Sito ANCR Avigliano

PARTE II - La Basilicata

CAPITOLO I

I LONGOBARDI E IL CASTALDATO DI LUCANIA NEL SECOLO IX

All’irruzione dei barbari l’antica società italica si sfascia, e una buia notte incombe sul mondo romano. Da queste tenebre, che durarono secoli, metterà fuori il capo grado a grado la nuova società: e saranno altri ordini, altri istituti, altri costumi, altra lingua, altre leggi, altra religione, altri bisogni, e consuetudini e sentimenti che trasformeranno anima e corpo, uomini e cose. Un nuovo mondo si affaccia alla luce della storia: ma la tarda luce non giunge a chiarire i recessi della nuova vita che verso il mille. Quindi una necessaria interruzione nella catena dei tempi e delle memorie.

L’epoca della venuta dei barbari per la bassa Italia si può circoscrivere all’arrivo dei Longobardi; in questo senso però, che delle precedenti invasioni di Visigoti, di Ostrogoti, di Goti, o troppo antiche o troppo fugaci, si sa meno che nulla: i Longobardi, che si sovrapposero e tutto distrussero o imbarbarirono, spazzarono via ogni memoria dei precedenti ordini della società semibarbarica.

I Longobardi vennero nella bassa Italia la seconda metà del secolo VI; e verso l’anno 571 si può ritenere già istituito il loro ducato di Benevento. Autari, re, spinse la conquista sino a Reggio: ivi, alla riva del mare, piantò la sua lancia, e — Fin qui, disse, il mio regno. —

Ma non durò fino a quel limite estremo. La conquista si dilargava su domimi dell’impero greco, che governava tardo e fiacco da Bisanzio. Fu combattuto a lungo: e il dominio longobardo di Benevento si dilatò o si restrinse secondo la fortuna della guerra e l’aumentare dei presidii greci in Italia, in cui di tanto in tanto giungevano dei rinforzi dalla sede dell’impero, indebolito che era da rivoluzioni interne e da invasioni esterne.

Il confine dei due dominii non si potrebbe delineare se non in digrosso. La zona marittima della bassa Italia e le città precipue sul mare restavano alla dipendenza dell’impero bizantino; l’interno era in possesso dei Longobardi, meno che l’estrema penisola della Calabria di oggi (l’antico Bruzio), e l’estrema penisola dell’attuale terra d’Otranto (l’antica Calabria) che restarono, in generale, ai Bizantini, tranne più o men temporanei infiltramenti da parte dei Longobardi. Al perenne commescolarsi di queste due forze contrarie, intercalato da tregue e concordie che non duravano a lungo, si aggiunse poi un terzo elemento, esiziale alla pubblica pace, e furono le incursioni degli Arabi di Sicilia; i quali alleati o stipendiali ora de’ Longobardi contro i Greci, ora di questi contro quelli, ora spinti di proprio moto per cupidigia di bottino o di conquista o di vendetta, invadevano la terra ferma. Così, in periodi di storia oscuri, avvennero conquiste e stabilimenti di Saraceni, in questo o in quel punto delle terre disputate tra Greci e Longobardi. Occuparono Bari, Gravina, Bitonto, ed altre parecchie città dell’Apulia; tennero più lunga stanza in Agropoli sul golfo di Pesto e al Garigliano. E forse non meno lungamente durarono in alcuni punti dell’interno della regione, segnatamente calabra e basilicatese, se ha potuto rimanere il loro nome infisso ai luoghi che ivi occuparono.

Nel lungo periodo di quel terribile rimescolamento di invasioni e stanziamento dei barbari sul mondo romano, non manca, per vero, qualche accenno di notizie, che riferisca alla regione della Lucania, la quale posta in mezzo tra il Sannio o la Campania e la penisola sullo stretto siculo, fu di necessità ora campo di lotte, ora via di passo tra eserciti avversi di barbari e di Greci bizantini.

Alarico irrompendo dalle Alpi Cozie devasta, incendia, sperpera l’Italia, saccheggia Roma, passa il Tevere e il Liri, quindi sperpera e devasta Campania, Lucania e il Bruzio, finché, spento dalla malaria, non è sepolto in fondo alle acque del Causento a Cosenza, secondo la saga che diventa storia nelle carte di Giornande. Sorvengono le orde unniche, e dove passano lasciano il deserto; ma se la leggenda della chiesa Venosina fa che si arresti Attila sulle sponde dello Olivento, dinanzi le mura di Venosa, alle suppliche ed alle pie minaccie del suo vescovo, il vero è che Attila non vi venne mai; e da Roma tornò in su. Ma Genserico non tarda; saccheggia Roma; e mirando alla Sicilia e all’Africa dissemina morte e ruina per le provincie bagnate dal Tirreno e dal Jonio. Sopravviene Odoacre, che abbatte l’ultima larva dell’impero, e si stabilisce in Italia, affiggendo gli Eruli suoi sul terzo delle terre che vengono tolte al vinto romano. Ma Teodorico incalza Odoacre: i Goti si assettano a loro volta sulle terre italiche; ben moderati e sobrii e singolari conquistatori, se si contentino di quel terzo delle terre che l’Erulo aveva preso al romano! Ma se i Goti erano barbari, Teodorico fu un re di tempi civili; e la civiltà romana, per quanto scossa e offuscata che fosse, restò in piedi con gli ordini e gli istituti suoi: continuarono i Presidi o Consolari a reggere la Campagnia, e i Correttori la Lucania, tra i quali fu Cassiodoro, storico, letterato e ministro.

Quarant’anni di un re di barbari, ma che meritò il titolo di grande e civile, avevano sanate le piaghe cruente della invasione e forse era avvenuta la fusione de’ vinti e dei vincitori, quando si riapre la ferita da nuove calamità, perché gl’imperatori di Costantinopoli intendono a riconquistare all’impero l’Italia occupata dai Goti. E furono quarant’anni di guerre e invasioni barbariche e soldatesche. L’Italia fu corsa e ricorsa; presa Roma, Ravenna, Napoli, Benevento; devastate Sannio, Lucania, Apulia, e Bruzio, finché Totila non cadde in battaglia presso Gubbio, e non guari dopo vinto che fu Teia in battaglia presso il Vesuvio, furono disfatti definitivamente i Goti, e vincitori per ultimo i Greci-bizantini.

In questa continua marea di armi dalle sponde del Jonio al Tevere, troviamo accenno a due fatti, che occorre al nostro subietto di rilevare, benché sprazzi senza nesso, e però di poco o punto valore. Quando Totila correva vincitore le provincie del mezzogiorno, un capitano dei Greci, che è detto Giovanni Vitaliano, e faceva presidio in Otranto, raccolse dei corpi franchi, a guardare i passi e molestare i nemici. E con esso di accordo un Tulliano, potente non meno di clienti che di ricchezza in Lucania1, raccolse squadre di gente paesana, e queste in appostamenti opportuni su passi angusti e difficili, in combattimenti di retroguardia ed ai bagagli, molestavano fieramente le schiere di Goti trascorrenti per la Lucania. Totila non riuscì a disperderli, dice lo storico, se non con l’aiuto di quei nobili uomini suoi prigionieri che, possessori di terre in Lucania, mandarono ordine ai villici loro che tornassero ai lavori dei campi; e allora le squadre si sciolsero.

Totila a guardare il paese lasciò presidii in città forti, e tra queste Acerenza2; che il Vitaliano tentò ma non riuscì di prendere. Né poté averla in sua mano, nel 662, l’imperatore Costante che era disceso a Taranto con grandi forze per combattere i Longobardi. Le condizioni topografiche della città fecero sempre di essa, a chi l’ebbe in suo potere, un valido arnese di guerra: fin dai più antichi stabilimenti longobardici nella bassa Italia il forte luogo cresceva ambizione e audacia a’ suoi Conti; nell’818 il conte di Acerehza Sicone si trova commescolato in congiure contro Grimoaldo, e diventa duca di Benevento; e quando Carlo Magno venne a patti di pace coi re longobardi, impose loro a condizione che fossero distrutte le fortificazioni di Acerenza e le altre di Conza.

Da questi poveri accenni si è forza di venire di balzo alla metà del secolo IX, quando il ducato di Benevento è diviso in due parti, e sorge autonomo il principato dì Salerno. In quel tempo e in quel fatto si trovano le prime e meno scarse notizie degli ordinamenti politici che riflettono la regione che già fu Lucania, e non è ancora Basilicata.

La divisione del ducato di Benevento avvenne nel breve periodo di tempo che va dall’844 all’851; l’anno preciso ne è ancora disputato, ma pel nostro scopo basterà ritenere il fatto fosse avvenuto alla metà del secolo IX3. Nel trattato, che intervenne fra Radelchisio principe di Benevento e Siconolfo principe di Salerno, viene fatta la delimitazione del nuovo principato di Salerno mediante la indicazione dei castaldati che giacevano al confine dello àmbito o circuito del nuovo principato. La linea di confine (che nell’atto è disegnata senza dubbio molto in digrosso) assegna al principato di Salerno da Taranto e da Cosenza fino a Sora sul Garigliano, tutto, dirò cosi, il paese posto al versante appennino verso il mar Tirreno e verso il mare Jonio: restava al principato beneventano l’altro opposto versante verso l’Adriatico. Non vi è parola dei ducati di Napoli, di Gaeta, di Amalfi, di Sorrento, perché queste non erano città di dominio longobardo.

L’Atto adunque stabilisce che restano nella parte di Siconolfo, cioè nel principato di Salerno, questi che si dicono «castaldati e luoghi interi» (loca integra), e sono, secondo il contesto:

«Taranto, Latiniano, Cassano, Cosenza, Laino, Lucania, Conza, Montella, Rota, Salerno, Sarno, Cimitile, Furcula, Capua, Teano, Sora, e mezzo il castaldato di Acerenza da quella parte che è congiunto con Latiniano e con Conza»4.

Queste città o «luoghi interi» (e vuol dire città con il loro circondario dipendente) erano tutti castaldati, perché retti ciascuno, città e circondario, da un Castaldo. Essi, nell’Atto, segnano (si vuol notarlo) la linea del confine esterno del principato novello. Dal castaldato di Laino a quello di Cosenza, dal castaldato di Cosenza al castaldato di Cassano sul Jonio, e da Cassano al castaldato di Taranto è limitato per modo, che l’estrema penisola delle Calabrie, cioè il Catanzarese ed il Reggiano, nonché l’estrema penisola del Leccese restavano, senza dubbio, fuori del dominio longobardo, cioè in dominio dei Greci. La linea estrema di confine, a settentrione, era segnata dai punti di Conza, di Acerenza e di Latiniano. Da Conza per Montella e per Rota (ossia Sanseverino) toccava al castaldato di Salerno; quindi verso ponente, si estendeva al castaldato di Sarno e all’altro prossimo di Cimitile, che vuol dire Nola. Più oltre non occorre a noi di procedere; e ci arrestiamo.

Da Laino, dunque, fino a Cassano Jonio, e da Cassano fino ad Acerenza ed a Conza, il novello principato di Salerno comprendeva, alla metà del secolo IX, tutta l’antica Lucania, tanto quella sul Tirreno, quanto il lembo sul Jonio.

Essa era divisa in castaldati; dei quali nell’Atto non sono indicati altri nomi, se non quelli di Cassano, di Laino, di Lucania, di Conza, di Acerenza e di Latiniano. Ma questi, di sicuro, non i soli. Essi erano castaldati di confine; ma, di certo, anche l’interno della regione era diviso in castaldati, forse di Marsico, di Potenza, di Grumento, di Sala, di Brienza o altri che fossero.

L’Atto non indica che le unità politico-amministrative poste all’estremo dell’ellissi, che circoscriveva il nuovo Stato, cui il trattato di pace costituiva o riconosceva. I castaldati non furono che comprensione di terre e di popolo in discreta misura; non tutti uguali di certo. Forse i maggiori erano suddivisi in actus o in ministeria, a capo di cui era il minister o l’actor o fattore, che era quasi il sottocastaldo, in minore àmbito di ufficio e di potestà, ma in dipendenza dalla città, in cui risiedeva il Castaldo, che era il capo dell’esercito, nonché il giudice e l’amministratore delle tenute del principe. I maggiori si dissero anche, o prima o poi, Comitati, dal conte che ne era il capo, e che ebbe ufficio e potestà uguale o forse maggiore del castaldo.

Uno dei più estesi fu, senza dubbio, il castaldato di Acerenza; e per la maggiore ampiezza sua il castaldato fu diviso in due parti tra i due principati. Esso giaceva in mezzo tra quello di Conza a ponente e quello di Latiniano ad oriente. Una linea ideale tirata tra questi due estremi punti per mezzo di Acerenza, lasciava al principato Beneventano la parte al settentrione della linea stessa; e in questa parte restavano comprese probabilmente Melfi, Venosa, Vitalba (che oggi non esiste), Forenza, Genzano e forse Montepeloso. A mezzogiorno della linea medesima erano del principato Salernitano tutti i paesi dell’antica Lucania giacenti a destra del fiume Bradano, e, come io credo, la città capo della stesso castaldato così diviso, Acerenza.

Un più sicuro e più minuto ragguaglio non si può dare; perché, innanzi tutto, non è bene stabilito a quale punto dell’odierna topografia basilicatese o pugliese risponda il Latiniano dell’Atto. I più degli scrittori, accettando l’indicazione che ne diede Camillo Pellegrino, propendono per un posto non privo di antichi ruderi, che è detto Altojani o Altojanni, nel territorio di Grottole sulla destra del Bradano. Se la derivazione fonetica dell’una parola nell’altra lascia, forse, dubitare5 dell’equipollenza loro, è però lecito di ritenere che l’antico Latiniano o Latignano non dovesse essere molto discosto da quei medesimi luoghi della bassa valle del Bradano o del suo influente, la Gravina. Tra Latiniano e Taranto era il castaldato di Matera, anch’esso di pertinenza, in quel momento, al principato di Salerno.

Resta a discorrere del castaldato, che è detto «Lucania», e diciamo innanzi tutto che esso non indica affatto l’àmbito dell’antica provincia o regione. I nomi degli antichi spartimenti o regioni, o provincie italiche romane erano scomparsi fin da che vi si stabilirono i Longobardi, e diedero ai loro conquisti altri spartimenti, altri ordini, altre denominazioni6.

I castaldati non erano altrimenti che estensione di territorio in discreta misura; e un castaldato che avesse compreso quanto era l’antico territorio della Lucania romana, sarebbe stato tanto o poco meno potente, che lo stesso principe sovrano. Gli era dunque nello stesso principe ragione politica evidente il restringere la potenza e il territorio dei suoi castaldi. Del resto, il castaldato stesso di Laino, quello di Cassano e quello di Acerenza, già tagliati sul panno dell’antica Lucania, avvertono che qui non si tratta dell’antica regione: né altri degli antichi scrittori di qualche conto l’ha mai pensato.

Sursero invece le discrepanze sul significato, che importi la parola Lucania nell’Alto di partizione, se di città o se distretto; e nel dubbio gli eruditi napoletani si attennero al concetto di Camillo Pellegrino, che fu di avviso, la parola «Lucania» significasse la città e il castaldato di Pesto, in quanto che Pesto fosse già detta Lucania ai tempi del nuovo principato salernitano nel secolo IX7.

Ma è indubitatamente infondato questo concetto del dotto e benemerito uomo: Pesto, città, non fu mai detta Lucania nel secolo IX, né prima né dopo. Nessun documento lo prova; e se l’asserzione del Pellegrino è senza fondamento, è non meno maravigliosamente vacua la posteriore asserzione medesima dell’Antonini.

Sta in fatto, che in moltiplici atti e contratti, scritti sulla fine del secolo X e sui principii dell’XI, si trova menzionato, e non altrimenti, un vescovo della sedis Pestanae8. Ora, sia pure vero o non sia, che nell’epoca di codesti documenti fosse trasferita la sede episcopale dalla città di Pesto in Capaccio, è certo che se al secolo X e all’XI esso si nomina, ancorché non ufficialmente, «Vescovo di Pesto» vuol dire indubitatamente che Pesto, al secolo IX, non era detta Lucania. Se la città avesse mutato di nome un secolo innanzi, come mai non avrebbe mutato di nome anche la sede episcopale? E se qui si ricorre all’argomento tratto dalla consuetudine delle chiese generalmente tenaci a ritenere i nomi antichi o primitivi, non negherò il fatto e la consuetudine; ma questa ammessa, rimane sempre da dimostrare che la Pesto del secolo IX abbia avuto il nome di Lucania. Ed una ancorché magra prova alla ipotesi del Pellegrino, si vuol ripetere, manca.

A coteste affermazioni del dotto scrittore capuano si oppose già con giusti argomenti Francesco Ventimiglia9: e con esso, per questo lato, io concordo. Ma egli inoltre sostiene che la «Lucania» dell’Atto di divisione indicasse una città capo del castaldato, ma non Pesto; e questa città detta «Lucania» crede lui fosse posta sul monte della Stella, in Cilento, proprio là dove l’Antonini su vecchi ruderi dei mezzi tempi aveva fabbricata la sua Petilia10. Ora alla congettura del Ventimiglia intorno al posto della città manca ogni altra base, che non sia la semplice affermazione dello scrittore; pertanto io stimo superfluo di opporre ragioni che la combattano. Invece, contro un’altra affermazione che la «Lucania» dell’Atto sia non altro che una città, io dirò che dalle testimonianze citate o indicate da lui e da altri non si può trarre argomento valevole a dimostrare che dessa fosse piuttosto una città che non un distretto o un circondario, per la perentoria ragione, che le testimonianze accennanti a concetto di città derivano tutte da quell’impura fonte, che è la Cronaca Cavese, pubblicata già dal Pratilli, e che i dotti ormai ritengono foggiata, o largamente interpolata da lui.11

Le altre poche testimonianze che derivano da fonti autentiche possono significare ugualmente e l’uno e l’altro concetto, sia di città, sia di circondario o distretto12. Sicché, in conclusione, manca ogni fondamento solido alla tesi in favore della città: mentre abbondano i documenti che mi fanno propendere per l’avviso che il castaldato di «Lucania» dell’Atto di partizione indicasse un distretto, un circondario, un’estensione di terre e paesi che era detta Lucania.

E questo distretto o castaldato era appunto quel tratto di paese del Salernitano, che va, su per giù, sotto il nome di Cilento; nome anche questo dei secoli di mezzo, e forse degli stessi tempi, o poco meno, del nome longobardico di Lucania-castaldato. Non sono pochi i documenti dei secoli X, XI e XII che mostrano l’equipollenza delle due regioni, Lucania (castaldato) e Cilento. In essi il territorio ovvero l’àmbito di questo, di cui si parla, «castaldato di Lucania» è indicato con le parole di Actus lucanianus, di locus Lucaniae, e più frequentemente con le altre di in finibus Lucaniae, ovvero semplicemente di in Lucania, per antonomasia. E per darne qui una prova sommaria al lettore, dirò che in quei documenti vengono riferiti in finibus Lucaniae i paesi di Castellabate, e quelli di Trissino e Staino, che gli son prossimi, e inoltre Perdifumo, Serramezzana, San Mauro (oggi Cilento) e Monte Còraci, Ortodonico, San Mango, La Sala, ed altri ed altri che giaciono intorno al monte della Stella a destra del fiume Alento; e, finalmente in Lucania o in finibus Lucaniae anche quel famoso posto detto Ad duo flumina, ove la leggenda assicura che fu trovato il corpo di San Matteo Apostolo, patrono insigne di Salerno; posto che è presso la odierna Casalicchio, là dove si congiungono i due fiumi, cioè l’Alento ed il Ceraso, che si scarica in esso. I numerosi documenti non lasciano dubbio13: anzi un atto del 111314 (e taccio di altri), mostra espressa la equipollenza tra la denominazione del paese in finibus Lucaniae e il Cilento; da poiché, nello stesso e medesimo atto, sono espressamente riferite alla stessa regione, che è denominata ora Lucania ora Cilento, i casali di San Mauro (oggi San Mauro Cilento) di Monte Còraci, di Fiumicello, e Quarrati, Pietra Focara, Pioppi, Pragenito ed Ogliarola. Tutti a destra dell’Alento; onde è che il paese ben si disse Cilento — Cis-Alentum15 — al di qua del fiume Alento, rispetto a Salerno, capo o metropoli del principato.

Questo fiume limitava all’est, probabilmente, l’Actus lucanianus o la regione che è detta «Lucania» nei documenti longobardi del principato di Salerno dal secolo X in giù, per quanto è dato d’inferire dai documenti finora noti16. Ma non è detto che altri documenti finora ignoti non sorgessero, quandochessia, a far mutare la linea di limite ora indicata. Né, allo stato delle cose, potremmo asserire che il castaldato di Lucania del Trattato di divisione non si estendesse anche a sinistra del fiume Alento. Ci mancano i dati per affermarlo, o per negarlo.

Esso però aveva principio dal fiume Sele; poiché un documento del 1074 mette in finibus Lucaniae anche il castello di Capaccio17.

Che capo del castaldato ai primi tempi della divisione del principato fosse la città di Pesto, è probabile; ma non lo si può affermare reciso. Nel secolo IX e nel X altresì la città di Pesto esisteva ancora, per quanto è dato arguire dai documenti; e l’importanza d’una città, sede di vescovo, meritava certo una distinzione; ma non dimenticheremo che anche Agropoli ebbe vescovi, e quello del secolo VI è noto, dalle lettere di Gregorio Magno.

Se il fiume Sele fu il limite di confine tra il castaldato di Salerno e quello di «Lucania», il fiume Alento fu probabilmente il confine tra il castaldato di Lucania e quello di Laino.

NOTE

1. Procopio, De bello gothico III, 18, 22:

Hic Venantii filius Tallianus, romanus genere (cioè italico) inter Brutios et Lucanos plurimum pollens… Tullianus, collectis illius regionis (Lucaniae) agricolis, fauces angustissimas insederat, ne Lucaniam hostes infestaret.

2. Morras praefectus praesidio Acherantiae…, dice Procopio (Bello goth.), IV, c. 26.

Da questo accenno pare fosso tratto l’UGHELLI a scrivere di Acerenza: olim famosa ampla et foeta populo, regionisque caput (?) et propugnaculum (Ital. Sacr. vol. VII, 6).

L’Antonini (La Lucania, etc. Disc. VIII) scrive:

«Ebbero i Goti nella nostra regione non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Mugliano e la Molpa, ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Belisario…»

Ma da quali fonti abbia egli tratto questo elenco di nomi geografici, non si sa.

3. Le discrepanze cronologiche degli autori si può vederle accennate negli Ann. crit. diplom. del DI MEO, ad ann. 849, nel quale anno egli mette l’atto di divisione. Pel Muratori fu l’anno 848. — Un documento pubblicato di recente darebbe ragione a supporre che l’atto sia dell’847. Vedi dell’illustre BARTOLOM. CAPASSO i Monum. ad Neapolit. ducatus pertinent. Napoli, 1881, I, pag. 82. n. 2, e conf. il diligente e acuto studio sulla Storia del Principato Longobardo di Salerno di MICHELE SCHIPA nell’Arch. stor. delle prov. Napol., vol. XII, pag. 105.

4. Il § IX del Trattato dice così:

In parte vestra quorum supra, Siconulfo Principi et qui predicti (ediz. Pertz: post dicti) estis, sint ista Gastaldata et loca integra cum omnibus habitatoribus suis, exceptis servis et ancillis, qui nobis et nostris homitiibus pertinent; et si in istis Gastaldatibus ac Ioca subscripta sunt aliqua Castella, ubi vostri (ediz. Pertz: nostri) homines habitant, ego vos ibi mittam sine irrationabili dilatione: TARANTUM, LATINIANUM, CASSANUM, CUSENTIA, LAINUS, LUCANIA, CONSIA, MONTELLA, ROTA, SALERNUM, SARNUM, CIMITELIUM, FURCULUM, CAPUA, TEANUS, SORA, ET MEDIUS GASTALDATUS ACERENTINUS, QUA PARTE CONJUXCTUS EST CUM LATINIANO ET CONSIA.

Sieguo la lezione del DI MEO, Ann. crit. dipl. ad ann. 849, n. 2. — Avverto, come singolare cosa, che la parola «Lucania» manca nella edizione del Trattato data nei Monumenta Germaniae histor. del PERTZ: Legum, vol. IV, 222.

5. Latiniano suppone derivazione dai possessi di un Altinius (v. appresso, al capit. III). Ed Altiniano-Latiniano è di non difficile passaggio fonetico alla parola Alto-jano.

6. Di ciò particolarmente nel capitolo che segue.

7. De Finibus Ducat. Beneventani. — Il ragionamento del dotto uomo è questo. Tutti i gastaldati dell’Atto di divisione, Cassano, Cosenza, Laino, Conza, sono città. Paolo Diacono, indicando le città della VIII regione d’Italia che comprendeva Lucania e Bruzii, nomina Paestum, Lainus, Cassanum, Consentia et Rhegium. Tali altresì sono nell’Atto, ma vi manca Pesto. Dunque Pesto è Lucania! — È ben lecito dubitare della esattezza di questo ragionamento.

8. I documenti del 963, 978, 989, 1037, ecc., nei quali è parola dell’Episcopus o Praesul o Pontifex sanctae sedis Pestanae sono indicati o riferiti nel libro di FRANCESCO VENTIMIGLIA, Memorie del Principato di Salerno. Napoli 1788, pag. 99 e seguenti.

9. Nel libro: Delle memorie del Principato di Salerno, ora citato, pagina 90 e seg.

10. Vedi al vol. I di questa opera, capit. ultimo.

11. Coteste citazioni tratte dal Cronico Cavese (che dal DI MEO è sempre indicato col nome di Annalista Salernitano), puoi vederle raccolte da noi a pag. 69 dei Paralipomeni della storia della denominazione della Basilicata per HOMUNCULUS (Roma, 1875). — Il Cronico Cavese è nel volume IV della edizione Pratiliana della Histor. Principum Longobard. del PELLEGRINO. (Napoli, 1753, p. 386). — Il Pratilli, che era dell’avviso del Pellegrino, fa parlare il suo Cronista Cavese della «Lucania» come di città.

12. Le testimonianze di fonti autentiche sono tratte dn Erchemperto, che scrisse: Inter Lucaniam et Nuceriam urbem munitissimam (cioè Salerno) Arechis opere mirifico munivit (§ III, vol. I, Op. cit. del PELLEGRINO-PRATILLI). Lo stesso concetto, con quasi stessissime parole, è in Leone Ostiense. E queste parole possono appoggiare l’uno e l’altro concetto: come quello che dicesse oggi: «Fra il Sele e Nocera è in mezzo la città di Salerno». — Nel Capitolare di Siccardo, dell’anno 836, si legge:

§ XIII. Et hoc stetit ut deinceps pro quavis occasione navigia vestra in portibus (edizione Pertz) Lucanie, vel ubicumque in finibus nostris non delineantur.

Nell’edizione del Pratilli si legge in partibus Lucanie (Op. cit. vol. III, p. 209): e nell’una o nell’altra lezione è chiaro che s’intende distretto, circondario o regione, e non di città.

13. Si troveranno, tutti e partitamente indicati, nei nostri Paralipomeni della storia della denominazione della Basilicata per HOMUNCULUS (Roma, 1875) a pag. 58-9: e furono raccolti dalle opere del DE BLASIO (Series princip. Longob.), del DI MEO (Annali crit. diplom.), del VENTIMIGLIA DOMENICO (Notizie su Castellabate). Ripeterli di nuovo in questo luogo sarebbe incomportevole. — Ma mi è qui necessario di avvertire che nel Codex Cavensis, all’Index in fronte al vol. V, è indicata una vendita di portione bonorum Burgentiae (Brienza) in finibus Lucaniae. Però la carta di vendita è erratamente riassunta nell’Index: poiché nel testo di essa, a pag. 77 del Codex, si parla di vendita di rebus in locum Burgentie et per aliis locis finibus Lucanie, o propriamente di metà di casa de predicto locum Burientie (sic), e metà di casa de intus civitate Caput aquis o Capaccio, e Capaccio era appunto in finibus Lucaniae.

14. Fu già pubblicato da DOMENICO VENTIMIGLIA nelle Notizie di Castellabate. Napoli, 1827, App. n. VI, e da noi stessi altrove; ma, per l’importanza sua al nostro subbietto, vogliamo riferirlo qui, e dice:

Anno 1113 — Dum in casali S. Mauri, quod est in finibus Lucanie, essem ego Maraldus judex, ibique adesset dompnus Gaydeletus, Prior monasterii sancte et individue Trinitatis… in loco Metiliano (della Cava); atque curii eo adstarent dompnus Rainerius et…, advenit Erbertus miles, filius quondam Aufredi, de parte domini Troisii, atque cum eo venerunt Petrus, qui dicitur de Grifo et Ermannus filius quondam Calojuri, Vicecomes, et coram nostra presencia per hanc cartam assegnaverunt jam dicto Gaydeleto… omnes homines et hereditates et terras et cuncta, que pertinnerant jam dicto Troysi in predicto casali S. Mauri et in Flumicello et in Monte Coraci et in casali De Quarratis et in Petra Focara, Pluppis et Pragenito et in Oliarola, et per tota marina SUPRASCRIPTI CILENTI.

Altri atti del 993 e 1173 vEDI a p. 61 della Storia della denominazione di Basilicata per HOMUNCULUS. Roma. 1874.

15. È nota la discrepanza sull’etimologia di Cilento, se da Cis-Alentum o da Circa-Alentum. È per me più probabile la derivazione filologica da Cis-Alentum. — In una Bolla di Papa Gregorio VII del 1072 o 1076 (ap. MURAT, Ant. M. Ae. diss. 65 vol. V, pag. 479) sono nominati molti monasteri posti in Cilentio Monte, che è il monte della Stella, a destra dell’Alento. Questa speciale denominazione al monte fa arguire che nel secolo XI si intendesse per Cilento il paese Cis, e non già circa Alentum. — Monte del Cilento è detto similmente in altro atto del 1187, ap. DOMENICO VENTIMIGLIA, Monum. n. X delle Notizie di Castellabate.

In una donazione del 1043 la chiesa di San Martino si dice sita in finibus Lucaniae, ubi ad Sala dicitur: e questo luogo La Sala io già interpretai per la Sala di Gioi, che sarebbe a sinistra dell’Alento; ma non sta: La Sala di questo documento è presso San Mauro Cilento, tra Mezzatorre ed Agnone, che ancora oggi è detto La Sala. — Conf. FRANCESCO VENTIMIGLIA, Op. citata, pag. 341-2.

16. Confermerebbe, per indiretto, questa congettura un diploma del Principe di Salerno Guaimaro, nel quale un monistero di Santa Barbara si dice in pertinentia de Nove, finibus Salernitanis: sicché il paese di Novi, a sinistra dell’Alento, non sarebbe in «Lucania». Il diploma è in MURAT. Diss. V. Ant. M. Aev. col. 183 (e nel VENTIMIGLIA FRANCESCO, pag. 331): e lo si mette all’anno 1005. Nel Codex Cavensis è del 1035.

17. Ap. DE BLASIO, Series princip. longob. nei Monum. n° LVII, pagina CXI. — Anche più notevole è un atto del 1047, in cui in testatrice lascia al marito tutto ciò che a lei est pertinentes per tota finibus Caput aquis seu Lucanie (In Cod. Cavens. vol. VII, 80).

CAPITOLO II

LA REGIONE DI BASILICATA — NOME, ORIGINI E CONFINI

L’esistenza stessa di un castaldato detto di «Lucania» presso il fiume Alento, ai tempi della divisione in due Stati autonomi del principato di Benevento, fa argomentare che il nome di Lucania all’intera antica regione era già caduto, alla metà del secolo IX. Se così non fosse, la confusione di un identico nome a due diverse regioni, cioè la provincia antica e il nuovo castaldato, avrebbe fatto nascere, per necessità delle cose, una qualche aggiunta, un qualche qualificativo al nome, più recentemente surto, pel castaldato dell’Alento. Ma anche prima della divisione in due parti del principato beneventano, era già scomparsa l’antica denominazione romana delle regioni o provincie italiche; e ciò per la stessa necessità delle cose, che si rispecchia nell’uso, arbitro sovrano della lingua viva. I Longobardi che stanziarono nell’Italia superiore, e quelli che vennero a creare il principato di Benevento, non divisero l’Italia in regioni o provincie; ma sì in castaldati o comitati: non ritennero perciò e non potevano ritenere le politiche divisioni romane delle provincie; né i loro comitati o castaldati ebbero mai la comprensione di una di quelle antiche regioni o spartimenti amministrativi di Augusto o Diocleziano. Il dominio dei Longobardi durò oltre a cinque secoli: era già durato su per giù un duecento cinquanta anni, quando surse il principato di Salerno. Gli è dunque non altrimenti che assurdo il pensare, che, essendo cessata, per secoli, l’esistenza amministrativa d’una provincia nominata Lucania, o Bruzia, o Sannio, o Peucetia, o Japigia…, fosse non pertanto continuato ad esisterne il nome, il nome campato in aria! Cessata l’esistenza di un istituto, smesso l’uso di un vestito, obliterata una costumanza quale che sia, il nome svanisce; la memoria stessa se ne cancella; la seconda generazione non comprende più colui che ne parli; e l’uso della lingua viva, come oblitera ciò che non adopera, mette invece in commercio una nuova simbola, una nuova moneta, una nuova parola a significare quel che nuovamente è surto alla luce, — istituto, vestito, costume, arnese che sia. Il nome alle cose non è altrimenti che immagine fonica della cosa che si presenta allo specchio dell’intelletto: se la cosa sparisce dinanzi alla luce dello specchio, l’immagine dilegua. Cessata dunque la partizione delle antiche provincie romane in seguito all’occupazione dei Longobardi, che fecero nuovi spartimenti, nuove leggi, nuovi istituti, nuovi ordinamenti civili e militari, il nome delle provincie stesse cadde dall’uso e dalla memoria dei popoli. E se avviene che se ne incontri alcuna volta il nome in qualche documento di storia, è indubitato o che il nome è mera reminiscenza classica dello scrittore, o che sia usato in accezione diversa dall’antica. Così per la Lucania; così e non altrimenti per la Daunia, la Peceutia, la Bruzia o i Bruzii, la Japigia, la Messapia, la Salentia o i Salentini, e giù di lì.

