fu Vulceium o Vulcei (Corp. Ins. Lat. X, 436), onde si legge nelle epigrafi civitas vulceiana (Corp. Ins. Lat. X, 407). Ricordo che nella Betica era la città di Urso. Non potrebbe dunque la città degli Ursentini di Lucania essere Ursei o Urseium, come l’indubbio Vulcei?

13. Vedi innanzi al capitolo XXI.

14. In GIUSTINIANI, Diz. Geogr. ad v. «Contursi», è citato il libro De omni vero officio di ANTONIO PEPE di Contursi, nel quale è detto che il paese «avesse surta la sua denominazione da Orso conte di Conza, che nell’840 andò in aiuto di Siginolfo principo di Salerno». — Io non ho potuto trovare, nelle biblioteche pubbliche di Napoli, questo libro del Pepe. Ma leggo nelle addizioni all’UGHELLI (Ital. Sacra, vol. VI, p. 800, ediz. Venezia, 1720) queste parole:

Ex eadem progenie (di Radelchi di Conza) dicitur fuisse Ursus Comes Compsanus, qui nomenclaturam dedit oppido Conturnii ejusdem dioecesis.

Gli è vero che nel territorio di Contursi trovano sparse reliquie di antichità, specie alle contrade di Tuori e di Sainaro. Di quest’ultima gli eruditie fecero il nome di una pretesa antica città di Saginaria, donde sarebbe poi surto Contursi al medio evo (GIUSTIN. Dizion. Geogr. ad v., ANTONINI, 201, Corcia, III, 92). — Ma Sainaro deriva da saina o sagna del basso latino, che significarono un’erba palustre, della specie dei giunchi; onde Sainaro o Sagniaro (o non Saginaro) (conf. Felicaro, del dialetto, Salicara, etc.) valse luogo ferace di giunchi. — Per Tuori, vedi innanzi al capitolo XIII, n. 9.

15. Vedi la carta topografica dello Stato Maggiore, foglio 199, IV. Le distanze, ma in linea retta, sono date secondo questa carta. Ricorderò, a rincalzo delle denominazioni ben frequenti dall’Orso, che anche presso l’abitato di Caggiano è una contrada detta di Orsomanno, che non ha che fare nulla con l’antica Urseio.

16. Da lettere, all’autore, dell’egregio signor arciprete Giallorenzi.

17. Dalla Monografia di Caggiano del canonico ALESSIO LUPO, nell’opera: Il Regno delle Due Sicilie descritto ed illustrato (per cura di F. CIRELLI) che rimane incompleta, traggo queste notizie:

«I ruderi degli antichi Vichi intorno Caggiano sono ancora visibili; ritengono tuttavia i loro nomi, cioè Massa, Massavetere e Casale, nomi indicanti luoghi abitati, come viene confermato dagli avanzi di antichità che si van discoprendo, consistenti in aquidotti di creta e di piombo, monete romane, consolari ed imperiali; qualche moneta urbica, specialmente di Turio, di Velia, di Taranto, di Metaponto, ecc., ed in tumuli di opere laterizie e da fabbriche con iscrizioni sepolcrali» (pubblicato nel Corp. Insc. Latin.).»

«Nelle vicinanze del primo dei detti Paghi eravi un pubblico bagno, e i ruderi ne erano visibili nella contrada ancor oggi detta il Bagno…»

Nel 1795 furono trovate, nell’abitato di Caggiano, un tesoro di oltre a 4500 monete romane «tutte consolari», di argento battuto tra il VII ed VIII secolo di Roma. — Frequenti i trovamenti di antichi vasi o sepolcri. Non meno notevole questo:

«Non ha molto, nel farsi uno scavo, in luogo poco distante dall’abitato, fu rinvenuta una fornace piena di tali vasellini, quivi messi a cuocere. Oltre a ciò, quando nei contorni dell’abitato si scava il terreno a qualche profondità, si rinvengono sepolcri di opere laterizie».

18. V. al capitolo XVII.

19. Platano, fiume di Muro, da πλατυς, largo. La parola Botta sarebbe reliquia popolare dell’antico ποταμος?

20. La s finale, per il noto fatto del rotacismo eolico, passa soventi in r. Nel latino honos ed honor; arbos ed arbor; intus ed intra; e poi munus-eris, Iepus-leporis, etc. Quindi il tenagos (e doricamente tanagos) delle popolazioni greco-italiote passò alle popolazioni latino-italiche di tanagos, tanagoris. Avvertì VARRONE, VII, 27, che gli antichi Iatini pronunziarono s dove più tardi fu pronunziato r; e dissero plusimi, asena, Casmena, janitos per plurimi, arena, Casmena, janitor. A conferma del Τέναγος ricordiamo che τὲναγιζειν è spiegato: Fluvius vel mare dicitur quum decrescens limum reliquit.

21. Secondo il ROMANELLI (Topog. ant.) che lo ripeteva dal Lanzi (Ling. etrus.) in una greca iscrizione su lamina di piombo trovata a Strongoli, ove era l’antica Petilia, si legge il nome Sontia in greco; ma è un equivoco. Quella parola è Σαοτις, nome di donna, e non di Sontia. Vedi Corp. Ins. Gr_æ_c. e in CORCIA, Op. cit. III, pag. 263.

22. La contrada detta il «Lago», all’est di Sansa, ricorda ancora gli antichi paludi.

23. Vedi nel X vol. del Corp. lnsc. Latin. pag. 33.

24. In tutte le edizioni di Plinio, la denominazione che si dà ai popoli di Tegianum è di Tergitani: lezione guasta, probabilmente d’un Tegejani, o Tegiiani. Nel liber Coloniar. è detta Tegenensis la prefettura. — Che la città, in origine, fosse detta «Tegira» come un’omonima città della Beozia, e che perciò fosse di fondazione ellenica, è supposizione gratuita del CORCIA (Op. cit. III, 99). — Pel «vico» artificiosamente detto «Tergia», negli atti di S. Laverio, che hanno voluto riferire a questa Tegira o Tegianum, rimandiamo al nostro libro: L’Agiografia di S. Laverio del 1162 illustrata, Roma, 1881, pag. 121.

25. Nel Corp. lnsc. Latin. vol. X, pag. 33.

26. LENORMANT, che visitò i luoghi, À travers l’Apulie et la Lucanie, II, pag. 91.

27. Ponte di «Siglia» dice il popolo; e gli eruditi, che hanno le pretese di correggere il popolo e nobilitare i dialetti, dicono invece «ponte di Silla», e argomentano, su questo dato, a fondazione di un Silla, non so se il dittatore o chi altri.

Nell’epigrafia tegianese sono due titoli che accennano ad un C. Luxilio (Corp. Ins. Lat. n. 293 e 304). Io credo che alcuno di cotesti marmi, già incastrato nelle mura del ponte porché non andasse perduto, diè giusta ragione alla denominazione del popolo, secondo la sua propria fonetica, e però non alle correzioni erudite.

28. Vedi al capitolo precedente.

29. CASSIODORO, Variar. lib. VIII, epist. 33:

Est enim locus ipse camporum amoenitate distentus, suburbano quondam Consilinatis antiquissimae civitatis, qui a conditore (?) sacrorum fontium Marcilianum nomen accepit…

Questo accenno topografico di Cassiodoro farebbe ritenere come più certa l’opinione di quelli che allegano Marcelliana a piè del colle di Padula, ovvero di Sala.

Ma la lingua e lo stile di Cassiodoro non affida come quella di uno scrittore classico: — e la linea di strada per la valle del fiume Calore a Marcelliana (di cui è parola al cap. XXI) mi porta piuttosto a darle posto a sinistra, anziché a destra del fiume Tànagro.

30. Lib. III, 15.

31. In un latercolo militare la città è detta Cosilino. — Vedi Corp. Insc. Latin. vol. X, pars II, pag. 961.

32. Cap. IV. — Conf. LENORMANT, À travers l’Apulie et la Lucanie, II, pag. 114-9.

33. Vol. X del Corp. Ins. Lat. al cap. XVI (Tegianum).

Lo accertamento del posto di Consilinum alla «Civita» di Padula oggi ci è dato dalla iscrizione ivi trovata (in due frammenti) nel 1880, che dice:

M. VEHILIUS PRIMUS

CUR. R. P. COSILINATIUM

PORTICUM HERCULIS

A SOLO IMPENSA R. P. INS

TANTIA SUA F. C.

La iscrizione si conserva dal benemerito prof. A. Rotunno, in Padula. — Fu pubblicata nelle Notizie degli Scavi, 1900.

34. La lettera di papa Palagio (non è detto se il primo o il secondo di tal nome) è nel Corpus Juris Canonic. Pars I, dist. 76, Can. 12.

35. Per le varie lezioni del passo del Decretum, e per le questioni relative, conf. Ia nostra illustrazione dalla Agiografia di S. Laverio, già citata, pag. 38.

36. Nel territorio di Àtena è stato rinvenuto di recente (Notiz. scavi antich. 1897) un cippo o termine graccano che porta queste parole: C. SEMPRONIUS T. F. — (CAjo Gracco) — AP. CLAUDIUS C. F. — P. LICINIUS P. F. — III VIR. A. I. A. (agris judicandis adsignandis), e dall’opposto lato: K(ardo) VII. Un Identico cippo era stato trovato, qualche anno innanzi, nel prossimo territorio di Sala Consilina, e se ne legge il frammento nel C.I.L. X, 289.

Sono i nomi dei triumviri che per la legge Sempronia, rogata da Tiberio Gracco (621 di R.-133 a.C.) ebbero lo incarico con la potestà di dividere ed assegnare l’agro pubblico del popolo romano e la potestà giurisdizionale di dirimere le contestazioni per confini od usurpazioni sull’agro stesso. Durò questa speciale magistratura agris adsignandis et judicandis fino al 624, ma non guari dopo, nel 630 al più tardi, la potestà speciale di giurisdizione, judicatio, le venne tolta. Morto miseramente il primo di quei triumviri, che fu Tiberio Gracco, gli viene sostituito il fratello Caio, che è questi del cippo di Àtena.

E nel breve periodo di tempo, dal 621 al 636, 133 al 121, i triumviri Caio Gracco, Appio Claudio e P. Licinio Crasso delimitarono, nel territorio di Àtena o contigua città, quella parte del territorio che era stato dichiarato pubblico del popolo romano, e venne suddiviso in centurie per le assegnazioni ai cittadini romani, sia proprietari semplici, sin costituiti in colonia.

A questo fatto si connette senza dubbio il fatto del pretore Popilio che sedò le contese violenti tra pastori e agricoltori. È dubbia solamente la nota cronologica. Le contese agrarie sedato dal pretore si dibattevano o combattevano sull’«agro pubblico», certamente del popolo romano. Era esso, dunque, già in dominio della grande città. E ben può inferirsi che sull’agro pubblico, o demaniale romano, dato temporaneamente a corrispettivo di canone e in aspettazione di assegnazioni colonarie, si agitarono le violenti contese, per uso o abuso dei dritti di pascolo delle greggi degli uni sui còlti degli altri, che invocavano forse la guarentigia del concedente. Il pretore venne a frenare ovvero a disciplinare i dritti, e l’uso del pascolo vagabondo sui fondi, assegnati o no, dell’usuario cultore: finché l’agro demaniale non si assegnasse o vendesse. E il passaggio da «agro pubblico di Roma» a territorio ripartito a coloni, fu opera eseguita dai triumviri del cippo di Àtena: e qui dové allora prendere stanza un popolo di coloni da Roma.

37. V. al capitolo precedente.

38. Dirò come semplice congettura che potrebbe riferirsi, per apocope dell’ultima sillaba, alla parola greca α-τέναγος e indicherebbe «luogo non palustre», cioè «sano» (vedi innanzi per la parola Tànagro); e perciò equipollente antichissimo! ai nomi moderni dei paesi Montesano e Buonabitacolo dello stesso bacino del Tànagro.

39. Vedi innanzi al cap. XXI.

40. Il Foro Popilio à probabile sorgesse al piano, ove al medio evo venne su il villaggio di San Pietro presso alla fontana, il quale, essendo detto S. Petri ad Pollam aquae, trasmise il nome abbreviato la paese che surse ivi presso, sul colle vicino.

41. Parve al LENORMANT (Op. cit. II) che la parola «Polla» fosse appunto una contrazione di Popilii. Pure ammessa (e dubiterei) la contrazione in Poplii, il supposto Poplius o Poplus, non avrebbe potuto dare che Pioppo, non Polla. — Della strada Popilia, se ne è parlato al capitolo precedente. — Quanto alla città di Petilia, che alcuni vollero allogare a Polla, ne fu fatto cenno al cap. XX e se ne discorrerà in seguito.

42. ALBIROSA, L’osservatore degli Alburni, Napoli, 1840, pag. 25.

43. In campo Atinate, sono le parole di Plinio.

44. Il frammento sallustiano sarà riferito più giù. Esso mostra che nella Peutingeriana non è errore, come molti dei nostri scrittori hanno ritenuto, il Nares Lucanas, che essi emendarono in Marcelliana. — Ricorderò che erano dette appunto Nares dai latini (VITRUVIO, VII, 4) extremae canalium partes, per quas humor egeritur.

45. Qui l’allogano alcune moderne carte tedesche.

46. Il luogo presso Brienza è detto Cerrana, Come già scrisse il Lombardi (nel Saggio, ecc. XXXIV), e non Cerrona come si legge nel Corcia (p. 96, III). E poiché è infatti Cerrana e non altrimenti, la permutazione dell’a in o sulla sillaba dove cade l’accento tonico, mi lascia dubitare della equipollenza dell’antica alla nuova parola.

47. È al sud–est di Rivello la «Serra la città». L’Antonini a pagina 412 scriveva:

«Credo bene che Rivello non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne e nei suoi luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi «La Città» molte medaglie e statuette di bronzo… In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigie di antiche fabbriche laterizie, e chiaramente ivi s’osserva la ruinata figura di un circo».

Non ometterò di dire che egli, pure dubitando, vorrebbe mettervi Blanda, la quale oggi si riconosce a Tortora.

48. La parola Sinno, per derivare dall’antico Siris, presuppone un Sirnus o Sirinus. Se la si deriva dal «monte Sirino» non si elimina ma si allontana la difficoltà etimologica che resta. Si potrebbe, forse, considerare come un diminutivo italico di Siris, il fiume della Siritide, quasi il «piccolo Siris», come è naturalmente alle origini sue.

49. Lo attesta il Lombardi, nel Saggio sulla topografia, ecc. delle città italo-greche, lucane, ecc. comprese nella Basilicata, § XLI. Negli Opuscoli accademici, ediz. Cosenza, 1836, p. 220.

50. Lib. VI, 388: paulum supra mare.

51. LENORMANT, Grande Grèce, vol. III, chap. II.

52. Vedi appresso.

53. C. SALLUSTII CRISPI, quae supersunt, recensuit Rud. Dietsch. — Lipsiae, Tuebneri, 1859, nel vol. II. È il Framm. 67 del libro III, Historiar. (già pubblicato da parecchi e dal Mai), e dice:

Et propere nanctus idoneum ex captivis ducem Picentinis, deinde Eburinis jugis occultus ad Nares Lucanas atque inde prima lucepervenit ad Anni forum ignaribus cultoris

Nell’edizione citata è dato il fac-simile del frammento, secondo il Codice vaticano, in lettere maiuscole: in esso è scritto Naris lucanas.

54. Da Semuncla non potrebbe derivare, nel nostro italico, che Semonchia o Semoglia; ma Sambuco (sammuco o savuco del dialetto) è impossibile.

55. Per le origini del nome vedi al cap. IV. Per le battaglie ivi combattute, v. capitoli XVII e XVIII.

56. Conf. l’Agiografia di S. Laverio, ecc. di sopra citata.

57. Nel Corp. Ins. Lat. X, parte II, al n. 1093. È un’iscrizione grumentina (dell’anno 711 di Roma, 42 avanti Cristo), ove è cenno di un portico innalzato da T_. Vettius. Serg_(ia) architectus de peq. pagan(ica).

58. Vedi appresso alla Parte II, capit. III.

59. Lo attesta il Lombardi, che era nativo appunto di Tramutola, nel Saggio, ecc. citato poco innanzi.

60. CORCIA, Op. cit. III, pag. 74, il quale però, a pag. 109 dello stesso volume, muta di avviso. Il Romanelli l’allogava a Lagonegro.

Ai futuri indagatori della topografia lucana mi sia lecito indicare, al nord dol paese Casaletto Spartano, un luogo che è detto Monte Collo.

61. Vedi nella Parte II, capit. III, numero 59.

62. Alcuni (Corcia per esempio) allogherebbero qui l’Abellinum Marsicum, che è nominato da Plinio nella «seconda regione dell’Italia di Augusto», che era limitata dall’Ofanto: ma Ia troppa distanza dall’Ofanto all’Agri non conforta la congettura. Altri allogarono a Marsico Vetere l’ignota Vertina (ricordata da Strabone) in grazia all’allitterazione delle due parole, che non hanno punto affinità fonetica tra loro. Altri, a Marsiconovo o Paterno, vollero trovarvi Consilino: e si appoggiavano ad un frusto di marmo letterato, che Mommsen non crede autentico (Insc. R. Neap. n. 109*). — La parola Marsico, come si dirà altrove (Parte II, cap. III), è dal basso Iatino medievale.

63. Nel Corp. Insc. Latin. X, 6975 innanzi ricordata.

64. Sorge un dubbio che non fosse un duplice nome di unico luogo equivalente ad Acirronia, di cui sopra. — Io credo l’Acidios un posto in antico di quegli Elleni che colonizzarono l’interno del paese dalle coste tirreniche. Nel greco avrebbe il significato di «pagliaio», argomento delle umili origini sue. Nelle tavole di Eraclea, la parola che ha significato di pagliaio è appunto ἀχυριος64a. Nello stesso significato si ha ἀχυρών che si inflette in ἀχυρῶνος64b. Le due forme collimano. Sarebbe pertanto uno stesso paese a duplice forma di nome? Secondo questo concetto, la nomenclatura ufficiale sarebbe acidios, e la nomenclatura popolare (che è quella che comunemente siegue la tavola dei bassi tempi) darebbe acirona.

64a. Vedi MAZZOCCHI, pag. 229.

64b. E significa: Receptaculum palaearum ed acervus palaearum: lo scambio fonetico della χ in κ non osta nell’onomastica della regione. Conf. Acherontia — Aceruntia ed Acerenza, Archiepiscopus — Arcivescovo, etc.

65. Che fosse sede di Presidi della Lucania nei tempi imperiali è affermazione (ANTONINI, 564; CORCIA, III, 83, ed altri) che a fonda unicamente sugli «Atti del martirio dei dodici fratelli d’Africa» (di cui vedi al capitolo XI della Parte II): ma quanto degli Atti è titolo, per ragioni intrinseche ed estrinseche, di nessuna autorità.

66. Lo affermò prima il GIUSTINIANI, Diz. geog. ad v.; e ripeté il Corcia.

Le iscrizioni, di cui è cenno nel testo, sono del 1180 e 1200, già pubblicate dall’Ughelli (Ital. Sacr. VII, 133) e più esattamente dal dottor M. La Cava nella Lucania Letteraria di Potenza, dell’aprile 1885.

67. Vedi al capitolo IV.

68. PLINIO, III, § XVI. — Opinione del D’Anville. Ap. CORCIA (Op. cit. III, 561) che vi aderisce, ricorrendo ad una strana etimologia greca di Strabelli dai «tortuosi anfratti»! del Vulture, o, meno strana, da «pini»: mi che, ad ogni modo, non ha che fare con la parola Rapolla.

69. Vedi alla Parte II, capitolo III.

70. Vedi al capitolo III, n. 86 della Parte II.

71. Se ne parlerà alla Parte II, Cap. IV.

72. Vedi al capitolo IV.

73. Nel capitolo XX. Vedi Append. I, a questo volume.

74. Questo vico o «Castello Bandusio» è nominato in una Bolla del 1103 di Pasquale II, che si legge nel Bullar. Roman. (vol. II, 123) e nell’Ughelli (Archiep. Acheruntini. Ital. Sacra, VII, col. 20). L’abate Capmartin de Chaupy, nell’opera Découverte de la maison de campagne d’Horace. Rome, 1767, fu il primo a ricordare questa Bolla, in cui non solamente è parola di un castello o villaggio, ma di un Bandusio fonte apud Venusiam. Le parole sono queste:

Tibi… concedimus, confirmamus coenobium ipsum (Beatae Mariae de Banzi) et omnia que ad illum pertinent… videlicet ecclesiam S. Salvatoris cum aliis ecclesiis de Castello Bandusii… (sieguono altre chiese e «casali») ecclesiam SS. Martyrum Gervasii et Protasii in bandusino fonte (o monte?) apud Venusiam.

Di qua l’abate De Chaupy trae valido argomento che la Fons Bandusiae dell’ode 13, nel libro III, era non già in Sabina, ma qui in questo pago tra Bantia e Venusia: non senza aver ricordato come il P. Sanadon, uno degl’interpreti del poeta, accertasse che i «migliori manoscritti» di Orazio portassero Bandusiae e non Blandusiae, come altri legge.

Il De Chaupy venne in pellegrinaggio scientifico sui luoghi, per trovare questo ascoso tesoro di fonte «dalle chiare acque che mormorano, difese dall’atroce ora della canicola che ferve e fiammeggia, grazie all’ombra dei lecci, cui vengono a chiedere ristoro di frescura i buoi sciolti dall’aratro e le mandre che vagano in pascolo». E stimò di averla trovata presso l’odierno paese di Palazzo San Gervasio (a sei miglia da Venosa) nel luogo che era detto appunto la Fontana Grande, ma di cui non restava allora che l’ombra del gran nome! come egli mestamente si esprime (Op. cit. vol. III, pag. 363 e 537). Ma i nostri dotti non si acquetarono a questa sentenza: e Andrea Lombardl (nel § XVII del citato Saggio sulla topografia delle antiche città lucane, ecc.) trova le testimonianze visibili della fonte oraziana in certi avanzi di antiche condutture scoverte il 1830 nel boschetto di Paglione, che è ad un chilometro da Palazzo, là dove fu posto a nudo un tratto di antico acquedotto, e di lì poco lontano «un ampio serbatoio costruito da mattoni con pavimento laterizio»; mentre non guari discosto è anche la fontana del Sambuco, anche essa pretendente agli onori del gran poeta. Nel bosco comunale di Palazzo un’altra fontana ha il nome di Frontiduso (?); e questa l’Ingenua erudizione locale traduce e sincopa in fons (ban)dusa! — Tra tanta copia, scelga il lettore: io mi astengo! — Fra i molti contraddittori al De Chaupy è singolare l’anonimo traduttore francese del Vogage de H. Swinburne dans Ies deax Siciles. Paris, 1785. Nel volume II, pag. 208, contro la indicazione della celebrata fontana a Banzi, egli argomenta, con tutta serietà, così:

«Se fosse stata in Lucania, come mai il poeta avrebbe detto alla fontana: dulci digne mero… Cras donaberis haedo. Orazio non aveva cànova (!) in Venosa, e non ne acquistò mai in quei luoghi da che ne parti di otto anni…»

Oh eruditi esilaranti! Se non aveva cànova, se non aveva fattori, dove egli avrebbe preso un nappo di vino e il capretto occorrente al sacrificio quel povero poeta!

75. MOMMSEN (Corp. Ins. Lat. X, p. 710) inclina a credere che questa linea dell’Itinerario, la quale segna: 1. Venusia; 2. Opino; 3. ad Bradanum; 4. Potentia, siasi confusa con l’altra linea dell’Appia antica, che da Venosa si dirigeva a Taranto, e in quest’ultima linea sarebbe stato l’«Opino», che egli crederebbe (pare) lo stesso che l’Ad Pinum dell’Itinerario medesimo. — Vedi al cap. XXI.

76. Ai capitoli VII, VIII e IX.

77. In un diploma del 1099, Rodolfo conte di Montescaglioso dona alla di San Michele di questa città molte terre e chiese, quali sono, tra le altre, San Nicola de Appio, San Benedetto de Acina, San Giovanni de Arenella, e inoltre la chiesa di Sanctae Mariae de Lacaria (p. 142 della Histor. Cronolog. Monast. S. Michaelis Arcang. Montis Caveosi, del P. TANSI. Napoli, 1746. A questa Lacaria (come scritto nella stampa) dovrebbe corrispondere, a mio credere, l’antica Lagaria: ma non mi è riuscito di trovare ove precisamente fosse posta la contrada detta Lacaria; benché non è dubbio per me fosse posta nelle pianure del Jonio dal Bradano al Sinno, o fiume di Canna. Presso Montalbano Jonico, a sinistra dell’Agri, è una contrada detta Isca o Lacara. Qui corre II pensiero a prima giunta: ma sorge il dubbio che il Lacara fosse il plurale antiquato o popolare di laghi, come càmpora, lòcora, dònora, ecc. di campi, luoghi, doni, ecc.

78. Vedi al capitolo IV.

79. Vedi al capitolo XX.

80. Lib. VI, 390: Oppidula exigua Lucanorum, Grumentum, Vertinae (Ουερτιναι), Calasarna.

81. Non debbo passare sotto silenzio che tutti i parecchi manoscritti consultati per la edizione del Didot di Strabone scrivono Ia parola, a quanto pare, in unico contesto.

82. Galasium, nel privilegio del 1123 contenuto nella Bolla di Callisto II; Galasum in Bolla del 1111; in un atto del 1070 è detto Castellum Armenti et in ejus territorio Monasterium Galasi, ecc. apud ZAVARRONI, Esistenza e validità dei Privilegii alla chiesa di Tricarico, Napoli, 1740: all’Appendice, p. 22, 25 e 29.

Le reliquie del «Castello Galaso» si veggono tuttora a tre miglia da Armento, verso oriente, presso quella Serra Lustrante o Lustratica, ove si sono rinvenuti i più ricchi antichi sepolcri.

83. Avverto però che ivi tu incolato di gente greco-bizantina al medio evo. Vedi Parte II, capitolo IV.

84. Ovvero sincope di βραδυδυνὴς. — CORCIA, il primo, disse da βραδὺς, Op. cit. III, pag. 88.

85. Donde βασσων profundior: così il CORCIA, III, pag. 325.

86. ακιρῶς remisse, e sine motu, ap. Hesych. ἀκιρός, nihil agens, ap. Theocr. Si noti la grafia Aciris e non Acheros, che pel fiume lucano non si trova mai scritto: e la iscrizione di Numini Herculis Acheruntini Vitalis, etc. che si dice scoverta presso Eraclea (ap. Romanelli , Topog. I; CORCIA, III, 318) è falsa. — L’italico «Agri», anziché dal latino Aciris, è derivato dal greco ἀκιρòς: che, pronunziandosi come dattilo, fa possibile la contrazione che ha avuto luogo nella parola italica.

87. Era detta Salandra al medio evo. Vedi al capitolo IV.

88. ἀναστρέφω — subverto; αναστεφομαι — versor in aliquo loco.

89. Aυλων e αυλος, alveo e canale.

90. Vedi innanzi.

91. Contro Ia mia affermazione non voglio omettere di riferire l’acuta congettura del valoroso geologo G. DE LORENZO, di cui ricordammo al cartolo VI le profonde investigazioni sulle Reliquie de’ grandi laghi pleistocenici nell’Ital. merid. — Scelga il lettore. — Egli di Laino scriveva (pag. 29):

«Qui Strabone parla di un golfo di Lao, mentre ora II fiume Lao termina a mare con un delta prominente, simile al triangolo isoscele ottusangolo: è chiaro quindi che questo gran delta, largo alla base più di 10 chilometri, si è formato dopo i tempi di Strabone; e che prima dell’era volgare esistesse in suo luogo uno spazioso golfo o seno (κολπος), che dai promontorii di Scalea e di Cirella s’intornava molto nelle terre, fino ad incontrare le acque del fiume Lao. Ciò va d’accordo con la «poca distanza» che separava la città dal mare».

92. V. al capitolo XVII.

93. In ERODOTO, lib. VI, 21, si legge non altro che queste parole:

«I Sibariti che, dopo Ia perdita della loro patria, abitavano Lao e Scidro… non presero il lutto per la distruzione di Mileto», ecc.

94. La pretesa relazione tra l’antichissima Scidro e l’attuale paese di Papa Sidero non è menomamente attendibile. Questo paese come l’altro di Abate Marco, non Bate Marco, di Circhiosimo, di Cironofrio sursero nel medio evo da Laure o conventuoli di monaci, specie basiliani, all’avvento delle popolazioni bizantine per le regioni bagnate dal Jonio e Tirreno. Lo dimostra il loro nome: papa. cir. V. II Parte, Cap. IV; e per Circhiosimo ivi.

95. CORCIA, Op. cit. III, 64.

96. Λάβρος — rapido.

97. CORCIA, Op. cit. III, 58; ANTONINI, pag. 69, e 377, 378. — Vedi innanzi, al capitolo IX.

98. A tre miglia da Velia, gli eruditi napoletani trovano una villa del vecchio Catone (che veramente ebbe ville in Lucania, a ricordo di Plutarco) in quel luogo sparso di ruderi, che è detto La Catona (CORCIA, III, 54; RICCIO, 100; ANTONINI, 329, ecc.): ma è un falso vedere. Un posto detto La Catona (che è denominazione non infrequente nel Napoletano) si trova, per esempio, presso Reggio; un altro presso Terranova del monte Pollino: la parola ha origini medievali dal greco-bizantino, e significa (tra altri sensi) «magazzino e guardaroba»; e per estensione, come a Reggio e qui presso Velia ebbe senso di «scalo o stazione di navi» (Conf. AMARI, Stor. musulm. III, 672).

99. La questione di una Petilia Lucana, sollevata prima dall’Antonini, e da altri scrittori accettata e difesa con gli stessi argomenti dell’Antonini, per qualunque verso si pigli, non regge in gambe. Le iscrizioni da lui pubblicate per darle posto sul monte della Stella sulla valle dell’Alento sono false99a.; e falso il brano di un atto di notaio del secolo XVI, che egli ricorda.

Si fonda egli, inoltre, sopra alcune frasi di Plutarco, nella vita di Crasso, le quali, dopo di Iui, servono di falsariga alle identiche argomentazioni di altri scrittori; e a questo titolo non si può trascurarle. — Crasso combatteva contro Spartaco nei Bruzii; di qua il gran ribelle era fuggito agli inseguimenti del console. Una parte delle truppe di Spartaco si separa da lui, e, al comando di Casto e di Gannico, accampano presso «la palude Lucana». Crasso li attacca e li mette in rotta. Dopo la costoro strage (continua Plutarco) Spartaco, nel ritornar che faceva99b verso i monti Petelini, era stretto alle spalle da Quinto, legato di Crasso e dal questore Scrofa, che gli venivano alle reni. Ma il Trace si volge loro di fronte: i Romani turpemente fuggono, e il questore vi tocca una grave ferita. Questa vittoria gonfiando gli animi, perdé Spartaco: i suoi non vollero andare innanzi, e, ammutinati, lo sforzano armata mano a condurli per la Lucania contro i Romani.

Dov’era la Palude Lucana? — Qui il nodo della questione. — Era presso la città di Pesto, ovvero tra Pesto e il prossimo Capaccio, pel Cluverio, per l’Antonini, pel Romanelli, pel Corda, pel signor Riccio ed altri ancora. Ma, chi gliel’assicura? dimanderemo. — Frontino, facendo parola di certi stratagemmi di Crasso nelle guerre contro Spartaco, accenna ad un monte detto Calamario o Calamacio. Per Cluverio e gli altri scrittori, Calamacio è lo stesso che Capacio o Capaccio: e da ciò segue che Ia palude lucana è quella appunto indicata di sopra, tra Pesto e Capaccio. Ma chi assicura a Cluverio la identità di Calamacio a Capacio? — Io penso, egli risponde, che il vero nome fosse Calamatius mons; donde poscia fu fatto il volgare Calmatio, e ben presto Calpatio e finalmente Capacio99c. — Che questa genesi filologica paresse giusta ad uno scrittore (del resto dottissimo ed acuto) del secolo XVII, non fa maraviglia: ma fa maraviglia che per i dotti scrittori del secolo XIX cotesto processo filologico sia parso sì naturale e legittimo da non aver bisogno di prova. Ma la prova resta ancora da darsi: e resta da darsi non già nelle permutazioni, cui si riferisce Cluverio del l in c, ma nella mutazione trascurata della lettera m nella p, che è assai strana metamorfosi alle leggi foniche del nostro idioma. E Capaccio, d’altronde, non ha le sue prossime e più giuste origini filologiche da Caput aquae, ovvero, meglio, da Caput aquagii?99d Resta dunque dunque campata in aria la identità della «Palude Lucana» con gli stagni presso Pesto, o con quali altri si voglia tra Pesto e Capaccio99e..

Se ricorriamo ad altro genere argomenti, si può forse ritenere come «probabile» che esistesse la grande Palude in qualche parte dell’ampia valle del fiume Sele, comprese in essa le valli o i bacini dei molti influenti del Sele medesimo. E dico «probabile» se raffronto al passo surriferito di Plutarco le parole di Paolo Orosio e un breve frammento di Sallustio, relativo a Spartaco. Crasso (scrive OROSIO, V, 24) «fece battaglia coi fuggitivi e ne uccise seimila: ma prima di assalire Spartaco, che accampava a Capo Sele — ad caput Silari fluminis castrametantem — batté i Galli e i Germani compagni di esso, e ne uccise 30mila!! Trattengo ogni osservazione su queste cifre sbalorditoie, e vengo al frammento di Sallustio (v. innanzi), ove è detto che Spartaco «prende a guida uno dei prigionieri picentini, e nascostamente va dai monti di Eboli — Eburinis jugis — alle Nares Lucanas: e di poi, sul fare del giorno, pervenne al Foro di Annio» — che era, come si è detto, alquanto al di là di Maratea. Credo siami lecito di ritenere che questi gioghi o catene di monti di Eburum siano i medesimi che quelli onde ha origine il fiume Sele, il Caput Silari di Orosio; e che i fatti di armi indicati nelle parole specialmente di Orosio siano gli stessi di quelli narrati da Plutarco. Di qua il giudizio di probabilità cho ho espresso di sopra: e di qua le conseguenze che mi pare lecito di trarne; ed è che Ia Palus lucana, di cui è parola, si dovrebbe trovare nell’alta valle del Sele, che indicherò verso Palo Monte, o S. Gregorio Magno: quello, che del suo nome indica appunto un’antica Palus, e questo ove era un amplissimo «pantano» di recente scomparso, fanno testimonianza alle antiche storie.

Ora, tornando al passo di Plutarco, non mi par dubbio che ciò non dà nessun appoggio alla tesi dell’Antonini e dei suoi molti seguaci. Spartaco, intesa la disfatta dei suoi, retrocede, o ritorna, o s’incammina verso i monti Petilini, e questi monti non è necessario che fossero presso Pesto o Capaccio: perché le parole del biografo non dicono che si ritirò o si salvò nei monti di Petilia, come interpreta l’Antonini (p. 96) e gli tien bordone il signor Corcia (III, 41). Spartaco, battuto, era naturale retrocedesse verso i Bruzii onde era venuto, e dove era la sua base d’operazione più prossima alla Sicilia.

I monti Petilini o erano nei Bruzii, o sul cammino che menava al paese dei Bruzii: più di così non può significare il luogo di Plutarco. Chi, pertanto, volesse riferire cotesti monti alla Petilia Bruzia, oggi Strongoli, che è la sola conosciuta, non sarebbe fuori la grazia di Dio e degli interpreti imparziali.

Ma, per lealtà di critica, un’ultima osservazione non debbo tralasciarla, ed è questa: Se la lezione dei «monti Petilini» in Plutarco è esatta; se non ci ha qualche lacuna nel contesto (che per vero non pare), io mi domando, come mai, se la battaglia, perduta dagli schiavi insorti, avvenne nella gran valle del Sele, se fu pertanto presso al confine occidentale della Lucania, e se da questo punto Spartaco retrocedeva verso il Bruzio, come mai ha potuto venire in mente ad uno scrittore diligente di indicare quale indirizzo della ritirata del Trace un punto così lontano, come i monti di Petilia (o Strongoli) posti all’estremo Bruzio orientale, al di là della Sila sul Jonio? Interpreta ivi Plutarco il pensiero intimo di Spartaco? Ovvero è naturale induzione dello scrittore alla prossimità della meta a cui il Trace tendeva?

Qui, per vero, io resto in dubbio; e, infra due, dirò che, o Plutarco pei monti Petilini voleva intendere i monti della grande Sila, e in questa ipotesi il suo concetto sarebbe meno illogico, meno innaturale; ovvero volle intendere di una regione montuosa di qualche Petilia, che fu davvero in Lucania.

Ma se esisté in Lucania, e dove, lo dirà l’avvenire; di presente è lecito negarlo.

99a Vedi nel Corp. Insc. Latin. vol. X, dal n. 99* al 120* delle falsae vel alienae.

99b Ovvero: retrocedendo; ἀναχωρουντι nel testo.

99c Ital. Antiq. pag. 1256. Io ignoro dove sia questa «Calamacio» di Frontino, poiché la sua identità con «Capaccio» è un supposto senza fondamento. Intanto, ai fututri investigatori di questi dati topografici, accenno che presso il Di Meo (Annali Diplomatici, VIII, 185) è ricordata una carta del 1079, in cui un Pietro dona al monastero di Cava la chiesa di San Nicolò di Colmagio in Procolo, di Nocera. Frontino non dice che il suo Calamacio o Colamcio fosse in Lucania, benché si argomenti che non fosse lontano dal Silaro. Non sarebbe, perciò, fuori di posto, se in quel di Nocera.

99d Ho sempre dubitato che fosse del tutto esatta la derivazione da Caput aquae; perché il qu latino davanti allo vocali a, o, u non muta; e perché non si spiegherebbe, nella ipotesi, coma la terminazione femminina di aqua sia cambiata nel mascolino Capaccio. Vuoilsi invece ritenere che la parala originaria fu Caput aquagii; e ricordo che Festo disse: Aquagium, quasi acquae agium, id. est. aqueductum. Dunque: Cap (ut aqu) aggio, il capo dell’acquidotto che portava le acque a Pesto.

99e Debbo aggiungere che di questa Palude lucana Plutarco dice che contiene acqua «in certi tempi dolce, la altri salsa e non potabile». L’Antonini ha trovata la sua Palude presso Pesto di acque sempre di eguale sapore (p. 222), ma il signor Riccio (Top. Ant. Luc. par. II, 22), che sta per la situazione della palude a Capo di fiume, presso Capaccio vecchio, dice che quella un «grazioso laghetto» formato da sorgenti di acque dolci e di altre acque salse: e perciò gli è questo, senz’altro, il luogo cui accenna Plutarco. Ma se è un grazioso laghetto, non è una palude od uno stagno, e se «laghetto» non intendo come un nappo di acque minuscolo avesse potuto ricevere il nome sì ampio di palude Lucana.

Parte I - La Lucania

APPENDICE I

APPENDICE I.

LA TAVOLA OSCA DI BANTIA

Della Tavola osca di Bantia, di cui è fatto parola nel capitolo XX, riportiamo il testo e l’interpretazione latina che ne dava l’illustre professore M. Bréal nei Mémoires de la Société Linguistique de Paris. Tome IV. Paris, 1881, pag. 381.

Egli omette le prime linee della Tavola perché troppo guaste da lacune; e comincia dalla linea 4ª.

§ 1.

Svae pis partemust pruter pan [pertemest,] |

Si quis (comitia) peremerit, priusquam [peremet], |

deivatud sipus com[e]nei perum dolom mallom siom ioc comono mais egm[as touti-] |

jurato sciens in comitio sine dolo malo se ea magis rei publicae |

cas[a]mnud pan pieisum brateis auti cadeis amnud, iuim idic siom dat sena[teis] |

causa quam alicuius — aut — causa, et id se de senatus |

tanginud maimas carneis pertumum. Piei ex comono pertemest, izic eizeic zicel[ei] |

sententia maximæ partis peremere. Cui sic comitia peremet, is illo die |

comono ni hipid.

comitia ne habeat.

§ 2.

L. 8. Pis pocapit post1exac comono hafieist meddis dat castrid loufit |

Qui quandoque post hac comitia habebit magistratus de fundo vel |

en eituas, factud pous touto deivatuus2 tanginom deicans, siom dat eizaisc3 idic tangineis |

in pecunias, facito ut populus jurati sententiam dicant, se de illis (rebus) id sententiæ |

deicum pod valaemom touticom tadait ezum, nep fefacid pod pis dat eizac egmad min[s] |

dicere quod optimum publicum — esse, neve fecerit quo quis de illa re minus |

deivaid dolud malus. Svae pis contrud exeic fefacust anti comono hipust, molto etan |

juret dolo malo. Si quis contra hoc fecerit aut comitia, habuerit, multa tanta |

to estud n. CIƆ CIƆ. In svae pis ionc fortis meddis moltaum herest, ampert minstreis aeteis |

esto n. CIƆ CIƆ. Et si quis eum forte magistratus multare volet, dumtaxat minoris partis |

eituas moltus moltaum licitud.

pecuniæ multæ multare liceto.

§ 3.

L. 14. Svae pis pru meddixus altrei castrous anti cituas |

Si quis pro magistratu alteri fundi aut pecuniae |

zicolom dicust, izic comono ni ni hipid ne pon op toutad petirupert urust sipus perum dolom |

diem dixerit, is comitia ne habeat nisi cum apud populum quater oraverit sciens sine dolo |

mallom, in.trutum zicolom4touto peremust petiropert. neip mais pomtis.

malo, et definitum diem populus acceperit quater, neve magis quinquies.

§ 4.

(L. 15.) Com preivatud actud |

Cum reo agito|

pruter pum medicatinom didest, in. pon posmom con preivatud urust, eisucen ziculud |

prius quam judicationem dabit, et quum postremum cum reo oraverit, ab illo die |

zicolom XXX nesimum comonom ni hipid. Svae pis contrud exeic fefacust, ion svae pis herest meddis moltaum, licitud, ampert mistreis aeteis eituas licitud.

diem XXX proximum comitium ne habeat. Si quis contra hoc fecerit, eum si quis volet magistratus multare liceto, dumtaxat minoris partis pecuniæ liceto.

§ 5.

(L. 18.) Poncenstur |

Quum censores|

Bonsae tantam censazet, pis cevs Bantins fust censamur esuf in. eituam, poizad ligud |

Bantiae populum censebunt, qui civis Bantinus fuerit censetor ipse et pecuniam, qua lege |

iusc censtur censaum angetuzet. Aut svae pis censtomen nei cebnust dolud mallud |

ii censores censere proposuerint. At si quis in censum non venerit dolo malo |

in. eizeic vincter, esuf comenei lamatir Pr. meddixud toutad praesentid perum dolum |

et in eo convicitur, ipse in comitio vendatur prætoris magistratu populo præsente sine dolo |

mallom: in. amiricatud allo famelo in. ei sivom; poci eizeis fust pae ancesto fust, |

malo: et veneat cetera familia et is simul; quæ ejus fuerit quæ incensa fuerit, |

toutico entud.

publica esto.

§ 6.

(L. 23.) Pr. svae praefucus pod post exac Bansae fust, svae pis op eizois com |

Prætor sive præfectus qui post hac Bantiae erit, si quis apud illos cum |

atrud ligud cum acum herest, auti pru medicatud amnim aserum eizazunc egmazum |

altero lege agere volet, aut pro judicato manum asserere illarum rerum |

pas eixascen ligis scriftas set, ne pim pruhipid mais zicolois X nesimois. Svae pis contrud |

quæ hisce in legibus scriptæ sunt, ne quem prohibeat magis diebus X proximis. Si quis contra |

exeic pruhipust, molto etanto estud n. CIƆ. In. svae pis ionc meddis moltaum herest, licitud, |

hoc prohibuerit, multo tanta esto: n. CIƆ. Et si quis eum magistratus multare volet, liceto, |

[ampert] minstreis aeteis eituas moltas moltaum licitud.

dumtaxat minoris partis pecuniæ multæ multare liceto.

§ 7.

(L. 27.) Pr. censtur Bansae |

Prætor censor Bantiæ |

[ni pis fu]id nei svae Q. fust, nep censtur fuid nei svae Pr. fust. In. svae pis Pr. in. svae |

ne quis sit nisi quæstor fuerit, neve censor sit nisi prætor fuerit. Et si quis prætor et si |

… in nerum fust, izic post eizuc Tr. pl. ni fuid. Svae pis |

… magisterium — fuerit, is post illud Tr. pl. ne sit. Si quis |

… [facus f]ust, izic amprufid facus estud. idic medicim cizuc |

… [factus] erit, is improbe factus esto. Id magisterium illo |

… medicim … um VI nesimum |

… magisterium … Vi proximum |

… um pod |

… quod |

… medicim |

… magisterium |

La tavola di Bantia si conserva nel Museo nazionale di Napoli. Fu trovata verso il 1790 nel territorio del paese di Oppido di Basilicata, che oggi è detto Palmira. È una lastra di bronzo, alta 25 centimetri e larga 38, scritta dai due suoi lati: da un lato è incisa una legge o plebiscito, in latino, d’ignoto contenuto; dall’altro è l’iscrizione osca: però anche questa scritta, come quella, in caratteri latini, i quali ai paleografi indicano i tempi del secondo secolo av.C. Manca il principio, la fine e la parte destra dell’iscrizione.

Non vi è relazione di sorta (come oggi è accertato) tra la iscrizione osca e la latina. Il testo osco fu pubblicato primamente nel 1795 dal Marini (nei Fratelli Arvali); poi dal Rosini, e nel 1820 dal Guarini, in fac-simile, ma da tutti e tre senza interpretazione. Grotefend e Klenze tentarono la spiegazione di qualche passo. Tra noi, Cataldo lannelll (Veter. Oscorum Inscript. Neapoli, 1841, pag. 119-126) spiegando, per mezzo del semitico, alcune linee qui e qua della Tavola, stimò che contenesse le norme pei convivii tribali, che i popoli della stessa razza o tribù, congregati al santuario di un loro Iddio, solennizzassero di banchetti comuni nelle periodiche solennità. Ma nessuno accettò né la spiegazione sua, né la via su cui si era messo.

Mommsen il primo diede un’interpretazione di tutta la Tavola, aggiungendo alla spiegazione lineare un commentario «che non è (dice il Brèal) la parte migliore del suo grande lavoro». Fuorviato (questi continua a dire) dalle cifre numeriche che si trovano nella Tavola, e da qualche parola come ziclom, carneis, posmom, ecc. che interpretava per jugerum, cardo, pomum, volle vedere nella Tavola osca di Bantia una legge agraria, con la quale i Romani concedevano agli abitanti di Bantia il godimento di una parte dell’ager publicus. Da alcune scorrezioni che si incontrano nel monumento (per esempio, una volta dolud mallud e un’altra docud malud, Sansae per Bansae, ecc.), egli suppone che la Tavola fu incisa in Roma da un artefice ignaro dell’osco.

All’interpretazione di Mommsen si oppose il Kirchhoff, che in una lettera diretta allo stesso dottissimo uomo nel 1853, mercé uno studio rigoroso della parte grammaticale e con grande forza di ragionamento, stabilì che non si trattava di ager publicus, ma sì del dritto municipale di Bantia, e segnatamente de’ comizii, del censo, e del cursus honorum. Mommsen non pare che accettasse l’interpretazione del Kirchhoff; ma non pare altresì che perdurasse nella sua prima spiegazione.

Dopo i lavori del Lange (1853) che ebbe il merito di determinare il valore giuridico di un certo numero di parole e la conformità tra certe disposizioni della legge di Bantia e quella di Roma; e dopo un altro lavoro di Huschke (nel 1856), notevole per la scienza del dritto, ma non per la parte grammaticale della interpretazione (Brèal). Il Bücheler diè una traduzione intera del testo che fu pubblicata nei Fontes juris romani antiqui di Bruns (Tubinga 1876); ed è riportata nell’importante opera del professore all’Università di Mosca I. Zvetaieff, dal titolo: Sylloge inscriptionum oscarum ad archetyporum et librorum fidem. Pars prior textum, interpetrationem, glossarium continens. Petropoli in 8º. La seconda parte contiene le tavole; infolio. Lipsiae, 1878.

L’interpretazione del Bréal, che concorda in massima con i concetti e la spiegazione di questi ultimi interpreti, se ne scosta per più lati e per ragioni filologiche. Egli vi aggiunge un commentario di carattere segnatamente filologico, che noi si omette di riportare in questa edizione.

Il Bréal conchiude il commento filologico con queste osservazioni:

Resta a dire alcunché sull’epoca probabile e sull’origine del monumento Bantino. Ch’esso sia della età dei Gracchi, o ad un dipresso, gli è ammesso da tutti. Mommsen suppose che la parte latina e la parte osca presentino una sola e medesima legge in due lingue diverse; e tenendo conto dei nomi romani delle magistrature e sopratutto dei tribuni del popolo, egli crede che sia una legge romana mandata nella traduzione osca agli abitanti di Bantia. Epperò i magistrati, di cui è parola nella tavola, sarebbero magistrati che esercitarono loro funzioni a Roma.

Ma questo sistema soffre delle gravi difficoltà.

La parte osca della Tavola è incisa sulla faccia di dietro o versa della lastra: od è poco verosimile che un testo di legge, che debba essere a notizia di tutta una città, siasi scritto nella parte che va di contro al muro a cui si affìgge.

Le due o tre formole che si riscontrano identiche nelle due leggi, latina ed osca, vuolsi attribuirlo ad una coincidenza fortuita che ben può spiegarsi per la rigidità e Ia continuità della lingua giuridica. Ma la prova manifesta che la legge è fatta per Bantia è nelle parole della linea 27: Prætor censor Bantiæ ne quis fuerit… Evidentemente Ia legge non parla qui di magistrati romani: e da ciò si arguisce altresì che i tribuni del popolo nominati nella parte osca sono, anch’essi, magistrati di Bantia.

Che cosa egli è dunque questo testo di legge che tratta di sì varie e diverse materie, quali sono comizii, giuramenti di magistrati, cause o giudizi civili, censimento, cariche pubbliche; e che adopera nomi romani e lettere latine per regolare gli affari di una città della Lucania? Anche in questo ci pare che il Lange abbia raggiunta Ia verità. Bantia è una repubblica indipendente, un municipio: ma riceve le sue leggi da Roma; forse a sua domanda. Gli antichi scrittori riferiscono in molti luoghi, che il tale personaggio eminente di Roma ha dato le leggi a tale città d’Italia. Il pretore L. Furio, per esempio, dà le leggi a Capua (Tito Livio, IX, 20); il pretore C. Claudio Pulcher alla città di Halaesa (Cic. Verrin. II, 49); Scipione le dà ad Agrigento (Ibid. 50). L’espressione consacrata era questa: leges dare o jure statuere; e nel testo della nostra tavola, al § VI, lin. 23, si leggono queste parole in plurale: illarum rerum quae hisce in legibus scriptae sunt. Questa ipotesi spiegherebbe le particolarità che abbiamo segnalate. Non si tratta di una costituzione formata tutta di un pezzo; invece le leggi si riferiscono solamente ad un certo numero di punti controversi: così le leggi di Halaesa trattavano de senatu cooptando; e per quelle date ad Agrigento, ecco le stesse parole di Cicerone:

«Agrigentini de senatu cooptando Scipionis leges antiquas habent, in quibus et illa eadem sancta sunt de aetate hominum, ne quis minor XXX annis natu, de quaestu quem qui fecisset ne legeretur, de censu, de ceteris rebus…».

Questa mescolanza è caratteristica.

La Tavola adunque emanerebbe da un Praefucus romano incaricato della revisione allo statuto del municipio di Bantia. Il che risponde, bisogna dirlo, al virgiliano:

Tu regere imperio populos, Romane, memento.

NOTE

1. Nel testo Pocapit è scritto pocapi.t, e due volte si ripete post. post: errori manifesti dell’incisore; e non i soli. Nella tavola ciascuna parola è seguita da un punto, meno qualche eccezione.

2. Così probabilmente invece di deivantuns.

3. Nel testo è scritto: eizasc.

4. Nel testo è scritto: zico.

Parte I - La Lucania

APPENDICE II

APPENDICE II.

NOTE ED INDIZII RIFERENTISI ALLA TOPOGRAFIA ANTICA DELLA REGIONE

Le città, gli oppidi, le stazioni e villaggi che abbiamo indicati nell’antecedente capitolo XXII, non sono che appena una parte della geografia etnica della Lucania.

Sono quasi tutti i luoghi di cui si trova cenno in scrittori o in monumenti antichi fino a noi pervenuti. Ma di altre parti di territorio su cui ebbero stanza i Lucani o i Greco-Lucani, se i monumenti e i documenti finora taciono, parlano invece, a chi intende, le denominazioni ancora viventi e ancora infisse a luoghi che essi abitarono.

Tutte le contrade che portino ancora la denominazione popolare di Civita o Citade; tutti i luoghi ai quali è ancora infissa, o, negli ultimi secoli, era infissa la parola di vetere, vetrano, avetrana, vetrice, vetrale, vietri, vecchio e antico, indicano (come in più rincontri siamo venuti mostrando), che ivi fu posto di stazioni etniche: di cui la memoria è forse scomparsa dalle tradizioni degli uomini, ma resta inviscerata nella onomastica topografia del minuto popolo che coltiva e pascola il gregge sui luoghi. Anche le denominazioni di Terranova, di Castronuovo, di Casalnuovo e simili, indicano, per ragione di contrarii, stazioni umane. Ivi presso e più antiche; ma se di un’antichità antecedente al secolo V, ovvero se del medio evo, non può dirsi con certezza; benché io propenda al concetto che si riferiscano a paesi dell’epoca medievale.

A complemento della illustrazione topografica della Lucania, aggiungeremo qui sotto, in elenco, gl’indizii che delle antiche e ignote abitazioni etniche si possono raccogliere dall’odierna topografia della regione, dal fiume Sele al monte Pollino — L’elenco, è, senza dubbio, incompleto.

A) Nella provincia di Salerno, al versante Tirreno:

Capaccio Vecchio.

Presso Castelcivita, ai fianchi meridionali dell’Alburno, è «Monte Civita».

Tra Castelcivita ed Aquara è una contrada detta «Tempa (o Terra?) Vetrana».

Magllano Vetere, paese: e nel suo territorio, Pigna Vecchia.

Al nordovest di Gioi e all’ovest di Stio è il paesello di «Vetrale».

Un altro «Vetrale» nel territorio di Perdifumo (Domen. Ventimiglia, Notiz. di Castellabate: in diploma del 1187, p. 93).

«Vetrale» casale di Matonti (che è villaggio di Laureana Cilento) (Franc. Ventimiglia, Stor. princip. Salerno, p. 344).

Orria, paese odierno, ma d’indubbia denominazione antica. Intorno ad esso sono quattro paesi con terminazione in ano. (Peor siffatta desinenza topografica, vedi alla Parte II, capitolo III).

«Vetrale» villaggio di Orria (V. censimento del 1881).

Moio della «Civitella» presso Vallo della Lucania.

«Cuccaro Vetere» presso il paese di Cuccaro.

Presso Sapri le «Camerelle»: indizio di antiche abitazioni.

Al nord di Rocca Gloriosa ed al nordovest di Castel Ruggero sono visibili le reliquie di un’antica città, di cui s’ignora il nome. La tradizione erudita del paese le dà il nome di «Stilicona», invenzione manifesta di un’erudizione tarda e bastarda, che preteso rimontare ai greci (στήλη — colonna ed ἴχνος — vestigia o traccia); e infatti traccie di antiche opere, o avanzi di colonne, di tegoli, e di mura si scovrono ivi tuttogiorno. Quivi intorno sono luoghi denominati dal popolo «le derròite o derrute», che significano «le ruine». Il signor Corcia (Op.cit. III, 59) fu di avviso che fosse ivi il posto dell’antichissima Fistelia, di cui si hanno monete, anche di concordia con Pesto, ma d’incerto posto sinora. (Vedi innanzi).

«Carilla». — L’Antonini ed altri ritennero che una città di Carilla fosse esistita tra il fiume Sele ed Altavilla odierna. Dessa non sarebbe nota altrimenti che pel verso di Silio Italico,

Nunc quem Picentia Paesto,

Misit, et exhaustae Poeno Marte Carillae,

se ivi non si avesse piuttosto a leggere Cerillae, come leggono i più, e riferiscono a Cirella. Ma punto preoccupati da questo dubbio, volle l’Antonini trovarla ad Altavilla (Selentina), tratto senza dubbio al suono dell’assonanza; altri in territorio di Acquara là dove si dice Carritello, che è invece Carratello ed ha significato preciso nel dialetto che altrove spiegheremo, e che non ha nulla di comune con Carille. Da ultimo il signor Riccio l’alloga, di sicuro, in Altavilla, dove una porta «conserva ancora, egli dice, il nome di Carina» (pag. 18, par. II, Stor. e Topog. antica nella Lucan. Napo. 1867). Ma questa Carina non sarebbe piuttosto dal greco κάρηνον — capo o sommità; quasi porta da capo, ovvero al sommo del paese? Se è così, come credo, ogni identità tra le due parole svanisce.

B) Per l’alta valle del Sele:

Presso l’attuale paese di Valva (che è nome antichissimo) è il posto di «Valva Vecchia». Quivi presso è il monte di Valva, che credo corrisponda al mons Balabo della Peutingeriana.

Presso Caposele, un poggio denominato «Oppido».

Quivi intorno a Valva, i paesi di Colliano, Laviano, Castelnuovo…

Palo, dall’antico palus-dis.

Presso San Gregorio è «Monte Vetrano». — Tra San Gregorio e Buccino è «Costa del Casale»; all’intorno di Buccino i paesi di Ricigliano, Romagnano, Sicignano, Terranova, Balvano.

«Vietri» di Potenza, e nel suo territorio le contrade «Vetranico» e il «Vetrice».

Presso Caggiano la contrada «Vetranaurso» e le altre di «Massa Vetere» e di «Casale». — Qui, intorno Vietri e Caggiano) gli antichi popoli Ursentini, e l’antica «Urseio», come innanzi fu detto: v. cap. XXII.

«Satriano», cittù distrutta.

Presso Tito è «Tito Vecchio».

C) Per la valle del Sele, rimontando il Tànagro:

Presso Sassano, la contrada «Cozzo la Civita». Quivi era l’antica Marcelliana, secondo che noi si disse.

Presso Padula, «la Civita», ove fu l’antica Consilinum.

Tra Tegiano-Diano e San Rufo è un «Casalvetere», indizio di antico pago di Tegianum.

D) Rimontando la valle del Platano, influente del Tànagro:

Presso Muro Lucano la contrada detta «Le Antiche»; è qui un qualche pago della città che fu Numistrone.

E) Passando oltre nella valle della Fiumana di Atella:

Tra San Fele ed Atella, contrada «Civita», che forse si riferisce alla città medievale di Vitalba, di cui si ha notizia fino al secolo XII.

Atella, Bella e Ruvo, nomi di antiche sedi.

Di contro, e presso Aquilonia, la contrada «Vetrano».

Presso Rapone, «Rapone Vecchio».

F) Per la Basilicata, al versante Tirreno:

Presso Rivello, «la Civita», ove ci è parso di allogare Cesariana o Cesernia.

Tra Ajeta e Scalea è la contrada detta «Vannifora», cho risponderebbe al pago Anniforum, indicato nel frammento di Sallustio, relativo a Spartaco, di cui fu fatta parola nel precedente capitolo.

Quivi presso a Belvedere è «Tempa di Civita»; poco distante, la contrada di «Vedria».

G) Per la valle del Sarmento, influente del Sinno:

«Terranova» di Pollino; e al sudest di Terranova è la contrada di «Viltria».

Presso San Giorgio Lucano è «Pietra Vecchia».

Presso Noia o Noepoli, in carta greca del 1112, è indicato un luogo ubi dicitur Lu Betranus, il «Vetrano» (Syllab. Graec. Membran. pagina 96).

H) Per la parte dell’Agri:

«La Civita» presso Marsicovetere. — Più giù, «il Casale».

«La Civita» presso Marsico Nuovo.

«La Civita» presso Capo Loggia, nel territorio di Marsico Nuovo.

«Paterno»; di cui vedi alla Parte II, capitolo III.

Presso Moliterno la «Madonna del Vetere» ed ivi presso «Le Muraglie» e «la Fabbricata»; non molto discosto «Le Camarelle».

Nel territorio di Moliterno è la contrada «Forlutolo». — Indicherebbe forse un Forum o Forulum Tullii?

Presso Montemurro «Castel Vetro».

«L’Aria Antica» in territorio di Spinotto.

Presso Gallicchio è «Gallicchio Vetere».

Presso Armento, città greca, ignota: forse Halesa, o Calasa, o Calasarna.

Fra Armento e Guardia, antica città detta «Turri», ancora esistente nel secolo X; (di cui vedi nella parte II, capitolo VI).

Tra Corleto e Guardia è «Torre di Porticara». Qui un’antica città o paese di «Perticara»: ma forse di origini medievali piuttosto (vedi parte II, capitolo III). Castelli medievali, oggi diruti, abbondavano per questa valle del Sauro e dell’Agri.

Tra Tursi e Anglona, è contrada detta «Murata».

I) Nella valle della Camastra:

Presso il Monte Caporino, all’oriente di Laurenzana, contrada detta «Pago».

Presso Calvello, contrada «Aria Antica».

K) Per la valle della Salandrella e del Basento:

All’est di San Mauro Forte è il «Piano del Vecchio».

Salandra paese di denominazione antica. All’est di Salandra, «Le Murate».

Tra Salandra e Ferrandina, contrada di Vituro (Vetere? o Vèturo?)

Presso Ferrandina, loe rovine dell’antico «Uggiano».

Tra Oliveto Lucano e Calciano, la contrada di «Serra Antica».

A quattro miglia da Tricarico, nella difesa Rocchetta, è la contrada «Piano della Civita».

Presso la stessa Tricarico, sopra un colle della contrada Serra del Cedro, sono «le reliquie di una città distrutta, ove tra avanzi di umili edifizii, si rinvengono grossi tegoli e frantumi di vasi; anche antichi sepolcri si scovrono ivi»1.

Presso Pomarico è «Pomarico Vecchio», che corrisponde ed è detto altresì «Castro Cicurio».

Presso Pisticci, il «Vetrano».

L) Per la valle del Bradano:

La «Civita», che è la parte più antica della città di Matera.

Al nordest di Bernalda è «la Madonna del Vetrano», nella contrada Selvapiana e Campagnuolo.

A sinistra del Bradano, in quel di Ginosa (?), è «Rocca Vetere».

«San Vito Vetrano».

Presso Montepeloso (oggi Irsina) è «Monte Irso, Madonna di Irso, Tufara di Irso». — Qui «i popoli Irtini» e probabilmente qui la città di «Vertina» ricordata da Strabone (v. innanzi, cap. XVIII).

Presso Genzano, contrade: «Aja Vetere» e «Fontana Vetere».

L’odierna Palmira, fino a pochi anni or sono era detta Oppido, che risponde ad un antico «Oppidum».

Nel territorio di San Chirico Nuovo è Ia Piana dei «Casalini» e «Tempa la Urra».

Presso Montoscaglloso: — In un diploma del 1009, da Rodolfo conte di Montescaglioso sono donate al Monastero di San Michele Arcangelo di Montescaglioso2, tra le altre:

1. Ecclesiam S. Mariae qnae Veterana vocatur, (che io credo presso Montescaglloso).

2. Il luogo detto «Murro» e

3. Veterem civitatem quae (ad) Arcora vocatur.

Presso Montescaglloso è ancora oggi un «Monte Vetere».

Nelle carte medievali del secolo XI e seguenti, riferentisi al Monastero di San Michele di Montescaglloso e pubblicate dal P. Tansi, si ricava queosto, cioè che a «Monte Vetere» di oggi era al medio evo una Civitas Montis Veteris o Veteris Montis, come è indicata nei diplomi del 1078, del 1095, ed altri, e in questa città era posto il Cenobio di San Michele. Prossimo a cotesta Civitas Veteris Montis era il paese o Castro di Mons Caveosus o Scabiosus. Il P. Tansi, storico del famoso Cenobio, scrisse così:

«Rodolfo Macabeo, figlio del conte Unfredo, avendo fabbricato un castello presso alla chiesa di San Nicola e alla Torre Severiana, che ancora esiste in gran parte3 dietro la chiesa di San Simeone, dilatò le mura di cinta, e comprese in esse sì il paese di Monte Caveoso e sì la Civitatem Veterem. Dal che seguì che il Cenobio di San Michele non più venne indicato nei diplomi come posto nella Città Vetere, ma sì nella città di Monte Caveoso. Anzi, poco di poi, avendo aggiunto altri edifizi ed elevata la Torre, il paese di Monte Caveoso mutò di nome: ed è detto «la Città Severiana» nei diplomi (quali, ad esempio, quelli del 1009, del 1101 e 1005). Dal che è manifesto (aggiunge il Tansi), che vanno lungi dal vero coloro che deducono l’etimologia di Città Severiana dall’imperatore Severo: giacché fino al 1101 non si hanno punto notizie di essa».

Così il Tansi (ibid. pag. 6-7): ma la prova che egli trae dal silenzio è negativa, e val nulla: e, d’altra parte, come e perchè è detta Severiana una torre, che edifica il conte Rodolfo al cadere del secolo XI?

È probabile che la Civitas veteris montis del secolo X e XI avesse avuto già l’antico nome di Severiana, o Severianum. Gli è vero che Emma, moglie a Rodolfo (e che in più diplomi si dice Comitissa Civitatis Severianae), si riferisce in uno del 1110 (pag. 145 dell’Hist. del Tansi) alla Civitas Severiana quam vir meus (ella dice) una cum mecum construxit; ma si vuole intendere, come bene osserva il Tansi (pag. 7), non altrimenti che di averla accresciuta di edifizii, e datale il lustro di città nuova e rinnovata. Che il nome di Severiana preesistesse alla contessa Emma, non è dubbio per me. Esso ha la forma dei tanti antichi nomi topografici derivati dal possesso dei predii, che negli ordinamenti e negli usi della civiltà romana prendevano nome appunto dal possessore; come: Sabiniano, Corneliano, Pompeiano, Sicignano, ed altri mille (vedi alla Parte II, capitolo III). Ben poteva dunque essere venuto il nome al pago, nucleo di futura città, dal possesso di un Severo. Ma che questo Severo sia proprio l’imperatore Alessandro Severo non fu altro che divinazione del Padre della Noce; e gli eruditi che scambiano le congetture con la storia, si servano pure; ma non ànno ragione di dire demolitrice alla critica che non si acqueta, senza prove, alle divinazioni dei taumaturghi. Agli eruditi medesimi parrebbe certo che, sul colle dell’attuale paese di Montescaglioso, esistessero, verso il 1000, contemporaneamente tre paesi o città: la Civitas vetus o veteris montis, la Civitas Severiana e il Mons Caveosus.

Per noi, fino a prove maggiori, la Civitas vetus e la Severiana è tutt’uno.

NOTE

1. Così nel libro: Viaggio alla Siritide e particolarmente a Pandosia, ecc. per TEODORO RICCIARDI da Miglionico. Napoli, 1872. Nell’appendice pag 94-95.

2. Apud TANSI, a pag. 141-2, Historia chronolog. Monast. S. Michael.Arcang. Montis Caveosi. Neap. 1746.

3. In Monte Scaglioso: così scriveva nel 1746.

PARTE II - La Basilicata

PARTE II - La Basilicata

CAPITOLO I

I LONGOBARDI E IL CASTALDATO DI LUCANIA NEL SECOLO IX

All’irruzione dei barbari l’antica società italica si sfascia, e una buia notte incombe sul mondo romano. Da queste tenebre, che durarono secoli, metterà fuori il capo grado a grado la nuova società: e saranno altri ordini, altri istituti, altri costumi, altra lingua, altre leggi, altra religione, altri bisogni, e consuetudini e sentimenti che trasformeranno anima e corpo, uomini e cose. Un nuovo mondo si affaccia alla luce della storia: ma la tarda luce non giunge a chiarire i recessi della nuova vita che verso il mille. Quindi una necessaria interruzione nella catena dei tempi e delle memorie.

L’epoca della venuta dei barbari per la bassa Italia si può circoscrivere all’arrivo dei Longobardi; in questo senso però, che delle precedenti invasioni di Visigoti, di Ostrogoti, di Goti, o troppo antiche o troppo fugaci, si sa meno che nulla: i Longobardi, che si sovrapposero e tutto distrussero o imbarbarirono, spazzarono via ogni memoria dei precedenti ordini della società semibarbarica.

I Longobardi vennero nella bassa Italia la seconda metà del secolo VI; e verso l’anno 571 si può ritenere già istituito il loro ducato di Benevento. Autari, re, spinse la conquista sino a Reggio: ivi, alla riva del mare, piantò la sua lancia, e — Fin qui, disse, il mio regno. —

Ma non durò fino a quel limite estremo. La conquista si dilargava su domimi dell’impero greco, che governava tardo e fiacco da Bisanzio. Fu combattuto a lungo: e il dominio longobardo di Benevento si dilatò o si restrinse secondo la fortuna della guerra e l’aumentare dei presidii greci in Italia, in cui di tanto in tanto giungevano dei rinforzi dalla sede dell’impero, indebolito che era da rivoluzioni interne e da invasioni esterne.

Il confine dei due dominii non si potrebbe delineare se non in digrosso. La zona marittima della bassa Italia e le città precipue sul mare restavano alla dipendenza dell’impero bizantino; l’interno era in possesso dei Longobardi, meno che l’estrema penisola della Calabria di oggi (l’antico Bruzio), e l’estrema penisola dell’attuale terra d’Otranto (l’antica Calabria) che restarono, in generale, ai Bizantini, tranne più o men temporanei infiltramenti da parte dei Longobardi. Al perenne commescolarsi di queste due forze contrarie, intercalato da tregue e concordie che non duravano a lungo, si aggiunse poi un terzo elemento, esiziale alla pubblica pace, e furono le incursioni degli Arabi di Sicilia; i quali alleati o stipendiali ora de’ Longobardi contro i Greci, ora di questi contro quelli, ora spinti di proprio moto per cupidigia di bottino o di conquista o di vendetta, invadevano la terra ferma. Così, in periodi di storia oscuri, avvennero conquiste e stabilimenti di Saraceni, in questo o in quel punto delle terre disputate tra Greci e Longobardi. Occuparono Bari, Gravina, Bitonto, ed altre parecchie città dell’Apulia; tennero più lunga stanza in Agropoli sul golfo di Pesto e al Garigliano. E forse non meno lungamente durarono in alcuni punti dell’interno della regione, segnatamente calabra e basilicatese, se ha potuto rimanere il loro nome infisso ai luoghi che ivi occuparono.

Nel lungo periodo di quel terribile rimescolamento di invasioni e stanziamento dei barbari sul mondo romano, non manca, per vero, qualche accenno di notizie, che riferisca alla regione della Lucania, la quale posta in mezzo tra il Sannio o la Campania e la penisola sullo stretto siculo, fu di necessità ora campo di lotte, ora via di passo tra eserciti avversi di barbari e di Greci bizantini.

Alarico irrompendo dalle Alpi Cozie devasta, incendia, sperpera l’Italia, saccheggia Roma, passa il Tevere e il Liri, quindi sperpera e devasta Campania, Lucania e il Bruzio, finché, spento dalla malaria, non è sepolto in fondo alle acque del Causento a Cosenza, secondo la saga che diventa storia nelle carte di Giornande. Sorvengono le orde unniche, e dove passano lasciano il deserto; ma se la leggenda della chiesa Venosina fa che si arresti Attila sulle sponde dello Olivento, dinanzi le mura di Venosa, alle suppliche ed alle pie minaccie del suo vescovo, il vero è che Attila non vi venne mai; e da Roma tornò in su. Ma Genserico non tarda; saccheggia Roma; e mirando alla Sicilia e all’Africa dissemina morte e ruina per le provincie bagnate dal Tirreno e dal Jonio. Sopravviene Odoacre, che abbatte l’ultima larva dell’impero, e si stabilisce in Italia, affiggendo gli Eruli suoi sul terzo delle terre che vengono tolte al vinto romano. Ma Teodorico incalza Odoacre: i Goti si assettano a loro volta sulle terre italiche; ben moderati e sobrii e singolari conquistatori, se si contentino di quel terzo delle terre che l’Erulo aveva preso al romano! Ma se i Goti erano barbari, Teodorico fu un re di tempi civili; e la civiltà romana, per quanto scossa e offuscata che fosse, restò in piedi con gli ordini e gli istituti suoi: continuarono i Presidi o Consolari a reggere la Campagnia, e i Correttori la Lucania, tra i quali fu Cassiodoro, storico, letterato e ministro.

Quarant’anni di un re di barbari, ma che meritò il titolo di grande e civile, avevano sanate le piaghe cruente della invasione e forse era avvenuta la fusione de’ vinti e dei vincitori, quando si riapre la ferita da nuove calamità, perché gl’imperatori di Costantinopoli intendono a riconquistare all’impero l’Italia occupata dai Goti. E furono quarant’anni di guerre e invasioni barbariche e soldatesche. L’Italia fu corsa e ricorsa; presa Roma, Ravenna, Napoli, Benevento; devastate Sannio, Lucania, Apulia, e Bruzio, finché Totila non cadde in battaglia presso Gubbio, e non guari dopo vinto che fu Teia in battaglia presso il Vesuvio, furono disfatti definitivamente i Goti, e vincitori per ultimo i Greci-bizantini.

In questa continua marea di armi dalle sponde del Jonio al Tevere, troviamo accenno a due fatti, che occorre al nostro subietto di rilevare, benché sprazzi senza nesso, e però di poco o punto valore. Quando Totila correva vincitore le provincie del mezzogiorno, un capitano dei Greci, che è detto Giovanni Vitaliano, e faceva presidio in Otranto, raccolse dei corpi franchi, a guardare i passi e molestare i nemici. E con esso di accordo un Tulliano, potente non meno di clienti che di ricchezza in Lucania1, raccolse squadre di gente paesana, e queste in appostamenti opportuni su passi angusti e difficili, in combattimenti di retroguardia ed ai bagagli, molestavano fieramente le schiere di Goti trascorrenti per la Lucania. Totila non riuscì a disperderli, dice lo storico, se non con l’aiuto di quei nobili uomini suoi prigionieri che, possessori di terre in Lucania, mandarono ordine ai villici loro che tornassero ai lavori dei campi; e allora le squadre si sciolsero.

Totila a guardare il paese lasciò presidii in città forti, e tra queste Acerenza2; che il Vitaliano tentò ma non riuscì di prendere. Né poté averla in sua mano, nel 662, l’imperatore Costante che era disceso a Taranto con grandi forze per combattere i Longobardi. Le condizioni topografiche della città fecero sempre di essa, a chi l’ebbe in suo potere, un valido arnese di guerra: fin dai più antichi stabilimenti longobardici nella bassa Italia il forte luogo cresceva ambizione e audacia a’ suoi Conti; nell’818 il conte di Acerehza Sicone si trova commescolato in congiure contro Grimoaldo, e diventa duca di Benevento; e quando Carlo Magno venne a patti di pace coi re longobardi, impose loro a condizione che fossero distrutte le fortificazioni di Acerenza e le altre di Conza.

Da questi poveri accenni si è forza di venire di balzo alla metà del secolo IX, quando il ducato di Benevento è diviso in due parti, e sorge autonomo il principato dì Salerno. In quel tempo e in quel fatto si trovano le prime e meno scarse notizie degli ordinamenti politici che riflettono la regione che già fu Lucania, e non è ancora Basilicata.

La divisione del ducato di Benevento avvenne nel breve periodo di tempo che va dall’844 all’851; l’anno preciso ne è ancora disputato, ma pel nostro scopo basterà ritenere il fatto fosse avvenuto alla metà del secolo IX3. Nel trattato, che intervenne fra Radelchisio principe di Benevento e Siconolfo principe di Salerno, viene fatta la delimitazione del nuovo principato di Salerno mediante la indicazione dei castaldati che giacevano al confine dello àmbito o circuito del nuovo principato. La linea di confine (che nell’atto è disegnata senza dubbio molto in digrosso) assegna al principato di Salerno da Taranto e da Cosenza fino a Sora sul Garigliano, tutto, dirò cosi, il paese posto al versante appennino verso il mar Tirreno e verso il mare Jonio: restava al principato beneventano l’altro opposto versante verso l’Adriatico. Non vi è parola dei ducati di Napoli, di Gaeta, di Amalfi, di Sorrento, perché queste non erano città di dominio longobardo.

L’Atto adunque stabilisce che restano nella parte di Siconolfo, cioè nel principato di Salerno, questi che si dicono «castaldati e luoghi interi» (loca integra), e sono, secondo il contesto:

«Taranto, Latiniano, Cassano, Cosenza, Laino, Lucania, Conza, Montella, Rota, Salerno, Sarno, Cimitile, Furcula, Capua, Teano, Sora, e mezzo il castaldato di Acerenza da quella parte che è congiunto con Latiniano e con Conza»4.

Queste città o «luoghi interi» (e vuol dire città con il loro circondario dipendente) erano tutti castaldati, perché retti ciascuno, città e circondario, da un Castaldo. Essi, nell’Atto, segnano (si vuol notarlo) la linea del confine esterno del principato novello. Dal castaldato di Laino a quello di Cosenza, dal castaldato di Cosenza al castaldato di Cassano sul Jonio, e da Cassano al castaldato di Taranto è limitato per modo, che l’estrema penisola delle Calabrie, cioè il Catanzarese ed il Reggiano, nonché l’estrema penisola del Leccese restavano, senza dubbio, fuori del dominio longobardo, cioè in dominio dei Greci. La linea estrema di confine, a settentrione, era segnata dai punti di Conza, di Acerenza e di Latiniano. Da Conza per Montella e per Rota (ossia Sanseverino) toccava al castaldato di Salerno; quindi verso ponente, si estendeva al castaldato di Sarno e all’altro prossimo di Cimitile, che vuol dire Nola. Più oltre non occorre a noi di procedere; e ci arrestiamo.

Da Laino, dunque, fino a Cassano Jonio, e da Cassano fino ad Acerenza ed a Conza, il novello principato di Salerno comprendeva, alla metà del secolo IX, tutta l’antica Lucania, tanto quella sul Tirreno, quanto il lembo sul Jonio.

Essa era divisa in castaldati; dei quali nell’Atto non sono indicati altri nomi, se non quelli di Cassano, di Laino, di Lucania, di Conza, di Acerenza e di Latiniano. Ma questi, di sicuro, non i soli. Essi erano castaldati di confine; ma, di certo, anche l’interno della regione era diviso in castaldati, forse di Marsico, di Potenza, di Grumento, di Sala, di Brienza o altri che fossero.

L’Atto non indica che le unità politico-amministrative poste all’estremo dell’ellissi, che circoscriveva il nuovo Stato, cui il trattato di pace costituiva o riconosceva. I castaldati non furono che comprensione di terre e di popolo in discreta misura; non tutti uguali di certo. Forse i maggiori erano suddivisi in actus o in ministeria, a capo di cui era il minister o l’actor o fattore, che era quasi il sottocastaldo, in minore àmbito di ufficio e di potestà, ma in dipendenza dalla città, in cui risiedeva il Castaldo, che era il capo dell’esercito, nonché il giudice e l’amministratore delle tenute del principe. I maggiori si dissero anche, o prima o poi, Comitati, dal conte che ne era il capo, e che ebbe ufficio e potestà uguale o forse maggiore del castaldo.

Uno dei più estesi fu, senza dubbio, il castaldato di Acerenza; e per la maggiore ampiezza sua il castaldato fu diviso in due parti tra i due principati. Esso giaceva in mezzo tra quello di Conza a ponente e quello di Latiniano ad oriente. Una linea ideale tirata tra questi due estremi punti per mezzo di Acerenza, lasciava al principato Beneventano la parte al settentrione della linea stessa; e in questa parte restavano comprese probabilmente Melfi, Venosa, Vitalba (che oggi non esiste), Forenza, Genzano e forse Montepeloso. A mezzogiorno della linea medesima erano del principato Salernitano tutti i paesi dell’antica Lucania giacenti a destra del fiume Bradano, e, come io credo, la città capo della stesso castaldato così diviso, Acerenza.

Un più sicuro e più minuto ragguaglio non si può dare; perché, innanzi tutto, non è bene stabilito a quale punto dell’odierna topografia basilicatese o pugliese risponda il Latiniano dell’Atto. I più degli scrittori, accettando l’indicazione che ne diede Camillo Pellegrino, propendono per un posto non privo di antichi ruderi, che è detto Altojani o Altojanni, nel territorio di Grottole sulla destra del Bradano. Se la derivazione fonetica dell’una parola nell’altra lascia, forse, dubitare5 dell’equipollenza loro, è però lecito di ritenere che l’antico Latiniano o Latignano non dovesse essere molto discosto da quei medesimi luoghi della bassa valle del Bradano o del suo influente, la Gravina. Tra Latiniano e Taranto era il castaldato di Matera, anch’esso di pertinenza, in quel momento, al principato di Salerno.

Resta a discorrere del castaldato, che è detto «Lucania», e diciamo innanzi tutto che esso non indica affatto l’àmbito dell’antica provincia o regione. I nomi degli antichi spartimenti o regioni, o provincie italiche romane erano scomparsi fin da che vi si stabilirono i Longobardi, e diedero ai loro conquisti altri spartimenti, altri ordini, altre denominazioni6.

I castaldati non erano altrimenti che estensione di territorio in discreta misura; e un castaldato che avesse compreso quanto era l’antico territorio della Lucania romana, sarebbe stato tanto o poco meno potente, che lo stesso principe sovrano. Gli era dunque nello stesso principe ragione politica evidente il restringere la potenza e il territorio dei suoi castaldi. Del resto, il castaldato stesso di Laino, quello di Cassano e quello di Acerenza, già tagliati sul panno dell’antica Lucania, avvertono che qui non si tratta dell’antica regione: né altri degli antichi scrittori di qualche conto l’ha mai pensato.

Sursero invece le discrepanze sul significato, che importi la parola Lucania nell’Alto di partizione, se di città o se distretto; e nel dubbio gli eruditi napoletani si attennero al concetto di Camillo Pellegrino, che fu di avviso, la parola «Lucania» significasse la città e il castaldato di Pesto, in quanto che Pesto fosse già detta Lucania ai tempi del nuovo principato salernitano nel secolo IX7.

Ma è indubitatamente infondato questo concetto del dotto e benemerito uomo: Pesto, città, non fu mai detta Lucania nel secolo IX, né prima né dopo. Nessun documento lo prova; e se l’asserzione del Pellegrino è senza fondamento, è non meno maravigliosamente vacua la posteriore asserzione medesima dell’Antonini.

Sta in fatto, che in moltiplici atti e contratti, scritti sulla fine del secolo X e sui principii dell’XI, si trova menzionato, e non altrimenti, un vescovo della sedis Pestanae8. Ora, sia pure vero o non sia, che nell’epoca di codesti documenti fosse trasferita la sede episcopale dalla città di Pesto in Capaccio, è certo che se al secolo X e all’XI esso si nomina, ancorché non ufficialmente, «Vescovo di Pesto» vuol dire indubitatamente che Pesto, al secolo IX, non era detta Lucania. Se la città avesse mutato di nome un secolo innanzi, come mai non avrebbe mutato di nome anche la sede episcopale? E se qui si ricorre all’argomento tratto dalla consuetudine delle chiese generalmente tenaci a ritenere i nomi antichi o primitivi, non negherò il fatto e la consuetudine; ma questa ammessa, rimane sempre da dimostrare che la Pesto del secolo IX abbia avuto il nome di Lucania. Ed una ancorché magra prova alla ipotesi del Pellegrino, si vuol ripetere, manca.

A coteste affermazioni del dotto scrittore capuano si oppose già con giusti argomenti Francesco Ventimiglia9: e con esso, per questo lato, io concordo. Ma egli inoltre sostiene che la «Lucania» dell’Atto di divisione indicasse una città capo del castaldato, ma non Pesto; e questa città detta «Lucania» crede lui fosse posta sul monte della Stella, in Cilento, proprio là dove l’Antonini su vecchi ruderi dei mezzi tempi aveva fabbricata la sua Petilia10. Ora alla congettura del Ventimiglia intorno al posto della città manca ogni altra base, che non sia la semplice affermazione dello scrittore; pertanto io stimo superfluo di opporre ragioni che la combattano. Invece, contro un’altra affermazione che la «Lucania» dell’Atto sia non altro che una città, io dirò che dalle testimonianze citate o indicate da lui e da altri non si può trarre argomento valevole a dimostrare che dessa fosse piuttosto una città che non un distretto o un circondario, per la perentoria ragione, che le testimonianze accennanti a concetto di città derivano tutte da quell’impura fonte, che è la Cronaca Cavese, pubblicata già dal Pratilli, e che i dotti ormai ritengono foggiata, o largamente interpolata da lui.11

Le altre poche testimonianze che derivano da fonti autentiche possono significare ugualmente e l’uno e l’altro concetto, sia di città, sia di circondario o distretto12. Sicché, in conclusione, manca ogni fondamento solido alla tesi in favore della città: mentre abbondano i documenti che mi fanno propendere per l’avviso che il castaldato di «Lucania» dell’Atto di partizione indicasse un distretto, un circondario, un’estensione di terre e paesi che era detta Lucania.

E questo distretto o castaldato era appunto quel tratto di paese del Salernitano, che va, su per giù, sotto il nome di Cilento; nome anche questo dei secoli di mezzo, e forse degli stessi tempi, o poco meno, del nome longobardico di Lucania-castaldato. Non sono pochi i documenti dei secoli X, XI e XII che mostrano l’equipollenza delle due regioni, Lucania (castaldato) e Cilento. In essi il territorio ovvero l’àmbito di questo, di cui si parla, «castaldato di Lucania» è indicato con le parole di Actus lucanianus, di locus Lucaniae, e più frequentemente con le altre di in finibus Lucaniae, ovvero semplicemente di in Lucania, per antonomasia. E per darne qui una prova sommaria al lettore, dirò che in quei documenti vengono riferiti in finibus Lucaniae i paesi di Castellabate, e quelli di Trissino e Staino, che gli son prossimi, e inoltre Perdifumo, Serramezzana, San Mauro (oggi Cilento) e Monte Còraci, Ortodonico, San Mango, La Sala, ed altri ed altri che giaciono intorno al monte della Stella a destra del fiume Alento; e, finalmente in Lucania o in finibus Lucaniae anche quel famoso posto detto Ad duo flumina, ove la leggenda assicura che fu trovato il corpo di San Matteo Apostolo, patrono insigne di Salerno; posto che è presso la odierna Casalicchio, là dove si congiungono i due fiumi, cioè l’Alento ed il Ceraso, che si scarica in esso. I numerosi documenti non lasciano dubbio13: anzi un atto del 111314 (e taccio di altri), mostra espressa la equipollenza tra la denominazione del paese in finibus Lucaniae e il Cilento; da poiché, nello stesso e medesimo atto, sono espressamente riferite alla stessa regione, che è denominata ora Lucania ora Cilento, i casali di San Mauro (oggi San Mauro Cilento) di Monte Còraci, di Fiumicello, e Quarrati, Pietra Focara, Pioppi, Pragenito ed Ogliarola. Tutti a destra dell’Alento; onde è che il paese ben si disse Cilento — Cis-Alentum15 — al di qua del fiume Alento, rispetto a Salerno, capo o metropoli del principato.

Questo fiume limitava all’est, probabilmente, l’Actus lucanianus o la regione che è detta «Lucania» nei documenti longobardi del principato di Salerno dal secolo X in giù, per quanto è dato d’inferire dai documenti finora noti16. Ma non è detto che altri documenti finora ignoti non sorgessero, quandochessia, a far mutare la linea di limite ora indicata. Né, allo stato delle cose, potremmo asserire che il castaldato di Lucania del Trattato di divisione non si estendesse anche a sinistra del fiume Alento. Ci mancano i dati per affermarlo, o per negarlo.

Esso però aveva principio dal fiume Sele; poiché un documento del 1074 mette in finibus Lucaniae anche il castello di Capaccio17.

Che capo del castaldato ai primi tempi della divisione del principato fosse la città di Pesto, è probabile; ma non lo si può affermare reciso. Nel secolo IX e nel X altresì la città di Pesto esisteva ancora, per quanto è dato arguire dai documenti; e l’importanza d’una città, sede di vescovo, meritava certo una distinzione; ma non dimenticheremo che anche Agropoli ebbe vescovi, e quello del secolo VI è noto, dalle lettere di Gregorio Magno.

Se il fiume Sele fu il limite di confine tra il castaldato di Salerno e quello di «Lucania», il fiume Alento fu probabilmente il confine tra il castaldato di Lucania e quello di Laino.

NOTE

1. Procopio, De bello gothico III, 18, 22:

Hic Venantii filius Tallianus, romanus genere (cioè italico) inter Brutios et Lucanos plurimum pollens… Tullianus, collectis illius regionis (Lucaniae) agricolis, fauces angustissimas insederat, ne Lucaniam hostes infestaret.

2. Morras praefectus praesidio Acherantiae…, dice Procopio (Bello goth.), IV, c. 26.

Da questo accenno pare fosso tratto l’UGHELLI a scrivere di Acerenza: olim famosa ampla et foeta populo, regionisque caput (?) et propugnaculum (Ital. Sacr. vol. VII, 6).

L’Antonini (La Lucania, etc. Disc. VIII) scrive:

«Ebbero i Goti nella nostra regione non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Mugliano e la Molpa, ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Belisario…»

Ma da quali fonti abbia egli tratto questo elenco di nomi geografici, non si sa.

3. Le discrepanze cronologiche degli autori si può vederle accennate negli Ann. crit. diplom. del DI MEO, ad ann. 849, nel quale anno egli mette l’atto di divisione. Pel Muratori fu l’anno 848. — Un documento pubblicato di recente darebbe ragione a supporre che l’atto sia dell’847. Vedi dell’illustre BARTOLOM. CAPASSO i Monum. ad Neapolit. ducatus pertinent. Napoli, 1881, I, pag. 82. n. 2, e conf. il diligente e acuto studio sulla Storia del Principato Longobardo di Salerno di MICHELE SCHIPA nell’Arch. stor. delle prov. Napol., vol. XII, pag. 105.

4. Il § IX del Trattato dice così:

In parte vestra quorum supra, Siconulfo Principi et qui predicti (ediz. Pertz: post dicti) estis, sint ista Gastaldata et loca integra cum omnibus habitatoribus suis, exceptis servis et ancillis, qui nobis et nostris homitiibus pertinent; et si in istis Gastaldatibus ac Ioca subscripta sunt aliqua Castella, ubi vostri (ediz. Pertz: nostri) homines habitant, ego vos ibi mittam sine irrationabili dilatione: TARANTUM, LATINIANUM, CASSANUM, CUSENTIA, LAINUS, LUCANIA, CONSIA, MONTELLA, ROTA, SALERNUM, SARNUM, CIMITELIUM, FURCULUM, CAPUA, TEANUS, SORA, ET MEDIUS GASTALDATUS ACERENTINUS, QUA PARTE CONJUXCTUS EST CUM LATINIANO ET CONSIA.

Sieguo la lezione del DI MEO, Ann. crit. dipl. ad ann. 849, n. 2. — Avverto, come singolare cosa, che la parola «Lucania» manca nella edizione del Trattato data nei Monumenta Germaniae histor. del PERTZ: Legum, vol. IV, 222.

5. Latiniano suppone derivazione dai possessi di un Altinius (v. appresso, al capit. III). Ed Altiniano-Latiniano è di non difficile passaggio fonetico alla parola Alto-jano.

6. Di ciò particolarmente nel capitolo che segue.

7. De Finibus Ducat. Beneventani. — Il ragionamento del dotto uomo è questo. Tutti i gastaldati dell’Atto di divisione, Cassano, Cosenza, Laino, Conza, sono città. Paolo Diacono, indicando le città della VIII regione d’Italia che comprendeva Lucania e Bruzii, nomina Paestum, Lainus, Cassanum, Consentia et Rhegium. Tali altresì sono nell’Atto, ma vi manca Pesto. Dunque Pesto è Lucania! — È ben lecito dubitare della esattezza di questo ragionamento.

8. I documenti del 963, 978, 989, 1037, ecc., nei quali è parola dell’Episcopus o Praesul o Pontifex sanctae sedis Pestanae sono indicati o riferiti nel libro di FRANCESCO VENTIMIGLIA, Memorie del Principato di Salerno. Napoli 1788, pag. 99 e seguenti.

9. Nel libro: Delle memorie del Principato di Salerno, ora citato, pagina 90 e seg.

10. Vedi al vol. I di questa opera, capit. ultimo.

11. Coteste citazioni tratte dal Cronico Cavese (che dal DI MEO è sempre indicato col nome di Annalista Salernitano), puoi vederle raccolte da noi a pag. 69 dei Paralipomeni della storia della denominazione della Basilicata per HOMUNCULUS (Roma, 1875). — Il Cronico Cavese è nel volume IV della edizione Pratiliana della Histor. Principum Longobard. del PELLEGRINO. (Napoli, 1753, p. 386). — Il Pratilli, che era dell’avviso del Pellegrino, fa parlare il suo Cronista Cavese della «Lucania» come di città.

12. Le testimonianze di fonti autentiche sono tratte dn Erchemperto, che scrisse: Inter Lucaniam et Nuceriam urbem munitissimam (cioè Salerno) Arechis opere mirifico munivit (§ III, vol. I, Op. cit. del PELLEGRINO-PRATILLI). Lo stesso concetto, con quasi stessissime parole, è in Leone Ostiense. E queste parole possono appoggiare l’uno e l’altro concetto: come quello che dicesse oggi: «Fra il Sele e Nocera è in mezzo la città di Salerno». — Nel Capitolare di Siccardo, dell’anno 836, si legge:

§ XIII. Et hoc stetit ut deinceps pro quavis occasione navigia vestra in portibus (edizione Pertz) Lucanie, vel ubicumque in finibus nostris non delineantur.

Nell’edizione del Pratilli si legge in partibus Lucanie (Op. cit. vol. III, p. 209): e nell’una o nell’altra lezione è chiaro che s’intende distretto, circondario o regione, e non di città.

13. Si troveranno, tutti e partitamente indicati, nei nostri Paralipomeni della storia della denominazione della Basilicata per HOMUNCULUS (Roma, 1875) a pag. 58-9: e furono raccolti dalle opere del DE BLASIO (Series princip. Longob.), del DI MEO (Annali crit. diplom.), del VENTIMIGLIA DOMENICO (Notizie su Castellabate). Ripeterli di nuovo in questo luogo sarebbe incomportevole. — Ma mi è qui necessario di avvertire che nel Codex Cavensis, all’Index in fronte al vol. V, è indicata una vendita di portione bonorum Burgentiae (Brienza) in finibus Lucaniae. Però la carta di vendita è erratamente riassunta nell’Index: poiché nel testo di essa, a pag. 77 del Codex, si parla di vendita di rebus in locum Burgentie et per aliis locis finibus Lucanie, o propriamente di metà di casa de predicto locum Burientie (sic), e metà di casa de intus civitate Caput aquis o Capaccio, e Capaccio era appunto in finibus Lucaniae.

14. Fu già pubblicato da DOMENICO VENTIMIGLIA nelle Notizie di Castellabate. Napoli, 1827, App. n. VI, e da noi stessi altrove; ma, per l’importanza sua al nostro subbietto, vogliamo riferirlo qui, e dice:

Anno 1113 — Dum in casali S. Mauri, quod est in finibus Lucanie, essem ego Maraldus judex, ibique adesset dompnus Gaydeletus, Prior monasterii sancte et individue Trinitatis… in loco Metiliano (della Cava); atque curii eo adstarent dompnus Rainerius et…, advenit Erbertus miles, filius quondam Aufredi, de parte domini Troisii, atque cum eo venerunt Petrus, qui dicitur de Grifo et Ermannus filius quondam Calojuri, Vicecomes, et coram nostra presencia per hanc cartam assegnaverunt jam dicto Gaydeleto… omnes homines et hereditates et terras et cuncta, que pertinnerant jam dicto Troysi in predicto casali S. Mauri et in Flumicello et in Monte Coraci et in casali De Quarratis et in Petra Focara, Pluppis et Pragenito et in Oliarola, et per tota marina SUPRASCRIPTI CILENTI.

Altri atti del 993 e 1173 vEDI a p. 61 della Storia della denominazione di Basilicata per HOMUNCULUS. Roma. 1874.

15. È nota la discrepanza sull’etimologia di Cilento, se da Cis-Alentum o da Circa-Alentum. È per me più probabile la derivazione filologica da Cis-Alentum. — In una Bolla di Papa Gregorio VII del 1072 o 1076 (ap. MURAT, Ant. M. Ae. diss. 65 vol. V, pag. 479) sono nominati molti monasteri posti in Cilentio Monte, che è il monte della Stella, a destra dell’Alento. Questa speciale denominazione al monte fa arguire che nel secolo XI si intendesse per Cilento il paese Cis, e non già circa Alentum. — Monte del Cilento è detto similmente in altro atto del 1187, ap. DOMENICO VENTIMIGLIA, Monum. n. X delle Notizie di Castellabate.

In una donazione del 1043 la chiesa di San Martino si dice sita in finibus Lucaniae, ubi ad Sala dicitur: e questo luogo La Sala io già interpretai per la Sala di Gioi, che sarebbe a sinistra dell’Alento; ma non sta: La Sala di questo documento è presso San Mauro Cilento, tra Mezzatorre ed Agnone, che ancora oggi è detto La Sala. — Conf. FRANCESCO VENTIMIGLIA, Op. citata, pag. 341-2.

16. Confermerebbe, per indiretto, questa congettura un diploma del Principe di Salerno Guaimaro, nel quale un monistero di Santa Barbara si dice in pertinentia de Nove, finibus Salernitanis: sicché il paese di Novi, a sinistra dell’Alento, non sarebbe in «Lucania». Il diploma è in MURAT. Diss. V. Ant. M. Aev. col. 183 (e nel VENTIMIGLIA FRANCESCO, pag. 331): e lo si mette all’anno 1005. Nel Codex Cavensis è del 1035.

17. Ap. DE BLASIO, Series princip. longob. nei Monum. n° LVII, pagina CXI. — Anche più notevole è un atto del 1047, in cui in testatrice lascia al marito tutto ciò che a lei est pertinentes per tota finibus Caput aquis seu Lucanie (In Cod. Cavens. vol. VII, 80).

PARTE II - La Basilicata

CAPITOLO II

LA REGIONE DI BASILICATA — NOME, ORIGINI E CONFINI

L’esistenza stessa di un castaldato detto di «Lucania» presso il fiume Alento, ai tempi della divisione in due Stati autonomi del principato di Benevento, fa argomentare che il nome di Lucania all’intera antica regione era già caduto, alla metà del secolo IX. Se così non fosse, la confusione di un identico nome a due diverse regioni, cioè la provincia antica e il nuovo castaldato, avrebbe fatto nascere, per necessità delle cose, una qualche aggiunta, un qualche qualificativo al nome, più recentemente surto, pel castaldato dell’Alento. Ma anche prima della divisione in due parti del principato beneventano, era già scomparsa l’antica denominazione romana delle regioni o provincie italiche; e ciò per la stessa necessità delle cose, che si rispecchia nell’uso, arbitro sovrano della lingua viva. I Longobardi che stanziarono nell’Italia superiore, e quelli che vennero a creare il principato di Benevento, non divisero l’Italia in regioni o provincie; ma sì in castaldati o comitati: non ritennero perciò e non potevano ritenere le politiche divisioni romane delle provincie; né i loro comitati o castaldati ebbero mai la comprensione di una di quelle antiche regioni o spartimenti amministrativi di Augusto o Diocleziano. Il dominio dei Longobardi durò oltre a cinque secoli: era già durato su per giù un duecento cinquanta anni, quando surse il principato di Salerno. Gli è dunque non altrimenti che assurdo il pensare, che, essendo cessata, per secoli, l’esistenza amministrativa d’una provincia nominata Lucania, o Bruzia, o Sannio, o Peucetia, o Japigia…, fosse non pertanto continuato ad esisterne il nome, il nome campato in aria! Cessata l’esistenza di un istituto, smesso l’uso di un vestito, obliterata una costumanza quale che sia, il nome svanisce; la memoria stessa se ne cancella; la seconda generazione non comprende più colui che ne parli; e l’uso della lingua viva, come oblitera ciò che non adopera, mette invece in commercio una nuova simbola, una nuova moneta, una nuova parola a significare quel che nuovamente è surto alla luce, — istituto, vestito, costume, arnese che sia. Il nome alle cose non è altrimenti che immagine fonica della cosa che si presenta allo specchio dell’intelletto: se la cosa sparisce dinanzi alla luce dello specchio, l’immagine dilegua. Cessata dunque la partizione delle antiche provincie romane in seguito all’occupazione dei Longobardi, che fecero nuovi spartimenti, nuove leggi, nuovi istituti, nuovi ordinamenti civili e militari, il nome delle provincie stesse cadde dall’uso e dalla memoria dei popoli. E se avviene che se ne incontri alcuna volta il nome in qualche documento di storia, è indubitato o che il nome è mera reminiscenza classica dello scrittore, o che sia usato in accezione diversa dall’antica. Così per la Lucania; così e non altrimenti per la Daunia, la Peceutia, la Bruzia o i Bruzii, la Japigia, la Messapia, la Salentia o i Salentini, e giù di lì.

Né avvenne altrimenti sotto il dominio dei Greci-Bizantini. Crearono l’esarcato; surse la denominazione di Pentapoli; vennero su gli oscuri ducati di Rimini, di Ancona ed altri ed altri; ma non ritennero i bizantini, né punto restituirono le antiche partizioni romane delle provincie della bassa Italia; non potevano perciò ritenere di quelle l’antico nome. Nella bassa Italia essi divisero i loro domini non in provincie, ma in «temi»; e questi furono grandi spartimenti o regioni, suddivise in minori circoli o circondarii. Nel secolo X, come lasciò scritto lo stesso imperatore e scrittore Costantino Porfirogenito, dei loro possedimenti dell’Italia meridionale avevano fatto due «temi», il decimo, cioè, della Sicilia, e l’undecimo della Longobardia. Dal tema di Sicilia dipendeva la penisola della odierna Calabria; e quando l’isola fu del tutto sommessa agli Arabi, il Tema siculo-calabro si denominò Tema di Calabria, e fu retto da uno Stratego.

L’altro Tema di Longobardia comprendeva tutti gli sparsi possedimenti grecanici di terra ferma, dalla penisola calabra in fuori; e fu così denominato, perché raccozzato, in gran parte almeno, dalle terre che erano state già signoreggiate dai Longobardi. In questo Tema di Longobardia veniva compreso anche Otranto, anche Napoli1, e (si vuol credere, benché punto nominata) grande parte di quella regione che fu poi Basilicata, per quel tanto che non fosse compresa tra’ castaldati longobardici. Però il nome di quest’ultimo Tema non rimase sempre lo stesso, poiché si trova detto, nei documenti bizantini, altresì Tema d’Italia; e poi, con parola equipollente, Tema d’Apulia. Il confine nell’ordinamento grecanico tra il Tema di Calabria e quello della Longobardia è ignoto.

Al governo di cotesti due Temi erano preposti uffiziali pubblici, che si trovano detti non solamente «Stratego» come quelli di Calabria, ma Patricio, Spataro candidato, ed anche altrimenti, con nomi che più che titolo proprio all’alto ufficio, erano «dignità» ovvero titoli personali ai personaggi mandati all’alto governo dei Temi. Ma alla metà del secolo X, i Greci vollero rendere più energica e gagliarda l’azione loro nella bassa Italia; ed accentrarono gli alti poteri in un nuovo supremo magistrato civile e militare che dissero «Catapano» con parola che vuol dire «sopra tutto e tutti» e che Guglielmo Pugliese parafrasava così:

Dispositor populi parat omne quod expedit illi.

Questo fu l’ultimo ordinamento grecanico, che trovarono e combatterono i Normanni.

Cotesti due Temi maggiori erano, senza dubbio, suddivisi in Temi o circondarii o aggruppamenti minori: poiché, se tali ripartizioni minori ebbero luogo (a testimonianza del Porfirogenito)2, pei Temi della Macedonia, della Tracia, della Misia, di Durazzo e del Peloponneso, ragione vuole, che non altrimenti fosse pei Temi di Calabria e di Longobardia. Quelle minori ripartizioni ebbero il nome di eparchie, di egemonie, di turmarchie, ed anche di ducati e consilierati, dal duca, o consiliario, o turmarca messo a capo di quel minore complesso di città, che formava uno dei distretti del Tema. Per l’Italia grecanica meridionale, io ritengo fossero detti turmarcati e topoterisie. I turmarchi, i topoteriti erano capi militari di «torme» ovvero «bande» o reggimenti, come oggi diremmo, sparsi per un circondario o distretto, direi, militare; ma capi militari non solo, civili altresì. Si sa che la ripartizione delle regioni in Temi venne appunto dalla distribuzione delle forze militari sul territorio, che esse guardavano a presidio, o dal quale erano nudrite e soldate. Le traccie di coteste minori ripartizioni, e di cotesti minori capi delle ripartizioni politico-militari, detti turmarchi e topoteriti3 s’incontrano qui e qua nei documenti dell’epoca, che altrove abbiamo con qualche larghezza accennati4.

Fin qui dunque né Lucania, né ancora Basilicata.

Nel secolo XI entrano in campo i Normanni; e verso la metà del secolo stesso, dal 1041 al 1044, surse l’embrione di quel nuovo Stato autonomo loro, che fu in origine come una federazione divisa in dodici contadi o comitati, con a capo un conte di Puglia, e con sede comune ai feudatari confederati in Melfi. Oscure, come tutte le origini, incompiute, come tutte le cose che nascono, le parti di questo tutto non sursero tutte di getto, o crebbero tutte di un tratto, secondo l’ordine o la cronologia che la tradizione ha loro attribuito. Ma ciò poco importando al nostro scopo, diremo che quel nuovo Stato, surto in mezzo tra’ possedimenti dei Greci e quelli dei Longobardi, fu costituito da dodici città maggiori, sede ognuna di un conte normanno, quale sovrano e feudatario di essa. Il novello Stato si estendeva da Melfi al Gargano, dal Bradano al Fortore; e comprendeva le seguenti città, cioè: Siponto e il Gargano che venne in dominio al conte Rainolfo; Ascoli a Guglielmo di Altavilla; Civitate (oggi distrutta, presso Ripalta nel circondario di Larino) a Gualtiero; Frigento ad Erveo; Trani a Pietro; Monopoli ad Ugo di Bone; Canne a Rodolfo; S. Arcangelo a Rodolfo, figlio di Bevena; Minervino a Rainfredo o Roffredo; Lavello ad Arnolino; Venosa a Drogone di Altavilla; Acerenza ad Asclettino; Montepeloso a Tristaino5; Melfi restava in comune a tutti.

Con fortuna pronta e crescente, crescono intorno intorno le conquiste, le dedizioni, gl’infeudamenti territoriali. Matera venne in dominio del conte Guglielmo Bracciodiferro o di Altavilla nel 1042; Canosa nel 1054, poi Bari nel 1071, poi Salerno nel 1075 a Roberto Guiscardo. E man mano, assorbiti i possedimenti greci dell’Apulia e della Calabria, sorge il ducato di Puglia e il comitato di Calabria; quello con a capo Roberto Guiscardo, questo Ruggiero. E poi ducato e comitato si agglomerano in uno, e sorge la monarchia normanna nel 1130.

Non prima di allora, cioè non prima della metà del secolo XII, poté emergere una qualche divisione del nuovo Stato normanno in spartimenti minori o provincie. Questi minori spartimenti o provincie si dissero poi Giustizierati, e si trovano in numero di dieci nel secolo XIII, ai tempi di Federico II.

Tra i dieci Giustizierati o provincie è la Basilicata.

Surta come provincia della monarchia normanna dopo il 1130, il nome però ha origini più antiche. Come provincia, non risponde a tutta l’antica regione della Lucania, ma sì alla maggiore parte di essa: poiché ne comprende tutta quella distesa che dalla catena degli Appennini degrada, secondo i suoi cinque fiumi per i loro cinque bacini, al mare Jonio. L’altra parte dell’antica Lucania, che dalla stessa catena appenninica declina verso il fiume Sele e il mare Tirreno, venne compresa nel Giustizierato di Salerno.

Ma il nome ha più antiche origini; ed origini greche.

Fu già comune opinione degli scrittori napoletani che la parola Basilicata derivasse dal nome di «Basilio» sia l’Imperatore greco, sia quel Catapano famoso venuto in Italia nel 1010, detto Bogiano. Ed è un vecchio assurdo filologico, che pure ringiovanito, non ha potuto emergere più valido in gambe. L’una non poteva generare l’altra, poiché nella parola «Basilicata» è un elemento fonetico essenziale che non si trova nella parola «Basilio» onde si voleva derivarla. Questa sola considerazione basta ad escludere la legittimità della filiazione di quella da questo. Invece, la parola Basilicata non potrebbe derivare altrimenti che dal tema di «Basilico», quale che siasi il significato di questa parola, quale che siasi la flessione terminativa sua, o per genere o per numero.

È debito d’ufficio, più che pregio dell’opera, il chiarire questo punto della storia che lo scrittore ha impreso a trattare. Rimontiamo dunque, ma brevemente, ai tempi del secolo X e XI, per aprire il varco all’indagine sommaria sulla origine e il significato della nuova parola.

I nomi che si trovano dati alle provincia o giustizierati del tempo dei re normanni preesistevano, quasi tutti, agli stessi Normanni, come nome di regione più o meno ampia e distesa.

Il ducato di «Apulia», il comitato di «Calabria» sono già nomi comuni ai tempi di Roberto Guiscardo; e prima di lui si incontra ad ogni passo nei documenti e negli scrittori del tempo l’indicazione della regione di «Apulia e di Calabria». Il principato di Salerno costituito a mezzo il secolo IX rese comune la denominazione di Principato, onde distinguerlo dagli altri territorii in dominio dei Greci e dei Normanni. In Erchemperto, cronista del IX secolo, si legge la denominazione generica di «Terra di Bari»; nell’Anonimo Salernitano del secolo X la denominazione di Terra Laboris. Nel Malaterra, la cui cronaca va sino al 1099, è già indicata la regione detta «Valle di Crati», nonché la denominazione di Principato e di Capitanata. Nella storia di Leone Ostiense che dicono fosse morto nel 1105, si incontra la parola di «Capitanata». I castaldi di Aprutio e il Comitatus Aprutiensis si trovano indicati in documenti del 976, del 989 e 1056. Un atto del 1094 accenna ad un barone di Terrae Hidronti, e, checché si pensi della autenticità di questo documento, si può avere per certo che la denominazione di Terra di Otranto alla penisola salentina, o di Lecce, fosse dei tempi dei Greci. Otranto infatti non ebbe importanza se non sotto i Bizantini: e poiché essi nel secolo X elevarono la sede episcopale di Otranto a Metropoli ecclesiastica dell’Apulia e della Basilicata-Bizantina6, è lecito argomentare che i Bizantini ritennero la città di Otranto quasi metropoli civile di uno spartimento amministrativo qualsiasi. Di qui la ragione della denominazione di Terra d’Otranto; non altrimenti per la sede di un Catapano stabilito a Bari nel secolo XI, onde fu la denominazione comune di Terra di Bari7.

Anche in cronisti anteriori alla monarchia normanna si incontra «la provincia beneventana» o «terra di Benevento» per indicare lo stato o il principato di Benevento; e la denominazione ebbe ad avere corso per un pezzo. Quando la città di Benevento venne in dominio del Papa e cessò il principato autonomo di Benevento, non cadde allora subitamente la denominazione di «terra beneventana»8; ma surse fin d’allora la necessità che farà distinguere, fra breve, la regione del principato di Benevento da quella di Salerno con la qualifica di Principato ultra e citra Serras Montorii, cioè al di qua o al di là della catena appennina, che divideva appunto i due principati longobardici.

Solo la denominazione di Basilicata non si trova in scrittori o in documenti anteriori ai tempi normanni. Come dunque, e quando, essa nacque?

Se il radicale della parola è «Basilico» (e non può essere altrimenti), essa non poté sorgere che ai tempi della dominazione bizantina, e non dopo: e il non trovarsi in documenti dei tempi anteriori ai Normanni non vuol dir nulla, poiché non è prova il silenzio. Ma se non si trova scritta in documenti anteriori ai Normanni, essa doveva aver vita lo stesso; in contrario, non si capisce come avrebbe potuto sorgere a denominazione ufficiale ai tempi del re Ruggiero, dopo il 1130-4, quando il radicale della parola o non aveva corso, o non aveva significato nella lingua del tempo, poiché il dominio greco era già scomparso. E però essa dové, di necessità, avere avuto vita nel commercio linguistico del popolo, perché fosse potuta, dipoi, venire assunta alla vita uffiziale. Così fu per tutte le denominazioni delle altre provincie. Desse erano nomi preesistenti e vivi nell’uso del popolo; la monarchia normanna li accolse e li sanzionò della sua impronta ufficiale: e se così accadde per tutte le altre denominazioni di Principato, di Terra leburia, di Terra di Bari, di Terra d’Otranto, di Abruzzo, di Valle di Crati, e di Capitanata altresì, non ci è ragione a non ammettere che accadde lo stesso per la parola Basilicata. Questa parola adunque viveva nell’uso del popolo prima della monarchia, per indicare una parte del paese (o dell’Apulia o della Calabria), già soggetta ai Bizantini; e l’uso popolare aprì l’adito all’uso ufficiale, quando fu necessità di distinguere uno spartimento del paese dall’altro, e improntare di un nome diverso le parti diverse.

È stata vivamente discussa in questi ultimi tempi l’origine prossima della parola Basilicata; e quale possa essere il significato del suo non dubbio radicale che è «Basilico».

Durante la dominazione bizantina, che si estese per parecchi secoli nella parte d’Italia più prossima al mare Jonio, l’uso dell’idioma popolare accolse senza dubbio molti elementi greci, ma non cessò d’essere l’italico, meno che tra le colonie degli immigranti bizantini. Esso col nome generico di «Basilico e basilici» significò gli uffiziali del governo bizantino che governavano la contrada. Uffizialmente costoro ebbero nomi diversi e molteplici, secondo la dignità personale loro; ed è così che si incontra, nei documenti del tempo, un complesso di nomi che mutano sempre; ed oltre a quelli di Stratego, o Catapano, o Patrizio, si leggono i nomi di Protospatarii, di Spatarii candidati, di Dapiferi provinciae, e Viesti o Sebasti, e Criti (o giudici), e Turmarchi, e Topoteriti (o vicarii), e Comites curtis, e Domestici Comitatus imperatoris, ed altri ed altri ancora. Naturale adunque che il popolo gli indicasse col nome generico di «basilici», sia perché questa parola significa, per ellissi, gli «uffiziali imperiali», sia perché col nome generico di «basilici» erano genericamente indicati gli uffiziali dello Stato, anche nell’idioma del popolo, che si parlava a Costantinopoli9.

Dell’uso popolare o comune della parola stessa nelle provincie d’Italia, ne abbiamo una prova luminosa fin dal secolo IX; e la prova sta in un diploma dell’anno 899, nel quale il principe longobardo di Salerno ricorda, per antonomasia, il «Basilico» accanto allo Stratego, al Protospatario, al Castaldo, allo Scultascio, e a qualunque altro (come ivi si dice) «servo dei sacri imperatori» e vuol dire «a qualunque altro uffiziale dello impero»10.

E dunque fuori dubbio tanto il significato, quanto l’uso antichissimo di questa parola nell’idioma dei popoli italici dell’Italia meridionale longobarda e grecanica.

I grandi spartimenti bizantini che si dissero Temi, erano suddivisi in minori distretti, come si è visto. A capo di questi spartimenti minori erano di quegli uffiziali, che genericamente e popolarmente venivano detti «Basilici». Un documento del secolo X accenna ad una «provincia di Marsico»11, e vuole intendere una di coteste ripartizioni minori o distretti (intorno al fiume Agri), che rispondeva sotto ai Bizantini, su per giù, al castaldato o comitato dei Longobardi. Non abbiamo dati di fatto che ci mostrino quali altre esse fossero e quante, per la regione che si estendeva dal fiume Bradano al fiume Sinno e al mare Tirreno: ma la stessa sua ampiezza che è tutta un frastaglio di catene di monti e corsi di torrenti e fiumane, dànno argomento di pensare che non doveva essere piccolo il numero di spartimenti minori, o minori distretti o circondarii.

Or quando le necessità delle relazioni sociali fecero sorgere, nell’uso della lingua viva, la parola Capitanata ad indicare quella maggiore o minore distesa di terra o complesso di paesi retta dal supremo uffiziale che fu il Catapano, le stesse necessità spinsero inconscientemente, inavvertitamente all’uso della parola Basilicata per indicare quella maggiore o minore distesa di terra o complesso di paesi, tra il Bradano, il Sinno e il mare Tirreno, che era retta sia da un «Basilico» uffiziale dell’impero d’ordine superiore, sia da «Basilici» in dipendenza da un uffiziale più alto, che era forse lo stesso Catapano, o un Stratego, o altro che siasi. La forma glottica delle due parole è identica; il radicale dell’uno è simile, per il significato, a quello dell’altra; simile e identica l’origine; identico l’ambiente; identico il tempo in qui nacquero. Evidentemente le due parole sono della stessa famiglia; la quale, nonché essere scarsa di rami o di propagini, ricorda anche le altre parole di esarcato, o ducato, o turmarcato, siccome nato dall’identico germe di un nome di uffizii bizantini.

Basilicata dunque fu regione o distretto, o compartimento retto dai «Basilici» ufficiali imperiali; come Capitanata fu regione o compartimento retto da un uffiziale imperiale supremo, il Catapano.

Ma con ciò non vorremmo escludere un altro possibile (non diverso, ma affine) significato al tema, incontestabile, di «Basilici»; non vorremmo escludere, cioè, che le popolazioni e dinasti Longobardi del principato salernitano intendessero per Basilicata l’attigua regione appartenente al dominio dei «Basilici» per eccellenza, gli imperatori, cioè, di Costantinopoli: — di qua dal confine possesso e sovranità de’ Longobardi; di là dal confine possesso e sovranità dei Basilici, di quei sanctorum imperatorum, di cui è parola nel ricordato diploma dell’889.

La monarchia normanna non inventò a priori le denominazioni de’ suoi spartimenti o provincie; ma le raccolse dall’uso. Essa non determinò alle provincie se non i limiti e i confini; i quali però non sono noti: anzi non esiste documento sicuro, che faccia noto il numero preciso delle provincie della monarchia normanna in terra ferma. Per la denominazione di Basilicata, i primi documenti, ove s’incontri questa parola, sarebbero del 1134 l’uno, del 1161 l’altro. Pubblicati la prima volta da monsignor Zavarroni, vescovo di Tricarico, per ragioni di piati giudiziari, sono di dubbia autenticità; anzi quello del 1134 è falso addirittura12.

Un altro documento del 1175 fu da me pubblicato altrove13; e se i due dell’archivio di Tricarico sono di falsa, anziché dubbia lega, questo terzo sarebbe il documento più antico, ove s’incontri il nome della provincia. Poi l’uso ne diviene frequente nei documenti e nei cronisti dei tempi svevi; e da questi tempi degli Svevi in giù, fino ai tempi moderni, in tutti i documenti uffiziali dello Stato, non è dato altro nome alla provincia, se non quello di Basilicata14.

E chi, oppugnando a questa nostra tesi, volle mettere in riga di battaglia un infinito numero di atti di vecchi notai o di curie episcopali, ove nei tempi moderni, ma nel latino in ghingheri delle Curie, la provincia era detta «Lucania» non gli piacque di ricordare che sinonimi non esistono nelle lingue vive; e se, dunque, nei secoli XV, XVI, XVII e XVIII (stando al latino di cotesti notai e di coteste curie) la provincia era detta dal «popolo» Lucania, ne viene per conseguenza che non poteva esser detta, nella lingua viva del popolo stesso,

Quem penes arbitrium est et jue et norma loquendi,

non poteva essere detta Basilicata. Lo strale aveva passato il segno. Tutti i documenti uffiziali delle cancellerie dello Stato, leggi, costituzioni, capitoli, prammatiche, editti, cedole, ordinanze — che più? — non portano altrimenti, non dettano altrimenti se non Basilicata15.

I limiti precisi di questo spartimento della Basilicata, non sono noti pel tempo dei Normanni: e non si può altrimenti indicarli che a un di presso e per congettura. Nella prima divisione del ducato Beneventano alla metà del secolo IX, la regione fu compresa pressoché tutta, come si è visto, nel principato di Salerno; ma quando il dominio greco-bizantino risorse a nuovo vigore nel secolo X, dessa, almeno nella estensione maggiore, tornò ai Greci; divisa, senza dubbio, parte al tema di Apulia e Longobardia, e parte al tema di Calabria. Anche qui il limite di confine è ignoto; e le induzioni che ci sarebbe facile di trarre dalla Cronaca Cavese16 mancherebbero di base sicura, perché è più che dubbia l’autenticità di cotesta Cronaca, che pubblicò il canonico Pratilli. Ma è probabile, da indizi di antichi monumenti, che confine de’ due Temi fosse stata la linea, ovvero la valle del fiume Agri, fino alla cui catena di monti si sarebbe disteso il Tema di Calabria; non già la linea ovvero valle del Basento, che io credo piuttosto appartenne al Tema di Apulia17. Però l’alta valle dell’Agri, ossia quella che oggi si dice il «vallo di Marsico» credo appartenesse al Principato di Salerno; a cui per vero l’assegnerebbe la sempre poco sicura Cronaca Cavese, sotto l’anno 91518.

In quel secolo di guerre, di conquiste e di rapine che crearono, ingrandirono e poi unificarono i dominii normanni di terra ferma, come parlare di confini, che la spada oggi disegnava e la spada cancellava il dimani? Quattro tra i dodici primi Conti normanni occuparono la zona settentrionale della regione basilicatese, da Melfi a Montepeloso; ma in quella primissima ripartizione non si estesero (come altri ha creduto) sino al paese di Basilicata che oggi è detto Sant’Arcangelo sul fiume Agri. La città di Sant’Arcangelo di cui fu conte Rodolfo, figlio di Bevena, se non è, per errore di tradizione, la città di Sant’Angelo sullo stesso Gargano prossima a Siponto data a Rainolfo, crederei piuttosto fosse un paese, oggi distrutto, ma che nel Catalogo normanno de’ baroni (1154-1168) si trova allogato sotto il comitato di Andria, col nome appunto di Sant’Arcangelo.

È dei tempi dei re normanni questo famoso Catalogo o «Registro dei baroni» che contiene, per le terre feudali dello Stato, il numero degli uomini di armi, che i signori di esse dovevano in guerra al re; e che fu scritto, come ha dimostrato l’illustre Bartolommeo Capasso, tra gli anni 1154 al 1168. In questa specie di catasto dell’amministrazione militare normanna si trova l’indicazione de’ feudi di tutto lo Stato di terra ferma, meno che per le Calabrie, le quali mancano; forse perché venivano considerate come parte della Sicilia e non del ducato dell’Apulia19.

Dall’esame di esso si può dedurre che la Calabria si protendesse fino alla valle o forse alla linea del fiume Sinni; poiché gli estremi feudi della regione basilicatese nominati nel Catalogo sono tutti sulla sinistra del fiume Agri, meno due soli prossimi al fiume stesso sulla destra20. Darebbe conferma a questa induzione un documento del 1194, nel quale un Lamberto, allo uffiziale regio che rende giustizia in Gerace, si qualifica di «Principale Maestro Camerario e Gran Giudice di tutta la Calabria, di Signo (cioè il Sinni, fiume), di Laino, e della terra Giordana»21. Un documento alquanto più antico, che è del 1163 nomina un Guido di Ripitella «Maestro Camerario del re per tutta la Calabria, valle di Crati, valle del Signo (Sinni) e valle di Marsico»22.

Anche oggi ha corso, nell’idioma del popolo, la denominazione di «Vallo di Marsico» per indicare quell’ameno bacino, che è solcato dal primo tronco del fiume Agri: ma stento a persuadermi che l’amministrazione di questo tratto dì paese, non guari lontano di Salerno, potesse essere in dipendenza della Sicilia, se il limite delle Calabrie si estendesse nel 1163 sino alle origini dell’Agri. È probabile si abbia invece ad intendere, da quel documento, che anche la regione di quella valle o vallo dell’Agri era data, per le riscossioni dei tributi, all’amministrazione personale del Tesoriere delle Calabrie; unione, dirò così, personale, e non territoriale.

L’ordinamento delle provincie in giustizierati, che parecchi scrittori non ammettono pei tempi normanni, piglia consistenza manifesta ai tempi di Federico II. Allora il Giustizierato di Basilicata può dirsi rispondesse a quello che nei tempi posteriori si intese per la provincia dello stesso nome; salvo un qualche ritaglio, or di qua or di là, sulla linea de’ confini, che sino ai tempi nostri non furono immutabili o immutati. Ma i documenti sono scarsi, e soventi confondono. Nel ben noto Registro di Federico23 del 1239, là dove sono annotati e ripartiti pei castelli dei feudatarii i prigionieri lombardi, che l’Imperatore diede in custodia ai baroni del reame, possiamo seguire la linea di confine del giustizierato: verso il nord fino a Venosa, che è in Basilicata; verso il mezzodì fino a Rotonda, anzi fino al fiume di Laino, che era il limite con le Calabrie, poiché Tortora e Papasidero sono in Basilicata. Verso l’ovest, era confine forse il fiume Pergola; ma Salvia (oggi Savoia) è riferita in Principato. Dubbii e oscurità, e forse errori non mancano; il paese di Maratea è dato alla Calabria, mentre i feudi di Acquaviva e di Montefalcone si riferiscono alla Basilicata, e parmi errore manifesto, poiché sono troppo lontani, l’uno nella Puglia, e l’altro in quel d’Avellino.

I documenti angioini recano i confini della provincia verso il nord fino a Lavello come oggi, ma non a Montemilone che era in terra di Bari; all’est sono in Basilicata Rocca Imperiale e San Basilio prossimo a Montalbano; mentre Torre di Mare era in Terra d’Otranto; la quale provincia si estendeva dunque sino al Basento. Montesano e Saponara, in documenti del 1279 l’uno e del 1280 l’altro, sono in Basilicata; ma in altri del 1286 sì Padula, sì Montesano sono in Principato, ed ivi rimangono sempre. Anzi Saponara fino dai tempi di re Roberto, e Marsiconuovo anche prima, sono in Principato, e vi restarono fino ai principii del secolo ora caduto. Così pure Brienza. Al Principato Citeriore o di Salerno appartennero, per i tempi aragonesi, anche Sant’Angelo le Fratte e Salvitelle; ma invece sono in Basilicata, al nord, Montepeloso e Montescaglioso; mentre appartengono alla Calabria della Valle del Crati non solo Nucara e Roseto, ma anche Bollita; sicché il confine della Calabria si estenderebbe sino al fiume Sinni24. — Inutile proseguire più oltre l’indagine.

NOTE

1. COSTANTINO PORFIROGENITO, De Thematibus, e De Administr. Imperii, nella raccolta del BANDURI, Imperium Orientale, sive antiquitates Costantinopolitanae, Parisiis, 1711, vol. I.

2. Nel libro De Thematibus, I, 16; e nel libro De administr. Imper. c. 50.

3. DUCANGE, Gloss. Graec. ad v. Turma e Topotherisia; e Tourmarches, il cui significato (tra gli altri) è indicato così: qui turmae, seu regioni vel tractui alicujus thematos, seu provinciae praefectus erat. — Il distretto del Turmarca si trova detto negli scrittori bizantini Turmarchaton.

4. Nel capitolo VII de’ Paralipomeni della storia della denominazione di Basilicata. Roma, 1875.

5. È la ripartizione secondo la tradizione, che ne raccolsero Leone d’Ostia, Amato monaco di Montecassino, ed altri. Ma non è certo che tale fu propriamente. Amato stesso, per esempio, dice, in altro luogo, che ad Asclettino fu dato Genzano. E si sa che nel 1042 Guglielmo di Altavilla fu conte di Matera. Vedi appresso il capitolo V .

6. V. appresso al capitolo IX.

7. Per le indicazioni varie qui riferite, vedi a pagina 117 e seguenti dei nostri Paralipomeni della storia di Basilicata per HOMUNCULUS. Roma, 1875.

8. Si trova ancora nel catalogo o Registro normanno dei Baroni, che è compilazione non prima del 1154, di cui in appresso.

9. Questo è provato da moltiplici passi tratti dagli scritti dello stesso imperatore Costantino Porfirogenito, del secolo X, passi raccolti nel nostri Paralipomeni alla stor. denominaz., ecc., nel capitolo III, p. 35. Altri passi tratti dalle Agiografie del secolo X sono ibidem, a pag. 37, e nella Storia della denominazione, ecc. a pag. 25.

10. Ecco il passo notevolissimo:

Et costituimus ut nullus Basilico, nec Stratigo, nec Protospatarius, aud Spatarius candidatus, aud Gastaldeus, aud Sculdais, aud quatiscumque alius reipublice hactionarius, vel quatiscumque alius serbus sanctorum imperatorum habeant potestatem in illos… angariam vel dationem exigendam…, etc.

Il diploma fu pubblicato dal DE BLASIO, Series principum qui Longobardorum aetate Salenti imperarunt. Napoli, 1785. Nell’appendice Monum. LXXXI. — Dal MURATORI, Antiq. M. Aevi, diss. XIV, vol. I, 756, nel quale è riferito all’anno 889. — Ed ultimamente nel Codex Cavensis.

11. V. nei Paralipomeni, ecc., a p. 80 e 127.

12. Nel libro: Esistenza e validità dei privilegii conceduti dai principi normanni alla chiesa cattedrale di Tricarico per le terre di Montemurro e di Armento, vendicati dalle opposizioni dei moderni critici da ANTONIO ZAVARRONI, vescovo della chiesa medesima. Napoli, ottobre 1749, p. 1-19 dei documenti. — Furono riferiti da me (e malamente accettati) nel libro Storia della denominazione di Basilicata, a pag. 45.

13. Nei Paralipomeni, ecc., all’Appendice.

14. La tesi sostenuta nel testo fu più ampiamente discussa nel libro suddetto dei Paralipomeni della Storia della denominazione di Basilicata per HOMUNCULUS. Roma, 1875. — Contro gli argomenti e le conclusioni di questi Paralipomeni fu pubblicalo il libro dal titolo: Citazioni storiche e documenti raccolti in ridifesa (sic) del nome di Lucania pel dottor MICHELE LA CAVA. Potenza, 1870, di pagine 131. Le citazioni e i documenti sono, senza dubbio, numerosi: ma del valore di essi non intendo portare giudizio, poiché questo che scrivo non è libro di polemica. — Un solo documento, quello del 1266, avrebbe valore, e non l’ha, perché non è esatto. Vedi la nota che segue.

15. II documento di Carlo d’Angiò del 1266, per Monticchio (a pagina 68 delle Citazioni e documenti, ecc., di cui nella nota precedente, non dice Justitiaratus Lucaniae, come fu scritto, per pretenzione di classicismo, nella sentenza del Cappellano Maggiore del 1779, ma Justitiaratus Basilicatae, come pure in essa il documento è riferito.

16. Vedine i passi, agli anni 893, 915 e 973, riferiti nei Paralipomeni, ecc., pag. 70-71.

17. Argomento che traggo da documento di tempi, per vero, posteriori. Vedi nei Paralipomeni, ecc., a pag. 83, l’inno di San Gerardo, e inoltro a pag. 76.

18. Nei Paralipomeni, a pag. 71, è il passo della Cronica Cavese del 195.

19. Il chiarissimo Capasso scrisse:

«Mancano poi interamente (al registro), né per verità dovevano starci, le Calabrie, le quali allora, ed anche per parecchi anni dopo, facevano amministrativamente parte della Sicilia e non del ducato di Puglia; conseguenza della prima divisione tra Roberto Guiscardo e il gran conte Ruggiero, indi verso i primi anni degli Angioini distrutta».

Sul catalogo dei feudi e dei feudatari delle provincie napoletane sotto la dominazione normanna. Memoria di B. CAPASSO. Napoli, 1870, pag. 21.

20. E sarebbero Spinosa, che non so se risponda all’odierno Spinoso, e Tursi.

21. Nel Syllabus Graecarum membranar. ecc. Neapoli, 1835, p. 322.

22. Apud CAPASSO, Op. cit. p. 72 in nota. — Questo documento fu dipoi pubblicato per intero nel Codice diplomatico del MINIERI RICCIO (Napoli, 1882, vol. I, Append. XXXVII, pag. 283); ed è una sentenza che rende il Camerario apud Sarconem (Sarconi nel vallo di Marsico) su querela della Chiesa di Carbone, a cui dai Senioribus ejusdem Sarconis erano stati usurpati dei territori che appartenevano ecclesie S. Iacobi de Sarconi: ed erano ortus maior et ortus qui est juxta aream curie, et saltus unius molendini, et pecia una de terra que est justa flumen Saure (sic: Seidura). Il Camerario ascolta sul luogo homines Sarconis, videlicet presbiteros, milites et alios plures homines; e rende i territori alla chiesa di San Giacomo, che era in dipendenza del famoso Cenobio di Sant’Anastasio di Carbone.

23. Nel volume V, pag. 620 della Histor. diplomat. Frederici II, per HUILLARD-BRÉHOLLES.

24. Pei documenti angioini vedi Syllabus membran. ad regiae Siclae archiv. pertinent. Napoli, 1824-1845. — Per gli aragonesi, vedi la «Tassa» così detta Coronationis Regis Alphonsi. Ap. TUTINI, Dei sette uffici del Regno di Napoli. Roma, 1666, a pag. 85 dei Giustizieri.

PARTE II - La Basilicata

CAPITOLO III

I PAESI DELLA REGIONE — LE ORIGINI

La trasformazione dell’antico mondo romano nella nuova società che venne fuori dalle invasioni dei barbari, accadde in quel buio e misterioso devenire che è il periodo delle origini di tutte cose; e durò de’ secoli. La catena dei tempi ne fu spezzata; il cataclisma parve distruggesse il procedimento graduato della vita di tutte cose; e non si videro se non a distanza di tempo i nuovi germi, i nuovi elementi, i nuovi aspetti della nuova società. Tutto apparve, e fu infatti mutato; ordini civili, economici e sociali, lingua, famiglia e proprietà, chiesa, stato e comune, e con essi la legge, il diritto, l’arte, l’industria, i commerci, le vesti, gli àbiti, le consuetudini di vivere, le credenze; tutto.
Delle antiche città altre caddero e disparvero; altre caddero, e mutarono di posto e spesso di nome; altre sorsero di nuovo, alcune riattaccando le origini alla stessa società romana, altre agli ordini barbarici novelli. Con le città, erano cadute e mutate le antiche genti; nuove genti erano surte nel rimescolamento caotico che apportò l’allagamento barbarico.
Indagheremo, più innanzi, gli elementi varii onde venne la composizione del nuovo popolo che abitò la regione. Tenteremo, in questo luogo, di rintracciare le origini de’ nuovi paesi, e delle nuove denominazioni alle terre che i nuovi popoli abitarono. Questa seconda indagine è d’uopo preceda, perché servirà di fondamento alla prima. E poiché questa indagine si riferisce essenzialmente al periodo delle origini, è chiaro non potrebbe desumersi con minore incertezza, se non rimontando al significato primo della parola affissa al paese o ai luoghi abitati. Di qua sarà possibile di giungere alla notizia di coloro che vi si stanziarono. I popoli che primi dimorano in un luogo, o dissodano primi una terra, o che occupino le sponde di un fiume, essi impongono primi il nome al luogo, alla terra, al fiume; quelli che vengono dopo, raro è che mutino i nomi. Li trasformano piuttosto, inconsciamente, secondo le leggi del vivo idioma che parlano: ma non li cambiano, che o per ragioni straordinarie e speciali, che, sfuggendo a possibilità di proficua ricerca, per lo più restano ignote; o se impongono nuovi nomi, e da capo, vuol dire che l’antico nome al paese, alla terra, al fonte, al bosco, al fiume era scomparso, con lo scomparire degli antichi coloni.
Ma se la nuova società che surse dal rimescolamento barbarico, coll’andare del tempo si rinnovò da capo, non vuol dire che fosse tutta nata di un getto dalla terra come gli uomini di Pirra, senza madre, e senza un qualche anello, per quanto esiguo, alla catena del passato. La nuova società si soprappose all’antica; la demolì, la distrusse; ma le fondamenta non potevano essere distrutte; alcuni almeno de’ materiali antichi vennero messi in opera. Quindi nell’indagine cui mettiamo mano, l’antico non può trovarsi eliminato del tutto.
Una grande parte surse da capo, senza gancio al passato, molto tempo dopo che la forma dell’antica società era scomparsa. La vecchia popolazione, stremata se non distrutta, lasciò inculte le terre, inabitati i campi: crebbero le foreste, le selve, le sodaglie. Qui man mano si adagiò altra gente; poca, esigua, meschina, e pure, benché lentamente, espandentesi. Questa, gente nova, di tempi novi, dové, per necessità dei commerci della vita, dare un nome ai campi che occupava, al bosco che diradava, al fonte che la dissetava. Esse si trovarono nelle stesse condizioni di coloro che tanti secoli prima li precedettero in terre incognite, incolte, inabitate. Gli uni e gli altri fu d’uopo che parlassero, s’intendessero, o denominassero la terra, il bosco, il fonte.
Le popolazioni crebbero di numero a poco a poco, ramificando di generazione in generazione una famiglia da un’altra: più lentamente sorgono gli umani abitacoli, aggiungendo alle prime capanne un’altra e poi un’altra. — Quali hanno potuto essere le origini naturali delle nostre borgate, dei villaggi, delle città? Il fatto delle origini non può avere testimonianza di storia: ma i lineamenti generali del fatto può determinarli con sicurezza anche il senso comune.
Dominava nell’assetto della proprietà la forma del latifondo, massime sotto l’Impero. Sul latifondo, coltivato da schiavi poi da servi e da coloni, è d’uopo esistano qui e qua le capanne dei coltivatori, le case del villico, le stanze del signore, quelle delle scorte. Ecco il nucleo di una villa — rustica, urbana e fructuaria — nelle sue tre ramificazioni ricordate da Columella. Ed ecco l’embrione primissimo di quella che poi diventa città e che è appunto ville ai Provinciali delle Gallie. Tre, o quattro, o più di queste ville formano un vicus; e da vichi più grandi il pagus. Cotesto latifondo, villa o vicus, ha già un nome suo proprio; che, per lo più, è dal nome gentilizio della famiglia che lo possiede, e che nella tenace eternità domestica romana lo trasmette all’erede di età in età: — praedium Sabinianum, Sicinnianum, Avillianum, Tullianum, e cento altri simiglianti. Poi la famiglia si estingue, ma il nome resta; ovvero dal complesso del latifondo passa a quella parte solamente ove il vicus è cresciuto in pagus.
Vengono i barbari: si dividono le terre e le famiglie dei vinti romani; si accasano con essi da ospiti; e questi ospiti ben poco graditi, prendono sia la terza parte delle terre, sia dei frutti della terra coltivata dal vinto romano. Altre terre, inculte e spopolate, sodaglie o boscaglie in dominio del re, sono donate dal re, o dal capo ai suoi gasindi o compagni. A costoro giova, dopo gli esercizii della caccia, trarne alcun profitto. Laonde spargono su di esse sia la famiglia dei vinti, sia dei compagni «arimanni» che li hanno seguiti dalle patrie foreste; e costoro si accasano qui e qua con casa e famiglia. Quattro, o cinque o più case formano un casale, come li chiamano le carte longobarde. Parecchie altre di queste famiglie accasate sul fondo che esse coltivano, formano una massa.
Ma il barbaro non ama le città, e preferisce le foreste. Se nel gruppo delle ville romane, entra l’ospite barbaro, e questi è un capo, egli vi costruisce in mezzo la sua casa (Aula, Sala Curtis) che sarà naturalmente un fortilizio, e darà un nuovo nome al fondo. Intorno ad essa si aggruppano, se sono sparsi, i nuclei delle ville e delle masse, per ragione di sicurezza, e si cingono di un vallo di palafitte o a terrapieno. Anzi poiché perdura e aumenta il turbamento delle invasioni, delle guerre e delle rappresaglie, gli sparsi vici lasciano il piano e si tramutano al prossimo colle, ove sarà più agevole la difesa; e traslocando i poveri penati, spesso portano al colle il nome che già avevano al piano. Così avvenne, e così è chiarita l’anomalia che qualche volta s’incontra tra il senso della parola topografica e il posto in cui siede il paese. Né altrimenti avvenne delle città, reliquie della grandezza latina e greca, smantellate dai vincitori, cadenti, e spopolate dalle guerre e dalla malaria: lasciano la pianura, e si tramutano sui monti.
Nelle terre sortite o donategli il barbaro, a costruirvi il suo ostello, sceglie il luogo eminente, per natura il piu aspro e il più forte, e vi aggiunge torri, spaldi, fossati. Ecco la motta. Chiama intorno a sé i suoi fedeli; i censuali vi accorrono a sussidio e conforto di difesa comune. A piè del castello nasce il borgo; poi man mano si cinge di un muro, e diventa Rocca o Castro. La chiesa del castello si apre ai borghigiani; e il borgo diventa pieve.
Cessate le invasioni, le erme solitudini si vanno popolando per altre vie. Il feudatario chiama in franchigia, come ad asilo romuleo, sulle sue terre i vagabondi, i paltonieri, i malviventi, e ben volentieri accoglie gli alibi-nati o albani o stranieri, Greci, Epiroti, Bulgari, Schiavoni, e gli avventizii da altre città, da altre provincie prossime o lontane. Da questo fatto, o dalla lingua della gente che vi si aggruppa prende nome la terra. Non altrimenti s’industriano i monasteri dei due grandi ordini del tempo, Basiliani e Benedettini; cui la pietà dei conquistatori, avventurieri e baroni, donano solitudini di terre senza popolo e senza confini. Intorno ad una Cella di monaci, o di gastaldi o canovai del monastero, o intorno alle laure dei cenobiti si aggruppano man mano le capanne dei servi, dei ministeriali, dei guardarmenti, poi dei censuali, poi degli oblati. L’abate addiventa barone; e il nuovo villaggio prende il nome o dal monaco, abate o Papasso, o più frequentemente e più largamente dal nome del Santo, a cui è dedicata la chiesa, l’eremo, o il cenobio.

Così sursero le ville: come sursero i nomi?

In genere, i nomi non sursero con l’incolato collettivo, ma preesistevano. Il nome che aveva il predio prima di diventare vico, o pago, passò al vico e al pago; e vi restò affisso così, che se questi tramutano sedi, anche il nome emigra con essi, a ricordo tenace e tenero della patria in cui si è nati. Come tutti i nomi moderni delle contrade rusticane, anche le antiche nomenclature non trassero il nome, in genere, se non da qualità speciali del terreno, culto o selvatico, brullo o popolato di alberi; o dalla qualità delle piante stesse; o dal modo onde gli venne sboscamento o coltura; o dalla postura sua in poggio, in monte, in valle; o da qualche opera artefatta; o da una speciale condizione del luogo, un muro, una vedetta, una chiesuola, un eremo, un’officina, una caverna, un rivolo, un abbeveratoio, una cascina, un macigno fesso, sporgente o incavato; e il luogo del pedaggio, e il traghetto della scafa, e il luogo della salagione del pesce, e il fondaco in riva al mare, e il fondaco entro le viscere della terra, e un riparo artefatto da scogli, e l’acqua dello stagno e le acque termali… —, che più? — anche la luce e l’ombra, il chiaro e l’oscuro, siccome condizioni di bellezza e di orridezza, furono fonti ai nomi topografici antichi e moderni. E il nome generico non tarda a diventare specifico; sia perché cambiando i popoli e trasformata la lingua, se ne perde pei nuovi arrivati il significato primitivo; sia per quella operazione della logica umana che fa particolare un nome generico solo perché è dato abitualmente ad un individuo, quasi impronta speciale che ne determini l’individualità sua. Tutte le infinite serie si protrebbero ridurre a queste brevi categorie: ma non occorre. Basta ricordare con Max Muller, che «tutti i nomi più particolari sono in realtà termini generali; in origine espressero una qualità generale; e non vi è una qualunque diversa maniera, in cui potessero essere stati formati»1.
A questi concetti generali non si sottraggono le origini della nomenclatura topografica della nostra regione. Noi verremo ormandoli paese per paese; aggiungeremo, qui e qua, e per quanto è possibile, anche la indagine sulla nomenclatura dei luoghi campestri d’intorno al paese abitato; poiché soventi il nome delle contrade rusticane di esso aggiungerà lume alla ricerca della gente che vi stanziava. L’illustre G. Ascoli, a proposito di una Toponomastica Italiana che aveva in animo d’intraprendere, scrisse già: «I nomi locali costituiscono, nel giro della storia, una suppellettile scientifica che si può confrontare con quella che nell’ordine delle vicende fisiche è data dai diversi giacimenti che il geologo studia. Per buona parte i nomi locali rientrano senza altro nello schietto dominio della speculazione dialettale; ma in non poca parte essi formano una materia di studio, più ancora preziosa e peregrina di quella che non si rinchiude nella dialettologia vera e propria» (in Perseveranza, 8 sett. 1891). A questa futura «Toponomastica» apportiamo la nostra simbola, ma agli intenti puramente storici dell’opera nostra. Seguiremo in questa indagine l’ordine alfabetico; e, nella grande accolta dei nomi, tra i certi e i dubbiosi non ci rimarremo dall’indicare anche quelle che a noi stessi paiono dubbie origini, e quelle che restino sorde ai nostri tentativi2.

1. ABRIOLA

È il Brolium del medio evo, che fu propriamente selva circondata di muro o di altro che siasi, chiuso per esercizio della caccia al feudatario, e che dalla qualità di recinto passò di poi a significare anche un giardino da frutta. Il Broletto di Milano, il castello di Broglio in Toscana, Sant’Angelo in Brolo di Sicilia, ed altri parecchi furono dell’origine stessa. Cotesti «parchi da caccia» sono detti precisamente Briolia nella Legazione del vescovo Luitprando (ediz. Pertz) del secolo X. — Da Briolia Abriola, con semplice protesi dell’a. — L’origine del paese è dunque da alcun luogo di caccia di un conte longobardo; e se fu stanza temporanea di Saraceni, come da altri fu detto, non ne ebbe le origini.

2. ACCETTURA

Il tèma della parola è Acceptor, che nel basso latino (come usa nelle leggi longobarde) è lo sparviere, accipiter. — I luoghi, che prendono nome dagli animali, quelli segnatamente destinati alla caccia del signore, sono frequenti: tali Falconara, paese dell’Anconitano e del Cosentino; Vulturara, Appula ed Irpina; e Cervara, e Cercinara, e Orsara e Lupara, paesi delle provincie di Roma, di Caserta, di Campobasso, di Alessandria, ecc. — Identiche le origini di Acceptòr-a; cioè terra o luogo abbondante del genere sparvieri, uccelli della nobile famiglia dei falchi, che erano riservati unicamente alla caccia del signore e de’ nobili; e per cui fu riconosciuta anche un’ara acceptoria. — Il suffisso a di acceptor-a, io credo sia contrazione fonetica, ovvero reliquato del suffisso ara di Falconara, Vulturara, ecc.: contrazione avvenuta per isfuggire al brutto suono della duplice e prossima sillaba canina or-ara.
Se mai l’originaria forma della parola fosse stata acceptó-ia, acceptu-ia, essa indicherebbe più specialmente un luogo ove si ritengono e si educano falchi e sparvieri. Non improbabile «torre di muda» o di uccelliera alle caccie, di un nobile longobardo, franco, o normanno.\

3. GALLIPOLI

superba tenuta boscosa, oggi tra le inalienabili dello Stato, dal greco καλλίβωλις?, fertile e pingue. Ivi era un Castrum Gallipoli detto de Montanea, nel Registro normanno dei baroni. — COGNATO, altra parte della tenuta medesima. L’Aper Cuneatus era ai Latini un campo a forma di cuneo. Di qua l’antico nome al bosco, che non so se conservi tuttavia l’antica forma.

4. ACERENZA

Nei titoli epigrafici latini è Acheruntia (Corp. Insc. Latin. IX, 417); in titolo pestano, di tarda età (Ibid. X, 5184) è Acerentinorum. In MSS. di Orazio è Acheruntia ed Acherontia (in Corp. Insc. Latin. vol. IX).
La forma primitiva latina del nome dové essere Acherutia (non Acherusia): il posteriore intercalamento della n non poteva avvenire altrimenti che innanzi alla t. Credo che ebbe origini dagli Osco-Lucani, a ricordo dell’Akere (Acerra) della Campania, onde essi mossero. La desinenza in utia penso significasse il diminutivo; argomentando dall’identico significato della desinenza utius ed ucius del basso latino.

5. AGRI

fiume. — L’originario significato è nel greco «senza moto, ovvero lento e tardo». Vedi al vol. I, capitolo ultimo.

6. ALBANO

La terminazione ano ed ana, comunissima a nomi locali della Italia meridionale, è dai moderni filologi riconosciuta come significativa di proprietà o possesso, ed è inflessione da nomi gentilizii. Fu propria dei Latini questa maniera di determinare il predio dal nome del suo proprietario; e l’ager, rus, praedium, villa, Sabinianum, Tullianum, Luciliana… sono frequentissimi nelle iscrizioni, nel digesto, negli scrittori. Il chiar. professore Flechia ha pubblicato un suo speciale studio «sui nomi del Napoletano derivati da gentilizii italici» (Torino 1874); e di più che trecento di cotesti nomi topografici riscontra il nome gentilizio originario nelle iscrizioni scavate per le nostre regioni. La derivazione è, senza dubbio, delle più accertate: il che però non toglie che talvolta il nome derivi da fonte diversa e molto più recente dell’Impero. — Albano dunque «Albianum è, dal gentilizio Albius delle Iscrizioni. Un fundus Albianus è nelle tavole alimentarie dei Liguri Bebiani, e quattro in quelle di Velleja» — (Flechia). Io crederei più probabile sincope da Albanius, che è pure nome in antiche iscrizioni.

7. ALIANO. — «Allianum, da Allius delle Iscr.» (Flechia).

8. ANZI

Per le probabili origini da genti enotrie, anteriori ai coloni elleni, vedi al cap. IV del vol. I.

9. ARMENTO

Fu territorio indubbiamente occupato da antica città, forse di gente greca, come si argomenta dalle nobili reliquie tratte fuori dalla sua necropoli; la quale di tanto in tanto apre i fianchi alla luce del giorno, per incontri fortuiti di agricoltori o per cupidi tentamenti di trafficanti. Ma la necropoli è ancora muta sul nome della città cui essa appartenne; e per prove, non piene, ma piuttosto congetturali, abbiamo indicato il nome di Alesa, o Calesa, o Calasarna, nel capitolo ultimo del I volume.
Il nome del paese odierno inclino a crederlo dei bassi tempi. Ed ad una delle due probabili origini parmi lecito riattaccare il significato della parola.
L’una rimonta ad un probabile radicale ramet, donde venne la parola ramentalis; che, come attesta il Ducange, aveva lo stesso significalo di Ramerium; e questo ebbe senso di «terra inculta sparsa di vepri e fratte, adatta al pascolo». Il «Ramerium» è vivo ancora oggi, con lo stesso concetto, nel ramiers dei Provenzali e nel ramière dei francesi, pei quali significa quella vivace riga di alberi, arbusti e vetrici che vien su alle sponde dei corsi di acqua3.
La flessione terminativa in ale di Ramet-alis non è se non di un derivato; onde si risale indubbiamente ad un originario Ramet, il quale addiventa senz’altro Rament per la solita e comune intercalazione della n innanzi alle dentali4. Ramento adunque (come il suo derivato intensivo Ramentale) ebbe l’originaria significazione di «sodaglia sparsa di fratte e macchieti atta al pascolo, specialmente presso a corsi di acqua» — La r, che fra le consonanti è la più mobile, ha mutato di posto così facilmente come in Orlando che è da Roland, in arnione da rognone, ecc. Aggiungerò, a rincalzo, che «Armento» è pronunziato dal popolo nella forma di Rimiento o Arimiento; e che in quel di Moliterno è una contrada detta Rimientiello, forma diminutiva senza dubbio di un Rimiento. — E così anche il vocabolo «Armento» sarebbe l’equipollente di tanti altri nomi: Spinoso, Spineta, Fratte, e di tanti altri Macchia, Maglie, Magliolo, ecc.
L’altro significato originario sarebbe quello del basso latino vaccaricia e stabulum. In Ducange è questo passo di antica scrittura: Et jussit servis suis sancta corpora latenter asportare ad armentum gregis sui, et ibi in medio fosse humo operiri. In Deffenback (Gloss. latin-german… infimae aetatis. Francf. 1847) è equivalente di vaccaricia. Il significato ne manifesta le origini. — Ed a conferma, gli equipollenti geografici, non mancano: Lequile (equile), paese presso Lecce, Vaccarezzo in quel di Cosenza, e Caprile, e Capriglia, e il nome che ebbe fino a ieri, il paese, in quel di Salerno, che oggi è mutalo in «Stella Cilento».

10. ATELLA

Nome di antica città lucana, ignota alla storia; ma a dirla antica città ci licenzia il suo nome che non ha significato nello lingue latina o neolatine. Se il nome è antico, tale sarà, in origine, il paese; e le antiche origini (come fu detto innanzi) deriverebbero dagli Osci dell’Atella di Campania, donde vennero i proto-lucani. Nelle monete di questa Atella Campana, la città è detta, in osco, Aderl, che (in Fabretli, Gloss. Italic. ad. v.) sta per Aderula, da Ader = ater, col suffisso diminutivo la; e significherebbe quello che agli italiani è «Città nera» o ai Tedeschi «Schwarzstad».
Da una tradizione di conio erudito fu detto che l’Atella lucana surse sulle ruine di Celenna, ricordata da Virgilio (Aen. VII, 739); ma di cotesta Celenna, specialmente in Lucania, non si ha notizia di sorta. È un’opinione, di cui non sarà inutile rintracciare l’origine e il processo, che è questo. Le storie ecclesiastiche dicono che Giuliano, vescovo e famoso come fautore del pelagianismo nel V secolo, fosse nato in Atella. Sant’Agostino, o, a dir meglio, un libro apocrifo che porta il suo nome, dice di lui: te Apulia genuit. Inoltre, non so quale altro storico disse altresì Giuliano vescovo e nativo di Celenna (in Giustin., Diz. geogr. sub Atella). Dunque (concluse, sillogizzando, la vecchia erudizione locale) Atella, patria di Giuliano, era in Apulia. Ma l’Atella di Apulia non può essere se non questa sui fianchi del Vulture (Vulture in Apulo, cantò Orazio); ma dessa è moderna; dunque essa surse là dove fu la Celenna, che fu patria a Giuliano. — Che il raziocinio zoppichi delle sue gambe, non importa agli eruditi, se la conseguenza fa comodo: — e zoppicando andò innanzi.
L’odierna Atella surse, ovvero risurse allo estinguersi di un paese che fu detto Vitalba, del quale non è notizia nelle fonti classiche, ma è nominato nel registro normanno dei Baroni, ed ebbe certa esistenza fino al secolo XIII. Anzi questa Vitalba fu sede di Vescovo; e la si trova indicata quale una delle dodici suffraganee all’arcivescovo di Bari e Canosa, in bolle del 1025, del 1089, e del 11725. Dipoi scomparisce: e in documento del 1281 si legge di un mulino posto in tenimento terre Vitalbe exhabitate; ma non del tutto, per vero dire, deserta, se in altra carta del 1282 troviamo un Casale Vitealbe. In un precedente atto del 1175 è indicato, come unico, un giudice (a contratti) Vitisalbe et Armaterie; faceva dunque un tutto insieme con Armatieri, che in carta del 1307 è detto exhabitatum etiam et totaliter destructum. Il grande feudo o baronia Vitis AIbe, con S. Fele, et suis pertinentiis, fu da Carlo II, di Angiò, successivamente assegnato a ciascuno de’ suoi figliuoli, e prima a Raimondo Berengario, poi a Pietro, morto alla battaglia di Montecatini, e poi a Giovanni6.
Atella ebbe a sorgere nei pressi del posto ove fu Vitalba: e surse nei primi anni o decennii del secolo XIV. Esiste ancora un atto del 1330, nel quale gli uomini Casalis Rivi nigri supplicano di essere sgravati da pagamenti imposti al comune; dappoiché propter costructionem terre Atelle gli uomini di Rionero avevano emigrato alla prossima nuova Atella, propter libertatem, quam consequebantur decennii spatio; libertà, cioè franchigia di imposte7. La nuova città sorgeva per opera di un figliuolo del re che era Giovanni, conte di Gravina, non ancora duca di Durazzo, e sorgeva, si può dire, come città più che come un villaggio, e città murata, poiché la si trova detta Castrum.
Abbiamo dunque, caso raro, quasi l’atto di nascita della novella città. Ma il nome era antico; e non può non essere antico, poiché la parola non ha corso, non ha significato nell’ idioma nostro, o nel basso latino medievale.
In una bolla del 1152, di Eugenio III al Vescovo di Rapolla, è nominato, oltre a Ripacandida ed a Vitalba, anche il Casale S. Marie de Rivonigro, e il Casale Sancti Angeli de Atella. E in una donazione del 1221 alla chiesa di S.M. de Pierno, si dà per confine al fondo donato una stratam Atelle. Preesisteva, dunque, Atella al secolo XIV. Ma I’on. Fortunato che pubblica anche questi due documenti, dubita della sincera fede dell’uno, e crede, quanto all’altro, che si abbia a leggere piuttosto strata Labelle, ossia di Bella. E il suo dubbio può essere fondato. Ma non resta men vero, a mio avviso, che il nome di Atella, dato a quel luogo presso al fiume Triepi, non può non essere antico; epperò indizio, ovvero eco di antico incolato, de’ tempi romani o preromani. Non può ammettersi che sia surto o siasi dato un nome, del quale non è significato nella lingua di chi la parla o lo impone8.
TRIEPI, fiumicello presso Atella, forse da τρύπα, fosso profondo; ovvero flessuoso, tortuoso, se da τρεπω. — BOSCO DI BUCITO; bucetum, luogo ove pascolano i buoi: Calidi lucent buceta Matini, si ha in Lucano; — o piuttosto o preferibilmente Albucetum, dalle piante di albucum, che è l’asfodelo delle gigliacee (Plinio, XXI, 109).

11. AVIGLIANO

«Dal gentilizio Avillius o Avilius. Un fundus avillianus è nelle Tavole alimentarie dei Bebiani, e un altro in quella di Velleja» (Flechia). — Io trovo la prima menzione di Avigliano in una carta greca del 1127, pubblicata nel Syllabus graecarum membranar., a p. 134.
LAGO PESOLE. I letterati che pretendono di correggere il popolo scrissero Lago pensile, e farneticarono di un isolotto pensile e mobile sulle acque del lago, in balìa del vento! Io non intendo di questi miracoli; ma credo che la radice della parola è in pessum che significa — in basso, in profondo. Per mare pessum, scrisse Lucano. Da pessum, è dato supporre un diminutivo pessulum; e questo darebbe al lago il significato; dalle acque «alquanto profonde» — La favoletta dell’isolotto «mobile» in balìa del vento, nacque, senza dubbio, dalla pretesa etimologia erudita di «pensile». In una relazione del 1674, si fa parola di un boschetto di arbori foltissimo che sorgeva dalle acque in mezzo al lago; il che indicava senza dubbio il basso fondo di un isolotto: ma non vi si accenna affatto al miracolo della mobilità. Il lago è detto in quel documento di «un miglio e più» di circuito (Ap. Araneo, Notiz. stor. di Melfi, p. 331). — A Lagopesole era un paese di tal nome al medio evo, surto intorno al Castello, il quale se ebbe probabile origine dai Normanni, è piuttosto opera di Federico II nello stato in cui oggi esiste. — Una carta del 1304 fa menzione del Palatium ac terram Lacuspensulis, donati da Roberto, duca di Calabria, a suo fratello Raimondo Berengario (nel Syllab. membran. ad r. Siclae Archiv. ecc., vol. II, parte 2ª, pag. 116).

12. BALVANO. — Balbianum da Balbius (Flechia). O non piuttosto da Balbus?

MONTE DELL’ARMO, qui e in molti altri luoghi, dall’antico germ. Earn, Aquila: — Monte dell’Aquila. — ? — MONTE ARPE, v. Latronico.\
13. BARAGIANO. — Il suffisso terminativo di questa parola significherebbe (come si è detto in Albano) possessivo, proveniente da nomi gentilizii. Ma né il prof. Flechia ha trovato il gentilizio Varagius o simigliarne; né so se si troverà mai. — L’origine della parola è del Medio Evo. Barragium significò anche il diritto di pedaggio che era pagato «alle barre» di una città, o ponte, o via sbarrata dal feudatario al transito dei greggi e dei commercianti. Da Barragium è Barragianum in significato di «luogo proprio o destinato a pagare il pedaggio», con aggiunta, al radicale, di una flessione che esprime relazione generica di appartenenza, come in italiano. A questo BARRAGIANO (se è dato risalire al lume di una parola la buia catena dei tempi) pagavano il passo le greggi che dalla valle del Sele risalivano alle pascione degli Appennini tra Picerno e Potenza che sono dette i Foi. Prossimo al paese è il piano detto della Dogana, che, di certo, è testimonianza del fatto da noi indicato. — Un altro COLLE DI VARAGIANO è in quel di Melfi sull’Ofanto. Quivi pagavano il passo le greggi che dalle pianure di Ascoli salivano ai pascoli di Monticchio.
Nelle carte angioine, pubblicate nel Syllabus membran. ad regiae Siclae archiv. pertinentium, è frequente menzione di uffiziali super custodiam passuum et stratarum di Basilicata e di altre provincie. Non so, se erano per ufficii civili di sicurezza pubblica; ma di certo ufficii fiscali sui pedaggi.

14. BARILE

Le sbarre o cancelli, messi alle porte della città e ai ponti e alle vie per esigervi i dazii, erano detti Barrale, Barrelium, Barragium. Da questi rozzi congegni della fiscalità medievale è venuto il nome a molti paesi; come, presso Napoli, La Barra; il Barrizzo in quel di Salerno, e il nostro Barrile. A questo Barrile pagavano il passo le greggi che salivano al Monticchio dal lato di levante; ad un altro «Barrile» (che non è paese) presso l’Ofanto e l’Olivento, quelle che venivano dalle pianure di Cerignola.
Il paese è più antico dei coloni che le vennero dall’Albania, e prima segnatamente da Scutari, che cadde in mano dei Turchi nel 1464. In un breve di papa Eugenio del 1152 è già notizia di una chiesa S. Maria de Barrelis cum casalibus (In FORTUNATO, S. Maria di Vitalba, già citato). — Altri e numerosi coloni vi giunsero da Corone nel 1534, e poi da Maina nel 1647 (V. cap. IX).

15. BASENTO, fiume. — Dal greco βασσα, concavitas, e βασσων, profundior. Vedi al capitolo ultimo del I volume.

16. BELLA

Nome moderno di antica città, Abella. Della Abella, campana, Servio trasse il nome ab nucibus abellanis; Pott, dalla radice alb, bianco, quasi albella, in senso diminutivo; Mommsen e Corsen, ricorrendo all’umbro, da aber per aper; e l’Aperula sarebbe la «piccola città dei cignali» come è ai tedeschi Eberstadt (ap. Fabbretti, Gloss.). — L’Abella lucana trasse origine dagli Oschi della Campania, come altrove fu detto. Io credo che a questa antica Abella si riferiscano i popoli Strabellini, che Plinio nomina nella regione II (Apulia) di Augusto. Dai Strabellini si è cavato il nome di Straballum alla città, che altri vorrebbe riconoscere superstite nell’odierna Rapolla; ma questo per me è nome derivato dal basso latino (Vedi qui appresso ad v.).
Monte Pistella o PISTEROLA: Posterula, diminutivo di posta, che nella lingua viva de’ pastori anche oggi significa «stazione ove si tengono a figliare le greggi». Da ponere, mettere in terra; come da jacere è l’agghiaccio. — FONTANA DE’ SARACENI\

17. BERNALDA

In origine era detta CAMARDA, ma nel XVI secolo, a quanto pare, dal casato del feudatario venne fuori il nome di oggi. Infatti, in un documento del 1501 è nominato Bernardino de Bernardo come signore appunto terre Montis acuti et Camarde (V. in Archiv. storico delle prov. Napoletane dell’anno 1880, pag. 122). La vecchia Camarda era a circa un chilometro dall’attuale Bernalda; e se ne veggono i ruderi nel luogo detto S. Donato.
Camarda io trovo nominata la prima volta in una carta del 1099 (ap. Di Meo, Ad ann.). Il nome accenna a stanziamenti greco-bizantini: ai quali ultimi significò una specie di tenda, a forma arcuata (Ducange, Gloss. Inf. Lat. ad v. Camaradum), e in misura da contenere molta gente, se argomentiamo dall’italico «camerata» che derivò da quella. — Altra Camarda è presso l’Ofanto, in quel di Melfi, non lungi dal vallone del Catapano: raffronti non dispregevoli di grecismo locale. Altra presso Catanzaro, ove fu pure lungo albergo di genti bizantine. Altra presso Apricena. — Tutte queste denominazioni indicano ivi stazioni, o acquartieramenti stabili di truppe bizantine. — Camarda, sia per la poca salubrità del luogo, sia per guerre e incursioni violente, era quasi deserta di popolo nel secolo XV. Nel 1470 il feudatario Pirro Del Balzo vi chiamò nuovi coloni ad abitarla e coltivarne le terre. Ma la nuova colonizzazione non attecchì: e passato il feudo in dominio del barone Berardino de Bernardo, mutarono definitivamente di sede, ai principii, come io credo, del secolo XVI (V. Tansi, p. 93, Hist. Monast. Montis Caveosi).
PIZICA, da πὺξος: onde si vuol supporre un pyzicus, terra o luogo di bossi. — GAUDELLO, diminutivo di Gaudo o GALDO, nota significazione di bosco ai settentrionali. — PICOCO, non dal greco, come fu detto; ma è il pretto Bicoca o Bicocca, castello o piccolo luogo fortificato, al m.e.

18. BOLLITA (oggi Nuova Siri)

sia da Bouletum del basso latino, terreno impiantato ad alberi della famiglia delle bètule (boula e beul francese); sia da Boletum che valse un terreno inculto o brughiera. — Nel nome di un barone normanno Roberto de Labolita è già nominata in una carta del 1080 (Ap. Galtula, Accessiones, etc., I, 190). — RUGOLO, torrente, da Rogo; e questo da ruga che è anche canale. Rogo per rivo è vivente in talune provincie dell’Italia superiore.

19. BRADANO, fiume (per sincope) da βραδὺδυνης «tardo al moto», come già al dechinare del suo corso sul Jonio, ove prima accadde di dargli il nome agli antichissimi coloni greci (V. al vol. I, capit. ult.).

20. BRIENZA

Nel latino medievale e nel chiesastico della Curia è detta Burgentia; ed è Burientia in una carta del Codex Cavensis (vol. V, 77). Se, in origine, il nome fu Burgentia, il radicale della parola sarebbe il germanico burg in senso di luogo fortificato, piccolo castello, o torre. E la caduta del g ha la spiegazione nelle analoghe forme latino-italiche di pagensis, triginta, digitus, ecc., addiveniate «paese, trenta, dito».
Ma le forme Brienga e Burientia mi richiamano - istantemente - alle parole Beria, Berria, Berrum; e Bruera, Bruerium. E Beria, di larga accezione, è luogo piano campestre (V. Ducange), sboscato; e ad esso affine Bria e Brie, che è terra ubi sunt boni casei9. E Bruera e Bruerium, onde l’italico brughiera, valse quanto campo di erica od ericeto. Donde trarremo, indugiando a queste fonti, che il significato di «brie, la brie, beria e bruerium» fu quello di contrada campestre, pianeggiante, sboscata, e coverta dei cespi dell’erica che dei suoi teneri rimessiticci, a vita rinnovata, a ottimo pascolo al bestiame da latte. E Brienza, o che si tragga da burg, o da «beria e brie e bruerium» rimonterebbe in origine a stazione di coloni o arimanni longobardi.
PERGOLA, contrada campestre, abitata, e corso di acqua che l’attraversa. Perduta al m.e. fu tugurium, ovvero obumbratio frondosa, cioè capanna coperta a rami di alberi o frasche. Origini ed omonimia identica a Frascati, il ben noto «castello» romano, che surse dall’antico Tuscolo. — Pergola, in dipendenza di Brienza, è gruppo di sparsi abituri di villici e pastori.\

21. BRINDISI di _Montagna

Ebbe coloni albanesi o greci di Corone nel secolo XVI «i quali (scrive il Rodotà, Orig. rito greco in Ital., III, 56), edificarono la terra sopra l’antico castello detto Castrum Brundusinum». Ma il paese è ben più antico di questo secolo XVI: un dominus Brundusii de Montanea è nominato in un documento del 1274 (Giustiniani, Diz. geogr., ad v. Anzi). — Fondato probabilmente nel medio evo da colonie greco-bizantine, venute dalla città di Brindisi.

22. BULIOSO, fiume influente del Bradano; dal greco οὒλιος, pernicioso (ai campi), o dal guado periglioso; (vedi al capit. ultimo del I volume).

23. CALCIANO.

«Da Calpianum e Calpius delle Iscrizioni; «tanto almeno verisimilmente quanto da Caltius Caltianum, o Calcidianum da Calcidius delle Isc.».
Così il Flechia. Si trova anche il gentilizio Calcius (In De Vit, Onomast.) — Ma non ometterò, in proposito, che la parola Caucium significò al medio evo «un luogo basso e paludoso» ovvero «un argine o strada sollevata su terreno basso e paludoso» — condizioni locali che si riscontrano nella topografia della contrada. Conf. GARAGUSO.
In due carte greche del 1092 e del 1098 (Syllabus graecar. membranar. Nap. 1865, p. 71 e 82) si fa contemporaneamente parola di Cacianu (che dal contesto è il Caggiano presso Auletta) e di Caucigianu, che gli editori di quelle carte credono parimenti Caggiano. — La identità, nella stessa carta, dei due luoghi indicati con nomi diversi non mi pare possibile: credo che il secondo si abbia a riferire al nostro Calciano. Nel quale caso la forma di Caucigianum si riferirebbe al gentilizio Calcidius, indicato dal Flechia.

23. CALVELLO

È diminutivo italico del latino calvus, che tra altre significazioni ebbe quella di «raso». Significò dunque luogo raso di alberi e arbusti, come i tanti Monte Caruso, e Monte Calvo, equipollenti. Nel basso latino Calveta significò «luoghi montanini brulli di frutici o di seminati». Anche i classici ebbero «calvata vinea» per vigna rada di viti; e dissero calvescere de’ luoghi, ove gli alberi diventavano rari.

24. CALVERA

In una carta greca del 1053 questo paese è scritto Καλαυρας10. Abbiamo dunque da questa forma il significato della parola che è «Bell’aria», e che avrebbe riscontro nei tanti Belvedere, Belsito, Belcastro, Belmonte, ecc. Anzi io credo che sia proprio il greco ἂγλαυος (luogo in cui spira aria gradita) che per facile metatesi diviene galauros. È superfluo avvertire che vuolsi escludere Καλοσορος «Beimonte» perché non avrebbe potuto dare il v del tema. — Il quale v è sostituzione e trasformazione della sua affine u, come in augello che è da avicella, e come in Genova, belva, vedova da Genua, bellua, vidua. Da Calaura si fece Calàvera, Calvera. — MONTE LABRUTO, credo λεπρώδης, aspro e scabroso.

25. CAMASTRA o CANASTRA, fiume, influente del Basento; dal greco ἀναστρέφω, che indica forza che sovverte ed allaga (vedi all’ultimo capitolo del I volume).

26. CAMPO MAGGIORE

Surto al principio del secolo XVIII, dice Giustiniani; ma forse non fu che riedificazione o rinascimento. Perocché io leggo in una carta del 1237, tra i luoghi della diocesi di Tricarico anche Campum Majorem, come abitato (Ughelli, Ital. Sacr. VII, p. 149) e vedi allo elenco in fine al capitolo XI.
L’infelice paese fu interamente distrutto da una frana nel giorno 10 febbraio del 1885. Erano un 350 case. La storia di esso col giusto titolo di «Necrologia di un paese» fu fatta dal compianto Gioacchino Cutinelli marchese di Campo Maggiore, e dell’infelice paese, come i suoi avi, benemeritissimo (sulla Lucania Letteraria, giornale di Potenza del 1885).
Con le leggi del 28 giugno 1885 e 26 luglio 1888 furono concessi sussidii al Comune perché risorgesse l’abilato, ma in altro posto, a tre chilometri dall’antico. La provincia offrì lire 40,000.

27. CANCELLARA

Nella tecnica agrimensoria de’ latini ager cancellatus era un campo determinato da limiti certi e artefatti; e la cancellatio del campo era l’atto, tra il giuridico e il religioso, di confinare il campo con cancelli o stecconata11. — Praedia cancellata poterono passare agevolmente nel latino rustico in cancellaria, con forma terminativa di un suffisso italico in aria ed aia che esprime collettività (come cibaria, giuncaria, ribaria oggi civaia, giuncaia, riviera) a significare «predio recinto» da mura, siepe, cancelli (conf. Murata). — Dal nome speciale al predio venne egli il nome al vicus? È possibile: e invero anche oggi la «Difesa de’ Cancelli» è viva denominazione in quel di Gorgoglione.
Nel basso latino si ha pure la parola Canceuli per certe specie di reti a chiappare selvaggina. Un luogo ove, per la speciale posizione sua, fossero tenuti distesi cotesti ingegni di caccia, non è inverosimile che ne avesse preso il nome; come (da identiche ragioni) sono surti i nomi topografici di Ròccoli. Tra le due probabili origini del nome altri scelga: io inclinerei per la meno antica (Conf. «Difesa la Caccia» presso Roccanova). — In provincia di Caserta è Cancello, detto in scritture del m.e. San Petrus de Cancellis e Villa Cancelli.
Difesa di AURISIELLO o GAURISIELLO, diminutivo, dal medievale Gaudus, che valse bosco e foresta, come Gualdus.

28. CARBONE

Paese surto presso un celebre cenobio di Basiliani detto di S. Anastasio, e poi di S. Elia. In una carta del 1135 (Ughelli, VII, 73) è detto monasterium de li Carbuni. In un’altra carta greca del 1125 si nomina il monistero di S. Anastasio in loco dicto li Carbouni (τὼ καρβουνι). Parrebbe da queste carte che non esistesse ancora il paese nel secolo XII; ma non è prova sicura. Il nome venne al luogo o da ampli sboscamenti per via del fuoco, o da non improbabili vene di lignite apparse nelle circostanze.

29. CASTELGRANDE

È dello anche C. grandine, e in carte angioine C. de Grandis. Io credo grande, e in opposizione a piccolo castello (Castelluccio o Castiglione che è tutt’uno), quale doveva essere il castello del prossimo monte, che ancora è detto La Guardiola.

30. CASTELLUCCIO SUPERIORE e CASTELLUCCIO INFERIORE.

Oggi due diversi paesi e comunità: ma «terra unica» (cosi è detto) fino a tutto il secolo XVI. La distinzione delle due «università» sotto il nome di Castello Superiore e Castello Inferiore si trova la prima volta nella numerazione del 1648 (Giustin. Diz. geogr. ad v.). La divisione del patrimonio e del territorio delle due terre fu fatta nel 1592, ma il reggimento della «università» continuò ad essere uno. Non prima del 1685 i due cleri de’ due paesi si partirono il patrimonio, già comune, delle due chiese o parrocchie (Arcieri, Monografia di Castelluccio). La separazione perfetta dell’un paese dall’altro non fu compiuta che nel 1813.
Paese di origini medioevali; e prima cronologicamente, per la postura stessa de’ luoghi, il Superiore. — Nel territorio di C. Inferiore, nel piano la Campanella, ove sono state rinvenute reliquie di antichità, i nostri eruditi mettono la Tebe Lucana, che era già scomparsa ai tempi di Catone! — A me è parso meno irragionevole di allogare ivi il Nerulum, oppido, città e stazione indicata nell’Itinerario di Antonino (Vedi volume I, capit. ultimo).

31. CASTELMEZZANO

è il Castrum medianum delle vecchie carte, perché posto in mezzo tra Pietrapertosa ed Albano. — Una «Rocca di mezzo» è in provincia di Roma.

32. CASTELSARACENO.

Il nome indica l’origine e l’epoca. Ma quanto all’epoca che il Cronico Cavese determina precisa! nell’anno 1031, non è superfluo ricordare ancora una volta che il famoso Cronico Cavese è fattura o rifattura di quel noto impostore del canonico Pratilli, che primo lo diè alla luce. «I saraceni (attesta questa cronica) presero Cassiano, Grumento e Planula, ubi novum castrum fecerunt, e da loro gli venne il nome». — Su questo dubbio testimonio fu da alcuni introdotta la città di Planula nell’antica topografia della Lucania; ma fino a testimonianza di più leali autorità tanto la Planula pratilliana, quanto la data del 1031, non posso accettarle. — Il Castellum Saracenum si dice collapsum in una carta del 1086 (se questa è genuina), e vien donato ai monaci della chiesa di Sant’Arcangelo di Raparo, perché lo riedifichino ad abitazione di popolo (Ap. Durante, Vita di Santa Sinforosa, 144).
BIDENTE, uno de’ gioghi secondarii del monte Raparo. Defenback (Glossar. succitato) interpreta la parola del basso latino bidental (nelle lingue germaniche botental) per «luogo ove si ammazzano i buoi». Laonde il nostro Bidente è, per giusta equipollenza, l’ammazzatoio, cioè «luogo onde è facile si dirupino i buoi». — ASPRELLA bosco, vedi Aspro in Montemurro.

33. CASTRO NUOVO.

In una carta greca del 1125 è già detto, come oggi, Castrou nobou. — BATTIFARANO, credo da una delle tante sinonimie medievali della parola Baptinterium e Baptifarium, mulino a battere, a uso e forma gualchiera. Era terra abitata nel m.e. — Serra CIUMAGHENA, forse dal gr. χῶμα che è un’eminenza o collina, ed ἀγανός, piacevole e gradito; quasi bel-poggio, o bel-sito.

34. CERSOSIMO O CERCHIOSIMO.

Questo nome sarebbe rimasto un enigma pei topografi, se non fosse venuto in luce il Syllabus graecarum membranarum dell’archivio di Stato napoletano, nel 1865. In questa importante raccolta sono numerosi atti curialeschi di donazioni e di compravendite, dal 1034 in poi, appartenenti al Monastero di Cir Zozimi. È il nostro Chiersosimo o Cerchiosimo; surto da una laura o conventuolo di Basiliani, greci, che ebbe per fondatore o per abate un Dominus Zozimus, grecamente nominato Cyr Zozimo. — Identica origine è quella dei paesi di Calabria, PAPA SIDERO, ABATE MARCO, ecc. — In una carta greca del 1133 è già menzione del casale χωριον e degli uomini addetti al monistero; ai quali aveva rubato greggi ed armenti un Ghino di Tacco del luogo, cioè «un Roberto signore di Noa» con la masnada dei suoi «clefti» o ladroni (Syllab. cit. p. 150). — La prima menzione del «monastero di Cyr Zozimi» è nella carta del Syllabus del 1063; nelle precedenti carte del 1058, del 1050 e del 1034 è detta «monastero di Zozimo». Parrebbe, dunque, che la origine della casa monastica non sia più antica dei primi trent’anni del secolo XI.

35. CHIAROMONTE.

Dalle carte greche del 1093 e seguenti (nel Syllabus citato) relative ai dinasti di Chiaromonte che erano Normanni, può inferirsi che coloni greci non furono estranei a questi luoghi. Lo confermano le denominazioni topografiche. — Monte CATAROZZO; dal gr. καταῤῤῶξ che è inclinato e dirupato (nel dialetto: scarupato). — Monte ANGARI; forse da ἄγγαρεὶα, servizio forzato: e accennerebbe o al fastello delle legna per prestazione di obbligo al feudatario; o a qualsiasi altra prestazione imposta ai coloni di quei terreni. — SANT’UOPO, vale Sant’Euplo; e questo si trova indicato in due carte greche del 1145 e 1165: in pertinentiis civitatis Nohae ubi dicitur ἀγιος ευπλος (Syllab. cit. 187-221).

36. CIRIGLIANO.

Caerellianum_ da Caerellius delle Iscrizioni. Un fundus Caerellianus «è nella tavola alimentaria dei Bebiani, un altro in quella di Velleja» (Flechia). — Reliquie di antichità non mancano in questi luoghi; ove esistono ancora — di pietra conchiglifera geologicamente notevole — due cippi funebri di antichi sepolcri.

37. COLOBRARO.

Se colombarium, apiarium, formicularium… indica luogo che raccoglie e nutrica colombi, api, formiche, Colubrarium indicherà luogo che contiene o produce serpi, colubri. In dialetto, scorzonaro è luogo ferace di scorzoni, cioè serpi; e così Serparo. — Il paese fu in origine cenobio di Basiliani; dai quali venne il nome della contrada campestre di Santa Maria di Cironofrio, cioè Cir Onofrio (V. alla parola Cersosimo). — LEPRUDI; presso l’abitato, è dal gr. λεπρῶδης, e vuol dire luogo scabroso ed aspro.

38. CORLETO.

Il suffisso ne determina il significato evidente di luogo impiantato a noccioli; selve bucoliche gradite agli antichi poeti ed alle ninfe! come alla Giuturna di Ovidio: Illa modo in silvis inter coryleta latebat. — PERTICARA, V. Guardia. — CAPERRINO, una delle sommità del gruppo di Montepiano, io credo dal greco ἐριπνη, — cima et mons praeruptus, con metatesi dopo l’aspirata, quasi hep-rine o eh’prine. — In carta del 1475 si legge: Cornito de Perticara Castello arso et penitus disabitato; in altra del 1489 si legge: Castra duo, unum videlicet dictum Cornetum quod ad presens incipit habitari, et aliud dictum Perticari. Nei conti del 1475 era tassata a ragione di 20 fuochi (Da una memoria legale a stampa dell’ottobre 1808, presso la Commissione dei gravami). — Nel secolo XII dal registro normanno de’ Baroni apparisce che un Corleto era già popolato di abitatori: ma desso era altro paese, in dominio della Badia benedettina di Venosa: e faceva parte della Capitanata.

39. CRACO.

Dalla parola grachium, che nel m. evo ebbe significazione di «campo di recente squassato o maggesato» che anche oggi i Provenzali dicono garach. In una carta del 1470 appo il Ducange un fondo si dice che confina: cursus occasum cum grachio quod tenet Petrus (ad verb. grachium, e garachium). — MISEGNA V. Policoro.

40. EPISCOPIA.

Dal gr. ἐρικοπια, che è traduzione, parmi, letterale dell’italico vedetta (se questa deriva da vedere e non da vigilia); ἐρικοπια è luogo elevato, donde si osserva.

Molte carte greche esistono di questo paese nel Syllabus sopra citato, onde è dato arguire al grecismo relativamente recente di una parte della popolazione di esso. Nel Giustiniani (Diz. geogr. ad v.) si legge:
«Non senza maraviglia vedesi una gran pietra al di sotto di questa terra, che si sostiene su di tre punti». (Sarà un dolmen celtico?)

«Dai paesani è detta Pietra dei Ciamparelli». (Forse dei zamparelli, ossia di tre piccole zampe).

«Alcuni pretendono che dalla medesima presa avesse la denominazione, facendola derivare dal greco che altro non vuol dire che Gran Sasso». — Da σκόπελος forse? — ma non basta!

41. FARDELLA.

Forma diminutiva del radicale farda. — Falda nel basso latino era il recinto in cui i pastori racchiudono il gregge a fine di ingrassare il campo su cui pernotta. Faldare era l’immettere il gregge a pernottare sul campo, a fine d’incortagliarlo, come oggi usa dire in dialetto; e falda septa era l’obbligo del vassallo d’immettere il suo gregge, a causa d’ingrasso, in faldam dominicam. Da una di coteste faldae dominicae o signorili, venne nome al villaggio? — Altri crede che il nome le venne, più direttamente, dal casato del suo feudatario, D. Anna Maria Fardella, moglie a un Sanseverino, Conte di Chiaromonte. — Il villagio non fu elevato a parrocchia prima del 1703.

42. FAVALE oggi VAL-SINNI.

Campo destinato a coltura di fave, come ortale destinato a coltura di erbe ortensi, presso l’abitato. — In carta greca del 1092 è già nominato un Guglielmo τον φαβαλιν, che non so se fosse proprio il signore del luogo.

43. FERRANDINA.

Tre iscrizioni della città, riferite dagli scrittori napoletani, la dicono fondata da Federico di Aragona, che le diè nome dal re suo padre Ferrante o Ferrantino, nel 1454, e la popolò degli abitanti della prossima Oggiano12, già distrutta dai tremuoti, Ora si sa che un grande terremoto, disastroso a tutto il Regno, accadde sì verso quei tempi, ma propriamente nel 1456. Io trovo inoltre che Federico non nacque prima del 1452; e nel Catalogo delle terre per la tassa della coronazione ovvero del trionfo di re Alfonso, che è detto del 1443 (ap. Tutini, I sette uffici del Regno, etc., nei Giustiz., p. 80) io leggo contemporaneamente nominate Oggiano e Ferrandina. — Non si può dunque credere né alla data precisa, né a tutto il contenuto di quelle tre iscrizioni, che si hanno a ritenere come fattura di tempi molto posteriori. — In una lettera di re Federico di Aragona del 1498, diretta al cardinale di Napoli si leggono queste parole:

«Ruinando la maggior parte di una terra nostra nominata Uggiano in tempo in cui eravamo Principe…, fecimo mettere quelli cittadini in altro logo, dove è fondata una bella terra nominata Ferrandina; la quale essendo stata fondata per noi… etc.»13.

Io non posso dubitare della genuità di questo documento, o di ciò che in esso si ricorda da re Federico. Dubiterò piuttosto che la data del 1443 assegnata dal Tutini nel «Catalogo delle terre» di sopra accennato, sia erronea, come è riconosciuto erroneo il titolo che esso porta nella stampa tuliniana (Conf. Giannone, XXVI, 6). A quella data non poteva essere surta Ferrandina, se questa fu fondata — per noi — come dice Federico, che è nato il 1452 (ap. Tutini, Op. citata: Ammir. pag. 157). — Ma la coesistenza per un qualche tempo di Ferrandina e di Uggiano non ha nulla che si opponga alla natura delle cose: il minuto popolo dové restare ancora qualche tempo tra le mura scrollate e cadute della città, quando la gente doviziosa ed agiata e il «corpo dell’università» si erano tramutati al nuovo paese. Ad ogni modo, la nuova cittadina che fondava Federico di Aragona, ancora «Principe di Altamura, duca di Andria, Ammiraglio e Luogotenente generale», come dètta la iscrizione, dalle varie note cronologiche indicata di sopra, non poté sorgere se non prima del 1496 che Federico fu proclamato re; e sàrà lecito di ascriverne l’atto di nascita intorno all’anno, su per giù, 1480.
OGGIANO, dal gentilizio Ovius.

44. FORENZA.

Risponde all’antico Ferentum (di cui v. all’ult. cap. del I volume) che si trova scritto anche Forentum in Plinio ed in ottimi codici di Orazio (Mommsen, Corp. Ins. Lat., vol. IX), e che perciò così doveva essere pronunziato più usualmente dai Iatini. La terminazione moderna si può solamente spiegare, se si rimonti ad una probabile civitas, o piuttosto Villa Forenta del basso latino; quando il paese cambiò di posto e di importanza, salendo dal piano (arcum pingue humilis Ferenti. Oraz. III, 4) al colle. Nel quale caso la t sarebbe passata in z con esempio di promiscuità raro, è vero, ma non ignoto nell’italico, siccome ci mostra la parola grinza e grinta. — Non in questa Forenza morì l’imperatore Federico II, come altri dissero (Corcia III, 571); ma sì, secondo notava il Jamsilla, mortuus apud Florentinum in Capitanata Apuliae, che oggi è distrutta, ma che fu sede di vescovo nel medio evo sottoposta al metropolita di Benevento, e se ne legge ancora il nome sulle porte di bronzo della cattedrale beneventana.

45. FRANCAVILLA.

Surse nel XV secolo sul territorio di un monastero di Certosini, detto di San Nicola, e da coloni trattivi alla promessa di franchigia da servizii fiscali e feudali. Quel monastero non fu fondato che nel 1395 su territorio di Chiaromonte, come da documento autentico presso Ughelli, VII, 95.

46. GALLICCHIO.

Dal basso Iatino Gallitium (e la primitiva pronunzia dové essere Galliccio, come da suctiare succiare e poi succhiare). Gallitium significò una gualchiera, o moletrina fullonica, e nel luogo d’attorno o nella contrada surse il villaggio. In una carta lionese del 1447 ap. Ducange è detto: juxta Gallitia domini de la Faye. — Ricordo per analogia l’identica origine di MAZZARA. Masara era agli arabi siciliani il molino o trappeto atto a frangere la cannamele. — Non altrimenti Miglionico e Battifarano; dei quali vedi ad vv. — Indizii di antichità è nel luogo ove è detto Gallicchio Vetere.

47. GARAGUSO.

Garagausum_. Parmi composto dalle due parole: Characias o Carex-icis, erba palustre a calamo duro, e Caucium, del basso latino, che era un terrapieno o strada su per luoghi bassi e palustri, e, per estensione, il luogo stesso. Caracaucium o Carac-causium, «luogo basso e palustre sparso di caretti o sale di palude». In una carta del 1311 è detto:

cum pascuis quae dominus abbas habebat in Caucio dicto de Rodes. Ap. Ducange ad v. Caucium.

48. GENZANO.

«Gentianum da Gentius, delle Iscrizioni» (Flechia). Nell’antichità esso fu senza dubbio un pago della prossima antica Bastia. Nella contrada del suo territorio detta Pericoli, verso il fiume Bradano, si veggono ancora rottami di antiche costruzioni, frammenti di acquedotti e tombe. Dicono che ivi o quivi presso, esistesse un’antica città denominata «Festole».

Ma la parola evidentemente è dal latino Fistula, che indica quei tubi pei quali s’incanala e si conduce l’acqua alle fonti. È dunque indizio o ricordo non di nomenclatura urbica, ma sì di antiche opere, testimonii di antico incolato.

49. GORGOGLIONE.

Probabilmente dalla parola Gurgulio, gurgulionis della bassa latinità, che, come il gurgustio della classica, ebbe significato di piccola casa o di tugurio, o casella. Abbondano nella toponomia italiana paesi di significato identico: Caselle, Caselline, Casellette, Càsole. — Un Rubertus Gurgulionis, signore normanno, si trova nominato in una iscrizione del 1158 alla chiesa di Acquaviva di Puglia, del quale paese era feudatario (Ap. Giustin. Diz. Geogr. ad v.).

50. GRASSANO

«Crassianum dal gentilizio Crassus delle Iscr.» (Flechia). I luoghi naturalmente grassi, in dialetto, sono detti grassili. È nominato nella bolla, famosa, del 1060, di Godano arcivescovo di Acerenza di cui appresso nel capit. IX.

51. GROTTOLE.

È il Cryptulae antico; che è analogo al Grottaglie del Barese. — Nel famoso Catalogo de’ baroni normanni pare che questo paese sia indicato erratamente col nome di Gracculum.

52. GUARDIA PERTICARA.

È tradizione locale che sia surta dall’antica città di Perticaria. Di questa città non esiste notizia negli scrittori: si ha però notizia certa di un Castrum Perticarii, che in una carta del 1494 già si dice inabitato. Vedi allo elenco in fine del capitolo.
Nei documenli longobardi è soventi menzione di Curtes perticate, che vuol dire: Corti o predii divisi in «perticate» ognuna delle quali misure comprendeva una superficie di 40 pertiche, ovvero, se non erro, la quarta parte di un’ara. Il Castrum perticarii credo derivasse il nome da uno di questi latifondi, o masse longobarde, divisi in pertiche alle famiglie dei coloni.

53. LAGONEGRO.

Un tempo fu creduto che l’antico Nerulum fosse a Lagonegro, onde la vecchia opinione che questo nome derivasse direttamente da quello. Ma ragioni di distanze itinerarie sospingendo il posto di Nerulum assai più lontano dall’odierno Lagonegro, è forza ritenere questo nome di origini relativamente moderne. A due miglia, o poco più dal paese è un lago perenne di una certa estensione: non è impossibile che la zona di terra, su cui ebbe origine il paese, fosse stata un latifondo, una massa, un dominio feudale, di un gasindo longobardo o franco, o normanno, e che avesse tolto il suo complessivo nome dal lago. Un’antica tradizione paesana ricorderebbe un lago o stagno non lontano dal castello che è a cavaliere della città; e il lago, dalle ombre degli abeti che il circondavano, prendeva la qualifica di nero. Ma la topografia attuale del castello non consente alla tradizione.
Quando il paese dal dominio feudale si riscattò al «regio demanio» nel secolo XVI (di che si parlerà in seguito al capitolo X), volle prendere il nome da Lacus liber; e con giusto orgoglio così scrissero quasi sempre i suoi notai, e così fu improntato sul suggello della «Università». A quei tempi ebbe corso il distico, che trovo in un antico MS., e diceva (nella sua zoppa quantità metrica):

Quem Nerulum dixere, Lacus post nomine Niger.

Jamdiu Lucanis, nunc sibi fama Liber.

Ma il popolo, sovrano davvero nell’uso della lingua, non sanzionò la deliberazione del suo Comune.

54. LATRONICO.

Il radicale è later-eris, col suffisso di suono e di significato identico al suffisso di full-onica. Laonde Later-onicum non è altro che il luogo ove si cerne e si pesta l’argilla del tegolaio, l’officina ove si fabbricano i mattoni, la mattonaia, come dicono i fiorentini, che ne hanno ancora conservato il nome al vaghissimo quartiere della neorifatta città. Anche il nome famoso del palazzo de’ re di Francia, la Tuilerie (dai tegoli) è, su per giù, un equivalente moderno di un antico Lateronicum! — La prima menzione che io trovo di Latronico è in una carta greca del 1063 (Syllab. citato, pag. 61).
ALPI, monte che nelle intentate viscere ha marmo statuario, e alla superficie pascoli aromatici. Alpagiare si disse nel m.e. per «menare le pecore al pascolo sui monti», ed alpe, genericamente, i monti adatti e destinati al pascolo.\

55. LAURENZANA.

«Laurentiana da Laurentius che le Iscrizioni dànno solo come cognome» (Flechia). Si riferisce alla parola villa, o praedia. BOSCO DELLA LATA. Latae erano le assicelle che vengono soprapposto ai travicelli e sostengono il tegolame del tetto. La denominazione indica il diritto civico sul bosco di lavorarvi le assicelle del letto, per uso domestico. Per altre simili denominazioni forestarie vedi in Potenza.

56. LAURIA,

e Laurèa nel medio evo — Laure erano dette quel complesso di celle in luoghi remoti, ove i cenobiti vivevano separatamente intorno ad una chiesetta, sottomessi ad un abate. Tanto lo sciame de’ monaci basiliani, che durante parecchi secoli vennero di volta in volta dalla Romania alle nostre contrade, quanto i monaci di san Benedetto fondarono moltissimi di questi abitacoli, che furono nucleo a futuri paesi. Ma laura è parola del greco-bizantino medioevale.— Tale è la origine prima di questa Lauria, che io credo dai Basiliani; tale quella di Laura nell’Avellinese, di Celle, di Laureana, di Laurino (ma non di Laurito) in quel di Salerno, e di altri luoghi che hanno nome da santi. — Campo del GALDO, del bosco. — La contrada, e già feudo ecclesiastico, detta SILUCI è Sileuci da ἕλη, silva, e ὑϊκος, ovvero ὑεικος, η, porcino; cioè bosco da ghiande addetto all’ingrasso de’ majali. Territorio probabilmente de’ Basiliani, in origine (V. Nemoli).
Nella bolla di Alfano Arcivescovo di Salerno che determina la diocesi di Policastro, del 1079, Lauria è detta Ulia, con aferesi della prima sillaba la, quasi questa fosse l’articolo che il latino non comporta. In questa bolla (pubblicata nella Paleocastren. Dioeceseos historia-cronolog. Synopsis, etc. Neapoli, 1831) si nominano, come paesi della diocesi, tra gli altri, … Lacumnigrum, Revelia, Triclina, Ulia, Seleuci, Latronicum, Agrimonte, S. Athanasium (presso Rivello), Vinanellum (Viggianello), Rotunda, Languenum (Laino), …, Dida (Dina, isoletta), Scalea, …, Laeta (Aieta), Marathia, etc.… — Ma io dubito dell’autenticità di questa carta. — Altri avevano letto Ulci la Ulia di questa bolla; e di qua molti arzigogoli, di cui è un qualche cenno in Giustiniani, Diz. geogr. ad v. Lauria. — La Synopsis suindicata si riferisce ad un Castrum Uriae, postea La-Uria nuncupatum, e per Silaci ricorre alla etimologia di Siris huc!!

57. LAVELLO.

«Labella — dice il Marini (Papiri diplomatici, p. 364) — sono quei ricettacoli di marmo e talvolta di legno posti a piè de’ pozzi, che la figura hanno di quei vasi o conche che si adoperano pei bagni, chiamati labra; dai quali il nome presero di lavelli anche le arche sepolcrali; e nome di labii ritengono tuttavia quelli de’ pozzi nelle Romagne».
Nella Basilicata questi recipienti, posti accanto a pozzi per abbeverarvi animali, sono detti gavitoni (accrescitivo di gàvita) se di legno, e pile o pilacci se in muratura. — Da cotesto genere recipienti accanto ai pozzi profondi, destinati ad abbeverarvi l’armento nelle sitibonde pianure pugliesi, ebbe nome il luogo intorno al quale surse quello che fu poi Lavello. Non altrimenti, per que’ stessi luoghi la città di Cisterna, oggi distrutta. Non altrimenti oggi è detta dei Gavitoni una contrada in quel di Moliterno, ove sono messi per terra intorno a un pozzo tronchi di alberi, scavati, dall’uomo per raccogliervi l’acqua, che il boaro trae dal pozzo a comodo dell’armento che pascola ne’ macchieti circostanti.
GAUDIANO, paese abitato nel m.e.; ma fin dai primi anni del secolo XV inabitato. — (Di cui vedi appresso un cenno al capitolo IV). — Dal gentilizio Caudius e Caudia, od anche Kadius delle iscrizioni. (C.I.L., X).

58. MARATEA.

Da un qualche fanum dedicato ad una Dea del mare: così dicono. — Ma una Dea del mare, anonima, è ignota a tutto il pantheon antico e moderno, salve l’Ave, maris stella, della liturgia cristiana! — Il tema della parola è, a mio avviso, Maruthus, il finocchio, usalo sì nel basso latino, sì nel latino classico: onde Marath-ia significa «la Finocchia-ia», cioè, per antonomasia «terra di finocchi». L’antica e celebre Maratona non ebbe altro significato! — Maratea fu sede di greci, forse bizantini: ebbe monasteri di basiliani, e ne è ricordo la contrada S. Vasile. La forma della parola popolare propria dell’indigenato è Maratiota, del tutto greca di conio. Le traccie di questo grecismo (che per me è indubbiamente medioevale) sono davvero numerose pel territorio della città; ed eccone un saggio: — MANTINIA da μαντις, ιος, genere di locuste; onde al luogo è il nome di «grillaia», cioè terra non produttrice che di grilli; — RIZZARO, o il radicaio, da ριζα-αδης, radica o mucchio di radici; — I PROFITI, da προφυτείω e vuol dire luogo di precoci prodotti; — MELOSSINA (Mellissine-a) da μελισσα, luogo da api, o da alveari. — Il villaggio BREFORO, dal tema βρέφος, fanciullo; epperò equivalente al nome di quell’altro villaggio di Avigliano detto I Filiani; — La SUDA, da σωρός, mucchio di pietre, quale è il luogo; — VALLONE DELL’ANNARA, equivalente ai tanti Vallone secco, da α privativo, e νᾱρός, umido o liquido (o da ᾱμάρα = aquaeductus). — In tutta la spiaggia ivi intorno le denominazioni topografiche greche si avvicendano alle italiche. Ad oriente di Maratea è il paese di AIETA, da ἀητης, esposto ai venti; ad occidente è SAPRI, che io credo da σαπρός, luogo putrido e fradicio, equivalente a’ nomi di Palude e Palo, paesi.
Non greci, però, i nomi degli isolotti nel mare incontro a Maratea. Uno è detto Matrella, ed è Natrella, quasi piccola anatra che guazza a fior d’acqua; (così il nome di «Galli» ad altri isolotti dello stesso mare); altro è Fiuzzo, quasi piccolo figlio nato da altro, ivi presso, più grande. — L’isoletta La Sicca, che per poca profondità di acqua annunzia secche pericolose ai naviganti, è notevole, perché da essa, non lungi dal paese di Libonati, il barone Antonini trasse e creò la Vibo ad Siccam, lucana, che volle così detta per distinguerla dalla Vibo Valentia, presso Monteleone (La Lucan. pag. 426). Già il Magnone dimostrò all’Antonini l’equivoco di aver trasmutato un Sicca, che era un uomo ed un ospite di Cicerone a Vibo Valentia, in uno scoglio! detto Sicca, presso Maratea o Bonati (Lett. al bar. Antonini, 1763, p. 36). Ma l’acre correzione del Magnone non pare sia accetta agli archeologi epicorei, che ancora fanno eco all’Antonini. — Il paese che modernamente è scritto Vibonati, al popolo e alle vecchie carte (conf. Giustiniani, Diz. v. Bonati) è non altrimenti che Libonati: e deriva il nome dal tema medioevale bonna, limiti artefatti, e bonare è metas fìgere. Attesta il Ducange, che fino ai suoi tempi il popolo diceva terres abonnées quei predii, che tra limiti determinati e in virtù di un annuo compenso erano franchi di qualsiasi altra prestazione (ad v. bonna). È il senso di questo Li-bonati, medievale. Ed è la spiegazione etimologica della parola franco-italica di «abbonamento».

59. MARSICO NUOVO, e MARSICO VETERE.

Questo secondo io credo Marsico del vetere, cioè del vecchio paese. Ma quale antica città esistesse nelle circostanze di esso, non saprei dire con sicurezza d’animo; esisté senza dubbio una qualche città nel luogo che ancora è detto La Civita. La opinione de’ topografi nostrani che vi allogano l’antica Vertina di Strabone non ha base solida, poiché non si fonda altri menti che sul bisticcio — e non somiglianza — tra Vetere e Vertina! Per la denominazione-indice di Vetere, vedi al capitolo ultimo del I volume.
Per distinguere dal Marsico del Vetere l’altro prossimo Marsico, quest’ultimo prese, naturalmente, il nome di nuovo: epperò, a mio credere, il «nuovo» non esprime relazione cronologica. Anche Marsico nuovo ha cenni di antichità, poiché le sue campagne hanno dato reliquie di marmi letterati e suppellettile di antichi sepolcri; fu, inoltre, sede di Vescovo fin già dal mille; e fin dal secolo X compaiono, tra i dinasti longobardi, potenti i Conti di Marsico, che per me è il Nuovo.
Il nome di «Marsico» è dalle parole del basso latino Mariscus, Marescum, Marescium, che tutte significano luoghi paludosi; e, come dice il Ducange: «Gallis mares et marais». Radice alla parola è il sassone merse. Da questo derivò il vecchio francese mares, e il più antico del b.l. mari-scus, che divenne, per metatesi, mars-cut e marsicus.
A piedi del colle dell’odierna Marsico nuovo non mancano, anche oggi, zone di terre soggette alla malaria delle acque stagnanti. E quanto alla situazione attuale in colle, ricordiamo la identica situazione in colle del non lontano paese di «Padula» il cui nome deriva, incontestabilmente, dai prossimi paduli o paludi del fiume Tànagro o Negro. Sotto Tegiano, a lato del Tànagro stesso è «La Marsa» contrada che ha la medesima origine da stagno o palude. — Non so, se la regione abbruzzese della «Marsina» all’oriente di quello che fu il Fucino, non ebbe il nome da cotesta identica condizione dei luoghi, anziché dagli antichi Marsi. Da identiche origini le parole «Marcito» di Lombardia, e marcire.
ALAGIA. Aalagium ed Eslagium erano detti b. latino i campi prossimi all’abitato, sui quali la chiesa del villaggio avesse dritto di decimare. Parrebbe denominazione venuta dagli usi feudali normanni. — LA LAMA. Lame erano terre solcate, più o meno profondamente, dalle acque temporalesche: oggi vive, di stralcio, nella parola slamare. Parola longobarda, asserisce Paolo Diacono — Questa spiegazione del Ducange mi pare più esatta che l’altra datane dal Muratori (Ant. M. Aev. XXXIII). — MONTE VULTURINO è dal latino Vulturinus, dell’avvoltoio; non altrimenti che i prossimi Monte Corvo, Montagna dell’Aquila, e simiglianti altri.

PATERNO, villaggio non ancora autonomo, in dipendenza di Marsico. Il nome non viene da Paterno, console (tra gli altri) del 986 di R. 233 d.C., né da altro gentilizio. Le località col nome di Paterno sono numerose in Italia; da Paterno di Catania, ove era l’antica Hybla major, ai Paterno delle provincie di Ancona, di Avellino, di Cosenza, ed altri, villaggi, qui e qua, altrove.
Paterno è da Paternicum, che significò l’asse o l’eredità dai padri, ovvero avi. Esso, nella omonimia topografica italica, significa un luogo abitato antico; da cui un altro moderno abitato è surto, quivi presso; ed a cui la nuova gente si riferisce, indicandolo con le espressioni — ad rus, praedium, oppidum paternicum. Dessa è denominazione-indice; come «vetere o civita» (di cui fu parola nell’ora citato capitolo ultimo del I volume). Indica, ivi presso, un antico paese: la «patria» antica, o «la terra dei padri» onde le nuove genti credono di avere le origini14.
L’antica città che era presso Paterno ci è ignota: alcuni del luogo, indicano la Casilinum della Peutingeriana, che oggi indubitabilmente è da ritenere situato presso a Padula (v. vol. I, cap. ult.). Ma Paterno senza dubbio fu luogo di antica città: e da essa nei bassi antichi tempi ebbe origini Marsico nuovo. — PIETRA MAURA (μαυρος), oscura e nera; come Pietracupa paese del Molisano.

60. MASCHITO.

Il suffisso eto ed ito, comune all’italiano ed al latino, svela l’origine di questa parola che è Mespiletum, o Mespletum, terra impiantata a nespoli. E me ne accerta la legge della trasformazione fonica delle lettere, che nei nostri dialetti pl tramuta sempre in ch, e spl in sch; onde da planus, plenus è chiatto e chieno; da explantare è schiantare; e schiedone da spiedone. Laonde Maschito è il pretto Mespletum diventato Mescletum e Mescheto nel fonetismo popolare. — Fu popolato (e non credo ex novo) dai Greci di Corone verso il 1534.

61. MATERA, _Mateola.

Abbiamo indicato altrove (nel capit. IV del I volume) le numerose omonimie topografiche tra le antiche popolazioni illiriche e quelle sulle terre appulo-peucete e lucano-jonie. Fra quelle omonimie si accennò ad una città di Metoulon, che Strabone annoverava tra’ paesi abitati da’ lapidi (Iapigi) dell’Illiria. — A queste omonimie riattaccammo le origini antichissime di Matera (ivi stesso); ove, del resto, sono siate trovate armi ed utensili e tombe della età della pietra. Il passaggio di Metoulon in Meteoula, Meteola e Metèra non pare strano e improbabile. Sarebbero origini dei tempi enotrii, anteriori ai coloni ellenici. Il sig. Corcia indicò l’ètimo di ματαιος ὁλος, tutto vacuo; e la topografia, per le molte grotte del luogo, risponderebbe al concetto di altre parecchie etimotologie è bello il tacere. — Plinio nomina i popoli Mateolani nella regione II (Apulia) di Augusto.
GRAVINA, fiumara; equipollente al francese ravine che è «burrone scavato dalle acque». Ma l’origine prossima è dal medioevale grava, fossa, che è dal tedesco graven, fodere. — CANAPRO, torrente o fiumana, e credo da ἀναπρίω in significato di «radere (le ripe) di qua e di là o di traverso». — PIANO DI CHIATAMURA, sul torrente Gravina, è il gr. πλαταμῶδης, «largo e piano» col comunissimo scambio del d in r. — TIMMARI, da thymus, thymarium, cioè luogo abbondante di timo; o piuttosto (per ragione della terminazione sua nella forma plurale) da θῡμαρης, che vuol dire «grato e giocondo» luogo. — PICCIANO, Pectianum, dallo gentilizio Pectius, secondo il Flechia. Un fundus Paccianus è nella tavola alimentaria dei Liguri bebiani.

62. MELFI.

Nome di origini non medievali: dal prossimo fiume Molfa, o Melfi — L’origine di Amalfi da questa Melfi mediterranea è una vecchia scioccheria dotta. I nobili romani che si trasferivano a Bisanzio, nei tempi di Costantino, e naufraghi approdarono a Ragusa e poi a Melfi (secondo la tradizione di scrittori medievali), si vuole intendere, a mio avviso, di Malfi, che è villaggio con porto in Dalmazia, nel distretto di Ragusa. Questa ignota Malti, sul mare adriatico, scambiarono con la città mediterranea lucana, che è assurdo. — La leggenda storica delle origini della celebre città marinara si ha da riferire piuttosto alla antica Molpa o Molphe, non lungi dalle antiche Velia e Bussento sul golfo di Salerno. — Vedi Baragiano e Bernalda.

63. MIGLIONICO.

Ha scritte nello stemma del comune sette M; e vuol dire: Milo, magnus miles, me munivit magnis muris; su’ quali trampoli risalirono fino a Milone, il generale di Pirro l’epirota. Questa è l’erudizione antica. Ma l’erudizione moderna ha trovato un’antica città Milionia nei Marsi, e duplicandola, l’ha trasportata nel Sannio; quindi, a forza di una cura ortopedica ad un passo di Tito Livio, ha sospinta Milionia marso-sannitica qui a Miglionico, tra i Lucani. Se la cura non fosse violenta, resterebbe ancora a spiegare la derivazione e il valore del suffisso onica, prima di accettare l’emendamento topografico. — Io non oso risalire a sì nobili origini. Per me, la parola Milionico ha fisionomia, significazione ed origine identica alla parola Fullonica, che ai latini era l’officina a sodar panni mercé la pressione de piedi e dello strettoio. — Fullonicum (come, può arguirsi dalla radice ful di fulcire) si riferiva all’azione del fullone pel premere e picchiare de’ piedi (vestem pedum insultu cogere et densare). Ma quando alla pressione dei piedi o dello strettoio fu sostituito il congegno rudimentario dei magli a battere, la Fullonica si mutò in Mallionicum, Maglionico.
Questa congettura è confermala sì dalle parole medievali Battuarium, batutorium, e più specialmente batifollum (che tutti significarono mulini o congegni a battere sia panni, sia scorze quercine o che altro di simile), e sì dalla parola malliare che significa battere col maglio. Mallionicum fa riscontro a Fullonicum come le fa riscontro la parola identica Baptifollum. Quest’ultima ritiene la prima parte della antica parola; e Mallionicum, con piu giustezze, ne ritiene la seconda, che è il suffisso. — Ricordo che Fullonica è località abitata in quel di Grosseto. — (V. Gallicchio). — E ricordo un atto del 1082, in cui certe terre si dicono poste in loco qui dicitur Milionico, nel territorio di Trani. (Beltrami, Docum. longob. e Greci, etc. Roma, 1877, pag. 31). Accennerò, infine, a μυλώνιον, che significò locus in qua est mola, a frangere che che sia. Di qua potrebbe essere derivato un primitivo «Miglionio», donde era facile passaggio alla forma attuale, accennata di sopra.
Nella cronica di Romualdo Salernitano, all’anno 1110, è scritto: Alexander Comes Miliolongum fecit aedificare castellum, così nelle stampe; ma deve leggersi Miliolonigum e significherebbe, a mio avviso, che circondò di mura il paese. Il Castello di Miglionico è famoso nelle storie della Congiura dei Baroni (v. appresso al cap. VIII). —- Valle di PORSARO o PORSENARO, non da tal nome di un immaginario capitano! ma è il Porcenarium del basso latino che vuol dire locus ibi porci aluntur.

64. MISSANELLO.

È il pretto Mesneolum e Mesnillum del m.e. (nel francese antico mesnil), e significò un piccolo podere o pezzo di terra con una casa o mansione (maison), donde gli venne il nome. In carte antiche si legge soventi, come in questa presso Ducange:

dederunt Mesnillum quoddam desertum, nomine Esche-villerum, ecc. (ad v. Mansionile).

65. MOLITERNO.

Alla erudizione indigena parve evidente la derivazione della parola da un moles aeterna! riferendone l’augurio all’antica torre del vecchio castello, quasi Campidoglio di una ignota Roma! Se i nomi li dessero le accademie, l’epifonema di un augurio potrebbe forse bastare a far l’ufficio di matrice ad un nome geografico. Ma se essi nascono dal popolo, il processo riflessivo e l’astratto hanno poca parte nelle filiazioni inconscienli della spontaneità creatrice del popolo stesso.
Io dirò che il radicale della parola parmi sia Mulctrum da mulgere mungere; e significò, oltre al vaso da mungere, anche «l’ora del mungere, e il latte novellamente premuto» come si raccoglie da scrittori della bassa latinità15. A questo radicale aggiunto il suffisso erno, che è di conio antichissimo, e che in composizione di molte parole topografiche esprime (secondo che a me pare) «il luogo ove si fa il lavoro, ove si compie l’azione relativa al radicale», avremo la parola Mulctr-ernum, Mulct-ernum, col significato speciale di «luogo dove si fa il latte, cioè dove si munge l’armento e si coagula il latte» — «La Cascina» — insomma, che pure è nome di tanti luoghi, paesi e città, oggidì. Donde poi si derivi il significato speciale, che da noi si attribuisce al suffisso erno di nomi geografici, vegga il lettore alla parola Picerno, ove sono spiegate altre parecchie toponimie d’identico stampo.
PIANO e FIUME DI MAGLIA, e MAGLIATELLE: vogliono dire: piano e fiume della macchia, e delle macchietelle. — La parola macula, contratta in macla, divenne nel basso latino mallia, che i popoli neolatini, pronunziarono maglia; come da tenaculum si fece tenaglia, spiraculum spiraglio, speculum speglio e specchio, periculum periglio, navicula naviglio, ed altre assai. Anzi nell’italiano è rimasto maglia per una special macchia alla cornea dell’occhio, e nel francese mailles sono le macchie alle piume degli uccelli di rapina. Dal che deduco questo che la macchia è alcun che di oscuro che risalti sul chiaro, come la macchia dell’arbusto sul campo dissodato intorno, e le maglie erano il vuoto o il netto del campo che risalti dal bruno della foresta, come la clairiere ai francesi e il lucus ai latini. — Identica origine medievale al nome di Maglie, città in quel di Lecce.
GUALARIELLO, da wala, argine o muro o stecconata, e riulus, rivolus: rivolo arginato da sponde artefatte. — GUALAMMERTO, da wala id., e mirta che era «luogo irriguo e pascolativo». — ALVARALI da alivus, campo presso a corsi di acqua arginali, e arali, idonei ad essere arati. — LA ROSSA, torrente, da roissia «luogo ove si mette a macerare il canape»: identico al moderno — ABBONATORA (del dialetto) lungo il torrente stesso. — RAGGIOLLA da Ragia e Raja, canale o solco di terra. — LA GATTINA, da Gastina «terra smacchiata, ma inculta e data al pascolo» — GUARINO da warena «selva messa in difesa e riservata alla caccia del signore». — TRUTOLO. Terra uteleia od utelis? cioè da «otto misure» e vuol dire, io credo, terra sottoposta al terratico dell’ottava parte del prodotto. — GARAPANNO da Arapennis, che tra’ varii significati ebbe quello di «limiti del territorio sottomesso a bando», ossia quella zona più prossima al paese, tra i quali limiti la città o il feudatario può esercitare il banno, cioè la giurisdizione penale. Questa parola accenna a consuetudini giuridiche antichissime e comuni, di cui la storia scritta del nostro diritto non parla ancora. Gli statuti municipali delle Università napoletane hanno disposizioni che riescono inesplicabili senza la nozione che è chiusa in questo nome di GARAPANNO, cioè: «limiti del banno».

66. MONTE ALBANO.

Il già noto suffisso in «ano» fa allogare la parola nella categoria di quelle derivate dal gentilizio Albius — come Albano. Ma non passerò sotto silenzio queste parole dell’abate Troyli, che vi era nato e che scrisse: «di territorio tutto fertile, benché cretoso in parte; in modo che dalla bianchezza di questa creta, si crede sortito il «nome di Monte Albano»; ed è probabile.
POLICORO, ANDRIACE, vedi appresso. — Piano LA BRAIDA, toponimia comune a molti paesi; dal medievale bràida, che significò un campo suburbano destinato al pascolo degli animali, e probabilmente all’uso comune de’ cittadini.
SCANSANA è da isca e saina: isca che ancora vive nella lingua popolare a significare terra accosto a corso d’acqua ed atta ad essere irrigua, e saina, del m.e. che valse locus juncis palustris abundans: vuol dire, come in origine, Giuncheto presso a rivi di acqua. — Di qua pure SCANZANO nel Grossetano.

67. MONTEMILONE.

Si trova già nominato Monte Melune in un diploma greco dell’anno 983, come castello o paese dipendente dal vescovo di Trani (ap. Fimiani, Metropol. p. 143) oltre che in una carta, ma di dubbia autenticità del 972 (ap. Di Meo, ad ann.). Ne riferisco il nome sia alla cucurbitacea dall’italiano, sia alla parola meulon, diminutivo di meule, che ai francesi sono quei monticoli di fieno, o paglia, o trifoglio ammontati nei campi per conservare la profenda invernale agli armenti (Littré, Diction. ad v.). Dalla forma del munticulo il nome.

68. MONTEMURRO.

Fu chi ricorse ridicolosamente ad una Dea Murcia; ed altri — meno ridevolmente — ad un Mons Morus, cioè dei Saraceni. Ma anche quest’ultimo è inaccettabile, perché non rende ragione della doppia r del tema: e perché la spiegazione è troppo speciale per una denominazione che è larghissima nella toponimia italica. Si trova infatti Morro irpino nell’Avellinese, Morro d’alba nell’Anconitano, Morro nel Reatino, Moro Valle nel Maceratese, Morrone nel Larinese; e presso Ferrandina un monticello è detto «Il Morrone»; un altro a Garaguso; e Murro è tenuta, anticamente abitata, nel territorio di Montescaglioso.
Il significato del murro medievale è appunto di un «monticello o cocuzzolo» isolato. Nello spagnuolo è rimasto tal quale morro e morrone;nel portoghese morros è collina; nel francese è il solo morne, che è sincope appunto di morone, monticolo. (Littré, ad v.). Nell’italiano non vive che ignorato nei nomi topografici suddetti; ma la radice è già nel mur-gia, del dialetto per grosso sasso; e nel mora, che è monticello di sassi raccolti, come già la greve mora sul sepolcro di re Manfredi, che vive in Dante. Ma anche questa parola è caduta dall’uso moderno: come è caduta l’altra di morena, che nel basso latino significò «diga accosto al torrente fatta di pali, fascine e macigni»16.
Fu dunque il morro, o morrone un monticello di macigni, isolato d’intorno come il cocuzzolo del capo. Né faccia specie il vederlo accoppiato alla identica parola di monte. Tra i singolari fenomeni linguistici non è ultimo la reiterazione: prova, il noto significato di Mongibello che è monte di monte; la men nota contrada in quel di Castelluccio che è detta Pietrasasso; e il più comune MONTORO, ove il Toro, toronis del basso latino vale anch’esso un monticello isolato, che in molte denominazioni topografiche dialettali comparisce in TIRONE, e questo dà origine a tante etimologie sbilenche dal latino classico!
GANNANO: da Ganea, taverna, Ganeanum, «luogo delle taverne». — SORVIGLIANO, VALLARANO: possessivi dai gentilizii Servilius e Valerius. — BRACALICCHIO, diminutivo di baracha, casa di tavole. — BOSCO DELL’ASPRO. «Aspar (si legge nel Ducange, ediz. Didot), era detta la parete preparata di assicelle». Ma in documenti napoletani aspro e asproni significano «pali grandi da vigneti»; e in questo senso è ancora usato nel territorio di Amalfi, come attesta Matteo Camera, che pubblica un atto del 1195, ove si legge: debeamus dare vobis tanti pali et aspre pro laboranda predicta vinea (Mem. stor. di Amalfi, 1876, p. 376). Significherebbe adunque bosco, su cui si aveva il diritto civico di lavorare sia assicelle e panconi, sia grossi pali da vigna o da frutteto. — Vedi in Potenza altri esempii.

69. MONTEPELOSO,oggi IRSINA.

Monsignor Lupoli, dotto archeologo, trasse l’etimologia dal latino pillosus, cretoso: ed io l’accetto. In greco si ha πηλός, fango e argilla: da questo fonte si dedurrebbero origini greco-bizantine, non improbabili.
Quivi presso era Irso da gran tempo scomparsa, e di cui nel «Registro de’ Baroni». In una carta del 1276 Irsium è terra ancora abitata (Syll. ad reg. Siclae Arch. I, 126) in Basilicata. Da questo antico Irso è il nome del recente battesimo alla città.

70. MONTESCAGLIOSO.

Nelle carte medievali è Caveosus, e qualche volta Scabiosus. Ma è scabrosus, cioè aspro e scabroso, come «Aspromonte». Il fonetismo di scabia in scaglia è secondo il genio dei nostri dialetti, che ha mutato nebbia in neglia, subia in suglia, con l’intermedio, senza dubbio, del diminutivo nebula e subula.

71. MURO.

Agli scrittori locali piacque derivare il nome da una enorme muraglia, di cui ancora si veggono gli avanzi in difesa al Castello, e quella essi dicono opera dei Normanni. In un atto del 1090 è detto Castellum de muro, e Castellum quod Murus nuncupatur (Muratori, Antiq. M. Ae. diss. V, 223). L’epoca e il nome io penso sia da portare assai più in su dei Normanni; forse ad antichi avanzi di costruzioni che appartennero sia, probabilmente, al suburbio della città di Numistro, sia a qualche «castrum» di dinasti longobardi. All’età di codesti invasori, nel secolo VI, è probabile cadesse distrutta o desertata l’antica Numistro, che era posta nella prossima Raia S. Basile, e dalla disertata città sursero molti di quei gruppi di villaggi, oggi spenti, come Capitignano, Ganzano, Ceterano, Cilvitrano ed altri17; e surse questa moderna Muro, che man mano li assorbiva tutti, e che vuolsi credere ben popolata all’aprirsi dell’anno mille, se nella prima metà di questo secolo XI si trova sede di Vescovo.
PIANO PAGANO, del pago, o de’ paghi. — ACCILÌ, o dallo antico germanico accyn, elce, o dal basso latino aclea, derivato dal germanico ac, quercus ilex, e lea, campo o luogo. — GIACOIO, nome di un fiumicello; e credo significhi «fiume dell’agghiaccio», derivandosi giocoio, come procoio, l’uno da jaceo-jacui, e l’altro da procumbo-procubui, giacere in terra (conf. Danoia per Danubio, in Dante). — FELITTO, dal lat. Folictum, luogo di felci. — PERLENNE, forse da Bera, che fu locus planus et campestris (Ducg.), e da lena che significa sovero, o da lemna che valse selva. Quindi: selvapiana, o luogo di soveri.
RESCIO o Roscio è detto il corso d’acqua accosto all’abitato, dal b.l. rogius in significato di rivolus.
S. PIETRO A PLAGARO, ad plagarias: non «dai paghi» ma da quelle bianche torrette, ove oggi si fa «il gioco» o la caccia dei colombi, in quel di Cava e di Nocera; e che al m.e. erano dette plagarie come mostrano le carte e il registro del grande Archivio dei benedettini Cavesi (V. in Guillaume, Ess. histor. sur l’abbaye de Cava. Cava [Napoli], 1877, pag. 3 e 221). — CAPOTIGNANO, non a colendo capite Jani!, come farneticarono, ma dal gentilizio Capitinius, che s’incontra come cognome, derivò Capitinianum. (Flechia).

72. NEMOLI.

Di conio moderno, sostituito al vecchio nome di Bosco, quando al paesello di Bosco del prossimo Cilento si volle mutato il nome per spirito di tristi politiche vendette.
Bosco, di Basilicata, era un villaggio di Rivello, surto intorno ad una «Grancìa» dipendente da una Badia, che fu nelle antiche origini dei Basiliani, poi dei Benedettini, in Lauria; di cui il cenobio si dice diserto nel secolo XV. — A Bosco fu eretta una chiesa «vicariale curata» non prima del 1725.

73. NOIA.

Oggi è stata detta Noepoli; e forse intesero dire città nuova. Noa e Novium nel basso latino significò «terreno grasso ed umido o palustre per uso di pascolo». Nell’antico francese è Noue. — Di qua il NOJELLO presso Bollita; e quel paese di Novi, da cui ebbe nome il Vallo (oggi detto di Lucania), quando nel passato secolo vollero mutata l’antica e sconcia denominazione sua18.

74. PALAZZO S. GERVASIO.

Di origini relativamente moderne. In una carta del 1267 re Carlo I di Angiò ordina a Nicolò da Venosa di custodire con cavalli e fanti Palatium regium et defensas S. Gervasii: in carta del 1280 è menzionata la Marescallia S. Gervasii19; erano i luoghi delle razze equine dei re angioini; ed il palazzo e le masserie del re furono nucleo al paese. Non taccio però che in una carta del 1082 trovo donato al monastero della Trinità di Venosa il territorio anche di un «Casale Gervasii» e benché possa dubitarsi della secura autenticità di questa carta (ap. Ughelli, VII, 170), è probabile che il primo nucleo del paese fosse dei tempi normanni. — «S. Gervasio» col suo bosco fu luogo di caccia anche pei re svevi, specie per Manfredi (vedi in Jamsilla, p. 193, ediz. Del Re). — Ma il paese surse ben tardi; se troviamo che Giovanna II (1414-1433) dona a Covella Ruffo nemus et territorium sancti Gervasii, cum palatio, seu domo (non vi era dunque ancora il paese) situm in provin. Basilicate (Cod. diplom. di Minieri-Riccio, II, part. III).
Presso il bosco del comune un piccolo corso di acqua è detto Valero. Fantasticarono ne sia derivato il nome dal Console Valerio Corvo, che infermò a Venosa; e morto ivi, fu sepolto (argomentano, come Alarico!) nel letto del fiumicello! Il quale invece ha il nome dal basso latino Valerium e volerium od olerium che significò un «orto»! dalla prossimità del quale venne all’anonimo rivolo l’indicazione onomastica.

75. PALMIRA.

È il novello nome di battesimo, che il municipio ha imposto al paese, che fino ad anni fa era detto Oppido. Oppido è di certo l’antica parola Iatina di qualifica all’antico paese osco-lucano, di cui ci è ignoto il nome specifico. Ma per quali ragioni il gran nome della maravigliosa città dell’Eufrate sia oggi arrivato all’umile paese dell’alta valle del Bradano, io non so. — Qui il buio è più forte pei tempi nuovi e nuovissimi, che per gli antichi!

76. PATERNO. — Vedi più su al numero 59.

77. PESCOPAGANO.

È Pietrapagana. Vive tuttora, nei dialetti della regione, pescone per grosso ciottolo o macigno.
Il nome accenna sia a fortificazioni del secolo XI, sia a posteriori stazioni dei Saraceni di Sicilia. Nel famoso canto del secolo IX per l’imprigionamento di Lodovico II a Benevento è il verso: Multa gens paganorum exit de Calabria.
LA GUANA: corso di acqua che attraversa l’abitato. È il latino Aquana cioè fossa: il canale o il fossatello dell’acqua. La contrada I doliari, non da Idoli, ma da doliaria, quantità di vasi o checché di simile, venuti fuori.

78. PICERNO.

Il radicale di questa parola senza dubbio è pece. Il suffisso erno, che ricorre in molti nomi topografici di antico conio, esprime, a mio avviso, una relazione complessa di luogo e di lavoro, e più specialmente il luogo ove si esercita un lavoro fabbrile, e forse collettivo. Questo dato spiega con molta semplicità molte parole topografiche dell’identico stampo; e di là deriveremo Picerno, luogo ove si estraeva la pece da quei monti lucani ove ancora oggi è superstite l’abete; Moliterno, la Cascina, cioè luogo ove si manipola il latte fresco, mulctrum (vedi); Salerno, luogo ove si estraeva il sale dalle acque marine (e non da sale mare, ed Irno fiume); Linterno (il lago di Patria), luogo ove si costruivano o stazionavano i lintei, o sandali che ne solcavano le acque; Acerno, luogo ove si confezionava o si ammontava il legname reciso; Siderno, luogo ove si fabbricava o manipolava il ferro (σὶδηρος).
Il suffisso erno è di conio antichissimo, e non vuolsi confondere col suffisso apparentemente identico di pater-nus, imber-nus (inverno), quater-nus, aether-nus (eterno), super-nus, infer-nus, subter-nus, ed altri. In questi il suffisso è nus, flessione dell’aggettivo, esprimente proprietà o qualità proprie. Il suffisso erno a significare luogo di lavoro fabbrile, deriva da altra fonte, ed è anch’esso un composto da altre radici. Una traccia, quasi smarrita, di esso è nel verbo c-ern-ere, separare; ed ogni lavoro fabbrile è separazione del prodotto dalla materia prima, terra, acqua o vegetale che sia. Ma una reliquia più spiccata ed intera è nella parola tab-erna, che ai classici fu appunto l’officina. O questa derivi da tabul-erna, e significherà il luogo ove si lavorano le tavole, (confr. cav-erna, luogo ove si cava); o da un tabul-erina, e ci darebbe anche questa un luogo da lavoro di tavole, o dalle tavole. Il significato di taberna per «casa di tavola» non è che posteriore, come di conseguenza e associativo alla idea di lavoro: anche più tardi surse la distinzione di officina per luogo da lavoro, da taberna per luogo vendita, quando, avanzando la civiltà, la legge della divisione del lavoro suddivide e separa i mestieri.
Altri indagherà onde derivi il suffisso di cui parliamo: a me pare che sia composizióne di due radici e contrazione di irina: la quale è la risultante di ir o ihr, che fu ai vecchi latini la «palma della mano» — fonte, causa e strumento del lavoro, — e del suffisso ina, che è caratteristica delle parole latine che indicano appunto l’officina, — sutrina, tonstrina, moletrina, coquina, ecc.

79. PIETRAFESA

nel m.e. fixa, cioè spaccata. Oggi ha mutato nome in «Satriano di Lucania». — E della medievale Satriano, vedi appresso al capitolo IX.

80. PIETRAPERTOSA.

è dall’agg. latino pertusus, forato. In carte medievali si trova detto altresì Petraperciata; dal b.l. che è «forato da parte a parte»; e tale si mostra una grande rupe che sovrasta al paese.

81. PIETRAGALLA.

Anziché dal greco (onde Pietra-bella), ricorrerei alla parola del basso Iatino gallandus, che è dal vecchio franc. galendé, e significa «munito e fortificato» forse di mura merlate, perché derivata da gallanda, corona. Ma la sparizione dell’ultima sillaba senza lasciar traccia di sé, mi fa dubitare anche di questa seconda designazione; e invece preferisco di ricorrere all’altra parola Gal per «pietra» che è dell’antico francese (v. Littré, Diction. ad v. Galet). Ed anche qui si avrebbe una reiterazione linguistica punto strana, ma cònsona ai molti esempi, di cui vedi in Montemurro; e pretto equivalente a Pietrasasso, in quel di Castelluccio.
CASALASPRO (inabitato fin dal secolo XV): ammesso il significato di aspro come è detto in Montemurro (v.), equivarrebbe a «Casale, ovvero Case dalle pareti di legno»; (come è un identico CASALEGNE in quel di Saponara), ovvero ad un Casale del bosco dell’Aspro, nel senso di cui fu già parlato.

82. PISTICCI.

Si ricorse ad un πιστὸς οίκος (casa fedele); e dopo aver fatto casa equivalente di castello, s’immaginò un Castello quale antemurale, ovvero opera avanzata alla Vauban — Dio ci perdoni! — della non prossima Metaponto! Ma il nome è il pretto Pestiz dell’antico francese e il pesticius del basso latino, e significò un «terreno pascolativo» riservato, che, su per giù, ancora oggi è detto in qualche luogo un paschiero. Appresso il Ducange una vecchia carta dice: dedimus omnia prata nostra cum pesticiis ejus…, e nel romanzo di Rou è detto:

Grand aleurs vont par pestiz et par blez,

così come il nome è pronunziato dal popolo. — Una contrada detta «Pastizzo» è presso Apice, nel beneventano.
La notte del 9 febbraio 1688 una parte del paese di un tratto franò; più che cento case subbissarono; oltre a 400 persone vi perirono. Il luogo della gran ruina è detto il dirupo20.
VALLE DELLA PIOBICA, cioè della pioppaia. Da populus, popolo, si ebbe poplus; così dunque da populus, pioppo; dal quale si deriva un poplicus e plopicus, di pioppo.

83. POLICORO.

Luogo abitato, e di qualche importanza, nel m.e. Federico II vi tenne Curia solenne, nel 1232, per la spedizione contro Messina ed altre città di Sicilia ribellate. In carta greca del 1131 è detta ἀστυ, civitas Polycorii; ed anche Castrum21. Come parrocchia di paese abitato, si trova fino al 1526; ma già in un documento del 1506 era detto terram inabitatam vulgo dicta Pollicorii cum ejus turri22. — È il pretto πολυχώρος, ampio, spazioso, capace di molto; parola che io riferisco ai greci medievali.
Le reliquie della glossologia greca mediovale, cioè greco-bizantina, si trovano ancora abbondanti per tutti quei luoghi, che sono le feracissime pianure basilicatesi del Jonio. Ivi ebbero stanza al m.e. non solo parecchi e ricchi monasteri di Basiliani, ma gruppi di popolazioni grecaniche altresì: e da questa duplice fonte vengono i molti nomi topografici greci sparsi qua e là per quelle pianure; di cui eccone un saggio. — ANDRIACE, la Carbonaia, da ἀντράκια, ας, che è congerie o confezione di carboni. — La TRISAJA, da τρεῖς ἅγιοι, Tre Santi (che fu paese abitato fino al secolo XVI). — GARAMMONE, da καραμώνης e κάλαμων, ωνος, luogo di canneti. — TRINCINARA, da θριγχοω, che è cingere di muro, o siepe o steccato, e vuol dire o, per antonomasia «la difesa» secondo il diritto feudale napoletano, o la difesa cinta da siepe o muro. Difesa della CODOLA, dal tema κότινος, l’oleastro (o piuttosto da cos-cotis, sasso?) (conf. venenum, Bononia — veleno, Bologna, etc.). — MISEGNA, da μεσόγευς «terra in mezzo»: ed è difatti in mezzo al fiume Salandrella ed al torrente di Craco, il quale torrente non diede, ma prese il nome da quella. — SIMMARI da χείμαρις - torrens, ovvero infocato. — SAN MEGALIO, cioè San Magno dei Latini, SAN BASILIO, SAN TEODORO indicano stazioni e possessi di Basiliani. — SANTA CINAPURA (Acinapura) da α privativo, e εὶκονοποιεω, simulacrum facio, cioè: immagine non fatta da mano di uomo. Santacinapura fu paese abitato fino al secolo XVI.

84. POMARICO.

campo messo ad alberi di frutta (Et uda mobilibus pomaria rivis. Oraz.). Il tema, onde legittimamente deriva, è la parola del b.l. pomaris, equivalente a pomarium; e da pomaris, un luogo, o terra, o predio pomarium, da frutti. Nel suo territorio era il Castrum Cicurii, del medio evo, ma di vetustissime origini; e ne abbiamo fatto cenno nel volume I. Desso era ancora abitato nel XIV secolo; in un atto notarile del 1378 attesta il Tansi (Hist. Montis caveosi, etc., 52) che sottoscrisse da testimone un tale «Giguriese». Ma già nel 1505 era spopolato, quando l’abate di Montescaglioso, cui apparteneva in feudo, vi chiamava invano i coloni trasferitisi a Pomarico.

85. POTENZA.

Il nome ci è parso che possa risalire a quei trasferimenti non volontarii delle popolazioni del Picenum, nelle regioni al di quà ed al di là del Sele, presso il quale sursero i Picentini. A destra del Sele, fondarono Picentia; all’oriente di esso, tra i monti, forse, Potentia (vedi vol. I, capit. ultimo) che ricordasse sia il patrio fiume Potentia, sia la prossima città omonima, oggi fatta risorgere di nome in quel di Macerata.
A Potenza l’erudizione locale trovò ricordi della Dea Pallade nella vicina foresta di Palareta; e trovò nella contrada Buliemma l’ancora vivo ricordo del Consiglio pubblico (βουλή) o Parlamento dell’antica città. — Ma PALARETA (che è bosco qui, e presso Latronico, e altrove) è non altroché la Palaris silva che si legge nel Digesto (VII, I, 9), e negli scrittori della bassa età per «selva da cui si traggono i pali a sostenere le viti o che altro»; e qui, più specialmente, selva onde si traggono i pali della rete del pastore. — Noto che moltissime denominazioni di boschi si riferiscono ai diritti civici speciali, che usavano su di essi le popolazioni per consuetudine antichissima o per concessione signorile, oltre ai diritti civici generici del raccogliervi, cioè, le legna morte, le carici o le lumache. Così è spiegata la denominazione di bosco della TAVOLA, Serra CERCHIARA , e, presso Spinoso, bosco di CARRATIELLO e della TOMPAGNATA, che accennano al diritto civico da farvi legname per uso doghe ai caratelli, e mezzuli o fòndi (tompagni del dialetto) a’ barili e alle botti. Non altrimenti bosco delle LATA (V. Laurenzana); bosco dell’ASPRO (v. Montemurro e Castelsaraceno); e bosco dei Foi. Li Foi, FOY e FOYA, gioghi selvosi dell’Appennino tra Potenza, Ruoti e Picerno: al b. lat. Foeya (onde il franc. fouée) che significò tanto «il fastello» quanto il «diritto di trarre dal bosco signorile il fastello di legna per uso di scaldare il forno»23: accenno a diritti civici antichissimi de’ tre o quattro paesi suindicati.
La *BULIEMMA: contrada presso una riviera, è semplicemente boul-lemnia; dal b.l. lenne e lemnia «selva» e da boula o boul (nell’antico francese) contrazione di bètula, la betulla, che, come il salice e il pioppo, è albero delle riviere. Identica origine è quella di SALEMME (a Saponara e a Pietrapertosa) «selva di salici», e di Bollita, di cui vedi. — GALLITELLO (che i dotti emendano in Arritello), torrentello sotto la città, non è che il vallitellum del b. latino, valloncello.

80. RAPARO, monte; RAPOLLA e RAPONE,

paesi. — Questi e simili altri hanno origine dallo stesso radicale rapa e rappa, che significò — spina e luogo pieno di spine, — come altresì il Rapeium del basso latino. Da Rapeium è Reperium e da questo è RAPARIUM, il Raparo, monte, secondo l’analoga e duplice forma dell’italiano: primiero e primario, argentiere e argentario, ecc. — Accrescitivo di rappa è RAPONE. È, invece, diminutivo RAPOLLA, quasi RAPPULA (e non Rupella, come altri disse) sia traslocando l’accento tonico, poiché ha mutato di posto la geminazione della consonante, sia dal diminutivo Rapullula. — Un identico RAPOLLO è in quel di Moliterno; e un monte RAPONCELLO è presso Andretta.
La carta del 967, in cui si trova nominata la prima volta Rapolla e che incomincia: Ego Pandulphus princeps de Consia et de Rapolla, magister et dominator totius principatus…, è falsa (Conf. DE MEO, ad ann.).

87. RIONERO.

In un breve di Eugenio III del 1152 si ha la menzione più antica del Casale di S. Maria de Rivonegro. In una carta angioina del 1277 è parola della Universitas Rivinigri, che elegge il suo maestro giurato: ma alla fine di quel secolo è un villaggio già ridotto a breve numero di luoghi o famiglie. Poi poco dopo il 1316, sorgendo Atella (vedi) ivi presso, per bene accetti inviti a gente da franchigia di tasse, la popolazione rionerese vi si riversò quasi tutta, di tal che nel cedolario del 1344 Rionero non vi è riportato che per memoria. Ma risorge due secoli dopo, se in un documento del 1628 è detto noviter erecto; però con più precisione sappiamo da un apprezzo della terra di Atella del 1615 che

«questa terra tiene un casale detto Arenigru, distante circa tre miglia, dove abitano 45 fuochi di Albanesi, quali abitano dentro grotte accomodate con fabrica, il quale casale va augumentando». Infatti nel 1648, Rionigro figura nelle numerazioni del Regno. Ed allora avviene un fatto straordinario: la popolazione ne aumenta con proporzione, a così dire, maltusiana e geometrica. E il fine storico di «Rionero medievale», da cui traggo queste notizie, dice: «Erano non più di 500 al cadere del secolo XVII, salivano a 3 mila nel 1710; si trovano 9 mila nel 1752; alla fine del secolo sono oltre a 10 mila».

Ed egli pensa che ad uno speciale fatto furono dovuti questi balzi demografici all’americana, al fatto cioè dello sboscamento della regione che dal Vulture si estende al fiume Triepi e all’Ofanto, per conto del feudatario di Atella, del vescovo di Melfi, e del commendatario di Monticchio, tra il secolo XVII e il XVIII. A Rionero, come a centro, pare «si fossero dati d’ogni parte la posta braccianti, vetturali, artieri, fondacai, negozianti, fittabili»24. Erano le terre vergini largheggianti abbondanza di sussistenza e di benessere ai nuovi casigliani.
Il nome, quale è nelle antiche carte, di Arenigro risponde alla pronunzia ed alla grafia dialettale odierna che è Arniuro (conf. Poesie dialettali di V. Granata, Melfi, 1899). E

«sembra dovuto — dice uno egregio scrittore25 dei luoghi — ad un rivolo che scorre per la (prossima) Valle dell’Arena, il cui letto è ricoperto di negre arene che le acque trascinano dal Vulture, ovvero dall’altro che ne attraversa l’abitato che è della medesima natura».

88. RIPACANDIDA.

È nominata nel Registro normanno dei Baroni. Scrittori locali la dicono sorta da un’antica città, che era prossima, e detta Candida da taluni, Candida Latinorum da tal’altri. Ma nessuna notizia di essa nell’antichità; né se ne sa nulla pel m.e.; però una contrada detta La Candida è nel territorio del comune. La Candida detta de’ Latini da taluni è, senza dubio, per distinguerla, come patria originaria, dai popoli di rito greco del prossimo villaggio di Ginestra, che furono albanesi, venuti ivi nel secolo XVI. Questa Ginestra si trova detta altresì Lombarda Massa, e credo sia il nome anteriore a quello di Ginestra. Si sa che Massa al m.e. fu un podere abitato (mansus) o più propriamente un ammasso di fondi, messi insieme; e di qua l’odierno massaria del nostro vernacolo. — Non lungi da Ripacandida (ma in quel di Genzano) è un luogo detto Pesco (pietra) Lombardo. Indizii di coloni venuti di Lombardia in quei luoghi. — Ivi presso, altresì Serra Saracena; ed ivi un avanzo di porta che è detta Porta Samera. E per tutto il territorio ben s’incontra qui e qua ruderi di antiche opere murarie, arcuazioni per condottura d’acque, frantumi di ceramiche, e reliquie di tombe. L’onomastico locale di Serro della Torre, di Guardiola, di Murata, sono testimonio irrecusabile di antico incoiato: che se non sia (e ben potrebbe essere) dei mezzi tempi, è probabile siano di paghi o ville della prossima Venusia.

89. RIVELLO.

Si trova nel m.e. anche rivallus per rivellus, rivulus. Ma più probabilmente è derivato da ravina (fr. ravine), ravinello, ravello; e «ravina» è identico a Gravina. I Gravi o Gravine indicano, in certi dialetti, luoghi scoscesi e dirupati; e grava, medievale, è dal tedesco graven, fodere. Mutazione dell’a in i, per distinguerla da Ravello sulla costa di Amalfi. — L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dall’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi:

Iterum . Velia . Renovata . Rivelium

Constans . Monumentum.

Nel territorio due fontane, l’una delta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso… — ROTALE della stessa origine che Ruoti.

90. ROCCA NOVA.

Di origini medievali non antiche. La Universitas Roccae Novae in Basilicata è in una carta del 1276, del Syllab. membr ad r. Siclae Archiv. p. I, 155. — Ebbe un’abbazia di Basiliani, dal titolo di S. Nilo.
ARDAREA: da ἀρδεία, irrigazione, ed άρερως, adatto o acconcio: terre acconcie ad essere irrigate. — NICE: forse da νίχια, luoghi ove «pernottano» i greggi a intento di concimazione; parola equipollente alle molte denominazioni topografiche viventi di «Gli agghiacci» da jaceo.

91. ROTONDA.

È già menzionata in una carta greca del 1117 (Syllab. graec. memb. pag. 109): originata da una qualche costruzione o da ruderi antichi di forma rotonda. IL ROTONDO è un luogo a Saponara, ove sorge ancora un masso di fabbrica rotondo, che fu un sepolcro dell’epoca romana. — In una carta del 932 si legge: petia de terra mea que vocatur rotundola (Regii Neap. Archiv. monum. I, 61) ma si riferisce a territorio presso Napoli. — La si trova delta Rotunda de Valle Laini per distinguerla dalla Rotunda maris o Rotondella.

92. ROTONDELLA.

In documenti del 1291 (Ughelli, VII, 83) nonché in altri posteriori e del secolo XVI è detta Rotunda maris, per distinguerla dall’altra Rotonda. — Nome d’identiche origini.

93. RUOTI.

Tanto questo nome quanto i molti altri di Rotello, Rota greca, Rota fuori, Rotino, nelle provincie di Molise, di Cosenza, di Bergamo e Salerno, derivano dal b.l. Rodium e Rothus «terreno aperto dall’aratro, o maggesato». In carta del 1119 ap. Ducange: ipse dixit quod alia Rodia de Carcon et Rodiaria Cardinci sunt de Curia. — Presso la città di Salerno era un altro Ruoti, onde ancora sopravvive il nome di porta Rotese, se questa non era, anche nel medio evo, porta acconcia alle ruote. — Ruoti di Basilicata ebbe coloni slavi dalmatini nel secolo XVI.

94. RUVO DI MONTE

Secondo l’opinione di alcuni eruditi del passato secolo (Giustin., Diz. Geogr. ad v.) sarebbe l’antica Rufra dei Sanniti, di cui è cenno in Livio (VIII, 25), e in Virgilio (Aen. VII, 739). Ma oggi questa Rufra sannitica o campana la si alloga, con maggiore probabilità, verso Presenzano. — Se questa Ruvo di monte fosse de’ tempi premedievali (e non è impossibile) bisognerebbe supporre un Rufrum e Rubrum come promiscuamente usati nell’antichissima pronunzia, e come del resto può ammettersi, considerando gli aggettivi equipollenti rufus o rubrus. Ruvo non può discendere che da un Rubrum, fognata la r come, in proprio, in aia, in foia da proprius, area, furia, ecc.
Ad ogni modo, sarà opportuno di ricordare che del basso Iatino si trova la parola Rubus in senso equivalente a Rubetum, luogo spinoso o di fratte. — Un paese detto Rubi o Rubbio esisteva, con parrocchia fino al 1526, in diocesi di Anglona, presso il bosco Sicileo e il fiume Sinni, in territorio di Senise; e disparve, forse per frane, nel secolo XVI. — Trovo la prima menzione di Ruvo in una carta del 1045, ove un cittadino ex civitate Melfe divide con altri certi possedimenti, ed è termine di confine ipsa linea de castello Rubo (Codex Cavens. VI, 279).

95. SALANDRA.

Il nome del paese è di origine antica, perché le viene dal prossimo fiume la Salandrella, che è l’Achalandrum degli antichi geografi, e che in una carta greca del 1125 (Syllab. graecar. membr. p. 127) è ancora detto χελάνδρος. — Anzi in una carta latina del 1124 (ap. Tansi, Hist. monast. Montis Caveosi, 157) lo stesso fiume che oggi è detto Salandrella, è indicato col nome di Salandra. Tale fu dunque il nome del fiume al m.e. Dalle quali testimonianze parmi lecito di arguire, che il nome del fiume abbia preso nel medio evo la forma diminutiva di Salandrella per la necessità che ormai sentiva il popolo di distinguere il fiume dal paese omonimo e prossimo. Dalle due carte ora indicate potrebbe inferirsi che il mutamento avvenne dopo la seconda metà del secolo XII; ma che in quella stessa epoca non esistesse il paese, sarebbe conclusione precipitata. — Non sarà superfluo avvertire che il χ greco, nei dialetti basilicatesi è passato in ζ, ben prossima alla ς: χίμαρος, caprone, è diventato zimmaro: e così di altre parole.
La Salandrella, fiume, diminutivo di Salandra, è detto anche Cavone nell’inferiore suo corso; e χαρὰδρα è appunto un fossato scavato dal torrente, ovvero è lo stesso torrente.

96. SALVIA, oggi Savoia.

nome dato a redimere la trista fama riflessa da un abbietto sguattero. — Salvia è dal basso latino Sàulia, che, simile a Sauleia, significò luogo impiantato a salici. Nell’antico francese è Saulie. Da Sàulia, con facile metatesi e identica pronunzia, è Sal-u-ia, Sal-v-ia (come da bellua, belva). — Ma SALVITELLE è, invece, SELVITELLE.

97. SAN CHIRICO NUOVO,

o di Tolve, per distinguerlo dall’altro da Raparo si trova detto anche «di Tricarico» in carta del 1220. Ebbe coloni albanesi o Coronei, di cui vedi appresso al capitolo IV.

98. SAN CHIRICO RAPARO.

Il nome del santo è il greco κῠριακός, e credo originato il paese intorno a monastero di monaci basiliani e forse da coloni greci, ma dei tempi bizantini. Nelle sue campagne, oltre ad un titolo sepolcrale latino (nel C.I.L. vol. X), rinvennero talvolta qualche tomba, ceramiche figurate, e di monete greche e romane: indizi di antichi incolati. Ma che della esistenza dell’attuale «S. Chirico» si abbia — fino dall’anno 525! — una testimonianza scritta sopra un antichissimo quadro dipinto, queste sono baie dell’erudizione locale. — Carta in greco scritta in questo S. Chirico io ritengo quella del 1053, che riguarda Calvera (v.) e riferita al n. XL del Syllabus graecarum membranarum. La carta è scritta per mano di Teofiìlatto protopapae civitatis S. Cyrici. — RACANELLO, fiumana, è il diminutivo di Rachia, che significa nel b.l. un luogo fangoso e palustre.

99. SAN COSTANTINO — di popolazione albanese. Vedi appresso al capitolo IV.

100. SAN FELE.

Parrebbe contrazione di S. Fedele, presupposta la pronunzia dialettale feèle, fegnata la d. Nel registro de’ baroni normanni (1144) si trova scritto Sanctus Felix e Sanctus Felis; nelle carte sveve è Sanctus Felix26; così pure nelle angioine. La denominazione di Castrum Sancti Feli trovo la prima volta in una carta angioina del 1303 (ap. Fortunato, S. Maria di Vitalba, pag. 101), secondo la fonetica popolare, probabilmente già in uso; ma le carte di uffizio continuano la denominazione uffiziale, fino al secolo XV. Allora prevalse la denominazione popolare, imposta dall’uso comune, a discretiva delle molte omonimie topografiche prossime e lontane.
Io credo che gli antichi dinasti, o feudatari normanni o angioini, pronunziarono il nome della Rocca, a loro maniera etnico-fonetica, San Felì: e il popolo soggetto tenne ad imitarli: ma, secondo il genio del nostro italico dialettale, addolcendo o sopprimendo o obliterando, nella sua pronunzia, la finale accentuata della parola.
L’erudizione locale ne assegna le origini al secolo X, nel 970; ma ignoro su quali fondamenta.

101. SAN GIORGIO.

Surto a paese (sullo stato di Noia) nella seconda metà del secolo XVI: nella numerazione del 1595 non fu tassato che per soli due fuochi.

102. SAN MARTINO d’Agri.

In una carta del 1306 (Syllabus membr. ad r. Siclae, etc. citato, vol. II, parte II, 140) vien nominato un Casale S. Martini de pauperibus, ed è detto che apparteneva alla Casa dei Templarii. Non parmi che fosse questo S. Martino d’Agri. Vedi appresso al capitolo XI.
TRIGELLA, fonte intermittente che sgorga, nella sola state, dal Monte Raparo, e di essa scrisse il Pontano:

Finit gelidus salebrosa fonte Trigella,

Arescitque hieme, in media atque aestate liquescit.

Trigella dicono quasi Trigelida; ed io l’accetto. — CALIUVO, bosco, probabilmente da καλλὶ βοῡς — «che nutrica bei bovi» con frase ellittica conforme al genio dell’idioma greco.

103. SAN MAURO FORTE.

Trovo nominato la prima volta S. Mauro e un’abatia S. Marine in S. Mauro nella bolla, famosa, di Godano arcivescovo di Acerenza ad Arnoldo, vescovo di Tricarico, del 1060, e in donazione del 1070 a questo stesso vescovo; l’una e l’altra di assai dubbia autenticità (v. Di Meo, Ann. dipl. ad ann. e in seguito al capitolo IX). Ai nostri giorni ha preso la qualifica di Forte, forse (come trovo scritto) dall’essersi fortificato per respingere le bande di Bories, nel novembre del 1861, che non l’attaccarono. Ha probabili origini da chiesa e possessi dell’ordine benedettino.
Santa Maria di Priato, antica abazia (di Benedettini?) nel territorio. Priato vale quanto il Prada del b.l., cioè una prateria estesa, pratorum series; e parrà diretta derivazione, a terminazione italica, del francese Prée che è prateria grande.

104. S. PAOLO ALBANESE:

fino a pochi anni fa era detto Casalnuovo. Vedi appresso, al capitolo IV.

105. SAN SEVERINO.

Casale di Chiaromonte, dice il Giustiniani (Diz. geogr.). Credo che surse nel periodo dei primi venti anni del secolo XVI.

106. SANT’ANGELO LE FRATTE.

Il Gatta scrive che questo paese «sortì i natali!» ai tempi di Carlo di Angiò; ed a queste sue eleganze aggiunge ingiurie guelfe alla memoria di Federico II e di Manfredi. Ma nel Registro normanno dei Baroni io trovo nominato «Sancto Angelo, feudo di quattro militi» in signoria di Filippo di Balvano, insieme a Calabritto e a Caposele. E credo sia questo Sant’Angelo delle Fratte, ben diverso da altro «Sancto Angelo, feudo di due militi» nel Comitato di Avellino, in signoria di Ruggiero di Aquila.
Nella numerazione del 1532 non fu trovato che di soli 12 fuochi; e con poco aumento nelle successive, è detto di fuochi 72 nel 1648; poi, tutto ad un tratto, nella numerazione del 1669 balza a 445! Se queste cifre del Giustiniani non fossero, come io credo, un errore tipografico, noi ci troveremmo in faccia ad un miracolo demografico, che la storia non saprebbe spiegare.
Il Torno, fonte intermittente, che all’inverno scomparisce e torna a comparire l’estate. — Vetranaursa, contrada tra Sant’Angelo e Cagiano. Qui era l’antica città lucana di Urseio, capo dei popoli «Ursentini» come da me fu detto nel volume I, capitolo ultimo.

107. SANTARCANGELO.

Non credo sia questo paese una di quelle dodici città che vennero ripartite tra i dodici Conti normanni ai primi tempi della conquista (v. appresso, capitolo IV e V).
In una carta del 1305 (Syll. ad r. Siclae archiv. vol. II, par. 2ª, pag. 135) si dice che il feudatario signore di Santarcangelo, pretendendo di suo diritto la chiesa e badia di S. Maria di Orsoleo, mandò ad occupare di forza l’una e l’altra; e le sue masnade vi presero il meglio alla chiesa ed al monaco che la serviva. Re Carlo II ordina al giustiziero di Basilicata che faccia restituire al vescovo di Anglona la chiesa e i suoi beni ingiustamente occupati. Però con bolla del 25 novembre 1480 la chiesa ed il beneficio «non curato» in S. Maria da Orsoleo fu incorporato all’Ospedale dell’Annunziata di Napoli (ap. D’Addosio, Pergamene della S. Casa, ecc.)27.

108. SAPONARA.

Gli eruditi indigeni del XVI secolo inventarono un’ara della dea Sapona, che gli eruditi del XVIII interpretarono per un Dio Serapide, ermafrodito. Poi, tra gli uni e gli altri, non so chi più, corruppero testi manoscritti, e inventarono marmi letterati per assegnare al paese, tra altre illustrazioni, anche cotesta origine dall’altare di un’incognita dea28 La invenzione ebbe fortuna letteraria; e la si è ripetuta fino ad anni fa in certi libri a stampa dei nostri tempi. Ma di quei buoni vecchi la intenzione redima il peccato; anche Livio lasciò scritto:

datur haec venia antiquitati, ut miscendo humana divinis, primordia urbium augustiora faciat.

Saponara è il pretto Sabuum aeria del basso latino, nel quale aeria od era significò locus qui nec aratur, nec colitur, onde è venuta l’aia, ovvero aria del campo sulla quale si trebbia la messe; — e sabuum significò, come sabuletum, luogo della sabbia. Come la m di sabuum aria si trasmutasse in n, è manifesto a chi ricordi che il latino cum divenne con, sum sono, spem spene, e via dicendo. E la vaghissima collina, su cui siede il paese, è di fatti composta di un candido detrito arenoso29. Dalla stessa radice saboum, sabbia, deriva il nome alla città di Savona, ed ai molti Sabbio e Sabbioncello dell’alta Italia.
CIMIN-ITO: il suffisso indica chiaro che è «terreno im-piantato» a cyminum, la pianta dell’anaci, ghiottornia dei colombi. — PIANA MOTELLA: motella, diminutivo di mota, terra imbevuta di acqua; ed arginazioni che rattengono le acque (v. Tramutola). — IERSI: dal basso Iatino bersae, che erano un recinto di rami e fratte e siepi per rattenervi la selvaggina alla caccia del signore; onde bersare era il cacciare inter bersas forestae. — FRONTI da fronterium; parte di campi che guardano al fiume. — ISCADALLI: Iscla è «terra irrigua» sull’Alli; ed alli era il rivolo dell’acqua arginato. — SCANDRISANO (Sca-n-drisano) — Isca in (ter) drizagnola; drizagnolum era il canale diretto, pel quale correva l’acqua; onde l’italiano rigagnolo e rigagno. —GUARDIMAURO. Il guard è il noto gualdo o bosco; mauro e da mâhre del vecchio tedesco «cavallo» onde bosco di cavalli; come le tante «Serra delle giumente; difesa dei puledri», ecc. Indizii di signorie longobarde.

109. SARCONI.

Si fece ricorso al gr. σὰρξ, σαρκός, carne; e favoleggiarono di non so che carnaio, in seguito ad una antichissima battaglia tra Annibale ed i Romani, ricordata da Livio, nella pianura della prossima Grumento. Ma anche questa parola non è se non dal basso latino, e si deriva da Sarculum, che significò «un luogo selvoso» (dal radicale germanico sart, selva), ovvero «un luogo aperto nella selva, quasi sariendo purgatus» e corrisponderebbe al francese clairière, o al lucus (a lucendo) dei latini. In una carta presso il Ducange si legge: erat ibi sarculum quoddam, arborum opacitate et silvarum densitate undique conclusum. — MONTE SARCHIO ha la stessa origine: Mons Sarculi, e non già Mons Herculis.
Il mutamento di Sàrculum in Sarcùnum poté avvenire per due vie: — 1° o per la stessa legge fonica, che ha mutato la l di colus nella n di conocchia, e mugil in mùgine, mulgere in mungere, modulus in modano, malinconia in maninconia, ecc.; ed in questo caso avrebbe cambiato posto anche l’accento tonico, per necessità di uniformarsi alla legge generale dell’italiano, che fa gravi dell’accento tonico tutte le parole che finiscono in òne; — 2° ovvero la tramutazione avvenne più regolarmente per mezzo del diminutivo sarcun-ulus, che deriva da sarc-ulus allo stesso modo che l’italico forcina deriva da forcula per mezzo del diminutivo forcin-ula; cèrcine deriva da circulum, per mezzo del diminutivo circin-ulum; calcina da calculus per mezzo di calcin-ulus, ecc. — lo preferisco questa seconda derivazione.
AMELINA: è l’hamellum del basso latino, che fu scritto altresì hamel e hamelet. Corrispondono tutti al francese hameau; e significano un gruppo di case per genti di campagna che non abbia parrocchia. Amelina è forma diminutiva italica, come hamel, hamellum, hamelet anch’essi diminutivi, e tutti derivati di ham. La nostra parola indica che il luogo, oggi spopolato, fu nel m.e. embrione di un villaggio. — ROSSANA, sul fiume Maglia, da roissia, luogo a macerar canape, con la terminazione ano, caratteristica di reiterazione o raddoppiamento. — CORNUTELLO è Cornetiello, diminutivo di Cornato, o luogo di cornioli. — La COTURA, la «chiusura o chiusa»; come il francese clôture.
VARCO LAINO, sul fiume stesso. Dal basso latino labina che i glossarii di Isidoro e Papia spiegano lapsum inferens. Di qua il lavina italico in senso quasi disusato di «smotta o frana», e il francese ravine. Labina è da Labes, che ai classici latini, in significato proprio, fu appunto ruina o sprofondamento di terra (V. Cicerone, De divinat. I). — «Varco (della) laina» indica il luogo ove accadde ruina o smottamento di terra, sicché il passo ne addivenne periglioso.
LA FINAIDE, da fines, i confini. Se la parola potesse essere corruzione o derivazione di Fiwaides, si avrebbe un importante documento di tempi Longobardi, che così dissero i campi pubblici destinati al pascolo (V. Schupfer, Aldi, ecc.).

110. SASSO,

oggi di Castalda. Ne trovo la prima indicazione in una carta greca del 1068. Nel noto Registro di Federico II del 1239 è detto Saxo forte; cioè fortificato.

111. SENISE:

dal basso latino sentia, che fu luogo di spine, sentibus refertus. Da sentia o sensia è sen-i-sia. Nella bolla di Nicolò II del 1058 è donata alla Trinità di Venosa una Cellam S. Petri apostoli in castello Senensi, finibus Calabrie. Io credo, con l’editore (Crudo, 128), che sia questo nostro, che è detto in Calabria; poiché la si protendeva sino al basso Sinni.
SICILEO: contrada boscosa, più probabilmente Sacileo, perché dal greco ὰκυλος, che è ghianda dell’elce: quindi bosco di elci.

112. SARAPOTAMO,

fiumana influente nel Sinno. E il pretto ξηρός ποταμός, fiume secco, che si dissecca!

113. SPINOSO.

Nel Registro normanno de’ baroni del 1154-1161 è indicato un feudo detto Spinosa, ma dubito si riferisca all’odierno paese presso l’Agri, che è di più moderne origini. Nel cedolario del 1277, di cui al capitolo XI, Spinoso non è nominato. In carte del 1362 è detto Casale Spinusii, e con esso è nominato contemporaneamente Casale S. Nicolai de Tempagnata, che è da gran tempo distrutto.
L’AVELLA, torrente qui e a Ferrandina e altrove, dal diminutivo latino alveolus, con facile metatesi di alvellus e lavelus. — LE SCORZE, altro torrente, derivato da scursorium, canale per cui corrono le acque: Le scòrsore — scorze. — POLISANI: dall’agg. pelosum (conforme al francese pélouse) che era campo verdeggiante di erba corta e folta. In origine: Pelosani. — RAPARO V. — IMPROSTA: o da terra perusta, dissodata per via di abbruciamento come è il senso di ARSIENI in quel di Moliterno; o piuttosto dal basso latino brustio e brustium, che significa luogo di fratte acconcie al pascolo; onde il francese brouster, pascolare. — BARDINACCHIE. La voce medievale pardina vuol dire prati; e la parola achta trovo interpretata dal Ducange per terra bandita o messa in difesa; significherebbero adunque: prati messi in difesa — ? — cioè non aperti al pascolo demaniale. — SERRA (ed anche bosco) della TEMPAGNATA, non da tempa (cioè collina) agnatorum (che questa parola non è affatto sinonimo di antichi); invece Tempagnata dal diritto civico antichissimo di poter lavorare, nel bosco, timpagni o fondi di botti. — CARRATELLO: identico significato; di cui vedi alla parola Potenza30.

114. STIGLIANO:

«forma aferetica di Ostigliano, dal gentilizio Hostilius»: se già non fosse una prostetica di Tigliano da Tillius, «delle Isc.» Così il Flechia. — Nel Mantovano è OSTIGLIA; ma è dal b.l. hostilia, che è l’originario nostro ostello per albergo.

115. TEANA.

Credo dal b.l. tegia, che Muratori spiega luogo ove si chiude il fieno o la paglia (Antiq. M. Aevi, I, 721). Da tegia è teja; e tej-ana indichererebbe il luogo ove sono molte tegie o capanne a conservare la profenda invernale agli armenti. — È conforme alle leggi metamorfiche del latino nell’italico la soppressione della g innanzi alle vocali i ed e; onde da digitus è dito, da magis è mai, magister è maestro, pagensis è paese. — La terminazione caratteristica ana esprime idea di reiterazione, o di aumento o raddoppiamento; come al nostro caso, font-ana, fium-ana, mont-ana da fonte, fiume, monte. — lo la trovo nominata la prima volta in carta del 1077 (ap. Santoro, ed Ughelli, VII, 72).

116. TERRANOVA DI POLLINO.

Di origini non lontane, forse non più in là del secolo XVI. Fu detta Terranovella di Noia, sul cui territorio essa surse. Oggi è denominata dal monte POLLINO. Questo monte si volle detto da un immaginario fanum Apollinis, quasi mons Apollineus. Ma anche gli Dei, come le Oreadi, le Najadi e le Lamie si dileguano alla luce dei tempi nuovi! Ai bagliori di questa luce prosaica, io vi veggo non più che un Mons pollinus, cioè dei polledri31, al pascolo dei quali era destinalo il pianoro dell’amplissimo monte; non altrimenti che in quel di Roccanova presso all’Agri è un altipiano detto «la difesa dei polledri».
MONTE DELLA CATONA; probabilmente da un ospizio ai viandanti di monaci greci, da κοιτών, ῶνος, che è casa avente letti e camere a dormire. Presso i greci del m.e. significò anche guardaroba e magazzino, e di qua anche stazione di navi. Quest’ultima è la significazione di LA CATONA in quel di Reggio, e di La Catona presso l’antica Velia ove vollero vedervi la villa di Catone! (v. volume I, capitolo ultimo).

117. TITO.

Non mancano scrittori napoletani che riferiscono il nome e l’origine del paese a Tito Sempronio Gracco, che combattendo contro i Lucani vi fabbricò il castello… e la favoletta. — Il signor Corcia, argomentando da un’antica lapide di Potenza ove sono le parole Mephiti Utianae Sacr… (Corp. Insc. Lat. X. n. 131, 133) crede che da questo appellativo alla idea delle esalazioni mefitiche, derivasse il nome a Tito. E la congettura sarebbe degna di considerazione, se quella lapide si fosse trovata (ciò che non consta) nelle circostanze di Tito; ove sono infatti polle di acque solforose.
Ecco per mio conto due congetture: — 1ª o da θεᾱτός, che significa «vista, e bella vista»: quindi antico equipollente dei tanti paesi nominati Belvedere, Bellavista, ecc.; — 2ª o, per lenta trasformazione, da θειώδης, che significa appunto solforoso, o putente di zolfo: nome che antichi coloni, greci diedero al luogo, e che su bocche italiche si venne trasformando in thei-does e thei-dos (Pel mutamento del d in t, conf. Diano da Tegianum).
SATRIANO, già città sede di vescovo, distrutta nel secolo XIV. Dal gentilizio Satrius. E non è di questa, più non esistente, Satriano che intende parlare Orazio (Satira I-VI, v. 58, non ego circum nec satureiano vectari rura caballo). Ma invece si riferisce a Satirio presso Taranto.
Io trovo la più antica notizia di Tito in un atto di donazione a Monte Casino che è dell’anno 823. L’atto è scritto in Tite; la donazione è di dinasti Longobardi. (Ap. Di Meo, Annali, ad ann. 4).

118. TOLVE.

Nel m.e. Tulbia e Tulbi. Da Terra ulvae, che è pianta palustre di terreni acquitrinosi, del genere delle alghe. Si trova Ulvetum, per luogo ubi crescunt ulvae: precisamente come questa Tolve.

119. TORRE DI MARE.

Surse nel medio evo presso alle ruine di Metaponto, e fu detta propriamente Civitas Sanctae Trinitatis (dalla sua chiesa), come in carte del 1119 (riferita dal Tansi, Histor. Monast. Montis Caveosi). In un diploma di Federico II del 1222 si legge:

totius redditm civitatis Sancte Trinitatis, que odie dicitur Turris Maris (Ibid. pagina 167).

Il paese di Turris Maris si trova indicato come Universitas in un documento angioino del 1280, ed ivi è allogato in Terra di Otranto (I, 211 del Syllab. membr. r. Siclae arch.). Nella numerazione del 1669 è detto inabitato.
Metaponto si trova altresì nominato: — 1° in un diploma del 1099 (se è del tutto genuino), in cui il conte di Montescaglioso dona a quel Monastero famoso medietatem omnium terrarum mihi pertinentium in Metaponto, et medietatem proficui (leggi proximi) portus (Tansi, ibid.). Parmi che qui Metaponto non indichi la città, diruta o in piedi, ma piuttosto il territorio detto Metaponto, culto o boschivo che fosse; — 2º in una carta del 1303 Carlo II scrive al giustiziere di Terra di Otranto che si astenga dal costringere homines Metaponti a pagare il residuo debito della generale sovvenzione (Syllab. membr. r. Siclae arch. vol. II, parte II, pagina 100). E di qua può conchiudersi o che Metaponto, villaggio, sia diverso dal villaggio Torre di Mare; o che il duplice nomo restò promiscuo al povero paese ancora per qualche tempo.
Le colonne doriche presso il Bradano, reliquie di un tempio melapontino, sono dette dal popolo Mèse, Mèsole e Tavole dei Paladini, e in carte medioevali Mense Imperatoris (docum. del 1099, presso il Tansi sudd.). Non occorre andare in Africa o in Levante per scoprirne il significato! Mensa era nel b.l. propriamente «tavola di pietra»; donde mensa per tavola da mangiare, e mènsola, piccola tavola che sostiene ed è sostenuta. La fonetica dialettale italica fogna soventi la n innanzi la s, e da mensis fa mese, da insula isola, da pensio pisone (nel dialetto napoletano) e pigione, ecc. Le Mensae Imperatoris sono state tradotte, letteralmente e storicamente, dal popolo in Tavole dei Paladini, come esso le chiama. I Paladini, eroi potenti e grandi di valore, di forza e di statura, banchettavano su quelle «tavole» o mense, di cui le colonne erano il piè di sostegno. Forse essi stessi le innalzarono! E l’Imperatore delle Mense medievali non è né Augusto, né Ottone, o Niceforo: ma Carlo Magno; Carlo Magno il capo dei Paladini della «Tavola rotonda»: altro riscontro alla denominazione popolare.

120. TRAMUTOLA.

è Terra mòtola; e mòtola vive tuttavia nel dialetto come diminulivo dell’italiano mòta; e vuol dire terra troppo imbevuta di acque, onde spesso, se in declivio essa smotta. Nelle lingue germaniche si ha la radice mott per terra paludosa (Littré ad v.). In questo senso dev’essere il mòtola di Tramutola; e il luogo, per le molte acque sorgenti e fluenti, non si oppone all’originario significato.
Le origini di questo paese non vanno oltre la metà del secolo XII. Nel 1144 un vescovo di Marsico dona alla Trinità della Cava ecclesiam S. Petri cum omnibus tenutis suis, et possessionibus, casis videlicet, vineis, terris (In D. Ventimiglia su Castellab.). E nel 1150 Silvestro conte di Marsico dà a cotesta ecclesie S. Petri Tramutole et hominibus Casalis jam dicte terre abitantibus il dritto di pascolare nei boschi di Marsico (In Ughelli, VII, 499).
CÀULO: fiumara, è il pretto αυλών e αυλός, e che vuol dire alveo e canale. È dunque l’equivalente de’ torrenti Avella a Spinoso, Alvo presso Oppido, e altrove.

121. TRECCHINA:

è dal latino Trichinus, che aggiunto a nome di luogo significa luogo densamente intricato di pruni, sterpi e fratte.

122. TRICARICO.

Dubito se da tricalium del basso latino, che significò un trivio, o se da trigarium, che significava il luogo da maneggio dei cavalli. Alla prima opinione conforterebbe l’analogia di moltissime parole topografiche d’identiche origini e indubitabili, come Trevi di Frosinone e di Spoleto, Trevano nel Comasco, Trebiano nel Genovesato, ecc. — in una carta napolitana del 997 si legge:

per ipsa via comune usque ad illum tragaricum per qua decurrit aqua ad ipse piscine; et licentiam abeatis ividem cum curru introire usque ad memoratum tragaricum32.

Il senso preciso mi sfugge: ma ben potrebbe significare trivio anche qui.
RAVATA. Leggo nello Zavarroni, che fu vescovo della città:

«I Saraceni lasciarono a Tricarico il nome di Rabbata, oggi Ravata, al borgo della parte occidentale: alla cui somiglianza il borgo di Girgenti si chiama il Rabatello»33.

La giusta derivazione di Rabada, che è di origine araba, vedi qui sotto, in Tursi.

123. TRIVIGNO.

La vigna dové essere molto rara nei nostri paesi al m.e.; e dalla rarità la singolarità sua, onde venne origine a molli nomi topografici. Trivigno è parola senza dubbio composta: ma il tri io credo contrazione di trilla, o trela, o trila, che significò cancelli e ingraticciati, onde è il francese treille. Il Trilata vinea del basso latino era vigna sostenuta da pergole. — Da trilata vinea si ebbe trilvinea; ed esprimerebbe su per giù quel che oggi, per la regione medesima, s’intende per pergolato, ovvero per «arbusteto» che sono ordini di viti, le quali o stendono i tralci su pertiche orizzontali, o si maritano ad arbusti di pioppo capitozzati. Un feudum de Trivinea è nominato nel Registro dei Baroni del secolo XII. — Surto sul territorio di Anzi, era disabitato, per manco di popolo, nei primi anni del secolo XV; ma nella numerazione degli ultimi anni dopo, nel 1545, era censito già per 25 fuochi o famiglie.

124. TURSI.

Da τύρσις, la torre, o piuttosto da Torcia o Torsia in significato di argini a rattenere le piene invernali, come spiega il Ducange? Di certo, non da Turcae, i Turchi, che non comparvero nell’Europa se non parecchi secoli dopo il secolo X, in cui si trova nominato Tursi come sede di vescovo greco. — L’antica pronunzia popolare, stando alle antiche carte, fu Turci o Turcico; rispondente per vero piuttosto al Torcia suindicato. La quale parola, per una coincidenza veramente singolare, risponde di affinità al senso della stessa Anglona, sì prossima a Tursi; e di cui or ora.
La RABATANA, quartiere dell’abitato, interpretarono per Arabum tana, a ricordo tradizionale dei Saraceni che quivi dimorarono. Infatti la parola è di origine araba: ma l’ètimo vero è dalla parola Rabhâdi, che vuol dire né più né meno che «borgo»34; come è infatti un borgo la Rabatana di Tursi, e l’altra a Tricarico (v.).
La MOTTA: è il castello. Nel linguaggio feudale era il principale luogo di una signoria, ovvero lo spazzo del fortilizio o castello. Dal b.l. motta, che fu un’eminenza fatta dalla natura o dalla mano dell’uomo.
Santa Maria di ANGLONA, città, medioevale, distrutta fin dal secolo XV (v. al cap. IX). Anglona (gl = gh e gn; glutto, ghiottone; glutire, gnòttere nel dialetto, ungula = ugna) risponde ai tanti nomi topografici di «Agnone» (uno in provincia di Campobasso; altro, è un’antica contrada della città di Napoli; un Agnone S. Angelo è tra il fiume Bradano e l’Incoronata; un altro Agnone è nel Cilento, ecc.); anzi, il popolo della regione dice «fiera di Agnone», quella che è appunto fiera tenuta presso la chiesa di «Santa Maria di Anglona». A conferma della trasformazione fonetica aggiungo che nelle cronache del Jamsilla il lago di Agnano, presso Pozzuoli, è detto lacus qui vocatur Anglanum. Altrove la trasformazione non è avvenuta: in una carta di Montecassino del 747 è un locus qui dicitur Anglona, che ancora oggi è detto «lago di Anglona» (Troyli, Cod. dipl. IV, 277). Agnone, che è forma accrescitiva, suppone il positivo agno; e questo è identico a lagno e lagni, che in Terra di lavoro, sono corsi di acqua, artefatti o mantenuti dall’arte, per scolo di stagni e paludi. Ricordo che un antico glossario anglare (lagnare?) spiega haurire (ap. Ducange ad v.).

125.VAGLIO.

È il vallum, o vallium del b. latino, e significò lo stesso che vallatum, cioè un luogo cinto da vallo, ossia fortificato da palafitte. Da vallium è Vaglio, come da malleus, tollere, exvellere si fece maglio, togliere, svegliare.

126. VENOSA.

Vedi nel volume I, ove le origini vetustissime della città credemmo poter riattaccarle agli antichi Bennassii, popoli della Tracia.

127. VIETRI, di Potenza.

Delle denominazioni di Vietri, Vetere, Vetro, Vetrano, Vetrale, Vecchio, ovvero Antico, aggiunte o riferite a nomi di luoghi, abbiamo parlato al capitolo ultimo della Parte o volume I, avvisando che desse sono indicazioni-indice. Ivi vennero dette le ragioni che ci fecero allogare a Vietri e nelle circostanze di Vietri i popoli Ursentini della Lucania, e nei pressi di Caggiano la città di Urseio, ovvero Ursentum. — I «campi veteres», che è il nome dato dagli storici latini al luogo della battaglia in Lucania ove fu ucciso Sempronio Gracco, non si può trovarli a Vietri; e le ragioni le esponemmo nella Parte I (ibid.).

128. VIGGIANELLO.

Conformemente a quanto ora diremo di Viggiano, questa forma diminutiva ci riconduce ad un Vibianulum anche esso possessivo gentilizio. — In una carta greca del 1132 (Syllab. graec. membr. p. 159) si trova βιγγιανητου.
Contrade campestri: RÀVITA (altrove Ravattone, accrescitivo) dal medioevale rava, onde il francese ravine, che è «borro scavato dalla acque». — CALOI, terre «boscose» da κᾶλον. — SPEDAREA, quasi «Campo grande» da σπιδής, ampio, e άρουρα, campo da semina. — CANALEIA, da ἀναλέγω, raccogliere, nel senso di canale «collettore»: e infatti raccoglie le acque che vi si scaricano dai torrenti LAVONA (accrescitivo di Lava) e TOFELE, che parmi sia derivato da ὠφελέω, in significato di «canale che serve di scarico». — MONTE SARIA, dal greco σὰροω, mondare, in significato di monte raso, o brullo di ogni qualsiasi pianta. — LA CUPIA, uno dei gioghi del monte Pollino, forse dal gr. κοπάς, κοπάδος e sarebbe equivalente di LA TAGLIATA. — lndizii di incolato di greci-bizantini.

129. VIGGIANO.

«Vibianum, dal gentilizio Vibius delle Iscr. Un fundus Vibianus ha la tavola de’ Bebbiani; cinque in quella di Velleja; un fundus Vivianus nell’iscrizione di Volcei» (o Buccino).

Così il Flechia — Fra le iscrizioni antiche di Potenza è una ad un Vibio Fiacco (C.I.L. X, 160). Un Vibidius è in altra di Grumento. Il b passa in g, come da fobea si è fatto Foggia, e da fobeanum Foggiano, in quel di Melfi (dalle grandi fosse da racchiudervi i grani). — Nel noto Regestum di Federico II del 1239 si trova nominato il feudatario Berengerius de Bizano che è questo nostro Viggiano. Ma non è scrittura della regione, né risponde alla fonia del popolo odierna; pure il Bizano deriverebbe da un Vettius ed anche da un Vedius delle Iscrizioni.
GAUDOPIANO: Galdo, cioè bosco, in piano.— AOTÒTARO e Laotòtaro. È la pronuncia italica popolesca del greco ἅγιος τοτάρος (ajo-totaro), San Dòdaro; chiesuola, od eremo di basiliani sul monte —?— ALLI (e non Galli), rivolo di acqua arginato.

130. VIGNOLA.

Oggi è detta, uffizialmente «Pignola» perché un bel giorno piacque al suo municipio di ricordarsi che l’antica arma della «Università» aveva un pino, e i versi

Pinea sum fortis, corrupto nomine dicor

Vinea…

Ma dove e quando il paese fosse stato detto, dall’albero del pino, Pignola, non si sa. È uno dei tanti falsi ritorni, per smania di novità, all’antico che non ebbe mai vita. Vignola è Vineola: accenno anche questo alla rarità della vigna nel medio evo.
ARIOSO, monte. È l’ἄγριος greco, ed agrius latino, in significato di «selvaggio, aspro e forte» con la facile soppressione del g, come in nigrum ed integrum, ecc., diventati nero e intero. Fu paese abitato, col nome di Gloriosa, nell’elenco del 1227 di cui al seg. cap. XI. — Dalla stessa origine sono i molti AGROMONTE della regione.

131. VULTURE

vulcano vetustissimo estinto: nessuna memoria di esso, quale monte ignivomo, nell’antichità. Esiste una letteratura amplissima sulla geologia del monte; ma il lavoro più compiuto, e per indagini e induzioni autonomo, è il recente «Studio geologico» di Giuseppe De Lorenzo (Napoli 1900), che è un valoroso giovine scienziato, nativo della provincia.
Nelle età fuori il computo dei nostri secoli un gran lago, o due laghi ondeggiavano là dove poi surse Venosa e dove Atella: in mezzo a quello spazio di laghi pleistocenici35 emerse sollevandosi questo che divenne il Vulture ardente, e che arse per numero di altri secoli ignoto. Ma si estinse nell’epoca quaternaria; ed agli ultimi incendii assistettero, come oggi è noto, rappresentanti della specie umana, e come abbiamo ricordato nel volume I.
Donde il nome di Vulture al monte fu subietto di una speciale e, a più titoli, stranissima elucubrazione di Ciro Minervino, nel 1768. Oggi non potremmo noi emettere, oso dire! — più ree cose di quelle sue.
Se giova rifarsi alle omonimie, non potremmo riattaccare il nome del monte a quello del fiume Volturnus; il quale trova una spiegazione punto inadeguata nel latino volvere (volutum) e volutare, che indicano l’azione del volgere, voltare in giro, rovesciare e rotolare, che è del tutto conforme all’essere di un fiume, che è pure qualificato «con corso tortuoso» (Carraro, Dizion. geogr.). E dal fiume Volturnus origina il nome dell’antica e prossima città Vulturnum (Capua), e il mare Vulturnum, ove esso sbocca.
Né gioverebbe riferirsi ai nomi dei moderni paesi di Volturara (Appula e Irpina). Questi, come i nomi di Falconara, Cervinara, Buffolara, Anguillara, Colobraro, ecc., indicano luogo proprio dei falconi, cervi, buffali, colubri (V. avanti n. 2 e n. 37).
Ma troviamo il nome di Volturino dato a un monte in quel di Foggia, e ad un altro (di cui sopra al n. 59) tra Marsico e Calvello. Quest’ultimo nome abbiamo derivato dall’adiettivo latino Vulturinus, che vuol dire «di avoltoio», e risponde a nomi di monti ad esso prossimi, come monte Corvo, monte Aquila. Si può, dunque, ritenere che non sia, improbabilmente, dissimile l’originaria denominazione dell’antico e oraziano Vulture in appulo.
Ma poiché la specie umana visse per quei luoghi anche ai tempi che il monte fiammeggiava ancora, è opportuno di ricordare che nel sanscrito si ha la parola gualita per flammans e fragrans. Si avrebbe, egli, in questa parola il radicale guolt di volt-ur? Forse. _____________________

Alla rassegna per ordine alfabetico la storia dimanda che si sostituisca o si aggiunga la nota cronologica.
Quando sia ammesso il significato originario dei nomi topografici sin qui dichiarato, se ne può egli trarre partito per indagare a quali periodi di tempo si possono riferire le origini loro? Il problema, di sua natura, non comporla soluzione precisa; ma, fra discreti limiti, una soluzione approssimativa è possibile.
Per quanto fu detto nella prima parte di questo lavoro, dobbiamo allogare fra le più antiche, e al limitare stesso della storia lucana, le origini delle città di Venosa, di Mateola, di Bantia. Sarebbero antichissime altresì, e delle prime fondazioni osco-lucane, Atella e Abella. Antichissime, dell’una o dell’altra fonte, anche Acheruntia ed Antia. Meno antica, ma però del secolo III avanti Cristo, sarebbe Potentia, che riferimmo alle popolazioni del Piceno, strappate dalle terre adriatiche e trapiantate alle rive del Tirreno, presso il Sele.
I nomi locali che, numerosissimi in Italia, finiscono nel suffisso ano, e formano un’abbondante categoria di aggettivi col significato di «appartenente a qualcuno», sono ormai, dai dotti e dai filologi, riconosciuti come indicanti proprietà fondiarie già appartenenti ad antiche famiglie italiche, proprietà che sursero a paesi dalle prime case o capanne dei coltivatori del fondo. Molto probabilmente le dichiarazioni censuarie fatte al catasto romano furono la ragione e l’origine di queste speciali denominazioni. Esse per noi sono denominazioni-indice.
Di esse, come fu già accennato, si occupò di proposito il chiaro professore Flechia; il quale scriveva:

«Di così fatte denominazioni di proprietà ci si presentano esempii fin dai tempi di Varrone e di Cicerone; e si dee credere che fossero già in uso prima di questi scrittori; sicché taluni di questi nomi, nati la più parte negli ultimi tempi della repubblica e principalmente poi sotto l’impero, possono non improbabilmente risalire a un paio di secoli e più prima dell’èra volgare. Già s’intende (egli soggiunge) che questi nomi non aventi da principio alcun valore geografico, erano in uso soltanto presso la gente paesana, ed erano quindi nomi essenzialmente encorii»36.
Non è piccolo il novero dei nostri paesi, che entrano in cotesta categoria: — Satriano, Romagnano, Balvano, Aliano, Avigliano, Stigliano, Albano, Viggiano…, e di questi, senza difficoltà, faremo risalire l’origine al nome, che dal proprietario aveva il «predio» fino dai tempi dell’impero. Una tale forma di aggettivo, che indicava appartenenza alla famiglia Avillia, Ostilia, Albia, Balbia, Vibia, ecc., non poteva nascere dopo che il diluvio barbarico ebbe travolto nel nulla l’antica società, e dagli antichi possessi sursero i nuovi, con nuovi nomi. Erano i nomi delle ville rustiche, cresciute in paghi, probabilmente anche prima dei barbari. Ed è ben notevole per me l’osservare, che quelle forme di nomi topografici sono abbondanti, specie nelle circostanze di luoghi ove surse un’antica città.
Antiche e anteriori al medio evo crediamo, senza poterne però determinare il periodo cronologico, le dominazioni di paesi quali Moliterno, Picerno, Miglionico, Latronico, Tito. Il tema o il suffisso di queste parole, se s’incontrano nel vocabolario delle lingue neolatine, non si attagliano punto a significato conveniente all’onomastica topografica. Parmi quindi si abbiano a riferire a periodi di tempo anteriori ai nuovi idiomi.
Tutti gli altri paesi, all’infuori di queste ora indicate categorie, appartengono senza dubbio all’epoca dei nuovi ordini sociali che emersero nei tempi di mezzo. Tra i più antichi (che vorremmo indicare indigrosso dal secolo VI al X), quelli che derivano da parole del basso latino, le quali non sono rimaste, neppure per loro radicale, nell’uso dell’italico che viene parlato dalle popolazioni della regione. In questa categoria annovereremo Abriola, Accetura, Armento, Brienza, Marsico, Sarconi, Ruoti, Craco, Garaguso, Gallicchio, Missanello, Trecchina, Vietri, Lavello, Tricarico, (Guardia)-Perticara, Saponara, Gorgoglione, Teana, Senise.
Alquanto meno antichi (che indicheremo dal secolo VIII al X) quelli che hanno il nome specifico da un qualificativo, non rimasto nell’uso dialettale, alla parola monte o pietra, e quelli che, per indizii antecedentemente cennati, si può arguire ebbero origine da genti o coloni bizantini o da monaci Basiliani. Tali sono Montepeloso, Monte Milone, Monte Murro, Monte Scaglioso, Chiaroinonte, Pietragalla, Ripacandida. Ci è molto del vago e dell’arbitrario in queste determinazioni cronologiche, — chi può negarlo?; meno però per quelle che seguono, se si ammette che la grande e maggiore venuta di monaci greci e di gente greca fu, probabilmente, per la persecuzione degli iconoclasti, che coincide con la metà del secolo VIII. A questa categoria, e per un periodo di tempo che vuol dire di un qualche secolo almeno, riferiremo, alcune con maggiore altre con minore certezza, Lauria, Maratea, Episcopia, Calvera, Carbone, Cersosimo, San Chirico Raparo, Policoro, forse Rivello, Tursi.
Dal secolo XI al XIII quei paesi ove prevale la parola già diventata italiana, e tali Lagonegro, Rotonda, Vignola, Trivigno, Castelgrande, Castelmezzano, Castelluccio, Vaglio, Rionero, Palazzo, Pietrapertosa, Pietrafesa, Sasso, Guardia, S. Martino, S. Mauro, S. Angelo Ie Fratte, S. Arcangelo, Roccanova, Castronuovo, S. Felice. — Anche più tardi, S. Chirico Nuovo, Spinoso…
Tramutola è del secolo XII; Ferrandina e Francavilla del secolo XV; e così Rotondella. Pel secolo XVI, e della prima metà è San Severino; della seconda è S. Giorgio. Del secolo XVII Fardella e Bosco o Nèmoli, e forse Terranova.
Sono del secolo XVI i paesi albanesi, S. Costantino, Casalnuovo o S. Paolo, e Ginestra, villaggio di Ripacandida.

NOTE

1. Nuove letture sopra la scienza del linguaggio, I, VII.

2. Avverto che fonte alla significazione che in questo capitolo viene data alle parole del basso latino, è il Glossar. mediae et infimae latinitatis del DUCANGE, quando non si accenni ad altra fonte.

3. LITTRÉ, Dictionnaire de la langue française. Paris, 1863, ad v.

4. Esempii ovii: Lutra, Vicetia, satureia, Aufitum, ecc., addiventati lontra, Vicenza, santoreggia, Ofanto.

5. Nella bolla di Giovanni XXII del 1025 si nominano: Montemelionis, Labellotatum (v. app. cap. IX), Cisterna, Vitalba. Nella bolla di Urbano II del 1089 Mons milionis, Labellum, Rapulva, Melfis, Vitalbis (apud Ughelli, VII, 609). La bolla di Aless. III del 1172 è in Garrubba, Serie antica dei sacri Pastori baresi. Bari, 1844, p. 189, e in G. Fortunato, di cui appresso.

6. In FORTUNATO, Santa Maria di Vitalba. Trani, 1898, p. 82, 120… 10

7. In FORTUNATO, Ibid. pag. 13 e 132.

8. Lo stesso on. FORTUNATO scrisse (in Napoli nobiliss., agosto 1898, S.M. di Vitalba):

«È probabile che nei pressi di Atella fosse stato un pagus od un vicus della plebs extramoeniana od urbana del municipio venosino; e che la valle di Vitalba, al pari del Vulture (come afferma il Mommsen), avesse fatto parte intergrale del dell’agro di Venosa, limitrofo, secondo il liber coloniarum, al territorio di Conza».

9. In DEFENBACK, Glossar. latino-germanicum mediae et infimae latinitatis. Francf. 1857. — La Brie, in Francia, famosa pei suoi formaggi. — In Italia, la Brianza.

10. Nel Syllabus graecaram membranarum. Napoli, 1865, n. XL. — I dotti editori traducono la parola per Calabria; ma è sbaglio evidente a chi consideri i luoghi di confinazione nella carta indicati. — Aggiungo, a maggiore prova, che in una carta del 1362 questa Calvera è detta terra quae dicitur La Calabra.

11. FORCELLINI, Lexicon Tot. Lat. ad verb. Cancelli e Cancellatio.

12. Il Troyli (Ist. I, parte II, 432) pubblica la iscrizione della fondazione con la data del 1454: il Giustiniani (Dizion. ad v.) più correttamente in lettere romane, MCCCCLIV. Lo scrittore dell’opuscolo di cui nella nota seguente, la riferisce, come da lui riprodotta dal Troyli, con la data 1480. Uno scrittore locale più recente la mette fuori di nuovo, ma con la data del 1494, che vorrebbe essere o non è la più prossima al vero. Le varianti mostrano non esistere più il monumento originale.

13. È pubblicata nell’opuscolo: Cenno storico della città di Ferrandina del canonico NICOLA CAPUTI. Napoli, 1859, pag 9.

14. In un atto notarile napoletano del 997 si legge: «Prima petias de memoratas terras nominatur at (ad) patrum… Vol. III, pag 176 dei Regii neapolit. archivi monumenta. Neapoli, 1849.

15. In DUCANGE e DEFENDACK, Gloss. sopracitati, ad vv. Mulcra, Mulctra, Mulctrum.

16. Vive in quel di Moliterno Isca la morena, cioè «terra irrigua della, o presso Ia diga».

17. Vedi in MARTUSCELLI, Numistrone e Muro Lucano. Napoli, 1896, pag. 38.

18. Era detto Vallo dei Cornuti. E l’ambiguo nome, che in carte medievali è Castrum Cornutum (ANTONINI, p. 321) non derivò da non so che soldati «cornicularii» romani, rilegati lì dalla pietosa erudizione dell’Antonini, ma da una parola del b.l. che fu, a mio credere, charnus. Cernellus e Charnellus del b.l. erano i merli della torre: e Carnelé del francese, che è dalla stessa fonte, significa «orlato di smerli». Ora, Cernellus o Charnellus, diminutivi, suppongono un positivo, e questo non può essere che Cernus o Charnus. E da Charnus sarebbe venuta la qualifica di Charnutum al castello munito di forticazioni merlate. — È lo stesso significato al Ponte Cornuto, o fortificato, sul fiume presso Rotonda; al villaggio detto Massa cornuta presso Ajeta, e simili. La parola in origine fu carnuti, che passò per assimilazione in cornuti, poiché l’italico carnuto da «carne» non si attagliava al concetto di castello.