Né avvenne altrimenti sotto il dominio dei Greci-Bizantini. Crearono l’esarcato; surse la denominazione di Pentapoli; vennero su gli oscuri ducati di Rimini, di Ancona ed altri ed altri; ma non ritennero i bizantini, né punto restituirono le antiche partizioni romane delle provincie della bassa Italia; non potevano perciò ritenere di quelle l’antico nome. Nella bassa Italia essi divisero i loro domini non in provincie, ma in «temi»; e questi furono grandi spartimenti o regioni, suddivise in minori circoli o circondarii. Nel secolo X, come lasciò scritto lo stesso imperatore e scrittore Costantino Porfirogenito, dei loro possedimenti dell’Italia meridionale avevano fatto due «temi», il decimo, cioè, della Sicilia, e l’undecimo della Longobardia. Dal tema di Sicilia dipendeva la penisola della odierna Calabria; e quando l’isola fu del tutto sommessa agli Arabi, il Tema siculo-calabro si denominò Tema di Calabria, e fu retto da uno Stratego.

L’altro Tema di Longobardia comprendeva tutti gli sparsi possedimenti grecanici di terra ferma, dalla penisola calabra in fuori; e fu così denominato, perché raccozzato, in gran parte almeno, dalle terre che erano state già signoreggiate dai Longobardi. In questo Tema di Longobardia veniva compreso anche Otranto, anche Napoli1, e (si vuol credere, benché punto nominata) grande parte di quella regione che fu poi Basilicata, per quel tanto che non fosse compresa tra’ castaldati longobardici. Però il nome di quest’ultimo Tema non rimase sempre lo stesso, poiché si trova detto, nei documenti bizantini, altresì Tema d’Italia; e poi, con parola equipollente, Tema d’Apulia. Il confine nell’ordinamento grecanico tra il Tema di Calabria e quello della Longobardia è ignoto.

Al governo di cotesti due Temi erano preposti uffiziali pubblici, che si trovano detti non solamente «Stratego» come quelli di Calabria, ma Patricio, Spataro candidato, ed anche altrimenti, con nomi che più che titolo proprio all’alto ufficio, erano «dignità» ovvero titoli personali ai personaggi mandati all’alto governo dei Temi. Ma alla metà del secolo X, i Greci vollero rendere più energica e gagliarda l’azione loro nella bassa Italia; ed accentrarono gli alti poteri in un nuovo supremo magistrato civile e militare che dissero «Catapano» con parola che vuol dire «sopra tutto e tutti» e che Guglielmo Pugliese parafrasava così:

Dispositor populi parat omne quod expedit illi.

Questo fu l’ultimo ordinamento grecanico, che trovarono e combatterono i Normanni.

Cotesti due Temi maggiori erano, senza dubbio, suddivisi in Temi o circondarii o aggruppamenti minori: poiché, se tali ripartizioni minori ebbero luogo (a testimonianza del Porfirogenito)2, pei Temi della Macedonia, della Tracia, della Misia, di Durazzo e del Peloponneso, ragione vuole, che non altrimenti fosse pei Temi di Calabria e di Longobardia. Quelle minori ripartizioni ebbero il nome di eparchie, di egemonie, di turmarchie, ed anche di ducati e consilierati, dal duca, o consiliario, o turmarca messo a capo di quel minore complesso di città, che formava uno dei distretti del Tema. Per l’Italia grecanica meridionale, io ritengo fossero detti turmarcati e topoterisie. I turmarchi, i topoteriti erano capi militari di «torme» ovvero «bande» o reggimenti, come oggi diremmo, sparsi per un circondario o distretto, direi, militare; ma capi militari non solo, civili altresì. Si sa che la ripartizione delle regioni in Temi venne appunto dalla distribuzione delle forze militari sul territorio, che esse guardavano a presidio, o dal quale erano nudrite e soldate. Le traccie di coteste minori ripartizioni, e di cotesti minori capi delle ripartizioni politico-militari, detti turmarchi e topoteriti3 s’incontrano qui e qua nei documenti dell’epoca, che altrove abbiamo con qualche larghezza accennati4.

Fin qui dunque né Lucania, né ancora Basilicata.

Nel secolo XI entrano in campo i Normanni; e verso la metà del secolo stesso, dal 1041 al 1044, surse l’embrione di quel nuovo Stato autonomo loro, che fu in origine come una federazione divisa in dodici contadi o comitati, con a capo un conte di Puglia, e con sede comune ai feudatari confederati in Melfi. Oscure, come tutte le origini, incompiute, come tutte le cose che nascono, le parti di questo tutto non sursero tutte di getto, o crebbero tutte di un tratto, secondo l’ordine o la cronologia che la tradizione ha loro attribuito. Ma ciò poco importando al nostro scopo, diremo che quel nuovo Stato, surto in mezzo tra’ possedimenti dei Greci e quelli dei Longobardi, fu costituito da dodici città maggiori, sede ognuna di un conte normanno, quale sovrano e feudatario di essa. Il novello Stato si estendeva da Melfi al Gargano, dal Bradano al Fortore; e comprendeva le seguenti città, cioè: Siponto e il Gargano che venne in dominio al conte Rainolfo; Ascoli a Guglielmo di Altavilla; Civitate (oggi distrutta, presso Ripalta nel circondario di Larino) a Gualtiero; Frigento ad Erveo; Trani a Pietro; Monopoli ad Ugo di Bone; Canne a Rodolfo; S. Arcangelo a Rodolfo, figlio di Bevena; Minervino a Rainfredo o Roffredo; Lavello ad Arnolino; Venosa a Drogone di Altavilla; Acerenza ad Asclettino; Montepeloso a Tristaino5; Melfi restava in comune a tutti.

Con fortuna pronta e crescente, crescono intorno intorno le conquiste, le dedizioni, gl’infeudamenti territoriali. Matera venne in dominio del conte Guglielmo Bracciodiferro o di Altavilla nel 1042; Canosa nel 1054, poi Bari nel 1071, poi Salerno nel 1075 a Roberto Guiscardo. E man mano, assorbiti i possedimenti greci dell’Apulia e della Calabria, sorge il ducato di Puglia e il comitato di Calabria; quello con a capo Roberto Guiscardo, questo Ruggiero. E poi ducato e comitato si agglomerano in uno, e sorge la monarchia normanna nel 1130.

Non prima di allora, cioè non prima della metà del secolo XII, poté emergere una qualche divisione del nuovo Stato normanno in spartimenti minori o provincie. Questi minori spartimenti o provincie si dissero poi Giustizierati, e si trovano in numero di dieci nel secolo XIII, ai tempi di Federico II.

Tra i dieci Giustizierati o provincie è la Basilicata.

Surta come provincia della monarchia normanna dopo il 1130, il nome però ha origini più antiche. Come provincia, non risponde a tutta l’antica regione della Lucania, ma sì alla maggiore parte di essa: poiché ne comprende tutta quella distesa che dalla catena degli Appennini degrada, secondo i suoi cinque fiumi per i loro cinque bacini, al mare Jonio. L’altra parte dell’antica Lucania, che dalla stessa catena appenninica declina verso il fiume Sele e il mare Tirreno, venne compresa nel Giustizierato di Salerno.

Ma il nome ha più antiche origini; ed origini greche.

Fu già comune opinione degli scrittori napoletani che la parola Basilicata derivasse dal nome di «Basilio» sia l’Imperatore greco, sia quel Catapano famoso venuto in Italia nel 1010, detto Bogiano. Ed è un vecchio assurdo filologico, che pure ringiovanito, non ha potuto emergere più valido in gambe. L’una non poteva generare l’altra, poiché nella parola «Basilicata» è un elemento fonetico essenziale che non si trova nella parola «Basilio» onde si voleva derivarla. Questa sola considerazione basta ad escludere la legittimità della filiazione di quella da questo. Invece, la parola Basilicata non potrebbe derivare altrimenti che dal tema di «Basilico», quale che siasi il significato di questa parola, quale che siasi la flessione terminativa sua, o per genere o per numero.

È debito d’ufficio, più che pregio dell’opera, il chiarire questo punto della storia che lo scrittore ha impreso a trattare. Rimontiamo dunque, ma brevemente, ai tempi del secolo X e XI, per aprire il varco all’indagine sommaria sulla origine e il significato della nuova parola.

I nomi che si trovano dati alle provincia o giustizierati del tempo dei re normanni preesistevano, quasi tutti, agli stessi Normanni, come nome di regione più o meno ampia e distesa.

Il ducato di «Apulia», il comitato di «Calabria» sono già nomi comuni ai tempi di Roberto Guiscardo; e prima di lui si incontra ad ogni passo nei documenti e negli scrittori del tempo l’indicazione della regione di «Apulia e di Calabria». Il principato di Salerno costituito a mezzo il secolo IX rese comune la denominazione di Principato, onde distinguerlo dagli altri territorii in dominio dei Greci e dei Normanni. In Erchemperto, cronista del IX secolo, si legge la denominazione generica di «Terra di Bari»; nell’Anonimo Salernitano del secolo X la denominazione di Terra Laboris. Nel Malaterra, la cui cronaca va sino al 1099, è già indicata la regione detta «Valle di Crati», nonché la denominazione di Principato e di Capitanata. Nella storia di Leone Ostiense che dicono fosse morto nel 1105, si incontra la parola di «Capitanata». I castaldi di Aprutio e il Comitatus Aprutiensis si trovano indicati in documenti del 976, del 989 e 1056. Un atto del 1094 accenna ad un barone di Terrae Hidronti, e, checché si pensi della autenticità di questo documento, si può avere per certo che la denominazione di Terra di Otranto alla penisola salentina, o di Lecce, fosse dei tempi dei Greci. Otranto infatti non ebbe importanza se non sotto i Bizantini: e poiché essi nel secolo X elevarono la sede episcopale di Otranto a Metropoli ecclesiastica dell’Apulia e della Basilicata-Bizantina6, è lecito argomentare che i Bizantini ritennero la città di Otranto quasi metropoli civile di uno spartimento amministrativo qualsiasi. Di qui la ragione della denominazione di Terra d’Otranto; non altrimenti per la sede di un Catapano stabilito a Bari nel secolo XI, onde fu la denominazione comune di Terra di Bari7.

Anche in cronisti anteriori alla monarchia normanna si incontra «la provincia beneventana» o «terra di Benevento» per indicare lo stato o il principato di Benevento; e la denominazione ebbe ad avere corso per un pezzo. Quando la città di Benevento venne in dominio del Papa e cessò il principato autonomo di Benevento, non cadde allora subitamente la denominazione di «terra beneventana»8; ma surse fin d’allora la necessità che farà distinguere, fra breve, la regione del principato di Benevento da quella di Salerno con la qualifica di Principato ultra e citra Serras Montorii, cioè al di qua o al di là della catena appennina, che divideva appunto i due principati longobardici.

Solo la denominazione di Basilicata non si trova in scrittori o in documenti anteriori ai tempi normanni. Come dunque, e quando, essa nacque?

Se il radicale della parola è «Basilico» (e non può essere altrimenti), essa non poté sorgere che ai tempi della dominazione bizantina, e non dopo: e il non trovarsi in documenti dei tempi anteriori ai Normanni non vuol dir nulla, poiché non è prova il silenzio. Ma se non si trova scritta in documenti anteriori ai Normanni, essa doveva aver vita lo stesso; in contrario, non si capisce come avrebbe potuto sorgere a denominazione ufficiale ai tempi del re Ruggiero, dopo il 1130-4, quando il radicale della parola o non aveva corso, o non aveva significato nella lingua del tempo, poiché il dominio greco era già scomparso. E però essa dové, di necessità, avere avuto vita nel commercio linguistico del popolo, perché fosse potuta, dipoi, venire assunta alla vita uffiziale. Così fu per tutte le denominazioni delle altre provincie. Desse erano nomi preesistenti e vivi nell’uso del popolo; la monarchia normanna li accolse e li sanzionò della sua impronta ufficiale: e se così accadde per tutte le altre denominazioni di Principato, di Terra leburia, di Terra di Bari, di Terra d’Otranto, di Abruzzo, di Valle di Crati, e di Capitanata altresì, non ci è ragione a non ammettere che accadde lo stesso per la parola Basilicata. Questa parola adunque viveva nell’uso del popolo prima della monarchia, per indicare una parte del paese (o dell’Apulia o della Calabria), già soggetta ai Bizantini; e l’uso popolare aprì l’adito all’uso ufficiale, quando fu necessità di distinguere uno spartimento del paese dall’altro, e improntare di un nome diverso le parti diverse.

È stata vivamente discussa in questi ultimi tempi l’origine prossima della parola Basilicata; e quale possa essere il significato del suo non dubbio radicale che è «Basilico».

Durante la dominazione bizantina, che si estese per parecchi secoli nella parte d’Italia più prossima al mare Jonio, l’uso dell’idioma popolare accolse senza dubbio molti elementi greci, ma non cessò d’essere l’italico, meno che tra le colonie degli immigranti bizantini. Esso col nome generico di «Basilico e basilici» significò gli uffiziali del governo bizantino che governavano la contrada. Uffizialmente costoro ebbero nomi diversi e molteplici, secondo la dignità personale loro; ed è così che si incontra, nei documenti del tempo, un complesso di nomi che mutano sempre; ed oltre a quelli di Stratego, o Catapano, o Patrizio, si leggono i nomi di Protospatarii, di Spatarii candidati, di Dapiferi provinciae, e Viesti o Sebasti, e Criti (o giudici), e Turmarchi, e Topoteriti (o vicarii), e Comites curtis, e Domestici Comitatus imperatoris, ed altri ed altri ancora. Naturale adunque che il popolo gli indicasse col nome generico di «basilici», sia perché questa parola significa, per ellissi, gli «uffiziali imperiali», sia perché col nome generico di «basilici» erano genericamente indicati gli uffiziali dello Stato, anche nell’idioma del popolo, che si parlava a Costantinopoli9.

Dell’uso popolare o comune della parola stessa nelle provincie d’Italia, ne abbiamo una prova luminosa fin dal secolo IX; e la prova sta in un diploma dell’anno 899, nel quale il principe longobardo di Salerno ricorda, per antonomasia, il «Basilico» accanto allo Stratego, al Protospatario, al Castaldo, allo Scultascio, e a qualunque altro (come ivi si dice) «servo dei sacri imperatori» e vuol dire «a qualunque altro uffiziale dello impero»10.

E dunque fuori dubbio tanto il significato, quanto l’uso antichissimo di questa parola nell’idioma dei popoli italici dell’Italia meridionale longobarda e grecanica.

I grandi spartimenti bizantini che si dissero Temi, erano suddivisi in minori distretti, come si è visto. A capo di questi spartimenti minori erano di quegli uffiziali, che genericamente e popolarmente venivano detti «Basilici». Un documento del secolo X accenna ad una «provincia di Marsico»11, e vuole intendere una di coteste ripartizioni minori o distretti (intorno al fiume Agri), che rispondeva sotto ai Bizantini, su per giù, al castaldato o comitato dei Longobardi. Non abbiamo dati di fatto che ci mostrino quali altre esse fossero e quante, per la regione che si estendeva dal fiume Bradano al fiume Sinno e al mare Tirreno: ma la stessa sua ampiezza che è tutta un frastaglio di catene di monti e corsi di torrenti e fiumane, dànno argomento di pensare che non doveva essere piccolo il numero di spartimenti minori, o minori distretti o circondarii.

Or quando le necessità delle relazioni sociali fecero sorgere, nell’uso della lingua viva, la parola Capitanata ad indicare quella maggiore o minore distesa di terra o complesso di paesi retta dal supremo uffiziale che fu il Catapano, le stesse necessità spinsero inconscientemente, inavvertitamente all’uso della parola Basilicata per indicare quella maggiore o minore distesa di terra o complesso di paesi, tra il Bradano, il Sinno e il mare Tirreno, che era retta sia da un «Basilico» uffiziale dell’impero d’ordine superiore, sia da «Basilici» in dipendenza da un uffiziale più alto, che era forse lo stesso Catapano, o un Stratego, o altro che siasi. La forma glottica delle due parole è identica; il radicale dell’uno è simile, per il significato, a quello dell’altra; simile e identica l’origine; identico l’ambiente; identico il tempo in qui nacquero. Evidentemente le due parole sono della stessa famiglia; la quale, nonché essere scarsa di rami o di propagini, ricorda anche le altre parole di esarcato, o ducato, o turmarcato, siccome nato dall’identico germe di un nome di uffizii bizantini.

Basilicata dunque fu regione o distretto, o compartimento retto dai «Basilici» ufficiali imperiali; come Capitanata fu regione o compartimento retto da un uffiziale imperiale supremo, il Catapano.

Ma con ciò non vorremmo escludere un altro possibile (non diverso, ma affine) significato al tema, incontestabile, di «Basilici»; non vorremmo escludere, cioè, che le popolazioni e dinasti Longobardi del principato salernitano intendessero per Basilicata l’attigua regione appartenente al dominio dei «Basilici» per eccellenza, gli imperatori, cioè, di Costantinopoli: — di qua dal confine possesso e sovranità de’ Longobardi; di là dal confine possesso e sovranità dei Basilici, di quei sanctorum imperatorum, di cui è parola nel ricordato diploma dell’889.

La monarchia normanna non inventò a priori le denominazioni de’ suoi spartimenti o provincie; ma le raccolse dall’uso. Essa non determinò alle provincie se non i limiti e i confini; i quali però non sono noti: anzi non esiste documento sicuro, che faccia noto il numero preciso delle provincie della monarchia normanna in terra ferma. Per la denominazione di Basilicata, i primi documenti, ove s’incontri questa parola, sarebbero del 1134 l’uno, del 1161 l’altro. Pubblicati la prima volta da monsignor Zavarroni, vescovo di Tricarico, per ragioni di piati giudiziari, sono di dubbia autenticità; anzi quello del 1134 è falso addirittura12.

Un altro documento del 1175 fu da me pubblicato altrove13; e se i due dell’archivio di Tricarico sono di falsa, anziché dubbia lega, questo terzo sarebbe il documento più antico, ove s’incontri il nome della provincia. Poi l’uso ne diviene frequente nei documenti e nei cronisti dei tempi svevi; e da questi tempi degli Svevi in giù, fino ai tempi moderni, in tutti i documenti uffiziali dello Stato, non è dato altro nome alla provincia, se non quello di Basilicata14.

E chi, oppugnando a questa nostra tesi, volle mettere in riga di battaglia un infinito numero di atti di vecchi notai o di curie episcopali, ove nei tempi moderni, ma nel latino in ghingheri delle Curie, la provincia era detta «Lucania» non gli piacque di ricordare che sinonimi non esistono nelle lingue vive; e se, dunque, nei secoli XV, XVI, XVII e XVIII (stando al latino di cotesti notai e di coteste curie) la provincia era detta dal «popolo» Lucania, ne viene per conseguenza che non poteva esser detta, nella lingua viva del popolo stesso,

Quem penes arbitrium est et jue et norma loquendi,

non poteva essere detta Basilicata. Lo strale aveva passato il segno. Tutti i documenti uffiziali delle cancellerie dello Stato, leggi, costituzioni, capitoli, prammatiche, editti, cedole, ordinanze — che più? — non portano altrimenti, non dettano altrimenti se non Basilicata15.

I limiti precisi di questo spartimento della Basilicata, non sono noti pel tempo dei Normanni: e non si può altrimenti indicarli che a un di presso e per congettura. Nella prima divisione del ducato Beneventano alla metà del secolo IX, la regione fu compresa pressoché tutta, come si è visto, nel principato di Salerno; ma quando il dominio greco-bizantino risorse a nuovo vigore nel secolo X, dessa, almeno nella estensione maggiore, tornò ai Greci; divisa, senza dubbio, parte al tema di Apulia e Longobardia, e parte al tema di Calabria. Anche qui il limite di confine è ignoto; e le induzioni che ci sarebbe facile di trarre dalla Cronaca Cavese16 mancherebbero di base sicura, perché è più che dubbia l’autenticità di cotesta Cronaca, che pubblicò il canonico Pratilli. Ma è probabile, da indizi di antichi monumenti, che confine de’ due Temi fosse stata la linea, ovvero la valle del fiume Agri, fino alla cui catena di monti si sarebbe disteso il Tema di Calabria; non già la linea ovvero valle del Basento, che io credo piuttosto appartenne al Tema di Apulia17. Però l’alta valle dell’Agri, ossia quella che oggi si dice il «vallo di Marsico» credo appartenesse al Principato di Salerno; a cui per vero l’assegnerebbe la sempre poco sicura Cronaca Cavese, sotto l’anno 91518.

In quel secolo di guerre, di conquiste e di rapine che crearono, ingrandirono e poi unificarono i dominii normanni di terra ferma, come parlare di confini, che la spada oggi disegnava e la spada cancellava il dimani? Quattro tra i dodici primi Conti normanni occuparono la zona settentrionale della regione basilicatese, da Melfi a Montepeloso; ma in quella primissima ripartizione non si estesero (come altri ha creduto) sino al paese di Basilicata che oggi è detto Sant’Arcangelo sul fiume Agri. La città di Sant’Arcangelo di cui fu conte Rodolfo, figlio di Bevena, se non è, per errore di tradizione, la città di Sant’Angelo sullo stesso Gargano prossima a Siponto data a Rainolfo, crederei piuttosto fosse un paese, oggi distrutto, ma che nel Catalogo normanno de’ baroni (1154-1168) si trova allogato sotto il comitato di Andria, col nome appunto di Sant’Arcangelo.

È dei tempi dei re normanni questo famoso Catalogo o «Registro dei baroni» che contiene, per le terre feudali dello Stato, il numero degli uomini di armi, che i signori di esse dovevano in guerra al re; e che fu scritto, come ha dimostrato l’illustre Bartolommeo Capasso, tra gli anni 1154 al 1168. In questa specie di catasto dell’amministrazione militare normanna si trova l’indicazione de’ feudi di tutto lo Stato di terra ferma, meno che per le Calabrie, le quali mancano; forse perché venivano considerate come parte della Sicilia e non del ducato dell’Apulia19.

Dall’esame di esso si può dedurre che la Calabria si protendesse fino alla valle o forse alla linea del fiume Sinni; poiché gli estremi feudi della regione basilicatese nominati nel Catalogo sono tutti sulla sinistra del fiume Agri, meno due soli prossimi al fiume stesso sulla destra20. Darebbe conferma a questa induzione un documento del 1194, nel quale un Lamberto, allo uffiziale regio che rende giustizia in Gerace, si qualifica di «Principale Maestro Camerario e Gran Giudice di tutta la Calabria, di Signo (cioè il Sinni, fiume), di Laino, e della terra Giordana»21. Un documento alquanto più antico, che è del 1163 nomina un Guido di Ripitella «Maestro Camerario del re per tutta la Calabria, valle di Crati, valle del Signo (Sinni) e valle di Marsico»22.

Anche oggi ha corso, nell’idioma del popolo, la denominazione di «Vallo di Marsico» per indicare quell’ameno bacino, che è solcato dal primo tronco del fiume Agri: ma stento a persuadermi che l’amministrazione di questo tratto dì paese, non guari lontano di Salerno, potesse essere in dipendenza della Sicilia, se il limite delle Calabrie si estendesse nel 1163 sino alle origini dell’Agri. È probabile si abbia invece ad intendere, da quel documento, che anche la regione di quella valle o vallo dell’Agri era data, per le riscossioni dei tributi, all’amministrazione personale del Tesoriere delle Calabrie; unione, dirò così, personale, e non territoriale.

L’ordinamento delle provincie in giustizierati, che parecchi scrittori non ammettono pei tempi normanni, piglia consistenza manifesta ai tempi di Federico II. Allora il Giustizierato di Basilicata può dirsi rispondesse a quello che nei tempi posteriori si intese per la provincia dello stesso nome; salvo un qualche ritaglio, or di qua or di là, sulla linea de’ confini, che sino ai tempi nostri non furono immutabili o immutati. Ma i documenti sono scarsi, e soventi confondono. Nel ben noto Registro di Federico23 del 1239, là dove sono annotati e ripartiti pei castelli dei feudatarii i prigionieri lombardi, che l’Imperatore diede in custodia ai baroni del reame, possiamo seguire la linea di confine del giustizierato: verso il nord fino a Venosa, che è in Basilicata; verso il mezzodì fino a Rotonda, anzi fino al fiume di Laino, che era il limite con le Calabrie, poiché Tortora e Papasidero sono in Basilicata. Verso l’ovest, era confine forse il fiume Pergola; ma Salvia (oggi Savoia) è riferita in Principato. Dubbii e oscurità, e forse errori non mancano; il paese di Maratea è dato alla Calabria, mentre i feudi di Acquaviva e di Montefalcone si riferiscono alla Basilicata, e parmi errore manifesto, poiché sono troppo lontani, l’uno nella Puglia, e l’altro in quel d’Avellino.

I documenti angioini recano i confini della provincia verso il nord fino a Lavello come oggi, ma non a Montemilone che era in terra di Bari; all’est sono in Basilicata Rocca Imperiale e San Basilio prossimo a Montalbano; mentre Torre di Mare era in Terra d’Otranto; la quale provincia si estendeva dunque sino al Basento. Montesano e Saponara, in documenti del 1279 l’uno e del 1280 l’altro, sono in Basilicata; ma in altri del 1286 sì Padula, sì Montesano sono in Principato, ed ivi rimangono sempre. Anzi Saponara fino dai tempi di re Roberto, e Marsiconuovo anche prima, sono in Principato, e vi restarono fino ai principii del secolo ora caduto. Così pure Brienza. Al Principato Citeriore o di Salerno appartennero, per i tempi aragonesi, anche Sant’Angelo le Fratte e Salvitelle; ma invece sono in Basilicata, al nord, Montepeloso e Montescaglioso; mentre appartengono alla Calabria della Valle del Crati non solo Nucara e Roseto, ma anche Bollita; sicché il confine della Calabria si estenderebbe sino al fiume Sinni24. — Inutile proseguire più oltre l’indagine.

NOTE

1. COSTANTINO PORFIROGENITO, De Thematibus, e De Administr. Imperii, nella raccolta del BANDURI, Imperium Orientale, sive antiquitates Costantinopolitanae, Parisiis, 1711, vol. I.

2. Nel libro De Thematibus, I, 16; e nel libro De administr. Imper. c. 50.

3. DUCANGE, Gloss. Graec. ad v. Turma e Topotherisia; e Tourmarches, il cui significato (tra gli altri) è indicato così: qui turmae, seu regioni vel tractui alicujus thematos, seu provinciae praefectus erat. — Il distretto del Turmarca si trova detto negli scrittori bizantini Turmarchaton.

4. Nel capitolo VII de’ Paralipomeni della storia della denominazione di Basilicata. Roma, 1875.

5. È la ripartizione secondo la tradizione, che ne raccolsero Leone d’Ostia, Amato monaco di Montecassino, ed altri. Ma non è certo che tale fu propriamente. Amato stesso, per esempio, dice, in altro luogo, che ad Asclettino fu dato Genzano. E si sa che nel 1042 Guglielmo di Altavilla fu conte di Matera. Vedi appresso il capitolo V .

6. V. appresso al capitolo IX.

7. Per le indicazioni varie qui riferite, vedi a pagina 117 e seguenti dei nostri Paralipomeni della storia di Basilicata per HOMUNCULUS. Roma, 1875.

8. Si trova ancora nel catalogo o Registro normanno dei Baroni, che è compilazione non prima del 1154, di cui in appresso.

9. Questo è provato da moltiplici passi tratti dagli scritti dello stesso imperatore Costantino Porfirogenito, del secolo X, passi raccolti nel nostri Paralipomeni alla stor. denominaz., ecc., nel capitolo III, p. 35. Altri passi tratti dalle Agiografie del secolo X sono ibidem, a pag. 37, e nella Storia della denominazione, ecc. a pag. 25.

10. Ecco il passo notevolissimo:

Et costituimus ut nullus Basilico, nec Stratigo, nec Protospatarius, aud Spatarius candidatus, aud Gastaldeus, aud Sculdais, aud quatiscumque alius reipublice hactionarius, vel quatiscumque alius serbus sanctorum imperatorum habeant potestatem in illos… angariam vel dationem exigendam…, etc.

Il diploma fu pubblicato dal DE BLASIO, Series principum qui Longobardorum aetate Salenti imperarunt. Napoli, 1785. Nell’appendice Monum. LXXXI. — Dal MURATORI, Antiq. M. Aevi, diss. XIV, vol. I, 756, nel quale è riferito all’anno 889. — Ed ultimamente nel Codex Cavensis.

11. V. nei Paralipomeni, ecc., a p. 80 e 127.

12. Nel libro: Esistenza e validità dei privilegii conceduti dai principi normanni alla chiesa cattedrale di Tricarico per le terre di Montemurro e di Armento, vendicati dalle opposizioni dei moderni critici da ANTONIO ZAVARRONI, vescovo della chiesa medesima. Napoli, ottobre 1749, p. 1-19 dei documenti. — Furono riferiti da me (e malamente accettati) nel libro Storia della denominazione di Basilicata, a pag. 45.

13. Nei Paralipomeni, ecc., all’Appendice.

14. La tesi sostenuta nel testo fu più ampiamente discussa nel libro suddetto dei Paralipomeni della Storia della denominazione di Basilicata per HOMUNCULUS. Roma, 1875. — Contro gli argomenti e le conclusioni di questi Paralipomeni fu pubblicalo il libro dal titolo: Citazioni storiche e documenti raccolti in ridifesa (sic) del nome di Lucania pel dottor MICHELE LA CAVA. Potenza, 1870, di pagine 131. Le citazioni e i documenti sono, senza dubbio, numerosi: ma del valore di essi non intendo portare giudizio, poiché questo che scrivo non è libro di polemica. — Un solo documento, quello del 1266, avrebbe valore, e non l’ha, perché non è esatto. Vedi la nota che segue.

15. II documento di Carlo d’Angiò del 1266, per Monticchio (a pagina 68 delle Citazioni e documenti, ecc., di cui nella nota precedente, non dice Justitiaratus Lucaniae, come fu scritto, per pretenzione di classicismo, nella sentenza del Cappellano Maggiore del 1779, ma Justitiaratus Basilicatae, come pure in essa il documento è riferito.

16. Vedine i passi, agli anni 893, 915 e 973, riferiti nei Paralipomeni, ecc., pag. 70-71.

17. Argomento che traggo da documento di tempi, per vero, posteriori. Vedi nei Paralipomeni, ecc., a pag. 83, l’inno di San Gerardo, e inoltro a pag. 76.

18. Nei Paralipomeni, a pag. 71, è il passo della Cronica Cavese del 195.

19. Il chiarissimo Capasso scrisse:

«Mancano poi interamente (al registro), né per verità dovevano starci, le Calabrie, le quali allora, ed anche per parecchi anni dopo, facevano amministrativamente parte della Sicilia e non del ducato di Puglia; conseguenza della prima divisione tra Roberto Guiscardo e il gran conte Ruggiero, indi verso i primi anni degli Angioini distrutta».

Sul catalogo dei feudi e dei feudatari delle provincie napoletane sotto la dominazione normanna. Memoria di B. CAPASSO. Napoli, 1870, pag. 21.

20. E sarebbero Spinosa, che non so se risponda all’odierno Spinoso, e Tursi.

21. Nel Syllabus Graecarum membranar. ecc. Neapoli, 1835, p. 322.

22. Apud CAPASSO, Op. cit. p. 72 in nota. — Questo documento fu dipoi pubblicato per intero nel Codice diplomatico del MINIERI RICCIO (Napoli, 1882, vol. I, Append. XXXVII, pag. 283); ed è una sentenza che rende il Camerario apud Sarconem (Sarconi nel vallo di Marsico) su querela della Chiesa di Carbone, a cui dai Senioribus ejusdem Sarconis erano stati usurpati dei territori che appartenevano ecclesie S. Iacobi de Sarconi: ed erano ortus maior et ortus qui est juxta aream curie, et saltus unius molendini, et pecia una de terra que est justa flumen Saure (sic: Seidura). Il Camerario ascolta sul luogo homines Sarconis, videlicet presbiteros, milites et alios plures homines; e rende i territori alla chiesa di San Giacomo, che era in dipendenza del famoso Cenobio di Sant’Anastasio di Carbone.

23. Nel volume V, pag. 620 della Histor. diplomat. Frederici II, per HUILLARD-BRÉHOLLES.

24. Pei documenti angioini vedi Syllabus membran. ad regiae Siclae archiv. pertinent. Napoli, 1824-1845. — Per gli aragonesi, vedi la «Tassa» così detta Coronationis Regis Alphonsi. Ap. TUTINI, Dei sette uffici del Regno di Napoli. Roma, 1666, a pag. 85 dei Giustizieri.

CAPITOLO III

I PAESI DELLA REGIONE — LE ORIGINI

La trasformazione dell’antico mondo romano nella nuova società che venne fuori dalle invasioni dei barbari, accadde in quel buio e misterioso devenire che è il periodo delle origini di tutte cose; e durò de’ secoli. La catena dei tempi ne fu spezzata; il cataclisma parve distruggesse il procedimento graduato della vita di tutte cose; e non si videro se non a distanza di tempo i nuovi germi, i nuovi elementi, i nuovi aspetti della nuova società. Tutto apparve, e fu infatti mutato; ordini civili, economici e sociali, lingua, famiglia e proprietà, chiesa, stato e comune, e con essi la legge, il diritto, l’arte, l’industria, i commerci, le vesti, gli àbiti, le consuetudini di vivere, le credenze; tutto.
Delle antiche città altre caddero e disparvero; altre caddero, e mutarono di posto e spesso di nome; altre sorsero di nuovo, alcune riattaccando le origini alla stessa società romana, altre agli ordini barbarici novelli. Con le città, erano cadute e mutate le antiche genti; nuove genti erano surte nel rimescolamento caotico che apportò l’allagamento barbarico.
Indagheremo, più innanzi, gli elementi varii onde venne la composizione del nuovo popolo che abitò la regione. Tenteremo, in questo luogo, di rintracciare le origini de’ nuovi paesi, e delle nuove denominazioni alle terre che i nuovi popoli abitarono. Questa seconda indagine è d’uopo preceda, perché servirà di fondamento alla prima. E poiché questa indagine si riferisce essenzialmente al periodo delle origini, è chiaro non potrebbe desumersi con minore incertezza, se non rimontando al significato primo della parola affissa al paese o ai luoghi abitati. Di qua sarà possibile di giungere alla notizia di coloro che vi si stanziarono. I popoli che primi dimorano in un luogo, o dissodano primi una terra, o che occupino le sponde di un fiume, essi impongono primi il nome al luogo, alla terra, al fiume; quelli che vengono dopo, raro è che mutino i nomi. Li trasformano piuttosto, inconsciamente, secondo le leggi del vivo idioma che parlano: ma non li cambiano, che o per ragioni straordinarie e speciali, che, sfuggendo a possibilità di proficua ricerca, per lo più restano ignote; o se impongono nuovi nomi, e da capo, vuol dire che l’antico nome al paese, alla terra, al fonte, al bosco, al fiume era scomparso, con lo scomparire degli antichi coloni.
Ma se la nuova società che surse dal rimescolamento barbarico, coll’andare del tempo si rinnovò da capo, non vuol dire che fosse tutta nata di un getto dalla terra come gli uomini di Pirra, senza madre, e senza un qualche anello, per quanto esiguo, alla catena del passato. La nuova società si soprappose all’antica; la demolì, la distrusse; ma le fondamenta non potevano essere distrutte; alcuni almeno de’ materiali antichi vennero messi in opera. Quindi nell’indagine cui mettiamo mano, l’antico non può trovarsi eliminato del tutto.
Una grande parte surse da capo, senza gancio al passato, molto tempo dopo che la forma dell’antica società era scomparsa. La vecchia popolazione, stremata se non distrutta, lasciò inculte le terre, inabitati i campi: crebbero le foreste, le selve, le sodaglie. Qui man mano si adagiò altra gente; poca, esigua, meschina, e pure, benché lentamente, espandentesi. Questa, gente nova, di tempi novi, dové, per necessità dei commerci della vita, dare un nome ai campi che occupava, al bosco che diradava, al fonte che la dissetava. Esse si trovarono nelle stesse condizioni di coloro che tanti secoli prima li precedettero in terre incognite, incolte, inabitate. Gli uni e gli altri fu d’uopo che parlassero, s’intendessero, o denominassero la terra, il bosco, il fonte.
Le popolazioni crebbero di numero a poco a poco, ramificando di generazione in generazione una famiglia da un’altra: più lentamente sorgono gli umani abitacoli, aggiungendo alle prime capanne un’altra e poi un’altra. — Quali hanno potuto essere le origini naturali delle nostre borgate, dei villaggi, delle città? Il fatto delle origini non può avere testimonianza di storia: ma i lineamenti generali del fatto può determinarli con sicurezza anche il senso comune.
Dominava nell’assetto della proprietà la forma del latifondo, massime sotto l’Impero. Sul latifondo, coltivato da schiavi poi da servi e da coloni, è d’uopo esistano qui e qua le capanne dei coltivatori, le case del villico, le stanze del signore, quelle delle scorte. Ecco il nucleo di una villa — rustica, urbana e fructuaria — nelle sue tre ramificazioni ricordate da Columella. Ed ecco l’embrione primissimo di quella che poi diventa città e che è appunto ville ai Provinciali delle Gallie. Tre, o quattro, o più di queste ville formano un vicus; e da vichi più grandi il pagus. Cotesto latifondo, villa o vicus, ha già un nome suo proprio; che, per lo più, è dal nome gentilizio della famiglia che lo possiede, e che nella tenace eternità domestica romana lo trasmette all’erede di età in età: — praedium Sabinianum, Sicinnianum, Avillianum, Tullianum, e cento altri simiglianti. Poi la famiglia si estingue, ma il nome resta; ovvero dal complesso del latifondo passa a quella parte solamente ove il vicus è cresciuto in pagus.
Vengono i barbari: si dividono le terre e le famiglie dei vinti romani; si accasano con essi da ospiti; e questi ospiti ben poco graditi, prendono sia la terza parte delle terre, sia dei frutti della terra coltivata dal vinto romano. Altre terre, inculte e spopolate, sodaglie o boscaglie in dominio del re, sono donate dal re, o dal capo ai suoi gasindi o compagni. A costoro giova, dopo gli esercizii della caccia, trarne alcun profitto. Laonde spargono su di esse sia la famiglia dei vinti, sia dei compagni «arimanni» che li hanno seguiti dalle patrie foreste; e costoro si accasano qui e qua con casa e famiglia. Quattro, o cinque o più case formano un casale, come li chiamano le carte longobarde. Parecchie altre di queste famiglie accasate sul fondo che esse coltivano, formano una massa.
Ma il barbaro non ama le città, e preferisce le foreste. Se nel gruppo delle ville romane, entra l’ospite barbaro, e questi è un capo, egli vi costruisce in mezzo la sua casa (Aula, Sala Curtis) che sarà naturalmente un fortilizio, e darà un nuovo nome al fondo. Intorno ad essa si aggruppano, se sono sparsi, i nuclei delle ville e delle masse, per ragione di sicurezza, e si cingono di un vallo di palafitte o a terrapieno. Anzi poiché perdura e aumenta il turbamento delle invasioni, delle guerre e delle rappresaglie, gli sparsi vici lasciano il piano e si tramutano al prossimo colle, ove sarà più agevole la difesa; e traslocando i poveri penati, spesso portano al colle il nome che già avevano al piano. Così avvenne, e così è chiarita l’anomalia che qualche volta s’incontra tra il senso della parola topografica e il posto in cui siede il paese. Né altrimenti avvenne delle città, reliquie della grandezza latina e greca, smantellate dai vincitori, cadenti, e spopolate dalle guerre e dalla malaria: lasciano la pianura, e si tramutano sui monti.
Nelle terre sortite o donategli il barbaro, a costruirvi il suo ostello, sceglie il luogo eminente, per natura il piu aspro e il più forte, e vi aggiunge torri, spaldi, fossati. Ecco la motta. Chiama intorno a sé i suoi fedeli; i censuali vi accorrono a sussidio e conforto di difesa comune. A piè del castello nasce il borgo; poi man mano si cinge di un muro, e diventa Rocca o Castro. La chiesa del castello si apre ai borghigiani; e il borgo diventa pieve.
Cessate le invasioni, le erme solitudini si vanno popolando per altre vie. Il feudatario chiama in franchigia, come ad asilo romuleo, sulle sue terre i vagabondi, i paltonieri, i malviventi, e ben volentieri accoglie gli alibi-nati o albani o stranieri, Greci, Epiroti, Bulgari, Schiavoni, e gli avventizii da altre città, da altre provincie prossime o lontane. Da questo fatto, o dalla lingua della gente che vi si aggruppa prende nome la terra. Non altrimenti s’industriano i monasteri dei due grandi ordini del tempo, Basiliani e Benedettini; cui la pietà dei conquistatori, avventurieri e baroni, donano solitudini di terre senza popolo e senza confini. Intorno ad una Cella di monaci, o di gastaldi o canovai del monastero, o intorno alle laure dei cenobiti si aggruppano man mano le capanne dei servi, dei ministeriali, dei guardarmenti, poi dei censuali, poi degli oblati. L’abate addiventa barone; e il nuovo villaggio prende il nome o dal monaco, abate o Papasso, o più frequentemente e più largamente dal nome del Santo, a cui è dedicata la chiesa, l’eremo, o il cenobio.

Così sursero le ville: come sursero i nomi?

In genere, i nomi non sursero con l’incolato collettivo, ma preesistevano. Il nome che aveva il predio prima di diventare vico, o pago, passò al vico e al pago; e vi restò affisso così, che se questi tramutano sedi, anche il nome emigra con essi, a ricordo tenace e tenero della patria in cui si è nati. Come tutti i nomi moderni delle contrade rusticane, anche le antiche nomenclature non trassero il nome, in genere, se non da qualità speciali del terreno, culto o selvatico, brullo o popolato di alberi; o dalla qualità delle piante stesse; o dal modo onde gli venne sboscamento o coltura; o dalla postura sua in poggio, in monte, in valle; o da qualche opera artefatta; o da una speciale condizione del luogo, un muro, una vedetta, una chiesuola, un eremo, un’officina, una caverna, un rivolo, un abbeveratoio, una cascina, un macigno fesso, sporgente o incavato; e il luogo del pedaggio, e il traghetto della scafa, e il luogo della salagione del pesce, e il fondaco in riva al mare, e il fondaco entro le viscere della terra, e un riparo artefatto da scogli, e l’acqua dello stagno e le acque termali… —, che più? — anche la luce e l’ombra, il chiaro e l’oscuro, siccome condizioni di bellezza e di orridezza, furono fonti ai nomi topografici antichi e moderni. E il nome generico non tarda a diventare specifico; sia perché cambiando i popoli e trasformata la lingua, se ne perde pei nuovi arrivati il significato primitivo; sia per quella operazione della logica umana che fa particolare un nome generico solo perché è dato abitualmente ad un individuo, quasi impronta speciale che ne determini l’individualità sua. Tutte le infinite serie si protrebbero ridurre a queste brevi categorie: ma non occorre. Basta ricordare con Max Muller, che «tutti i nomi più particolari sono in realtà termini generali; in origine espressero una qualità generale; e non vi è una qualunque diversa maniera, in cui potessero essere stati formati»1.
A questi concetti generali non si sottraggono le origini della nomenclatura topografica della nostra regione. Noi verremo ormandoli paese per paese; aggiungeremo, qui e qua, e per quanto è possibile, anche la indagine sulla nomenclatura dei luoghi campestri d’intorno al paese abitato; poiché soventi il nome delle contrade rusticane di esso aggiungerà lume alla ricerca della gente che vi stanziava. L’illustre G. Ascoli, a proposito di una Toponomastica Italiana che aveva in animo d’intraprendere, scrisse già: «I nomi locali costituiscono, nel giro della storia, una suppellettile scientifica che si può confrontare con quella che nell’ordine delle vicende fisiche è data dai diversi giacimenti che il geologo studia. Per buona parte i nomi locali rientrano senza altro nello schietto dominio della speculazione dialettale; ma in non poca parte essi formano una materia di studio, più ancora preziosa e peregrina di quella che non si rinchiude nella dialettologia vera e propria» (in Perseveranza, 8 sett. 1891). A questa futura «Toponomastica» apportiamo la nostra simbola, ma agli intenti puramente storici dell’opera nostra. Seguiremo in questa indagine l’ordine alfabetico; e, nella grande accolta dei nomi, tra i certi e i dubbiosi non ci rimarremo dall’indicare anche quelle che a noi stessi paiono dubbie origini, e quelle che restino sorde ai nostri tentativi2.

1. ABRIOLA

È il Brolium del medio evo, che fu propriamente selva circondata di muro o di altro che siasi, chiuso per esercizio della caccia al feudatario, e che dalla qualità di recinto passò di poi a significare anche un giardino da frutta. Il Broletto di Milano, il castello di Broglio in Toscana, Sant’Angelo in Brolo di Sicilia, ed altri parecchi furono dell’origine stessa. Cotesti «parchi da caccia» sono detti precisamente Briolia nella Legazione del vescovo Luitprando (ediz. Pertz) del secolo X. — Da Briolia Abriola, con semplice protesi dell’a. — L’origine del paese è dunque da alcun luogo di caccia di un conte longobardo; e se fu stanza temporanea di Saraceni, come da altri fu detto, non ne ebbe le origini.

2. ACCETTURA

Il tèma della parola è Acceptor, che nel basso latino (come usa nelle leggi longobarde) è lo sparviere, accipiter. — I luoghi, che prendono nome dagli animali, quelli segnatamente destinati alla caccia del signore, sono frequenti: tali Falconara, paese dell’Anconitano e del Cosentino; Vulturara, Appula ed Irpina; e Cervara, e Cercinara, e Orsara e Lupara, paesi delle provincie di Roma, di Caserta, di Campobasso, di Alessandria, ecc. — Identiche le origini di Acceptòr-a; cioè terra o luogo abbondante del genere sparvieri, uccelli della nobile famiglia dei falchi, che erano riservati unicamente alla caccia del signore e de’ nobili; e per cui fu riconosciuta anche un’ara acceptoria. — Il suffisso a di acceptor-a, io credo sia contrazione fonetica, ovvero reliquato del suffisso ara di Falconara, Vulturara, ecc.: contrazione avvenuta per isfuggire al brutto suono della duplice e prossima sillaba canina or-ara.
Se mai l’originaria forma della parola fosse stata acceptó-ia, acceptu-ia, essa indicherebbe più specialmente un luogo ove si ritengono e si educano falchi e sparvieri. Non improbabile «torre di muda» o di uccelliera alle caccie, di un nobile longobardo, franco, o normanno.\

3. GALLIPOLI

superba tenuta boscosa, oggi tra le inalienabili dello Stato, dal greco καλλίβωλις?, fertile e pingue. Ivi era un Castrum Gallipoli detto de Montanea, nel Registro normanno dei baroni. — COGNATO, altra parte della tenuta medesima. L’Aper Cuneatus era ai Latini un campo a forma di cuneo. Di qua l’antico nome al bosco, che non so se conservi tuttavia l’antica forma.

4. ACERENZA

Nei titoli epigrafici latini è Acheruntia (Corp. Insc. Latin. IX, 417); in titolo pestano, di tarda età (Ibid. X, 5184) è Acerentinorum. In MSS. di Orazio è Acheruntia ed Acherontia (in Corp. Insc. Latin. vol. IX).
La forma primitiva latina del nome dové essere Acherutia (non Acherusia): il posteriore intercalamento della n non poteva avvenire altrimenti che innanzi alla t. Credo che ebbe origini dagli Osco-Lucani, a ricordo dell’Akere (Acerra) della Campania, onde essi mossero. La desinenza in utia penso significasse il diminutivo; argomentando dall’identico significato della desinenza utius ed ucius del basso latino.

5. AGRI

fiume. — L’originario significato è nel greco «senza moto, ovvero lento e tardo». Vedi al vol. I, capitolo ultimo.

6. ALBANO

La terminazione ano ed ana, comunissima a nomi locali della Italia meridionale, è dai moderni filologi riconosciuta come significativa di proprietà o possesso, ed è inflessione da nomi gentilizii. Fu propria dei Latini questa maniera di determinare il predio dal nome del suo proprietario; e l’ager, rus, praedium, villa, Sabinianum, Tullianum, Luciliana… sono frequentissimi nelle iscrizioni, nel digesto, negli scrittori. Il chiar. professore Flechia ha pubblicato un suo speciale studio «sui nomi del Napoletano derivati da gentilizii italici» (Torino 1874); e di più che trecento di cotesti nomi topografici riscontra il nome gentilizio originario nelle iscrizioni scavate per le nostre regioni. La derivazione è, senza dubbio, delle più accertate: il che però non toglie che talvolta il nome derivi da fonte diversa e molto più recente dell’Impero. — Albano dunque «Albianum è, dal gentilizio Albius delle Iscrizioni. Un fundus Albianus è nelle tavole alimentarie dei Liguri Bebiani, e quattro in quelle di Velleja» — (Flechia). Io crederei più probabile sincope da Albanius, che è pure nome in antiche iscrizioni.

7. ALIANO. — «Allianum, da Allius delle Iscr.» (Flechia).

8. ANZI

Per le probabili origini da genti enotrie, anteriori ai coloni elleni, vedi al cap. IV del vol. I.

9. ARMENTO

Fu territorio indubbiamente occupato da antica città, forse di gente greca, come si argomenta dalle nobili reliquie tratte fuori dalla sua necropoli; la quale di tanto in tanto apre i fianchi alla luce del giorno, per incontri fortuiti di agricoltori o per cupidi tentamenti di trafficanti. Ma la necropoli è ancora muta sul nome della città cui essa appartenne; e per prove, non piene, ma piuttosto congetturali, abbiamo indicato il nome di Alesa, o Calesa, o Calasarna, nel capitolo ultimo del I volume.
Il nome del paese odierno inclino a crederlo dei bassi tempi. Ed ad una delle due probabili origini parmi lecito riattaccare il significato della parola.
L’una rimonta ad un probabile radicale ramet, donde venne la parola ramentalis; che, come attesta il Ducange, aveva lo stesso significalo di Ramerium; e questo ebbe senso di «terra inculta sparsa di vepri e fratte, adatta al pascolo». Il «Ramerium» è vivo ancora oggi, con lo stesso concetto, nel ramiers dei Provenzali e nel ramière dei francesi, pei quali significa quella vivace riga di alberi, arbusti e vetrici che vien su alle sponde dei corsi di acqua3.
La flessione terminativa in ale di Ramet-alis non è se non di un derivato; onde si risale indubbiamente ad un originario Ramet, il quale addiventa senz’altro Rament per la solita e comune intercalazione della n innanzi alle dentali4. Ramento adunque (come il suo derivato intensivo Ramentale) ebbe l’originaria significazione di «sodaglia sparsa di fratte e macchieti atta al pascolo, specialmente presso a corsi di acqua» — La r, che fra le consonanti è la più mobile, ha mutato di posto così facilmente come in Orlando che è da Roland, in arnione da rognone, ecc. Aggiungerò, a rincalzo, che «Armento» è pronunziato dal popolo nella forma di Rimiento o Arimiento; e che in quel di Moliterno è una contrada detta Rimientiello, forma diminutiva senza dubbio di un Rimiento. — E così anche il vocabolo «Armento» sarebbe l’equipollente di tanti altri nomi: Spinoso, Spineta, Fratte, e di tanti altri Macchia, Maglie, Magliolo, ecc.
L’altro significato originario sarebbe quello del basso latino vaccaricia e stabulum. In Ducange è questo passo di antica scrittura: Et jussit servis suis sancta corpora latenter asportare ad armentum gregis sui, et ibi in medio fosse humo operiri. In Deffenback (Gloss. latin-german… infimae aetatis. Francf. 1847) è equivalente di vaccaricia. Il significato ne manifesta le origini. — Ed a conferma, gli equipollenti geografici, non mancano: Lequile (equile), paese presso Lecce, Vaccarezzo in quel di Cosenza, e Caprile, e Capriglia, e il nome che ebbe fino a ieri, il paese, in quel di Salerno, che oggi è mutalo in «Stella Cilento».

10. ATELLA

Nome di antica città lucana, ignota alla storia; ma a dirla antica città ci licenzia il suo nome che non ha significato nello lingue latina o neolatine. Se il nome è antico, tale sarà, in origine, il paese; e le antiche origini (come fu detto innanzi) deriverebbero dagli Osci dell’Atella di Campania, donde vennero i proto-lucani. Nelle monete di questa Atella Campana, la città è detta, in osco, Aderl, che (in Fabretli, Gloss. Italic. ad. v.) sta per Aderula, da Ader = ater, col suffisso diminutivo la; e significherebbe quello che agli italiani è «Città nera» o ai Tedeschi «Schwarzstad».
Da una tradizione di conio erudito fu detto che l’Atella lucana surse sulle ruine di Celenna, ricordata da Virgilio (Aen. VII, 739); ma di cotesta Celenna, specialmente in Lucania, non si ha notizia di sorta. È un’opinione, di cui non sarà inutile rintracciare l’origine e il processo, che è questo. Le storie ecclesiastiche dicono che Giuliano, vescovo e famoso come fautore del pelagianismo nel V secolo, fosse nato in Atella. Sant’Agostino, o, a dir meglio, un libro apocrifo che porta il suo nome, dice di lui: te Apulia genuit. Inoltre, non so quale altro storico disse altresì Giuliano vescovo e nativo di Celenna (in Giustin., Diz. geogr. sub Atella). Dunque (concluse, sillogizzando, la vecchia erudizione locale) Atella, patria di Giuliano, era in Apulia. Ma l’Atella di Apulia non può essere se non questa sui fianchi del Vulture (Vulture in Apulo, cantò Orazio); ma dessa è moderna; dunque essa surse là dove fu la Celenna, che fu patria a Giuliano. — Che il raziocinio zoppichi delle sue gambe, non importa agli eruditi, se la conseguenza fa comodo: — e zoppicando andò innanzi.
L’odierna Atella surse, ovvero risurse allo estinguersi di un paese che fu detto Vitalba, del quale non è notizia nelle fonti classiche, ma è nominato nel registro normanno dei Baroni, ed ebbe certa esistenza fino al secolo XIII. Anzi questa Vitalba fu sede di Vescovo; e la si trova indicata quale una delle dodici suffraganee all’arcivescovo di Bari e Canosa, in bolle del 1025, del 1089, e del 11725. Dipoi scomparisce: e in documento del 1281 si legge di un mulino posto in tenimento terre Vitalbe exhabitate; ma non del tutto, per vero dire, deserta, se in altra carta del 1282 troviamo un Casale Vitealbe. In un precedente atto del 1175 è indicato, come unico, un giudice (a contratti) Vitisalbe et Armaterie; faceva dunque un tutto insieme con Armatieri, che in carta del 1307 è detto exhabitatum etiam et totaliter destructum. Il grande feudo o baronia Vitis AIbe, con S. Fele, et suis pertinentiis, fu da Carlo II, di Angiò, successivamente assegnato a ciascuno de’ suoi figliuoli, e prima a Raimondo Berengario, poi a Pietro, morto alla battaglia di Montecatini, e poi a Giovanni6.
Atella ebbe a sorgere nei pressi del posto ove fu Vitalba: e surse nei primi anni o decennii del secolo XIV. Esiste ancora un atto del 1330, nel quale gli uomini Casalis Rivi nigri supplicano di essere sgravati da pagamenti imposti al comune; dappoiché propter costructionem terre Atelle gli uomini di Rionero avevano emigrato alla prossima nuova Atella, propter libertatem, quam consequebantur decennii spatio; libertà, cioè franchigia di imposte7. La nuova città sorgeva per opera di un figliuolo del re che era Giovanni, conte di Gravina, non ancora duca di Durazzo, e sorgeva, si può dire, come città più che come un villaggio, e città murata, poiché la si trova detta Castrum.
Abbiamo dunque, caso raro, quasi l’atto di nascita della novella città. Ma il nome era antico; e non può non essere antico, poiché la parola non ha corso, non ha significato nell’ idioma nostro, o nel basso latino medievale.
In una bolla del 1152, di Eugenio III al Vescovo di Rapolla, è nominato, oltre a Ripacandida ed a Vitalba, anche il Casale S. Marie de Rivonigro, e il Casale Sancti Angeli de Atella. E in una donazione del 1221 alla chiesa di S.M. de Pierno, si dà per confine al fondo donato una stratam Atelle. Preesisteva, dunque, Atella al secolo XIV. Ma I’on. Fortunato che pubblica anche questi due documenti, dubita della sincera fede dell’uno, e crede, quanto all’altro, che si abbia a leggere piuttosto strata Labelle, ossia di Bella. E il suo dubbio può essere fondato. Ma non resta men vero, a mio avviso, che il nome di Atella, dato a quel luogo presso al fiume Triepi, non può non essere antico; epperò indizio, ovvero eco di antico incolato, de’ tempi romani o preromani. Non può ammettersi che sia surto o siasi dato un nome, del quale non è significato nella lingua di chi la parla o lo impone8.
TRIEPI, fiumicello presso Atella, forse da τρύπα, fosso profondo; ovvero flessuoso, tortuoso, se da τρεπω. — BOSCO DI BUCITO; bucetum, luogo ove pascolano i buoi: Calidi lucent buceta Matini, si ha in Lucano; — o piuttosto o preferibilmente Albucetum, dalle piante di albucum, che è l’asfodelo delle gigliacee (Plinio, XXI, 109).

11. AVIGLIANO

«Dal gentilizio Avillius o Avilius. Un fundus avillianus è nelle Tavole alimentarie dei Bebiani, e un altro in quella di Velleja» (Flechia). — Io trovo la prima menzione di Avigliano in una carta greca del 1127, pubblicata nel Syllabus graecarum membranar., a p. 134.
LAGO PESOLE. I letterati che pretendono di correggere il popolo scrissero Lago pensile, e farneticarono di un isolotto pensile e mobile sulle acque del lago, in balìa del vento! Io non intendo di questi miracoli; ma credo che la radice della parola è in pessum che significa — in basso, in profondo. Per mare pessum, scrisse Lucano. Da pessum, è dato supporre un diminutivo pessulum; e questo darebbe al lago il significato; dalle acque «alquanto profonde» — La favoletta dell’isolotto «mobile» in balìa del vento, nacque, senza dubbio, dalla pretesa etimologia erudita di «pensile». In una relazione del 1674, si fa parola di un boschetto di arbori foltissimo che sorgeva dalle acque in mezzo al lago; il che indicava senza dubbio il basso fondo di un isolotto: ma non vi si accenna affatto al miracolo della mobilità. Il lago è detto in quel documento di «un miglio e più» di circuito (Ap. Araneo, Notiz. stor. di Melfi, p. 331). — A Lagopesole era un paese di tal nome al medio evo, surto intorno al Castello, il quale se ebbe probabile origine dai Normanni, è piuttosto opera di Federico II nello stato in cui oggi esiste. — Una carta del 1304 fa menzione del Palatium ac terram Lacuspensulis, donati da Roberto, duca di Calabria, a suo fratello Raimondo Berengario (nel Syllab. membran. ad r. Siclae Archiv. ecc., vol. II, parte 2ª, pag. 116).

12. BALVANO. — Balbianum da Balbius (Flechia). O non piuttosto da Balbus?

MONTE DELL’ARMO, qui e in molti altri luoghi, dall’antico germ. Earn, Aquila: — Monte dell’Aquila. — ? — MONTE ARPE, v. Latronico.\
13. BARAGIANO. — Il suffisso terminativo di questa parola significherebbe (come si è detto in Albano) possessivo, proveniente da nomi gentilizii. Ma né il prof. Flechia ha trovato il gentilizio Varagius o simigliarne; né so se si troverà mai. — L’origine della parola è del Medio Evo. Barragium significò anche il diritto di pedaggio che era pagato «alle barre» di una città, o ponte, o via sbarrata dal feudatario al transito dei greggi e dei commercianti. Da Barragium è Barragianum in significato di «luogo proprio o destinato a pagare il pedaggio», con aggiunta, al radicale, di una flessione che esprime relazione generica di appartenenza, come in italiano. A questo BARRAGIANO (se è dato risalire al lume di una parola la buia catena dei tempi) pagavano il passo le greggi che dalla valle del Sele risalivano alle pascione degli Appennini tra Picerno e Potenza che sono dette i Foi. Prossimo al paese è il piano detto della Dogana, che, di certo, è testimonianza del fatto da noi indicato. — Un altro COLLE DI VARAGIANO è in quel di Melfi sull’Ofanto. Quivi pagavano il passo le greggi che dalle pianure di Ascoli salivano ai pascoli di Monticchio.
Nelle carte angioine, pubblicate nel Syllabus membran. ad regiae Siclae archiv. pertinentium, è frequente menzione di uffiziali super custodiam passuum et stratarum di Basilicata e di altre provincie. Non so, se erano per ufficii civili di sicurezza pubblica; ma di certo ufficii fiscali sui pedaggi.

14. BARILE

Le sbarre o cancelli, messi alle porte della città e ai ponti e alle vie per esigervi i dazii, erano detti Barrale, Barrelium, Barragium. Da questi rozzi congegni della fiscalità medievale è venuto il nome a molti paesi; come, presso Napoli, La Barra; il Barrizzo in quel di Salerno, e il nostro Barrile. A questo Barrile pagavano il passo le greggi che salivano al Monticchio dal lato di levante; ad un altro «Barrile» (che non è paese) presso l’Ofanto e l’Olivento, quelle che venivano dalle pianure di Cerignola.
Il paese è più antico dei coloni che le vennero dall’Albania, e prima segnatamente da Scutari, che cadde in mano dei Turchi nel 1464. In un breve di papa Eugenio del 1152 è già notizia di una chiesa S. Maria de Barrelis cum casalibus (In FORTUNATO, S. Maria di Vitalba, già citato). — Altri e numerosi coloni vi giunsero da Corone nel 1534, e poi da Maina nel 1647 (V. cap. IX).

15. BASENTO, fiume. — Dal greco βασσα, concavitas, e βασσων, profundior. Vedi al capitolo ultimo del I volume.

16. BELLA

Nome moderno di antica città, Abella. Della Abella, campana, Servio trasse il nome ab nucibus abellanis; Pott, dalla radice alb, bianco, quasi albella, in senso diminutivo; Mommsen e Corsen, ricorrendo all’umbro, da aber per aper; e l’Aperula sarebbe la «piccola città dei cignali» come è ai tedeschi Eberstadt (ap. Fabbretti, Gloss.). — L’Abella lucana trasse origine dagli Oschi della Campania, come altrove fu detto. Io credo che a questa antica Abella si riferiscano i popoli Strabellini, che Plinio nomina nella regione II (Apulia) di Augusto. Dai Strabellini si è cavato il nome di Straballum alla città, che altri vorrebbe riconoscere superstite nell’odierna Rapolla; ma questo per me è nome derivato dal basso latino (Vedi qui appresso ad v.).
Monte Pistella o PISTEROLA: Posterula, diminutivo di posta, che nella lingua viva de’ pastori anche oggi significa «stazione ove si tengono a figliare le greggi». Da ponere, mettere in terra; come da jacere è l’agghiaccio. — FONTANA DE’ SARACENI\

17. BERNALDA

In origine era detta CAMARDA, ma nel XVI secolo, a quanto pare, dal casato del feudatario venne fuori il nome di oggi. Infatti, in un documento del 1501 è nominato Bernardino de Bernardo come signore appunto terre Montis acuti et Camarde (V. in Archiv. storico delle prov. Napoletane dell’anno 1880, pag. 122). La vecchia Camarda era a circa un chilometro dall’attuale Bernalda; e se ne veggono i ruderi nel luogo detto S. Donato.
Camarda io trovo nominata la prima volta in una carta del 1099 (ap. Di Meo, Ad ann.). Il nome accenna a stanziamenti greco-bizantini: ai quali ultimi significò una specie di tenda, a forma arcuata (Ducange, Gloss. Inf. Lat. ad v. Camaradum), e in misura da contenere molta gente, se argomentiamo dall’italico «camerata» che derivò da quella. — Altra Camarda è presso l’Ofanto, in quel di Melfi, non lungi dal vallone del Catapano: raffronti non dispregevoli di grecismo locale. Altra presso Catanzaro, ove fu pure lungo albergo di genti bizantine. Altra presso Apricena. — Tutte queste denominazioni indicano ivi stazioni, o acquartieramenti stabili di truppe bizantine. — Camarda, sia per la poca salubrità del luogo, sia per guerre e incursioni violente, era quasi deserta di popolo nel secolo XV. Nel 1470 il feudatario Pirro Del Balzo vi chiamò nuovi coloni ad abitarla e coltivarne le terre. Ma la nuova colonizzazione non attecchì: e passato il feudo in dominio del barone Berardino de Bernardo, mutarono definitivamente di sede, ai principii, come io credo, del secolo XVI (V. Tansi, p. 93, Hist. Monast. Montis Caveosi).
PIZICA, da πὺξος: onde si vuol supporre un pyzicus, terra o luogo di bossi. — GAUDELLO, diminutivo di Gaudo o GALDO, nota significazione di bosco ai settentrionali. — PICOCO, non dal greco, come fu detto; ma è il pretto Bicoca o Bicocca, castello o piccolo luogo fortificato, al m.e.

18. BOLLITA (oggi Nuova Siri)

sia da Bouletum del basso latino, terreno impiantato ad alberi della famiglia delle bètule (boula e beul francese); sia da Boletum che valse un terreno inculto o brughiera. — Nel nome di un barone normanno Roberto de Labolita è già nominata in una carta del 1080 (Ap. Galtula, Accessiones, etc., I, 190). — RUGOLO, torrente, da Rogo; e questo da ruga che è anche canale. Rogo per rivo è vivente in talune provincie dell’Italia superiore.

19. BRADANO, fiume (per sincope) da βραδὺδυνης «tardo al moto», come già al dechinare del suo corso sul Jonio, ove prima accadde di dargli il nome agli antichissimi coloni greci (V. al vol. I, capit. ult.).