19. Syllabus membr. ad regiae Siclae Archiv. pertinent. Xapoli, 1824, vol. I, p. 7 e 197.

20. La data cronologica, nell’Antonini del 1698, è invece accertata da un documento sincrono pubblicato dal dott. La Cava nell’Eco, giornale della Lucania del 23 giugno 1888.

21. Syllab. graec. membran. pag. 145.

22. POLICORO oggi è «frazione» amministrativa del Comune di Montealbano Jonico (R. decreto 25 settembre 1870), e numera una popolazione che in gran parte si raccoglie temporanea per le svariate coltivazioni del grandissimo podere. Il quale è una unica tenuta di 5068 ettari di opime terre, a confine col mar Jonio, col fiume Agri e col fiume Sinni, sono coperte di colti, di pascali e di boscaglie, ove già rifulsero le città di Eraclea e di Siri, oggi di ogni qualsiasi reliquia scomparse. La grande tenuta di pascoli e di boscaglia che appartenne alla famiglia dei Sanseverino-Bisignano, passò nel secolo XVII in proprio de’ Gesuiti: e quando questi furono in prima volta espulsi dal reame nel 1707, venne in demanio dello Stato, e da questo, nel 1792, pel presso di 402mila ducati, passò al principe di Gerace.

23. DUCANGE, Gloss. ad v. Foeya e Focagium; — e LITTRÉ, Dic. ad v. fouée.

24. Da uno dei notevoli libri dell’on. GIUSTINO FORTUNATO (per tanti e singolari titoli benemerito) che illustrano la regione del Vulture; tra i quali questo: «Rionero medievale», con 26 docum. ined. Trani, 1899, pag. 67-70 e pass.

25. BOZZA ANGELO, Il Vulture e… Barile. Rionero, 1889, pag. 91.

26. Il paese ebbe un castello di notevole importanza. Nella Rocca quae dicitur Sancta Felix, Federico II tenne in prigione il figliuolo Arrigo. Il prigioniero, un certo tempo, era mal provvisto di vesti decenti; ed in una lettera del 1º aprile 1240 l’Imperatore scrive:

Intelleximus quod Henricus filius noster, qui apud Sanctum Felicem commoratur (!) prout ei expedit, vestitus non est.

ed egli ordina si scriva a Tommaso di Asmondo, Justitiarius Basilicatae, che lo provvegga di vesti decenti. — Ap. Huillard Brehollés, vol. 5, part. 3, pag. 888.

27. Il convento di ORSOLEO che fu già dei Minori osservanti, meriterebbe uno studio che ancora non è stato fatto. L’antica chiesa rimonterebbe, secondo la tradizione, all’eresia di Fraticelli, dei quali un ramo si propagò fino al prossimo paese di Carbone; e la chiesa di Orsoleo sorse ad espiazione della vinta e spenta eresia. (Uno dei loro capi, fra Angelo Clareno, morì [1337?] nell’eremo di S. Maria dell’Aspro, in territorio di Marsico Nuovo. BOLLAND. Die 25 giugno). L’ampio edifizio del convento si dice fondato dal Conte di Aliano, Egidio della Marra, morto nel 1517. Molte pitture si veggono ancora su per le mura dell’edifizio; ed unu iscrizione (in Gius. PANNETTI, Stigliano, notiz. stor. Napoli, 1899) dice: In nomine domini Jesu Christi Amen. Magister Joannes Todiscus de Briola (Abriola) fecit omnes istas picturas. A.D. 1545. — Fra queste pitture va ricordata una Danza macabra (?). — Un S. Giorgio a cavallo che calpesta e ferisce il drago, è ritenuto dalla tradizione come il ritratto del Conte Egidio che uccise il «drago» infestante le campagne del prossimo Gannano.

E la «malaria» infatti infestò e rese deserto, fin dal secolo XV, il paese abitato di Gannano: ma il «drago» della malaria non fu vinto né allora, né poi pei campi di Gannano. Come prova storica della leggenda si addita ancora oggi, sospeso alla catena presso un altare della chiesa, il teschio della vinta bestia cornuta: ma il paleontologo non ancora ci ha detto a quale delle specie estinte, o fantastiche! il drago di Gannano appartenga.

28. Conf. se ti piace, il nostro libro: Fonti della storia basilicatese al medioevo: l’Agiografia di S. Laverio dei MCLXII. Roma, 1882.

29. A conferma di questa derivazione, ricordo che era in Francia, presso Toul in Lorena, un paese detto Savonnières, che oggi è distrutto. Ivi nell’anno 859, fu tenuto un Concilio: e questo è conosciuto nella storia col nome di Concilium apud Saponarias o Tullense: — Aggiungo questo da carta del 769: Constat me Slavite… habitante in Sablonaria, civis brixianus, etc. (In Porro, Cod. dipl. lombard. 38, 72).

30. In un diploma di Boemondo al Monistero di Bansi è donata anche: Ecclesiam S. Marie di Carratello justa Sarracenum [Castrum Saracenum] sitam cum Casali suo, et ecclesiam et villanis intus et de foris a Sarracenis [e vuol dire dai naturali di Castel Saraceno] costructis. È documento del 1090, che il Di Meo (Ad ann. 10) giustamente dichiara e dimostra falso: ma se è falsificato l’atto, ben può ritenersi certo il contenuto dell’atto.

31. Nella legge longobarda 137ª di re Liutprando è scritto: Item perlatum est nobis, quod quidam homo prestedissit jumentum suum ad vieturam, et pollenus indomitus secutus fuisset ipsam matrem suam, etc.

32. Reg. Neapolit. Archivi Monumm. Neap., 1849, vol. II, pag. 181.

33. Nota sopra la Bolla di Godano arcivesc. etc. Napoli, 1746, pag. LXVI.

34. Conf. AMARI, Storia dei Musulm. di Sicilia, vol. I, p. 161.

35. GIUS. DE LORENZO, Reliquie di grandi laghi pleistocenici nell’Italia meridionale. Napoli, 1896.

36. Nomi locali del Napoletano derivati da gentilizii italici di GIOVANNI FLECHIA. Torino, 1874. — Estratto dagli Atti dell’Acc. scienze di Torino, vol. X.

PARTE II - La Basilicata

CAPITOLO IV

GENTI E RAZZE VARIE CHE COSTITUIRONO LA POPOLAZIONE DELLA REGIONE

Del lungo novero dei paesi che abbiamo passati a rassegna nel capitolo precedente, alcuni appartengono, per la origine loro indubitata, al periodo anteriore al medio evo; altri, e sono i più, ai tempi medioevali; in minor numero ai tempi posteriori al mille. E non pertanto le popolazioni che vi stanziarono furono, in maggioranza, di quel ceppo latino ohe aveva fuse e confuse in sé, nel suo sangue come nella sua lingua, quelle reliquie di genti osche, elleniche ed enotrie, che formarono la nazione lucana; e costituirono il fondo di tutta la società, che emerse trasformata dalla conquista dei barbari. I discendenti diretti della razza degli invasori, goti, longobardi, franchi e normanni accrebbero, colorarono, modificarono quel fondo dell’antico popolo latino o lucano; ma non ne costituirono essi la maggioranza; e, nonché arrivassero a cancellare la lingua dell’antico popolo, la subirono anzi e l’accettarono, essi vincitori è sovrani.

Ai Goti, ai Longobardi, ai Franchi, ai Normanni si vennero aggiungendo altri elementi etnici importanti, quali i Greci bizantini innanzi tutto e sopra tutto. E tra essi e con essi, altri infiltramenti, altri rivoli, che, per quanto in minori proporzioni, sarebbe errore il mettere da banda o non tenerne ragione; rivoli o infiltramenti di Ebrei, di Arabi, di Albanesi, di Greci del Peloponneso, di Dalmati, e forse anche di Bulgari.

Dal complesso di tutti questi elementi venne fuori la popolazione lucano-basilicatese, che oggi si agita e vive nei paesi della regione dal mare Jonio al mare Tirreno, dal fiume Bradano al fiume Sele.

Sarebbe superfluo intrattenersi dei Longobardi, dei Franchi o Normanni; ma li ricordo unicamente per accennare ad un fatto linguistico degno di nota.

Moltissime delle denominazioni topografiche che ci è occorso di annoverare nel capitolo precedente, hanno radice e significato preciso nel provenzale o nell’antico francese, e non l’hanno nell’italiano moderno1; nel quale, per lo più, il radicale è scomparso.

Quei nomi adunque, perché fossero imposti a culture e luoghi nostrani, dovevano essere parlati ed intesi sul luogo. Escludo che coloro che li imposero appartennero a genti che parlassero il provenzale o il francese antico; sono nomi di paesi anteriori, nonché ai Provenzali-angioini, ma agli stessi Normanni; e sono, d’altra parte, nomenclature così generali per la regione nostra, si trovano anzi sparse per gran parte di Italia siffattamente, che non si potrebbe non ammettere, come maggiormente attendibile, un’origine più generale.

L’origine, a nostro credere, si vuol trovare in quella lingua a fondo lessicale comune, che parlarono le popolazioni neolatine ben prima del mille, prima cioè che ciascuna di esse avesse fissato il lessico e le forme grammaticali della propria lingua.

Non intendo di riferirmi alla vecchia opinione del Raynouard; ma ritengo per vero, con molti odierni scrittori, che le lingue neolatine, prima di determinarsi nella fisionomia individuale e propria della lingua provenzale, francese, italiana, spagnola, portoghese, elaborarono, ciascuna secondo la virtù propria, un fondo di materia comune: comunità, di cui esiste reliquia scritta nel noto giuramento di Carlo il Calvo e di Ludovico il Germanico dell’842; il quale non è il latino e non è il nuovo idioma francese o provenzale o italiano; ma ha in sé i germi e la fisionomia di tutti e tre. E queste tre lingue si riscontrano men difformi tra loro che oggi non sono, nelle poesie provenzali e francesi dei trovatori e dei troveri. A questi dati di fatto vuolsi aggiungere anche il fatto lessicale topografico di cui discorro; il quale, quando fosse analiticamente riscontrato su grande parte della topografia italica, diventerebbe una prova di evidente efficacia.

Ebrei

Colonie di Ebrei stanziarono fra le popolazioni della regione fin dal primo medio evo. È nota da un decreto dell’imperatore Onorio del 3982 la esistenza degli Ebrei per l’Apulia e per la Calabria che è la terra d’Otranto; né mancano accenni di posteriori documenti che mostrano gli Ebrei per le Calabrie, quali oggi s’intendono3. Stanziavano di preferenza nelle città maggiori per popolo e commerci; poiché genti dedite ai commerci ed alle industrie anziché a mestieri agricoli, non trovavano altro campo adatto all’industria loro se non le grandi città. Non accennerò agli Ebrei di Bari, di Oria, di Otranto, di Taranto, di Trani, di Benevento, di Amalfi e di Napoli; ma, restringendomi al mio tema, dirò che la denominazione topografica, che ancora dura di «Giudeca» ad un posto presso le ruine di Grumento (Saponara)4, e di «Sinagoga» presso Tegiano (Diano)5 indicano l’esistenza loro presso quelle due antiche città, in epoca che non ho modo di determinare; ma che niente vieta di congetturare prossima ai tempi in cui essi vivevano per le città basilicatesi di Melfi, di Venosa, di Lavello e di Matera.

In queste ultime città erano Ebrei in grande numero e di notevole condizione sociale, segnatamente a Venosa. A circa un miglio di distanza da questa città fu scoverto, verso il 1853, un ipogeo o catacombe, in cui erano i funebri depositi, a forma di loculi, d’una popolazione giudaica. Lo dimostrano le iscrizioni graffite o dipinte in rosso sullo strato di calcina spalmata sui mattoni, che chiudono il loculo. Il tratto di catacombe messo alla luce non è grande, e le iscrizioni finora lette e forse salvate dall’ingiuria del tempo, sono quarantasette; alcune scritte interamente in ebraico, altre in greco o in latino misto allo ebraico, ed altre solo in greco o in latino, ma di gente giudaica tutte.

«La serie di queste iscrizioni venosine — dice l’illustre Ascoli che le pubblica per le stampe — si muove dall’unica parola ebraica, anzi dall’unica lettera ebrea degli epitaffi giudaici di Roma, e si raggiunge, come a grado a grado, lo schietto epitaffio ebraico, timido, bensì ancora ma compiuto, tale che ben si collega con l’epitaffio ebraico medievale, qual poi si trova a fior di terra in coteste contrade medesime (appule-basilicatesi). Dal testo tutto greco o tutto latino, si viene al lesto tutto ebraico; passando attraverso ai vari tentativi più o meno cauti o singolari, dall’unica voce ebrea che si vesta di lettere greche; dall’epitaffio greco in lettere ebree; dalla povera formola ebrea che si abbarbichi a nome proprio latino e dalle vive frasi ebree che vibrano isolate, per poi raccostarsi tra di loro, quasi a vedere se valgano a fare intero il periodo»6.

Argomentando dalla forma dei caratteri e dalla natura della lingua delle iscrizioni greche e latine (nelle quali ultime parla già il basso latino della barbarie)7, l’ipogeo di Venosa non sarebbe più antico del terzo secolo, non più recente del sesto dall’èra volgare8. Ma non vuol dire, che si spense allora il giudaismo venosino: anzi d’allora in poi dové assorgere a maggiore dignità; poiché dal secolo IX in giù si trovano iscrizioni sepolcrali giudaiche incise in pietra, e sopra terra. Queste ultime (ben diverse dalle altre dell’ipogeo) contengono, mercé la indicazione dell’èra dalla distruzione del Tempio, la nota loro cronologica certa; e pertanto quelle di Venosa sono degli anni dell’èra volgare 818, 821, 822, 824, 827, 829 e 8469; quelle di Lavello dell’anno 810 ed 838. Altre cinque incise in pietra appartengono ai Giudei di Matera, ma assai malconce, parrebbero, anch’esse del secolo IX10.

Colonie di Ebrei vissero e durarono non breve tempo per la regione. Li troviamo anche a Melfi, nel secolo XII; in cui quel vescovo riscoteva tra le sue rendite anche il censo sui Giudei, che era forse di capitazione, a significato di servitù11. Ai tempi angioini duravano ancora nella stessa città, e si ha documenti in cui i primi re di casa d’Angiò raffrenano lo zelo indiscreto dei pubblici ministri a perseguitare ed angariare quella odiata genìa. Per la Basilicata, in generale, ne trovo un ultimo accenno ai principii del secolo XV, in un documento del 1417, che ordina l’esazione della tassa di un’oncia a fuoco dai Giudei di terra d’Otranto e di Basilicata12. Ma in Matera esistevano ancora alla fine del secolo XV; anzi il comune ottenne da Carlo VIII il privilegio, come dicevano, di mantenerli in città13. Poi non se ne ha più memoria. Cominciano i tempi grossi per questi infelici; e, tra angarie violenti e incivili, vengono gli ordini insani dell’espulsione loro dal Regno nel 1510; ma non eseguiti del tutto o sospesi, nuovi ordini si ripetono e si eseguono verso il 1539, benché non manchino accenni posteriori dell’esistenza loro, clandestina o precaria, tollerata a denaro, o schermita per ambigui mutamenti di religione. Angariati, perseguitati, cacciati, erano non pertanto mantenuti dalla tenace virtù della razza, e forse dall’interesse stesso, sentito e non confessato, dei popoli tra cui vivevano. Parvero spenti, cristianizzati o cacciati via del tutto, al cadere del secolo XVI.

Saraceni

In minori proporzioni, ma non mancarono gli infiltramenti Arabi della Sicilia. Peculiari stanziamenti di Saraceni ci vennero rivelati dalle nomenclature topografiche relative ai paesi di Castelsaraceno, a Tursi, a Tricarico, a Pescopagano, a Bella14. La dimora dei Saraceni in Agropoli è tra i fatti ben noti della storia generale del reame; e da una men nota cronaca, che riferisce l’Antonini15, questi accenna a loro opere di difesa ai castelli di Abriola e di Pietrapertosa nella Basilicata, durante il secolo X; albergo, non stanziamenti. E qui presso Pietrapertosa sono reliquie di un fortilizio medioevale detto di Castel Bellotto, con nome che ricorda simili toponomie di Sicilia riferentisi agli Arabi. In un diploma del 1094 il duca Ruggiero dona all’abate del monastero di Cava il castello di Stregola, presso Cassano al Jonio, con i suoi abitatori tanto Cristiani, quanto Saraceni, dice il diploma16. Quivi intorno è ancora un paese dello «La Saracina». Di altri stanziamenti non ho notizia diretta, ma è lecito arguirli. Sorge veramente il dubbio, se furono stanziamenti di coloni arabo-siculi, anziché reliquie di eserciti predoni. Le relazioni tra i principi longobardi e gli arabi furono frequenti, e non sempre da inimici; soventi quelli ebbero questi come schiere prese a condotta: e quanto ai Normanni signori di Sicilia, la loro avveduta politica verso gli Arabi sottomessi ci consente dire che avrebbero non ostacolato il passaggio di arabe famiglie dall’isola sul continente, se non fosse già noto che re Ruggiero abbattesse le frequenti insurrezioni feudali del continente pugliese con truppe di Saraceni, e di questi lasciava presidii nelle città riconquistate.

Quando i Saraceni si ribellarono a Federico II, questi che in aspre campagne di guerra li vinse e li sottomise, stimò consiglio di alta prudenza il trasportarli sul continente; e infatti li menò via a torme, circa l’anno 1223, poi nel 1246, e li raccolse in Lucera17 che circondò di forti opere di difesa e di mura; e vietò loro di uscirne, se per dimora in altre città. Carlo I d’Angiò poiché gli ebbe sperimentati favorevoli alla causa di Manfredi e di Corradino, smantellò la città ove si erano ribellati e asserragliati; li punì crudamente, ma non li cacciò dalla loro sede; però discinta la città dal suo cerchio delle mura, era agevole agli Arabi andare altrove a dimora.

Fu Carlo II che tenne a concetto di stato il distruggerli, come si abbatte l’albero, dalle radici; e sia pretesto o ragione che turbassero da masnadieri e da ladri la quiete dei campi e dei paesi d’intorno, colse forse l’occasione di qualche tumulto per darvi dentro e macellarli. In una carta del 1300 è detto dal re, che il suo maresciallo Giovanni Pipino con molta strage sedò i tumulti di Lucera, e spopolò la terra; poi con altra del 1301 ordina al Giustiziere di Basilicata, pubblichi per la regione che egli concedeva franchigia di balzelli a coloro della regione stessa e di Calabria che sarebbero iti a dimorare a Lucera, da cui «per ragioni non lievi (com’egli si esprime) erano stati rimossi i Saraceni». Quei che sopravvissero alla strage di Pipino si gittarono alla macchia; altri si sparsero nei paesi d’intorno. Ma da per tutto li perseguitò la cruda ed insana politica dei re. Da un atto del 1300 ci è noto che nominò tre commissarii, cioè Americo de Sus, Guido de Tabia e Gilberto de Saltan a scovare, a ghermire e vendere all’asta pubblica i Saraceni che erano pel regno; e commise ad essi ed al Giustiziere di Basilicata

«di prendere e di far prendere tutti i Saraceni che dimorassero in Melfi, in Venosa e in altri luoghi di Basilicata, sì maschi che femmine, sì notabili che popolani; e li vendano in beneficio del regio tesoro, e con loro gli animali e gli arnesi e le suppellettili loro; tutto vendano a chiunque voglia comprarli, sia per tenerli nel regno, sia per trasportarli fuori»18.

E ci è noto che in virtù di questi ordini i commissarii nel paese di Gaudiano, oggi distrutto, presso Lavello, vendono un saraceno innominato ad un tal Berlingeri di S. Felice19 pel prezzo di due oncie d’oro20. — Addiventano adunque schiavi, essi e le loro famiglie! sia per dritto di guerra, sia in pena di ribellione, sia perché, come pagani che erano, non avevano dritto alla protezione della legge comune del Regno!

Greci Bizantini

Molto più esteso, importante e degno di nota è il grecismo medievale della regione.

Questo nuovo aspetto etnico delle popolazioni basilicatesi medievali è rivelato, a prima giunta, dalla stessa onomastica topografica, che abbiamo raccolta, per saggio, nel capitolo precedente. Il grecismo della lingua geografica mostra il grecismo di origine della popolazione che lo infisse al paese, al fonte, alla montagna, al rivo, alla spiaggia che venne abitando. Non intendo parlare dei paesi o città, degli antichi coloni ellenici di Metaponto, di Eraclea, di Turii, di Velia, di Posidionia, ma dei paesi indubbiamente medievali. Furono Greci dell’imperio bizantino, che venuti a torme di coloni, a gruppi di monaci o di venturieri, durante i molti secoli del dominio degl’imperatori di Costantinopoli nella bassa Italia, si sparsero segnatamente nella regione intorno intorno ad Otranto e intorno a Rossano: e di qua spingendosi innanzi per le pendici dell’Appennino calabro-basilicatese, vennero altresì su per la spiaggia del Tirreno, che bagna la Calabria, la Basilicata e il Salernitano, specie pei luoghi che vanno sotto il nome del Cilento.

I monumenti scritti, e fortunatamente superstiti del grecismo medievale di coteste genti, sono una prova manifesta dell’esistenza loro nelle provincie napoletane al medioevo. Altra prova si potrebbe attingere dal complesso delle parole, di greca origine, che ancora si odono vive e suonanti nei dialetti della regione basilicatese e calabra, e che noi raccoglieremo più innanzi a suo luogo21; ma può bastare (ed è forse più accettevole) quella che emerge dai documenti scritti.

Coloro, che primi avvertirono i tardi sprazzi di linguaggio greco nella bassa Italia continentale, ne riferirono le origini all’ellenismo antico della colonizzazione preromana; e tale fu l’avviso del Mazzocchi e di altri non infimi eruditi; ai quali furono certamente ignoti i numerosi elementi di un grecismo unicamente medievale. Ma chi, dei nostri tempi, volle riferire, anche esclusivamente, ai coloni ellenici preromani i numerosi documenti linguistici greco-italici dei mezzi tempi, avanzò meno scusabile opinione22; e sconobbe l’importanza di un fatto, che ’ questo.

Per le regioni della Calabria, della Basilicata, e di Terra d’Otranto furono, durante il medio evo, popolazioni che parlarono e scrissero greco, in mezzo a popolazioni che parlarono l’italico e il basso latino; e ciò tanto prima, quanto dopo il mille: anzi per taluni punti di Terra d’Otranto e di Calabria il fenomeno dura ancora in parecchie comunità, le quali ancora oggi parlano il greco, che non è l’albanese23. Ora se questi tardi testimoni, e, in certi luoghi, ancora viventi dell’ellenismo, fossero reliquie dirette dell’ellenismo coloniale antico — di Taranto, di Metaponto, di Crotone, di Reggio, di Elea, di Napoli, di Cuma e d’altre antiche città della Magna Grecia, — come spiegare adeguatamente il fenomeno della sopravvivenza linguistica di essi, che parlano il greco, mentre tutta la popolazione italica, che stava a qualche passo d’intorno a loro, e viveva con essi nella stessa terra, negli stessi paesi, nello stesso ambiente di invasioni, di conquiste, di governo, di leggi, di commerci, non è più la popolazione latina, o lucana, o bruzia, o salentina contemporanea dei Magni-Greci; in quanto che questa parla un altro idioma che non è il latino, e si è trasformata in altro popolo che l’antico non è. Quel complesso, più volte secolare, di cause diverse e infinite che ha trasformato la lingua del Lazio nelle lingue neolatine, come e perché non avrebbe trasformato l’idioma ellenico degli antichi abitatori della Magna Grecia? perché le popolazioni di Tarantum, di Rhegium e di Neapolis (che pure erano le sole città rimaste, elleniche ai tempi di Strabone, che lo afferma) si mutano in popoli italici, e parlano l’italico, intorno al mille, e non si sarebbero mutate in italiche, allo stesso tempo le popolazioni restanti dell’aulica, dell’antichissima Magna Grecia? — Basta la contradizione di questo semplice fenomeno glottico, per trovare in esso virtualmente confutata l’opinione, che accennammo del Mazzocchi e di alcuni altri eruditi dei nostri tempi.

Il grecismo della bassa Italia, al medio evo è un fatto del tutto moderno. Esso non ha radici nell’antico ellenismo preromano; come non sono discendenti diretti di quegli antichi Magno-Greci i nuovi popoli che lo parlavano al medio evo sulle spiaggie italiche del Jonio o del Tirreno.

Ricordiamo innanzi tutto alcuni fatti. I Bizantini dominarono nella bassa Italia per il periodo di tempo che corre da Belisario a Roberto Guiscardo, e vuol dire uno spazio di circa 600 anni; che è anche maggiore spazio di quello in che sursero e restarono in fiore le colonie elleniche della Magna Grecia al contatto coi popoli lucani, bruzii e japigii. Quanta larga distesa di tempo alle mutazioni, ai decadimenti, ai rinsanguamenti, alle maree di popoli viventi sotto lo stesso dominio! Federico II pubblica nel Parlamento di Melfi al 1231 il Codice delle sue costituzioni famoso; ed ordina sia pubblicato, altresì, tradotto in greco: era dunque, e non esigua e non trascurabile quantità, una popolazione che parlava greco ne’ suoi dominii italici. Ma tre o quattro secoli prima di Federico un principe di Salerno fa tradurre in greco l’Editto di Rotari pei Longobardi, che dirò Greci del suo principato24; il quale, come s’è visto innanzi, si estendeva nel secolo IX fino al mare Jonio, fino al fiume Crati.

Tra queste due epoche si vengono ad incastrare i fatti, che emergono dal complesso di antiche carte greche, che, esistenti già negli archivii della Trinità di Cava, di Terra d’Otranto ed altri del Regno, vennero dall’archivio di Stato di Napoli raccolte, tradotte e integralmente pubblicate, nel 186525. Queste greche carte sono titoli curialeschi che attestano atti della vita domestica e della vita pubblica di tutto un popolo, adozioni, compravendite, donazioni, testamenti, tavole nuziali, oblazioni, enfiteusi, permute, sentenze giudiziarie, atti e contratti stipulati dal mille in giù fino ai tempi angioini; e riguardano popolazioni di Calabria, di Terra d’Otranto, di Terra di Bari, di Basilicata, e di quella parte del Salernitano che è a sinistra del Sele e fu dell’antica Lucania. Né queste, dal mille in giù, sole; ma sono le sole finora note o pubblicate. In esse notari e testimoni scrivono in greco; altri scrive in greco, altri in latino: talune carte sono originalmente bilingui, greche e latine; e non sono atti unicamente di monasteri greci, ma di chiese altresì; anzi, e non vuol dimenticarsi, si rende giustizia nell’idioma greco anche sotto i Normanni! Non sono dunque atti di coloni sparsi, o di individui in poca minoranza; ma è tutta una società organizzata che impronta nel greco i titoli della famiglia, della giustizia e del possesso. A questi fatti risponde di conferma l’altro della generalità e della costanza del rito greco in quasi tutte le diocesi che dànno sul Jonio ed in altre sul Tirreno; costanza di rito che è durata fino al secolo XVI per parecchie comunità della Basilicata, e che ebbe origini anteriori alle migrazioni albanesi; anteriore alla caduta di Costantinopoli o alla battaglia di Lepanto.

Fu detto che queste nuove colonie di ellenismo moderno vennero da noi entro il periodo di tempo che corre dal secolo VI al X26. Ma anche più tardi ne giunsero, senza dubbio, al di qua del Jonio, volontarii o forzati emigranti dalle terre di là, soldati, avventurieri, pastori, agricoltori, operai e mestieranti. Chi non sa degli operai dell’arte della seta e delle industrie affini, che in gran numero trassero dal Peloponneso in Sicilia i primi dinasti normanni? Li valutarono fino a quindicimila27, tra prigionieri di guerra d’ogni genere e cultori e cultrici della nobile arte; e se la storia li ricorda come trasferiti in Sicilia, non rifiuteremo di crederli allogati anche in Calabria, se ricordiamo quanto fu estesa ed antica la coltura del gelso e l’arte della seta nella Calabria di Catanzaro e di Reggio che furono per più secoli quasi appendici dell’isola, più che di terra ferma. Anche nelle basse pendici dello Appennino basilicatese, dai fianchi del monte Pollino al monte Serino, la coltura del gelso e l’educazione del baco è industria casalinga, e perciò stesso antica; ed è notevole questo che dessa si trova tuttavia esercitata dalle donne della famiglia per quei paesi, che ebbero monasteri di monaci greci, o greci abitatori nel medio evo.

Il più grosso numero di questi immigranti venne, è da credere, per causa delle persecuzioni iconoclaste nel secolo VIII. Furono violente persecuzioni regie, contro i monaci segnatamente; e renitenti costoro alla teologia imperiale, l’imperatore sciolse le comunità, abolì i conventi, e vietò di portarne l’abito. Seguirono resistenze di popoli e provincie; ribellioni, che ambizioni politiche più che religiose acuirono o promossero. L’imperatore iconoclasta vinse infine ogni resistenza. I monaci a torme passarono in Italia; e con essi e per essi turbe di laici, compromessi nella resistenza popolare agli editti imperiali, o volontariamente fuggenti alle leggi vessatrici della coscienza.

Fu dello che non meno di un cinquantamila fosse il numero degli «iconofili», che durante il periodo della guerra alle immagini ne vennero in Italia28; e benché a me non sieno note le ragioni del computo, credo che ben dové essere grandissimo il numero degli uomini di chiesa che lasciò l’Oriente, e cercò rifugio all’Italia romana o longobarda.

Una lettera di Papa Paolo I ordinava al popolo e al clero di Nardò di non venire all’elezione del proprio vescovo, perché dei redditi della chiesa neretina era d’uopo si sostentassero i monaci, che in gran numero venivano in Italia a sfuggire le persecuzioni iconoclaste29. Sursero da allora in poi in gran numero monasteri e «laure» o celle di monaci basiliani sulle terre più prossime al Jonio; e celle e monasteri crebbero siffattamente, che, ai tempi dei re normanni, se si vuol credere al Rodotà30, erano non meno di un migliaio! sulle sole terre napoletane. Numero senza dubbio stragrande e forse esagerato; ma non può negarsi d’altra parte, che le carte medievali nostrane fanno ad ogni passo cenno di badie, di monasteri, e di chiese che oggi più non esistono, e per vero in numero strabocchevole: lo stesso numero, non esiguo, di paesi che prendono il nome da un santo è conferma del fatto della immigrazione copiosissima. L’eremo, la laura, la cella era il nucleo prima del cenobio o monastero; e questo diventava ben presto un casale, quindi un paese, crescendo man mano dei ministeriali ed operai bisognevoli alle custodie del gregge, e alla cultura dei terreni, che la pietà dei signori e dei cittadini donava largamente ai monasteri in fama di santità e di miracoli. Queste origini spiegano le molte denominazioni grecaniche ai territorii intorno ai paesi, secondo che siamo venuti raccattandone qualche saggio nel capitolo precedente.

Né mancano notizie di altre fonti. Gallipoli fu ripopolata ai tempi di Basilio I (867-886) da una colonia venuta da Eraclea del mar Nero31: e si sa dal continuatore del cronista Teofane, che lo stesso Basilio dai ricchissimi possessi che aveva redato nel Peloponneso, fece trasportare tremila coloni nel «tema di Lombardia»32, che era il nome col quale s’indicava quanto allora restava dell’Italia al dominio greco sul Jonio e sul Tirreno.

Nel secolo X s’invigorì l’azione del Governo imperiale sulle terre della bassa Italia: riconquistò molta parte di essa dai Longobardi; nominò un ufficiale superiore a tutti, che accentrasse le forze civili e militari a difesa ed offesa; ripeté invii di truppe; volle estendere anche gl’influssi suoi mercé il rito religioso; si può, dunque, ben arguire, che esso ebbe a favorire e promuovere la venuta in Italia dei coloni greci.

È dell’anno 968 il disposto dell’imperatore Niceforo Foca, che si elevasse a metropoli la sede episcopale di Otranto, e l’ordine reciso che il rito greco venisse introdotto «nell’Apulia e Calabria». Di qua prese le mosse la disposizione organica del Patriarca Costantinopolitano, Polieuto, che volle dipendessero dal Metropolitano di Otranto i vescovi di Acerenza, di Tursi, di Gravina, di Matera e di Tricarico; che vuol dire fu per tal modo introdotto «il rito greco» in tutta quasi la regione, che oggi è detta Basilicata. E vi durò, dove più dove meno, per lungo tempo.

Restringendomi tra i limiti speciali del mio discorso, dirò che le carte greche, raccolte e pubblicate per le stampe nel 1865, mostrano, o fanno arguire, per la regione di Basilicata, gruppi di popolazioni grecaniche ad Oriolo a Noia, a Cerchiosimo, a Colobraro, ad Episcopia, a Càlvera, a S. Chirico, a Carbone, a Favale, a Chiaromonte, a Policoro, abitato sino al secolo XV, a Satriano distrutta nel secolo stesso; ed inoltre a Mormanno, ad Ajeta (oggi in Calabria), ed a Caggiano, a Pertosa, ad Auletta, a Buccino, in provincia di Salerno: senza altrimenti far cenno (che non entra nel mio soggetto) di tutte le popolazioni greche sparse ampiamente per le tre Calabrie. Quanto all’epoca, quelle carte vanno dal 1034 al 1227, ed anche più giù, per Ajeta, per Cerchiara e per altre terre prossime ai confini tra le due regioni di Calabria e Basilicata. In tutti questi paesi erano, senza dubbio, cenobii di Basiliani; ma erano chiese greche altresì di preti, non di monaci; perché è continua la menzione di «presbiteri o di figli di presbiteri» e perché soventi scrivono gli atti, in greco, persone che si qualificano «notarii o tavolarii» della città ove l’atto è rogato. Scrive in greco anche il notaio dei signori di Chiamonte e del signore di Caggiano, che paiono dinasti di razza normanna. E nomi dei testimoni sono frequentissimamente di un grecismo schietto: Basilio, Teodosio, Leone, Demetrio, Teofane. Essi e i dinasti, e i magistrati medesimi non sottoscrivono che per segno di croce, gli è vero; ma non sarebbe assurdo di ammettere che il notaio scrivesse o facesse sottoscrivere un atto ai donanti, ai venditori, ai testimoni, senza leggerlo loro, e senza che costoro, testimoni e magistrati, intendessero il significalo delle parole? E sono atti, ripeto, di donazioni, compravendite, e tavole nuziali, ove venivano annotate fin le minute suppellettili di cucina o di guardaroba, e tante padelle, tante lenzuola, tante camicie, fin tante paia di colombi donati alla sposa tra il suo corredo!

Altri sprazzi di luce ci verranno dall’esame di altre carte. La bolla, per le suscitate controversie famosa, che eleva ad arcivescovo di Acerenza il vescovo Arnoldo, mentre gli conferma la dipendenza di parecchie città della diocesi, accenna anche a monasteri e «pievi o parrocchie» greche e latine, quando dice: cum multis monasteriis; ac plebibus, tam graecis quam latinis»33. Di «monasteri greci e latini» è fatta parola anche per la diocesi di Melfi nella bolla di sua istituzione, che sarebbe del 153734. Per la diocesi di Anglona, fanno testimonianza manifesta le carte greche dei paesi, testé indicati35. E per la diocesi di Tricarico, a tacere di altro, è nel Decreto di Graziano una decisione di Papa Innocenzo III, del 1212, che approva a vescovo di Anglona l’elezione del Cantore della chiesa di Tricarico, quantunque fosse nato da prete greco36. A Montemurro, che è, ab antiquo, nella diocesi stessa, un atto di transazione del 1273 parla di «figli di sacerdoti» e nomina tra i cittadini scelti ad arbitri un Elia Goffredo «greco»37. Ad Armento, della diocesi stessa, le agiografie (per scarsezza di altri documenti degni di nota) del secolo XI attestano l’esistenza di monaci ed eremiti e cenobii greci ivi, ed a Sant’Angelo di Raparo, e a San Giuliano di Saponara. Per le limitrofe diocesi di Cassano e di Rossano, le prove abbondano; così per l’altra di Policastro38. Io mi limito a ricordare che il rito greco restò vivo a Laino fino al secolo XVI; e fino al cadere del secolo stesso in Rivello, nel cui territorio molti nomi di luoghi ci ricordano i Greci: del rito greco si ha chiara menzione a Roccagloriosa, a Cuccaro, a Pisciotta, a Castellabate; mentre, d’altra parte, ci è noto che anche a Polla era la chiesa di San Niccolò dei Greci, a Caggiano la parrocchia di Santa Maria dei Greci, a Tegiano è tutta una contrada che è detta «dei Greci» e la parola non si riferisce altrimenti che ai Bizantini39. In Miglionico una chiesa ancora oggi è detta «San Nicola dei Greci», un’altra «San Nicola de’ Latini»40.

E se alle testimonianze delle carte scritte, aggiungeremo quelle che derivano dall’onomastica topografica, che abbiamo raccolta nel capitolo precedente, come Lauria, Maratea, Papasidero, Sapri, Episcopia, Calvera, S. Chirico, ed altre ed altre, dovremo sempre più persuaderci, che il fatto dell’incolato grecanico gittò pel paese radici profonde quanto estese; appello a cui è nulla, o quasi nulla l’influenza dell’antico ellenismo preromano, che pure visse parecchi secoli per la maggior parte delle stesse contrade.

Abbiamo già accennato alle leggi longobarde fatte tradurre in greco da un principe di Salerno pei popoli dei sui dominii: e del rito greco di essi ò stato fatto cenno or ora. Ma altri indizii del fatto che ci occupa, forniranno le antiche carte a chi sappia interrogarle.

In un «placito» del 1083 sono indicati pel loro nome un gran numero di testimoni del Cilento, che l’Abate della Trinità di Cava presenta al giudice per determinare certi suoi possessi. Tra i testimoni, abitatori di Sant’Arcangelo di Perdifumo, leggo i nomi di Leo di Zurubasile, Leo di Zurumaria, Nicola di Zurojoanne. Tra i testimoni, abitatori di Serramezzana è un Niceforo e un Leone de la presbitera; tra quei di San Magno, un Johanne de la presbitera. Ed ecco, tra quei primi, la caratteristica denominazione greca di Cyrios, dominus, che è diventata Zuro e Zura sulla bocca del popolo del Cilento. In carte del 1113 sono indicati, per San Marco Cilento, il figlio di un Calojuri, che è, senza dubbio, un «Calogero» greco; per Fiumicello, una «Gemma greca», una «Maria greca», ed altri Zurumaria e Zuru Sergiu; e in carte del 1143 un Zuruboni. In carte del 1187, nel territorio ove surse poi il paese di Castellabale, è una chiesa che è detta «Santa Maria la Greca»41. E di altri identici accenni per Polla e Tegiano abbiamo parlato innanzi.

Che più? Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laureana, La Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicili e Morigerati, che i nostri eruditi riferirono (nientemeno!) che ai Siculi ed ai Morgeti dell’età preistorica, anteriore nonché ai Lucani ed agli Elleni, ma agli stessi Enotri42.

Gli è dunque fuori d’ogni dubbio, che l’incolato di Greci bizantini si sparse al medio evo per tutta l’estensione di terra, che nell’antichità andò sotto il nome di Lucania.

Albanesi

Gli ultimi rivoli che vennero a mescolarsi alla corrente etnica della popolazione basilicatese sono gli Albanesi: e non rimontano oltre alla metà del secolo XV. Si raccolsero in maggior numero a Barile e a Maschito; altri in minor numero a Brindisi di Montagna, a San Chirico nuovo, a Ginestra, che è villaggio di Ripacandida nel circondario di Melfi. Altri fondarono San Costantino, che è oggi detto Albanese, e Casalnuovo, che oggi ha mutato nome in San Paolo Albanese, nella diocesi di Anglona e Tursi che è nel circondario di Lagonegro.

Le prime colonie di Albanesi venuti nel regno, nel secolo XV, pare siano state tre compagnie di uomini d’armi raccolti da un Demetrio Reres, che li menò agli stipendi di Alfonso I per combattere i di lui nemici nelle Calabrie. Queste compagnie d’armi si trovano dette «colonie scelte e ben guarnite» e la parola del documento43 farebbe credere fossero sprazzi di famiglie, non soltanto truppe di soldati; ad ogni modo, furono compagnie di ventura, a costume del tempo. Nel 1448 re Alfonso creò il Reres governatore della regione che aveva difeso: e dagli avanzi de’ suoi uomini d’armi ebbero le prime origini (è stato detto)44 i paesi albanesi di Amato, di Andali, di Avella, di Vena ed altri in Calabria. Elementi di torbida natura, non conferirono, nei primi tempi, al tranquillo vivere della società tra cui accasarono45.

Ma la tradizione, e la storia che spesso la rispecchia, riferiscono a Scanderbeg e alla sua lotta gloriosa contro i Turchi il passaggio dei coloni albanesi nel regno. Scanderbeg a capo di sue compagnie di armali viene a stipendii, o, come fu detto, in aiulo di re Ferrante d’Aragona: e questi in compenso dona al gran condottiero i feudi di Trani, di Siponto e di San Giovanni Rotondo in Puglia, ove si accasano quelli che furono detti i primi venuti dall’Albania. Morto che fu il grande Scanderbeg nel 1466, e prostrata l’Albania sotto il giogo dei Turchi, i figli di esso, i loro clienti, nobili o popolani, vengono nel regno e si spargono per le terre che i re di Napoli dànno in feudo ai Castriota. La Irene Castriota va sposa al principe di Bisignano; e nei numerosi possessi di questa grande casa per la Calabria pigliano stanza gli Albanesi: e sorgono San Demetrio, Macchia, Vaccarizzo, San Cosmo, San Giorgio, Spezzano, verso il 1470, e poi tra il 1478 e il 1492 Castroregio, Lungro, Firma, Piataci, Falconara, e non so quale altro.

Scutari fu presa dai Turchi nel 1464: una parte del popolo abbandona la patria, e viene nel regno. Di costoro, che furono tra i più antichi coloni fuggiti sulle terre napoletane, un gruppo si allogò nel paese di Barile: la storia scritta non lo dice, ma lo attesta il nome di «Scutariali» dato anche oggi ad una contrada dell’abitato46. Ma quando Corone della Morea cadde in mano ai Turchi nel 1534, Carlo V fece trasportare nei regno, sul suo naviglio, quanti vollero abbandonare la patria soggiogata agli Ottomani, e la popolazione albanese crebbe di altri contingenti nella nostra regione. Allora cento famiglie vennero assegnate alla terra di Maschito, cinquantadue a Barile, trenta alla città di Melfi; altre a Brindisi di montagna47. Fecero capitolazioni di grazie o di vassallaggio col principe Torella di Melfi; e i greci di Barile, allogatisi su terre del vescovo di Rapolla, gli pagarono un censo annuo di otto ducati (che mezzo secolo più tardi, il vescovo volle elevato a dieci) per avere il diritto di fondarvi un abituro, il quale per assai tempo non fu altrimenti che una grotta scavata nel tufo della collina.

Agli esuli Coronei Carlo V concesse privilegi di nobiltà e franchigia, in perpetuo, da pesi fiscali: di quelle lustre di nobiltà molli se ne adornano ancora oggi: e pel godimento di quelle franchigie fin dal penultimo secolo hanno perorato, pro e contro i Coronei di Barile, di Brindisi e di Maschìto, gli avvocati delle comunità di cui i privilegi degli uni si risolvevano in aggravio degli altri. In Melfi il dissidio tra vecchi e nuovi abitatori eruppe più intenso e più presto: e nel 1597 le trenta famiglie dei Coronei, stanziate a Melfi, abbandonarono la città, e si raccolsero a Barile. Il rione da essoloro abitato in Melfi era detto dei Chiucchera, dal casato di una famiglia precipua dei Zuzzera, della quale è nominato il capitano Chiucchera nelle storie del secolo XVI. Il rione oggi ha lo stesso nome, ma è coperto non da case bensì da vigne e verzieri48.

Un ultimo contingente, venne dalla Morea e alle terre di Barile e Maschito dalla città di Maina — povera erede dell’antica Sparta — e fu nel secolo XVII, verso il 1647.

A Rionero quarantacinque famiglie di albanesi vennero quasi a ripopolarlo, però non molto prima del 1615; forse più antica del secolo XVII è la popolazione albanese che venne a San Chirico Nuovo ed a Ginestra di Ripacandida. San Chirico che si dice «nuovo» è detto di Tolve fin dal secolo XIII che fu abitato. Ginestra era un «casale» popolato in origine da coloni lombardi; poiché la si trova denominata «Massa Lombarda». Stremato che fu e vacuo di gente, il feudatario Caracciolo concesse il territorio ad un Giura condottiero degli Albanesi di Scutari, che vi si stanziarono: e il nome etnico del condottiero vi dura ancora, onorato, in Ripacandida.

Quanto a quelle colonie, che fondarono San Costantino e Casalnuovo (o, come oggi vien detto, San Paolo Albanese) nella diocesi di Anglona49, parmi poterne riferire le origini al secolo XVI: non prima del 1526, ma forse non più tardi del 1534, se, come è fama, vennero da Corone gli stipiti della gente50.

Bulgari

Con gli Albanesi di Scanderbeg trassero nel regno quelle colonie di razza e di lingua slava, che popolarono parecchi paesi della provincia di Campobasso; nella quale vive tuttora l’idioma slavo nei tre paesi di Acquaviva Colle Croce, di San Felice e di Montemitri. Queste colonie oggi, da filologi competenti51, non si ritengono come reliquie di quei Bulgari che Grimoaldo I duca di Benevento accasò quivi intorno a Bajano, ad Isernia, ed altrove, nel secolo VII. Invece come reliquie di questi Slavi del secolo VII gli eruditi napoletani ritennero quelli, ond’è venuto (e dura ancora), il nome di Bulgaria ad una montagna che si aderge tra il mare Tirreno sul golfo di Policastro e il paese di Rocca Gloriosa. Il nome non è dubbio che accenni a stanziamenti di Bulgari o Schiavoni; ma dubito che possa riferirsene l’origine a quei barbari d’Aleczone, che la storia ricorda accasati nel ducato beneventano per opera di Grimoaldo. L’Antonini li crede di quell’epoca remota: resta egli indeciso solamente se riferirli ai Bulgari che seguirono Alboino, o a quei di Grimoaldo. E in questo suo dubbio, non omette di riportarsi altresì ad un documento del 1080, che dice esista nell’archivio episcopale di Policastro, in cui Roberto Guiscardo accennerebbe agli utili servizi che a lui resero i Bulgari in finibus Apuliae et Salerni. Benché la fede letteraria dell’Antonini non sia intatta, e il documento che per tutti è ignoto meriti conferma, è vero però che in documenti medievali indubitati gli accenni a Bulgari per l’Italia meridionale non mancano.

Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura52, dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle sue pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlante di grecismo e di monachismo. Nella vita di San Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohé, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di cotesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro laure sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.

Infine, accennerò a coloni venuti di Schiavonia sulle coste adriatiche di Capitanata, ove popolarono Castelluccio dei Sauri: di là si sparsero altrove, e un gruppo ne giunse a Matera, ove abitarono la contrada che è detta Casalnuovo53. Nel feroce tumulto della popolazione contro il Tramontano, conte di Matere, nel 1514, tra coloro che finirono di trucidarlo i documenti uffiziali del tempo annoverano degli «Schiavoni». Altri ne vennero a Spinazzola, al cadere del secolo XV54; altri a Ruoti55 verso il 1511; altri a Montescaglioso, altri a Pomarico; ed altri verso lo stesso periodo di tempo nel secolo XV, nel piccolo paese di Monte San Giacomo, presso Tegiano56.

NOTE

1. Per esempio: Grachium, Caucium, Noue, Boul, Morro, Pestiz, Mesnil, Hamelin, Meulon, Foue, Pelouse, Arapennis, ecc. ecc. di cui vedi al capitolo rpecedente; passim.

2. Cod. Teod. XII, 1, 158.

3. Conf. G.I. ASCOLI, Iscrizioni inedite o mal note, greche, latine, ebraiche di antichi sepolcri giudaici del napoletano. Torino-Roma, 1880. Vedi al § II, pag. 33; — e BELTRAMI nell’Op. citata più giù.

4. Una corniola con tre linee di scrittura ebraica fu trovata testé nelle ruine di Grumento. L’iscrizione nelle due prime linee dice: «Mosè figlio di Emmanuel» e nella terza linea sono le Iettere ebraiche h s z j se che esprimono, forse, il cognome, se non ci è qualche abbreviatura. Così il ch. professore I. GUIDI, dell’Università di Roma.

5. MACCHIAROLI, Diano e l’omonima sua valle. Napoli, 1808. p. 91. La «Giudaica» della città di Salerno in documenti del 1168, ap. UGHELLI, VII, p. 402.

6. ASCOLI, Ibid. pag. 44.

7. Riporto dall’Ascoli questa, che è la 19ª a pag. 61; e che può riferirsi al secolo VI:

Hic . ciscved . (quiescit) Fausthna . Filia . Faustin . Pat . Annorum Quattuordci . Mhnsurum Quinqne Que Fuet . Unica . Parentorum . Quei . (cui) Dixerunt . Trhnus . (zρενους) Duo . Apostuli . Et . Duo . Rebbites . Et Satis . Grandem . Dolurem . Fecet . Parentibus . Et . L’Agremas . Cibitati .

Qui l’immagine del Candelabro a 7 braccia, in mezzo a quattro parole di scrittura ebraica, che significano: «il giaciglio di Lei; requie all’anima; pace». E poi continua:

Que . Fuet. Pronepus . Faustini . Pat . Nepus . Biti . et Acelli . Qui . Fuerunt . Maiores . Cibitatis

E qui un cuore ferito.

8. L’ASCOLI non contradice, accetta. Ibid. p. 45.

9. Della fiorente comunità giudaica di Venosa sappiamo oggi che va ricordato, del secolo IX, un Silano di Venosa

«un tipo (come è detto) ghiribizzoso di dottore, di poeta e di biricchino, il quale man mano che un predicatore di Palestina spiegava nel sabato alla comunità, in lingua ebraica, il Midrasch, veniva voltandone le frasi nell’idioma del paese: segno che la maggioranza della comunità fosse già allora ignara della lingua nazionale».

V. nell’Arch. Stor. prov. Napolet. anno 1897, la recensione del prof. M. Schipa della Cronica di Achimaaz di Oria (850-1054), pubblicata dal dott. Hauffman.

10. Delle iscrizioni sopra-terra ne pubblicò nove, primo di ogni altro, il TATA (in nota alla sua Lettera sul monte Vulture, Napoli, 1878), con la lezione e la versione (non del tutto esattissima) dell’abate SISTI di Melfi (che è l’autore d’una grammatica intitolata: Lingua santa da apprendersi anche in quattro lezioni. Venezia, 1747). La lezione e Ia traduzione di esso fu ripubblicata in appendice al vol. IV degli Annali crit. diplom. del DI MEO. Quelle di Matera furono stampate dal canonico VOLPE (Esposizione di talune iscrizioni esistenti in Matera, ecc. Napoli, 1844); ma inesattamente lette o trascritte. Ultimamente vennero ripubblicate, illustrate e tradotte (però delle materane tre sole) dall’insigne scienziato e linguista nostro contemporaneo nel libro sopracitato: nel quale è delineata anche la pianta dell’ipogeo venosino e il fac-simile di alcune iscrizioni importanti.

11. Vedi bolla di papa Pasquale II del 1102, apud ARANEO, Notizie storiche intorno alla città di Melfi. Firenze, 186, pag. 210. — Nei cedolari dei secoli XII e XIV (di cui nel seguente rapitolo XIV), Melfia cum judeis è tassata per once 287. — Il cenno dei Giudei a favore delle mense episcopali è fatto generico al medioevo. Per Salerno, Ruggiero figlio di Roberto Guiscardo nel 1090 donò all’arcivescovo di Salerno tutta la Giudecca della città con tutti i Giudei che vi abitavano, e tutti i servizi, censi e dazi, che essi dovessero allo Stato. MURAT. Ant. m. aev. diss. XVI, I, pag. 899.

12. I due documenti cu accenno nel testo, sono indicati nella Nota sugli Ebrei di Trani, pag. 73 e 83, in appendice alla importante lettera Degli antichi ordinamenti marittimi della città di Trani, di GIAMB. BELTRANI, Barletta 1873: Nota, che è monografia eruditissima sull’argomento. — Conf. GIUSTIN. Diz. ad v. Melfi.

13. Privilegio di Carlo VIII del 28 marzo 1495. — Dall’Indice mss. dei Privilegi della città di Matera, del 1763; in copia presso di me.

14. Vedi al capitolo precedente ad vv.

15. ANTONINI, La Lucania, pag. 527 (dis. 4, parte III), e propriamente nel 907. Cotesta cronaca è detta dall’Antonini «il manoscritto del Marchese di S. Gio. Bonito».

16. P. GUILLAUME, Essais histor. sur l’abbage de Cave. Cava (Naples) 1879, p. 52, ed Appendice p. XVI.

17. Che fossero trasportati a Lucera, in varie riprese, è ammesso da tutti, ma leggo in GREGOROVIUS (pag. 134 del libro Nelle Puglie, traduzione, Firenze, 1882), e nel LENORMANT (À travers l’Apulie et ta Lucania, I, pag. 278) che furono trasportati dalla Sicilia in Lucera, in Girofalco ein Acerenza: ove ebbero a restare finché non furono concentrati tutti in Lucera. L’HUILLARD-BREUOLLES nella Introd. alla Histor. diplomat. Friderici II, vol. I, p. CCCLXXXII, 5, non fa cenno alcuno di Acerenza, ma unicamente di Lucera. E l’AMARI, autorevolissimo sopra tutti, oltre alla numerosa colonia di Lucera, accenna solo ad una colonia di Girofalco (Stor. dei Musulmani di Sicil. vol. III, parte II, pag. 611. Firenze, 1872). Io aggiungerò anche Stornara, in Capitanata; come da un diploma di Carlo I del 1272 in WINSPEARE (Stor. degli abusi feudali. Napoli, 1811, n. 48 delle note). — Di Acerenza non si parla. — Or non sarebbe improbabile la residenza di coloni saraceni in Acerenza, anche per indiretto argomento che potrebbe trarsi dalla carta del 1300 che accenniamo più giù nel testo: ma prove dirotte e sicure non se ne hanno. E giova affermarlo.

Io penso che l’indicazione del Gregorovius e del Lenormant si fondi unicamente (?) sul fatto che si legge nel Jamsilla (vol. II, pag. 150, dei Cronisti e scrittori sincroni, raccolti da G. DEL RE. Napoli, 1808). Il cronista parla di Giovanni Moro, capo della città o dei Saraceni di Lucera, che macchinando di tradire Manfredi, esce dalla città con mille Saraceni per portarsi dal Papa (pag. 140). Ma non riuscita la trama, e sentendo già Manfredi entro Lucera, si porta in Acerenza: «profectus est recta via in Acheruntiam, ibique moratur. Saraceni vero ibi cum ipso morantes, saputo che ebbero del suo tradimento, lui, che in essi confidava, posero a morte; e avendone fatto a pezzi il cadavere, ne portarono la testa in Lucera, ove fu sospesa alla porta detta di Foggia. Gli stessi Saraceni mandarono loro ambasciatori a Galvano Lancia, zio del principe Manfredi, dimandando che venisse in Acerenza, e ricevesse la terra in nome del Principe…; e Galvano, infatti, vi entrò e la ricevé per parte del Principe».

Or dal contesto di queste parole non può cavarsene la conseguenza del Lenormant e del Gregorovius. Per me, al contrario, è evidente che i Saraceni, cui il cronista dice dimoranti in Acerceza, erano di quei mille che Giovanni Moro aveva condotto seco da Lucera; e che assai breve tempo vi dimorarono con esso, finché non lo trucidarono. Coloni dunque ivi trasportati a dimora dalla Sicilia, non è certo che fossero.

Quanto a Girofalco, il Lenormant (Ibid.) lo dice in Calabria: infatti un paese di Girifalco è in quel di Catanzaro. Ma io dubito che fosse questo di Calabria: e credo invece che si abbia ad intendere di quel grosso fondo di Puglia (oggi disabitato) detto Girifalco, tra Ginosa, Laterza e Matera. A questa affermazione mi decidono: 1° la considerazione che lo Svevo volle allontanare, non avvicinare alla Sicilia i Saraceni, che ne trasportava fuori; 2° lo stesso diploma fridericiano del 15 dicembre 1239, dove è detto: De Saracenis Lucerie et Girofalci, qui occasione negetiationis gerende se conferunt in Calabriam, et deinde in Siciliam transire nituntur…, ed ordina si custodisca e proibisca il passaggio, e si facciano tornare onde vennero (Apud H. BREHOLLES, Op. cit. vol. 5, pag. 588, 90).

18. Nel Syllabus mebranar. ad reg. Siclae Archiv. pertinent. Napoli, 1845, vol. II, parte II, p. 29, 38 e 48. — Presso il villaggio di Lagopesole fu trovata, anni or sono, un acorniola con incisi caratteri arabi, che l’illustre Amari interpretò così: «La mia buona speranza è in Dio. — Nel profeta avventurato. — Nel tutore (cioè Alì) che sa la buona via. — In Husain ed Hasan» (nella Lucania letteraria di Potenza, ottobre 1885). Essa appartenne probabilmente, sia a taluno delle truppe saracene che erano negli eserciti dei re normanni o svevi, sia a qualcuno di quegli ultimi perseguitati da da Carlo II.

Altri indizii dell’incolato loro dai casati, Nella serie dei vescovi di Melfi all’anno 1295 è uno che ebbe nome Saraceno. Vedi UGHELLI e ARANEO, p. 148. — Un lapidumque fabro Leonardo Saraceno si legge in una iscrizione del 1082 (?) che esisteva (ma oggi non c’è più) nella chiesa di S. Eustachio in Matera, se l’iscrizione è veramente di quell’anno, del che dubiterei; come è dubbio per me se nota di casato all’artefice della lapide, o se nota della nazione di esso. Ap. GATTINI, Note storiche della citta di Matera. Napoli, 1882, pag. 222.

19. La vendita è fatta in Gaudiano, e scrive l’atto, in data del 22 gennaio 1301, un Saracenus de Manescalco notarius Gaudiani. Dal che si vede, che se Gaudiano si disse «distrutto» da Federico II nel maggio del 1228 (ob culpe [?] meritum, Imperatore mandante, casale Gaudiani distruitur, come scrisse Riccardo da S. Germano), la distruzione non fu tale o tanta, che non risorgesse di nuovo, se si trova che esisteva nel 1301. Anzi, in una carta del 1280, è menzione proprio della Universitas Gaudiani. Vedi Syllabus, ora citato, vol. II, parte II, pag. 37-85, e vol. I, pag. 192. — Gaudiano è detto casale inhabitatum in una carta del 27 luglio 1409 (Ap. UGHELLI, Ital. Sac. vol. I, c. 935): ma in una precedente (ibid. 934) dell’anno 1382 è nominato un tale Gaudiani Judex. Dové dunque estinguersi al cadere del secolo XVI.

20. L’oncia di oro, di conto, a questi tempi angioini, valutavasi a trenta tarì di argento, ovvero quattro carlini di oro. Ogni carlino costava di oro puro acini 99 ¼; sicché un’oncia di essi conteneva 397 acini. Era pari, altresì, a quattro Augustali. — BIANCHINI, Stor. Finanze del Reg. di Nap. lib. III, cap. V.

21. Conf. Appendice II.

22. Conf. Syllabus Graecar. membranarum. Napoli, 1865. Prefazione.

23. Conf. Studi sui dialetti della Grecia della terra di Otranto pel professore dottor GIUSEPPE MOROSI. Lecce, 1870.

24. Fu pubblicato dallo Zachariae col titolo: Fragmenta versionis graecae Legum Rotharis. Parigi, 1835. — E nei Monum. German. histor. Leges, vol. IV, pag. 225.

25. Syllabus Graecarum membranarum, etc. Napoli, 1865.

26. MOROSI, Op. cit. pag. 191 e seg.

27. Apud MOROSI, Op. cit. pag. 240, lo scrittore greco signor ZAMBELLI, che accenna «a testimonianze di cronisti contemporanei» nella sua opera Ιταλοελληνικα. Atene, 1865.

28. ZAMBELLI, apud MOROSI, Op. cit. p. 199.

29. MOROSI, p. 197. — UGHELLI, Ital. Sacra, vol. I, col. 1039,

monachos, qui ex Oriente in magno numero venerunt tunc temporis Neritonum et ejus dioecesim

30. «Mille nel solo reame di Napoli; e cinquecento in quello di Sicilia»: RODOTÀ, Origine, progres. e stato presente del Rito Greco in Italia. Roma, 1760, vol. II. p. 82, che si riporta alla Storia degli Ordini monastici.

31. ZAMBELLI, apud MOROSI, Op. cit. p. 209.

32. ZAMBELLI, apud MOROSI, Op. cit. pag. 207. — Theophanes continuatus. V, cap. 11 e 75. — Conf. AMARI, Stor. de’ Musulm. I, 442.

33. Presso UGHELLI, Ital. Sac. VII, 25, ma di scorrettissima lezione. — Ricorretta sul testo, in parte, ap. Di Meo, Ann. crit. diplom. ad ann. 1068, 7, che la crede spuria. Ma la dubbia autenticità sua non distrugge il fatto, per cui è citata nel testo.

34. Pubblicata dal TATA, p. 57, nella Lettera sul monte Vulture. Napoli, 1778; e da altri, di poi. In ARANEO, Op. cit. a p. 112.

35. La Cattedrale di Anglona è ricordata dall’UGHELLI (VII, 69), come intus picturis ac imaginibus Graecis ornata.

36. Nel capitolo Cum olim: de Clericis coniugatis (ap RODOTÀ, Op. cit. I, p. 202).

37. A p. 29 dei documenti in Appendice al libro di monsignor ZAVARRONI, Esistenza e validità dei privilegi alla Cattedrale di Tricarico. Napoli, 1719.

38. Vedi Paleocastren Diœceseos synopsis, ecc. Napoli, 1831, pass.

39. Per Laino, Rivello e Cuccaro, vedi ANTONINI, p. 441, 448, 338 e qui in seguito al capit. IX — Per Roccagloriosa, GIUSTIN. Diz. geog. ad v. — Per Polla, GATTA, p. 64, delle Memor. di Lucania, 1732. — Per Tegiano, MACCHIAROLI, Op. cit. pag. 91. — Per Caggiano, UGHELLI, It. Sac. VI, 853.

40. In RICCIARDI, Notiz. stor. di Miglionico: egli inoltre ricorda che una cappella rurale era detta San Giovanni ante porta latinam. — In Latronico è una contrada rurale detta Colle dei Greci.

41. Le carte qui indicate sono riferite per intero nell’Appendice alle Notizie storiche del Castello dell’Abate e dei suoi Casali nella Lucania, raccolte da DOMENICO VENTIMIGLIA. Napoli, 1827, a pag. IX, XXIII, XXX, XXXVI, ecc.

42. Per Laurino, Laureana, La Catona, vedi, innanzi al cap. III. — Policastro è παλαιόκαστρον. — Controne da χόνθος, pietra: aumentativo all’italica, che equivale a Pietragrossa. — Futani, da φυτόν, pianta; equivalente agli italici piantoni, piantate, pastini parole topografiche del dialetto dei nostri paesi. — Monte Corace, Monte Corvaro, o dei corvi, da κόραξ. — Rodio è ῥοδεὼν, roseto (o non dai cavalieri di Rodi, secondo l’Antonini e il Lenormant che lo ripete). — Poderia, da ποδὴρης, quasi Piedimonte. — Cammarota, da καμαρὼτος, avente la forma a vòlta, cioè le «antiche camere» o magazzini del luogo. — Pollica, da πολις οἱκος, in senso di «molte case» in relazione a minor gruppo di case (o «Casalicchio» paese) forse vicine. — Ascea, dubito se del grecismo medievale: credo equivalga a luogo «favorevole all’approdo» da α σκαιός (non sinistro). — Sicilì, vale ficheto, da συκὴ, fico e ὑλη, selva, ovvero συκὴ ὑληεις, selvoso. — Morigerati (Muricerato) dal tema μυρικὴ, che è una specie di ginestra; e vale «terreno pieno di ginestre». (Conf. le due forme italiche «alberato o albereto, vignato e vigneto, olivato o oliveto», ecc.).

Qui non voglio omettere che nella Paleocastren Dioeceseos Historico-Cronologica Synopsis, ecc. Napoli, 1833 (a pag. 111) si legge che «una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro, espulsa che fu dal Duca Guiscardo dalla Calabria e dall’Apulia… Erano di quelle le greche famiglie, che fondarono i villaggi di Battaglia e Morigerati; altre emigrarono a Li Bonati; altre a Cammarota e a Rivello».

L’espulsione del Guiscardo e l’epoca è per me dubbia: ma la testimonianza in genere è pregevole.

Il rito greco durò lungo tempo nella chiesa di questi luoghi, e «nell’Archivio della cattedrale di Policastro si conservano varii Registri di dimissorie rilasciate dal vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco, e specialmente due del 1592 e una del 1608». VOLPE, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento. Roma, 1888, pag. 132.

43. Nel documento, del 1448, che è una lettera-patente di Re Alfonso a Dometrio Reres, uti trium coloniarum Epirotarum duci, se questo documento è del tutto genuino. Apud RODOTÀ, Del rito greco in Italia, vol. III, pag. 52.

44. DORSA VINC. Sugli Albanesi, Ricerche e pensieri. Napoli, 1847, pag. 61.

45. Conf. PAGANO LEOP. nella Monografia di Rossano nei Cenni storici sulle chiese arcivescovili e vescovili, ecc. del regno delle Due Sicilie, raccolti dall’abate DAVINO, Napoli, 1848, pag. 588.

46. Apud TATA, Lettera, etc. già citata. — GIUSTINIANI, Dizion. ad v.

47. In ANGELO BOZZA, Il Vulture, ovvero brevi notizie di Barile, etc. Rionero, 1889.

48. Dal libro testé citato di ANGELO BOZZA, ibid.

49. L’ab. SACCO, nel Dizionario Geografico, Napoli, 1795, riferisce anche S. Martino (d’Agri) «come abitata da Albanesi di rito latino»: ma della notizia non trovo traccia altrove. Credo l’abbia confuso con l’altro San Martino, non lungi da Cosenza, in diocesi di Bisignano.

50. In un documento del 1526, ove sono chiamati «all’ubbidienza» del vescovo di Anglona tutti i curati dei paesi della diocesi, non è parola dei due paesi che sono indicati nel testo (Monografia della chiesa di Tarsi, pag. 724, nei Cenni storici raccolti dal DAVINO, sopracitati).

Con le notizie riferite e da noi raccolte dal libro dell’egregio A. BOZZA occorre rettificare o chiarire ciò che il signor DORSA, Op. cit. pag. 64, scrive: «Venuti i Coronei, … la città di Melfi ne fu piena: talché nel 1597 quelle famiglie, unite con altre loro nazionali, si distaccarono dai cittadini di Melfi e fondarono Barile. Ebbe i suoi Coronei anche Brindisi e Maschito. Anzi, sincera (?) fama racconta che S. Costantino, Farneta e Casalnuovo di Noia riconoscono la fondazione dei padri di Corone».

La fondazione, o piuttosto la ripopolazione di Barile da colonie albanesi è anteriore alla presa di Corone: e la data del 1597, se non è uno sbaglio od un orrore tipografico, non si può riferire alla fondazione di S. Costantino e di Casalnuovo. Queste due comunità, nella numerazione del 1595, si trovano già censite, la prima per fuochi 58, e l’altra per fuochi 46 (GIUSTINIANI, Dizionario, ad. vv.).

51. Per questi, o per la quistione in genere, vedi un notevole saggio del dottor ANTONIO ROLANDO intitolato: Escursione nei paesi slavi della provincia di Campobasso, pubblicato nel Programma, ovvero Cronaca dal titolo: Il R. Liceo Ginnasiale Principe Umberto di Napoli nell’anno scolastico 1874-75. Napoli, 1876.

52. Il soggetto è ancora ben poco chiarito: riferirò pertanto, per ulteriori investigazioni, anche questo passo del Rodotà, che dice:

«… Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore: ed altri ancora… Gli uni o gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi: ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici…» Vol. III, p. 58, Del rito greco, etc.

53. GATTINI, Note storiche sulla città di Matera, pag. 202.

54. Nei Capitoli per l’Università di Spinazzola del decembre 1492, si legge: — Et lo simile se supplica de Joanne Sclavo, quale tene et have bone bache (vacche), et lucatione de caso, et non paga cosa alcuna… — Nel Codice Aragonese etc. Napoli, 1874, vol. III, pag. 336-8.

55. GIUSTINIANI, Diz. geogr. ad v. — Hist. del Tansi.

56. Nel libretto dal titolo: L’osservatore degli Alburni, di GIUSEPPE ALBI-ROSA, Napoli, 1840, si legge: «S. Giacomo, una volta dei Mazzacani di Diano, fondato per abitazione dei Dalmazii, che vi furono condotti dal monte Gargano, ove li aveva approdati il loro principe Sveropoli». Credo che il castello di Sauri, di cui noi testo, siasi mutato in Sauropoli nelle fonti a cui attinse questo non acuto Osservatore degli Alburni, che poi da città lo tramuto in principe.

PARTE II - La Basilicata

CAPITOLO V

LO STATO DI MELFI NEI SECOLI XI, XII, XIII

Il reame di Puglia, che fondarono i Normanni nel secolo XII, ebbe per primo nucleo il ducato di Puglia. Del ducato di Puglia fu capo la città di Melfi nei secoli XI e XII. E fu Melfi, disse il Poeta «la ricca terra che li fece grandi»1.

Come capo dello Stato che essi vennero formando, la città di Melfi si trova inviscerata a tutta la storia loro nei primi due secoli delle conquiste e dell’assodamento di esse. Venuta, forse per caso, prima d’ogni altra città in loro potere, fu consciamente fatta centro del loro nascente dominio, perché, posta in forte posizione tra mezzo all’Apulia dei Greci, al Beneventano ed al Salernitano dei Longobardi, potevano di là meglio che altronde esercitare le funzioni del cuneo, che s’inviscera e spacca la massa compatta. Di là si spinsero con fortuna audace e irrequieta alle spaggie dell’Adriatico e del Jonio, poi alla Calabria, e di qua in Sicilia; e quando surse nell’ultima Calabria un altro centro, un’altra sede, che non era sottoposta alla città di Melfi e al capo di essa, si volse allora l’azione loro verso il mare ove sedeva Salerno, Amalfi, Napoli, Gaeta, e si spinse più tardi al di là del Liri verso Montecassino e la Marsica.

Forse fu il caso che li avviò prima alla conquista di Melfi. Avventurieri di poco numero, ma di molta audacia, avevano combattuto un qualche tempo (e già la fama ne parlava alto) coi Greci contro i Saraceni di Sicilia, coi Longobardi di Salerno contro i Greci; e al soldo or di questo or di quel principe o conte longobardo, o catapano bizantino, avevano già cominciato a fondare un piccolo Stato, ma di gente loro propria, nel contado di Aversa. Un dieci o dodici anni prima della metà del secolo XI li si incontra stretti in relazione con un Arduino, sagace e forte capitano di ventura anche lui, ma lombardo di patria, che era ai soldi del Catapano; e con cotesto lombardo entrano in congiura di volgere le armi contro i Greci di Puglia, e poi, chi sa? tagliarsi uno Stato proprio sui loro domimi. Erano in ciò sospinti e segretamente appoggiati dai principi longobardi di Salerno e di Benevento2.

Arduino era Topoterita, ossia luogotenente o vicario del Catapano in parecchie città di Puglia, e credo nella città di Melfi3; ove con sue schiere, forse di nazione lombarda, ma certo di ventura da sé raccolte, era a presidio. Una notte egli aprì le porte della città alle compagnie dei Normanni, con lui accontatisi, che erano venute presso alle mura; e chetato il subito allarme della cittadinanza, già mal disposta contro i Greci, e che pure prendeva le armi per difendersi dagli ignoti assalti, i Normanni divengono apertamente padroni della città. Si sciolgono dal governo bizantino, e proclamano primamente, a quanto può arguirsi, una supremazia uffiziale del principe longobardo di Salerno, o forse di Benevento. Questo primo fatto della lunga epopea normanna avvenne probabilmente nel marzo del 1041.

Accorre da Bari il Catapano con le truppe che ha in pronto; e accadde un primo scontro, che si disse battaglia, presso le sponde dello Olivento, che è una riviera posta in mezzo tra Venosa e Lavello e si scarica nella fiumana della Rendina, non lontana da Melfi. I Greci sono vinti e dispersi; i vincitori occupano altre città il d’intorno, Venosa, Lavello, Ascoli; e nominano a loro capo Atenolfo, fratello del principe di Benevento, a compenso, o gratitudine, od esca alla costui adesione. I Normanni non sono ancora se non dei venturieri.

Ma i Greci fanno un più grande accozzo di genti; e allo stuolo assembrato si aggiungono con dei manipoli d’uomini d’armi anche i vescovi della regione, tra cui è ricordato Stefano vescovo di Acerenza. Si battaglia nella pianura di Canne; anche qui i Greci sono vinti e fugati; e vi rimane morto il vescovo di Acerenza.

Crescono ardire, fortuna e dominii ai vincitori; e la tradizione racconta che fu fatta allora la spartizione delle conquiste delle dodici città, altrove da noi indicate; ma la spartizione è prematura. Era ancora angusto l’àmbito di terre da essi occupate in sì breve tempo; erano ancora vive le forze nemiche. Le quali al comando del novello Catapano che arriva da Bisanzio, si muovono per attaccare Melfi, a cui già i Normanni avevano accresciute le esterne difese. Ma costoro innanzi tutto uomini di armi a cavallo non che farsi chiudere in assedio, escono di contro ai nemici; e si abbattono con essi nelle pianure tra Monlepeloso e Genzano. I Bizantini occupano Montepeloso e Monteserico, che oggi come paese più non esiste. Vinsero anche qui i Normanni; anzi vi fecero prigioniero il Catapano, che menarono a Melfi. La battaglia avvenne nel settembre del 1041; e occuparono fin d’allora Genzano e Montepeloso.

L’anno dopo accadono nuovi scontri, nuove avvisaglie, o battaglie tra i recenti rinforzi di truppe che mandava Bizanzio, e questo pugno di avventurieri ormai signori di terre importanti e popolose, che vengono aumentando le loro schiere con uomini armati del paese stesso. Si combatte presso Oria in quel di Lecce, e poi sotto Matera, della quale si impadroniscono i Normanni, e con molta uccisione di gente. Di Matera grossa e ricca città fu allora da’ suoi compagni eletto a conte Guglielmo di Altavilla4, che era il primo dei fratelli di quella famiglia, che prevarrà poi su tutti gli altri nuovi arrivati: e vuol dire che predominio d’ingegno, di coraggio, di fortuna sugli altri suoi eguali dové fare emergere Guglielmo tanto, che Guaimario, principe di Salerno, gli diè a sposa una sua nipote.

Queste nozze principesche fanno supporre che Guglielmo era stato già eletto capo dei condottieri normanni che poi divennero i dodici Conti; e l’elezione dei dodici condottieri fa supporre che era già avvenuto il partaggio delle terre e delle città; quantunque queste non fossero tutte quelle che la tradizione indicò di poi; giacché Guglielmo, che nel 1042 è eletto, come si è visto, conte di Matera, nella tradizione è detto conte di Ascoli.

Era nel concetto del dritto pubblico normanno che non ci fosse terra senza signore, e non ci fosse signore legittimo senza il riconoscimento o l’investitura del dritto da parte di un signore più alto, o sovrano. Questo che spiegherà le insistenze dei Normanni vincitori e possenti all’investitura da parte del Pontefice, spiega ora il fatto che i dodici Conti, partitesi le terre conquistate, ne fecero omaggio feudale al principe di Salerno.

Costui senza dubbio li aveva aiutati nell’impresa; poteva ancora aiutarli nelle lotte avvenire con i Greci. Con l’omaggio prestato e il possesso ricevuto da un sovrano legittimo purificavano essi, a così dire, il fatto del conquisto. Ed era senza dubbio interesse di Guaimario di estendere i limiti dell’autorità sua sovrana. Esso dunque improntò il suggello dell’autorità sua al fatto compiuto dei condottieri fortunati. E venuto con molto seguito in Melfi investì Guglielmo del titolo di Conte non di Melfi o di Matera, ma di Puglia; ed egli stesso si proclamò duca di Puglia e di Calabria (1042-1043). Era già l’innesto dell’ordinamento feudale franco che s’incalmava agli ordinamenti statuali longobardici.

Delle dodici città di Puglia e di Basilicata divise tra i primi condottieri, abbiamo parlato innanzi5. Melfi, dice la storia scritta, non fu compresa nella ripartizione, e restò dapprima di comune dominio; sicché ciascuno si acconciò un palazzo ed un quartiere nella città6. Non si comprende bene il significato di questa notizia, e la si interpreta variamente7. Ma poiché dell’anno 1044 s’incontra un diploma, che dice principe di Melfi Guaimario principe di Salerno (e principe o per cortesia dei Normanni che avevano lasciata Melfi indivisa, e l’ordinamento feudale non riconosceva terra senza signore; o forse perché Guaimario nell’accordo precedente del 1042-3 si proclamò duca di Puglia), è probabile che la città di Melfi restasse a lui, quasi segno o capo del ducato novello, di cui s’investiva.

Guglielmo muore nel 1046, ed è sepolto a Venosa, secondo una postuma tradizione, quando, legittimata la supremazia principesca degli Altavilla, questi fondarono la badia della SS. Trinità di Venosa come tomba uffiziale di loro famiglia sovrana8.

A Guglielmo succede Drogone nel titolo di conte di Puglia; ed è probabile risiedesse a Venosa di cui era già conte, finché Melfi appartenne, come fu detto, al principe di Salerno, o finché non la ottenne negli accordi delle nozze, che gli portarono a sposa una figlia di Guaimario.

Agli echi di tante fortune nuovi Normanni arrivano d’oltremonti, e tra questi, degno di speciale nota, nel 1047 quel Roberto, che poi fu il Guiscardo. L’altro ed ultimo fratello Ruggiero non venne che alcuni anni dopo, verso il 1056. I nuovi arrivati ottengono o conquistano subito altri appannaggi; ed a Riccardo Querrel è dato il contado di Genzano, che appartenne già ad un Sarulo normanno e ad Asclettino conte di Acerenza; forse a cagione di scambio, di cui non dà notizia la storia. Ad Unfredo, fratello a Drogone, fu dato allora, a quanto pare, il contado di Lavello, che nella divisione primitiva si disse di Arnolino. Roberto insoddisfatto o più ambizioso si volge a maggiori conquiste verso le Calabrie; e comincia quella serie di scorrerie, men da soldato che da masnadiere, per quella valle di San Martino che è al confine odierno tra Basilicata e Calabria.

Altri Normanni si sparpagliano di qua e di là in cerca di bottino o di dominii; e nel 1048, mentre taluni di essi prendono Troja, tali altri intoppano in maggior numero di Greci, che li battono presso Tricarico9.

Intanto erano venuti in tale fama di potenza, che non solo i vicini principi longobardi entrano con essi in relazioni politiche, ma i potenti lontani, tra cui primo il Papa. Questi, che era Leone IX, viene a Siponto ove tiene un concilio; poi nel 1050 arriva in Melfi per indurre, dicono storici, a più miti consuetudini di vivere questi stranieri, che taglieggiavano e devastavano senza pietà il paese dell’Apulia. Ma se fino allora era zelo cristiano che, forse, solamente lo ispirava, quindi innanzi entrano nei computi di sua politica gli interessi terreni, poiché nel 1051 la città di Benevento gli si offre, ed egli entra come sovrano nella città; nella quale cessa da quel tempo il dominio longobardo.

Forse gli accordi tentati allora col Conte di Puglia non approdarono, o forse non furono lealmente serbati: giacché Leone IX entrò in altre pratiche con i Greci, e con l’imperatore di Allemagna contro i recenti invasori del mezzodì. E sperando in questi accordi, fu visto nuovamente mettersi in moto a capo di un esercito alla volta dell’Apulia.

I Normanni gli vanno incontro sul fiume Fortore; e nel giugno del 1053 si battaglia sotto Civitate, che fu città, oggi distrutta, presso all’odierno paese di Ripalta. Vincono i Normanni, e fanno prigioniero il Pontefice, che con ogni dimostrazione di onore menano in Benevento. E qui cambia scena: i vincitori implorano perdono dal vinto; e perché ad essi, surti da ieri, era necessario il crisma della legittimità che non viene altrimenti se non dal tempo, conchiudono una pace col Pontefice, che li assolve delle scomuniche e li benedice. Così entrano in quell’ambiente di legittimità, che dava o la benedizione della Chiesa o l’investitura di un sovrano più alto, secondo il dritto pubblico del tempo.

Una specie di congiura di palazzo aveva ucciso Drogone secondo Conte di Puglia, e a lui era succeduto il fratello Unfredo, quegli che ha vinto il Papa alla battaglia di Civitate; e che benedetto da lui estende verso Capitanata le nuove conquiste. Ma in quelle oscure vicende di forze greche, longobardo-principesche e popolari tra loro in contrasto, anche Venosa, anche Acerenza eransi tolte ai Normanni; e Unfredo le risottomette e le taglieggia nel 1054. Allora poiché è cresciuto di potenza e di dominio e poiché è legittimato dalla benedizione del Papa, si scioglie dall’investitura che il Conte di Puglia chiedeva ai principi di Salerno. Morì nel 1057; e fu sepolto a Venosa.

L’ordinamento feudale franco non portava, di regola, la successione del feudo dal padre al figliuolo; il feudo concesso in corrispettivo di aiuto personale in guerra, non poteva ricadere in donne o in fanciulli. Unfredo lascia in età minore suo figlio Abagelardo; ma nel titolo e negli uffizii di Conte di Puglia avviene che succede quel Roberto Guiscardo famoso, come di proprio dritto, però riconosciuto dai capi della nazione armata. Ma, o che l’elezione sua non fosse unanime tra i Conti compagni, o che egli come semplice bàilo o tutore di Abagelardo usurpasse presto il dritto di cotestui, cominciò da queste origini un partito di opposizione a Roberto, che, ancorché spento, sorgeva e risorgeva sempre.

Quando i due primi fratelli di Altavilla signoreggiavano e distendevano da Melfi i dominii per le terre di Apulia e Basilicata, Roberto e Ruggiero ultimi venuti erano a far bottino per le Calabrie, sequestrando uomini ed armenti, rubacchiando mercanti in viaggio, sorprendendo terre e castella.

Roberto signoreggiava o taglieggiava per la Calabria che diremo cosentina; Ruggiero su quel di Reggio. Gara di ambizione o divisione non equa di bottino metteva mal animo tra i due fratelli, che erano in lotte frequenti. Quando Roberto ne venne a Melfi, quarto Conte di Puglia, Ruggiero mal disposto contro di lui, entra nel paese di Calabria che il fratello diceva suo, e prende Scalea sul Tirreno; anzi avanza tanto per la regione basilicatese che viene a mettere a saccomanno ed incendii le campagne stesse di Melfi. Roberto che già volgeva in mente più vasti disegni, volle cedere in parte alle pretese del fratello; gli riconosce le conquiste che aveva fatte nell’estrema Calabria, e in ispecie la città di Mileto, che divenne capo del Comitato di Calabria; e così la pace è fatta tra loro. Quindi egli entra in nuovi accordi col principe di Salerno, che era necessario avere ai fianchi amico, poiché i Greci non cessavano dall’altro lato di essergli inimici; ed a suggello degli accordi sposa Sicelgaita, sorella a quel principe longobardo, e donna che si mostrò poi di gran cuore. Le nozze furono celebrate in Melfi nel 1059. Egli aveva già ripudiata Alberada, che fu la madre dì Boemondo famoso10. Allora probabilmente egli prese il titolo uffiziale di Duca di Puglia, lasciando quello di conte. Il nuovo titolo significava supremazia sui Conti minori normanni; e spezzava ogni vincolo o titolo di dipendenza dal principe di Salerno.

Questo elevarsi sì alto del povero avventuriero di Calabria sui vecchi conti normanni, era fomite in molti di essi d’invidie e di gelosie. I più forti, i più alteri non volevano riconoscere nei loro possessi vincolo di feudalità, epperò di soggezione al duca di Melfi. Pari alle lotte della conquista, perché uno doveva essere sovrano feudale sugli altri, soggetti? Di qui le continue sollevazioni loro nel primo periodo della storia della conquista.

Fra i più mal disposti o più altieri e più turbolenti era Pietro, conte di Trani. Questi, poiché Roberto è in Calabria, si leva in armi, sorprende ed occupa Melfi; ma tornato senza indugio Roberto, che stringe intorno la città (1059) e abbrucia le messi, gli stessi cittadini si sollevano allo interno, e scacciano Pietro; il quale va a chiudersi e resiste per poco nella città di Cisterna, che era prossima a Melfi, oggi distrutta; dì là si ritrae in Andria, ove gli è forza accettare le condizioni che gl’impone Roberto. Messo in tacere questo più che altri pertinace oppositore, il nuovo Duca chiamò a Melfi i conti di Puglia a prestargli omaggio; ed essi vennero, forse non tutti volentieri.

Intanto era stato eletto papa Nicolò II; e perché le fazioni interne romane gli avevano messo di contro un antipapa, egli invocava congiunte alle celesti le armi terrene; e chiedeva l’aiuto del nuovo Duca di Puglia. Fatti gli accordi tra loro, il papa intima un Concilio in Melfi; e qui si raccolse un grande numero del clero, nel luglio del 1059. Gli atti del Sinodo non esistono, ma fu altamente importante pei Normanni e per la storia della bassa Italia; giacché può dirsi che da questo Concilio del 1059, che fu il secondo tenuto nella città di Melfi, derivasse la piena legittimità della conquista normanna, creando quei rapporti di vassallagio e di dipendenza feudale, che i papi pretesero dipoi sul reame di Napoli. Il conquistatore donava le acquistate terre a S. Pietro, e il successore di S. Pietro le concedeva in feudo al conquistatore, il quale dava giuramento di fedeltà al santo e al suo successore, e prometteva pagarne un censo in perpetuo e aiutarli di soldati contro i loro nemici. Era il crisma della legittimità che la Chiesa impartiva al nuovo arrivato nella famiglia dei re; era la fonte della forza morale che invigoriva il nuovo Duca in faccia ai popoli soggetti.

Era carattere di quest’uomo non solo l’astuzia o la sagacia, onde ebbe il nome di Guiscardo; ma un’attività irrequieta, un’ambizione acuta e cupida, che insofferente di ogni limite, lo spingeva sempre a nuove imprese. Sono ancora torme di Greci in armi sul lembo estremo del ducato ed egli va e viene da Melfi in Calabria per combatterli anche in Calabria; donde già tende gli occhi alla Sicilia. I Greci non cessano dal rinfocolare i tristi umori interni delle città a lui soggette; e secondo che loro giungono, di anno in anno, nuovi rinforzi dall’Oriente, si fanno innanzi; e qui e qua torbidi umori scoppiano in sedizioni e tumulti. Gisulfo, principe di Salerno, adombra all’ambizione del cognato; rode il freno e cospira: rode il freno e cospira quella parte dei conti normanni, che si aggruppava in segreto intorno ad Abagelardo. Ed egli sempre in armi e a cavallo, pieno di accorgimenti e di partiti, li combatte, o li spegne o li soffoca; ma guarda sempre più oltre, e matura ambizione e disegni or verso Salerno, or verso Sicilia. Quindi ad incremento di forze, rabbonisce il fratello malcontento, dandogli in feudo metà della Calabria; e creandolo Gran Conte di Calabria e di Sicilia. Sicché, quando i Greci tornano in armi, e nel 1066 prendono Taranto, Oria, Otranto, e spingendosi oltre per la Basilicata, s’impadroniscono di Acerenza, e fanno punta fin sotto Melfi, i due fratelli, di accordo, tornano da Calabria; riprendono Acerenza, respingono i Greci da Melfi, e per non breve tempo fanno testa ad una marea di eventi non sempre favorevoli. Poiché, come i due Normanni si allontanano da Melfi per combattere in Sicilia, i bizantini da Bari e dalle altre città litoranee che occupano, si levano a nuove imprese nello interno del ducato, rinfocolando i torbidi umori di Conti e città. Ma Roberto ha finalmente Bari, dopo lungo assedio, nel 1071; e presa la città che era sede al capo del governo bizantino, fu dato un colpo mortale al dominio greco nell’Italia meridionale.

A codesti sforzi dei Greci si legavano, di accordo e di tempo propizio, i dissidii e le sollevazioni dei conti Normanni; tra cui primo e sempre pronto alle armi quel Pietro conte di Trani, vinto e depresso più volte, ma non satisfatto e turbolento sempre. Allora anche i conti di Montepeloso, nipoti a Roberto, levano il capo; e come Pietro si impadroniva di Mottola nel 1063, essi prendono Matera e Castellaneta; ma non possono resistere a Roberto che viene a combatterli; e accampano altrove. Qualche anno dopo, risorge alla luce il partito di Abagelardo e con esso i conti di Montescaglioso, parenti anche questi al Guiscardo e signori di una contea di ricche terre, di ampio circuito, di molto dominio. Nel giugno del 1068 Goffredo di Montescaglioso investe e prende la non lontana Montepeloso; altri Conti prendono Gravina ed altre città. Ma il Guiscardo, che aveva ripreso Otranto contro i Greci nel febbraio, assedia Montepeloso, finché non l’ha in suo potere; quindi gli è facile riprendere Gravina e Obbiano, che non so se Oggiano in quel di Lecce, o se piuttosto la città oggi distrutta presso Ferrandina11. Dei Conti ribelli altri punisce, ad altri perdona.

Non ha tregua che per breve tempo; ed egli vuole apparecchiarsi a spingere innanzi l’impresa di Sicilia. Laonde convoca in Melfi nel 1075 un’assemblea dei Conti vassalli per averne l’omaggio e trattare del loro concorso all’impresa stessa. Ma Pietro conte di Trani per protesta di libero dominio o per cautela di propria sicurezza, rifiuta dì venire; e il diniego, che era atto di fellonia all’alto signore feudale, spinge Roberto a correre sul territorio della città, ove Pietro si era asserragliato alla difesa, e con esso i fratelli di Abagelardo. Altri conti o capi d’altre città sursero similmente in armi. Ma non resistono all’impeto del Guiscardo, che in breve tempo prende, o se gli dànno a patti Trani, Bisceglia, Giovinazzo, Corato, Andria, Canne, Lacedonia ed altre. Pietro, che è fatto prigioniero, è menato al seguito di Roberto, e innanzi alle mura di Cisterna, perché i difensori di questa cedessero, viene esposto alla loro vista sopra un graticcio; e Cisterna cede; e Pietro è rilasciato, non so a che patti. Ermanno, fratello di Abagelardo, va prigione a Rapolla. Abagelardo fugge in Calabria, e nel castello di S. Severina continua a resistere per qualche anno ancora. Un’ultima levata d’armi di questo partito di dissidenti e turbolenti accadrà più tardi.

In tutti questi torbidi interni soffiavano, oltre ai Greci, i potentati nemici o sospettosi del Normanno; tra cui il principe di Salerno, suo cognato. Era malanimo tra loro; e il malanimo scoppiò in guerra aperta, quando Gisulfo vuol sottomettere al suo dominio la città di Amalfi, autonoma; e questa si rivolge di patrocinio e d’aiuto a Roberto. Il Duca sconsiglia dall’impresa il cognato, e presta aiuto alla città, che pertanto Io acclama duca di Amalfi nel 1066. Quindi scoppia l’ira e la guerra. Roberto stringe d’assedio Salerno; e non prima di sette mesi vi entra; mentre Gisulfo, nel gennaio del 1072, esce dall’ultimo riparo, e va in esilio, sempre inimico al cognato.

La presa di Salerno farà declinare quinci innanzi l’importanza di Melfi, come capitale degli accresciuti dominii del duca di Puglia. Da una città posta sul mare erano più agevoli le comunicazioni con l’estrema Calabria e con la Sicilia; e inoltre Salerno era prossimo ai ducati di Napoli e di Gaeta, ove ormai Robero appunta le mire segrete. Ma uffizialmente egli risiede a Melfi, quando l’irrequieta natura e le necessità di sua politica gli consentono un momento di riposo.

Di questa sua politica era uno dei pernii il tenersi amico ai papi; affinché costoro non piegassero alle parti dei Greci e degli altri suoi nemici. I buoni accordi durarono tanto, che Alessandro II, succeduto a Nicolò II, convoca un’altro Concilio nella città di Melfi nell’agosto del 1066; ove fu trattato, per quanto si crede (poiché mancano gli atti), delle querele di vescovi e di monaci contro i baroni normanni, usurpatori di terre che spettavano alle chiese12. Ma, con papa Ildebrando, che successe nel 1073 ad Alessandro II, sopravvengono nubi e sospetti, e non tarda di venire scomunicato Roberto nel Concilio di Roma perché egli aveva mosso le armi contro il principe di Capua; e il Papa non intende che uno stato troppo potente gli si cresca ai confini. Ma era interesse manifesto così del Papa come del duca di non combattersi, sì di aiutarsi a vicenda; e poiché la concordanza degli interessi aiuta alla pace, la pace fu fatta nel 1080, mediatore, come pare, il vescovo di Acerenza13. Roberto fu nuovamente investito dei dominii di Puglia, di Calabria e di Sicilia, e ne restava tollerato, da parte del Papa, l’acquisto di Salerno e di Napoli. Egli, a sua volta, ripromise il censo e gli aiuti terreni contro i nemici del Papa. E la promessa mantenne, quando corse a liberare papa Gregorio che era prigioniero dei baroni romani nel 1084; e lo menò a Salerno, ove vecchio ed affranto cessava di vivere, il gran papa, ripetendo, sotto forme cristiane, le ultime angosciose parole di Bruto a Filippi.

Secondo che cresceva in potenza ed in fortuna il duca di Puglia, i torbidi umori interni non che svanire, inasprivano e davano fuori. Una grossa sollevazione di baroni scoppiò nel 1078, e fu tutto un incendio per la Puglia e la Basilicata fino in Calabria, da Ariano a Taranto, da Troia a Bari, da Ascoli a Cosenza. Risolleva il capo il partito di Abagelardo, e con esso i conti di Montescaglioso, battuti altra volta da Roberto.

Ma questi li vince in battaglia sotto Ascoli, che riprende. Ariano cede; Bari e Taranto gli si arrendono; e rioccupa Genzano, Monticchio, Spinazzola, Monteverde, Carbonara. I conti di Montescaglioso, Goffredo e Roberto, nipoti a Roberto, ritornano all’omaggio feudale, e vengono perdonati. Ma crudeli pene, taglie pesanti, devastazioni senza misura ai popoli, ai campi, alle città sono la conseguenza di quest’altra sommossa, tra gli anni 1079 e il 1080, che, come al solito, batté i popoli, perché i suoi capi deliravano.

L’anno 1081 Roberto marita le due figlie, l’una con Raimondo Berengario conte di Barcellona, l’altra con il conte di Champagne, e le nozze di ambedue si celebrano in Melfi. Nella stesso anno, poiché ormai l’ambizione del duca di Puglia di Calabria e di Sicilia si svolge a Costantinopoli, invia suo figlio Boemondo alla conquista della Dalmazia; che sarà la prima tappa a quel principato d’Antiochia, che dovrà rendere famoso questo suo figlio di una moglie ripudiata, e forse non ultimo fomite alle spedizioni prossime dei Crociati.

Ma come le loro forze sono impigliate nella dura campagna al di là del Jonio, ecco risollevare il capo il partito interno dei malcontenti e di Abagelardo, che riprendono Ascoli, Canne e Troia.

Anche Melfi fu fatta insorgere nel 1082; e vi acclamano il dominio sovrano greco; come si arguisce da alcune carte del 1083, in cui si trova l’intestazione dell’imperatore Alessio, che di certo era d’accordo, come sempre, con i sollevati. Ma l’insurrezione ha breve vita: torna il fulmine di guerra; spegne di un soffio queste effervescenze interne de’ suoi domini; va in Roma quell’anno stesso e abbatte i nemici di papa Gregorio; poi ritorna nuovamente in Dalmazia, senza posa in armi, a cavallo, sotto le tende, in guerre, in assedii. Ma la natura a sua volta vinse l’uomo, e all’assedio di Cefalonia muore ivi di febbri malariche, che i suoi molti e grandi nemici dissero di veleno domestico. Un cronista scrisse che morì in Venosa14; ma non è vero: egli forse confonde il luogo della morte con quello, della sepoltura15.

Ciò fu nel 1085.

Il figlio Ruggiero, che è detto Borsa per distinguerlo dallo zio dello stesso nome e conte di Sicilia, gli successe nel ducato di Puglia; e lo zio stesso lo aiuta a vincere le prime difficoltà. Boemondo, figlio della ripudiata Alberada, gli si leva contro a contrastargli la successione paterna; ma dopo fatti di guerra parecchi e durati qualche anno, Borsa cede al fratello terre e città, che formarono quel grosso feudo semisovrano, appannaggio di cadetti reali, che fu il principato di Taranto. Taranto, Oria, Otranto, Canosa, Matera, Montepeloso, Torre di Mare o Santa Trinità, che era l’antica Metaponto, e altre città, tra cui allora anche Bari, fecero parte di quel principato. Il conte di Sicilia fu paciere tra i fratelli, ed il nuovo papa altresì Urbano II. Il quale venuto nel ducato, convoca un Concilio in Melfi pel settembre 1089; ove fu grandissimo concorso di vescovi e abati, di baroni e principi sovrani. Fu di nuovo imposto ai chierici l’obbligo del celibato; fu esortato ai laici di pagare le decime alla chiesa; fu proibito a’ principi d’ingerirsi nelle elezioni canoniche, a pretesto d’investitura feudale. I Baroni furono indotti a firmare la tregua di Dio, che avrebbe dovuto mettere un po’ di pace tra le popolazioni vessate dalle consuetudini di vivere da masnadiere di quei turbolenti, violenti, cupidi e altieri. Il duca ebbe l’investitura e prestò omaggio al Pontefice. Il quale lasciato Melfi, passò nell’ottobre seguente a Matera.

Era già vivissima in Occidente l’agitazione dei popoli pel passaggio in Terra Santa a liberare il sepolcro di Cristo da mano dei Turchi. Bandita la Crociata nel 1095 nel Concilio di Clermont dallo stesso Urbano II, scesero l’anno dopo a frotte, a truppe, gli armati e i pellegrini nel ducato di Puglia per imbarcarsi nei porti di Bari, di Trani, di Brindisi, più prossimi alla Dalmazia. Boemondo, che sentiva troppo angusto campo all’ambizione sua il principato di Taranto e che già era esperto della guerra di oltre mare, prende, di un tratto la croce, e si dà opera a crearsi un esercito; confortato senza dubbio dal fratello che gli dové esser largo di aiuti, perché l’irrequieto s’allontanasse dalla Puglia. Ben settemila uomini si raccolsero alle sue bandiere, tra Pugliesi, Calabri, Salernitani, Basilicatesi16; che irrequietezza o miseria, cupidigia o rimorso di delitti commessi, necessità di espiazione, o più nobili sentimenti di pietà, di gloria e di entusiamo spingevano là dove «Dio voleva» che andassero.

Altro capo è Tancredi, valoroso quanto pio e discreto cavaliere nelle epiche cronache delle Crociate, e sì nobile, delicato ed ideale carattere nei versi del Tasso. Fu anche lui della famiglia degli Altavilla; era figlio, come credono i più, ad un’Emma, sorella di Guiscardo, e ad un Odone Bon, od Ottobono Marchisio, che alcune carte dicono Signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo17.

Fra gli altri baroni del ducato di Apulia, che passarono il mare con Boemondo e con Tancredi, si ha solamente i nomi di Roberto di Ansa, di Goffredo di Montescaglioso e di Roberto figlio di Trostaino. Roberto di Ansa fu senza dubbio il conte o feudatario di Anzi; Goffredo di Montescaglioso, anche lui cugino agli Altavilla, morì in una delle battaglie dei Crociati nel 109718; e quel Roberto di Trostaino fu probabilmente figlio del Tristaino, che fu conte di Montepeloso nelle prime divisioni delle terre conquistate19.

Sarebbe un declinare dalla nostra via il seguire, anche a balzi, Boemondo e Tancredi in Oriente. Dirò invece, tornando in carreggiata, che essendosi ribellato Benevento al Papa, questi venne al duca di Puglia per sollecitarne gli aiuti contro i ribelli; e in quell’anno del 1110 tenne un altro Concilio nella città di Melfi; nel quale lanciò le armi dell’interdetto contro i Beneventani, mentre le armi temporali del Duca andavano a campeggiarne la città.

Ma l’anno dopo, 1111, muore il duca di Puglia in Salerno; e muore nello stesso anno Boemondo, che era già diventato principe di Antiochia: quegli fu sepolto in Salerno, e questi a Canosa, ove ancora si legge sulla sua tomba il roboante epitaffio che gli fu posto. Guglielmo, figlio del Borsa, è investito dal Papa del triplice ducato di Puglia, di Calabria e di Sicilia; e non guari dopo Ruggiero, Conte di Sicilia e suo zio, viene a prestargli omaggio feudale, probabilmente in Melfi.

Fin dai primi tempi della conquista era nei baroni normanni dell’Apulia uno spirito d’indipendenza e di rivolta, che, come abbiamo visto, faceva continui i sollevamenti e le guerre nel ducato. Il concetto dell’individualismo in essi prevalente mal si piegava a riconoscere supremazia dì feudo in altri, cui ieri trattavano di pari a pari. Morti che furono Ruggiero Borsa e Boemondo, ecco risorgere i contrasti dei sottofeudatarii loro; e prima degli altri Alessandro, conte di Matera, leva le armi contro Costanza, vedova di Boemondo e tutrice del figlio. Il conte di Bari fa causa comune con esso; e in un fatto d’armi sul Bradano nel 1120 prendono prigioniera Costanza, la quale è condotta in Matera; e non prima è lasciata libera che essa non abbia rinunziato ai diritti di alta sovranità sui feudi di quelli. Ma la donna in libertà non mantiene la rinunzia estorta dalla violenza; e nel 1121 troviamo lei, insieme al duca Guglielmo figlio del Borsa, a capo di un esercito, che combatte i conti per la stessa valle del Bradano, ove riducono a soggezione il castello della Santissima Trinità sul Basento, che era la miserabile terra succeduta alla gloriosa Metaponto. Di altre fazioni non si sa.

Né contro il duca Guglielmo sono minori allo stesso tempo i contrasti. Mentre alcuni conti normanni gli negano omaggio nel ducato di Puglia, lo zio Ruggiero vien da Sicilia in Calabria, e ne occupa qui e qua terre e castella. Fra tanti avversarli, il duca che non era né di spiriti fermo, né di salute robusto, cede allo zio i suoi diritti sulle città di Sicilia, e ne ha in compenso aiuti di guerra contro i ribelli di terra ferma (1122); sicché può mettere a segno parecchie terre e baroni pei contadi d’Ariano e di Avellino.

Egli muore nel 1127, senza lasciar prole; e nuovi torbidi incominciano. Si sollevano molte città, e Salerno stesso, e la stessa Melfi, e Venosa, Ariano e Troia; mosse alcune dall’ambizione dei feudatarii, ma altre da spiriti di libertà, intolleranti per le obliate franchigie municipali. D’altra parie il Conte di Sicilia accorre per afferrarne prima d’altri la successione del ducato; e si presenta con nerbo di navi e di milizie innanzi Salerno. La città mostra di volergli resistere; ma, promettendo Ruggiero di riconoscerne le consuetudini ovvero leggi municipali di essa, si ammansa e gli apre le porte. E lì prestamente consacrato duca di Puglia, chiama città in franchigie e baroni dei feudi a fargli omaggio. Vengono infatti in buon dato; anche Melfi torna, come pare, all’ubbidienza, e cosi Trani, e forse Venosa. Gli animi parvero quetati, e i torbidi soffocati. Ruggiero parte per la Sicilia; ed approdando a Reggio è acclamato duca di Puglia, nel 1127. Ma non basta; il suo dritto non era legittimo senza rinvestitura del signore alto-sovrano che era il Papa; ed egli la dimanda al Pontefice. Questi invece gliela nega; anzi preso a pretesto non so che offese fatte in Sicilia a certi diritti dei vescovi, lo scomunica. Il vero è che un duca di Puglia, che fosse anche signore di Sicilia e di Calabria, era un temuto avversario e un temibile vicino al confine dei domini della Chiesa. Ma Ruggiero a spuntare le scomuniche usa innanzi tutto la punta delle armi; e va contro Benevento del Papa. E questi che aveva stretta una lega con i tanti feudatarii insofferenti dell’autorità o dell’ambizione del duca di Puglia, non si pèrita di bandire le indulgenze a pro di chi prenderà le armi contro Ruggiero. E con tali ausilii di soccorsi celesti egli entra fiducioso nell’Apulia a capo delle milizie raccozzate dai baroni a sé aderenti. I due eserciti s’incontrano per l’ampia valle del fiume Bradano ove esso scorre tra Matera, Montescaglioso e Ginosa. Ruggiero si afforza alla sinistra del fiume in un punto, oggi ignoto, che era detto il Vado (o guado) Petroso; e nella pianura a destra del fiume si spiega l’esercito del papa e dei baroni inimici. Ma questi non ebbero forse un capitano ardito ed energico, che avesse compreso la necessità di affrettare l’attacco; e badaluccavano senza costruito. Ruggiero, invece, comprendeva quanto a lui convenisse di temporeggiare, perché l’accozzaglia delle varie milizie feudali si sarebbe squagliata dopo il termine consueto del servizio dovuto; ed egli intanto, che aveva non solo milizie a vincolo feudale, ma squadre di Saraceni a impegni permanenti, poteva indugiare; e trattare intanto colla speranza di buon successo. Dicono che restassero a fronte guerrescamente inoperosi quaranta giorni; tempo più che sufficiente a crollare la fede dei collegati e sbandare i militi del feudo; sicché il Papa comprese che era necessità di scendere ad accordi. Quindi dà indietro, e torna a Benevento; ove conchiude la pace, e riconosce Ruggiero per legittimo duca di Puglia e di Calabria, e suo uomo ligio.

Delle città e dei feudatarii avversi molti si affrettano a riconoscere il duca, tra cui la città di Melfi; ma altri non si piegano, e Ruggiero va contro di loro con milizie miste di vassalli armati e di Saraceni; i quali facevano più aspre e crudeli, come ne correva la fama, le conseguenze della guerra. La resistenza fu ostinata, ma vinta; e Ruggiero, depressi i riottosi, può convocare a Melfi, quest’anno 1129, una generale assemblea di feudatarii, vescovi, e città, perché vengano a riconoscerlo e prestargli omaggio. L’assemblea fu numerosa; l’omaggio fu dato; ed egli tornò a Palermo, preparando il cammino a più alti destini. Giacché, crescendo di ambizione come di potenza, non gli basta ormai il titolo di Duca e Gran Conte; egli vuole il titolo di Re, e l’avrà presto, poiché gli eventi generali d’Italia gli davano il destro a tòrre gl’indugi.

Era morto Papa Onorio II, e a succedergli vennero eletti contemporaneamente Innocenzo ed Anacleto; uno dei quali era antipapa per gli avversarli, era legittimo Pontefice pei suoi fautori. La vittoria legale restò poi ad Innocenzo che si disse II. Ma Anacleto intanto viene in Puglia; si accorda con Ruggiero; e convoca e presiede un Concilio in Melfi a riconoscimento dell’autorità sua; quindi spicca una bolla, se in tutto o in parte genuina non monta, con cui s’investe Ruggiero della corona di Sicilia, di Calabria e di Puglia; e questi in Palermo, nel dicembre 1130, viene coronato re dal cardinale, nipote dello stesso Anacleto, tra grande concorso di principi, di baroni, di vescovi e popolo.

Allora la capitale del duplice reame non fu se non Palermo. Però il ducato di Puglia non scomparve, non fu soppresso; restò invece come stato aggiunto per vincoli di unione personale al re di Sicilia; e l’autonomia sua feudale, passò con l’onore di questo titolo, nel re di Sicilia. Continuò quindi ad essere Melfi la città, capo del ducato stesso, non solo allora che la monarchia si fu stabilita con suo centro a Palermo, ma in virtù della consuetudine e della tradizione, anche sotto i re successori a Ruggiero.

Coronato che fu re l’antico duca di Puglia, surse contro di lui un’opposizione armata; e fu delle più formidabili. Ruggiero per domarla sbarca con milizie feudali e con squadre di cavalli e di arcieri saraceni da Sicilia in Salerno; ma è a Melfi che convoca un’assemblea di sottofeudatari del ducato di Puglia e delle regioni contigue per istabilire i modi e il tempo del concorso da loro dovuto contro i ribelli.

Tancredi di Conversano della stessa famiglia degli Altavilla, ed Alessandro conte di Matera sono l’anima dei sollevati: le città scacciano i presidii dell’antico duca; Bari, Troia. Ascoli, Trani, Venosa ed Acerenza si sollevano; Montepeloso apre le porte a Tancredi, e diventerà fra breve l’ultimo e il più forte baluardo della resistenza.

Per sgominare le forze dei sollevati, al re parve opportuno scendere a patti con la città di Bari, cui riconobbe le consuetudini e le franchigie municipali, e vi pose presidio. Ma apportò desolazione di incendii, di sperperi e di morte per le altre città. Prese Troia ed Ascoli, ne abbatte le mura, e ne sbranca il popolo pei casali d’intorno. Molfetta cede. Entra di forza in Venosa, e crudelmente punisce d’incendii e di morte le campagne, la città, i cittadini. Prende Grottole ed altre terre del conte di Matera: ha Matera stessa per tradimento dei difensori; Armento ed Anzi, castelli munitissimi, posti nel cuore della regione basilicatese, cadono; ed in Armento è preso Roberto, figlio del conte di Matera; e in Anzi Goffredo conte di Andria, e tutto il tesoro del conte di Matera20. Più tardi gli apre le porte Acerenza, ma a buoni patti; poiché luogo fortissimo per natura e per arte. La resistenza si raccoglie in Montepeloso. E qui rabbiosa è l’offesa e la difesa; perché vi erano chiusi Tancredi di Conversano con altri dei baroni maggiorenti; tra cui Ruggiero di Flenco. Più volte è respinto l’assalto che danno alle mura i Saraceni; più volte le torri mobili, che gli assalitori avvicinano ai baluardi vengono incendiate o guaste e spezzale nei mobili ponti, con che tentano di agganciare alle mura. Ma i fossati si riempiono di tronchi d’alberi e di fascine; uno de’ baluardi fa breccia; la città non può più resistere; i Saraceni vi entrano, e incendiano, e scannano e vituperano. Tancredi e il conte di Flenco sono tratti prigioni innanzi al re: e il re fa alzare le forche e vi appiccano il conte di Flenco, e s’impone a Tancredi strappi lui la corda che strozzerà l’amico, se vuol salva la vita. E l’ha salva; e lo menano in catene in Sicilia. Alessandro conte di Matera perde tutte le terre della contea, e muore esule in Dalmazia.

L’ultima e grande opposizione contro il re di Sicilia sorge da papa Innocenzo, che trae l’Imperatore Lotario a venirne in Puglia: essi sostengono Rainolfo di Capua come duca di Puglia, mentre spingono i Pisani contro le città marittime fautrici del re. Il quale non fu fortunato nelle prime battaglie, e ne ebbe la peggio: sicché Papa e Imperatore entrano animosi in Puglia nel 1137. Bari accoglie Lotario, e quasi tutte le città di Puglia si danno alle di lui bandiere: di là passa egli nella regione basilicatese e gli si rende dopo alquanti giorni di assedio la città di Melfi; poi Potenza; quindi Salerno; mentre Amalfi è saccheggiata e guasta dagli emuli Pisani.

Papa e Imperatore riposano un pezzo nella città di Melfi e nel prossimo castello di Lagopesole. Il Papa anzi qui tiene un Concilio, che è famoso nella storia dei benedettini cassinesi21; e vi convenne immenso stuolo di uomini di chiesa e di armi, principi italiani e stranieri; e tra essi Bernardo di Chiaravalle, nonché l’Imperatore. E questi ora in un luogo ora in un altro tiene placiti e corti di giustizia, e rende sentenze. In Melfi convoca un parlamento dei baroni di Puglia, i quali ivi eleggono a duca Rainolfo, che poi riceve l’investitura dal Papa e dall’Imperatore, ma da amendue allo stesso tempo, perché il preteso dritto dell’uno all’alta sovranità sul ducato non sottostesse all’altro22.

Ma non tardano a sorgere dissidii tra i due sovrani; e tornando Ruggiero alla sorte delle armi, non tarda fortuna a sorridergli di nuovo. Muore il nuovo duca di Puglia; e Ruggiero, libero dall’avversario, naviga prestamente alle spiagge di Salerno; questa gli apre le porte; di là si spinge innanzi e devasta tutto intorno i contadi di Avellino e di Capua. Dopo altre e varie vicende fortunate, in un fatto d’armi presso San Germano gli avviene di prendere prigione il Papa. Allora questi, come di solito, cede, si accorda col vincitore, e gli dà l’investitura della corona di re, che ormai può dirsi rafforzata sul capo di lui dal giudizio di Dio e dalla fortuna delle armi.

Quando sotto i successori di re Ruggiero la quasi autonomia del ducato di Puglia venne a confondersi nella piena sovranità della monarchia, non perdé l’antica importanza sua la città di Melfi. Fu ancora città primaria e forse prima dell’antico ducato, sia per la giacitura centrale, le fortificazioni mirabili e le tradizioni ancora vive e vivaci d’uno Stato potente, sia per numero e lustro di popolo, floridezza d’industrie e ricchezza di commercii, che Greci, Amalfitani e Giudei vi esercitavano. Ultima, ma ben notevole prova dell’importanza sua è il fatto di quel Codice famoso delle Costituzioni del regno di Sicilia e di Puglia, che fu pubblicato da Federico II appunto nell’assemblea di Melfi, ove avea convocati feudatarii, vescovi e delegati delle città demaniali del regno, nell’agosto del 123123.

Anche dopo Ruggiero, agli altri re di Sicilia che ragioni di guerra o politica chiamavano in terra ferma di frequente, la città di Melfi continuò ad essere residenza non unica, ma preferita. Altri di loro ne crebbe e ristaurò le fortificazioni24; altri ne crebbe le comodità e le attrattive, e come complemento alla residenza dei re, surse da prima il castello di Lagopesole in mezzo a grande boscaglia, che l’abbondevole selvaggina faceva luogo alle nobili cacce distinto. Le prime origini del castello sul poggio presso al lago rimontano, è lecito di credere, ai dinasti Normanni; ma a Federico II si ascrive l’opera fortificata quale oggi si vede; e col castello vi surse intorno un villaggio25. Fu albergo di svago e di caccie per gli Svevi e per gli Angioini; ma albergo a non brevi dimore; poiché ancora si può leggere, con la data da Lagopesole, quello che avanza di una, per lunghi anni succedentesi, corrispondenza diplomatica e cancelleresca dei re di stirpe angioina, e dell’imperatore Federico altresì26.

Quando il re di Sicilia veniva in terra ferma, viaggiava con esso, oltre all’equipaggio della casa del re, il suo gabinetto politico o cancelleria di Stato, e una parte almeno della tesoreria. Una lunga fila di muli recavano di qua e di là in «cofani e sacca » i quaderni o registri di tesoreria. Le carte angioine di archivio ancora superstiti mostrano continuo questo viavai di portafogli insaccati, fra Trani, Brindisi, Melfi e Lagopesole27.

Ma all’alta potenza del re di Sicilia e di Puglia divenuto imperatore, non bastava, come residenza di state in terra ferma, il Lagopesole; e Federico II innalzò altri castelli a Monteserico, a Minervino, a Lucera, ad Andria, e altrove. Scrissero, che anche a Montepeloso; ma io credo si abbia ad intendere appunto del castello di Monteserico, che è in mezzo tra Genzano, Montepeloso e Gravina. Il Vasari ricorda, che tornando da Roma nel regno Federico, dianzi coronato imperatore nel 1221, venne tra il suo seguito un Fuccio, scultore fiorentino, che, secondo l’usanza dei tempi, era anche architetto. Fece egli non so che opere ad alcuni dei castelli della città di Napoli, e inoltre, dice il biografo aretino «un parco cinto di mura per l’uccellagione presso Gravina; e a Melfi un altro per le caccie di verno»28.

Cotesto Fuccio è dubbio se abbia esistito mai, anzi per molti non ha esistito affatto; e quelle opere gli storici le attribuiscono a Nicolò Pisano, celebratissimo. Quanto a me, credo che il parco da caccia presso Gravina sia stato fatto al castello di Monteserico, e il parco da caccia d’inverno non proprio presso la città di Melfi, ma al Lagopesole, destinato appunto a contenere quelle nobili famiglie di cervi e di daini, che se non sono custoditi, difesi e nutricati nel crudo inverno, scompariscono presto, come sono oggi scomparsi.

NOTA-APPENDICE

A.

LA BADIA DELLA SS. TRINITÀ, DI VENOSA. — Gli scrittori napoletani e venosini del passato secolo dicono che la Badia fu fondata dai principi longobardi di Salerno nel 942; e si affidano al Cronico Cavese, pubblicato dal Pratilli, che, sotto quell’anno, dice:

Gisulfus princeps cepit extruere monasterium Sancte Trinitatis de Venusia, ad preces Indulfi comitis et consanguinei sui, qui postea factus est ibi monachus.

E questa comune opinione sieguo l’erudito recente scrittore delle Memorie storiche della SS. Trinità di Venosa. Dott. Gius. Crudo, Trani 1899. — Ma oggi che la critica ha riconosciuto quel Cronico Cavese come un’impostura del canonico Pratilli, l’affermazione manca di sicura base. Tutti i più antichi e numerosi documenti di questo insigne cenobio benedettino di Venosa non vanno esenti da dubii e da accuse di poca genuinità: tale la famosa donazione di Drogone del 1053, — di lui che era già morto il 1051! (In Ughelli, VII, e Crudo, 74). — Quanto alle origini, io richiamo l’attenzione sulla bolla di Nicolò II del 25 agosto 1059, riferita dal sig. Crudo a pag. 117, e già pubblicata negli Acta Pontificnm romanor. inedita da Pflungk-Hartung, Stuttgard, 1884; la quale bolla, confermando donazioni e privilegi al Cenobio, dice… monasterium S. Trinitatis de vetere civitate Venusia, labore (?) extructum a Drogone Comite… — Quanto alla Chiesa, lo storico poeta Guglielmo Appulo, e della chiesa e delle tombe de’ Conti ivi sepolti, dice (lib. V):

His subhumatorum fabricata jussibus horum

Ecclesia…

Ma questa Chiesa è per più riflessi importante, e con moderni scrittori di storie dell’arte occorre indugiarvisi.

La Chiesa è duplice. Quella oggi aperta al culto, di più piccole proporzioni, sta dinnanzi; e dietro di essa, sulla linea del medesimo asse, si prolunga una chiesa che non fu mai compiuta, che è maravigliosa nella massa di pietre squadrate frammentaria, in fasci di colonne e capitelli di preciso lavoro, in un coro con un quasi trifoglio di cappelle absidali, e dietro del coro il «deambulatorio», che non si trova altrimenti nel napoletano se non nel duomo di Acerenza, anche esso, per questo viadotto e per l’austera sua massa, singolare.

La chiesa, più piccola, con qualche mediocre affresco del quattrocento (?), con degli archi minori acuti sotto un amplo arco a tutto sesto, ai due fianchi della navata, lo Schulz la riterrebbe monumento anteriore ai Normanni, del secolo XI, ma rifatta o restaurata dai conti Normanni, nel secolo XII. E pensa che la chiesa grande fu incominciata dai Benedettini nella seconda metà del secolo XIII; e ne rimase interrotta l’opera quando nel 1292 una bolla papale (ap. Ughelli, VII, 171) trasmise il possesso della badia dai Benedettini ai Cavalieri Templarii di S. Giovanni.

Ma il Lenormant (À travers l’Apulie et la Lucanie, I, 209) è di avviso che la Chiesa grande, incompiuta, fu proprio incominciata da Roberto Guiscardo, nel 1065 (?). È una croce latina, a tre navi, 70 metri lunga, 24 larga, con la crociera di 46; dodici enormi colonne con capitelli, di preciso lavoro arieggianti al corinzio, delimitano la nave principale; con un coro lungo 17 metri, e di dietro il «deambulatorio» che dà adito alle tre cappelle absidali; con un disegno del tutto inusitato alla architettura italiana, e derivato direttamente (egli dice) dalla Francia. Anzi ne trova il prototipo, sì di questo sì di quello di Acerenza, nel coro di una chiesa di Caen, in Francia, fabbricata da Guglielmo il conquistatore (che morì il 1087).

Però, di recente, il signor Emilio Bertaux, rilevando che questo coro della chiesa di Caen venne rifabbricato nel 1200, batte dalle fondamenta la tesi del Lenormant.

Il signor Bertaux viene alle seguenti conclusioni, che io accetto. — La Chiesa, minore, non è più quella del Guiscardo; ne conserva il posto e qualche frammento, nella porta d’ingresso, in qualche capitello o base di colonna; ma la fabbrica è grossolana: la pianta è deformata. Egli l’attribuisce ai cavalieri di S. Giovanni, che, a «corto di mezzi per completarla, si dovettero accontentare di erigere qualche muro, o qualche arco a sesto acuto in mezzo ai ruderi della chiesa primitiva, per comporre quella strana chiesuola, degna di un villaggio, nella quale pure rivivono tante grandi memorie».

La Chiesa grande è anteriore al 1200… Ad ogni modo, questa chiesa grande (che anche il Bertaux dice chiesa francese per la sua tettonica) è l’opera de’ Benedettini; o per la decadenza dell’ordine, al quale allude severamente la bolla del 1292, vennero abbandonati i lavori incominciati. — Vedi E. Bertaux, I monumenti medievali nella regione del Vulture, con 48 incisioni. Supplemento alla Napoli nobilissima. Rivista napolet. di arte. Anno VI. 1897. — V. inoltre Bened. Croce, nella stessa Rivista, dell’anno 1893, 179.

La città di Venosa fu donata da Roberto all’Ordine benedettino nel 1080. Ed all’abate Berengario, monaco normanno, fu dato a reggere dallo stesso Roberto il cenobio venosino.

La Chiesa della SS. Trinità è stata dichiarata monumento nazionale. V. Gazz. Ufficiale, 5 gennaio 1898.

B.

IL CASTELLO DI LAGOPESOLE. — Dall’importante monografia del BERTAUX, testé citata, togliamo le note che seguono:

«Il Castello è il più grande degli edifici militari di Federico II: ed uno dei meglio conservati. Esso ha la forma di un rettangolo; quattro torri quadrate sono agli angoli. Il portone a sesto acuto, con le scanalature della saracinesca e con una porta di legno tempestata da chiodi di ferro che rimonta forse al trecento, si apre fra due torri rettangolari più strette. Varcata la porta ed attraversata una galleria con volte a botte, si giunge al gran cortile rettangolare. Di fronte all’ingresso si vede la porta a zig zig della cappella, che è costruzione semplicissima ad una navata, e con abside semicircolare affiancata da due piccole sale: essa è chiusa entro una torre quadrata, che forma, presso uno de’ lati lunghi del parallelogramma, una sporgenza, rispondente a quella delle due torri all’ingresso. Il cortile è diviso in due parti ineguali. Nel recinto più piccolo è un torrione massiccio quadrato, a due piani, murato a grandi pietre tagliate a punta di diamante, come le torri esterne. In fondo al recinto grande una porta in marmo rosso dava ingresso alla parte del palazzo destinato all’imperatore, ma è la parte, sfortunatamente, in rovina. Il primo piano comprendeva sale immense, forse per uso dormitorio di soldati. Le sale erano illuminate da finestre bifore, che sembrano imitazioni grossolane di quelle di Casteldelmonte. Di tanto in tanto delle mensole sono incastrate nelle pareti di queste sale, a riscontro le une con le altre… Nell’ala del palazzo che è rimasto in ruderi, si distingue chiaramente di sopra a simili mensole nel muro, gli avanzi di un arco che poggiava sopra di esso. Le grandi sale di Lagopesole erano, adunque, tagliate da una serie di grandi arcate a sesto acuto, che sostenevano le travi del tetto. Questa è una disposizione rarissima in Italia… Le mensole di Lagopesole, con le loro foglie lunghe e stilizate in forma di uncino, con rami di quercia attorcigliati, non hanno nessuna analogia con motivi bizantini o pugliesi, ma ricordano de’ motivi francesi. Vi si incontra una graziosa sala quadrata con volte a cordoncini, che è la volta francese per eccellenza…».

Il signor Bertaux conchiude:

«Lagopesole dovrà essere stato come testimonio di quella penetrazione davvero strana e stupefacente dell’architettura franceso nelle Puglie e nella Basilicata, fin dal regno di Federico II: si ammetta o no la parte che è attribuita a Philippe Chinard di Cipro (architetto di Castel del Monte) in questa importazione, il fatto è certo; e l’analisi delle parti conservate del Castello di Lagopesole Io conferma. Si noti però che operai e scultori locali hanno avuto gran parte nei lavori; e per molti particolari, il disegno o l’esecuzione non sono delle stesse mani, così lo stile francese delle mensole di Lagopesole è meno puro che nei capitelli di Castel del Monte. Questa collaborazione di artisti della Basilicata con maestri francesi spiegherà i capitelli ad uncini e le volte a cordoncini del Duomo di Rapolla fabbricato sotto il regno di Manfredi da Melchiorre di Montalbano».

Del Duomo di Rapolla, notevole per la storia dell’arte, e per quello di Acerenza, vedi al capitolo XI.

NOTE

1.

«La ricca terra, che ai Normandi

Darà principio a fargli in Puglia grandi».

Orlando Furioso, Can. XV.

2. Sieguo, a principale guida in questo capìtolo, la diligentissima storia dell’Insurrezione pugliese e la conquista normanna del prof. GIUSEPPE DE BLASIIS. Napoli. 1864-1873, nella quale si possono trovare riportate, in fonte, tutte le maggiori autorità o testimonianze dei cronisti contemporanei, su cui procede sicuro e autonomo il racconto. — Vedi, inoltre, pel sentimento storico, segnatamente, l’AMARI nel III, parte I, capitolo I, della Storia dei Musulmani di Sicilia. Firenze, 1868.

3. Vedi Ignoti Barensis Chron. ad Ann. 1112: LEO OSTIENSE, II, 67. E i nostri Paralipomeni, già citati, p. 127.

4. Mense septembris Guillelmus electus est Comes Materae. Lupo Protosp. ad ann. 1042.

5. Nel capitolo II.

6. Guglielmo Appulo dice «dodici palagi e dodici piazze»; e potrebbe significare che si divisero il reddito, che si riscuoteva dalle «piazze» ovvero dalle vendite sui mercati della città.

7. AMARI scrive Ibid. p. 34:

«Le due bande di Aversa e di Sicilia stanziavano a Mlefi accomunate, come ci sembra, e ridivise sotto dodici condottieri, i quali si reggevano a repubblica, e ciascuno si acconciò un palagio ed un quartiere nella città».

E a pag. 37:

«Fatto insieme il partaggio della terra… rimanendo Melfi in comune, come capitale».

8. Di questa Badia detta Trinità di Venosa vedi la nota-appendice in calce al presente capitolo.

9. Breve Chron. Nortm. Ad ann. 1048…Nortmanni iverunt contra Graecos in Calabriam, et invaserunt eam; et victi sunt circa Tricaricum.

10. Il sepolcro di Alberada ancora esiste nella chiesa venosina della SS. Trinità, e vi si legge incisa l’antica iscrizione, in caratteri non antichi:

Guiscardi coniux Alberada hac conditur arca:

Si genitum quaeres, hunc Canusìnus habet;

accennando al figlio Boemondo, sepolto in S. Sabina di Canosa. L’arca sepolcrale è un parallelogramma di pietra, sormontata da un timpano sostenuto da due colonne, addossato al muro. La effige è riprodotta nella importante monografia sui «Monumenti medievali del Vulture», del sig. E. Bertaux, di cui vedi nella nota-appendice a questo capitolo. Egli giustamente deduce, dalla iscrizione di sopra, che il mausoleo di Alberada fu eretto dopo la morte di Boemondo, e probabilmente dopo eretta la cappella funeraria di questo, in S. Sabina, verso il 1112.

Il monumento di Alberada, nello stato cui oggi esiste, non mi pare de’ tempi normanni.

11. Lupo Protosp. ad ann. 1048 februarii:

Robertus dux obsedit Montipilosi, ubi nihil proficiens cum paucis abiit Obbianum, et recepit eum; et traditionem cuiusdam Gotofredi intravit ipse dux in dictam civitatem Montispilosi. — Conf. DE BLASIIS, Op. cit. II, 125.

12. Alfano, arcivescovo di Salerno, si querelò ivi delle usurpazioni sui beni della Chiesa fatte da Guglielmo Conte di Principato e dal Conte Troisio di Rota. — Conf. SCHIPA, Stor. del Principato longob. di Salerno: nell’Arch. stor. prov. napol. Anno XII, pag. 561.

13. Lo argomento dalla lettera ad Arnaldo Episcopo Acheruntino, diretta nel marzo del 1074 da Gregorio VII: estratta dai Regesti del Papa, e ripubblicata dal DE BLASIIS tra i documenti del II, p. 545, Op. cit.

14. Chron. Thur. apud DE BLASIIS, II, p. 324.

15. Da un antico cronista raccolse il Lupoli (Iter venusinum, 199) la iscrizione che fu messa la sepolcro del Guiscardo nella chiesa della SS. Trinità e diceva:

Hic terror mundi Guiscardus, hic expulit urbe,

Quem Ligures (?) regem, Roma, Alemannus habent.

Partus, Arabs, Macedonumque falanx non tegit Alexim,

At fuga, sed Venetum nec fuga, sed pelagus.

In questa stessa chiesa fondata o fatta ricca dai Normanni, furono sepolti e Dragone, e Unfredo, ed Alberada, e probabilmente Guglielmo braccio di ferro, onde Guglielmo Pugliese appunto poté scrivere:

Urbs venosina nitet tantis decorata sepulcris.

Ma i sepolcri de’ Conti normanni, alla civiltà vandalica restauratrice di chiese e monumenti di arte, scomparvero. Disperse le pietre dei loro sepolcri, se ne raccolsero le ossa in uno; e sulla nuda calce del muro venne scritta questa memoria, molto postuma, e poco esatta:

Drogoni Comitum Comiti, Ducum duci, huius sacri templi instauratori. Gulielmo regi (ovv. fratri?). Roberto Guischardo Normanno restauratori; fratribus ac eorum successoribus, quorum ossa hic sita sunt. (Lupoli, ibid.)

Della chiesa della SS. Trinità vedi la nota-appendice in fine al presente capitolo.

16. Un cronista-poeta delle crociate, Folco Carnotense o di Chartres, cantava, con le reminiscenze dotte dell’antichità:

Umbri, Lucani, Calabri, simulque Sabelli…

Aurunci, Volsci…

Quaegue etiam gentes sparguntur in appula rura,

Sub jugo Tancredi et Buemundi corripuere…

Ap. DI MEO, ad ann. 1096.

17. V. DI MEO, Ann. dipl. ad ann. 1096, 4. — Per le carte di Bonati (Libonati?) v. Syllab. Graecar. Membran. p. 80. — Per quella di S. Chirico oltre all’Antonini, Lucan. p. 490, vedi Le notizie del comune di San Chirico Raparo, in appendice alla Vita di Santa Sinfarosa di D. PAOLINO DURANTE. Napoli, 1833, pagg. 136 e 144. — In queste notizie del Durante è una carta, in cui Marchisio, Emma e il loro figlio Roberto, nel 1080, donano alla

Ecclesia S. Arcangeli de Raparo et tibi abati Nympho collapsum castellum nominatum Saracenum cum omnib. tenimentis ejus. Tu vero redificabis et relevabis ipsum ad apparitionem (?) et confectionem, et facies habitationes hominum

Pietro Diacono IV-II, che riferisce i nomi dei baroni che seguirono Boemondo, nomina prima Tancredus Marchesii filius… Troyli, Stor. gen. del reame di Napoli, vol. III, p. 440.

18. Conf. TANSI, Histor. Monast. S. Mich. Montis Caveosi. Napoli, 1746, pag. 188.

19. L’Antonini (pag. 208) annovera, tra i Crociati della regione, anche Alberedo di Cagiano. Ma, in verità, il nome di questo crociato è scritto Alberedus de Caniano o de Cagnano (Conf. DI MEO ad ann. 1096, p. 14 e 18; DE BLASIIS, III, 54); e ci ha un Cagnano nel Gargano e un altro presso Salerno.

Il Dudone di Consa (di cui Tasso cantava nella Ger. Lib. I, 52, e III, 39, 44): «Son qui gli avventurieri invitti eroi… Dudon di Consa è il duce…» non è della città di Conza sull’Ofanto, ma sì di Conti o Conz, nel paese di Treves, al confluente del Saae nella Mosella.

Giova, invece, di ricordare, dalla Gerusalemme conquistata, tra i Crociati della regione, Roberto «Del buon marchese di Ansa ultimo figlio» I, 83; e nel XXI, 53 «Il signor d’Ansa ivi cadeo trafitto Dal Soldan…» e Rinaldo di Venosa, «Cavalier di gran forza e di consiglio» I, 83. — Forse la poesia li fa immortali più che la storia.

20. ALESS. TELESINO, cap. 39, 40:

Devicta itaque Matera, Rex super Armentum munitissimum oppidum, quo Robertus frater praedicti Gofredi inerat, venit… — Post haec vero rex castra movens super arduum et munitissimum castrum nomine Ausum (sic) acceleravit, quo Gofredus Comes aderat: illudque obsidione saevissime circumsedit

E FALCO BENEVENT. (p. 219) ad ann. 1133:

Rex civitatem Matera obsedit, quam proditione populi comprehendit. Quibus ita peractis, civitatem aliam nomine Ansam obtinuit. Revera thesaurum auri et argenti Alexandri comitis invenit.

Tesoro, che Orderico Vitale (XIII, 898) dice di XV minae auri et argenti.

21. Questo di Lagopesole del 1137 è il quinto dei concilii che si dicono tenuti in Melfi (vedi la Stor. di Montecas. del Tosti). Dei quali ricapitolo qui la cronologia: Un 1º nel 1058, presieduto da papa Nicolò II. — Un 2° da Alessandro II nel 1067. — Un 3º da Urbano II nel 1080. — Un 4° da Pasquale II nel 1101.

Un altro concilio nel 1130 si tenne in Melfi da papa Anacleto, ma poiché questi è ritenuto per antipapa, il suo concilio passa nel novero dei «Conciliaboli».

22. GIANNONE, Stor. civ. XI, I.

23. Nel giugno del 1241 furono convocati apud Melphiam, da Andrea de Cigala, Capitano generale e Maestro giustiziero, i prelati del regno, per averne in prestito gli ori e gli argenti di loro chiese. — Riccardo da S. Germano, ad ann.

24. Il castello di Melfi fu fatto costruire, come è fama, da Roberto Guiscardo: mezzo abbattuto dai cittadini in una delle tante sollevazioni o turbolenze interne, di cui nel testo è pure qualche cenno, fu fatto rialzare da re Ruggiero; dipoi rifatto ed accresciuto sotto Carlo d’Angiò. — In una carta del 1280, da parte del giustiziero di Basilicata, Giovanni De Bosco, si fa ordine all’Università di Gaudiano di mandare ogni giorno dieci some di legna por cuocere la calce occorrente pro operibus Castri Melphiae (nel Syllab. ad r. Siclae archiv. pertinent. vol. I, pag. 192).

25. Nelle cronache dell’abate Telesino (morto poco dopo il 1140) si legge: vadit ad oppidum quod vulgo nominatur Lacupesulum (I, 20). Qui, evidentemente, la parola oppidum significa qualcosa più che il Castello. Vecchi scrittori accennano a sue fortificazioni quali opera di Greci-bizantini o di Saraceni: ma di nessuna prova attendibile è cenno in essi.

Di cotesto militare e normanno-svevo monumento vedi la nota-appendice a questo capitolo.

26. Della corrispondenza di Federico II, datata in campis, ovvero in castris propre Lacumpensulum, vedine un saggio nel volume VI, parte II, pag. 780-1, Dell’Historia diplomat. Frider. secundi. — Dei Capitoli, ovvero Leggi angioine sono datati apud Lacum Pensilem quelli di Carlo I che proibiscono di incendiare le ristoppie prima del 15 agosto. — Altre lettere sono indicate nel Syllab. membran. ad r. Siclae, etc. È data apud Lacum pensulem, il 12 agosto 1278, la cedola di distribuzione della nuova moneta dei Carlini alle terre del regno: riferita in parte tra’ documenti (Nº III) della Guerra del Vespro siciliano dell’AMARI. E infine, a tacere di tanti altri, è actum apud Lacum pensilem, in camera palatii, anno dom. 1266, il testamento di Beatrice, Regina di Sicilia (ap. DEL GIUDICE, Codice angioino, pag. 154).

27. Conf. DEL GIUDICE, nell’Introduzione la Codice Angioino, vol. I. Napoli, 1863.

28. VASARI nella Vita di Nicola Pisano.

PARTE II - La Basilicata

CAPITOLO VI

DAGLI ULTIMI SVEVI AI PRIMI ANGIOINI

(1250-1300)

Federico II morì nel dicembre del 1250, non in Forenza di Basilicata, come altri scrisse1, ma in «Ferentino di Puglia» che oggi non esiste più, e fu un castello di Capitanata non lontano da Benevento. Succedeva all’imperio ed al reame di Napoli suo figlio Corrado. Ma poiché egli è ancora in Allemagna, prende nel Regno la somma delle cose un giovine di 18 anni, fior di gentilezza, di valore e di senno. Manfredi, che era nato all’Imperatore da una delle sue mogli, Bianca Lancia, e che dal padre fu già investito delle contee di Gravina, di Tricarico e di Montescaglioso2, oltre che del principato di Taranto.

Le fazioni interne ed il partito guelfo rialzano il capo; quello che sarà il perpetuo inimico ai confini del regno ritesse gli intrighi; e le città di terra di Lavoro e dell’Apulia si sollevano.

Manfredi reprime i moti; e tra provvedimenti di guerra e di pace attende che arrivi dall’Allemagna l’imperatore e re, che giugne non prima del 1252. Corrado, di naturale indole fiero ed acerbo, punisce duramente le sollevate città: nel parlamento generale, che convoca a Melfi nel febbraio del 1253, chiede i soliti sussidii in danaro, e manda a riscuoterli, presso le terre tarde e renitenti, schiere odiate di Tedeschi e di Saraceni.

Sospettoso dei fratelli, toglie non che ogni potestà a Manfredi, ma anche i feudi donatigli dal padre; e poiché la trista fama dell’animo duro e chiuso si diffonde, quando avvenne che mancasse alla vita, nel castello di S. Fele prossimo a Melfi, l’altro fratello giovanetto, di nome Arrigo, che era nato a Federico dalla moglie Jolanda, fu detto dai Guelfi che Arrigo ebbe morte di veleno dall’avido Corrado; e fu creduto. Corrado regnò un anno appena, morì di febbre nel maggio del 1294 presso Lavello3, ov’era a campo con l’esercito.

Poiché il figliuolo Corradino è di età ancora bambino e in Alemagna, venne la somma delle cose alle mani prima del marchese Bertoldo, come bàlio del fanciullo, poi di Manfredi stesso. Divampa di nuova lena la politica antisveva della Curia romana, nella quale fu sempre vivo il concetto di non permettere, per quanto era in lei, che alla corona imperiale di Allemagna fosse aggiunta la corona del prossimo reame di Napoli, che era come il principio logico della sparizione del dominio temporale del Papa e della conseguente unificazione d’Italia. Di qui l’indirizzo supremo della politica papale nei tempi precedenti e successivi: di qui i titoli della Casa di Svevia alle simpatie degli Italiani.

Agli incitamenti di questa politica ambiziosi baroni e città divise in parti si sollevano; e un esercito papale entra nei confini del regno. Manfredi provvede, accorre, combatte, assedia città ribelli, e riconquista palmo a palmo lo stato, dalla Campania alla terra di Otranto e di Calabria.

Non possiamo seguirlo in questa lotta, se non per quanto abbia attenenze al nostro soggetto.

Tornava egli dalla invasa Campania verso la Puglia, che era insorta; fa sosta a Bisaccia ed intende di venirne a Melfi. Manda dunque in Melfi, dice il Jamsilla4, «suoi legati Gualtieri di Oria, cancelliere del reame, e Gervasio di Martina, i quali, convocato il popolo, dimandarono fosse ricevuto il Principe nella città. Ma quei di Melfi risposero avere essi giurato fedeltà ed omaggio al Nunzio del Papa, e non volere far opera contro il giuramento; però avrebbero ricevuto il principe se venisse accompagnato da poca gente di armi, e senza Tedeschi o Saraceni». Alla punto gradita risposta il Principe piega a Lavello «ove fu ricevuto a grande riverenza ed onore»: e qui vengono deputati da quei di Venosa, che Io invitano nella città; ed egli vi si incammina, e «la città esce incontro di lui, e lo riceve con grande letizia e tripudio»5 dice il cronista.

Intanto corre la voce che Lucera, sede delle truppe saracene, abbia defezionato dalla causa sveva; gli animi si turbano; e i cittadini di Venosa vengono al Principe dicendo, come essi fossero richiesti da quei di Melfi di fare lega con esso loro, e come non si potessero ricusare, atteso la potenza dei Melfesi, i quali per la vicinanza avrebbero potuto recare alla città di grandi offese; e intendevano pertanto entrare in lega con quei di Melfi, salvo in tutto l’onore e la salvezza del Principe6. Così il cronista: e vuol dire che la città, divisa in partiti, quel che volesse o facesse l’uno, disvoleva o disfaceva l’altro, secondo l’aura del vento o all’una o all’altra delle parti favorevole. E il Principe esce da Venosa, va a Lucera, vi entra di colpo, e fa che torni alla sua fede; e di là va a stringere Foggia, occupata da truppe papali, e l’ottiene. Questa duplice impresa rialza la sua fortuna; sicché egli dando volta verso la Puglia montanina, entrò inaspettato in Venosa, che ancora durava in ribellione, e l’ebbe in suo comando; e i cittadini a impetrare umilmente perdono, arrecando a scusa che non avevano potuto ricusarsi a quei di Melfi ed agli altri ribelli, troppo prossimi ai loro confini7.

Melfi stessa non tarda a mandare ambasciatori al Principe e sottomettersi, non prima però che la prossima Rapolla sia vinta e punita. Rapolla, che era in feudo a Galvano Lancia, zio del Principe, ricusò alle costui premure di tornare alla causa sveva; sicché egli con grande sforzo di cavalli e pedoni venne da Venosa ad oppugnarla.

«Gli abitanti della città, si difesero dapprima audacemente — dice il cronista —, secondoché la posizione del luogo cresceva ardire alla difesa: ma infine la resistenza fu vinta e fu presa la città con grande violenza; molti per la pertinace ribellione vennero messi a morte; e la città fu ridotta al fondo della desolazione, per la stoltezza dei suoi cittadini, non meno che per la vendetta dello esercito principesco»8.

Restava lì d’intorno, contumace alle bandiere sveve, la città di Acerenza: ivi si era chiuso, con forti squadre di saraceni, Giovanni il Moro, capo dei saraceni di Lucera. Questi, che aveva congiurato di darsi alle parti del Papa quando l’esercito papale entrasse in Campania, si portò a Roma, lasciando in mano di un suo parente la città di Lucera, commessa al suo presidio. Ma quando, dal suo giubileo di Roma, seppe per via che Lucera era tornata in fede a Manfredi, egli si ritrasse nel fortissimo posto di Acerenza ad aspettare gli eventi. Ma gli eventi piegando a favore del Principe, dopo l’occupata Foggia, i Saraceni ammutinarono contro l’antico capo; lo fecero a pezzi; e il teschio reciso mandarono a Lucera; e intanto invitarono Galvano Lancia, che era nel proprio castello di Tolve9, di venirne in Acerenza per ricevere da parte del Principe la città. E quegli venne; prese la città; e con essa tornò alla causa sveva tutto il Melfese.

E non dirò altrimenti come, sparsa la voce della morte di Corradino lontano, Manfredi si proclama re del reame; come la Curia pontificia ravviva gli sdegni e le brighe, e lo scomunica: e, in cerca per l’Europa di un re per Napoli e Sicilia, trova e consacra Carlo d’Angiò, il quale viene in Italia, entra nel regno mal difeso dai traditori di Manfredi, e vince definitivamente presso Benevento. Né dirò come Corradino venne alla riconquista del regno; e come all’appressarsi di lui, la parte degli Svevi abbattuta solleva il capo; e terre e città, dall’Abruzzo alla Sicilia, sospinte dai feudatarii, ribollono e fanno novità.

Corradino fu rotto a Tagliacozzo; e lui spento sul patibolo dall’atroce ragione di stato e dall’animo feroce del suo competitore, comincia la vendetta del re per le terre del reame; e la Basilicata non fu la meno contristata d’incendii e di sangue sparso, poiché ivi i suoi baroni non furono meno numerosi e fedeli a Casa sveva.

Tra i primi a sollevare l’insegne dell’aquila imperiale è nominato il Conte di Tricarico, che, con molte sue genti dei suoi feudi di Basilicata, entra in terra di Bari a sollevarvi terre e città10. Contro a lui e agli altri sollevati venne Ruggiero Sanseverino, Conte di Marsico, già superstite alle persecuzioni sveve, e stipite di quella grande famiglia, che agitò di congiure, di fazioni guerresche e di rivolgimenti per più secoli il reame di Napoli.

«La prima città a ribellarsi — dice uno storico11, assommando gli sparsi fatti — quando re Carlo era in Abruzzo contro Corradino, fu Lucera; poi Andria, Potenza, Venosa, Matera e (in) Terra d’Otranto, e tutte quelle terre che non avevano rocche, né presidii. Capi della ribellione furono Roberto di Santa Sofia12 con Raimondo, suo fratello, Pietro e Guglielmo fratelli, Conti di Potenza, Enrico il vecchio Conte di Rivello, e un altro Enrico di Pietrapalomba13, tedesco, e appresso di loro le nobili case di Castagna, Scorna, Vacca, Filingiera e Lottiera. Questi, scorrendo la Puglia, Capitanata e Basilicata, ogni cosa rivoltarono, ponendo a sacco le terre che facevano resistenza; le quali furono: Spinazzola, Lavello, Minervino, Montemilone, Guaragnone ed altre. Solo si tennero queste terre, perché avevano fortezze e presidii, Gravina, Montepeloso, Melfi, Troia, Barletta, Trani, Molfetta, Bitonto e Bari».

Ma quando Carlo ebbe vinto, non fu terra, né castello in Puglia, né in Basilicata che non sentisse ruina dai ministri del re, salvo quelle che non ribellarono. Alle vendette regie si mescolarono le reazioni popolari; e si leggono, non senza un sentimento di ribrezzo e di pietà, queste parole dello stesso storico14:

«Potenza in Basilicata, credendo con la perfidia saldar la perfidia, levò il popolo in armi; e andando a casa dei nobili, come causa dei loro mali e della loro ribellione, li tagliarono tutti a pezzi; e tra le altre estinsero due nobili famiglie, Grassinelli e Turachi: ed altri, che erano a loro ricorsi dimandando misericordia, li pigliarono e presentarono al re per gratificarsegli; la quale azione non gli giovò, imperocché la loro terra fu saccheggiata, e buttate a terra le mura».