20. BRIENZA

Nel latino medievale e nel chiesastico della Curia è detta Burgentia; ed è Burientia in una carta del Codex Cavensis (vol. V, 77). Se, in origine, il nome fu Burgentia, il radicale della parola sarebbe il germanico burg in senso di luogo fortificato, piccolo castello, o torre. E la caduta del g ha la spiegazione nelle analoghe forme latino-italiche di pagensis, triginta, digitus, ecc., addiveniate «paese, trenta, dito».
Ma le forme Brienga e Burientia mi richiamano - istantemente - alle parole Beria, Berria, Berrum; e Bruera, Bruerium. E Beria, di larga accezione, è luogo piano campestre (V. Ducange), sboscato; e ad esso affine Bria e Brie, che è terra ubi sunt boni casei9. E Bruera e Bruerium, onde l’italico brughiera, valse quanto campo di erica od ericeto. Donde trarremo, indugiando a queste fonti, che il significato di «brie, la brie, beria e bruerium» fu quello di contrada campestre, pianeggiante, sboscata, e coverta dei cespi dell’erica che dei suoi teneri rimessiticci, a vita rinnovata, a ottimo pascolo al bestiame da latte. E Brienza, o che si tragga da burg, o da «beria e brie e bruerium» rimonterebbe in origine a stazione di coloni o arimanni longobardi.
PERGOLA, contrada campestre, abitata, e corso di acqua che l’attraversa. Perduta al m.e. fu tugurium, ovvero obumbratio frondosa, cioè capanna coperta a rami di alberi o frasche. Origini ed omonimia identica a Frascati, il ben noto «castello» romano, che surse dall’antico Tuscolo. — Pergola, in dipendenza di Brienza, è gruppo di sparsi abituri di villici e pastori.\

21. BRINDISI di _Montagna

Ebbe coloni albanesi o greci di Corone nel secolo XVI «i quali (scrive il Rodotà, Orig. rito greco in Ital., III, 56), edificarono la terra sopra l’antico castello detto Castrum Brundusinum». Ma il paese è ben più antico di questo secolo XVI: un dominus Brundusii de Montanea è nominato in un documento del 1274 (Giustiniani, Diz. geogr., ad v. Anzi). — Fondato probabilmente nel medio evo da colonie greco-bizantine, venute dalla città di Brindisi.

22. BULIOSO, fiume influente del Bradano; dal greco οὒλιος, pernicioso (ai campi), o dal guado periglioso; (vedi al capit. ultimo del I volume).

23. CALCIANO.

«Da Calpianum e Calpius delle Iscrizioni; «tanto almeno verisimilmente quanto da Caltius Caltianum, o Calcidianum da Calcidius delle Isc.».
Così il Flechia. Si trova anche il gentilizio Calcius (In De Vit, Onomast.) — Ma non ometterò, in proposito, che la parola Caucium significò al medio evo «un luogo basso e paludoso» ovvero «un argine o strada sollevata su terreno basso e paludoso» — condizioni locali che si riscontrano nella topografia della contrada. Conf. GARAGUSO.
In due carte greche del 1092 e del 1098 (Syllabus graecar. membranar. Nap. 1865, p. 71 e 82) si fa contemporaneamente parola di Cacianu (che dal contesto è il Caggiano presso Auletta) e di Caucigianu, che gli editori di quelle carte credono parimenti Caggiano. — La identità, nella stessa carta, dei due luoghi indicati con nomi diversi non mi pare possibile: credo che il secondo si abbia a riferire al nostro Calciano. Nel quale caso la forma di Caucigianum si riferirebbe al gentilizio Calcidius, indicato dal Flechia.

23. CALVELLO

È diminutivo italico del latino calvus, che tra altre significazioni ebbe quella di «raso». Significò dunque luogo raso di alberi e arbusti, come i tanti Monte Caruso, e Monte Calvo, equipollenti. Nel basso latino Calveta significò «luoghi montanini brulli di frutici o di seminati». Anche i classici ebbero «calvata vinea» per vigna rada di viti; e dissero calvescere de’ luoghi, ove gli alberi diventavano rari.

24. CALVERA

In una carta greca del 1053 questo paese è scritto Καλαυρας10. Abbiamo dunque da questa forma il significato della parola che è «Bell’aria», e che avrebbe riscontro nei tanti Belvedere, Belsito, Belcastro, Belmonte, ecc. Anzi io credo che sia proprio il greco ἂγλαυος (luogo in cui spira aria gradita) che per facile metatesi diviene galauros. È superfluo avvertire che vuolsi escludere Καλοσορος «Beimonte» perché non avrebbe potuto dare il v del tema. — Il quale v è sostituzione e trasformazione della sua affine u, come in augello che è da avicella, e come in Genova, belva, vedova da Genua, bellua, vidua. Da Calaura si fece Calàvera, Calvera. — MONTE LABRUTO, credo λεπρώδης, aspro e scabroso.

25. CAMASTRA o CANASTRA, fiume, influente del Basento; dal greco ἀναστρέφω, che indica forza che sovverte ed allaga (vedi all’ultimo capitolo del I volume).

26. CAMPO MAGGIORE

Surto al principio del secolo XVIII, dice Giustiniani; ma forse non fu che riedificazione o rinascimento. Perocché io leggo in una carta del 1237, tra i luoghi della diocesi di Tricarico anche Campum Majorem, come abitato (Ughelli, Ital. Sacr. VII, p. 149) e vedi allo elenco in fine al capitolo XI.
L’infelice paese fu interamente distrutto da una frana nel giorno 10 febbraio del 1885. Erano un 350 case. La storia di esso col giusto titolo di «Necrologia di un paese» fu fatta dal compianto Gioacchino Cutinelli marchese di Campo Maggiore, e dell’infelice paese, come i suoi avi, benemeritissimo (sulla Lucania Letteraria, giornale di Potenza del 1885).
Con le leggi del 28 giugno 1885 e 26 luglio 1888 furono concessi sussidii al Comune perché risorgesse l’abilato, ma in altro posto, a tre chilometri dall’antico. La provincia offrì lire 40,000.

27. CANCELLARA

Nella tecnica agrimensoria de’ latini ager cancellatus era un campo determinato da limiti certi e artefatti; e la cancellatio del campo era l’atto, tra il giuridico e il religioso, di confinare il campo con cancelli o stecconata11. — Praedia cancellata poterono passare agevolmente nel latino rustico in cancellaria, con forma terminativa di un suffisso italico in aria ed aia che esprime collettività (come cibaria, giuncaria, ribaria oggi civaia, giuncaia, riviera) a significare «predio recinto» da mura, siepe, cancelli (conf. Murata). — Dal nome speciale al predio venne egli il nome al vicus? È possibile: e invero anche oggi la «Difesa de’ Cancelli» è viva denominazione in quel di Gorgoglione.
Nel basso latino si ha pure la parola Canceuli per certe specie di reti a chiappare selvaggina. Un luogo ove, per la speciale posizione sua, fossero tenuti distesi cotesti ingegni di caccia, non è inverosimile che ne avesse preso il nome; come (da identiche ragioni) sono surti i nomi topografici di Ròccoli. Tra le due probabili origini del nome altri scelga: io inclinerei per la meno antica (Conf. «Difesa la Caccia» presso Roccanova). — In provincia di Caserta è Cancello, detto in scritture del m.e. San Petrus de Cancellis e Villa Cancelli.
Difesa di AURISIELLO o GAURISIELLO, diminutivo, dal medievale Gaudus, che valse bosco e foresta, come Gualdus.

28. CARBONE

Paese surto presso un celebre cenobio di Basiliani detto di S. Anastasio, e poi di S. Elia. In una carta del 1135 (Ughelli, VII, 73) è detto monasterium de li Carbuni. In un’altra carta greca del 1125 si nomina il monistero di S. Anastasio in loco dicto li Carbouni (τὼ καρβουνι). Parrebbe da queste carte che non esistesse ancora il paese nel secolo XII; ma non è prova sicura. Il nome venne al luogo o da ampli sboscamenti per via del fuoco, o da non improbabili vene di lignite apparse nelle circostanze.

29. CASTELGRANDE

È dello anche C. grandine, e in carte angioine C. de Grandis. Io credo grande, e in opposizione a piccolo castello (Castelluccio o Castiglione che è tutt’uno), quale doveva essere il castello del prossimo monte, che ancora è detto La Guardiola.

30. CASTELLUCCIO SUPERIORE e CASTELLUCCIO INFERIORE.

Oggi due diversi paesi e comunità: ma «terra unica» (cosi è detto) fino a tutto il secolo XVI. La distinzione delle due «università» sotto il nome di Castello Superiore e Castello Inferiore si trova la prima volta nella numerazione del 1648 (Giustin. Diz. geogr. ad v.). La divisione del patrimonio e del territorio delle due terre fu fatta nel 1592, ma il reggimento della «università» continuò ad essere uno. Non prima del 1685 i due cleri de’ due paesi si partirono il patrimonio, già comune, delle due chiese o parrocchie (Arcieri, Monografia di Castelluccio). La separazione perfetta dell’un paese dall’altro non fu compiuta che nel 1813.
Paese di origini medioevali; e prima cronologicamente, per la postura stessa de’ luoghi, il Superiore. — Nel territorio di C. Inferiore, nel piano la Campanella, ove sono state rinvenute reliquie di antichità, i nostri eruditi mettono la Tebe Lucana, che era già scomparsa ai tempi di Catone! — A me è parso meno irragionevole di allogare ivi il Nerulum, oppido, città e stazione indicata nell’Itinerario di Antonino (Vedi volume I, capit. ultimo).

31. CASTELMEZZANO

è il Castrum medianum delle vecchie carte, perché posto in mezzo tra Pietrapertosa ed Albano. — Una «Rocca di mezzo» è in provincia di Roma.

32. CASTELSARACENO.

Il nome indica l’origine e l’epoca. Ma quanto all’epoca che il Cronico Cavese determina precisa! nell’anno 1031, non è superfluo ricordare ancora una volta che il famoso Cronico Cavese è fattura o rifattura di quel noto impostore del canonico Pratilli, che primo lo diè alla luce. «I saraceni (attesta questa cronica) presero Cassiano, Grumento e Planula, ubi novum castrum fecerunt, e da loro gli venne il nome». — Su questo dubbio testimonio fu da alcuni introdotta la città di Planula nell’antica topografia della Lucania; ma fino a testimonianza di più leali autorità tanto la Planula pratilliana, quanto la data del 1031, non posso accettarle. — Il Castellum Saracenum si dice collapsum in una carta del 1086 (se questa è genuina), e vien donato ai monaci della chiesa di Sant’Arcangelo di Raparo, perché lo riedifichino ad abitazione di popolo (Ap. Durante, Vita di Santa Sinforosa, 144).
BIDENTE, uno de’ gioghi secondarii del monte Raparo. Defenback (Glossar. succitato) interpreta la parola del basso latino bidental (nelle lingue germaniche botental) per «luogo ove si ammazzano i buoi». Laonde il nostro Bidente è, per giusta equipollenza, l’ammazzatoio, cioè «luogo onde è facile si dirupino i buoi». — ASPRELLA bosco, vedi Aspro in Montemurro.

33. CASTRO NUOVO.

In una carta greca del 1125 è già detto, come oggi, Castrou nobou. — BATTIFARANO, credo da una delle tante sinonimie medievali della parola Baptinterium e Baptifarium, mulino a battere, a uso e forma gualchiera. Era terra abitata nel m.e. — Serra CIUMAGHENA, forse dal gr. χῶμα che è un’eminenza o collina, ed ἀγανός, piacevole e gradito; quasi bel-poggio, o bel-sito.

34. CERSOSIMO O CERCHIOSIMO.

Questo nome sarebbe rimasto un enigma pei topografi, se non fosse venuto in luce il Syllabus graecarum membranarum dell’archivio di Stato napoletano, nel 1865. In questa importante raccolta sono numerosi atti curialeschi di donazioni e di compravendite, dal 1034 in poi, appartenenti al Monastero di Cir Zozimi. È il nostro Chiersosimo o Cerchiosimo; surto da una laura o conventuolo di Basiliani, greci, che ebbe per fondatore o per abate un Dominus Zozimus, grecamente nominato Cyr Zozimo. — Identica origine è quella dei paesi di Calabria, PAPA SIDERO, ABATE MARCO, ecc. — In una carta greca del 1133 è già menzione del casale χωριον e degli uomini addetti al monistero; ai quali aveva rubato greggi ed armenti un Ghino di Tacco del luogo, cioè «un Roberto signore di Noa» con la masnada dei suoi «clefti» o ladroni (Syllab. cit. p. 150). — La prima menzione del «monastero di Cyr Zozimi» è nella carta del Syllabus del 1063; nelle precedenti carte del 1058, del 1050 e del 1034 è detta «monastero di Zozimo». Parrebbe, dunque, che la origine della casa monastica non sia più antica dei primi trent’anni del secolo XI.

35. CHIAROMONTE.

Dalle carte greche del 1093 e seguenti (nel Syllabus citato) relative ai dinasti di Chiaromonte che erano Normanni, può inferirsi che coloni greci non furono estranei a questi luoghi. Lo confermano le denominazioni topografiche. — Monte CATAROZZO; dal gr. καταῤῤῶξ che è inclinato e dirupato (nel dialetto: scarupato). — Monte ANGARI; forse da ἄγγαρεὶα, servizio forzato: e accennerebbe o al fastello delle legna per prestazione di obbligo al feudatario; o a qualsiasi altra prestazione imposta ai coloni di quei terreni. — SANT’UOPO, vale Sant’Euplo; e questo si trova indicato in due carte greche del 1145 e 1165: in pertinentiis civitatis Nohae ubi dicitur ἀγιος ευπλος (Syllab. cit. 187-221).

36. CIRIGLIANO.

Caerellianum_ da Caerellius delle Iscrizioni. Un fundus Caerellianus «è nella tavola alimentaria dei Bebiani, un altro in quella di Velleja» (Flechia). — Reliquie di antichità non mancano in questi luoghi; ove esistono ancora — di pietra conchiglifera geologicamente notevole — due cippi funebri di antichi sepolcri.

37. COLOBRARO.

Se colombarium, apiarium, formicularium… indica luogo che raccoglie e nutrica colombi, api, formiche, Colubrarium indicherà luogo che contiene o produce serpi, colubri. In dialetto, scorzonaro è luogo ferace di scorzoni, cioè serpi; e così Serparo. — Il paese fu in origine cenobio di Basiliani; dai quali venne il nome della contrada campestre di Santa Maria di Cironofrio, cioè Cir Onofrio (V. alla parola Cersosimo). — LEPRUDI; presso l’abitato, è dal gr. λεπρῶδης, e vuol dire luogo scabroso ed aspro.

38. CORLETO.

Il suffisso ne determina il significato evidente di luogo impiantato a noccioli; selve bucoliche gradite agli antichi poeti ed alle ninfe! come alla Giuturna di Ovidio: Illa modo in silvis inter coryleta latebat. — PERTICARA, V. Guardia. — CAPERRINO, una delle sommità del gruppo di Montepiano, io credo dal greco ἐριπνη, — cima et mons praeruptus, con metatesi dopo l’aspirata, quasi hep-rine o eh’prine. — In carta del 1475 si legge: Cornito de Perticara Castello arso et penitus disabitato; in altra del 1489 si legge: Castra duo, unum videlicet dictum Cornetum quod ad presens incipit habitari, et aliud dictum Perticari. Nei conti del 1475 era tassata a ragione di 20 fuochi (Da una memoria legale a stampa dell’ottobre 1808, presso la Commissione dei gravami). — Nel secolo XII dal registro normanno de’ Baroni apparisce che un Corleto era già popolato di abitatori: ma desso era altro paese, in dominio della Badia benedettina di Venosa: e faceva parte della Capitanata.

39. CRACO.

Dalla parola grachium, che nel m. evo ebbe significazione di «campo di recente squassato o maggesato» che anche oggi i Provenzali dicono garach. In una carta del 1470 appo il Ducange un fondo si dice che confina: cursus occasum cum grachio quod tenet Petrus (ad verb. grachium, e garachium). — MISEGNA V. Policoro.

40. EPISCOPIA.

Dal gr. ἐρικοπια, che è traduzione, parmi, letterale dell’italico vedetta (se questa deriva da vedere e non da vigilia); ἐρικοπια è luogo elevato, donde si osserva.

Molte carte greche esistono di questo paese nel Syllabus sopra citato, onde è dato arguire al grecismo relativamente recente di una parte della popolazione di esso. Nel Giustiniani (Diz. geogr. ad v.) si legge:
«Non senza maraviglia vedesi una gran pietra al di sotto di questa terra, che si sostiene su di tre punti». (Sarà un dolmen celtico?)

«Dai paesani è detta Pietra dei Ciamparelli». (Forse dei zamparelli, ossia di tre piccole zampe).

«Alcuni pretendono che dalla medesima presa avesse la denominazione, facendola derivare dal greco che altro non vuol dire che Gran Sasso». — Da σκόπελος forse? — ma non basta!

41. FARDELLA.

Forma diminutiva del radicale farda. — Falda nel basso latino era il recinto in cui i pastori racchiudono il gregge a fine di ingrassare il campo su cui pernotta. Faldare era l’immettere il gregge a pernottare sul campo, a fine d’incortagliarlo, come oggi usa dire in dialetto; e falda septa era l’obbligo del vassallo d’immettere il suo gregge, a causa d’ingrasso, in faldam dominicam. Da una di coteste faldae dominicae o signorili, venne nome al villaggio? — Altri crede che il nome le venne, più direttamente, dal casato del suo feudatario, D. Anna Maria Fardella, moglie a un Sanseverino, Conte di Chiaromonte. — Il villagio non fu elevato a parrocchia prima del 1703.

42. FAVALE oggi VAL-SINNI.

Campo destinato a coltura di fave, come ortale destinato a coltura di erbe ortensi, presso l’abitato. — In carta greca del 1092 è già nominato un Guglielmo τον φαβαλιν, che non so se fosse proprio il signore del luogo.

43. FERRANDINA.

Tre iscrizioni della città, riferite dagli scrittori napoletani, la dicono fondata da Federico di Aragona, che le diè nome dal re suo padre Ferrante o Ferrantino, nel 1454, e la popolò degli abitanti della prossima Oggiano12, già distrutta dai tremuoti, Ora si sa che un grande terremoto, disastroso a tutto il Regno, accadde sì verso quei tempi, ma propriamente nel 1456. Io trovo inoltre che Federico non nacque prima del 1452; e nel Catalogo delle terre per la tassa della coronazione ovvero del trionfo di re Alfonso, che è detto del 1443 (ap. Tutini, I sette uffici del Regno, etc., nei Giustiz., p. 80) io leggo contemporaneamente nominate Oggiano e Ferrandina. — Non si può dunque credere né alla data precisa, né a tutto il contenuto di quelle tre iscrizioni, che si hanno a ritenere come fattura di tempi molto posteriori. — In una lettera di re Federico di Aragona del 1498, diretta al cardinale di Napoli si leggono queste parole:

«Ruinando la maggior parte di una terra nostra nominata Uggiano in tempo in cui eravamo Principe…, fecimo mettere quelli cittadini in altro logo, dove è fondata una bella terra nominata Ferrandina; la quale essendo stata fondata per noi… etc.»13.

Io non posso dubitare della genuità di questo documento, o di ciò che in esso si ricorda da re Federico. Dubiterò piuttosto che la data del 1443 assegnata dal Tutini nel «Catalogo delle terre» di sopra accennato, sia erronea, come è riconosciuto erroneo il titolo che esso porta nella stampa tuliniana (Conf. Giannone, XXVI, 6). A quella data non poteva essere surta Ferrandina, se questa fu fondata — per noi — come dice Federico, che è nato il 1452 (ap. Tutini, Op. citata: Ammir. pag. 157). — Ma la coesistenza per un qualche tempo di Ferrandina e di Uggiano non ha nulla che si opponga alla natura delle cose: il minuto popolo dové restare ancora qualche tempo tra le mura scrollate e cadute della città, quando la gente doviziosa ed agiata e il «corpo dell’università» si erano tramutati al nuovo paese. Ad ogni modo, la nuova cittadina che fondava Federico di Aragona, ancora «Principe di Altamura, duca di Andria, Ammiraglio e Luogotenente generale», come dètta la iscrizione, dalle varie note cronologiche indicata di sopra, non poté sorgere se non prima del 1496 che Federico fu proclamato re; e sàrà lecito di ascriverne l’atto di nascita intorno all’anno, su per giù, 1480.
OGGIANO, dal gentilizio Ovius.

44. FORENZA.

Risponde all’antico Ferentum (di cui v. all’ult. cap. del I volume) che si trova scritto anche Forentum in Plinio ed in ottimi codici di Orazio (Mommsen, Corp. Ins. Lat., vol. IX), e che perciò così doveva essere pronunziato più usualmente dai Iatini. La terminazione moderna si può solamente spiegare, se si rimonti ad una probabile civitas, o piuttosto Villa Forenta del basso latino; quando il paese cambiò di posto e di importanza, salendo dal piano (arcum pingue humilis Ferenti. Oraz. III, 4) al colle. Nel quale caso la t sarebbe passata in z con esempio di promiscuità raro, è vero, ma non ignoto nell’italico, siccome ci mostra la parola grinza e grinta. — Non in questa Forenza morì l’imperatore Federico II, come altri dissero (Corcia III, 571); ma sì, secondo notava il Jamsilla, mortuus apud Florentinum in Capitanata Apuliae, che oggi è distrutta, ma che fu sede di vescovo nel medio evo sottoposta al metropolita di Benevento, e se ne legge ancora il nome sulle porte di bronzo della cattedrale beneventana.

45. FRANCAVILLA.

Surse nel XV secolo sul territorio di un monastero di Certosini, detto di San Nicola, e da coloni trattivi alla promessa di franchigia da servizii fiscali e feudali. Quel monastero non fu fondato che nel 1395 su territorio di Chiaromonte, come da documento autentico presso Ughelli, VII, 95.

46. GALLICCHIO.

Dal basso Iatino Gallitium (e la primitiva pronunzia dové essere Galliccio, come da suctiare succiare e poi succhiare). Gallitium significò una gualchiera, o moletrina fullonica, e nel luogo d’attorno o nella contrada surse il villaggio. In una carta lionese del 1447 ap. Ducange è detto: juxta Gallitia domini de la Faye. — Ricordo per analogia l’identica origine di MAZZARA. Masara era agli arabi siciliani il molino o trappeto atto a frangere la cannamele. — Non altrimenti Miglionico e Battifarano; dei quali vedi ad vv. — Indizii di antichità è nel luogo ove è detto Gallicchio Vetere.

47. GARAGUSO.

Garagausum_. Parmi composto dalle due parole: Characias o Carex-icis, erba palustre a calamo duro, e Caucium, del basso latino, che era un terrapieno o strada su per luoghi bassi e palustri, e, per estensione, il luogo stesso. Caracaucium o Carac-causium, «luogo basso e palustre sparso di caretti o sale di palude». In una carta del 1311 è detto:

cum pascuis quae dominus abbas habebat in Caucio dicto de Rodes. Ap. Ducange ad v. Caucium.

48. GENZANO.

«Gentianum da Gentius, delle Iscrizioni» (Flechia). Nell’antichità esso fu senza dubbio un pago della prossima antica Bastia. Nella contrada del suo territorio detta Pericoli, verso il fiume Bradano, si veggono ancora rottami di antiche costruzioni, frammenti di acquedotti e tombe. Dicono che ivi o quivi presso, esistesse un’antica città denominata «Festole».

Ma la parola evidentemente è dal latino Fistula, che indica quei tubi pei quali s’incanala e si conduce l’acqua alle fonti. È dunque indizio o ricordo non di nomenclatura urbica, ma sì di antiche opere, testimonii di antico incolato.

49. GORGOGLIONE.

Probabilmente dalla parola Gurgulio, gurgulionis della bassa latinità, che, come il gurgustio della classica, ebbe significato di piccola casa o di tugurio, o casella. Abbondano nella toponomia italiana paesi di significato identico: Caselle, Caselline, Casellette, Càsole. — Un Rubertus Gurgulionis, signore normanno, si trova nominato in una iscrizione del 1158 alla chiesa di Acquaviva di Puglia, del quale paese era feudatario (Ap. Giustin. Diz. Geogr. ad v.).

50. GRASSANO

«Crassianum dal gentilizio Crassus delle Iscr.» (Flechia). I luoghi naturalmente grassi, in dialetto, sono detti grassili. È nominato nella bolla, famosa, del 1060, di Godano arcivescovo di Acerenza di cui appresso nel capit. IX.

51. GROTTOLE.

È il Cryptulae antico; che è analogo al Grottaglie del Barese. — Nel famoso Catalogo de’ baroni normanni pare che questo paese sia indicato erratamente col nome di Gracculum.

52. GUARDIA PERTICARA.

È tradizione locale che sia surta dall’antica città di Perticaria. Di questa città non esiste notizia negli scrittori: si ha però notizia certa di un Castrum Perticarii, che in una carta del 1494 già si dice inabitato. Vedi allo elenco in fine del capitolo.
Nei documenli longobardi è soventi menzione di Curtes perticate, che vuol dire: Corti o predii divisi in «perticate» ognuna delle quali misure comprendeva una superficie di 40 pertiche, ovvero, se non erro, la quarta parte di un’ara. Il Castrum perticarii credo derivasse il nome da uno di questi latifondi, o masse longobarde, divisi in pertiche alle famiglie dei coloni.

53. LAGONEGRO.

Un tempo fu creduto che l’antico Nerulum fosse a Lagonegro, onde la vecchia opinione che questo nome derivasse direttamente da quello. Ma ragioni di distanze itinerarie sospingendo il posto di Nerulum assai più lontano dall’odierno Lagonegro, è forza ritenere questo nome di origini relativamente moderne. A due miglia, o poco più dal paese è un lago perenne di una certa estensione: non è impossibile che la zona di terra, su cui ebbe origine il paese, fosse stata un latifondo, una massa, un dominio feudale, di un gasindo longobardo o franco, o normanno, e che avesse tolto il suo complessivo nome dal lago. Un’antica tradizione paesana ricorderebbe un lago o stagno non lontano dal castello che è a cavaliere della città; e il lago, dalle ombre degli abeti che il circondavano, prendeva la qualifica di nero. Ma la topografia attuale del castello non consente alla tradizione.
Quando il paese dal dominio feudale si riscattò al «regio demanio» nel secolo XVI (di che si parlerà in seguito al capitolo X), volle prendere il nome da Lacus liber; e con giusto orgoglio così scrissero quasi sempre i suoi notai, e così fu improntato sul suggello della «Università». A quei tempi ebbe corso il distico, che trovo in un antico MS., e diceva (nella sua zoppa quantità metrica):

Quem Nerulum dixere, Lacus post nomine Niger.

Jamdiu Lucanis, nunc sibi fama Liber.

Ma il popolo, sovrano davvero nell’uso della lingua, non sanzionò la deliberazione del suo Comune.

54. LATRONICO.

Il radicale è later-eris, col suffisso di suono e di significato identico al suffisso di full-onica. Laonde Later-onicum non è altro che il luogo ove si cerne e si pesta l’argilla del tegolaio, l’officina ove si fabbricano i mattoni, la mattonaia, come dicono i fiorentini, che ne hanno ancora conservato il nome al vaghissimo quartiere della neorifatta città. Anche il nome famoso del palazzo de’ re di Francia, la Tuilerie (dai tegoli) è, su per giù, un equivalente moderno di un antico Lateronicum! — La prima menzione che io trovo di Latronico è in una carta greca del 1063 (Syllab. citato, pag. 61).
ALPI, monte che nelle intentate viscere ha marmo statuario, e alla superficie pascoli aromatici. Alpagiare si disse nel m.e. per «menare le pecore al pascolo sui monti», ed alpe, genericamente, i monti adatti e destinati al pascolo.\

55. LAURENZANA.

«Laurentiana da Laurentius che le Iscrizioni dànno solo come cognome» (Flechia). Si riferisce alla parola villa, o praedia. BOSCO DELLA LATA. Latae erano le assicelle che vengono soprapposto ai travicelli e sostengono il tegolame del tetto. La denominazione indica il diritto civico sul bosco di lavorarvi le assicelle del letto, per uso domestico. Per altre simili denominazioni forestarie vedi in Potenza.

56. LAURIA,

e Laurèa nel medio evo — Laure erano dette quel complesso di celle in luoghi remoti, ove i cenobiti vivevano separatamente intorno ad una chiesetta, sottomessi ad un abate. Tanto lo sciame de’ monaci basiliani, che durante parecchi secoli vennero di volta in volta dalla Romania alle nostre contrade, quanto i monaci di san Benedetto fondarono moltissimi di questi abitacoli, che furono nucleo a futuri paesi. Ma laura è parola del greco-bizantino medioevale.— Tale è la origine prima di questa Lauria, che io credo dai Basiliani; tale quella di Laura nell’Avellinese, di Celle, di Laureana, di Laurino (ma non di Laurito) in quel di Salerno, e di altri luoghi che hanno nome da santi. — Campo del GALDO, del bosco. — La contrada, e già feudo ecclesiastico, detta SILUCI è Sileuci da ἕλη, silva, e ὑϊκος, ovvero ὑεικος, η, porcino; cioè bosco da ghiande addetto all’ingrasso de’ majali. Territorio probabilmente de’ Basiliani, in origine (V. Nemoli).
Nella bolla di Alfano Arcivescovo di Salerno che determina la diocesi di Policastro, del 1079, Lauria è detta Ulia, con aferesi della prima sillaba la, quasi questa fosse l’articolo che il latino non comporta. In questa bolla (pubblicata nella Paleocastren. Dioeceseos historia-cronolog. Synopsis, etc. Neapoli, 1831) si nominano, come paesi della diocesi, tra gli altri, … Lacumnigrum, Revelia, Triclina, Ulia, Seleuci, Latronicum, Agrimonte, S. Athanasium (presso Rivello), Vinanellum (Viggianello), Rotunda, Languenum (Laino), …, Dida (Dina, isoletta), Scalea, …, Laeta (Aieta), Marathia, etc.… — Ma io dubito dell’autenticità di questa carta. — Altri avevano letto Ulci la Ulia di questa bolla; e di qua molti arzigogoli, di cui è un qualche cenno in Giustiniani, Diz. geogr. ad v. Lauria. — La Synopsis suindicata si riferisce ad un Castrum Uriae, postea La-Uria nuncupatum, e per Silaci ricorre alla etimologia di Siris huc!!

57. LAVELLO.

«Labella — dice il Marini (Papiri diplomatici, p. 364) — sono quei ricettacoli di marmo e talvolta di legno posti a piè de’ pozzi, che la figura hanno di quei vasi o conche che si adoperano pei bagni, chiamati labra; dai quali il nome presero di lavelli anche le arche sepolcrali; e nome di labii ritengono tuttavia quelli de’ pozzi nelle Romagne».
Nella Basilicata questi recipienti, posti accanto a pozzi per abbeverarvi animali, sono detti gavitoni (accrescitivo di gàvita) se di legno, e pile o pilacci se in muratura. — Da cotesto genere recipienti accanto ai pozzi profondi, destinati ad abbeverarvi l’armento nelle sitibonde pianure pugliesi, ebbe nome il luogo intorno al quale surse quello che fu poi Lavello. Non altrimenti, per que’ stessi luoghi la città di Cisterna, oggi distrutta. Non altrimenti oggi è detta dei Gavitoni una contrada in quel di Moliterno, ove sono messi per terra intorno a un pozzo tronchi di alberi, scavati, dall’uomo per raccogliervi l’acqua, che il boaro trae dal pozzo a comodo dell’armento che pascola ne’ macchieti circostanti.
GAUDIANO, paese abitato nel m.e.; ma fin dai primi anni del secolo XV inabitato. — (Di cui vedi appresso un cenno al capitolo IV). — Dal gentilizio Caudius e Caudia, od anche Kadius delle iscrizioni. (C.I.L., X).

58. MARATEA.

Da un qualche fanum dedicato ad una Dea del mare: così dicono. — Ma una Dea del mare, anonima, è ignota a tutto il pantheon antico e moderno, salve l’Ave, maris stella, della liturgia cristiana! — Il tema della parola è, a mio avviso, Maruthus, il finocchio, usalo sì nel basso latino, sì nel latino classico: onde Marath-ia significa «la Finocchia-ia», cioè, per antonomasia «terra di finocchi». L’antica e celebre Maratona non ebbe altro significato! — Maratea fu sede di greci, forse bizantini: ebbe monasteri di basiliani, e ne è ricordo la contrada S. Vasile. La forma della parola popolare propria dell’indigenato è Maratiota, del tutto greca di conio. Le traccie di questo grecismo (che per me è indubbiamente medioevale) sono davvero numerose pel territorio della città; ed eccone un saggio: — MANTINIA da μαντις, ιος, genere di locuste; onde al luogo è il nome di «grillaia», cioè terra non produttrice che di grilli; — RIZZARO, o il radicaio, da ριζα-αδης, radica o mucchio di radici; — I PROFITI, da προφυτείω e vuol dire luogo di precoci prodotti; — MELOSSINA (Mellissine-a) da μελισσα, luogo da api, o da alveari. — Il villaggio BREFORO, dal tema βρέφος, fanciullo; epperò equivalente al nome di quell’altro villaggio di Avigliano detto I Filiani; — La SUDA, da σωρός, mucchio di pietre, quale è il luogo; — VALLONE DELL’ANNARA, equivalente ai tanti Vallone secco, da α privativo, e νᾱρός, umido o liquido (o da ᾱμάρα = aquaeductus). — In tutta la spiaggia ivi intorno le denominazioni topografiche greche si avvicendano alle italiche. Ad oriente di Maratea è il paese di AIETA, da ἀητης, esposto ai venti; ad occidente è SAPRI, che io credo da σαπρός, luogo putrido e fradicio, equivalente a’ nomi di Palude e Palo, paesi.
Non greci, però, i nomi degli isolotti nel mare incontro a Maratea. Uno è detto Matrella, ed è Natrella, quasi piccola anatra che guazza a fior d’acqua; (così il nome di «Galli» ad altri isolotti dello stesso mare); altro è Fiuzzo, quasi piccolo figlio nato da altro, ivi presso, più grande. — L’isoletta La Sicca, che per poca profondità di acqua annunzia secche pericolose ai naviganti, è notevole, perché da essa, non lungi dal paese di Libonati, il barone Antonini trasse e creò la Vibo ad Siccam, lucana, che volle così detta per distinguerla dalla Vibo Valentia, presso Monteleone (La Lucan. pag. 426). Già il Magnone dimostrò all’Antonini l’equivoco di aver trasmutato un Sicca, che era un uomo ed un ospite di Cicerone a Vibo Valentia, in uno scoglio! detto Sicca, presso Maratea o Bonati (Lett. al bar. Antonini, 1763, p. 36). Ma l’acre correzione del Magnone non pare sia accetta agli archeologi epicorei, che ancora fanno eco all’Antonini. — Il paese che modernamente è scritto Vibonati, al popolo e alle vecchie carte (conf. Giustiniani, Diz. v. Bonati) è non altrimenti che Libonati: e deriva il nome dal tema medioevale bonna, limiti artefatti, e bonare è metas fìgere. Attesta il Ducange, che fino ai suoi tempi il popolo diceva terres abonnées quei predii, che tra limiti determinati e in virtù di un annuo compenso erano franchi di qualsiasi altra prestazione (ad v. bonna). È il senso di questo Li-bonati, medievale. Ed è la spiegazione etimologica della parola franco-italica di «abbonamento».