Roberto di S. Sofia, Enrico di Pietrapalomba ed altri dei principali si chiusero in Corneto, che era un castello di Puglia soggetto ai benedettini di Venosa: ma quei cittadini, che parve dapprima li avessero ricevuti volentieri, si levarono in armi; e presili e spogliatili di tutto, li dànno in mano agli Angioini. Erano centosei: ne furono impiccati speditamente centotre; gli altri tre vennero precipitati giù dalle mura della rocca di Melfi15.

Le feroci repressioni non spensero la parte sveva nel reame. Non tardò guari, e i Vespri siciliani fecero la vendetta di Manfredi e di Corradino. Comincia una lotta per molti anni guerreggiata tra l’isola e la terraferma, tra Carlo d’Angiò e Pietro re di Sicilia, marito a Costanza figlia a Manfredi, genitrice

«Dell’onor di Sicilia e di Aragona»

e l’azione e la reazione delle armi, quando non viene a cozzo sul mare, fa punta ed invade terra ferma, sulle terre rivierasche al Tirreno ed al Jonio, dal Golfo di Salerno e di Policastro al golfo di Taranto.

In questa lunga e triste epopea emerge un uomo e un nome sopra ogni altro famoso nella storia marinaresca dei mezzi tempi: il nome ha relazione domestiche con la storia nostra; l’uomo è l’ammiraglio del re di Sicilia, Ruggiero di Laurìa.

La biografia dell’uomo s’intrama con la storia dei Vespri, e non è il caso di rifarla qui: ma assommando i grandi fatti in brevi accenni, diremo che, creato ammiraglio di Sicilia e di Aragona sotto Pietro, Giacomo e Federico aragonesi, re di Sicilia, batté tante e tante volte, che è difficile ricordarle tutte, Provenzali, Francesi e Pugliesi delle flotte di Carlo d’Angiò, nelle acque di Napoli, di Malta, di Sicilia, di Linguadocca, di Catalogna. Nel 1284, nel golfo di Napoli, accerchia e sbaraglia la flotta e fa prigione il Vicario del regno, figliuolo del re, con gran numero di navi e col fiore dei baroni angioini, in due altre battaglie prende prigioni, con numero sterminato di signori e cavalieri, due altri ammiragli del re di Francia, che vi perdono quasi intero il naviglio, nel 1299, alla battaglia del capo Orlando, vince sifattamente che scampa appena, mezzo tramortito, il re di Sicilia; dal cui servizio egli, poco innanzi, si era rimosso insatisfatto e ringhioso. Tra l’utta e l’altra di tante imprese s’impadronisce dell’isola di Gerbi nei mare di Tunisi (e il Papa gliene dà l’investitura di principe sovrano); scorre, preda, devasta le spiaggie d’Africa, di Morea, dell’Arcipelago, con intenti e fazioni anzi da corsaro, convien dirlo, che da ammiraglio; diffondendo dovunque, temuto e famoso, il nome di Laurìa; e mostrando sempre e dovunque, ardimento, prontezza, sagacia, iniziativa e genio, misti a prepotenza, a cupidigia, ad asprezza, anzi a ferocità d’animo fortissimo. Fu il più grande uomo di mare nei mezzi tempi fino ad Andrea Doria, salvo Colombo.

Se l’uomo nacque proprio a Laurìa, da cui prese il nome, oggi è dubbio: potrebbe la non lontana Scalea, terra de’ suoi dominii, contendere con essa16. Ma Laurìa fu il capo della signoria, che comprendeva i prossimi paesi di Lagonegro, di Castelluccio e Tortora e Aieta, e, probabilmente, Scalea e Rotonda; e Laurìa come capo della signoria feudale die’ il titolo alla famiglia. Il padre, familiare di re Manfredi, e signore di Laurìa17, morì con lui alla battaglia di Benevento; la madre, Donna Bella, nutrice e dama di Costanza, figlia a Manfredi, e moglie a re Pietro d’Aragona, seguì la regina in Ispagna; e menò seco il figliuolo di tenera età. Crebbe in corte di Aragona18; ove il re gli die’ sposa una figliuola dei Lancia, parenti della regina e zii a Manfredi; ed ivi si segnalò capitano di navi catalane in fatti audacissimi sopra i Saraceni19. Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo Laurìa per sé, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Laurìa, di Lagonegro e di Castelluccio20. Ci è noto da altro titolo21 che pel possesso dei castelli di Aieta e di Tortora surse litigio tra Riccardo e Ruggiero; e fu composto con patto che, alla morte del primo, tornassero nel patrimonio della famiglia del secondo. La quale non ebbe il casato di Cloria, come altri ha detto22, o per isbaglio, o per artifizi di genealogisti, ma si di Loria, che è la parola stessa di Laurìa, con fonetismo francese, come è a ritenere fosse pronunziato il temuto nome nella corte francese dei re angioini23.

La guerra di Sicilia, cominciata con cattivi auspicii da re Carlo contro Messina, proseguì quasi sempre sfavorevole agli Angioini, e calamitosa alle città di terra ferma. Abbandonato il mal riescito assedio di quella città, Carlo si riduce a Reggio. Qui vengono a molestarlo Siciliani e Catalani; e sospingendolo da Reggio entro la penisola calabra, vengono essi sperperando ed occupando terre e castelli; mentre le navi siculo-catalane incendiano ed affamano i paesi sulla marina da Reggio al golfo di Policastro e di Salerno.

La prima terra da loro occupata sul Tirreno fu Scalea al principio del 128424, incitati dai fuorusciti della terra stessa, e da qui partono inviti e fomiti di sollevamenti all’interno della regione, e da cotesti incitamenti e dal mancare dei grani, poiché le navi inimiche intercettavano ogni commercio per mare, si resero al re di Sicilia le prossime terre di S. Lucido, di Cetraro ed Amantea, che ne ebbero vettovaglie e presidii. Da questi punti di passaggio all’interno, frotte di quella speciale milizia catalana degli Amulgavari, men soldati che saccomanni e masnadieri, sciolti e spediti, si spingono pel paese interno della Valle del Laino o Mèrcuri e del Noce; e il giustiziere di Val di Crati che va loro incontro con squadre di cavalli intoppa in un agguato, e scampa appena; inseguito, è poi stretto da blocco in un castello presso Cassano. Il conte Federico Mosca, messo da re Pietro a reggere la terra di Scalea, entra in Basilicata con altre torme di Amulgavari, che si spargono per tutte quelle valli fino a Chiaromonte, oltre il fiume Sinni e più in là25. Re Carlo si sforza invano di spegnere questo focolare d’incendi. Dopo l’occupazione di Scalea aveva egli mandato un capitano in Maratea per difendere la spiaggia aperta alle offese; e intanto provvedeva approdassero navi con cento salme di frumento per conforto e sollievo alla penuria di quel paese e sue e sue circostanze, esortando gli abitanti a tener fermo con promosse di aiuti: vi mandò inoltre Riccardo di Sangineto con gente che fu assoldata in Toscana, mentre Riccardo di Chiaromonte ed altri baroni fanno fronte, come possono, con le loro genti a quell’irrompere fulmineo di torme di scorridori, non senza prendere ostaggi essi dai loro vassalli sospetti di intelligenza con i nemici, e chiamando a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali, aperti26. «Matteo Fortuna, scrive l’Amari, condottiero di duemila Almugavari, impavido era rimaso tutta la state (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano, e poscia Montalto, Regina, Rende, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre di Val di Crati e Basilicata».

Molte e molte terre sulle spiaggie jonie e tirrene alzano bandiera sicula-aragonese: fino al 1299 si tenne pel re di Sicilia, con un presidio di Amulgavari, Castellabate nel Cilento, poi vennero a patti; cessero il castello e restarono, a doppio stipendio, con re Carlo27; torme di ventura, senza fede, temuti e temibili non meno agli amici che ai nemici.

Questo è quel tanto che ci è noto dei più lunghi guai sofferti dalle nostre terre nella guerra dei Vespri.

La pace tra Napoli e Sicilia non fu conchiusa prima del 1303: poi nuovi accidenti di guerra sursero tra’ due Stati; ma non dobbiamo occuparcene noi.

NOTE

1. CORCIA, Storia delle Due Sicilie. Vol. III, pag. 571. Vedi innnanzi al cap. III, pag. 62.

2. JAMSILLA, Nei Cronisti napoletani (Ediz. di Gius. del Re), vol. 2°, pag. 107.

3. JAMSILLA, pag. 118. — In campis prope Lavellum.

4. Op. cit. pag. 137.

5. Id. pag. 137.

6. Id. p. 140.

7. Id. p. 155.

8. Id. p. 156.

9. Nel JAMSILLA (Op. cit. 156) è detto qui, che Galvano de romana curia rediens, erat in castro suo, quod Tulle locatur, e poco più giù: castrum suum praedictum quod dicitur Tulle. Io credo si abbia a leggere Tulbe (oggi Tolve) non lontano da Acerenza e da Rapolla, la quale era pure feudo di Galvano. Un paese, detto Tollo, è nell’Abruzzo chietino, presso Ortona. Non parmi probabile che i Saraceni avessero mandato per Galvano Lancia dimorante sì lontano in Abruzzo, quando allora il principe Manfredi era ivi presso, sia a Venosa, sia in Lucera, a cui parmi, si sarebbero piuttosto indirizzati per offrirgli le città. Perciò preferisco di leggere Tulbe, anche perché Tollo si sarebbe detto, in latino, Tullum.

10. In MATTEO SPINELLI, all’anno 1268. — (In Cronisti Napol. di Del Re, II, 732). — SUMMONTE, II, 219.

11. COLLENUCCIO, Stor. lib. IV, e SUMMONTE, Storia, ecc. che ne ricopia le parole. II, p. 220.

12. Santa Sofia era un castrum o paese tra Avigliano e Ruoti, distrutto fin dal secolo XV, nel luogo che ancora è detto «Castelluccio S. Sofia».

13. Pietrapalomba era un castrum a sinistra dell’Ofanto, e il suo territorio oggi appartiene al paese che ha mutato il vecchio nome da Carbonara in quello di Aquilonia. — Il Guaragnone, presso Gravina fu distrutto non più tardi del XV secolo: oggi è una grande tenuta.

14. COLLENUCCIO, Lib. V. — SUMM. II, 236.

15. COLLENUCCIO, Lib. V. — SUMM. II, 236.

16. Nelle Vidas de Españoles celebres il QUINTANA scrisse anche quella di Roger de Lauria; e dicendolo nato a Scalea, aggiunge in nota queste parole:

«Asì consta da una carta latina que se conserva en el archivo real de la corona de Aragon, escrita per Roger al rey don Jaime II, en el 19 de julio de 1297». (V. Obras completas dell’Exmo D. Manuel Jose Quintana. — Biblioteca de autores españoles, vol. XIX, Madrid 1867).

17. È detto e scritto Riccardus de Loria nel Registro del 1239 di Federico II (in Hist. diplom. etc. di BRÉHOLLES); e poiché a lui è dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Laurìa.

18. Nell’Istoria di Saba Malaspina (cap. XVI, p. 399, II, dei Cron. napol.) parlando egli ai suoi equipaggi dice:

Ego, etsi a tempore bone memorie regis nostri in Aragonia educatus, et Catalanorum usu moribus enutritus, sum tamen regnicola natione

19. AMARI, Vesp. Sicil. cap. V.

20. È riferito dall’AMARI nei Vespri Sicil. V, 83, ove sono erratamente scritti «i castelli di Loria e Lagonessa» per Laurìa e Lagonegro.

21. Nella Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grasta (in Aieta) di VINC. LOMONACO (Napoli, 1858), che dice avere avuto le notizie dal ben noto erudito napoletano Minieri-Riccio. — Ap. PALMIERI, Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugg. di Lauria. — Lagonegro 1883 (II edizione, p. 11).

22. In LOMONACO della procedente nota.

23. E questo spiega perché in molti storici italiani più antichi e detto Ruggiero Loria o di Loria. I parecchi tra’ moderni, che seguono la stessa grafia (e tra questi mi spiace di trovarvi l’Amari), hanno torto.

24. In AMARI, Op. cit. secondo l’ultima ediz. cap. X, vol. II, 29.

25. Documento del 2 agosto 1284, in AMARI, Op. cit. cap. XI, 229.

26. I documenti dell’archiv. di Napoli, onde risultano queste notizie, sono cennati partitamento in AMARI, Op. cit. cap. XI, 227.

27. In AMARI, Op. cit. — Append. docum. 34 e 35.

PARTE II - La Basilicata

CAPITOLO VII

GUERRE DINASTICHE. GUERRE FEUDALI

(1370-1442)

L’economia del nostro lavoro ci forza, spezzando la catena dei tempi, a sorvolare anni e lustri su per la fitta trama della storia; dalla quale ci è debito di raccattare quelle sole filamenta che si annettono al nostro parziale subbietto.

Muore Carlo II, a cui succede re Roberto; passa anche lui; e fa posto alla nipote Giovanna, che maritata a sedici anni con un suo cugino d’Ungheria, è regina e vedova a diciotto, dopo una tragedia domestica, che, sprizzandole di sangue il nome, fu scusa ai suoi nemici dell’ultimo fato che la spense.

Da questa amabile e sventurata, forse più che colpevole, donna ebbero origine i lunghi guai d’una guerra civile, dall’infecondo seno preparati alla sua patria. Rimaritata a Ludovico di Francia, poi a Giacomo della Marca, e poi ad Ottone di Bruswich, sperando in una prole che non venne mai, infine adottò, mal consigliata, in figlio ed erede alla corona di Napoli, Luigi d’Angiò, secondogenito del re di Francia. Ma Carlo di Durazzo, marito alla nipote della regina, che vedeva venir meno le speranze della promessa a lui successione nel regno, aspetta l’occasione favorevole per levarsele contro come aperto pretendente; e l’occasione non tarda.

Vacando per la morte del Papa la sedia papale, una parte dei cardinali in Roma eleggono a pontefice Urbano VI, già arcivescovo d’Acerenza e poi di Bari: gli altri cardinali di Avignone eleggono Clemente VI; e la regina di Napoli favorisce il Papa di Avignone che è città dei suoi dominii provenzali. Il Papa di Roma scomunica il Papa di Avignone, e con esso la regina di Napoli; dichiara anzi vacante il trono di questo feudo di Santa Chiesa, e ne dà la investitura a Carlo di Durazzo. Carlo re, doveva sostenerlo delle sue forze contro il Papa di Avignone, e largheggiare di ricchezze e dignità principesche a pro di un Prignano, nipote di lui.

Conchiuso il patto, il pretendente con gli aiuti spirituali e temporali di Santa Chiesa entra nei confini del regno. La cittadinanza inacerbita per gli interdetti fulminati da Roma alle chiese si commuove a suo favore; baroni ambiziosi e cupidi tentennano e congiurano, si dànno intanto a rapine e vendette, che il dissolversi sperato e previsto degli ordini stabiliti doveva rendere agevole e impuni. Il Duca di Andria, primo tra i più alti baroni e parente della regina stessa, cavalcò contro la città di Matera; e togliendola di forza ad un Sanseverino conte di Tricarico, pretendeva che la presa città fosse parte del suo principato di Taranto (anno 1371): e poiché la regina non potendo piegare a partiti men violenti cotesto alto prepotente, fu in necessità, per decoro dell’autorità regia, di mandargli contro le sue genti d’armi, il Duca ed i suoi escono dal regno, e congiurando presso il papa, si fanno primo nucleo nell’esercito di Carlo invasore. I baroni della regione prossima alle terre pontificie, aderiscono al re; e questi procede occupando senza intoppo Abruzzi e Terra di Lavoro.

All’invasore e pretendente male si può opporre Ottone di Bruswich, marito della regina; e questa aspetta invano i soccorsi chiesti e non giunti che troppo tardi, dalla sua Provenza.

Carlo entra in Napoli da vincitore; assedia la regina in Castelnuovo, che non può resistere, e capitola, ed egli ricevendola in grazia, mostra di essersi pacificato con Lei, ma indi a pochi giorni, essa è condotta con grande scorta d’armati dal Gran Giustiziero del regno nel Castello di Muro, e Ottone nel prossimo castello di S. Fele: due città in Basilicata che appartenevano in feudo a Casa di Durazzo.

Quello che avvenne tra le intime pareti del castello di Muro non si seppe mai di notizia certa; ma si sa che la regina fu spenta sia di laccio, sia tra i piumacci del suo letto soffocata1. Ne portarono il cadavere a Napoli; e il 20 maggio del 1382 fu dato a pubblica mostra in chiesa, per tarpare ogni speranza di riscossa nei fautori di lei.

Ottone non molto di poi fu liberato dalla sua prigione di S. Fele.

A fare le vendette della spenta regina viene nel regno Luigi d’Angiò; ma dopo due anni di abbattimenti di eserciti, di assalti a città e di sperperi guerreschi, egli muore a Bisceglie; e il suo esercito si dissolve. Carlo a sua volta, ito in Ungheria, pretendente alla corona di S. Stefano, vi è ucciso. Egli era già venuto in cattivi termini con Papa Urbano, iracondo, violento e ambiziosissimo, che vedeva mal satisfatte le sue temporali cupidigie dal re. Chiuso il Papa nel castello di Nocera presso Salerno, che era una città data in feudo al suo nipote Prignano, ogni giorno fa squillare una campanella a richiamo di popolo; e dall’alto degli spaldi, frammezzo a lugubri ceri accesi, scomunica Carlo e le sue genti, che lo stringono di assedio. Un giorno egli è liberato, ma a danaro, dalle forze di Raimondo Orsini e di Tommaso Sanseverino Conte di Montescaglioso, che lo menano a Buccino; e di là alle foci del Sele, ove si imbarca sulle galee genovesi che lo aspettavano.

Menava seco incatenati i cardinali, che sospettava a sè inimici e a Carlo favorevoli; non guari dopo li spense, ma prima li avea dati alla tortura; poi ne fa esiccare entro un forno i cadaveri; e questi chiusi in valigioni onoratamente coperti della porpora e del cappello cardinalizio, se li portava appresso, in dorso ai muli, fra le bagaglie che l’accompagnavano in viaggio; simbolo parlante di pace e di perdono ai nemici del Vicario di Cristo.

Carlo di Durazzo, morendo, lascia un figlio di dieci anni, che nel nome di Ladislao ebbe grande animo, fortunose vicende, e fama di alte geste e di tristissimi fatti.

A quel Luigi d’Angiò, che era morto a Bisceglie, tien dietro, nelle pretese al reame di Napoli, il figliuolo, a nome anch’esso Luigi che si disse II. Quindi, come di solito, lo stato si divide per lotte intestine tra i due competitori; i due papi della cattolicità a favorir l’uno contro l’altro i due, in sostegno della propria causa; e i baroni del reame a parteggiare per l’uno o per l’altro, con quanta onesta letizia, si pensi! dei popoli soggetti.

La città di Napoli tumultua agli incitamenti delle interne fazioni; il giovinetto re e la madre regina si chiudono in Gaeta; ed entra nella città, viceré, per Luigi d’Angiò, Tommaso Sanseverino. Gran parte dei baroni giurano fedeltà al nuovo arrivato, finchè la fortuna arrida. La quale, non guari dopo, piega ai favori di Ladislao, quando egli, sposando una ricca moglie, che ripudierà presto, trova quel tesoro di danaro, nerbo della guerra, che gli dànno abilità di assoldar gente d’armi e capitani di ventura. E con questi ausilii può vincere le resistenze delle terre di Abruzzi e del Duca di Sessa, potentissimo in Terra di Lavoro; e vinti che gli ebbe, ne viene ad assediar Napoli, che gli si arrende a buoni patti. Luigi d’Angiò non può resistere; s’imbarca, e torna in Provenza.

Allora il giovane re, rinvigorito dalla vittoria, intende che la debolezza del potere regio deriva dall’arroganza e dal prevalere dei grandi vassalli, che con le forze di loro grandi feudi dettano leggi al sovrano: e deriva la povertà della corona dallo smembramento dei grandi feudi, dati in appannaggio ai baroni, che di loro forze avrebbero dovuto in compenso servire in guerra al re, ma che ormai invertivano le parti. Prevalevano sugli altri il Duca di Sessa, cui era soggetta mezza Terra di Lavoro; il Principe di Taranto, cui era sommesso il Leccese e gran parte delle Puglie; Niccolò Ruffo, signore della Calabria catanzarese e reggiana; e i Sanseverino, che dominavano quasi tutta la Basilicata, il Cosentino, il Cilento2. Comincia la lotta aperta dello Stato contro il feudo, del re contro il feudatario; e quest’uomo che entra in lotta con quel senso morale del secolo, che si assommerà, nei Borgia, nei tirannelli di Romagna, nei capitani di ventura, marita senza scrupolo alla astuzia il tradimento, la perfidia alla forza. Dimanda in isposa la figliuola del Duca di Sessa; e invece ne svergogna la famiglia, ne abbatte i capi, ne occupa lo Stato. Va con la sua gente contro l’Orsino, Principe di Taranto; ma quegli che vede non poter resistere allo sforzo invadente, gli viene incontro, gli rende omaggio, e si sottomette; poi muore: e il re per averne gli Stati e i tesori, ne sposa la vedova, ma per soli tre dì è marito alla donna che abbandona. Il Ruffo, signore del Catansarese, gli fa resistenza aperta, ma è vinto; perde lo Stato e va in esilio. Usa forza e inganni contro i Sanseverino, numerosi quanto potenti.

E dice uno storico3:

«Ne fa carcerare quanti ne poté avere (e furono undici) in Castelnuovo, ove gli fa strangolare, e poi gittare, nei fossi di quello, ai cani: tra i quali incarcerati fu Tommaso, conte di Montescaglioso, con Guglielmo suo figliuolo; Vincilao, conte di Venosa e di Amalfi, con un suo figliuolo; Ugo, conte di Potenza; Luigi, conte di Melito e Belcastro; Arrigo, conte di Terranova; Gaspero, conte di Matera, e Ruggiero (conte di Tricarico), primogenito del Duca di Venosa con tre suoi fratelli. Alcuni di questi ultimi furono ritenuti prigioni. Gli altri Sanseverino, il conte di Nardò, il conte di Lauria, il conte di Marsico, fuggendo, si salvarono nel Castello di Taranto».

E questa fu la seconda persecuzione dei Sanseverino (conchiude lo storico stesso), essendo stata la prima a tempo dei re svevi.

Mandò ad occupare i loro Stati per la Basilicata e per la Calabria; e dove trovò resistenza pose assedio e prese d’assalto. Abbiamo notizia da superstiti documenti, che un suo condottiero, a nome Giovanni de Tritia4 campeggiò Saponara; e qui erano convenuti a difesa anche gli uomini di Spinoso, paese feudale dei Sanseverino anche questo. La città dopo qualche tempo si arrese nel 1405 ad equi patti; e questi furono: ampio indulto, rispetto alle leggi e consuetudini della città, e ai possessi dei cittadini, mantenimento pel regio dominio, e franchigia per parecchi anni dalle pubbliche gravezze. Qualche anno innanzi la città di Napoli arrendendosi al re che la strinse d’assedio, gli presentò i capitoli del trattato di resa, che il re giurava di concedere sotto forma di grazia5. Così fece la Saponara6.

Cresciuto di potenza, il giovane re aspira a maggiori destini oltre il Tronto; guerreggia a crescere dominio in Italia, e comincia coll’occupare Roma, che già il Papa aveva stretto una lega contro di lui, e chiamato al gran feudo di S. Chiesa Luigi d’Angiò, a cui dà l’investitura. Con questo novello pretendente si raccozzano i baroni ribelli e i Sanseverino; e con le costoro milizie e le papali e quelle che assolda dei capitani di ventura entra l’angioino alla conquista del regno. Ma fortuna o ingegno non lo seconda; il nerbo della guerra, i danari fanno difetto; e pure avendo egli rotto Ladislao sul Garigliano, non può venirne innanzi; e torna in Provenza. Ladislao a sua volta si spinge contro gli stati papali; ed occupa, per la quarta volta, la città di Roma; tratta con lo Sforza, il gran condottiere, che era a servizio del suo avversario; lo prende ai suoi stipendi; e per attaccarlo più stabilmente alla sua causa investe il figlio di lui, Francesco, di molte città e terre feudali nel regno; tra cui occorre di nominare Tricarico, Senise, Chiaromonte, Calciano, Salandra, Craco, Grassano7 che erano già dei Sanseverino. Ma nel fior dell’età e dei trionfi una febbre palustre gli tronca la vita nell’occupata Perugia il 1414. Ambizioso, animoso, irrequieto, astuto, con poche o punto virtù private e con punto scrupolo sulla scelta dei mezzi, ebbe in animo alti disegni, ma impari forse l’ingegno, e, di certo, impari gli strumenti ad eseguirli, che erano le milizie feudali, mal disposte e intermittenti e restie, e quelle compagnie di ventura venderecce e istabili e ladre.

Morì senza figli: la corona passò alla sorella Giovanna II, che, senza figliuoli anch’essa, e governata dalle volubili passioni di femmina, fu causa delle maggiori calamità al paese che le venne in dominio. Il pretendente d’Angiò si apparecchia per venire alla conquista del regno; il Papa le è inimico, perché Castel Sant’Angelo, della già occupata Roma, è ancora in presidio della corona di Napoli: il famoso Braccio di Mentone, ai soldi del Papa, è per venirne alle ostilità sul confine, e gli Abruzzi sono in fermento. Ella manda contro Braccio, l’altro non meno famoso capitano, che era lo Sforza: ma questi è vinto a Viterbo; e poiché tardano le paghe dal tesoro di Napoli (per intrighi dei cortigiani, come egli diceva) il capitano di ventura, secondo gli usi del tempo, lascia il servizio della regina, e si dà al competitore Luigi d’Angiò, che viene alla conquista del regno. Sforza lo precede in Abruzzi.

La regina in tanto frangente adotta per figlio ed erede Alfonso d’Aragona, che è re di Sicilia; e intanto che questi fa apparechi di un’armata di galee in di lei aiuto, essa viene a patti di pace col Papa; prende a soldo Braccio di Mentone contro lo Sforza. I due grandi condottieri, rovesciate le parti, sono a campo l’uno contro l’altro sui confini del regno: e mentre l’Angioino con buon numero di navi si mostra nelle acque di Napoli, lo Sforza per terra, che tende allo stesso obiettivo, è già padrone della linea del Garigliano, e occupa Aversa. Contro le squadre di Braccio, spedisce, a capo di mille cavalli, il capitano Tartaglia che era nato a Lavello, e che benchè avesse il nome di Angelo, è famoso nelle storie dei capitani di ventura pel nomignolo, che gli venne dal difetto all’organo della lingua8. In tutta questa genìa fortunosa di soldati mercenari il coraggio fino all’audacia e allo sbaraglio teneva luogo di ogni altra virtù, che mancava sì nei capi maggiori o minori, sì negli inferiori. Allo Sforza balena il sospetto che il Tartaglia sia entrato in segreti accordi con l’avversario Braccio; e vecchi rancori ripullulando in esso all’assillo del sospetto recente, detto fatto, lo fa prendere, mettere alla tortura, e mozzare il capo nella piazza di Aversa9.

Ma non tarda a cambiar la scena e le parti degli attori in questo dramma, che intramano, a flagello dei popoli, intrighi di cortigiani, passioni di femmine, leggerezze di consigli, ambizioni e invidie de’ grandi.

La regina annulla l’adozione di Alfonso, e adotta invece il figlio del pretendente Luigi d’Angió, che era in Roma. Pertanto lo Sforza viene in aiuto della regina, e tornando le terre dello Stato alla devozione di questa, non rimane al diseredato, ma non vinto Alfonso, che l’estrema parte del reame, la Calabria. E in tanto turbinare di eventi le invidie e le prepotenze dei feudatari accrescono torbidi e anarchia.

Il Principe di Taranto, con molto sforzo di cavalli e di fanti, va contro il Conte di Tricarico e il Conte di Matera, e s’impadronisce di queste ed altre città di casa Sanseverino: la regina gli fa ordini di restituirle; egli indugia, o ricusa; e quella gli manda contro, con molto nerbo di genti, il condottiero Giacomo Caldora e Luigi d’Angiò, che tolgono al riottoso lo stato di Taranto10. Tanto bastava; ed egli si dà alle parti di Alfonso.

Luigi, che da queste fazioni nel Leccese passa nella Calabria per combattervi Alfonso, muore a Cosenza. E la Regina, prima che anche essa muoia poco di poi nel 1435, accresce le divisioni degli animi e le ragioni di guerra, nominando a suo successore il fratello di Luigi, Renato d’Angiò.

Quindi i baroni di parte angioina mandano in Provenza a sollecitare l’avvento di questo Renato; i baroni di parte aragonese mandano in Sicilia a sollecitare Alfonso. In luogo di Renato, che era allora prigioniero di guerra in Borgogna, viene la moglie di lui Isabella; e con essa sono gli aiuti di Genova, sempre avversa ai Catalani, gli aiuti del Papa, e famosi capitani, come il Caldora. La fortuna incomincia dal sorridere alla virile donna; poiché nella famosa battaglia navale nelle acque di Ponza, le navi genovesi sbaragliano la flotta e fanno prigioniero con altri in gran numero Io stesso re Alfonso. Ma questi, dalla sua prigionia presso il Duca di Milano, esce non guari dopo, e più forte: la fortuna e la sua parte nel reame si rialzano; va e prende Gaeta; e assedia, benché invano questa prima volta, la città di Napoli. La guerra pel regno divampa: il Papa manda eserciti con a capo e condottiero un Patriarca, il famoso Vitelleschi, che entra nelle Puglie capitano di ventura, a sostenere la causa di Renato; a pro del quale e contro il Principe di Taranto, che è passato ad Alfonso, viene con le sue numerose forze il Caldora famoso. Il quale in queste fazioni di Puglia, saccheggiando e taglieggiando, secondo gli usi soldateschi del tempo, prende Lavello, prende Venosa, dà il sacco a Ruvo di Monte, e a Pescapagano; poi fa tregua col Principe, e passa in Abruzzo. Non guari dopo Alfonso lo compra a danaro, ed egli con le sue bande lascia in secco Renato, e passa negli Stati del Papa. Tempi, usi, costumi, governi non indegni dei barbari.

La disfatta di tanta forza strema difesa ed animo all’Angioino: gli aiuti genovesi per mare non sono bastevoli; gli sforzeschi ai suoi stipendi sono rotti e sbaragliati da Alfonso in Puglia, e le città della regione si dànno al vincitore. Il quale va contro Napoli; l’assedia nel 1442; vi penetra pel tramite delle acque condotte alla città; e vi è proclamato re.

NOTE

1. Che fosse spenta nel castello di Muro è affermato dal Costanzo, dal Summonte, dal Giannone (XXIII, 5), e sopratutto dalla tradizione.

Altri scrittori indicano invece o Aversa, o San Fele o San Felice (che è lo stesso) o un castello innominato di Puglia. — Nel Cronicon Siculum incerti auctoris, pubblicato la prima volta, con grande apparato di storia dal ch. prof. De Blasio, per incarico della Società di storia patria di Napoli, è detto a pag. 45 (Napoli, 1888):

Ann. dom. MCCCCLXXXII die sabati XXVIII, martii. V indic. dominus rex Carolus misit captivam dominam reginam Johannam et domin. Ottonem virum suum; dominam reginam ad castrum Muri, et dom. Ottonem ad castrum sancti Felis de provincia Basilicate… Que domina regina asseritur fuisse mortua in carcere dicti Castri Muri XII Julii ejusdem anni.

Che la tradizione del Muro fosse da tenersi verace, non fu più dubbio per me, quando nella bolla del 1386 di Clemente VII, trovai espressamente attestato che la regina fu spenta ivi — in eadem civitate, cujus etiam superius dominium ad eam spectabat… crudeliter ineterempta (Ap. UGHELLI, VI, 847). Il prof. De Blasio sullodato, riferendo le diverse affermazioni degli scrittori contemporanei o quasi; si appoggia anch’egli a questa testimonianza della bolla Clementina: a me piace trovarmi d’accordo con sì dotto uomo.

2. Delle diminuzioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle Memorie della prov. di Lucania. Napoli, 1732.

3. Nell’anno 1404. SUMMONTE, pag. 535 e con qualche variante dei nomi in altri scrittori. — Conf. TANSI, Hist. Monast. Montiscav. 105, e GATTA, Memorie della prov. di Lucania, 1732, 170.

4. Tra i condottieri al soldo di Ladislao si trova nominato nel COLLENUCCIO (Stor. lib. V, pag. 213, ediz. Venez. 1611) tra gli altri, un Zanin dalla Trezza, che è senza dubbio questo che è indicato nel testo secondo il documento nostro. È un nome a pronunzia veneta, con un casato o nomignolo, derivato, forse, da sue trecce di capelli eteroclite, come «l’enorme ciuffo, che usciva sulla fronte» ai bravi di D. Rodrigo, reliquie appunto dei soldati di ventura delle epoche procedenti.

5. Nel 1399 assediò Potenza: e della capitolazione con essa era, fino ai tempi dello storico della città, il canonico Viggiani, una Carta data in Campo felici, prope Potentiam, die 10 aprilis 1399 (Viggiani, pagina 78): ma nell’archivio della città oggi non si trova.

6. I capitoli della resa di Saponara, confermati dal re con diploma del 14 aprile 1405, dato in Castro novo (sic: nostro?) Salerni, sono pervenuti fino a noi, che li troviamo trascritti, dalla pergamena originale, nelle Memorie Grumentine-Saponariensi mss. ed inedite del dottor Ramaglia (di cui puoi vedere, se ti piace, la nostra illustrazione alla Leggenda di S. Laverio del MCLXII. Roma, 1881, p. 5).

7. SUMM. III, 553.

8. Angelo da Lavello era nato verso il 1370, come leggo nel libro del Bozza, che ne ha raccolto in un cenno biografico tutto «lo stato di servizio» e vuol dire il mutamento nei soldi e i precipui fatti d’armi, a cui prese parte fino all’anno 1421 che fu spento (ANGELO BOZZA, Il Vulture, ovvero Brevi Notizie di Barile, ecc. Rionero, 1889, pag. 114). — Da un libro di recente pubblicazione — La vita e le rime, di Simone Serdini, detto il Saviozzo, di G. Volpi. Torino, Bona, 1890. — sappiamo che il Serdini, senese, dal servizio di Malatesta di Bologna, passò come «cancelliere» o segretario a quello di Tartaglia; venne con lui nel reame di Napoli, ove cantò rime pel re Ladislao; ma caduto in sospetto dello stesso Tartaglia, per motivo non ben chiaro, questi lo fece imprigionare a Toscanella; ed ivi si uccise in carcere, nel 1419.

9. SUMMONTE, 593-4.

10. SUMM. 616.

PARTE II - La Basilicata

CAPITOLO VIII

EMPI DELLA DINASTIA ARAGONESE

GUERRE, INCURSIONI, CONGIURE

Con l’avvento dei Re aragonesi comincia nella storia di Napoli l’albore de’ tempi moderni. Era apparsa manifesta per quasi un secolo, la debolezza del potere regio; si era vista della successione alla Corona la perpetua instabilità, non tanto dal difetto di prole del sovrano, quanto da quella catena canonico-feudale ribadita dai Re angioini, che ligava il reame alla sedia papale; la quale cambiando, o potendo cambiare indirizzo di politica ad ogni breve mutare di papi, manteneva, negli ambiziosi e riottosi signori del regno, speranze sempre vive di prossimi cambiamenti, e, con le vive speranze, fomite di congiure, lievito di rivolture.

La mancanza al potere regio di un esercito stabile, la conseguente dipendenza della Corona dal concorso malfermo delle milizie feudali; e quindi, per vincere o tenere in freno i riottosi dei grandi feudi, la necessità delle compagnie di ventura, che vendereccie e traditrici servivano chi le pagava fin che altri non le comprasse a migliore mercato, rendevano i re men di fatto che di nome sovrani. Emuli di essi e rivali, quando non inimici aperti o cospiratori, i grandi feudatari. Era su per giù la condizione di essere di tutte le monarchie del tempo; e la medesimezza dell’organica infermità portò, per la stessa natura delle cose, alla ricerca dello stesso rimedio la podestà regia nel secolo XV, costituendo nuclei di eserciti differenti dalle milizie feudali, deprimendo i grandi vassalli, ossia i grandi feudatari; e ingegnandosi innanzi tutto di costituire al tesoro regio sicurezza di reddito, mercé stabili contribuzioni.

La nota caratteristica dei Re aragonesi nella storia napoletana fu appunto l’abbassamento cosciente dei grandi feudatarii contro il re, e l’elevamento, non sempre consapevole, della classe borghese, mercé un largheggiare di ufficii o di titoli nobiliari. Alfonso, dai principi del suo regno, intese a stabilire su gli abitatori di tutte le terre, regie o feudali, una contribuzione fissa in ragione dei fuochi; e un certo nucleo, quantunque non numeroso, di genti d’arme stabili. Perché il figlio, che era bastardo, riconoscessero alla futura successione al trono, concesse la giurisdizione anche criminale ai baroni nei loro feudi; il che ne accrebbe verso i vassalli la prepotenza; ma e lui stesso e la sua casa mai non ismisero il segreto intento di togliere o menomare nei baroni la facoltà di avere a loro servizio gente d’armi numerosa, e nei loro stati fortezze con proprii presidii in assetto di guerra; il che era uno dei gravami, di cui si sentivano più vivamente tocchi i grandi baroni.

Questo indirizzo di governo crebbe di efficacia sotto Ferrante successore ad Alfonso e i baroni a rodere il freno, a stringere trame, e, come di solito, a rivolgersi di qua e di là fuori del regno per offrire il cavallo e la sella a nuovo cavaliere. Fatte col re d’Aragona pratiche che non approdarono, trassero all’impresa del regno Giovanni d’Angiò, figlio del già re Renato, auspici primi il principe di Taranto, il principe di Rossano, il marchese di Cotrone, il duca di Atri. Con gli aiuti del Papa, che mai non veniva meno al concetto di torcere filo a tutte le trame interne del reame di Napoli, e con gli aiuti di Francia e di Genova, venne nel regno Giovanni d’Angiò; e le cose di re Ferrante piegano a mal partito. Capitanata, le Puglie, l’estrema Calabria, l’estremo Abruzzo per opera dei baroni aderiscono a re Giovanni; il duca di Melfi, il conte di Avellino, il conte di Pulcino o Buccino vennero a fargli omaggio. «Tutto Principato, Basilicata, e Calabria fino a Cosenza (dice Giannone) alzò le bandiere angioine»1. Ma da tanta iattura salvarono Ferdinando sì l’animo intrepido, sì i soccorsi che gli vennero dal duca di Milano, questa volta da un novello Papa, dagli Albanesi di Giorgio Scanderbeg, e segnatamente dai baroni di Casa Sanseverino.

Il conte di Marsico, di questa Casa, e capo de’ Guelfi, trattò col re; ne ebbe in feudo e in titolo il principato di Salerno, che lo innalzava su tutti i suoi pari di potenza e di bellezza, tal che volle col titolo di principe il diritto sovrano di battere moneta, anzi il re gli riconobbe finanche, per pubblico trattato, il dritto — come si ha a dirlo? — di potere impunemente fare uccidere in qualsiasi parte del regno quei di casa Capano, già suoi vassalli nel Cilento2; a tanto era giunta l’arroganza degli uni e l’abbassamento dell’altro! Questo novello principe di Salerno trasse alla parte del re gli altri numerosi e potenti di casa Sanseverino; e per essi il Principato con il Cilento e con il vallo di Diano, gran parte di Basilicata: e vuol dire che grande parte del paese sul Tirreno di terre sanseverinesche furono col re e l’afforzarono. E sollevandosi per cotesti aiuti la fortuna del re, cadeva l’animo ambizioso degli avversi signori; sicché parve loro spediente di far pratiche di pace, che il Re venne loro concedendo con animo non sempre leale, covando vendette, che gli accrebbero mala fama presso i contemporanei e gli avvenire.

Il fato della storia premeva tutti; la situazione delle cose s’imponeva a tutti. La potestà regia e la feudalità nati e vissuti lungo tempo l’un per l’altro e d’accordo, erano venuti, a termine del loro ciclo, in aperta lotta; il contrasto non poteva altrimenti sciogliersi che col prevalere dell’uno sull’altro; ma col prevalere della feudalità era lo sminuzzamento degli Stati, il disgregamento delle nazioni; col prevalere della monarchia, l’aggregamento di piccoli o minori Stati in grandi, e di popoli in nazioni; e col prevalere di essa man mano l’espandersi dell’eguaglianza civile.

Questo contrasto del momento storico ebbe scioglimento nel Napoletano con la famosa tragedia, che è detta della Congiura dei Baroni. La quale per due atti suoi si svolge in Basilicata, a Melfi ed a Miglionico, per opera non di popolo, e non pel popolo, ma dei suoi signori.

Questi vivevano nei loro castelli in mala contentezza del Re e del Duca di Calabria Alfonso, suo primogenito, che in opere e in parole si chiariva più del re stesso apertamente avverso al baronaggio: ma vennero in più presentanei sospetti di pessimi eventi, poiché il potere della regia casa prendeva vigore per le prospere sorti della guerra d’Otranto; donde aveva cacciato i Turchi.

E giunto che fu allora alla sede pontificia un Papa che si mostrò avverso al re di Napoli, i tristi umori non tardarono a dar fuori in palesi eruzioni, auspice e complice questo papa Innocenzio VIII, cupido di alti destini per un suo figliuolo; e, come genovese che egli era, e giù di mal animo al prevalere dei Catalani, della Spagna, della Sicilia e di Napoli nel Mediterraneo.

I più potenti baroni dei regno, il principe di Salerno, capo dei Sanseverino, e il principe d’Altamura del Balzo distesero la trama; vi concorsero aderendo i ministri stessi del re. E per intessere l’ordito e per accontarsi, dai loro sparsi castelli, in qualche luogo senza dare esca ai sospetti del re, vengono alle nozze, che celebra in Melfi il figliuolo del duca di questa città con una figliuola del conte di Capaccio, di casa Sanseverino, e la sposa in grande pompa e corteo accompagnano dalla terra di Padula, che è nel vallo di Teggiano, a Melfi. Qui l’allegro strepito delle feste copre gli occulti consigli: applaudono alle promesse del Papa che darebbe l’investitura del regno a Renato d’Angiò; aderiscono di mandare sollecitazioni all’uno e all’altro, e intanto si afforzeranno d’armi e scudi. Il Re, che ne ha sentore, si affretta a spezzar la trama d’un colpo, e va e mette mano sulla persona e sugli stati del conte di Nola e di altri feudatarii: e il colpo ardito dà un crollo ai congiurati, che sperano e dubitano di quel Renato, che è sollecitato e non viene. In questo titubare delle due parti il re, o che tema o che simuli, fa note intenzioni di pace e promesse di perdono; e i baroni tra lo sprone dell’odio e il freno della paura si mostrano non avversi agli accordi.

Girolamo Sanseverino, principe di Bisignano e barone di Miglionico, li riunisce nel suo castello di Miglionico; ed ivi stesso il re, invitato agli accordi, inviò i suoi delegati.

I quali convennero in taluni patti, che, essendo condizioni anzi di tregua, gravide di guerra, che di pace, chiariscono lo spirito di quel complesso di cose, onde era emersa la lotta; poiché dimandarono i baroni, e i delegati del re assentirono, fra altri patti, che fosse permesso ai feudatarii di guardare con loro genti le loro rocche, e con loro proprie genti d’armi i loro stati; e che non fossero obbligati a venirne di persona al Re, pel servizio feudale dovuto, o se altrimenti richiesti, ma bastasse invece assolvere al debito o all’invito per via di procuratore. I patti concordati era necessario li approvasse il re, e richiesero che il Re venisse ad approvarli; e il Re venne, il 10 settembre del 1485, nella terra di Miglionico, e con esso la regina, e poi il duca di Calabria. Il Re approvò; e lasciando la terra di Miglionico, i baroni con grande mostra d’onore gli fecero corteo fino in Terra di Lavoro; e qui tolsero commiato da lui con ogni riverenza3. Ma chi delle due parti era in buona fede?

Forse nessuna. E i baroni, a consiglio del principe di Salerno, tentano di trarre ai loro intendimenti il figlio secondogenito del Re, che rifiuta l’offerta corona; ed è tenuto prigioniero: sicché quelli si scoprono, ed alzano bandiere papali rompendo in aperta ribellione. Il re, a tagliar la radice della stessa gramigna in terra sua, va diritto contro le terre del papa; assedia Roma; devasta il paese; e quegli, che non può tener fermo ed è premuto dai cardinali e dai suoi, piega alla pace col re; e negli accordi conchiusi raccomanda il perdono ai baroni del regno; e il re promette.

Ma la parola non mantenne; e con perfidia lungamente covata venne contro di essi a tali vendette che ne risonò l’eco in Europa. I maggiorenti furono spenti o scamparono profughi; i maggiori feudi tornarono al re, che prese possesso delle castella fortificate, provvedendo di persona il Duca di Calabria a visitarle, e ripararne o crescerne i fortilizii, e munirli di castellani e gente fidata.

Nemesi, ministra dell’antico fato, punisce anche chi, in esercizio del suo diritto, offendeva il diritto altrui. Dal sangue di tante vittime non tardò a germogliare vendetta; e venne Carlo VIII, ma venne senza ostacoli (1485); vinse senza combattere; e ripartì senza gloria; e non occorre ripetere qui cose universalmente note e non peculiarmente necessarie al nostro subietto. Partendo lasciò nel regno presidii di gente d’armi e di fanti francesi, inglesi, tedeschi; e il Duca di Montpensier fu suo vicario e capitan generale.

Allora i baroni del regno, mal satisfatti di re Carlo per non concessi premi, e i Napoletani, «gente (è vero) sopra ogni altra mutabile»4, ma già stanca delle cupidigie, delle libidini, delle arroganze degli invasori, volgono gli animi a richiamare il re di Napoli, che era fuggito in Sicilia; e questi viene in terra ferma, ottenuti aiuti d’armi e di naviglio dal re Cattolico, suo parente, che mal poteva gradire il prevalere della Francia in Italia. Con questi aiuti combatte virilmente, e riconquista il regno.

L’ultimo scontro dei due eserciti ebbe luogo presso Atella.

I Francesi, al comando del generalissimo Montpensier, venendo da Ariano, intendevano, per la valle dell’alto Ofanto, di passare pel Melfese in Puglia; ma avendo alle calcagna le squadre del re Ferrante, sostarono al paese di Atella, che cinto qual era di mura e in posto elevato, parve al Montpensier luogo atto alle difese, per aspettare gli eventi; e intanto fa occupare Ripacandida ed altri luoghi d’intorno per provvedere alle necessità delle vettovaglie. Il giorno 18 giugno del 1496 entrò in Atella, che si rese senza resistenza, e, non ostante, fu saccheggiata5, «secondo il loro consueto» come dice dei francesi, nei suoi Diarii, Marino Sanuto, parlando appunto di questa fazione.

Erano un 4200 fanti e 200 uomini di arme.

L’esercito del Re giunse nelle circostanze della città stessa il 23 di giugno, e si apre subito un saluto di artiglieria; il giorno innanzi erano ivi arrivati, avanguardia e foraggiatori, gli stradiotti della Serenissima, alleata al Re. Ma il blocco comincia a stringere quando arriva Consalvo. Quegli veniva dalla Calabria, ove, tra parecchie altre terre, ebbe preso di forza il ben munito caslello di Laino6. Era giunto il 22 a Potenza, il 23 a Muro, e non prima del 24 poté avvivare presso Atella, a capo di mille fanti, di trecento cavalli e settanta uomini di arme. Assai più tardi vennero al campo del re le genti del Papa, alleato con esso; e la città circondarono da tre parti i tre accampamenti delle genti napoletane, delle veneziane e delle spagnuole.

Lieti di aver chiuso in trappola i Francesi, e deliberati di prenderli per fame, fu avvedimento dell’una delle due parti il guardare i passi che dalla città non isfuggissero e non vi ricevessero vettovaglie; fu intendimento dall’altra il mandar fuori foraggiatori sostenuti da uomini di arme a raccattare animali, frumento, strame, e per tenere aperte le comunicazioni per a Venosa che era in potere dei loro, e in loro potere la fiumana sottostante Atella, ad abbeverare i cavalli.

Il 30 di giugno i regi occupano, con grosso presidio, la via per a Venosa, e abbruciano cinque dei mulini posti sul corso dell’acqua atellese; gli assediati, a riparo della temuta e prossima mancanza di vettovaglie, sollevano la piazza da bocche inutili, e nel primo giorno di luglio e nei tre consecutivi, cacciano di forza fuori le mure, con la spada nelle reni, le donne, i vecchi, i fanciulli, inutili braccia alla difesa. Una sortita di Paolo Orsini e di Paolo Vitelli, con grossa mano di uomini di arme e foraggiatori per Venosa, è respinta il 5 di luglio e fatta a pezzi; i capi scampano e con essi i baroni napoletani fautori di Francia7. Diventava sempre più manifesta agli assedianti la necessità di chiudere efficacemente la via per Venosa, onde veniva sussidio di vettovaglie agli assediati, e il Re e Consalvo, l’8 di luglio, vanno all’assalto di Ripa Candida; e questa, dopo onorata resistenza del presidio, si arrende e le comunicazioni tra Atella e Venosa vengono tagliate.

L’investimento si fa più stretto; la condizione degli assediati più grave, quando l’ultimo mulino degli atellesi è bruciato, e il Re occupa di forza la chiesa di Santa Maria di Vitalba, che era agli assediati opera avanzata a guardia del fiume ove abbeveravano i cavalli. La guarnigione è costretta a cibarsi di grano cotto e carne di giumento; e non altrimenti sostentare i cavalli che dei pampini delle vigne.

Cominciano le aperture per trattare un accordo; il giorno 14 va il signor de Persy, legato del Montpensier, alle tende del Re, e le trattative dibattute e respinte, sono riattaccate il 19. L’accordo può dirsi conchiuso il 20 luglio: il Re concedeva ai Francesi un mese di tregua ad aspettare sperati o possibili soccorsi; trascorso il termine, l’esercito, al comando del Montpensier, avrebbe lasciato le terre napoletane. Il trattato che era capitolazione della città e di tutto l’esercito non venne sottoscritto che nel sabato 23 luglio del 1496. E in questo stringere delle cose, con un articolo aggiunto all’ultima ora, la tregua già pattuita di un mese, è ridotta a diciannove giorni, a contare dal 23 di luglio. Quindi la uscita dei Francesi da Atella era stabilita pel giorno 10 di agosto.

Non pertanto essi ne uscirono prima, tra il 30 di luglio e il 1º di agosto; poiché la città fu consegnata al Re, con le artiglierie, le munizioni e i pochi viveri dell’esercito, nel giorno 2 o 3 di agosto.

L’abbreviazione del termine pare avvenuta per un ulteriore patto: mancava al Montpensier il danaro necessario alle paghe arretrate delle sue genti e dei suoi svizzeri tumultuanti, che erano pronti di passare all’inimico; chiese egli al Re un imprestito di diecimila ducati e il Re consentì, ma volle accelerato il termine della tregua8.

L’assedio ebbe la durata di trenta ed un giorno; quaranta circa durò l’occupazione dei Francesi; e con essi di italiani stessi e di svizzeri ed alamanni-lanzichenecchi, ai soldi di Francia.

Anche oggi ai contadino che scava la terra nei campi di Atella accade d’incontrare, stupito, taluna di quelle ferree testimonianze dell’assedio della città, che è una rugginosa palla di cannone. E l’arma blasonica della città ne conserva il simbolo ed il ricordo: una leonessa che levata in alto la zampa palleggia un globo.

Ma non passa molto tempo, e la breve quiete del regno è rotta da una guerra fatta famosa, men per alte imprese di valore, che per uno dei più grandi esempii di perfidia umana.

Ferdinando il Cattolico, che aveva mandato col gran Consalvo forze di terra e di mare in sostegno de’ re di Napoli, suoi parenti ed alleati, contro Carlo VIII, entrò in segreti accordi con Luigi XII, figlio di Carlo testé morto; e convengono, di cuor lieto e leggiero, di spartirsi da buoni amici e cugini lo stato di Napoli. Quindi dall’un capo e dall’altro del reame entrano le loro genti; e quei di Spagna sotto la maschera di aiuto a Federico! Ma è smessa presto la maschera; i due si dànno la mano, e non isprecano fatica a sopraffare il derelitto e tradito re.

Però i regii ladroni non ispartiscono a dovere la preda; e rinasce tra loro la guerra, che è condotta dal gran Consalvo da un lato, e dal Duca di Nemours con i suoi francesi dall’altra. Questo insigne intreccio di un dramma da masnadieri ebbe una scena degna di Truffaldino, nella città di Potenza; ed è debito di ricordarla.

I due eserciti erano di fronte con l’arme in pugno; ma prima di venirne all’urto, i capi trattavano per isciogliere il disaccordo: pomo del contrasto era la Capitanata; qui scendevano a svernare le greggi dell’alto Appennino, e di là fluivano le ricche entrate delle gabelle nel tesoro del re di Napoli. Il Duca di Nemours, che aveva occupata Melfi, e Consalvo che era nella prossima Atella convennero a colloquio a mezza strada tra le due città, e li accolse, nel marzo del 1502, quella chiesetta di S. Antonio di Vienna, che oggi è prossima all’abitato di Rionero9. Ivi i due capi assistono alla messa; nominano i legati alle trattative; poi legati e dottori disputano molto, e su e giù si va più giorni tra Melfi ed Atella; ma non sciolsero il nodo geografico le ragioni degli uni, le pergamene degli altri! Convennero sì in un mezzo termine che aveva l’apparenza di non precludere la via ai futuri accordi; le terre in disputa sul controverso confine si considerassero come possedute in comune, e innalzerebbero perciò la bandiera dei due sovrani; e in comune e in eguali parti si riscuotessero i dazi della dogana delle pecore. Intanto, a segnare la precisa linea di spartimento, dopo raccolte migliori informazioni, si davano la posta nella città di Potenza i due capi supremi pel giorno 15 marzo del 1502.

Questo giorno infatti arriva a Potenza il Duca di Nemours con grande calca di cavalieri e di fautori della causa di Francia, tra’ quali i principi di Salerno, di Bisignano e di Melfi. Aspetta egli tre lunghi giorni; ma il Gran Consalvo non viene. Allora chiama egli alla sua presenza in forma solenne, notaio, giudici e testimonii, ed ordina sia, per atto pubblico, attestato il fatto della fede promessa e mancata; enumera gli aggravi del Re Cattolico alla Francia; si querela della non rispettata neutralità delle terre indivise; protesta dei danni ed interessi; chiama Dio in testimonio; e fa chiudere con le solennità de’ riti curialeschi l’atto che aveva ordinato «a cautela del Cristianissimo Re» e partì.

Dopo alquanti giorni arriva a Potenza con minor seguito, ma non minore sussieguo, un Commissario generale di Sua Maestà Cattolica, e si chiama Don Palacios. Va difilato al Duomo; e fatto quivi venire anche lui «giudice a contratti», notaio e testimonii, fa scrivere un atto che ha la data del 1º aprile 1502, e che porta — ironia delle formole! — l’intestazione solenne delle due Maestà, che si contendevano la preda reale.

In questo atto il notaio attesta che:

«ci portammo alla venerabile cattedrale della Chiesa di S. Gerardo; e quivi perquisimmo diligentemente alcuni libri che furono a noi mostrati dai mostrati dai clerici a preghiera del predetto signore Don Palacio; e in un certo antiquissimo libro intitolato La Leggenda di San Gherardo ritrovammo un Inno, non cancellato, non abolito, non dubbio, né in quale che siasi parte sospsetto; ma di chiara lettera, e franco di qualsiasi viziature; il quale Inno noi abbiamo visto, lo abbiamo letto, ed è del tenore seguente:

Praesens adest memoria Sancti Gerardi gloria,

Quem celebrat Potentia, urbs solemnis Apuliae,

Cujus dotata corpore, tanquam thesauro nobili…

E conchiude:

«Il regio Commissario generale Don Palacio, asserendo essere utile e necessario e confacente molto ai diritti e alle cautele delle Loro Cattoliche Maestà, richiese noi, notaio e giudice, di copiarlo nel presente istromento, che redigiamo in forma pubblica, a cautela delle Cattoliche Maestà, ecc. ecc.»10.

Così la lealtà delle Loro Maestà Cattolica e Cristianissima si rispecchiava nella lealtà dei loro vicarii e luogotenenti. Il dissidio ruppe in guerra; e manomesse le provincie della Puglia, di Calabria, di Basilicata11 e di Principato, la partita fu vinta in fine dalle armi di Spagna, mercé la battaglia ultima, data sul Garigliano nel gennaio del 1504. La pace fu fatta. Il regno di Napoli restò provincia avvinta al carro della Monarchia spagnuola.

Poi la guerra riaccese di nuovo trai due emuli e competitori Carlo V e Francesco I; e di loro gare sanguinose divenne campo l’Italia, a fatale premio di preponderanza pel vincitore.

La lega detta «Santissima» stretta tra il Papa, il Re di Francia e i Veneziani nel 1526 contro Carlo V, Cesare portò i turbamenti e le calamità della guerra per le spiaggie del Napolitano, ebbe a suo danno l’episodio violento e famoso del sacco di Roma, e l’impresa, contro il reame, di triste fine, capitanata dal Lautrec per parte di Francia.

Il Lautrec nel febbraio del 1528 entrò nei confini del regno e per la regione dell’Adriatico si condusse nelle Puglie; mentre lo stesso esercito di Sua Maestà Cattolica che aveva saccheggiato Roma e tenuto prigione il Papa, veniva a difendere il regno, al comando dell’Obigny. Al 22 del mese di marzo il Lautrec arriva nelle campagne di Melfi; e accampando presso il ponte di S. Venere, nel piano della Leonessa12, manda all’espugnazione della città di Melfi il famoso Pietro Navarro.

A difendere la città era già arrivato l’animoso suo feudatario, Ser Gianni Caracciolo con duo compagnie di Spagnuoli e quattro d’Italiani13 e con la sua banda di uomini in armi. Il Navarro moveva all’attacco con fanti guasconi, con le famose Bande nere toscane e con due cannoni. La difesa fu tenace ed onorata, come fu duro l’attacco. Con i due pezzi d’artiglieria puntati all’offesa,

«il Navarro — scrive il Guicciardini — avendo fatto piccola rottura (alla cinta di difesa) i Guasconi si ripresentarono alle mura, e le Bande nere con maggiore impeto, contro l’ordine dei capitani fecero il medesimo. E facendo l’una nazione a gara con l’altra, battendogli gli archibusi dai fianchi, furono ributtati con morte di molti Guasconi e di circa sessanta delle Bande nere. Ebbero la sera medesima una battitura quasi eguale, essendo tornati al tardi, perché era stata continuata la batteria, a dare un altro assalto. Ma la notte vennero in campo nuove artiglierie mandate da Lautrec; con le quali avendo la mattina seguente fatte due batterie grandi, i villani, che vi erano dentro molti, cominciarono per paura a tumultuare: per timore del quale tumulto occupati i soldati, che erano circa seicento, abbandonarono la difesa; onde quegli del campo, entrati dentro ammazzarono tutti i villani e gli uomini della terra. Fu salvato il principe (di Melfi) con pochi dei suoi; gli altri tutti ammazzati; saccheggiata la terra, e morti in tutto tremila uomini»14.

Il Navarro dal suo canto vi perdette un seicento soldati di ogni sorte15. — La tradizione locale non si accorda con la storia scritta; e sarebbe maravigliosa cosa, se la tradizione fosse mai conforme alla storia! essa assevera superlativamente grande la moltitudine dei morti; e, immemore della breccia aperta alla cinta delle mura, dice che i nemici entrarono in città per tradimento di taluni cittadini, dei quali ripete ancora i nomi vituperati; poi, quasi a riscatto del fatto infame, ricorda con vivo orgoglio il nome di un popolano, che con fiero ardimento prostrò a terra nel sangue moltissimi dei nemici, prima di cadere spento egli stesso16. Il 23 marzo giorno della grande ruina, fu detto essere il giorno di Pasqua: una malaugurata Pasqua, onde ebbe principio il decadimento della città dall’antico suo grado di ricchezza e di splendore.

L’atroce caso di Melfi decise le città circonvicine ad arendersi17; e si rese a discrezione la rocca di Venosa, guardata com’era da 250 spagnuoli, non appena il Navarro con i suoi 4000 fanti si apparecchia all’assalto. Vincitore per la Puglia, l’esercito francese volge il cammino alla volta di Napoli, e la stringe di un assedio, che approdò a nulla. La malaria spense Lotrecco, decimò l’esercito; e questo si sciolse. Quindi la pace di Cambrai nell’agosto del 1529 ribadisce il fatto della preponderanza spagnuola in Italia, e, come provincia, attaccata alla monarchia della Spagna, il reame di Napoli.

La perduta indipendenza, la conseguente condizione di provincia, che vuol dire l’assoggettamento degli interessi napoletani a quelli della lontana e grande monarchia; l’annuale reddito del reame consumato non per esso e fuori di esso; l’amministrazione spagnuola di sua natura torpida, ignava e sospettosa produssero quel profondo abbassamento della civiltà napoletana, che è risaputo; e che inoculò nel sangue del paese quella più grave infermità dell’opinione pubblica, per cui l’ideale della vita fu visto unicamente nel fasto e nelle vanità, nel prepotere e nell’ozio.

Però non vogliamo dimenticare questo, cioè, che, almeno, i popoli quetarono dalle calamità delle guerre guerreggiate su per ogni zolla, di terra napoletana, come fu nei due secoli precedenti. Ebbero, è vero, scorrerie di corsati per le mal difese coste, violenze di briganti a schiere per l’interno, soprusi di prepotenti nella convivenza civile; ebbero leggi insane e per le leggi e sulle leggi l’arbitrio; ma ebbero due secoli di pace interna; pace non gloriosa e forse non decorosa, ma di certo più proficua e gradita ai popoli, che non le ricorrenti invasioni, e le perpetue fazioni di guerre dinastiche e feudali dei secoli XIII, XIV E XV.

NOTE

1. GIANNONE, Storia civile, XXVII, I.

2. In BIANCHINI, Storia delle Finanze deI R. napol. 1839, lib. V, I.

3. Il castello di Miglionico, che è ancora in piedi, ma ischeletrito dal tempo, viene descritto in una monografia della città, come

«fiancheggiato da sette torrioni; due dei quali agli angoli di dietro sono formati a doppie torri; più quattro bastioni a scarpa con le loro sommità coronati di merli». (RICCIARDI, Notizie storiche di Miglionico. Napoli 1869, p. 108).

Una grande stanza di questo edificio era ed è detta Sala del malconsiglio, dalla tradizione locale, che ritiene ivi si radunasse l’assemblea cospiratrice. La volta e il pavimento di cotesto grande ambiente (lungo metri 28 e largo 8) rovinarono dal tremuoto del 16 dicembre 1857; oggi è ripartito in minori stanze per uso di abitazioni popolane. (id. ibid. p. 183).

Nelle Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491), di Joanpaolo Leostello, segretario del Duca (pubblicate dal principe Filangieri nei Documenti per la storia delle arti napoletane. Napoli 1883, vol. I, 144) si legge:

«Die XVII (januarii 1488), il Duca venne alloggiare a Matera… Et postea equitavit et ando ad alloggiare a Miglionico, lo quale li villani lo chiamano male consiglio, perché loco (costà) li baroni tutti insieme fecero consiglio et dyeta…».

4. Parole di GIANNONE, XXIX. 2. — GUICCIARD. lib. II, p. 172.

5. Nel giornale del PASSARO si legge (pag. 100):

«Et jonsero (i Francesi) ad una terra nominata l’Atella; et subito si arrendio; et pigliata che l’ebbero… incomensorla a mettere a sacco». — Il Commines, Memorie (lib. 8°, cap, 2), ricorda che il Savonarola predicava che una fiera percossa sarebbe permessa da Dio contro Carlo VIII «per aver tollerato che le sue genti rubino o saccheggino i popoli e così gli amici e quelli che gli aprivano spontaneamente le porte, come i nemici».

6. GUICCIARD. lib. III, c. 3.

7. Specialmente il principe di Salerno o quello di Bisignano Sanseverino, che uscirono da Atella ricorda il Passaro, nel suo Giornale (pag. 102), per fomentare sollevamenti, e molestie contro la causa reale.

Dopo cacciati i Francesi dal regno e incoronato a Napoli il nuovo re Federico d’Aragona, che fece generale amnistia, questo principe di Salerno, Antonello Sanseverino, fu il solo dei baroni che non piegò al re, e si tenne in disparte, sospettoso ed ostile. Fortificò i castelli dei suoi stati, quei di Salerno, di Diano, di Sala (Consilina), di Agropoli, di Castellabate, di Laino, di Rocca Imperiale sul Jonio, ed altri per l’interno, come Lauria, Marsico, Saponara. Nell’ottobre del 1497 il re Federico venne con forte esercito ad assediarlo in Diano: e durò un pezzo l’impresa (v. al cap. X); ma in fine al principe fu forza di capitolare; e cedendo al re le fortezze e i suoi stati, usciva dal regno con i figli e nipoti, il conte di Marsico, il conte di Lauria, e ne andò a Sinigaglia, quindi a Venezia e in Francia, mai non restando d’incitare nemici al re, e invasori al reame.

I capitoli del trattato di resa, con data In nostris felicibus Castris ante Dianum, die 17 decembris 1497, furono pubblicati dal Gatta, Memorie topogr. istor. della Lucania. Napoli, 1732, pag. 446.

8. Conf. una nostra Nota Cronologica sulla Capitolaz. di Atella. Lettera all’on. G. Fortunato, pubblicata nell’Archiv. Stor. delle prov. napolet. Anno 1891.

Le notizie sono tratte, spezialmente, dai famosi Diarii di MARINO SANUTO, di recente stampa, ove è riportato il trattato di capitolazione. — Il Comines dice vituperosissimo il trattato (Memor. lib. VIII). Anche GIOVIO discorre della fazione di Atella, e con qualche larghezza, ma vaga; e qui giova ricordare che nella versione italiana di quelle di lui Istorie (Venezia, 1560, lib. IV, 174), il DOMENICHI, traduttore, confonde, traduce e ripete sempre Aversa per Atella, scambiando l’antica Atella, Campana, con la odierna Atella di Basilicata.

9. Vedi in Rassegna Pugliese, di Trani, febbraio 1898, un bell’articolo di A. Cappiello su questa chiesetta, col passo dello storico spagnuolo Zurìta; del quale però io non accetto la nota cronologica.

10. Gli atti di notaio sono pubblicati nelle «Memorie della città di Potenza» del cantore G. VIGGIANI. — In SUMMONTE, vol. vol. 3°, lib. 6, p. 541, si legge:

«… Il gran Capitano si difendeva con testimonii, scritture e leggi, facendo veder chiaramente che tutte le terre, delle quali si contendeva tra loro, erano comprese nei termini della Puglia…».

11. In una delle molte fazioni di questa guerra, che ebbe imprese di maggior momento in Puglia (ove la battaglia di Cerignola dié un crollo alla causa francese e tolse la vita al Nemours), si trova ricordato presso il Parrino, che «il vescovo Puderico era stato assediato dai Francesi in Laurenzana, terra di Basilicata; ma con grande destrezza e valore la preservò dal loro impeto» (Teatro del governo de’ Viceré. — Vita di Consalvo, vol. I, 102).

Vi si legge inoltre che Consalvo mandò

«Bartolomeo di Alviano contro Luigi d’Arvis, che coi suoi aderenti scampati dalla rotta della Cerignola, eransi impadroniti delle città di Venosa, Atella ed Altamura, dalle quali furono immantinenti dall’Alviano scacciati». — Ibid. 108.

12. GUICCIARDINI, lib. 18, 92. — ARANEO, Stor. Melfi, pag. 344.

13. GIOVIO, Le istorie, ecc. lib. 25.

14. GUICCIARDINI, Le storie, lib. 18.

15. GIOVIO, Istorie, lib. 25, che però non parla di questi tumulti interni del popolo.

16. ARANEO, Notizie storiche di Melfi, pag. 346. — E con le frangie delle fantasie popolari in BRIENZA, Il martirologio della Lucania. Potenza, 1883, pag. 29.

17. GUICCIARD. ibidem.

PARTE II - La Basilicata

CAPITOLO IX

LA CHIESA E GLI ORDINAMENTI GERARCHICI ECCLESIASTICI DELLA PROVINCIA

Come e quando la novella religione del vangelo si sparse per la regione della Lucania, non si sa: è lecito supporre che si diffondesse piuttosto dal centro dell’impero alle provincie; anziché, dando fede alle tradizioni di talune chiese, riattaccare le origini di esse ai viaggi dei due principali apostoli a Roma, quando, approdati essi a Reggio o a Brindisi, attraversarono il paese intermedio fino al Tevere. Di queste tradizioni epicorie, se la pietà può esserne edificata, non ne sarà edificata la storia. Né la storia potrebbe riposare sulla fede di quegli Atti di martiri, che narrano le persecuzioni di sangue ai neocredenti dei tempi di Diocleziano, di Valentiniano, di Costantino: sono documenti di pietà, non titoli di storia. Se nella ricca miniera della letteratura agiografica medioevale ogni tratto di paese, ogni città di qualche importanza trova testimonianze domestiche di questi generosi propugnatori dei dritti della coscienza contro le prepotenze dei tiranni civili o spirituali, per la regione nostra non mancano le memorie. E qui incontreremo la falange dei dodici fratelli di Africa, spenti di scure per la fede di Cristo parte a Potenza, parte a Venosa; altrove è S. Vito, un maraviglioso fanciullo nato in Sicilia, che dal luogo ove è spento è detto Lucano, poiché alle persecuzioni di Diocleziano egli muore con l’aio e la nutrice sua sulle sponde del fiume Sele. Altrove sono i tre fratelli Vittore, Cassandro e Senatore decapitati con la madre Numanzia presso Venosa; a Grumento è Laverio, che predicò primo la fede novella ai popoli di quella città e ne fu punito nel capo, ai tempi di Costantino Magno1. Ma, tacendo degli altri monumenti, questi che più da vicino ci toccano, non possono avere valore di storia tanto da appagare una critica ancorché discreta; perché se non fossero (come sono) scritture di tempi molto lontani dai fatti che raccontano, l’intenzione di esse ad edificare l’animo dei fedeli è così spinta e così manifesta, che l’obbiettività del testimonio svanisce, e quello che afferma è sospetto. D’altra parte, lo stesso genere di persecuzioni e la stessa qualità di tormenti che si ripetono da per dovunque, la stessa macchina di un maraviglioso stereotipo, la stessa mancanza di dati obbiettivi peculiari alla storia del tempo c del luogo, lo stesso identico stampo formale della ma¬teria che si manipola, ne mostrano, da un lato, l’inanità loro quanto a titoli di storia; e da un altro lato la loro prevalente affinità ai prodotti poetici della mente popolare. Non vorremo negare però che questa poté trarne la ispirazione e le mosse da pie tradizioni locali; ma della portata di queste a tanta distanza di secoli, non possiamo farci una idea adeguata. Certo è (come in altro luogo fu da noi riconosciuto) che la leggenda di S. Laverio non è del tutto campata in aria; non è, come altri potrebbe credere, tela d’invenzioni ingenue o ingegnose di un intelletto angusto, ma infervorato di pietà; giacché il ricordo di questo personaggio si trova infisso in varii punti topografici della regione, per lungo e per largo. Tale altresì la leggenda di S. Guglielmo di Goleto2.

Alla categoria di veri titoli di storia si avvicinano di preferenza certe agiografie del secolo X e XI, che si riferiscono a pii eremiti di quella età. Tali le leggende di San Vitale e quella di San Luca; i cui ricordi sono ancora inviscerati ai nomi topografici delle campagne poste per la bassa valle del fiume Sauro tra Guardia Perticara ed Armento. Queste due agiografie (non che quella di maggiore importanza di San Nilo il giovane, di Rossano) possono dare qualche filamento alla tela della storia vera nella buia lacuna del secolo X e dell’XI. Rispecchiano, ad ogni modo, Io stato di fatto delle campagne spopolate e deserte; in cui l’anacoreta elevava qui e qua delle sue mani, presso la grotta che abitava, l’oratorio o la chiesetta, e intorno alla chiesetta la porca del verziere, che le stesse mani del pio solitario riquadravano, coltivavano, circondavano di siepe viva. La grotta man mano si tramuta in laura, ad abitacolo di altri solitarii; la laura in cenobio, questo in abazia, l’oratorio si amplia in chiesa, e la chiesa e il cenobio s’incorona di capanne e di case, che fra un secolo diventerà villaggio, paese e feudo.

Le prime notizie sicure degli ordinamenti gerarchici della Chiesa nella nostra regione sono del secolo V e del VI. Un arcidiacono della chiesa grumentina è ricordato in una lettera di papa Gelasio (492-496) del secolo V; un’altra di papa Pelagio del secolo VI, ci dà notizia di vescovi a Potenza, a Grumento e a Marcelliana o Consilino: nei primi anni del secolo stesso intervengono, ai concilii di Roma vescovi di Acerenza, di Venosa, di Potenza; e dalle lettere di Gregorio Magno, al dechinare del secolo VI, si ha notizia delle chiese episcopali di Blanda, di Velia e di Bussento, le quali, orbe di pastore, il gran Pontefice dà incarico di visitarle a Felice, vescovo di Agropoli3. Infine i vescovi di Blanda, di Velia e di Pesto intervengono al Concilio lateranese del 648 contro i Monoteliti4.

Da questi sparsi dati di fatto si può trarre argomento che nel primo e più buio periodo della storia ecclesiastica della regione, tutte le antiche città lucane di qualche importanza, con àmbito intorno di vici o villaggi dipendenti, ebbero a capo della propria chiesa un vescovo5, ma con giurisdizione non più estesa della propria città e contado. Tale era difatti il concetto direttivo antichissimo degli ordinamenti gerarchici, e i Concilii ne fanno fede: ogni città popolata e nobile era stimata degna di avere un vescovo. Quindi il gran numero di città episcopali non pure nell’antica regione lucana, ma per molti paesi della nuova regione, verso il mille; scomparse di poi e non ricordate fuorché in qualche antico documento.

Dal secolo VI ci è forza venirne alla fine del secolo X, senza poter riempire di nessuna notizia la lacuna intermedia. Nulla ci è noto delle vicende religiose dei nostri popoli di fronte ai longobardi, un tempo ariani: nulla di certo e di determinato, di fronte alle persecuzioni iconoclaste di Leone Isaurico, che, di certo, grandi perturbamenti dovettero apportare nelle nostre contrade6.

Verso la metà del secolo X s’incontra un raggio di luce presso il cronista Liutprando vescovo di Cremona, che fu mandato dall’Imperatore tedesco in missione a Costantinopoli: e ne scrisse una relazione nel 968. In essa egli attesta che

«Niceforo ordinò al Patriarca costantinopolitano di elevare a metropolitana la chiesa di Otranto; e di non permettere altrimenti che in tutta l’Apulia e nella Calabria si celebrino i divini misteri in (rito) latino, ma sì in greco. Quindi Polieuto, patriarca di Costantinopoli, mandò privilegio al vescovo di Otranto, dandogli autorità di consacrare i vescovi in Acerenza, in Tursi (Turcico), in Gravina, in Matera, in Tricarico; che è ritenuto appartengano alla consacrazione del Papa»7.

Per cotesti nuovi ordinamenti dei Greci quasi intera la regione basilicatese e i suoi vescovi furono in dipendenza del metropolitano di Otranto; e nulla di autorevole può persuaderci (come pure pretende qualche scrittore) che gli ordini del patriarca bizantino non avessero avuto effetto. L’ebbero anzi, è lecito di credere, finché il dominio greco durò nella regione nostra; ed è lecito di supporre che da codeste disposizioni gerarchiche non poté non ricevere impulsi e favori la diffusione del rito greco anche per le chiese minori.

Negli antichi tempi, e fin quasi al secolo X la gerarchia della Chiesa romana nella bassa Italia non riconobbe metropolitani; tutte le sedi episcopali dipendevano direttamente da Roma8. I Greci e il loro patriarca, causa la lontananza dal centro di Bisanzio, introdussero i metropolitani nelle regioni italiche cui dominavano; e si ha notizia che per qualche tempo, ma prima del 968, Acerenza dipese dal metropolitano greco di Santa Severina. All’epoca di questi metropolitani, italo-bizantini, sursero la prima volta i metropoliti nella gerarchia del rito latino. Sursero probabilmente a premura della potestà civile; quando lo Stato longobardo si sgretolò nei tre Stati autonomi e indipendenti di Benevento, di Salerno e di Capua.

I vescovi di queste città, capo di Stati, ebbero dal fatto una certa prevalenza di lustro e di onori sugli altri delle città minori. Dopo l’elevazione a metropolitano del vescovo di Capua nel 966, e di Benevento nel 969, il principe di Salerno ottenne l’elevazione stessa per quello di Salerno nel 9849. Ma nell’àmbito di questo principato erano due minori città che ebbero assai grande importanza come capo di castaldati, e furono Conza ed Acerenza. In memoria pertanto di questa loro antica importanza avvenne che anche Conza ed Acerenza furono elevate a metropoli ecclesiastiche quasi allo stesso tempo.

Per Acerenza (a cui dobbiamo restringere l’indagine nostra) il fatto non accadde che al tempo dei Normanni nella seconda metà del secolo XI; ma sarebbe, a mio avviso, del tutto inesplicabile questo privilegio dato ad Acerenza sopra altre città della regione, se non si rimonti alle tradizioni dell’importanza sua nella storia e nei tempi del principato longobardo salernitano. Importante strategicamente e guerrescamente la città, importante ed esteso il castaldato così, che nella divisione dei due principati esso, come si è visto, fu diviso in due tra i due Stati per l’ampiezza sua; importante per la parte che ebbero nella storia longobarda i castaldi di Acerenza, la città ne trasse tale lustro e rinomanza che si protrassero anche nei tempi posteriori. Era già la città di Melfi capo del recentemente costituito ducato di Puglia; era dessa già sede di Roberto Guiscardo, fin d’allora potente quanto un re di corona; eravi Venosa, già antico vescovato, e sede di un conte che fu anch’esso duca di Puglia. Come egli adunque poté avvenire che, messe da parte queste città, Melfi, Venosa e Matera, si eleva allora su tutte le altre e per tutta la regione basilicatese, dal Bradano al Sinni, a metropoli ecclesiastica Acerenza, che era allora contea di un conte minore e suffeudatario? Io non ne trovo altra sufficiente ragione che nella tradizione, testé indicata, della precedente importanza della città, se l’elevazione a Metropoli avvenne, come pare, dopo la conquista dei Normanni, e non prima.

La data precisa del fatto, per verità, è incerta; né i titoli mancano, ma si contraddicono. Nella cronica di Lupo Protospata (che era cittadino di Matera, o di città lì intorno) viene nominato l’arcivescovo di Acerenza Arnaldo sotto l’anno 1080; nella lettera del 1074 di Gregorio VII a questo stesso Arnaldo, egli è detto non altrimenti che vescovo. Parrebbe adunque che entro questo breve periodo di anni fosse elevata a metropoli la sede di Acerenza; e l’induzione sarebbe confermata dall’altra notizia, che nel novero dei prelati che assistettero alla dedicazione solenne della chiesa di Monte Cassino nel 1071, Arnaldo di Acerenza non è detto altrimenti che vescovo10.

Il dato cronologico sarebbe pertanto accertato, se lo Zavarroni, vescovo di Tricarico, non avesse pubblicata una bolla del 1060 data da un arcivescovo a nome Godano di Acerenza al vescovo Arnaldo di Tricarico; e se nell’Ughelli stesso non fosse la famosa bolla di Alessandro II, del 1068, all’arcivescovo Arnaldo di Acerenza con l’indicazione di gran numero di chiese suffraganee11. La prima del 1060, che avremo occasione di riferire fra breve, è ritenuta un’impostura manifesta dal critico Di Meo12. La seconda, famosa per le controversie che suscitò pei Tribunali nell’antipassato secolo, è pubblicata in miglior lezione dal Di Meo stesso; che dopo averla corretta sul luogo, cioè presso l’archivio episcopale acheruntino, conchiude sembrargli per lo meno «spuria»13. A questo titolo, se la fede in essa vacilla, non è però tale il dubbio che si possa rimuovere del tutto, come per l’altra del 1060. Laonde mi è forza conchiudere che resta ancora incerta la data precisa della erezione a metropoli della sede episcopale di Acerenza.

Dalla metropoli di Acerenza dipendono, negli ordinamenti gerarchici, quasi tutte le sedi episcopali della provincia di Basilicata, e propriamente (oltre a Matera che le fu unita) quelle di Tursi, di Tricarico, di Venosa, e di Potenza, che comprendono esse sole per otto decimi la popolazione della intera provincia. Restano ai lembi estremi la sede di Muro che dipende da Conza; quella di Melfi che è in diretta dipendenza da Roma; quella di Marsico, che, pure unita a Potenza, dipende da Salerno; e Montepeloso, negli ultimi tempi riunito a Gravina. Restano inoltre, qui e qua, dei paesi, alcuni come Maratea dipendenti dalla sede di Cassano Jonio; altri come Lagonegro, Lauria, Rivello e Trecchina da Policastro. Evidentemente la dominazione politica, a cui soggiaceva questo o quel paese quando fu circoscritto l’àmbito della diocesi, determinò l’aggregazione di cotesto paese piuttosto ad un centro che ad un altro, senza tener conto delle ragioni topografiche di vicinità.

È necessario alla economia del nostro lavoro di accennare almeno le origini di ciascuna di queste sedi.

Nel 968 la città di Tursi, sede di vescovo, fu data suffraganea al greco metropolitano di Otranto, come innanzi fu detto. Se prima di quell’anno avesse avuto vescovi proprii, non si sa; ma li ebbe in seguito per la durata di qualche secolo, come a me pare fuori dubbio da parecchi documenti che saranno indicati. I quali però non bastano a chiarire la storia della sede tursitana; anzi, perché assorgono di contro altri documenti della prossima Anglona, la storia dell’una e dell’altra sede s’inviluppa, e la poca luce si offusca. Anglona (che si crede succeduta all’antica Pandosia lucana) fu città non più lontana anche essa da Tursi che cinque o sei chilometri: ebbe i suoi vescovi dal secolo XII in poi; finché spopolala che fu per cause ignote nel secolo XVI, la sede non ne fu trasferita a Tursi nel 1546; e da allora il vescovo si disse «di Anglona e Tursi». Ma furono esse allora due diocesi riunite insieme, e vissero perciò contemporaneamente, almeno per qualche tempo, il vescovo di Tursi e quello di Anglona? O il vescovo non fu che un solo, e prese nome or dell’una or dell’altra sede, secondo la momentanea residenza sua, o secondo altre ragioni che restano ignote?

A queste istanze male rispondono le congetture di storici locali, e le affermazioni più che sospette degli avvocati delle due città in litigio14. Risponderanno, almeno in parte, i documenti che indicheremo a piè di pagina, se lettore vorrà esaminarli in raffronto tra loro e in serie cronologica15.

Or se le parole hanno un significato proprio anche nei documenti del medio evo, da questi documenti il lettore ritrarrà, la convinzione che Tursi ebbe sede di vescovo sino a tutto il secolo XII (come dal docum. n. 9 del 1201); e fu di rito greco fino almeno alla metà del secolo XI (doc. n. 2). Contemporaneamente alla sede ed al vescovo di Tursi ebbe vita il vescovo della sede di Anglona; e i documenti lo attestano indubbiamente dalla metà del secolo XII in giù (docum. n. III); se prima di questo tempo, è ignoto. Ebbero, inoltre, ambedue le sedi contemporanea esistenza anche per un periodo di tempo del secolo XIII; la cui durata non mi è dato di determinare. Però in questo stesso secolo XIII, a quanto pare, la sede di Tursi cessa e viene incorporata alla sede di Anglona16. La ragione, non che l’epoca precisa è ignota; ma è certo che nel documento (n. XI) del 1320 Tursi è detta «in diocesi d’Anglona», e il vescovo di Anglona e i canonici di Anglona stipulano atti giuridici nella città di Tursi. Forse fin da quel tempo essi, benché detti di Anglona, risiedevano in Tursi (e può trarsene argomento probabile dal documento stesso del 1320); ma di certo la materia è oscura. Continuò ad esistere la sede di Anglona pel secolo XIV e pel XV; ma ai principii del secolo XVI, poiché la città che era venuta spopolando, non dava sicurezza o comodità di vivere a quei che l’abitavano, il vescovo ottenne da papa Paolo III di trasferire a Tursi la sede episcopale, nel 1546. La bolla pontificia non esiste; ma l’Ughelli afferma, che il «Pontefice volle che d’allora in poi il vescovo si fosse detto d’Anglona e Tursi»17; e questo è per me argomento che ancora viveva nel secolo XVI la tradizione dell’antica sede episcopale di Tursi. I vescovi però negli atti non uffiziali si continuarono a dire vescovi di Anglona, e non altrimenti18.

Per la storia interna del vescovato di Tursi non si vuol dimenticare il sinodo che, con l’intervento di vescovi delle prossime regioni, sarebbe stato tenuto nella sua chiesa l’anno 1060. Ne attesterebbe il fatto una bolla dell’arcivescovo di Acerenza Godano diretta al vescovo Arnaldo di Tricarico19, nella quale si leggono queste parole:

«Dopo la Sinodo di Melfi (dell’anno 1059) celebrata dallo stesso santissimo papa Nicolò; dopo la condanna (ivi pronunziata) del vescovo di Montepeloso per simonia ed adulterio; dopo che fu deposto il vescovo di Tricarico, perché neofito; e poiché queste sedi episcopali (è riconosciuto) appartengono alla diocesi della nostra madre chiesa, piacque al santo Pontefice ed a tutta la santa Sinodo di ordinare a me, e al signore Arnolfo, Arcipresule della chiesa Cosentina (quale) vicario della S.R.C. che senza indugio si fosse provveduto alle suddette chiese, per giusti motivi dispensate del loro pastore; anzi si fosse da noi provveduto, affinché, per la vicinanza del luogo, fosse unico il capo di amendue le chiese20. A correggere pertanto le molte enormezze di quella regione, noi celebrammo, secondo il comando apostolico, una Sinodo nella sede Tursicana; ed ivi, con l’assenso della Sinodo e canonicamente, elegemmo Te… al vescovato di Tricarico…, che per mandato apostolico è trasferito da Greco (rito) in Latino…».

Tutti questi minuti ragguagli sarebbero, senza dubbio, importanti per la storia della regione, se fossero veri. Ma la bolla, onde essi emergono, di dubbia autenticità per molti, per molti è falsa addirittura; e per me è tale altresì21.

In un documento del 1526 la diocesi di Anglona noverava 34 luoghi o paesi abitati, più o meno popolosi, ma ciascuno con suo clero, arciprete e cantore. In altro documento del 1670 i paesi sono 37; ma con differenze degne di nota. In quest’anno 1670 facevano parte della diocesi quattro paesi di gente albanese (San Costantino, Casalnuovo, Castroregio e Farneta), che erano surti dopo il 1526; invece, mancavano i paesi di Anglona, di Policoro, di Scansana, di Cinapura, di Agromonte, di Sicileo, di Rubio e di Trisaia (o Santa Laura) che erano nel novero del 152622. Oggi queste denominazioni topografiche vivono ancora, ma infisse a grandi tenute senza ombra di comunità abitate. Come esse si estinguessero, non si sa; men che per Rubio, ove la vista dei luoghi fa argomentare che un grande cataclisma sfranò il terreno all’abitato, che sparve23. Ben notevole cosa, che per non grande estensione di territorio, nella sola valle del basso Sinni, sparvero, nello stesso secolo, tanti centri di popolo! A compenso sursero ivi i due di gente Albanese, Casalnuovo e San Costantino; e poi Bardella al cadere del secolo XVII.

Anche Tricarico nel 968 fu data come sede episcopale suffraganea al metropolita di Otranto dal Patriarca di Costantinopoli. Se ebbe vescovi anche prima del 968 nessuno sa dirlo: anzi negano parecchi scrittori che l’ordine del Patriarca avesse avuto effetto, e che fosse allora Tricarico di rito greco. Ma è negazione che non ha base sufficiente; e quei fatti che uno storico recente della chiesa di Tricarico24 trasse, a prova indiretta, dall’Annalista Salernitano (che è, come si sa, la famosa Cronaca Cavese manipolata dal Pratilli) non provano nulla (se pure provassero qualcosa di per sé); poiché derivano da sì torbida fonte. Sta il fatto indubitato che Tricarico, città e diocesi, ebbero preti greci nel secolo XIII25: possiamo adunque riferircene all’aforismo giuridico, che il titolo di un possesso remoto fa presumere, nel possessore odierno, il possesso intermedio.

La bolla del 1060, che abbiamo riferita poco innanzi, farebbe credere che in quell’anno fosse passato «dal rito greco al latino» il vescovato di Tricarico; dopoché nel concilio di Melfi del 1059 fu deposto il vescovo di Tricarico, perché neofito, dice la bolla. Ma questa non ha valore di storia, come abbiamo visto; e non fa prova. È probabile invece che, al prevalere dei Normanni, poiché la sede episcopale passò dalla dipendenza di Otranto a quella di Acerenza metropoli, così il vescovo dal rito greco venne al latino, sul declinare del secolo XI. Durò non per tanto ancora per lungo tempo il rito greco per le chiese della diocesi; se anche nella chiesa cattedrale del vescovo, e fino al secolo XVIII ne esistevano le reliquie. Monsignor Zavarroni, vescovo di Tricarico alla metà di quel secolo, attesta «che ancora di questo rito se ne conserva nella chiesa cattedrale la memoria, e col cantarsi nelle solennità delle messe l’epistola e il vangelo dal pulpito, come fanno i greci dall’ambone, e colle mozzette negre, le quali usano le dignità e li canonici, che non hanno voluto mai deporre per memoria che il colore nero si portava dai loro antecessori, quando la loro chiesa era governata da vescovi greci»26. E l’uso dura tuttavia.

Una ricca mensa fu donata a questa sede dai dinasti di Montepeloso e di Tricarico, di stirpe normanna; e quantunque le carte, che l’archivio episcopale di Tricarico ebbe date alla luce nei ripetuti litigi in che la mensa fu involta, siano di punta genuinità per molti27, non può negarsi che fin dal secolo XII il vescovo di Tricarico era signore feudale di Montemurro e di Armento, e che per la vasta diocesi ebbe un infinito numero di monasteri ed abazie segnatamente di monaci greci. Un tempo la diocesi comprese trentatre comunità; ma alla metà del XVII secolo, quando ne scriveva l’Ughelli28, già dodici di esse erano paesi disabitati e spenti: tanta mutazione etnica ebbe luogo per la nostra regione nel passaggio dei mezzi tempi ai tempi della storia moderna!

Fra questi centri già spenti di popolo merita speciale menzione la città o castello di Turri che nel catalogo normanno dei baroni è detto «Tur» feudo di due militi, e che era senza dubbio ancora abitata nel 123729. Merita menzione, perché uno dei pochissimi monumenti letterarii del secolo XI e XII si riferisce a questa città; ed accenna ad un vescovo di essa, a nome Giovanni, del secolo XI probabilmente. Questo monumento è la vita di San Vitale, scritta in greco da un monaco di un qualche cenobio delle Calabrie (verso Cassano probabilmente), e in parte, e posteriormente, da un monaco dei monasteri greci di Armento. Dal greco fu tradotta in latino nel 1195, secondo che in essa è scritto; e per ordine, si dice, di un Roberto, che fu, veramente, vescovo di Tricarico nel 117930.

L’agiografia, tra la solita intelaiatura di miracoli e di penitenze strane, ha un fondo storico indubitato, e si riferisce ad un eremita del secolo X, che per la grande fama di santità è ricerco del Catapano di Bari; e che fa salvo il paese di Armento da una scorreria di Saraceni31. Molte delle denominazioni topografiche odierne si rispecchiano in quella antica scrittura, la quale senza dubbio raccolse e ricamò le tradizioni popolari che correvano e corrono ancora pei luoghi in cui visse l’eremita, e che ancora oggi portano il nome di lui. Questa «città di Turri» era tra Armento e Guardia Perticara, a due miglia dal fiume Sauro: ed oggi nei campi a mezzodì di Guardia alcuni avanzi di vecchie ruine la ricordano ancora.

Anche la sede di Matera fu data suffraganea alla metropoli di Otranto nel 968. Gli storici della città sostengono che era già vescovato prima di quell’anno; anzi alcuni di essi riferiscono, per nome e per epoca, una serie non interrotta di vescovi dall’anno 600 a tutto il secolo X e giù di lì32. Ma se questi, mirabili per l’interezza loro, cataloghi di tempi oscurissimi sono scusabili titoli di carità al loco natìo, non sono titoli di storia attendibili. Invece i documenti autentici è finora non’ dubbii mostrano solamente questo, che la chiesa di Matera fu elevata a cattedrale e fu riunita alla cattedra antecedente di Acerenza nell’anno 1202 da Innocenzo III, e d’allora in poi il vescovo si disse di Acerenza e Matera.

Ma, unite in fraterna famiglia, vivono insieme, d’allora in poi, con l’affetto fraterno di Eteocle e Polinice. Quindi attriti e litigi infiniti e incessanti. La prima quistione, che può interessare l’opera nostra, sorge appunto al limitare di questa unione del 1202. I documenti autentici, di cui testé ho fatto cenno, mostrerebbero, per vero, che in quel periodo di tempo Matera non era altrimenti che una città della diocesi di Acerenza, soggetta al vescovo di questa. Invece gli storici della città sostengono che, assai prima di quell’unione, la chiesa di Matera era già cattedra di vescovo, con capitolo proprio e propria diocesi. Oltre al ricordo dell’ordinamento bizantino, già noto del 968, essi affermano che nel Concilio romano del 998 è sottoscritto un «vescovo materano», e che in carte del 1065 e del 1078 del cenobio di S. Michelarcangelo di Montescaglioso, pubblicate dal padre Tansi33, è già testimonianza di uno Stefano e di un Benedetto, vescovi di Matera. E questi dati di fatto, aggiunti a certe sottili interpretazioni grammaticali della bolla di riunione del 1202, bastano ad essi per ritenere come accertata l’antica autonomia della sede materana.

Ma fatto sta che nel Concilio romano del 998 sottoscrive non altri che un «vescovo materanense»34; e se non si vuole aderire al Di Meo, che dice si abbia ad intendere il vescovo di Martorano35, non si potrebbe, senza grande sforzo di fede, ritenerlo per «vescovo materese o materano». E quanto ai vescovi Stefano e Benedetto delle carte del 1065 e del 1078 del cenobio caveosino, le carte non possono attestare nulla di solido, perché esse stesse mancano di fondamento, e sono spurie. Il padre Tansi, storico del cenobio di Montescaglioso e materano di patria, ne difende l’autenticità; ma i colpi di punta e di taglio che le vengono dall’acuta critica del Di Meo sono tanti e sì gravi, che la corazza foggiata dal padre Tansi non basta a difenderle36.

D’altra parte, è tra i documenti autentici riferiti dall’Ughelli37 una lettera d’Innocenzo III a Rainaldo, che fu arcivescovo di Acerenza dal 1198 al 1200, con la quale il Papa ratifica una sentenza che ritornava alla «mensa di Acerenza la chiesa S. Pietro di Matera», già irregolarmente ad altri infeudata per opera di alcuni predecessori vescovi di Acerenza stessa. Non era dunque sede di vescovo la città di Matera nell’anno 1200. Sicché, tutto sommato, l’opinione dell’Ughelli e degli scrittori acheruntini, avversari a Matera, avrebbe maggiore fondamento di vero per questo speciale punto delle origini. E non pertanto io non tacerò di un mio convincimento, ed è che Matera fosse sede di vescovo anche prima del 1202, che è l’anno in cui, mancandone forse il vescovo per cause a noi ignote, dessa fu unita ad Acerenza. Questo convincimento viene in me e dall’importanza stessa della città di molto maggiore che non Lavello, Muro, Rapolla, Gravina; e dall’esempio di tutte le altre città venute in dominio dei Conti normanni, che ebbero per opera loro cattedra episcopale; e, infine, dall’atto stesso di unione del 120238. Se Matera non era altro che una secondaria città della diocesi di Acerenza nel 1202, che ragione si avrebbe avuto non già di elevarla a cattedra, ma sì di aggiungerla contemporaneamente, di «unirla», come dice l’atto, alla cattedra di Acerenza?39

Anzi, perché e come il vescovo si disse allora e poi «di Acerenza e Matera», se non fosse per continuare o far rivivere la tradizione della cattedra materana, un qualche tempo forse intermessa?

Nel secolo XV le due diocesi furono separate, ma non più che per qualche anno. Nelle guerre tra Alfonso di Aragona e Renato di Angiò, il vescovo di Acerenza aveva seguito le parti dell’Angioino; le quali, poiché declinano, il vescovo si eclissa e si elevano invece gli spiriti dei Materani, sempre profondamente avversi all’unione con Acerenza. Essi dunque si eleggono un novello pastore per la sola diocesi materana, mentre il feudatario della città, che era della potente casa dei Balzo-Orsini, chiede al Papa la canonica rimozione dell’antico pastore e un novello e proprio vescovo a Matera. Eugenio IV aderiva in parte, nominando un altro vescovo ad amministrare la Chiesa materana, indipendente da Acerenza. Ma non guari di poi le cose tornarono allo stato primitivo; e nel 1444, congiunte di nuovo sotto un novello arcivescovo le due diocesi, le gare secessioniste vennero quetando, ma sopite un momento, non spente. Dal vecchio germe del malanimo gli attriti e i litigi ripullularono spesso, tenendo desti per secoli gli echi delle curie; mentre, ora a difesa di giusti diritti, ora a schermo di miseri ripicchi, cresceva di opere e di scritture una letteratura litigiosa che, con l’intento di chiarire la storia, l’è venuta offuscando per modo, che i posteri di buona fede non sanno come strigarsi dai lacci degli storici avvocati.

Acerenza fu sede di vescovo fin dagli antichissimi tempi; e, senza prestar fede di storia alle tradizioni della sua Chiesa, che dànno una serie di nomi dal 395 in giù, accerteremo solamente questo, che nel Concilio romano del 499, tra gli altri vescovi, sottoscrive «Giusto Acherontino».

Negli ordinamenti gerarchici dei Greci, dominatori della regione ai secolo VIII, Acerenza è data suffraganea al metropolita greco di Santa Severina di Calabria; ma nel 968 è invece sottomessa, come si è visto, alla metropoli di Otranto. E non vi durò a lungo, poiché al riprevalere dei Longobardi sui Greci, Acerenza tornò al principato di Salerno, e la sua Chiesa si trova suffraganea all arcivescovo di quest’ultima città nell’anno 99340.

Quando, men che un secolo dopo, anche essa fu elevata a metropoli ecclesiastica, è degno di memoria che fu allora innalzato l’edificio della sua chiesa, che è tra i più notevoli monumenti medioevali dell’Italia meridionale, e allora accadde che, a stimolo di zelo efficace nei fedeli, fossero rinvenute le reliquie di S. Canio, a cui la chiesa stessa veniva dedicata41. Un’agiografia prolissa ed incolore dà la storia, di questo, che è detto vescovo di Giuliana, in Africa, il quale, prossimo all’ultimo supplizio, è da un angelo sottratto alla scure del carnefice e trasportato dall’Africa in Atella di Campania42. Di questi stessi tempi il corpo di S. Matteo Apostolo, rinvenuto che fu nella valle del fiume Alento, era trasportato a Salerno, ove fu stimolo o causa all’elevazione del magnifico duomo di quella città. Di questi medesimi tempi venne dalla Licia nella città di Bari il corpo di S. Nicolò, e si incominciò a fabbricare la sua chiesa, che fu consacrata nel 1089; poco tempo innanzi era stato rinvenuto in Taranto il corpo di S. Cataldo e rifatta la chiesa cattedrale43; non altrimenti, secondo il costume dei tempi, avvenne in Acerenza. Dopo la consacrazione del Papa, i Normanni vollero la riconferma del Cielo, e questo intervenne!

La sede episcopale di Venosa va annoverata fra le più antiche; e, considerata l’importanza della città ai tempi romani, non dubiterei di riattaccarne le origini all’èra del cristianesimo antichissimo; senza però che io dia rilevanza storica alla tradizione erudita, che in prova dell’asserta venuta del primo degli apostoli in Venosa, afferma l’esistenza antica d’una chiesetta, che il popolo dice di S. Pietro dell’Oliveto o dell’Olivento (dal fiume omonimo non lontano), e certi eruditi44, correggendo senza diritto, trasformano in S. Pietro de Adventu!

La storia dell’antica chiesa venosina è ricca di tradizioni locali; le quali se valgono alle anime pie più che i titoli autentici, non bastano alla storia45. Oltre ad un vescovo di nome Filippo dei tempi primitivi delle catacombe, ricordano d’un altro a nome Giovanni, che, contemporaneo e quasi emulo di Leone Magno, ripete il miracolo di questo pontefice, arrestando la rabbia di Attila, che nel 443 spingeva le sue orde selvaggie ad oppugnare Venosa, ove non venne mai. Un altro vescovo di nome Austero, è detto coronato del martirio nella stessa città venosina al declinare del V secolo; e il nome del vescovo è ricordato pel 493 negli atti di S. Sabino46; ma questi atti, benché tardi e non sufficienti testimoni di storie accertate, non parlano delle persecuzioni di Austero. Quello che si ha di certo veramente nella storia della chiesa venosina è l’esistenza della sede e del vescovo Stefano, che sottoscrive ai quattro concilii romani dal 501 al 50447.

Sede di vescovo di breve diocesi, Venosa fu data suffraganea ad Acerenza quando questa divenne metropoli nel secolo XI. Anche più piccola e breve era la giurisdizione episcopale della prossima Lavello; la sua diocesi non si estendeva oltre la città; sicché per la esiguità sua fu riunita a Venosa negli ultimi rimaneggiamenti delle circoscrizioni ecclesiastiche del 1818.

Le più antiche notizie dei vescovi di Lavello risalgono al 1060; e parrebbe una di quelle sedi sbocciate agli influssi dei Conti normanni nelle città su cui dominavano; però in una bolla del 102548, che enumera le sedi suffraganee all’Arcivescovato di Bari, sono indicati anche questi paesi che vengono detti Monte Melionis, Labellotatum, Cisterna e Vitalba. Le due ultime sono città scomparse fino dal medio evo; la prima è senza dubbio Monte Milone; e Labellotatum è Labelli oppidum, come, per erronea lezione, io credo sia stato indicato questo Lavello, di cui si parla49. Di Monte Milone come città episcopale, non si ha altra notizia in carte di non dubbia autenticità.

Oltre Acerenza e Venosa, anche Potenza va annoverata tra le più antiche sedi di vescovi per la Lucania. Piacque agli storici della città50, risalendo sino al secolo V, di affermare che quel Faustino «vescovo potentino» che papa Celestino nel 410 e papa Zosimo nel 418 mandarono loro legato in Affrica, fosse appunto di questa Potenza di Lucania. Ma i più autorevoli scrittori di cose ecclesiastiche51 lo dicono invece di quella città di Potenza nel Piceno, di cui si veggono le ruine a qualche miglio dal porto di Recanati.

Il dubbio, invece, resta circa un Amanzio o Amando, che sottoscrive come «Vescovo potentino» ai quattro Concilii romani, tenuti da Simmaco nel 501, nel 502, nel 503 e nel 50452. Non manca tra i dotti chi inclinerebbe a credere anche costui vescovo della città omonima picena53; ma in verità niente si mette innanzi onde si abbia ad escludere la Potenza città della Lucania. In quegli stessi quattro Concilii sottoscrivono anche Stefano vescovo venosino, Rustico vescovo bussentino, Ilario vescovo Tempsano; non ci sarebbe ragione, perché non avesse potuto trovarsi con costoro a Roma in quattro anni consecutivi anche un vescovo delle rive del Basento. In ogni modo, l’antichità del vescovato di Potenza è attestata da un titolo incontestabile; ed è una lettera di papa Pelagio a «Pietro vescovo potentino» che si riferisce ad un diacono della chiesa Grumentina che fu eletto vescovo della sede di Marcelliana o Cosilinate. Non è detto se Pelagio I (555-560) o Pelagio II (578-590)54; ma, o dell’uno o dell’altro che sia, alla metà del secolo VI aveva già cattedra di vescovo la chiesa di Potenza.

Nel periodo longobardico si oscura la storia di questa, come di tutte le altre chiese della regione: né si ha notizia che fosse dipesa, un qualche tempo, gerarchicamente dai Bizantini.

Ai principii del secolo XII, e propriamente nell’anno 1111, la tradizione della chiesa potentina mette un Gerardo di Piacenza a vescovo della città, che la tradizione stessa assevera elevato dal pontefice Callisto nell’ordine de’ Santi, appena fu chiusa la di lui vita terrena, piena di grandi virtù, nel 1119. Questa tradizione55 è divenuta storia in un documento della chiesa stessa, che è la vita del pio uomo, scritta da un testimone contemporaneo e autorevole, quale sarebbe il di lui successore alla cattedra episcopale nel 111956. Ma il contenuto di cotesta scrittura del tutto generico e per la parte de’ fatti maravigliosi troppo simile al contenuto di altre agiografìe, non conforta, a credere che fosse un documento scritto davvero nel tempo e dalla persona che in esso si dice. Non si potrebbe però disconoscere che non fosse di antica data, forse, com’io credo, tra il secolo XIII ed il XIV. Questo antico documento già mostra la sede potentina suffraganea ad Acerenza, come è indicata nella bolla ad Arnoldo del 1068, di cui fa fatto parola.

Alla sede di Potenza fu riunita quella di Marsico Nuovo dopo il 1818; ma sì prima che dopo, Marsico è suffraganea alla sede metropolitana di Salerno. Non va posta tra le antiche città episcopali della regione; ed il vescovo Tuderisius Marsensis o Marsicensis o Marsicanus, che si legge sottoscritto ai due Concilii romani dell’853 e dell’86157, e che l’Ughelli riferisce a Marsico Nuovo, era invece della Marsica o de’ Marsi.

Ci occorse già di stabilire in altro lavoro che la città di Marsico fu innalzata o riconosciuta, almeno di fatto, come sede di vescovo nel breve periodo di tempo che intercede tra l’anno 1051 e il 1058. In una bolla del 1051 in cui sono annoverati i vescovi suffraganei a Salerno, non è cenno di Marsico; ma è ben nominata tra i molti suffraganei della sede salernitana in un’altra bolla del 105858.

La sede di Marsico venne sostituita alla sede antica episcopale della prossima città di Grumento, quando questa fu distrutta, com’è tradizione, dai Saraceni, ai principii probabilmente del secolo XI. Questo è lecito inferire da documenti altrove da noi pubblicati59.

E difatti, in uno del 1095, un Giovanni si dice vescovo civitatis marsensis, sedis grumentinae; in altro del 1097 lo stesso si dice vescovo sancte sedis grumentine de civitate Marsico; in un terzo del 1144 un altro Giovanni è detto nel corpo dell’atto Grumentine sedis episcopus, ed egli sottoscrive Marsicanus episcopus. Né manca la sottoscrizione di un Leo episcopus grumentinus in una carta del 1123; e qui non è che, a titolo di onore, il ricordo dell’antica sede grumentina. Caduta per violenza la città di Grumento, il vescovo rifugiò nella prossima Marsico. Qui risiedé di fatto, con l’animo forse di ritornare a Grumento, quando questa risorgesse. Ma questa non risorgendo, e la residenza di fatto continuata in Marsico per lunghissimo tempo, e quando le stesse ruine di Grumento perivano, fu ragione bastevole che fosse prevalso il titolo unico di vescovo di Marsico, mentre questa città cresceva sempre più di lustro pei suoi dinasti di origine normanna e della stirpe stessa degli Altavilla. Ma nel tempo che la sede episcopale fu data suffraganea a Salerno, alla metà del secolo XI, è lecito argomentare, che la città di Marsico non era ancora in dominio dei Normanni, ma sì del principe di Salerno.

La elevazione della chiesa di Melfi a cattedra di vescovi era ritenuta del tempo dei Normanni, e propriamente dell’anno 1059. Ma nel passato secolo fu pubblicata una bolla dell’Arcivescovo di Canosa, che ha la nota cronologica del 1037; e in essa è detto che, a petizione dell’ordine dei chierici e del popolo di Melfi, il vescovo di Canosa distacca la città di Melfi dalla diocesi canosina, la eleva a sede di vescovo autonoma, e le costituisce a mensa e a dotazione i territorii di Salsola, che è forza di credere fossero fino allora appartenuti alla mensa di Canosa60. Questa bolla che si disse scoperta negli archivii della chiesa di Bari dal dotto canonico Calefati, non è per me senza sospetto. Parmi strano, lo confesso, che il capo della diocesi diminuisca l’autorità propria, i diritti, le giurisdizioni e le temporalità della sua chiesa, a semplice petizione del clero e del popolo di un’altra città della sua diocesi. Né al giudizio di genuinità conferisce gran fatto Io stile e la dicitura del documento che è di formole sì spiccie e semplici, quali sarebbero appena convenienti alla donazione d’un censo, di un poderuccio, di un casolare qualsiasi della chiesa stessa. Scrive (ivi si dice) uno «scriniario» suddiacono, e sottoscrive l’Arcivescovo Nicola, nel secondo anno del suo pontificato; senza più61. Dubito, ripeto, della genuinità; anche perché la fede letteraria del Calefati ormai è maculata per altre finzioni di vecchie carte di archivio, che gli vennero contestate da dotti scrittori dei nostri tempi62.

Melfi acquistò importanza grande, quando fu sede dei Conti di Puglia; e allora, si vuol credere, ebbe, per autorità di essi, sede di vescovo63. Se ci è da far meraviglia è questo solamente, che per l’autorità del Guiscardo non diventò metropolita dei vescovi della regione il vescovo di Melfi, che cesse il posto a quello di Acerenza.

In una bolla del 1089 Melfi venne annoverata tra i suffraganei di Bari e Canosa64; e questo non poté avvenire se non dopo il 1071 che Bari fu in dominio del Guiscardo. Essa passò alla dipendenza diretta di Roma da tempo immemorabile65; e così è di presente.

Rapolla, non più che un quattro chilometri distante da Melfi, fu sede di vescovo con propria e separata diocesi fino all’anno 1527, quando venne riunita alla chiesa di Melfi. Senza arrestarmi alle vaghe affermazioni di causidici, che dissero creata la sede rapollana fin dal secolo VIII o IX66, la si dovrebbe riconoscere come già esistente nel 1037, se fosse vera e genuina la bolla del 1037 per la erezione della cattedra di Melfi, che pure testé ci è parso dichiarare sospetta; nella quale bolla viene, per incidente, nominato un Nando (o piuttosto Lando) come vescovo de civitate Rapulla. Accettando senza nessun sospetto l’autenticità di questo documento, uno storico del luogo crede che Rapolla fosse elevata a sede episcopale tra il 1028 e il 1037, in seguito alla distruzione della prossima città di Cisterna che anch’essa aveva vescovo67; ma si sa, per contrario, che un Farnulfo, vescovo di Cisterna, rinunziava alla cattedra verso il 105468. Non resta pertanto accertato che un solo fatto, ed è che alla sedia metropolitana di Bari fu elevato nel 1072 un tale Orso, che era già vescovo di Rapolla; e di qua potrebbe pure inferirsi che allora probabilmente fu attribuita in suffraganea a Bari69. Anche questa sede fu dovuta all’autorità dei signori normanni dominatori della città70.

La sede di Muro invece è suffraganea del metropolitano di Conza. Dicono che fu eretta in vescovato nel 100971; ma poiché manca ogni prova storica, l’affermazione è gratuita e vana. Nel Concilio romano di Leone IX del 1050 intervenne e sottoscrisse un Leone episcopus murensis: e questo sarebbe il più antico testimonio delle sue origini, se il titolo, onde emana, che è una bolla di quell’anno, non fosse ritenuta per spuria da un critico fine, il Di Meo72. Il quale osserva che Muro, in un documento del 109073, è ripetutamente detto non altrimenti che Castellum; e l’avrebbero detto civitas, se avesse avuto dignità di vescovato. Ma dalla osservazione del critico seguirebbe questo, che la sede ivi sarebbe surta molto dopo il 1090: ed io dubito della verità della conseguenza: giacché fin dai primi tempi la sede di Muro si trova attribuita suffraganea al vescovo di Conza, e questo vuol dire, a mio avviso, che quando Muro ebbe vescovo, la città non era stata occupata dai Normanni, e restava ancora in dipendenza del principato di Salerno. Sicché sarebbe erezione della prima metà del secolo XI, anziché della seconda.

La storia interna di questo vescovato mostra una eclissi ed una lacuna nel corso del secolo XIV, degna di essere ricordata.

In quel generale turbamento delle coscienze cattoliche che fu detto il grande scisma d’Occidente del secolo XIV, due papi, l’uno contro l’altro armati, sursero di fronte contemporanei, Clemente VII ed Urbano VI. Quest’ultimo, si vuol ricordarlo, era stato già Arcivescovo d’Acerenza. Giovanna regina di Napoli non riconosceva per legittimo se non Clemente; e con essa aderivano i popoli e i vescovi del reame. Le scomuniche piovono dalle due parti agli avversarli o fautori dei due eletti; ed Urbano bandisce decaduta Giovanna dal trono d’un regno che era feudo della Chiesa; ed invita i re d’Ungheria, progenie degli Angioini di Napoli, ad occupare il reame che egli aveva dichiarato vacante. All’invito risponde Carlo di Durazzo. Al suo arrivo le fazioni interne si commovono; gran numero di terre e città aderiscono a lui; Ottone di Brunswick, marito della regina, è battuto con le sue genti; ed ella che non può oltre sostenersi, è forza si arrenda. Carlo la riceve ad onore; ma, come in altro luogo fu detto74, è mandata in cortese custodia, nel castello di Muro; ed ivi, come Desdemona, fu spenta! Era l’anno 1382.

Il vescovo di Muro, già aderente alla regina ed a Clemente VII, che risiedeva in Avignone, fugge dalla città, ove il popolo gli fa violenze; e quando, dopo morto Carlo di Durazzo, il reame è venuto in gran parte a soggezione di Luigi d’Angiò, già adottato in figlio dalla regina, egli torna, e va a risiedere in Buccino, che è una terra della diocesi; ed ottiene da papa Clemente, che fosse tolta a Muro, città durazzesca, la sede episcopale, e trasferita invece a Buccino. La bolla ha la data di Avignone del 138675.

Questo novello ordinamento diocesano non fu dei tutto effimero; durò anche dopo la morte del vescovo che avvenne verso il 1389; si protrasse probabilmente fino al ristabilimento generale delle cose dopo il Concilio di Costanza. Certo è che da questo fatto ebbe origine la denominazione di Bossinense data al vescovo Murano in documenti che I’Ughelli dice di aver letti76; nonché l’indicazione, nel Provinciale romano, di un vescovo Belsinate tra’ suffraganei di Conza. Negli uni e negli altri documenti è lezione errata invece di Pulsinense e Pulsinate, cioè di Buccino; e l’erronea grafia trasse fuori strada gli eruditi che ne scrissero77.

La città di Montepeloso fu sede di vescovo fino all’anno 1818, quando venne riunita a Gravina. Ma l’epoca delle sue antiche origini episcopali è incerta, né si può fare assegnamento sulla bolla del 1060 al vescovo dì Tricarico, riferita di sopra, che fa parola di un vescovo di Montepeloso, dimesso nel Concilio di Melfi del 1059 per simonia. Veramente l’antichità stessa ne sarebbe attestata anche dalla bolla di Alessandro II del 1068, che enumerando le chiese suffraganee alla metropoli di Acerenza nomina tra queste anche Montepeloso. Ma anche questa bolla è di sospetta fede, come fu detto.

Un Leone, monaco Benedettino e vescovo di Monlepeloso nel 1123, è cennato dall’annotatore all’Ughelli; ma donde egli abbia tratto la notizia non dice, né si sa. Pertanto resta l’incertezza; anzi da quest’ultimo dell’ordine benedettino sorge il dubbio non fosse egli piuttosto un abate, che abbia avuto giurisdizione episcopale di Ordinario per la città. Dapoiché è noto che fino al secolo XIV esisteva presso Montepeloso un’abazia, dipendente ab antico dal famoso monastero di Casa Dei nella diocesi di Clermont in Francia. L’Abazia era detta di Santa Maria di Iuso (o giuso, o giù) fuori le mura della città, in un borgo o casale situato in basso; ed aveva giurisdizione ecclesiastica e dominio feudale tanto su questo borgo, quanto sul prossimo feudo, allora popolato, di Irso78. Scrisse il Mabillon, che, estinto il vescovato di Montepeloso, la giurisdizione ne passò allo abate di Casa Dei, il quale mandava in quella città un suo vicario, che era il priore dell’abazia. Ma non si sa quando avvenne questo passaggio di giurisdizione. Si sa invece che l’abazia di Santa Maria di Giuso venne ad estinguersi (forse in seguito a soprusi cupidi e violenti del feudatario) nel secolo XIV. E allora quel feudatario, che discendeva di regio sangue ed era Duca di Andria e Conte di Montepeloso, ottenne che la sede episcopale di Montepeloso fosse unita a quella di Andria, verso il 1451, che è l’anno in cui si trova il primo vescovo nella serie datane dall’Ughelli79. Non molto dopo, cioè nel 1470, ebbe vescovo proprio; e la sede, disunita da Andria, non fu dipendente se non da Roma fino al 1818; quando per la piccolezza sua venne soppressa e fu riunita a Gravina.

Oltre queste sedi di vescovo in città che esistono ancora, la regione ne ebbe delle altre che non esistono più; ed è debito di farne parola.

Grumento, più volte ricordata in queste carte, ebbe vescovi fino alla distruzione della città nel secolo XI; donde poi si trasferirono a Marsico, come nelle antecedenti carte è stato detto. Di un suo vescovo del secolo VI è testimonianza autentica in una lettera di papa Pelagio a «Giuliano vescovo Grumentino», che è pubblicata nel Decreto di Graziano80. A questo unico, ma sicuro titolo della storia del suo vescovato si aggiunsero poi, qualche secolo addietro, altri titoli, i quali non basterebbe di dire insecuri, poiché foggiati addirittura. Tali sono i così detti dittici della chiesa saponarese-grumentina, che portavano incisi in pietra la serie dei vescovi grumentini del secolo VI al IX, non che l’agiografia di S. Laverio che si dice scritta nel 1162 da Roberto di Romana, diacono della chiesa saponarese. In questo documento, che si allontana dalle consuete stereotipie delle vite dei santi per quel suo contenuto storico che si riferirebbe al lustro ed alla fine miseranda della città di Grumento, è racchiusa una parte di storia, della sede episcopale, che da esso si dice fondata a Grumento fino da’ tempi di papa Damaso nel secolo IV. Ma questo documento non è, malauguratamente, se non fattura, tutta, o in gran parte, del secolo XVI; sicché l’origine tarda e losca non consente punto di fede a ciò che asserisce. Le ragioni, il tempo, lo scopo e le fonti di questa postuma manipolazione di storia le abbiamo esposte in uno speciale lavoro; ed a questo ci è forza di rimandare il lettore che fosse vago di saperne di più81.

Questa stessa agiografìa del 1162 darebbe la più antica testimonianza dei vescovi della sede di Satriano, nel secolo IX; e tutti coloro che non hanno dubitato dell’autenticità di quel titolo storico, vi si fondano. Noi non possiamo fare altrettanto. Ma che la città di Satriano abbia avuto i suoi vescovi fin dal secolo XI, se ne ha testimonianza piu’ sicura in una carta del 110182. La città ebbe coloni greco-bizantini in quel periodo di tempo, come è dato argomentare da carte greche del secolo XII83; onde si potrebbe congetturare che i suoi vescovi, intorno al mille, fossero di rito greco in dipendenza del patriarca di Costantinopoli. Però nulla ci dà diritto di affermarlo; e se furono, la sede tornò con i normanni al rito latino.

L’Ughelli dà la serie, a strappi, dei vescovi satrianesi; e comincia da un vescovo che trova presente al concilio lateranese del 1177. Nella bolla del 1200 dei suffraganei al metropolitano di Conza è anche la sede di Satriano. La quale durò di nome fino al 1525, quando avvenne che fu soppressa perché già caduta e abbandonata la città satrianese: e allora fu incorporata all’altra sede nuovamente istituita di Campagna, nella quale indi poi si fonde e si confonde. Però, caduta Satriano e pria che la sede si tramutasse a Campagna, i vescovi satrianesi risiedettero un pezzo a Sant’Angelo Le Fratte, terra della diocesi. Di là si ingegnarono di rialzare o rabberciare la cadente o abbattuta chiesa cattedrale della già caduta città84; ove fu pure continuato a celebrare gli ufficii sacri in certe speciali festività, durante il secolo XVII.

La città di Satriano, secondo una tradizione raccolta da scrittori locali, fu distrutta nel periodo che andrebbe dal 1420 al 1430, per violenze di masnadieri in veste di regii soldati, condotti da un capitano De Ricciardis della prossima città di Campagna. È fama che ad una donzella di Terlizzi, la quale era in viaggio per servizio della regina, a scorta di cotesto capo di gente di armi, fu fatto gravissimo oltraggio da villana gente di Satriano; ed a vendetta dell’offesa le masnade raccolte dal De Ricciardis abbruciarono Satriano; e ne ebbero meriti dalla sovrana. I cittadini ricoverarono a Tito, a Pietrafesa, altrove; e la città restò deserta. Tale è la tradizione dei luoghi: che già parve all’Antonini «avesse più del favoloso che del vero» e che a noi non è riuscito di chiarire punto85. — Io ritengo che Satriano dové essere deserta prima del 1415; da questo anno in poi non si legge nei documenti di Tesoreria del reame. Oggi di Satriano non esiste altro fuorché qualche reliquie d’una torre quadrata, sull’alto di un colle.

Nel mettere termine, che ormai ne è tempo, a questa arida rassegna, non possiamo passare sotto silenzio che molte altre sedi episcopali si trovano annoverate, per la regione nostra, nella bolla del 1068, già più volte indicata di Alessandro II ad Arnaldo arcivescovo di Acerenza: con la quale il Pontefice gli «concede e conferma l’arcivescovato della chiesa acheruntina con tutte le sue parrocchie e città, cioè Venosa, Monte Milone, Potenza, Tulbea, Tricarico, Montepiloso, Gravina, Matera, Olbano, Turri, Tursico, Latiniano, San Quiriaco, Uriolo, e con le castella, le ville, i monasteri e le pieve sì greche, come Iatine»86. La parola parrocchie qui s’interpreta per diocesi o sedi episcopali87; quindi sedi di vescovo (oltre alle note e già esistenti) in Turri, che è città scomparsa e di cui si è parlato dianzi; in Tulbea o Tolve; in Olbano ovvero Obbiano, che è forse Oggiano scomparsa, per terremoto, e che diè origine a Ferrandina; in Latiniano (Altojanni) scomparso anch’esso; in San Quirico, di cui ne esistono oggi due, quello detto di Tolve o nuovo, e quello ben più antico detto di Raparo; in Uriolo, che se risponde all’odierno Oriolo sarebbe stato ai confini tra Basilicata e Calabria! e infine in Montemilone all’altro estremo dell’ampia regione verso la Puglia. Nessuna altra notizia è rimasta di coteste sedi di vescovo, meno che per Turri e Monte Milone; nessuna tradizione ne corre negli stessi paesi che ancora esistono: e, per vero, tal genere di prova negativa non basterebbe a negare il credito alla notizia. Ma poiché questa famosa bolla è combattuta da molti e dichiarata spuria dal Di Meo88, gli è forza restare in dubbio; finché altri documenti non vengano a chiarire le cose.

A complemento del nostro soggetto, sarebbe non priva d’interesse la indagine che accertasse particolarmente i paesi della provincia nei quali ebbe vigore il rito greco, e il tempo che venne a cessare per le varie diocesi. Della diffusione del rito greco si può solamente affermare questo che fu ben grande, argomentando dalle sparse notizie che più specialmente si riferiscono ai paesi sul Tirreno nella diocesi di Policastro, ed a quelli delle diocesi di Tricarico e di Tursi, che furono raccolte in questo e nel capitolo IV. Cessato il dominio greco e stabilita che fu la monarchia normanna, i vescovi che erano greci, passarono man mano al rito latino: ma da ciò non segue che mutarono allora i riti delle chiese minori. Durarono anzi ancora per non breve tempo che io non esito a dire i secoli XIII e XIV. Ma poiché, con l’andare del tempo, le popolazioni grecaniche si venivano italizzando, e i cenobii dei basiliani, focolari di una certa cultura, mancavano di vita e venivano dati in commenda, l’ambiente proprio diventava pei chierici greci più stretto e soffocante: essi imbarbarivano nell’ignoranza, mentre pei latini l’istituto dei seminarii prendeva origine e incremento. I vescovi latini, tra lusinghe e violenze, premevano: e i cleri, che si sentivano sempre più stranieri in mezzo al popolo tra cui vivevano, cedettero, destituiti di patrocinio, o esinanirono.

Le ultime notizie che riflettono il nostro soggetto sono della chiesa di Rivello in diocesi di Policastro, e di Barile in quella di Melfi e Rapolla. Per Barile, il vescovo Diodato Scaglia (1626-1644) non prima della metà del XVII secolo poté ridurre chiesa e popolo al rito latino, e non senza ostacoli e non senza violenza, dice l’Araneo89.

Nel paese di Rivello erano parecchie, al medio evo, le chiese di rito greco, oltre alle latine; ed è noto, per documenti certi, che durava tuttavia nell’anno 1572 il servizio dei preti greci nella collegiata, unica superstite, di S. Maria del Poggio. Non passò guari e gli stessi preti chiesero a Pio V la dispensa di rinunziare al rito greco; sospinti o forzati (come ragiona il Rodotà) «dagli oltraggi che venivano loro fatti da’ latini, dagl’insulti cui erano tutto giorno esposti, dalla divisione in cui erano tenuti, dalle ingiustizie onde nelle decisioni delle Curie erano oppressi». Venne la dispensa del Papa, quando essi già mutato d’avviso, e pentiti del fatto, richiedevano di continuare nell’antico rito. Ma il vescovo Spinelli tenne duro: e prescrisse reciso che, fra un anno, si provvedessero dei libri rituali latini e cantassero gli uffizii in latino. Così avvenne che si spense il rito greco in Rivello90. Monsignor Spinelli fu vescovo di Policastro dal 1566 al 1572.

NOTE

1. Gli atti del martirio dei dodici fratelli di Africa sono nei BOLLANDISTI, sub die 1 septemb. In essi si legge:

Tandem venerunt in civitatem Potentiam. Tunc sedens pro tribunali Valerianus, quatuor sibi ex fratribus Arontium, Honoratum, Fortanatum et Sabinianum adduci praecepit; quos sacrificare nolentes, capitalem jussit subire sententiam in eadem, civitate, sexto calendas septembris. Alia die abiit in civitatem Venusiam, sanctos secum deferens; et Septimum, Januarium et Felicem, post interrogationem, Christum confitentes, jussit in eadem civitate quinto calendas septembris decollare

Il martirio dei tre fratelli Vittore, Cassandro e Senatore e della loro madre Numanzia è ricordato presso l’Ughelli, Ital. Sacra, vol. VII, col. 172. — Gli Atti del martirio di «S. Vito Lucano» sono nei BOLLAND. sub 15 Junii. — Vito, fanciullo di tre anni, con l’aio Modesto e la nutrice Crescente, vengono dalla Sicilia condotti dall’angelo, ed approdano in loco qui dicitur alectorius, che debbe essere un luogo juxta flumen Siler. Quivi spargono i semi della fede, non meno che in territorio Tanagritano juxta flumen Siler. Di là, manda a chiamarli Diocleziano, affinché Vito risani suo figlio infermo. A Roma maraviglie e supplizii: ma l’angelo li sottrae ai tormenti, et subito inventi sunt juxta flumen Siler, et requierunt sub arbore. Però, dei sofferti tormenti, qui dànno l’anima al cielo; e dopo tre giorni «Florentia, illustre donna», dà sepoltura ai cadaveri. — Siamo innanzi ad una geografia storica, o ad una geografia poetica? Chi vuol trovarvi alcun che di reale, spiegherebbe il territorio Tanagritano come la valle del fiume Tànagro, che è un influente del Sele: e in quella valle è l’odierna Auletta, che ben potrebbe corrispondere al loco qui dicitur Alectorius, se porò questo non si voglia, alla lettera, trovare sulle rive del mare. Il locus marianus (se si legga Malianus) fa pensare all’odierno Magliano Vetere; il quale, se è nella valle del fiume Calore, questo è però anch’esso un influente del fiume Sele. Ma su così labili basi, ogni edificio è vano. — L’agiografia di S. Laverio fu pubblicata dall’UGHELLI (VII, 488), da altri e da noi nel libro: L’agiografia di S. Laverio, scritta nel MCLXII, illustrato. Roma, 1881.

2. Goleto e Goglieto è luogo presso Conza, detto non dai giunchi, come avvisa GIUSTINIANI (Diz. ad v. Conza e Nusco), ma dal basso latino Lolletum come terra coperta o invasa dal loglio.

L’agiografia di S. Guglielmo è nei BOLLAND. sub 25 Junii. Ivi si legge, tra altro, che dimorò, a penitenza, nel bosco Cognato (tra Tricarico ed Accettura), ove costruì una chiesa e un monastero. Un Signore adjacentis villae, che era andato a caccia cum accipitribus et canibus venatoriis, lancia uno spiedo venatorio contro un cinghiale, e ferisce, per errore, S. Guglielmo entro la boscaglia: sicché questi va infermo ad Albano, ove viene a visitarlo un Conte Roberto, e inoltre quidam homo grammaticae professionis, quem scientia sine charitate inflaverat, ecc. — Qui siamo innanzi ad un personaggio storico, senza dubbio, che è ricordato ancora nei nomi topografici del bosco Cognato e Gallipoli. Viveva verso il 1130.

3. Epist. 29, lib. II, (li papa Gregorio del 599, che dice: Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine, ecc. — Le lettere di papa Pelagio (il primo di tal nome pontificò dal 555 al 500, il secondo dal 578 al 590) sono nel Decret. Gratiani, parte I, distin. 76, can. 12; e distin. 63, can. 14. — Le lettere di papa Gelasio, Ibid. parte II, Causa XII, quaestio I, e causa XIII.

4. Pascalis Blandanus, Sabatus Buxentinus, Johannes Paestanus… Nel MANSI, Ampla Collect.

5. Il Concilio di Sardica del 347 dispose:

Can. VI: Provinciae Episcopi debent in iis urbibus episcopos constituere, ubi etiam prius episcopi fuerunt. Si autem inveniatur urbs aliqua tam populosa, ut ipsa episcopatu digna judicetur, accipiat.

6. Le stereotipe tradizioni intorno a vecchie immagini presso alcuni dei nostri più celebrati santuarii, le quali per età vengono riferite alle persecuzioni iconoclaste, sono invenzioni tarde e melense, senza fondamento. Le raccolse nel libro Il Zodiaco di Maria il padre SERAFINO DI MONTORIO.

7. Legatio Liutprandi, in Histor. sui temporis, lib. IV, nei Rer. Ital. Script. II. — Conf. DI MEO, ad ann. 968, 4. — E vedi appresso, nota 15.

8. Conf. FIMIANI, De ortu et progressu Metropoleon. ecc. Neapoli, 1776.

9. Così Ughelli, vol. VII, col. 363. Il Cronaco Cavese del Pratilli dice nel 986: ma chi può fidarsene, se pure sia vero?

10. Conf. DI MEO, ad ann. 1071, 3. — Invece, ed erratamente, vien riferito tra gli Arcivescovi assistenti alla consacrazione, dall’Ughelli e dal Fimiani.

11. L’Ughelli stesso (vol. VII, col. 7 e 24) accenna ad una donazione del 1063, fatta dal duca Roberto alla Santissima Trinità di Venosa, in cui si porta sottoscritto un Gerardo, Arcivescovo Acheruntino, ma né egli pubblica il documento, né dice dove si legge. Identicamente all’Ughelli, il Fimiani e il Lupoli: ma il Di Meo, che l’accenna sulla fede dell’Ughelli medesimo (ad ann. 1082, 5), la dice un’impostura. — Per me, poiché non è pubblicato il documento, mi limito a dirlo inattendibile.

12. Annali, etc. ad ann. 1060, n. 5.

13. Ad ann. 1068, 7, dice:

«La pergamena che si conserva in Acerenza ha ciera di spuria se non si voglia copia: l’inchiostro è nero e il carattere non del secolo. L’anno 1067 coll’indiz. VI è falso. Le parole Alexander Episcopus son di lettere presenti romane; non vi è in fine la comminazione a chi si oppone, né la benedizione a chi vi si conforma; né il Papa, né altri che vi si firma» etc. etc.

È un punto cronologico che restò sempre dubbio per l’acuto critico: Ad ann. 1060, 5 egli dice che Acerenza fu «fatta Arcivescovato nel 1098»; ad ann. 1062, 5 ammetterebbe la genuinità della bolla del 1068. — Non dimenticheremo, ad ogni modo, che la voluminosa opera del Di Meo non fu pubblicata se non postuma a lui.

14. Oltre l’UGHELLI, Ital. Sacr. VII, voi. 68 e 55, conf. NIGRO ANTONIO, Memor. topog. istor. sulla città di Tursi e sull’antica Pandosia di Eraclea, oggi Anglona. Napoli, 1851; e vodi nei Cenni storici sulle chiese arcivescovili e vescovili… del regno delle Due Sicilie, raccolti per l’abate VINCENZO D’AVINO. Napoli, 1848, la monografia di Tursi a pag. 719: il cui scrittore pare si appoggi del tutto all’avvocato Martucci, autore del Ragionamento intorno al pieno dominio della real mensa d’Anglona e Tarsi sul feudo d’Anglona. Napoli, 1790, che io non ho avuto sott’occhi.

L’A. della monografia ne’ Cenni storici suddetti, nega la sede episcopale a Tursi, con una logica, per l’assurdità sua, veramente singolare.

15.

TURSI

1. Anno 968. — Liutprando (Op. e luogo citato):

Scripsit Polyeuctus Costantinopolitanus Patriarcha Hydruntino Episcopo privilegio, quo sua auctoritate habeat licentiam episcopos consacrandi in Acirentia, Turcico, Gravina, Matera, Tricarico, qui ad consacrationem Domini Apostolici pertinere videntur.

2. Anno 1050. — Il monaco Lucio del monastero di Zozimo (Circhiosimo), accennando ad un sinodo tenuto nella chiesa di San Nicola, lo dice celebrato sotto la protezione dell’Imperatore, del gloriosissimi nostri Oecumenici Patriarcha, et gloriosiss. et piissimi ac sanctiss. Episcopi nostri Michaelis — (Nel Syllabus Graecar. membran. Napoli, 1865, p. 45).

Qui non è detto né di Anglona, né di Tursi; ma è di una delle due città (che per me non è dubbio sia Tursi). — Documento importante, men pel nome del più antico vescovo di quella sede, quanto perché dà argomento a ritenere che ancora durasse a Tursi il rito greco.

3. Anno 1068. — Nella famosa bolla di Alessandro II all’arcivescovo di Acerenza (che sarà in parte riferita alla fine di questo capitolo) tra i suffraganei è anche Turri, Tursio, ecc. (Ap. DI MEO, ad ann. 1068, 7; UGHELLI, VII, col. 25).

4. Anno 1077. — In una carta di donazione di Ugo di Chiaromonte al monastero di Sant’Anastasio di Carbone sottoscrive: Simeon, dei gratia, Tursitanae sedis episcopus interfui. La carta è datata da Chiaromonte: era scritta, senza dubbio, in greco. (Ap. SANTORO, Hist. Monast. Carbon. ed UGHELLI, VII, 72).

5. Anno 1106. — Pasquale II conferma all’arcivescovo di Acerenza quaecumque metropolitano jure praeteritis temporibus pertinuisse noscuntur, videlicet Venusiam, Gravinam, Tricaricum, Tursum, Potentiam. (UGHELLI, VII, 29).

6. Anno 1121. — Donazione dei dinasti di Chiaromonte al monastero di Cyr-Zozimo (Circhiosimo). In essa, sul fine, è detto che nello stesso anno e mese fu dedicata la chiesa della Immacolata Vergine Maria a Johanne de Tarma episcopo Tursici et a Vitale episcopo Cassiani (Nel Syllabus Graec. membran. succitato, pag. 116).

7. Anno 1151. — Eugenio III conferma all’arcivescovo di Acerenza i dritti metropolitici con le identiche parole riferite al n. 5, cioè Tricaricum, Tarsum, Potentiam. (UGHELLI. Ibid. col. 32).

8. Anno 1178. — Alessandro III conferma come sopra, con le stesse parole: Tarsum, Potentiam. (Id. ibid. 32).

9. Anno 1201. — Innocenzo III conferma come sopra, con le stesse parole: Tricaricum, Potentiam, Tursum. (Id. ibid. 30).

ANGLONA

I. Anno 1110. — Petrus servus Dei Anglonensis episcopus, una a Grisanto Prete canonico di Anglona ed altri, sottoscrivono come testimoni una carta di donazione fatta da Umbaldo Petrullae Dominator al cenobio di Banzi. — Ap. DI MEO, (ad ann. n. 10) che la dice: «impostura di monaco molto posteriore» di età. — È pubblicata nel Cod. diplom. del Minieri-Riccio. Napoli, 1882, I, 17.

II. Anno 1126. — In una bolla di Calisto II per la consacrazione della chiesa di Catanzaro sottoscrive: Ego Johannes Anglonen. episcop. Ma Io stesso UGHELLI (che vi accenna al vol. VII, 73) allorché la pubblica per intero nel vol. IX, c. 366, la dico giustamente omnino suspectae fidei.

III. Anni 1151-1168. — Nel catalogo dei Baroni normanni, si legge:

Episcop. Anglonensis et homines de Anglona obtulerunt VI milites. — Ugo de Turso tenet in Turso feudum 1 militis.

Si noti che il Guillelmus de Anglona di questo Catalogo non è di questa Anglona, presso Tursi (come dicono gli scrittori locali), ma si di Agnone in circondario d’Isernia.

IV. Anno 1167. — Re Guglielmo II dona castellum quod dicitur Nucara tibi, Vilelme, venerab. Anglonen. episcope. (UGHELLI, VII, 79).

V. Anno 1192. — Nel libro dei censi alla Chiesa romana di Cencio Camerario, del 1192, è nominato L’Episcopatus Anglonensis e non il Tursitano (MURATORI, Antiq. M. Ae. V, p. 855).

VI. Anno 1212. — Innocenzo III scrive ai Canonici Anglonenses circa la validità della elezione a vescovo da loro fatta del cantore di Tricarico, benché nato da prete greco. (Nel Decret. Graziani al tit. De clericis conjugat.).

VII. Anno 1221. — Federico II concede ecclesie Anglone in perpet. casale Anglone, e inoltre, homines quos habet in castris Tursii e Sancti Arcangeli. Inoltre esonera ipsam ecclesiam et praelatos ejus (lacuna), ejusdemqne casalis et dioecesis ejus homines da taglia, collette e servizii. (Ap. UGHELLI, VII, 82) e in BREHOLLES, II, I.

Dubito della genuinità di questo documento. La donazione si fa alla chiesa, e manca ogni nome di vescovo. Manca la nota cronologica: e quel post Curiam capuanam celebratam messo lì, nella data, è del tutto fuor di luogo,

VIII. Anno 1241. — Transazione di litigio fra Roberto, d. grat. Anglonensem episcop. e l’ab. del monastero del Sagittario, in tenimento di Rotunda maris, cioè Rotondella. (UGHELLI, VII, 83).

IX. Anno 1254. — Innoc. IV conferma fra Diodato da Squillace in vescovo Anglonensis eeclesiae (Id. ib. 84).

X. Anno 1269. — Leonardo episcop. Anglonensis riconosce la transazione, di cui sopra al n. VII; sottoscrivono molti canonici Anglonenses (Id. 85).

XI. Anno 1320. — Dominun Marcus. d. g. episcop. Anglonensis et capitulum Anglonense intus in choro S. Michaelis de Tursi, Anglonensis dioecesis, de mandato ipsius episcopi vengono a transazione di lite con l’archimandrita del monastero di S. Elia, di Carbone, Ordinis S. Basilii, dioecesis Anglonensis. — Scrive l’atto il publicus terre Tursii notarius cum judice Tursii Scipione de Laurentiis. — Dato apud Tursium. Sottoscrivono l’episcop. Anglonen. e dieci canonici Anglonenses (UGHELLI, VII, 86).

XII. Anno 1526. — Nella Indictio obedientiae Episcopo Anglonensi praestandae in anno 1526, sono chiamati, prima, l’arcidiacono, il decano, il cantore et omnes canonici Anglonenses, e poi l’archipresbyter et Cantor Tursii (Nel NIGRO e nei Cenni storici, ecc. [p. 724], sopracitati).

16 Nel 1207 Innocenzo III riunì la chiesa e la sede episcopale di Matera alla chiesa di Acerenza. Potrebbe essere degli stessi tempi o dello stesso Pontefice la riunione della chiesa di Tursi ad Anglona? — È una semplice congettura.

17. Vol. VII, col. 101.

18. Vedi gli epitaffii di vescovi del secolo XVI e XVII nell’UGHELLI, Ibid.

19 Pubblicata da monsignor Zavarroni con sue Note in calce alla di lui memoria: Esistenza e validità dei privilegii della Chiesa di Tricarico per le terre di Montemurro ed Armento. Napoli, 10 ottobre 1749. — Riferita la bolla dal DI MEO, ad ann. 1060, 5.

20. Ecco le parole:

ut… citius de pastore congruo provideremus, quinimo, pro loci vicinitate, ut unus esset in utraque ecclesia dispensator

21. Tale è pel DI MEO, di cui vedi ad ann. 1060, 5.

22. Nei Cenni storici, ecc. del D’AVINO, citati di sopra; a pag. 724.

23. Ibid.

24. BONAVENTURA RICOTTI. Monografia di Tricarico nei Cenni storici, ecc., del D’AVINO su citati (pag. 681).

25. Vedi innanzi al capitolo IV, e nel Decretum Gratiani il titolo de Clericis conjuigatis, di cui s’è fatto parola nel capitolo suddetto.

26. A pag. XLI delle Note sopra la botta di Godano, arcivescono dell’Acerenza, spedita l’anno 1060… in calce alla Memoria intitolala: Esistenza e validità dei privilegii… della chiesa di Tricarico per le terre di Montemurro ed Armento di ANTONIO ZAVARRONI. Napoli, ottobre 1749. — A questo proposito occorre avvertire che il RODOTÀ (Rito greco in Italia. Roma, 1758, vol. I, pag. 202), dice che i proti di Tricarico «nella messa pontificale cantano l’Epistola e il Vangelo in lingua greca». Il che è molto più che non attesti il vescovo stesso.

27. DI MEO (ad ann. 1068, 8), scrisse:

«Quasi tutte, se non tutte le carte di Tricarico di questi tempi puzzano d’impostura».

28. Ital. Sacra, VII, col. III.

29. Conf. Bolla di papa Gregorio IX al vescovo di Tricarico, nell’UGHELLl, vol. VII, 149.

30. Fu pubblicala nel volume II delle Vitae Sanctorum Siculorum, ex antiquis monumentis del P. GAETANI (Panorami, 1657), secondo il manoscritto della versione latina che si conservava nella chiesa di Armento. La pubblicazione a stampa è però di stile ringiovanito. Conf. i nostri Paralipomeni, ecc. pag. 79. — L’epoca del vescovo Roberto è nell’UGHELLI, VII, 148, che lo trova intervenuto al concilio Lateranense del 1179. Nell’anno 1195 si troverebbe vescovo, invece, un Enrico. Id. ibid.

31. Un antico quadro esistente nella chiesa di Armento mostra questo episodio sacro-guerresco.

32. In G. GATTINI, Note storiche sulla città di Matera. Napoli, 1882, pag. 218.

33. A pag. 127 e 129 dell’Hist. Monast. S. Michael. Archang. Montis Caveosi. Napoli, 1746. — Si vuol notare che nella carta del 1078 il secondo è detto abbreviatamente episcopo Benedicto de civitate M. e non altrimenti.

34. Gli atti sono nel volume XI dei Sacrosancta Concilia, ecc. studio Labbei et Cassartii. Venezia, 1730.

35. Annali Crit. dipl. ad ann. 1065, 5.

36. Id. id. ad ann. 1065, 5.

37. Vol. VII, col. 35.

38. Non debbo omettere di notare che questo atto, riportato dall’UGHELLI (vol. II, col. 37, con la data del 1203), non è che un frammento della bolla papale, la quale, se fosse nota per intero, si avrebbe forse luce sufficiente a chiarir dubbii e questioni.

39. Nell’UGHELLI (VII, 37) si legge:

«Nell’anno 1203, o per insinuazione dell’(arcivescovo) Andrea, o piuttosto per urgente necessità ed utilità della Chiesa acheruntina, in quel tempo quasi desolata, Innocenzo eresse de novo la cattedrale di Matera…» — Da queste parole il GIANNONE (Stor. civ. lib. VIII, 379) conchiuse che «desolata Acerenza, per le continue guerre, di abitatori, bisognò che a lei, per sostenerla, si unisse la chiesa di Matera».

E il FIMIANI (Op. cit. p. 160) scrisse:

«Acerenza, a testimonio di Lupo Protospata, abbruciò nel 1090. Per la qual cosa (!), essendo deserta di popolo, Innocenzo III, nel 1200, la basilica materana fece cattedrale».

Da che si vede che una mezza congettura dell’Ughelli diventa certezza degli altri; i quali, per rendersi ragione della congettura, risalgono dal 1200 all’incendio del 1090! e la desolazione della Chiesa diventa desolazione della città. — Non è detto che dal 1203 in poi i vescovi lasciarono di risiedere in Acerenza, perché deserta di popolo. Non è detto, né provato. Sicché rimarrebbe senza ragione sufficiente la elevazione di una chiesa di città secondaria a Concattedrale.

40. UGHELLI, VII, col. 376.

41. Il DUOMO di Acerenza merita, a più riflessi, una speciale notizia.

L’epoca di sua fondazione oggi è controversa. Lo Schulz ne riportava la costruzione agli ultimi tempi del secolo XIII; pel Lenormant essa è l’antica opera dell’arcivescovo Arnaldo, cominciata tra il 1080 e il 1098. Occorre di riferire quello che questi ne scrive nel libro À travers l’Apulie et la Lucanie (Paris, 1883, I, 270).