59. MARSICO NUOVO, e MARSICO VETERE.

Questo secondo io credo Marsico del vetere, cioè del vecchio paese. Ma quale antica città esistesse nelle circostanze di esso, non saprei dire con sicurezza d’animo; esisté senza dubbio una qualche città nel luogo che ancora è detto La Civita. La opinione de’ topografi nostrani che vi allogano l’antica Vertina di Strabone non ha base solida, poiché non si fonda altri menti che sul bisticcio — e non somiglianza — tra Vetere e Vertina! Per la denominazione-indice di Vetere, vedi al capitolo ultimo del I volume.
Per distinguere dal Marsico del Vetere l’altro prossimo Marsico, quest’ultimo prese, naturalmente, il nome di nuovo: epperò, a mio credere, il «nuovo» non esprime relazione cronologica. Anche Marsico nuovo ha cenni di antichità, poiché le sue campagne hanno dato reliquie di marmi letterati e suppellettile di antichi sepolcri; fu, inoltre, sede di Vescovo fin già dal mille; e fin dal secolo X compaiono, tra i dinasti longobardi, potenti i Conti di Marsico, che per me è il Nuovo.
Il nome di «Marsico» è dalle parole del basso latino Mariscus, Marescum, Marescium, che tutte significano luoghi paludosi; e, come dice il Ducange: «Gallis mares et marais». Radice alla parola è il sassone merse. Da questo derivò il vecchio francese mares, e il più antico del b.l. mari-scus, che divenne, per metatesi, mars-cut e marsicus.
A piedi del colle dell’odierna Marsico nuovo non mancano, anche oggi, zone di terre soggette alla malaria delle acque stagnanti. E quanto alla situazione attuale in colle, ricordiamo la identica situazione in colle del non lontano paese di «Padula» il cui nome deriva, incontestabilmente, dai prossimi paduli o paludi del fiume Tànagro o Negro. Sotto Tegiano, a lato del Tànagro stesso è «La Marsa» contrada che ha la medesima origine da stagno o palude. — Non so, se la regione abbruzzese della «Marsina» all’oriente di quello che fu il Fucino, non ebbe il nome da cotesta identica condizione dei luoghi, anziché dagli antichi Marsi. Da identiche origini le parole «Marcito» di Lombardia, e marcire.
ALAGIA. Aalagium ed Eslagium erano detti b. latino i campi prossimi all’abitato, sui quali la chiesa del villaggio avesse dritto di decimare. Parrebbe denominazione venuta dagli usi feudali normanni. — LA LAMA. Lame erano terre solcate, più o meno profondamente, dalle acque temporalesche: oggi vive, di stralcio, nella parola slamare. Parola longobarda, asserisce Paolo Diacono — Questa spiegazione del Ducange mi pare più esatta che l’altra datane dal Muratori (Ant. M. Aev. XXXIII). — MONTE VULTURINO è dal latino Vulturinus, dell’avvoltoio; non altrimenti che i prossimi Monte Corvo, Montagna dell’Aquila, e simiglianti altri.

PATERNO, villaggio non ancora autonomo, in dipendenza di Marsico. Il nome non viene da Paterno, console (tra gli altri) del 986 di R. 233 d.C., né da altro gentilizio. Le località col nome di Paterno sono numerose in Italia; da Paterno di Catania, ove era l’antica Hybla major, ai Paterno delle provincie di Ancona, di Avellino, di Cosenza, ed altri, villaggi, qui e qua, altrove.
Paterno è da Paternicum, che significò l’asse o l’eredità dai padri, ovvero avi. Esso, nella omonimia topografica italica, significa un luogo abitato antico; da cui un altro moderno abitato è surto, quivi presso; ed a cui la nuova gente si riferisce, indicandolo con le espressioni — ad rus, praedium, oppidum paternicum. Dessa è denominazione-indice; come «vetere o civita» (di cui fu parola nell’ora citato capitolo ultimo del I volume). Indica, ivi presso, un antico paese: la «patria» antica, o «la terra dei padri» onde le nuove genti credono di avere le origini14.
L’antica città che era presso Paterno ci è ignota: alcuni del luogo, indicano la Casilinum della Peutingeriana, che oggi indubitabilmente è da ritenere situato presso a Padula (v. vol. I, cap. ult.). Ma Paterno senza dubbio fu luogo di antica città: e da essa nei bassi antichi tempi ebbe origini Marsico nuovo. — PIETRA MAURA (μαυρος), oscura e nera; come Pietracupa paese del Molisano.

60. MASCHITO.

Il suffisso eto ed ito, comune all’italiano ed al latino, svela l’origine di questa parola che è Mespiletum, o Mespletum, terra impiantata a nespoli. E me ne accerta la legge della trasformazione fonica delle lettere, che nei nostri dialetti pl tramuta sempre in ch, e spl in sch; onde da planus, plenus è chiatto e chieno; da explantare è schiantare; e schiedone da spiedone. Laonde Maschito è il pretto Mespletum diventato Mescletum e Mescheto nel fonetismo popolare. — Fu popolato (e non credo ex novo) dai Greci di Corone verso il 1534.

61. MATERA, _Mateola.

Abbiamo indicato altrove (nel capit. IV del I volume) le numerose omonimie topografiche tra le antiche popolazioni illiriche e quelle sulle terre appulo-peucete e lucano-jonie. Fra quelle omonimie si accennò ad una città di Metoulon, che Strabone annoverava tra’ paesi abitati da’ lapidi (Iapigi) dell’Illiria. — A queste omonimie riattaccammo le origini antichissime di Matera (ivi stesso); ove, del resto, sono siate trovate armi ed utensili e tombe della età della pietra. Il passaggio di Metoulon in Meteoula, Meteola e Metèra non pare strano e improbabile. Sarebbero origini dei tempi enotrii, anteriori ai coloni ellenici. Il sig. Corcia indicò l’ètimo di ματαιος ὁλος, tutto vacuo; e la topografia, per le molte grotte del luogo, risponderebbe al concetto di altre parecchie etimotologie è bello il tacere. — Plinio nomina i popoli Mateolani nella regione II (Apulia) di Augusto.
GRAVINA, fiumara; equipollente al francese ravine che è «burrone scavato dalle acque». Ma l’origine prossima è dal medioevale grava, fossa, che è dal tedesco graven, fodere. — CANAPRO, torrente o fiumana, e credo da ἀναπρίω in significato di «radere (le ripe) di qua e di là o di traverso». — PIANO DI CHIATAMURA, sul torrente Gravina, è il gr. πλαταμῶδης, «largo e piano» col comunissimo scambio del d in r. — TIMMARI, da thymus, thymarium, cioè luogo abbondante di timo; o piuttosto (per ragione della terminazione sua nella forma plurale) da θῡμαρης, che vuol dire «grato e giocondo» luogo. — PICCIANO, Pectianum, dallo gentilizio Pectius, secondo il Flechia. Un fundus Paccianus è nella tavola alimentaria dei Liguri bebiani.

62. MELFI.

Nome di origini non medievali: dal prossimo fiume Molfa, o Melfi — L’origine di Amalfi da questa Melfi mediterranea è una vecchia scioccheria dotta. I nobili romani che si trasferivano a Bisanzio, nei tempi di Costantino, e naufraghi approdarono a Ragusa e poi a Melfi (secondo la tradizione di scrittori medievali), si vuole intendere, a mio avviso, di Malfi, che è villaggio con porto in Dalmazia, nel distretto di Ragusa. Questa ignota Malti, sul mare adriatico, scambiarono con la città mediterranea lucana, che è assurdo. — La leggenda storica delle origini della celebre città marinara si ha da riferire piuttosto alla antica Molpa o Molphe, non lungi dalle antiche Velia e Bussento sul golfo di Salerno. — Vedi Baragiano e Bernalda.

63. MIGLIONICO.

Ha scritte nello stemma del comune sette M; e vuol dire: Milo, magnus miles, me munivit magnis muris; su’ quali trampoli risalirono fino a Milone, il generale di Pirro l’epirota. Questa è l’erudizione antica. Ma l’erudizione moderna ha trovato un’antica città Milionia nei Marsi, e duplicandola, l’ha trasportata nel Sannio; quindi, a forza di una cura ortopedica ad un passo di Tito Livio, ha sospinta Milionia marso-sannitica qui a Miglionico, tra i Lucani. Se la cura non fosse violenta, resterebbe ancora a spiegare la derivazione e il valore del suffisso onica, prima di accettare l’emendamento topografico. — Io non oso risalire a sì nobili origini. Per me, la parola Milionico ha fisionomia, significazione ed origine identica alla parola Fullonica, che ai latini era l’officina a sodar panni mercé la pressione de piedi e dello strettoio. — Fullonicum (come, può arguirsi dalla radice ful di fulcire) si riferiva all’azione del fullone pel premere e picchiare de’ piedi (vestem pedum insultu cogere et densare). Ma quando alla pressione dei piedi o dello strettoio fu sostituito il congegno rudimentario dei magli a battere, la Fullonica si mutò in Mallionicum, Maglionico.
Questa congettura è confermala sì dalle parole medievali Battuarium, batutorium, e più specialmente batifollum (che tutti significarono mulini o congegni a battere sia panni, sia scorze quercine o che altro di simile), e sì dalla parola malliare che significa battere col maglio. Mallionicum fa riscontro a Fullonicum come le fa riscontro la parola identica Baptifollum. Quest’ultima ritiene la prima parte della antica parola; e Mallionicum, con piu giustezze, ne ritiene la seconda, che è il suffisso. — Ricordo che Fullonica è località abitata in quel di Grosseto. — (V. Gallicchio). — E ricordo un atto del 1082, in cui certe terre si dicono poste in loco qui dicitur Milionico, nel territorio di Trani. (Beltrami, Docum. longob. e Greci, etc. Roma, 1877, pag. 31). Accennerò, infine, a μυλώνιον, che significò locus in qua est mola, a frangere che che sia. Di qua potrebbe essere derivato un primitivo «Miglionio», donde era facile passaggio alla forma attuale, accennata di sopra.
Nella cronica di Romualdo Salernitano, all’anno 1110, è scritto: Alexander Comes Miliolongum fecit aedificare castellum, così nelle stampe; ma deve leggersi Miliolonigum e significherebbe, a mio avviso, che circondò di mura il paese. Il Castello di Miglionico è famoso nelle storie della Congiura dei Baroni (v. appresso al cap. VIII). —- Valle di PORSARO o PORSENARO, non da tal nome di un immaginario capitano! ma è il Porcenarium del basso latino che vuol dire locus ibi porci aluntur.

64. MISSANELLO.

È il pretto Mesneolum e Mesnillum del m.e. (nel francese antico mesnil), e significò un piccolo podere o pezzo di terra con una casa o mansione (maison), donde gli venne il nome. In carte antiche si legge soventi, come in questa presso Ducange:

dederunt Mesnillum quoddam desertum, nomine Esche-villerum, ecc. (ad v. Mansionile).

65. MOLITERNO.

Alla erudizione indigena parve evidente la derivazione della parola da un moles aeterna! riferendone l’augurio all’antica torre del vecchio castello, quasi Campidoglio di una ignota Roma! Se i nomi li dessero le accademie, l’epifonema di un augurio potrebbe forse bastare a far l’ufficio di matrice ad un nome geografico. Ma se essi nascono dal popolo, il processo riflessivo e l’astratto hanno poca parte nelle filiazioni inconscienli della spontaneità creatrice del popolo stesso.
Io dirò che il radicale della parola parmi sia Mulctrum da mulgere mungere; e significò, oltre al vaso da mungere, anche «l’ora del mungere, e il latte novellamente premuto» come si raccoglie da scrittori della bassa latinità15. A questo radicale aggiunto il suffisso erno, che è di conio antichissimo, e che in composizione di molte parole topografiche esprime (secondo che a me pare) «il luogo ove si fa il lavoro, ove si compie l’azione relativa al radicale», avremo la parola Mulctr-ernum, Mulct-ernum, col significato speciale di «luogo dove si fa il latte, cioè dove si munge l’armento e si coagula il latte» — «La Cascina» — insomma, che pure è nome di tanti luoghi, paesi e città, oggidì. Donde poi si derivi il significato speciale, che da noi si attribuisce al suffisso erno di nomi geografici, vegga il lettore alla parola Picerno, ove sono spiegate altre parecchie toponimie d’identico stampo.
PIANO e FIUME DI MAGLIA, e MAGLIATELLE: vogliono dire: piano e fiume della macchia, e delle macchietelle. — La parola macula, contratta in macla, divenne nel basso latino mallia, che i popoli neolatini, pronunziarono maglia; come da tenaculum si fece tenaglia, spiraculum spiraglio, speculum speglio e specchio, periculum periglio, navicula naviglio, ed altre assai. Anzi nell’italiano è rimasto maglia per una special macchia alla cornea dell’occhio, e nel francese mailles sono le macchie alle piume degli uccelli di rapina. Dal che deduco questo che la macchia è alcun che di oscuro che risalti sul chiaro, come la macchia dell’arbusto sul campo dissodato intorno, e le maglie erano il vuoto o il netto del campo che risalti dal bruno della foresta, come la clairiere ai francesi e il lucus ai latini. — Identica origine medievale al nome di Maglie, città in quel di Lecce.
GUALARIELLO, da wala, argine o muro o stecconata, e riulus, rivolus: rivolo arginato da sponde artefatte. — GUALAMMERTO, da wala id., e mirta che era «luogo irriguo e pascolativo». — ALVARALI da alivus, campo presso a corsi di acqua arginali, e arali, idonei ad essere arati. — LA ROSSA, torrente, da roissia «luogo ove si mette a macerare il canape»: identico al moderno — ABBONATORA (del dialetto) lungo il torrente stesso. — RAGGIOLLA da Ragia e Raja, canale o solco di terra. — LA GATTINA, da Gastina «terra smacchiata, ma inculta e data al pascolo» — GUARINO da warena «selva messa in difesa e riservata alla caccia del signore». — TRUTOLO. Terra uteleia od utelis? cioè da «otto misure» e vuol dire, io credo, terra sottoposta al terratico dell’ottava parte del prodotto. — GARAPANNO da Arapennis, che tra’ varii significati ebbe quello di «limiti del territorio sottomesso a bando», ossia quella zona più prossima al paese, tra i quali limiti la città o il feudatario può esercitare il banno, cioè la giurisdizione penale. Questa parola accenna a consuetudini giuridiche antichissime e comuni, di cui la storia scritta del nostro diritto non parla ancora. Gli statuti municipali delle Università napoletane hanno disposizioni che riescono inesplicabili senza la nozione che è chiusa in questo nome di GARAPANNO, cioè: «limiti del banno».

66. MONTE ALBANO.

Il già noto suffisso in «ano» fa allogare la parola nella categoria di quelle derivate dal gentilizio Albius — come Albano. Ma non passerò sotto silenzio queste parole dell’abate Troyli, che vi era nato e che scrisse: «di territorio tutto fertile, benché cretoso in parte; in modo che dalla bianchezza di questa creta, si crede sortito il «nome di Monte Albano»; ed è probabile.
POLICORO, ANDRIACE, vedi appresso. — Piano LA BRAIDA, toponimia comune a molti paesi; dal medievale bràida, che significò un campo suburbano destinato al pascolo degli animali, e probabilmente all’uso comune de’ cittadini.
SCANSANA è da isca e saina: isca che ancora vive nella lingua popolare a significare terra accosto a corso d’acqua ed atta ad essere irrigua, e saina, del m.e. che valse locus juncis palustris abundans: vuol dire, come in origine, Giuncheto presso a rivi di acqua. — Di qua pure SCANZANO nel Grossetano.

67. MONTEMILONE.

Si trova già nominato Monte Melune in un diploma greco dell’anno 983, come castello o paese dipendente dal vescovo di Trani (ap. Fimiani, Metropol. p. 143) oltre che in una carta, ma di dubbia autenticità del 972 (ap. Di Meo, ad ann.). Ne riferisco il nome sia alla cucurbitacea dall’italiano, sia alla parola meulon, diminutivo di meule, che ai francesi sono quei monticoli di fieno, o paglia, o trifoglio ammontati nei campi per conservare la profenda invernale agli armenti (Littré, Diction. ad v.). Dalla forma del munticulo il nome.

68. MONTEMURRO.

Fu chi ricorse ridicolosamente ad una Dea Murcia; ed altri — meno ridevolmente — ad un Mons Morus, cioè dei Saraceni. Ma anche quest’ultimo è inaccettabile, perché non rende ragione della doppia r del tema: e perché la spiegazione è troppo speciale per una denominazione che è larghissima nella toponimia italica. Si trova infatti Morro irpino nell’Avellinese, Morro d’alba nell’Anconitano, Morro nel Reatino, Moro Valle nel Maceratese, Morrone nel Larinese; e presso Ferrandina un monticello è detto «Il Morrone»; un altro a Garaguso; e Murro è tenuta, anticamente abitata, nel territorio di Montescaglioso.
Il significato del murro medievale è appunto di un «monticello o cocuzzolo» isolato. Nello spagnuolo è rimasto tal quale morro e morrone;nel portoghese morros è collina; nel francese è il solo morne, che è sincope appunto di morone, monticolo. (Littré, ad v.). Nell’italiano non vive che ignorato nei nomi topografici suddetti; ma la radice è già nel mur-gia, del dialetto per grosso sasso; e nel mora, che è monticello di sassi raccolti, come già la greve mora sul sepolcro di re Manfredi, che vive in Dante. Ma anche questa parola è caduta dall’uso moderno: come è caduta l’altra di morena, che nel basso latino significò «diga accosto al torrente fatta di pali, fascine e macigni»16.
Fu dunque il morro, o morrone un monticello di macigni, isolato d’intorno come il cocuzzolo del capo. Né faccia specie il vederlo accoppiato alla identica parola di monte. Tra i singolari fenomeni linguistici non è ultimo la reiterazione: prova, il noto significato di Mongibello che è monte di monte; la men nota contrada in quel di Castelluccio che è detta Pietrasasso; e il più comune MONTORO, ove il Toro, toronis del basso latino vale anch’esso un monticello isolato, che in molte denominazioni topografiche dialettali comparisce in TIRONE, e questo dà origine a tante etimologie sbilenche dal latino classico!
GANNANO: da Ganea, taverna, Ganeanum, «luogo delle taverne». — SORVIGLIANO, VALLARANO: possessivi dai gentilizii Servilius e Valerius. — BRACALICCHIO, diminutivo di baracha, casa di tavole. — BOSCO DELL’ASPRO. «Aspar (si legge nel Ducange, ediz. Didot), era detta la parete preparata di assicelle». Ma in documenti napoletani aspro e asproni significano «pali grandi da vigneti»; e in questo senso è ancora usato nel territorio di Amalfi, come attesta Matteo Camera, che pubblica un atto del 1195, ove si legge: debeamus dare vobis tanti pali et aspre pro laboranda predicta vinea (Mem. stor. di Amalfi, 1876, p. 376). Significherebbe adunque bosco, su cui si aveva il diritto civico di lavorare sia assicelle e panconi, sia grossi pali da vigna o da frutteto. — Vedi in Potenza altri esempii.

69. MONTEPELOSO,oggi IRSINA.

Monsignor Lupoli, dotto archeologo, trasse l’etimologia dal latino pillosus, cretoso: ed io l’accetto. In greco si ha πηλός, fango e argilla: da questo fonte si dedurrebbero origini greco-bizantine, non improbabili.
Quivi presso era Irso da gran tempo scomparsa, e di cui nel «Registro de’ Baroni». In una carta del 1276 Irsium è terra ancora abitata (Syll. ad reg. Siclae Arch. I, 126) in Basilicata. Da questo antico Irso è il nome del recente battesimo alla città.

70. MONTESCAGLIOSO.

Nelle carte medievali è Caveosus, e qualche volta Scabiosus. Ma è scabrosus, cioè aspro e scabroso, come «Aspromonte». Il fonetismo di scabia in scaglia è secondo il genio dei nostri dialetti, che ha mutato nebbia in neglia, subia in suglia, con l’intermedio, senza dubbio, del diminutivo nebula e subula.

71. MURO.

Agli scrittori locali piacque derivare il nome da una enorme muraglia, di cui ancora si veggono gli avanzi in difesa al Castello, e quella essi dicono opera dei Normanni. In un atto del 1090 è detto Castellum de muro, e Castellum quod Murus nuncupatur (Muratori, Antiq. M. Ae. diss. V, 223). L’epoca e il nome io penso sia da portare assai più in su dei Normanni; forse ad antichi avanzi di costruzioni che appartennero sia, probabilmente, al suburbio della città di Numistro, sia a qualche «castrum» di dinasti longobardi. All’età di codesti invasori, nel secolo VI, è probabile cadesse distrutta o desertata l’antica Numistro, che era posta nella prossima Raia S. Basile, e dalla disertata città sursero molti di quei gruppi di villaggi, oggi spenti, come Capitignano, Ganzano, Ceterano, Cilvitrano ed altri17; e surse questa moderna Muro, che man mano li assorbiva tutti, e che vuolsi credere ben popolata all’aprirsi dell’anno mille, se nella prima metà di questo secolo XI si trova sede di Vescovo.
PIANO PAGANO, del pago, o de’ paghi. — ACCILÌ, o dallo antico germanico accyn, elce, o dal basso latino aclea, derivato dal germanico ac, quercus ilex, e lea, campo o luogo. — GIACOIO, nome di un fiumicello; e credo significhi «fiume dell’agghiaccio», derivandosi giocoio, come procoio, l’uno da jaceo-jacui, e l’altro da procumbo-procubui, giacere in terra (conf. Danoia per Danubio, in Dante). — FELITTO, dal lat. Folictum, luogo di felci. — PERLENNE, forse da Bera, che fu locus planus et campestris (Ducg.), e da lena che significa sovero, o da lemna che valse selva. Quindi: selvapiana, o luogo di soveri.
RESCIO o Roscio è detto il corso d’acqua accosto all’abitato, dal b.l. rogius in significato di rivolus.
S. PIETRO A PLAGARO, ad plagarias: non «dai paghi» ma da quelle bianche torrette, ove oggi si fa «il gioco» o la caccia dei colombi, in quel di Cava e di Nocera; e che al m.e. erano dette plagarie come mostrano le carte e il registro del grande Archivio dei benedettini Cavesi (V. in Guillaume, Ess. histor. sur l’abbaye de Cava. Cava [Napoli], 1877, pag. 3 e 221). — CAPOTIGNANO, non a colendo capite Jani!, come farneticarono, ma dal gentilizio Capitinius, che s’incontra come cognome, derivò Capitinianum. (Flechia).

72. NEMOLI.

Di conio moderno, sostituito al vecchio nome di Bosco, quando al paesello di Bosco del prossimo Cilento si volle mutato il nome per spirito di tristi politiche vendette.
Bosco, di Basilicata, era un villaggio di Rivello, surto intorno ad una «Grancìa» dipendente da una Badia, che fu nelle antiche origini dei Basiliani, poi dei Benedettini, in Lauria; di cui il cenobio si dice diserto nel secolo XV. — A Bosco fu eretta una chiesa «vicariale curata» non prima del 1725.

73. NOIA.

Oggi è stata detta Noepoli; e forse intesero dire città nuova. Noa e Novium nel basso latino significò «terreno grasso ed umido o palustre per uso di pascolo». Nell’antico francese è Noue. — Di qua il NOJELLO presso Bollita; e quel paese di Novi, da cui ebbe nome il Vallo (oggi detto di Lucania), quando nel passato secolo vollero mutata l’antica e sconcia denominazione sua18.

74. PALAZZO S. GERVASIO.

Di origini relativamente moderne. In una carta del 1267 re Carlo I di Angiò ordina a Nicolò da Venosa di custodire con cavalli e fanti Palatium regium et defensas S. Gervasii: in carta del 1280 è menzionata la Marescallia S. Gervasii19; erano i luoghi delle razze equine dei re angioini; ed il palazzo e le masserie del re furono nucleo al paese. Non taccio però che in una carta del 1082 trovo donato al monastero della Trinità di Venosa il territorio anche di un «Casale Gervasii» e benché possa dubitarsi della secura autenticità di questa carta (ap. Ughelli, VII, 170), è probabile che il primo nucleo del paese fosse dei tempi normanni. — «S. Gervasio» col suo bosco fu luogo di caccia anche pei re svevi, specie per Manfredi (vedi in Jamsilla, p. 193, ediz. Del Re). — Ma il paese surse ben tardi; se troviamo che Giovanna II (1414-1433) dona a Covella Ruffo nemus et territorium sancti Gervasii, cum palatio, seu domo (non vi era dunque ancora il paese) situm in provin. Basilicate (Cod. diplom. di Minieri-Riccio, II, part. III).
Presso il bosco del comune un piccolo corso di acqua è detto Valero. Fantasticarono ne sia derivato il nome dal Console Valerio Corvo, che infermò a Venosa; e morto ivi, fu sepolto (argomentano, come Alarico!) nel letto del fiumicello! Il quale invece ha il nome dal basso latino Valerium e volerium od olerium che significò un «orto»! dalla prossimità del quale venne all’anonimo rivolo l’indicazione onomastica.

75. PALMIRA.

È il novello nome di battesimo, che il municipio ha imposto al paese, che fino ad anni fa era detto Oppido. Oppido è di certo l’antica parola Iatina di qualifica all’antico paese osco-lucano, di cui ci è ignoto il nome specifico. Ma per quali ragioni il gran nome della maravigliosa città dell’Eufrate sia oggi arrivato all’umile paese dell’alta valle del Bradano, io non so. — Qui il buio è più forte pei tempi nuovi e nuovissimi, che per gli antichi!

76. PATERNO. — Vedi più su al numero 59.

77. PESCOPAGANO.

È Pietrapagana. Vive tuttora, nei dialetti della regione, pescone per grosso ciottolo o macigno.
Il nome accenna sia a fortificazioni del secolo XI, sia a posteriori stazioni dei Saraceni di Sicilia. Nel famoso canto del secolo IX per l’imprigionamento di Lodovico II a Benevento è il verso: Multa gens paganorum exit de Calabria.
LA GUANA: corso di acqua che attraversa l’abitato. È il latino Aquana cioè fossa: il canale o il fossatello dell’acqua. La contrada I doliari, non da Idoli, ma da doliaria, quantità di vasi o checché di simile, venuti fuori.

78. PICERNO.

Il radicale di questa parola senza dubbio è pece. Il suffisso erno, che ricorre in molti nomi topografici di antico conio, esprime, a mio avviso, una relazione complessa di luogo e di lavoro, e più specialmente il luogo ove si esercita un lavoro fabbrile, e forse collettivo. Questo dato spiega con molta semplicità molte parole topografiche dell’identico stampo; e di là deriveremo Picerno, luogo ove si estraeva la pece da quei monti lucani ove ancora oggi è superstite l’abete; Moliterno, la Cascina, cioè luogo ove si manipola il latte fresco, mulctrum (vedi); Salerno, luogo ove si estraeva il sale dalle acque marine (e non da sale mare, ed Irno fiume); Linterno (il lago di Patria), luogo ove si costruivano o stazionavano i lintei, o sandali che ne solcavano le acque; Acerno, luogo ove si confezionava o si ammontava il legname reciso; Siderno, luogo ove si fabbricava o manipolava il ferro (σὶδηρος).
Il suffisso erno è di conio antichissimo, e non vuolsi confondere col suffisso apparentemente identico di pater-nus, imber-nus (inverno), quater-nus, aether-nus (eterno), super-nus, infer-nus, subter-nus, ed altri. In questi il suffisso è nus, flessione dell’aggettivo, esprimente proprietà o qualità proprie. Il suffisso erno a significare luogo di lavoro fabbrile, deriva da altra fonte, ed è anch’esso un composto da altre radici. Una traccia, quasi smarrita, di esso è nel verbo c-ern-ere, separare; ed ogni lavoro fabbrile è separazione del prodotto dalla materia prima, terra, acqua o vegetale che sia. Ma una reliquia più spiccata ed intera è nella parola tab-erna, che ai classici fu appunto l’officina. O questa derivi da tabul-erna, e significherà il luogo ove si lavorano le tavole, (confr. cav-erna, luogo ove si cava); o da un tabul-erina, e ci darebbe anche questa un luogo da lavoro di tavole, o dalle tavole. Il significato di taberna per «casa di tavola» non è che posteriore, come di conseguenza e associativo alla idea di lavoro: anche più tardi surse la distinzione di officina per luogo da lavoro, da taberna per luogo vendita, quando, avanzando la civiltà, la legge della divisione del lavoro suddivide e separa i mestieri.
Altri indagherà onde derivi il suffisso di cui parliamo: a me pare che sia composizióne di due radici e contrazione di irina: la quale è la risultante di ir o ihr, che fu ai vecchi latini la «palma della mano» — fonte, causa e strumento del lavoro, — e del suffisso ina, che è caratteristica delle parole latine che indicano appunto l’officina, — sutrina, tonstrina, moletrina, coquina, ecc.

79. PIETRAFESA

nel m.e. fixa, cioè spaccata. Oggi ha mutato nome in «Satriano di Lucania». — E della medievale Satriano, vedi appresso al capitolo IX.

80. PIETRAPERTOSA.

è dall’agg. latino pertusus, forato. In carte medievali si trova detto altresì Petraperciata; dal b.l. che è «forato da parte a parte»; e tale si mostra una grande rupe che sovrasta al paese.

81. PIETRAGALLA.

Anziché dal greco (onde Pietra-bella), ricorrerei alla parola del basso Iatino gallandus, che è dal vecchio franc. galendé, e significa «munito e fortificato» forse di mura merlate, perché derivata da gallanda, corona. Ma la sparizione dell’ultima sillaba senza lasciar traccia di sé, mi fa dubitare anche di questa seconda designazione; e invece preferisco di ricorrere all’altra parola Gal per «pietra» che è dell’antico francese (v. Littré, Diction. ad v. Galet). Ed anche qui si avrebbe una reiterazione linguistica punto strana, ma cònsona ai molti esempi, di cui vedi in Montemurro; e pretto equivalente a Pietrasasso, in quel di Castelluccio.
CASALASPRO (inabitato fin dal secolo XV): ammesso il significato di aspro come è detto in Montemurro (v.), equivarrebbe a «Casale, ovvero Case dalle pareti di legno»; (come è un identico CASALEGNE in quel di Saponara), ovvero ad un Casale del bosco dell’Aspro, nel senso di cui fu già parlato.

82. PISTICCI.

Si ricorse ad un πιστὸς οίκος (casa fedele); e dopo aver fatto casa equivalente di castello, s’immaginò un Castello quale antemurale, ovvero opera avanzata alla Vauban — Dio ci perdoni! — della non prossima Metaponto! Ma il nome è il pretto Pestiz dell’antico francese e il pesticius del basso latino, e significò un «terreno pascolativo» riservato, che, su per giù, ancora oggi è detto in qualche luogo un paschiero. Appresso il Ducange una vecchia carta dice: dedimus omnia prata nostra cum pesticiis ejus…, e nel romanzo di Rou è detto:

Grand aleurs vont par pestiz et par blez,

così come il nome è pronunziato dal popolo. — Una contrada detta «Pastizzo» è presso Apice, nel beneventano.
La notte del 9 febbraio 1688 una parte del paese di un tratto franò; più che cento case subbissarono; oltre a 400 persone vi perirono. Il luogo della gran ruina è detto il dirupo20.
VALLE DELLA PIOBICA, cioè della pioppaia. Da populus, popolo, si ebbe poplus; così dunque da populus, pioppo; dal quale si deriva un poplicus e plopicus, di pioppo.

83. POLICORO.

Luogo abitato, e di qualche importanza, nel m.e. Federico II vi tenne Curia solenne, nel 1232, per la spedizione contro Messina ed altre città di Sicilia ribellate. In carta greca del 1131 è detta ἀστυ, civitas Polycorii; ed anche Castrum21. Come parrocchia di paese abitato, si trova fino al 1526; ma già in un documento del 1506 era detto terram inabitatam vulgo dicta Pollicorii cum ejus turri22. — È il pretto πολυχώρος, ampio, spazioso, capace di molto; parola che io riferisco ai greci medievali.
Le reliquie della glossologia greca mediovale, cioè greco-bizantina, si trovano ancora abbondanti per tutti quei luoghi, che sono le feracissime pianure basilicatesi del Jonio. Ivi ebbero stanza al m.e. non solo parecchi e ricchi monasteri di Basiliani, ma gruppi di popolazioni grecaniche altresì: e da questa duplice fonte vengono i molti nomi topografici greci sparsi qua e là per quelle pianure; di cui eccone un saggio. — ANDRIACE, la Carbonaia, da ἀντράκια, ας, che è congerie o confezione di carboni. — La TRISAJA, da τρεῖς ἅγιοι, Tre Santi (che fu paese abitato fino al secolo XVI). — GARAMMONE, da καραμώνης e κάλαμων, ωνος, luogo di canneti. — TRINCINARA, da θριγχοω, che è cingere di muro, o siepe o steccato, e vuol dire o, per antonomasia «la difesa» secondo il diritto feudale napoletano, o la difesa cinta da siepe o muro. Difesa della CODOLA, dal tema κότινος, l’oleastro (o piuttosto da cos-cotis, sasso?) (conf. venenum, Bononia — veleno, Bologna, etc.). — MISEGNA, da μεσόγευς «terra in mezzo»: ed è difatti in mezzo al fiume Salandrella ed al torrente di Craco, il quale torrente non diede, ma prese il nome da quella. — SIMMARI da χείμαρις - torrens, ovvero infocato. — SAN MEGALIO, cioè San Magno dei Latini, SAN BASILIO, SAN TEODORO indicano stazioni e possessi di Basiliani. — SANTA CINAPURA (Acinapura) da α privativo, e εὶκονοποιεω, simulacrum facio, cioè: immagine non fatta da mano di uomo. Santacinapura fu paese abitato fino al secolo XVI.

84. POMARICO.

campo messo ad alberi di frutta (Et uda mobilibus pomaria rivis. Oraz.). Il tema, onde legittimamente deriva, è la parola del b.l. pomaris, equivalente a pomarium; e da pomaris, un luogo, o terra, o predio pomarium, da frutti. Nel suo territorio era il Castrum Cicurii, del medio evo, ma di vetustissime origini; e ne abbiamo fatto cenno nel volume I. Desso era ancora abitato nel XIV secolo; in un atto notarile del 1378 attesta il Tansi (Hist. Montis caveosi, etc., 52) che sottoscrisse da testimone un tale «Giguriese». Ma già nel 1505 era spopolato, quando l’abate di Montescaglioso, cui apparteneva in feudo, vi chiamava invano i coloni trasferitisi a Pomarico.

85. POTENZA.

Il nome ci è parso che possa risalire a quei trasferimenti non volontarii delle popolazioni del Picenum, nelle regioni al di quà ed al di là del Sele, presso il quale sursero i Picentini. A destra del Sele, fondarono Picentia; all’oriente di esso, tra i monti, forse, Potentia (vedi vol. I, capit. ultimo) che ricordasse sia il patrio fiume Potentia, sia la prossima città omonima, oggi fatta risorgere di nome in quel di Macerata.
A Potenza l’erudizione locale trovò ricordi della Dea Pallade nella vicina foresta di Palareta; e trovò nella contrada Buliemma l’ancora vivo ricordo del Consiglio pubblico (βουλή) o Parlamento dell’antica città. — Ma PALARETA (che è bosco qui, e presso Latronico, e altrove) è non altroché la Palaris silva che si legge nel Digesto (VII, I, 9), e negli scrittori della bassa età per «selva da cui si traggono i pali a sostenere le viti o che altro»; e qui, più specialmente, selva onde si traggono i pali della rete del pastore. — Noto che moltissime denominazioni di boschi si riferiscono ai diritti civici speciali, che usavano su di essi le popolazioni per consuetudine antichissima o per concessione signorile, oltre ai diritti civici generici del raccogliervi, cioè, le legna morte, le carici o le lumache. Così è spiegata la denominazione di bosco della TAVOLA, Serra CERCHIARA , e, presso Spinoso, bosco di CARRATIELLO e della TOMPAGNATA, che accennano al diritto civico da farvi legname per uso doghe ai caratelli, e mezzuli o fòndi (tompagni del dialetto) a’ barili e alle botti. Non altrimenti bosco delle LATA (V. Laurenzana); bosco dell’ASPRO (v. Montemurro e Castelsaraceno); e bosco dei Foi. Li Foi, FOY e FOYA, gioghi selvosi dell’Appennino tra Potenza, Ruoti e Picerno: al b. lat. Foeya (onde il franc. fouée) che significò tanto «il fastello» quanto il «diritto di trarre dal bosco signorile il fastello di legna per uso di scaldare il forno»23: accenno a diritti civici antichissimi de’ tre o quattro paesi suindicati.
La *BULIEMMA: contrada presso una riviera, è semplicemente boul-lemnia; dal b.l. lenne e lemnia «selva» e da boula o boul (nell’antico francese) contrazione di bètula, la betulla, che, come il salice e il pioppo, è albero delle riviere. Identica origine è quella di SALEMME (a Saponara e a Pietrapertosa) «selva di salici», e di Bollita, di cui vedi. — GALLITELLO (che i dotti emendano in Arritello), torrentello sotto la città, non è che il vallitellum del b. latino, valloncello.

80. RAPARO, monte; RAPOLLA e RAPONE,

paesi. — Questi e simili altri hanno origine dallo stesso radicale rapa e rappa, che significò — spina e luogo pieno di spine, — come altresì il Rapeium del basso latino. Da Rapeium è Reperium e da questo è RAPARIUM, il Raparo, monte, secondo l’analoga e duplice forma dell’italiano: primiero e primario, argentiere e argentario, ecc. — Accrescitivo di rappa è RAPONE. È, invece, diminutivo RAPOLLA, quasi RAPPULA (e non Rupella, come altri disse) sia traslocando l’accento tonico, poiché ha mutato di posto la geminazione della consonante, sia dal diminutivo Rapullula. — Un identico RAPOLLO è in quel di Moliterno; e un monte RAPONCELLO è presso Andretta.
La carta del 967, in cui si trova nominata la prima volta Rapolla e che incomincia: Ego Pandulphus princeps de Consia et de Rapolla, magister et dominator totius principatus…, è falsa (Conf. DE MEO, ad ann.).

87. RIONERO.

In un breve di Eugenio III del 1152 si ha la menzione più antica del Casale di S. Maria de Rivonegro. In una carta angioina del 1277 è parola della Universitas Rivinigri, che elegge il suo maestro giurato: ma alla fine di quel secolo è un villaggio già ridotto a breve numero di luoghi o famiglie. Poi poco dopo il 1316, sorgendo Atella (vedi) ivi presso, per bene accetti inviti a gente da franchigia di tasse, la popolazione rionerese vi si riversò quasi tutta, di tal che nel cedolario del 1344 Rionero non vi è riportato che per memoria. Ma risorge due secoli dopo, se in un documento del 1628 è detto noviter erecto; però con più precisione sappiamo da un apprezzo della terra di Atella del 1615 che

«questa terra tiene un casale detto Arenigru, distante circa tre miglia, dove abitano 45 fuochi di Albanesi, quali abitano dentro grotte accomodate con fabrica, il quale casale va augumentando». Infatti nel 1648, Rionigro figura nelle numerazioni del Regno. Ed allora avviene un fatto straordinario: la popolazione ne aumenta con proporzione, a così dire, maltusiana e geometrica. E il fine storico di «Rionero medievale», da cui traggo queste notizie, dice: «Erano non più di 500 al cadere del secolo XVII, salivano a 3 mila nel 1710; si trovano 9 mila nel 1752; alla fine del secolo sono oltre a 10 mila».

Ed egli pensa che ad uno speciale fatto furono dovuti questi balzi demografici all’americana, al fatto cioè dello sboscamento della regione che dal Vulture si estende al fiume Triepi e all’Ofanto, per conto del feudatario di Atella, del vescovo di Melfi, e del commendatario di Monticchio, tra il secolo XVII e il XVIII. A Rionero, come a centro, pare «si fossero dati d’ogni parte la posta braccianti, vetturali, artieri, fondacai, negozianti, fittabili»24. Erano le terre vergini largheggianti abbondanza di sussistenza e di benessere ai nuovi casigliani.
Il nome, quale è nelle antiche carte, di Arenigro risponde alla pronunzia ed alla grafia dialettale odierna che è Arniuro (conf. Poesie dialettali di V. Granata, Melfi, 1899). E

«sembra dovuto — dice uno egregio scrittore25 dei luoghi — ad un rivolo che scorre per la (prossima) Valle dell’Arena, il cui letto è ricoperto di negre arene che le acque trascinano dal Vulture, ovvero dall’altro che ne attraversa l’abitato che è della medesima natura».

88. RIPACANDIDA.

È nominata nel Registro normanno dei Baroni. Scrittori locali la dicono sorta da un’antica città, che era prossima, e detta Candida da taluni, Candida Latinorum da tal’altri. Ma nessuna notizia di essa nell’antichità; né se ne sa nulla pel m.e.; però una contrada detta La Candida è nel territorio del comune. La Candida detta de’ Latini da taluni è, senza dubio, per distinguerla, come patria originaria, dai popoli di rito greco del prossimo villaggio di Ginestra, che furono albanesi, venuti ivi nel secolo XVI. Questa Ginestra si trova detta altresì Lombarda Massa, e credo sia il nome anteriore a quello di Ginestra. Si sa che Massa al m.e. fu un podere abitato (mansus) o più propriamente un ammasso di fondi, messi insieme; e di qua l’odierno massaria del nostro vernacolo. — Non lungi da Ripacandida (ma in quel di Genzano) è un luogo detto Pesco (pietra) Lombardo. Indizii di coloni venuti di Lombardia in quei luoghi. — Ivi presso, altresì Serra Saracena; ed ivi un avanzo di porta che è detta Porta Samera. E per tutto il territorio ben s’incontra qui e qua ruderi di antiche opere murarie, arcuazioni per condottura d’acque, frantumi di ceramiche, e reliquie di tombe. L’onomastico locale di Serro della Torre, di Guardiola, di Murata, sono testimonio irrecusabile di antico incoiato: che se non sia (e ben potrebbe essere) dei mezzi tempi, è probabile siano di paghi o ville della prossima Venusia.

89. RIVELLO.

Si trova nel m.e. anche rivallus per rivellus, rivulus. Ma più probabilmente è derivato da ravina (fr. ravine), ravinello, ravello; e «ravina» è identico a Gravina. I Gravi o Gravine indicano, in certi dialetti, luoghi scoscesi e dirupati; e grava, medievale, è dal tedesco graven, fodere. Mutazione dell’a in i, per distinguerla da Ravello sulla costa di Amalfi. — L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dall’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi:

Iterum . Velia . Renovata . Rivelium

Constans . Monumentum.

Nel territorio due fontane, l’una delta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso… — ROTALE della stessa origine che Ruoti.

90. ROCCA NOVA.

Di origini medievali non antiche. La Universitas Roccae Novae in Basilicata è in una carta del 1276, del Syllab. membr ad r. Siclae Archiv. p. I, 155. — Ebbe un’abbazia di Basiliani, dal titolo di S. Nilo.
ARDAREA: da ἀρδεία, irrigazione, ed άρερως, adatto o acconcio: terre acconcie ad essere irrigate. — NICE: forse da νίχια, luoghi ove «pernottano» i greggi a intento di concimazione; parola equipollente alle molte denominazioni topografiche viventi di «Gli agghiacci» da jaceo.

91. ROTONDA.

È già menzionata in una carta greca del 1117 (Syllab. graec. memb. pag. 109): originata da una qualche costruzione o da ruderi antichi di forma rotonda. IL ROTONDO è un luogo a Saponara, ove sorge ancora un masso di fabbrica rotondo, che fu un sepolcro dell’epoca romana. — In una carta del 932 si legge: petia de terra mea que vocatur rotundola (Regii Neap. Archiv. monum. I, 61) ma si riferisce a territorio presso Napoli. — La si trova delta Rotunda de Valle Laini per distinguerla dalla Rotunda maris o Rotondella.

92. ROTONDELLA.

In documenti del 1291 (Ughelli, VII, 83) nonché in altri posteriori e del secolo XVI è detta Rotunda maris, per distinguerla dall’altra Rotonda. — Nome d’identiche origini.

93. RUOTI.

Tanto questo nome quanto i molti altri di Rotello, Rota greca, Rota fuori, Rotino, nelle provincie di Molise, di Cosenza, di Bergamo e Salerno, derivano dal b.l. Rodium e Rothus «terreno aperto dall’aratro, o maggesato». In carta del 1119 ap. Ducange: ipse dixit quod alia Rodia de Carcon et Rodiaria Cardinci sunt de Curia. — Presso la città di Salerno era un altro Ruoti, onde ancora sopravvive il nome di porta Rotese, se questa non era, anche nel medio evo, porta acconcia alle ruote. — Ruoti di Basilicata ebbe coloni slavi dalmatini nel secolo XVI.

94. RUVO DI MONTE

Secondo l’opinione di alcuni eruditi del passato secolo (Giustin., Diz. Geogr. ad v.) sarebbe l’antica Rufra dei Sanniti, di cui è cenno in Livio (VIII, 25), e in Virgilio (Aen. VII, 739). Ma oggi questa Rufra sannitica o campana la si alloga, con maggiore probabilità, verso Presenzano. — Se questa Ruvo di monte fosse de’ tempi premedievali (e non è impossibile) bisognerebbe supporre un Rufrum e Rubrum come promiscuamente usati nell’antichissima pronunzia, e come del resto può ammettersi, considerando gli aggettivi equipollenti rufus o rubrus. Ruvo non può discendere che da un Rubrum, fognata la r come, in proprio, in aia, in foia da proprius, area, furia, ecc.
Ad ogni modo, sarà opportuno di ricordare che del basso Iatino si trova la parola Rubus in senso equivalente a Rubetum, luogo spinoso o di fratte. — Un paese detto Rubi o Rubbio esisteva, con parrocchia fino al 1526, in diocesi di Anglona, presso il bosco Sicileo e il fiume Sinni, in territorio di Senise; e disparve, forse per frane, nel secolo XVI. — Trovo la prima menzione di Ruvo in una carta del 1045, ove un cittadino ex civitate Melfe divide con altri certi possedimenti, ed è termine di confine ipsa linea de castello Rubo (Codex Cavens. VI, 279).

95. SALANDRA.

Il nome del paese è di origine antica, perché le viene dal prossimo fiume la Salandrella, che è l’Achalandrum degli antichi geografi, e che in una carta greca del 1125 (Syllab. graecar. membr. p. 127) è ancora detto χελάνδρος. — Anzi in una carta latina del 1124 (ap. Tansi, Hist. monast. Montis Caveosi, 157) lo stesso fiume che oggi è detto Salandrella, è indicato col nome di Salandra. Tale fu dunque il nome del fiume al m.e. Dalle quali testimonianze parmi lecito di arguire, che il nome del fiume abbia preso nel medio evo la forma diminutiva di Salandrella per la necessità che ormai sentiva il popolo di distinguere il fiume dal paese omonimo e prossimo. Dalle due carte ora indicate potrebbe inferirsi che il mutamento avvenne dopo la seconda metà del secolo XII; ma che in quella stessa epoca non esistesse il paese, sarebbe conclusione precipitata. — Non sarà superfluo avvertire che il χ greco, nei dialetti basilicatesi è passato in ζ, ben prossima alla ς: χίμαρος, caprone, è diventato zimmaro: e così di altre parole.
La Salandrella, fiume, diminutivo di Salandra, è detto anche Cavone nell’inferiore suo corso; e χαρὰδρα è appunto un fossato scavato dal torrente, ovvero è lo stesso torrente.

96. SALVIA, oggi Savoia.

nome dato a redimere la trista fama riflessa da un abbietto sguattero. — Salvia è dal basso latino Sàulia, che, simile a Sauleia, significò luogo impiantato a salici. Nell’antico francese è Saulie. Da Sàulia, con facile metatesi e identica pronunzia, è Sal-u-ia, Sal-v-ia (come da bellua, belva). — Ma SALVITELLE è, invece, SELVITELLE.

97. SAN CHIRICO NUOVO,

o di Tolve, per distinguerlo dall’altro da Raparo si trova detto anche «di Tricarico» in carta del 1220. Ebbe coloni albanesi o Coronei, di cui vedi appresso al capitolo IV.

98. SAN CHIRICO RAPARO.

Il nome del santo è il greco κῠριακός, e credo originato il paese intorno a monastero di monaci basiliani e forse da coloni greci, ma dei tempi bizantini. Nelle sue campagne, oltre ad un titolo sepolcrale latino (nel C.I.L. vol. X), rinvennero talvolta qualche tomba, ceramiche figurate, e di monete greche e romane: indizi di antichi incolati. Ma che della esistenza dell’attuale «S. Chirico» si abbia — fino dall’anno 525! — una testimonianza scritta sopra un antichissimo quadro dipinto, queste sono baie dell’erudizione locale. — Carta in greco scritta in questo S. Chirico io ritengo quella del 1053, che riguarda Calvera (v.) e riferita al n. XL del Syllabus graecarum membranarum. La carta è scritta per mano di Teofiìlatto protopapae civitatis S. Cyrici. — RACANELLO, fiumana, è il diminutivo di Rachia, che significa nel b.l. un luogo fangoso e palustre.

99. SAN COSTANTINO — di popolazione albanese. Vedi appresso al capitolo IV.

100. SAN FELE.

Parrebbe contrazione di S. Fedele, presupposta la pronunzia dialettale feèle, fegnata la d. Nel registro de’ baroni normanni (1144) si trova scritto Sanctus Felix e Sanctus Felis; nelle carte sveve è Sanctus Felix26; così pure nelle angioine. La denominazione di Castrum Sancti Feli trovo la prima volta in una carta angioina del 1303 (ap. Fortunato, S. Maria di Vitalba, pag. 101), secondo la fonetica popolare, probabilmente già in uso; ma le carte di uffizio continuano la denominazione uffiziale, fino al secolo XV. Allora prevalse la denominazione popolare, imposta dall’uso comune, a discretiva delle molte omonimie topografiche prossime e lontane.
Io credo che gli antichi dinasti, o feudatari normanni o angioini, pronunziarono il nome della Rocca, a loro maniera etnico-fonetica, San Felì: e il popolo soggetto tenne ad imitarli: ma, secondo il genio del nostro italico dialettale, addolcendo o sopprimendo o obliterando, nella sua pronunzia, la finale accentuata della parola.
L’erudizione locale ne assegna le origini al secolo X, nel 970; ma ignoro su quali fondamenta.

101. SAN GIORGIO.

Surto a paese (sullo stato di Noia) nella seconda metà del secolo XVI: nella numerazione del 1595 non fu tassato che per soli due fuochi.

102. SAN MARTINO d’Agri.

In una carta del 1306 (Syllabus membr. ad r. Siclae, etc. citato, vol. II, parte II, 140) vien nominato un Casale S. Martini de pauperibus, ed è detto che apparteneva alla Casa dei Templarii. Non parmi che fosse questo S. Martino d’Agri. Vedi appresso al capitolo XI.
TRIGELLA, fonte intermittente che sgorga, nella sola state, dal Monte Raparo, e di essa scrisse il Pontano:

Finit gelidus salebrosa fonte Trigella,

Arescitque hieme, in media atque aestate liquescit.

Trigella dicono quasi Trigelida; ed io l’accetto. — CALIUVO, bosco, probabilmente da καλλὶ βοῡς — «che nutrica bei bovi» con frase ellittica conforme al genio dell’idioma greco.

103. SAN MAURO FORTE.

Trovo nominato la prima volta S. Mauro e un’abatia S. Marine in S. Mauro nella bolla, famosa, di Godano arcivescovo di Acerenza ad Arnoldo, vescovo di Tricarico, del 1060, e in donazione del 1070 a questo stesso vescovo; l’una e l’altra di assai dubbia autenticità (v. Di Meo, Ann. dipl. ad ann. e in seguito al capitolo IX). Ai nostri giorni ha preso la qualifica di Forte, forse (come trovo scritto) dall’essersi fortificato per respingere le bande di Bories, nel novembre del 1861, che non l’attaccarono. Ha probabili origini da chiesa e possessi dell’ordine benedettino.
Santa Maria di Priato, antica abazia (di Benedettini?) nel territorio. Priato vale quanto il Prada del b.l., cioè una prateria estesa, pratorum series; e parrà diretta derivazione, a terminazione italica, del francese Prée che è prateria grande.

104. S. PAOLO ALBANESE:

fino a pochi anni fa era detto Casalnuovo. Vedi appresso, al capitolo IV.

105. SAN SEVERINO.

Casale di Chiaromonte, dice il Giustiniani (Diz. geogr.). Credo che surse nel periodo dei primi venti anni del secolo XVI.

106. SANT’ANGELO LE FRATTE.

Il Gatta scrive che questo paese «sortì i natali!» ai tempi di Carlo di Angiò; ed a queste sue eleganze aggiunge ingiurie guelfe alla memoria di Federico II e di Manfredi. Ma nel Registro normanno dei Baroni io trovo nominato «Sancto Angelo, feudo di quattro militi» in signoria di Filippo di Balvano, insieme a Calabritto e a Caposele. E credo sia questo Sant’Angelo delle Fratte, ben diverso da altro «Sancto Angelo, feudo di due militi» nel Comitato di Avellino, in signoria di Ruggiero di Aquila.
Nella numerazione del 1532 non fu trovato che di soli 12 fuochi; e con poco aumento nelle successive, è detto di fuochi 72 nel 1648; poi, tutto ad un tratto, nella numerazione del 1669 balza a 445! Se queste cifre del Giustiniani non fossero, come io credo, un errore tipografico, noi ci troveremmo in faccia ad un miracolo demografico, che la storia non saprebbe spiegare.
Il Torno, fonte intermittente, che all’inverno scomparisce e torna a comparire l’estate. — Vetranaursa, contrada tra Sant’Angelo e Cagiano. Qui era l’antica città lucana di Urseio, capo dei popoli «Ursentini» come da me fu detto nel volume I, capitolo ultimo.

107. SANTARCANGELO.

Non credo sia questo paese una di quelle dodici città che vennero ripartite tra i dodici Conti normanni ai primi tempi della conquista (v. appresso, capitolo IV e V).
In una carta del 1305 (Syll. ad r. Siclae archiv. vol. II, par. 2ª, pag. 135) si dice che il feudatario signore di Santarcangelo, pretendendo di suo diritto la chiesa e badia di S. Maria di Orsoleo, mandò ad occupare di forza l’una e l’altra; e le sue masnade vi presero il meglio alla chiesa ed al monaco che la serviva. Re Carlo II ordina al giustiziero di Basilicata che faccia restituire al vescovo di Anglona la chiesa e i suoi beni ingiustamente occupati. Però con bolla del 25 novembre 1480 la chiesa ed il beneficio «non curato» in S. Maria da Orsoleo fu incorporato all’Ospedale dell’Annunziata di Napoli (ap. D’Addosio, Pergamene della S. Casa, ecc.)27.

108. SAPONARA.

Gli eruditi indigeni del XVI secolo inventarono un’ara della dea Sapona, che gli eruditi del XVIII interpretarono per un Dio Serapide, ermafrodito. Poi, tra gli uni e gli altri, non so chi più, corruppero testi manoscritti, e inventarono marmi letterati per assegnare al paese, tra altre illustrazioni, anche cotesta origine dall’altare di un’incognita dea28 La invenzione ebbe fortuna letteraria; e la si è ripetuta fino ad anni fa in certi libri a stampa dei nostri tempi. Ma di quei buoni vecchi la intenzione redima il peccato; anche Livio lasciò scritto:

datur haec venia antiquitati, ut miscendo humana divinis, primordia urbium augustiora faciat.

Saponara è il pretto Sabuum aeria del basso latino, nel quale aeria od era significò locus qui nec aratur, nec colitur, onde è venuta l’aia, ovvero aria del campo sulla quale si trebbia la messe; — e sabuum significò, come sabuletum, luogo della sabbia. Come la m di sabuum aria si trasmutasse in n, è manifesto a chi ricordi che il latino cum divenne con, sum sono, spem spene, e via dicendo. E la vaghissima collina, su cui siede il paese, è di fatti composta di un candido detrito arenoso29. Dalla stessa radice saboum, sabbia, deriva il nome alla città di Savona, ed ai molti Sabbio e Sabbioncello dell’alta Italia.
CIMIN-ITO: il suffisso indica chiaro che è «terreno im-piantato» a cyminum, la pianta dell’anaci, ghiottornia dei colombi. — PIANA MOTELLA: motella, diminutivo di mota, terra imbevuta di acqua; ed arginazioni che rattengono le acque (v. Tramutola). — IERSI: dal basso Iatino bersae, che erano un recinto di rami e fratte e siepi per rattenervi la selvaggina alla caccia del signore; onde bersare era il cacciare inter bersas forestae. — FRONTI da fronterium; parte di campi che guardano al fiume. — ISCADALLI: Iscla è «terra irrigua» sull’Alli; ed alli era il rivolo dell’acqua arginato. — SCANDRISANO (Sca-n-drisano) — Isca in (ter) drizagnola; drizagnolum era il canale diretto, pel quale correva l’acqua; onde l’italiano rigagnolo e rigagno. —GUARDIMAURO. Il guard è il noto gualdo o bosco; mauro e da mâhre del vecchio tedesco «cavallo» onde bosco di cavalli; come le tante «Serra delle giumente; difesa dei puledri», ecc. Indizii di signorie longobarde.

109. SARCONI.

Si fece ricorso al gr. σὰρξ, σαρκός, carne; e favoleggiarono di non so che carnaio, in seguito ad una antichissima battaglia tra Annibale ed i Romani, ricordata da Livio, nella pianura della prossima Grumento. Ma anche questa parola non è se non dal basso latino, e si deriva da Sarculum, che significò «un luogo selvoso» (dal radicale germanico sart, selva), ovvero «un luogo aperto nella selva, quasi sariendo purgatus» e corrisponderebbe al francese clairière, o al lucus (a lucendo) dei latini. In una carta presso il Ducange si legge: erat ibi sarculum quoddam, arborum opacitate et silvarum densitate undique conclusum. — MONTE SARCHIO ha la stessa origine: Mons Sarculi, e non già Mons Herculis.
Il mutamento di Sàrculum in Sarcùnum poté avvenire per due vie: — 1° o per la stessa legge fonica, che ha mutato la l di colus nella n di conocchia, e mugil in mùgine, mulgere in mungere, modulus in modano, malinconia in maninconia, ecc.; ed in questo caso avrebbe cambiato posto anche l’accento tonico, per necessità di uniformarsi alla legge generale dell’italiano, che fa gravi dell’accento tonico tutte le parole che finiscono in òne; — 2° ovvero la tramutazione avvenne più regolarmente per mezzo del diminutivo sarcun-ulus, che deriva da sarc-ulus allo stesso modo che l’italico forcina deriva da forcula per mezzo del diminutivo forcin-ula; cèrcine deriva da circulum, per mezzo del diminutivo circin-ulum; calcina da calculus per mezzo di calcin-ulus, ecc. — lo preferisco questa seconda derivazione.
AMELINA: è l’hamellum del basso latino, che fu scritto altresì hamel e hamelet. Corrispondono tutti al francese hameau; e significano un gruppo di case per genti di campagna che non abbia parrocchia. Amelina è forma diminutiva italica, come hamel, hamellum, hamelet anch’essi diminutivi, e tutti derivati di ham. La nostra parola indica che il luogo, oggi spopolato, fu nel m.e. embrione di un villaggio. — ROSSANA, sul fiume Maglia, da roissia, luogo a macerar canape, con la terminazione ano, caratteristica di reiterazione o raddoppiamento. — CORNUTELLO è Cornetiello, diminutivo di Cornato, o luogo di cornioli. — La COTURA, la «chiusura o chiusa»; come il francese clôture.
VARCO LAINO, sul fiume stesso. Dal basso latino labina che i glossarii di Isidoro e Papia spiegano lapsum inferens. Di qua il lavina italico in senso quasi disusato di «smotta o frana», e il francese ravine. Labina è da Labes, che ai classici latini, in significato proprio, fu appunto ruina o sprofondamento di terra (V. Cicerone, De divinat. I). — «Varco (della) laina» indica il luogo ove accadde ruina o smottamento di terra, sicché il passo ne addivenne periglioso.
LA FINAIDE, da fines, i confini. Se la parola potesse essere corruzione o derivazione di Fiwaides, si avrebbe un importante documento di tempi Longobardi, che così dissero i campi pubblici destinati al pascolo (V. Schupfer, Aldi, ecc.).

110. SASSO,

oggi di Castalda. Ne trovo la prima indicazione in una carta greca del 1068. Nel noto Registro di Federico II del 1239 è detto Saxo forte; cioè fortificato.

111. SENISE:

dal basso latino sentia, che fu luogo di spine, sentibus refertus. Da sentia o sensia è sen-i-sia. Nella bolla di Nicolò II del 1058 è donata alla Trinità di Venosa una Cellam S. Petri apostoli in castello Senensi, finibus Calabrie. Io credo, con l’editore (Crudo, 128), che sia questo nostro, che è detto in Calabria; poiché la si protendeva sino al basso Sinni.
SICILEO: contrada boscosa, più probabilmente Sacileo, perché dal greco ὰκυλος, che è ghianda dell’elce: quindi bosco di elci.

112. SARAPOTAMO,

fiumana influente nel Sinno. E il pretto ξηρός ποταμός, fiume secco, che si dissecca!

113. SPINOSO.

Nel Registro normanno de’ baroni del 1154-1161 è indicato un feudo detto Spinosa, ma dubito si riferisca all’odierno paese presso l’Agri, che è di più moderne origini. Nel cedolario del 1277, di cui al capitolo XI, Spinoso non è nominato. In carte del 1362 è detto Casale Spinusii, e con esso è nominato contemporaneamente Casale S. Nicolai de Tempagnata, che è da gran tempo distrutto.
L’AVELLA, torrente qui e a Ferrandina e altrove, dal diminutivo latino alveolus, con facile metatesi di alvellus e lavelus. — LE SCORZE, altro torrente, derivato da scursorium, canale per cui corrono le acque: Le scòrsore — scorze. — POLISANI: dall’agg. pelosum (conforme al francese pélouse) che era campo verdeggiante di erba corta e folta. In origine: Pelosani. — RAPARO V. — IMPROSTA: o da terra perusta, dissodata per via di abbruciamento come è il senso di ARSIENI in quel di Moliterno; o piuttosto dal basso latino brustio e brustium, che significa luogo di fratte acconcie al pascolo; onde il francese brouster, pascolare. — BARDINACCHIE. La voce medievale pardina vuol dire prati; e la parola achta trovo interpretata dal Ducange per terra bandita o messa in difesa; significherebbero adunque: prati messi in difesa — ? — cioè non aperti al pascolo demaniale. — SERRA (ed anche bosco) della TEMPAGNATA, non da tempa (cioè collina) agnatorum (che questa parola non è affatto sinonimo di antichi); invece Tempagnata dal diritto civico antichissimo di poter lavorare, nel bosco, timpagni o fondi di botti. — CARRATELLO: identico significato; di cui vedi alla parola Potenza30.

114. STIGLIANO:

«forma aferetica di Ostigliano, dal gentilizio Hostilius»: se già non fosse una prostetica di Tigliano da Tillius, «delle Isc.» Così il Flechia. — Nel Mantovano è OSTIGLIA; ma è dal b.l. hostilia, che è l’originario nostro ostello per albergo.

115. TEANA.

Credo dal b.l. tegia, che Muratori spiega luogo ove si chiude il fieno o la paglia (Antiq. M. Aevi, I, 721). Da tegia è teja; e tej-ana indichererebbe il luogo ove sono molte tegie o capanne a conservare la profenda invernale agli armenti. — È conforme alle leggi metamorfiche del latino nell’italico la soppressione della g innanzi alle vocali i ed e; onde da digitus è dito, da magis è mai, magister è maestro, pagensis è paese. — La terminazione caratteristica ana esprime idea di reiterazione, o di aumento o raddoppiamento; come al nostro caso, font-ana, fium-ana, mont-ana da fonte, fiume, monte. — lo la trovo nominata la prima volta in carta del 1077 (ap. Santoro, ed Ughelli, VII, 72).

116. TERRANOVA DI POLLINO.

Di origini non lontane, forse non più in là del secolo XVI. Fu detta Terranovella di Noia, sul cui territorio essa surse. Oggi è denominata dal monte POLLINO. Questo monte si volle detto da un immaginario fanum Apollinis, quasi mons Apollineus. Ma anche gli Dei, come le Oreadi, le Najadi e le Lamie si dileguano alla luce dei tempi nuovi! Ai bagliori di questa luce prosaica, io vi veggo non più che un Mons pollinus, cioè dei polledri31, al pascolo dei quali era destinalo il pianoro dell’amplissimo monte; non altrimenti che in quel di Roccanova presso all’Agri è un altipiano detto «la difesa dei polledri».
MONTE DELLA CATONA; probabilmente da un ospizio ai viandanti di monaci greci, da κοιτών, ῶνος, che è casa avente letti e camere a dormire. Presso i greci del m.e. significò anche guardaroba e magazzino, e di qua anche stazione di navi. Quest’ultima è la significazione di LA CATONA in quel di Reggio, e di La Catona presso l’antica Velia ove vollero vedervi la villa di Catone! (v. volume I, capitolo ultimo).