«La cattedrale di Acerenza è un edifizio di una semplicità grandiosa e severa: un po’ nudo, per vero, perché né i capitelli, né i modiglioni dell’esterno sono abbelliti da qualche scultura di fogliami o figure. In tutto il mezzogiorno d’Italia, desso è il monumento più normanno che si possa indicare, nel senso proprio della parola: di tal che parrebbe di vedere una chiesa dei dintorni di Caen o di Rouen del tempo di Guglielmo il Conquistatore. La pianta è simile a quella della chiesa, incompiuta, della Trinità, di Venosa, e vuol dire di forma del tutto francese, e lontana dallo stile delle costruzioni italiano. Anche una galleria (il «deambulatorio» che ivi è detta il circolo) si vedo attorno al coro, oltre alle cappelle absidali. All’esterno l’edificio era fortificato: si possono ancora oggi distinguere sull’alto delle mura le reliquie dei merli e le torrette che si elevavano agli angoli sporgenti delle braccia della crociera (a croce latina). La facciata finisce in culmine acuto e molto alto, e sull’estrema punta vi è messo il busto dell’imperatore Giuliano (?). Ai due fianchi della facciata erano due torri quadre, a uso campanile, ma, già abbattute da’ terremoti, una sola ne fu rialzata, sullo stile del rinascimento, nel 1555 dal cardinale Michelangelo Saraceno, arcivescovo di Acerenza, per mano dell’architetto che fu un Mastro Pietro, nativo della vicina Muro (??). Sulla porta maggiore sporge in fuori un portichetto, che è opera del XII secolo, riccamente scolpito, e che vien sostenuto da due colonne di marmo colorato, avanzo di antichi edifici, le quali posano su due gruppi di una oscenità veramente incredibile: un bertuccione ed una donna da un lato, un uomo e una bertuccia dall’altro.»

«L’opera dell’interno è moderna restaurazione a volta, che ha snaturato l’antico stile… La cripta, o soccorpo, rifatta nel 1523, è una squisita opera di scultura e di architettura. Un ornato in grotteschi covre la volta e i pilastri; i capitelli e le colonne, e segnatamente il bassorilievo in bronzo, posto al disopra dell’altare maggiore, hanno tutta la grazia, la morbidezza e l’eleganza delicata delle opere di Giovanni da Nola…»

Dopo il Lenormant, il signor Bertaux nella importante monografia già citata sui Monumenti medievali della regione del Vulture, ripiglia la questione cronologica. Egli scarta l’opinione dello Schulz e quella del Lenormant.

All’opinione dello Schulz oppone un titolo irrefragabile; ed è una lettera di Carlo I d’Angiò al giustiziere di Basilicata, del 14 febbraio 1281, cui fa ordine di portarsi di persona nella città di Acerenza, con maestri fabricatori ed altri uomini periti per studiare la chiesa «arcivescovile che sta nell’interno della fortezza di detta città, di misurare l’edificio; e poi di scendere verso la città, e scegliere in essa fuori della cittadella, d’accordo con l’Arcivescovo, un posto ove erigere una nuova cattedrale. (In Arch. stor. ital. vol. IV, ser. 4ª, p. 5). — Ora, l’attuale duomo è sul culmine del colle; e più in su non si può andare: dunque, l’attuale edifizio non può essere quello che il re ordinava (cioè dal 1281 in poi) che non fu elevato mai.

Al Lenormant oppone che il «deambulatorio» dietro il coro del duomo di Acerenza è, con quello della badia di Venosa, l’unico esempio di tale forma architettonica in Italia. E poiché a quello di Venosa, per una ragione di fatto già indicata (vedi cap. V, Appendice A) non si può assegnare la data cronologica attribuitagli dal Lenormant, cioè della prima metà del secolo XII, così non si può spingere fino a tale remota epoca quello di Acerenza. All’uno ed all’altro il Bertaux attribuirebbe il tempo della seconda metà del secolo XII; e crede che tra i due fosse edificato prima quello di Venosa. «La pianta francese (così scrive) di una chiesa a deambulatorio è stata importata in Basilicata dai Benedettini (che, venuti di Francia, fabricarono la badia di Venosa) e fu copiala quando accadde di rifabricare il duomo di Acerenza».

È probabile (egli avvisa) che la facciata e l’intorno siano dell’epoca angioina; ma il portone delle scimmie (che è il principale ingresso della chiesa) contornato da un elegantissimo fregio e da ornamenti orientali è di puro stile pugliese; lo giudica però dello stesso tempo, e forse anteriore al coro. La cripta, come dètta la appostavi iscrizione, è del 1524.

Oggi il duomo di Acerenza è dichiarato monumento nazionale. (V. Gazzetta Ufficiale del 5 gennaio 1898).

Occorre ancora uno strano ricordo di questa chiesa!

Il Lenormant afferma, come si è riferito, che il busto in marmo, posto sul pinacolo della chiesa, sia quello di Giuliano Apostata: e la cosa sarebbe veramente singolare. La congettura basa su questi elementi. Il busto, che è una mezza statua, è opera romana: ha il capo coronato di alloro; porta il costume militare del paludamentum, che indica un soldato, ed ha la barba; la barba era portata, come si sa, dall’imperatore Giuliano. È nel Corpus Ins. Lat. una iscrizione dell’antica Acheruntia in onore di Claudio Giuliano Augusto: un altro frammento, testé scoverto, ha questo lettere sole: VLIAN; e si può giustamente arguire, dalla grande proporzione delle lettere, che desso sia parte del piedistallo, della quale era il busto barbato o laureato messo sulla facciata della chiesa. Si sa che S. Canio, protettore di Aceronza, era vescovo di Giuliana, in Africa. Dunque, conchiude il Lenormant:

«Se, come è probabile, il frammento a grandi lettere faceva parte del piedistallo della statua, e se l’umo e l’altra furono tratti dal suolo allo stesso tempo, i chierici di Aceronza, tra il 1090 e il 1100, preoccupati di San Canio più che dell’imperatore Giuliano, avrebbero completata la mutila iscrizione in Julianensis episcopus; e per tal modo l’apostata sarebbe stato trasformato in martire e in protettore celeste!» (Ibid. p. 278).

Ironia del caso e della storia! … se fosse vera.

Intanto, e per la storia vera, riscontri il lettore Le notizie degli scavi di antichità, dell’ottobre 1882 (pag. 883). In esse sono riportate le varie iscrizioni di Acerenza, intere o a frammenti, antiche e dei tempi moderni, relative ai lavori della cripta e del campanile. Questo, che è opera «del buon gusto del secolo XVI», mostra in grandi lettere scritto in una fascia: MASTRO PETRO DE M. che si può interpretare, come affermava il Lenormant ed altri, tanto de Muro! quanto altrimenti. Anche il frammento è riferito in queste Notizie così: VLIANO; e lo scrittore (che è il ch. prof. BERNABEI) dice che la prima lettera «meglio conviene ad un N che ad un V». — Quindi una delle basi della congettura vagella!

42. Si legge nell’UGHELLI, vol. VII, col. 14.

43. Conf. DI MEO, ad ann. 1090, 7 e 1071, 4.

44. Dopo monsignor Lupoli.

45. In UGHELLI, Ital. Sacr. VII, 108.

46. Sono nell’UGHELLI, VII, 594.

47. Nel volume V dei Sacrosan. Concilia exacta studio Labbei et Cassartii. Venet. 1728. — Il vescovo Stefano è nominato altresì nel Decretum, cap. 2°, dist. 96.

48. La bolla, con la data del 1028, è pubblicata dall’annotatore dell’UGHELLI, negli Arciv. baresi (vol. VII, col. 601). — Il DI MEO, invece, la dice dell’anno 1025. Ann. dipl. ad ann. 4.

49. In una bolla del 1102 di Pasquale II al vescovo di Melfi (in UGHELLI, vol. I, col. 924 ed in ARANEO, p. 210) si legge che il papa dispone ne in Lavellano oppido, quod Melphiae proximum est, ullo deinceps tempore episcopalis cathedra statuatur… Ma se la bolla è genuina, dell’ordinata soppressione non si avrebbe altra notizia che questa. DI MEO l’accenna sotto l’anno 1101, 4.

50. BONAV. RICOTTI, nell’opera citata Cenni storici, ecc. pag. 541.

51. Baronio, ap. UGHELLI, Ital. Sacr. vol. V, col. 160.

52. Nel volume V de’ Sacrosancta Concilia ad regiam edition. exacta, studio Ph. Labbei et Cassartii. Venezia, 1728.

53. Nelle addizioni all’UGHELLI, Ital. Sacr. vol. 10, col. 160, il Coleti dice, a questo proposito, res est satis incerta.

54. È nel Decretum Gratiani, pars I, distinct. 76, Can. 12. — Nella edizione di Parigi, 1687, dei fratelli Pitheo, si mette in fronte alla lettera l’anno 556 circa; invece, il DI MEO la riferirebbe, pure dubitando, all’anno 580.

55. La tradizione dell’arrivo del santo vescovo in Potenza è tradotta dal popolo in una pantomima, che si ripete ogni anno, da tempo immemorabile, alla festa popolare del Santo Patrono della città. Questa specie di «mistero» medievale rappresenta una nave che, sulle ruote di un carro, naviga su e giù per la città; sopra la nave è la ciurma dei marinai in veste da turchi e da mori; e presso a l’albero (con la campana che squilla a coffa) è il santo, che fa mostra di predicare alle turbe. Quale relazione interceda tra chi venga da Piacenza in una città mediterranea e la nave con l’esotico equipaggio, non si vede; e si ritiene come uno di quegli anacronismi di tempo o di luogo, che si perdonano, per esempio, a Shakspeare, quando fa approdare i navigli ai mari di Boemia. Ma la costumanza è antica, e niente nasce dal niente. Io credo piuttosto che essa, in origine, si riferiva alla tradizione dell’arrivo dei dodici fratelli di Africa, tre dei quali (Oronzio, Onorato e Fortunato) sotto Diocleziano soffrirono il martirio nella città di Potenza, secondo la leggenda. È risaputo, che uno di questi tre, Oronzio, fu tenuto patrono antichissimo della città. — Negli atti più antichi di questa falange di martiri è detto che Valeriano, preside a Cartagine, con i dodici fratolli e i militi suoi navigio profecti sunt; cumqne navigantes applicuissent remum, relicto navigio tandem venerunt in civitatem Potentiam, ecc. (Nei BOLLANDISTI, sub die 1 septemb.). — La simbolica nave rappresenta dunque la venuta di Santo Oronzio, il quale diventa San Gerardo, quando egli, antico patrono, cede il luogo al nuovo.

56. Fu pubblicata dall’UGHELLI, vol. VII, col. 135, e poi dal VIGGIANI, Storia di Potenza.

57. Conf. FIMIANI, Op. cit. p. 98.

58. Questa bolla del 1058 fu da noi pubblicata (secondo una copia dell’archivio arcivescovile di Salerno) in appendice al libro: L’agiografia di San Laverio del MCLXII, illustrata. Roma, 1881, pag. 74 e 51.

59. Nell’Agiografia, etc. citata.

60. Fu pubblicata la prima volta dal TATA, Lett. sul monte Vulture. Napoli, 1778, p. 57. — E dall’ARANEO, Notiz. stor. della città di Melfi. Firenze, 1860, pag. 112, e nei Cenni storici sopracitati, p. 327.

61. Non tralascerò queste due osservazioni: 1° In questa bolla del 1037 si dona alla mensa di Melfi Castellum quod dicitnr Salsula; il quale fu veramente donato alla mensa di Melfi dal duca Ruggiero con carta del 1093; ma in questa carta non si fa motto o riferimento «a conferma (o altrimenti)» di precedente possesso. (La carta del 1093 è in ARANEO, p. 206; in UGHELLI, vol. I); 2° L’arcivescovo Canosino dice: petentibus vobis, Joannem Episcopum consecravimus, cujus ditioni haberi concessimus Civitatem Melfi, ecc. Or, se la città di Melfi gli si concede in signoria, come parrebbe, è assurdo; se in giurisdizione, è strana ed equivoca dicitura; e perciò stesso sospetta».

62. Alludo alla «Leggenda del prete Gregorio» dell’892, per la traslazione di una sacra immagine da Costantinopoli a Bari, che è ritenuta un’impostura del Calefati, dal Wustenfeld e dal Cantù. V. Archiv. Stor. Ital. tomo X, 69. Firenze, 1859, e tomo XII, p. II del 1860.

63. L’ARANEO, a conferma della esistenza in Melfi nella sede episcopale antecedentemente all’anno 1059, dice che, abbattuta la chiesa parrocchiale pel terremoto del 1851, fu trovato nel maggiore altare di essa, entro un’urnetta di legno, un pezzo di cartapecora e scrittovi su il ricordo che quell’altare era stato dedicato dal vescovo Balduino nel dicembre MXL (Op. cit. 110). — Ma chi assicura, innanzi tutto, che questa memoria fu scritta proprio nel 1040, e non in tempo posteriore? Né della paleografia e integrità della breve cartapecora si sa nulla.

64. UGHELLI, VII, 608.

65. L’ARANEO, Op. cit. 120 210) erede che avvenne verso il 1100, argomentando da alcune parole di una bolla di Pasquale II (Ap. UGHELLI, I, 924).

66. ROSATI, apud CHIARAMONTE, di cui nella nota che segue.

67. FRANC. CHIARAMONTE, scrittore della monografia di Rapolla, nei Cenni storici, ecc., sopracitati, pag. 557.

68. Dall’opuscolo 19 di S. Pier Damiano a papa Nicolò II, apud DI MEO, Ann. dipl. ad ann. 1054, 7.

69. Bolla del 1089. In UGHELLI, vol. VII, col. 608.

70. Importante, per la nostra storia, è il DUOMO DI RAPOLLA.

La chiesa, la vecchia chiesa, porta, in due antiche iscrizioni, inciso il suo atto di nascita.

Il campanile, quadrato, a due piani, fu eretto nel 1209, dopo tre anni di lavoro, sotto l’episcopato di Riccardo, che ne pose la prima e l’ultima pietra. La data del 1209 è scritta sotto ai due bassorilievi (di non fine arte, per vero) del Peccato originale e dell’Annunziazione. L’architetto dell’opera fu Sardo di Muro:

Ille magister erat, si quis de nomine querat,

Murani Saroli, cui cura fuit data soli.

La chiesa aperta al culto, dal vescovo Riccardo, ma non del tutto compiuta (parmi che intenda dirlo la iscrizione medesima) fu compiuta nel 1253 dal vescovo Giovanni (che opus peregit e non peragit, come leggono la iscrizione), compiuta nella parte superiore (partibuis ecclesie [e] conctis… altior); e di questa opera di complemento fu artefice, degno di ricordo,

Clericus Anglonis Albano monte nutritus

Melchior est faber operis laudabilis hujus.

Dell’antica costruzione del secolo XIII oggi è conservata la porta ad arco tondo, con entro al suo timpano fregi a rilievo, e con belle colonne di marmo, che si ritengono derivate da antichi edifizi. L’interna disposizione della chiesa è quella dell’antica pianta; ma il coro è opera della prima metà del 1300; e lo attesta una iscrizione lettavi dal signor Bertaux. Delle acute osservazioni del quale mi giova riferire questo che segue:

«Aveva tre navate, separate tra loro da pilastri di cui due serie si sono conservate: dei pilastri due sono ottagonali, e due altri a forma di croce con otto colonnette incastrate (bellissime). Se ci proviamo ad analizzare il carattere dei pilastri e delle volte, e lo stile della porta, che ha il nome dell’artefice Melchiorre, distingueremo due elementi che spiccano davvero l’uno vicino all’altro. Le volte a botte alte e strette, ricordano gli edifici pugliesi nei quali trionfa l’influenza bizantina; le volte a cordoncini, qui come dapertutto, sono di origine francese. Così il timpano della porta è ornato di rabeschi a rilievo molto basso, il cui disegno pare metà orientale, metà locale; invece le colonnette, le basi, l’archivolto, e soprattutto i capitelli sono un’imitazione di modelli francesi». (E. Bertaux. In Napoli nobiliss. (con 46 incisioni), sopra citata, del 1897. Vedi B. Croce nella stessa Rivista all’anno 1893).

Di SAROLO, di Muro, il Lenormant disse che è un nome normanno.

Di cui la forma francese sarebbe Sarule, il Berteaux invece avvisa che il dotto uomo è in equivoco. — Che sia di origini normanne è possibile: ma Sarolus per noi vale quanto Karolus. Del resto a che pro? Di questo valentuomo abbiamo due altre testimonianze: l’una pubblicata dall’on. G. Fortunato che è incisa sulla porta della chiesa di S. Maria di Pierno presso Atella, ove è detto: Quod scriptura legit Magister Sarolus egit; ivi è nominato «Sardo, Roggiero suo fratello et alii magistri murane civitatis» nell’anno 1189 e 1197 (G. Fortunato, Santa Maria di Pierno. Trani 1899, 11).

L’altra testimonianza è pubblicata dall’egregio L. Martuscelli, scrittore della Storia di Muro Lucano (Nap. 1896, 132) che trovò, in una vecchia cappella a Capotignano, la iscrizione che segue: hoc op. egre | gie p (?) doct | Sarol egt, che io non dubito di leggere a ritmo leonino: hoc opus egregie | quod docet Sarolus egit.

Di prete Melchiore di Montalbano (Jonico) della diocesi di Anglona, non sappiamo altro: e ce ne duole. Avvertiamo solamente che l’arcidiacono Chiaramonte, pubblicando primo la iscrizione (nei Cenni, etc. sopraindicati) crede che il chierico di Montalbano si riferisca alla patria del vescovo Giovanni: ma altri, ed io con essi, non dubito di riferirlo all’artefice prete architetto.

71. Nell’opera citata Cenni storici, ecc. pag. 417-8.

72. Annali critico diplom. ad ann. p. 305-6.

73. Vedi innanzi al capitolo III.

74. Vedi al capitolo VII.

75. Ap. UGHELLI, vol. VI, 847.

76. Vol. VI, c. 813.

77. Nel Provinciale romano di Leone X è detto: «Archiepiscopus Consen hos habet suffraganeos; Muran, Belsinaten (Pulsinaten), Satrianen, Montis viridis, ecc.» — GIANNONE (Stor. Civ. lib. 8, cap. 6) scrive queste parole: «Dell’altro (vescovato) di Belsiense, di cui nel Provinciale romano fassi memoria, come sottoposto al Metropolitano di Consa, non ve n’è ora presso di noi alcun vestigio — È il vescovo di Buccino-Muro, e non altro.

78. Nel Registro normanno dei baroni si leggo: Abbas Sanctae Mariae Montispilosi de eo quod tenet in Irso, obtulit milites X.

79. Da quel tempo trovo scritto che fosse «introdotta l’officiatura secondo il rito greco nella chiesa di Montepoloso». (E PALERMO nell’opera citata dei Cenni storici, ecc. pag. 410). — Non so quale fede meriti la notizia, di cui non trovo cenno altrove: è probabile fosse cavata dall’interpretazione di questo logogrifo, che è un iscrizione sepolcrale posta ad un vescovo, la quale dopo aver detto: Qui è sepolto Ruggiero della città di Atella, aggiunge:

Pontificis titulum, cui graeca salubria quondam

Tradidit, et qui dignus honore fuit.

Ap. UGHELLI, vol. I, 909.

80. Non è detto se Pelagio I o II.

81. Fonti della storia basilicatese al medio evo — L’agiografia di San Laverio del MCLXII illustrata. Roma, 1881.

82. Ricordata dal signor Bonaventura Ricotti, di cui nelle note che seguono.

83. Nel Syllab. Graec. Membranarum, etc. citato, n. 93 e 162.

84. Presso l’UGHELLI (vol. VI, col. 854) è l’epitaffio di un vescovo sepolto nella cattedrale satrianese, che dice:

Fra Augustinus Cajetanus, episcopus Satrianensis, qui templum hoc dedicavit; obiit die 17 martii 1521.

E per verità queste parole non parmi consentano con la tradizione della distruzione della città, verso il 1420.

85. La Lucania, ecc. pag. 570. — Vedi l’Appendice VIII al mio libro: L’Agiografia di S. Laverio, ecc. Roma, 1881. — Conf. inoltre: UGHELLI (Ital. Sacra, nei Vescovi satrianesi, vol. VI, col. 852, e nei vescovi di Campagna, vol. VII, 452) — GATTA, in fondo al libro La Lucania illustrata. Napoli, 1723, per la tradizione suddetta — B. RICOTTI nella Monografia di Conza nell’opera citata dei Cenni storici, ecc. (Napoli, 1848, p. 224): il quale raccolse (da non dichiarate fonti) buone notizie tanto sulla sede affatto nominale di Satriano dopo la catastrofe della città, quanto sulle contese tra le comunità della diocesi satrianese e la Curia di Campagna, e sulle diligenze dell’illustre vescovo Caramuele per restaurare la chiesa di Satriano. Questo dottissimo vescovo preferiva fare dimora in Sant’Angelo le Fratte, terra della diocesi, ove introdusse una tipografia, e vi ristampò una delle tante sue opere, se si può credere a questo titolo che riferisce il Ricotti: Conceptus Evangelii liber, etc.— Recusus Sanctangeli Typis Episcopalibus, anno MDLXII. — Nel libretto di GIUSEPPE SPERA, L’Antica Satriano di Lucania con documenti inediti (Cava de’ Tirreni. Badia Benedettina, 1880) i documenti sono di poca importanza. Nella monografia S. Angelo Le Fratte dell’arciprete LEONARDO GIALLORENZI (Potenza, 1889), si dice che gli abitanti della città di Satriano sfuggirono alla totale violenta ruina, grazie alla pietosa opera del vescovo Andrea de Venetiis. Questi fu creato vescovo di Satriano non prima del gennaio 1421; e di qua la data cronologica della tradizione, di cui nel testo. Ma la data del 1415 da noi indicata è da documenti autentici.

86. Secondo la lezione del DI MEO, riscontrata da lui sul testo dell’archivio episcopale di Acerenza. — Conf Ann. dipl. ad ann. 1068, 7.

87. DUCANGE, ad v. dice:

Parochia, territorium et districtus Episcopi, ut Provincia et Dioecesis, Metropolitani et Archiepiscopi.

88. Vedi sopra.

89. Notizie stor. della città di Melfi, pag. 183.

90. Sono notizie e date che raccolgo dal RODOTÀ, Del rito greco in Italia. Roma, 1778, vol. I, pag. 356. — Non debbo tacere che esse non concordano del tutto con l’Ughelli, il quale scriveva, come de suoi tempi, alla metà del secolo XVII, queste parole:

Rivellum duas habens Parochiales; quarum in una latinus archipresbyter latino, in altera graecns graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat. — Ital. Sacra, nel vol. VII, col. 542.

PARTE II - La Basilicata

CAPITOLO X

FEUDO E COMUNE

Nel lungo periodo della dominazione dei Longobardi, quando la nuova evoluzione dell’istituto della proprietà non era giunta ancora all’istituto giuridico del feudo, ma si appressava a divenirlo, in quel periodo di tempo non si incontra nei documenti superstiti, per la regione nostra, altri, fuorché i Conti d’Acerenza, di Marsico e di Potenza. Un Pandolfo dominatore di Conza e di Rapolla nel 967 è in carte di fede sospetta.

Arrivano i Normanni; e non è dubbio che essi divisero il paese a feudi e a brani di feudo tra’ capi maggiori e minori della gente d’armi, che conquistava e manteneva la conquista. Con Guiscardo Duca di Puglia e con Ruggiero re il sistema abbarbica e ramifica: allora avvenne che, non pure un paese abitato, ovvero una tenuta di terra, ma anche un pezzo di terra nel perimetro di quel paese o di quella tenuta era concesso dal sovrano o dal feudatario in capo al sotto-feudatario minore, a titolo di feudo. Allora avvenne che anche i Militi (com’erano detti i nobili, fedeli del re), possedessero qui e qua a titolo feudale tanti «villani ovvero rustici» come li chiamano le carte del tempo, non altrimenti che tanti capi di armento sparsi a pascolo sul feudo. Codesti gruppi di «villani» raccolti a famiglie in capanne sopra una tenuta non altrimenti abitata, costituirono man mano quei paesi che, o esistono ancora o, se già scomparsi, pure da prove multiplici si trae che esistessero ben numerosi innanzi al XV secolo.

Né manca figura di «villani» in dipendenza feudale da un feudatario, che abitavano in città o sul territorio di città dipendente da un altro feudatario: onde derivava un intreccio di relazioni nell’ordine finanziario e militare, che rende confusa la notizia della sorte loro.

È dei tempi normanni, e propriamente della seconda metà del secolo XII, un monumento di grande importanza per la notizia della proprietà feudale nel regno di Puglia; che è noto sotto il nome di Registro dei Baroni. Fu compilato tra gli anni 1154 e 1168 (oltre alle postume aggiunte dei tempi svevi), come ha dimostrato l’illustre B. Capasso1, e non per una mobilitazione di armati a non so che spedizione in Terrasanta secondo l’avviso degli antichi eruditi napoletani, ma per qualche spedizione militare piuttosto all’interno del regno. Delle odierne provincie della regione napoletana non contiene le Calabrie, che erano ancora in quel tempo di pertinenza amministrativa della Sicilia: né mostra un qualche ordine ovvero ripartizione di provincie o giustizierati secondo che questi erano disposti ai tempi di Federico II, o dello stesso re Guglielmo, in cui il registro fu compilato. Desso è, a parlare propriamente, un registro non tanto de’ feudi quanto dell’esercito feudale, secondo che questo era sparso in paese; e poiché l’esercito si componeva di militi o gente di arme stanziati nei feudi, e questi feudi, in ordine al servizio militare, erano aggruppati secondo certe unità superiori, che potrebbero corrispondere a quello che ora diremmo grado di colonnelli o generali; così avviene che si trova inscritto in questo registro il nome del feudo e del suo feudatario coll’obbligazione feudale di tanti soldati; e si trovano i feudi disposti a gruppi in dipendenza di un feudo o di un feudatario superiore. Punto con l’uniformità de criterii dell’oggi, bensì secondo che le condizioni storiche dell’epoca avevano messo un feudo o un pezzo di terra in dipendenza piuttosto di un feudatario maggiore, lontano, che di un altro più prossimo.

In questo importante monumento normanno la regione nostra non va più in là dalla linea del fiume Sinni, come altrove fu osservato: e di tanta distesa di territorio i feudi si trovano disposti sotto i titoli feudali dei Comitali o Contee di Gravina, di Montepeloso, di Montescaglioso, e sotto il titolo della «Comestabulia» di Tricarico, che era l’ufficio di Contestabile o comandante unicamente militare; mentre il Conte, capo del Comitato, era non solo delegato del Sovrano normanno per l’amministrazione della giustizia civile e criminale, ma comandante militare altresì delle forze militari della sua Contea.

Quasi tutti i paesi della regione si veggono, secondo questo registro, infeudati: e quelli che non vi si trovano nominati (per un esempio, Melfi, Acerenza, Potenza, Moliterno, Saponara, Stigliano ed altri) non si può dire se per dimenticanza dello scrittore, o per lacune del documento o se piuttosto per ragione di demanialità ossia appartenenza diretta al demanio del Sovrano.

Dalla Contea di Gravina si portano dipendenti i feudi di Tito, di Laurenzana, di Campomaggiore, di Trifogia (che non è Trivigno) e finanche di Marsicovetere, tanto da Gravina lontano! — Banzi è dal Comitato di Andria.

Dal Contestabile di Tricarico (che pare appartenesse in quel tempo al principato di Taranto), dipendevano Albano, Pietragalla, Tolve, San Giuliano (presso Muro, o presso Pietragalla) oggi distrutto; e inoltre Abriola, Monte Marcone (presso il Lagopesole, e distrutto), Spinosa, che non credo l’odierno Spinoso, Riviesco presso Potenza, oggi distrutto anch’esso, e Picerno, Castelmezzano, Trivigno, Anzi, e i due, che più non esistono, Gallipoli di montagna (presso Accettura) e Gloriosa (forse Arioso, presso Pignola). — Armento e Montemurro erano infeudati al vescovo di Tricarico.

Dalla Contea di Montepeloso dipendevano il feudo d’Irso, che più non esiste, i due Aliano superiore e inferiore, Guardia, Missanello, Pietraperciata (o Pietrapertosa), Corneto o Corleto (?), Gracculo, che non è Craco ma forse Grottole, ed Altojanni che è distrutto, presso Grottole.

Dalla Contea di Montescaglioso: San Mauro, Salandra, Gorgoglione, Monte Albano, Cirigliano, Craco, Garaguso, Accettura, Pomarico, Tursi, Camarda che fu poi Bernalda, e questi altri paesi, oggi tutti distrutti e in parte d’ignoto posto, cioè, Petra, Petrolla (presso Montalbano), Castello di Rocca, Castiglione e Cannano sul basso Agri, Terrazzano, Achio o Accio (presso Pisticci), Ingorgo, Pulleno, e infine un altro che nelle stampe è Milliam, e potrebbe essere, per errore di scrittura, Millionico, l’odierno Miglionico.

Satriano, Pietrafesa, Salvia, Brienza, Marsico, Montesano, Padula, Muro erano contee, ovvero feudi minori nel Principato di Salerno.

Queste aride particolarità al lettor nostro dicono poco; e ne ometto delle altre. Ma non passerò senza nota la singolarità di certi paesi, ove la popolazione contadinesca era feudalmente divisa in sei, o sette, o dieci, o più padroni. Per Bella, ad esempio, il registro enumera per nome dodici Militi che posseggono partitamente chi 28 villani, chi 20, chi 18, chi 8, chi 7, e chi un solo villano; in complesso 121 villani sono divisi a dodici padroni. In Muro sono 115 villani ripartiti tra i Militi feudalarii in otto e più gruppi, da 24 fino ad un solo. E poiché ogni «villano» si può ritenere avesse una famiglia che era soggetta anche essa agli obblighi feudali del villanatico, a questa stregua vedrete come tutta la popolazione di Bella doveva essere nelle condizioni della servitù feudale, che era più che il vassallaggio. Non altrimenti o in poco minori proporzioni, Muro, Brienza, Montesano ed altri, quali risultano dal «Registro».

Come poté egli avvenire un tale frazionamento di popolo fra tanti diversi padroni sullo stesso e breve àmbito di terra? Io non saprei spiegare altrimenti, se non ammettendo che di una città presa di assalto, o sottomessa di forza nei primi tempi delia conquista, la popolazione armata che avea resistito, veniva divisa come servi, se non potevano pagare il riscatto, fra’ capisquadra vincitori. Addetti alle opere dei campi furono essi i villani.

Ma con la conquista normanna non tutta la popolazione fu fatta serva: sbocciò nel suo rigoglio il sistema feudale; ed abbrancò uomini e terre che divennero feudo e vassalli; però la proprietà allodiale non disparve; e gli antichi possessori di terre continuarono a tenerle in pieno dominio. I nuovi dominatori introdussero nuovo genere di prestazioni e dazii e gabelle, sui traffichi, sui commercii, sui capitali investiti nelle industrie agrarie o meccaniche, sulle minute vendite ed altri di tal genere; di cui non occorre occuparci. L’uomo a cui era concesso il dominio feudale di un paese o di un territorio, ne diveniva Sovrano; e come delegato del Sovrano aveva l’alto dominio su tutto il territorio, e il dominio su tutto ciò che non era di proprietà particolare: acque, strade, selve, prati, montagne. Il dominio non aveva limiti che nella consuetudine, che (gran presidio dei tempi meno civili) ha più vigore che non la legge stessa. La consuetudine guarentiva i diritti d’uso dei cittadini su questi territorii non posseduti, o non culti e non chiusi al possesso individuale: ma la scarsissima popolazione e le condizioni civili punto favorevoli allo accrescimento di essa non davano importanza economica alle terre inculte; non c’era richiesta, poiché non c’era interesse; libero pertanto al Sovrano d’usarne a suo talento. E il Sovrano locale ne usava a scopo di pietà, donandole alle chiese, ai monasteri, ai vescovi; ne usava a intenti economici che accrescessero i redditi del feudo o ne scemassero i pesi, sia donandone, con obblighi feudali, a militi e gasindi, sia chiamandovi con obblighi servili quanti volessero venirci a coltivare le terre inculte, poveraglia, randagi, perseguitati; sia affiggendovi alla gleba quei tanti prigionieri di guerra che le turbolenze continue e le rappresaglie creavano innumerevoli, e che la miseria faceva inabili a qualsiasi riscatto a danaro. E donando loro un pezzo di terra e una mezza libertà, il Sovrano locale era in suo diritto di mettere, come metteva, quelle limitazioni d’ordine economico o civile, che oggi, al riflesso della idea del dritto progredito e dell’odierna coscienza umana, paiono immanità di gente violenta e spietata; ma che è forza riconoscere erano allora in armonia al dritto pubblico e alla pubblica coscienza. Erano condizioni non che di sudditanza, di vassallaggio o di servitù; limitazione di libertà, decimazioni sul lavoro, atti di ossequio servili e soventi ridevoli, tutti dai più al meno odiosi; eppure, dirò, giustificati dalla logica del tempo e delle cose!

Ai tempi svevi i «villani e rustici di Sorrento» ricorrono all’Imperatore contro i militi, e contro i capi delle chiese e dei monasteri loro padroni; ai quali sappiamo dai documenti superstiti che avevano l’obbligo di prestare l’opera loro gratuita per ogni settimana due giorni; e pel tempo della vendemmia dieci giorni, oltre al trasporto gratuito del vino da Sorrento ad Amalfi, ed oltre al dono grazioso di un presciutto in carnevale e di tante uova a Pasqua. Ma oltre a questi, avevano l’obbligo di non rendere chierico un figlio senza licenza, e di non maritare le figliuole senza licenza dei padroni2. Il chierico addetto che fosse alla chiesa diventava franco da servitù; e la donna passando in altra famiglia era un cespite di rendita che poteva venire a mancare al primo padrone: ed esso non lo permetteva senza un compenso. Da questo principio discendevano quei diritti innominabili, che la tradizione dei soprusi feudali rammenta come di maggiore offesa alla dignità umana; e che vennero di poi man mano transatti in prestazioni pecuniarie. L’accenno a tal genere di prestazioni non è raro nei documenti di posteriore età nella nostra regione3; ma di quei dritti innominabili non è ricordo altrimenti elio in vaghe tradizioni.

Il Comune

Quando i Normanni s’insignorirono delle precipue città dell’Apulia, io credo che esisteva già in esse il Comune, almeno in embrione. La materia è ancora oscura, e quasi inesplorata: ma non si potrebbe ammettere che popolazioni neolatine avessero vissuto cinque secoli di vita, dal V al X, senza che fosse surta tra esse, quasi spontaneo prodotto della razza e dell’ambiente, la prima, condizione della vita comunitativa, che è il Consiglio comune per interessi comuni. In un importante documento di Melfi dell’anno 1044 io trovo indicati i «buoni uomini della città di Melfi» che vendono, ovvero concedono un pezzo di terra presso le mura della città ad un monaco, che vi edificherà una chiesa e un monastero; e gliene rilasciano un attestato4. Chi fosse il capo dei «buoni uomini» e da chi eletto e nominato, non si sa: ma questo significante indizio di Melfi non può essere un fatto sporadico. I Normanni, a quanto pare, nominarono essi il capo di questi naturali rappresentanti degli interessi comuni; e il capo fu il bajulo o baglivo. Però costui non fu altrimenti che amministratore dei redditi feudali del re o del barone nel comune, anziché degli interessi municipali: si sa che anche il rendere giustizia era più che tutto un cespite di redditi al sovrano; e il bajulo, con suoi consultori o assessori o giudici, rendeva giustizia. Federico II riconobbe alle comunità il dritto di assembrarsi per trattare gl’interessi comuni; ma proibì rigorosamente che eleggessero capi, meno che i sindaci, ossia «procuratori temporanei» a speciali negozii. Era dunque già surto nelle comunità maggiori il concetto della elezione del potere esecutivo municipale, che è la caratteristica essenziale dell’organamento comunale; ed era già riconosciuto espressamente dal sovrano l’istituto del Comune, come entità separata dal feudo o dallo Stato.

Sotto i primi Angioini, sono gli stessi re che ordinano alle comunità di eleggere annualmente quegli uffiziali della polizia che erano detti i mastro-giurati, perché le comunità erano responsabili in complesso dei delitti avvenuti nel proprio territorio quando gli autori ne restassero ignoti. Gli stessi re invitavano le comunità alle elezioni degli «ordinati» o come altrimenti si dicessero i rappresentanti del comune per ispeziali negozii, per ispeciali servizi alla curia del re. Sotto gli Angioini della seconda stirpe, cioè nel secolo XIV, il Comune per una serie di evoluzioni non ancora chiarite, arriva al suo intero, se non compiuto organismo; il quale emerge manifesto nella prima metà del secolo XV, nella duplice caratteristica sì dell’assemblea, fonte del dritto municipale, e sì del potere esecutivo, derivante dall’assemblea stessa, sotto il nome di regimentarii, o di deputati, o di sindaci, ovvero di Eletti a reggere il comune. Accanto ad essi, ma in altra sfera, è il rappresentante degli interessi del sovrano, barone o re, sotto il nome di Governatore, o Luogotenente, ovvero Ufficiale o Capitano.

Nel corso di questo stesso periodo di tempo lo stato delle persone si è venuto trasformando. I servi, gli attaccati alla gleba, i rustici o villani, i raccomandati o difesi, per una serie di oscure vicende di concessioni, di transazioni e permutazioni, lasciano le squame della servitù, acquistano il diritto di muoversi da luogo a luogo, quello di trasmettere o ricevere la proprietà per testamento o per compra e vendita; quello di aprire nuove famiglie col matrimonio; addiventano insomma da servi, borghesi se dati ai mestieri, contadini se alle opere dei campi; ma tutti vassalli del Barone o del Re, come gli altri ceti della comunità. Resta solamente qualche strascico di prestazioni in opere o in denaro a ricordo dell’antico stato, a testimonio delle meno antiche trasformazioni loro.

Costituiti gli organi essenziali del Comune, e determinato, almeno per grandi linee, il concetto delle attribuzioni proprie, non tarda a levarsi il Comune di contro al feudo. Sopra ad essi siede il re.

Altrove la monarchia aiutò il comune ad assorgere per deprimere il feudo. Qui da noi questo concetto storico non apparisce; ma non si può sconoscere che qui e qua il re interviene a proteggere alcuni dei ceti sociali dalle angherie del feudatario, quando essi, sotto incomportevoli soprusi, reclamano. Ma è il re che rende giustizia a chi la dimanda, non il sovrano che metta ordine, crei guarentigie, elevi istituti ad afforzare il comune, a indebolire il feudo.

I feudi, nella perpetua vicenda delle devoluzioni, si concedono e riconcedono dal sovrano; ma nella carta di riconcessione nessuna limitazione a certi dritti signorili che offendessero la libertà, del cittadino; nessuna condizione a difesa di esso, secondo che l’idea del dritto pure si elevava nella pubblica coscienza. E unicamente lo stato di fatto, è unicamente il possesso quello che determina i dritti e i limiti di essi, i doveri e le condizioni di essi tra feudatario e comune; le carte di concessioni e riconcessioni del feudo non sì riferiscono altrimenti che allo stato di fatto. Non è dunque la monarchia da noi, che promuova per consciente politica l’elevazione dei ceti alla libertà e alla dignità umana, o che crei o rafforzi l’organamento del comune. Cotesti ordini infatti avvengono, ma per lenta evoluzione interna, grazie al continuo, benché lento, progresso dello spirito umano.

La feudalità in relazione al comune, al cittadino vassallo e alla terra su cui dominava, non era che una forma speciale temporanea, d’un interesse economico immanente. Il feudatario, in ultima analisi, non era e non si considerava altrimenti, che il proprietario della terra e degli accessorii della terra stessa: così acque, strade, boschi e selvaggina, come caseggiato, uomini e Comune.

L’interesse economico del proprietario era l’interesse prevalente del feudatario; di là i suoi diritti legittimi e le sue pretese abusive. Questo interesse economico si manifesta sotto diverse forme nel lungo scorrere degli anni e nel succedersi delle generazioni: i servigli personali, la limitazione ai diritti umani, la manomorta o l’immobilitazione della persona sulla terra si riscattano con prestazioni pecuniarie, sia censo o capitazione, sia decima o terraggio. Il Comune, dal suo lato, emergendo man mano, compra di volta in volta, ovvero prende in fitto perpetuo dal feudatario qualche parte della giurisdizione signorile; e così, tra le più antiche, entrano nella giurisdizione del Comune quella della bagliva, della catapania, della portolania, la polizia delle fiere e mercati, che costituivano ciò che diremo la polizia urbana, rurale e annonaria delle amministrazioni comunali. Cotesti sprazzi della giurisdizione feudale non erano altro che cespiti di reddito pel barone, ed egli li cede o li vende con poca o punta difficoltà; ma pel Comune non è il reddito che compra, ma parte vera dell’esser suo. Tutto questo era già avvenuto al cadere del secolo XV.

In questo secolo le città più popolose, specie quelle in diretto dominio del Re, ordinano i poteri interni municipali e la partecipazione delle varie classi del popolo all’esercizio dei poteri stessi, mettendo per iscritto e statuendo le modalità già nate o sanzionate dalla consuetudine; quindi, a maggior titolo di stabilità, chiedono in grazia al re che riconoscesse, o confermasse, o sanzionasse questi loro statuti5.

Su questi esempi, le città minori e feudali supplicano anch’esse i feudatarii di grazie e privilegii, che riconoscano certi dritti dei cittadini, certi privilegii della comunità; e cotesto genere di suppliche si ripete e rinnova frequente e continuamente, secondoché muta la persona del feudatario. Questi, sì, aderivano graziosamente, ma non crediate che le concessioni fossero sempre graziose, come parrebbe; troppo soventi erano pagate dal Comune a danaro sonante6, o in territorii patrimoniali concessi a titolo di caccia riservata, o di pascoli alle cavalle del barone, o, quando altro titolo mancasse, per le pianelle della baronessa, per le fasce del principino allora nato. È degno di nota che il contenuto di coteste grazie si eleva lentamente di età in età: per lo più sono suppliche dirette ad eliminare certe reliquie di servitù personale; qualche volta di sbieco fa capolino la dimanda di un dritto politico o di qualche garanzia alla libertà dell’uomo, concessa in grazia a quel comune come privilegio di quei cittadini. Tutto compreso, queste carte contengono, non esito a dirlo, la Carta costituzionale di quel dato comune; Carta venuta su lentamente, pezzo a pezzo, per aggiunte, soprapposizioni o consuetudini, che con altre aggiunte, soprapposizioni e consuetudini scritte e riconosciute, costituiscono il Codice del dritto commutativo di quella data Università o paese.

Un ramo, non meno importante, per quanto a noi moderni non paia, di cotesto Codice comunale, erano gli statuti della Bagliva, e vuol dire gli ordinamenti della giustizia bajulare, o del Bajulo, che, già consuetudini viventi nell’uso, le comunità si affrettarono a mettere in iscritto per renderle più certe e ferme, a guarentigia de’ cittadini. Riflettono la polizia amministrativa, urbana e rurale, annonaria e commerciale, delle comunità: un Codice, che ora diremmo delle contravvenzioni ai «bandi» ossia alle ordinanze del comune; ma che rispecchiano in atto gran parte della vita pubblica di una comunità. Gli Statuti erano sanzioni del parlamento comunale, non ordinanze del feudatario; il quale le riconosceva come tutte le altre consuetudini del comune; e vennero raccolte, ordinate, sanzionate dalle Università a guarentigia cittadina, quando la giurisdizione bajulare che era ancora del feudatario, veniva data in fitto da lui ai pubblicani. Il fondo di essi sono antiche e antichissime consuetudini; alcune delle quali si possono attaccare ai tempi longobardici. Messe per iscritto non più tardi, com’io credo, del secolo XV, hanno durato, con posteriori aggiunte, emende e ricomposizioni piuttosto sobrie, fino alla legislazione dell’età napoleonica7.

Capitoli di grazie

Un complesso di grazie e consuetudini scritte, che costituivano la Magna Carta delle Università, queste le ebbero tutte, dalle maggiori alle minori; ma di ben poche comunità se ne ha notizia per le stampe; e converrebbe che venisse pubblicata dagli scrittori di storie municipali, di preferenza ai tanti arzigogoli loro circa la storia fantastica anteriore al medio evo. Noi non Iasceremo senza un accenno quelle de’ comuni della nostra regione che sono a notizia nostra; poiché viene per esse illustrata la condizione dei comuni e degli abitanti loro; e rivelandosi da quello che chiedono le necessità più urgenti delle popolazioni supplicanti, si può avere un concetto della loro intima cività, che, per vero dire, non era alta gran fatto.

Nel 1497 gli uomini della Università di Lagonegro, che aveva soccorso di vettovaglie e di armati re Federico di Aragona quando assediava il principe di Salerno Antonello Sanseverino nel castello di Diano8, chiesero alcune grazie al re, a cui era devoluto il feudo di Lagonegro, dopo che fu vinta questa potente famìglia dei Sanseverino. Supplicavano, adunque, che il comune fosse tenuto dal re nel suo «regio demanio» in perpetuo, e riconosciute e mantenute le sue antiche consuetudini. Chiedevano potessero i cittadini liberamente servirsi del terreno demaniale senza impedimento di sorta; che vuol dire distinzione, fino allora negata, del territorio feudale e del territorio comunale. Libertà di ritirare ed annullare, fra tre giorni, le querele date. Gli inquisiti di reati non potessero essere rimossi dal paese per venire giudicati altrove; ma nel paese stesso giudicati. Gli ufficiali del re nel comune si debbano mutare ogni anno; e dovranno restare al sindacato. Ai cittadini comandati di servizi debba essere pagato il salario competente; e il comandarli sia escluso dal mezzogiorno del sabato alla domenica. Libertà ai cittadini di vendere e comprare, di aprire osteria ed albergo, tanto di notte quanto di giorno; libertà di avvalersi delle acque correnti nel territorio. E in fine Lagonegro dimandava che

«nel castello, ovvero Motta della città, nel passaggio che faranno le genti di Sua Maestà, non vi debbano alloggiare; occorrendo, essa — diceva il Comune — per la custodia delle donne»9.

Donde è manifesto, se non fosse saputo altrimenti, che le genti di arme di Sua Maestà non erano più disciplinate e corrette che quelle dei baroni, o del turco o dei briganti.

Questa famiglia Sanseverino, possedeva in feudo, per le varie ramificazioni sue, mezza provincia di Basilicata. Anche Lauria, Saponara, Moliterno, Spinoso nel secolo XV erano in dominio di quella potentissima casa.

Nel 1427 Francesco Sanseverino, conte di Lauria, tra altre suppliche di minore importanza, concede per grazia che farà custodire a proprie spese, e non dei cittadini, i castelli di Lauria; promette di pagare le mercedi ai servizii che saranno richiesti dalla sua corte; e dichiara che non mancherà di pagare al prezzo (non si dice corrente), ma che «potrà migliore» le cose necessarie alla sua casa. Concede che l’università potesse ciascun anno, per via di apprezzo dei beni dei cittadini, pagare le spese generali; il che vuol dire che ai principii del secolo XIV non era ancora riconosciuto al comune il dritto suo proprio di ripartire ne’ modi, che credeva meglio, i pubblici carichi. Concede che la querela data presso il giudice del barone potesse venire dalle parti ritirata fra tre giorni; che era il dritto che altri comuni dicevano «del triduo» e che è chiesto insistentemente come guarentigia essenziale, da tutte le popolazioni napoletane infeudate.

Posteriormente, nel 1453, un altro dei conti Sanseverino concede che nei monti e selve del territorio di Lauria gli abitanti possano recidere del legname; e vuol dire che selve e monti non appropriati erano in dominio del barone, non dell’università; concede che non siano costretti a portare gratuitamente paglia, o strame o ferrana alle scuderie del conte, che era una delle pretese signorili più comuni e più resistenti. Libero ad ognuno di tenere alberghi od osterie: lecito a tutti di vendere beni mobili od immobili senza impedimento della corte baronale. Assai più lardi, e non prima del 1600, ottenne il comune di Lauria che fossero dichiarate libere le acque che scorrevano pel territorio, e libero a ciascuno d’innalzarvi mulini, non che «centimoli» entro la città: l’ottenne, sì, dal feudatario; ma dopo che gli ebbe sborsato, tra compenso o transazione di litigio, una bella somma di danaro sonante10.

Le grazie, che concede Ugo Sanseverino alla terra di Spinoso, negli ultimi anni del secolo XIV, indicano come il feudatario avesse ancora il dominio privato di tutto il territorio. Egli concede agli abitanti a titolo di grazia, che possano possedere, franche da censi o da altro che siasi onere di servitù, nell’interno dell’abitato le case; ma pel territorio un tomolo e mezzo di orti, di vigne e prati a capo di «vassallo» e non più. Se da boschi e sodaglie essi caccino, a ferro o a fuoco, terre aratie, ne paghino la decima. Concedeva libera la vendita sul mercato non sempre, ma dal vespro del sabato alla domenica, e prometteva che si sarebbe pagata congrua mercede ai vassalli comandati a racconciare lo acquidotto del mulino. I «forastieri» che venissero ad abitare nella terra saranno franchi dei pesi per un periodo di sei anni, e non tenuti ad altri servizii fuor che alle fortificazioni della terra. È manifesto che il paese era surto da non molto tempo, e per gente raccolta su grandi estensioni di terre signorili.

Nelle grazie del 1437 alla città di Saponara, il feudatario Ugo Sanseverino, oltre alla promessa osservanza delle antiche consuetudini del comune, riconosce il dritto del «triduo» come si è spiegato più innanzi; e concede per grazia che i suoi famigliari non vadano per le case dei vassalli a ghermire coperte e giacigli per apprestare i letti agli ospiti, che arrivino al castello. Questo barone di casa Sanseverino non si pèrita di dirsi per bocca del notaio non solamente principe, ma «Monarca della città»11.

Nei secolo XVI il tenore delle grazie dimandate e concesse si eleva alquanto e si estende. Moliterno insiste che i suoi abitanti, se carcerati, non siano tenuti ai ceppi nella torre del suo castello, che era una triste muda da belve, men che per gli accusati di delitti maggiori, sotto pena di corpo afflittiva. Lagonegro, città del demanio regio, chiedeva al viceré D. Pietro di Toledo, che l’ufficiale del re, mandato a reggere giustizia nella città, fosse non solo annuale, ma nativo di città regia o demaniale e non baronale; e lui e il suo assessore, di terra lontana dal paese almeno dieci miglia. Confesso di non comprendere il valore reale di questa guarentigia; ma ne furono sempre e siffattamente tenaci i suoi abitanti, che più volte negarono il possesso ad ufficiali regii nati in terre feudali, o più in qua del limite segnato. Chiese inoltre che nessuna ingerenza avessero avuta uffiziali regii nel governo della città, salvo l’intervento loro nei pubblici parlamenti (nei quali l’università potesse fare capitoli e statuti); né potessero iniziare procedimenti senza la querela delle parti, le quali avrebbero facoltà di ritirarla fra tre giorni. Stabilita la misura dell’onorario al governatore, e l’obbligo ad esso di tre giorni la settimana a reggere giustizia, e quello di sottostare al sindacato come per le leggi del regno; fu concesso il chiesto privilegio ai cittadini di non rispondere in giustizia civile o criminale, se non innanzi al giudice della propria città in prima istanza, che per essi era guarentigia di quelle che ora diremmo il giudice naturale.

Latronico chiedeva come grazia nel 1523 i dritti elementari della persona nell’umana convivenza. Chiedevano i cittadini in grazia di poter dare albergo ai passaggieri, di poter vendere vino, carni, lane, formaggi, a loro agio, non solamente dopo che la «Corte» del signore avesse venduti i suoi vini, le sue lane, le sue derrate; chiedevano di non essere astretti a tali o tali altri servizii senza mercede; non astrette le donne a filare o tessere per la casa del signore; non prestare speciali opere di arare e mietere o servire in tavola il signore, o trasportare le derrate al porto di Maratea, oltre ad una o due giornate gratuite, di persona o di cavalcatura. E il signore assentiva, però non senza riserva per questo o quel suo privilegio. Ed assentiva a queste altre grazie: che non fossero chiusi i cittadini nelle fosse del castello, per causa di debiti; che l’uffiziale del signore mutasse ogni anno e stèsse al «sindacato» e, in quello stesso anno di grazia del 1523, chiedevano i cittadini che fosse loro permesso di contrarre nozze liberamente, dentro o fuori il paese, e permesso di avviare ad un’arte i loro figliuoli, ed anche a quella di renderli preti. — Era dell’antica catena del villanatico un anello ancora attaccato al loro piede12

Quello che nel secolo XVI era diventato il comune feudale, in virtù di grazie, o transazioni, o prescrizioni, o consuetudini, mi piace indicarlo mercé un documento del 1540, che si riferisce all’università di Senise.

Si faceva in via giuridica l’inventario dei dritti, dei redditi e possessi del principe di Bisignano, che era pure «utile» signore di Senise; e questo comune affermò i suoi dritti di fronte al feudatario, enumerandoli innanzi all’uffiziale delegato all’inventario, partitamente e minutamente. Indicò pei loro limiti e confini le sue proprietà patrimoniali; dichiarò come liberi da qualsiasi onere le case, le corti, le scale e fondaci dei cittadini; libertà della pesca nelle acque correnti e d’irrigazione dal fiume Serapotamo; libertà della caccia, fuorché nelle riserve del principe; libertà di pascolare senza oneri il gregge sul demanio, e di legnare nei boschi, e di chiudere annualmente «a difesa» un tomolo di terra. Affermò libertà di commercio, ma limitata dal sabato alla domenica, e intera durante le due fiere annuali a chiunque venga a vendere vettovaglie in paese. Dichiarò che era già dritto proprio del Comune l’ufficio, la giurisdizione e i proventi della Catapania e della Bagliva. Eleggeva i giudici annuali; ma li confermava il capitano della terra; per l’ufficio di camerario o tesoriere aveva dritto d’indicare quattro nomi al signore che ne sceglierebbe uno, e di questo restava responsabile l’Università.

Ma aveva intero il dritto di eleggere liberamente

«il Sindaco e gli Eletti, quattro dal ceto dei nobili e quattro dei plebei; nonché gli edili, i bajuli, i collettori, gli apprezzatori, senza intromissione degli uffiziali del barone, e col dritto ai sindaci ed eletti di fare decreti, parlamenti e conclusioni valide e ferme come fatte in parlamento dall’intera Università; la quale per congregarci in parlamento ne chiede licenza al signor capitano della terra; meno che quando si faccia parlamento contro il magnifico Capitano stesso, nel qual caso interviene il Camerario».

Espose inoltre minutissimamente quali e quante erano le tasse che si pagavano pei diversi alti di procedura innanzi alle Corti baronali; non dimenticò il suo dritto al «triduo» di cui sopra fu discorso; e tenne in fine a stabilire che i cittadini di Senise avevano il dritto di essere giudicati non altrove che alle corti del proprio paese, salvo che in grado di appello. Di altri minuti dritti e consuetudini mi passo. E, tutto compreso, erano un complesso di franchigie, d’immunità, di guarentigie economiche e politiche, con prevalenza degli interessi economici, più largamente reclamali, perché più generalmente sentiti13.

Reclami e gravami

Compiuto che fu l’organismo interno del Comune, ed acquistati da tutte le sue classi del popolo i dritti sostanziali della libertà umana, Comune e feudatario apparvero come due forze, che non potevano essere amiche. In un momento di tregua o di conciliazione l’uno cercava in grazia all’altro le condizioni essenziali alla sua vita ed al suo sviluppo; e quando non poteva ottenerle in grazia, cominciava la lotta sorda o aperta tra Comune e feudatario.

Soventi i feudatarii, troppo soventi i loro ufficiali non erano fiore di galantuomini; quindi la lotta fra le due forze o si accelerava o si accentuava, quando il prepotere degli uni colmava la misura alla pazienza degli altri. Senza tener conto dei soprusi e delle angherie derivati da un carattere violento e cupido, accadeva allora tra Comune e feudatario quello che è accaduto ai moderni tempi tra la potestà sovrana assoluta e i popoli soggetti. Quella, poiché ebbe riconosciute a questi le guarentigie del dritto privato, parve avere compiuto ogni suo debito: ed ogni menomo dritto politico, che i popoli accampassero a reclamo, non era altrimenti che limite illegittimo al dritto del sovrano assoluto; perché i dritti riconosciuti ai popoli non emanavano che da concessioni, e il beneplacito del concedente era limite o norma di essi. Non altrimenti pel feudatario, che stimandosi sovrano del territorio del comune, non era, se non concessione del sovrano, gratuita o no, il possesso, la proprietà, il dritto de’ suoi soggetti.

Nel secolo XV il possesso feudale che si era venuto trasformando, si avvicinava, si confondeva quasi con la natura della proprietà privata, enfiteutica o allodiale; sicché lo stesso feudatario difendeva il suo diritto delle accessioni feudali con la tenacità, e forse con la coscienza sicura di un proprietario allodiale:

«questo ho comprato, pei miei servigii, dal re, e questo io voglio: questo ho ceduto, per grazia o denaro, a’ miei vassalli, e questo mantengo; ma questo, e non più».

Nell’ambiente ancora indeciso di tali condizioni di cose, le relazioni giuridiche tra feudatario e vassalli restavano ancora indeterminate per molteplici punti, che i signori riguardavano come reliquie non affrancate e non abbandonate del diritto signorile, e i soggetti dicevano abusi, da che il concetto del diritto umano si veniva elevando nella coscienza pubblica.

Dal secolo XVI in poi, appunto per questo più elevato sentimento del diritto, i Comuni, quando non potevano rabbonire il barone a concessioni, ancorché onerose, di grazie e di libertà, ricorrevano al re; e il re, è vero, non indugiava a commettere la causa dei reclamanti al magistrato supremo del Sacro regio Consiglio: ma norma ai giudici e fondamento al diritto delle parti non era, se non Io stato di fatto, cioè il possesso. La storia interna di ogni comune è piena di cotesti reclami, ripetuti o rinnovati a brevi o brevissimi periodi; e sarà utile che le future storie municipali ne tengano conto per le notizie della condizione personale progrediente degli abitanti. Pei comuni minori, che erano la grandissima maggioranza nella nostra regione, i reclami e i soprusi su per giù si rassomigliavano, e se ne può avere un saggio nei gravami che, agli anni 1543 e seguenti sino al 1580, proponeva contro il suo feudatario l’università, di Spinoso, che era un comunello allora di 140 a 170 fuochi, e che mi piace di riferire, in considerazione che quanto meno era popoloso un paese, tanto meno trovava ostacoli a scapestrare la prepotenza del feudatario.

Si querelava adunque il Comune, che il barone comandava la gente alle opere servili di zappare, o mietere, o portare lettere da corrieri senza mercede; anzi tutto il popolo fu obbligato parecchi anni ai lavori che occorsero alla costruzione sì del mulino e sì del palazzo baronale, senza mercede lo stesso: le donne, non pure a tessere o filare per le comodità della casa del feudatario, erano comandate a trasportare pietre, calce, acqua, legnami alle fabbriche, anche senza mercede. Arrivando ospiti al palazzo, i suoi famigli vanno in volta per la terra e prendono ai vassalli coltri, lenzuola e materassi del letto in servizio della corte; e gli animali da soma altresì, se occorrono. A cibare i suoi sparvieri, manda a prendere qui e qua il pollame che razzola per le vie; e ai subiti bisogni della cucina o della scuderia del castello prendono polli, agnelli, foraggi, malgrado le necessità dei padroni; e non sono pagati affatto, o a prezzo minore di quello che corre. Il barone proibiva di vendere, senza sua licenza, i beni stabili ancorché burgensatici; proibiva la vendita al minuto di vettovaglie per entro l’abitato; proibiva dare albergo a mercede; proibiva agli abitanti di uscire dal paese per trasferire altrove il domicilio, e ai contadini l’andare a coltivar terre nel territorio di altri paesi; ma, per concorrenza a rovescio, chiamava altri da altri paesi a coltivare nel territorio del suo feudo. La consueta pena dei bandi elevava a piacer suo da quindici carlini in su; e faceva procedere anche nelle cause minime di ufficio, per accrescere i proventi giurisdizionali. Assisteva di persona all’esame dei testimoni innanzi al giudice; e se la loro parola non garbasse, faceva metterli in carcere. Le donne oneste chiamate a testimonio, non che essere udite nella casa della giustizia, ovvero in chiesa (come reclamava l’università), erano interrogate in casa l’ufficiale del barone. E cotesto barone, se tale o tale altro cittadino gli fosse mal visto o poco accetto, non si peritava di mandare, a vendetta, pubblici bandi per proibire a chiunque di prestargli l’opera manuale a mercede. Infine fra parecchi altri gravami della stessa natura, l’università si querelava che

«quando occorreva che taluno inquisito si avesse da tormentare o giustiziare, le spese della corda e del ministro, fossero pagate dall’università»14.

Quel che riusciva più incomportevole all’università, era, come si vede, la spesa della corda a collare l’inquisito, e non il diritto del barone a collare la gente! Ma quando un barone aveva, come sembrava legittimo al comune, di cotesti diritti, ammireremo tanto più il coraggio di quelli che osavano chiamare abusi e non carezze il ceffone o lo sgrugno venuto giù dalla mano dell’eccellentissimo padrone.

E non era da prendere a gabbo la collera del Signore: i più animosi e riottosi, se non finivano bastonati o freddati da qualche sgherro in maschera o senza maschera, finivano per emigrare dal paese; quando non si aprisse loro altra via di scampo. Negli ultimi tempi trovarono uno schermo negli ordinamenti del Tavoliere di Puglia. I «locati al Tavoliere» avevano, per favore all’erario, il privilegio di giurisdizione speciale presso il magistrato regio della dogana di Foggia. Molti dei cittadini delle comunità feudali si ascrivevano tra i locati o fittaiuoli del Tavoliere, e ne pagavano i diritti, senza che avessero ivi pecore a pascolo o terre a cultura; ma per tale via raggiungevano l’intento desiderato di sottrarsi alla giurisdizione delle corti baronali.

Il Sacro Regio Consiglio non può dirsi non accogliesse i reclami dei comuni, o non proibisse l’abuso lamentato; ma poiché è frequente il caso d’imbattersi in reclami delle stesse comunità che, dopo un non lungo intervallo di tempo ripetevano lo stesso gravame, è chiaro, che la forza prevaleva al diritto. Le generazioni si succedevano, e gli odii, nonché attutire, si accumulavano, tanto più pungenti quanto più si faceva alto il concetto del diritto e quello della umana dignità.

Proclamare al regio Demanio

Era aperta ai comuni una via legale per sottrarsi dal dominio dei baroni, ed era quella, come dicevano, di «proclamare al regio demanio» quando, in caso di vendita o di devoluzione del feudo, la università domandasse d’essere preferita nel prezzo della vendita e lo pagasse: per tale via entrava nel diretto dominio del re. Ma benché il desiderio ne era vivissimo in tutti i comuni, pochi erano in grado di profittarne, perché la maggior parte poverissimi, e il termine all’esercizio della preferenza non era più lungo di un anno. Soventi il feudatario che vendeva e quello che comprava si accordavano ad aumentare fittiziamente il prezzo convenuto o pagato, affine di allontanare il Comune che mostrasse intenti al riscatto: e allora, bisognava piatire dapprima in tribunale. Infine, lo scoraggiamento agghiadava tutti, poiché si fu certi da lunga esperienza che un comune, dopo riscattato se stesso dal giogo feudale e donatosi nel dominio del re, era, fra non lungo tempo, rivenduta dallo stesso governo del re, benché questo avesse data la regia parola di non farlo mai.

La Basilicata non ebbe terre o città «demaniali» cioè in diretto dominio del re, nel secolo XV15. Nel secolo XVI, Maratea, venduta in feudo nel 1530, ottiene, a non so che prezzo, di riscattarsi pel regio demanio nel 1536. Rivello, quivi presso, l’ottiene nel 1576; l’ottiene Tolve nel 1583, pagandone il prezzo al duca di Monteleone; ma nel feudo di Tolve era compreso quello di S. Chirico nuovo, che non ebbe parte al riscatto; quindi l’università di Tolve, libera dal giogo baronale, restò lei barone, ovvero baronessa, come usava dire, di S. Chirico. Nello stesso anno del 1583, il comune di Vaglio si riscatta dal feudatario Marchese di Fuscaldo, ed entra giocondamente nel «demanio regio»: ma a pagarne il prezzo era stata forza di stringere debiti e imporre per estinguerli nuovi balzelli ai cittadini; e i computi e i provvedimenti non approdarono, sicché sette anni dopo, nel 1589, dové (dicono le carte)16 vendere se stesso per pagare i debiti; e fu venduto ai pubblici incanti, in Camera della Sommaria, al reggente Salazar per 21mila ducati; e vuol dire che i cittadini accrebbero senza pro i pubblici pesi, e tornarono in vassallaggio. Lo stesso caso era occorso a Bella che si riscattò nel 1560; ma non poté sopportarne i pesi (dice uno scrittore)17 e fu forza rivendersi, da capo! nel 1564. Lo stesso caso occorse a Marsiconuovo nel 1552; ed occorse a Tursi nei primi anni del seicento: Tursi si ricomprò per 76mila ducati; ma l’ingente debito non potuto estinguere, la tornò al feudo.

Vignola non trovò modo di riscattarsi altrimenti; ma sappiamo che prometteva, nel 1578, di dare cinquantamila ducati! alla Casa Santa dell’Annunziala di Napoli, se e quando avesse comprato il feudo di Vignola18. All’ombra del pio e lontano istituto sarebbe stato men grave il vivere cittadino! e fu comprato.

Più speciale ricordo si vuol fare di Lagonegro, che il suo feudatario vendeva ad un altro nel 1549. Al comune fu mestieri, innanzitutto, distrigare un litigio in tribunale per accertare che il prezzo vero di vendita era non di 25 mila ducati, come dettavano le carte, ma sì veramente 14 mila, che era pronto a pagare: e dichiarava, per piegare a sé favorevole il governo, che avrebbe rilasciato a pro del fisco senza alcun compenso, la giurisdizione civile e la criminale e i proventi di esse.

Ottenne il regio assenso al riscatto nel 1551, ed una ampia e formale promessa, scritta in privilegio, che mai, per qualsiasi causa urgente o urgentissima, avrebbe il fisco rimossa dal regio demanio la città di Lagonegro, che ne era ben degna, diceva lo scritto. Grandi feste nella città, alte grida echeggiate di «libertà, libertà»; i cittadini, emigrati già per le prepotenze baronali, rientrano e fanno a gara per ammannire le somme che erano occorse al pagamento. La città che si sente rinata a nuova vita vuole si chiami Lago Libero; e prende per arma un mergo che immerso nell’acqua risorge a galla col motto «immersum emerga». Non oblia intanto il provvido consiglio di fare sì che l’assenso del viceré fosse sanzionato proprio dal re Cattolico; e manda ad Inspruck i suoi delegati; e questi ottengono la sanzione sovrana. Ma parola di re non liga il viceré: e nel 1649 questi, che era astretto a strizzar quattrini ad ogni modo per soldave truppe alle guerre del re Cattolico, mette in vendita molte città demaniali ossia regie, e tra queste Lagonegro. Ecco nuovi travagli, nuove pene, nuovi dispendii agli ingannati cittadini, che reclamano in tribunale. E qui il fisco a sottilizzare, a cavillare, a fiscaleggiare; finché il comune, a compenso o transazione che sia, gittò nella gola del fisco affamato l’offa di diecimila altri ducati; e così resta nel «demanio del re» che vuol dire lo ricompra da capo.

È non meno singolare la storia della città di Matera, che compra e ricompra a quattrini il mantenimento della fede pubblica e il privilegio del diretto governo del re, attraverso mille vicende, alcune delle quali sanguinose e terribili. I re di stirpe aragonese avevano ben promesso di mantenerla nella regia dipendenza; ed è dubbio, per vero, se fu o no infeudata nel 148619. Arriva Carlo VIII; la città si affretta a chiedere le solite grazie de’ vecchi privilegii e del regio demanio, e il nuovo re li concede nell’aprile del 1495; ma non passa un solo mese, e nel maggio dell’anno stesso la dà in feudo a Guglielmo di Brunswick. Questi muore in battaglia; Carlo VIII lascia il regno; e il re aragonese che torna, crea conte di Matera nel 1497 Gian Carlo Tramontano, il quale viene in città, vi fabbrica il castello, ma vi perde la vita, come e quando diremo più innanzi. Liberata dal giogo feudale, la città manda suoi sindaci in Ispagna a pregare il re, che infatti, con regia lettera del 1518, la conferma nelle grazie e nei privilegii, di cui era allora in possesso. Ma era ella in possesso del «regio demanio»? La città crede che sì, e ne fa festa. Ma invece, non passano pochi mesi, e nel 1519 è venduta da capo, e viene alle mani degli Orsini duchi di Gravina. Poi questi, per delitto di fellonia, decadono dal feudo; la città rientra nel demanio regio, e paga al viceré nel 1530, non so a che titolo, tremila ducati.

Passano solamente tre anni; gli Orsini tornano in grazia al re, e Matera torna al dominio di casa Orsini; finché uno di cotestoro indebitato fino agli occhi non paga, e i creditori ne fanno vendere i possessi allodiali e feudali a’ pubblici incanti. La città di Matera restò aggiudicata in feudo pel prezzo di 48 mila ducati. Allora la cittadinanza fa un grande e nobile sforzo; ammannisce codesta somma; la città si ricompra ed entra a piene vele nel regio demanio l’anno 1527, con la guarentigia scritta d’un privilegio amplo e formale, a sigillo del viceré. Quetò un qualche tempo, anzi fino al 1619; ma in questo anno la città da capo è messa in vendita; però litigando e strepitando in tribunale, arriva a stornare la bufera. Nel 1638 nuovo bando di vendita, e nuove tribolazioni e dispendii alla città, che ottiene, è vero, di restare tra le suddite dirette del re, ma le è forza di pagare in transazione altri 27 mila ducati, e ne ha in cambio un nuovo privilegio di conferma, come sempre, in perpetuo dal viceré. Un nuovo crollo a questa perpetuità viene da nuovi bandi di vendita pubblicati nel 1647; ma fortuna l’assiste, e non hanno seguito. Dopo questa iliade casalinga, non si trova altra memoria di regie truffe a gravame della povera città; e non perché il governo mutasse indirizzo, ma perché nel 1663 Matera fu data a capitale della provincia di Basilicata; e le città capo di provincia, sede a Presidi e a tribunali, era forza restassero al patrimonio diretto della Corona.

Queste le sole terre o città demaniali nella Basilicata a tutto il secolo XVII20. Nel secolo XVIII vi si aggiungono altre due, cioè S. Mauro, e nel 1777 Marsicovetere: in tutto, sette e non più.

Opposizioni violente

Contro un governo così fedifrago e insano, farà maraviglia come durante i due secoli e mezzo che esso ebbe di vita, non fossero più frequenti di quello che furono i conati a insorgere, a ribellarsi delle popolazioni napoletane. Ma occorre di ricordare che l’energia, ancorché latente, dello spirito pubblico era diretta a sottrarsi dapprima dal giogo baronale, che più da presso gravava il popolo, e ne offendeva la dignità. Quando ebbe percorso, con qualche premio di vittoria, questo stadio cominciò a rivolgersi contro il governo assoluto del re; e lampeggiarono allora, con vece assidua, le rivoluzioni politiche. Intanto la lotta sorda tra i comuni e i baroni, quantunque agitata per vie legali innanzi ai giudici, ovvero sospesa un momento per via di grazie, donate o pagate, non poteva non erompere di tratto in tratto in fatti violenti di popolo21.

Nel 1647, alle sanguinose turbolenze della città di Napoli, che si ripercossero, come diremo, per tutte le provincie del regno, il paese di Vaglio tumultuò contro il feudatario; e, lui scomparso, ne saccheggiò il palazzo, le cànove, le scuderie. A rimettere l’ordine venne una compagnia di soldati alemanni; e il comune, che doveva spesarli, non tardò a pregare lo stesso feudatario a sollevarlo dei tanti ospiti, e chiedendo mercé, gli pagava i danni.

Più ferocemente, l’anno stesso, a Carbone ed a Latronico. Carbone, già feudo di un cenobio di basiliani, era allora retto in commenda; e il governo chiesastico non era men grave o meno odiato del laicale. Il popolo dà l’assalto al monastero, e i monaci fuggono; ma uno di essi più inviso, o men fortunato, resta nelle mani delle feroci bande, che gli mozzano il capo e lo attaccano, sanguinoso testimonio di giustizia selvaggia, all’olmo che ombreggia il sagrato22. A Latronico, la plebe che tumultua uccide il feudatario conte Ravaschiero e un costui fratello, a colpi di scure; e poi abbruciano il palazzo baronale. Uguale sorte toccò al feudatario di Balvano23.

Più memorabile l’eccidio del conte di Matera Gian Carlo Tramontano, che abbiamo ricordato di sopra.

Costui, già maestro o direttore della Zecca di Napoli, innalzatosi a larghe ricchezze, ma larghissimo nel modo di vita e nello spendere, era venuto in debiti; e i creditori stringevano. Ai debiti del feudatario per la compera della terra feudale, una antica, ma forse già vieta consuetudine del vecchio dritto feudale napoletano, chiamava a concorrere anche i vassalli! Era il 29 decembre del 1514, di venerdì; ed ecco che cosa accadde in Matera, secondo narra il cronista Passero24:

«Lo giovedì avanti lo detto Conte fece un parlamento dei cittadini di Matera con dire che voleva ducati 24 mila, per causa che esso deve dare ad uno catalano nominato Paolo Tolosa; et li detti citatini di questa stavano malcontenti: pure non possendone fare a meno dissero, che volevano fare tutto quello che era piacere di sua signoria; ma di poi ordinare di lo fare ammazzare; et così fu facto che era andato a messa. Et come enzìo dalla ecclesia, cioè dallo Piscopato, uno Schiavone li donai una ronca in testa et l’ammazzai; et dopo lo spogliaro in camisa; et andare per li sacchiare la casa: ma l’huomini da bene de la terra non lo vollero acconsentire».

Il Parlamento della città, assentendo di buona o malagrazia al donativo domandato dal Conte, dové senza dubbio deliberare un nuovo balzello sulle spalle del popolo; e questo ebbe ad esserne tocco troppo vivamente, poiché scattò con tanta violenza non più tardi del giorno dopo. Ma non è dubbio che l’odio popolare alle nuove gravezze rinfocolassero le ancora vive tradizioni del vivere libero recentemente perduto per lo infeudamento della città al nuovo Conte: non è improbabile che l’ira della plebe sobillarono i nobili25 cioè i ceti superiori della città.

Fatto sta, che la città va in tumulto, rintocca la campana all’armi; e, vociando morte e vita, le turbe vanno in volta col vessillo del re: aprono le carceri; dànno al fuoco gli atti delle pubbliche magistrature; e s’impadroniscono del castello. Il castellano non si trova, ma arrestano la moglie; e penetrati nella casa Conte, comincia l’inventario, che si tramutò presto in saccheggio delle suppellettili sue, dalla camera da letto fin giù alla scuderia. Intanto gli eccitatori, o i moderatori del tumulto assembrano l’Università in parlamento; si tenta di mettere un po’ di ordine col creare due pubblici uffiziali che rendessero giustizia e provvedessero a’ casi; e costoro ricevono in consegna il castello della città, il cadavere del misero Conte, ludibrio alla plebe, non fu abbandonato se non tardi alla religione del sepolcro.

Quanti giorni durasse questa baldoria non so: ma non è superfluo, alla storia dei tempi, di aggiungere questi altri particolari che seguirono al triste fatto. Arrivò in Matera, come regio commissario, un Giovanni Villano per inquisire e processare; e, aperto il processo e sentiti i testimoni, comincia dal contestare la lite, in linea civile, alla Università come a complice dei misfatto: infrattanto quattro, o sciagurati o infelici, scontano spicciamente il fio di loro colpe; e, inoltre, molti spettabili cittadini, involti nella inquisizione del commissario, si compongono col fisco; e pagando nelle mani di quello duemila ducati, rimangono liberi.

Ho detto che il regio delegato contestò la lite, come si diceva in curia, alla Università; ed anche questo a noi, di razza latina, riesce singolare a comprendere; ma è degno di nota. Uditi i testimoni, raccattate le informazioni, scritti i capi d’accusa, il commissario ne dà notificazione legale alla Università e suoi sindaci; le contesta la lite sotto l’accusa di aver ratificata la uccisione del Conte, dapoiché non aveva arrestato gli uccisori di esso in quel Parlamento medesimo ove quelli erano convenuti. L’Università aveva il diritto di difendersi, di presentare suoi testimoni, e spiegare l’attitudine sua: ma poiché non si può litigare, dice l’Università, sine dispendio et labore maximo e l’evento del litigio, per sopraderrata, è dubbio, essa scende «a transazione con la regia Corte» e paga al fisco diecimila ducati, comprese le due migliaia già sborsate al Villano.

Il viceré, inteso il Consiglio collaterale, ammette la città a transazione; e, poiché, esso dice, solia per clemenciam roborantur, intasca per clemenza i quattrini, e cassa ogni accusa contro l’Università e suoi cittadini: però se intasca quei pochi, gli è perché

«è stretto non poco dalle presentì ed urgenti necessità della regia Corte», e, si sappia bene, i danari si convertiranno «a pro delle necessità e delle angustie dello stesso regno»26.

E per le angustie tesse quanti altri odiosi o turpi provvedimenti dello stesso stampo!

A Melfi, nel luglio del 1728, scoppia un grave tumulto popolare contro il governatore della città pel feudatario Doria-Landi, di Genova, e contro i deputali al reggimento del comune, troppo aderenti al feudatario: causa al tumulto fu una nuova o più acerba tassa sulla gabella delle farine. Il governatore si chiude in castello, il popolo sfuria al solito di qua e di là, ma non tarda ad essere represso da soldati venuti dalla regia udienza di Matera. La notizia del fatto è poco determinata, perché gli storici locali ne tacciono27; ma di là ebbe la prima origine una lotta, degna di ricordo, tra un semplice cittadino della città e il rappresentante del feudatario, lotta che è singolare protesta individuale contro il prepotere dei baroni in tempi, per vero, che l’avanzata civiltà, se aveva mozzate le ugne al leone, non era giunta però a proibirgli altro genere di violenze che non fossero di sangue.

Questo cittadino fu il dottore Angelo Antonio La Monica28; uomo d’ingegno agile e culto, di carattere energico e forte, di propositi fermo e perseverante. Nato di agiata famiglia, era stato sindaco del comune, e retto altri uffizii pubblici; aveva avuto tra mani i documenti e i titoli dell’archivio della città prima che questi (per compiacenze interessate dei sindaci, creature del governatore) non fossero stati, a pretesto di sicurezza, tolti alla casa del comune, e depositati in castello, che era la dimora del feudatario. Al tempo del tumulto del 1728 egli non era in Melfi, ma a Genova, e non vi ebbe parte o consiglio, come pure fu accusato di poi. Ma dalle cause prime del tumulto, e dalle repressioni di esso, dalla miseria del popolo, cui la mala amministrazione del comune infeudata al feudatario accresceva di tasse, pure avendo modo di alleviarle altrimenti, fu egli mosso a quelle notevoli campagne di guerra, con cui intese rivendicare al comune molte e vistose proprietà prediali, usurpate dal feudatario. Nel 1729 era stata creata in Napoli dal Governo austriaco una Giunta detta del buon governo per invigilare sopra gli interessi dell’Università. Ed il Lamonica, poiché gli amministratori del comune ricusavano di farlo, inizia a sue spese presso questa Giunta in Napoli la causa dei gravami della città di Melfi contro il feudatario Doria-Landi di Genova. Propose diciotto gravami; ne vinse otto d’importanza grandissima pel comune, che per essi avrebbe integrato al patrimonio dell’Università tre grandi tenute ed altri minori territorii, di un reddito annuo di oltre a mille e cinquecento scudi. A liquidare i frutti indebitamente riscossi, e a chiarire altri capi di gravami proposti ma non decisi nella Giunta, venne a Melfi il caporuota, ovvero presidente dell’udienza di Trani, Capobianco.

Il caporuota avvalorato dal complice malanimo del sindaco, compie il suo incarico con la deferenza dovuta alla eccellentissima casa Doria-Landi. Stabilisce i compensi alle sue fatiche in 1200 scudi, e in sul partire fa ordine al Lamonica di allontanarsi da Melfi e dagli Stati di casa Doria venti miglia. L’ordine gli è fatto intimare a titolo di strenna nella giocondità del primo giorno dell’anno; e quegli, inascoltato, nonché indifeso, gli è forza piegare il capo; parte, e va in Napoli, e ricorre alla Giunta. E con lui ricorre il sindaco. La Giunta annulla l’ordine di sfratto lanciato dal caporuota; il Lamonica può dunque tornare a Melfi, se vuole; ma con la prudenza politica più antica di colui che disse il troppo zelo stroppia, gli si ingiunge di non ingerirsi altrimenti nelle cose dell’Università. Eppure la stessa Giunta aveva fatto ragione a metà dei gravami esposti da lui in pro del comune; non era dunque un litigante temerario.

Il sindaco, come ho detto, ricorre anch’egli alla Giunta, e non crediate pei dritti dell’Università; egli invece dimanda che fosse condannato il Lamonica a pagare lui al caporuota Capobianco quei 1200 scudi che questi chiede al comune. Io non so il nome di questa gemma di sindaco che vorrei tramandare all’ammirazione della posterità; ma so che era figlio al segretario del governatore, ufficiale di casa Doria! Nell’aperto giudizio il Lamonica ribatte i colpi insidiosi del domestico inimico, con temperanza di parole, che è pure un lato non meno ammirevole del suo carattere, ed ha la soddisfazione di vedere rigettate dai giudici le pretese di quell’apocrifo magistrato della città.

Il mandato di non ingerirsi nelle cose del Comune agghiadò l’energia del dottor Lamonica, e tacque. Ma cade il dominio austriaco; arriva Carlo III e un nuovo ordine di cose incomincia. Cadono gli ostacoli all’azione legale del non avvilito Dottore; e il popolo di Melfi lo prega, gli fa ressa perché riprenda le sue difese presso il governo del nuovo re. Ed egli si accinge a partire, quando un bel giorno è arrestato dai birri del Capitano di Giustizia; e con lui altri cittadini zelanti del pubblico bene sono menati in castello sotto voce di sedizione e tumulto; «soliti ritrovati (come egli scrive) degli ingiusti baroni, quando i miseri loro soggetti vogliono fare ricorso al Sovrano». Fu chiuso in segreta, in fondo alla torre del castello; e dopo ventotto giorni, non prima che i suoi parenti avessero ottenuto dalla Regia Udienza di Matera l’ordine di scarcerazione, fu liberato; ma dové restare tra le pareti di sua casa in cortese prigionia, finché il processo del Capitano di Giustizia fosse esaminato. Sollecitò di essere giudicato; ottenne di presentarsi a’ giudici in Matera; pure rinunziò ad ogni difesa; e l’Udienza, lui indifeso, lo dichiarò innocente. Allora fu manifesto, che l’ordine della carcerazione del Lamonica teneva dietro ad una denunzia anonima; e che nessun fatto, nessun indizio di prova sosteneva l’accusa; sulla quale il Governatore aveva ordinato al Capitano, ufficiale suo dipendente, di assicurarsi dell’accusato.

Dopo qualche tempo, novelle premure di cittadini al Lamonica; ed egli si accinge a partire di nuovo per Napoli; ed è di nuovo arrestato; però messo a libertà indi a pochi giorni, dapoiché una turba di popolo, inalberata una croce, vuole uscire dalla città per chiederne giustizia al Preside della provincia.

Egli parte per Napoli, e dal Magistrato Supremo ottiene innanzi tutto un ordine al Governatore di Melfi, che non s’impedisca ai cittadini di fare procura per liti a chi essi stimano meglio. E i popolani si assembrano nella bottega di un intagliatore innanzi al notaio, che roga l’atto di procura al Lamonica; ma nella notte che siegue è fatto arrestare l’intagliatore e messo in carcere con altri nella torre; e al notaio rabuffi e minaccie. E minaccie, blandizie e seduzioni ai caporioni, perché la procura fosse revocata; ed ogni mezzo fu messo in gioco presso il Clero e le stesse Monache, chiuse in chiostro, della città, perché di pubbliche petizioni avessero sconfessato il tribuno. Non aderirono; e le Monache ne ebbero in pena la sospensione di certo reddito annuo, che loro pagava a titolo di «pietanza», cioè pel vitto quotidiano, il Comune.

Furono, inoltre (dice una scrittura)

«trascinati in carcere molti, e legati a guisa di ladroni, tra’ quali un povero artigiano da bene, detto Giuseppe Matera, solo perché andava limosinando tra quei del popolo, per mandare un tozzo di pane agli altri carcerati che si morivano di fame in quelle fetide tombe del Castello. Un altro povero vecchio falegname di ottant’anni, detto Salvatore Navazio, mosso dal solo zelo di pubblico bene mentre non à posteri, era solito portare la limosina di sei grani ogni giorno ai frati conventuali di S. Francesco, acciocché dicessero una «Laude», ovvero orazione al glorioso santo di Padova, pregandolo per l’esito della causa comune. Fu severamente minacciato di farlo morire in prigione, se più tal cosa fatto avesse».

Il Lamonica continuò a litigare a sue spese; e vinse altri diciannove gravami. E intanto altre denunzie, altre persecuzioni contro un suo fratello prete, presso al Nunzio e alla Curia; mentre su pei canti della città affiggevano plebee pasquinate contro di lui, e nel corso del carnevale, era contraffatto in maschera e schernito per le piazze; e non restavano di spargere voci di tradimento alla causa del popolo, pel quale spendeva tutto, ed esauriva non che stremava le sue sostanze. Ed egli non atterrito, non piegato, non sviato in tanto contrasto di vicende, percorse fino all’ultimo la sua via, serbando sempre, a giudicare da’ suoi scritti, un’equanime natura, una temperanza di parole e di frasi che per vero non rifinisce di sorprendermi.

«Tutti questi travagli — egli scriveva — che mi sono sopravvenuti per aver voluto fare un’opera virtuosa e lodevole, gli è sofferto e soffro volentieri per la patria, e per gli poveri oppressi: le lagrime dei quali mi chiamarono alla loro difesa, come è pubblicamente noto in quella città (di Melfi). Laonde io me ne trovo contento; e se un’altra volta avvenisse, tornerei di nuovo con tutto il cuore a farlo, perché umana cosa egli è certamente aver compassione di coloro, che oppressi dalle disavventure hanno bisogno dell’altrui aiuto».

Tempra d’uomo e di cittadino rara pei nostri costumi e per la civiltà del tempo, egli merita, più che altri uomini, così detti illustri, il ricordo della sua natia città; a cui, se queste parole giungeranno superflue al ravvivare una memoria che non è spenta, tanto meglio: ma la storia non doveva dimenticarlo29.

Quando, ai principii dei XIX secolo, la nuova dinastia napoleonica pubblicò quelle che dissero leggi eversive della feudalità, questa che era già spenta come potestà politica, era altresì già da tempo spogliata di tutto quello che era più incomportevole all’umana libertà ed alla civiltà del secolo. Commutate già da gran tempo a danaro le opere e i servigli personali in quasi tutte le comunità del regno30, non restavano in piedi se non i diritti alle prestazioni in derrate sotto nome di decime o terraggi, che era l’ultima nota dell’antica qualità feudale del territorio, e, inoltre, alcuni diritti proibitivi, ovvero monopolii. La magistratura speciale, che venne creata per l’applicazione della legge speciale, giudicò l’infinito numero di controversie tra comuni e feudatari con grande dottrina, non colorata dalla politica, e con equamine giustizia; di cui fu fatta testimonianza postuma, non dirò dalla storia imparziale, ma dalla magistratura della stessa dinastia borbonica, quando questa volle nel 1815 far rivedere i criteri giuridici, che avevano rette le decisioni della Commissione feudale31.

Dallo sviluppo di quelle controversie fu manifesto che in quasi tutte le comunità della provincia basilicatese i territorii erano soggetti al terratico, in gran parte alle decime; e in qualche luogo la decima cadeva anche sul prodotto degli ulivi, o dei lini, o delle civaie. I diritti proibitivi del forno erano in Picerno, in Montemurro, in Pomarico, in Brienza, in Muro; quelli dei mulini in Picerno e Rapone; quelli del trappeto o frantoio delle ulive in Rapolla, Rotondella, Acceltura, Episcopia; quelli di tenere albergo a mercede, o di vendere a minuto in bottega da comestibili in Bella, Acerenza, Viggiano, Viggianello, Palazzo, Ferrandina; ed indicando al lettore queste sole comunità, non intendiamo di escludere altre, a noi ignote. Le opere manuali all’acconcime dei mulini del feudatario erano ancora obbligatorie in molte comunità; i servizii a custodire, senza mercede, gli armenti del barone furono rilevati unicamente nello Stato di Noia, il quale però comprendeva anche i paesi di S. Giorgio, di S. Costantino, di Terranova, di Casalnovo e di Cerchiosimo.

Le «giornate di amore» come le dissero perché gratuite, furono trovate a Viggianello, ad Accettura; Favale è ricordato che le aveva già transatte in grani diciassette e mezzo per ogni contadino. L’«onoratico» che era qualche specie di strenna offerta in capponi od agnelli, a testimonio di onoranza al Signore, vigeva a Rapone; ad Avigliano «la maccaronata» che era certa quantità di farina dovuta dai contadini del feudo agli armigeri baronali. A Pomarico per ogni paio di buoi del contado si doveva una giornata gratuita di lavoro, e un porcellino per ogni troia; a S. Fele per ogni aratro una prestazione, che era detto il dritto del ferro. S. Arcangelo si querelava alla Commissione feudale che il feudatario usasse due pesi e due misure, l’una per riscuotere i suoi diritti di terratico, e l’altra per dare. Picerno, che subì speciali gravezze sino all’ultimo, indicò anche quella che fossero obbligati ai servizii gratuiti della «bagliva» cioè della Corte di giustizia baronale, quelli de’ suoi abitanti che si fossero sposati nell’anno: — ultima e incompresa eco del diritto signorile sul matrimoio dei poveri villani, dopo dieci secoli!

NOTE

1. Sul catalogo dei feudi e dei feudatarii delle provincie napolitane sotto la dominazione normanna. Memoria di BARTOLOMEO CAPASSO. Napoli, 1870.

2. Nullus villanorum, qui habet unicam filiam, vel si plures habeat, non audeat eas maritare sine mandatu dominorum et dispositinone… dice il documento che io leggo nel TUTINI, Dei sette uffici del Regno. Roma, 1666: il pag. 31 dei Maestri giudizieri.

3. Nelle Grazie e Concessioni che fa agli abitanti di Lanrìa Vinceslao de Sanseverino, Miles et Comes Lanreae, in carta del 1453 è quest’articolo:

Item, quod homines universitatis terre nostre Laureae, tempore sponsalium non tenenntur portare Focatias, nec misias (impensas vel praestationes. Ducange) aliquas, seu aliquas (?) Castellano, Vicario, vel aliquibus personis: seu tantum teneantur concitare judices, seu judicem associantem sponsam ad Ecclesiam, et de ecclesia ad ejus domum.

In Manoscritto presso di me.

Vedi appresso per Latronico, in documento del 1523.

Innanzi alla Commissione feudale del 1810 il comune di Picerno si gravò, tra le altre, che il barone esigeva «la prestazione dei servigi gratuiti a titolo di bagliva dagli abitanti, che si erano ammogliati nell’anno». (Sentenza della Commissione suddetta del 6 agosto 1810).

Ma la prestazione che fu trovata dalla Commissione medesima nel comune di Castelgrande, e che vien denominata con parola dialettale, a duplice senso (in SANTAMARIA, Feudalis, 152) non à che fare, per nulla, con quegli innominabili dritti, di cui nel testo.

4. Il documento si legge nell’UGHELLI agli Arcivescovi di Amalfi. Ital. Sac. vol. VII, col. 196; e non è per verità dei più intelligibili. In esso è detto:

Ego Anglo presbyter et monachus, quam abas de eccles. S. Petri, que est ab isto latere montis Vultum (Vulture), declaro me in civitate Melfi ante presentiam domini Ursi… et ibidem adesset Alferi judex et comes… quoniam habeo comprehensam (comprata) a foris muro dominico terram, quam et (etiam?) per concessum de bonis hominibus de predicta civitate Melfi, secundum scriptum atque roboratum de eorum partibus, habeo, ubi talia declarant, ecc.»

5. Nel Codice Aragonese, Napoli, 1874, vol. III, sono pubblicate parecchie di coteste Carte comunali. — Nel 1464 la città di Matera chiese a re Ferdinando di Aragona molti supplicatoria capitula et gratie, che egli concesse; e fra le altre, questa:

«Item, si degni gratiosamente concedere che essa Università possa eleggere venti huomini, duo delli gentiluomini ed due delli puopoli, ciascun anno, per lo regimento di essa città; et quello che per essi sarrà ordinato per lo stato et bene della detta città, si debbia exeguire; et nessiuno cittadino vi possa contradire, alla pena di 25 onze. — Placet Regie majestati, interveniente tamen in electionibus ipsis Capitaneus, seu qui in ipsa civitate pro tempore fuerit». — Ap. Gattini, Note storiche della città di Matera. Napoli, 1882, pag. 79-80.

6. Nel 1579 l’Università di Avigliano, per le capitolazioni o grazie ottenute, e per transazione di altre gravezze, promise di pagare al feudatario Caracciolo ducati 6600; e ne pagò una parte. Il figlio di costui (come è detto nella Sentenza della Commissione feudale del 10 agosto 1810)

«avendo violato le capitolazioni, di cui la somma era il prezzo, dopo avere imprigionato gli amministratori del comune, si fece pagare i ducati 2000 residuo, stipulando allo stesso tempo in suo favore, la totalità dell’intero capitale già soddisfatto».

L’Università di Colobraro nel 1558 pagò ducati 4000 alla baronessa D. Eleonora Comite per 82 grazie chieste e concesse, tra cui quella di non vendere mai la terra di Colobraro. La baronessa rescrisse: placet, ma per 30 anni, e vendendola in questo termine, avrebbe restituito i 4000 ducati. Nel 1580, per ottenere altre grazie o la riconferma delle prime, il Comune fabbricò a sue spese un mulino alla signora baronessa Cicinelli, nipote della precedente. Nel 1608, per ottenere altre grazie e la riconferma delle anteriori, si obbligò di pagare al feudatario Caraffa ducati 80 all’anno. (Sentenza della comm. feudale, 30 giugno 1810).

7. Nella monografia Gli statuti della Bagliva delle antiche comunità del Napoletano, pubblicata nell’Archivio storico delle provincie napoletane, per l’anno 1881, abbiamo tenuto presenti gli Statuti inediti di Lauria, di Molitemo, di Montemurro, di Saponara e di Spinoso. In essi abbiamo pubblicato quello di Moliterno da un codice scritto nel 1539. — Non pare che se ne siano pubblicati altri, dei nostri antichi comuni, per le stampe.

Posteriormente però fu fatta, su un giornaletto locale, la publicaziono dei Capitula-- et Statuta Bagulationis (sic) civitatis Melphis, edita de ordinatione… Joannis Caraccioli, principis Melphiensis, sub anno 1525. (Venosa 1896). Ma, è forza dirlo, la publicazione è siffattamente spropositata che… scribere pudet!

8. Re Federico, essendo in campo all’assedio di Diano, scrisse a tutte le città d’intorno, chiedendo mandassero vettovaglie per l’esercito. Nella lettera a Lagonegro, che è data dagli alloggiamenti presso Polla, il re aggiungeva graziosamente:

«Quando non lo fazati, sarimo costricti proceder contra viu cum l’armi, et farne li dimostrazioni rimanere ad esempio. Et mi doleria fino ad anima, per amarvi e tenirvi cari, che fussimo costricti alla ruina di questa (cotesta) terra. Datum in nostris castris finabus (leggi felicibus) XXII Octobris MCCCCLXXXXII.»

Quanto schietta benevolenza, e cortese!

Questa lettera è pubblicata nell’opuscolo Lagonegro e Paolo Mursicano, discorso di GIOVANNI ALDINIO. Napoli. 1885.

9. Da memorie manoscritte, inedite.

10. Da carte in copie manoscritte, presso di me.

11. In uno dei capi di queste Grazie è detto:

Item statuimus, volumus et de novo concedimus et ordinamus, ut Monarcha, seu Princeps dicte nostre civitatis Saponarie…, etc.

In manoscritti presso di me.

12. Un capitolo dice:

«Item piaccia al dicto eccellente signore concedere alli dicti uomini et citatini della terra di Latronico che si possano insurare et maritare nella terra o fuori della terra predicte, e loro libertà; et che possano fare disciplinare et fare imparare li loro figliuoli, et farli pigliare ordine clericale, secundo et solito e consueto». — Placet. — Capitoli della terra di Latronico del 1523.

MS. presso di me. (L’originale è nell’archivio della Casa dell’Annunziata di Napoli).

13. Da carte manoscritte, comunicatemi dall’egregio prof. Giuseppe Falcone.

14. Da carte manoscritte, presso di me.

15. Così il GALANTE, vol. III, pag. 6, Descrizione storica geografica della Sicilia. Napoli, 1793. — Ma ebbe, forse, Acerenza: vedi in seguito al capitolo XII.

16. Nel Bullettino della Commissione feundale: sentenza dell’8 giugno 1810.

17. GIUSTINIANI, Diz. geogr. ad v.

18. D’ADDOSIO, p. 219, nel Libro sulle Carte della S. Casa dell’Annunziata.

19. Conf. G. GATTINI, Note storiche sulla città di Matera. Napoli, 1882, pag. 89. Da quest’opera, ricca di molti documenti e di svariate notizie, ricaviamo quanto nel testo è detto della città di Matera.

20. Nel Regno di Napoli descritto da ENRICO BACCO, ecc. si dice che (nel secolo XVI) la Basilicata aveva terre e castelli 108; di cui erano demaniali sole quattro, cioè Lagonegro, Rivello, Tolve e Tramutola. Ma è uno sbaglio per quest’ultima, che invece era feudo del monastero della Cava.

21. Circa l’anno 1616 si ha notizia di tumulti del popolo di Brienza contro il feudatario: ma la notizia è vaga o indeterminata, secondo queste parole del Zazzera, diarista e lodatore di quel pazzo e turbolento Duca di Ossuna, Viceré di Napoli:

«… Il Procuratore dell’Università di Brienza, forse tirato da suoi particolari interessi, in ogni occasione faceva tumultuare quella gente contro il loro Signore: il quale modo di togliere l’onore ai Baroni e la robba ai vassalli essendo conosciuto molto tiene da S. Ecc. (il Viceré) l’ha di potenza assoluta (!) fatto andare in galera: mentre armato di molte bugie, con molti uomini sediziosi l’era intorno a turbare». — Narrazioni di Franc. Zazzera, Del Governo del Duca di Ossuno, pag. 479, in Archiv. Storico Ital. tomo IX. Firenze, 1846.

22. Storia del monastero di Carbone di PAOLO EMILIO SANTORO (nelle note alla) traduzione di D. Marcello Spena. Napoli, 1831, p. 101.

23. In GIUSTINIANI, Diz. Geogr. ad vv. Balvano e Latronico; e in monografia di Latronico di GAETANO ARCIERI nell’opera (incompleta) de Regno delle Due Sicilie, descritto, ecc. dedicata a Sua Maestà Ferdinando II. — Altre notizie accennano ad altri tumulti nei quali furono trucidati quattro della famiglia Corcione, che aveva il dominio feudale di Latronico. Conf. Diz. geograf. istorico-fisico dell’abate SACCO. Napoli, 1795. Non sono arrivato a chiarire se sia duplicazione di uno stesso fatto con quello ricordato nel testo, come ne dubito.

24. Giornale di GIULIANO PASSERO. Napoli, 1785. p. 216.

25. Nel GATTINI, Op. cit. pag. 97, sono i nomi di alcuni di quei «Nobili». — La tradizione di Matera (che si trova riferita ed accettata nel libro: Notizie storiche della città di Matera, ordinate ed annotate da FRANCESCO FESTA. Matera, 1875, p. 54-7) accennando, in generale, a violenze del Tramontano contro ogni ceto di cittadini, dice come egli avesse stabilito di far trucidare parecchi dei nobili, invitandoli, sotto sembianza d’amicizia, ad una partita di caccia. Ma due figlie del conte, innamorate a due nobili giovani, svelarono ad essi il preparato tranello, che andò a vuoto. Di qua i signori furono spinti ai ferri corti contro il Tramontano, e cospiravano, anche di notte, raccolti in una piazza presso un masso sporgente ivi, che ancora oggi è denominato, in dialetto, u pizzon du mmal chinsiggiu — «il poggio del mal consiglio». — Ma queste cospirazioni notturne in una pubblica piazza arieggiano alle congiure da melodramma; e la rivelazione di amore delle due fanciulle è un pretto romanzo. Da documenti autentici, pubblicati dal FARAGLIA nel breve, ma notevole cenno su Giancarlo Tramontano (Archiv. stor. delle provincie napoletane, anno 1880, pag. 80), risulta invece che il conte: Fu morto senza figlioli intestato, superstite ad ipso conte, missere Silvestro, frate de patre et de madre, ecc.

26. Nell’Archivio storico per le provincie Napoletane, anno II, 1877, pag. 265-84, pubblicammo l’originale documento di transazione, ovvero Indulto alla città, che è in data di Napoli, 28 maggio 1515. È pubblicato nel GATTINI, Op. cit.

27. Il solo GATTA ne fa breve cenno nelle Memorie topografiche-storiche di Lucania. Napoli, 1782, pag. 41. — Nell’ARANEO non ve n’è ricordo.

28. I documenti (in ARANEO, Op. cit. pag. 475) lo dicono dottor fisico.

29. E non l’à dimenticato la nobile città che volle onorato di publica memoria in marmo l’uomo e il cittadino.

30. Conf. WINSPEARE, alla nota 154 della Storia degli abusi feudali. Napoli, 1811.

31. Conf. l’opuscolo del comm. NICOLA ALIANELLI, intitolato: Dei principii sulla base dei quali furono fondati i giudizi e i ragionamenti della Commissione per le liti feudali (Napoli, 1879).

PARTE II - La Basilicata

CAPITOLO XI

GEOGRAFIA E DEMOGRAFIA DELLA REGIONE NEI SECOLI XIII, XIV, XV

FINANZE COMUNALI

I tempi aragonesi che comprendono tutta la seconda metà del secolo XIV, segnano anche pel reame di Napoli la fine del medio evo; e la fine di questo grande periodo storico coincide o di poco precede il grande evento politico, che fu la cessazione della secolare indipendenza del Regno e la mutazione di esso in provincia; in provincia della lontana monarchia di Spagna.

Le tristi vicende di guerre dinastiche e feudali e gl’indeclinabili perturbamenti alla pubblica tranquillità abbiamo delineate, in relazione al nostro soggetto, nei capitoli precedenti. Nel corso dei due ultimi secoli, del periodo mediovale, il potere sovrano non cresce di ordine e di forze, ma cresce la forza del feudo che dilarga e abbarbica tutto; e mentre d’altra parte il comune lentamente e oscuramente viene abbozzando e conformando i suoi organi essenziali agli uffizi delle funzioni sue proprie, comincia, più lentamente la lotta, che durerà ancora dei secoli, contro il feudo.

In quest’ultimo periodo di tempo due fatti, di carattere generale, emergono all’attenzione della storia: essi riflettono la distribuzione demografica della popolazione sul territorio su cui è sparsa.

La popolazione decresce gradatamente di numero, invece di quel naturale aumento che non è negato se non a popoli selvaggi o barbari, decimati da carestie e da guerre.

E decresce il numero dei centri abitati in misura che è forza dire maravigliosa, senza che, per agglomeramenti di popolo precedenti, il totale numero di esso aumenti. Questo duplice movimento di costrizione produce, da ultimo, tale un vuoto nell’etnografia della provincia, che fa sorgere per necessità di cose l’altro movimento d’immigrazione di gente dalle coste del mare, albanesi o greche, sul continente napoletano: genti che ancora ai nostri tempi dopo quattro secoli, non si può dire siano del tutto fuse e confuse con la gente di stirpe italica.

Lo stato demografico della regione a cominciare, come punto di partenza, dai primi tempi angioini si può ricavare dai registri, ancora esistenti nell’archivio di Stato di Napoli, della cancelleria angioina. Questi registri sono i «Cedolarii» delle tasse; e in essi, anno per anno, si leggono allistati i paesi dei «giustizierati» o provincie; e, di fronte a ciascuna terra abitata o città, è annotata, in oncie, tari e grani, la somma della tassa che è imposta al comune in ragione del numero dei suoi fuochi o famiglie. Era la tassa detta del «sussidio generale»1; e veniva ragguagliata alla ragione «di un augustale per ogni fuoco, e alla ragione di quattro augustali per oncia». Ogni oncia, adunque, di tassa rappresenta quattro fuochi o famiglie. In origine fu tassa straordinaria; ma ai tempi angioini era già un’imposta ordinaria annuale, oltre le identiche straordinarie davvero, in casi speciali di gravi eventi allo Stato o alla casa del Re.

Prendiamo le mosse dalla più antica testimonianza del Cedolario, che è dell’anno 1276-1277 (poiché l’anno cominciava a settembre); e il lettore, spero, ci saprà grado, se gli mettiamo, integro sotto gli occhi, in calce a questo capitolo, il fedele quadro statistico dell’importante documento.

Egli per la opportunità dei confronti potrà tener conto delle risultanze del Cedolario dell’anno 1320, che altri già pubblicò per le stampe2.

Nel 1277 i paesi del giustizierato di Basilicata abitati sono di numero 148, e vengono gravati della tassa di 4287 oncie di oro, 5 tari e grani 16. Nel 1320, dopo mezzo secolo, la tassa, per lo stesso territorio, scende (e non per diminuzione di quotità) ad oncie 3670, tari 3 e grani 16, a carico di 140 paesi; il quale numero, però, sale a 154, se si tien conto, come vedremo, di altre piccole terre ovvero «casali» che ivi sono detti omesse.

La prima e la meno importante osservazione, cui ci invita il nostro documento, riflette i limiti del Giustizierato, o provincia, la quale, come è noto, non aveva nessuna importanza amministrativa, e poca importanza politica.

Dal lato di Calabria, sul Tirreno, stendeva un lembo alquanto più largo che non oggi, fino al fiume Laino; e comprendeva Avena e Papasidero (non però Scalea, né Laino città) oggi in provincia di Cosenza. Dalla parte del Jonio, includeva Rocca imperiale, e inoltre Nucara; la quale fu aggregala al giustizierato di Val di Crati nel 1320. Dal lato della provincia di Salerno, mancava, invece, di quei molti paesi della valle del fiume Pergola, quali Brienza, Vietri, S. Angelo Le Fratte, Salvia, che oggi sono in Basilicata, e allora nel giustizierato salernitano. L’Ofanto la divideva dall’Avellinese; il Bradano dal Leccese; dal lato di Puglia si estendeva fino a Lavello e a Spinazzola; ma non giungeva a Montemilone. Su per giù sono i confini della provincia quali si mantennero per tutto il XVIII secolo.

È da notare, innanzi tutto, che tra i 148 paesi e luoghi abitati del 1277 mancano Atella, Palazzo, Barile, Maschito, Ruvo, Grassano, Spinoso, Carbone; e parecchi della valle del Sinni, come San Giorgio, San Severino, Fardella, Francavilla, Terranova, Bollita. Ammesso un possibile errore di omissione per qualcuno di essi (come io ritengo per Grassano, che è già nominato nel registro normanno de’ Baroni, del 1154-1168) la mancanza di tanti altri vuol dire che sursero ad entità di terre abitate e tassate dopo di quest’epoca, che è quella del primo re angioino.

Ma ciò che emerge di più singolare e di più inaspettato, da cotesto elenco, è la scomparsa di molti e molti paesi che esistevano abitati al declinare del secolo XIII, ma che non si troveranno più all’aprirsi del secolo XV. Li abbiamo segnati con l’asterisco, nell’elenco che segue in fine del capitolo, e sono al numero di 43; che vuol dire poco meno di un terzo del totale!

E sono:

Caldane, Tufaria, S. Giuliano, Pulsandra, Perticara, Laurosello, Trifogio, Gallipoli, Rocca di Acino, Pietra di Acino, Satriano, Castrobellotto, Gloriosa, Platano, Santa Sofia, Agromonte, Faraclo, Battifarano, Appio, Anglona, Casale Sant’Andrea, Monticchio, Bellomonte, Armatieri, Montemarcone, Bariano, Gaudiano, Lagopesole, Cervarizzo, Monteserico, Casalaspro, Irso, Rodio, Avenella, Andriace, Scansana, Trisaia, Pristinace, Casale Pisticci, Oggiano, San Basilio, San Nicola de Silva, Terre Tancredi de Guarino3.

Né qui si arresta il limite della lacuna; giacché nel Cedolario dell’anno 1320 (che fu pubblicato a stampa dal Minieri Riccio), oltre ai paesi e luoghi abitati che abbiamo riferiti pel 1276-1277, si trovano questi altri cioè:

1. Casale Rubei; che era nella valle del torrente Rubbio, influente del Sinni, tra Francavilla e San Costantino. Esso è ben diverso dall’attuale «Ruvo di Monte».

2. Casale Santa Marie de Cornu; che era nella tenuta «Incoronata» in territorio di Montescaglioso. Un monasterium S. Maria de Cornu è detto in territorio di Salandra, nella bolla di Lucio IV del 1183. (Ap. Zavarroni, p. 24).

3. Casale quod dicitur Altus loannes; che è l’«Autojanni» presso Grassano.

4. Grassanum, che è l’attuale paese di tal nome.

5. Casali Sancti Mattei — ? —

6. Casali Sancti Lupicosi — ?? — (Una contrada e un corso di acqua detto Lapellosa è in territorio di Venosa).

7. S. Salvator, che era nella tenuta «San Salvatore» sul Jonio, tra i fiumi Bradano e Basento.

8. S. Theodorus; che era alla contrada «S. Teodoro» a destra del Basento in quel di Pisticci.

9. Casale Batayani — ? — che non credo sia né Baragiano, né Barreano.

10. Casale S. Martini de Pauperibus; che è tassato per onc. 22, tar. 14, e che è diverso dal Sanctus Martinus dello stesso Cedolario del 1320, tassato per onde 36 e 10: laonde sono diversi4.

Sarebbero, dunque, altri dieci paesi, abitati nella prima metà del secolo XIV, ma scomparsi poi nel secolo seguente; cioè, in totale, 53 paesi, scomparsi! — Né per verità sarebbero i soli; chi ha rovistato vecchie carte potrebbe aggiungere ben altri, come Vitalba, Cisterna, Castro Cicurio, Montechiaro presso Carbone, S. Nicola della Tempagnata presso Spinoso; Sicileo, Policoro, Acinapura, tutti e tre in diocesi di Anglona fino al 1526, ed altri.

Ma diamo ancora un passo innanzi; e dal 1320 veniamo allo stato delle cose di un secolo dopo. — Nel Cedolario dell’anno 1415 i paesi del giustizierato di Basilicata sono cento ed uno.

Tra questi cento ed un paese del 1415 compaiono già i nuovi abitati di Atella, di Spinoso, di Calciano… che non sono nei documenti del 1276 e del 1320 sopraindicati. Mancano però, e non so se per omissione del documento o se, piuttosto, per diserzione di abitanti, come è certo per Rionero, (vedi a p. 88) i paesi di Avigliano, di Rionero, di Rotondella, di San Chirico da Tolve, di Trivigno, di Cerchiosimo, di Campomaggiore, che erano già tassati, e però abitati nel 1320. Mancano ancora Palazzo, Barile, Maschito, perché non surti ancora a dignità di paesi; e mancano, per la stessa ragione, tutti quelli della valle del fiume Sinni che abbiamo nominati poco innanzi. E non perché spopolati e scomparsi, ma perché compresi nel giustizierato di Salerno, mancano Marsiconuovo, Saponara, Vietri, Brienza e gli altri prossimi paesi della valle del Platano. Ciò non pertanto, le terre abitate nel 1415 sono 101.

In generale, si ha da notare questo, che lo elenco del 1415 è quello che più si avvicina allo stato deffinitivo della geografia della provincia, secondo che essa si venne formando e raffermando dal secolo XVI in avanti. E vuol dire che l’abbandono o lo spopolamento di quei cinquanta e più paesi, di sopra indicati, avvenne prima del 1415, cioè nel secolo XIV: mentre i novelli paesi surti dopo questa epoca, sono quasi tutti della gente albanese, venuta al cadere del XV secolo.

Un altro elenco dei paesi della provincia pel secolo XV porta la data dell’anno 1445 nella stampa che ne fece il Tutini, ed il titolo di «Tassa delle Collette per la coronazione di re Alfonso» (Discor. de’ sette uffiz. Nei Maest. Giustiz. 85). Ma come altri ha dubitato del titolo, io dubito della esattezza di questa data, 1445, che stimo assai più tardi, per speciali ragioni cennate da noi in altro luogo.

Checché sia, sono 97 paesi; che sarà lecito di elevare fino al numero di 100, stante l’omissione di alcune terre demaniali, quale Acerenza. Ma tra quei 97 sono ancora alcuni paesi del tutto scomparsi, e che (si vuol notare) non si trovano annotati nel Cedolario ora accennato, del 1415; e vuol dire che erano aggregati di popolo di recente erezione. Essi sono (oltre Oggiano caduto pel tremuoto del 1456, ed oltre Ferrandina che surse o crebbe dalle ruine di quello) questi altri, cioè:

Ferraccianum, presso Bernalda.

Salchium, che io credo la tenuta detta «il Salice» presso Pisticci.

Aitella: che non è Atella, pure nominata in questo elenco; e che non so se, per errore di trascrizione, corrispondesse al casale Avinella sul fiume Bradano e il mar Jonio; o fosse invece una denominazione diminuitiva di Ajeta, ai confini di Calabria.

Rotinum — ? —5.

Se questi ultimi quattro paesi aggiungeremo agli altri 53 de’ Cedolarii del 1277 e 1320, scomparsi, si avrà il totale di 57 paesi, dileguati, quali centro di popolo, nel corso di due secoli, dal 1250 al 1450!

Questo gravissimo fatto di spopolamento dové decidere i sovrani e i feudatari del Regno a chiamare coloni dall’Albania e dall’Illirio, per ripopolare le terre deserte: quindi fu visto, per la seconda metà del secolo XV e pel XVI, un sorgere di nuovi paesi da gente venuta di là dal Jonio e dall’Adriatico, che fu meno forse sospinta ad emigrare dall’odio ai Turchi invasori, quanto attratta alle larghe promesse ed ai lauti patti, pure non sempre mantenuti, dei feudatari laici ed ecclesiastici e dei re del reame di Napoli. Leandro Alberti, che faceva viaggio pel Regno verso il 1526, scriveva della Basilicata: «vi sono assai luoghi anche ora disabitati».

Abbiamo ricordato, di sopra, che la imposizione del «sussidio generale» era ripartita in ragione di un augustale per fuoco o famiglia. Ogni oncia di oro importava quattro augustali, ovvero carlini sessanta di argento; che davano, come è noto, il valore di sette tari e mezzo, ovvero quindici carlini (lire 6,37) per ogni augustale. Questi autentici dati di ragguaglio porgono facile il modo di risalire alla notizia statistica della popolazione della provincia.

Per l’anno 1277 il totale della tassa (tralasciando le frazioni) è di 4.283 oncie; avremo quindi il complesso di 17.132 fuochi per l’intero giustizierato; i quali se ragguaglieremo a cinque per famiglia, daranno il totale di 85.660; e se, tenuto conto dei sfuggiti al calcolo per omissione o per frodi, ragguaglieremo a sei, si raggiungerà il totale di 102.792 abitanti.

Per l’anno 1320 (come è noto pel Cedolario pubblicato dal Minieri Riccio) la tassa ammonta a 3.670 oncie; quindi 14.680 fuochi; e in questi, a sei per fuoco, 88.080 abitanti per la provincia; che vuol dire una diminuzione di 14.712 in 43 anni.

Per l’anno 1332, l’ammontare della tassa ci è noto da una notizia che ne dava il Galanti6, e fu di 3.673 oncie, 3 tari, 16 grani. Si ha dunque, per 14.692 fuochi, una popolazione totale di 88.142 abitanti; poco maggiore di quella di dodici anni innanzi; che può significare così aumento vero di popolo, come numerazione rettificata e più esatta.

La popolazione dei 148 paesi del 1277 ricadrebbe, in inedia, a non più che 682 abitanti per ogni paese! Ma poiché le cifre medie statistiche, prese da sé e non per termine di confronto, non hanno un valore reale, e niente insegnano che non sia artifiziato e falso, accenneremo invece, senza indugiare altrimenti, alle città, più popolose della regione che erano queste:

Melfi fuochi 1150 ovvero 6900 abitanti

Venosa » 584 » 3304 »

Potenza » 484 » 2904 »

Montepeloso » 457 » 2742 »

Rapolla » 408 » 2411 »

Saponara » 402 » 2412 »

Montescaglioso » 372 » 2232 »

Venivano dopo, in ordine decrescente, Tito, Miglionico, Pomarico, Aliano superiore, Tursi, Stigliano, Muro, Rivello, Lauria, Marsiconuovo, Maratea… e facciamo punto qui, che è inutile proseguire. Il lettore, quando ne abbia vaghezza, potrà riprendere i computi, sui dati del documento.

Ci ha paesi in embrione, sì tenue è il numero dei fuochi che risulta da una tassazione di quattro oncie, di tre, di un’oncia sola! Ma che divario, che sbalzo di cifre per la demografia di alcuni paesi di questo secolo XIII in confronto degli stessi paesi dell’età nostra!

Quale intima e ignota ragione di storia ha potuto portare sì alto, fino a 20 mila abitanti oggidì, il paese di Avigliano che allora noverava non più che 16 fuochi, di fronte al prossimo Ruoti, allora di 27 fuochi, ed oggi anche meno di 4mila abitanti! Sarconi, numeroso per 91 fuochi, di fronte a Moliterno di 18 appena, ed oggi questo sette volte maggiore di quello; e Pietrapertosa allora di 280 fuochi di contro a Laurenzana, di soli 89 fuochi, che è oggi maggiore del doppio; e Rivello allora più numeroso altrettanto di Lagonegro! Nella storia intima e speciale di ciascun paese è senza dubbio la ragione dell’ingrandimento degli uni, dell’esinanimento degli altri. Ma le intime evoluzioni di questa storia ci sono ignote!

Se la tassazione del «sussidio generale» era imposta in ragione di un augustale a fuoco o famiglia, non intenda da ciò il lettore, che, infatti, ogni famiglia pagasse di tassa un augustale, ovvero quindici carlini all’anno. Una scienza finanziaria ancorché bambina non potrebbe aver misurato allo identico peso la capacità contributiva della famiglia del povero, e quella dell’agiato o del ricco: e l’arte della pubblica finanza nel secolo XIII e XIV non era poi sì barbara o bambina come quella dei tempi di Attila o Tamerlano. Gli è dunque da ritenere che anche per questi due secoli, e vuol dire anche pei tempi angioini, il numero dei «fuochi» relativamente alle contabilità finanziarie dello Stato, fosse non altro che una «moneta di conto» come si esprime il Galanti per le numerazioni dei fuochi dei tempi vicereali; un criterio, cioè di ripartizione proporzionale tra paese e paese, e non altro.

Ad ogni modo, la tassazione aveva fondamento sul numero dei fuochi. È necessario, dunque, di ammettere quale un istituto fiscale ordinario dei tempi angioini la numerazione dei fuochi periodica, con emendazioni consecutive in più o in meno. Ma è necessario di ammettere, inoltre, qualcos’altra, ed è questa che siamo per dire.

Nei «Cedolarii» che ancora esistono (come il lettore potrebbe vedere nella stampa di quello più volte citato del 1320) quando si annovera una terra o paese omesso nelle precedenti cedole, o che fosse per avventura di recente origine, si trova scritto: inquiratur, et taxetur per Justitiarium juxta facultates suas. È formola che si ripete sovente. Or poiché non è detto — «si tassi secondo il numero dei fuochi» —; e poiché facultates indica indubbiamente, come in italiano, averi e ricchezze, è forza conchiudere che la tassazione tra i singoli abitatori di una terra avveniva secondo le facoltà loro, cioè redditi o possidenza, mediante qualche simbolo di catasto o di apprezzo, discretivo dei redditi delle famiglie per industria o per lavoro.

Sicché la notizia del numero dei fuochi non serviva altrimenti al fisco (ossia ai Razionali della regia Curia, ovvero Tesoreria dello stato, che spediva le «Cedole» delle imposte, da riscuotere, ai Giustizieri delle provincie) non serviva altrimenti, se non per ripartire tra i varii paesi del giustizierato la somma che la Curia stimava imporre alla provincia secondo il computo della forza numerica demografica della regione. La somma così ripartita e imposta come «contingente» al paese, veniva poi ripartita dall’Università7 con altri criterii, che non erano quelli del censimento individuale o di famiglia.

È facile comprendere che le tasse imposte ai Comuni in ragione del numero delle famiglie, ma pagate dal Comune secondo le «facoltà» di ciascuna famiglia che si determinavano per via di apprezzo, non potevano non riuscire gravosissime, se, esclusa la capitazione, la tassa non avesse dovuto toccare che i ricchi, possessori di terre o di capitali investiti in industrie visibili. Ma la terra di feudo era esente; erano esenti le chiese, gli ecclesiastici, il barone; e in queste piccole e grame comunità rurali le famiglie che non fossero di miseri villani o di poveri artieri restavano troppo scarse di numero a sostenere un peso che nominalmente era di tutti.

Quindi avvenne che le popolazioni del reame chiesero ed ottennero, sotto gli angioini, di vivere, come si diceva, sia per apprezzo, sia per gabella, di fronte alle dimande del fisco. La gabella era pagata sotto forma di dazii, che l’Università del comune imponeva sulle varie forme della produzione, del lavoro e del traffico. La tariffa di cotesti dazii veniva stabilita per statuto, deliberato dall’Università, confermato o autorizzato dal Re, e durava indeterminatamente.

Per la Basilicata ne è stato reso noto di recente, per le stampe8, un esempio unico, che riguarda la città di Rapolla, ed è statuto del 1303: e perché desso, nelle sue linee d’insieme, è presso che simile ad altri parecchi delle principali comunità del Barese de’ tempi medesimi9, si può ritenere come tipico, per le terre maggiori o minori della regione nostra.

Il «dazio», come era detto, di Rapolla, toccava in brevi limiti la produzione della terra; più ampiamente il lavoro e la compravendita delle derrate; non ometteva il capitale investito in industria della pastorizia o sotto forma di fabbricati. Ma il più rudemente trattato è il lavoro10.

Il fine e valoroso autore del Rionero Medievale, che pubblica e illustra questo documento, riduce la tariffa daziaria rapollana, per quanto è possibile, alla misura ed alla moneta dell’oggi, intesa però, come egli avverte, nel solo suo valore intrinseco. Ed alla stregua di questo suo computo, equiparando «un grano di oro» a centesimi 12 di lira, si verrebbe, per la tassa sui salarii, a queste cifre; e sono:

Pel lavoratore della terra, lire 4.80 all’anno; per ogni operaio artigiano (a lire 0,24 per settimana) lire 12,48; pel fornaio, mugnaio, lire 12,48; pel panattiere, lire 6,24, ecc.

Poiché il debito fiscale è commisuralo a settimane, è probabile che dalla totale somma si defalcassero le giornate vacue di lavoro per disoccupazione forzata. E se così fosse, minor danno!

Per un più adeguato giudizio della pressione tributaria, ci manca ogni notizia del salario all’operaio dei campi, all’operaio dell’officina. Ma possiamo pure credere, senza fare cieco atto di fede, che la condizione economica del minuto popolo non era migliore di quella che non fu nei secoli che seguirono al cieco, al barbaro medioevo! Quanto è lento il progresso che intende durare!

APPENDICE

ELENCO dei paesi della provincia, o Giustizierato della Basilicata nel Cedolario dell’anno 1276-1277, con la somma della tassa in oncie, tari e grani, di cui venivano gravati.

Aggiungo un asterisco al nome dei paesi, che oggi più non esistono.

onc. tar. gran.

Melphia cum ludeis 287. 19. 6.11

Rapolla 102. 3. 14.

Venusium 137. 3. —

Petrapagana12 62. 17. 8.

Olivetum 9. 22. 8.

*Caldane13 — 5. —

Salandra 30. — —

Petraperciata14 70. 4. 4.

Raponum 5. 4. 16.

  1. *Tufaria15 8. — 12.

Albanum 27. — 24.

Lauria 60. 8. 8.

Triclina 11. 28. 4.

Rivellum 67. 1. 4.

Lacus niger 30. — —

Moliternum 18. 4. 16.

Marathia 47. 13. 4.

Saponaria 100. 17. 8.

Biyanum16 51. 11. 8.

  1. Tramutola 6. 8.

*Sancto Juliano17 10.

Marsicum novum 57. 3. 12.

Marsicum vetus 4. 25. 16.

Sanctus Martinus 40. 18. 12.

*Pulsandra18 1. 8. 8.

Castrum Saracenum 36. 28. 16.

Calabra19 4. 3.

Sanctus Arcangelus 11. 15. 12.

Missanellum 5. — 12.

  1. Gallucium (sic) 10. 16. 16.

Roccanova 6. 18. 8.

Alianum inferius 10. 3.

Allianum superius 65. 3.

Guardia 25. 3.

Cornetum (sic) 25. 9. 12.

*Perticarum20 60.

Castrum medium 16. 2. 8.

*Laurosellum21 10. 8. 8.

*Trifogium22 35. 1. 1.

  1. Accepturam

Curilianum23

*Gallipolum24 10. 24. 12.

Astilianum 55. 14. 8.

*Rocca de Acino25 — 5. —

Gurgolionum 7. 13. 4.

*Petra de Acino26 1. 18. 12.

Campus maior 3. 22. 16.

Brundisium de Montanea 34. 1. 16.

*Satrianum27 37. 22. 4.

  1. *Castrum Bellot (tum)28 3. 17. 4.

Armentum 25. 24. 12.

Ansia 24. 14. 8.

Laurenzana 22. 10. 16.

Calvellum 41. 5. 8.

Abriola 19. 18. 12.

Trivinea 5. 9.

Vineola 9. 18.

*Gloriosa29 13. 26.

Petra fixa 12. 12.

  1. Petra Castalda*30 9. 1. 16.

Barayanum31 4. 25. 4.

*Platanum32 3. 22. 15.

Picirnum 24. 15.

Murum 53. 18.

Sancta Sofia33 18. 1. 4.

Labella34 15. 26. 8.

Rotum 6. 26. 8.

Acermons35 4. 10. 4.

Tihanum36 16. 19. 16.

  1. Curcosimum37 17. 4. 4.

*Faratrum38 10. 19. 16.

Latronicum 16. 7. 4.

Byanellum39 30. 3.

Episcopia 3. 4. 4.

*Battibaranum40 3. 2. 8.

Clarus mons 21. 6. 12.

Senisium 27. 18. 12.

Noha 20. 9. 12.

Columbrarum. 31. 21. 12.

  1. Tursium 60. 3.

*Appium41 8. 27.

Nucaria cum casalibus42 20. 3.

*Anglonum43 15. 12.

Rotunda maris44 10. 8. 8.

Sanctua maurus 16. 9. 12.

Mons murrus 15. 22. 16.

*Casale Santi Andree45 10. 7. 16.

*Monticulum46 11. 24.

Castrum novum 12. 2. 8.

  1. Castellutium 32.

Cracum 20. 22. 4.

S. Clericus de Valle Sinni47 23. 24.

Avena48 20. 18.

Papasiderum49 12. 16. 8.

*Bellus mons50 6. 9. 12.

Sanctus Felix51 46. 6.

*Armatera52 7. 26. 8.

Rocca Imperialis 98. 25. 1.

*Mons Marconus53 5. 23. 8.

  1. Florencia 70. 12.

Ripacandida 30. 15.

Rivus niger 12. 22. 16.

Lavellum 20. 27. 12.

*Bareanum54 3. 27.

*Gaudeanum55 98. 3. 12.

*Lacus pensilis56

Spinatiola57 40. 27.

Bancia 7. 3. 12.

*Cervaricium58 9. 22. 16.

  1. *Mons Selicola59 22. 27.

Gentianum 13. 16. 16.

Oppidum60 46

Agerentia 23. 13. 16.

*Casaleasprum61 2. 12. 12.

Balium62 8. 26. 8.

Cancellarium 10. 15.

Sanctus Quiricus de Tulbia 42. 8.

Tulbium 33. 3. 12.

Tricaricum cum Cauciano 31. 21. 12.

  1. Mone Pelusius 114. 13. 4.

*Yrsum63 28. 18. 12.

Pietragalla 5. 21.

Criptola 20. 18.

*Rodia64, inquiratur et taxetur

Millonicum 10. 16.

Pomaricum, cum pheudo

Raynaldi de Aspello

et quondam Nicolai

de Garaguso65 66. 3.

Mons Caveosus 93. 3. 12.

Camarda66 19. 4. 4.

*Avenella67 13. 12. 12.

  1. Pisticium 27. 9.

*Andracium68 6. 20. 8.

Mons Albanus 55. 2. 8.

*Scansana69 6. 3. 3.

*Trisagia70 2. 11. 8.

*Prisinacium71 3. — 12.

Fabale 25. — 16.

*Casale Pesticii73 12. 1. 14.

Avillanum 4. 4. 4.

Potentia 121. 5. 8.

  1. *Ogeanum74 100. 29. 8.

Sarconum 22. 22. 6.

Castrum de Grandis 18. 18.

Titum 80. 7. 4.

*Sanctus Basilius75 4. 3.

Rotunda vallis Layni76 28. 4. 16.

*Casali S. Nicolai de Silva77 1. 16. 4.

Garagusum 12. 18.

  1. Terra Tancredi de Guarino78 — 6. —

Summa taxationis generalis subventionis aur. unt. IIII. II. LXXXIII. tar. V. gr. XVI. — Dat. Neap. die XXII. januarii. — (1277).

Sono, dunque, 148 paesi o terre abitate, che venivano gravate della tassa di 4.283 oncie di oro, 5 tari e 16 grani, nell’anno 1277.

NOTE

1. È la tassa Generalis Subventionis, ragguagliata ad rationem de augustali uno pro quolibet foculari, e de augustalibus quatuor per unciam. Così è scritto negli ordini di Carlo I del 1270 e 1280, che si leggono pubblicati dal VIVENZIO: Delle antiche provincie del R. di Napoli. Napoli, 1808, 250-510. — Conf. MINIERI RICCIO, Cod. dipl. I, 44.

2. In MINIERI RICCIO, Notizie storiche tratte da 62 registri angioini dell’archivio di Napoli. Napoli, 1877, p. 177. — È opportuno notare che in questa stampa molti nomi di paesi sono trascritti erratamente; e vi si legge, per es. Crisegium per Trifogium, Acernus per Acer mons, Statrianum per Satrianum, Grisosutrum per Cursosimum, ecc.

3. Per la situazione topografica di esse vedi le note allo Elenco in fine di questo capitolo.

4. Un Casale S. Martini de Pauperibus è indicato nel SyIlab. memb. ad r. Siclae, ecc. (vol. II, p. II, 140), ed ivi è detto appartenete alla Casa dei Templarii, come da carta del 1306. — Leggo nel Tansi (pag. 66, Hist. Coenob. Montiscaveosi) che nel 1160 Giovanni, abate del monastero Caveosano, donò ecclesiam S. Martini de Ostiliano ad Azone, canonico del Santo Sepolcro di Gerusalemme, ecc.; la quale chiesa, dice il Tansi, che ancora ai suoi tempi (1746) apparteneva aj cavalieri gerosolimitani. Da ciò deduco che il «San Martino dei poveri» sia nel territorio di Stigliano, ove oggi è la contrada «Difesa di San Martino»; quantunque non concordino pertettamento le due notizie del Syllabus e del Tansi.

5. Nello elenco a stampa del Titini è pure un Amaglianum (del duca di Melfi), ignoto: ma io credo sia, per errore, invece di Aviglianum.

6. Descriz. geogr. e politica delle Sicilie, vol. II, p. 20; Napoli, 1794.

7. Si può vedere nel Syllab. membran. ad r. Siclae pertin. etc. un gran numero di carte, ove l’Università di tale o tal paese, in eseguimento degli ordini del Giustiziero, elegit taxatores et collectores pecuniae generalis subventionis (v. vol. II, part. II, pag. 158, e pass.).

8. In GIUST. FORTUNATO, Rionero Medievale, con 26 docum. inediti. Trani, 1899, p. 33.

9. Pubblicati dal sig. EUST. ROGADEO, Ordinamenti e commerci in terra di Bari nel secolo XIV. Bitonto, 1900, in-8º.

10. Una più minuta notizia non parrà superflua al lettore.

L’artigiano, barbiere, carpentiere, fabbro, muratore, calzolaio, carrettiere ed altri di tal genere artefici, paga due grani, di oro, la settimana; e i loro «garzoni» un grano.

Gli operai della terra, zappatori, potatori, carbonieri un tari e mezzo all’anno.

Il panattiere, il fornaio, il mugnaio, il venditore di ortaggi o frutta, un grano la settimana.

L’operaio salariato, un grano per ogni tari di salario annuo.

Il «negoziante» ossia chi compra per rivendere, paga per qualsiasi merce (esclusi pannilani, lini o serici) e per ogni oncia di prezzo, cinque grani.

Per ogni «salma» o soma di frumento, di orzo, di legnami un grano, tanto colui che vende, quanto chi compra.

Pel fitto di case, forni o molini, un grano per ogni tari di fitto annuo.

Per ogni cento capi di bestiame armentizio, all’anno quattro tari e mezzo: ma per ogni vacca «indomita» un grano.

Pei prodotti della terra, grano, orzo, vino mosto, aceto, un grano a salma, e se olio due grani a staio, quando però vengano introdotti in città.

Di altre minute voci mi passo.

11. Superfluo avvertire che nel Cedolario le somme sono scritte in numeri romani.

12. L’attuale Pescopagano.

13. Non esiste. Era nella contrada campestre detta tuttavia «Le Caldane» tra Atella e il monte Carmine di Avigliano.

14. L’attuale Pietrapertosa.

15. Non esiste. Era un casale della Badia di S. Lorenzo, verso l’Ofanto, in quel di Pescopagano. (Da comunicazione dell’on. Fortunato).

16. O Byanum. È l’attuale Viggiano.

17. Non esiste. Credo sia il «San Giuliano» contrada nel territorio di Saponara. — Altre contrade dette «San Giuliano» sono nei territori di parecchi altri paesi dolla provincia.

18. Non esiste. Era nel territorio di Noia, oggi Noepoli. (Da comunicazione dell’on. Fortunato).

19. È l’attuale Calvera. Calabra similmente è scritta nei documenti greci del Syllab. graecar. membran. Nap. 1860.

20. Non esiste. Era al nord di Corleto e di Guardia, che ne hanno preso l’appellativo: ivi è la contrada tuttavia detta: «Torre di Pellicani».

21. Non esiste. Era presso Cancellara, ove è la contrada campestre detta Aurisiello.

22. Non esiste. Era tra Pietrapertosa e Campomaggiore. Nel noto Registro normanno dei Baroni è portato come un solo feudo: Campum maiorem et Trifogiam feuda in III militum.

23. L’attuale Cirigliano.

24. Non esiste. Era nella contrada e bosco anche oggi detto di Gallipoli, tra Tricarico, Accettura ed Albano.

25. 26. Non esistono. Erano nella bassa valle del fiume Sauro, là dove il questo fiume si avvicina la fiumana di Cirigliano. Ivi anche oggi è contrada detta «Rocca di Achino».

27. Non esiste. Città, un tempo sedo di Vescovo, tra Tito e Pietrafesa, distrutta nella prima metà del secolo XV. Vedi al capitolo IX.

28. Non esiste. Era in territorio di Laurenzana; ove ancora ne è viva la denominazione.

29. Non esiste. Era presso Vignola o Pignola, e credo risponda a quello che oggi è detto Arioso.

30. L’attuale Sasso, oggi detto «di Castalda».

31. L’attuale Baragiano.

32. Non esiste. Era lungo il fiume «Platano» tra Picerno e Baragiano.

33. Non esiste. Era tra Ruoti e Bolla, nel luogo che anche oggi è detto «Castelluccio S. Sofia».

34. L’attuale Bella.

35. Non esiste. Era nella contrada anche oggi detta Agromonte sul fiume Sinni, tra Latronico e Chiaromonte. Un’altra contrada Agromonte è tra AteIIa e Lagoposole.

36. L’attuale Teana.

37. L’attuale Cerchiosimo.

38. Non esiste. Era Farachum, nella contrada detta «le Calanche» nel territorio tra Carbone, Teana e Chiaromonte.

39. L’attuale Viggianello.

40. Non esiste. Era in quel di Castronuovo S. Andrea, presso la fiumana Serapotamo.

41. Non esiste. Era a sinistra del fiume Bradano, verso il Jonio, in quel di Montoscaglioso. Una contrada detta «Accio» è in quel di Pisticci.

42. Paese che fu aggregato al giustizierato di Cosenza, o Valle di Crati verso il 1320. Tra i suoi casali era, forse, Bollita, oggi Nuova Siri.

43. Non esiste. Era presso Tursi.

44. L’attuale Rotondella.

45. Non esiste. Era sulle pendici del Monticchio o Vulture, come da comunicazione dell’on. Fortunato, che esclude sia l’attuale S. Andrea di Conza.

46. Non esiste. Era nell’attuale contrada di Monticchio o Vulture.

47. L’attuale S. Chirico Raparo.

48. 49. Sono gli attuali paesi di Avena e Papasidero, in provincia di Cosenza.

50. Non esiste: e non è l’attuale Belmonte Calabro. Era, invece, nel territorio di Gravina, al sud, verso la fiumana Basentello; nel luogo che oggi è detto «Benemonte». — V. Syllab. membr. ad r. siclae, etc. volume II, p. II, 38.

51. L’attuale S. Fele.

52. Non esiste. «Armatieri» era tra Atella e S. Fele.

53. Non esiste. Monte Marcone è contrada campestre di Avigliano, al sud-est di Lagopesole.

54. Non esiste. Era in quel di Venosa. Un Casale «Barano» è dipendente dall’Abate della SS.ª Trinità di Venosa nel Registro dei Baroni normanni.

55. Non esiste. La contrada è presso Lavello.

56. Non esiste come paese: è un aggregato dì casupole, in dipendenza amministrativa dal comune di Avigliano. Nel Cedolario non porta tassa: forse franca come villa del Re, che era il famoso castello di Lagopesole.

57. Oggi in provincia di Bari, ma restò in Basilicata fino a tutto il secolo XVIII.

58. Non esiste. Fu nelle vicinanze di Palazzo S. Gervasio — Conf. Syllab. ora citato; vol. II, part. II, p. 150.

59. Non esiste. Ma risponde all’attuale Castello e tenuta di «Monte Sirico» presso Genzano.

60. È l’attuale «Palmira»! secondo la strana denominazione odierna.

61. Non esiste. Era presso Pietragalla.

62. L’attuale Vaglio.

63. Non esiste. Era presso Montepeloso, che oggi ha cambiato il nome In quello di «Irsina».

64. Non esiste, è di ignota ubicazione. Un feudo di «Rodiano» era in territorio di Favale.

65. Uno di codesti feudi era forse «Castro Cicurio» (che oggi non esiste più) nel territorio di Pomarico.

66. È l’attuale Bernalda.

67. Non esiste. È contrada a destra del fiume Bradano, verso il mare, in quel di Montescaglioso.

68. Non esiste. Andriace è contrada nel territorio di Montalbano.

69. Non esiste. È contrada a sinistra del fiume Salandrella, verso il mare.

70. Non esiste. «La Trisaja» è contrada verso il Mare Jonio, in quel di Bollita (oggi Nuova Siri).

71. Non esiste. Era «Pristinace», e fu non lontano o nel territorio di Favule, oggi Val Sinni.

72. L’attuale Val Sinni, già Favale.

73. Non esiste. Era, forse, nella tenuta di «Avena» (diversa da «Avinella» ove un «Casale Sancta Maria de Avena» apparteneva nel 1133 al Monistero di S. Maria di Pisticci.— Vedi Tansi, Hist. Coenob. Montis Caveosi, p. 46.

74. Non esiste. Era presso Ferrandina: e fu distrutto dal terremoto del 1456.

75. Non esiste. La tenuta «S. Basilio» è sul fiume Salandrella, in quel di Pisticci.

76. È l’attuale Rotonda.

77. Non esiste. Un Monasterium S. Nicolai de Silva, cum casali Andriacii, è detto in territorio di Montalbano, in un documento del 1070, presso Zavarroni, pag. 8 dei doc.

78. Ignota. Forse in quel di Montescaglioso. Una contrada «Guarino» è in territorio di Moliterno.

PARTE II - La Basilicata

CAPITOLO XIII

MOTI POPOLARI NELLA PROVINCIA, ALLA METÀ DEL SECOLO XVII (1647 E 1648)

Chiuso il periodo delle guerre dinastiche e delle turbolenze feudali col secolo XV, e disceso il reame di Napoli, nel secolo XVI, all’umile grado di provincia della grande e lontana monarchia di Spagna, la regione nostra, come quasi tutte le altre provincie napolitane, non ebbe altre guerre che le domestiche degli esattori regii o feudali contro i vassalli del barone o del re, e le rapine violenti dei masnadieri e banditi scorrazzanti a schiere pei boschi e per le pubbliche vie, e le piraterie dei predoni turchi per le sue spiagge. Ma, nel corso del secolo XVII, a questi perpetui, ma non unici fattori del generale malessere, vuolsi aggiungere un conato di popolo, che scuotendo la generale atonia e le fibre degli abitanti per tutti gli angoli del reame, mostra, forse per la prima volta, in mezzo alle esplosioni violenti di personali cupidigie e di ogni sorta di disordini, l’alba di un sentimento politico; che se non riesce ad esternarsi manifesto, è pure alito che circola segreto nel complesso delle varie vicende di quei rivolgimenti che si svolsero negli anni 1647 e 1648.

Il tumulto della città di Napoli, scoppiato il giorno 8 luglio del 1647, a causa prossima del nuovo balzello sulle frutta, si ripercosse e propagò per le città circostanti e le provincie; e divenne gradatamente, più che tumulto, rivoluzione. A questa diede in segnacolo il suo nome, oggi famoso, Tommaso Aniello di Amalfi; ma non fu, veramente, che capo occasionale del semplice tumulto: egli surse, sovraneggiò e cadde in otto giorni. Il popolo rimasto in piedi proseguì incosciente e fatale l’arco della parabola; e rivendicando diritti e privilegi a pro della città di Napoli, non ebbe che impulsi e intenti e aspirazioni veramente non più che municipali: poi perseguitando, bestialmente, i publicani,e chiedendo, non ingiustamente, parità di diritti e privilegi ai nobili nel governo della città, offese i nobili preponderanti nel governo di essa; e minacciò i ricchi interessati nell’amministrazione delle gabelle ipotecate. Di qua l’elemento della lotta di classe nel tumulto di Napoli nel 1647.

Ma il tumulto, divampato e divampante per motivi economici, poiché non fu potuto reprimere, presto per difetto di forze adeguate, irruppe come fiumana in piena che spezza gli argini; e da feroce trambusto municipale tramutò in moto politico.

Erano tempi che Spagna e Francia contendevano di dominio e di preponderanza politica in Italia; e Spagna prevalendo, Francia tendeva l’occhio e spiava le occasioni per indebolirne il dominio o sopprimerlo. E poiché i tumulti napoletani del luglio duravano e ingagliardivano, rimbalzanti qua e là per le provincie, né gli animi quetavano, i capi del tumulto e i reggitori aperti o soppiatti del nuovo stato di cose, s’incontravano con gli interessi, con le aspirazioni e le mene della Francia; che rinfocolava da Roma le imprese dei male affetti al governo di Spagna.

Quindi nuovi aliti, nuove fasi e incidenti dei moti napoletani.

Il Viceré, Duca di Arcos, da prima cede e capitola col «fedelissimo popolo» insorto: tutte le grazie che vuole, tutte le giustizie, ossia le vendette che pretende, egli accoglie ed esegue; e tergiversando, lusingando, cospirando va innanzi due mesi, in attesa che arrivino i rinforzi dalla Spagna. E quando ai primi giorni dell’ottobre 1647 giunge la flotta spagnola e D. Giovanni D’Austria, figlio del re, nel golfo di Napoli, il Viceré cambia di metro; e chiede il disarmo del «fedelissimo popolo»: ma il popolo fedelissimo l’intende altrimenti: e la flotta cannoneggia la città; e il Duca Viceré riattaccando le segrete fila con i baroni, invisi al fedelissimo, li spinge a raccogliere le forze dei loro vassalli nei feudi per fare punta a Napoli; per sequestrare le vettovaglie che il traffico recasse alla ribelle città; e per impedire gli aiuti che dalle provinole in tumulto vengano, chiesti e sollecitati, alla contumace città capo dello Stato.

In questa entra in scena, a mezza maschera, la Francia, e, trovato che è disponibile a Roma un principe di sua casa reale, corrivo alle avventure come alle galanterie, ambizioso, intraprendente, coraggioso, questi si presenta alla Città, come inviato dalla Francia a liberare il buon popolo di Napoli. Egli era il Duca di Guisa: e il Duca dalla Città in feste viene acclamato generale delle armi e protettore e Duca, o Doge della «Serenissima reale Repubblica» di Napoli: e con esso e per esso al tumulto indeciso della città e delle provincie è dato apertamente il carattere politico.

Allora il contrasto delle forze e degli interessi, latente e indefinito, si scopre e determina. Quindi il reame si divide apertamente in partito popolare e in partito regio: il popolare sotto un’insegna mal definita e non compresa di una «repubblica reale», tende non a forme di reggimento democratico, ma sostanzialmente ad un sollievo delle gravi condizioni economiche nonché all’abbassamento delle prepotenze dei nobili; e l’altro, il partito spagnuolo, che era quello di baronaggio; e con esso ed in esso feudatari, nobili, cavalieri, alto clero e poca o punto borghesia civile; poca o punto, poiché la borghesia era ancora quasi in fascie per numero e importanza; e lo stesso numeroso ordine di chierici, parte e culla della borghesia napoletana, era propenso al partito popolare.

I tumulti della città si ripercuotevano nelle provincie; gl’incendi divampavano dappertutto all’esca della mala contentezza che avvolgeva tutti i cittadini. I banditi che, vecchia e depascente piaga, formicolavano pei boschi a drappelli, si accozzavano in masse, e, insieme alle plebi saccomanne, addivennero eserciti. Le comunità insorgevano, acclamando al governo popolare, e i magistrati regi o baronali fuggivano a scampo. Nella provincia di Lecce fu morto il consigliere Uraca, mandatovi dal viceré a refrenare i tumulti; il Boccapianola, comandante le armi, scampò la vita fuggendo dal castello di Barletta; non altrimenti da Capitanata il conte di Mola e gli uffiziali regii. Tumulti e ribellioni in Abruzzo, contro i baroni Marchese del Vasto e Ferrante Caracciolo, e contro il Pignatelli comandante le armi: ivi i banditi delle Marche, aumentati sterminatamente, erano venuti e raccolti al comando del famigerato bandito del regno, Giulio Pizzola. La città di Bari aveva levato rumore agli impulsi di un Masaniello locale; le altre città pugliesi, benché tenute a freno dal Duca di Conversano, potente, animoso e feroce sostenitore del partito regio, balenavano e rumoreggiavano. Le Calabrie più lontane da Napoli non risposero meno sollecite agli emissari mandati dall’Annese e dal Guisa, tra i quali ci occorre ricordare il nome di un Andrea Marotta, di Tramutola, che fu capo di bande o colonnello, come è detto nelle cronache, e pagò poi del capo la parte presa pel popolo nei rivolgimenti dell’epoca1.

Ma più largamente di tutte divamparono d’incendi e turbamenti la provincia di Terra di Lavoro, che era più prossima al focolare della città di Napoli, e, dopo di essa, la provincia di Principato Citeriore e quella di Basilicata, che il Parrino ed altri cronisti dicono «più contumaci delle altre»2.