117. TITO.

Non mancano scrittori napoletani che riferiscono il nome e l’origine del paese a Tito Sempronio Gracco, che combattendo contro i Lucani vi fabbricò il castello… e la favoletta. — Il signor Corcia, argomentando da un’antica lapide di Potenza ove sono le parole Mephiti Utianae Sacr… (Corp. Insc. Lat. X. n. 131, 133) crede che da questo appellativo alla idea delle esalazioni mefitiche, derivasse il nome a Tito. E la congettura sarebbe degna di considerazione, se quella lapide si fosse trovata (ciò che non consta) nelle circostanze di Tito; ove sono infatti polle di acque solforose.
Ecco per mio conto due congetture: — 1ª o da θεᾱτός, che significa «vista, e bella vista»: quindi antico equipollente dei tanti paesi nominati Belvedere, Bellavista, ecc.; — 2ª o, per lenta trasformazione, da θειώδης, che significa appunto solforoso, o putente di zolfo: nome che antichi coloni, greci diedero al luogo, e che su bocche italiche si venne trasformando in thei-does e thei-dos (Pel mutamento del d in t, conf. Diano da Tegianum).
SATRIANO, già città sede di vescovo, distrutta nel secolo XIV. Dal gentilizio Satrius. E non è di questa, più non esistente, Satriano che intende parlare Orazio (Satira I-VI, v. 58, non ego circum nec satureiano vectari rura caballo). Ma invece si riferisce a Satirio presso Taranto.
Io trovo la più antica notizia di Tito in un atto di donazione a Monte Casino che è dell’anno 823. L’atto è scritto in Tite; la donazione è di dinasti Longobardi. (Ap. Di Meo, Annali, ad ann. 4).

118. TOLVE.

Nel m.e. Tulbia e Tulbi. Da Terra ulvae, che è pianta palustre di terreni acquitrinosi, del genere delle alghe. Si trova Ulvetum, per luogo ubi crescunt ulvae: precisamente come questa Tolve.

119. TORRE DI MARE.

Surse nel medio evo presso alle ruine di Metaponto, e fu detta propriamente Civitas Sanctae Trinitatis (dalla sua chiesa), come in carte del 1119 (riferita dal Tansi, Histor. Monast. Montis Caveosi). In un diploma di Federico II del 1222 si legge:

totius redditm civitatis Sancte Trinitatis, que odie dicitur Turris Maris (Ibid. pagina 167).

Il paese di Turris Maris si trova indicato come Universitas in un documento angioino del 1280, ed ivi è allogato in Terra di Otranto (I, 211 del Syllab. membr. r. Siclae arch.). Nella numerazione del 1669 è detto inabitato.
Metaponto si trova altresì nominato: — 1° in un diploma del 1099 (se è del tutto genuino), in cui il conte di Montescaglioso dona a quel Monastero famoso medietatem omnium terrarum mihi pertinentium in Metaponto, et medietatem proficui (leggi proximi) portus (Tansi, ibid.). Parmi che qui Metaponto non indichi la città, diruta o in piedi, ma piuttosto il territorio detto Metaponto, culto o boschivo che fosse; — 2º in una carta del 1303 Carlo II scrive al giustiziere di Terra di Otranto che si astenga dal costringere homines Metaponti a pagare il residuo debito della generale sovvenzione (Syllab. membr. r. Siclae arch. vol. II, parte II, pagina 100). E di qua può conchiudersi o che Metaponto, villaggio, sia diverso dal villaggio Torre di Mare; o che il duplice nomo restò promiscuo al povero paese ancora per qualche tempo.
Le colonne doriche presso il Bradano, reliquie di un tempio melapontino, sono dette dal popolo Mèse, Mèsole e Tavole dei Paladini, e in carte medioevali Mense Imperatoris (docum. del 1099, presso il Tansi sudd.). Non occorre andare in Africa o in Levante per scoprirne il significato! Mensa era nel b.l. propriamente «tavola di pietra»; donde mensa per tavola da mangiare, e mènsola, piccola tavola che sostiene ed è sostenuta. La fonetica dialettale italica fogna soventi la n innanzi la s, e da mensis fa mese, da insula isola, da pensio pisone (nel dialetto napoletano) e pigione, ecc. Le Mensae Imperatoris sono state tradotte, letteralmente e storicamente, dal popolo in Tavole dei Paladini, come esso le chiama. I Paladini, eroi potenti e grandi di valore, di forza e di statura, banchettavano su quelle «tavole» o mense, di cui le colonne erano il piè di sostegno. Forse essi stessi le innalzarono! E l’Imperatore delle Mense medievali non è né Augusto, né Ottone, o Niceforo: ma Carlo Magno; Carlo Magno il capo dei Paladini della «Tavola rotonda»: altro riscontro alla denominazione popolare.

120. TRAMUTOLA.

è Terra mòtola; e mòtola vive tuttavia nel dialetto come diminulivo dell’italiano mòta; e vuol dire terra troppo imbevuta di acque, onde spesso, se in declivio essa smotta. Nelle lingue germaniche si ha la radice mott per terra paludosa (Littré ad v.). In questo senso dev’essere il mòtola di Tramutola; e il luogo, per le molte acque sorgenti e fluenti, non si oppone all’originario significato.
Le origini di questo paese non vanno oltre la metà del secolo XII. Nel 1144 un vescovo di Marsico dona alla Trinità della Cava ecclesiam S. Petri cum omnibus tenutis suis, et possessionibus, casis videlicet, vineis, terris (In D. Ventimiglia su Castellab.). E nel 1150 Silvestro conte di Marsico dà a cotesta ecclesie S. Petri Tramutole et hominibus Casalis jam dicte terre abitantibus il dritto di pascolare nei boschi di Marsico (In Ughelli, VII, 499).
CÀULO: fiumara, è il pretto αυλών e αυλός, e che vuol dire alveo e canale. È dunque l’equivalente de’ torrenti Avella a Spinoso, Alvo presso Oppido, e altrove.

121. TRECCHINA:

è dal latino Trichinus, che aggiunto a nome di luogo significa luogo densamente intricato di pruni, sterpi e fratte.

122. TRICARICO.

Dubito se da tricalium del basso latino, che significò un trivio, o se da trigarium, che significava il luogo da maneggio dei cavalli. Alla prima opinione conforterebbe l’analogia di moltissime parole topografiche d’identiche origini e indubitabili, come Trevi di Frosinone e di Spoleto, Trevano nel Comasco, Trebiano nel Genovesato, ecc. — in una carta napolitana del 997 si legge:

per ipsa via comune usque ad illum tragaricum per qua decurrit aqua ad ipse piscine; et licentiam abeatis ividem cum curru introire usque ad memoratum tragaricum32.

Il senso preciso mi sfugge: ma ben potrebbe significare trivio anche qui.
RAVATA. Leggo nello Zavarroni, che fu vescovo della città:

«I Saraceni lasciarono a Tricarico il nome di Rabbata, oggi Ravata, al borgo della parte occidentale: alla cui somiglianza il borgo di Girgenti si chiama il Rabatello»33.

La giusta derivazione di Rabada, che è di origine araba, vedi qui sotto, in Tursi.

123. TRIVIGNO.

La vigna dové essere molto rara nei nostri paesi al m.e.; e dalla rarità la singolarità sua, onde venne origine a molli nomi topografici. Trivigno è parola senza dubbio composta: ma il tri io credo contrazione di trilla, o trela, o trila, che significò cancelli e ingraticciati, onde è il francese treille. Il Trilata vinea del basso latino era vigna sostenuta da pergole. — Da trilata vinea si ebbe trilvinea; ed esprimerebbe su per giù quel che oggi, per la regione medesima, s’intende per pergolato, ovvero per «arbusteto» che sono ordini di viti, le quali o stendono i tralci su pertiche orizzontali, o si maritano ad arbusti di pioppo capitozzati. Un feudum de Trivinea è nominato nel Registro dei Baroni del secolo XII. — Surto sul territorio di Anzi, era disabitato, per manco di popolo, nei primi anni del secolo XV; ma nella numerazione degli ultimi anni dopo, nel 1545, era censito già per 25 fuochi o famiglie.

124. TURSI.

Da τύρσις, la torre, o piuttosto da Torcia o Torsia in significato di argini a rattenere le piene invernali, come spiega il Ducange? Di certo, non da Turcae, i Turchi, che non comparvero nell’Europa se non parecchi secoli dopo il secolo X, in cui si trova nominato Tursi come sede di vescovo greco. — L’antica pronunzia popolare, stando alle antiche carte, fu Turci o Turcico; rispondente per vero piuttosto al Torcia suindicato. La quale parola, per una coincidenza veramente singolare, risponde di affinità al senso della stessa Anglona, sì prossima a Tursi; e di cui or ora.
La RABATANA, quartiere dell’abitato, interpretarono per Arabum tana, a ricordo tradizionale dei Saraceni che quivi dimorarono. Infatti la parola è di origine araba: ma l’ètimo vero è dalla parola Rabhâdi, che vuol dire né più né meno che «borgo»34; come è infatti un borgo la Rabatana di Tursi, e l’altra a Tricarico (v.).
La MOTTA: è il castello. Nel linguaggio feudale era il principale luogo di una signoria, ovvero lo spazzo del fortilizio o castello. Dal b.l. motta, che fu un’eminenza fatta dalla natura o dalla mano dell’uomo.
Santa Maria di ANGLONA, città, medioevale, distrutta fin dal secolo XV (v. al cap. IX). Anglona (gl = gh e gn; glutto, ghiottone; glutire, gnòttere nel dialetto, ungula = ugna) risponde ai tanti nomi topografici di «Agnone» (uno in provincia di Campobasso; altro, è un’antica contrada della città di Napoli; un Agnone S. Angelo è tra il fiume Bradano e l’Incoronata; un altro Agnone è nel Cilento, ecc.); anzi, il popolo della regione dice «fiera di Agnone», quella che è appunto fiera tenuta presso la chiesa di «Santa Maria di Anglona». A conferma della trasformazione fonetica aggiungo che nelle cronache del Jamsilla il lago di Agnano, presso Pozzuoli, è detto lacus qui vocatur Anglanum. Altrove la trasformazione non è avvenuta: in una carta di Montecassino del 747 è un locus qui dicitur Anglona, che ancora oggi è detto «lago di Anglona» (Troyli, Cod. dipl. IV, 277). Agnone, che è forma accrescitiva, suppone il positivo agno; e questo è identico a lagno e lagni, che in Terra di lavoro, sono corsi di acqua, artefatti o mantenuti dall’arte, per scolo di stagni e paludi. Ricordo che un antico glossario anglare (lagnare?) spiega haurire (ap. Ducange ad v.).

125.VAGLIO.

È il vallum, o vallium del b. latino, e significò lo stesso che vallatum, cioè un luogo cinto da vallo, ossia fortificato da palafitte. Da vallium è Vaglio, come da malleus, tollere, exvellere si fece maglio, togliere, svegliare.

126. VENOSA.

Vedi nel volume I, ove le origini vetustissime della città credemmo poter riattaccarle agli antichi Bennassii, popoli della Tracia.

127. VIETRI, di Potenza.

Delle denominazioni di Vietri, Vetere, Vetro, Vetrano, Vetrale, Vecchio, ovvero Antico, aggiunte o riferite a nomi di luoghi, abbiamo parlato al capitolo ultimo della Parte o volume I, avvisando che desse sono indicazioni-indice. Ivi vennero dette le ragioni che ci fecero allogare a Vietri e nelle circostanze di Vietri i popoli Ursentini della Lucania, e nei pressi di Caggiano la città di Urseio, ovvero Ursentum. — I «campi veteres», che è il nome dato dagli storici latini al luogo della battaglia in Lucania ove fu ucciso Sempronio Gracco, non si può trovarli a Vietri; e le ragioni le esponemmo nella Parte I (ibid.).

128. VIGGIANELLO.

Conformemente a quanto ora diremo di Viggiano, questa forma diminutiva ci riconduce ad un Vibianulum anche esso possessivo gentilizio. — In una carta greca del 1132 (Syllab. graec. membr. p. 159) si trova βιγγιανητου.
Contrade campestri: RÀVITA (altrove Ravattone, accrescitivo) dal medioevale rava, onde il francese ravine, che è «borro scavato dalla acque». — CALOI, terre «boscose» da κᾶλον. — SPEDAREA, quasi «Campo grande» da σπιδής, ampio, e άρουρα, campo da semina. — CANALEIA, da ἀναλέγω, raccogliere, nel senso di canale «collettore»: e infatti raccoglie le acque che vi si scaricano dai torrenti LAVONA (accrescitivo di Lava) e TOFELE, che parmi sia derivato da ὠφελέω, in significato di «canale che serve di scarico». — MONTE SARIA, dal greco σὰροω, mondare, in significato di monte raso, o brullo di ogni qualsiasi pianta. — LA CUPIA, uno dei gioghi del monte Pollino, forse dal gr. κοπάς, κοπάδος e sarebbe equivalente di LA TAGLIATA. — lndizii di incolato di greci-bizantini.

129. VIGGIANO.

«Vibianum, dal gentilizio Vibius delle Iscr. Un fundus Vibianus ha la tavola de’ Bebbiani; cinque in quella di Velleja; un fundus Vivianus nell’iscrizione di Volcei» (o Buccino).

Così il Flechia — Fra le iscrizioni antiche di Potenza è una ad un Vibio Fiacco (C.I.L. X, 160). Un Vibidius è in altra di Grumento. Il b passa in g, come da fobea si è fatto Foggia, e da fobeanum Foggiano, in quel di Melfi (dalle grandi fosse da racchiudervi i grani). — Nel noto Regestum di Federico II del 1239 si trova nominato il feudatario Berengerius de Bizano che è questo nostro Viggiano. Ma non è scrittura della regione, né risponde alla fonia del popolo odierna; pure il Bizano deriverebbe da un Vettius ed anche da un Vedius delle Iscrizioni.
GAUDOPIANO: Galdo, cioè bosco, in piano.— AOTÒTARO e Laotòtaro. È la pronuncia italica popolesca del greco ἅγιος τοτάρος (ajo-totaro), San Dòdaro; chiesuola, od eremo di basiliani sul monte —?— ALLI (e non Galli), rivolo di acqua arginato.

130. VIGNOLA.

Oggi è detta, uffizialmente «Pignola» perché un bel giorno piacque al suo municipio di ricordarsi che l’antica arma della «Università» aveva un pino, e i versi

Pinea sum fortis, corrupto nomine dicor

Vinea…

Ma dove e quando il paese fosse stato detto, dall’albero del pino, Pignola, non si sa. È uno dei tanti falsi ritorni, per smania di novità, all’antico che non ebbe mai vita. Vignola è Vineola: accenno anche questo alla rarità della vigna nel medio evo.
ARIOSO, monte. È l’ἄγριος greco, ed agrius latino, in significato di «selvaggio, aspro e forte» con la facile soppressione del g, come in nigrum ed integrum, ecc., diventati nero e intero. Fu paese abitato, col nome di Gloriosa, nell’elenco del 1227 di cui al seg. cap. XI. — Dalla stessa origine sono i molti AGROMONTE della regione.

131. VULTURE

vulcano vetustissimo estinto: nessuna memoria di esso, quale monte ignivomo, nell’antichità. Esiste una letteratura amplissima sulla geologia del monte; ma il lavoro più compiuto, e per indagini e induzioni autonomo, è il recente «Studio geologico» di Giuseppe De Lorenzo (Napoli 1900), che è un valoroso giovine scienziato, nativo della provincia.
Nelle età fuori il computo dei nostri secoli un gran lago, o due laghi ondeggiavano là dove poi surse Venosa e dove Atella: in mezzo a quello spazio di laghi pleistocenici35 emerse sollevandosi questo che divenne il Vulture ardente, e che arse per numero di altri secoli ignoto. Ma si estinse nell’epoca quaternaria; ed agli ultimi incendii assistettero, come oggi è noto, rappresentanti della specie umana, e come abbiamo ricordato nel volume I.
Donde il nome di Vulture al monte fu subietto di una speciale e, a più titoli, stranissima elucubrazione di Ciro Minervino, nel 1768. Oggi non potremmo noi emettere, oso dire! — più ree cose di quelle sue.
Se giova rifarsi alle omonimie, non potremmo riattaccare il nome del monte a quello del fiume Volturnus; il quale trova una spiegazione punto inadeguata nel latino volvere (volutum) e volutare, che indicano l’azione del volgere, voltare in giro, rovesciare e rotolare, che è del tutto conforme all’essere di un fiume, che è pure qualificato «con corso tortuoso» (Carraro, Dizion. geogr.). E dal fiume Volturnus origina il nome dell’antica e prossima città Vulturnum (Capua), e il mare Vulturnum, ove esso sbocca.
Né gioverebbe riferirsi ai nomi dei moderni paesi di Volturara (Appula e Irpina). Questi, come i nomi di Falconara, Cervinara, Buffolara, Anguillara, Colobraro, ecc., indicano luogo proprio dei falconi, cervi, buffali, colubri (V. avanti n. 2 e n. 37).
Ma troviamo il nome di Volturino dato a un monte in quel di Foggia, e ad un altro (di cui sopra al n. 59) tra Marsico e Calvello. Quest’ultimo nome abbiamo derivato dall’adiettivo latino Vulturinus, che vuol dire «di avoltoio», e risponde a nomi di monti ad esso prossimi, come monte Corvo, monte Aquila. Si può, dunque, ritenere che non sia, improbabilmente, dissimile l’originaria denominazione dell’antico e oraziano Vulture in appulo.
Ma poiché la specie umana visse per quei luoghi anche ai tempi che il monte fiammeggiava ancora, è opportuno di ricordare che nel sanscrito si ha la parola gualita per flammans e fragrans. Si avrebbe, egli, in questa parola il radicale guolt di volt-ur? Forse. _____________________

Alla rassegna per ordine alfabetico la storia dimanda che si sostituisca o si aggiunga la nota cronologica.
Quando sia ammesso il significato originario dei nomi topografici sin qui dichiarato, se ne può egli trarre partito per indagare a quali periodi di tempo si possono riferire le origini loro? Il problema, di sua natura, non comporla soluzione precisa; ma, fra discreti limiti, una soluzione approssimativa è possibile.
Per quanto fu detto nella prima parte di questo lavoro, dobbiamo allogare fra le più antiche, e al limitare stesso della storia lucana, le origini delle città di Venosa, di Mateola, di Bantia. Sarebbero antichissime altresì, e delle prime fondazioni osco-lucane, Atella e Abella. Antichissime, dell’una o dell’altra fonte, anche Acheruntia ed Antia. Meno antica, ma però del secolo III avanti Cristo, sarebbe Potentia, che riferimmo alle popolazioni del Piceno, strappate dalle terre adriatiche e trapiantate alle rive del Tirreno, presso il Sele.
I nomi locali che, numerosissimi in Italia, finiscono nel suffisso ano, e formano un’abbondante categoria di aggettivi col significato di «appartenente a qualcuno», sono ormai, dai dotti e dai filologi, riconosciuti come indicanti proprietà fondiarie già appartenenti ad antiche famiglie italiche, proprietà che sursero a paesi dalle prime case o capanne dei coltivatori del fondo. Molto probabilmente le dichiarazioni censuarie fatte al catasto romano furono la ragione e l’origine di queste speciali denominazioni. Esse per noi sono denominazioni-indice.
Di esse, come fu già accennato, si occupò di proposito il chiaro professore Flechia; il quale scriveva:

«Di così fatte denominazioni di proprietà ci si presentano esempii fin dai tempi di Varrone e di Cicerone; e si dee credere che fossero già in uso prima di questi scrittori; sicché taluni di questi nomi, nati la più parte negli ultimi tempi della repubblica e principalmente poi sotto l’impero, possono non improbabilmente risalire a un paio di secoli e più prima dell’èra volgare. Già s’intende (egli soggiunge) che questi nomi non aventi da principio alcun valore geografico, erano in uso soltanto presso la gente paesana, ed erano quindi nomi essenzialmente encorii»36.
Non è piccolo il novero dei nostri paesi, che entrano in cotesta categoria: — Satriano, Romagnano, Balvano, Aliano, Avigliano, Stigliano, Albano, Viggiano…, e di questi, senza difficoltà, faremo risalire l’origine al nome, che dal proprietario aveva il «predio» fino dai tempi dell’impero. Una tale forma di aggettivo, che indicava appartenenza alla famiglia Avillia, Ostilia, Albia, Balbia, Vibia, ecc., non poteva nascere dopo che il diluvio barbarico ebbe travolto nel nulla l’antica società, e dagli antichi possessi sursero i nuovi, con nuovi nomi. Erano i nomi delle ville rustiche, cresciute in paghi, probabilmente anche prima dei barbari. Ed è ben notevole per me l’osservare, che quelle forme di nomi topografici sono abbondanti, specie nelle circostanze di luoghi ove surse un’antica città.
Antiche e anteriori al medio evo crediamo, senza poterne però determinare il periodo cronologico, le dominazioni di paesi quali Moliterno, Picerno, Miglionico, Latronico, Tito. Il tema o il suffisso di queste parole, se s’incontrano nel vocabolario delle lingue neolatine, non si attagliano punto a significato conveniente all’onomastica topografica. Parmi quindi si abbiano a riferire a periodi di tempo anteriori ai nuovi idiomi.
Tutti gli altri paesi, all’infuori di queste ora indicate categorie, appartengono senza dubbio all’epoca dei nuovi ordini sociali che emersero nei tempi di mezzo. Tra i più antichi (che vorremmo indicare indigrosso dal secolo VI al X), quelli che derivano da parole del basso latino, le quali non sono rimaste, neppure per loro radicale, nell’uso dell’italico che viene parlato dalle popolazioni della regione. In questa categoria annovereremo Abriola, Accetura, Armento, Brienza, Marsico, Sarconi, Ruoti, Craco, Garaguso, Gallicchio, Missanello, Trecchina, Vietri, Lavello, Tricarico, (Guardia)-Perticara, Saponara, Gorgoglione, Teana, Senise.
Alquanto meno antichi (che indicheremo dal secolo VIII al X) quelli che hanno il nome specifico da un qualificativo, non rimasto nell’uso dialettale, alla parola monte o pietra, e quelli che, per indizii antecedentemente cennati, si può arguire ebbero origine da genti o coloni bizantini o da monaci Basiliani. Tali sono Montepeloso, Monte Milone, Monte Murro, Monte Scaglioso, Chiaroinonte, Pietragalla, Ripacandida. Ci è molto del vago e dell’arbitrario in queste determinazioni cronologiche, — chi può negarlo?; meno però per quelle che seguono, se si ammette che la grande e maggiore venuta di monaci greci e di gente greca fu, probabilmente, per la persecuzione degli iconoclasti, che coincide con la metà del secolo VIII. A questa categoria, e per un periodo di tempo che vuol dire di un qualche secolo almeno, riferiremo, alcune con maggiore altre con minore certezza, Lauria, Maratea, Episcopia, Calvera, Carbone, Cersosimo, San Chirico Raparo, Policoro, forse Rivello, Tursi.
Dal secolo XI al XIII quei paesi ove prevale la parola già diventata italiana, e tali Lagonegro, Rotonda, Vignola, Trivigno, Castelgrande, Castelmezzano, Castelluccio, Vaglio, Rionero, Palazzo, Pietrapertosa, Pietrafesa, Sasso, Guardia, S. Martino, S. Mauro, S. Angelo Ie Fratte, S. Arcangelo, Roccanova, Castronuovo, S. Felice. — Anche più tardi, S. Chirico Nuovo, Spinoso…
Tramutola è del secolo XII; Ferrandina e Francavilla del secolo XV; e così Rotondella. Pel secolo XVI, e della prima metà è San Severino; della seconda è S. Giorgio. Del secolo XVII Fardella e Bosco o Nèmoli, e forse Terranova.
Sono del secolo XVI i paesi albanesi, S. Costantino, Casalnuovo o S. Paolo, e Ginestra, villaggio di Ripacandida.

NOTE

1. Nuove letture sopra la scienza del linguaggio, I, VII.

2. Avverto che fonte alla significazione che in questo capitolo viene data alle parole del basso latino, è il Glossar. mediae et infimae latinitatis del DUCANGE, quando non si accenni ad altra fonte.

3. LITTRÉ, Dictionnaire de la langue française. Paris, 1863, ad v.

4. Esempii ovii: Lutra, Vicetia, satureia, Aufitum, ecc., addiventati lontra, Vicenza, santoreggia, Ofanto.

5. Nella bolla di Giovanni XXII del 1025 si nominano: Montemelionis, Labellotatum (v. app. cap. IX), Cisterna, Vitalba. Nella bolla di Urbano II del 1089 Mons milionis, Labellum, Rapulva, Melfis, Vitalbis (apud Ughelli, VII, 609). La bolla di Aless. III del 1172 è in Garrubba, Serie antica dei sacri Pastori baresi. Bari, 1844, p. 189, e in G. Fortunato, di cui appresso.

6. In FORTUNATO, Santa Maria di Vitalba. Trani, 1898, p. 82, 120… 10

7. In FORTUNATO, Ibid. pag. 13 e 132.

8. Lo stesso on. FORTUNATO scrisse (in Napoli nobiliss., agosto 1898, S.M. di Vitalba):

«È probabile che nei pressi di Atella fosse stato un pagus od un vicus della plebs extramoeniana od urbana del municipio venosino; e che la valle di Vitalba, al pari del Vulture (come afferma il Mommsen), avesse fatto parte intergrale del dell’agro di Venosa, limitrofo, secondo il liber coloniarum, al territorio di Conza».

9. In DEFENBACK, Glossar. latino-germanicum mediae et infimae latinitatis. Francf. 1857. — La Brie, in Francia, famosa pei suoi formaggi. — In Italia, la Brianza.

10. Nel Syllabus graecaram membranarum. Napoli, 1865, n. XL. — I dotti editori traducono la parola per Calabria; ma è sbaglio evidente a chi consideri i luoghi di confinazione nella carta indicati. — Aggiungo, a maggiore prova, che in una carta del 1362 questa Calvera è detta terra quae dicitur La Calabra.

11. FORCELLINI, Lexicon Tot. Lat. ad verb. Cancelli e Cancellatio.

12. Il Troyli (Ist. I, parte II, 432) pubblica la iscrizione della fondazione con la data del 1454: il Giustiniani (Dizion. ad v.) più correttamente in lettere romane, MCCCCLIV. Lo scrittore dell’opuscolo di cui nella nota seguente, la riferisce, come da lui riprodotta dal Troyli, con la data 1480. Uno scrittore locale più recente la mette fuori di nuovo, ma con la data del 1494, che vorrebbe essere o non è la più prossima al vero. Le varianti mostrano non esistere più il monumento originale.

13. È pubblicata nell’opuscolo: Cenno storico della città di Ferrandina del canonico NICOLA CAPUTI. Napoli, 1859, pag 9.

14. In un atto notarile napoletano del 997 si legge: «Prima petias de memoratas terras nominatur at (ad) patrum… Vol. III, pag 176 dei Regii neapolit. archivi monumenta. Neapoli, 1849.

15. In DUCANGE e DEFENDACK, Gloss. sopracitati, ad vv. Mulcra, Mulctra, Mulctrum.

16. Vive in quel di Moliterno Isca la morena, cioè «terra irrigua della, o presso Ia diga».

17. Vedi in MARTUSCELLI, Numistrone e Muro Lucano. Napoli, 1896, pag. 38.

18. Era detto Vallo dei Cornuti. E l’ambiguo nome, che in carte medievali è Castrum Cornutum (ANTONINI, p. 321) non derivò da non so che soldati «cornicularii» romani, rilegati lì dalla pietosa erudizione dell’Antonini, ma da una parola del b.l. che fu, a mio credere, charnus. Cernellus e Charnellus del b.l. erano i merli della torre: e Carnelé del francese, che è dalla stessa fonte, significa «orlato di smerli». Ora, Cernellus o Charnellus, diminutivi, suppongono un positivo, e questo non può essere che Cernus o Charnus. E da Charnus sarebbe venuta la qualifica di Charnutum al castello munito di forticazioni merlate. — È lo stesso significato al Ponte Cornuto, o fortificato, sul fiume presso Rotonda; al villaggio detto Massa cornuta presso Ajeta, e simili. La parola in origine fu carnuti, che passò per assimilazione in cornuti, poiché l’italico carnuto da «carne» non si attagliava al concetto di castello.

19. Syllabus membr. ad regiae Siclae Archiv. pertinent. Xapoli, 1824, vol. I, p. 7 e 197.

20. La data cronologica, nell’Antonini del 1698, è invece accertata da un documento sincrono pubblicato dal dott. La Cava nell’Eco, giornale della Lucania del 23 giugno 1888.

21. Syllab. graec. membran. pag. 145.

22. POLICORO oggi è «frazione» amministrativa del Comune di Montealbano Jonico (R. decreto 25 settembre 1870), e numera una popolazione che in gran parte si raccoglie temporanea per le svariate coltivazioni del grandissimo podere. Il quale è una unica tenuta di 5068 ettari di opime terre, a confine col mar Jonio, col fiume Agri e col fiume Sinni, sono coperte di colti, di pascali e di boscaglie, ove già rifulsero le città di Eraclea e di Siri, oggi di ogni qualsiasi reliquia scomparse. La grande tenuta di pascoli e di boscaglia che appartenne alla famiglia dei Sanseverino-Bisignano, passò nel secolo XVII in proprio de’ Gesuiti: e quando questi furono in prima volta espulsi dal reame nel 1707, venne in demanio dello Stato, e da questo, nel 1792, pel presso di 402mila ducati, passò al principe di Gerace.

23. DUCANGE, Gloss. ad v. Foeya e Focagium; — e LITTRÉ, Dic. ad v. fouée.

24. Da uno dei notevoli libri dell’on. GIUSTINO FORTUNATO (per tanti e singolari titoli benemerito) che illustrano la regione del Vulture; tra i quali questo: «Rionero medievale», con 26 docum. ined. Trani, 1899, pag. 67-70 e pass.

25. BOZZA ANGELO, Il Vulture e… Barile. Rionero, 1889, pag. 91.

26. Il paese ebbe un castello di notevole importanza. Nella Rocca quae dicitur Sancta Felix, Federico II tenne in prigione il figliuolo Arrigo. Il prigioniero, un certo tempo, era mal provvisto di vesti decenti; ed in una lettera del 1º aprile 1240 l’Imperatore scrive:

Intelleximus quod Henricus filius noster, qui apud Sanctum Felicem commoratur (!) prout ei expedit, vestitus non est.

ed egli ordina si scriva a Tommaso di Asmondo, Justitiarius Basilicatae, che lo provvegga di vesti decenti. — Ap. Huillard Brehollés, vol. 5, part. 3, pag. 888.

27. Il convento di ORSOLEO che fu già dei Minori osservanti, meriterebbe uno studio che ancora non è stato fatto. L’antica chiesa rimonterebbe, secondo la tradizione, all’eresia di Fraticelli, dei quali un ramo si propagò fino al prossimo paese di Carbone; e la chiesa di Orsoleo sorse ad espiazione della vinta e spenta eresia. (Uno dei loro capi, fra Angelo Clareno, morì [1337?] nell’eremo di S. Maria dell’Aspro, in territorio di Marsico Nuovo. BOLLAND. Die 25 giugno). L’ampio edifizio del convento si dice fondato dal Conte di Aliano, Egidio della Marra, morto nel 1517. Molte pitture si veggono ancora su per le mura dell’edifizio; ed unu iscrizione (in Gius. PANNETTI, Stigliano, notiz. stor. Napoli, 1899) dice: In nomine domini Jesu Christi Amen. Magister Joannes Todiscus de Briola (Abriola) fecit omnes istas picturas. A.D. 1545. — Fra queste pitture va ricordata una Danza macabra (?). — Un S. Giorgio a cavallo che calpesta e ferisce il drago, è ritenuto dalla tradizione come il ritratto del Conte Egidio che uccise il «drago» infestante le campagne del prossimo Gannano.

E la «malaria» infatti infestò e rese deserto, fin dal secolo XV, il paese abitato di Gannano: ma il «drago» della malaria non fu vinto né allora, né poi pei campi di Gannano. Come prova storica della leggenda si addita ancora oggi, sospeso alla catena presso un altare della chiesa, il teschio della vinta bestia cornuta: ma il paleontologo non ancora ci ha detto a quale delle specie estinte, o fantastiche! il drago di Gannano appartenga.

28. Conf. se ti piace, il nostro libro: Fonti della storia basilicatese al medioevo: l’Agiografia di S. Laverio dei MCLXII. Roma, 1882.

29. A conferma di questa derivazione, ricordo che era in Francia, presso Toul in Lorena, un paese detto Savonnières, che oggi è distrutto. Ivi nell’anno 859, fu tenuto un Concilio: e questo è conosciuto nella storia col nome di Concilium apud Saponarias o Tullense: — Aggiungo questo da carta del 769: Constat me Slavite… habitante in Sablonaria, civis brixianus, etc. (In Porro, Cod. dipl. lombard. 38, 72).

30. In un diploma di Boemondo al Monistero di Bansi è donata anche: Ecclesiam S. Marie di Carratello justa Sarracenum [Castrum Saracenum] sitam cum Casali suo, et ecclesiam et villanis intus et de foris a Sarracenis [e vuol dire dai naturali di Castel Saraceno] costructis. È documento del 1090, che il Di Meo (Ad ann. 10) giustamente dichiara e dimostra falso: ma se è falsificato l’atto, ben può ritenersi certo il contenuto dell’atto.

31. Nella legge longobarda 137ª di re Liutprando è scritto: Item perlatum est nobis, quod quidam homo prestedissit jumentum suum ad vieturam, et pollenus indomitus secutus fuisset ipsam matrem suam, etc.

32. Reg. Neapolit. Archivi Monumm. Neap., 1849, vol. II, pag. 181.

33. Nota sopra la Bolla di Godano arcivesc. etc. Napoli, 1746, pag. LXVI.

34. Conf. AMARI, Storia dei Musulm. di Sicilia, vol. I, p. 161.

35. GIUS. DE LORENZO, Reliquie di grandi laghi pleistocenici nell’Italia meridionale. Napoli, 1896.

36. Nomi locali del Napoletano derivati da gentilizii italici di GIOVANNI FLECHIA. Torino, 1874. — Estratto dagli Atti dell’Acc. scienze di Torino, vol. X.