Scorrazzavano pel Principato Citeriore tra Scafati, Cava, Salerno ed Eboli, con numerosa massa di gente, Ippolito Pastena, un bandito famoso, pieno di audacia, di accorgimento e di ferocia; e per la Basilicata il dottore Matteo Cristiano, che fu gentiluomo e uomo di lettere, anzi dottore in legge, e che, per gli avventurosi successi della sua impresa contro il governo di Spagna, merita speciale riguardo.

Era nato in Castelgrande, nel Melfese, l’anno 16163, e messosi a capo di gruppi di armati che crebbero man mano a più che un migliaio e mezzo, per la Basilicata e le Puglie delle Murgie ebbe successi notevoli; di tal che il Guisa, riconoscendolo a capo di un piccolo esercito, lo nominò «generale delle armi», e «non ebbe a pentirsene», aggiunge la scrittrice bene informata, che, nella storia dell’impresa napoletana del Duca di Guisa, dà del dottor Cristiano le maggiori notizie4.

Ippolito Pastena o della Pastena, che è un villaggio non lungi da Salerno, ebbe al suo comando, e di un suo fratello Vincenzo, una massa di oltre un migliaio di armati e s’impadronì di Scafati, ove erano i mulini pel vettovagliamento di Napoli, poi della città di Cava e bloccò la città di Salerno, ove era il Serbelloni, Preside della provincia. Salerno tenne fermo; ma, accresciute le forze del Pastena con altre masse di gente di Basilicata condotte dal Dottor Cristiano5, il Pastena, ai principii del dicembre 1647, strinse la città, impedì i viveri, devastò i campi d’intorno, e con l’aiuto dei popolani, che riaprirono nelle muraglie un valico già male asserragliato, vi penetrò, dopo otto giorni di blocco. Il Preside e i gentiluomini difensori fuggirono, e la città fu messa a sacco.

All’annunzio del grave successo tutti i paesi della provincia alzarono bandiera del popolo, e il Pastena, spargendosi intorno, acquistò anche la città di Marsiconovo6, ai confini di Basilicata, e penetrò in questa fin giù a Montepeloso. Eravi con le di lui turbe, secondo un cronista pugliese, anche un tal Francescantonio Fiorito, di Potenza7, con grossa mano di gente; e di certo eravi il Dottor Cristiano e i suoi.

A cacciare i popolari da Montepeloso vennero dal Barese il Duca di San Marco, preside della provincia, il preside della provincia di Lucera, il Conte di Celano ed altri baroni, con 400 cavalli e con 500 armati pedoni: con essi si accodarono drappelli di preti armati dal Vescovo di Gravina, che era Vescovo altresì di Montepeloso. Tutta questa gente scaramucciò con i nemici; ne ebbe alcuni morti e feriti, e, anziché attaccarli, si tenne a bloccarli; ma il Pastena ed i suoi uscirono dal blocco bravamente di notte, e sollevarono altri paesi, tra cui ricordano Oppido, Cancellara e Pietragalla8.

Pertanto, messa in fuoco, dopo Salerno, anche la provincia di Basilicata, il Viceré Duca di Arcos intese a provvedervi. E al Serbelloni, che, come preside di Salerno, pare fosse anche preside per la Basilicata, sostituì per questa provincia il Duca di Martina e sollecitò che egli partisse per quei luoghi in commozione, a restituirvi l’ordine.

Il Duca di Martina9, con una squadra di 50 cavalli, in quattro giorni fu da Napoli a Buccino, che era una sua terra feudale in provincia di Salerno e non ancora occupata dai popolari: e di là spedì messi ai baroni delle due provincie per sollecitare aiuti alla causa reale, dando loro la posta a Marsicovetere, dove egli stesso era per recarsi in compagnia del principe di quella terra Salvatore Caracciolo, che, con la forza di 50 cavalli, era venuto a raggiungerlo in Buccino.

Con questi non larghi sussidii di armati, il Duca si mette in marcia il giorno 23 dicembre alla volta di Marsicovetere, nella Basilicata, conducendo seco la moglie e i figliuoli. Camminò due giorni per vie rotte dalla pioggia e cosparse di neve, e, sceso nella pianura solcata dall’Agri, giunse la sera a piè del colle, al quale è aggrappato il paese di Marsicovetere, ma seppe che esso era già stato occupato da 400 dei popolari delle squadre del dottor Cristiano10; sicché gli fu forza arrestarsi nella boscaglia, ove l’ampia casa baronale diè ricetto alla comitiva. E, mancati i baroni al convegno, chiuso egli in mezzo a paesi già in rivolta e con forze insufficienti anche alla personale difesa, risolse di tornare onde era venuto a Buccino, per mettervi al coperto la famiglia. E, seguendo la via più dritta, si mise in volta pel paese di Picerno, che era anch’esso un suo feudo; e, pure schivando di appressare alla città di Marsiconuovo, che già il Pastena aveva fatta insorgere, non poté scansare pel territorio di questa gli agguati degli insorti, che gli fecero fuoco alle spalle, e uccisero qualcuno della scorta. Passò alla men triste e fu a Picerno la sera, nella lusinga di migliore ventura. Ma il giorno dopo venne da Tito, con trecento armati, un capo de’ popolari per assalirlo; quei di Picerno tumultuano, gli si levano contro, uccidono uno dei suoi famigliari, ed egli con la famiglia scampa alla meglio, ma perde, ricco bottino ai tumultuanti, bagaglio di argenti, di gioie e danaro11.

E cacciato che fu il duca di Martina nella provincia di Salerno, il Cristiano e le sue bande tornano per l’interno della Basilicata. Già Tricarico, notevole città sede di vescovo, si era pronunziata pel partito popolare: messosi a capo del moto un suo cittadino di molto seguito12, che ebbe nome Vincenzo Vinciguerra; i tumultuanti saccheggiarono, secondo il costume, le case degli aderenti alla parte spagnuola; ma non fu tocca quella di un cittadino che era governatore pel re nella città di Gravina; onde è che questi venne in sospetto al Viceré e fu arrestato13. Anche il vescovo era fuggito. A Grottole, prossima a Tricarico, il notaio Evangelista Moriello solleva il popolo: così altre terre d’intorno. Il fuoco dilatava, ed ogni sforzo dei popolari intendeva che avvampasse Terra di Bari e Terra d’Otranto, ove erano città importanti, e dove era raccolta la maggior forza dei baroni aderenti e propugnatori del partito regio.

Il duca di Guisa aveva tratto dalle carceri della Vicaria un Salazar conte di Vaglio, che fu uomo di vita sregolata, ma bravo e intraprendente: e dandogli titolo e ufficio di governatore delle armi, lo mandò a sostenere la causa del popolo, o sua, per la provincia di Principato Citeriore e per le Puglie. Doveva raccogliere le forze popolari in una massa di gente tale da bastare ad imprese notevoli; doveva, mercé raccolta di vettovaglie nei paesi insorti, provvedere all’annona della città capitale, stremata di viveri e bloccata; doveva disperdere le forze dei baroni del partito regio, che si venivano raccogliendo per le Puglie. I varii capi delle bande popolari ebbero ordini di riunirsi al conte, governatore delle armi della real repubblica; e quelli infatti convengono verso il Barese, meno forse l’Ippolito Pastena, sia che sdegnasse sottostare agli ordini di altri, sia perché sentisse i segreti influssi piuttosto del Gennaro Annese che del Guisa.

Giovanni Grillo, genovese di origine, fatto ricco dai commerci e diventato conte di Montescaglioso, era a capo di una delle bande popolari, che dal ducato di Amalfi passò in Basilicata per unirsi al conte del Vaglio.

Qui il Conte si congiunge col dottor Cristiano; ed a forze unite assalsero o presero Rocca Imperiale14, una terra, più che città, sul mare Jonio, fortificata contro i pirati di cannoni e di muraglie. Ne trassero qualche cannone e molta munizione da guerra: la fama e la fortuna delle armi popolari ne crebbe: e i magistrati regi del Barese ne impensierirono e corsero a riparo.

Dalle rive del Jonio il Cristiano piegò a Pisticci, che osò resistere, ma fu presa di forza e punita di sacco: quindi passò a Ferrandina, che aprì le porte di buono o mal grado. Era qui arrivato giorni innanzi il consigliere Gamboa, alto magistrato regio del Leccese, con gente d’armi; ed ivi aspettava, per un’azione comune, il duca di Martina, che da Buccino tornava al governo di Basilicata; ma le vittorie del Cristiano e l’animo ostile dei popoli al governo di Spagna, e l’aperto tumultuare di essi, costrinsero sì il Gamboa, sì il Martina, giunto il giorno di poi, a sloggiare da Ferrandina e ripiegare verso il Barese.

Punita Pisticci, ed occupata Ferrandina, le terre d’intorno si affrettarono a seguire l’esempio della resa; ed oltre a Grottole, già per interno moto sollevata, fecero lo stesso Pomarico, Miglionico, Montescaglioso, Laterza ed altre del Leccese. Allora, o in quel torno, insorsero ferocemente Latronico e Carbone; in quella la plebe trucidò il barone Ravaschieri e due suoi fratelli; in questa uno o due frati della famiglia del Commendatario, che l’aveva in feudo.

Dall’altra parte della provincia, verso il Melfese, erano già pronunziate per la repubblica le terre di Lavello, di Spinazzola, di Genzano, di Venosa, sia che fossero sollevate da Vincenzo Pastena, fratello di Ippolito e capo di minori bande, sia agli impulsi del dottor Cristiano, che era nato, come fu detto, in un paese di quella regione del Melfese, donde erano raccogliticcie le prime sue bande, e che (scrive il cronista) scorreva allagando la provincia come un torrente15.

Laonde ai principii dell’anno 1648 tutta la regione basilicatese parve conquistata al governo popolare del Duca; il quale, riconoscendo il fatto come opera segnatamente del dottor Cristiano, gli conferì titolo e patente di capitano generale16.

Titolo e ufficio identico aveva dato per la stessa provincia Gennaro Annese nel tempo della sua dittatura ad Ippolito Pastena; di tal che non tardò a sorgere gelosia di comando e lotta di competenza tra il Pastena ed il Cristiano: anzi quello, nell’impeto di una natura rotta ad ogni violenza, parve marciasse con le sue bande contro la truppa del Cristiano. Il conte del Vaglio, che era già con sue forze pel Barese, accorse a favore del Cristiano, e dichiarando costui suo luogotenente obbligò il Pastena a ritirarsi.

Allora, che era il febbraio del 1648, congiunte alle forze del conte quelle del Cristiano e quelle del Grillo e di altri capi minori, il conte del Vaglio si trova a capo d’un esercito che è detto di 5350 uomini, se può credersi alla statistica militare della scrittrice sovente ricordata17, e che operava per le zone di paesi tra la Basilicata, la Terra di Bari e la Terra di Otranto.

A tale apparato di forza, e con l’aura che spirava favorevole al governo popolare della città capitale, le terre e città della regione si affrettavano a mandare deputazioni e messaggi ai liberatori, che francavano borghesi dalle prepotenze dei baroni, e borghesi e villani dagli aggravi del fisco.

E i liberatori, entrando nelle città o terre amiche, cominciavano dal fare inquisizioni, non so se dire requisizioni (perché se la parola è di genio moderno, l’idea che rappresenta è tanto vecchia, quanto lo stato di guerra), requisizioni di grani ed altro genere vettovaglie18; e queste per metà spedivano alla volta di Napoli a soccorso dell’annona assottigliata della città, e il resto era ripartito sia tra i denunciatori delle nascoste derrate sia per la necessità dei viveri delle stesse bande. E mentre questo avveniva da un lato, dall’altro il conte di Conversano entrando nelle città amiche imponeva una tassa ai possidenti, per mantenere le sue milizie. È l’eterno e così detto diritto di guerra!

Matera, città ricca e popolosa, allora in terra d’Otranto, accolse il dottor Cristiano, perché la parte popolare sollevantesi l’impose a quei del reggimento, e andò incontro ai liberatori; non altrimenti i paesi d’intorno. Gravina all’appressare dei popolari fu sgombra dal consigliere Gamboa che si ritrasse a Taranto; e fu occupata dal conte del Vaglio; mentre Altamura, importante città murata, fu occupata dal dottor Cristiano. E qui trai due maggiori capeggiane quelle varie masse di armati si rivelò aperto un dissidio per «gelosia di comando» e il dissidio divenne rottura, di tal che il dottor Cristiano si apparecchiava a muovere contro il Vaglio ed occupare Gravina: ma i sopraggiunti ordini del Duca rattennero il focoso dottore. Da Altamura annodò segrete intelligenze con Taranto; e questa città, sommossa da un Donato Altamura, poté gridare, benché per breve tempo, il governo popolare.

Le forze del partito regio delle Puglie, con a capo il Boccapianola comandante le armi, il Duca di Martina, ed uno dei più fieri, audaci e intraprendenti baroni, che era il duca di Conversano, si presentarono due volte, il 29 febbraio e il 2 di marzo, sotto le mura di Altamura, per sollecitare un moto interno contro Cristiano, mentre essi attaccherebbero la piazza; ma le due volte furono respinti dall’animoso e sagace dottore, che aveva avvalorata la difesa di ripari e di trincee. Il Conversano al 2 marzo investì la piazza con quattro cannoni: i difensori anche questa volta fugarono fanti e cavalleria; e in un’animosa sortita s’impadronirono di un cannone; e quelli del Conversano che osarono di ripigliarli, furono tagliati a pezzi, tra cui un Luise Paladino, gentiluomo di Lecce19.

Cresciuto d animo il dottor Cristiano mosse verso Taranto per risollevare la parte popolare, che era caduta, dopo che il Donato Altamura, capo del sollevamento di Taranto fu morto, e il moto dei suoi represso dal duca di Martina. Ma dalla città fu respinto; e questo fu il primo scacco (dice il cronista20), che egli subì; essendo sempre riusciti a bene l’ordinamento, l’avvedutezza nonché la fortuna sua. Tornò dunque ad Altamura, mentre il Vaglio era a Gravina.

In questa alternativa di rovesci, di vittorie, di ribollimenti popolari, per tutte le provincie del Regno, il governo del Viceré ebbe il Sopravvento, da poiché s’impadronì della città di Napoli nel 6 di aprile; e il Guisa, fuggitivo verso il confine romano, fu fatto prigioniero e condotto a Gaeta. Gli animi dei popolari caddero; anzi gli stessi popolari, qui e qua, secondo la solita vicenda dell’aura democratica, imprigionarono quando non trucidarono i capi dei governi locali, a ingraziarsi i vincitori. Così a Tricarico: ove all’avvicinarsi del duca di Martina, e con suo intendimento, fu ucciso il Vinciguerra capo dei popolari, con altri dei suoi seguaci; e la città tornò al governo regio; così tutti gli altri paesi della Basilicata, pei quali veniva cavalcando con una squadra di 200 cavalli il duca di Martina. Al Boccapianola, comandante le armi, si resero similmente Matera, Gravina, Altamura. A Gravina con intendimento e suggerimento del Vescovo, fu fatto prigione il conte di Vaglio; e gli fu troncato il capo nel castello di Barletta.

Matteo Cristiano, invece, che era in Altamura, passò, dicono i cronisti21, «al partito regio» grazie alle pratiche di un Denovellis, barone di Grassano. E così, poco chiaramente, molto deplorevolmente per l’onor suo, ebbe fine l’impresa e la parte del dottor. Matteo Cristiano. Deplorevolmente, perché non pare si trattasse unicamente di capitolazione della città con patto di amnistia per sé ed i suoi. Un cronista barese contemporaneo22 scrisse che egli, il dottor Cristiano, fu fatto governatore della stessa città di Altamura!

Né qui finisce la storia dell’uomo: della quale l’ultima fase ci resta nelle sue cause, non negli effetti, oscura. È accertato che egli lasciò la testa sul palco in Napoli, insieme a Don Pietro Conclubet dei marchesi di Arena, ed a Damiano Tauro: i due primi sul palco, privilegio dei nobili; l’ultimo di capestro, perché di razza non degna della scure23. Ciò avvenne nel 23 agosto del 1653. Tutti e tre, dice il Parrino, furono presi nella state di quell’anno negli Abruzzi, ove erano tra i capi degli insorti e dei banditi di quella regione. Onde è da credere, che il Cristiano, irrequieto e insoddisfatto di sé e degli eventi, o sospettoso di segrete vendette del Viceré, disertò nuovamente dalla parte regia, come il Conclubet medesimo, che era già ufficiale superiore dello esercito spagnolo fino al 1648; e si recò negli Abruzzi, sia per passare esule e fuggitivo negli stati del Papa, sia, di animo deliberato, per riunirsi a coloro, che sui confini mantenevano accesi i fuochi della rivolta a Spagna, prestando esca e speranze l’ambasciatore francese in Roma.

Cadde dunque da nobile sul palco: e noi chiudendo questa pagina di tragica storia, ci è forza confessare che non sappiamo per quali chiare ragioni si levò in armi, per quali politici ideali volle combattere, per quali non ignobili necessità si determinò a capitolare, e per quali nuove ragioni ruppe fede di nuovo al governo accettato. Ed è lacuna spiacevole nella biografia di un uomo che ebbe, di certo, generosi spiriti, ed era degno di migliore fine, e, forse, di più pura fama nella storia.

NOTE

1. CAPECELATRO, nel Diario, di cui il seguito (III, pag. 442) pubblicato in Napoli nel 1854.

2. PARRINO, Teatro dei viceré. — Vita del Duca di Arcos. Vol. II, pag. 163 della ediz. di Napoli, 1876.

3. Le prove di ciò sono nel libro del valoroso magistrato ed uomo di lettore NICOLA CIANCI SANSEVERINO: I campi pubblici di alcuni castelli del medio evo, in Basilicata. Napoli, 1891.

4. Madamigella DE LUSSAN (1682-1758) (che venne detta figlia naturale di Tommaso di Savoia), nel libro: Histoire de la révolution du royaume de Naples dans les années 1647-48. Paris, 1757 (vol. 3°, p. 270). Il libro, di certo, fu compilato su documenti che appartennero al Duca di Guisa.

5. DE LUSSAN, III, p. 349.

6. DE LUSSAN, III, pag. 349.

7. In PETRONI, Storia di Bari, pag. 69, II.

8. In PETRONI, ibidem.

9. Francesco CAPECELATRO, Diario delle cose avvenute nel reame di Napoli negli anni 1647-48. Napoli, 1854, vol. III, pag. 99.

10. DE LUSSAN, III, pag. 354.

11. CAPECELATRO, ibid. — DE LUSSAN, III, p. 354.

12. CAPECELATRO, III, pag. 118.

13. PETRONI, Stor. di Bari, II, pag. 76.

14. DE LUSSAN, III, pag. 349.

15. DE LUSSAN, III, 354.

16. DE LUSSAN, III, 349.

17. La DE LUSSAN, p. 355.

18. Nelle Memorie del Duca di Guisa, lib. III, p. 117, è detto:

«A tenore degli ordini, furono raccolti in Puglia 150 mila carichi di grano, e 80 mila in Basilicata».

19. PARRINO, Le rivoluzioni deI Regno di Napoli negli anni 1647-48. Napoli, 1861, p. 332.

20. DE LUSSAN, III, p. 377.

21. CAPECELATRO, v. III, pag. 118.

22. Il PETRONI, Storia, ecc. vol. II, pag. 86, lo riferisce da una cronaca barese, ancora inedita allora. Ma di recente fu pubblicata dall’egregio E. Rogadeo La cronica della città e provincia di Bari, ecc., di GIOV. BATTISTA PYRRIS. Trani 1804, ed in essa si legge a pag. 47:

«Nell’istesso tempo il signor duca delle Nuci, figlio del conte di Conversano andò in Altamura al quale uscì incontro Matteo Cristiano con lo stendardo reale, avendolo fatto alberare quattro giorni prima: ed entrati insieme in Altamura, detto Matteo Cristiano fu fatto governatore et capitano a guerra di detta terra, con molto gusto delli terrazzani».

Il Capecelatro non ne dice nulla; anzi accenna «alla fuga di Cristiano da Altamura»: ma egli stesso scrisse (come abbiamo riferito) che il Cristiano «passò al partito regio» con parole di molto significato.

23. Negli Atti dell’Accademia Pontaniana, vol. 23 (Napoli, 1893) è una memoria del Comm. NICOLA CIANCI DI SANSEVERINO, sopralodato, ove è pubblicato il biglietto del Viceré, in data 18 agosto 1653, che nomina il Tribunale straordinario che giudicherà

«della causa del dott. Matteo Cristiano, D. Pietro Conclubet, Damiano Tauro e loro complici, dei delitti di ribellione di campagna con altri delitti da loro commossi…»

Pare intendesse dire di scorritori di campagna, come nel napoletano erano denominati i grassatori di strada a torme e brigate, ribelli alla forza pubblica.

PARTE II - La Basilicata

CAPITOLO XIII

MOTI POPOLARI NELLA PROVINCIA, ALLA METÀ DEL SECOLO XVII (1647 E 1648)

Chiuso il periodo delle guerre dinastiche e delle turbolenze feudali col secolo XV, e disceso il reame di Napoli, nel secolo XVI, all’umile grado di provincia della grande e lontana monarchia di Spagna, la regione nostra, come quasi tutte le altre provincie napolitane, non ebbe altre guerre che le domestiche degli esattori regii o feudali contro i vassalli del barone o del re, e le rapine violenti dei masnadieri e banditi scorrazzanti a schiere pei boschi e per le pubbliche vie, e le piraterie dei predoni turchi per le sue spiagge. Ma, nel corso del secolo XVII, a questi perpetui, ma non unici fattori del generale malessere, vuolsi aggiungere un conato di popolo, che scuotendo la generale atonia e le fibre degli abitanti per tutti gli angoli del reame, mostra, forse per la prima volta, in mezzo alle esplosioni violenti di personali cupidigie e di ogni sorta di disordini, l’alba di un sentimento politico; che se non riesce ad esternarsi manifesto, è pure alito che circola segreto nel complesso delle varie vicende di quei rivolgimenti che si svolsero negli anni 1647 e 1648.

Il tumulto della città di Napoli, scoppiato il giorno 8 luglio del 1647, a causa prossima del nuovo balzello sulle frutta, si ripercosse e propagò per le città circostanti e le provincie; e divenne gradatamente, più che tumulto, rivoluzione. A questa diede in segnacolo il suo nome, oggi famoso, Tommaso Aniello di Amalfi; ma non fu, veramente, che capo occasionale del semplice tumulto: egli surse, sovraneggiò e cadde in otto giorni. Il popolo rimasto in piedi proseguì incosciente e fatale l’arco della parabola; e rivendicando diritti e privilegi a pro della città di Napoli, non ebbe che impulsi e intenti e aspirazioni veramente non più che municipali: poi perseguitando, bestialmente, i publicani,e chiedendo, non ingiustamente, parità di diritti e privilegi ai nobili nel governo della città, offese i nobili preponderanti nel governo di essa; e minacciò i ricchi interessati nell’amministrazione delle gabelle ipotecate. Di qua l’elemento della lotta di classe nel tumulto di Napoli nel 1647.

Ma il tumulto, divampato e divampante per motivi economici, poiché non fu potuto reprimere, presto per difetto di forze adeguate, irruppe come fiumana in piena che spezza gli argini; e da feroce trambusto municipale tramutò in moto politico.

Erano tempi che Spagna e Francia contendevano di dominio e di preponderanza politica in Italia; e Spagna prevalendo, Francia tendeva l’occhio e spiava le occasioni per indebolirne il dominio o sopprimerlo. E poiché i tumulti napoletani del luglio duravano e ingagliardivano, rimbalzanti qua e là per le provincie, né gli animi quetavano, i capi del tumulto e i reggitori aperti o soppiatti del nuovo stato di cose, s’incontravano con gli interessi, con le aspirazioni e le mene della Francia; che rinfocolava da Roma le imprese dei male affetti al governo di Spagna.

Quindi nuovi aliti, nuove fasi e incidenti dei moti napoletani.

Il Viceré, Duca di Arcos, da prima cede e capitola col «fedelissimo popolo» insorto: tutte le grazie che vuole, tutte le giustizie, ossia le vendette che pretende, egli accoglie ed esegue; e tergiversando, lusingando, cospirando va innanzi due mesi, in attesa che arrivino i rinforzi dalla Spagna. E quando ai primi giorni dell’ottobre 1647 giunge la flotta spagnola e D. Giovanni D’Austria, figlio del re, nel golfo di Napoli, il Viceré cambia di metro; e chiede il disarmo del «fedelissimo popolo»: ma il popolo fedelissimo l’intende altrimenti: e la flotta cannoneggia la città; e il Duca Viceré riattaccando le segrete fila con i baroni, invisi al fedelissimo, li spinge a raccogliere le forze dei loro vassalli nei feudi per fare punta a Napoli; per sequestrare le vettovaglie che il traffico recasse alla ribelle città; e per impedire gli aiuti che dalle provinole in tumulto vengano, chiesti e sollecitati, alla contumace città capo dello Stato.

In questa entra in scena, a mezza maschera, la Francia, e, trovato che è disponibile a Roma un principe di sua casa reale, corrivo alle avventure come alle galanterie, ambizioso, intraprendente, coraggioso, questi si presenta alla Città, come inviato dalla Francia a liberare il buon popolo di Napoli. Egli era il Duca di Guisa: e il Duca dalla Città in feste viene acclamato generale delle armi e protettore e Duca, o Doge della «Serenissima reale Repubblica» di Napoli: e con esso e per esso al tumulto indeciso della città e delle provincie è dato apertamente il carattere politico.

Allora il contrasto delle forze e degli interessi, latente e indefinito, si scopre e determina. Quindi il reame si divide apertamente in partito popolare e in partito regio: il popolare sotto un’insegna mal definita e non compresa di una «repubblica reale», tende non a forme di reggimento democratico, ma sostanzialmente ad un sollievo delle gravi condizioni economiche nonché all’abbassamento delle prepotenze dei nobili; e l’altro, il partito spagnuolo, che era quello di baronaggio; e con esso ed in esso feudatari, nobili, cavalieri, alto clero e poca o punto borghesia civile; poca o punto, poiché la borghesia era ancora quasi in fascie per numero e importanza; e lo stesso numeroso ordine di chierici, parte e culla della borghesia napoletana, era propenso al partito popolare.

I tumulti della città si ripercuotevano nelle provincie; gl’incendi divampavano dappertutto all’esca della mala contentezza che avvolgeva tutti i cittadini. I banditi che, vecchia e depascente piaga, formicolavano pei boschi a drappelli, si accozzavano in masse, e, insieme alle plebi saccomanne, addivennero eserciti. Le comunità insorgevano, acclamando al governo popolare, e i magistrati regi o baronali fuggivano a scampo. Nella provincia di Lecce fu morto il consigliere Uraca, mandatovi dal viceré a refrenare i tumulti; il Boccapianola, comandante le armi, scampò la vita fuggendo dal castello di Barletta; non altrimenti da Capitanata il conte di Mola e gli uffiziali regii. Tumulti e ribellioni in Abruzzo, contro i baroni Marchese del Vasto e Ferrante Caracciolo, e contro il Pignatelli comandante le armi: ivi i banditi delle Marche, aumentati sterminatamente, erano venuti e raccolti al comando del famigerato bandito del regno, Giulio Pizzola. La città di Bari aveva levato rumore agli impulsi di un Masaniello locale; le altre città pugliesi, benché tenute a freno dal Duca di Conversano, potente, animoso e feroce sostenitore del partito regio, balenavano e rumoreggiavano. Le Calabrie più lontane da Napoli non risposero meno sollecite agli emissari mandati dall’Annese e dal Guisa, tra i quali ci occorre ricordare il nome di un Andrea Marotta, di Tramutola, che fu capo di bande o colonnello, come è detto nelle cronache, e pagò poi del capo la parte presa pel popolo nei rivolgimenti dell’epoca1.

Ma più largamente di tutte divamparono d’incendi e turbamenti la provincia di Terra di Lavoro, che era più prossima al focolare della città di Napoli, e, dopo di essa, la provincia di Principato Citeriore e quella di Basilicata, che il Parrino ed altri cronisti dicono «più contumaci delle altre»2.

Scorrazzavano pel Principato Citeriore tra Scafati, Cava, Salerno ed Eboli, con numerosa massa di gente, Ippolito Pastena, un bandito famoso, pieno di audacia, di accorgimento e di ferocia; e per la Basilicata il dottore Matteo Cristiano, che fu gentiluomo e uomo di lettere, anzi dottore in legge, e che, per gli avventurosi successi della sua impresa contro il governo di Spagna, merita speciale riguardo.

Era nato in Castelgrande, nel Melfese, l’anno 16163, e messosi a capo di gruppi di armati che crebbero man mano a più che un migliaio e mezzo, per la Basilicata e le Puglie delle Murgie ebbe successi notevoli; di tal che il Guisa, riconoscendolo a capo di un piccolo esercito, lo nominò «generale delle armi», e «non ebbe a pentirsene», aggiunge la scrittrice bene informata, che, nella storia dell’impresa napoletana del Duca di Guisa, dà del dottor Cristiano le maggiori notizie4.

Ippolito Pastena o della Pastena, che è un villaggio non lungi da Salerno, ebbe al suo comando, e di un suo fratello Vincenzo, una massa di oltre un migliaio di armati e s’impadronì di Scafati, ove erano i mulini pel vettovagliamento di Napoli, poi della città di Cava e bloccò la città di Salerno, ove era il Serbelloni, Preside della provincia. Salerno tenne fermo; ma, accresciute le forze del Pastena con altre masse di gente di Basilicata condotte dal Dottor Cristiano5, il Pastena, ai principii del dicembre 1647, strinse la città, impedì i viveri, devastò i campi d’intorno, e con l’aiuto dei popolani, che riaprirono nelle muraglie un valico già male asserragliato, vi penetrò, dopo otto giorni di blocco. Il Preside e i gentiluomini difensori fuggirono, e la città fu messa a sacco.

All’annunzio del grave successo tutti i paesi della provincia alzarono bandiera del popolo, e il Pastena, spargendosi intorno, acquistò anche la città di Marsiconovo6, ai confini di Basilicata, e penetrò in questa fin giù a Montepeloso. Eravi con le di lui turbe, secondo un cronista pugliese, anche un tal Francescantonio Fiorito, di Potenza7, con grossa mano di gente; e di certo eravi il Dottor Cristiano e i suoi.

A cacciare i popolari da Montepeloso vennero dal Barese il Duca di San Marco, preside della provincia, il preside della provincia di Lucera, il Conte di Celano ed altri baroni, con 400 cavalli e con 500 armati pedoni: con essi si accodarono drappelli di preti armati dal Vescovo di Gravina, che era Vescovo altresì di Montepeloso. Tutta questa gente scaramucciò con i nemici; ne ebbe alcuni morti e feriti, e, anziché attaccarli, si tenne a bloccarli; ma il Pastena ed i suoi uscirono dal blocco bravamente di notte, e sollevarono altri paesi, tra cui ricordano Oppido, Cancellara e Pietragalla8.

Pertanto, messa in fuoco, dopo Salerno, anche la provincia di Basilicata, il Viceré Duca di Arcos intese a provvedervi. E al Serbelloni, che, come preside di Salerno, pare fosse anche preside per la Basilicata, sostituì per questa provincia il Duca di Martina e sollecitò che egli partisse per quei luoghi in commozione, a restituirvi l’ordine.

Il Duca di Martina9, con una squadra di 50 cavalli, in quattro giorni fu da Napoli a Buccino, che era una sua terra feudale in provincia di Salerno e non ancora occupata dai popolari: e di là spedì messi ai baroni delle due provincie per sollecitare aiuti alla causa reale, dando loro la posta a Marsicovetere, dove egli stesso era per recarsi in compagnia del principe di quella terra Salvatore Caracciolo, che, con la forza di 50 cavalli, era venuto a raggiungerlo in Buccino.

Con questi non larghi sussidii di armati, il Duca si mette in marcia il giorno 23 dicembre alla volta di Marsicovetere, nella Basilicata, conducendo seco la moglie e i figliuoli. Camminò due giorni per vie rotte dalla pioggia e cosparse di neve, e, sceso nella pianura solcata dall’Agri, giunse la sera a piè del colle, al quale è aggrappato il paese di Marsicovetere, ma seppe che esso era già stato occupato da 400 dei popolari delle squadre del dottor Cristiano10; sicché gli fu forza arrestarsi nella boscaglia, ove l’ampia casa baronale diè ricetto alla comitiva. E, mancati i baroni al convegno, chiuso egli in mezzo a paesi già in rivolta e con forze insufficienti anche alla personale difesa, risolse di tornare onde era venuto a Buccino, per mettervi al coperto la famiglia. E, seguendo la via più dritta, si mise in volta pel paese di Picerno, che era anch’esso un suo feudo; e, pure schivando di appressare alla città di Marsiconuovo, che già il Pastena aveva fatta insorgere, non poté scansare pel territorio di questa gli agguati degli insorti, che gli fecero fuoco alle spalle, e uccisero qualcuno della scorta. Passò alla men triste e fu a Picerno la sera, nella lusinga di migliore ventura. Ma il giorno dopo venne da Tito, con trecento armati, un capo de’ popolari per assalirlo; quei di Picerno tumultuano, gli si levano contro, uccidono uno dei suoi famigliari, ed egli con la famiglia scampa alla meglio, ma perde, ricco bottino ai tumultuanti, bagaglio di argenti, di gioie e danaro11.

E cacciato che fu il duca di Martina nella provincia di Salerno, il Cristiano e le sue bande tornano per l’interno della Basilicata. Già Tricarico, notevole città sede di vescovo, si era pronunziata pel partito popolare: messosi a capo del moto un suo cittadino di molto seguito12, che ebbe nome Vincenzo Vinciguerra; i tumultuanti saccheggiarono, secondo il costume, le case degli aderenti alla parte spagnuola; ma non fu tocca quella di un cittadino che era governatore pel re nella città di Gravina; onde è che questi venne in sospetto al Viceré e fu arrestato13. Anche il vescovo era fuggito. A Grottole, prossima a Tricarico, il notaio Evangelista Moriello solleva il popolo: così altre terre d’intorno. Il fuoco dilatava, ed ogni sforzo dei popolari intendeva che avvampasse Terra di Bari e Terra d’Otranto, ove erano città importanti, e dove era raccolta la maggior forza dei baroni aderenti e propugnatori del partito regio.

Il duca di Guisa aveva tratto dalle carceri della Vicaria un Salazar conte di Vaglio, che fu uomo di vita sregolata, ma bravo e intraprendente: e dandogli titolo e ufficio di governatore delle armi, lo mandò a sostenere la causa del popolo, o sua, per la provincia di Principato Citeriore e per le Puglie. Doveva raccogliere le forze popolari in una massa di gente tale da bastare ad imprese notevoli; doveva, mercé raccolta di vettovaglie nei paesi insorti, provvedere all’annona della città capitale, stremata di viveri e bloccata; doveva disperdere le forze dei baroni del partito regio, che si venivano raccogliendo per le Puglie. I varii capi delle bande popolari ebbero ordini di riunirsi al conte, governatore delle armi della real repubblica; e quelli infatti convengono verso il Barese, meno forse l’Ippolito Pastena, sia che sdegnasse sottostare agli ordini di altri, sia perché sentisse i segreti influssi piuttosto del Gennaro Annese che del Guisa.

Giovanni Grillo, genovese di origine, fatto ricco dai commerci e diventato conte di Montescaglioso, era a capo di una delle bande popolari, che dal ducato di Amalfi passò in Basilicata per unirsi al conte del Vaglio.

Qui il Conte si congiunge col dottor Cristiano; ed a forze unite assalsero o presero Rocca Imperiale14, una terra, più che città, sul mare Jonio, fortificata contro i pirati di cannoni e di muraglie. Ne trassero qualche cannone e molta munizione da guerra: la fama e la fortuna delle armi popolari ne crebbe: e i magistrati regi del Barese ne impensierirono e corsero a riparo.

Dalle rive del Jonio il Cristiano piegò a Pisticci, che osò resistere, ma fu presa di forza e punita di sacco: quindi passò a Ferrandina, che aprì le porte di buono o mal grado. Era qui arrivato giorni innanzi il consigliere Gamboa, alto magistrato regio del Leccese, con gente d’armi; ed ivi aspettava, per un’azione comune, il duca di Martina, che da Buccino tornava al governo di Basilicata; ma le vittorie del Cristiano e l’animo ostile dei popoli al governo di Spagna, e l’aperto tumultuare di essi, costrinsero sì il Gamboa, sì il Martina, giunto il giorno di poi, a sloggiare da Ferrandina e ripiegare verso il Barese.

Punita Pisticci, ed occupata Ferrandina, le terre d’intorno si affrettarono a seguire l’esempio della resa; ed oltre a Grottole, già per interno moto sollevata, fecero lo stesso Pomarico, Miglionico, Montescaglioso, Laterza ed altre del Leccese. Allora, o in quel torno, insorsero ferocemente Latronico e Carbone; in quella la plebe trucidò il barone Ravaschieri e due suoi fratelli; in questa uno o due frati della famiglia del Commendatario, che l’aveva in feudo.

Dall’altra parte della provincia, verso il Melfese, erano già pronunziate per la repubblica le terre di Lavello, di Spinazzola, di Genzano, di Venosa, sia che fossero sollevate da Vincenzo Pastena, fratello di Ippolito e capo di minori bande, sia agli impulsi del dottor Cristiano, che era nato, come fu detto, in un paese di quella regione del Melfese, donde erano raccogliticcie le prime sue bande, e che (scrive il cronista) scorreva allagando la provincia come un torrente15.

Laonde ai principii dell’anno 1648 tutta la regione basilicatese parve conquistata al governo popolare del Duca; il quale, riconoscendo il fatto come opera segnatamente del dottor Cristiano, gli conferì titolo e patente di capitano generale16.

Titolo e ufficio identico aveva dato per la stessa provincia Gennaro Annese nel tempo della sua dittatura ad Ippolito Pastena; di tal che non tardò a sorgere gelosia di comando e lotta di competenza tra il Pastena ed il Cristiano: anzi quello, nell’impeto di una natura rotta ad ogni violenza, parve marciasse con le sue bande contro la truppa del Cristiano. Il conte del Vaglio, che era già con sue forze pel Barese, accorse a favore del Cristiano, e dichiarando costui suo luogotenente obbligò il Pastena a ritirarsi.

Allora, che era il febbraio del 1648, congiunte alle forze del conte quelle del Cristiano e quelle del Grillo e di altri capi minori, il conte del Vaglio si trova a capo d’un esercito che è detto di 5350 uomini, se può credersi alla statistica militare della scrittrice sovente ricordata17, e che operava per le zone di paesi tra la Basilicata, la Terra di Bari e la Terra di Otranto.

A tale apparato di forza, e con l’aura che spirava favorevole al governo popolare della città capitale, le terre e città della regione si affrettavano a mandare deputazioni e messaggi ai liberatori, che francavano borghesi dalle prepotenze dei baroni, e borghesi e villani dagli aggravi del fisco.

E i liberatori, entrando nelle città o terre amiche, cominciavano dal fare inquisizioni, non so se dire requisizioni (perché se la parola è di genio moderno, l’idea che rappresenta è tanto vecchia, quanto lo stato di guerra), requisizioni di grani ed altro genere vettovaglie18; e queste per metà spedivano alla volta di Napoli a soccorso dell’annona assottigliata della città, e il resto era ripartito sia tra i denunciatori delle nascoste derrate sia per la necessità dei viveri delle stesse bande. E mentre questo avveniva da un lato, dall’altro il conte di Conversano entrando nelle città amiche imponeva una tassa ai possidenti, per mantenere le sue milizie. È l’eterno e così detto diritto di guerra!

Matera, città ricca e popolosa, allora in terra d’Otranto, accolse il dottor Cristiano, perché la parte popolare sollevantesi l’impose a quei del reggimento, e andò incontro ai liberatori; non altrimenti i paesi d’intorno. Gravina all’appressare dei popolari fu sgombra dal consigliere Gamboa che si ritrasse a Taranto; e fu occupata dal conte del Vaglio; mentre Altamura, importante città murata, fu occupata dal dottor Cristiano. E qui trai due maggiori capeggiane quelle varie masse di armati si rivelò aperto un dissidio per «gelosia di comando» e il dissidio divenne rottura, di tal che il dottor Cristiano si apparecchiava a muovere contro il Vaglio ed occupare Gravina: ma i sopraggiunti ordini del Duca rattennero il focoso dottore. Da Altamura annodò segrete intelligenze con Taranto; e questa città, sommossa da un Donato Altamura, poté gridare, benché per breve tempo, il governo popolare.

Le forze del partito regio delle Puglie, con a capo il Boccapianola comandante le armi, il Duca di Martina, ed uno dei più fieri, audaci e intraprendenti baroni, che era il duca di Conversano, si presentarono due volte, il 29 febbraio e il 2 di marzo, sotto le mura di Altamura, per sollecitare un moto interno contro Cristiano, mentre essi attaccherebbero la piazza; ma le due volte furono respinti dall’animoso e sagace dottore, che aveva avvalorata la difesa di ripari e di trincee. Il Conversano al 2 marzo investì la piazza con quattro cannoni: i difensori anche questa volta fugarono fanti e cavalleria; e in un’animosa sortita s’impadronirono di un cannone; e quelli del Conversano che osarono di ripigliarli, furono tagliati a pezzi, tra cui un Luise Paladino, gentiluomo di Lecce19.

Cresciuto d animo il dottor Cristiano mosse verso Taranto per risollevare la parte popolare, che era caduta, dopo che il Donato Altamura, capo del sollevamento di Taranto fu morto, e il moto dei suoi represso dal duca di Martina. Ma dalla città fu respinto; e questo fu il primo scacco (dice il cronista20), che egli subì; essendo sempre riusciti a bene l’ordinamento, l’avvedutezza nonché la fortuna sua. Tornò dunque ad Altamura, mentre il Vaglio era a Gravina.

In questa alternativa di rovesci, di vittorie, di ribollimenti popolari, per tutte le provincie del Regno, il governo del Viceré ebbe il Sopravvento, da poiché s’impadronì della città di Napoli nel 6 di aprile; e il Guisa, fuggitivo verso il confine romano, fu fatto prigioniero e condotto a Gaeta. Gli animi dei popolari caddero; anzi gli stessi popolari, qui e qua, secondo la solita vicenda dell’aura democratica, imprigionarono quando non trucidarono i capi dei governi locali, a ingraziarsi i vincitori. Così a Tricarico: ove all’avvicinarsi del duca di Martina, e con suo intendimento, fu ucciso il Vinciguerra capo dei popolari, con altri dei suoi seguaci; e la città tornò al governo regio; così tutti gli altri paesi della Basilicata, pei quali veniva cavalcando con una squadra di 200 cavalli il duca di Martina. Al Boccapianola, comandante le armi, si resero similmente Matera, Gravina, Altamura. A Gravina con intendimento e suggerimento del Vescovo, fu fatto prigione il conte di Vaglio; e gli fu troncato il capo nel castello di Barletta.

Matteo Cristiano, invece, che era in Altamura, passò, dicono i cronisti21, «al partito regio» grazie alle pratiche di un Denovellis, barone di Grassano. E così, poco chiaramente, molto deplorevolmente per l’onor suo, ebbe fine l’impresa e la parte del dottor. Matteo Cristiano. Deplorevolmente, perché non pare si trattasse unicamente di capitolazione della città con patto di amnistia per sé ed i suoi. Un cronista barese contemporaneo22 scrisse che egli, il dottor Cristiano, fu fatto governatore della stessa città di Altamura!

Né qui finisce la storia dell’uomo: della quale l’ultima fase ci resta nelle sue cause, non negli effetti, oscura. È accertato che egli lasciò la testa sul palco in Napoli, insieme a Don Pietro Conclubet dei marchesi di Arena, ed a Damiano Tauro: i due primi sul palco, privilegio dei nobili; l’ultimo di capestro, perché di razza non degna della scure23. Ciò avvenne nel 23 agosto del 1653. Tutti e tre, dice il Parrino, furono presi nella state di quell’anno negli Abruzzi, ove erano tra i capi degli insorti e dei banditi di quella regione. Onde è da credere, che il Cristiano, irrequieto e insoddisfatto di sé e degli eventi, o sospettoso di segrete vendette del Viceré, disertò nuovamente dalla parte regia, come il Conclubet medesimo, che era già ufficiale superiore dello esercito spagnolo fino al 1648; e si recò negli Abruzzi, sia per passare esule e fuggitivo negli stati del Papa, sia, di animo deliberato, per riunirsi a coloro, che sui confini mantenevano accesi i fuochi della rivolta a Spagna, prestando esca e speranze l’ambasciatore francese in Roma.

Cadde dunque da nobile sul palco: e noi chiudendo questa pagina di tragica storia, ci è forza confessare che non sappiamo per quali chiare ragioni si levò in armi, per quali politici ideali volle combattere, per quali non ignobili necessità si determinò a capitolare, e per quali nuove ragioni ruppe fede di nuovo al governo accettato. Ed è lacuna spiacevole nella biografia di un uomo che ebbe, di certo, generosi spiriti, ed era degno di migliore fine, e, forse, di più pura fama nella storia.

NOTE

1. CAPECELATRO, nel Diario, di cui il seguito (III, pag. 442) pubblicato in Napoli nel 1854.

2. PARRINO, Teatro dei viceré. — Vita del Duca di Arcos. Vol. II, pag. 163 della ediz. di Napoli, 1876.

3. Le prove di ciò sono nel libro del valoroso magistrato ed uomo di lettore NICOLA CIANCI SANSEVERINO: I campi pubblici di alcuni castelli del medio evo, in Basilicata. Napoli, 1891.

4. Madamigella DE LUSSAN (1682-1758) (che venne detta figlia naturale di Tommaso di Savoia), nel libro: Histoire de la révolution du royaume de Naples dans les années 1647-48. Paris, 1757 (vol. 3°, p. 270). Il libro, di certo, fu compilato su documenti che appartennero al Duca di Guisa.

5. DE LUSSAN, III, p. 349.

6. DE LUSSAN, III, pag. 349.

7. In PETRONI, Storia di Bari, pag. 69, II.

8. In PETRONI, ibidem.

9. Francesco CAPECELATRO, Diario delle cose avvenute nel reame di Napoli negli anni 1647-48. Napoli, 1854, vol. III, pag. 99.

10. DE LUSSAN, III, pag. 354.

11. CAPECELATRO, ibid. — DE LUSSAN, III, p. 354.

12. CAPECELATRO, III, pag. 118.

13. PETRONI, Stor. di Bari, II, pag. 76.

14. DE LUSSAN, III, pag. 349.

15. DE LUSSAN, III, 354.

16. DE LUSSAN, III, 349.

17. La DE LUSSAN, p. 355.

18. Nelle Memorie del Duca di Guisa, lib. III, p. 117, è detto:

«A tenore degli ordini, furono raccolti in Puglia 150 mila carichi di grano, e 80 mila in Basilicata».

19. PARRINO, Le rivoluzioni deI Regno di Napoli negli anni 1647-48. Napoli, 1861, p. 332.

20. DE LUSSAN, III, p. 377.

21. CAPECELATRO, v. III, pag. 118.

22. Il PETRONI, Storia, ecc. vol. II, pag. 86, lo riferisce da una cronaca barese, ancora inedita allora. Ma di recente fu pubblicata dall’egregio E. Rogadeo La cronica della città e provincia di Bari, ecc., di GIOV. BATTISTA PYRRIS. Trani 1804, ed in essa si legge a pag. 47:

«Nell’istesso tempo il signor duca delle Nuci, figlio del conte di Conversano andò in Altamura al quale uscì incontro Matteo Cristiano con lo stendardo reale, avendolo fatto alberare quattro giorni prima: ed entrati insieme in Altamura, detto Matteo Cristiano fu fatto governatore et capitano a guerra di detta terra, con molto gusto delli terrazzani».

Il Capecelatro non ne dice nulla; anzi accenna «alla fuga di Cristiano da Altamura»: ma egli stesso scrisse (come abbiamo riferito) che il Cristiano «passò al partito regio» con parole di molto significato.

23. Negli Atti dell’Accademia Pontaniana, vol. 23 (Napoli, 1893) è una memoria del Comm. NICOLA CIANCI DI SANSEVERINO, sopralodato, ove è pubblicato il biglietto del Viceré, in data 18 agosto 1653, che nomina il Tribunale straordinario che giudicherà

«della causa del dott. Matteo Cristiano, D. Pietro Conclubet, Damiano Tauro e loro complici, dei delitti di ribellione di campagna con altri delitti da loro commossi…»

Pare intendesse dire di scorritori di campagna, come nel napoletano erano denominati i grassatori di strada a torme e brigate, ribelli alla forza pubblica.

PARTE II - La Basilicata

CAPITOLO XIV

POPOLAZIONE ED ECONOMIA PUBBLICA

Alla storia della vita del popolo mancherebbe la notizia di maggiore importanza, se mancasse quella dell’economia pubblica sua. Noi non abbiamo potuto raccogliere se non pochi filamenti di essa; e pure deplorandone la scarsezza, non ometteremo di intesserli alla tela del nostro lavoro.

Di questi filamenti, il meno difettivo, ma non il più sicuro nella determinatezza sua, è la notizia statistica della popolazione.

Dai documenti autentici dei primi tempi angioini, che abbiamo riferiti nell’antecedente capitolo XI, il numero delle terre abitate nel giustizierato di Basilicata, è di 148; nell’elenco delle terre della provincia stessa, nell’anno 1445, discendono a 96; in documenti ufficiali del 1505, sono 97; nella numerazione dei fuochi del 1561, sono 98; dunque in meno di due secoli, dalla metà del XIII alla metà del XV, il numero delle città o terre abitate è diminuito di un terzo e più, ossia scomparsi non meno di cinquantaquattro paesi!

Quali cause producessero questo fenomeno, che rivela una vera crisi demografica della storia napoletana al finire del medio evo, non abbiamo saputo determinare. Certo è che non fu volontaria agglomerazione di terre, che disertando centri minori, venne ad accrescere gli abitatori degli altri. La popolazione in complesso non crebbe. Fu dunque l’effetto delle guerre continue devastatrici, delle angherie dei prepotenti, delle rapine de’ masnadieri, della insicurezza delle campagne; o fu l’effetto di cataclismi della terremoti, casmi e frane, e incendii appiccati dal caso o dalla malizia agli abituri di legno e di paglia delle misere popolazioni? Quando non si à notizia di ragioni più speciali e determinate, è forza accettare gli effetti di tutta insieme quella complessa condizione di cose. Un terremoto, è fama, distrusse Oggiano a metà del secolo XV, nel 1456, e agli stessi tempi, Casalaspro presso Pietragalla:1 violenze soldatesche distrussero nel secolo stesso Satriano; forse per incendii di masnadieri cadde, nel secolo innanzi, Anglona; Montechiaro, presso Carbone, abbruciò nel 1432; poi non si sa piu nulla.2

Il censimento della popolazione per numero di «fuochi» o famiglie, che già apparisce uno strumento fiscale dei tempi angioini, si ordina quale istituto periodico ai principii del secolo XVI; e per tutto il secolo XVII si ripete e rinnova a larghi tratti di tempo. Ma il civile provvedimento, che era disposto non per altro che agli intenti fiscali di ripartire un carico d’imposte, venne di mano in mano, non avvicinandosi sempre più al vero, ma invece turbando od offuscando ogni condizione di verità. Ciò non pertanto non potremmo non seguire i rivoli, torbidi e scarsi, di questa unica fonte. E da questi ci è noto, che, secondo l’«annotamento dei fuochi» dell’anno 1505, si numerano per la Basilicata fuochi o famiglie 22.295;3 poi nella numerazione del 1561,4 i fuochi crebbero a 38,753, con un aumento in 56 anni di 16.458 famiglie, che, alla ragione di cinque per ognuna, importerebbe un aumento notevole di 82 mila individui. A questa stregua la popolazione della provincia di Basilicata, sarebbe stata, a mezzo il secolo XVI, di 193.735 abitanti.

Ma ottantasette anni dipoi, la numerazione che porta la data del 1648, non trovò se non fuochi 39.201;5 e vuol dire un aumento di meno che 500 famiglie, ossia 2.500 persone, in tre quarti di secolo! Evidentemente le cifre non filano: e per quanto triste e distruttore di ogni prosperità pubblica sia a tutti noto il governo vicereale, non può per verità non sorgere il dubbio che o fu erronea e troppo al di sopra del vero la cifra del secolo XVI, o erronea e troppo al di sotto quella del secolo XVII, come è più probabile che fosse. Ad ogni modo, per testimonianza di questi documenti, nella metà del secolo XVII la popolazione assommava a 196.000 individui.

Negli anni 1656 e 1657 un’acerba pestilenza infierì per tutto il regno, all’infuori delle provincie di Otranto e di Calabria, ove il contagio non giunse. A significare l’intensità del male, gli scrittori del tempo ricordano che nella sola città di Napoli, in un solo giorno, i morti toccarono il numero di 15 mila!,6 e vuol dire che cotesti scrittori riecheggiarono Ie statistiche della fantasia popolare, percossa dallo spavento. Computarono i morti di quel contagio, per tutto il reame, ad oltre 500 mila. Ma su quali labili fondamenti asserirono, ora vedremo.

Il censimento che tenne dietro a questo immane flagello, porta la nota cronologica del 1669; e numerò per la provincia di Basilicata non più che fuochi 27.795; che vuol dire, nel corso di vent’anni dal 1648 al 1669, una diminuzione di 12.500 famiglie. La popolazione era dunque discesa dalle 200 mila alle 139.000: e una tale differenza metterla tutta in conto della peste, non mi parrebbe esatto. La diminuzione dei fuochi per tutto il reame tra l’una e l’altra di quelle numerazioni fu di 104.926; che ragguagliano su per giù alle 500.000 persone, che gli storici dissero mancate al reame per la peste del 1656, e che, come si vede, è un computo non altrimenti derivato che dalla differenza dei fuochi tra le due numerazioni: però d’insecura verità.

Dopo il 1669 e fino al 1736, che vuol dire ai principii del regno di Carlo III, furono fatte altre numerazioni di fuochi pel reame: ma il governo stesso, nonché pubblicarle, non ne tenne conto; di tal che la notizia ufficiale dei fuochi pel 1736, che è data per la Basilicata in numero di 26.019,7 non rispecchia la verità di un fatto demografico; ma è, dirò così, un termine medio artifiziale. Non altrimenti per tutte le altre provincie: essendoché la numerazione del 1736 è uguale, anzi di alcun che minore alla numerazione di 57 anni innanzi. La notizia statistica dei fuochi non serviva altrimenti che a ripartire per comunità, e non per famiglie, certa quantità d’imposte; il governo di Carlo III a non aggravare i popoli nel principio del nuovo regno, volle considerare il numero delle famiglie quale esso era sessant’anni innanzi in seguito ad una grande morìa: e vuol dire, che il nuovo governo, poiché mantenne inalterato l’antico dato di fatto del riparto, intese sgravare ai popoli qualcosa dei tributi fiscali.

Per conoscere, ancorché in misura approssimativa, il numero della popolazione della provincia ai principii del regno di Carlo III, ci è forza di scendere assai più giù; e avvalerci di computi induttivi. Nel 1791 i documenti uffiziali dell’epoca attribuiscono alla Basilicata 365.842 abitanti; trenta anni dopo nel 1823 gliene danno 402.367.8

Tanto l’uno quanto l’altro censimento di queste due epoche furono fatti dai parroci, per numerazione diretta non però simultanea; e non per famiglie, ma per individui: sarebbero pertanto meno discosti dal vero che le vecchie numerazioni per fuoco; e l’ultima del 1822 è di certo meno errata che quella del 1791. L’aumento tra queste due epoche ricadrebbe nella misura di poco meno che 1200 persone all’anno. Supponendo che lo stesso aumento annuo avesse avuto luogo nel secolo XVIII sotto il governo di Carlo III e di Ferdinando IV (ciò che per vero non è dimostrato, ma non parmi esagerato), la popolazione della provincia, nel 1736, avrebbe dovuto essere di 275 mila abitanti.

Ma in tante dubbiezze di computi, tutte coteste cifre statistiche non possono giovare altrimenti che come punti di confronto; ed anche, in termini di confronto, con scarso margine di verità. Come dato di confronto, se ne può dedurre che la popolazione ebbe un vivo impulso all’aumento nella prima metà del secolo XVI; restò ferma e inferma quasi per un secolo, dalla metà del XVI alla metà del XVII; riprende lena e salute dalla metà del secolo XVIII, che furono i tempi di Carlo III; e prosegue aumentando. A queste conclusioni statistiche in parte risponde la storia nota, in parte no; e dove non rispondono, gli è che le cifre non sono l’espressione di un’osservazione diretta e secura; ma indirettamente cavate fuori, per metodi induttivi, da altri dati, di dubbia autenticità anche essi.

Per l’ultimo ora decorso secolo diremo che per l’anno 1832 la popolazione della provincia si disse in numero di 458.242; pel 1841 di 488.463; pel 1851 di 501.222. Queste cifre sono uffiziali: ma raccolte coi vecchi metodi delle dichiarazioni successive, o derivate dalla notizia del movimento annuo dello stato civile, implicano indeclinabili errori di duplicazioni, o difetto.

I metodi di accertamento mutarono pel censimento del 1861, che riscontrò 492.959 individui presenti l’ultimo giorno dell’anno, nell’àmbito della provincia. Poi nel 1871 furono numerati 510.543; e crebbero a 524.505 nel 1881.9 La notte di quest’ultimo anno erano assenti dalla provincia 14.361 abitanti.

Se le cifre de’ due periodi gittassero esatte, si avrebbe in soli 29 anni, dal 1822 in poi, un aumento di popolo di oltre a 98 mila persone; e nei successivi 30 anni, dal 1851 in giù, non più che 23.283 di aumento. Ma le cifre vecchie e nuove non sono rigorosamente comparabili, perché rilevate con metodi diversi, e perché le antiche accumulano in unico computo popolazione presente ed assente; ciocché le nuove non fanno. Dopo il 1860, la novità del metodo del censimento a dichiarazioni simultanee, il sospetto di aggravii fiscali non solo nei cittadini singoli, ma, duole il dirlo, nelle stesse amministrazioni comunali che, se restasse il Comune al di qua di un certo limite di popolo, causavano i fastidii e le gravezze del dazio di consumo; in fine il fatto dell’emigrazione, larghissima nel secondo periodo e quasi nulla nel primo, spiegano la diversità delle cifre accertate dai vecchi o dai nuovi censimenti; i più antichi inesatti per eccesso, i più recenti per difetto. Del resto se la forza evolutiva della popolazione vien diminuendo d’intensità, non vuol dire o significare assolutamente un’inferma vitalità economica; ma è un fatto della fisica sociale che risponde a quel fatto della fisica dei corpi, pel quale il muoversi e il procedere è tanto più faticoso e però tardo, per quanto si fa più denso l’ambiente in cui si procede.

La poca certezza di coteste statistiche demografiche non ci abilita a giudizii di men dubbia certezza su altri fatti dell’economia pubblica, che prendono luce e senso da quelle.

Nel secolo XVI, i 38.753 fuochi numerati per la Basilicata nel 1561 pagavano di contribuzioni fiscali al pubblico erario ducati 58.517; indi ad un secolo, nel 1648, lo stesso numero di fuochi, o poco più, cioè 39.201, giravano ducati 163.393; e dopo la peste famosa del 1656 non ebbero a pagare che soli ducati 125.828 nell’anno 1669.10

Ma queste cifre rispecchiano poco o punto la realtà vera delle cose, e per molte ragioni. Anche a non tener conto che il valore del denaro non fu lo stesso tra il secolo XVI o il XVII, la somma dei tributi al pubblico tesoro non era che sola una parte dei carichi gravanti alle popolazioni; se queste erano inoltre soggette a gravezze in pro del comune e in pro del feudatario che restano ignote. E non rispecchiano la realtà delle cose segnatamente per questo, che il tributo erariale, ragguagliato sì numero di fuochi o famiglie, non colpiva realmente il fuoco o famiglia: poiché il numero dei fuochi non fu che «una moneta di conto» come diceva il Galanti, un denominatore astratto che serviva a ragguagliare tra comune e comune la somma totale richiesta dall’erario alla provincia, e non già a ripartire la somma stessa a ciascuno di quei tanti fuochi che si addebitassero al Comune. Questo invece suddivideva la somma del credito fiscale non in misura uguale a famiglia, ma su tutti i cittadini, e per altre vie, per altri metodi non escluso il testatico, e vuol dire o per gabella, cioè per dazii sul consumo delle vettovaglie, o per èstimo annuo dei redditi presuntivamente cavati dai capitali, dall’industria e dal lavoro; esclusi i ceti o le persone privilegiate, che non erano poche. I sistemi erano più o meno diversi da comune a comune; e più o meno gravi a certe classi del popolo rispetto a certe altre; ma, in conclusione, per l’indagine che ci siamo proposta, le cifre surriferite non ci possono dire nulla di preciso sulla gravezza minore o maggiore dei pubblici carichi. Al cadere del secolo XVIII il computo del tributo erariale che era dovuto per ogni fuoco, ricadeva per la Basilicata a ducati 6,19 a fuoco; pel Principato Citeriore 6,28; per l’Ulteriore 6,29 ½,11 e via dicendo: peso grave senza dubbio per una famiglia del minuto popolo, cioè della grande maggioranza del popolo; ma ricordando che il numero dei fuochi era un dato ideale di riparto di una somma prestabilita al comune, la gravità scomparisce; affievolendosi, di certo, pei meno abbienti, e aggravandosi ancora pei possidenti.

Nel 1793 Giuseppe Maria Galanti, che porta a 359.439 la popolazione della provincia di Basilicata, ragguaglia i pagamenti fiscali o erariali a ducati 171.545; ciò che farebbe, come egli computa, grani 47.08 a testa. Ma i fuochi numerati egli stesso li riferisce a 37.594; i quali se ragguaglieremo al termine medio di cinque individui a famiglia, il risultamento del computo va ben lontano da quel carico già indicato di ducati 6,19 a fuoco pei medesimi tempi. E questo riconferma il concetto che le cifre statistiche date dai nostri storici, nonché avvicinare alla realtà delle cose, ce ne allontanano. Ad ogni modo, ragguagliato il carico del tributo erariale delle popolazioni nostre qual era al cadere del secolo XVIII con quello del secolo XVII, è lecito conchiudere che esso sia realmente minore, tenuto conto del diminuito valore commerciale del donato e del molto cresciuto numero di popolo; e vuol dire che dal nuovo governo che diè l’indipendenza allo Stato di Napoli, i popoli furono davvero sgravati in confronto al governo vicereale del secolo XVII.12

Con la perdita dell’indipendenza nazionale nel secolo XVI, e pel lungo periodo di due secoli e mezzo, quella che più ebbe a soffrire, dalle generali condizioni di cose dell’assetto politico e amministrativo, fu l’economia pubblica del popolo. Sarebbe fuor di luogo, non che superfluo, qualsiasi accenno alla dissennatezza economica delle leggi del governo vicereale, che senza favorire nessun fattore della produzione li offese tutti.

La condizione geografica della provincia di Basilicata era, com’è stranamente singolare. Non ha che poche spanne di coste sul mare, quasi inapprodabili, per contrario, un’estensione maggiore che ogni altra provincia; e per catene di montagne, per mal sicure boscaglie, per ripide balze e per vie dirupate o mal ferme sul suolo cretaceo che si scioglie e si sfrana, la più impervia, la meno accessibile, la più tagliata fuori d’ogni commercio. Per questa complessa condizione di cose, non è maraviglia se nei secoli passati e nei più recenti tempi, essa fu la più chiusa e la men nota di tutte le regioni del regno; e benché non fosse la più scarsa di agiatezza fra tutte le altre, ebbe un popolo per consuetudini di vita tra il patriarcale e il selvatico; e dall’isolamento la selvatichezza, meno in qualche città, posta al lembo estremo della regione, cui erano più agevoli sbocchi verso l’Adriatico e verso la Capitanata, naturali mercati del Regno.

Le speciali condizioni topografiche avviarono lavoro e capitali alla prevalenza della pastorizia, non pure sulle altre industrie, ma su quella puramente agricola. Dell’industria meccanica non conobbero altro genere opificii, che il molino mosso dall’acqua o dalla forza del giumento, la gualchiera a sodar panni, e il frantoio delle ulive, meccanismi o congegni del medio evo. Surse nel secolo XVI, qui e qua, qualche ferriera, a trarre il ferro dalle terre metallifere di molti paesi dei clivi appennini;13 ma non durarono gran tempo; perché la scarsa produttività della terra adoperata e la concorrenza dei migliori prezzi, forzò ad abbandonarle, però non prima di aver distrutto gran parte dei boschi ove ebbero impianto. L’industria manifatturiera non si svolse al di là degli umili mestieri per le necessità prime della popolazione stessa; industria casalinga pei domestici bisogni, la tessitura della lana e del canape, e sulle spiaggie del Jonio quella del cotone. Unicamente la concia delle pelli fece sorgere qualche parvenza di piccole manifatture a Montemurro, a Lauria e non so dove più; e queste, io credo, non da molto tempo innanzi al XVIII secolo; e durano ancora.

Dalle stesse uniche fonti della pastorizia e della cultura dei cereali era alimentato tutto il loro commercio d’esportazione. Ma un commercio che non poteva svolgersi altrimenti se non a schiena di giumenti e quasi affatto per mare, con vie dirupate e rotte d’inverno e sempre malsecure al formicolare perenne dei masnadieri; un commercio che trovava incagli legali nei «pedaggi» che le derrate trafficate dovevano pagare al barone o al fisco, e che non furono aboliti del tutto prima del 1789,14 era poco e misero rivolo alla ricchezza pubblica. I prodotti non avevano prezzo; però nessuno interesse ad accrescere la produzione; quindi nessun mezzo allo scambio dei prodotti, e ristagnamento generale.

La notizia de’ prezzi delle derrate di prima necessità rispecchia questa inferma condizione dell’economia pubblica nostra: ed è debito della storia di spigolare anche tra cotesti elementi di fatto, per quanto minuscoli siano.

Gli Statuti municipali di Lauria15 stabiliscono in unica ed eguale misura (che non so spiegare) il prezzo alle carni di bue, di pecora, o di capra; e questo è, per tutte, di un grano a rotolo! prezzo senza dubbio anteriore all’oro di America: un secolo dopo, lo statuto stesso in articoli supplementari dà alla carne del bue il prezzo di due grani a rotolo!

Nei «Capitoli del ben vivere» di Castelluccio, del 2 luglio 1522, l’università stabilisce questi prezzi alla carni macellate per ogni rotolo, e sono: grani due e mezzo per la vitella, uno e mezzo pel bue, due pel maiale e pel castrato, uno e mezzo per la pecora grassa, che così viene ragguagliata al bue! Non dimenticano la selvaggina che doveva essere abbondante; e i prezzi sono: a due grani le carni di cinghiale, ad uno e mezzo quelle del cervo, e vorranno, forse, intendere del caprio.16

Nello stesso anno 1522 a Moliterno il prezzo medio di una gallina è di grani 5; quello di un galletto di grani due; cento barili di vino mosto valgono 8 ducati, e vuol dire otto grani o centesimi 34 a barile di 43: 63 litri. A Carbone declinando il secolo XVI, dodici barili di vino erano stimati ducati 1,90, ossia poco più di grani 15 a barile (il doppio appena di un barile di vin mosto); nove tomoli di grano ducati 4,50,17 che è mezzo ducato a tomolo, ossia lire 2,13 per 0,55 litri; e questo rimane il prezzo medio di esso per le generalità di quei paesi e per gran tratto di tempo. Che se con le prammatiche18 del 1648 il prezzo del grano pel Principato Citeriore e per la Basilicata fu fissato a ducati 1,80 il tomolo, non è dubbio che siano prezzi di anni di penuria straordinarii. A Melfi, nel 1674, benché esistesse una gabella delle più alte del regno, un rotolo di pane (891 grammi) si vendeva due soldi e mezzo; il miglior vino un soldo la caraffa (centil. 73); il moscadello, prelibato, due soldi; la carne due soldi e mezzo il rotolo.19 Nel secolo XVII il prezzo medio del grano per la Basilicata era di carlini dieci a dodici il tomolo.20

E la penuria che si elevava a carestia, tornava spesso ad affamare quelle stesse popolazioni agricole, che non produceano altro che frumento, e non avevano delle culture succedanee all’alimentazione umana, se non l’orzo; la patata non era ancora nota, e del frumentone la cultura nel secolo XVII era ancora pressoché ignota. Il sistema dell’annona pubblica, negli anni di magri prodotti, diventava un flagello pei produttori; negli anni di fallito raccolto diventava un disastro per le popolazioni. Il commercio nel primo caso era inceppato, nel secondo assolutamente annullato; i regolamenti municipali, le leggi generali, le violenze popolari nulla permettevano uscisse dal paese, e nulla di conseguenza vi entrava; e se in qualche parte le derrate avanzassero al bisogno, non potevano correre là dove il bisogno era maggiore e avrebbero fatto pro al consumatore e al produttore. Questo inveterato sistema di una previdenza a corta vista rovinava le finanze del comune, e affamava le popolazioni.

Nel 1683, la relazione di un perito estimatore per la vendita del feudo di Teana attesta che

«al presente, per la mala raccolta dell’annata passata, gli abitanti sono ridotti in tale miseria, che per non averne grano la maggior parte di essi mangiano erbe per la campagna; e ne sono morti più di quaranta (in quarantuno fuochi di popolo) per non aver che mangiare».21

Ottant’anni dopo, quando il regno procedeva sulla via dei miglioramenti economici dopo acquistata l’indipendenza con Carlo III, ma non erano rimossi i vincoli degli ordinamenti amministrativi per l’annona pubblica, le conseguenze economiche dei cattivi ricolti erano poco diverse. La penuria diventava carestia: e allora torme di pallidi spettri vagavano di paese in paese a limosina d’un pane: le carogne d’animali insepolti erano sbranati, men da lupi o da cani, che dagli uomini! alle porte dei monasteri che dividessero qualche limosina, zuffe di accapigliantisi a chi prima arrivasse alla cànova dispensatrice, e scene di cruccio e di sangue; da per dovunque morìa come di peste, e fin nella città di Napoli, come nel 1764, trecento morti al giorno. Uno scrittore di ricordi contemporaneo dello Spinoso racconta:

«Accadde che nel 1764, mancando il grano a tutte le provincie del regno, e nelli convicini luoghi, si vidde una lame indicibile; tanto che nelli principii di marzo siccome il grano correva a carlini 13 il tomolo, avanzando, avanzando, si alterò fino a ducati cinque il tomolo, qui nello Spinoso, ma in Cilento e Salerno costava sino a ducati sette il tomolo. E non solo che la penuria fu del grano, ma fu la disgrazia per tutto il mantenimento del genere umano: stanteché il pane non si trovava meno di un carlino il rotolo; il vino non meno di tornesi cinque la caraffa; il lardo a carlini tre il rotolo, il caso fresco a carlini due il rotolo, e le fave a un carlino il rotolo. Per tale penuria molti cittadini di qui morirono per la fame, e fra grandi e piccoli, più di 25. Ed in tal corso di carestia (conchiude lo scrittore) se moriva un somaro o altra cavalcatura, non era pasto dei cani, come è solito, ma dei poveri famelici cittadini!»22

L’unico risultamento sicuro del sistema dell’annona pubblica era quello d’indebitare le comunità; poiché qualcuno era forza pagasse la differenza del prezzo tra il dare e l’avere.

L’università di Tito, ad esempio, pel grano che le avea ceduto il suo barone per annona del 1741, gli sborsò in danaro una parte del prezzo, e del restante gli concesse una porzione della tenuta comunale di Morgilongo «come piccolo compenso (diceva il Parlamento del giugno 1744), della perdita che egli aveva fatta sui grani somministrati per l’annona». Per l’annona del 1621 Muro spese quel po’ di danaro che aveve in cassa, e prese a prestito dal suo barone tremila ducati; i quali, è vero, servirono non unicamente ai grani dell’annona, ma, come dicono le carte, anche per «la perdita sofferta nella mutazione della moneta» e credo voglia intendere dell’aggio che faceva la moneta scadente a pagare il prezzo dei grani avuti a credito.23

Per portare, con opere di pietà secondo le idee del tempo, un qualche rimedio alle frequenti carestie e per migliorare le condizioni economiche dei meno agiati agricoltori, sursero dai noi, nei passati tempi, i monti frumentari; i quali ebbero sembianze piuttosto, come ho detto, di opere pie, che d’istituti economici di credito agrario. E mantenutosi sempre vivo questo men giusto concetto di opere di pietà, è avvenuto che ai giorni nostri li abbiamo visti avversati dalle pubbliche potestà, cupide di novità quanto prodighe di promesse luccicanti alle classi minori: sicché promovendone e stimolandone la trasformazione, non si avvidero che sviavano l’unico rigagnolo esistente finora di credito agrario, al quale possa ricorrere l’operaio coltivatore della terra, presso di noi. Agli abusi, generali e inveterati e ben noti dell’amministrazione di questi istituti, non seppero mettere freno o rimedio né l’antica legge napoletana, né le antiche potestà tutorie; gli è vero: ma questo se scusa non giustifica la ressa di trasformazioni e soppressioni, a cui sospinge prepotente una smania malsana di novità.

Noverati nel 1861, cotesti istituti di credito si trovarono essere 137 nei 124 comuni della provincia, con una dote di 62.373 ettolitri di grano;24 rinumerati nel 1878, non erano più che 104.25 Verso il 1790 (se le cifre rispondono al vero: ed io ne dubito) essi erano 75:26 e l’aumento molto notevole, che può ascrivere a sua lode il testé trascorso secolo, è dovuto, può credersi, meno a spinta di pietà (che di pietà non ebbe il secolo veramente che scarsa apparenza) quanto a più diffuso sentimento delle utilità economiche al minuto popolo. Sursero la maggior parte di essi nel secolo XVIII: i più antichi di cui trovo notizia scritta sono quello di Venosa, fondato dal cardinale De Luca che morì nel 1683, e quelli di Rapolla e di Melfi, fondati da monsignor Spinelli, che fu vescovo dal 1697 al 1724.

Agli inceppamenti commerciali dell’annona pubblica aggiungete la mancanza assoluta di strade carreggiabili; e, superfluo a dire, la insicurezza delle pubbliche vie, per cui non si viaggiava altrimenti che in carovana. Ai viaggi dei ricchi unico veicolo di lusso, non di comodo, la lettiga; e i lettighieri di Melfi erano per l’espertezza loro ricercati anche in Napoli.27

La strada carreggiabile che fu detta di poi delle Calabrie, perché doveva arrivare sino a Reggio (e non vi giunse prima del 1813), ai tempi di Carlo III si era spinta, per commodo delle caccie del Re, non oltre il bosco di Persano sulla sponda sinistra del fiume Sele. Nel 1780 o qualche anno dopo fu gittato il ponte sulle fòrre di Campestrino, tra Auletta e Polla che sono sbocco del bacino di Tegiano, ove il governo di Ferdinando IV ricominciava alcune opere di sanificamento all’impaludarsi delle acque del Tànagro. Questa grande arteria stradale delle Calabrie non arrivò a Lagonegro, e vuol dire non toccò al lembo esterno occidentale di Basilicata, prima del 1792: proseguì fino al fiume Mèrcuri, tra Castelluccio e Rotonda, ultimo confine della provincia, non prima del 1808. Dal fiume Sele si spiccava verso borea alla volta di Valva un ramo che s’indirigeva alla Basilicata. Fu detto di Atella, perché ivi era l’estrema meta del primitivo disegno; poi, proseguendo oltre, fu detto ed è detto ancora, con eufemismo ingannatore, strada di Matera, perché questa era allora la capitale della provincia. Cotesto ramo sembra che giungesse a Muro nel 1795, e ad Atella il 1797.

Un’altra diramazione della strada delle Calabrie volgeva dal ponte dell’Auletta alla volta di Potenza. Ma nel 1805 era ancora alle balze del monte Marmo, e non giunse alla città di Potenza prima del 1818. La linea stradale da Potenza a Matera è tutta dei nostri tempi; e nel 1850 non era ancora più in là che a Tricarico. Un ramo di strada carreggiabile alla volta di Melfi non arrivò ivi se non dopo il 1831.

Delle due fonti d’industria agraria predominava, come già fu detto, l’armentizia. La stessa condizione del terreno, coperto a boscaglie e pascoli naturali, favoriva la pastorizia errante e quasi selvaggia: d’altra parte, per ragione di tutto l’assetto economico della società, il capitale non trovava più libero o più sicuro investimento che nell’industria pastorale. Scarso popolo in vasta distesa di terra non sente necessità di dissodare terreni e sminuire i pascoli; tanto più che, pure dissodando o producendo derrate più del bisogno suo, non troverebbe modo di procurarsene lo spaccio. All’estesissima regione basilicatese non erano, che su pochi chilometri di strada, due soli sbocchi sul mare: l’uno a Rocca Imperiale sul Jonio, e l’altro a Maratea sul Tirreno; e a questi sbocchi, come pel resto, non era ligame di strade aperte ai carri dall’arte. Quivi erano le due dogane, per cui avrebbe potuto avere uscita una ragionevole quantità di prodotti agrari; ma a mostrare con cifre la pigra attività commerciale di questi sbocchi marittimi, basti ricordare che, alla fine del XVIII secolo, quando pure l’economia pubblica del paese era uscita fuori dalla morta gora dei tempi vicereali, essi non rendevano all’erario più che ducati 4200.28

Abbiamo pochi dati numerici per significare a che ammontassero i capitali o i prodotti della pastorizia per la provincia. È noto solamente questo, che nella seconda metà del secolo XII furono numerati oltre a 200 mila capi di lanuti dai commissari della dogana di Foggia, che nel 1569 vennero nella Basilicata per tassare le pecore, per le quali fosse rilasciata la «dispensa» dall’immetterle ai pascoli del Tavoliere di Puglia. Qui avrebbero dovuto portarsi, di obbligo, tutte le greggi del reame, secondo i vecchi ordinamenti dei re aragonesi; i quali non si diedero carico altrimenti se ivi i pascoli fossero o no bastevoli a tutte. Per questo legale monopolio del Tavoliere era fatto obbligo a tutti i possessori di «professare», ossia dichiarare alla dogana di Foggia il numero delle loro greggi; e quella li dispensava se essi il chiedessero, ma alla stregua di trentadue ducati per ogni mille capi. Coteste rivele a fine di esenzione mostrerebbero infinitamente stremato il numero delle pecore di Basilicata nel corso del secolo XVII; se non fesse vero piuttosto, che le «professioni» non erano confessioni, e le inquisizioni non approdavano fuor che ad angarie ed a corruttele. Quindi una guerra guerreggiata tra fisco e pecorai. I commissari si postano al varco di Aciniello,29 che è luogo presso il corso del fiume Sauro in quel di Stigliano; ed ivi numerano le mandre che risalgono dai pascoli invernali delle marine jonie agli estivi degli Appennini: e sequestrano quelle che non mostrino il titolo della dispensa. Poi le mandre prendono altre vie; i commissari non sono sordi agli accomodamenti di sottomano; il fisco non riscuote altro che la miseria di poche centinaia di ducati, mentre tutta la provincia è messa in combustione, e ne echeggiano i clamori de’ popoli ai quattro venti. Sicché il Governo si decide «a restituire la libertà alla Basilicata», come dice il Galanti; e questa nel 1660 accetta di pagare in transazione una certa somma annua; che alla metà del secolo XVIII ammonta a 1.665 ducati. In questa transazione non era compresa la comunità di Montepeloso e il suo vasto territorio aperto al pascolo, che ottenne un trattamento peculiare alla stregua di un carlino a capo del suo bestiame.30

Uno scrittore di Lagonegro, nel primo trentennio del secolo XVII, lasciò scritto che pascolassero pel territorio di quel paese un 200mila capi di greggi e di armenti: la cifra è, a mio avviso, superlativamente esagerata. Ma l’esagerazione stessa può essere un indizio che gli altri maggiori comuni ne avessero in larga proporzione. I baroni, le chiese, i monasteri, le confraternite, le Opere pie non investivano altrimenti che in greggi i loro capitali, come oggi nel Debito pubblico; e le grandi estensioni di terre demaniali, cioè aperte al pascolo con lieve o nessun compenso di prezzo, favorivano l’industria stessa. Oggi quelle grandi estensioni, meno che le alte vette dei monti, sono campi affatto brulli di macchie, e dissodate. Gli è mutato l’aspetto della superficie del suolo e la qualità delle culture, poiché vennero mutando le condizioni sociali del popolo, tra il secolo XVIII e il XIX. Tra l’una e l’altra epoca c’è di mezzo il mondo nuovo, cioè l’abolizione della feudalità, l’assetto della proprietà secondo il Codice civile, la sparizione tra certi limiti della mano morta e del fidecommesso, la suddivisione del demanio comunale, l’ordinamento dell’economia pubblica e finanziaria secondo i nuovi concetti del secolo XIX; e il trasformarsi di tutta l’attività e della vita pubblica all’azione di questi fattori sbocciati alla virtù della nuova civiltà, cui aprì le porte e agevolò il cammino quel nuovo Governo, che i poveri di spirito della letteratura napoletana dicevano, e forse dicono ancora! «dell’occupazione militare».

Fino ai primi periodi di cotesto secolo era ancora affatto prevalente l’industria armentizia. Per l’anno 1822 una statistica (che attingeva a fonti ufficiali) numerava per la Basilicata 503.000 capi di pecore, 101.734 di capre, 57.600 di buoi e vacche, e 126.384 maiali.31 Mancano dati numerici degli anni antecedenti a cui raffrontarle; e senza la stregua del paragone le cifre statistiche dicono poco: si può invece raffrontarle a quello dei tempi posteriori, per avere lume a giudizi di progresso o regresso. Nel 1840, un dotto professore di scienza veterinaria nelle regie scuole di Napoli, in un suo computo statistico degli ovini pel regno, numerava per la Basilicata 757.119 capi di pecore; che era la cifra più alta di tutte le altre provincie, e quasi del doppio maggiore di quelle di Capitanata, e di quelle del Barese.32

Scendendo a tempi più prossimi, nell’anno 1881 (se si potesse dare piena fede alle cifre rilevate dalla statistica ufficiale), questa trovò gli ovini ridotti a 359.800 capi; i bovini a 41.300; i suini a non più che 16.500; e un po’ aumentate le capre fino a 112.300 capi. Gran distacco tra il vecchio e il nuovo periodo! La differenza in meno pel secondo periodo non indicherà quel che potrebbe dirsi, in modo assoluto, la decadenza dell’industria armentizia, ma rivela senza dubbio l’avvenuta restrizione di essa; e la restrizione è dovuta a due cause o due fatti che si abbiano a dire, e sono il prevalere della nuda industria agraria, che restrinse i pascoli e dissodò sodaglie e pendici per l’aumentata cultura dei cereali; e la più recente trasformazione del capitale armentizio in danaro sonante per comprarne i terreni degli enti ecclesiastici che il demanio dello Stato gittò in vendita dopo il 1866.

Il prevalere dell’industria agraria sull’allevamento del bestiame fu il fatto prevalente dell’economia pubblica della provincia, ai nuovi fattori della vita civile. Nello stesso anno 1822 la produzione dei cereali veniva stimata a tomoli 2.635.255, ossia ettolitri 1.463.884 di frumento; a tomoli 175.000 od ettolitri 97.232 di frumentone; a tomoli 395.733 od ettolitri 219.830 di avena; a tomoli 280.412, od ettolitri 155.769 di orzo. Un mezzo secolo dopo, verso il 1880, la inedia della produzione toccava pei grani gli ettolitri 1.661.668; pel frumentone ettolitri 546.227, per l’avena ettolitri 715.056, per l’orzo e la segala, in uno, 313.077 ettolitri.33

All’abolizione dei vincoli feudali, all’assetto della proprietà secondo il Codice civile, ed a tutto il nuovo atteggiarsi della società venne mutando non solamente la condizione economica del paese, ma quel che più importa notare, l’assetto sociale.

Quella borghesia, che già era niente, si estende e si rafforza: man mano diventerà tutto, quando i possessi del ceto feudale passeranno, tutti o in parte, nelle mani sue. Sotto l’antico regime la borghesia nelle nostre comunità era poca cosa e di poco numero, tranne il ceto dei preti che era numerosissimo, favorito da tante ragioni, e specie dall’ordinamento tutto locale delle chiese ricettizie, e dalle ricchezze di queste, franche da imposte fino al 1741, e di poi non gravate che per metà dei pubblici carichi. Qualche medico, qualche rara avis di un dottore in legge, qualche notaio che rimaneva ancora sui gradini più bassi della classe civile, qualche droghiere che vendeva sciloppi e farmaci, ecco tutta la borghesia della comunità: ivi i deputati annuali eletti al governo delle Università non sempre sapevano scrivere il proprio nome. In certe comunità esistevano i seggi o sedili e un certo numero di famiglie di maggiore considerazione ad essi aggregate, che si dicevano nobili. Tutte queste nobili famiglie non erano, in generale, che famiglie di piccoli o mediocri benestanti, che vivevano sì e no nobilmente, come dicevano; cioè senza esercizio di arti o professioni, ma con redditi della terra o dei capitali investiti in greggi. Quelle famiglie che si sollevavano un poco più, e si ingentilirono mercé alti e non comuni uffizii di spada o di toga, finirono col trasferirsi in Napoli, quando Carlo III creò corte, uffizii, esercito nazionale, e fomentò questo esodo dalle provincie alla capitale.

Con lo scioglimento della feudalità, la proprietà feudale diventò proprietà borghese o cittadina; e allora gli antichi padroni che risiedevano abitualmente nella capitale del regno, non ebbero altro intento da quello infuori di vendere una proprietà che aveva perduto i diritti della sovranità, e rendeva poco. Tra cure e fastidi di un’amministrazione lontana, non ebbero altro pensiero che di disfarsene quando che fosse; e intanto le davano in fitto a’ primi che le richiesero.

Surse così per ogni comune una classe di gente procacciante e industriosa, che prese in fitto le terre già feudali del padrone lontano, e poi man mano, a pezzi a pezzi, arrivò a comprarne e le terre e i castelli. Questa classe di gente nuova che sfruttò del suo lavoro e della sua energia le nuove condizioni di cose, arricchì in breve tempo; poiché la concorrenza non surse se non molto più tardi a stremare i profitti dell’industria agraria; e intanto l’indirizzo della economia pubblica dello Stato, piegando a stretto protezionismo, faceva più lauti i guadagni dei produttori; mentre che le minori imposte pubbliche e le consuetudini parsimoniose e modeste dei primi capistipite favorivano l’accrescere del risparmio.

Da questa classe di gente nova è surta quasiché tutta la nobiltà nuova della regione, che non è, per vero dire, se non la parte più alta e più doviziosa della borghesia. Sorgendo dall’industria agraria e dalla pastorale, divennero man mano i maggiori possidenti di terre, e soventi di quelle stesse terre una volta feudali, già da loro stessi tenute in fitto, e che essi coprendole di armenti e di greggi, le resero doppia sorgente di lauti profitti.

Intanto la popolazione aumentava; e le terre sode, non sfruttate altrimenti che ai pascoli di una pastorizia errante, aprivano il seno alla vanga e all’aratro; la progrediente coltivazione delle terre di minore produttività, mentre aumentava i redditi della classe, posseditrice di terre, ne veniva mutando l’asse dell’economia pubblica locale; per cui la prevalenza dell’industria armentizia doveva cedere il posto all’agricola. Ma questo spostamento non fu una crisi per l’industria armentizia; poiché gli aumentati prezzi dei pascoli trovavano largo compenso nei cresciuti prezzi dei prodotti per lo sviluppo delle industrie manifatturiere del reame allo schermo d’un indirizzo economico prettamente protezionista. Questo insieme di cose favoriva l’aumento del capitale; il quale correva di preferenza alla terra, ove vedeva più solide guarentigie, e più largo profitto alla industria del proprietario.

Al nuovo indirizzo e al più largo espandersi di tutte le forze sociali, non fu l’ultimo a trarne giovamento il minuto popolo. Quando il capitale aumenta, non è chi non ne profitta per diretta o indiretta via; e se la richiesta del lavoro cresceva, essa non poteva non riflettersi su quella parte del prodotto nazionale, che si versa e ramifica sotto l’aspetto di salarii o mercedi. Ma uno speciale provvedimento della nuova legislazione rifletteva singolarmente la classe del popolo minuto; e fu la divisione del demanio comunale.

Il «demanio», secondo il concetto dell’antica legislazione napoletana, riattacca le origini sue ai tempi della conquista normanna; e se più in su ancora, lascio che altri il chiarisca. Tutto ciò che non fosse proprietà «allodiale» del cittadino nel territorio del feudo; tutto ciò che non fosse «difeso» ossia chiuso per confini certi e visibili, era compreso nel «demanio pubblico» cioè del signore feudale; ma tutto ciò che non era chiuso per certi e visibili confini, restava nell’uso di tutti gli abitanti del feudo, appunto perché non chiuso, salvo l’alta sovranità del signore del feudo.

In origine, tutto questo territorio «aperto» cioè non «chiuso» era così esteso e tanto superiore alla scarsa popolazione del feudo, che non aveva valore. Parco non altrimenti riservato che alle caccie del signore, ivi il legname della foresta cadeva per vecchiezza al suolo, e vi imputridiva: l’erba cestiva, la faggiola veniva giù dall’albero, e non erano di pascolo fuorché alla selvaggina. Quale interesse sarebbe stato nel signore del castello di vietare alle grame famiglie dei suoi villani di raccogliere al bosco il legname per vetustà caduto, la ghianda che assolava inutile sul terreno, il frutto afro del pero selvatico, la manciata dell’erba che sostentasse la pecora o la capra alla famiglia del povero vassallo? Quello che egli vietava e ferocemente vietava era la caccia. Se la famiglia dei vassalli vivesse alla men triste sul territorio del feudo, gli sarebbe un cespite di reddito e pei servigii personali, e pel terratico, o la gabella, o la decima che avrebbero pagato; ma se si estinguesse di freddo o di fame, quale utile a lui, se non fosse invece una perdita? Non aveva dunque interesse il signore a proibire alla famiglia dei suoi villani l’uso del demanio feudale: l’uso era, anzi, un titolo a riscossioni di decime, o di strenne, o di onoratici.

Ma la popolazione del feudo cresce; lentamente sì, ma cresce: ed egli stesso il signore invita altri a dimora; e fa lauti patti ai nuovi venuti, che gli procacceranno nuovi cespiti di reddito. E crescendo, la popolazione occupa con la capanna e con l’orto accosto alla capanna e col suo pezzo di terra coltivato, occupa la terra soda del demanio; interviene allora il barone; e il vassallo per la casa e per l’orto accosto pagherà un censo in denaro o in opere; e per la terra che semina pagherà il terratico. Il lavoro man mano gli porterà qualche agiatezza; i risparmii investirà in un branco di pecore; e queste andranno a pascolo per le terre non chiuse; e il signore interviene a sua volta, e il branco di pecore o pagherà la decima in latte o in capi di agnelli, o, per più benigno convenio, avverrà che quel tanto del branco che serve ai negozii paghi uno scotto, e quell’altro che serve alle comodità della famiglia, usi franco dei pascoli naturali. Poi, come man mano i vassalli si riscattavano dei vincoli personali, così avvenne dei reali; mercé un corrispettivo una volta tanto, mercé un censo che di poi il tempo prescrisse: infrattanto la popolazione continua ad usare del bosco; e su pei monti, sulle terre sode e non appropriate e non chiuse continua a raccogliere il legname morticino, il frutto silvestre, l’erba naturale, la sala della palude, le fragole, i funghi, le lumache. Questi erano gli «usi civici» cioè dei cittadini sulle terre aperte agli usi di tutti.

Le leggi eversive della feudalità, se tolsero ogni diritto politico al feudatario e ai suoi possessi, diedero in compenso alla proprietà feudale l’impronta del diritto comune: ma riconobbero allo stesso tempo un diritto dei cittadini sulla proprietà feudale, mantenuto che era dal fatto più che secolare degli usi civici. Era dunque una proprietà promiscua, che l’interesse dell’economia pubblica chiedeva fosse sciolta; e fu sciolta; e fu ordinato distaccarsi dalla proprietà feudale una parte delle terre, e questa parte venne attribuita al comune non come patrimonio del Comune, ma come retaggio dei minori cittadini, a cui il comune doveva trasmetterla. Queste porzioni distaccate dalle terre feudali in compenso degli usi civici, costituirono i beni demaniali del Comune, eredità futura dei nullatenenti.

I comuni si accinsero a suddividere ai meno abbienti coteste terre; cominciando da quelle più prossime all’abitato o non soggette a vincolo di legge forestale; ma la multiplice operazione della divisione nel suo cammino s’intrigò presto, segnatamente là dove il territorio del comune era più ampio dei bisogni della popolazione del comune stesso, ancora scarso di popolo. D’altra parte, l’interesse della pastorizia prevalendo ancora nell’economia pubblica della regione su quello della coltura dei campi, pareva che il complesso del popolo ritraesse un utile maggiore dall’usare come pascolo al gregge l’erba delle terre comuni; le quali, se suddivise in brevi lotti, addiventavano alla pastorizia inutili, e alla cultura dei cereali poco o punto acconce o per la giacitura loro in pendìo, o per la lontananza dai centri abitati. Non pertanto, nel periodo del governo «decennale» cioè dal 1806 al 1815, furono ripartiti in Basilicata 16.161 ettari di terra demaniale a 13.334 nullatenenti34 che divennero, almeno per qualche tempo, larve se non persone di proprietarii.

Il Governo succeduto a quello che aveva pubblicato le leggi antifeudali, non si curò di questo gruppo d’interessi che si aggrovigliavano in ogni comune, se non quando essi erompevano in lotta aperta. Se il Governo del «decennio» mirò all’intento politico di creare proprietarii dai nullatenenti, e all’intento economico di crear l’agiatezza a questi minuscoli proprietari di terre, secondo la dottrina allora prevalente degli economisti fisiocratici, il Governo, che venne dopo, non perché ebbe migliori e più esatte teoriche economiche, ma perché, schivo quanto ombroso di ogni novità, avendo a bussola di sua politica lo statu quo, non si diè premura a promuovere la piena esecuzione di quello leggi. In quasi mezzo secolo, dal 1815 al 1860, non si arrivò a ripartire per la nostra regione che 8788 ettari di terre a 6.978 contadini;35 che è quasi la metà di quello che era stalo fatto nel periodo di dieci anni innanzi. In tanta lentezza, in tanto complice abbandono degl’interessi popolari, il lievito entro la massa del popolo fermentava.

Dopo il primo trentennio di questo secolo, le condizioni economiche e sociali del paese venivano manifestamente mutando, e, come ci è occorso di dire poco innanzi, gli interessi della cultura dei campi accennavano a prevalere su quelli della pastorizia, pel solo fatto della popolazione die aumentava di numero. L’aumento spingeva alla cullura delle terre anche d’inferiore qualità: crebbe pertanto la ragione degli affitti, e vuol dire, crebbe valore alla terra stessa. Cominciò un moto di accentramento della proprietà terriera; la classe doviziosa o agiata non investiva di preferenza che in campi di terra i suoi risparmii, anche perché nel possesso di un latifondo trovava soddisfazione all’orgoglio borghese, che pareva di sostituirsi ai baroni. Cominciò altresì un moto latente, che fu la lenta, ma continua, ma persistente sparizione delle terre demaniali che ad oncia ad oncia venivano occupando i possessori limitrofi, che non erano nullatenenti. Nel corso di dieci o quindici anni, in tutte le piccole o grosse comunità della provincia il patrimonio «demaniale» del comune si assottigliò e scomparve quasi a gran pezza entro alle tenute dei prossimi possidenti, pure soventi a migliorate culture.

Questo fatto del progrediente aumento del popolo e del conseguente aumento di valore alle terre di qualità inferiori, che prima ne avevano punto o poco, diè origine ad un vero movimento sociale nella provincia. Si sollevò da per tutto una quistione grossa, e fu quella dei demanii comunali.

I nullatenenti chiesero, sollecitarono, incalzarono per la ripartizione dei demanii. Ma la quistione non era di quelle che si poteva esaurire alla spiccia; né tutte le condizioni sociali, né tutti gli ordinamenti politici favorivano lo scioglimento. Le leggi sull’economia forestale vietavano la partizione dei demanii coperti a boscaglia; l’indirizzo politico del Governo, conscientemente e insanamente parziale agli interessi delle chiese e de’ corpi morali ecclesiastici, faceva sospendere le divisioni delle terre che fossero ancora in possesso promiscuo tra comuni e chiese posseditrici di terre già feudali. I grossi possessori di greggi prevalenti, a ragione di ricchezze, nei Consigli comunali, non erano favorevoli a partizione di terre che avrebbero sminuite le estensioni dei pascoli alle greggi erranti: in fine, gli occupatori illegittimi delle terre demaniali, anch’essi prevalenti nelle amministrazioni dei comuni, non avevano miglior còmpito che quello di attutire, almeno con la forza di inerzia, i reclami dei ceti popolari. Il dissidio tra gli interessi opposti, e non conciliati, sempre più inaspriva; e non trovando l’amministrazione pubblica che l’acchetasse con giustizia od equità, l’interesse chiedeva giustizia alla violenza.

Di qua quei moti di popolo repentinamente scoppiati in molte comunità della provincia di Basilicata e di altre provincie, ai nostri tempi; moti più volte repressi, ma che non cessano risollevare il capo ad ogni grande turbamento dello Stato. E allora le turbe, levate in massa, scendono in piazza, armate di scuri, di zappe, di ronche, e fanno ressa al sindaco, perché venga con esse a dare impronta legale al fatto loro, e, volente o nolente il primo magistrato del comune, esse marciano a bandiera spiegata pei campi; e abbattono recinti di mura o di siepaglie ai terreni che la voce pubblica dice al demanio del comune, usurpati: e sperperano e devastano opere di culture ammogliate, vigneti, frutteti, ricoveri di greggi. Così a Melfi nel 1830; e altrove anche dopo. Altre volte si assembrano, tumultuano e forzano i possidenti e il ceto dei signori a venirne nella casa del comune, ed ivi rinunzino, tutti, in massa, per atto pubblico, a quelle terre che esse, giudici e parti, addebitano loro come usurpati al «demanio». Gran che se in quel fiammante ambiente di masse sciolte e riarse dagli odii lungamente covati, dalla fame lungamente repressa, gran che, se non balzino a più bestiali alti, a più feroci episodii di sangue! Così accadde nel 1848 a Venosa, nel 1860 a Matera e a Calciano, ove per cieca ira di turbe forsennate perdettero la vita onesti ed onorati cittadini.

Il Governo nazionale che sopravvenne considerò come questione politica e sociale queste che paiono forse, a chi ne vive lontano, misere quistioni da campanile; e intese di provvedervi dando esecuzione pronta e sollecita alle vecchie leggi sulla materia. Ma l’impulso non fu sempre uguale di intensità, l’indirizzo non sempre identico, la cura non sempre persistente, mentre la quantità, degli opposti interessi di ceti e di persone, in diverso grado prevalenti, aggrovigliano la quistione, e consigliano soventi alla politica indugii o diversivi. Dal 1861 a tutto l’anno 1887 furono suddivisi nella Basilicata 17.238.17 ettari di terre, in 27.611 quote o possessi, che portano ai bilanci comunali un reddito o canone annuo di 208.185 lire. Il fatto non è poco, ma poteva essere dippiù.

Intanto nel corso degli ultimi anni la condizione delle cose è mutata. La proprietà fondiaria ha scemato di valore ed ha perduto di attrattive: la gran massa dei beni del demanio nazionale gittati sul mercato, l’imposta troppo cresciuta e sempre crescente, la concorrenza forastiera alla produzione agraria nazionale, e, piaga locale ma intensa e depascente, l’emigrazione di lavoratori,36 sono i fattori di una infermità sociale complessa, che si rispecchia, per un lato, nello scemato valore della proprietà fondiaria. Quindi la ressa del minuto popolo alla ripartizione dei demanii comunali è allentata, ed all’antico acuto pungolo del desiderio è succeduta la stanchezza: qual pro ad una povera famiglia, oggi, una spanna di terra d’infima qualità, gravata dal doppio tributo all’erario pubblico e al comunale, per compensare il quale non basterebbe il prezzo invilito di un prodotto che non si vende? Un nuovo ciclo incomincia, oscuro e minaccioso!

NOTE

1. GIUSTINIANI, Diz. geog. ad. v. Pietragalla.

2. In SANTORO, Stor. del monast. di Carbone, traduz. Napoli, 1831, p. 49.

3. GIUSTINIANI, Diz. geog. vol. I, e CAGNAZZI, Sulla popolazione del regno di Puglia. Napoli, 1820, vol. I, 273.

4. GALANTI, Op. cit. II, 41.

5. GALANTI, Op. cit. II, 118. — In GIUSTINIANI, Diz. geog. vol. I, pag. CXII, sono fuochi 39,266.

6. GIANNONE, lib. XXXVII, 7.

7. GALANTI, Op. cit. II, 137.

8. GALANTI, Op. cit. I, 124; e DEL RE nel Calendario, ecc., di cui appresso.

9. E ripartitamente:

Pel circondario di Lagonegro 116.410

Id. Matera 113.219

Id. Melfi 109.883

Id. Potenza 184.992

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524.505

Ritenuta la superficie della provincia, secondo i più recenti computi, di 10.354 chilometri quadrati, hanno fatto calcolo che pel 1561 (con popolazione di 193.735) si aveva 19 abitanti a chil quad.; nel 1788 (popolazione 361.418) abit. 35; e nel 1881, abitanti 51. — Ma l’esattezza del confronto non è che apparente: la circoscrizione della provincia non fu identica nelle tre epoche confrontate.

10. Ap. Galanti, Op. cit. vol. II, 51, 118, 120.

11. GALANTI, Op. cit. II, 212 seg.

12. I pagamenti «fiscali» dovuti dalla Basilicata furono:

nel 1703 ducati 171.545

nel 1648 » 163.393

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In 145 anni, aumento di soli ducati 8.152

Galanti, Op. cit.

13. Per esempio, a Lagonogro, a Spinoso, a Sarconi e parecchi altri paesi. La testimonianza ne sopravvive nella denominazione dei luoghi.

14. Pei «Pedaggi» ovvero «Passi» della Basilicata raccolgo queste notizie dall’Op. cit. del Galanti (però della prima edizione [1786-88] perché nelle seguenti edizioni non furono riprodotte): vol. II, p. 378.

Nel 1469 Ferdinando I di Aragona ordinò una lista dei Passi permessi e dei passi proibiti nel Regno. Fra i «proibiti» nel numero di 176, per la Basilicata trovo indicati questi: Calvello, Castelluccio (?), Castelsaraceno, Castronovo (?), Craco, Francavilla (?), Guardia (?), Latronico, Lavello, Marsiconuovo, Melfi, Montemilone, Muro, Pomarico, Ponte Santa Venere, Potenza, Rionero, Rocca Imperiale, Rotonda, Ruvo (?), San Martino (?), Sarconi, Saponara, Tricarico, Venosa e Viggiano. — Fra i «permessi» che sarebbero 25, non ne trovo alcuno in Basilicata.

Ma le ordinanze reali o non furono eseguite, o si tornò fra non molto da capo: giacché il Tribunato della Sommaria, dal 1570 al 1595, proibì altro numero di pedaggi; tra cui, per la provincia, trovo: Aliano, Anzi, Castelsaraceno, Castelluccio (?), Craco, Favale, Lateana, Marsico Nuovo, e Vetere, Monticchio, Muro di Basilicata, Pietrapertosa, Rocca Imperiale, Rotonda, S. Mauro, Santa Venere, Sarconi, Tricarico, Venosa e Viggiano.

Lo stesso Tribunale, nello stesso periodo di tempo, ne permise altri, tra cui trovo: Laino, Matera, Ponte di Torre di Mare, Rapolla, Ripacandida, Bionoro, Torre-Policoro, Tolve. — Nei pedaggi permessi del 1088 al 1090 vi fu Polla. E tra i pedaggi, di cui (dice il Galanti), «non si ha il decreto, ma le sole tariffe» vi fu Stigliano.

Nel 1777, cioè alcuni anni prima della totale abolizione, ai esigevano per la Basilicata questi «pedaggi» dei quali però il titolo non si sapeva: cioè: Acerenza, Atella, Castel Guaragnone, Ginestra, ossia Lombarda-massa, Montepeloso, Taverna del Palazzo (forse in territorio di Montemurro), Ruvo (?), Spinazzola sotto Pisticcio (sic), Tratturo di Venosa. — Galanti conchiude (pag. 230): «Sommano i pedaggi in tutto il Regno a 245; ai quali dandosi non più che duc. 300 ad ognuno, avremo un pieno di duc. 93.500,… Pagano le mercanzie e le robe de’ particolari, nonostante le tariffe e le condizioni scritte in marmi».

15. In copia mss. presso di me: senza data; ma che credo del secolo XV.

16. Riferiti nella Monografia di Castelluccio Inferiore e Superiore di GAETANO ARCIERI, nell’opera (incompleta) del Regno delle Due Sicilie descritto ed illustr. dedicato al re Ferdinando II.

17. Stor. del monast. di Carbone citata: p. 94: prezzi medii del 1581.

18. Pramm. 38, 39 e 40.

19. Relaz. dell’epoca, in ARANEO, Not. Stor. di Melfi, pag. 604.

20. Da carte dello Spinoso del 1759 carlini 10; un secolo innanzi, nell’apprezzo del feudo, del 1678, il grano è computato a carlini 5 il tomolo, la germana a carlini 4, l’orzo a 3. — Ecco altri prezzi del grano, secondo le testimonianze uffiziali di alcuno Comunità, riferite dal Faraglia, Stor. dei prezzi in Napoli. Nap. 1878, pag. 262-74:

Anno 1720, in Atella, carlini 12 il tomolo, in gennaio;

» 1720, in Maratea, » 15 » in maggio;

» 1730, in Balvano, » 8 » in maggio;

» 1740, in Avigliano, » 7 » da aprile a luglio;

» 1750, in Atella, » 10 » in maggio;

» 1764, in Viggiano, » 12 » in febbraio;

» 1799, in Grassano, » 10 » in dicembre.

21. Parole riferite nella Sentenza della Commissione Feudale del 9 luglio 1810, nel Bullettino della Commissione stessa, vol. I.

22. In memorie mss. presso di me.

23. Sentenze della Comm. Feudale del 1810. — Bullett. Feudale, volume II.

24. E partitamente, nel Circondario:

Di Lagonegro, monti frumentari n. 45 con 10.820,32 ettolitri

» Potenza, » 48 » 23.089,74 »

» Matera, » 23 » 15.341,92 »

» Melfi, » 21 » 12.221,21 »

______________

Totale 62.373,19 ettolitri

V. Stat. del Regno d’Italia. Le opere pie al 1861, nel IX compart. di Basilic. Milano, 1871:

Nel 1843 la dotazione totale dei monti era di tomoli 71.907

» 1845 » 84.427

(Da documenti ufficiali del tempo).

25. Annuario statistico italiano del 1881. Roma, 1881.

26. Dizionario geog. istor. fisico dell’ab. SACCO. Nap. 1895.

27. Relazione del 1674, app. ARANEO, Stor. Città di Melfi, pag. 605.

28. Cioè, nel 1782, Rocca Imperiale duc. 3,400; Maratea duc. 800! — GALANTI, Op. cit. vol. II, 255.

29. Sotto i viceré austriaci, nel secolo XVIII, per meglio determinare i dritti di «passo» dovuti al fisco per le greggi ed armenti di Basilicata, fu incisa in pietra e murata (e si vede ancora) al varco di Aciniello, presso la «Taverna» di questo nome in quel di Stigliano, un’Ordinanza della Regia Dogana delle pecore di Puglia, del 1729, che è la tariffa della tassa alle greggi viaggianti in torme,escluse da tasse le capre. E si chiude l’Ordinanza con questa parentesi ai proposti di uffizio:

«che non possano esiggere, né dimandare ciavarri, agnelli, bifari, montoni, casicavalli, né pelli, anche che si fossero dati sponte dalli padroni e massari».

Ometto di ripublicarla in extenso, poiché la si trova riprodotta in G. PENNETTI, Notizie storiche di Stigliano. Napoli, 1899.

30. Notizie riferite dal GALANTI, Op. cit. vol. II, pag. 309, ma nella prima edizione del 1786-8; non riprodotto nelle edizioni posteriori.

31. GIUSEPPE DEL RE, nel Calendario per l’anno bisestile 1824 (a pagina 153); che era pubblicazione dell’Osservatorio Astronomico di Napoli.

32. GIUSEPPE VALENTINI, Catechismo Veterinario, ecc. Napoli, 1842, p. 227. Aggiungeva queste altre cifre per la stessa Basilicata, cioè: — Territorio per pascolo, tomoli 588.885. — Pecore destinate al macello, 93.110. — Prodotti in lana, cantaia 10.433. — Latte fresco, cantaia 13,979. — Latte per cacio, cantaia 210.283. — Egli non cita le fonti da cui derivano queste sue cifre: ed è male.

33. In GIUS. DEL RE, Ibid. e nelle Statistiche pel 1880, dalle quali trarremo queste altre notizie: — Produzioni di fagioli, lenti o piselli, ettol. 56.822; di fave, lupini e veccie 414.080; di patate, quint. 176.656; di vino, ettolitri 650.920; di olio, ettol. 20.000. — Sono cifre ottenute per via di ricerche ufficiali; ma non più esatte che un presso a poco: essendo medie, strizzate da dati imperfetti o raccolti per via indiretta. La produzione, in generale, dev’essere stata anche maggiore.

34. V. La Basilicata, libri tre, per ENRICO PANI ROSSI. Studi politici amministratici e di economia pubblica. Verona, 1868, pag. 49.

35. PANI ROSSI, Ibid.

36. Nella relazione presentata alla Camera dei Deputati, il 3 maggio 1888, dal deputato Rocco De Zerbi poi progetto di legge sulla emigrazione, si leggono questo parole:

«Dalla sola Basilicata partirono, nel 1880, 10.642 emigranti; nel 1887, 12.128. La popolazione di questa provincia non arriva a 525.000 animo. L’emigrazione rappresenta dunque in quosta «disgraziata provincia non solo il 2,94 per mille — media dell’emigrazione italiana — ma il 23 per mille! L’Irlanda non superò in questo «decennio il 17! E l’eccesso della nascita sulle morti oltrepassa di poco in questo paese il 5, come in Irlanda che è il 5,45. Abbiamo dunque «in questa Irlanda d’Italia una diminuzione annua progressiva che è già arrivata al 23 per mille».

PARTE II - La Basilicata

CAPITOLO XV

LINGUA, LETTERATURA E CULTURA DEL POPOLO

Il campo del dialetto basilicatese, se questo si consideri nei suoi caratteri prevalenti, si estende oltre ai confini dell’odierna provincia, e comprende anche le popolazioni che dimorano su pei clivi degli Appennini degradanti alla sinistra sponda del fiume Sele. È il confine dell’antica Lucania. Non pertanto sarebbe ridevole se si dicesse lucano, chi non voglia confondere tempi e cose etnicamente diverse. Né il dialetto dei paesi dell’odierna provincia di Salerno posti sulla sinistra del Sele, si potrebbe dirlo salernitano; giacché le parlate sia della città capo della provincia, sia dei paesi alla destra del Sele medesimo hanno fisionomia e carattere differenti; essi si aggruppano manifestamente ai caratteri, di cui è tipo il dialetto della città di Napoli; il quale non si potrebbe dirlo «campano» se non per convenzione.

Pure stando geograficamente di mezzo tra la Calabria e la Campania, il dialetto degli Appennini lucani non si può dire che sia anello di congiunzione tra il calabro e il salernitano, ovvero napoletano. Ma si può dire, che per la legge de’ suoni, in generale e tra certi limiti, si accosti al calabro; mentre per l’organismo grammaticale ha i caratteri piuttosto del napoletano. In cotesto complesso di differenze e di somiglianze non si ritenga il dialetto basilicatese come un tutto unico e compatto dal Sele al Bradano, dal golfo di Policastro al golfo di Taranto. Ai confini delle cose colori e limili si mescolano; e le parlate dei paesi di Basilicata sulla zona di confine verso la Puglia o il Leccese partecipano piuttosto ai caratteri specifici prevalenti, quanto ai suoni e mutazioni di lettere, in quei paesi dell’Adriatico.

Le differenze più spiccate e di più generale carattere col dialetto napoletano o campano sono queste, che il campano pronunzia tutte le vocali in fine di parola, mentre il basilicatese sopprime l’e finale; e soventi pronunzia come una semimuta anche qualche altra vocale terminativa. Nel calabro predomina il suono dell’u schietto finale dove l’italiano mette l’o; nel basilicatese questa stessa vocale o finale non dilegua, o piuttosto ha un suono indeciso, che per molti luoghi piega all’u. Nel calabro inoltre, predomina la i sulla e; e, nell’organismo grammaticale, va tra i caratteri suoi più spiccati nella coniugazione del verbo la mancanza del passato prossimo, che non fa difetto al basilicatese.

Fra le parlate della regione nostra le diversità appaiono infinite, ossia tante quanti i paesi stessi; ma diversità poco o punto nel lessico, punto nell’organismo grammaticale o sintattico, tutte nella fonologìa e nella permutazione di certe lettere. Queste diversità fonologiche si potrebbe distinguerle per zone; ma nelle stesse zone o tratti di paesi più estesi si avrebbe a distinguere certe, come a dire isole, che manifestano dei fenomeni fonici singolari. Tali sono, per esempio la pronunzia dell’u nella parlata di Viggiano, che ha il suono pretto dell’u francese, e che non avendo riscontro nei paesi circostanti o lontani della regione stessa, non saprei spiegare altrimenti, se non come eredità glottica di un qualche grosso gruppo di coloni francesi ai tempi dei re di razza angioina, o prima ancora, ivi accasati, ma dalla storia ignorati. Tale il mutamento strano della lettera t in r nella parlata di Potenza. Una più larga trattazione che questa non sia, potrebbe e dovrebbe, in seguito a più minuto studio analitico delle parlate nostre, distinguere il campo dialettale appunto a zone, secondo la massima affinità loro, circoscritte forse da limiti di montagne o da grosse fiumane; ma non possiamo scendere a tante particolarità qui, dove non ci è consentilo altro, che di cogliere i tratti generali di affinità. Solo diremo della zona che piega verso il Leccese o verso il mare Jonio nella bassa valle del Bradano e del Basento: qui si avvertono certi caratteri fonici speciali, che la distingue risentitamente dal resto della regione dei paesi in montagna; e questi caratteri indicheremo, più che altri appariscenti, nel gruppo gl che ivi si tramuta in ggh; nel gruppo o sillaba que ove, soppressa l’e, resta una sillaba cu, che dà un’aria singolare e strana a quei parlari; nella perdita del g innanzi alla r nella trasformazione della stessa g in i.

Il carattere più spiccato delle parlate basilicatesi è questo, il dileguo, cioè, dell’ultima vocale della parola; dileguo che è perfetto, se essa è un’e, come l’e muta dei francesi; imperfetto se un’i ovvero un’o; giacché la i finale non dilegua ma si pronunzia debole e quasi evanescente o svanita: e l’o ha un suono debole così che pare svanito, o indeciso tra l’o e l’u. Ma la vocale a resta sempre; e se in qualche parlata pare dilegui, gli è piuttosto che essa sta in luogo dell’e. Anche l’u resta, e non muta. Ma tutte le vocali finali resistono se l’accento vi cade su; e resistono nei monosillabi: però le parole tronche e accentate dell’italiano non le ha, e invece le accresce come nell’antico italiano; anzi in qualche caso accresce anche i monosillabi.1 Se per eccezione mozza una parola, che non è tronca in italiano, vuol dire che l’accento rappresenta e rivela una sincope della parola stessa; come nel caso dell’infinito dei verbi, al quale tronca l’ultima sillaba e accentua l’ultima che resta.2

La permutazione delle lettere siegue leggi costanti, ma variano da gruppi di paesi a paese; tal che coglierne tutte le forme è studio difficile, se non impossibile. Soventi nello stesso ambiente, nello stesso paese si avverte qualche diversità che non si riesce a spiegare: come, ad esempio, perché sulla stessa bocca la parola cassa addiventa cascia, mentre passo e massa restano tal quali, e non mutano.

I gruppi nd, mb mutano costantemente in nn, mm; il pi in chi; il chi in ci; que in chi, cui e que; il gruppo ll generalmente in dd, ed anche, per molti paesi, in ggl’; il gl, dove non muta e dove muta in ggh; il ge, gi in je, j, sci, gi; il ga, gu in ja, ju.

Le declinazioni sono conformi alle leggi grammaticali dell’italiano. Tra le parecchie eccezioni che sarebbe troppo minuzioso indicare, una sola è degna di nota; ed è questa: la parola in cui l’accento tonico cade sull’o piega a duplice mutazione nel plurale, e u (il) fiore, u pastore, u calore diventano i fiuri, i pasturi, i caluri. Questa è legge generale per l’o, tonico: qualche volta, non sempre, accade anche per l’e; e pede, prèvite, érmice al singolare (piede, prete, émbrice) si mutano al plurale in piedi, priéviti, irmici. Questa morfologia grammaticale non si riscontra nel calabrese, ma è nel napoletano.

Manca la forma del superlativo in issimo, e quella del comparativo in ore, benché questo non sia prettamente italico, ma latino; pel superlativo usano raddoppiare, cioè ripetere due volte la parola stessa, che è la forma rudimentaria che spiega la figura del superlativo di alcune lingue romanze. Pei numerali ordinativi non hanno se non la parola primo; per gli altri non usano se non il poi.

Quanto al verbo, è caratteristico questo, che manca della voce del futuro; per cui usa il presente con avverbio di tempo (anche il calabro ne manca): ma ha il passato prossimo ed il passato remoto3 che il calabro non ha. L’infinito in ere, breve, viene sincopato dell’ultima sillaba, e così ragguaglia alla terza persona del presente; gli infiniti in are, ere lungo ed ire o si mantengono, o sincopando si accentuano, come fu detto. Quanto al partecipio, escono, salvo eccezioni, in uto i verbi in ire ed ère, ed in ato quelli in are.

Nel verbo occorre di notare alcune particolarità. La terza persona del passato rispecchia in generale più chiaramente la forma e il tipo del latino; e quello che fu amavit, audivit, è divenuto amau o amav’, sentiv’ o sentï nel dialetto. Ma nel gruppo potentino, per un processo che qui è fuori di luogo discutere, la caratteristica della terza persona del passato esce in aze (con pronunzia dolce, quasi s, del z): e dirà amaze, facéze, venéze, foze per amò, fece, venne, fu. Alcune singolarità più spiccate ricorrono in molti paesi del circondario di Lagonegro; e la parlata di Senise, per esempio «appiccica la pronominale vi e ti alla terza persona singolare del perfetto o imperfetto indicativo, e ti e si alla terza persona singolare del presente indicativo».4 A Castelluccio, la enclitica si è aggiunta alla seconda persona singolare dell’indicativo del verbo attivo (e dicono: dòrmisi, camminisi, ecc.). A San Chirico Raparo qualcosa di simile. A Maratea, l’enclitica ti alla terza persona singolare del presente e del perfetto; e si alla seconda persona del presente. Forme manifestamente latine con l’aggiunta di una semplice vocale: ed idiotismi che non hanno riscontro nelle parlate degli altri paesi della regione; ma lo hanno invece con dei paesi della prossima Calabria. Accennerebbero dunque ad un’antica e viva corrente di rapporti demografici tra questa regione della Basilicata meridionale e la prossima Calabria.

Anziché corruzione dell’italiano è, come tutti gli altri dialetti italici, trasformazione del latino rustico o popolare; e cotesto (se mancassero le pruove logiche) si mostra nell’analisi dei mutamenti delle lettere e nella trasformazione delle parole, che trovano la ragione di essere, o l’addentellato loro nell’originaria parola latina, anziché nell’italiana corrispondente. Quindi il contenuto del dialetto, ossia il lessico, se corrisponde (tenuto conto della fonologia e morfologia propria) alla lingua italica, gli è perché e in tanto che questa corrisponde al latino antico popolare, da cui derivano amendue. Senza rimontare a cotesta antica fonte molta parte delle parole dialettali non si comprenderebbero. Non è dubbio che il carattere, anzi il patrimonio del latino si scorge manifesto in tutti i dialetti dell’ Italia meridionale: ma se in qualche parte più e in qualche parte meno, io dirò che più che altrove si incontra spiccatissimo nelle parlate basilicatesi dei paesi posti sulla spina della catena appenninica, tanto a levante, quanto a ponente. È l’antica sede dei primigenii Osco-Lucani.

Di fronte alla massa di vocaboli redati dal latino antico e popolare, è poca cosa quello che deriverebbe da altre fonti. I Longobardi che dominarono tanto tempo pel principato di Benevento, e di Salerno, e vuol dire tanta parte della regione lucano-basilicatese, ebbero a lasciare senza dubbio qualche traccia del loro originario idioma nelle parlate dei popoli su cui dominarono. Manca ancora del tutto un’indagine sulla derivazione delle parole dialettali da questa speciale fonte; ma da qualche esempio che mi soccorre alla mente,5 parmi lecito ritenere, che le treccie delle leggi longobardiche e della consuetudini originate da esse non mancano nel lessico del dialetto. Qualche elemento di schietta origine araba, o del semitico, è dovuto ai commercii delle popolazioni basilicatesi con quelle che ebbero più lungo contatto con gli arabi di Sicilia, o con le popolazioni giudaiche, che, come fu detto, vissero per lungo tempo in molti punti della Basilicata.6 Di tale o dell’altro elemento spagnuolo è facile rintracciare la fonte, pel tempo non lontana; meno abbondevole e men certo è, a mio avviso, quel tanto che ci abbiano potuto lasciare i re, i signori e le corti che ci vennero dalla Provenza o dalla Normandia. In ogni modo, poca cosa.

Ma un rivolo assai più copioso si deriva dal greco; e qui sorge la quistione se dall’antico greco, o dal medievale o bizantino. Per noi, che siamo venuti rintracciando le minute orme dell’incolato grecanico-bizantino nella provincia nostra e nelle contermine per molti secoli del medio evo, non pare dubbio che a cotesta origine debba riferirsi tutta quella parte del greco che s’incontra nel lessico dialettale delle nostre popolazioni. Non vogliamo recisamente negare che qualcosa non sia direttamente pervenuta dai più antichi abitatori ellenici della Magna Grecia; non vogliamo negarlo, perché non abbiamo ragioni recise a farlo: ma ci si consenta di credere che cotesti possibili pulviscoli lessicali delle antiche colonie elleniche siano piuttosto entrati nella lingua dialettale moderna per via del latino rustico o popolare.

La storia mi dice che tra l’ellenismo delle antiche colonie e l’ellenismo medievale della regione, ci è di mezzo una parentesi di latinismo che investì, avvolse e signoreggiò tutta la convivenza, per oltre cinquecent’anni: la logica mi avverte che tra due cause probabili di un fenomeno, la causa prossima esclude la causa remota. Le antiche colonie elleniche della Magna Grecia imbarbarirono, scriveva Strabone fin da’ suoi tempi; e divenute che furono municipii e colonie romane con in grembo coloni latini, e le leggi latine, e gli ordini giuridici amministrativi, militari e sociali romani, era forza si romanizzassero; così e come e quando si romanizzarono e latinizzarono i municipii che erano già in origine popolati di gente osco-lucana, o bruzia, o sannitico-campana. Linguaggio, civiltà, e signoria latina dura secoli e secoli, si abbarbica, ramifica, si espande e assorbe tutto; e procedendo e sviluppando si trasforma gradatamente, insensibilmente nella civiltà e nel linguaggio italico: su questa poi avvien che s’incalmi un tallo di civiltà greco-bizantina. E questo innesto di grecità cresce a sua volta e si espande nello spazio e nel tempo per onde di coloni che arrivano ad onde e s’incalzano; e quali fondano nuclei di nuovi paesi, aggruppandosi in società particolari; quali si aggregano a paesi o società preesistenti di genti latine; ma gli usi, i costumi, gli ordini famigliari, il culto e il linguaggio originarii essi li mantengono per anni, anzi per qualche secolo e più; tantoché lo Stato pubblica per loro le leggi in greco, dirime e giudica le loro controversie in greco; mentre la chiesa parla, esorta e prega in greco. E tutto questo è durato per la seconda metà del medio evo, fino all’aprirsi dell’era moderna, un cinque secoli addietro! Come dunque si potrebbe ragionevolmente negare una più prossima parentela, una più stretta affinità tra questa più viva e più prossima sorgente, e quei zampilli che si rivelano grecanici nel lessico dialettale della Basilicata e delle regioni contermine poste sul Jonio e sul Tirreno?

Gioverà di raccogliere questi sprazzi di grecismo, che sono quasi ciottoli erratici di un idioma sul campo dì un altro e giova richiamare anche su questo subbietto l’attenzione e la indagine di coloro che vorranno illustrare la storia del loco in cui nacquero. Io ne ho raccolto un certo numero, che è scarso e breve senza dubbio in virtù della grande difesa della provincia;7 ma, per la ragione stessa della cosa, numero che non può farsi maggiore senza l’aiuto dei molti, a cui la parlata di quello o di quell altro paese è familiare. Nel breve peculio che ho messo insieme, è da notare segnatamente il numero delle parole attinenti alla pastorizia. Fu dunque di pastori, di bifolchi e caprai e porcaiuoli la grande massa di coloni che ci vennero di là dal Jonio, ed è naturale; e da non essi unicamente: ad attestare la presenza de’ cultori de’ campi soccorrono i tanti nomi di greca origine, che, infissi alle contrade dei territorii, siamo venuti indicando in un capitolo precedente.8 Inoltre speciali costumanze e traccie di usi popolari ci si rivelano dalle parole della stessa origine: sicché è lecito conchiudere che i varii gruppi di questo genere coloni si sparsero, dove più dove meno, per tutta la regione. E per le limitrofe fu lo stesso.

Non è popolo che non abbia una sua letteratura; e il nostro ha la sua, di cui è organo e forma il linguaggio, del quale abbiamo finora indicati alcuni dei suoi caratteri. È letteratura orale non scritta; e consta, come tutte le letterature di popoli bambini, di canti e di racconti.

La forma metrica di questi canti (non altrimenti che di tutte o quasi tutte le cantilene delle popolazioni meridionali) è quasi esclusivamente in otto versi, ma a due sole rime intercalate; è l’antico strambotto, fonte originaria del sonetto. Una sua impronta più spiccatamente popolare è nell’intreccio assonante e consonante della duplice rima: il verso è l’endecasillabo, fuorché per gli indovinelli; anzi i canti in versi a minore misura dubito siano di origine schiettamente popolare; o vennero d’altronde. Accompagnano i canti con un un motivo musicale, anch’esso popolare e semplice; e di questi motivi il più consueto, il più generale e il più antico per conseguenza, dicono aria capuana, dalla provenienza sua originaria senza dubbio. L’aria capuana è il motivo musicale proprio delle serenate, che gli amanti portano di rito alle fanciulle, e le cantano in istrada, all’aria aperta, a piena notte, con l’accompagnamento grave della zampogna pastorale, od allo strimpellìo di un’arpa e di un violino accordati ad un flauto, ma anche in questi concerti della gioventù più ricca il trovatore o cantore è sempre un canterino del popolo.

Il motivo musicale è creazione anche esso popolare; o chi abbia inteso qualche volta per le aperte campagne gli echi di queste cantilene, che frotte di giovinette gittano all’aria, a letizia del lavoro fatto in comune a sarchiare il grano cestito in erba, a spiccar l’uva dai tralci, a raccattar le castagne che cascano dall’albero, non dimenticherà presto queste quasi voci poetiche della natura viva, quasi profumi brevi ed acuti di fiori silvestri. L’aria musicale del canto vale, nella nuda semplicità sua, più che il contenuto del verso.

Questa facoltà musicale è, dove più dove meno, generale in tutti i volghi dell’Italia meridionale. Per la regione nostra è caratteristica e forse più intensa, nel paese di Viggiano Qui la popolazione maschile è quasi tutta educata alla musica strumentale, sia per istudio di un mestiere, sia per isvago e sollazzo; e poiché vanno in volta pel mondo intero, ormai sono noti da per tutto i «Viggianesi»; e noti oggi per fama non bella, poiché l’arte degenerò in mestiere, e il mestiere in accattonaggio. Ma questo, più che manifestazione musicale, è fenomeno d’emigrazione; e non accade di parlarne qui.

Il tema generale di tutti cotesti canti è l’amore, nelle multiplici manifestazioni sue di desiderio, di gelosia, o disperazione, lamenti, invettive, o preghiere. Affatto ignota la nòta patriottica; ignoto ogni accenno a condizioni politiche, ad avvenimenti storici.9 Appena qui e qua un ricordo fugace de’ Turchi sbarcati alla marina; ricordo e testimonio alle miserie delle popolazioni rivierasche al mare, nel secolo XVI e XVII. Canti storici non ne hanno: solamente nei villaggi albanesi, con la indimenticata tradizione del loro Scanderbeg, si odono canti che si riferiscono ad esso e ad altre avventure epiche dei tempi anteriori alla loro venuta in Italia; ma è lecito dubitare che siano canti di conio autentico popolare. Rammento della mia fanciullezza un vecchio contadino, festevole, arguto e brioso, il quale talvolta ripeteva quasi clandestinamente, su nòta lugubre musicale, un canto per la morte di re Gioacchino; e vi si nominava Trentacapilli, quel capitano di milizia che catturò a Pizzo il re infelice. Morto il vecchio cantore, non è stato possibile di raccogliere un qualche brano del canto; ed alla generazione succeduta al vecchio è forse del tutto ignoto il nome del re, che per la tragica fine e gli epici eventi della sua vita di soldato e di re poteva avere maggiore diritto che altri alla memoria del popolo. Ma la memoria storica manca ai popoli incolti, finché la storia non si tramuti in leggenda: allora il maraviglioso la imprime nella mente, cingendola di una aureola che la tradizione rende viva e perenne.

Di canti religiosi hanno le laudi, le leggende di miracoli, e qualche brano d’inno al santo protettore; e se in tutte coteste manifestazioni di pietà schietta e di arte infantile, il sant’uffizio troverebbe tanto da condannare l’eresia del poeta, e il maestro i solecismi dell’arte, non manca il sentimento poetico e l’ingenuità spontanea che rende amabile il fanciullo. In uno di questi canti, vien dai giudei commesso allo zingaro (genìa straniera e invisa al popolo), lavoro dei chiodi che dovranno configgere alla croce di Cristo; e la povera madre va a pregare il fabbro vagabondo, che faccia men gravi, men pesanti questi strumenti del martirio! e lo zingaro, tristo e villano, risponde che li farà più pesanti che può! In un altro, la madre sgomenta va in cerca del figliuolo, che è già in mano ai carnefici, e picchia all’uscio di casa Pilato, ma di dentro risponde il figliuolo, che non può aprirle, poiché è legato alla colonna, e pure le chiede a sollievo dell’arsura un gotto di acqua, e la madre si strugge, che non glielo può dare!

La leggenda di Sant’Alessio, quella di Santa Cesaria, e per ricordarne un’altra che è delta «il paggio del re» sono trasformazioni popolari ritmiche di racconti agiografici medioevali; intrecciano alla nòta lirica la nòta drammatica; e non dubito dire, che alita in esse un sentimento poetico sì vero e vivo, che vince i pregiudizii di scuola o di setta, e tronca sul labbro il sorriso agli stessi pretenziosi giudici della poesia aulica e coturnata.

Né l’intenzione satirica manca all’opera poetica del popolo e del nostro; nè talvolta certa nota di sensualità, che pure artificiosamente velata, non è opera veramente di popolo. Uno di cotesti canti, che è assai diffuso anche pel suo motivo musicale, lamenta le pene e le venture della vita del pastore con un senso arguto ed equivoco tra il compianto e lo scherno, che esce dalle ingenuità di queste cantilene. Un canto sul mestiere del ramaio ha un ritornello consueto di questi girovaghi per le vie dei villaggi, ma tutto intessuto di frasi a doppio senso; è poesia cantata dal popolo però di fattura forse al di sopra della poesia del popolo. Gli indovinelli10 a parole ritmiche o rimate hanno una loro forma speciale e propria di stile, che è quella di parere equivoci, rasentando la licenza e lo sconcio; ma di fatto non sono. Tutti incominciano con quattro versi di cappello, che si ripetono per ognuno e dovunque.

Che tutto questo materiale ritmico di indovinelli, di laudi, di canti e cantilene siano opera veramente di popolo, non vorrei dire; da quel tanto che delle provincie del mezzogiorno è pubblicato per le stampe,11 è facile scorgere in parecchi il riflesso della composizione letterata, che traduce o piega stentatamente la parola aulica alle forme della parlata dialettale. Qualche letterato del popolo del secolo XVII dovè raffazzonare e mettere insieme di quelle ottave a sentimenti generici di amore, di sdegno, di gelosia, che poi si diffusero oralmente di paese a paese, di regione a regione. Quell’indeterminato e generico che è in tutto questo complesso a me noto di canti popolari, non abilita a potere determinarne la età; ma non mi paiono recenti: sarei per dirli anteriori, o di perto non posteriori al secolo XVII. In un canto che si ripete a Picerno l’innamorato che invita il rivale a scendere «nello steccato con pugnale e spada» accenna per lo meno al XVI secolo. Un canto che va fuori della falsariga ordinaria, perché sul fondo lirico intreccia il dramma e il racconto, narra l’avventura di un marito lasciato in asso dalla recente sposa; in esso è nominata con vocabolo popolare una moneta dei tempi aragonesi, onde si trae con sufficiente approssimazione la logica delle sue origini.12

La letteratura novellista dei nostri volghi è tutta a fondo epico, non perché narri di eroi e di battaglie, ma perché al mondo reale s’intreccia il soprannaturale, ed un ambiente maraviglioso circonda ed investe tutto, uomini e cose. E la concezione di un mondo ideale che non esiste più, ma che un tempo è esistito: e come e perché abbia finito di esistere, essi non chiedono; e perciò la concezione loro resta ancora poetica. Questo mondo ideale è tutto popolato di fate, di orchi, di folletti, di spiriti, amici o inimici agli uomini, e intorno ad essi la fantasia è venuta aggruppando un ciclo di cònti, fiabe e leggende ricco e strano; che sono senza dubbio eco, o ricordo di un materiale epico e novellistico del più remoto medio evo, cristiano e germanico, con sprazzi arrivati dall’oriente, e con qualche reliquia dell’età pagana, ma questa nei nomi anzi che nel contenuto. Derivano da fonte cristiana tutte le fiabe di spettri, lemuri ed ombre di trapassati, che sono tuttavia una grande e viva parte della psicologia popolare; nonché quei racconti delle avventure di Cristo e suoi apostoli in pellegrinaggio pel mondo; di cui è ben noto saggio la ballata goethiana di Cristo e le ciliegie. Nell’antichissima e ricca letteratura dei vangeli apocrifi è, senza dubbio, la fonte originaria di questo ciclo di leggende apostoliche; ma ce ne ha di conio moderno altresì, inventate da spirito meno pio che caustico, ad intenti schernevoli, e talvolta, strano innesto! licenziosi. In tutto cotesto ciclo di leggende risalta per singolare carattere la figura di San Pietro, che è addivenuto un tipo popolare, un po’ attaccabrighe, un po’ ficcanaso, ma in fondo bonaccio e correntone.

Benché tutte derivate dal medio evo, non vi si riscontra niente delle epopee o dei romanzi cavallereschi di quella età; quantunque tra pochissimi libri tuttora letti dai minori ceti del popolo siano, unico e veramente popolare, i Reali di Francia: e vuol dire che i romanzi cavallereschi tanto in voga a quei tempi secondo le storie letterarie, non giunsero nei bassi strati del popolo, e non ebbero altrimenti voga fuor che nella classe elevata della società feudale.

Di fatti o personaggi storici nessun ricordo, nessun accenno; nulla. Sono racconti di una età preistorica, senza nòta di tempo e senza nòta di luogo; benché non si dicano altrimenti che storie. Però di attinenti a tale luogo, a tale società corre di bocca in bocca una serie di brevi racconti arguti e d’intenti satirici contro qualcuno dei paesi della regione loro, a cui si affibbia ogni sorta balordaggini, ingenue o sciocche; e, dirò altresì, contro alcuno dei ceti sociali, specie preti e frati. Ma (degno di nòta più che altro) niente contro i signori, contro i baroni feudatarii, contro i regnanti; nulla: anzi di cattivi re non ne conoscono i cònti popolari; e ciò non per la prudenza terrena del proverbio — poco di Dio, punto del re —, ma perché il re è in terra la giustizia e la bontà di Dio. Ai cònti, alle fiabe veramente popolari ogni intenzione politica manca.

Della cultura letteraria di questo popolo non c’è da dire molto, quando pei tempi nostri, cioè per l’ultimo anello di una catena di più e più secoli, si sono ricordate le cifre statistiche dell’analfabetismo. Le quali dànno per ogni 100 abitanti, da sei anni in su, la proporzione di 85,18 analfabeti,13 che, manco male! discende a 73,25 pei coscritti della leva del 1863, ed a 69,69 per quelli del 1864.

Che cosa dire del passato? Scuole pubbliche volle stabilite nella città di Melfi Federico II:14 ma a prendere le mosse da sì alte origini manca ogni filo di notizie; ed è forza discendere molto in giù il corso dei secoli. La scuola elementare popolare non comincia ad apparire tra le spese del comune prima de’ bilanci dei tempi murattiani, dopo il 1806! E allora, e fino alla metà del secolo nostro, lo stipendio al maestro fu pari, su per giù, alla mercede pagata al sagrestano per dare l’abbrivo mattutino alla macchina dell’orologio pubblico, messo sul campanile della parrocchia! La scuola era detta «pia» forse perché gratuita; ma, tra la disistima e l’incuria pubblica, non ne traeva un qualsiasi profitto, se non la piccola borghesia, o il ceto popolare addetto ai negozii. Fino a tutto il secolo XVIII, non è raro caso il trovare le pubbliche carte sottoscritte per segno di croce dagli amministratori della comunità analfabeti.

La cultura delle classi superiori al minuto popolo non veniva altrimenti che da scuole rette dai chierici; dai seminarii, cioè, e dai conventi. Agli ultimi anni del decimottavo secolo, nel 1795, la provincia di Basilicata numerava 127 paesi; e in questi erano 116 conventi di uomini, 17 di donne e 5 conservatorii di donzelle.

I conventi non avevano obbligo di pubblico insegnamento; ma che un qualche frate, a profitto proprio o della comunità, si occupasse all’insegnamento, è credibile. Tutta l’istruzione secondaria veniva dai seminarii che erano molti, secondo il numero delle diocesi; ed alcuni di straordinaria ampiezza, come quello di Matera, che aveva posti per 250 alunni, e un concorso in proporzione. E degno di nòta, ed è testimonianza di lode alla regione, il non breve novero di sussidii offerti dai cittadini alla istruzione pubblica, nel corso del secolo XVII. Il seminario di Melfi, piccolo per poco estesa diocesi, aveva quattro posti gratuiti pei quattro paesi della diocesi Rapolla, Atella, Ripacandida e Barile.15 Eliseo Gervasio, dotto uomo della stessa città, morto nel 1627, fondò nella sua patria non soltanto una casa e un collegio dei padri Somaschi, ma altri posti per studii a Napoli, a Roma, e nel seminario.16 Il cardinale De Luca di Venosa, morto nel 1683, oltre ad un monte frumentario pei coloni e un monte per doti a povere fanciulle, istituì un legato a sussidio d’istruzione a’ suoi concittadini in Napoli, che esiste ancora. Per Atella fondò due posti di studii Cesare Contursi; per Calvello altri posti un Caselli; altri benemeriti (e mi duole ignorarne il nome) per Tolve; le reliquie di minori sussidii esistono ancora stremate e confuse tra gli ufficii delle opere pie di Vietri, di Brienza e di Montepeloso.17 Un Ferrante Parigi legava le sue sostanze, sotto certe condizioni, ai gesuiti di Napoli, perché avessero aperto un loro collegio a Moliterno: ma le condizioni non si avverarono e la Compagnia non venne: e se fu un bene o un male, altri a sua posta sentenzii.18 Io ricorderò infine l’esempio singolare del feudatario di Ruoti, di casa Capece-Minutolo,19 che fondò in quel suo feudo una scuola di catechismo (e vorrei credere fosse pure scuola elementare) e assegnò al maestro lo stipendio di 40 ducati, che pel tempo non era misera mercede, nè scarsa.

Ai benefici promotori di istituti per la cultura dello spirito mi sia concesso di aggiungere coloro che per ispirito di pietà, intesero alleviare una qualche parte dei tanti dolori che travagliano l’umanità sofferente. Se li mosse spirito di pietà religiosa che importa? non dimenticheremo, che oggi nè quèsto, nè altro di altro genere spirito muove altri a imitarli. Le più antiche notizie per me raccolte ricordano un Berardino Bevilacqua che volle fondato un ospedale per gl’infermi in Rivello; e fu aperto nel 1502:20 a Lagonegro la famiglia Cresci ne istituiva uno per gl’infermi e per i pellegrini nel 1515, e un altro ivi stesso la famiglia Marsicano nel corso dello stesso secolo XVI.21 A Moliterno il vescovo Ascanio Parisi chiama i Padri di San Giovanni di Dio a reggere quello che egli aveva fondato nelle sue case l’anno 1596, che però non durò oltre il 1652 e fu soppresso; a Maratea, nel 1734, ne surse un altro per legato di Giovanni de Lieto; un altro in San Chirico Raparo istituito dall’arciprete Rinaldi; altri, in epoca ignota per origine e per estensione, in Sarconi, in Lauria, in Castelluccio, in San Martino, in Melfi e altrove. Al cadere del secolo XVIII se ne numeravano 15, ed erano nei paesi di Matera, di Montepoloso, di Acerenza, di Venosa, di Muro, di Bella, di Lagonegro, di Ferrandina, di Viggiano (?), di Vietri, di Tursi, di Saponara, di San Fele, dì Miglionico e di Rotonda.22

Ma ai rinnovamenti sociali e legislativi dei primi anni del secolo XIX, poiché anche la pubblica beneficenza ebbe nuovi ordinamenti e trasformamenti e accentramenti, in quel rimescolìo, tra il buono e il reo, non rimasero gli ospedali per gl’infermi che sei, nelle città di Potenza, di Matera, di Melfi, di Venosa, di Maratea e Vietri. Questi ebbero ufficio d’istituti «distrettuali» cioè a pro di tutti i circondarii della provincia; ma in fatto, perda natura loro propria, non possono recare alcun prò fuorché all’incolato unicamente paesano.

E tornando alla pubblica cultura, non vuolsi dimenticare che ai tempi di Carlo III cominciò a spirare altra aura anche da noi: il «secolo dei lumi» illuminava e premeva d’intorno dovunque. Dopo la espulsione dei gesuiti dal reame nel 1769, il governo di Tanucci, ministro, stabilì si aprissero pubbliche scuole per le provincie, a compenso dell’opera degli espulsi, ed a spese degli amplissimi redditi della Compagnia incamerati allo Stato. L’abate Genovesi ebbe grande parte, d’impulso e di consiglio, al nuovo indirizzo educativo. Per la Basilicata furono istituite tre scuole, una a Muro, le altre a Marsico vetere ed a Latronico, e si dissero normali; una «Scuola regia» superiore a Matera, città capo luogo della provincia. In questa era insegnamento di belle lettere, geografia, storia, matematiche, filosofia, medicina, giurisprudenza, dritto di natura, e agricoltura. Era dunque un embrione di Università a prodotto minuscolo, eppure proficuo: ma non durò; il nuovo indirizzo e il nuovo assetto che presero, fra non guari, le cose dello Stato travolse e rinnovò tutto il passato; anzi, pel tempo che essa durò, non credo che assolvesse mai, ancorché in parte, il programma degli studii promesso.23

Che qualità d’insegnamento derivasse da coteste fonti, si potrebbe arguire dai lamenti che in tutte le sue opere non restava di farne il Genovesi, sia pel contenuto, sia per l’indirizzo. Pel contenuto, non era altrimenti occupato che allo studio del latino, come mezzo, fine, e tutto. Istruzione data da chierici, non aveva altro intento, non sapeva proporsene altro che quello di fabbricar chierici. E per questa via che poteva condurre agli altari, s’incamminavano tutti quelli che frequentassero una scuola: il clero era un ceto privilegiato; la via era agevole e corta; e la legge economica della minore spesa di produzione e del maggiore o più pronto profitto determinava tutti verso la speciale sorgente di pubblici redditi destinati ai nativi del paese, che erano le chiese ricettizie. Quindi il numero dei preti era proporzionatamente grande dovunque, e in qualche luogo, strabocchevole.24

Tra questi studiosi chi si elevasse dal comune ed umile livello, andava da maestro nei seminarii della diocesi; o, più rara fenice, veniva in Napoli a patrocinare liti nel foro, con la suprema ambizione di giungere in fine allo stallo dei consigli giudiziarii dello Stato; e, per vero, non sarebbe scarsa la lista di costoro, che, nati nell’àmbito della provincia, e fatti i primi studii nelle scuole di chierici e di frati, vennero da giovani nella città di Napoli, e vi trassero la vita nell’esercizio di alti uffizii e di libere professioni, con splendore di fama e di lucri. Ma a che pro questo rosario di «uomini illustri» (come usa dire gli scrittori delle storie municipali), se la cultura loro, piccola o grande che fosse, non prova nulla, né per la cultura della provincia in cui nacquero, ma in cui non vissero; né per la civiltà delle popolazioni che non li ebbero in mezzo a loro di esempio vivo e presente?

Sorgevano, benché rare, certe spiccate figure di uomini di carattere, che elevandosi sul livello comune sono di ricordo. Di Angelo Antonio La Monica, di Melfi, abbiamo parlato più innanzi. Qui ricorderò, a titolo di onore, quel Carlo Danio, arciprete della chiesa di Saponara, che dirò lo scopritore nonché l’illustratore della sepolta Grumento; poiché da lui sopratutto venne, quel tanto di luce che diffusero su questa città gli scrittori del secolo XVIII. Fece scavi e ricerche a sue spese tra le molte ruine, sparse per fratte e vigneti, dell’antica città; ne raccolse i marmi letterati, li trascrisse; e questi con non poche altre reliquie, sottratte alle macerie che le nascondevano, statue, bassorilievi, arche, colonne; dispose ordinate in un suo giardino, accanto al domestico oratorio, sul cui ingresso aveva scritto «Officina per la salute dell’anima».25 Largamente generoso delle notizie de’ suoi trovamenti e delle inedite iscrizioni agli eruditi napoletani che il richiedevano, si incontra il suo nome, con nòta di onore e di riverenza, nelle opere di molti scrittori de’ suoi tempi. Morì nel 1737; e legò la sua biblioteca ai Cappuccini della sua patria con espressa clausola che fosse tenuta aperta all’uso del pubblico; ed oggi, a traverso lunghe vicende, è del comune. Ma quel tesoro di cimelii è da gran tempo disperso, salvo qualche povera reliquia nell’orto accanto alle case di un onesto operaio, che già furono del Danio.

Si diffuse a quell’epoca un certo generale desiderio di ricerche e di studi per la storia delle città, che è prova di un risveglio intellettuale, senza dubbio. I dotti del luogo, qui e qua, ne lasciarono scritte le memorie, la più parte inedite ancora; ma per chi le ha viste, sono testimonio, pur troppo, d’una cultura bassa e barbarica. Per queste erudite scritture di uomini dotti, l’origine, per esempio, di Saponara era da un’ara della Dea Sapona; Spinoso venne dalla distruzione di Carro nuovo, e questo fu

«paese edificato dal gran Francois troiano compagno d’Enea nella distruzione della bella Troia e di Miento che edificò Grumento»;26

Castelluccio è da un «Castello di Luccio» suo fondatore; Latronico da un laconico, che era il soprannome borioso di Tessalo, ricordato da Plinio come medico di Eraclea, la quale successe alla città di Siri; e dalla distrutta Siri vennero gli abitatori di Siluci, presso Latronico, o Siruci, la quale fu detta quasi Siris huc! — Così scrivevano i dotti della provincia, ai tempi del Muratori; e sorrideremo. — Ma che giudizio faremo della pubblica cultura anche de’ tempi posteriori, quando avremo ricordato che quelle ed altre dello stesso conio notizie di storia si trovano ripetute in libri a stampa di gente tenuta a Napoli per dotta, e talune anche in libri dei nostri tempi?

E di questa stessa epoca una letteratura poetica, che, se fosse a stampa, potrebbe aggiungere un notevole contributo alla notizia della coltura generale della regione; ma per vero nulla perde l’Italia che non sia a stampa; e qualche migliaio di sonetti per vestizione di monache, per morti illustri, pel primo avvento del vescovo nella diocesi, o per le espansioni erotiche di un seminarista, non mostrerebbero tutt’al più che gli influssi del Frugoni, o dei coniugi Zappi aleggianti fin tra le forre e le balze degli Appennini basilicatesi. Sopraggiunse la novità dell’Arcadia, e si belò anche lì, ma poco; perché le officine arcadiche possono tenersi in piedi nelle città, ma nei paeselli di campagna non possono; ivi l’ignoto presta il campo all’ideale dell’idillio; qui la realtà cruda delle cose spezza le ali all’ideale stesso. Scrivendo il latino meglio che l’italiano, non si attentavano di scrivere in prosa, salvo che nei quaresimali dei chierici dotti, nei quali per vero non era se non la spazzatura degli oratori sacri a stampa del secolo XVII.

Era il tempo delle accademie come è oggi dei congressi, teatro degli istrioni dotti e degli istrioni indotti; ma nella estesa provincia non surse a vita ufficiale nessun’accademia, come nella prossima Calabria. Seminarii, conventi e scuole private, ad ogni festività della chiesa o del vescovo, indicevano un trattenimento di accademia pubblico, a leggere prose e versi in latino, in greco, in ebraico, come a Melfi, occorrendo: e questo era l’unico veicolo a un po’ di rinomanza nei tempi che l’istituto del giornale, a tanto la linea, mancava ancora. Ma il contagio era nell’aria; e la febbre accademica affannava tutti. Don Giambattista Pignatelli, principe di Marsiconuovo e singolare uomo per pietà beghina e per dottrina teologica, veniva a passare qualche anno di svago nel suo feudo di Moliterno, e qui — come scrive uno dei due o tre gesuiti che dettarono la biografia del ricco signore27 — istituì nel suo palagio

«un’adunanza accademica, in cui due volte per settimana intervenir dovevano» (corvata feudale di nuovo genere!) i più intelligenti del paese, parte per discorrere e parte per ascoltare: al padre Biancullo, domenicano, diessi la incumbenza di favellare sopra i testi più difficili della Bibbia; il P. Antonio da Potenza, francescano, per filosofiche e teologiche quistioni; tre o quattro giureconsulti i punti più classici della giurisprudenza; ai giovani meno esperti assegnossi a tradurre il Baronio, ad altri a ripetere la somma delle lezioni di Ferdinando Zucconi. Il Principe assegnava le materie e ripartiva i soggetti. Al fine dell’erudito trattenimento dispensare faceva rinfreschi secondo le stagioni, trattone la quaresima».

Se dunque era una corvata imposta ai vassalli del ceto nobile, era almeno una corvata raddolcita dai rinfreschi, tranne la quaresima! Non tutti gli accademici del regno o di fuori potevano sperare altrettanto, bisogna convenirne!

Ma se cotesti gentiluomini accorrevano ai trattenimenti del principe feudatario per prendere i sorbetti e commentare il digesto, non dimenticavano i più allegri passatempi; e dotarono il loro paese di un teatro comunale, che venuto su nel 1772, fino a pochi anni fa era ancora in piedi. Due o tre volte all’anno, alle solenni festività paesane, recitavano essi la commedia; e, poiché non consentita ancora dal costume la promiscuità di sesso sul palcoscenico, radevano i baffi, e il ruolo della prima donna era bello e trovato. Teatro ed attori ebbero non scarsa fama pel tempo.28

L’autore in voga era il Cerlone, un setaiuolo napoletano che scrisse un mucchio di commedie e tragicommedie spettacolose, con un via vai di sultani, di pascià, di principi dell’India e della Persia, con mercanti olandesi, e schiavi e schiave napoletane, e, ingrediente di ogni cibreo, il pulcinella goffo e sciocco e volgare, che, grazie a lui, divenne tipo sempre più goffo e volgare. Più tardi entrò nel repertorio anche il Metastasio. Apparecchiate che erano da lunga mano, le rappresentazioni sceniche addivenivano l’avvenimento dell’anno; e, giuochi olimpici municipali ad entratura gratuita, il concorso della gente era grande e grande la fama d’intorno, ad ammirazione ed esempio. Quindi i paesi più popolosi ebbero anche essi i loro teatri, scene e palco improvvisati e temporanei, anziché stabili: ed ivi la cittadinanza colta faceva le sue annue prove, a gloria della patria e a lustro della festa patronale, come dicevano, con un entusiasmo, con uno slancio che si è mantenuto popolare fino agli ultimi tempi.

I primi esempi ne vennero dai signori dei feudi, i quali dalla capitale vi si recavano a passare una parte dell’anno a svago e ad intenti di economia o di lusso maggiore. Fra costoro, primo tra primi, si trova annoverato il conte della Saponara, don Carlo Sanseverino. Restaurò ed ampliò ivi il castello, al cadere del secolo XVII; lo abbellì a pitture di artefici celebrati; fino la scuderia, amplissima, volle fastosa di ori e di specchi; e alle sale aggiunse un teatro che fu detto «leggiadro» dal viaggiatore e letterato toscano, l’abate Pacichelli, morto nel 1702. E il nostro buon dottore Gatta, che imbocca la tromba epica quando parla di questo signore, attesta che non «isdegnava di inghirlandarsi la chioma di poetici allori, unendo alla gloria delle armi quella delle lettere», e dice che «egli fu il primo che in questa provincia facesse comparire sulle scene lucane (in Saponara) il concento e la melodia nella rappresentazione di quel famoso suo dramma, intitolato l’Elidoro o il Fingere per vivere, fra le epitalamiche fedi di donna Aurora, di lui figlia, col duca di Laurenzana».29 Donna Aurora Sanseverino, nata in Saponara, anche essa scriveva versi: fu anzi dell’Arcadia; e per verità le sue «rime» che si leggono a stampa, valgono forse più che le cabalette solite delle zampogne arcadiche.

L’istruzione continuò ad essere data unicamente dal ceto dei chierici, per tutto il secolo XVIII. Un rivolo da fonti laicali incomincia a filtrare dai tempi tanucciani: ma non si aprì un varco appariscente prima del Governo, che si disse «del decennio» quando cominciò, di regola, anche l’insegnamento dello Stato. Base dell insegnamento secondario continuò ad essere il latino; ma vi si aggiunse qui e qua un po’ di geografia, un po’ di matematiche; ma punto di storia moderna, poco o punto dell’antica; e delle discipline filosofiche quanto si credeva bastasse a spiegare la vecchia nomenclatura della scuola. Qualche sprazzo di greco, non rimase se non in qualche seminario; a Tursi, per esempio, che aveva in diocesi cleri di gente albanese. Nessuna istruzione alla donna, nè prima, né dopo: così per le minori classi del popolo, così, o con rara eccezione, tra le classi elevate. Dopo il 1830 l’orizzonte delle scuole laiche si venne allargando, e aggiunsero al latino lo studio della lingua patria; ma sì l’ombrosa vigilanza della polizia, sì l’angusto ambiente di una regione impervia e chiusa quasi del tutto ai materiali commerci, tenevano le scuole, di conseguenza, chiuse ai progressi delle idee e dei bisogni della civiltà.

Aumentarono gradatamente di numero, specie nella parte montuosa della provincia verso le valli dell’Agri e del Sinno, ove non era piccolo paese che non avesse una o più scuole d’insegnamento secondario, e talvolta anche professionali. Erano ingegni naturalmente svelti ed acuti, che per la picciolezza e l’isolamento del loco natìo non trovavano come altrimenti espandersi e rendersi utili, e si davano a spezzare in briciole il pane delle lettere e delle scienze. Ma scuole rette da un solo maestro, insegnavano la enciclopedia: di qua la debolezza intriseca loro. Pure riescirono utili; e più, in genere, apprezzate che non fosse l’insegnamento ufficiale dell’unica scuola dello Stato e dei molti seminarii; i quali sempre più declinavano nella stima pubblica quali istituti di educazione e d’istruzione, colpa l’ignoranza grande e l’avarizia maggiore dei vescovi, interpreti e complici alla politica dello Stato. Singolare eccezione, ma per brevissima durata, quello di Matera.

Chi non distinguesse istruzione da educazione non avrebbe da aggiungere altro a queste rapide linee di un quadro, che ci è forza di mantenere in proporzioni brevi e sommarie.

Le antiche scuole non attesero; non ebbero pensiero all’educazione dell’animo, non che all’urbanità dei modi; ma curando nei giovani alunni l’adempimento delle pratiche di pietà ordinate dalla chiesa, le vecchie scuole tennero di aver risposto all’obbligo virtuale di ogni insegnamento, che è etico, civile e scientifico. Dopo i rivolgimenti politici e sociali dei primi anni del secolo XIX, onde emerse il nuovo ordinamento della società contemporanea, un nuovo indirizzo s’impose a tutti; e le tradizioni del passato cessero, o si attenuarono. Non è dubbio che un’aura d’incredulità precoce aleggiò per le scuole; ove alle dimentiche o rimosse pratiche di pietà si sostituì il nulla. Il pubblico costume divenne più sciolto; e la scioltezza, per vario ordine di ragioni, diè in licenza.

Venne il periodo della reazione europea dopo il 1815; e si strinsero in pieno accordo Stato e Chiesa a salvare, come dissero, l’ordine sociale. Il grande inimico da tener d’occhio, il grande amico da carezzare era il pubblico insegnamento; e per esso indirizzare la gioventù della nuova generazione al rispetto delle potestà pubbliche, alla devozione per gli ordini stabiliti, all’odio della libertà che era sorella alla licenza. Ma l’immane cómpito andò fallito: il rispetto, la devozione e l’odio potè imporlo il gendarme; la scuola fu muta o vana. Tornati per forza alle pratiche di pietà, queste furono l’unica educazione degli animi; ma imposte per forza, mantenute dalla forza, ripetute per abito, non nobilitate dalla spontaneità, divennero formole e suoni; non scalfirono nè meno la superficie dell’animo: crebbero l’ipocrisia pubblica, o l’indifferenza pubblica.

L’insegnamento, d’altra parte, non restò che formale; e quello studio delle lettere, che ebbero il nome di belle e di liberali, perché erano fatte a liberar l’animo dalla selvatichezza della barbarie e dell’egoismo, e ingentilirlo con l’esempio del bello, quello studio, pure essendo unico cómpito delle scuole, restò non altro che esercizio di memoria, vacuo di contenuto; nè il maestro seppe discoprire luce di ideale all’occhio del discente, nè egli stesso l’avea visto mai. Mancava alla società ogni aura, di quel libero ambiente che vivifica e sana: era nella mancanza di ogni onesta libertà la radice prima di ogni pubblico danno. E allora apparve, suggellato dalla lunga consuetudine, il divorzio tra insegnamento ed educazione; e fu complice del divorzio il concetto teorico virtualmente ammesso da tutti, che l’uno era compito delle scuole, l’altra della famiglia.

Né la famiglia portò alcun rimedio, o fece atto alcuno di protesta, o levò alcun lamento contro questo sostanziale difetto di una funzione sociale, sì delicata e importante, quale è l’istruzione pubblica.

Il nuovo assetto degli ordini sociali, ai principii del secolo, era venuto creando una nuova classe di borghesi, che per numero, per operosità e per inframmettenza divenne in breve tempo la classe preponderante e dirigente. Gente nata il giorno innanzi, non aveva tradizioni domestiche, non usi e consuetudini gentili; né la mano del tempo aveva ancora levigata l’originaria ruvidezza loro dalla selva e dal macigno. Spente, o scomposte ed ecclissate, in una parentesi di trasformazione economica, le antiche famiglie civili e le non numerose signorili famiglie che vivevano ancora al cadere del XVIII secolo, la nova gente venuta su dalle industrie, dai traffici, dalle piccole professioni liberali, prese a rincorsa il campo; e quando arricchì, per merito o per fortuna di un lavoro assiduo o proficuo, si affrettò, sì, a prendere gli abiti esterni e le parvenze della nobiltà vecchia e spenta, ma lo spirito delle classi vecchie o nobili non giunse a compenetrarla. Crebbe la classe, estesa, prevalente ed assorbente dei «galantuomini» come si dissero; ma la classe dei gentiluomini non crebbe. Le antiche tradizioni delle famiglie signorili, la generosità, la lealtà, la rettitudine al di fuori ed al di sopra della legge scritta, la religione alla parola, il sentimento del dovere e quello del decoro, il rispetto di sè stesso, restarono, senza dubbio, doti di alcuni individui, patrimonio di qualche famiglia, segnati a dito; ma patrimonio di classi non restarono. Dal nuovo ordine di cose economico e sociale si era svolto prevalente uno spirito plebeo, un sentore di volgarità, che penetrava tutto e tutti: i nobili ridiventati ricchi, e i ricchi aspiranti a nobiltà restarono, nell’animo, plebe; e se parve non negabile progresso la coscienza del dritto svegliata, è forza aggiungere che la coscienza del dovere non sempre fu desta.

Di questi germi di barbarie sociale le scuole laiche non se ne proposero il rimedio; quelle dei seminarii li accrebbero. La scuola non conferì nessuno aiuto all’educazione pubblica.

Fortunatamente questa è eco di altri tempi, e quasi preistoria dei tempi nuovi: e dei tempi nuovi qui non si parla.

NOTE

1. Virtù — virtute; no, sì — none, sine.

2. Vedere, vedè; finire, finì; fuorché negli infiniti sdruccioli, e per leggere dice lêgge.

3. Ma il passalo remoto è usato poco.

4. Per esempio: Fudditi per fu, accudititi per accadde. — Vedi Parlari italiani in Certaldo nella festa del V centenario di M. Giov. Boccaccio. Omaggio di Giov. Papanti. Livorno, 1875, ove la parlata di Senise è scritta ed annotata dall’egregio professore GIUSEPPE FALCONE: e vedi inoltre l’Appendice III a questo volume.

5. Nel dialetto, Scèrpola è corredo di cose mobili o di ornamenti allo sposa, ma di poco valore; è detta quasi per isprogio. Parola frequente in documenti longobardici del 774, 853, 870, ecc. presso Lupi, Fumagalli, ecc. (V. Gloss. di Bluhme alle Leges Longob. IV, Mon. Germ. Histor.) — Frasciare è abortire, degli animati (legge 328 di Rotari). — Chiovo, in qualche luogo è il vomero dell’aratro (plovum nella legge 288 di Rotari) — Frisenga, è la porca giovine. — Gualano, bifolco o custode di un branco di buoi; ecc.

6. Nel dialetto: Miscisca, carne in conserva sotto aceto.

7. Vedi all’Appendice II in fine del volume.

8. Nel Capitolo III.

9. Sarebbero forse un’eccezione i quattro versi canticchiati in Basilicata, in Terra d’Otranto, in Napoli e in molte altre parti d’Italia, che cominciano

Non mi chiamate cchiu Donna Sabella, ecc.

che per l’accenno, nel quarto verso, alla Basilicata, parrebbero essere nati piuttosto qui che altrove? Qui, per vero, si ripetono a modo proverbiale anche oggi; ma io dubito che sia canto indigeno e proprio della provincia. Esso è riferito nella raccolta CASETTI-IMBRIANI (vol. II, pag. 428). — Si è disputato chi fosse la Donna Sabella così miseramente travagliata dalla fortuna: ed oggi parrebbe accertato che quei versi si riferiscano alla Regina Isabella di Lorena, moglie a Renato d’Angiò, la quale dal 1435 e il 1438 tenne testa nel Regno, virilmente guerreggiando, contro Alfonso di Aragona che alfine vinse (v. al cap. VII): ed ella perde tutto, e si ritrasse in esilio. I quattro versi si trovano già riferiti in un mss. anteriore al 1438. — Vedi nell’Archivio storico delle provincie Napoletane. Napoli, 1888, a pagine 623 e 624.

10. In dialetto: cosa-cosella.

11. Vedi Canti popolari delle provincie meridionali raccolti da ANTONIO CASETTI e da VITTORIO IMBRIANI. Torino, 1871. — In questi sono pubblicati della Basilicata canti di Moliterno, di Saponara, di Spinoso, di Latronico. — Per Matera v. Canti del popolo Materano annotati e pubblicati da LUIGI MOLINARO DEL CHIARO. Napoli, 1882. — Nella Lucania Letteraria, giornale settimanale di Potenza, dell’anno 1885, sono altri di Brienza, di Corleto Perticara, di Matera, di Picerno, di San Chirico Raparo, di San Mauro Forte, e alcuni di San Costantino in greco-albanese. — Canti popolari basilischi (!) di Maratea furono pubblicati nel GIAMBATTISTA BASILE, giornale di Napoli del 15 marzo 1885. — Tutti, da qualcuno in fuori, poco o punto notevoli.

12. È una notevole «ballata» (come si direbbe) che fu gà pubblicata da noi col titolo Fior di ulivo, nella raccolta CASETTI-IMBRIANI (pag. 192, del vol. I. Torino, 1871). Lo sposo tradito reclama dalla traditrice gli restituisca i regali di nozze, e ricorda gli orecchini elle gli costarono 36 zecchini, e l’anello, di cui dice:

«Chisto mi costa trentasei ascelli».

Così nella stampa, secondo il mio apografo ove non erano omesse le varianti (assurde ambedue) di «36 castelli e 36 vascelli». La vera lezione dev’essere «36 aucelle» perché aucella o cella era detta dal popolo una moneta che portava l’impronta dell’aquila, e fu coniata a’ tempi aragonesi. Nel 1468, 55 aucelle valevano un ducato di carlini 11 e gr. 4; nel 1537 le celle correvano ancora e per grano 1 ⅔ ognuna. Conf. FARAGLIA, Stor. dei prezzi. Napoli, 1878, pag. 38.

13. Secondo il censimento del 1881. E suddividendo per sesso, si hanno 77,03 dei maschi; 92,53 delle femmine. E secondo i distretti:

86,52 pel distretto di Lagonogro

85,49 id. di Matera

84,38 id. di Melfi

81,66 id. di Potenza

_____

85,18

Per la provincia di Cosenza si ha la proporzione di 86.36; di Catanzaro, 83.79; di Salerno, 80.04.

14. È nelle Epistolae di PIER DELLE VIGNE (lib. III, n. 14), una dell’imperatore, ove si legge: Tu judex, Jacobe Symbaldi, scholam Melphiae de terris tibi Capitanatae et Basilicatae justitiaratibus studeas ordinare.

15. V. Constitutiones synodales del vescovo Branciforte. editae 1660… Questo libro porta in fronte la data di Melphiae, episcopali palatio, ex typografia haeredum Laurentii Valerii, 1661, superiorum permissu. Non pare potersi dubitare della ignota esistenza di cotesta tipografia melfitana: l’ARANEO accenna ad un altro libro che era l’Officium sancti Alexandri martyris, patroni principalis civitatis Melphiae, stampato nello stesso anno 1661 e nella stessa tipografia. Op. cit. pag. 183.

16. ARANEO, Stor. di Melfi, pag. 481.

17. Conf. Statist. del Regno d’Italia. Le opere pie al 1861, vol. IX. Compartimento di Basilicata. 1871.

18. Da schede notarili del 1630.

19. GIUSTINIANI, Diz. geogr. ad v. — Non debbo omettere che in Ruoti vennero ad abituro gruppi di dalmati schiavoni.

20. Da bolla del vescovo del 1502, in copia presso di me.

21. Da memorie mss.

22. In SACCO, Dizion. geograf. storico. Napoli, 1795.

23. Vedi Not. stor. della città di Matera, di G. GATTINI (Napoli, 1882), pag. 464.

24. Verso il 1730 a Vignola, che era un paese di circa 4,000 abitanti, numerava 70 preti, e 150, dico centocinquanta, chierici! Lo afferma il GATTA che scrisse nel 1732 le Memorie topogr. stor. della prov. di Lucania, a pag. 342. — Nel 1729 Moliterno, paese di un 2,000 abitanti, aveva 31 preti, 4 suddiaconi e 6 acoliti: super giù la stessa proporzione. Così a Saponara nel 1742, che erano 32.

25. Conf. GATTA, Memor. topogr. stor. di Lucania. Napoli, 1732, pag. 260 e 138. E vedi del vol. I capitolo penultimo.

26. Memorie mss. del 1765.

27. La vita di Giambattista Pignatelli, principe di Marsiconuovo, scritta dal P. SAVERIO SANTAGATA, sacerd. d. C. di G. libri 4. Napoli, 1751.

28. Ad una parete interna del palcoseonieo di questo teatro si leggono ancora, scritti sull’intonaco, i «Programmi», ovvero i titoli delle commedie cerloniane e i nomi dei signori che lo rappresentavano. Si scrissero inoltre, a conforto dei giovani attori, un «Memento» di precetti dell’arte drammatica; che non sarà inutile di riferirli qui, a documento della cultura del tempo e del luogo:

«Avvisi a ben incitarsi. — Il suggeritore non si faccia udire dagli ascoltatori. — (L’attore stia) in carattere, e stia fermo col corpo e coi piedi. — Gestisca con la mano destra, raro colla sinistra, e con ambe se impeto di collera o contesa, o esclamazione lo richiedesse, e con cui (?) comincia con quella il periodo terminar si deve. — Badi con cui fa scena, da cui non si distragga con gli occhi e con la mente. — Reciti con voce forma e naturale, andaggio: ma non troppo. — Badinsi sopratutto alle ultime sillabe. — Fuori cantilena o declamazione. — Cangi voce o gesti secondo il senso delle parole. — Cambisi ed acceleri la voce nelle parti di forza. — Chi fa da donna stia col petto verso l’udienza. — Stia accorto all’uscire ed entrare di scena: ed avrà il viva».

Vedi nella Lucania Letteraria, giornale di Potenza del 1885, l’articolo Moliterno, a pag. 110.

29. Memor. topograf. stor. della provincia di Lucania, raccolte da COSTANTINO GATTA. Napoli, 1732, pag. 227-8 e 233-4.

Quando Carlo III, ai primi tempi del suo regno, venne in Matera,«assisté ivi con piacere — dice il suo storico (Giorn. stor. del SENATORE, ap. GATTINI, Op. cit. pag. 147) — ad una commedia rappresentala all’impronta»: ma se rappresentata dai gentiluomini materani lo storico non dice. — A Latronico, nel 1770, alcuni cittadini ebbero il permesso di mettere in iscena la commedia sacra intitolata Il simbolo della Grazia, ovvero La Casilda, del dottor Filippo Itto, «che viene diretta alla perfezione del buon costume» dicono le carte della Giunta dei teatri che ne diè il permesso (ap. B. CROCE, I Teatri di Napoli. Append.) — Fra i titoli di «farse» di Pirro Antonio Caracciolo, contemporaneo del Sannazzaro, trovo riferito questo: «Farsa composta e recitata per Pirro Antonio Caracciolo al cospetto della illustrissima principessa di Bisignano Insenise (sic), in persona di un turcomanno». Credo sia appunto il paese di Seniso, che sino al secolo XVI fu un feudo dei Bisignano. (In Studii di stor. letteraria napolet. di Francesco Torraca. Livorno, 1884, pag. 70).

PARTE II - La Basilicata

CAPITOLO XVI

L’ANNO MILLESETTECENTO NOVANTANOVE

Il secolo XVIII ebbe l’epilogo, per lo Stato di Napoli, in un anno glorioso e terribile: glorioso, perché spezzò il guscio onde schiuse lo spirito della nuova età, che fu spirito di libertà e di uguaglianza civili; terribile per la immane catastrofe, che emerse dal contrasto tra lo spirito delle due età.

Cessato che fu il governo dei viceré spagnuoli e austriaci dopo due secoli e mezzo, surse da condizione di provincia ad autonomia propria lo Stato di Napoli, e si avviò a nuovi e più civili ordinamenti, che, pure tardamente svolgentisi, venivano elevando man mano il livello della cultura pubblica, dell’economia nazionale, della pubblica prosperità. Che la Basilicata, per la sua lontananza dalla città capitale dello stato, (irta qual era di monti e di boscaglie, rotta da fiumi indomiti e sciolti, impervia, e senza alcun ragionevole approdo su breve costa di mare) avesse poco o punto tratto profitto, per mezzo secolo, dalle mutate condizioni politiche del reame, è vero: ma ciò non toglie che quell’onda quantunque lenta di progressi non avesse potuto giungere anche a piè dei suoi monti, secondo che crescesse per tutti il livello delle acque. Strade dall’arte aperte pei traffici non ebbe, fuorché le naturali su per il dorso dei monti, fino a tutto il secolo decimottavo; e non fu se non nell’ultimo quarto di quel secolo che si videro decretati anche per essa alcuni minori centri di pubblico insegnamento civile, a pubbliche spese: ma i nuovi ordini politici, i migliori ordinamenti economici circa la proprietà, le imposte, i commerci erano condizioni di vita favorevoli per tutti ai progredimenti civili.

La catastrofe del 1799 avrebbe gettato lo Stato di più secoli indietro, se lo spirito che la produsse avesse durato; ma fortunatamente non durò. Lo spirito dei nuovi tempi rigermogliò, per pubblica fortuna, ai principii del nuovo secolo, il quale può dirsi che ebbe per primo suo anno l’anno 1799. E gli eventi di questo anno ebbero per la nostra regione svolgimento di fatti, che se pure tristi o lieti alla civiltà, è debito e pregio di venirli ricordando con quelle particolarità che si può maggiori.

La morte violenta di un oscuro segretario di ambasciata, che è famoso in Italia sotto il nome di Ugo Basville, trasse in Roma il generale Berthier, che in nome della repubblica francese vi proclamò la repubblica romana. Il re di Napoli, che aveva fatto contro la Francia trattati di alleanza e preparativi di guerra a difesa e ad offesa, spinge innanzi l’esercito ed occupa Roma. Comandava l’esercito napoletano il generale austriaco Mack, che avendo sparpagliate le forze di qua e di là in piccoli gruppi, questi al primo scontro non resistono e si dileguano. Quindi il re abbandona Roma in fuga precipitosa; i francesi, al comando di Championnet, gli vengono alle reni: ed egli, giunto in Napoli, si imbarca con la famiglia e la Corte sui legni che erano in rada; lascia vicario generale del regno il generale Pignatelli; ordina si bruci tutto il naviglio dello Stato che è nelle acque di Napoli, e si ritira in Sicilia.

Napoli è in preda e preda di quarantamila lazzari in armi, che saccheggiano, incendiano, uccidono e si battono anche, in nome della santa fede, con ardimento e tenacia che dà pensiero ai Francesi, già arrivati alle porte della città, ma che in poco numero tentennano. Questi occupano intanto le alture che cingono la città, e afforzati dai cannoni di Castel Sant’Elmo, che per un ardito colpo di mano era già in potere ai patrioti, vengono a sboccare in città. Una colonna di soldati francesi e di cittadini comandati da Kellerman, che era preceduta (dice una carta anonima del tempo)1 dal più gran patriota, il prete aviglianese Nicola Palomba, con lo schioppo in mano, scende dal colle di San Martino; e attraversando la città va ad occupare Casteluovo. Qui innalza la bandiera dai tre colori, bleu, rosso e giallo, a mezzo il giorno del 23 gennaio dell’anno 1790. Ha quel momento si può dire occupata la città.

Il giorno 24, con editto che porta la data del «secondo giorno della Repubblica Napoletana» si ordina la consegna delle armi, e viene costituito un governo provvisorio ovvero, come era detta, la «rappresentanza nazionale della Repubblica» di venticinque cittadini. Questa si suddivide in cinque comitati, e fra i venticinque fu Mario Pagano. Il generalissimo Championnet elegge la «Municipalità» ovvero il consiglio del Comune, di venti membri; tra cui è l’avvocato Carlo Magno di Lauria: e come il Consiglio si insedia, arriva il generalissimo, e pronunzia un discorso, ove era detto che da quel solenne momento

«i Napoletani erano liberi; godessero dunque di tanto prezioso bene; e questo era l’unico prezzo che il governo francese intendeva di ottenere dalle conquiste».

Belle e generose parole, cui tenne dietro l’ordine reciso e prosaico alla città capitale di pagare 10 milioni di franchi, e alle provincie 15 milioni: il tesoro francese ne aveva bisogno per mantenere l’esercito! ed erano, per vero, stati già convenuti nell’armistizio di Sparanise.

Partono per le provincie i commissari «democratizzatori» come li dissero, agl’intenti (scrive il Coco) di organizzare i popoli e rendere gli animi repubblicani. Facile còmpito e spiccio! se poteva assolversi, a quanto pare, con rizzare su per le piazze dei paesi l’albero della libertà imberrettato, con designare un collegio di elettori i quali nominassero a loro volta i novelli municipii, e con aprire la iscrizione delle milizie cìviche.

Giovani ardenti di patriottismo ebbero o tolsero l’incarico di Commissari per le comunità: ma per gli spartimenti territoriali maggiori si ha notizia che fu nominato quale commissario pel dipartimento del Bradano quel Nicola Palomba testé ricordato, che non era giovane, ma che aveva della gioventù l’ardimento, l’impeto, l’irrequietudine, la fantasia accesa e più forte della ragione. Era nato il 1746, e fu prete. Rappresentò nel dramma della repubblica una parte non ultima, e in qualche rincontro non bella ma leale; e dando il nome alla storia, fu prodigo della vita alla causa della libertà.

Le notizie dei grandi avvenimenti della città di Napoli arrivarono prima a Potenza, poi a Matera. A Potenza il 3 febbraio si innalza l’albero della libertà e si acclama la repubblica al grido popolare di «Francia dentro e Ferdinando fuori»; a Matera il giorno 9.

A Potenza era vescovo Andrea Serao, un dotto uomo che già con gli scritti aveva sostenuti i dritti del principato contro lo pretese feudali di Roma sul regno di Napoli: dalla Curia era detto Giansenista; non pertanto, benché a malincuore, fu lasciato consacrare vescovo nel 1783. Dopo gli eventi che narreremo, egli fu tenuto, ancorché vescovo, ascritto alla società dei frammasoni da coloro, amici o inimici della rivoluzione, che credettero o vollero far credere il grande fatto come un prodotto della Masoneria. Io non piego il capo a tanta potenza del famoso sodalizio, in Napoli più che altrove; ma è certo che il Serao, dotto uomo quanto pio, e se filosofo, sacerdote non empio né libertino, aderì di buon animo al nuovo ordine di cose; accettò anzi speciali incarichi dal Governo provvisorio di Napoli, nel quale erano di antichi suoi amici. Egli dunque fu, non so se legale, ma di certo autorevole rappresentante del nuovo governo nella città di Potenza; e a’ suoi consigli e all’autorità sua si ordina la rappresentanza del municipio e un simulacro di guardia cittadina a mantenimento dell’ordine. A presidente della «municipalità» fu eletto l’arciprete della città e vicario del vescovo, Don Domenico Vignola; e tra gli altri membri, tratti dalle varie classi del popolo, era un frate, il Padre Cherubino da Potenza; e, giova notarlo, un gentiluomo d antica famiglia cittadina a nome Nicolò Addone: tutti, e preti e frati e artefici e signori, di liberi spiriti e aderenti al nuovo ordine di cose.2

La proclamata repubblica, sciogliendo gli antichi ordini, sciolse a un tratto quelle squadre di campagna e di fucilieri, che presso le Udienze delle provincie erano le sole forze militari a guarentigia dell’ordine pubblico addette agli ufficii di polizia; e pertanto invise e date in caccia nei sùbiti rivolgimenti popolari. Di tale genìa di sbandati scioperanti erano arrivati a Potenza alcuni in cerca di lavoro o di limosine; e di costoro e di tali altri che vivevano nella città, scherani e bravacci più che soldati, fu composto il primo nucleo di una guardia cittadina a mantenimento dell’ordine. La tradizione paesana li dice calabresi, concittadini del vescovo che era di Castel Minardo, oggi Filadelfia; ma alcuni solamente erano del Cosentino, i più di altre origini.

Il passaggio dal vecchio al nuovo ordine di cose era troppo profondo, e fu troppo reciso e impreparato negli animi; pertanto sursero presto manifestazioni di opposti sentimenti, e quegl’impeti di contrarii moti che il linguaggio della politica usa significare col motto di reazione. Allora li dissero «insorgenze». Non passa che appena qualche settimana dalla acclamata repubblica nella città di Napoli, e sbarca solo in Calabria il cardinale Ruffo, e inizia il moto singolare e leggendario della controrivoluzione. E mentre egli manda encicliche, delegati e messi secreti ad annunziare, a fomentare, a infocolare gli animi, e vien raccogliendo i primi nuclei delle sue bande che diverranno famose, si diffonde per la provincia di Lecce e per la prossima Puglia la notizia che è ivi approdato e già percorre il paese il principe ereditario, figlio di re Ferdinando, con schiere dì soldati russi. Era invece il còrso De Cesare con l’altro avventuriero Boccheciampe, che rappresentavano la farsa dei Menecmi; ma la farsa non fu scoperta se non tardi; allora essa corse stimolo a fare e fondamento a sperare in tutti gli inimici del nuovo reggimento. Questi fatti predisposero per le Puglie e per la prossima Basilicata i conati alla controrivoluzione, prima che altrove; e crearono l’ambiente che maturarono i sanguinosi frutti del 24 febbraio in Potenza e del 9 marzo a Matera.

Il 24 febbraio, e vuol dire dopo soli ventuno giorni da che venne proclamata la repubblica nella città di Potenza, un gruppo d’infima gente, che aveva a capo quei soldati fucilieri delle regie Udienze già messi dal municipio nella guardia cittadina dell’ordine, schiamazzando per le vie «abbasso la repubblica e morte ai Giacobini» va in piazza, e abbatte l’«albero della libertà»; quindi volge verso il palazzo episcopale, e irrompe nel quartiere del vescovo Serao. Egli era ancora in letto, e, con il libro aperto tra le mani, recitava l’ufficio. Si spalanca l’uscio; e a lui che chiede: «che cosa volete?» il primo dì quei ceffi, tra un misto di riverenza o di cruccio, risponde: «Monsignore, il popolo ti vuole morto»; e parte un colpo di pistola, che ferisce il vescovo. È fama che la vittima, levando la mano in atto di benedire, «vi benedico» mormorò; e cadde spento.

Il palazzo è messo a ruba; la testa è spiccata dal busto, e con questo sanguinante trofeo andranno per le vie della città; ma passano alle prossime case del seminario, ov’era preside Antonio Serra, che vi è trucidato; né mai fu nota la ragione di tanto cruccio contro costui, che non era della città, non votato ad ire municipali, non ricco. Procedono oltre, e già il rivolo diventa fiume, poiché la plebe accresce il manipolo degli uccisori e l’onda dei saccomanni; salgono a rapina sulle case dei ricchi di qua e di là; poi si rovesciano alle case dei fratelli Siani, ove questi asserragliati tentano di resistere; ma il fuoco appiccato all’uscio di strada apre la via all’orda dei manigoldi, che uccidono i due fratelli Giovanni e Nicola Siani.

Padroni della città, restaurarono il vecchio governo; ma per verità, se pure copertamente istigati da rancori di parti municipali, nessuno dell’alta cittadinanza s’unì all’informe massa di plebe vincitrice; e l’efimera restaurazione non ebbe seguito.

Ma ebbe seguito la tragedia del 24 febbraio con altra bieca tragedia, il 27.

Questo giorno i capi dell’orda assassina sono invitati in casa Nicolò Addone, a un desinare d’onore per le geste perpetrate, ed a spartire certo gruzzolo di quattrini, che dicevano raccolti tra la cittadinanza a schermo di futura tranquillità. Vi convennero sei della banda dei sicarii: e tutti sei furono spenti di coltello e di scure nelle stanze dell’Addone da lui stesso e da un’altra mano (è forza dirlo) di sicarii e compagni. Poi, altri parecchi furono colti ed uccisi per le vie della città dalla stessa mano vendicatrice. Tra lo sgomento e il sospetto di tutti, l’Addone con i suoi armati va in volta per le vie della città a mantenere l’ordine; e il governo della municipalità rivive.3

È stato variamente non giudicato, ma spiegato questo tragico evento d’una nèmesi espiatrice. Le intense gare cittadine, i rancori di famiglia, le passioni dei partiti politici, il mutare degli uomini e delle parti nel corso degli anni e secondo altri momenti della storia, questi ed altri sentimenti vennero addensando tenebre sul fatto e sulle intenzioni del fatto: tenebre che i rancori dei nipoti e delle parti municipali non diradano, ma accrescono. Dicono che l’Addone, già segreto istigatore ai tumulti ed ai corrucci del giorno 24, avesse voluto, spegnendo i sicarii, rimuovere le prove della colpa; ed è giudizio improbabile: l’Addone era dell’amministrazione municipale, cioè del nuovo governo repubblicano:4 quale ragione adunque contro il nuovo governo? Alla restaurazione borbonica egli esulò; e non fu di ritorno che con la dinastia dei Napoleonidi nel 1806; e allora ottenne uno degli uffizii più largamente retribuiti della provincia.

Altri dicono, che dalle propalate voci della banda omicida era minaccia e sospetto di altre tragedie, imminente quella degli Addone; e questi volle prevenirli; e li prevenne con risoluzione istantanea, con esecuzione fulminea pari al soprastante pericolo. Ed è più verosimile.

Né, a sostegno dell’accusa, vale il richiamare alla memoria la parte non bella che l’uomo rappresentò ai mutamenti dello stato, quando cadde il regno di re Gioacchino; né il ricordare fatti a cui accennano le gravi parole del Colletta, che scrisse: «l’età nostra lo vide accusatore calunnioso di delitti di lesa maestà a pro dei Borboni e a danno degli onesti cittadini». Tra le due epoche intercede poco meno che un quarto di secolo. In tanto moto di eventi erano mutati interessi, e quindi sentimenti e credenze e parti: poiché tale è l’umana natura cupida e instabile, e instabile perché cupida. Qui si parla dell’uomo del 1799, non del 1821.

A Matera l’albero della libertà venne innalzato il 9 febbraio. Il giorno dopo elessero in pubblico parlamento la nuova amministrazione comunale o «municipalità», presidente l’avvocato Fabio Mazzei. Ma città contermine alla terra di Otranto, ove i Corsi avevano iniziato un moto di reazione, nonché prossima alle spiaggie del mare, ove gli Inglesi e gli agenti del re di Sicilia spargevano proclami, emissarii e speranze, Matera, già messa in avviso dai segreti messi del Cardinale, non durò neppure un mese favorevole al nuovo reggimento. E quando si seppe come egli fosse entrato il 1º di marzo in Monteleone, che era importante città della Calabria, e come i popoli l’accogliessero festanti e lo seguissero in armi, gli animi degli aderenti al caduto governo si sollevano; le plebi fermentano, e Matera torna all’antico. Il giorno 6 di marzo, alle ore 22 d’Italia (dice un testimonio oculare, che ne tenne memoria) gli armigeri della regia Udienza recidono in Matera l’albero della libertà, e portano «in giro per le piazze, con feste, spari e tamburi, inalberate le regie bandiere rosse e bianche, coll’ingiunzione a chicchessia di sostituire alla coccarda tricolorata blu, rossa e gialla, la pura rossa». Il giorno che segue viene rieletta in pubblico parlamento una novella amministrazione comunale. Ma i torbidi umori della reazione non tardano a venir fuori; incarceramenti di cittadini e rapine incominciano: dileguano dalla città il Preside Blanch, i magistrati, l’Arcivescovo. «Questi armigeri (soggiunge lo scrittore ora ricordato) resisi con insolenza padroni della città, eransi già messi in comunicazione tanto col Cardinal Ruffo nella Calabria che con gli Anglo-Corsi nelle terre di Bari ed Otranto. Palasciano, Mottola, Grottole, Miglionico spedirono i loro contingenti armati (in Matera); fin Taranto si prestò, e ai 25 marzo fece entrare 25 artiglieri con tre pezzi di cannoni nella città, ove presero quartiere nel seminario. Benché ciò fosse opera di birri, pure — conchiude lo scrittore, testimoniando dell’opinione pubblica della città — non venne anche dai buoni dissentito».5

Anche la città di Melfi, dopo pochi giorni che vi fu proclamata la repubblica, vide un’impronta reazione di infima popolaglia, che abbatté l’albero, e mise a ruba le case dei Grimaldi e dei fratelli Colabelli, segnalati capi dei democratici: ma il tumulto quetò presto; e l’albero tornò in piedi senz’altre offese, fino all’arrivo del Cardinale, che fu segnale di sciogliere il freno alle ire paesane.6

Una trista efflorescenza di popolari tumulti emerse presto e si diffuse spiccatamente per le parti del Melfese. Oltre a Palazzo, che ebbe il vanto di dare il primo numero alla serie, nel giorno 9 febbraio, trucidando un ufficiale pubblico, abominosi fatti di sangue avvennero a Bella nel giorno, rimasto ivi memorabile, del 3 marzo. Il moto partì dalla chiesa, ed a colpi di schioppo cadde ucciso l’arciprete Sansone e il suo accolito all’altare; e dalla chiesa proruppe al castello che male fu di schermo ai signori; dodici dei quali caddero nel sangue il primo giorno, ed altrettanti il giorno dopo; e tra questi la baronessa Anna de Falco, veneranda per antica età e spettabilità di famiglia.7 A Muro, già mal disposto l’ambiente da un focoso e violento parroco,8 si venne a fatti di arme; però i signori in fascio tennero a freno le bieche cupidigie della plebe. Ma al prossimo Castelgrande l’11 marzo eruppero più tristi fatti, più larghi eccidii, tra cui quello della signora Rosa Gasparini.9

Lo stesso Avigliano, che fu tanta parte nella difesa della libertà, ebbe nel primo tempo perturbamenti del minore ceto del popolo minaccioso; finché la «Municipalità» sollecita non soddisfece ai vecchi desiderati popolari per vantati suoi diritti sulle terre feudali di Casa Doria. Il rimedio eroico e gracchiano portò dipoi la vigorosa adesione della numerosa classe popolare ai sentimenti della classe superiore di una cittadinanza altamente degna del ricordo della storia, per l’impeto e la perseveranza con cui difese la causa della libertà.10

Non sarebbero stati, di per sé, gran fatto temibili questi parziali movimenti di popolo contro il recente ordine di cose se non avessero avuto radice e sostegno sia nel fatto, già di pubblica fama, di un esercito regio che veniva dalle Calabrie al comando del Cardinale mandato dal Papa e a difesa del re, sia nei vivi incitamenti di emissarii, precursori, a breve passo, di altre forze del re, partite in grandi masse dal prossimo Cilento dell’attigua provincia di Salerno.

L’esercito del Cardinale comincia come palla di neve, e pure lentamente avanzando, diviene valanga. Esso procedeva, come diremo, dalle Calabrie accennando alle Puglie, per le spiaggie del Ionio: ma per le spiaggie del Tirreno, mandò, coll’aiuto delle navi inglesi, le molte centinaia di galeotti sferrati dagli ergastoli di Sicilia, perché fossero nucleo all’esercito della Santa fede che i vescovi di Policastro e di Capaccio erano intesi a raccogliere per l’aspro Cilento. E in questa regione segnatamente, intorno ad emeriti briganti già guardiani di porci, a scaltri merciaiuoli ambulanti, a sbirri dello regie Udienze messi forzatamente in vacanza, a piccoli, come erano detti, nobili — viventi, che non avevano a vivere né arte, né parte, si aggrupparono le bande numerose. Ebbero imposto a loro primo obbiettivo di guerra quello di guardare il fianco sinistro dell’esercito porporato che avrebbe proceduto lungo l’Ionio; sia, opponendosi alle forze che venissero da Napoli contro di esso, sia reprimendo e sollevando amici e nemici alla causa del re, per l’alta e montuosa Basilicata. La marcia del Cardinale tendeva alle Puglie, ove gli alleati del re, turchi e moscoviti, avrebbero sbarcate truppe di ordinanza.

Queste varie e piccole «masse» raccolte pel Cilento, si aggrupparono in due maggiori corpi: l’uno con a capo Rocco Studuti, passò, al cadere di marzo, dal vallo di Policastro, per le vie di Lauria e di Lagonegro, nel vallo di Marsico che è tutta l’alta valle del fiume Agri; l’altro con a capo Gerardo Curdo, famoso nel nome di Sciarpa, di Polla, tenne a scorrazzare per la parte montuosa, donde, ai due versanti, discendono il Sele, il Platano, il Tànagro, il Calore da un lato, e dall’altro il Basento. Ebbero a minori capi: Nicolò Tommasini per la valle di Sant’Angelo a Fasanella, Antonio Guariglia, Vito Nunziante, ed altri. I fianchi dirupati dall’alto Alburno, le strette di Campestrino, le gole del monte Marmo, onde è dato passare dalla regione piana del salernitano alle zone montuose della Basilicata, furono campo di osservazione e punto di espansione di queste turbe, di contro alla confinante Basilicata.

Alle avanguardie de’ loro primi briganteggiamenti rispose il 24 di marzo S. Chirico Nuovo, piccolo paese di genti albanesi di origine, che innalzò le insegne del re, e tornò clamorosamente al vecchio ordine di cose. Parve alla parte liberale della provincia tale uno scandalo che meritasse una repressione ad esempio.

E in quest’ufficio di pubblico giustiziero all’offesa libertà, emerse la città di Avigliano: surse, operò, fu riconosciuta a capo della parte liberale della provincia, ed a capo di essa parte Michelangelo Vaccaro. Alle nuove di S. Chirico insorto cento militi scendono armati nella piazza di Avigliano, e un pelottone di preti armali tra essi: un altro prete, nei paramenti di rito, benedice alla bandiera ed alla gente in arme. Si parte; e la squadra ingrossa dei contingenti di Pietragalla, Cancellara, Ruoti, Oppido, Tolve; anche Grassano e Tricarico convennero, e piombano sul paese, che era già deserto. Qui la repressione fu, lo dirò, esagerata e deplorevole; ma parve ad essi fazione di giusta guerre, che ha le sue leggi, non scritte ancora nei codici delle genti, ma vecchie, pur troppo, di mille e mille anni!

Questa fazione di guerra fu il primo germe o la prima manifestazione di quella, come fu detta nei ricordi scritti del tempo, concordia, o lega di amicizia, o federazione di comunità, a patti di reciproco aiuto ed a difesa della libertà. Non esiste il protocollo della sua nascita, ma Avigliano ne fu nucleo e centro; e non fu vana mostra di forze in parata da guerra, pigra o contumace alle necessità ricorrenti del momento. Surse da prima a giustizia dell’offesa pace pubblica; si svolse o costituì a difesa del minacciato nuovo ordine di cose. E questa «concordia» delle comunità dell’alta Basilicata fu quella che faceva scrivere al cardinale Ruffo: «egli sperava che la venuta dei Russi nelle parti di Puglia avrebbe fatta crollare la costanza dei montagnoli della Basilicata»11 e fu quella lega che dà ragione alla parola enfatica di Coco che saluta «il dipartimento più democratico della terra» difendente la causa della libertà con le forze di Avigliano, di Potenza, di Muro, di Tito, di Picerno, di Santo Fele.12

Intanto, e volgendo la fine di marzo, Rocco Studuti penetrava con le sue bande nell’alta valle dell’Agri,13 non vi incontra resistenza, e nei paesi d’intorno rialza le insegne reali. E lo Sciarpa, da Polla, si spinge, il 4 aprile, a Vietri di Potenza, a S. Angelo Le Fratte, a Pietrafesa: e il giorno 13, con turbe cresciute di numero, si presenta contro Tito; ma ne furono respinte. Tornano all’assalto il giorno dipoi esse e molto contadiname di Pietrafesa; e questo, con a capo un prete, entrano nel paese, abbattono l’albero esecrato, e numerosi ammazzamenti, incendii e saccheggi in quel giorno e nei seguenti;14 fin quando, verso il giorno 20, intenti ancora i conquistatori dell’albero di Tito a trafugare le masserizie rapinate, ecco arrivare Avigliano e Picerno, con a capo i fratelli Vaccaro; che fugano le turbe sanfedistiche, rialzano l’albero; rimettono l’ordine, e fatti qualche prigioniero e due cannoni presi alle bande del Curcio, irrompono alla volta di Pietrafesa. E qui molti furono i morti e non poco il bottino, il quale fu venduto a pubblico incanto in pagamento dei soldi agli armati. Ben dolorosa memoria per Pietrafesa l’atroce «settimana di S. Marco»! né lieto ricordo a noi di lotte fratricide!

Questi gl’interni turbamenti cittadini durante il mese di aprile, quando il Cardinale e il suo esercito era ancora per le parti di Calabria. Da qui egli mandò, dopo molti emissarii e proclami, un primo corpo a sua avanguardia in Matera; erano un quattrocento armati al comando di un capitano o colonnello prete, il canonico D’Epiro; e furono acclamali ed incontrati fuori la città, il 13 aprile, dai cittadini in festa e dai santi della Chiesa in effigie. Ed ebbero forse ragione di acclamarli i primi, poiché gli armigeri interni mantenevano tutti in sospetto. D’altra parte, per tutte le città minori o maggiori del Materano, dopo che il capoluogo ebbe restaurato un simulacro del vecchio governo, era un turbamento immanente per vivo accanimento di parti ed erompere di violenze a fine o di abbattere l’albero democratico, o di mantenerlo o rimetterlo in piedi, secondo che giungessero notizie dell’appressarsi dei regii dalle Calabrie o dei francesi dalle Puglie, che poi non vennero mai.15 Qui piccole e disgregate forze liberali, mancò ivi un centro di resistenza o d’iniziativa, come non mancò per la parte montuosa della provincia stessa, che preoccupava (e lo abbiam visto) il Cardinale.

Il quale al cadere di aprile tocca il confine di Basilicata a Rocca Imperiale. E la crociata, bandita, predicata, sollevata dall’uomo, è necessario che prenda il posto che le è dovuto, nella nostra storia, che resterebbe un monco episodio e inesplicato senza un’adeguata notizia di esso.

Egli era sbarcato sulle coste di Calabria il giorno 8 febbraio, col proposito d’iniziare la controrivoluzione al governo della repubblica poco innanzi proclamata. Raccolse pochi vassalli e gli armigeri dai feudi di sua famiglia; gli si aggiunsero vecchi soldati in congedo; e poté muovere i primi passi da Bagnara con un esercito di alcune centinaia in armi. Per lettere private e pubbliche, come cardinale di Santa Chiesa e vicario del re, si indirizza ai vescovi, ai parroci, ai popoli, invitandoli a concorrere con essolui alla difesa della fede cristiana e dei diritti del re. Vescovi e parroci commuovono i loro ovili, o mandano senza indugio alla posta data in Palmi bande di gente in armi e senz’armi, precedute dalla croce inalberata, condotte da preti e da frati. In Palmi ebbe da Messina due cannoni; altri due vecchi arnesi gli vennero dal castello di Scalea col parroco della città. A Mileto il 24 febbraio crebbe l’esercito di altre centinaia, in armi. Uno spirito tra il religioso e il politico moveva quei primi passi delle turbe: ben presto vi si aggiunse lo spirito di cupidigia o dell’interesse; e l’impresa divenne un affare di borsa e un affare di coscienza, una crociata facile e promettente, che principia intanto con la caparra di una mercede quotidiana sicura ai crocesegnati tolti alla marra. Furono di nucleo a queste masse i soldati sbandati dall’esercito regio, le squadre delle regie Udienze sciolte, e la gente d’armi dei baroni: vennero dipoi ad accrescerne il numero le masnade dei forzati tolti agli ergastoli per ordine del Re, e da navi inglesi trasportati sulle spiagge di Calabria e poi del Cilento. In breve tempo il Cardinale poté raccozzare un esercito poco armato, punto ordinato, ma numeroso e disposto così a cantare il salterio, come a riempire il sacco dei ladri. E a battezzarlo per un esercito ammodo, fa mettere la croce nel campo della bandiera; una croce di nastro bianco al berretto d’ogni assoldato: e a tutta la ciurma dà il nome di «armata cristiana e reale» che invece la storia mutò in quello che le è rimasto della «Santa Fede».

La grande accolta di gente nel campo di Palmi gittò la trepidazione e lo spavento nei paesi circostanti. Comincia il fermento e i tumulti nelle plebi; i patrioti, di poco numero dovunque, balenano; i governanti dei municipii si eclissano; le città già democratizzate ritornano a «regalizzarsi» come diceva con brutta parola il linguaggio del tempo. Monteleone, che era primaria città del Catanzarese, alla notizia della marcia del Cardinale, apre le porte prima che arrivi, e questi vi entra il 1º giorno di marzo e vi riscuote diecimila ducati di taglia: altri quattromila da Maida. I paesi circostanti fanno adesione; anche la non prossima Cosenza poco di poi si «regalizza» che l’esercito cardinalizio era ancora lontano; ma operava per esso la voce dei vescovi, dei parroci, dei frati, e, più di tutto, la ecclissi del governo di Napoli, di cui non si aveva notizia di forze, non speranza di soccorsi o di aiuti. Ma il Cardinale non s’indugia; e da Monteleone annoda trattative perché insorgessero le marine del salernitano, specie il Cilento; e qui trova i due luogotenenti, poco men di lui famosi e attivi, o come lui prelati, il vescovo di Capaccio, Turrusio, e il vescovo di Policastro, Ludovici, che fecero pel salernitano quello che egli per le Calabrie, o poco meno. Ai loro ordini mandò ivi, su legni inglesi, quel migliaio di galeotti, che la Corte avea tolti ai bagni di Sicilia e spediti in Calabria, e il Cardinale allontanava da sé per pudore delle impronte scelleraggini loro. Mandò inoltre una grossa partita di armati a bloccare Catanzaro, capitale della provincia, ove si erano raccolti i patrioti della regione, che abbandonavano insecuri i loro piccoli paesi. Ma questi non ebbero o forza o fortuna a contenere che non scoppiassero i torbidi umori serpeggianti nelle masse popolari : un gruppo di cospiratori, che altri non erano se non una mano di birri delle regie Udienze, aprono di notte una porta della città, e mettono dentro una schiera di quelli che erano di fuori. Così Catanzaro è presa; o, a dir meglio, presi, uccisi o fuggiti i patrioti, e la città saccheggiata; non tanto quanto sarà fatto di Cotrone e d’Altamura, ma a un dipresso, a mezzo sacco, a mezzo sangue. Nessuna capitolazione adunque; ma un colpo di mano.

Il fiume ingrossa ed allaga. La fortuna aiuta il Cardinale, ma anche il senno; poiché, è forza e giustizia il riconoscerlo, ebbe grandi qualità organatrici, e le qualità superiori dell’uomo di Stato; e se non avesse sostenuta la causa del dispotismo contro la libertà, sarebbe stato degno di altra fama nella storia; la quale se non può lodarlo deve fargli giustizia.

Cotrone era una piazza forte, ed aveva, per giunta, un presidio, per vero non grande, di Francesi. A bloccare la piazza il Cardinale manda un duemila tra i migliori della sua gente; e a questa si accodano, spontanei, tale massa di gente dei dintorni, armati men di armi che di scuri e di ronche, che le campagne intorno alla città ne formicolano; ed erano i corvi accorrenti all’odore della preda. E come ebbe principio dagli assediami il cannoneggiamento contro la piazza, esce da questa una sortita di animosi contro le masse di fuori: ma brevi di numero, furono di leggieri avviluppati da una turba tenuta in agguato dal capo, che ebbe un nome famoso nella storia dei ladroni, «il Pansanera». Quelli retrocedono in disordine; li insegue una mano dei più ardimentosi, i quali impediscono si alzi il ponte levatoio alla porta; e questa dischiusa o sfondata, apre il cammino agli assediatori.

I patrioti si raccolgono nel castello; ma anche questo cedé subito, perché la guarnigione degli antichi soldati regii si ammutina, e abbassa il ponte. La città di Cotrone fu abbandonata, dice lo storico del Cardinale,16 ad un desolante saccheggio, che fu causa di tristissimi effetti, sperperò la città, e fece finire l’esercito del Cardinale. Una sola casa (egli attesta) fu salva dalla rapina, e fu quella del Farina condannato a morte dai patrioti: e in essa prese alloggio il Cardinale, che entrò in Cotrone il 25 di marzo. Poi, compiuta l’impresa dei ladri, tutte le compagnie degli armati (continua lo storico segretario) sparirono nella seguente notte del sabato santo, a fine di trasportare in sicuro la roba involata, e non cedendo né a preghiere né a minaccie; promettevano però di tornare a sacco vuotato, ma non tornarono. L’armata della Santa Fede si sciolse. Non rimasero al Cardinale che i soldati delle milizie regolari, e qualche migliaio solamente di tutte le masse: e queste crucciose perché, lontane, non avevano preso parte al bottino, rimasero alla speranza di rifarsene.

Convenne al Cardinale di ricostituire da capo l’esercito; e si rivolse alla religione dei vescovi e dei parroci, i quali risposero di zelo efficace, e man mano i soldati della sacchetta vennero o tornarono. Quindi si rimette in marcia; entra in Cosenza, riordina il governo, nomina a preside un vescovo; va il 12 aprile a Corigliano; e prima che metta il piede in Basilicata, passa in rassegna l’esercito nelle pianure di Cassano: e trovo scritto17 che numerarono cinquemila di soldati regolari, milledugento su cavalli da butteri o mulattieri, e questi armati di spiedi e spuntoni ad uso lancia; undici cannoni e due obici, ma pochi artiglieri; e, inoltre, di masse armate di ogni genere armi ed arnesi, oltre a diecimila uomini; masse informi e pel numero spaventevoli, ma cui avrebbe spulezzato un breve corpo di soldati veri, agguerriti e ben comandati; il che mancò allora e sempre alla fortuna della Repubblica napoletana.

Al cadere del mese di aprile il Cardinale tocca al confine della Basilicata. E già per un tratto di paese interno le popolazioni in grandissima trepidazione e sospetti abbattono albero e insegne frigie, innalzano a suo luogo la croce, e mandano deputazioni di ossequio al Cardinale. A Rocca Imperiale arrestano i due preti che avevano predicato per la Repubblica e viene mandata una squadra a Rotondella per punire quei del governo che torme di popolo erano venute conclamanti ad accusarli sul cammino del Cardinale.18

Il 3 di maggio sono a Bernalda. Quel giorno per la chiesa cattolica è solenne al ritrovamento della Santa Croce; e alla croce che era insegna alla bandiera ed alle truppe della Santa Fede dedicò un giorno di festa e di riposo il generale in capo. Si ordinano solenni uffizii divini alla chiesa; e il Cardinale, deposto, come Goffredo, l’abito di guerra, la spada di Argante e gli stivali a tromba, riveste la porpora dei giorni di pace; e siede in alto seggio di onore a pregare e benedire. Tuona di fuori il cannone; crepita la fucileria di quei della sacchetta; e il popolo, grande e piccolo, a fare eco e coro col grido dei nuovi crociati: Viva Iddio, viva la Fede, viva la Croce, viva il Re. A tanta festa la commozione era in viso e in cuore di tanti siffattamente, dice lo scrittore di questi ricordi, che egli non può frenare le lagrime in rammentando tanta affettuosa pietà! Era un frate, ma senza memoria: non ricordava, scrivendo, il sacco di Cedrone e quello di Altamura19

Il Cardinale nel giorno 7 maggio fu a Montescaglioso; e l’8 a Matera. La città capo della provincia era già «regalizzata» nei modi e nei termini di sopra riferiti; quindi accoglienza, sopra ogni dire, premurosa e simpatica. La città divenne quartiere generale e punto d’appoggio utilissimo per la prossima impresa, che era quella di sottomettere Altamura: ivi ufficii di viveri alle truppe, spedale pei feriti, depositi a rifornire armi ed arnesi di guerra; ivi convegno degli armati e volenterosi di tutto il Leccese, nonché di molti paesi di Basilicata;20 ed ivi giunse con un gruppo di gente in armi il De Cesare che rappresentò per le Puglie la commedia regia e che, nominato generale con brevetto in regola dal Cardinale, fu inviato all’impresa di Altamura.

Altamura, popolosa città, cinta di alte mura, era diventata in quel momento centro di difesa della libertà e capo di fatto del dipartimento del Bradano. Ripartito il territorio della Repubblica con la legge «del 21 piovoso, anno VII»,21 surse per essa il «dipartimento del Bradano» di cui Matera sarebbe capo, ed uno dei suoi «cantoni» Altamura. Ad «organizzatori» di questo importante spartimento, che comprendeva zone di tre delle antiche provincie, fu destinato oltre il Nicola Palomba anche Felice Mastrangelo. Quegli di Avigliano e, come fu detto, non più giovane, ardentissimo, audace, questi, di Montalbano, giovane e bravo; in origine medico, ma già capitano di cavalli22 fu egli il generale capo della difesa. Ma poiché Matera era in mano al partito del re, i due Commissarii sostarono ad Altamura, contermine a Matera, per gli apparecchi di offesa e di difesa.

Giunsero ad Altamura non prima del 22 marzo, con soli un sessanta uomini armati, accresciuti il giorno dopo di altrettanti, mandati spontaneamente da Montepeloso.23

I Commissarii e la «Municipalità» promossero una cassa «meritoria» di offerte volontarie, provvidero all’assetto delle vecchie mura, all’istituto della guardia civica e di un campo di armati in osservazione fuori la città, raccattarono alcuni cannoni, avviarono a fabbricare polveri e proiettili dal metallo delle campane, e s’ingegnarono si addestrassero al maneggio delle armi improvvisati artiglieri. In tali apparecchi aspettavano le già promesse, le invocate e le non arrivate mai squadre francesi da Bari e da Andria per poter muovere contro Matera. Intanto eccitavano gli animi a fraterni sdegni le quotidiane scaramuccie e depredazioni vicendevoli nei territorii finitimi delle due città, i sequestri di uomini e di animali, le scorrerie di avamposti, le rappresaglie. Questo stato di aspettativa durò troppo! un mese e più. E Vincenzo Coco, eco dei contemporanei vinti o caduti, accusa de’ due commissarii la indolenza e la clamorosa vacuità. «Mastrangelo generale, era tutt’altro che generale (egli dice). Palomba, altro commissario, non aveva saputo mettere in opera i mezzi per riunire e sostenere le forze popolari. Caldi amendue del più puro zelo repubblicano, colle più pure intenzioni, ma privi di quella pubblica opinione, che sola riunisce le forze altrui alle nostre, e di quel consiglio (?) senza di cui non valgono mai nulla né le forze nostre, né le altrui, tutti e due non sapevano fare altro che gridare: Viva la Repubblica! e intanto aspettare che i francesi la fondassero! Nel dipartimento più democratico della terra, colle forze imponenti di Altamura, di Avigliano, di Potenza, di Muro, di Tito, Picerno, Santo Fele, ecc. Mastrangelo perdette il suo tempo nell’indolenza: bravi uffiziali che aveva attorno lo avvertirono invano del pericolo che lo premeva: l’insorgenza crebbe, e lo costrinse a fuggire».

Giudizi acri! — ma pur troppo suggellati presso i posteri non meno dall’ignorata difesa degli accusati, che dal mancato all’impresa successo della fortuna! Essi avrebbero dovuto investire Matera prima dell’arrivo del Cardinale, e Matera avrebbe senza dubbio ceduto: nol fecero. Fu egli difetto di animo, o difetto di informazioni esatte sullo stato dell’avversa città, o difetto delle forze proprie? Che a loro mancasse ardimento e coraggio nessuno potrà dirlo. Ma le forze che vennero con essi non parvero, e forse non erano all’impresa bastevoli. Queste forze essi non ebbero ingegno, autorità o fortuna di accrescerle; e i cittadini armati della città erano per la difesa di essa, non per l’offesa a Matera; intanto l’onda cardinalizia montava su, e il tempo trascorreva per essi a loro danno! Fu colpa loro una sola; quella di non essere morti nella difesa della città! ma morirono per la difesa della libertà sul patibolo! e questo redima ogni colpa!

L’importanza politica e strategica di un centro di difesa posto al lembo di tre provincie, spingeva il Cardinale alla necessità d’impadronirsene ad ogni costo, sia per accordi, sia per la forza. Le industrie degli emissari suoi non approdarono; erano partiti da Matera, sotto fìnte vesti, preti, frati, ingegneri ed altro genere esploratori per informare, tentare, avvertire; ma intopparono nella vigilanza e nelle vendette, non belle né utili, degli avversari, e non tornarono. Anche il parlamentario, che era stato spedito sotto la guarentigia del dritto militare, non tornò. Spinse egli dunque le sue masse a circondare Altamura.

Questo fu fatto l’8 maggio. Il giorno 9 comincia il fuoco dei cannoni dalle due parti; ma l’uno e l’altro di poco frutto sì pel breve calibro dei pezzi, sì per. l’inabilità degli artiglieri. A mezzo il giorno i difensori si ritirarono dalle opere esterne entro la cinta murata della città; le opere esterne che non erano state validamente protette, non potevano più oltre sostenersi, e le munizioni, a quanto pare, facevano difetto, se, come non è dubbio, adoperarono in servizio dei pezzi pure le monete ad ufficio di mitraglia. Continuò ancora la dilesa da su le mura cittadine. Ma ai Commissari parve che la partita fosse già perduta, e con le loro squadre lasciarono la città lo stesso giorno;24 triste giorno non meno all’abbandonata città che alla loro fama! Il fuoco della piazza cessò a 22 ore; ma né segnale di resa fu alzato, né tentata sortita a sbaragliare gli assedianti. Venuta la notte, un gruppo di questi si fa presso alla porta già sfondata dal cannone, e dà mano a sgombrare le scheggie e le macerie; e poiché non trova ostacolo di dentro, si fa a penetrare nella città. Tutto è deserto: non soldati, non guardie, non scolte; la città è come spenta; sicché alla prima alba, della dimane, 10 maggio, il Cardinale, con i consueti accorgimenti del caso, fa occuparla. Essa era vuota di gente; i difensori, il popolo in massa ne era uscito nel dì innanzi; poca e povera gente sbucò allora dai sotterranei, ov’era chiusa.

Triste storia e pur troppo vera la sorte toccata alla città abbandonata, non presa d’assalto! Fu messa a sacco casa per casa, sistematicamente, ordinatamente, palagi, fondaci, botteghe, chiese, conventi, taverne. L’esercito saccomanno prese tutto; e fu una fine operazione di guerra così il prendere la città cinta di mura, come il ripulirla; l’una operazione vinse l’altra di fama e di stupore nella mente degli uomini. Dalla città si andò a rapinare per le campagne, e concorsero all’opera le popolazioni delle prossime città. Il sacco di Altamura restò celebre nella storia napoletana quanto, proporzione fatta, il sacco di Roma.

Ricercare, cui spetti la responsabilità morale di questi brutti e pure comuni fatti di ladroneggiamenti alle città prese di forza, è opera vana e accademica. Sono fatti brutti e comuni delle guerre antiche e delle guerre moderne, dei tempi barbari e dei tempi civili. Ma qui, pel fatto d’Altamura, è un altro affare. La storia scritta nel vivo delle passioni politiche incolpa il Cardinale non della responsabilità ideale di tutti i capi, ma di personale responsabilità: perché «il sacco era stato promesso ai soldati» a fine d’incitarli; perché «dove prima delle altre sue vittorie (dice Coco) il Cardinale aveva usata apparente moderazione, in Altamura, sicuro già da tutte le parti, stanco di guadagnare gli animi che poteva ormai vincere, volle dare un esempio di terrore».25 E parve si prestasse a questo severo giudizio il fatto dell’ordine, che egli diede di tenere chiuse e guardate tutte le porte di Altamura, da una in fuori; e nell’ampio spazzo innanzi di questa furono obbligati i foraggiatori del sacco a venirvi a deporre le robe ladroneggiate «per farne la divisione in regola» dice lo scrittore segretario,26 e fu fatta in regola, in mezzo ai crucci, alle ire, alle bestemmie di chi dava e di chi prendeva; ripartitori i capi, gli uffiziali, i preti, i frati e, forse, lo stesso Cardinale.

Qui potrei arrestarmi, ché ce n’è abbastanza; ma non intendo scrivere storie di partito: e non è onesto che il tribunale non oda la difesa; non è né onesto nè giusto, che i fatti non belli siano coperti di un velo, che i partiti hanno interesse di tenere fermo, e la giustizia della storia ha il debito di rimuovere.

I difensori del Cardinale dicono che egli non promise, né permise il sacco, ma dové subire il fatto; egli, con i capi delle sue torme, aveva precedentemente stabilito che si sarebbe imposta alla città una taglia di guerra, da ripartirsi di poi a tutti gli assedianti; appunto per rimuovere l’evento di un saccheggio. E questa affermazione essi rafforzano della considerazione, che il Cardinale istrutto del fatto di Cotrone, ove dal saccheggio derivò lo sciogliersi delio masse, appunto per mettere in salvo i procacci della rapina, non avrebbe potuto andare incontro alle stesse conseguenze, per le quali, squagliato l’esercito, egli dové rifare da capo la trama e l’ordito. Chi dunque lo permise? — Non è il caso di permissione in quegl’impeti, con quelle orde senza ordini, senza disciplina, senza autorità di comando. Una favilla, dicono, provocò lo scoppio degl’istinti rapaci e ferini: e la storia, se il senso umano ha ancora una corda che vibri, deve fermarvisi: e chi la dimentica, ha colpa; chi la dissimula, delinque.

I primi che al mattino del giorno 10 entrarono nella città, corsero in traccia di quei preti, frati, ingegneri ed emissarii, che non erano più tornati al campo; e, specie tra questi, un Vecchioni, uffiziale dell’esercito regolare, che era andato sotto la fede di parlamentario. Li credettero in carcere, e intesero a liberarli. Ma il governo dei patrioti ovvero i capi della difesa, il giorno stesso del 9 che abbandonarono la città, avevano fatto trasferire nella chiesa di San Francesco quelli ed altri che dissero briganti del Cardinale, ed erano 48 di numero; e in quella chiesa vennero ligati a coppia, e moschettati. E poiché il tempo stringeva e Annibale in porpora era alle porte, si scoperchia una fossa, e vi si precipitano dentro morti e moribondi, cadaveri e viventi, incatenati. Dicono che un giudizio subitaneo di guerra li avesse dannati a morte; e lo credo; e credo anche che in buona fede, come a debito di onore patriottico, si spinsero a questi atti di maniaca sapienza politica quelli che ordinarono, quelli che giudicarono, e quelli che eseguirono. Lo credo, e mi spiego la cecità loro; cecità di partito, cecità di patriottismo, che agita ed agitava allo stesso modo sulla Senna, sul Sebeto, ad Altamura, in altri luoghi, ed anche ieri, come abbiam visto, ai tempi nostri; né la luce e l’umanità dei nostri tempi ha fatto comprendere ancora ai liberali, ai patrioti, che queste sono, più che delitti, sciocchezze; sono micidiali scoppi d’arme che feriscono chi le adopera; e li feriscono di tale ferita che resta in perpetuo, e che, pure materialmente chiusa, gitta sangue.

I nuovi arrivati scoperchiano la fossa, e ne traggono fuori le coppie sanguinanti; i più sono freddi cadaveri; altri non morti ancora, spirano alla pur troppo inutilmente desiata luce; tre dei dissepolti rivivono, e vissero poi molti anni ancora. La cronaca ne dice il nome, le condizioni, l’età: uno fu il parlamentario Vecchioni; un altro era di Matera, ed ebbe nome Emmanuele di Marzio.

Questa fu la scintilla, che diede fuoco alle polveri: e questi sono i fatti. Non è onesto sopprimerli: libero ognuno di giudicarli, spiegarli o scusarli.

La caduta di Altamura diè il crollo alla parte liberale di tutte le Puglie. Il Cardinale vi portò il quartiere generale, e vi rimase quindici giorni, aumentando, riordinando le sue masse; poi lentamente avanzando fu il 24 di maggio a Gravina, il 27 a Spinazzola, il giorno dopo a Venosa, il 29 a Melfi; e qui venne a complirlo l’ambasciatore del Sultano, che dava avviso dello sbarco dei Turchi a Manfredonia, in servizio del re. A Melfi si fermò qualche giorno; vi tenne al fonte battesimale un bambino; e pure mantenute in ordine le bande ladronaie, permise che le ire paesane dei fratelli Martino facessero arresti di patrioti, fin nelle chiese. Da Melfi sarebbe passato a Potenza, secondo che aveva in animo, per mettere a dovere la città: ma poiché la bisogna era già compiuta dallo Sciarpa, come si dirà, piegò invece il 5 giugno pel versante Adriatico. Né finora, in quattro mesi! ha messo un qualche ostacolo al suo fatale andare il governo di Napoli.

La difesa militare della Repubblica non fu né fortunata, né per singoli fatti notevole. I francesi, con scarse forze disponibili di ordinanza, intendevano a combattere gli alleati del re, gl’inglesi che infestavano le spiaggie prossime alla città capitale, i moscoviti e i turchi che sarebbero sbarcati nelle Puglie. Ma i moti interni delle popolazioni avverse alla repubblica avrebbero dovuto reprimerli le popolazioni stesse alla repubblica favorevoli. Al cadere del mese di febbraio il generale Championnet spedì verso le Puglie il generale Duhesme con seimila uomini. Ed iscritta che fu allora, dalle clamorose «sale patriottiche» della città, una accolta di giovani volenterosi, questa col nome di Legione Bruzia ed all’intento di combattere le bande del cardinale nelle Calabrie, partì al declinare del mese di marzo. Era a capo di essa Giuseppe Schipani, che è rimasto in fama alla nostra storia per burbanza alta di parole e vacuità di fatti. La Legione Bruzia fu il giorno 26 di marzo in Eboli: fin lì le popolazioni apparivano amiche; ma non così quelle a sinistra del fiume Sele, donde va sollevando l’immane dirupato dorso il monte degli Alburni, sede di piccole alpestri comunità, e prossime al sovrastante campo di osservazione delle bande dello Sciarpa. Una parte della legione avanzando trovò qualche resistenza in Sicignano, che fu vinta; e questa licenziò i vincitori a fare man bassa nella Chiesa del paese sugli arredi sacri. Schipani, che era in Eboli, restituì alla Chiesa la parte ricuperata degli argenti;27 e volendo proseguire oltre per la via alle Calabrie, passò il Sele, piegando a destra del monte Alburni per la valle del Calore, lasciando a sinistra la valle del Tànagro ove era Sicignano; e donde avrebbe dovuto impigliarsi in su per le strette di Campestrino, difficili a sormontare, facili a difendere, e difese già dallo Sciarpa che sull’alto di esse aveva continue le sue vedette.

Nella valle del Calore e dalla non avversa Roccadaspide vide egli sventolare al vento una bandiera bianca sull’alto del colle ove era aggrappato il paesello di Castelluccia.28 Parve una sfida al generale della repubblica; e decise investire nelle sue mura la terra ribelle. Era il giorno 14 di aprile.29 La investì da due parti: ma mezzi preparati a vincere una qualsiasi cinta di mura non aveva pronti; e l’attacco non riuscì. E la non riuscita fazione più che una ritirata militare, diventò una disfatta politica! E Coco scrisse:

«Schipani fu costretto a ritirarsi, e cadendo in un momento dall’audacia alla disperazione, la sua ritirata fu quasi una fuga».30

I difensori restarono illesi! e i fuggitivi, morti in gran numero inseguiti pei campi. Un testimonio del luogo racconta:31

«Il parroco prima dell’attacco, esortò i cittadini alla più strenua difesa e benedisse la bandiera bianca, che venne rialzata in cima alla Chiesa parrocchiale di S. Nicola. Da quel tempo la festa di S. Cono vien celebrata in memoria della vittoria riportata, e un apposito inno sacro ricorda, insieme con la data, le nove ore dell’accanito combattimento».

Ricordo doloroso, per quanto onorevole, di patriottismo!

Il triste evento ebbe conseguenze gravi e diffuse. Le bande de’ galeotti gittati sulle coste del Cilento vennero innanzi sulla destra del fiume Sele minacciando a Salerno; la parte liberale di questa provincia agghiadò; la città, di Salerno si «realizzò» come dicevano, il 26 di aprile, e benché due giorni dopo fosse risottomessa per aspra repressione da una legione di francesi, tornò il 2 maggio al partito regio.

Ma la disfatta legione Schipani fece libero il passo all’azione dello Sciarpa per l’alta Basilicata, che ben durava ancora fiera di vivo ardimento, nella difesa della repubblica.32 Ritornò egli alla sua Polla e alle strette di Campestrino e del Marmo: e qui incontrò una squadra di patrioti di Muro con a capo un prete, aitante e rubesto, Pantaleone Spicacci, che, fatto prigioniero,33 fu serbato al futuro carcere ed all’esilio. Obiettivo dello Sciarpa era quello di occupare la città di Potenza; e manovrando a questo intento si presenta, una prima volta al cadere di aprile, sotto le mura di Picerno. Accorsero a difesa i patrioti di Avigliano, e con i fratelli Vaccaro e il maggiore Calenda di Picerno respinsero lo Sciarpa, che vi perdé uno de’ suoi minori cannoni.

E poiché — è lecito di credere — lo Sciarpa ebbe aiuti e il concorso dei sanfedisti di Bella, reliquie disfatte del 3 marzo, quelle forze riunite di Avigliano e di Picerno e quelle di S. Fele e di Muro piombarono sopra il paese di Bella; e qui molti eccessi, molte, anzi troppe le case bruciate; e non partirono prima che al luogo dell’albero reciso non messero invece — ironia della pace — un albero di ulivo34 — Lo Sciarpa tornò una seconda volta dinanzi a Picerno; e una seconda volta respinto da quei di Avigliano e dagli altri confederati, vi lasciò ancora un cannone, e piegò verso Tito.

In Tito entrò il 3 di maggio; e non fu lui, per vero dire, ma un suo luogotenente destinato a guardia della piazza che, nel corso del mese, fece eseguire a morte condanna di parecchi incarcerati; ivi il giorno 27 fu spenta la ottantenne signora De Ciutiis della liberale famiglia dei Caffarelli.35

Il piano militare delle forze sanfedistiche si sviluppava con logica dritta ed ordinata. Le bande celentane vengono concentrandosi a Polla, e qui era convenuto, il 4 maggio, monsignor Ludovici di Policastro, capo politico attivo e intraprendente delle insorgenze del salernitano; ivi arrivarono con due cannoni ed artiglieri alcuni ufficiali della squadra inglese, tra dei quali è fatto il nome di Guglielmo Arley, capitano di artiglieria.36

E tornano ad assalire Picerno la terza volta37

Era il giorno 10 maggio: lo stesso giorno cadeva Altamura; lo stesso giorno cadde Picerno. Le forze delle comunità confederate erano nuovamente accorse in sostegno della città, ed a capo, come sempre, quei di Avigliano; ed energica fu la difesa; ma in troppo gran numero gli assalitori, diretti da uomini di guerra, sostenuti da cannoni, imbaldanziti dalle propalate vittorie regie, e la città dové cadere; ma non cèsse prima che decimali i difensori, mancate alle armi le cartuccie, e colpiti al cuore dal nemico piombo i due Aiaci della rivoluzione Michelangelo e Girolamo Vaccaro! Lo stesso giorno altri drappelli di Aviglianesi erano accorsi in soccorso: ma, a mezza via, dall’alto dei prossimi colli videro che Picerno ardeva già!

E qui fu il fine della resistenza. E Vincenzo Coco poté scrivere: «I paesi della Lucania fecero prodigii di valore, opponendosi all’unione di Ruffo con Sciarpa; e se il fato non faceva perire i virtuosi e bravi fratelli Vaccaro; se il governo avesse mandati loro non più che cento uomini di truppa di linea, qualche uffiziale e le munizioni di guerra che loro mancavano, forse la causa della libertà non sarebbe perita».

Morti gloriosamente i fratelli Vaccaro, nell’indifesa città irruppero i sanfedisti, e dei primi furori dei micidiali e ladroni restarono vittime donne ed uomini inermi, e specialmente ricordato il sacerdote Nicola Caivano ucciso a colpi di pietra in chiesa, mentre presentava la immagine di Gesù crocifisso agli irrompenti campioni della Santa fede.

Giustino Fortunato, che dell’epopea tragica di questa nostra storia à voluto interrogare minuti, ignorati, ma sicuri e insospettabili documenti, nei libri mortuarii delle parrocchie, à risuscitato i nomi dei caduti «in conflitto» nella giornata del 10 maggio. Sono settanta nomi, tra cui diciannove donne.38 Delle quali il Colletta poté scrivere acclamando

«alla virtù delle donne picernesi che vestite come uomini combattevano a fianco dei mariti e fratelli, ingannando il nemico meno dalle mutate vesti, che per il valore».

Tale fu la voce che ne corse: alle vittime ben si addicono i fiori!

Lo Sciarpa si preparava per venirne a Potenza. Ma i suoi confederati di Bella vollero la rivincita e la vendetta dei patiti danni recenti, e con essi e per essi egli retrocede con le sue bande a Muro. Qui la resistenza non manca, ma con facile manovra è vinta da un contrattacco e le bande entrano in Muro il 15 maggio. Tredici i morti, abbruciati i palazzi signorili, e un generale saccheggio da predoni domestici e da avventizii per furto o vendetta:39 tale fu lo epilogo della campagna.

Il colonnello Sciarpa manda ai circostanti paesi l’ordine di sottomettersi, e saranno rispettati. Parve vana ogni resistenza; e cedettero. Gli eventi ebbero contraccolpo di sangue in taluni paesi lì d’intorno, specie a Biella. Sciarpa trionfatore entrò il 19 in Potenza: non vi fu saccheggio, ma qualche ammazzamento, come a dire straordinario, per sopraderrata, di qualche patriota mal capitato o in ritardo. La città sborsò prontamente 1500 ducati a «Don Gerardo Curcio per pagare le regie truppe» dice un documento del comune; Don Gerardo Curcio, che era lo Sciarpa di ieri, oggi è colonnello, dimani barone! e le regie truppe erano l’esercito famoso della «Santa fede».

Il quale esercito, allagando e trionfando, giunse alla città di Napoli il 13 di giugno; il 19 il Cardinale venne a patti di giusta capitolazione con i presidii e i patrioti chiusi nei castelli Nuovo e dell’Ovo; quella capitolazione che Nelson, corsaro non ammiraglio nella rada di Napoli, disdisse e infranse. I patrioti chiusi nel castello di Sant’Elmo non capitolarono col Cardinale: essi furono venduti a suon d’argento dal barattiere francese, che, comandante del castello, stabiliva i patti e il prezzo con i delegati di Nelson. Al Cardinale Ruffo la storia, almeno per questo punto, ha fatto giustizia: egli vide, agì, consigliò da uomo di Stato; ma Nelson agì da pirata; la regina da tigre; il re da tanghero. I patiboli si alzarono a Napoli e per le provincie. La fama delle illustri vittime empì il mondo: gloriosi nella storia, poetici nella leggenda!

Condannati della Giunta di Stato, famosa, morirono sulle forche, nella piazza del Mercato di Napoli, il 13 luglio del 1799, Nicolò Carlomagno di Lauria;40 il 14 ottobre Felice Mastrangelo di Montalbano Jonico, e Nicola Palomba di Avigliano; il 12 dicembre Nicolò Fiorentino di Montalbano stessa, ma nato a Pomarico, e Michele Granata di Rionero, frate e professore; il 1° febbraio del 1800 fu spento Cristoforo Grossi di Lagonegro;41 e, sopra tutti famoso, Mario Pagano impiccato con Domenico Cirillo, con Ignazio Ciaia e con Giorgio Pagliacelli, il giorno 29 ottobre del 1799 nella stessa piazza della città di Napoli. Era nato l’8 dicembre del 1748 in Brienza.

Speciali Giunte di Stato vennero costituite per le provincie e mandati con queste Giunte i «Visitatori speciali», per restaurare l’ordine antico, punire i ribelli e riavviare il pagamento delle imposte. Il marchese della Valva fu «visitatore» per quattro provincie, e tra queste Basilicata. Ed egli, per regia delegazione, nominò i suoi assessori, dando loro le facoltà d’inquirere e giudicare le cause dei rei di Stato con i procedimenti spicci e subitanei del tempo di guerra.42 — A rivoluzioni vinte, ieri come oggi, è vana, del resto, la ipocrisia delle forme!

Del naufragio delle rivoluzioni le reliquie sono, come sempre, innumerevoli; innumerevoli le domestiche nostre. È affermato da uno scrittore de’ nostri tempi, che dice di averne i documenti,43 ed io lo ripeto, che la Delegazione di Basilicata ne condannò all’esilio 189; oltre alle non numerose, per vero, condanne di morte. Poi le confische secondo la legge del tempo, ed i sequestri de’ beni coronarono l’opera44

Fu tratto al patibolo nella città di Matera, il 30 dicembre del 1799, per delitto di stato e per condanna della regia Udienza, Oronzio Albanese, prete di Tolve, di 51 anno di età; ma di quale speciale delitto politico fosse accusato, è ignoto.45 Anche il tenente Vincenzo Tirico era stato dannato a morte, e spento in Muro Lucano il 16 dicembre dell’anno nefasto46 Poi trassero al patibolo stesso, nella stessa città di Matera, il 15 marzo del 1800, sei cittadini di Potenza, che furono Michelangelo Atella, prete, Romualdo Saraceno, Rocco Napoli, Giosuè Ricciardi, Gerardo Molinaro, Gerardantonio Vaglio, «per delitti di perduellione ai tempi della iniqua anarchia» dice la lugubre nota che ne scriveva il parroco della chiesa di Matera sui suoi registri dei morti. La regia Udienza o il Visitatore dettò processi e sentenza; ma gli atti scritti non esistono più: e fu dubbio per quale speciale figura di delitti di stato vennero sentenziati a morte essi, che non ebbero parte al governo repubblicano della città; non furono membri del municipio, meno che il Napoli. Che fossero stati i biechi strumenti di quel Nicolò Addone alla sanguinosa vendetta che venne presa sugli uccisori del vescovo Serao (e da ciò il processo e la condanna), oggi non è più dubbio.

La tarda nemesi della storia, con vereconda mano, ne vela i nomi. Essi non furono compresi nella lapide commemorativa che, ai nostri giorni, per pubblico decreto, venne posta, nell’aula del Consiglio provinciale di Potenza, a coloro che «dettero la vita sul patibolo per la patria e la libertà».47

APPENDICE

I.

Notamento dei REI DI STATO, condannati dalla DELEGAZIONE DEL VISITATORE GENERALE della Provincia di Basilicata, e di già esportati dai Reali Dominii»

Di MURO. — 1. Antonio Scoino, condannato alla esportazione dai Reali Dominii per anni 15. — 2. Carlo Albini, id. per anni 7. — 3. Consalvo Marolda, sacerdote, id. per anni 5. — 4. Carmine Danza, id. — 5. Decio Lordi, id. per anni 7. — 6. Ferdinando Farenga, sacerdote, id. vita durante (con la confisca dei beni). — 7. Francesco Maria Marolda, id. per anni 5. — 8. Francesco Lordi, id. per anni 3. — 9. Giovanni Cerone, id. per anni 15. — 10. Antonio Marolda, id. per unni 10. — 11. Giuseppe Pepe, id. — 12. Giovanni Martuscelli, id. — 13. Giuseppe Pope, quondam Donato, id. per anni 5. — 14. Innocenzo Pascale, id. per anni 7. — 15. Nicola Lordi, id. per anni 10. — 16. Nicola Catamone, id. per anni 5. — 17. Pantaleone Spicacci, sacerdote (colla confisca de’ beni), id. vita durante. — 18. Ruggiero Albini, id. per anni 7. — 19. Sorafino Farenga, id. per anni 5. — 20. Vincenzo Pascale, id. per anni 15. — 21. Vincenzo Pistoiese, id. per anni 10.

Di TOLVE. — 22. Antonio de Erario, condannato alla esportazione dai R. Dominii, vita durante. — 23. Carmine Scaccuto, id. — 24. Canio de Erario, id. per anni 15. — 25. Filippo Riccio, id. — 26. Francesco Paolo Mona, id. — 27. Giuseppe Albanese, id. per anni 20. — 28. Giacomo Cancellara, id. — 29. Giuseppe Flora, id. per anni 15. — 30. Giovanni Maria Armilla, id. — 31. Giuseppe Maria Armilla, id. per anni 3. — 32. Michele Cancellara, id. vita durante. — 33. Matteo Prese, id. per anni 15. — 34. Michele Ballottino, id. — 35. Nicola Cataldo, alias Iucigno (di S. Chirico di Tolve), id. vita durante. — 36. Nicola Frisara, sacerdote. id. per anni 10. — 37. Raffaele Albanese, id. per anni 5. — 38. Saverio Albanese, id. per anni 7. — 39. Tommaso La Torre, id. per anni 15. — 40. Vito di Stefano Cotrone, id. vita durante. — 41. Vito Antonio Baldassare, id. por anni 15.

Di OPPIDO (oggi Palmira). — 42. Agostino Giannone, condannato alla esportazione dai R. Dominii per anni 3. — 43. Gennaro Caronna (della Terra di Oppido), id. per anni 3. — 44. Gennaro Pepe, id. per anni 10. — 45. Gennaro Sesta, id per anni… — 40. Nicola Pepe, id. per anni 10.

Di BRINDISI (di Montagna). — 47. Innocenzo di Stefano, id. per anni 7.

Di TRICARICO. — 48. Vito Russo, id. vita durante.

Di GRASSANO. — 49. Dionisio Bronzino, id. per anni 5. — 50. Notaro Donatantonio Tortorelli, id. per anni 10. — 51. Giuseppe d’Artizio, id. vita durante. — 52. Giuseppe Lo Guercio, id. per anni 5. — 53. Giuseppe Primavera, id. — 54. Innocenzo Primavera, id. per anni 10. — 55. Paolo Caputo, id. vita durante. — 56. Pietro di Giovanni Bellettiero, id. — 57. Pietro Vignola, id. per anni 20. — 58. Pietro Nardone, id. per anni 5.

Di GROTTOLE. — 59. Pietro Filippo Cecero, id. per anni 20. — 30. Pietro Guerrieri, id.

Di SALANDRA. — 61. Sacerdote D. Francesco Nicola Zigamia, id. per anni 3. — 62. Silvestro Calanco, id. per anni 5.

Di CALVELLO. — 63. Donato La Varra, id. per anni 5. — 64. Giuseppe Buonomo, id. — 65. Pasquale De Rosa, id. — 66. Rocco Zotto, id.

Di SASSO. — 67. Arciprete D. Andrea Taurisano, id. per anni 7. — 68. Giovan Battista Giacchetti, id. per anni 3.

Di POTENZA. — 69. Gaetano Genovese, id. vita duranto (colla confisca dei beni). — 70. Giuseppe Viggiano, id. per anni… — 71. Nicola Felice Muro (colla confisca dei beni), id. vita durante.

Di PICERNO. — 72. Antonio Coletta, id. per anni 5. — 73. Antonio Figliuola, id. 74. — Domenico Tancredi, id. — 75. Don Felice Figliuola, id. per anni 10. — 76. Felice Cerbasi, id. per anni 15. — 77. Gerardo Russo, id. per anni 10. — 78. Arciprete Don Giulio Salvia, id. per anni 7. — 79. Michelangelo Cerbasi, id. per anni 20. — 80. Nicola di Mauro, id. per anni… — 81. Nicola Gigantiello, id. per anni 15. — 82. Nicola Carelli, per anni 5. — 83. Saverio Sproviero, id. per anni 15. — 84. Tommaso Capece, id. per anni 20.

Di VIGGIANO. — 85. Sacerdote Giuseppe Antonio Nigro, id. per anni 20.

Di VAGLIO. — 86. Daniele Carbone, id. vita durante (colla confisca dei beni). — 87. Francesco Carbone, id. per anni 15. — 88. Giuseppe Ottavio de Turris, id. vita durante (colla confisca dei beni). — 89. Giuseppe Antonio Santangelo, id. per anni 10. — 90. Nicola La Capra, id. vita durante (colla confisca dei beni). — 91. Rocco Marmo, id. per anni 5.

II.

«Condannati dalla SUPREMA GIUNTA DI STATO, stati asportati in Marsiglia, e sotto pena della morte nel caso che ritornassero nei rr. Domini senza il real permesso».

Di SENISE. — 1. Fortunato Antonio, di anni 25. — 2. Della Ratta Leonardo, di anni 54.

Di CASTELLUCCIO. — 3. Salerno Biagio, di anni 10.

Di LAURENZANA. — 4. Motta Evangelista, Padre maestro monaco dei minori conventuali, di anni 54. — 5. Romano Leonardo, di anni 30.

Di RAPOLLA. — 6. Rosati Flaviano, di anni 23 circa.

Di PISTICCI. — 7. De Sio Tommaso Vincenzo, di anni 42 circa.

Di ANZI. — 8. Pomarici Francescantonio, sacerdote secolare, di anni 43.

Di AVIGLIANO. — 9. Palomba Gennaro, di Giovan Francesco, di anni 40. — 10. Corbo Giulio, di anni 22.

Di ROCCA IMPERIALE. — 11. Zucchini Giuseppe, di anni 22.

Di BELLA. — 12. Cardone Giovan Lorenzo,48 del fu Giuseppantonio, di anni 57. — 13. Sansone Vincenzo, di anni 42.

Di GROTTOLE. — 14. Cecere Gerardo, di anni 27.

Di MATERA. — 15. Torricelli Giovambattista, di anni 23. — 16. Grisolia Raffaele, di anni 23.

Di CANCELLARA. — 17. Basile Gaetano, di anni 25.

Di CASTELSARACENO. — 18. Giacobini Vito, di anni 28.

Di LAURIA. — 19. Mazzillo Giuseppe, di anni 23. — 20. Melchiorre Paolo, di anni 36.

Di BALVANO. — 21. Mantenga Gianlorenzo, di anni 28.

Di CARBONE. — 22. Brando Urbano, di anni 35.

Di FRANCAVILLA. — Gramigna Marzio, sacerdote secolare, di anni 54.

Di GENZANO. — 24. Lepre Pasquale, di anni… circa.

Di MURO. — 25. Selvaggi Pierantonio, di anni 36.

Di SAN CHIRICO RAPARO (?). — 26. Giuseppe Lombardo.

III.

«Condannati ad essere sfrattati dai Reali Dominii in conseguenza della Real determinazione del 1° agosto 1799»

POTENZA. — Ascanio Sinni, di anni 34. — Ferdinando Siani, di anni 40. — Raffaele Atella, di anni 31, sacerdote secolare.

PISTICCI. — Bernardino Plati, di anni 52.

CALVELLO. — Diego Falcone, di anni 38. — Diodato Siniscalchi, di anni 27, dottore in legge.

MONTALBANO. — Francesco Lo Monaco49 (Filiazione): figlio di Nicola e di Margherita di Fiorenza di Montalbano, di anni 24, capelli e ciglia castagni scuri, occhi cervoni, viso bislungo, tarlato di vajolo, naso grosso, statura 4.4.

EPISCOPIA. — Giacomo Astore, di anni 24.

BALVANO. — Giuseppe Antonio Mantenga, di anni 25. — Valerio Lazzaro, di anni 28.

SANT’ANGELO LE FRATTE. — Giuseppe Gianlorenzo, eli anni 28.

TRIVIGNO. — Andrea Volino, di anni 21, tenente di truppa civica.

AVIGLIANO. — Francesco Corbo, di anni 21. — Paolo Morlino. — Vito Santoro, tenente di truppa di linea.

PICERNO. — Giovanni Amendola, di anni 24, servitore di Carelli. — Giuseppe Carelli, di anni 24, municipalista aggiunto al proprio paese. — Tommaso Cappello, di anni 21, soldato civico.

BARILE. — Nicola De Rosa, di anni 20, soldato civico.

LAGONEGRO. — Pietro Maria Picardi, di anni 27.

SASSO CASTALDO. — Rocco Beneventano, di anni 22, soldato civico.

ABRIOLA. — Vincenzo Sarli, di anni 23, legale.

RIPACANDIDA. — Franc. Sav. Braca, di anni 26, tenente della guardia nazionale (sic?).

ANZI. — Francesco Paolo Pomarici, di anni 32.

MARATEA. — Giuseppe Arzo, di anni 25.

GENZANO. — Luigi Manturi, di anni 25.

CASALNUOVO DI NOIA. — Vincenzo Smilare, di anni 34.

SAPONARA. — Vincenzo Cunto, di anni 43.

IV.

Confische e sequestri dei beni

(Dai documenti al libro di L. CONFORTI, Republ. napolet. e l’Anarchia Regia — Avellino, 1890. pag. 220)

MURO. Vincenzo Tirico, condanna a morte; eseguita, e ordinata la confisca dei boni.

TOLVE. Sacerdote Oronzio Albanese; condanna a morte; eseguita, e ordinata la confisca dei beni.

MURO. — Sacerdote Pantaleone Spicacci, condannato alla perpetua esportazione dal Regno vita durante, colla confisca de’ beni. — Sacerdote Ferdinando Farenga: esportazione vita durante, colla confisca dei beni.

V.

«Sequestro dei beni per disposizione della speciale Giunta e del Visitatore Marchese di Valva» a carico di:

(in L. CONFORTI, ibid.)

Saverio Carelli, di Picerno. — Lelio Mazzei, di Matera. — Gioacch. (o Giacomo) Amato, di Montepeloso. — Giuseppe M. Laurenziello, di Melfi. — Giuseppe de Nigris e Pasquale Masino, di Calvello. — Biaso, Antonio ed altri fratelli Brando, di Carbone. — Antonio Satriani e Francesco Matella, di Sant’Arcangelo — Prospero Martelli, Nicola Delfino, di Alianello. — Vincenzo Siderio, di Sant’Arcangelo. — Maurizio La Greca, Antonio Fiorentino e Luca Quinto, di Montalbano. — Giovanni Massari, Pietro Ant. Rosano e Tomaso Sion, di Pisticci. — Maurizio Mastrangelo, di Montalbano. — Giovanni Maiolino, di Latronico. — Tommaso barone Brancalasso, dì Episcopia. — Giovanni Giura, di Chiaromonte. — Ottaviano Ricci, Vincenzo Sarubbi, Bruno Cuppari, Bruno Abitante, Domenico Ciminiello, Vincenzo Santalucia, Biase Fardella, di Francavilla.

VI.

Morti in carcere, a Matera

(dal libro, citato, di R. SARRA, pag. 30)

Domenico Cavaliere, di Ferrandina. — Francesco Scorpione, id. — Giovanni Pordi, id. — Pasquale Martocci, di Stigliano. — Tommaso Santassiero, di Avigliano. — Giuseppe Buonomo, di Calvello. — Francesco Schiavone, di Stigliano. — Antonio Marrese, di Picerno. — Mattea Vaccaro, di Avigliano. — Giuseppe Pirrotti, di Ferrandina.

NOTE

1 In SACCHINELLI, Memorie storiche del Cardinale Fabrizio Ruffo. Napoli, 1836, pag. 72.

2 I nomi sono riportati nella Cronica Polentina del professore RIVIELLO, di cui appresso.

3 Conf. Cronica Potentina dal 1799 al 1882 del prof. RAFFAELLO RIVIELLO. Potenza, 1885, in-8°, libro lodevole, inquantoché tenne conto di documenti autentici paesani. Inoltre, pel Serao: BRIENZA ROCCO, Il Martirologio Lucano, 2ª ediz. Potenza, 1883, pag. 55-72. — GIAMBROCONO FRANC. Consideraz. intorno alla vita ed agli scritti di monsignor Andrea Serao. Potenza, 1887. — Nella recente Rivista storica Lucana. Potenza, 1991, fasc. 1 e 2, è pubblicata una relazione uffiziale, non però sincrona, in data 13 febbraio 1808, ove i morti della giornata si dicono 17, e dove l’intenzione di favorire la causa dell’Addone è manifesta.

4 Fu nominato propriamente uno dei «Pacieri». Vedi la Cronica Potentina del prof. RIVIELLO.

5 Ap. GATTINI, Op. cit. pag. 150. E inoltre: RAFFAELE SARRA nel libro: La rivoluzione repubblicana del 1799 in Basilicata. Matera, 1901, pass.

6 ARANEO, Not. stor. di Melfi, pag. 366.

7 Dall’opuscolo (che fu pubblicazione a cura del Comune) col titolo: Nuove ragioni in difesa del Comune di Bella per la conservazione della pretura. Napoli, 1889, all’Append. II. La signora De Falco fu morta il 26 maggio, secondo i dati raccolti dall’on. Fortunato in Scritti varii, 211.

8 In MARTUSCELLI, Muro Lucano. Ricordi storici. Napoli, 1896, pag. 473.

9 G. FORTUNATO, Scritti varii, 204, di cui alla nota che segue. Conf. CIANCI SANSEVERINO, Da Castelgrande a… Muro Lucano. Napoli, 1889, 74.

10 Per questo torbido periodo della nostra storia sono stati pubblicati, ultimamente, due documenti di capitale importanza.

L’uno è una breve Nota di G. FORTUNATO dal titolo Il 1799 in Basilicata (in Arch. storico napol. giugno 1899, e poi in Scritti varii. Trani, 1900), nella quale è una vera ricostruzione cronologica degli avvenimenti e di loro tragiche fasi, mercé muti, minuti e insospettabili testimoni del momento, i libri parrocchiali de’ morti. La Nota, nella sua rapida brevità, assorge per me a titolo di documento: e da essa traggo le date cronologiche del testo.

L’altro è il Documento inedito sopra i fatti politici di Avigliano durante la repubblica partenopea 1799, pel dott. Angelo Telesca. (Potenza, 1892, di pag. 70, in 12). Il dottor Telesca ne è il benemerito editore; ma il documento è il riassunto che del voluminoso processo politico faceva «Gaetano Lanzara, attitante delegato» (sic), in data di Potenza, 8 febbraio 1800. In questo riassunto la storia interna della città emerge maravigliosa. L’originale processo non esiste.

11 In Arch. stor. napol. anno 1883. Lettere di Ruffo, p. 623.

12 V. COCO, Saggio, § XXXII.

13 Arch. stor. nap. 1883. È una lettera dello Studuti del 27 marzo da Moliterno. Egli si dà il titolo di «Comandante generale». Era di Torraca — Domenico Romano (di Scido) è con lui, Tesoriere.

14 Vedi in FORTUNATO, Scritti varii, 208.

15 Conf. il libro del SARRA, sopra citato: pass.

16 In SACCHINELLI, Op. cit. pag. 131.

17 In SACCHINELLI, Ibid. pag. 151.

18 Nel Diario della spedizione del Card. Ruffo di DOMENICANTONIO SAVOIA (di Bagnara). Reggio Calabria, 1889, a pag. 18, si legge:

«Partiti la mattina del 28 aprile da Rocca Imperiale presimo la via appena per quei piani, che trovammo tutta la popolazione di Rotondella, che era di circa 400 donne con pochi uomini, le quali domandavano giustizia contro alcuni Giacobini, che l’avevan non solo danneggiati, ma discacciati ancora fuori del paese (??), coll’aiuto di una masnada di fuoriusciti, che lor mantenevano per guardia de’ palazzi dove abitavano… Andarono le truppe, ed avendo assaltato i due palazzi, ove abitavano i Giacobini tiranni, carcerarono quei che vi erano e li portarono a S. Eminenza, di unito a molte somme di danaro, argento ed altri mobili…».

Di Bernalda il diarista en touriste! scrive:

«La mattina del 4 maggio partimmo da Bernalda, da dove le donne per andar vestite tutte di color di porpora sembravano tanti cardinali».

19 Itinerario… della spedizione dell’emin. card. Ruffo, vicario generale di S.M… per sottomettere i ribellati popoli di alcune provincie… fedelmente descritto dal padre Fra ANTONIO CIMBALO dell’O.d.P. Napoli, 1799, a pag. 21.

20 Nei Racconti storici di GAETANO RODINÒ (pubblicati postumi, nell’Archiv. stor. per le prov. napolet. Napoli, 1886) si legeg che le truppe del Cardinale, oppugnatrici di Altamura, erano state

«aumentate dalle masse Leccesi e Materane (cioè della provincia di Matera); quello comandato, tra gli altri capi, da D. Felice Strada di Ginosa; e queste da D. Domenico Asselta di Laurenzana e dal famigerato Sciarpa…».

Non vi poteva essere lo Sciarpa, perché lo stesso giorno 9 e 10 maggio egli ora all’attacco di Picerno.

21 Cioè del 9 febbraio 1799.

22 GAETANO RODINÒ nei Ricordi storici (Arch. stor. prov. napol. 1886, 408), dice di lui: «per poco tempo o per compro impiego, capitano di cavalli». Era nato il 1773.

23 La data dell’arrivo dei Commissarii, il numero degli armati che erano con essi, quello dei patrioti di Montepeloso (e il fatto non è ricordato da altri) sono accertati nella importante monografia: Altamura nel 1799 (con documenti e cronache inedite) di OTTAVIO SERENA (Roma, 1899, Altamura, 1900, pag. 22, 25, 52), particolareggiata di notizie fondate a documenti, che occorre di leggere per una giusta idea delle condizioni della città, dei provvedimenti a difesa e ad offesa di essa nello svolgimento di un episodio clamoroso della storia dell’anno.

Il SACCHINELLI, nelle Memor. stor. del Card. Ruffo, di cui fu il segretario, lasciò scritto, nel 1886:

«La Commissione esecutiva del Governo provvisorio di Napoli aveva destinati a difesa di Altamura due generali, cioè Mastrangelo di Montalbano con due squadroni di cavalleria, e Palomba di Avigliano che conduceva tutti i patrioti, e specialmente 700 facinorosi aviglianesi. Questi due generali avevano rinforzato Altamura con numero grande di difensori, ecc. ecc.»

Facinorosi da un verso, briganti da un altro! — così scrivono la storia i contemporanei: — è forza dunque ripetere: hanc veniam petimusque damusque vicissim! Ma i due squadroni e i 700 aviglianesi si condensano tutti nelle cifre assommate dalla monografia documentata dell’on. Serena! Io aggiungerò solamente che un ultimo nucleo di Aviglianesi furono condotti in difesa di Altamura dai fratelli Raffaele ed Antonio Palomba sui principii del mese di maggio, contemporaneamente agli altri che con i Vaccaro partirono alla difesa di Picerno; — e questo risulta dal processo di cui alla nota 10, pei fatti di Avigliano. E con cotesti ultimi, tutto sommato, si arriva appunto ai 150 «uomini armati» dei quali è tenuto conto dall’egregio autore della monografia sullodata.

24 Il giorno 9 maggio: vedi a pag. 58 della monografia dell’on. SERENA. — È ricordato che erano con i Commissarii in Altamura Titta Marone di Potenza, Giacomo Rossi di Marsiconuovo, Urbano Brandi di Episcopia, Giuseppe Venite di Ferrandina, un Cecere di Grottole, e un prete di Potenza, forse il Michelangelo Atella. — Ap. SARRA, Op. cit. 23.

25 COCO, § XLV.

26 SACCHINELLI, p. 168.

27 Vedi la lettera di Giuseppe Schipani del 2 aprile 1799, «al popolo di Sicignano e Terranova» e l’altra di Alessandro Schipani «colonnello dei reali eserciti, comandante l’accantonamento di Sicignano» che è del 4 aprile. In F.P. Cestaro, Studii storici e letterari. — (Il vescovo di Policastro e la reazione borbonica del 1799). Torino, 1894, nei docum.

28 Oggi il paese è detto Castel Civita.

29 La data, già controversa, oggi è fuori dubbio. Vedi la nota cronologica nei Scritti varii di G. FORTUNATO, 1900, pag. 234.

30 Saggio storico, § XXXIII.

31 In lettera all’on. FORTUNATO. V. Scritti varii; docum.

32 Ad una lettera del Ruffo (in Arch. stor. nap. anno 1883) del 21 aprile, da Cassano, era aggiunto un notamento, senza data, nel quale si legge:

«Luoghi tuttavia democratici nella provincia di Basilicata! — Tolve, Tricarico, Lo Palazzo, Genzano, Spinazzola, Montepeloso, Potenza, Oppido, Cancellara, Pietragalla, Minervino, S. Chirico di Tolve, Brindisi di B., Trivigno, Vaglio, Banzi, Avigliano, Picerno, Acerenza, Porenza, Maschito, Ripacandida, Venosa, Barile, Rapolla, Melfi».

33 In Arch. stor. prov. napol. (luogo citato, 633). Lettera di Sciarpa al Cardinale del 1° maggio.

34 Nel documento del Telesca; e in Fortunato, Scritti varii, 210.

35 Le date cronologiche e alcune particolarità sono nella Nota cronologica dell’on. Fortunato.

36 Vedi in CESTARO, Op. cit. 356. — E fu cantato anche in versi! dalle mute sanfediste Gulielmus anglicanus, e messo alla pari con lo Sciarpa Gherardus… patriâ Polla, ecc. Id. Ibid.

37 Il tre volte rinnovato attacco di Picerno risulta da un documento irrefragabile, che è il processo di Avigliano, di cui in nota 10.

38 È una funebre pagina di storia, pubblicata già nel bel libro I napoletani del 1799 di G. FORTUNATO, Firenze 1804, e poi in Scritti varii, ecc.

39 In MARTUSCELLI, Ibid. 484 seg. ivi è detto: «non si lasciò una casa sola dal frugare e rifrugare», 490.

40 Nelle Vite degli Italiani benemeriti della libertà di MARIANO DI AYALA (Roma, 1883, pag. 135) è detto che era nato a Verbicaro, verso il 1761. Nacque, è vero, nel 1761 o 1760, ma in Lauria. Nello «Stato delle anime» o censimento di Lauria, fatto dal curato De Mellis nel 1766, che ancora esiste, la famiglia di Giuseppe Carlomagno, figlio di Niccolò e padre del nostro, è così riferita:

«Magnifico Giuseppe Carlomagno, di anni 33; Magnifica Caterina, moglie, di anni 32; Nicola, figlio, di anni 5; Angela, figlia, di anni 10; Maria Carmela, figlia, di anni 8; Eufemia, figlia, di anni 12».

Nello «Stato delle anime» del 1772 a Nicola si dà il titolo di Magnifico (che era quello di borghesi benestanti e civili) ed è detto di anni 12. Ebbe a moglie Elisabetta Quarelli, e due figli, Giuseppe e Giambattista.

41 Fu testé pubblicato nel libro di A. SANSONE, Gli avvenim. del 1799 nelle due Sicilie. Palermo, 1901, e di R. SARRA, Op. cit. il sunto ufficiale della ignorata sentenza contro Cristofaro Grossi, ed altri giovani dell’Ospedale Incurabili, tra i quali Gasparo Pucci e Giambat. Torricelli (di Matera). Vi si dice che nel largo delle Pigne essi fecero fuoco sul popolo che si opponeva all’entrata dei francesi. In quel luogo medicavano i feriti francesi e davano morte (?) ai feriti del popolo, e fra questi è individualmente nominato il Pucci. Innalzarono l’albero della libertà nel cortile dell’Ospedale: svillaneggiando e bruciando i reali ritratti. Vestirono uniforme repubblicana, e il Grossi fu alla spedizione di Ponticelli, e vantavasi aver carcerati molti realisti. — Egli fu il 27 gennaio condannato a morte col Pucci; il Torricelli ed altri all’esilio dal regno.

42 Il dottor RAFFAELE SARRA, nel libro La rivoluzione repubblicana del 1799 in Basilicata. Frammenti di cronache inedite (Matera, 1901, a pag. 57), pubblica questa lettera del marchese Della Valva al signor D. Raffaello Buonfanti:

Potenza, 20 settembre 1799.

A tenore delle facoltà comunicatemi da S.M. (D.G.) nel disimpegno della speciale straordinaria delegazione della visita di quattro provincie del regno, destino V.S. Ill.ma per assessore nei seguenti luoghi: — Chiaromonte, Tursi, Senise, Sanseverinello, Fardella, Francavilla, Carbona, Episcopia, Castronuovo, Calvera, Terranova e Teana. — Con tale carattere avrà Ella le facoltà di inquirere e giudicare le cause dei rei di Stato, che liquiderà nei luoghi suddetti con delegazione more belli et ad horas, e con risorbare la revisione delle sentenze che sarà per promulgare a me ed al mio assessore Togato:42a il tutto a norma delle istruzioni che qui allegate riceve (mancano in essa). Sicuro ecc. ecc., resto costantemente raffermandomi.

Di vostro obbl. serv.re

Il marchese Della Valva.

Gli altri assessori suoi furono per il «riparto» di Tricarico, Ignazio Massimi, caporuota della R.U.; per quello di Melfi, Pietro De Salvo, avvocato fiscale; per Lagonegro, Domenico Antonio Pionati ed Angelo Lo Fruscio. — In SARRA, 27.

42a Era il consigliere Crescenzo de Marco.

43 A pag. 202 del libro Napoli nel 1799, critica e documenti inediti per LUIGI CONFORTI, Napoli 1886. — Occorre di aggiungere che il dottor Sarra, nel suo libro, raccoglie i nomi e la patria di quelli che morirono nelle prigioni di Matera, a pagina 30: e qui sono anche molte minute notizie di varii gruppi di incarcerati, che per mesi e mesi ivi arrivarono da Venosa, Tursi, Melfi, Ferrandina, Grottole, Tricarico, Potenza, Tito, Latronico, Rotonda…

44 In APPENDICE a questo capitolo pubblichiamo il nome de’ condannati o mandati in esilio (di Basilicata), come si leggono negli ELENCHI a stampa del tempo; dei quali elenchi è un esemplare nella Biblioteca della Società di storia patria, in Napoli.

45 Mancava di lui qualsiasi documento; e quello, unico, testé pubblicato a pag. 81 del libro del SARRA, ora citato, non rischiara gran fatto le tenebre. — È un atto notorio, in cui tali testimonii attestano che il 15 luglio 1799 da Oronzio Duni fu arrestato (dove?) il ribelle D. Oronzio Albanese «uomo inquietatore del genere umano, infame repubblicano,… pernicioso individuo». Aggiungono che il Duni, montato a cavallo, si affrettò di darne notizia allo popolazioni di S. Chirico, Montepeloso, Oppido, Cancellara, che ne giubilarono: ed in Tolve al capitano Mozzino «che era stato (ivi è detto) da esso Albanese in tempo della repubblica posto in fuga, saccheggiato, venduti e disfatti tutti li suoi averi». Non altro; e dubito che su questo fatto avesse potuto aver fondamento la condanna suprema di lui.

46 Di questo valoroso e sventurato giovane vedi la Storia di Muro dell’egregio L. MARTUSCELLI, a pag. 503.

47 Composta che fu la patria ad unità, fu generoso universale pensiero di onorare quelli che caddero spenti nelle lotte per la libertà e la grandezza d’Italia. E, tra noi, Brienza elevò una statua, opera dello scultore Achille D’Orsi, a Mario Pagano; Montalbano Jonico una lapide a Nicolò Fiorentino, a Francesco Lomonaco e Felice Mastrangelo (pure aggiungendo, paribus impar, a questi tre il nome del molto erudito monaco Placido Troyli); Muro Lucano, una lapide alla memoria degli esuli e dei morti concittadini del 1799; Lagonegro una lapide a Cristofaro Grossi. E la provincia di Basilicata, per deliberazione del suo Consiglio, scrisse in marmo il nome di quelli che «Per la patria e la libertà dettero LA VITA SUL PATIBOLO E NELLE BATTAGLIE: 1799-1800, 1822-28, 1848-49, 1860, 1866». — Giustino Fortunato mediante ricerche lunghe e pazienti, devoto ai gloriosi nomi non meglio che alla verità, reverente al decoro della patria, raccolse i 43 nomi scritti nelle cinque liste del marmo decretate: ed il 20 settembre del 1898, nella sala del Consiglio provinciale, commemorò i martiri della patria, con eloquio che sonò alte ai giovani di ammonimento e a tutti di civile sapienza. — V. Scritti varii, più volte citati.

48 È l’autore del famoso Tedeum dei Calabresi. — Fu pittore e poeta; nacque a Bella nel 1743 e vi morì nel 1813, come è provato dall’on. G. Fortunato; di cui vedi I napoletani nel 1799. Firenze, 1884, pag. 79, e l’altro suo opuscolo Il Tedeum dei Calabresi (1787-1800) di G.L. CARBONE. Roma, 1885. — E in Scritti varii, cit.

49 È l’autore del famoso Rapporto sui fatti del 1799 a Carnot; professore di Lettere (storia e geografia) alla Università di Pavia; annegato nel Ticino.

PARTE II - La Basilicata

CAPITOLO XVII

I PRIMI SESSANT’ANNI DEL SECOLO XIX

I caduti del 1799 risorsero vincitori nel 1806. Napoleone Imperatore col decreto del 30 marzo 1806, richiamandosi ai dritti che conferisce la conquista, si proclamava signore dei reami di Napoli e di Sicilia: e vi nominava a re suo fratello Giuseppe.

L’assetto della società contemporanea napoletana ebbe principii e impulsi da questo attuoso periodo di tempo del governo dei due Napoleonidi, Giuseppe e Gioacchino Murat, che mutò di smisurato progresso ordini civili, militari, economici, usi, abitudini, vestimenta, sentimenti, tutto. La provincia di Basilicata ebbe non soltanto la divisione amministrativa in distretti e circondari, come tutte le altre provincie; ma mutò di capitale, sede alle alte magistrature che da Matera vennero a Potenza; e ne abbiamo tenuto parola a suo luogo. E a suo luogo abbiamo toccato del grande fatto economico che fu l’abolizione della feudalità, del conseguente trasformarsi della proprietà fondiaria, e del nuovo atteggiarsi dei ceti sociali al trasformarsi della proprietà stessa e al novello spirito che informava i nuovi ordinamenti politici e sociali.

La storia politica della provincia per questo periodo di tempo si estrinseca in tre gruppi di fatti, e sono; la resistenza di una parte del popolo al nuovo ordine di cose; il presto trasformarsi della resistenza in brigantaggio, e il diffondersi dei sentimenti e delle aspirazioni a più liberi ordini statuali, mediante la stufa calda di quelle segrete associazioni di nome famoso, che poi maturarono i frutti nel periodo storico che segue.

Napoleone, vincitore ad Austerlitz, mandò Massena a trarre vendetta del re di Napoli, che aveva rotto il trattato di neutralità conchiuso con la Francia. Un corpo d’esercito col generale di Saint-Cyr venne occupando le Puglie, un altro al comando di Reynier marciò sulla Capitale. Capua capitola il 13 febbraio del 1806; il 14 Reynier entra in Napoli; e dopo pochi giorni di sosta insegue le truppe napoletane, che si ritirano per la via delle Calabrie alla volta di Sicilia.

Il giorno 6 di marzo l’avanguardia dell’esercito francese raggiunse i Napoletani verso Lagonegro, e qui avvenne un breve fatto d’armi, che fu un primo scontro. A tre miglia dalla città, i napoletani del reggimento «Sannita», tagliato che ebbero il ponte in legno sul torrente Lacalda, parve intendessero di opporsi al passaggio delle prime schiere francesi; con essi cooperando, di fra le macchie del colle soprastante, bande raccogliticcie di Trecchina, di Lauria, dì Rivello, di Lagonegro e del Cilento: ma fu un simulacro di resistenza; si ritrassero presto e sbandarono. Né fu resistenza nella stessa città di Lagonegro: ove però, in piazza, cadde morto da colpo di moschetto, tratto di agguato, il colonnello e capo dei sopraggiunti francesi. Luigi Remaker; e il fatto singolare fu occasione a soprusi soldateschi, che la tradizione dice saccheggio.1

Procedendo oltre, i francesi furono il giorno 9 a Campotenese, tra Castelluccio e Morano Calabro: e qui in una fazione più calda e generale le truppe napoletane vennero attaccate e disfatte; Reynier entra la sera stessa a Morano, ove la licenza soldatesca dei vincitori, non provocati, dà un saggio di quel che sarà per fare. Procedono innanzi, a spron battuto, il 13 a Cosenza, il 29 finalmente a Reggio: tutto il regno pare sia conquistato; e il 13 aprile entra in Reggio, come re di Napoli, Giuseppe Napoleone.2

Gl’Inglesi sbarcano un corpo di seimila uomini nel golfo di Sant’Eufemia; e Reynier il giorno 6 luglio li attacca presso Maida, ma è battuto: il duplice fatto solleva gli animi degli aderenti alla caduta dinastia e i bollori guerreschi delle popolazioni, su cui soffiano emissari e partigiani in armi. Accadono scontri, saccheggiamenti e violenze feroci da una parte e dall’altra; ché capi e soldati dell’esercito francese non sono da meno dei partigiani, che essi denominano briganti. A sostenere Reynier e vendicare l’affronto, parte da Napoli in persona Massena con un corpo di seimila uomini.

Egli giunge a Lagonegro il 4 agosto; ivi sa che un battaglione di polacchi francese è perito ultimamente presso a Lauria. Infatti, il battaglione che indietreggiava da Rotonda è fieramente aggredito da bande borboniane e da cittadini armati del paese, i quali credettero o dissero temere dei saccheggiamenti alla città da parte dei francesi: il battaglione, pei molti morti e feriti, fu disperso,3 e una parte di esso, nei campi del villaggio di Nemoli, perì del tutto: altre avvisaglie ed agguati mortali pei campi di Torraca e di Sapri verso il mare Tirreno.

Massena ordinò fosse dato un esempio a terrore: e fu dato.

Il generale Lamarque va al suo còmpito, pei paesi lungo il mare: il generale Gardanne per a Lauria. La città si affretta a difesa: ma all’annunzio dell’arrivo la bieca ira popolare divampò subitanea contro il dottore Antonino Segreti e il figlio Pietro, accusati di fede republicana, e li pose in pezzi, e li diè al fuoco, e intanto, come poté meglio, sbarrò di travi e macigni il ponte sul profondo torrente, pel quale è la strada di accesso alla città partita in due: la gioventù paesana si postò su per le case a schermo e difesa, sostenuta dalle ivi raccolte bande di partigiani scorrazzanti per le campagne. Tra le bande emersero i fratelli Cucchi, già briganti emeriti, del paese stesso. Era il giorno 8 di agosto, e Gardanne arriva. La lotta fu aspra: la difesa energica; respinti una prima e seconda volta dal ponte gli assalitori, che si arrestano indecisi tra mezzo ai loro morti e caduti. Ma nuove schiere arrivano, e la resistenza è vinta; il ponte è spazzato; passano fanti e cavalli; la numerosa soldatesca irrompe, e le due città furono date recisamente al fuoco, alle violenze, alle rapine, ordinate.

«Circa mille cittadini (dicono i ricordi di uno scrittore paesano) caddero sotto il ferro nemico. Centoquarantadue case furono preda alle fiamme in Lauria superiore; e due terzi di tutte le altre in Lauria inferiore; e in esse le due chiese madri ed il magnifico convento dei Minori osservanti. Il saccheggio fu generale, generale il pianto, la desolazione, il lutto».4

Massena assisté al fumante spettacolo della città; e tornò a Lagonegro.5

Era la giustizia sommaria dei tempi di guerra a intenti di vendetta e di terrore! era la nota fosca e continua di quei fatti d’arme. Un reggimento di francesi, in marcia alla volta dì Taranto, è sulla via di Cassano Jonio: contadini e paesani scendono incontro a far loro festa ed onore, poiché li hanno scambiati per soldati inglesi, fautori del re caduto; e nell’espansione dell’animo caldo si vantano di avere uccisi tanti francesi in questo scontro e tanti in quell’altro, e tante armi hanno prese, e ne mostrano a vanto. Il reggimento tra queste bieche accoglienze arriva a Cassano: e allora attrappa di quel gentame cinquantadue; e la sera stessa li fucilano sommariamente, allegramente sulla piazza pubblica. E Paolo Luigi Courier, che era anch’egli degli ufficiali del reggimento, e testimone e narratore del fatto, aggiunge che furono fucilati per le mani dei loro stessi compatrioti che dimandarono a favore! l’onore del macello. Ecco le feste di Sibari! conchiude lo scrittore soldato, che, dimenticando ogni gentilezza di umane lettere, non trova una parola di sdegno o di pietà per tanta bieca giustizia, e si rifugia nell’archeologia.6

Al governo già caduto del Borbone non restava in Basilicata se non Maratea, che era difesa dal suo castello posto sull’alto di una roccia dai fianchi dirupati e impervii. Il castello avea a presidio un mille e duecento armati, con due cannoni e due spingarde, e a comandante Alessandro Mandarini, nativo della stessa città. Altri corpi di partigiani si tenevano postati nelle vicinanze, con a capo quel Rocco Studuti ed altri, che furono i condottieri delle masse celentane del 1799.

Il generale Lamarque del corpo di esercito del Massena viene ad attaccare il Castello di Maratea, con 4.500 uomini e quattro cannoni. Il 4 dicembre, postate che furono le artiglierie su prossime alture, circondata la piazza da tre lati, egli intende a tòrre ogni possibile comunicazione per la via di terra. Intima la resa, che è respinta; e comincia l’offesa: la quale si fa più viva ed efficace, quando sopravvengono da Lagonegro altri due cannoni di maggiore calibro, e da Sapri il colonnello Pignatelli-Cerchiara con cinquecento soldati, che dovranno tener fronte alle torme de’ partigiani raccoltesi a Castrocucco sotto il comando del maggiore Giuseppe Necco, ed alle altre venute dai paesi intorno a Sicignano, guidate da un Tommasini. Queste sparse bande di partigiani tentano di apportare aiuto per via di mare agli assediati, il giorno 7; ma una loro barca con quaranta animosi non pure tocca la riva che è presa, e quelli morti o prigioni. Intanto l’artiglieria degli assedianti continua a battere le torri che difendono la porta del castello; un assalto di sorpresa è tentato nella notte dell’8, mentre dai barili delle apportate polveri si fa scoppiare una mina. Non riesce il colpo di mano, e lasciano a piè delle mura non pochi morti e feriti. Pure le opere di approccio e i mezzi di offesa abbondanti e vivi tolgono animo al presidio, che è di gente, in gran parte, raccogliticcia, e mal provvista in munizione da guerra e da bocca: onde piegano orecchio alle nuove e più oneste proposte del generale che aveva fretta e bisogno di procedere oltre; e accettano una capitolazione onorata7 per la quale, ceduto il castello, i soldati di ordinanza s’imbarcano per la Sicilia; e i partigiani delle bande a massa vengono nella chiesa di Maratea, ove, fra riti ordinati solenni degli uffizi religiosi e un sermone del parroco, danno giuramento sulla immagine del Cristo, che non avrebbero mai prese le armi contro i francesi: e furono mandati liberi. Ciò fu il 10 decembre. Le torme sicignanesi, al comando del Tommasini, passarono ai servizi del vincitore: Alessandro Mandarini non volle, pure fatto segno a speciali lusinghe, ma si ritirò in Sicilia, ove visse di onesti commerci a Cefalù, finché la restaurazione borbonica non venne a rialzare le sue fortune.8

I partigiani della caduta dinastia, non indugiarono gran fatto a smascherarsi in briganti. Mancava ogni idea nobile e generosa che li tenesse in armi: il concetto di legittimità fu idea esotica, come la parola, importata più tardi per covrire di men laida vernice istinti ignobili e ferini; e coloro che sursero a capo dei gruppi oppositori erano gente piena di ardimenti, ma non culta per istudii, o per educazione liberale; non generosa per nascita signorile; zotici e cupidi e plebei quanto le abbiette masse raccogliticcie. Messi su con un simulacro di bandiera politica dagli emissari della Sicilia e dagli inglesi veleggianti sulle coste del Tirreno, quando questi fomiti di fuori non più giunsero a tenerli in animo, smascherarono quella che era la propria natura loro: soldati disertori, fuggitivi di galera, grassatori di pubbliche strade e ladri volgari, che disonorano nel fango la bandiera che dicono difendere. Ma le offese, le rapine, gli incendi e il sangue, di che essi sparsero quasi ogni strada, quasi ogni cespuglio delle Calabrie e della Basilicata, mantennero in profonda perturbazione gli animi delle popolazioni non meno che in continuo stato di guerra il Governo e sue agenti; di talché vennero soventi anche questi a danni, ad offese, a violenze di sangue non disformi da quelle de’ briganti; sinché Manhes non giunse — nell’ottobre del 1810 in Monteleone quindi in Cosenza, e nel 1811 a Potenza — Dio terribile di giustizia e di vendetta; vendetta e giustizia violenta, cieca, spietata, ma efficace; del quale non si può tacere, ma si può lasciare che altri lodi, se vuole, ed ammiri: io non ho l’animo di farlo.

Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvivare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e di Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte, e massacrano tutti i soldati. Al Gualdo, tra Lauria e Castelluccio, attaccano e disperdono la schiera che era di scorta a un convoglio di arredi militari; nella mischia cadde uccisa anche la signora Gerard, moglie ad un uffiziale che fu poi sgozzato anch’esso dai briganti in Calabria; e le nappe e le spalline luccicanti dei militari adornarono per un pezzo le casacche brigantesche. Non dissimile sorte toccò, tra le aspre forre, del Marmo, al distaccamento che scortava il generale de Gambs; il quale vi restò morto con una sua donna, nell’imboscata che gli aveva tesa la banda famosa del Quagliarella.

Anche più famosa quella del brigante Taccone, che osava assaltare paesi e città. Un giorno del luglio 1809 raccoglie in uno le sparse bande di minori assassini Izzo, Nigro, La Petina: e in più centinaia irrompono nella piccola terra di Abriola, e bloccano nel suo castello, ove si erano subitamente raccolti, il barone Tommaso Federici e molti de’ notabili del paese. Passano più giorni e nessun soccorso arriva agli infelici; mancano i viveri e l’acqua a dissetarsi: i briganti promettono salva la vita ai rinchiusi se consegnino il Federici: questi non lo fanno; ma lo abbandonano, e per via di scale apprestate dagli stessi assalitori, si traggono fuori del recinto. Allora il Federici, votato alla morte, fa che si aprano le porte; ed è massacrato, e con esso la moglie.

Lo scempio continua, e si propaga tra larghe scene di sangue e sozze scene di nozze per la misera terra. E la relazione uffiziale dell’atroce evento prosegue e dice:

«Gli infelici figli del barone erano stati dalle balie e dalle nutrici ridotti in casa di un tale Lancieri, il solo uomo di pietà che volle accoglierli. Svelato il loro asilo, fuggirono nella chiesa, credendosi in salvo. Sopraggiunse il sicario La Petina, e l’un dopo l’altro scanna la piccola Maria Lorenza di anni tre, Maria Vincenza di anni nove ed il piccolo Girolamo di anni otto. Dopo che prende il primo genito di anni tredici, e lo brucia vivo sul cadavere dei genitori…»

Non prosieguo oltre a leggere in questo documento! e mi sforzo di credere che la infinita pietà del caso abbia aggiunto colori alla terribilità stessa dei fatti.9

Da Abriola, sempre aumentando di numero, la banda ne venne nelle campagne di Potenza; e tentò penetrare nella città capoluogo, ove non era presidio di soldati; ma di sole milizie civiche. Queste e i cittadini tennero fronte ai primi assalti; incoraggiando e provvedendo alle difese quel Domenico Corrado, animoso uomo, che i posteriori eventi fecero alla provincia famoso. Accorsero in aiuto della città le milizie civiche del distretto di Avigliano, guidate dal capo battaglione Francesco Antonio Corbo; e le torme aggreditrici furono respinte; ma nel conflitto restò morto Gerardo Antonio Corbo: non primo, né solo danno, per causa di libertà, ad una famiglia, per vari titoli nota e benemerita alla provincia.10

Guarite che furono, ancorché col ferro e col fuoco, queste profonde piaghe sociali, l’atteggiarsi della rinnovata società napoletana veniva procedendo per le vie di mirabili progressi: non erano, a dir propriamente, ordini liberi che la reggessero; ma ordini liberalmente civili in tutte le manifestazioni dell’attività pubblica. Poi, ravvivata e maturata da questi stessi ordini civili, cominciò a serpeggiare nelle classi culte un’aspirazione a più liberali ordini di governo. Germogliarono le Società segrete, di cui sparsero i semi gli uffiziali stessi degli eserciti venuti dalla Francia, nonché i partigiani, superstiti, assottigliati, trasformati, ma non spenti, della grande rivoluzione. Lo stesso Governo di Napoli, non che inimico al propagarsi di esse, vi tenne mano; intendeva dirigerle, quando che fosse, a intenti arcani supremi, e dominarle.

Rivissero le associazioni dei Franchi-muratori; pullularono con più copiosa fioritura di proseliti quelle dei Carbonari: dal 1812 in poi sursero e s’interzarono, tra «loggie» degli uni e «vendite» degli altri, a Moliterno l’Aurora Lucana, a Lagonegro la Filarete Lucana, a Sala la Consilina Cosmopolita, a Polla la Neo-Sparta Febea; e, allora o poi, a Marsico Nuovo la Scuola dei costumi, a Melfi i Figli di Bruto e il Vulture illuminato; altrove i Figli o Nepoti di Codro, ed altre ed altre a me ignote.11 Un bel giorno il Governo di re Gioacchino le proscrisse con ordinanze severe: perché talune delle ramificazioni dei Carbonari, piegando l’orecchio ad emissari inglesi e siciliani, intendevano alla restaurazione dei Borboni, però con una costituzione liberale sullo stampo di quella del 1812, che vigeva in Sicilia all’ombra della bandiera inglese. Ma le severe ordinanze non si chiarirono altrimenti che armi di polizia per ferire quelle, che non si aggirassero nel circolo arcanamente autorizzato dalla polizia stessa. E continuarono a vivere; alcune, mutando nome, sotto il patrocinio segreto dello stesso Governo del re; altre, con maggior segreto e pericolo, per la sperata restaurazione liberale dei Borboni. Una di quelle ramificazioni in lega col Governo si disse allora, con nuovo nome che attecchì poco o punto, Società degli Agricoltori o dei Buoni coloni, e si diramava non più in vendite, ma in Pagliaie: ne fu a capo il generale Colletta, lo storico.

L’altra ramificazione, che divenne famosa sotto il nome da scherno di Calderari, aveva avuto la denominazione uffiziale di Veri Amici o di Trinitarii, forse dal mistico simbolo che aveva preso ad insegna; ma da noi fu detta anche dei Rivellesi, dal paese di Rivello, ove è prevalente il mestiere del ramaio girovago. Tutto segretume non ancora chiarito bene, neppure negli intenti ultimi; ma chiaro in ogni modo per mala fama, resa anche più fosca dalla fama del principe di Canosa tristissimo, che ne fu il capo allora o dopo.

La nuova fase della Carboneria favorevole agli ordini liberi, ma a governo di re Gioacchino, non ebbe tempo di svolgersi; ché gli eventi precipitarono: certo è che l’azione di essa si rispecchia in quella costituzione liberale nata morta, e postuma alla falsa data che porta del 30 marzo 1815, da Rimini. A questa data re Gioacchino aveva dichiarato contro l’Austria la guerra d’indipendenza: la breve, infelice, ma non inonorata campagna, crolla la sua fortuna; la battaglia di Tolentino ai 2 di maggio precipita la sua caduta. D’altra parte il re di Sicilia, con pubblico editto del 1º maggio, da Palermo, invitava i Napoletani alla riscossa, promettendo il mantenimento degli ordini stabiliti, de’ pubblici uffici in chi li covriva, dei beni nazionali in chi li possedeva, lasciando anzi sperare, con parole ambigue, lustre di ordini liberi.

Questo duplice ordine di fatti solleva gli animi degli aderenti ai Borboni: e i «Calderari» di Basilicata si agitano per sollecitare una restaurazione regia a Potenza. Il 7 maggio del 1815 si dànno la posta a Santa Maria di Fonti in quel di Tricarico i «Calderari» di Tricarico, di Albano, di Montepeloso, di Tolve, di Vaglio, alle sollecitazioni d’un Catalano di Vaglio, di un Cupola e di un Putignano di Tricarico, di un Simeoni di Stigliano, socii o strumenti di quel Nicolò Addone di Potenza, famoso per la bieca tragedia domestica del 1799, e per la nuova e bieca parte che oggi rappresenta.12

Era con essi un manipolo di gendarmi, disertori agli ordini che li raccoglieva in Napoli per essere spediti all’esercito combattente sulle frontiere; e tutti insieme si marcia su Potenza. Ma qui trovano una resistenza inaspettata nelle milizie cittadine, che il capo della provincia aveva in fretta raccolte; e la massa informe, e già titubante nei più, si sbandò; e ne seguirono processure, cui troncò a mezzo il sùbito mutamento di governo, non più tardi dello stesso mese. Allora, al nuovo ordine di cose restaurato, i capi di quel miserabile moto processati vollero la rivincita; e accusando di fellonia gli alti magistrati della provincia, avvenne che furono di un tratto messi in carcere l’Intendente della provincia Nicola Santangelo, il Segretario generale dell’Intendenza stessa Saverio Carelli, il Colonnello delle milizie provinciali Diodato Sponsa, il Maggiore Francescantonio Corbo, e il Direttore del Demanio Giulio Amodio. Ma sia la non provata accusa, sia lo spirito che aleggiava dalla recente convenzione di Casalanza non del tutto retrivo, avvenne che fossero prosciolti dopo qualche tempo. La provincia non ebbe altri turbamenti politici sino al 1820.

La rivoluzione politica del 1820 scoppiò il 2 luglio sulle alture di Monteforte. Strumenti di essa le associazioni della Carbonaria estesissime, e l’esercito. L’esercito ne fu la culla, e ne divenne il braccio. La restaurazione borbonica non seppe, o non poté arrestarne la diffusione. Propagate per ogni terra o città «loggie o vendite o pagliaie» che si dicessero, fu dalla stessa necessità dell’azione aperto l’àdito in esse ai meno puri elementi delle classi cittadine; e da noi, come da pertutto altrove, esse addiventarono combriccole spesso di malfattori, sempre di prepotenti. Tale è la rea fama che hanno di sé lasciata.

Le vendite si vennero aggruppando in «Tribù» con nomi chiesti all’antichità classica: amiternina, irpina, consilina, petilina. Una superiore «Magistratura» ne accentrava e dirigeva «i travagli». Fin dall’anno 1817 era costituita un’«Alta Magistratura Carbonaria» nella (come venne detta) Regione Lucana, e pare ne risiedesse il centro a Salerno; perché, non guari dopo, la Magistratura stessa fu divisa e denominata «della Regione Lucana occidentale» e della «Regione Lucana orientale»; e questa risiedeva a Potenza. Poi cotesto centro d’impulso si trova detto «Senato» e Senatori i suoi membri, delegati dalle vendite o Tribù. E questo Senato, anche prima del mese di luglio, venuto agli accordi con altre provincie pel periodo dell’esecuzione, aveva nominato Diodato Sponsa e Francescantonio Corbo, di Avigliano, a Generale e Colonnello «per dirigere le forze carbonarie ed opporsi al dispotismo» dice una carta del tempo.

Scoppiato il moto militare il 2 luglio a Monteforte, ebbe la prima immediata ripercussione da noi in Balvano, ai confini dell’Avellinese, per opera di Giuseppe Mantenga. E proclamato che fu in Napoli al 4 luglio il nuovo ordine di cose, a Potenza il giorno 6 il Senato della Regione Lucana orientale pubblicò una «dichiarazione in nome di Dio e sotto gli auspicii della nazione Napoletana». La dichiarazione conteneva le basi della futura costituzione, quali il Senato intendeva che fossero, ma non vi era accenno della costituzione spagnuola: prometteva diminuzione di imposte al sale ed alla tassa fondiaria, esortava i cittadini a concordia, vietava ogni offesa a coloro che «avessero sin allora spiegata opinione contraria alle idee liberali»; ed ordinava, vacuamente, che tutti i pubblici uffiziali avessero giurato fedeltà al Re ed alla costituzione.

Gli alti uffiziali del Governo centrale, in quel trepido momento, restarono infra due, inerti: il Senato si atteggiò a governo legale; ed il giorno 8 pubblicò questo

«Avviso. — Il Senato della R. (regione) Lucana orientale rappresenta il popolo della Basilicata e ne sostiene i diritti a costo del proprio sangue. Sino a che non sarà data la Costituzione da Ferdinando Primo, ed accettata dai Deputali del popolo di tutte le provincie del Regno, niun atto o decreto dell’abbattuto governo sarà da oggi innanzi pubblicato ed osservato nel territorio della Lucania orientale, o sia nella Basilicata. Le autorità sì amministrative che giudiziarie eserciteranno le loro funzioni in nome della Costituzione e del Re, e saranno esattamente osservati gli articoli contenuti nella Dichiarazione stampata a Potenza il 6 luglio 1820, che è stata proclamata dal popolo di Basilicata, sino a che non sarà data la suddetta costituzione. Chi ci si oppone è dichiarato nemico della patria e degli interessi del popolo. Il comando delle forze costituzionali della Lucania orientale è affidato al generale Sponsa, ed al colonnello Corbo, i quali essendosi bene distinti nella difesa della nostra causa, ànno meritato la riconoscenza della patria, in forza dell’art. XI della citata Dichiarazione».13

Si era in quel primo momento d’incertezza, se il Re, pure avendo aderito ad un ordinamento costituzionale, avesse o no accettata la costituzione di Spagna del 1812, come i capi del moto militare pretesero. E «il Senato carbonario» in quel dubbioso atteggiarsi degli eventi rattenne e vietò si inviassero alla Tesoreria centrale dello Stato le entrate pubbliche già riscosse; e il grave atto, e i vociferati propositi di sfratti violenti agli alti funzionarii dello Stato, crebbero la trepidazione pubblica. Allora il Governo centrale chiamò a Napoli lo Sponsa, che si ritenne il capo del segreto atteggiarsi del partito; e inviò a Potenza il generale Pignatelli a calmare gli animi: e poiché il re piegò ad accettare le basi della chiesta, acclamata costituzione spagnuola, le assemblee «del popolo carbonaro» come in pubblici atti si proclamavano, chetarono; e il Senato si ecclissò.

La popolazione della provincia, accolse con gioia le ottenute libertà; né opposizione, né reazioni politiche o proteste avvennero: elesse, a suo tempo, i suoi deputati al Parlamento per duplice grado di scrutinio;14 istituì le milizie provinciali a tutela dell’ordine che vecchie e nuove bande di malfattori mai non cessarono di turbare; e un battaglione di legionari, al comando del maggiore Nicola Corbo, mosse il 27 febbraio del nefasto 1821 per i confini del regno, che gli Austriaci venivano per invadere. — E su questi mal difesi confini, nel seguente mese di marzo, i destini della napoletana libertà si decisero e si sciolsero, dissolvendosi un simulacro di esercito, con poco onore di popolo, con brutto nome ai soldati, ai capi, al re. E in coda agli Austriaci rientrò da re assoluto il re sleale, accumulando eredità di odi sul capo de’ suoi nepoti, che verrà tempo e la nemesi della storia non dimenticherà.

Ed entrando gli austriaci nel regno, avvenne il tragico dramma di Oppido,15 che diè immagine tarda, ma viva di quelle guerre di casate e «consorti» dei Comuni italiani medievali: un fatto, che se non ebbe veramente intendimenti politici, si tinse ai riflessi della politica, accusandosi l’un l’altro, gli attori, di carbonari e di calderari. Per due giorni fu una strage pazza di sette uccisi; con altri strascichi, tardi e pietosi.

Ma alla nuova restaurazione degli ordini assoluti la Basilicata fu teatro di scene luttuosissime; e, per vero, non a gastigo di fatti avvenuti durante il periodo dei nove mesi di libero reggimento, ma per eventi occorsi dopo l’instauramento del vecchio ordine di cose. In questi eventi, che ebbero un’eco ripercossa oltre i confini della provincia, emersero tre nomi; e furono del capitano Giuseppe Venite di Ferrandina, del capitano Domenico Corrado di Potenza, e di Carlo Mazziotti di Calvello: men noto quest’ultimo dei due primi ricordati nelle storie del reame, ma forse più degno di memoria.16 I fatti, per sconsigliato impeto e per luttuose conseguenze notevoli e miserandi, avvennero a Laurenzana e a Calvello.17

Cessata la costituzione del 1820, venne, come di solito, l’amnistia a guarentigia di oblio e di perdono dei fatti politici nel breve periodo dell’ingannatrice libertà; ma non mancarono inique e astute eccezioni, che permisero di rizzare i patiboli pei fatti di Monteforte. Il capitano Domenico Corrado in quel periodo di tempo aveva ucciso, per causa d’onore, un giudice del tribunale di Potenza; e la giustizia, che aveva fino allora taciuto o sonnecchiato, si ridesta ai nuovi calori del tempo; e incominciata del fatto l’inchiesta giudiziaria, il Corrado si mette alla macchia.

Non diversamente, ma meno scusabilmente pel capitano Venite. Questi, al cadere del febbraio del 1821, a capo di un manipolo di militi era in cammino da Tricarico a Tolve; ove avrebbe passato in rassegna le altre milizie civiche dei prossimi paesi che si apparecchiavano a muovere per i confini del regno, contro gli Austriaci. A mezza via si incontra in Marcangelo Liuzzi, milite anche egli e in divisa, il quale disertando dai suoi camerati di Tolve, si dirigeva alle sue case di Pomarico. Venite il rampogna aspramente, ed ordina dia volta con esso loro ai quartieri di Tolve: e quegli ubbidisce e si mette in via di conserva con gli altri; quando rompe l’aria uno scoppio di moschetto, e l’uomo cade fulminato a piè di un cespuglio presso la ripa del Bilioso. Si disse allora che il soldato di ordinanza del capitano Venite incespicando cascasse al suolo, e all’urto arme scattò e uccise per triste caso il Liuzzi, che gli si trovava dinanzi. Così fu detto; e nessuno contraddisse. Ma la verità si è che un muto cenno del capitano a ordinanza sua spinse questa macchina all’atto cosciente scellerato: tra il giovine ucciso e il cognato del Venite di Miglionico pare fossero vecchi e profondi rancori sì per ragioni d’interessi, sì per sospetti di onore offeso; e il Venite, impetuoso e violento, volle vendicare sé stesso e il cognato.

Al nuovo ordine di cose si apre il procedimento inquisitorio; e il Venite anche egli è costretto a tenersi nascosto; restò a mezz’ombra, tra le grandi simpatie e le grandi paure dei suoi concittadini, qualche tempo nelle case sue stesse di città o di campagna; ma fu infine forzato a sgombrare, a vagare di qua e di là sperando e cospirando.

Cadute che sono per violenza di fatti le rivoluzioni, non mancano subiti e impronti conati per farle risorgere: i più violenti o i più ingenui credono facile ad un gruppo di animosi di tornare in vita ciò che i più o la maggioranza non ha saputo mantenere o difendere. Questa credenza tien vivo il fuoco sotto le ceneri che non indugia a mandar fiamme; la fiamma tien desti i sospetti e le pressure a spegnerlo. Quindi a Napoli i sodalizii segreti, disfatti non spenti ancora dalla restaurazione vincitrice, non tardarono un momento a riattaccare le fila; incoraggiati da fuori, incoraggiano dentro a sospingere e a fare: cambiano di nomi, si agitano ed agitano; quindi emerge un associazione segreta, che si dà il nome di «Lega europea: sezione del mezzogiorno» la quale ai soliti intenti di libertà aggiunge l’altro notevole «della Indipendenza d’Italia»: notevole, perché mostra riattaccasse le origini agli ultimi tempi di re Gioachino; e perché parve qui voce senza eco, e, oso dire, senza senso. Da questa e da altri simiglianti centri segreti partono impulsi per le provincie; e queste qui e qua rispondono più o meno corrive o tarde a fare, secondo che il caso ha disseminato esche all’incendio più infiammabili e pronte.

Più solleciti e caldi degli altri, gli associati del vallo di Diano nella provincia di Salerno e del contermine vallo di Marsico nella provincia di Basilicata si accontano ad un’impresa che doveva ripetere il fatto di Monteforte; ed agl’impulsi di Vincenzo Parisi di Polla e di Angelo Pessolano di Àtena, drappelli di Polla, di Àtena, di Sala, di Montesano, di Padula, di Brienza, di Pietrafesa, di Marsico, di Moliterno, ed altri si dànno la posta il 21 aprile 1821, alla cappella detta di San Michele sul monte Vivo, che divide le due provincie. Ivi giungerebbero altri in gran numero, e avrebbero nuovamente proclamata la Costituzione caduta. Ma pochi drappelli giunsero alla posta; le molte migliaia promesse non si videro; e quelli si sciolsero, non però disanimati i capi a ritentare nuovi accordi, che pure non fruttarono se non processure e condanne a coloro che convennero al campo di San Michele.18

Gl’intramatori delle rivoluzioni nella città di Napoli facevano, per la Basilicaia, grande assegnamento sul capitano Venite, che lo si sapeva deciso uomo, animoso e in gran nome alla provincia; e di poco minore nome, non di ardimenti, il capitano Corrado: questi si sarebbero messi alla testa dei drappelli, che le associazioni segrete avrebbero dovuto mandare in armi a giorno fìsso. L’associazione della «Lega Europea» s’impegnava di disciplinare e indirigere ad unità di intenti e di atti cotesti impronti spiriti di libertà. Aveva spinto i primi, più che propagini, tentacoli in Basilicata per mezzo di Carlo Mazziotti, medico di Calvello; che, battezzato, a moda del tempo, nel nome di Marco Bruto, era fatto Commissario generale della Lega per la provincia; ove era deputato ad istallarne altri per distretti e circoscrizioni minori. L’azione del Commissario si svolse anzitutto pei circondarii limitrofi di Calvello e di Laurenzana; e si intrecciò e si accalorì agli eccitamenti agli impulsi che partivano dal Venite; cui premendo ai fianchi l’aculeo dell’inquisizione giudiziaria ravvivata, non si restava di andare in volta a preparazione di eventi.

Gli associati di Laurenzana nel mese di giugno del 1821 si erano riuniti alla contrada detta «la Caffarella» per un accordo che riescì a nulla, poi in maggior numero vennero alla posta detta del Crocifisso nel gennaio dell’anno seguente, e qui fu deciso di operare subito, appena il Venite, infermo allora, risanasse. Il giorno 2 di febbraio Carlo Mazziotti riunisce nella cappella di Santa Maria degli Angeli i suoi collegati di Calvello e dei prossimi paesi; un fratello del Venite vi porta la costui parola e la promessa solenne che si metterebbe a capo del moto; tutti prendono impegno di tenersi pronti al primo cenno degli aspettati sbarchi di aiuti esterni, francesi e spagnuoli, che avrebbero guidati i generali Pepe e Rossaroll: e intanto si giurarono aiuto e soccorso scambievole in ogni periglio. E il periglio surse subito, inaspettato; e precipitò gli eventi.

Venite infermo si teneva nascosto, or qua or là, nelle case di taluni di Laurenzana; ormato dalla polizia, fugge; ma viene arrestato un tale Jula, ospite suo. I suoi compagni dei segreti sodalizi si accozzano subitamente, e lo strappano di forza dalle mani dei gendarmi, nella lotta scorre il sangue; e il paese è in tumulto. Questo il 3 di febbraio. Il giorno 7 è arrestato in Calvello, per complice consenso alla fuga del Venite, un frate Luigi da Calvello: e due giorni dopo, la notte del 10, un gruppo di sessanta associati assalta le carceri; sfonda usci e cancelli; oppugna e ferisce guardie civiche e gendarmi; ne trae fuori il frate e si allontanano; ma per via si abbattono in un uomo; e, sia coperta ira settaria, sia timore reale d’essere riconosciuti piombano sopra l’infelice e lo stramazzano a terra semivivo. Quindi, invitano il frate a mostrare che animo si avesse: e il frate a chieder loro un coltello, e a colpi di coltello finisce la vittima innocente. Duole il dirlo, ma non tacerò: era a capo di questi violenti e brutali, e non li rattenne, Carlo Mazziotti!

Si diedero alla macchia tutti, sperando in una generale riscossa. Il Governo ne fu vivamente turbato; e non stimandosi sicuro pel presidio, di uno dei reggimenti di austriaci, che era venuto a Potenza un mese innanzi, dà fuori il regio decreto del 18 febbraio del 1822,19 che mette «sotto il Governo militare» i circondari di Laurenzana e di Calvello; istituisce una Corte marziale in sui luoghi, che giudicherà i colpevoli, e farà eseguire il giudizio fra ventiquatt’ore, ancorché di morte; sospesa unicamente per coloro dei rei che si presentino spontanei. E senza indugio, la Corte marziale siede nel vecchio castello di Calvello; molta forza militare batte la campagna; lo sgomento prende tutti: e i più dei fuggitivi si presentano spontanei. Non si arrendono, ma vengono arrestati dalle milizie civiche il Mazziotti, il frate micidiale, altri cinque e il Venite, che, mezzo infermo, è preso nelle campagne di Pietrapertosa. Gli trovarono indosso un cifrario, e la carabina famosa, su cui era scritto «Onore e Patria».

Nello spiccio processo molti, a paure e lusinghe, piegarono; anzi qualcuno era già segreto arnese di polizia venuto in mezzo tra essi. Carlo Mazziotti, dignitoso e sereno, deviò le inchieste del giudice inquisitore; e all’accusa di non aver rivelato il Venite, ricoverato in sua casa quando era già messo al bando dalla legge sulle liste dei pubblici inimici, rispose che le leggi dell’ospitalità, erano per lui anche più sacre. La Corte marziale, riunita il giorno 12 marzo, giudicò cinquantadue accusati; ne condannò a morte ventiquattro; all’ergastolo nove; altri a minori pene: ma sospese la condanna di morte per quei che si presentarono; e mandò in confortatorio, la stessa notte, nove; e questi, in confortatorio, si tennero sereni e dignitosi; taluno fierissimo. Il giorno seguente, era 13 marzo del 1822, ad ore 18, caddero spenti di moschetto, in Calvello, il capitano Giuseppe Venite e suo fratello Francesco, Francesco Paolo Giusti, siciliano e animosissimo, che era stato sotto uffiziale nell’esercito, Eustachio Ciani, prete, fra Luigi da Calvello, Rocco Labella operaio, Giuseppe Sagaria sarto, Giuseppe La Rocca domestico, e, degno del perenne ricordo della nostra storia, Carlo Mazziotti, medico. Era nato il 1789. Dopo otto giorni la Corte stessa mandò allo stesso supplizio cinque operai Calabresi. Erano stati sorpresi, forse non per caso, nelle campagne di Spinoso, e menati a Calvello come complici del Venite, e a tale titolo di pietoso ricordo onorati; ma non erano che volgari malfattori.

Quindi la Corte marziale si tramuta a Potenza, e il 12 aprile giudica gli incolpati dei fatti di Laurenzana del 3 febbraio. Erano giudicabili quarantasette; ne dannò a morte diciassette; sospese la sentenza per quindici di essi; ma furono moschettati il giorno 13 aprile, a Potenza, Giuseppe Cafarelli e Leonardo Abate.

Tre giorni innanzi era caduto spento della stessa pena, dello stesso piombo, nella stessa città, il capitano Corrado.

Si era potuto tenere alla macchia parecchio tempo, perché ben visto a tutti e da tutti favorito di aiuti: non fu scritto sulle liste dei fuorbando, se non tardi, a premure, anzi pressure dei governanti sulla Commissione provinciale che doveva sancirle. Viveva quasi sicuro in una sua casa di campagna, e gli agguati per iscovarlo non approdavano: una volta sfugge ardimentosamente, e i persecutori, a vendetta, abbruciano la fattoria. Il fatto parve si strano e iniquo e impolitico al Frimont, generalissimo dell’esercito austriaco di occupazione, che ne scrisse d’uffizio al Governo20

«invitandolo ad esaminare, se tali misure violente siano conformi alle leggi e alle consuetudini del regno, e se potessero contribuire a calmare gli spiriti»

parole poco o punto note, ma autentiche, che io ripeto ad onore del Frimont, e — a che tacerlo? — del Governo austriaco; quanto a disdoro del governo nazionale, che vantava volere educati i popoli alla giustizia, e pure mancava di rispetto alle più elementari leggi di giustizia e di umanità!

Cadute che furono le vane speranze di riscossa suscitate dagli apparecchi di Laurenzana e di Calvello, il Corrado si traeva di notte verso le Puglie per imbarcarsi a Barletta; ma spiato e tradito dagli ospiti pastori, inseguito dalle milizie civiche di Genzano condotte dal comandante Mennuni, ferito e feritore in conflitto, fu preso il 3 aprile che giaceva spossato in una pagliaia del bosco. La Corte marziale, che giudicò di lui il giorno 9 aprile, non fece se non certificare la rispondenza della persona al nome scritto nella lista dei fuorbanditi; e lo sentenziò a morte; e l’eseguì il giorno appresso. La cronaca paesana ricorda ancora le fiere parole, che egli profferiva, avviandosi, alta la fronte, al supplizio: «Io sono un uomo d’onore e un patriota; e voi calderari abietti» aggiunse all’indirizzo di quelli che, sogghignando plebeamente, villanamente, miserabilmenle l’oltraggiarono.

Il Governo militare fu tolto dai due circondarii di Laurenzana e di Calvello col regale decreto del 27 agosto 1822; e vuol dire non altro, se non che in luogo di quelle Corti marziali, spiccie e sommarie, per cui è visto

Piovere sangue donde son passato,

presero il campo le Commissioni militari, poco meno spiccie, sommarie e micidiali. Il presidio degli austriaci fu richiamato da Potenza, verso gli stessi tempi, dal Frimont, e le istanze delle alte autorità politiche perché restassero non approdarono. Ma la provincia si accasciò sotto il peso di sì immane repressione; e non ebbe parte a quei conati, a quei ribollimenti di libertà che, dopo il ritiro degli austriaci dal regno, dettero fuori, qui e qua, per un periodo di oltre ventanni. Quel Giansante di Rionero, che s’incontra tra i fucilati a Salerno pei moti politici celentani del 1828, si trovava già chiuso nelle carceri di quella città per cagione di comuni misfatti; ivi prese parte ad un complotto di prigione, ad intenti di fuga; che scoverto lo trasse, molto sommariamente, ma in onorata compagnia a morte.

Rifiorì l’albero della libertà in Napoli l’anno 1848; e per verità non per opera di sette. Al gran moto degli spiriti cui diedero un più pronto abbrivo i fatti straordinarii del novello pontefice, che ebbe il nome di Pio IX, scoppiò la meravigliosa rivoluzione di Palermo. Al contraccolpo della rivoluzione siciliana vincitrice, e ai movimenti che le tennero dietro dei patrioti napoletani nel Cilento, (e che parvero segnale di vasto incendio per le provincie di terraferma; e non era che poca scintilla, cui avrebbe spento un soffio, senza i moti di Sicilia), il re di Napoli cedé ai pubblici voti, e concesse lo statuto il giorno 24 febbraio. Non farò la storia di questo breve periodo di libertà, giurata, manomessa e tradita dal re; ma non sarò eco delle storie di parte che ne dànno la colpa tutta ed unicamente al re; storie unilaterali e soggettive, non c’insegneranno mai nulla; né la verità, né la saggezza. Grande colpa ebbe il re, che fu sleale, e mancò ai giuramenti di re, alla parola di galantuomo; ma non minore colpa ebbe la parte liberale, e, maggiore di ogni colpa, la dissennatezza. Divisa, come egli accade, e fin dai principii, in parte più o meno spinta di propositi, più infocata o meno di aspirazioni ideali e dottrinarie; quanto l’una parte andava innanzi sbrigliantesi, sbrigliata, petulante e leggiera a vociare, a chiedere, a calunniare, a sopraffare governanti, esercito, magistratura e re; tanto l’altra si traeva indietro nel suo guscio di testuggine; taceva, lasciava fare, in bilico tra il sì e il no; e non per connivente consenso alle dottrine o alle aspirazioni di quella; ma unicamente per non perdere, per non isminuire la popolarità che veniva dalla piazza. Mai fu parte politica più inetta al politico magistero dello Stato quanto la parte moderata napoletana del 1848! E questo mostra — il dirò io? — l’impreparazione del paese, delle classi dirigenti del paese alle condizioni della libertà.

Le rivoluzioni di Parigi, di Vienna e di Berlino crebbero animo, aspirazioni e pretese alla parte più avanzata, che da allora si licenziò da ogni freno Gli ordini costituzionali introdotti nel resto d’Italia, pure afforzando il moto napoletano, vi introdussero gli influssi di un nuovo elemento, quello della guerra d’indipendenza. Quindi comincia a Napoli l’azione di un profondo contrasto che disordinò il moto interno, debilitò le forze conservative; e portò un periodo di confusione, che mise capo nella giornata del 15 maggio.

Ai nuovi fatti dell’Italia superiore i governanti di Napoli ottengono dal re che Napoli prenda parte alla guerra di indipendenza; e i soldati del re partono, anche prima che fossero concordati i patti di alleanza fra i sovrani, che dovevano combattere l’Austria nella valle del Po. E intanto la Carta dello statuto pubblicato ed acclamato ieri, non bastava più oggi!… e bisognava modificarlo, o «svolgerlo» almeno! Quindi l’interna lotta, che una minoranza petulante e conciamente spingeva innanzi, agitando tutto e tutti, mentre una maggioranza inerte lasciava fare e dire; e il Governo, senza l’appoggio delle forze d’una parte conservativa, era trascinato verso l’ignoto. La voce del Parlamento avrebbe potuto mettere un filo di ordine nella pubblica baraonda; e si convoca il Parlamento. Ma una minoranza della minoranza fa per la città le barricate! a sostegno e a difesa del convocato Parlamento; e quando la maggioranza dei deputati, che si erano accordati col re in un partito medio, invitarono, pregarono, supplicarono di rimuovere le barricate, affinché il Parlamento si potesse aprire la dimane 15 maggio, poiché il dissenso tra Camera e re era composto; quella minoranza di popolo sovrano non volle: respinse la deputazione della Camera, che veniva in piazza pregando di rimuovere l’imminente occasione di conflitto; li disse traditori; e vociando che la patria è in pericolo, e picchiando sui tamburi delle guardie nazionali, credette — chi sa se in buona fede? — di fare i miracoli di Cadmo, disseminando i rulli di tamburo per creare soldati e combattenti! E accadde ciò che era forza accadesse, quando due forze armate inimiche stanno di fronte: parte il primo colpo di fucile, non si sa da chi, o si sa pur troppo! un soldato, un uffìziale de’ regii stramazza al suolo; e allora irrompe un conflitto per le vie della città, micidiale più che tutto agli inermi e agli innocenti, vecchi, donne e fanciulli, che non possono uscire dalle case prese d’assalto, e saccheggiate, e bruciate dai soldati saccheggiatori e dai lazzari, che li seguivano a tenere il sacco.

Gl’istigatori che scamparono ne dettero la colpa al Re; fu lui che, per segreti emissarii, fece le barricate, tirò il primo colpo, ordinò i massacri, i saccheggiamenli e gli incendi: nel regio tranello era caduta la nazione; e bisognava vendicarsi. Non una voce si elevò allora, o poi, tra i liberali a condannare e smascherare questi tartufi della politica! questi impresari delle rivoluzioni. I quali lasciano Napoli, e per la via di Roma o di Malta vanno in Calabria.

L’eco degli eventi del 15 maggio commosse tutte le provincie. Partirono incontanente dai paesi prossimi alla città schiere di guardie nazionali; ma come giunsero le notizie dell’indomani che un regio editto dichiarava di mantenere le libertà concesse, tornarono senz’altro alle loro case; non però il sollecito ritorno tolse i loro capi alla marea della reazione montante.

Anche in Potenza, alle prime e incerte notizie, la commozione fu profonda. Era già istituito nella città un convegno di liberali riunioni tra i cittadini, che aveva preso il nome di Circolo Lucano, e che surto a moda generale del tempo, voleva parere men luogo di svago ai componenti, che convegno a consulta sull’andamento di pubblici negozi. Pallide reminiscenze dei famosi clubs della gran rivoluzione di Francia; non stretti a segreto (e non pertanto furono di poi sindacate e punite come riunioni illecite! in tempo di libertà) parvero allora ai più un opportuno, anzi necessario complemento degli ordini liberi, a fine di dare un indirizzo alla opinione pubblica e mantener vivo, come si diceva, il fuoco sacro della libertà.

Il Circolo adunque, alle prime notizie, invita a consulta la cittadinanza; e in quella generale e naturale concitazione degli animi, nel dubbio degli eventi di Napoli, nel sospetto ragionevole di regie offese allo Statuto, elegge, suo potere esecutivo, un comitato di guerra, di finanza e di sicurezza pubblica; decide di spedire mille uomini delle milizie cittadine a difesa del Parlamento; richiede un contingente ai comuni della provincia; e da alcuni paesi, quali Albano e Pietragalla, accorsero a Potenza animosamente e sollecitamente. Ma poiché sopraggiunsero ulteriori notizie dalla capitale, e fu letta nei pubblici editti la parola del Re che manteneva le libertà concesse e avrebbe aperto il Parlamento, tra il credere e il non credere, il Circolo licenzia le milizie arrivate, pure inviando ai municipi pubbliche lettere che esortavano a tenersi apparecchiati a prossimi inviti; aprissero allistamenti e sorteggi di milizie civiche da mobilitare; si addestrassero intanto all’esercizio delle armi. Presidente del Circolo era Vincenzo d’Errico.

Erano già atti di pubblica autorità, pure restando a posto i magistrati del governo costituito, benché esautorati, e incerti, e tenuti d’occhio. Ma — pubblica e nazionale sventura! — la lealtà del Re non affidava nessuno: questa avrebbe salvato tutto: la sfiducia in lui avvalorata dalla vecchia e triste storia di sua famiglia, precipitò tutto.

Alla generale sfiducia non partecipava meno degli altri il Circolo Lucano; e questo generale sentimento si tradusse incontanente in atti del Circolo che non paiono svolgimento naturale e progrediente dei primi passi; ma mostrano come un salto, che fa supporre altre cause perturbatrici intervenissero ad accelerare il movimento. II Circolo adunque, il giorno 21 maggio pubblicava gli ordinamenti per la mobilitazione del quarto delle milizie civiche d’ogni comune, e per l’uso dei pubblici danari a mantenere i militi; prometteva in premio ai volonterosi doppia quota di demani comunali da dividere, e minacciava pene ai contumaci. Un patto di federazione faceva noto che si sarebbe stretto tra la Basilicata e le prossime provincie; e del patto sarebbero venuti a concordare i capitoli in Potenza i delegati dei Circoli di esse, rappresentanti davvero l’opinione pubblica. Quindi convocava pel 15 giugno a Potenza una dieta provinciale, perché i delegati dei Circoli dei comuni avessero eletto i rappresentanti della Basilicata alla federazione medesima.

Questa nuova e più accentuata fase del Circolo, che dal nome infuori assunse i poteri d’un Governn provvisorio, non si potrebbe spiegare, se non si colleghino queste vicende potentine a quelle di altre provincie.

La parte dagl’impronti propositi, che aveva fatto le barricate per la città di Napoli e fu sconfitta, pensò alla riscossa per le provincie. Parve agevole e sicuro di accendere la rivoluzione nelle Calabrie, le più prossime alla Sicilia, quando il Governo di questa aiutasse all’impresa; e presi infatti con questo gli accordi di pronti e larghi aiuti di armi e di capi militari, sparse i suoi agenti per le provincie a sollecitare moti di adesione e di cooperazione a quelli di Calabria. Quindi le piccole fiamme emersero in incendi; le passioni che accennavano a quietarsi divamparono di nuova lena; quindi la nuova e battagliera attitudine del Circolo Lucano, e il concetto suo della federazione delle provincie; concetto antico che se fosse riuscito a qualche cosa, sarebbe stato il fatto capitale dei nuovi moti del regno, ma che non riuscì a nulla per difetto di preparazione adeguata. Il giorno 2 di giugno si insedia in Cosenza un Governo provvisorio, e le Calabrie sì mettono in armi; si mobilitano le milizie cittadine; e queste vanno raccogliendosi qui e qua in campi militari che i capi s’impromettono esse difenderanno ad oltranza. Il Governo provvisorio convoca pel 15 giugno in Cosenza i deputati al Parlamento nazionale, che era stato sciolto il 15 maggio, prima che legalmente riunito. Ma nessuno tenne l’invito.

Intanto lo stesso giorno 15 giugno si riunisce la Dieta provinciale dei Circoli convocata a Potenza; tre soli delegati mancavano. Il presidente del Circolo Lucano aperse la Dieta, ed espose l’intento supremo di tutti che era il leale mantenimento dello Statuto, col diritto già concesso dal re, di svolgerlo legalmente. La Dieta discusse se convenisse di muovere incontanente in aiuto delle Calabrie, già insorte; ma, escluso il partito, deliberò si afforzasse intanto l’impresa di uomini e denari; consentì, approvando, al fatto della federazione da stringere tra le provincie; e ciascun delegato prese impegno di far concorrere il suo comune ai patti medesimi; nominò un decemvirato che rappresentasse la Basilicata alla federazione, e si sciolse.

Allora non restava se non d’infocare gli animi di tutti a partiti d’azione, e spingerli ai fatti; e i delegati del Circolo vanno in volta di qua e di là a questi uffici di galvanizzamento; e chi s’impromette di studiare punti strategici di passi da afforzare, e ponti da minare; chi va procacciando bronzo di vecchie campane a fondere cannoni per un esercito di là da venire, e chi si porta in Molfetta a comprare di vecchie e sgangherate bocche da fuoco, di barche mercantili. Era una commozione e una trepidazione generale; ma molto moto e poco frutto.

Convennero intanto a Potenza, il 25 di giugno, i delegati per la Federazione, che i Circoli di Bari, di Lecce, di Capitanata, e di Molise avevano designati a stringere il patto delle cinque provincie. Quella di Salerno non tenne l’invito di farne parte: dichiarava che farebbe da sé, ed aggiungeva: non parole, ma fatti. I convenuti concordarono che il moto partisse da Basilicata e fosse retto da un Comitato di guerra presieduto dal D’Errico; stabilirono al 10 di luglio il giorno del generale movimento; indicarono le poste ove i contingenti delle provincie si radunerebbero e gli ufficiali che verrebbero a capitanarli; e non so quali altri provvedimenti decisero a creare il nerbo della guerra, che sono i danari. Questi furono i patti segreti della lega; ma, allo stesso tempo, fu dato al pubblico per le stampe un atto che era di protesta al governo del re, e che fu famoso nel nome di Memorandum. Nel quale, dopo aver ricordato «gl’incendi, i saccheggi e gli enormi fatti di militare licenza» nella giornata del 15 maggio, le conseguenti provvisioni del governo che usurpavano la potestà legislativa del Parlamento; la illegale revocazione «del patto del 3 aprile» e l’abbandono della guerra dell’indipendenza italiana; pei quali fatti già protestavano in armi le Calabrie, «in tanta gravità di avvenimenti (dicevano) qual sarà il contegno delle altre provincie?»

«Le provincie di Basilicata, Terra di Otranto, Bari, Capitanata e Molise, rappresentate ciascuna da delegati speciali convenuti in Potenza, dichiarano nell’attuale condizione dei tempi: 1º Volere a qualunque costo il sincero e leale mantenimento del regime costituzionale; 2° Volere dalla rappresentanza nazionale, eletta sulle basi della legge del 5 aprile, lo svolgimento dello Statuto, con la facoltà di modificarlo e correggerlo in ciò che vi à d’imperfetto, e meglio adattarlo al progresso reclamato dall’andamento della civiltà dei tempi; 3º Volere l’annullamento di tutti gli atti del Governo promulgati dal giorno 15 maggio in poi; 4º Non soffrire che la rappresentanza nazionale si riunisca senza guarentigie che assicurino la libertà del suo voto, e quindi non riconosce lo esercizio della sua legislatura, se non verrà richiamata in servizio la Guardia Nazionale illegalmente sciolta; e se i castelli non saranno messi nell’impotenza di nuocere alla città. Essere risoluti di mantenere a qualunque costo queste loro dimande. Epperò ove siffatte giuste pretese verranno spregiate, protestano innanzi a Dio ed al cospetto di tutte le nazioni incivilite della necessità, in cui si potranno trovar collocate. Potenza, 25 giugno 1848».21

La cospirazione alla luce del giorno pareva andasse a vele gonfie; le autorità locali non fiatavano; e il Governo di Napoli pareva lasciasse fare, e infatti non se ne preoccupò grandemente, perché era facile comprendere che il focolare di tutti questi incendii era veramente nel moto di Calabria, sostenuto dal Governo di Sicilia; e quello occorreva di spegnere subito. Però il re si affrettò di richiamare dall’Alta Italia il corpo di esercito che il Ministero del 3 aprile aveva inviato a difesa del Veneto con Guglielmo Pepe: e di questo richiamo gli fecero colpa, superiore ad ogni perdono, tutti coloro che gli attizzarono la rivoluzione in casa, e lo accusarono poi, con ingenuità maravigliosa, di avere tradita la causa della indipendenza italiana. E infatti il richiamo inaspettato di quel forte nerbo di truppe, cui non fu dato arrivare sui campi lombardi, fu causa a rovesci che si trassero dietro altri rovesci; sicché, rimontando di anello in anello, potrebbe dirsi la causa suprema della vinta dall’Austria battaglia di Custoza e dell’armistizio Salasco! Ma chi dà colpa al re di Napoli, perché, prima che ad altrui, volle provvedere al soccorso di casa propria, quando la casa gli era messa da tutte parti in fiamme, sarebbe nel giusto se riconoscesse con lealtà, che di quelle acerbe conseguenze alla causa della indipendenza d’Italia è da darne non minore colpa agli assalitori. Sicché il sorite delle storia dovrebbe, come deve, rimontare fino a costoro, fino a quegli avventati che provocarono la catastrofe del 15 maggio, e messero gl’incendii alle Calabrie. Così la giustizia della storia, pesando in eguali bilancie gli errori e le colpe dall’una parte e dall’altra, potrà, con secura coscienza, dannare nel re di Napoli la slealtà dell’uomo e le colpe del re.

A reprimere i moti di Calabria il re inviò per mare alle spiagge del Catanzarese con un corpo di truppe il generale Nunziante, e per via di terra, all’obbiettivo di Cosenza, il generale Busacca, che il giorno 28 di giugno ebbe uno scontro con le milizie calabresi nelle circostanze di Castrovillari. Intanto il generale Lanza con altre truppe sbarcava a Sapri, sostava a Rivello e attraversava senza ostacoli la Basilicata per sostenere il Busacca: poi tutti e tre dovevano stringere in mezzo il movimento della provincia di Cosenza, ov’era il governo provvisorio.

Sul confine tra Basilicata e il Cosentino, alle forti posizioni di Campotenese era postato un corpo di milizie cittadine, che, capitanate da valorosi uomini di lettere, si tenevano sicure e salde così da respingere i regii: quando il giorno 30 giugno si videro girate di fianco dalla facile strategia del general Lanza; e non ressero, e si sbrancarono. Quindi il Lanza si congiunge al Busacca: senza colpo ferire è presa la sede del Governo, Cosenza; mentre dall’altro lato spazzava i poco validi ostacoli il generale Nunziante nel Catanzarese.

Il 2 luglio il Governo provvisorio di Calabria, che aveva vissuto la vita di un mese, si sciolse: la rivoluzione calabra è finita.

Questi eventi accaddero pochi giorni dopo che fu sottoscritto il Memorandum della Federazione potentina. E furono la doccia fredda, che spense ogni fuoco d’entusiasmo negli spiriti degli agitatori e degli agitati. I Circoli agghiadarono: ma nella città di Potenza la parte giovanile, che pronta, come gioventù consiglia, a partiti che paiono tanto più generosi quanto più audaci, male aveva visto gl’indugi e le riserve prudenti di quelli che erano a capo del Circolo diventato governo; questa parte tentò allora di spingere le cose ai partiti estremi, che sono i solo atti a salvare le cause perdute, secondo gl’ingenui o i poeti, che confidano nell’arcana virtù di certi nomi, o nell’energia miracolosa dell’ignoto! In una tumultuaria riunione del Circolo Lucano dell’8 luglio si tentò di metter su un governo provvisorio, con la conseguente proclamazione della «patria in pericolo» e con la relativa bandiera nera che avrebbe scossi dalle loro tombe anche i morti per la libertà! Ma fu commozione di pochi, e spettacolo di un momento; che non trovò adesione nella maggioranza del Circolo e del paese; la quale anzi allora si fece viva, e respinse l’impronto conato, e risparmiò alla temerità altre inutili ruine.

La parte dei giovani, allora e poi, la costoro moderazione dissero non altro che paura; e con i loschi rancori delle parti vinte, si piacquero spiegare i tentennamenti e gli indugii e i patriottismi a vivide mostre con la facile parola di tradimento. Fatto sta che tutto era impreparato e immaturo: i più, anzi tutti, erano contenti allo Statuto, e non comprendevano quella passione di nuovi ordini statuali e di nuovi rivolgimenti, che rischiava di mettere in forse, al giuoco di una carta, la fortuna di tutti; mentre d’altra parte le milizie cittadine, su cui unicamente facevano assegnamento i tessitori di trame e rivolgimenti, non erano né disposte a seguirli, né alte a sostenere il minimo urto di forze disciplinate!

Così finì un tentativo di rivoluzione, che cominciata come unanime protesta dei più contro le temute conseguenze illiberali del 15 maggio, degenerò ad un tratto in un moto di indeterminati propositi e di aspirazioni mal velate, per opera dei pochi che tiravano i più, e per la inerzia dei più che lasciavano fare, tra il sì e il no, tra l’andare e il restare; mal persuasi della bontà dello scopo; non persuasi della equivalenza dei mezzi allo scopo. Condizione di cose generale alle provincie!

La marea della reazione non tardò a sopraggiungere; ma montò lentamente, poco a poco. Le cause prossime della rivoluzione furono molteplici; e non prima che esse fossero tutte vinte e cadute, il re si sentì in grado di gittar via la maschera, e cassare gli ordini liberi, e ordinare ai giudici di punire. E la marea veniva su, oncia ad oncia, di passo in passo, a misura che la rivoluzione era spenta in terraferma, ed era vinta in Sicilia, dopo che era caduta sui campi di Novara la rivoluzione italiana, e dopo che la perfetta restaurazione dell’assolutismo papale non trovò limite o freno nel liberalismo della repubblica francese.

E alla marea che veniva innanzi, si empivano le carceri di arrestati, le campagne di latitanti; processure seguivano a processure; istruzioni giudiziarie ripetute, ad istruzioni giudiziarie dal piè di piombo, affinché (è un segreto di stato, ma molto umile segreto) anche coloro, cui non giungesse a colpire di pena la legge scritta, avessero intanto a ricordo ed in conto un qualche anno di carcere! E intanto la polizia premendo, vessando, pettegoleggiando da un lato contro la nuova foggia del cappello o il taglio delle basette, e dall’altro la politica generale del re a vedute losche ed arcigne aumentavano nei popoli un turbamento, che, non che pacificare gli animi e disporre alla quiete, smovendo e rimovendo il terreno, lo apparecchiavano a maturare nel seno le inimiche sementi.

Fino a tutto giugno del 1852 il numero degl’incarcerati nella provincia per reati politici fu di 1.116: dei latitanti non si ha notizia. Degl’incarcerati, piu che la metà, cioè 533 furono (ma dopo mesi ed anni di carcere) messi in libertà dai giudici con la formola del conservarsi gli atti in archivio:22 e vuol dire che, arrestati per poliziesca libidine d’ingiurie, o per esempio di terrore, ebbero una pena, ma non ebbero colpa di fronte alla legge del paese. I condannali alla pena dei ferri furono 68.23

Ma arresti e condanne, pressure dell’alta o soprusi della bassa polizia, vincoli di ogni sorta alla libertà del muoversi, inceppamenti e sospetti ai pubblici commerci non spensero l’arcana virtù di quei semi di libertà che l’ala del tempo aveva sparsi nell’animo del paese; e che malgrado la cruda temperie del clima, pure mettevano germi che si schiudevano uno spiraglio di luce all’aperto.

Ai primi tempi dell’ancora peritosa reazione si distese da Napoli in Basilicata qualche propagine di quell’associazione segreta, che nel nome dell’Unità Italiana venne famosa non per ciò che fece a pro dell’unità, ma pei nomi illustri, intorno a cui furono tristamente intramate e combattute le giostre giudiziarie nella città di Napoli. In Basilicata le mancò il tempo a distendersi; e non ebbe altra eco, all’infuori di un giudizio anche esso localmente famoso pel caso strano, onde venne alla luce, da un chiostro di monache, l’archivio segreto della società allora nata.

Qualche anno dopo rivissero i segreti accordi per moti di libertà; ma gl’impulsi ai paesi della provincia vennero d’altronde che non da Potenza; e i gangli se ne accentravano altrove che in quella città. Su questi accordi della provincia di Basilicata faceva assegnamento, e non a caso, il disegno fortunoso di Carlo Pisacane. E interrotti un qualche tempo ai tragici rovesci della sua spedizione di Sapri, non passò guari, e l’indomito amore al libero vivere ne riannodò le filamenta, e queste si estesero, si diffusero, si intrecciarono così che per esse e in grazia di esse (ma non di esse solamente, né maggiormente) poté erompere per la Basilicata quel grande moto di popolo, che scrive il suo atto di nascita il giorno 16 agosto del 1860 in Corleto; incalza e sia accentra il giorno 18 a Potenza, e, in nome di Vittorio Emanuele re d’Italia e del generale Garibaldi dittatore delle Due Sicilie, proclama l’Unità d’Italia; costituendo nella città di Potenza un governo «Prodittatoriale» per dirigere (come era detto nel pubblico editto)

«la grande insurrezione Lucana, avendo a capo i cittadini Nicola Mignogna e Giacinto Albini, Prodittatori, e segretari: Gaetano Cascini, Rocco Brienza, Giambattista Matera, Nicola Maria Magaldi e Pietro La Cava».

Del quale complesso di eventi, e delle cause che li prepararono, degli effetti che ne seguirono, degli uomini che vi ebbero parte, delle attinenze tra i grandi avvenimenti dell’epoca e questi minori della provincia e delle provincie contermine, fu già partitamente e largamente scritto in altro lavoro, che qui non si intende di ripetere. Al 1860 finisce un’epoca; un’altra incomincia: erompe un nuovo ordine di cose, che investe, agita e trasforma la società nella pienezza della sua vita: si apre un nuovo periodo di storia, che succede, ma non continua il periodo precedente.

Nasce nuovo ordine di tempi! Possa la storia avvenire dar materia a racconti di più lieti fatti, di più onorate imprese, di piu saggi propositi, di più veraci, sane e giuste utilità, che non ha potuto esporre, a chi legge, lo scrittore di queste carte!

NOTE

1. In Note storiche di Carlo Pesce sulla Rivista Lucana di febbraio 1894. Roma, 1894.

2. Giuseppe Napoleone, quando toccò Lagonegro il 7 di aprile, ordinò, con decreto di questo giorno, da questa città, il restauramento del ponte La Calda, tagliato; e il giorno 8, da Rotonda decretava che la strada consolare giunta che era e non oltre a Lagonegro, fosse proseguita, e in brevissimo tempo, fino a Rotonda: ciò che avvenne presto, ma non prima del 1808. — Nelle Note su indicate.

3. In taluni ricordi, manoscritti, del tempo si legge questo che segue, e che non concorda con le reminiscenze macabre del capitano De Montigny-Turpin, di cui nella nota della pagina appresso 458:

«Il fuoco durò molto: dei Laurioti nessun morto o ferito; dei Polacchi, quarantasette soldati e tre ufficiali morti; il resto feriti e prigionieri. I cadaveri furono seppelliti nella chiesa del monistero, ed i feriti sequestrati nello stesso locale, dove sarebbero morti d’inanizione, se la pietà di Monsignor Ludovici (vescovo di Policastro, che risiedeva in Lauria) non li avesse soccorsi. La cassa militare (aggiunge il manoscritto) ricca di trentamila ducati, fu rubata dai fratelli ***, vicino al giardino di Fittipnldi».

4. RAFFAELE LENTINI, Cenno biografico del gran servo di Dio D. Domenico Lentini. Napoli, 1843, pag. 23.

Nella Chiesa, ricostruito dopo l’incendio, è questo iscrizione a ricordo:

D.O.M. Commune sacerdotum sepulchrum — Quod diruto antiquiori templo — XV declinante saeculo - Heic fuerat extructum — Luctuosum incendium — VI. id. augusti 1806 — Una cum ecclesia oppidoque peremit — Ecclesia iterum in formam elegantiorem — Civium aere collato aedificata — Restitutum cleri cura — Et dedicatum est. — Ab incendio anno VII.

Quanto al numero dei morti, mancano, causa l’incendio, i registri parrocchiali. Ma in quelli della chiesa di San Nicola, che era una delle due parrocchie, il parroco ne raccolse i nomi — per quantum potuimus, egli dice — e li scrive: e sono 144 nomi, tra cui 36 donne. Manca ogni nome di gente estranea al paese.

5. Vedi tra i Documenti dell’APPENDICE I a questo volume la Lettera-ragguaglio che, intorno all’occupazione di Lauria, ne scrisse, nel 1852, il generale francese De Montigny-Turpin, che fu già capitano nello stato maggiore del generale Gardanne. Benché in essa l’esagerazione si mostri evidente, e la rettorica da battaglione vi abbondi, abbiamo, ad ogni modo, una testimonianza dell’onorata resistenza della città. — Poco o punto nel libro di Pietro Ulloa, di cui alla nota nelle pagine appresso.

6. Lettera di P.L. Courier del 16 ottobre 1806 da Mileto, nelle Oeuvres complètes di P.L. COURIER. Tomo IV, Bruxelles, 1833, pag. 134. — Il macello di Cassano avvenne il 4 agosto.

7. Vedi l’atto di capitolazione nell’APPENDICE I a questo volume.

8. Dagli Annali di Citeriore Calabria dal 1806 al 1811, per LUIGI MARIA GRECO. Opera postuma. Cosenza, 1872, vol. I, pag. 180-6. — Le brevi notizie che si leggono nel libro di Pietro Ulloa — La sollevazione delle Calabrie contro i Francesi. Roma, 1871 — non sono punto esatte.

9. Dell’atroce fatto pubblichiamo per intero nell’APPENDICE I a questo volume la relazione ufficiale dell’autorità, della provincia al Ministro, in data 1° ottobre 1809.

10. Nel libro: Notizia storica del conte generale Carlo Antonio Manhes, scritta da un antico uffiziale dello stato maggiore deI generale Manhes nelle Calabrie (il colonnello Quintavalle?). Napoli, 1846, pag. 80, si dice che Taccone e la sua banda entrò in Potenza, che gli aprì le porte; e così afferma, copiando a colori forti, il DUMAS, Stor. dei Borboni, VII. Ma gli scrittori di Potenza giustamente negano: e il Colletta scrisse:

«Potenza, investita e non espugnata, perché chiusa di mura o a tempo soccorsa» (Lib. VII, c. I).

11. Nel giorno 11 agosto del 1820 si tenne in Potenza una «Grande Assemblea del popolo Carbonaro della Regione Lucana orientale, o sia di Basilicata» e v’intervennero da 88 «vendite» della provincia ottantotto delegati. Quasi ogni paese ne aveva, dunque, una. — Il processo verbale di questa Grande Assemblea porta per data: «il 10 del XII mese dell’A… 2 (undeci agosto 1820, dell’era volgare)».

12. Vedi la Relazione del Primo Presidente della Corte criminale di Terra di Lavoro al ministro di giustizia, del 26 settembre 1816, pubblicata da noi in appendice alla Storia dei moti di Basilicata, ecc. nel 1860. Napoli, 1867.

13. Questo «Avviso» è sottoscritto da:

«I Senatori: il presidente Carlo Corbo, il 1º assistente Gaetano Scalea, il 2º assistente Gerardo Marone, l’oratore Egidio Marco Giuseppe, il segretario Giuseppe Cicorella, Gaetano Corrado, Nicola Lacapra, Luigi Spera, Bonaventura Marone, Pasquale Manta, Gerardo Bognulo, Pasquale Cilento, Francesco Marone G.M. dei Pitiliani»

e vuol dire Gran Maestro della tribù Petilia, la quale fu detta capo dell’antica Lucania, oppure qui si dove intendere di Potenza.

L’Avviso e la Dichiarazione furono pubblicati nel primo numero del Giornale patriottico della Lucania orientale, a Potenza, li 10 luglio 1820.

14. Questi furono: Paolo Melchiorre, di Lauria; Innocenzio De Cesare, di Craco; Domenico Cassini e Francesco Petruccelli, di Moliterno; Diodato Sponsa e Carlo Corbo, di Avigliano. Furono supplenti: Gaetano Marotta di Trecchina, e Diodato Sansone, di Bella.

15. Oggi Palmira.

16. Molte delle notizie che intorno a questi tre nomi si leggono nelle Vite degli italiani benemeriti della libertà, ecc. di MARIANO D’AYALA (Roma, 1883), sono non pure inesatte, ma, per postume ricostruzioni di chi le riferiva allo scrittore, fantastiche.

17. Su varii fatti di questo e del precedente periodo di storia ha raccolti da fonti autentiche numerosi documenti l’on. GIUSTINO FORTUNATO i quali avendo egli messo con signorile generosità a mia disposizione, intendo con queste parole significargli tutta la mia gratitudine.

18. Dopo incidenti varii e protratti, e non prima del 1829 furono giudicati i 28 incarcerati delle due provincie, dalla Commissione Suprema per reati di Stato. Il regio decreto dell’11 maggio di quell’anno commutò le 18 condanne di morte a minori pene di ergastoli.

19. È nella collezione delle Leggi delle Due Sicilie.

20. Lettera da Napoli, il 2 gennaio 1822, del generalo in capo Frimont alla R. Commissione di Polizia Generale; tra i documenti dell’onorevole Fortunato, indicati di sopra.

21. Sottoscrissero il Memorandum come Delegati di Basilicata: Vincenzo d’Errico, cav. Emanuele Viggiani, Gaspare Laudati, Nicola Alianelli, Francesco Coronati, Raffaele Santanello, Paolo Magaldi, Carlo Cecere, Luca Araneo, Vincenzo di Leo. — Vedi la nostra Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermine nel 1860 (Napoli, 1867), a pag. 17. — Il memorandum è riferito per intero nella Cronica Potentina, già citata, del prof. RIVIELLO, pag. 202.

22. Nella Cronica Potentina, citata, il prof. RIVIELLO scrive (pag. 227):

«Gl’imputati di reati politici a tutto il 6 luglio 1852, furono 1116, oltre un numero grandissimo di persone arrestate per ordine della Polizia, o sottoposti alla sua promurosa sorveglianza. Di essi 3533 furono giudicati con atti in archivio: 268 ottennero la liberti provvisoria; 12 quella assoluta; per 181 venne abolita l’azione penala in virtù di sovrani rescritti; 69 furono condannati al terzo o al primo grado di ferri o ad altre pene inferiori; e 53 sottoposti ad accusa nella celebre causa potentina».

Dei 69, alcuni passarono, per nuove condanne, in altra categoria di pene maggiori. — Nell’opera La Lucania, studii storico-archeologici di ANGELO BOZZA (Rionero, 1888), i «condannati» della provincia si portano a 1303 (pag. 383).

23. Una statistica demografica dei «Bagni penali» del Regno di Napoli accertava, di condannati ai ferri pei fatti politici del 1848 e anni seguenti, secondo la provincia di origine, le cifre che seguono: cioè, delle provincie: di Napoli 59; di Caserta 27; di Avellino 19; di Salerno 143; di Potenza 67; di Foggia 25; di Bari 22; di Lecce 18; di Cosenza 123; di Catanzaro 117; di Reggio 100; di Chieti 2; di Aquila 44; di Teramo 65. Totale 831. Inoltre: siciliani 7; beneventani 1; esteri 2. — In complesso 841, di soli condannati alle pene dei ferri.

PARTE II - La Basilicata

APPENDICE I

DOCUMENTI1

A.

INCENDIO DI LAURIA — AGOSTO 1806

La ignota o poco nota relazione che segue riferiamo dal libro intitolato — Grands épisodes inédits et causes secrètes de la politique et des guerres sous le Directoire exécutif, le Consulat et l’Empire, etc. etc. Lettres à Mr. le Général Pelet, directeur du dépôt de la Guerre, Sénateur; à MM. Thiers, Lamartine, La Guerronière et Delamarre, par M. CHARLES DE MONTIGNY-TURPIN, général rétraité. — Paris, de Soye, imprimeur, 1852, in 8".

Queste lettere furono pubblicate a grande distanza di tempo e di luogo dagli avvenimenti che lo scrittore ricorda; e i pallidi riflessi della memoria lontana hanno, forse, conturbati in chi li raccolse i contorni delle cose. In più parti l’esagerazione dello scrittore è evidente, a cominciare dalla prima e più grossa:

Ils (les insurgés) se réunirent au nombre de trente mille! élite des chasseurs, composant l’avant-garde, à Lauria.

E l’esagerazione era quasi necessaria, sia per rilevare il valore delle armi francesi, sia per giustificare la barbarie selvaggia degli ordini dati ed eseguiti!

… L’insurrezione per attirarci nell’interno, si ritirava verso un centro di difesa, e spingeva contro i nostri fianchi i montanari del Cilento e di Basilicata, chiamando quelli di Salerno e di Molise alle nostre spalle, con le vecchie bande di briganti.

Essi si riunirono al numero di trentamila (!!), avanguardia di scelti cacciatori, a Lauria, città fortificata dalla natura meglio che non avrebbe fatto l’arte di Vauban o di Carnot (!).

Massena a Lagonegro aveva avuto notizia che a Lauria era perito tutto un battaglione di polacchi; ed a Torraca ed a Sapri era perito, sorpreso da numero maggiore, un battaglione francese. Il maresciallo ordinò a Max Lamarque di dare un esempio di terrore, punendo di ferro o di fuoco paesi ed abitanti.

Lo stesso ordine fu dato a Gardanne, che marciò contro Lauria. Con noi restava il maresciallo e il suo stato maggiore.

La marcia fu lenta e circospetta, perché le vie erano acconcie ad imbuscate: ma, poiché il nemico voleva attenderei a Lauria, non incontrammo né abitatori, né bestiami; campagne e villaggi vuoti o silenziosi; pace che dissimulava la guerra.

In cammino verso la funesta città, all’altezza di Rivello, la testa della colonna si arrestò, prosa da orrore e da sdegno; essa ora giunta al luogo ove, del battaglione polacco massacrato a Lauria, gli ammalati e l’ordinatore Marchand, inseguiti, avevano subìto il martirio. L’avanguardia aveva dovuto opporre una forte resistenza, per almeno due ore, e lo mostrava quella gran quantità di avanzi di cartuccie bruciate e sparse sul terreno. E si vedevano i resti di più che duecento cadaveri fatti a pezzi: e qui torturati gli uomini della cassa con l’ordinatore; là sgozzati gli ammalati, più in là spiedi e reliquie di un festino da cannibali (!!): in una parola, l’ambulanza aveva avuto la stessa sorte che il convoglio dei prigionieri di Orleans a Versailles l’8 settembre 1792; i mostri si rassomigliano dappertutto!… E ci stava di faccia la città colpevole! E lì la massa dei nemici; lì la vendetta! — e ci spingiamo innanzi.

La città è circondata da due larghi e profondi fossati scavati e percorsi da acque temporalesche, che convergono quando si avvicinano verso là dove vanno a sboccare noi torrente La Fiumara. Al punto tra essi meno largo è un ponte, anzi due ponti in pietra: e questo era stato asserragliato da enormi pietroni. Dietro della barricata sono gl’insorti, le cui masse profonde e strette si appoggiano ai muri della città per tutta la lunghezza del burrone al di là del ponte. Le terrazze e le finestre delle case sono occupate da armati di schioppo; altri dietro al riparo di macigni, e di là giungono a noi, da ritta e da manca, palle di due oncie, che ci tolgono degli uomini. Ma non ci si bada; e noi si arriva al piè del primo burrone, al grido di avanti! avanti!

Gardanne va dinanzi a tutti: granatieri e volteggiatori di corsa avanzano in mezzo un nembo di piombo, e son già alla barricata del ponto. Il fuoco nemico incalza. Cadono i primi arrivati: altri li rimpiazzano; cadono anche questi, ed altri sovvengono: la strada è ingombra di caduti. Si fa un momento di sosta per sgombrare il passaggio, per soccorrere ai feriti. Ma i calabresi credono che i francesi siano scoraggiati; e balzano dalla barricata e scannano quelli che raccolgono i feriti. Si vedono intanto venir giù verso il passaggio del ponte — quasi fiotti di mare in tempesta — le masse profonde dei neri cappelli a punta. Ma le baionette dei francesi ricevono a dovere i calabresi dai coltelli terribili; poiché con i loro coltelli, e col fucile in ispalla, osano attaccare i bravi. Puniti di tanta audacia, mordono la polvere; una cinquantina appena si salvano, fuggendo; e sono inseguiti dai nostri, fino alle loro masse. I nostri fuochi di plotone e le omicide baionette non arrivano a farlo retrocedere; ma o cadono o si piegano per terra, e in quello stretto ammasso né i più valorosi possono combattere, né i vili fuggire. E noi stessi, per aprirci il varco, dobbiamo abbattere quosta muraglia di uomini immobili (!!)

Infine, il ponte è spazzato: lo stato maggiore e i dragoni vi passano a quattro di fronte, tanto esso è stretto. All’apparire delle spalline e degli elmi luccicanti, un fremito generale pervade quelle masse di uomini: ed una scarica che parte da finestre e terrazze prende di mira, come alla selvaggina il cacciatore, ufficiali e dragoni. Le trombe suonano la carica: cavalli, ufficiali e dragoni sono uccisi, ma uccidono e schiacciano. La sciabola fa il suo mestiere: né grazia, né pietà. È sfondato, schiacciato, sciabolato tutto ciò che s’incontra per la lunga strada di Lauria che dal ponte in dritta linea va alle Calabrie. Allo sbocco della strada verso Castrovillari incontrammo un’altra barricata. Qui una grandine di palle vomita dalle finestre; e per fare cessare il fuoco la fanteria sfonda le porte.

Furono viste delle donne, donne in gran numero ed anche giovinette, difendere la soglia tutelare e proferire la morte alla violazione del focolare domestico: armate di pugnali, colpire gli assalitori, e intrepido dare e ricevere la morte. O inutile virtù, o fanatismo del focolare, o atroci vendette, ultimo sforzo di un coraggio barbaro ed immortale, chi oserà pronunziare se voi foste degno di lode o di biasimo?

Spose e fanciulle di Lauria! moderna Sagunto! il vostro eroismo ecclissato, macchiato dagli atroci delitti dei vostri mariti, figli e fratelli, i delitti di tutto il paese che è necessario di punire e spaventare, tanto eroismo, ahimè! non troverà grazia al tribunale di Scipione!

Massena arriva con la riserva. Il fuoco già consuma le prime case della città di basso; non ne resterà una sola: e bivaccheremo tutti, maresciallo e soldati, sulle pietre insanguinate di una città che è una fornace ardente.

E sperperata per ferro e per fuoco la città di basso, restava la città alta: ma anche essa investita dalle fiamme e dal fumo non fu difesa che dalle bande straniere al paese. Gli abitanti più ricchi, avendo ricevuto un’educazione di seminario e civile, quasi vernice che rode i pubblici costumi addolcendo il coraggio, erano fuggiti dall’abitato, e le bande di fuori occupavano le case dei fuggiti e continuavano a battersi. Gardanne si avanza: e l’attacco decise questi forsennati a fuggire da tutte parti.

Fu notato, e non senza un senso di stima, che neppure un solo, in mezzo al generale spavento, ebbe gittato via la sua arme. La guardia muore e non si arrende! Il calabrese fugge, ma come il Parto in fuggendo colpisce il nemico: e finché esso tiene in mano la sua schioppetta, non si arrende. Il valore non è esclusivamente francese. Dio, padre degli uomini, l’ha dato a tutti i suoi figli.

Non inseguimmo il nemico… E così abortiva il piano di lord Stewart e della insurrezione, la quale si raccozzava in Cosenza, dove andammo per iscovarla.

B.

CAPITOLAZIONE DEL CASTELLO DI MARATEA — 1806

Dal castello di Maratea, 10 dicembre 1806.

Al signor GENERALE LAMARQUE — Campo di Maratea.

Signor Generale,

Gli articoli da essere approvati sono i seguenti:

1. Che gli uffiziali si rinvieranno in Sicilia sulla loro parola d’onore di non più servire contro S.M.

2. I soldati tutti che sono nel Forte sono tali per averli dichiarati S.M. Ferdinando IV con dispaccio del 12 agosto corrente anno. Posto ciò, a tenore del 2° (sic) articolo accordato, devono imbarcarsi tutti coloro che lo vogliono; e ritornare nelle loro patrie coloro cui ciò piace.

3. La truppa francese darà libero e sicuro il passaggio, sino al luogo dell’imbarco, a quella del Forte, facendola scortare da uffiziali, ai quali si consegneranno le armi.

4. È stato accordato che si sarebbero fatte rispettare la vita di tutti e le proprietà sulla parola di Generale d’onore.

Col suo aiutante speditoci ieri tutto ciò rimase conchiuso, onde siamo pronti di cedere la piazza e di osservare la nostra parola.

ALESSANDRO MANDARINI

Vice-Preside di Basilicata

1. Accordato, dove brameranno andare.

2. I paesani saranno mandati alle loro case con una carta di sicurezza, segnata dal sig. Generale, mediante la quale saranno rispettati; ma prima giureranno sopra il Cristo di non più prendere le armi.

3. La porta sarà aperta entro mezz’ora, e cinquanta granatieri ne prenderanno il possesso. Il Generale lascerà i passaporti ai paesani che verranno successivamente a deporre le armi al quartier generale.

4. Sulla parola d’onore del Generale la vita di tutti sarà rispettata.

MAURIZIO2 LAMARQUE.

C.

ECCIDII DI ABRIOLA, NEL 1809

Matera, 1° ottobre 1809.

Il Relatore al Consiglio di Stato, commissario straordinario del Re nelle due Calabrie e Basilicata, a S.E. il Ministro dell’interno.

Eccellenza. Io devo a V.E. il quadro de’ mali che hanno in questi ultimi mesi straordinariamente afflitto la Basilicata, e che oggi mercé le saggie sovrano disposizioni veggonsi in gran parte cessati. Ma sino a che un tale quadro giunge al grado di verità, o di esattezza degno de’ sguardi del Principe, permetta l’E.V. che io non differisca di vantaggio il lagrimevole racconto delle stragi accadute in ABRIOLA; luogo ove sovra qualunque altro hanno campeggiato la fedeltà, ed il coraggio da un lato, la perfidia, e la più immane crudeltà dall’altro.

L’ex barone di Abriola, signor Tommaso Federici, sin dall’anno 1806, serviva con zelo e con intrepidezza il Governo, in qualità di tenente colonnello delle guardie civiche. Nell’ultima organizzazione della legione essendosi ridotto il numero degli uffiziali, egli perdé il suo grado. Infinitamente sensibile a questa perdita, il suo ardore non ne fu perciò rallentato. Continuò a servire con la medesima energia, ed a far guerra a’ briganti come per lo addietro.

Intanto fermentava sordamente in Abriola un desiderio di rivolta.

I fratelli Oronzio, Vincenzo Bruno, il signor Michele Passarelli, il signor Ettore Rossi, tenente dell’espulsa dinastia, il monaco francescano Giovanni Paladino, e sopra tutti Rocco Buonomo alias Scozzettino ne erano i principali elementi. Quest’ultimo in Aprile corrente anno si pose alla testa di una banda, e cominciò a battere l’aperta campagna. L’ex barone Federici unì anch’egli della gente, e, secondo le occasioni, or inseguiva i ribelli, or si difendeva da essi.

Così furono impiegati i mesi di maggio e di giugno. Ma in luglio, moltiplicato il numero de’ facinorosi, e nate le comitive di Taccone di Laurenzana, Izzo, Nigro di Tricarico, e la Petina di Marsicovetere si unirono tutte tra di loro, e con quella di Scozzettino; e forti in circa 400 uomini si diressero la sera 19 luglio sopra Abriola.

Il signor Federici sorpreso dalla notte, e dall’improvviso assalto, ebbe appena il tempo di rinchiudersi nel castello con 24 tra galantuomini e suoi dipendenti del luogo, e con 30 legionari del distretto che erano colà di passaggio. Le rispettive famiglie degli assediati eran seco loro.

Il sito del castello era forte ed eminente, ma scarso di viveri, e di munizioni da guerra, mancava interamente di acqua. Ciò nonostante i rifuggiati si distinsero con coraggio, ed i due primi giorni furono spesi ad un vivissimo vicendevole fuoco.

Nel terzo giorno riuscì al signor Federici far pervenire al signor Intendente, scritte sopra un lembo di tela le seguenti parole: «come sapete, io sono qui assediato con una partita di galantuomini e legionari da tre giorni. Ci manca la provisione di bocca: ci manca la munizione: o ci soccorrete subito, o siamo morti».

Il signor Intendente trovavasi in quel momento senza truppa, senza gendarmeria e senza forza di sorta alcuna. Uscì egli medesimo sulla pubblica piazza di Potenza. Fece emanare un bando, col quale invitava gli abitanti ed i legionari di quella città a marciare in aiuto degli assediati. Promise per ogni individuo la paga di dieci carlini. Ma non fu ascoltato. Temendo tutti per le proprie famiglie si ostinarono a non voler uscire dall’abitato.

Il quarto giorno, i briganti cominciarono in Abriola le uccisioni, presentando per terrore le recise teste agli ocelli degli assediati. Rivolti indi al signor Federici gli promisero pace e vita purché consegnasse loro tre vittime designate, o scelte tra i suoi seguaci. Egli si ricusò con nobile orgoglio, degno di un miglior fine, e raddoppiò di severità e vigilanza.

Ma le offerte che non poterono scuotere la sua virtù, a danno de’ suoi compagni, fecero vacillare l’altrui a danno proprio: giacché avendo i scellerati assalitori fatto sperare piena libertà a chiunque lo sacrificasse, niuno lo tradì; ma quasi tutti lo abbandonarono, domandando agli assassini delle scale per discendere dal castello, come praticarono.

Ridotto il signor Federici con pochissimi suoi fidi, risolvé finire di morte magnanima, e generosa. Fece aprire le porte del castello, ed armato tentò fuori strada (sic) in mezzo a’ briganti, che lo massacrarono.

La moglie baronessa Francesca Vassallo cadde estinta a’ suoi fianchi.

Il vecchio Pasquale de Stefano con tre suoi figli, Michele, Vincenzo e sacerdote D. Luigi furono uccisi. Maria Michelina Mocciola, vedova del primo di detti figli, rimase semiviva sotto sette colpi di arma da fuoco.

Il decrepito Egidio Sarli, padre del sindaco della Comune, fu fucilato.

Valentino Fanelli, Anna di Giulio, Egidio Passarelli, Giuseppe Antonio la Rocca, ed altri subirono il medesimo destino.

Le case di tutti questi infelici furono saccheggiate, i loro cadaveri straziati ed arsi.

Rimanevano una sorella del sindaco Sarli, due figlie nubili del morto de Stefano, e cinque figli impuberi del signor Federici. La Sarli fu disonorata da un capo massa. Delle sorelle de Stefano una fu trascinata agli altari, e forzata a sposare il brigante Taccone; e l’altra era destinata a consimile sozzura con Scozzettino se la morte non lo toglieva di mezzo. I figli infine del signor Federici furono tutti condannati miseramente a morire.

Il brigante la Petina va in traccia di essi per eseguire la truce sentenza. Gl’innocenti fanciulli erano stati balie e dalle nutrici ridotti in casa di un tal Lancieri, il solo uomo di pietà che volle accoglierli. Svelato il loro asilo, fuggirono nella chiesa credendosi ivi in salvo. Ma sopraggiunge il sicario, ed uno dopo l’altro scanna la piccola Maria Lorenza di anni 3, Maria Vincenza di anni 9 ed il giovinetto Girolamo di anni 8. Dopo che, prende il primogenito di anni 13 e lo brucia vivo sui cadaveri de’ genitori; e come il disgraziato figliuolo si sforzava uscire dalle fiamme, egli con la punta della baionetta vel riconduceva!

Eccellenza. Le famiglie di tante vittime della loro fedeltà meritano certamente compenso: ma specialmente lo meritano i superstiti delle famiglie Federici, de Stefano e Sarli in cui il sacrifizio è stato contemporaneamente di fortuna, di onore e di sangue. Rimane ancora della prima il giovinetto Carlo Federici di anni 10, il quale fu nella confusione dei colpi trafugato dal sacerdote Giuseppe Rivelli. Trovasi oggi in Napoli presso il di lui zio signor Vincenzo Federici, capitano di fregata al Real servizio di S.M.

Della famiglia de Stefano è sola viva la nominata vedova Michelina Mocciola che guarita dalle ferite sta attualmente in Potenza con una figlia bambina.

Della famiglia Sarli poi esistono il sindaco di Abriola, ed il signor Vincenzo, giudice nella Corte criminale di Teramo; magistrato che riunisce a’ lumi necessari non poco ingegno e moltissima probità.

Se l’E.V. oltre i soccorsi pecuniari la di cui misura non può essere che la liquidazione dei danni, potesse spandere su questi individui dei benefizi personali, l’umanità e la giustizia le farebbero plauso.

In fine sono degni di Abriola di essere commemorati con lode i ridetti Lancieri e Rivelli, ed il signor Gennaro Passarella: e con biasimo quell’arciprete signor Verga, ed il P. predicatore Doti, i quali lungi dall’opporsi a’ progressi del locale brigantaggio, si vuole che lo abbiano promosso e favorito.

Gradisca V.E. il mio profondo rispetto.

POERIO

NOTE

1. Posti a mia disposizione dall’on. G. FORTUNATO, che ringrazio.

2. Così nell’apografo; ma Lamarque ebbe nome Massimiliano.

PARTE II - La Basilicata

APPENDICE II

PAROLE DEL DIALETTO DI ORIGINE DAL GRECO

A complemento di quanto è stato detto nel capitolo XV di questo volume, abbiamo messo insieme qui in seguito un elenco di parole del linguaggio popolare, che hanno origine prossima dal greco.

Se si potesse di ciascuna parola indicare la sua, a così dire, circoscrizione glottica, non è dubbio che il dato geografico sarebbe di non incerta utilità alla indagine etnografica sull’incolato dei popoli, o sul passaggio di coloni da un punto ad un altro, da regione a regione. Le parole che qui sono raccolte hanno corso, la maggior parte, in quella zona della provincia che è l’alta valle del fiume Agri, ove è detta il Vallo di Marsico: ma non tutte in tutti i paesi di quella zona. Da luogo a luogo, a breve distanza e sovente a confine tra loro, s’incontra degli strani fenomeni linguistici, di cui non si sa come rendere ragione. Moliterno, per un esempio, è meno che dieci chilometri lontano da Spinoso, alquanto più da Armento. Ora la «lucertola» è detta così a Moliterno; ma è detta «caramusa» a Spinoso, «salecrega» ad Armento: diversità inesplicabili, così e quanto le diverse foggie e i colori delle vestimenta alla famiglia dei contadini, tra paese e paese.

Per la derivazione di talune delle parole che seguono ci siamo valuti delle pubblicazioni di: Teodoro Cedraro, Ricerche etimologiche su mille voci e frasi del dialetto calabra-lucano. Napoli, 1885. — Vincenzo Solimena, Ricerche linguistiche sul dialetto basilicatese. Rionero, 1888; di pag. 29. — Giuseppe Volpe, Dilucidazione di una lapide in Matera, ecc. Napoli, 1825. — Vincenzo Dorsa, La tradizione greco-latina nei dialetti della Calabria Citeriore. Cosenza, 1876.

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Abbarabiso, dicono a Matera volendosi, per gioco, occultare il vero; da παρά, che in composizione è malamente, e βύζω, io occulto. — Volpe.

Abbrucato, si dice di chi ha la voce rauca; da βραγχώδης, rauco, o βραγχός, raucedine; con l’a inforzativo.

Accinicato, ostruito; dicono di un canale, acquedotto, o foro che sia ripieno o chiuso da materie estranee: da α privativo e κενός, vacuo o vuoto.

Acquintato, dicono del muro che sia costrutto non a perpendicolo, ma inclinato in dentro; da κλίτος, declività, con l’a inforzativo.

Airale, specie di ampio crivello che usano nell’aia a mondare il grano; da αἰρέω, io scelgo.

Alerta, stare in piedi, alzato in piedi, da ἀερταζω, io innalzo.

Alierti, lunghe pertiche a sostenere dal basso in alto i palchi dei muratori.

Alliffato, alliffare; azzimato, specialmente dei capelli lisciati e ben acconci, e per estensione, di tutta la toletta; da ἀλεἰφω, ungere.

Ammannare, dicesi della ghianda, o castagne, noci, ecc. quando prima di loro maturità cascano dall’albero, per manco di umori, da ἀμενηνὸω, che presto manco o indebolisco: ἀμενὸς, debole.

Appio, in mela appio, da ἀπλόω, che vale anche estendersi, espandersi in senso di «doppio»; o da ἅπιον? pera.

Apprettare, importunare o stimolare; da επι, ultra, ed ἐρεδω, irritare. — Cedraro.

Àpule àpule, soffice, o propriamente ciò che, toccato, acconsente ed avvalla: da ἁπαλός, molle e soffice.

Ariddi, i vinacciuoli dell’uva (forma diminutiva italica); da ῥάξ, grano di uva.

Arpagone, Arpaio, arnese del bottaio, o rampone; da ἅρπαξ, αγος, rapace.

Arrampaggio, rapina con violenza: da ἅρπγή, rapina, ratto.

Arrappato, corrugato; da ῥάπτω, io rattoppo: perché ogni rattoppatura fa rughe?

Arrassare, allontanare; da ῥάσσω, allontanare urtando.

Arrasso, non accosto, lontano. Dallo stesso tema.

Arrociliare, avvolgere attorno a mo’ di ròcciola o piccola ruota, da χυλίω, volgo o raggiro.

Àscimo, è detto del pane di pasta non bene fermentata; da ἂζυμος, non fermentato.

Attàne ed anche Tata, padre, da ἂττα.

Babasone, parola d’ingiuria per balordo, scemo di mente; da βαβάζω, mandare fuori voci inarticolate.

Bùttero, giovane bifolco aggiunto alla custodia de’ buoi o ai servigii della masseria; da βοτήρ, ῆρος, pastore, o piuttosto da βουτρόφος, pastore di buoi.

Caccavotto e Càccavo, laveggio; forma più prossima a κακκάβη, χάκκαβας, laveggio.

Cacone, il cocchiume della botte, o qualsiasi buca fónda e aperta; dall’antico χάω, apertus, vacuus sum. — Cedraro.

Cafarone, nel senso di macilento e sparuto per infermità; da ψαφαρός, arido, squallido, putrefatto.

Calanca, frana; da χαλάω, che al perfetto fa κεχὰλακα, rilasciare, rallentare, far discendere, lasciar cadere.

Calandra, l’allodola; da ἀκαλαντίς, che però è cardellino.

Calavrone, scarafaggio e scarabeo; da κάραβος, scarabeo.

Calima, calore, ma del corpo umano; da καῦμα, calore.

Camasta, Camastra, arnese di ferro ad anella ed anche di legno, appeso al focolare, con un gancio all’estremità per sospendervi il laveggio sul fuoco; da χαλαστόν, catena, o da κρεμαστήρ, che appende.

Cansierro, è propriamente il prodotto ibrido del cavallo coll’asina, e, per estensione, figlio illegittimo; da κάσῙ, fratello o sorella, e εισρων, che simula. — Cedraro.

Canta-ciesso, parla-ciesso, si dice a chi parla non domandato; da , κὶσσα, che è la gazza? — Il sig. Cedraro da ἑκούσιως, spontaneamente.

Cantuscio, veste antica da donna, di cui si è perduto l’uso e la notizia precisa; da κάνδυς o κανδύνη, che il vocabolario spiega per veste persiana? Cantuscio, adunque, significherebbe una veste sontuosa, da nozze, venuta da lontano.

Capitabascio, la lucciola (a Moliterno, ecc.); da κατάβασις, ovvero da κατά, giù, e βαίνω, io discendo. E, infatti, è caratteristico il moto in giù della lucciola: la fosforescenza del corpicciuolo apparisce al chiudersi delle alette dell’insetto per venire in giù.

Caramusa è la lucertola (a Spinoso, ecc.), da ασκαλαβος, che è una specie di lucertola; o piuttosto da κάρα, testa, e μῦς, sorcio, quasi animale a testa di sorcio: e così è infatti.

Carapuccio o cappuccio, che è tabarro con covertura del capo; forma più prossima al radicale κάρα, capo.

Carratiello, vaso da vino in legname, da più del barile, da meno della botte, forse da κόρταλλος, che vale recipiente.

Caruso, il taglio dei capelli; e carosare le pecore, vale tosarle; da κείρω, io toso; απόκαρσις è tonsura.

Catananna, (a Matera) i parenti in generale; da κατά, vicino e κάννη, sorella del padre o madre. — Volpe. — Nello stesso paese è usuale la frase: l’una cosa ’ncata all’altra, cioè presso. — Volpe.

Cataparienti, parenti di grado non prossimo; da κατά, come; quasi gente tenuta come parenti, ma non tali di fatto.

Cataratta, botola che copre la buca onde si passa alla camera posta in giù; Κατορύττω, io scavo o sotterro; κατά, in giù, e ῥάσσω, io rompo.

Catojo e Catogio, stanza di sotto, o a terreno, a uso cantina, da κατάγειος, sotterraneo.

Càttara, esclamazione equivalente all’italiano: capperi! da κατάρα, esclamazione.

Catuso, doccia di argilla cotta, ad uso acquidotto; da κάτω, di sotto, in giù, e σωλήν, canale.

Cenìse, cenere con minuta bragia; forma piu prossima a κόνις, νεως, polvere, cenere.

Centra, la cresta del gallo; da κέντρον, punta acuminata.

Centrella, piccoli chiodi, e precisamente bullette; da κέντρον, punta acuminata. Diminutivo di cui non esiste, in senso di chiodo, il positivo centra.

Cetrìno, coloro giallo; da κίτριον, il cedro.

Chiascione, il lenzuolo; originato da πλαξ, ακός, tavola larga, ovvero piano. Nel Syllab. Graec. membran. e segnatamente nella lista di corredo ad una sposa, sono nominati i chiascioni, che i traduttori hanno interpretato per «tavole»: e vuol dire lenzuola (docum. del 1196, pag. 325).

Chiatto, grosso o grasso; da πλατύς, largo e spazioso.

Ciavarro, il montone; la seconda parte della parola da έῤῥαος, che è montone, cinghiale o verro; la prima parte da χειος, prodigo? — Altri, da κυρηβἀζω, cornibus pugno, por metatesi. Cedraro.

Cìbia, vasca artefatta: da κυβα, tazza per raccogliere gl’infiltramenti di acqua che alimentano la fontana; o da κυβή, capo; perché dessa è il capo al condotto che porta l’acqua alla fontana.

Cìgoli-cìgoli, zufolino di cannuccie, cui i ragazzi dànno fiato la notte di Natale a rendere suono del garrire degli uccelli; da κυγκλος, sorta di uccello.

Cimoliello è il grumolo della lattuca, indivia, ecc.; da κῦμα e κύημα, frutto nel corpo materno.

Coccìa. Il giorno 1° di maggio in molti paesi si fa minestra d’ogni sorta chicchi, grano, fagioli, fave ed altre civaie cotte insieme, e si ministra ai poveri, che vengono a chiederla, cotta e condita. Questa è la «coccìa» da κόκκος, granello.1

Còcola, la palla giuoco, e le gallozzole all’albero; dalla stessa parola κύκλος.

Cocozza, zucca; forma più prossima da σογκος, zucca (metatesi chogsos, e chogosos).

Còfano, cesto di vimini o simili, più alto di parete che largo; da κόφινος, cesto.

Conessa, scoppio molto rumoroso di petardo, moschetto, ecc.; da κόναβις, strepito o suono.

Corpone, quella parte della camicia che dal seno scende alle gambe; da κολπος, seno o grembo.

Cottonèra, la veste della donna del popolo; è di pannolano, meno che in qualche paese verso il maro Jonio, ove è di cotone. Da χιτών, ῶνος, che vale tonaca. La parola ὀθόνη è data nei vocabolari per un pezzo di tela, lenzuolo, tovagliuolo o simili. Nel Syllab. Graec. membran. pag. 80 (documento del 1097), questa parola è tradotta per tunica. Χιτωνάριον è tunicula. (Quindi, riferendomi a questa origine, la cottonera deve essere la seconda sottana delle donne, sulla quale ce n’è un’altra (che poi si rialza per covrire il capo), come nel costume delle donne di Potenza.

Cozzetto, l’occipite; da κοτίδα, accrescitivo di κοτίς, l’occipite. — Dorsa.

Cruopo, letame (a Senise, e altrove) da κόπρος, letame.

Cuclo, chiamano in molti luoghi la schiacciata o focaccia; da κύκλος, circolo, cerchio. — Solimena. — Infatti la focaccia in molti luoghi è a forma di cerchio.

Dare il cottone ad uno, suonarlo in significato di percuoterlo; da κώδων,ωνος , sonaglio; come a dire dargli il sonaglio.

Èncete, a Forenza, per ruggine o rancore vecchio; forse da ἒχθος, inimicizia. — Solimena. — O piuttosto da κότος, che vale vecchia ira.

Enchire, empire; forma più prossima a ἐγῆέω, infondere, versare dentro.

Ermo, luogo deserto, da ἐρημος, deserto.

Fazzatòra, la madia: quasi massatora? da μάσσω, che è anche impastare e μάσσα, pasta.

Femo e Fomiero, il letame; da φύμα, ατος, fimo.

Ficétola, il beccafico, uccello; forma più prossima a συκαλίς, ίδος, il beccafico: per metatesi fìcadolis.

Flaulo, il flauto, forma più prossima ad αυλός, tibia e flauto.

Follone, il covo della lepre; da φωλεός, covo, tana.

Forra, quantità di acqua o di altro liquido che erompe e si versa con impeto; da φορά, che ha pure il significato di movimento rapido, e corso. — Cedraro.

Frattine, luogo intricato di basse macchie e spine; da φρακτός, ovvero luogo chiuso.

Galetta, vaso a doghe di legno con manico, per contenere acqua, diverso di barile; da γαλακτικός, «di latte?» perché forse in origine fu a tale destinazione.

Gattigliare, titillare; da τιλλω, svellere.

Gnutticare, piegare in due o in più, panno od altro: da γνάμπτω, piegare. — Cedraro.

Golluòppolo, impotente, menno, eunuco: da γάλλος, eunuco e πόλος, polledro: in origine: cavallo castrone.

Gorgia, la gola; da γοργύρα, canale.

Grasta, coccio di vaso o che altro frammento di un fittile; da γάστρη, fondo di vaso e vas ventricosum.

Grogna, grosso nicchio marino, da cui si cava un suono cavernoso, e al suono usano di raccogliere nel bosco il branco de’ maiali disperso al pascolo, (altrove tofa - tuba); da γρώνη? caverna; se non piuttosto dal latino cornea, di corno.

’Mbroscinare, avvoltolarsi per terra; da προσκαλιω, avvoltolarsi.

Incamato o ’Ncamato, malsano per vizio organico; da καματηρός, defaticato o misero; e κάματος, malattia.

’Ncasare, premere e calcare, da κασσσιω, ficcare sotto. — Cedraro.

’Nchiemare, imbastire; da in, e ἀκέομαι, rammendare?

’Ncogna, angolo rientrante nella curvatura di due pareti; da γωνια, angolo o luogo nascosto. — Dorsa.

’Ndogne e Indogne, gli ami da poscare, a Saponara: da ἔνθεν, di qua e di là, e δοχμός, curvo, cioè arnese curvo di qua e di là, come l’Ancora.

’Nfanzia, quasi simiglianza; da φανθεις, partic. da φαίνω, apparire. — Cedraro.

’Nfuto, per profondo o molto scavato; forse da βάθος, profondità.

’Ngegnare e Ingegnare, cominciare ad usare una veste e simili, da ἐγκαινζω, rinnovo, ristauro.

’Ntorro, dicono a Saponnra quel ciottolo che sospeso al subbio del telaio, fa da contrappeso al volume dolla tela che si vien tossendo: da ἀντιῤῥοπος, che fa contrappeso.

Iojata, convocio; da ἰωή, clamore. — Cedraro.

Isc’, isci, voce del mulattiere che comanda alla sua bestia di formarsi; da ἲσχω, fermare. — Cedraro.

Iss’-piglia o Aiss’-piglia, voce con che si aizza il cane contro qualcuno; da ἀισσω, venire addosso con impeto.

Iuz, dicono a Forenza, e altrove loz, por indicare alcun che di rugginoso, feccioso o polveroso; da ἰός, ἰοῦ, ruggine. — Solimena.

Làgana, lasagna; da λάγανον, lasagna.

Lamaturo, è il deposito di terriccio o melma che fa ne’ suoi gorghi e alla riva l’acqua corrente; da νάμα, νάματος, corrente d’acqua.

Langella, vaso da tenere acqua; da λάγηνος, orciuolo, ma da vino. Le povere popolazioni migrate da noi, per manco di vino, l’applicarono all’acqua.

Lapazzo, erba a foggia ugnacavallo che viene lungo i corsi d’acqua; da λαπάζω, ammollisco, perché adoperata per ammolliente, come la malva.

La penta, cioè la mano, nel linguaggio affettuoso della madre al bimbo (in Matera); da πέντε, cinque. — Volpe.

Lòllaro, (che altrove è gliògliaro) sciocco; da λολως, stupido, e λωλαρα, stultitia. — Dorsa.

Lontro, pozzanghera, o piccolo stagno di acqua sulla strada; da λοντρόν, che il vocabolario spiega lavacrum, acqua in cui si bagna, ed acqua torbida.

Macàri Dio! esclamazione e voto; da μάκαρ, αρος, beato.

Malloni di lino; da ἂμαλλα, ης, manipolo.

Màngano, la maciulla; da μάγγανον, macchina bellica; la maciulla era la macchina per eccellenza ai poveri coloni. Di qua: il «mangone» ordigno di legno a triangolo che si fa passare intorno al collo del maiale, perché esso sia impedito a mettersi per gli sdruciti della siepe che chiude l’orto.

Mànnera, è la mandra o recinto, per lo più scoperto, accanto alla masseria, ove pernotta il gregge; da μάνδρα, stalla o spelonca.

Mantèca, è il burro chiuso in una scorza indurita di formaggio; da μανδάκη, cuoio o scorza.

Mara me! esclamazione di danno o malanno; da ἀμοιρημα, disgrazia.

Màrtora, in certi luoghi è la madia; da μάκτρα, la madia.

Maruca, la lumaca. Se non si ha da preferire la metatesi rumaca, verrebbe da νάρκη, torpore, o μάλκη, freddo che intorpidisce.

Matassa, di seta, o cotone, o filo; da μέταξα, che è serico.

Matrèia, madrigna; forma più prossima a ματρυιά, madrigna.

Màttoli di bambagia; da εἲλημα, ατος, per metatesi matoele, involto. — Cedraro.

Matuntato e ammatuntato, per ammaccato, pestato, specie delle frutta; da μάττω, per μάσσω, che vale comprimere o stringere.

Menare, comunissimo por lanciare, gittare. — «Potrebbe avere un riscontro di origine in άμύνω, respingere, allontanare». — Solimena.

Mischino, in significato di piccolo e gramo; da ἰσχνός, magro e gracile; per protesi ischinos.

Mesciaruolo, il fungo prugnolo; da μὺκης, fungo, con la desinenza italiana diminutiva nolo.

Mollìca, il midollo del pane; da μαλακός, molle.

Montone, mucchio (acervus); da θημῶν, mucchio, per metatesi. Montone come aumentativo di monte sarebbe illogico.

Morra di pecore, porzione o branco di pecore o altri animali gregarii quanti ne può menare e custodire un solo pastore col suo garzoncello; da μοῖρα, parte.

Moscariello (in Saponara), vezzeggiativo di compassione ai bimbi; da μόσχος, ramo tenero, o germe novello.

Musco è l’omero; da μασχάλη, ascella.

Naca o nacare, culla e cullare. Anziché metatesi di cuna, viene direttamente da νάκη, pelle col vello, perché questa deve essere stata la prima cuna.

Onghiare, gonfiare; forma più prossima a ὀγκόω, io gonfio, o ὂγκος, tumore.

Orgiante, dicono di donna petulante a male parole e manesca; da ὀργίζω, provoco a sdegno, e ὀργή, ira.

Òrio òrio, (avverbiale) per ramingo, errabondo, quasi profugo; da ἀόρατος, invisibile, o ἀορὶα, tenebre? quasi andare pel buio, come i profughi.

Paccone, in pera paccone, specie di pera dalla molta, ma non delicata polpa; da παχύς, grasso e paffuto. — Dorsa.

Paraciello è il piccolo abituro fatto al maiale, a parete di stecconi o anche a muro, ma sempre accosto alla casa della massaia o padrona; da παροικέω, abito dappresso, o παροικία, dimora.

Pazziare, per divertirsi, scherzare; il gr. ha παιζω (che potrebbe essere metatesi di un primitivo παζιω, giuocare, scherzare, burlare). — Solimena.

Pecce, pane succonericcio a Saponara; da βέκος, pane.

Pede catapede, piede innanzi piede; da κατά, presso, vicino.

Pegnone, catasta di legna da ardere a forma circolare; da πῆγμα, ammasso di legna.

Pellusiello, dicono i pastori di quella specie di latte rappreso, o cacio recente, che si fa raccogliendo tutti i rimasugli del latte rappreso in fondo alla secchia, e che si manipola a forma di palla; altrimenti detto, se di migliore qualità, casello, piccolo cacio. La radice della parola è in πέλλα, secchia ove si munge; e il resto della parola (pella-oso) in ὂψον, companatico, quasi «companatico dato dalla secchia al pastore» come è infatti.

Pelto, folto, come in «bosco pelto»; da πλέτω, riempio, o πλῆθω, abbondo.

Peperito, fungo dal sapore pizzicante del pepo; da πέπερι, εως, pepe.

Perna, ammasso, a forma di piramide, di rami in frasche da servire da foraggio agli animali nel tempo dall’inverno; da ἒρνος, ramo.

Pernecocca, pianta e frutto dell’albicocca, o albercocco; da ἒρνος, ramo, e κόκκος, cocola.

Perone, chiodo grosso col capo ricurvo, ad uso di appiccare o fermare alcun che; da περόνη, fermaglio: περῶ, ponetrare, forare.

Pilucca, la parrucca; forma più prossima πλόκος, capello ritorto, o riccio.

Pinsone o Panzone, il fringuello: da σπίνος, il fringuello, per metatesi pinsos.

Pìpeli, i fiorì (in Avigliano); da παιπάλη, che è fior di farina.

Pizziddo, osso a…, è il malleolo; diminutivo di πεξα, malleolo.

Pizzillo, merletto a trina, in genere; da πεζις, ιδος, frangia od orlo.

Pizzo, (all ’mpizzo, in pizzo), estremità, orlo; da πέζα, orlo e margine.

Pràscini, le frutta del pero selvatico; forse a causa del colore e della piccolezza sua; da πράσινος, di porro.

Pruna, albero e frutto del prugno; da προύνη, prugna.

Quatrara, giovinetta nubile. Forse da κόρη, fanciulla, e τᾶλις, donzella nubile: coretalis, e per metatesi e aferesi coetrala?

Ràcana, per disprezzo, stoffa d’infima qualità; da ῥάκος, cencio, e ῥάκα, veste lacera.

Ràdica è la radice; forma più prossima a ῥάκις, ιδος, ramo; per metatesi ràdocis.

Ranfe, e altrove granfe, artigli degli animali; da ῥάμφος, che però è rostro.

Rasco, rascagno e rascare, sgraffio o graffiare; da σχάω, scalfire; la sillaba re indica la ripetizione.

Rima, corrente del fiume prosso alla riva; da ρῦμα e ρεῦμα, corrente.

Riotta, strepito con rissa e tumulto; da ῥοχθέω, strepito, e ῥόθος, strepito e tumulto.

Roagno o rovagno, vaso in generale, piuttosto piccolo che grande; da ὀργάνιον, che il vocabolario traduce piccola macchina o strumento. E, in genere, un arnese qualsiasi, come il «roagno» un recipiente qualsiasi.

Romato è letame; da λῦμα, ατος, mondiglia, immondezza.

Ronciglio, ronca piccola e ricurva; da ἀγκύλος, curvo e adunco; ronca - ancilos.

Rosicare, rosicchiare, e mangiando cose dure; da βρώσκω, mangio e rumino; per protesi berosco.

Rùmmolo, ciottolo, ovvero pietra arrotondata; da ῥόμβος, figura geometrica non solo romboidale, ma che abbia del rotondo. — Dorsa.

Salamorra, la salamoia; forma più prossima a ἁλμυρίς, salamoia.

Salecrega (ad Armento) la lucertola. La prima parte della parola è contrazione di σαῦρα, lucertola (σαυ = sal); la seconda è metatesi di κέγχρος (chregos), che vale grano di miglio e, inoltre, serpens quidam, qui quasi milii granis conspersus est, che è propriamento il ramarro, quel lucertolone di un verde chiaro, sparso e brizzolato di punti neri o bigi, quasi di miglio.

Salma, soma; forma più prossima a σάγμα, soma.

Sarciùta di mazzate, una buona dose di bastonate; da σαρκαξω, strappar le carni, lacerare le carni.

Sauredda, lucertola in parecchi paesi, che altrove è caramusa; da σαῦρα, lucertola, con la terminazione diminutiva italica.

Scàffia: 1º testo, in cui si pianta l’erba odorifera sul davanzale della finestra; 2º piccoli ripiani di terra, listati intorno da mattoni o altro per piantare erbe mangereccie; da σκαφή, barchetta e fossa.

Scalandrone, lunga pertica con piuoli di traverso a uso scala per montare sull’albero a cogliere frutta: dal tema che segue.

Scaliere, spregiativo detto a persona alta e secca; da σκάλις, ιδος, pertica e palo.

Scaliero, foglia del carciofo delle più tenere che si usa mangiare crude: da σκόλυμος, carciofo.

Scanare la pasta, è manipolarla per renderla dura o raffrenarla dallo stato liquido al molle, dal molle al duriccio; da ἰσχανάω, raffreno.

Scanata è la pagnotta di pasta (già cotta) di due «rotoli» e mezzo per lo più; dallo stesso tema. In origine: porzione di pasta raffrenata.

Scaponare e scerponare la terra, dicono gli agricoltori di un lavoro di zappa profondo, e che rompe le zolle. Le due parole (che non sono perfettamente sinonime) derivano una da σκαπάνη, che è zappa e cavamento, e l’altra da σκεπαρνίζω, che è percuotere di scure, e, per analogia, fendere la terra con la zappa di un lavoro profondo.

Scarapazzo, un ceffone; da κάρα, capo, e pactum, da pangere, conficcato (pangere oscula).

Scarare, pulire il capo ai fanciulli con pettine fitto, che è detto scaraturo, dallo stesso precedente tema, quasi ex-cara-re.

Scarazzo, recinto coperto per chiudervi il gregge; da σκιαρός, ombroso o coperto, e jactum, da jaceo, giacere; onde: agghiaccio coperto.

Scarcella, forma di fichi secchi contesti a foggia di piramide o romboidale: da συκάς, fico, e ἀργεινος, bianco. Quelle appunto più fine e pregiate sono di fichi che, rimondati dalla buccia o curati, imbiancano o candiscono al sereno

Scattone, piatto largo e fòndo; da σκάπτω, scavare?

Sceniflegio, cosa malconcia da violenze e battiture, o l’atto plesso; da αἰνοπλήξ, ῆγος, che gravemente percuote.

Sceppare, strappare con impeto; da σκήπτω, scaglio con impeto.

Scherda, lisca o piccola tacca di legno pungente; da ἀχερδος, spina.

Schima, vento freddo e asciutto che accenna a neve prossima; da χεῖμα, inverno e tempesta.

Schimato, dicono dell’albero con spaccatura; da σχίσμα, fessura, e σχίζω, fendo.

Schizza, goccia o stilla, di un liquido, sia vino, acqua o fango; da σχίζα, piccolo pezzo, ma di legno? Di qua anche Stizza? che vale stilla.

Scibbia, gangheri delle imposte; da ἲσχω, ritengo; o piuttosto dal latino scipio, -onis, sostegno?

Scisciare o sciescio, stracciare e laceratura; da σχιζω, lacerare.

Scoitato, senza pensiero, e celibe. Senza pensiero dal latino cogitare; ma celibe da ex e ἀκοίτης, moglie.

Scopino, sacchetto di cuoio da conservarvi monete, ed anche per portarvi il latte; da ἀσκοπήρα, sacco di cuoio.

Serrentella, vento secco e sottile; da σείρω e σειραίνω, seccare, e ἂημι, soffiare.

Serrone o serrazzone, forte brinata (a Saponara) che secca i teneri germogli; dallo stesso tema.

Seta o setella, staccio fino; forma più prossima a σήδω, crivello e vaglio.

Sfizio, desiderio intenso (levarsi lo sfizio); da σφύζω, desiderare con ardore.

Sima, cicatrice; da σῆμα, segno. — Dorea.

Sìrico è il baco filugello; da άσίρακος, sorta di locusta.

Smorfia, faccia o tipo deforme; da δυσμορφία, deformità.

Spara, il cércine, che è fatto di un pannolino bislungo piegato e ravvolgentesi a circolo; da σπάργανον, fascia.

Spàtola, la scotola del linaio; da σπαθη, spatola.

Spellecchione, parola d’ingiuria e spregiativa; da σπέλεθος, escremento.

Spurìa, (a Castelluccio o altri paesi più prossimi alle Calabrie), «zona o porca che si apre fra due solchi per regolarvi il getto della semente»; da σπόρος, seminagione.

Ssitt, grido del pastore per menare innanzi raccolte le capre, e Scitt, grido della massaia che caccia via dalla cucina i gatti; da σίττα, che è grido de’ pastori per chiamare le pecore, o da σιτίζω, pascere.

Statera, stadera; forma più prossima a σταθηρός, stabile e fermo.

Staurieddo è (in Saponara) il piccolo abituro del maiale, costrutto specialmente di pali e legni connessi; da σταυρός, palo acuto ed eretto. Altrove è detto zaccaniello, dalla stessa ragione etimologica. V. zaccano o paracieddo.

Sterpa, pecora sterile, e

Sterpone, albero invecchiato, senza rami, e però infruttuoso; da στέριφος, infruttifero.

Straccie, pezzi di mattoni o di pietre stiacciate, con i quali giuocano al gioco delle straccie, ital. stiaccio. Forma più prossima al ὀστράκινος, che è di terra cotta.

Strambo, storto di cervello, o degli occhi; da στραβος, strambo, e στραγγός, guercio.

Strangula-prèviti, sorta di pasta casalinga tagliata a foggia di gnocchi; altrove detti cavatelli,perché cavati con i tre diti medii della mano (epperò altrove vengono detti Triscilli = tresdigiti). Il signor Cedraro ne dà la derivazione στρωγγύλος, rotondo e πριθείς, tagliato. Anche «maccaroni» (alla cui specie appartengono i suddetti) è dal greco μακρός, lungo, e per epentesi μακαρός, e vuol dire pasta lunga.

Strifelare, «per istorcere», disfare l’ordito: da στρέφω, volgere, curvare, torcere, passato in significato negativo per analogia all’s privativa. - Solimena

Strìfoli, cenci pendenti dal lembo del panno consunto; da τρύφος, pezzi o rimasugli.

Struòffoli, pasta dolciata, tagliata a foggia di grossi gnocchi e fritta all’olio; da στρόφη, volgimento, perché invero è pozzo di pasta avvoltolata.

Struòmmolo, trottola; da στρόμβος, trottola.

Stufare il panno, dicono del pannolano che si mette aIl’azione dei vapori dell’acqua bollente; da τύφω, affumicare.

Succisso, (a Castelluccio), l’edera; da κισσός, edera.

Suzo, chiamano a Forenza una conserva di carne sotto aceto; da σώζω, salvare, conservare, custodire. — Solimena.

Tallo, il tenero germoglio della indivia, della zucchetta; da θαλλός, germoglio.

Tann’, per «allora» è comunissimo. «Forse da ὂταν, allorché, quando». — Solimena.

Tappine, pianelle di infima qualità; da ταπεινός, umile e basso? (sottint. scarpa).

Tarascone, sorta di ballo oggi in disuso; da θρώσκω, saltare?

Taròcciola, carrucola; da τροχιλιον, carrucola.

Tattarielli, pianticella parietaria, le cui foglioline rotonde sembrano tritate a pezzettini; da ἀττάραγοι, bricioli di pane. Altrove «tattarielli» sono le paste tritate minutamente o grattugiato o cotte in brodo.

Traccheggiare, tenere a bada con pretesti; da τρακτένω, io negozio. — Cedraro.

Tròccola, strumento che rende un ingrato stridore mediante una linguetta di legname che scatta e batte su una rotella dentata mossa da un manubrio: l’usano i ragazzi nella settimana santa in luogo del suono della campana; da κρόταλον, sonaglio, per metatesi: τρόχος è ruota.

Trofa, la ceppaia del castagno ricca di più fusti o polloni; da τρέφω, nudrico; quasi la nutrice del castagno.

Tumpagno, fòndo della botte e del barile; da τύμπανος, tamburo, alla di cui forma somiglia il tumpagno.

Tuppe tuppe, frase onomatopeica che significa il battere alla porta; da τύπτω, battere.

Turso, tòrsolo o fusto, specie del cavolo con o senza qualche foglia d’intorno; da θύρσος, asta con fronda di erba.

Tuttofare o trozzoliare, bussare la porta; da τρύζω, far rumore.

Ulmo; al gioco del vino dicono restare ulmo, o fare ulmo a quello solo dei giocatori cui si nega il vino, mentre si dà bere a tutti gli altri; forse da ὂλλυμι, perdere, apportare danno? Il signor Cedraro da ἐρημος, privato, isolato.

Ungalo, baccello delle fave fresco e ripieno; da γογγύλη? che però e radice.

Uòsimo, certa specie di odore, specie del latte; da ὀσμή, odore.

Utrio, l’utero della donna; forma più prossima ad ιτριω, basso ventre.

Vallone, fosso stretto e fóndo che è alveo al torrente; da αὐλόν, valle stretta e canale.

Vantèra, grembiale di pelle ai fabbri od altri artefici; da ἀντί, contro e ἒντερα, intestini.

Varàngolo, misura di lunghezza tra l’indice e il pollice distesi; da βραχύς, breve, o ἀγκύλη, cubito, piccolo cubito, ossia piccola misura?

Varo, apertura o squarcio artefatto in mezzo alla siepe; da σπάρασσω, squarciare.

Vettìne, grosso vaso circondato di vimini; da ποτίνη, dello stesso significato.

Viluozzo, è l’uovolo, fungo; da βωλίτης? uovolo, per metatesi bilotto.

Viscìòle, vescichette; diminutivo da φύσκη, vescica. — Cedraro.

Vittìma, per razza, come nella frase: di buona vittìma; da φυτον, pianta e stirpe. — Dorsa.

Vòmmola, vaso di creta dal collo stretto, per trasportare acqua; da βομβύλη, che ha lo stesso significato.

Vramare, voce di fremito o lungo desiderio di certi animali, specie del maiale, diverso dal grugnito; da βριμάομαι, fremere, βρόμος, fragore.

Vròtaco, (a Castelluccio e paesi prossimi alle Calabrie), è la rana; da βάτραχος, che è lo stesso.

Zaccaniello, a Saponara, l’abituro del maiale domestico, fatto di pali; dal tema che segue.

Zàccano, palo o bastone da sostenere le reti; da κάμαξ, palo e pertica; per metatesi xacam e saccam.

Zapòtero (a Saponara), fanchiglia, melma; da σαπρότης, σαπρός, e il comparativo σαπρότερος, fango.

Zeaglia, Iigaccia da calze; da ψαλίον, freno e collare.

Zella, infermità immonda del cranio che cagiona la calvizie; da πτίλος, cui mancano i peli delle palpebre, o da τίλλω, svellere i peli.

Zelone, la testuggine (in certi paesi verso il Jonio); da χελώνη, testuggine.

Zenca, un pezzettino, mi frammento di checché; da ρίσκος, minuzzolo; per metatesi simcos.

Zico, stesso significato; da ψιξ, ψιχός, briciole.

Zìmmaro, il caprone; da χίμαρος, capro.

Zimmìli, sono due sacchi accoppiati a forma di bisaccia, a dosso di asino, per trasportarvi arena, letame, ecc.; da συμπλεκής, connesso e accoppiato, (zimmileci).

Zinno, piccolo; da τυννός, piccolo.

Ziriò, ziriò! voce di allarme del pastore che dà grido per fugare il lupo venuto presso alla mandra; da θερίον, fiera e belva; quasi: il lupo, il lupo! belva per eccellenza.

Ziro, vaso di creta a forma di orcio panciuto, per tenervi olio ed anche vino; da χύτρος, pentola e caldaia? per metatesi chtiros.

Zitella, ancella, serva nubile di casa; da κτητή, l’ancella.

Zito è lo sposo; da ζευκτός, congiunto?

Zivolo, sorta di uccello, della specie de’ passeri; da κίγκλος, uccello?

Zizze, mammelle; da τίτθη, mammelle.

Zoccoletta, pezzo di legno che inchiodato alle due estremità congiunge e tiene fermi due pezzi di legno; e vale anche nottolino; da ζυγόω, congiungere, con la desinenza italiana del diminutivo.

Zòria (a Sapri ed altri paesi del Cilento), giovinetta; da κόρειος, virgineo; e κὸρη, donzella.

NOTE

1. In Calabria si dice Cucìa, e il Borsa spiega: «grano bollito preparalo nel giorno festivo del Santo Patrono del villaggio per distribuirsi ai poveri». Ed aggiunge:

«La parola cucìa in Calabria fu introdotta col rito greco cristiano dai Greci del medio evo, e risponde al κούκια o κούκιον = κύαμος, fava nel linguaggio greco barbaro. L’uso del grano, favee altri legumi bolliti è rito delle feste cristiane de’ Greci; e nel libro delle loro preghiere (εὐχολογιον) vi è la relatica preghiera εὐχή εἰς κοκιν ἅγιον».

PARTE II - La Basilicata

APPENDICE III

SAGGI DEI DIALETTI DELLA PROVINCIA

Nel libro dal titolo I parlari italiani in Certaldo alla festa del V centenario di messer Giovanni Boccacci — Omaggio di Giovanni Papanti,1 vennero raccolti i saggi di 700 dialetti o vernacoli di paesi italici; e non vi mancano i linguaggi stranieri parlati entro la cerchia dell’Italia geografica, e sono l’albanese, l’arabo, il greco, il rumeno-slavo, lo slavo e il tedesco.

I varii e multiplici saggi sono versioni di un unico testo: e questo è la Novella IX della Giornata I del Decamerone di messer Giovanni Boccacci.

In questa preziosa raccolta sono pubblicati, per la provincia di Basilicata, i saggi dei vernacoli di Ferrandina, di Matera, di Melfi, di Moliterno, di San Martino d’Agri, di Saponara, di Senise, di Spinoso, di Tito, e un saggio dell’albanese parlato a Barile.

Della utilità della pubblicazione del Papanti, se qui ne fosse il luogo, sarebbe superfluo il parlare. La filologia e la storia avranno in essa un materiale non pure indispensabile ai confronti, ma necessario alla notizia intima e intera del dialetto, che non si troverebbe raccolto in altra parte. Vero è che la fisonomia del dialetto, l’efficacia sua pittorica, l’atteggiarsi delle sue intime energie, gli scorci della sua sintassi non possono riuscire se non dimezzate o malconcie dai cancelli di una versione. Ma la uniformità del testo era condizione necessaria ai confronti. Quindi, altri ha continuato a seguire la medesima via per aggiungere un ulteriore contributo alla storia dei dialetti; e il signor Mario Mandalari nel libro Canti del popolo Reggiano, ecc. (Napoli, 1881) ha pubblicato della stessa novella, prescelta dal Papanti, le versioni di altri paesi della provincia di Reggio che nella raccolta di questo non erano comprese.

Continuare il lavoro medesimo e aumentarne al più possibile le filamenta era nostro intendimento e proposito, per maggiore sviluppo a quello che fu detto nel capitolo XV di questo volume, e per indispensabile materiale ad uno studio, che l’economia e la natura del nostro lavoro non consentiva più ampio. Giova inoltre raccogliere pei lontani e fissare per gli avvenire studiosi di filologia, le forme e le gradazioni dialettali, che il tempo senza dubbio, anche per esse, verrà, lentamente mutando, e che pel passato, mancando i dati di fatto, non si ha modo di verificare. Ma il disegno non ci è riuscito di delinearlo, se non in brevi proporzioni. Non tutti cui fu richiesto di cortese aiuto, risposero all’opera: la difficoltà di rendere con la grafia dell’italiano suoni che non hanno rispondenza nell’alfabeto italico, scoraggiava molti, che pure erano disposti al promesso concorso. Io spero che altri ripiglierà con migliore successo il disegno, oggi appena sbozzato.

Pubblico qui appresso il materiale raccolto; e non stimo superfluo di aggiungervi anche i saggi compresi nel libro del Papanti,2 sì perché non è agevole di trovare il libro, e perché a mettere insieme quelle simbole dei nostri vernacoli concorsi anche io del mio meglio.

Ho posto di fronte tra loro i parlari dei quattro paesi capiluogo de’ quattro circondarii dalla provincia, perché il confronto ne riesca più agevole. Di tutti e quattro i circondarii sono esempii tra quelli che pubblico: ma è, senza dubbio, deplorevole la mancanza di saggi relativi segnatamente ai paesi prossimi alle Calabrie, e la scarsezza di quelli prossimi al mare Jonio ove fu la sede delle città grecaniche.

La letteratura a stampa de’ nostri vernacoli è assai poca cosa: alcuni canti popolari brevissimi (di cui abbiamo indicato la bibliografia nel capitolo XV, nota 11, e la cui stampa non ebbe a speciale proposito le ragioni filologiche), e alcune composizioni in versi scritti da uomini di lettere: ecco tutto.

Ricorderò tra questi il Saggio di traduzioni e poesie originali in dialetto Materano per Francesco Testa (Matera, tip. di P. Conti, 1872, di pagine 37, in-12º), notevoli per efficacia e spontaneità poetica. Versi in dialetto di Potenza, di Ferrandina e di Avigliano sono pubblicati nella Lucania Letteraria, giornale settimanale di Potenza dell’anno 1885. Nel Cenno storico, ecc. della città di Ferrandina, del canonico Nicola Caputi (Napoli, 1859) è un «Laudo della Madonna» di un poeta del popolo della città; ma in esso il dialetto sente troppo del letterario. In coda all’opuscolo Blanda e Maratea, ricerche storiche per B. Tarantini (Napoli, gennaio 1883, di pagine 62, in-12º) è del vernacolo marateota un dialogo sprizzante di verità. Ultimamente, del dialetto di Rionero ha dato saggi di una verità crudamente viva ed efficace, sia per la forma dialettale, sia pel contenuto della vita del minuto popolo, il prof. Vincenzo Maria Granata, in volumetti di Poesie in dialetto rionerese, stampati dal 1897 al 1900; (Tipogr. Ercolani in Rionero; Liccioni in Melfi; Vecchi in Trani).

Di altri non so.

Il testo della novella del Boccacci, cui si riferiscono le versioni, è questo che segue:

NOVELLA IX DELLA GIORNATA I DEL DECAMERON DI M. GIOVANNI BOCCACCI.

Dico adunque cho ne’ tempi del primo Re di Cipri, dopo il conquisto fatto della Terra Santa da Gottifrè di Buglione, avvenne che una gentil donna di Guascogna in pellegrinaggio andò al Sepolcro, donde tornando, in Cipri arrivata, da alcuni scellerati uomini villanamente fu oltraggiata: di che Ella senza alcuna consolazion dolendosi, pensò d’andarseno a richiamare al Re; ma detto le fu per alcuno che la fatica si perderebbe, perciò che Egli era di sì rimessa vita e da sì poco bene, che, non che Egli l’altrui onte con giustizia vendicasse, anzi infinite con vituperevole viltà, a lui fattene sosteneva; in tanto che chiunque avea cruccio alcuno, quello col fargli alcuna onta o vergogna sfogava. La qual cosa udendo la donna, disperata della vendetta, ad alcuna consolazion della sua noia propose di volere mordere la miseria del detto Re; et andatasene piagnendo davanti a lui, disse: Signor mio, io non vengo nella tua presenza per vendetta che io attenda della ingiuria che m’è stata fatta, ma, in soddisfacimento di quella, ti priego che tu m’insegni come tu sofferi quelle le quali io intendo che ti son fatte, acciò che, da te apparando io possa pazientemente la mia comportare; la quale, sallo Iddio, so io far lo potessi, volentieri ti donerei, poi così buon portatore ne se’.

Il Re, infino allora stato tardo e pigro, quasi dal sonno si risvegliasse, cominciando dalla ingiuria fatta a questa donna, la quale agramente vendicò, rigidissimo persecutore divenne di ciascuno, che, contro all’onore della sua corona, alcuna cosa commettesse da indi innanzi.

POTENZA

Diggio nzomma cca a queddi stascioni de lu primo regnant de Ciprio quann pigliaze la Terra Santa Guttfreu do Buglione, avveneze cca na bona femmena de Quascogna fasceze la fratocchia, e geze a vede lu subbulecro, e quann sene tornaze a Ciprio da cert marranghini, caini barbari, foze sfresara, e iedda piccïann penzaze dde gi a rreclamà a lu regnant; ma uno gni disceze: Clio gni vai a fa? gni perdd li pass, ppecchè iedd sta mmalato e mmalato nnfine, e se nno, senza chiacchere e pataracchiele, t’avvria fatt la grazia e t’avvria trattà ccomm na ranna signora. Ma iedda era testa tosta e ndista, cca javvria ruseà ccu li angali tutt li malann de lu regnant. Ccu lu piccio lu geze a truvà e gni diceze: Maistà, nnun ti viegno a truvà pe grazia du lu schiaff cca aggio autto, ma pe nu cuntento mio mm’ai da dì: ccomm fai tu quann te fann nu curriv, pecchè accuscì m’imparo a fa io pure. Lu sa dommenaddie se lu pozz fa, te darria stu cuore pecchè si nu bon’omo.

Lu regnant cca sino a tanno stascìa sturdure, tutta na vota se struveglia e accommenzaze a dì cca vulia fa la vendetta nica, e la fasceze, e da tanno deveneze comr nu cane arrabbiare, muzzuava quant’ nno gni gienno a pelo. Da tann nno la perdonaze a nisciuno.

ROCCO BRIENZA

LAGONEGRO

Pocca vi vogliu cuntà c’a li tiempi ri lu primu rre ri Ciprr, roppu la véncita fatta ri la Terra Santa ra Guffrè ri Buglioni, succirivu ca na brava signora ri la Guascogna ivu ’mpilligrinaggiu a lu Santu Sibburcu. Ora mo quannu si nni turnava ra dda, arrivata chi fo a Cipru, cetti sciliratuni la ’nzurteriu ri na mala manera. Ri sta ’ngiuria iedda non si nni putïa proprïu cunzulà, e ssi nn’era tanta affesa chi pinzava ri ì a ricorri a lu Rre; ma li ricéru ca iera tiempu pirdutu, piecchè lu Rre iera tantu n’animella e accussì ’nzignificante, chi nun sulu nun castigava l’ingiustizii ri l’àvuti, ma nun s’ncarricava mancu ri li ssubbirienzi chi facïanu a iddu, e nni li faciïanu ca nni li facïanu! e ppi cchessu tutti chiddi chi avïano a ripità quarchi guai, si lu ppagavano cantènnuli nu saccu e mienzu ri corni. La povira signora quannu sintivu accusì, spranzata ri avè giustizia, pi si piglià almenu n’anzonca ri suddispazïoni, pinzavu iedda puru ri ì nnanzi a lu Rre pe li rà na bella murtificazïoni, e accussì feci ca si prisintavu nnant’ a iddu lagrimennu, e li ricivu: Maistà, i nun zo binuta nnanzi a bui pi avè giustizia ri la ’ngiuria chi mmi ann fatta, ca nun bogliu ra nncommitu a 1\ Maistà Bosta; ma si l’Ussignuria mmi vuo’ aiuti senza ntrissïa, ti pregu ri mmi ’mparà a chïcà la groppa comi fai tu quannu ti mancanu ri rispetto, ca accussì quannu mmi l’aggiu mparatu vogliu fà i puru corno fai I’Ussignoria, ca i puru tegnu la croci mia, e ccu ttuttu lu cori ti la cirírrïa a tte, si lu pputessi fa, ca tu li ssai purtà megliu ri me.

Cancaru! ricìvu lu Rre ntra ri iddu, aggiu capito, e non fo cchiù chiddu ri prima, comi si si fossi rivigliato po’, e succirivu ca nun zulamenti castigavu chiddi chi avïanu ’ngiuriatu la signora chi eppi tutta la suddispazioni chi vulivu, quannu ca ra tannu ’mpoi poviri a chiddi chi facïanu ancuna cosa contru a lu Rre.3

GIUSEPPE dott. FIEGO

MICHELE SIERVO

*MELFI

Dunc io dico, ca a lu timpu du lu primo Re de Cipro, dopp la cunquista fatta de la Terra Santa da Gottifré di Buglione, success ca na bella signora de la Uascogna sceze mpilligrinaggio a lu Santo Sebbulico, e tornanno e arruata a Cipri fote da cert’avanzi de galera assai maltrattata. La povera signora se rammaricaze, e le venne mbinsiero di sci a ricorrere a lu Re; ma le foze ditto ca era fatica persa, picchè lu Re non solamente non si ncaricava de ri ngiustizie fatte a l’àute, ma neanche di quere fatte a hisso stesso; e pi quesso chi sceva a ricorrere era trattato male. Sentenno sti cose la signora, penzanno di vennecarsi de r’ uffese ricevute, rimproveranno a lu Re ca no faceva la giustizia, tutta chian’ genno sceze da lu Re, e li disse: «Maiestà, io non zo venuta pi vo’è esse vennicata di ri ngiurie che m’hanno fatto, ma pi sapè come tu faie a soffrì quere ca ti fanno, accussì mparanno io pozzo soffrì la mia; e re sape Gesi Cristo ca io te la darrì a te la ngiuria ch’aggio avuto, na vota ca tu te ripurti nsanta pace».

Lu Re, che era stato sempe linto e rincrisciuso, come se si rivigliasse da lu sunno, accominzai dalla ngiuria fatta a quera signora pi fa vennetta di tutti, e divendaze persicutore fïro di qualunque malitrattamento.

Prof. ABELE MANCINI

*MATERA

Dunch dichit ca a-ri tìmp du prim Rre dë Cipr, dopp ca fu pigghiàt la Terra Sant da Ghilfrêd dè Bigliôn, siccidì ca ’na signiîr dë UaschEgn seì ’mpilliîrinagg ó Subbulc, ed ó riturn, arrivât a Cipr, da cert scillarât d’ûmn fu dë ’nammala maner aggimintât; e dë chessa côs ied nan si pîten dà’ pasc’, pinsò dë scîrs a lagnà ó Rro; ma ’u fo ditt da anchiîn e tânt bûn a niîd, ca nan sulament ca nan castiâv chi gistizîa l’affès dë l’âlt, ma pir ’n abbiîss ca n’eran stàt fàtt ad iîd chi tanta virvegn si ri suquâv; tant ca ciuuch avev chi diîn ’n’ anquiêt, së la siuquâv iîd stess, facenl anchiîn striîd o ni curn. Sintênn la femn chessa côs, disprât ca nan si pitêv divinicà’, pi fars paasa’ ’nzicli u cancr, si mittì ’ncâp dë vilè’ sci’ a pong’ cûr mischin du Rre; e vinît chiangên ’nnant ad iîd, diss: «Signôr mi, i’ nan vegn ’nanz’ a têch pîd avè’ vindêtt dë la ’ngiuriî ci m’è stât fâtt a mêch, ma pi riparà’ a ched ti preî ca ti mî mmizzass cóm suffr ti chír ca i’ sent ca so stát fâtt a têch, pirciè ca ’mparann da têch, i’ pitêsz ’mpacienz siffrì’ la me: ca, Crist u i sàp, ci i’ la pitêss fa’, chi tutt’u chêr të la dariî, pirciè ti si’ tant bûn a siffrirl».

U Rre, ca era stât finch a tan côm ’ni mavlôn, côm ci si rivigghiass d’ó sunn, acchiminzân dall’affês ca era stât fâtt a chessa femn, ca pe iîd divinicò côm si dêv, si fêsc ’nu quân arraggiàt chi dognîn ca ’ncontr’ a-r’ anôr dë la crêna so’ anchiîna côs facess da cûr mëmênt.4

Prof. GIUSEPPE RUGGERI

RIONERO

DunC’avita sapè ch’ai tiemp d’ lu prime Rrè di Cipre, ropp la conquiste d’ la Terra Sant, fatt da Luffrere lu Buglione, jé succiess ca na giuntilironn di Uascogne jè sciut’impilligrinagge a lu Sant Suburc, e turnann ra ddà, arruat a Cipre, da zerte sciullirate jè state ’mbamament’assunurate. Di sta mal’azione, la puvredd, lamintannese senza nisciuna consulazione, avïa pinzate ri scï a ricorr ndò lu Rrè; ma ’nc’ è state chi l’ave ritt ca ’ngi pirdìa gli pass e ri fatighe, picchè quìri minave na vit’ accusì stracurate, ca nunn’ era buone nè ppi Dïe nè ppi lu munn, e ppiqquess nun sule nun s’incaricave di rivinnicà cu giustizie ri ’ngiurie di glàute, ma n’avïa tante di ri ssoïe, e cumm si niente foss, si ri sucave e citt; fin’ a lu punte ca chiunche tinïe ’ncuorpe nu rispiacere, lu sfugave facenn’ a lu Rrè quarche ’ngiurie o vrigogne. Sintenn sti ccose la Signore, ndisperate ri la minnetto, pi si cunsulà d’ lu rispiacere suïe, have pinzate ri scì a cimintà gli guaïe d’ lu stess Rrè; si ni jè sciute chiangenn nnant’a Idd, e have ritt: Maistà, ïe nummengh’ a la priseuza toïe pi la minnett ch’aspittave d’ la ’ngiurie chi m’hann fatt, ma pi na certa quere, ti preghe d’inzingarme cumm fai Assignirïe pi suffrì quèrie che, cumm’ àgge ’ntìse, ti fann’ a ttè, picchè, ’mparanne da lussignirïe, ïe pozz cu cchiù paciènz suppurtà la mïe, che Die ri ssape, si ri putess fa, cu tutt lu core te la rialarrïe, na vote ch’assignirïe accusì bell ri ssàie tullirà.

Lu Rrè, fin’a tann ’ndifierent e mùscie, cumm si s’arrivigliass da lu suonn, accumenzànn da la ’ngiuria fatt’ a quera fèmene, ch’ave pròprie a la crurele rivinnicate, jè rivinntate pirsicutore senza misiricòrdie ri tutte quìrie che contr’ a l’unore d’ la crona soïe, ’naquarche ccos’ avèssene fatt dà quire mument ’mpoi.5

GIOVANNI PLASTINO

AVIGLIANO

Lu fatte ja quisse. A tiempo ri lu prime Rignante ri Cipre, roppo che Uffrere ri Buglione sciuppava ra minane agli Turchi la Terra Sante, succerive, che na Signora granne ri la Uascogne, scive ra pellegrine a bisità lu Sebburche ri nostre Signore, e a ru menì a n’acqua, arruata a Cipre, si la pigliarue gli male vivente, e te la sbruugnarne. L’assicchianate! tante ri la pena granne, nu se putije cunsulà: glie venne ncape re sci a ricorro a lu Rre: ma avènnele quaccherune ritte, che era tiempe perse, e che nu nce avirrie accansate niente, perché lu Rre era nu mingharile e buone a niente: che nunn’ avrie barate a fa la vinnette pe re ’ngiurìe fatte aglie àute, e ra vilacchione che era, nun s’incaricaie manche re ri come soie, e re gli strire fatte a hidde stesse! vire quante che se ancune avie quacche ndregne ra luarse, sope a hidde sfuquaie la raggia soie re tutte manere, e te la facie stoppe! La povra Signora, sentuta accussì, e perse ogni spranze re avè la giustizie, po sfuguà la pena soie, pinsava ri fa na scola granna-granne a Iu Rre e chiagnenne a stuozze re lagreme quanto nu pugne si presentave ra hidde e gli resse: Maiestate! vanghe a trovi la pirsona toje non po avè la vennette re tante strire che me hanne fatte, ma aimene pe na certe surisfazione ti preghe a nsengarme cume scumpuorte tu quedde cose che te so fatte, e che hije sola cumprenne, e accussì mparanno ra te, putesse cu la pacienzie scumpurtà la sorta mie buzzerata! Ssà grazie aimene mi la puoje fa: ja cose, che se putesse, re sape Die, ti runarrie cu tutte roie re mane, pecche tu si accussì pacientuse.

Lu Rre che fine a tanne nu s’era ncarecate re niente, manche pe suonne, pigliave a piette a fa la vennette ri tante purquarie fatte a la Signora; e ra tanne npoie mintive nu regore granne pe chi facesse cose ncontra l’unore ri la crona soie.6

MARCO SABBIA

*TITO

Divu dònca, ca a li tempi de lu prìmu Rè dè Cipru, dòoppo ca fo conguistàda la Terra Santa da Guffrè dè Buglione, succedè ca ’na gentili donna dè Guascogna gè ’mpellegrenàggiu a lu Sebbùlcru, dònne mente ca turnava, venùda a Cipru, da certa mala gente fo senza criànza sbròugnàda: pè quèssu ègghda ’ntravagliàda sceppànnese li cavègli, penzò dè gì a lagnarse ’nfàccia a lu Rè; ma gne dèssero cèrte persone ca gn’avrìa perdù li passi e le parole, pecchè quègghdu menava ’na vita accuscì meschina, e senza fà bè a nisciuni, ca non divu ca ègghdu vulesse vennecà li guài dè ghd’ ati, ma ’mmòco assài affése ca gne fasciènu cò sbreugnàdu scaacciù se tenìa: ’mpirò chicionca avìa ’nu travàglia, cu ’nsultàrlu e ngiuriàrlu la rràbbia sfuhàva. Quèssu sontènnu la fèmmena, desperàda dè se la rrènne, pè ’nu sfiziu a consularse dè lu travàgliu ca avìa patù, crenzò dè vulè pônge stu Rè meschinu; e se ne gè tutta chiangènnu ’nanci a lu Rè, e dèsse: «Signore miu, jè non so menù qui ’nfaccia a tti pè vèndecarme l’affèsa, ca m’ è stà fàtta; ma sibbè, ’mmece pè pahàrme la spesa, te prèhu ca tu me ’mparasse còmme fài a supportà quell’affese, ca sèntu di’ ca te fànnu; azzò ca ju ’mparànnu da tti, pudesse cu paciénza tenèrme lu travàgliu miu ca jè, Diù lu sa, si non te vurrìa rrialà, si se pudèsse, pecchè accuscì si’ bònu a suppurarli».

Lu Rè, ca sinu a tànnu se n’ iera sta scurdadu e scelòsu, comma se se scetàsse da lu sonnu, accommenzànne da la ’ngiuria fasciùda a sta fèmmena, ca senza sparàgnu fèze pahà, deventò terribbele, e persecutò chicionca, pè fà briògna a la curòna sòva, ’nquàcche mala azzione fascèsse da tànnu ’mpoi.

Sac. Prof. GIUSEPPE SPERA

VIGGIANO

A li riempi di lu primu Rei di Cipri, doppe la vincita di la Tierra Santa fiatta pi Guffrero di Buglione, accarette che na gentildonna di Guascogna scette a lu Sipiulcro pi nu vioto, e cumo a Cipri arrivette, di riturn’, fu trop malitrattata da li birbanti. Chiangìhi, chiangìhi, ma visto che iera tiempi perdiuto, a lu Rei si ni scette pi l’hà cusà. Ma li fu riutto7 cà non ci avria niente conchiuso; cà lu piovero tartiufo ni suffria chiù di tiutt, senza mennetta piglià. E la pobra ronna si crirett dispirata; a lu Rei si ni scetto chiangenno, nu p’ avè giustizia, ma pi lu firì. Cume arrivette alla presenzia siua, li ricette: Nu biengo pà cusà chiuri8 chi mian9 fatt male, ma pi sapè cume fai pi li siupportà, azzocchè mi pioz rigulà. E oh! si piutessi rialarti ciocchi mian riata,10 chà tu bin l’accittirissi; lu fiarria cu tutti chïore.11

Lu Rei rurmiglïuso paret chà ra lu sunno si scitesse, e la ngiuria vindichette, e pirsichiutori12 si facette di quianti la sua curona di Rei li spiurcassero.

Canon. F. P. CAPUTI

*SAPONARA DI GRUMENTO

’Nzomma rico c’ ai tiemp’ r ’u primo Rè ri Cipre, rop’ r’ ’a vèncita re Terra Sant’ fatt’ ra ’Uffrere Buglione, accari-e che ’na gintlronna ri Guascogna scì-e ’mpilgrinaggio a ’u Sant’ Saburch’; e, turnènn’, arvàt’ a Cipre, ra cert’uomnn’ scilrati fu mùlito malitrattata, e pi’ quis’ iedda fort’addulurata pinzaie ri sci’ nd’ ’u Rè a fa’ lagnanz’; ma li fo ditt’ che nci perdirïa li prate,13 pi’ che id’ iera ’nu taba-taba, che non sulo nu’ pigliava giusta mnetta, ma mulit’ aute affese suffrïa; e quan’uno nci ’a portava cu’ id’, cu’ fari’ ’nu riscpiett’ ss’ ’a facïa passi’. Sintènn’ quist’ quedda ronna, e nu’ putènn’ fa’ ’nu scfoco, se pose ’ncapo ri menarl’ a cucca.14 Corsa chiangenn’ a id’, rèss’: «Maiestà, i’ nu’ bonch’ a presenza vost’ pi’ me rènn’ ’a pariglia, ma vurrïa sapè’ cum’ facite vui quan’ vi fann’ ’n’affesa, pi’ chè putess’ suffrì’ ’a mia. E che nu’ farla pi’ vi potè runà questa fatt’ a mi, pinzan’, come ’a gente rice, che vui ne nzaccate tant’…?!»

’U Rè fin’ a tan’ stato ’nu patatucco, come se fòss’ rivgliato ra lu suònn’, cumzènn’ r’ ’a’ ngiuria fatt’ a ’sta ronna, ch’ ’a fece pagà’ cara, pigliae a persicutà’ la gent’, che contro l’unore ri la crona ssua ancuna cosa cumttess’ da osci ’nnant’.

Canon. F.P. CAPUTI

*MOLITERNO

Duncch’ vogliu cuntà, ca li tiempi ri lu primu Rre di Cipru, roppu chi Gruffeu ri Buglioni si feci patroni ri la Terra Santa, ’na signora, gintilironna ri la Guascogna, ’scivu ’mpilligrinaggiu a lu Santu Sibburcu ’u Gierusalemmi; e quannu fo a lu rituornu, passavu pi Cipru, e ddà certi sbrihugnati sfurcati I… li liveru l’unori. La puviredda mo’, chi pi’ st’affrontu rava ri cap’ a li mmura, pinsavu ri si riprisintà’ a lu Rre, a circà’ giustizia; ma li rèssiru ch’era tiempu pirdutu, picché chiddu Rre iera homu roboli e bilacchioni, chi nun sulu nu’ barav’ a pinisci cu’ la leggi li tuorti chi unu facìa a ’n autu, ma a iddu stessu nni li facìanu ’mpinìti ogni ghiuornu, e si li gnuccava cummu ’nu tabaranu; e tantu chi chiunch avìa quarch’ zirra o aucunu càncaru pi’ la capu si li ffacì passà’ sopra ri iddu, a botti’ r’ affrunti e brihogni chi li cantava. Chedda signora sintennu ’sti ccosi, pirdivu la spiranza ri fa’ vinnetta, e quasi pi’ si cunsulà ri lu guai suu, si posi ’ncapu ri ’sci a minà’ iedda puru ’nu picca ri burla a lu Rre. E ’nu iuornu si nci riprisintavu tutta chiangennu, e li ressi: «Maistà, ie nun so’ binuta pi circà’ vinnetta ri lu rannu chi mm’ è succiesu, ma sulu pi’ ’na certa suddisfazioni, vi prehu ri mmi ’mparà’ cumm’ faciti vui a suppurtà’ l’affesi chi mmi rìcinu cala genti vi faci, acciocca pozza puru i’, cu’ l’esempiu vuostu, apprenni’ a suppurtà’ cu’ pacienza la risgrazia mia, chi, Diu lu sapi, cu’ cchi ccori nni farrìa ’nu riali a bui si lu pputessi, ca sacciu cumm’ sai abbuttà».

Lu Rre, chi fignu a tannu iera statu ’nu ntim-ntam, a ccheddi pparoli, cumm’ si fossi ruvigliayu ra ’nu suonnu, accuminzavu prima a castigà’ ri ’na manera tirribuli chiddi ch’ aviano sbrihugnata la gintilironna, e pò’ rivintava ’nu firoci contra a tutti chiddi chi ra tannu ’mpoi avessiru sparlatu o affisu l’unori suu e de lu tronu.15

FERDIN. CALABRÒ

*SPINOSO

A li riempi ru primi Re ri Cipro, rop che Guffrore ri Buglione ss’impatrunivi ra Terra Santa, success’, ca ’na bella giovine ri ’nu paisi chiamato Gascogna scive a bisità’ ’u subburc, e ’ò rituorn’, cum’ arrivave a Cipro, venn sbriuguata ra certi pirsuni scilirati. ’A puviredda, scippannisi ’a faccia, nu’ ’nsinnì putia cunsulà, e pinsavi ri ’sci’ a ricorre’ ’ó Re; ma lle fu ditt’ ra uno, ca nci avirrìa pirduti li passi, piccì chid’iera tant buono, ca nun sulamente facìa ponte e passa sopa li mmancanze suffert’ ra l’ate pirsoni chi ne vuliene giustizia; ma si facìa piscià’ ’nfaccia, pi’ dici accussì, ra vere minchione; e pi’ chiss, civonga avìa ’n’ affronte, pi’ dispiett circava r’ ’u ’scì a sfugà cu’ cantarli li calenn’ ’ncasa sua. Chedda puviredda, sintenn’ chist’, cchiù ss’arrabbiave, piccì nni vulìa vinnetta, e risulvivi r’ ’a sfugà’ cu’ gì’ a ghirrà’ nnanzo ’u Re; e chiangenn’ chiangenn’ abberamente ’ngi ’scìv’ e li ress: «Maistà, i’ nu’ begni ’nnanzi a te p’ avè’ vinnetta r’ ’u sbriuogno ch’ haggio avuto; ma pi’ mmi ni pirsuarisci, fammi ’nu piacere, rìcimi cam’ ti firi ri sustantà’ tante mancanze che ti so state fatte e che vurrìa ti facessene, pi putè’ i’ gliott’ cu’ pacienza ’u vilene ri ’sta risgrazia ch’haggio avuto; ca, ’u ccanosce Dio, ca si putess’, ’a riallirìa a te ca ti la firi ri parìa’».

’U Re fine a tann iera stato buono e caro, e, cum’ si foss rivigliato r ’ô suonn, nun si firave cchiù r’ abbuttà’; e, ra cci sintive ’u fatt ri chedda femmina, pi si nni rivinnicà’, rivintave ’nu cane arrabbiato, o rett ordini, «ca civonga ra tan ’mpoi avess fatt’ ’na mancanza a Maistà ssua, avrìa avuto ’nu buono rupuIone ri si n’ arricurda’ pi’ cchiù dì ’nu iuorno».16

V. DEL GIUDICE

*SAN MARTINO D’AGRI

A li tiempi di lu primo Re di Cipri, dopo la conquista fatta di la Terra Santa da Gottifrè di Buglione, accadive ca ’na gentildonna di Guascogna scive pi divuzione a lu Sant Siburch, e quanne si ni turnau, da certi ’nfami assassini fo malitrattata. ledda ni rumase assai conturbata, e pensau di sci’ a farne ricurso a lu Re; ma certe pirsune li dissene ca jera tiempo perduto, e che non avirrìa cacciato niente, ca lu Re non s’intricava di li disgrazie di li poveri mbelici, mmece protiggìa li mariuoli, l’assassini e li ’nfami. Sintenne chist la povera disgraziata femmina, pi gulisci di vinnetta, e pi sfucà la bila da lu stummco suio, si mese ’ncapo di sci’ a dì quat friz proprio a lu Re pi lu suio male guverno; e chiangenne si presentaje a id, e li des: «Maiestà, i so binuta qua nu’ picchè mi aspetto vinnetta di l’affesa che mi hanno fatto, gnernò, nu’iè chisto chi voglio da ussignorìa. I so binuta a darti ’nu prighiero: m’haia di’ cumme suffre li mancanze che ti fanno, picchè, pi l’arme di mi sire, io ti vurrìa rialà pure l’affronto fatto a me, se io potesse, mo chi saccio ca tiene la pacienza di Sant Giobbe».

Lu Re, che fino a tann non si jera ’caricato di li bisuogno di la povera gente, e di li supruso che fanno li ricch a li poveri, come se si rivigliasse da lu suonno, accuminzaie da la mancanza fatta a chesta povera femmina, che vinnicau, a jesse lu persicutore di tutti chidde, che facìano male.17

TERESINA DE PIERRO

LAURIA

Dunca dicu ca ntiempu d’u primu Rre di Cipru, doppu d’a conquista d’a Terra Santa fatta da Guttifrè i Bugliuni, succidiu ca na Signura i Guascogna ivi mpilligrinaggiu u Sipulcru, e mentri si nni turnava, arrivata a Cipru fù pigliata a forza e livatu unuri da certi uomini scillirati. Idda nu nsi potti dà paci, e si nn’accurai tantu, chi pinsau di si nni i a lagnà cu Rre; ma li fu ditta da unu ca nci pirdirria a fatiga, picchi Iddu minava na vita tanta arrimisa, e era tantu pocu purtatu a fa beni, chi nu nsulu nu npunìa cu’a giustizia l’affrunti i l’àuti, ma comi nu vilacchiunu, si tinìa puru li tanti e tanti chi li faciènu a iddu stissu, di manèra tale, chi cuiuca avia odiu cu iddu s’u sfucava cu farli quacchi mala crianza o vrigogna. Sintennu quistu a donna, senza speranza i vinnitta, pi ssi cunzulà nu pocu d’u currivu suiu, si misi ncapu i vulì stazzicà a vigliaccaria d‘iu Rre; e arrivata chi fù nnanzi a iddu, chiangennu li dissi: Signuru miu, ïu nn bengu a prisenza toja picchì aspittissi vinnitta d’affruntu chi m’è statu fattu; ma pi nu piaciri, ti preu di mi mparà comi fai tu a suffrì quiddi, chi mi pari ca ti vènunu fatti a ti, picchì, struita da ti, ïu putissi suffrì c’u a santa pacienza affruntu miu, chi si t’u putissi dà puru a ti, Diu sà cu quantu gustu t’u darria, na vota chi tu li sai suppurtà accussì bellu.

U Rre chi finu a tannu era statu musciu o pullitrunu, comi si si riviglissi da dòrmi, accuminzenna d’a ngiurìa fatta a sta fimmina, chi vinnicau amaramenti, si fici u cchiù fieru pirsicuturu di cuiunca cummuttissi, da quiddu juornu npoi, quacchi mancanza cuntra unuri d’a curuna soia.18

GIUSEPPE SCALDAFERRI

RIVELLO

A tiempo do primo Rrè de Cipro, doppo che Guffriedo de Buglione conquestette a Terra Santa, succedette che na genteledonna de Guascogna jette mpelleggrenaggio ò Sepolecro, dònne tornanno fòie malamente nzurtata da ciert’uommene scellerati: de tale cosa essa s’affriggìa e non si potìa consolà, pensette annà a recorrere a o Rrè; ma quaccuno le decette che avria perduta a fatiga, pecchè Isso menava na vita tanta vascia e poca bona, che nnò solo nnò castiava laffrunti fatti all’àuti, ma co’ vregogna soia, ne suppurtava tanti fatti a Isso stisso; de manera cha ognuno c’àvìa quacche nuzzole nganna, sfocava facennole ngiurie e mancanze. À femmene sentenne questo, perdette ogne speranza de vennetta, e pè avè quacche consolazione da pena che sìntìa, pensette de fà na satera a stu citrulo de Rrè; e jutàsene chiangenno nnanzi a Isso, decette: Segnoro mio, nnò vegno a presenzia toia pecchè m’aspetto vennetta da ngiuria ch’aggio avuta, ma ncangio de essa, te prego de m’emparà comme tu suppuorti quelle, che, seconno sente, so’ fatte a ti, azzocchè, mparanno da ti, ije pozza co’ pacienza sopportà à mia, che se potesse, o sa Dio, che te la darrìa co’ tutto o core, pecchè tu si così buono a suppurtà.

O Rrè che nfino à tanno era stato liento o pigro, comme se svegliasse do suonno, comenzette da ngiuria fatta a sta femmena, che venneco’ co’ regore, e d’allora mpoie addivenette n’aspro presacotore de chiunche facesse quacche cosa contro l’onore da corona soia.

GIACOMO BURAGLIA

*SENISE

Dich’ dunch’ di’ a li tiemp’ d’ ’u primo Re ddi Cipr’, dopp’ chi Guffrede di Bugghione s’ebbiti ’mpatrunuto di Terra Santa, accadivit’ che ’na gintilidonna d’ ’a Gascogna iv’ ’impilligrinaggi a lu Sibburche, e a lu rituorno chi faciete, arrivata chi fúdditi a Cipr’, fúdditi cafuniscamente scurnata da zerti sbirruni di strata; e ppi’ ’stu sbriguogn’ idda si affrigieti ’nta l’arma, e pinsave di si n’ ì’ a ricurre adduv’ ’u Re; ma ddi fúdditi ditto da uno cha cci pirdirriet’ ’u tiemp’, ppicchì quiddu Re minàviti ’na vita tanta minnìca, e ghiériti tant’ ’nsignificante, che non sulo non s’incarricàviti di cunnannà ’ppi ghiustizia quiddi chi facìeno male all’aute; ma si sucàviti e citto i corn’ senza cunto chi facìeno a iddo stesso; di manera cha agnauno chi àviete ’nu filatorio, s’ ’a sfunnáviti cu’ iddi, e ’ddi cantàviti i fiest’, cha ierit’ ’nu’ struverio. Quidda signura sintenn’ quiss’, si dispràviti ca non si putiet’ divinnicà’, e ppi’ si sficatà’ ’nu pich’, si risuluviv’ di si n’ ’i a rifilà’ ’u vistitu ’ncuodd’ a quiddu sciuoff’ di Re; e dìttimo fatto si prisintav’ chiangenn’ ’nnant’ a idd’, e dìssiti: «So Maistà, io non bengh’ ’nnant’ a ti a circà vinnitta d’ ’a mancanza che m’è stat’ fatt’, ma ppi’ non ci rista’ curriva, o ppi’ nu sfiziu mio, ti pregh’ di m’imparà’ come ti fìdisi di passà’ ppi’ supa a li malicrianz’ chu ’u prubbich’ dìciti che ti su fatte; ca accussì appuratu ’stu sacreto da te, i’ mi pozz’ pigghià’ ’mpacienza ’a ’ffesa mia; ca, a parlà’ chiar’ si va, si ’i putiss’ com’ azzert’ Dio, cha t’ ’a riallirrìa, ’na vota ch’ ti suóffrisi ’a ’ffruont’ cu tanta civilizza».

’U Re, che fign’ a tann’ iériti stato scuitato e pâriete ’nu ’mbrono, come se si fùssiti rivigghiato da ’nù suonno, si mìsiti ’mpara a fa’ vinnitte tremend’, accumminzanno d’ ’a ’ngiuria fatta a quidda signura; e da tann’ si sbutav’ com’ a ’nu Cap’ Cifr’ cuntra a tutti quiddi chi si arrisicavano du malancà’, e ’di cummitt’ ancuna cosa ’ndissanore d’ ’a crona suia.19

GIUSEPPE FALCONE

MONTALBANO JONICO

Rico ment c’a lì tiemp ru prim_o_ Re di Cipr, ropp’ a cunquist_a_ fatt ra Terr_a_ Sant_a_ ra Gutfree ri Vugghion_i_, ni ven_n_ ca na Signur_a_ ri Guascogn_a_ scì mpielligrinagg a u Sbulc, raddò turnan_n_, arrivat’a Cipr, fu ra ciert nfamacchiun_i_ com’a na viddan_a_ malitrattat_a_: ri cust fatt ied_d_ scunzulat_a_ lagnannis_i_, pinzai_a_ ri scì a ncor_r_ da u Ré, ma li fu ritt ca nci pirdirri_a_ u tiemp, ca idd ier_a_ tant minchiaril_e_ e no bali_a_ a nudd, ca no sul_o_ no sapi_a_ rivinnicà, pi giustizi_a_, l’affise ri l’àut_e_, ma ra sbruvugnat_o_ fitent_e_ si ni surchiav_a_ tant e po tant ca ni facian’a idd stess, ri manor_a_ ca ci avi_a_ na rabbi_a_, sa sfucai_a_ come vuli_a_, dicénnil_e_ ngiuri_e_ e sbruvugnamient_o_. Sintenn sta cosa a Signur_a_, rispirata ca no si puti_a_ rivinnicà, pi sfucà npart a zirr_a_, pinzai_a_ ri pongerl’a u capicierr_o_, e sciùtan_e_ chiangenn nnant’a idd, accussì li ricii_a_: Signor_e_ mi_o_, i no begn_o_ a prisonzia tui_a_ p’avè minnitt_a_ r’angiuri_a_ ca m’aggh’avut_o_, ma nsoddisfazion_e_ ti prei_o_ ri mparà tu com_e_ fa_i_ a suffrì chedd ca i sent ca t’ann fatt, accussì sop_a_ ri te mi pozzo capacità a suppurtà cu pacienza pur’a mi_a_, ca u sape Di_o_, se u putiss fa, pi tutt’ u core ti la darri_a_, virenn ca ni sì tant capac_e_.

U Re ca sin’atann ier_a_ stat_o_ lient e musci_o_, come se si fusse ruvigghiato r’a u suonn_o_, accuminzann r’angiuria fatt a sta femin_a_, c_a_ cu sagn’a l’uocchio rivinnicai_a_, rivenn d_a_ tann npò nu carnett pirsicutore ri chidd ca affìnnien_o_ annor_e_ ra cron_a_ sui_a_.20

Dott. VINCENZO DE LEO

*FERRANDINA

Dich’, dunq’, ca a li tiemp di lu primo Re di Cipri, dopo lu conquist’ di la Terra Santa fatt’ di Gottifrè di Buglion’, successe ca ’na femina, nata bona di Guascogna, scì in pelliirinaggio a lu Sipulcro, daddov’ tornann’, arrivat’ a Cipr, fu fortemente maletrattata da cert’ uomin’ senza cuscienza: di chesta cosa iedda dispiaciut’, senza consolazione, risolvè di scì a fa la quarera a li piedi di lu Re, ma’ li dicerono, ca ’nci perdeva la fatìa, perché trascurat’ non sulamente ca non castiava l’offes’ fatt’ a l’olt’, ma manc’ chedd’ fatt’ a id, anz’ chiunq’ ci portav’ odio, sfucava cu id facennogli onna e vervogna. Chesta cosa sentenn’ la femina, non potenn’ avè la minnett’, pi consolazion’ di lu suo dispiacer’, si mitt’ in cap’ di volè stimilà la ’ndilfferenz’ di lu Re, o scenn’ chiangenn’ innanzi a id, diss’: «Signor’ mio, io non vegno alla presenza toa pi ottennè minnetta di la ’ngiuria ca agh’ avut’, ma pi tenerm’ content’ ti preo ’mpararm’ come suoffr’ chedd’ ca io saccio ca a ti son fatte; acciocché da te ’mparann’, pozza cu pacienz’ suppurtà la mea, la quale, lu sap’ Iddio, se io lu potess’ fa’, con tutto lu core ti perdoneria, perche buon supportatore ne sì».

Lu Re, ca fin’ a tann’ era stato turd’ turd’, come si ruvighiass’ da lu suonn’, cominciann’ da la ’ngiuria fatt’ a chesta femina, ca vinnicò fortemente, divenn’ poi fier’ pirsicutor’ di tutti chidd’ ca pi l’avvenì commettesser’ qualche cos’ contro l’onore di la crona soa.

Canon. NICOLA CAPUTI

MARSICO NUOVO

Richi pocc c’a li tiemp ri lu primu rignant ri Cipri, ropp ca Uffreni ri Vuglioni s’avihi pigliata la Terra Santa, succirihi ca na signora granna ri la Uascogna si nni ihi mpilligrinaggi a lu Sabburc ri Crist. Mo, a lu turnà ci facîa, arrivat’a Cipr, succirihi ca zert brihant la malitratternri na brutta manera. Quera povra signora nu nzi nni putrà cunzulà: vulìa scin ’a ricorr’ addò lu rre, no Ili ricern: Vi ch’è tiemp fors; ca hidd era accussì cinoti, ca si zucava nzanta paci tutti quiri ca faciian ’a hidd proprii: civonca nci l’avrà quacc muzzc, n ’auta manera nu nsi putrà sfucà si nu malitrattànnili: viri mo si putrà ess buoni pi l’ant. Sintenn sta cosa quera nnisgraziata signora, firnihi ri perd tutti li spranzi soi; mme puri, ntrament, pi si nni cunzulà na nzenga, pinzáhi ri nni sci a dici roi a quiru citrulu ri rre. Chiangenn chiangenn pocc si prisintáhi nnanz ’a hidd, e Ili ricihi: Maistà, nu bbeng ddo assigniria ca vogli rinnetta pi quiri ci m’ hani fatt; sulu, pi na cunzulazioni mia, ti preu mparammi cumm fai ssignirìa pi ti zucà tutt quiri ci m ’hani ritt ca ti fácini, mi putess tinè cu na santa paciienza sta ripigrazia mia: accussì ca ti la purtessi ceri, già ca si nu ciucciù accussî babut.

Quiru rre, fin ’a tann accussì babbasoni, cumm si si fossi ruvigliati tann proprii ra lu suonn, accumminzahi ra fa cuntenta la signora, e Ili facíhi rinnetta ri na brutta manera: e ra tann mpoi nu la pirdunahi chiù manc ’a lu Patratern, si quaccaruni nci facia na sbrihugnarìa.

MICHELE G. PASQUARELLI

NOTE

1. Livorno, coi tipi di Francesco Vigo, 1875, di pagine 736, in-8°.

2. Essi, nelle carte che seguono, sono segnati di un asterisco.

3. Nota dei traduttori; — L’i finale, della parola al numero singolare, si trova sempre in luogo dell’e, perché il suono di questa, quando è accentuata, si avvicina più all’i che all’e; anzi si accosta alla pronunzia dell’e muta de’ francesi. — L’o finale di quasi tutte le parole viene trasformato in u. — Ripità… guai: avere un torto, soffrire un dispiacere, quasi ripatire. — ’Ntrissìa, interesse o incommodo. — ri, ra per di, da.

4. Nota del traduttore. L’i nel dialetto materano ha un suono che non si può indicare se non col vivo della voce; e si potrebbe dire che avesse il suono di due i, dei quali il secondo inclina all’u francese; come nella parola egli, che in onore dicesi iid, stringendo un po’ le labbra. L’u italiano è quasi sempre profferito per i, come si sente nel ti pronome, anzi qui solamente l’i ha il suono di perfetto italiano. L’e dialettica, oltre il suono naturale, ha talvolta quello dell’e muta francese; in tal caso fu distinta in questo saggio coi due puntini. L’accento circonflesso segnato sulle vocali indica un certo trascino di voce, con cui vorranno essere profferite specialmente le penultime vocali delle parole, tutte mancanti delle vocali finali.

5. Tutte le e finali, non accentate, sono mute. — La doppia dd ha un suono particolare indefinibile, che si ottiene puntando la lingua tra i denti e il palato, quasi volendo pronunziare insieme il d e l’r duro. — Le sillabe di, da facilmente si scambiano in ri, ra. — G.P.

6. La e in fine di parola, che non sia monosillabo o accentuata, è muta. — Ri e ra per di e da.

7. Detto.

8. Quelli.

9. Mi hanno.

10. Dato.

11. Cuore.

12. Il Chiù e ghià gutturale, intraducibile, caratteristico di questo dialetto.

13. Prate, pedate.

14. Cucca, burla. — Ra, r’ e ri per da, de è di.

15. Tabaranu, dappoco; e Ntim-ntam, lento e dappoco. — Zirra, stura. — Abbuttà, sopportare. — Ri e ra di e da.

16. Civonga, chiunque. — Sustanta, soffrire. — Repulone, il domare del cavallo da parte del cavallerizzo, che lo stanca sforzandolo.

17. Tutte le vocali finali, che non siano accentate, si sopprimono nella pronunzia — T. de P.

18. Nota del traduttore: — Nella coniugazione del verbo, la terza persona del passato remoto si fa con la persona prima, come: iddu coltivai a vigna (egli coltivò la vigna), ovvero con la desinenza in au, come coltivau, parlau. — Nu nsi ni potti, non se ne potè… Invece di potti, potò, si dice anche putiu, pronunziando l’u isolato.

19. Nota del traduttore: — Nella pronunzia si sopprimono le ultime vocali delle parole. Alle voci di terza persona singolare del preterito perfetto o imperfetto dell’Indicativo si suole appiccicare la pronominale vi o ti; e ti e si alle voci di terza persona numero singolare del presente dell’indicativo. — Nu struverio della versione significa nu subbisso. — Sciuoff’ storpiatura di goffo. — Viniminninni mo, vanghiamocene ora. — Nu Cap’ Cifr’, Lucifero — Du malancà, di sparlarne.

20. Le vocali finali scritte in corsivo sono mite o semimute. Il d si pronunzia r, tranne quando vi fosse altra r vicina. — V. de L.

Colophon

Giacomo Racioppi

Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata

Prima edizione digitale febbraio 2020

ISBN: 978-88-89313-51-0

Edizione a cura di Domenico Scavetta e Felice Lisanti

Ha collaborato: Eustachio Ambrosecchia

Si ringraziano:

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