CAPITOLO IV

GENTI E RAZZE VARIE CHE COSTITUIRONO LA POPOLAZIONE DELLA REGIONE

Del lungo novero dei paesi che abbiamo passati a rassegna nel capitolo precedente, alcuni appartengono, per la origine loro indubitata, al periodo anteriore al medio evo; altri, e sono i più, ai tempi medioevali; in minor numero ai tempi posteriori al mille. E non pertanto le popolazioni che vi stanziarono furono, in maggioranza, di quel ceppo latino ohe aveva fuse e confuse in sé, nel suo sangue come nella sua lingua, quelle reliquie di genti osche, elleniche ed enotrie, che formarono la nazione lucana; e costituirono il fondo di tutta la società, che emerse trasformata dalla conquista dei barbari. I discendenti diretti della razza degli invasori, goti, longobardi, franchi e normanni accrebbero, colorarono, modificarono quel fondo dell’antico popolo latino o lucano; ma non ne costituirono essi la maggioranza; e, nonché arrivassero a cancellare la lingua dell’antico popolo, la subirono anzi e l’accettarono, essi vincitori è sovrani.

Ai Goti, ai Longobardi, ai Franchi, ai Normanni si vennero aggiungendo altri elementi etnici importanti, quali i Greci bizantini innanzi tutto e sopra tutto. E tra essi e con essi, altri infiltramenti, altri rivoli, che, per quanto in minori proporzioni, sarebbe errore il mettere da banda o non tenerne ragione; rivoli o infiltramenti di Ebrei, di Arabi, di Albanesi, di Greci del Peloponneso, di Dalmati, e forse anche di Bulgari.

Dal complesso di tutti questi elementi venne fuori la popolazione lucano-basilicatese, che oggi si agita e vive nei paesi della regione dal mare Jonio al mare Tirreno, dal fiume Bradano al fiume Sele.

Sarebbe superfluo intrattenersi dei Longobardi, dei Franchi o Normanni; ma li ricordo unicamente per accennare ad un fatto linguistico degno di nota.

Moltissime delle denominazioni topografiche che ci è occorso di annoverare nel capitolo precedente, hanno radice e significato preciso nel provenzale o nell’antico francese, e non l’hanno nell’italiano moderno1; nel quale, per lo più, il radicale è scomparso.

Quei nomi adunque, perché fossero imposti a culture e luoghi nostrani, dovevano essere parlati ed intesi sul luogo. Escludo che coloro che li imposero appartennero a genti che parlassero il provenzale o il francese antico; sono nomi di paesi anteriori, nonché ai Provenzali-angioini, ma agli stessi Normanni; e sono, d’altra parte, nomenclature così generali per la regione nostra, si trovano anzi sparse per gran parte di Italia siffattamente, che non si potrebbe non ammettere, come maggiormente attendibile, un’origine più generale.

L’origine, a nostro credere, si vuol trovare in quella lingua a fondo lessicale comune, che parlarono le popolazioni neolatine ben prima del mille, prima cioè che ciascuna di esse avesse fissato il lessico e le forme grammaticali della propria lingua.

Non intendo di riferirmi alla vecchia opinione del Raynouard; ma ritengo per vero, con molti odierni scrittori, che le lingue neolatine, prima di determinarsi nella fisionomia individuale e propria della lingua provenzale, francese, italiana, spagnola, portoghese, elaborarono, ciascuna secondo la virtù propria, un fondo di materia comune: comunità, di cui esiste reliquia scritta nel noto giuramento di Carlo il Calvo e di Ludovico il Germanico dell’842; il quale non è il latino e non è il nuovo idioma francese o provenzale o italiano; ma ha in sé i germi e la fisionomia di tutti e tre. E queste tre lingue si riscontrano men difformi tra loro che oggi non sono, nelle poesie provenzali e francesi dei trovatori e dei troveri. A questi dati di fatto vuolsi aggiungere anche il fatto lessicale topografico di cui discorro; il quale, quando fosse analiticamente riscontrato su grande parte della topografia italica, diventerebbe una prova di evidente efficacia.

Ebrei

Colonie di Ebrei stanziarono fra le popolazioni della regione fin dal primo medio evo. È nota da un decreto dell’imperatore Onorio del 3982 la esistenza degli Ebrei per l’Apulia e per la Calabria che è la terra d’Otranto; né mancano accenni di posteriori documenti che mostrano gli Ebrei per le Calabrie, quali oggi s’intendono3. Stanziavano di preferenza nelle città maggiori per popolo e commerci; poiché genti dedite ai commerci ed alle industrie anziché a mestieri agricoli, non trovavano altro campo adatto all’industria loro se non le grandi città. Non accennerò agli Ebrei di Bari, di Oria, di Otranto, di Taranto, di Trani, di Benevento, di Amalfi e di Napoli; ma, restringendomi al mio tema, dirò che la denominazione topografica, che ancora dura di «Giudeca» ad un posto presso le ruine di Grumento (Saponara)4, e di «Sinagoga» presso Tegiano (Diano)5 indicano l’esistenza loro presso quelle due antiche città, in epoca che non ho modo di determinare; ma che niente vieta di congetturare prossima ai tempi in cui essi vivevano per le città basilicatesi di Melfi, di Venosa, di Lavello e di Matera.

In queste ultime città erano Ebrei in grande numero e di notevole condizione sociale, segnatamente a Venosa. A circa un miglio di distanza da questa città fu scoverto, verso il 1853, un ipogeo o catacombe, in cui erano i funebri depositi, a forma di loculi, d’una popolazione giudaica. Lo dimostrano le iscrizioni graffite o dipinte in rosso sullo strato di calcina spalmata sui mattoni, che chiudono il loculo. Il tratto di catacombe messo alla luce non è grande, e le iscrizioni finora lette e forse salvate dall’ingiuria del tempo, sono quarantasette; alcune scritte interamente in ebraico, altre in greco o in latino misto allo ebraico, ed altre solo in greco o in latino, ma di gente giudaica tutte.

«La serie di queste iscrizioni venosine — dice l’illustre Ascoli che le pubblica per le stampe — si muove dall’unica parola ebraica, anzi dall’unica lettera ebrea degli epitaffi giudaici di Roma, e si raggiunge, come a grado a grado, lo schietto epitaffio ebraico, timido, bensì ancora ma compiuto, tale che ben si collega con l’epitaffio ebraico medievale, qual poi si trova a fior di terra in coteste contrade medesime (appule-basilicatesi). Dal testo tutto greco o tutto latino, si viene al lesto tutto ebraico; passando attraverso ai vari tentativi più o meno cauti o singolari, dall’unica voce ebrea che si vesta di lettere greche; dall’epitaffio greco in lettere ebree; dalla povera formola ebrea che si abbarbichi a nome proprio latino e dalle vive frasi ebree che vibrano isolate, per poi raccostarsi tra di loro, quasi a vedere se valgano a fare intero il periodo»6.

Argomentando dalla forma dei caratteri e dalla natura della lingua delle iscrizioni greche e latine (nelle quali ultime parla già il basso latino della barbarie)7, l’ipogeo di Venosa non sarebbe più antico del terzo secolo, non più recente del sesto dall’èra volgare8. Ma non vuol dire, che si spense allora il giudaismo venosino: anzi d’allora in poi dové assorgere a maggiore dignità; poiché dal secolo IX in giù si trovano iscrizioni sepolcrali giudaiche incise in pietra, e sopra terra. Queste ultime (ben diverse dalle altre dell’ipogeo) contengono, mercé la indicazione dell’èra dalla distruzione del Tempio, la nota loro cronologica certa; e pertanto quelle di Venosa sono degli anni dell’èra volgare 818, 821, 822, 824, 827, 829 e 8469; quelle di Lavello dell’anno 810 ed 838. Altre cinque incise in pietra appartengono ai Giudei di Matera, ma assai malconce, parrebbero, anch’esse del secolo IX10.

Colonie di Ebrei vissero e durarono non breve tempo per la regione. Li troviamo anche a Melfi, nel secolo XII; in cui quel vescovo riscoteva tra le sue rendite anche il censo sui Giudei, che era forse di capitazione, a significato di servitù11. Ai tempi angioini duravano ancora nella stessa città, e si ha documenti in cui i primi re di casa d’Angiò raffrenano lo zelo indiscreto dei pubblici ministri a perseguitare ed angariare quella odiata genìa. Per la Basilicata, in generale, ne trovo un ultimo accenno ai principii del secolo XV, in un documento del 1417, che ordina l’esazione della tassa di un’oncia a fuoco dai Giudei di terra d’Otranto e di Basilicata12. Ma in Matera esistevano ancora alla fine del secolo XV; anzi il comune ottenne da Carlo VIII il privilegio, come dicevano, di mantenerli in città13. Poi non se ne ha più memoria. Cominciano i tempi grossi per questi infelici; e, tra angarie violenti e incivili, vengono gli ordini insani dell’espulsione loro dal Regno nel 1510; ma non eseguiti del tutto o sospesi, nuovi ordini si ripetono e si eseguono verso il 1539, benché non manchino accenni posteriori dell’esistenza loro, clandestina o precaria, tollerata a denaro, o schermita per ambigui mutamenti di religione. Angariati, perseguitati, cacciati, erano non pertanto mantenuti dalla tenace virtù della razza, e forse dall’interesse stesso, sentito e non confessato, dei popoli tra cui vivevano. Parvero spenti, cristianizzati o cacciati via del tutto, al cadere del secolo XVI.

Saraceni

In minori proporzioni, ma non mancarono gli infiltramenti Arabi della Sicilia. Peculiari stanziamenti di Saraceni ci vennero rivelati dalle nomenclature topografiche relative ai paesi di Castelsaraceno, a Tursi, a Tricarico, a Pescopagano, a Bella14. La dimora dei Saraceni in Agropoli è tra i fatti ben noti della storia generale del reame; e da una men nota cronaca, che riferisce l’Antonini15, questi accenna a loro opere di difesa ai castelli di Abriola e di Pietrapertosa nella Basilicata, durante il secolo X; albergo, non stanziamenti. E qui presso Pietrapertosa sono reliquie di un fortilizio medioevale detto di Castel Bellotto, con nome che ricorda simili toponomie di Sicilia riferentisi agli Arabi. In un diploma del 1094 il duca Ruggiero dona all’abate del monastero di Cava il castello di Stregola, presso Cassano al Jonio, con i suoi abitatori tanto Cristiani, quanto Saraceni, dice il diploma16. Quivi intorno è ancora un paese dello «La Saracina». Di altri stanziamenti non ho notizia diretta, ma è lecito arguirli. Sorge veramente il dubbio, se furono stanziamenti di coloni arabo-siculi, anziché reliquie di eserciti predoni. Le relazioni tra i principi longobardi e gli arabi furono frequenti, e non sempre da inimici; soventi quelli ebbero questi come schiere prese a condotta: e quanto ai Normanni signori di Sicilia, la loro avveduta politica verso gli Arabi sottomessi ci consente dire che avrebbero non ostacolato il passaggio di arabe famiglie dall’isola sul continente, se non fosse già noto che re Ruggiero abbattesse le frequenti insurrezioni feudali del continente pugliese con truppe di Saraceni, e di questi lasciava presidii nelle città riconquistate.

Quando i Saraceni si ribellarono a Federico II, questi che in aspre campagne di guerra li vinse e li sottomise, stimò consiglio di alta prudenza il trasportarli sul continente; e infatti li menò via a torme, circa l’anno 1223, poi nel 1246, e li raccolse in Lucera17 che circondò di forti opere di difesa e di mura; e vietò loro di uscirne, se per dimora in altre città. Carlo I d’Angiò poiché gli ebbe sperimentati favorevoli alla causa di Manfredi e di Corradino, smantellò la città ove si erano ribellati e asserragliati; li punì crudamente, ma non li cacciò dalla loro sede; però discinta la città dal suo cerchio delle mura, era agevole agli Arabi andare altrove a dimora.

Fu Carlo II che tenne a concetto di stato il distruggerli, come si abbatte l’albero, dalle radici; e sia pretesto o ragione che turbassero da masnadieri e da ladri la quiete dei campi e dei paesi d’intorno, colse forse l’occasione di qualche tumulto per darvi dentro e macellarli. In una carta del 1300 è detto dal re, che il suo maresciallo Giovanni Pipino con molta strage sedò i tumulti di Lucera, e spopolò la terra; poi con altra del 1301 ordina al Giustiziere di Basilicata, pubblichi per la regione che egli concedeva franchigia di balzelli a coloro della regione stessa e di Calabria che sarebbero iti a dimorare a Lucera, da cui «per ragioni non lievi (com’egli si esprime) erano stati rimossi i Saraceni». Quei che sopravvissero alla strage di Pipino si gittarono alla macchia; altri si sparsero nei paesi d’intorno. Ma da per tutto li perseguitò la cruda ed insana politica dei re. Da un atto del 1300 ci è noto che nominò tre commissarii, cioè Americo de Sus, Guido de Tabia e Gilberto de Saltan a scovare, a ghermire e vendere all’asta pubblica i Saraceni che erano pel regno; e commise ad essi ed al Giustiziere di Basilicata

«di prendere e di far prendere tutti i Saraceni che dimorassero in Melfi, in Venosa e in altri luoghi di Basilicata, sì maschi che femmine, sì notabili che popolani; e li vendano in beneficio del regio tesoro, e con loro gli animali e gli arnesi e le suppellettili loro; tutto vendano a chiunque voglia comprarli, sia per tenerli nel regno, sia per trasportarli fuori»18.

E ci è noto che in virtù di questi ordini i commissarii nel paese di Gaudiano, oggi distrutto, presso Lavello, vendono un saraceno innominato ad un tal Berlingeri di S. Felice19 pel prezzo di due oncie d’oro20. — Addiventano adunque schiavi, essi e le loro famiglie! sia per dritto di guerra, sia in pena di ribellione, sia perché, come pagani che erano, non avevano dritto alla protezione della legge comune del Regno!

Greci Bizantini

Molto più esteso, importante e degno di nota è il grecismo medievale della regione.

Questo nuovo aspetto etnico delle popolazioni basilicatesi medievali è rivelato, a prima giunta, dalla stessa onomastica topografica, che abbiamo raccolta, per saggio, nel capitolo precedente. Il grecismo della lingua geografica mostra il grecismo di origine della popolazione che lo infisse al paese, al fonte, alla montagna, al rivo, alla spiaggia che venne abitando. Non intendo parlare dei paesi o città, degli antichi coloni ellenici di Metaponto, di Eraclea, di Turii, di Velia, di Posidionia, ma dei paesi indubbiamente medievali. Furono Greci dell’imperio bizantino, che venuti a torme di coloni, a gruppi di monaci o di venturieri, durante i molti secoli del dominio degl’imperatori di Costantinopoli nella bassa Italia, si sparsero segnatamente nella regione intorno intorno ad Otranto e intorno a Rossano: e di qua spingendosi innanzi per le pendici dell’Appennino calabro-basilicatese, vennero altresì su per la spiaggia del Tirreno, che bagna la Calabria, la Basilicata e il Salernitano, specie pei luoghi che vanno sotto il nome del Cilento.

I monumenti scritti, e fortunatamente superstiti del grecismo medievale di coteste genti, sono una prova manifesta dell’esistenza loro nelle provincie napoletane al medioevo. Altra prova si potrebbe attingere dal complesso delle parole, di greca origine, che ancora si odono vive e suonanti nei dialetti della regione basilicatese e calabra, e che noi raccoglieremo più innanzi a suo luogo21; ma può bastare (ed è forse più accettevole) quella che emerge dai documenti scritti.

Coloro, che primi avvertirono i tardi sprazzi di linguaggio greco nella bassa Italia continentale, ne riferirono le origini all’ellenismo antico della colonizzazione preromana; e tale fu l’avviso del Mazzocchi e di altri non infimi eruditi; ai quali furono certamente ignoti i numerosi elementi di un grecismo unicamente medievale. Ma chi, dei nostri tempi, volle riferire, anche esclusivamente, ai coloni ellenici preromani i numerosi documenti linguistici greco-italici dei mezzi tempi, avanzò meno scusabile opinione22; e sconobbe l’importanza di un fatto, che ’ questo.

Per le regioni della Calabria, della Basilicata, e di Terra d’Otranto furono, durante il medio evo, popolazioni che parlarono e scrissero greco, in mezzo a popolazioni che parlarono l’italico e il basso latino; e ciò tanto prima, quanto dopo il mille: anzi per taluni punti di Terra d’Otranto e di Calabria il fenomeno dura ancora in parecchie comunità, le quali ancora oggi parlano il greco, che non è l’albanese23. Ora se questi tardi testimoni, e, in certi luoghi, ancora viventi dell’ellenismo, fossero reliquie dirette dell’ellenismo coloniale antico — di Taranto, di Metaponto, di Crotone, di Reggio, di Elea, di Napoli, di Cuma e d’altre antiche città della Magna Grecia, — come spiegare adeguatamente il fenomeno della sopravvivenza linguistica di essi, che parlano il greco, mentre tutta la popolazione italica, che stava a qualche passo d’intorno a loro, e viveva con essi nella stessa terra, negli stessi paesi, nello stesso ambiente di invasioni, di conquiste, di governo, di leggi, di commerci, non è più la popolazione latina, o lucana, o bruzia, o salentina contemporanea dei Magni-Greci; in quanto che questa parla un altro idioma che non è il latino, e si è trasformata in altro popolo che l’antico non è. Quel complesso, più volte secolare, di cause diverse e infinite che ha trasformato la lingua del Lazio nelle lingue neolatine, come e perché non avrebbe trasformato l’idioma ellenico degli antichi abitatori della Magna Grecia? perché le popolazioni di Tarantum, di Rhegium e di Neapolis (che pure erano le sole città rimaste, elleniche ai tempi di Strabone, che lo afferma) si mutano in popoli italici, e parlano l’italico, intorno al mille, e non si sarebbero mutate in italiche, allo stesso tempo le popolazioni restanti dell’aulica, dell’antichissima Magna Grecia? — Basta la contradizione di questo semplice fenomeno glottico, per trovare in esso virtualmente confutata l’opinione, che accennammo del Mazzocchi e di alcuni altri eruditi dei nostri tempi.

Il grecismo della bassa Italia, al medio evo è un fatto del tutto moderno. Esso non ha radici nell’antico ellenismo preromano; come non sono discendenti diretti di quegli antichi Magno-Greci i nuovi popoli che lo parlavano al medio evo sulle spiaggie italiche del Jonio o del Tirreno.

Ricordiamo innanzi tutto alcuni fatti. I Bizantini dominarono nella bassa Italia per il periodo di tempo che corre da Belisario a Roberto Guiscardo, e vuol dire uno spazio di circa 600 anni; che è anche maggiore spazio di quello in che sursero e restarono in fiore le colonie elleniche della Magna Grecia al contatto coi popoli lucani, bruzii e japigii. Quanta larga distesa di tempo alle mutazioni, ai decadimenti, ai rinsanguamenti, alle maree di popoli viventi sotto lo stesso dominio! Federico II pubblica nel Parlamento di Melfi al 1231 il Codice delle sue costituzioni famoso; ed ordina sia pubblicato, altresì, tradotto in greco: era dunque, e non esigua e non trascurabile quantità, una popolazione che parlava greco ne’ suoi dominii italici. Ma tre o quattro secoli prima di Federico un principe di Salerno fa tradurre in greco l’Editto di Rotari pei Longobardi, che dirò Greci del suo principato24; il quale, come s’è visto innanzi, si estendeva nel secolo IX fino al mare Jonio, fino al fiume Crati.

Tra queste due epoche si vengono ad incastrare i fatti, che emergono dal complesso di antiche carte greche, che, esistenti già negli archivii della Trinità di Cava, di Terra d’Otranto ed altri del Regno, vennero dall’archivio di Stato di Napoli raccolte, tradotte e integralmente pubblicate, nel 186525. Queste greche carte sono titoli curialeschi che attestano atti della vita domestica e della vita pubblica di tutto un popolo, adozioni, compravendite, donazioni, testamenti, tavole nuziali, oblazioni, enfiteusi, permute, sentenze giudiziarie, atti e contratti stipulati dal mille in giù fino ai tempi angioini; e riguardano popolazioni di Calabria, di Terra d’Otranto, di Terra di Bari, di Basilicata, e di quella parte del Salernitano che è a sinistra del Sele e fu dell’antica Lucania. Né queste, dal mille in giù, sole; ma sono le sole finora note o pubblicate. In esse notari e testimoni scrivono in greco; altri scrive in greco, altri in latino: talune carte sono originalmente bilingui, greche e latine; e non sono atti unicamente di monasteri greci, ma di chiese altresì; anzi, e non vuol dimenticarsi, si rende giustizia nell’idioma greco anche sotto i Normanni! Non sono dunque atti di coloni sparsi, o di individui in poca minoranza; ma è tutta una società organizzata che impronta nel greco i titoli della famiglia, della giustizia e del possesso. A questi fatti risponde di conferma l’altro della generalità e della costanza del rito greco in quasi tutte le diocesi che dànno sul Jonio ed in altre sul Tirreno; costanza di rito che è durata fino al secolo XVI per parecchie comunità della Basilicata, e che ebbe origini anteriori alle migrazioni albanesi; anteriore alla caduta di Costantinopoli o alla battaglia di Lepanto.

Fu detto che queste nuove colonie di ellenismo moderno vennero da noi entro il periodo di tempo che corre dal secolo VI al X26. Ma anche più tardi ne giunsero, senza dubbio, al di qua del Jonio, volontarii o forzati emigranti dalle terre di là, soldati, avventurieri, pastori, agricoltori, operai e mestieranti. Chi non sa degli operai dell’arte della seta e delle industrie affini, che in gran numero trassero dal Peloponneso in Sicilia i primi dinasti normanni? Li valutarono fino a quindicimila27, tra prigionieri di guerra d’ogni genere e cultori e cultrici della nobile arte; e se la storia li ricorda come trasferiti in Sicilia, non rifiuteremo di crederli allogati anche in Calabria, se ricordiamo quanto fu estesa ed antica la coltura del gelso e l’arte della seta nella Calabria di Catanzaro e di Reggio che furono per più secoli quasi appendici dell’isola, più che di terra ferma. Anche nelle basse pendici dello Appennino basilicatese, dai fianchi del monte Pollino al monte Serino, la coltura del gelso e l’educazione del baco è industria casalinga, e perciò stesso antica; ed è notevole questo che dessa si trova tuttavia esercitata dalle donne della famiglia per quei paesi, che ebbero monasteri di monaci greci, o greci abitatori nel medio evo.

Il più grosso numero di questi immigranti venne, è da credere, per causa delle persecuzioni iconoclaste nel secolo VIII. Furono violente persecuzioni regie, contro i monaci segnatamente; e renitenti costoro alla teologia imperiale, l’imperatore sciolse le comunità, abolì i conventi, e vietò di portarne l’abito. Seguirono resistenze di popoli e provincie; ribellioni, che ambizioni politiche più che religiose acuirono o promossero. L’imperatore iconoclasta vinse infine ogni resistenza. I monaci a torme passarono in Italia; e con essi e per essi turbe di laici, compromessi nella resistenza popolare agli editti imperiali, o volontariamente fuggenti alle leggi vessatrici della coscienza.

Fu dello che non meno di un cinquantamila fosse il numero degli «iconofili», che durante il periodo della guerra alle immagini ne vennero in Italia28; e benché a me non sieno note le ragioni del computo, credo che ben dové essere grandissimo il numero degli uomini di chiesa che lasciò l’Oriente, e cercò rifugio all’Italia romana o longobarda.

Una lettera di Papa Paolo I ordinava al popolo e al clero di Nardò di non venire all’elezione del proprio vescovo, perché dei redditi della chiesa neretina era d’uopo si sostentassero i monaci, che in gran numero venivano in Italia a sfuggire le persecuzioni iconoclaste29. Sursero da allora in poi in gran numero monasteri e «laure» o celle di monaci basiliani sulle terre più prossime al Jonio; e celle e monasteri crebbero siffattamente, che, ai tempi dei re normanni, se si vuol credere al Rodotà30, erano non meno di un migliaio! sulle sole terre napoletane. Numero senza dubbio stragrande e forse esagerato; ma non può negarsi d’altra parte, che le carte medievali nostrane fanno ad ogni passo cenno di badie, di monasteri, e di chiese che oggi più non esistono, e per vero in numero strabocchevole: lo stesso numero, non esiguo, di paesi che prendono il nome da un santo è conferma del fatto della immigrazione copiosissima. L’eremo, la laura, la cella era il nucleo prima del cenobio o monastero; e questo diventava ben presto un casale, quindi un paese, crescendo man mano dei ministeriali ed operai bisognevoli alle custodie del gregge, e alla cultura dei terreni, che la pietà dei signori e dei cittadini donava largamente ai monasteri in fama di santità e di miracoli. Queste origini spiegano le molte denominazioni grecaniche ai territorii intorno ai paesi, secondo che siamo venuti raccattandone qualche saggio nel capitolo precedente.

Né mancano notizie di altre fonti. Gallipoli fu ripopolata ai tempi di Basilio I (867-886) da una colonia venuta da Eraclea del mar Nero31: e si sa dal continuatore del cronista Teofane, che lo stesso Basilio dai ricchissimi possessi che aveva redato nel Peloponneso, fece trasportare tremila coloni nel «tema di Lombardia»32, che era il nome col quale s’indicava quanto allora restava dell’Italia al dominio greco sul Jonio e sul Tirreno.

Nel secolo X s’invigorì l’azione del Governo imperiale sulle terre della bassa Italia: riconquistò molta parte di essa dai Longobardi; nominò un ufficiale superiore a tutti, che accentrasse le forze civili e militari a difesa ed offesa; ripeté invii di truppe; volle estendere anche gl’influssi suoi mercé il rito religioso; si può, dunque, ben arguire, che esso ebbe a favorire e promuovere la venuta in Italia dei coloni greci.

È dell’anno 968 il disposto dell’imperatore Niceforo Foca, che si elevasse a metropoli la sede episcopale di Otranto, e l’ordine reciso che il rito greco venisse introdotto «nell’Apulia e Calabria». Di qua prese le mosse la disposizione organica del Patriarca Costantinopolitano, Polieuto, che volle dipendessero dal Metropolitano di Otranto i vescovi di Acerenza, di Tursi, di Gravina, di Matera e di Tricarico; che vuol dire fu per tal modo introdotto «il rito greco» in tutta quasi la regione, che oggi è detta Basilicata. E vi durò, dove più dove meno, per lungo tempo.

Restringendomi tra i limiti speciali del mio discorso, dirò che le carte greche, raccolte e pubblicate per le stampe nel 1865, mostrano, o fanno arguire, per la regione di Basilicata, gruppi di popolazioni grecaniche ad Oriolo a Noia, a Cerchiosimo, a Colobraro, ad Episcopia, a Càlvera, a S. Chirico, a Carbone, a Favale, a Chiaromonte, a Policoro, abitato sino al secolo XV, a Satriano distrutta nel secolo stesso; ed inoltre a Mormanno, ad Ajeta (oggi in Calabria), ed a Caggiano, a Pertosa, ad Auletta, a Buccino, in provincia di Salerno: senza altrimenti far cenno (che non entra nel mio soggetto) di tutte le popolazioni greche sparse ampiamente per le tre Calabrie. Quanto all’epoca, quelle carte vanno dal 1034 al 1227, ed anche più giù, per Ajeta, per Cerchiara e per altre terre prossime ai confini tra le due regioni di Calabria e Basilicata. In tutti questi paesi erano, senza dubbio, cenobii di Basiliani; ma erano chiese greche altresì di preti, non di monaci; perché è continua la menzione di «presbiteri o di figli di presbiteri» e perché soventi scrivono gli atti, in greco, persone che si qualificano «notarii o tavolarii» della città ove l’atto è rogato. Scrive in greco anche il notaio dei signori di Chiamonte e del signore di Caggiano, che paiono dinasti di razza normanna. E nomi dei testimoni sono frequentissimamente di un grecismo schietto: Basilio, Teodosio, Leone, Demetrio, Teofane. Essi e i dinasti, e i magistrati medesimi non sottoscrivono che per segno di croce, gli è vero; ma non sarebbe assurdo di ammettere che il notaio scrivesse o facesse sottoscrivere un atto ai donanti, ai venditori, ai testimoni, senza leggerlo loro, e senza che costoro, testimoni e magistrati, intendessero il significalo delle parole? E sono atti, ripeto, di donazioni, compravendite, e tavole nuziali, ove venivano annotate fin le minute suppellettili di cucina o di guardaroba, e tante padelle, tante lenzuola, tante camicie, fin tante paia di colombi donati alla sposa tra il suo corredo!

Altri sprazzi di luce ci verranno dall’esame di altre carte. La bolla, per le suscitate controversie famosa, che eleva ad arcivescovo di Acerenza il vescovo Arnoldo, mentre gli conferma la dipendenza di parecchie città della diocesi, accenna anche a monasteri e «pievi o parrocchie» greche e latine, quando dice: cum multis monasteriis; ac plebibus, tam graecis quam latinis»33. Di «monasteri greci e latini» è fatta parola anche per la diocesi di Melfi nella bolla di sua istituzione, che sarebbe del 153734. Per la diocesi di Anglona, fanno testimonianza manifesta le carte greche dei paesi, testé indicati35. E per la diocesi di Tricarico, a tacere di altro, è nel Decreto di Graziano una decisione di Papa Innocenzo III, del 1212, che approva a vescovo di Anglona l’elezione del Cantore della chiesa di Tricarico, quantunque fosse nato da prete greco36. A Montemurro, che è, ab antiquo, nella diocesi stessa, un atto di transazione del 1273 parla di «figli di sacerdoti» e nomina tra i cittadini scelti ad arbitri un Elia Goffredo «greco»37. Ad Armento, della diocesi stessa, le agiografie (per scarsezza di altri documenti degni di nota) del secolo XI attestano l’esistenza di monaci ed eremiti e cenobii greci ivi, ed a Sant’Angelo di Raparo, e a San Giuliano di Saponara. Per le limitrofe diocesi di Cassano e di Rossano, le prove abbondano; così per l’altra di Policastro38. Io mi limito a ricordare che il rito greco restò vivo a Laino fino al secolo XVI; e fino al cadere del secolo stesso in Rivello, nel cui territorio molti nomi di luoghi ci ricordano i Greci: del rito greco si ha chiara menzione a Roccagloriosa, a Cuccaro, a Pisciotta, a Castellabate; mentre, d’altra parte, ci è noto che anche a Polla era la chiesa di San Niccolò dei Greci, a Caggiano la parrocchia di Santa Maria dei Greci, a Tegiano è tutta una contrada che è detta «dei Greci» e la parola non si riferisce altrimenti che ai Bizantini39. In Miglionico una chiesa ancora oggi è detta «San Nicola dei Greci», un’altra «San Nicola de’ Latini»40.

E se alle testimonianze delle carte scritte, aggiungeremo quelle che derivano dall’onomastica topografica, che abbiamo raccolta nel capitolo precedente, come Lauria, Maratea, Papasidero, Sapri, Episcopia, Calvera, S. Chirico, ed altre ed altre, dovremo sempre più persuaderci, che il fatto dell’incolato grecanico gittò pel paese radici profonde quanto estese; appello a cui è nulla, o quasi nulla l’influenza dell’antico ellenismo preromano, che pure visse parecchi secoli per la maggior parte delle stesse contrade.

Abbiamo già accennato alle leggi longobarde fatte tradurre in greco da un principe di Salerno pei popoli dei sui dominii: e del rito greco di essi ò stato fatto cenno or ora. Ma altri indizii del fatto che ci occupa, forniranno le antiche carte a chi sappia interrogarle.

In un «placito» del 1083 sono indicati pel loro nome un gran numero di testimoni del Cilento, che l’Abate della Trinità di Cava presenta al giudice per determinare certi suoi possessi. Tra i testimoni, abitatori di Sant’Arcangelo di Perdifumo, leggo i nomi di Leo di Zurubasile, Leo di Zurumaria, Nicola di Zurojoanne. Tra i testimoni, abitatori di Serramezzana è un Niceforo e un Leone de la presbitera; tra quei di San Magno, un Johanne de la presbitera. Ed ecco, tra quei primi, la caratteristica denominazione greca di Cyrios, dominus, che è diventata Zuro e Zura sulla bocca del popolo del Cilento. In carte del 1113 sono indicati, per San Marco Cilento, il figlio di un Calojuri, che è, senza dubbio, un «Calogero» greco; per Fiumicello, una «Gemma greca», una «Maria greca», ed altri Zurumaria e Zuru Sergiu; e in carte del 1143 un Zuruboni. In carte del 1187, nel territorio ove surse poi il paese di Castellabale, è una chiesa che è detta «Santa Maria la Greca»41. E di altri identici accenni per Polla e Tegiano abbiamo parlato innanzi.

Che più? Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laureana, La Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicili e Morigerati, che i nostri eruditi riferirono (nientemeno!) che ai Siculi ed ai Morgeti dell’età preistorica, anteriore nonché ai Lucani ed agli Elleni, ma agli stessi Enotri42.

Gli è dunque fuori d’ogni dubbio, che l’incolato di Greci bizantini si sparse al medio evo per tutta l’estensione di terra, che nell’antichità andò sotto il nome di Lucania.

Albanesi

Gli ultimi rivoli che vennero a mescolarsi alla corrente etnica della popolazione basilicatese sono gli Albanesi: e non rimontano oltre alla metà del secolo XV. Si raccolsero in maggior numero a Barile e a Maschito; altri in minor numero a Brindisi di Montagna, a San Chirico nuovo, a Ginestra, che è villaggio di Ripacandida nel circondario di Melfi. Altri fondarono San Costantino, che è oggi detto Albanese, e Casalnuovo, che oggi ha mutato nome in San Paolo Albanese, nella diocesi di Anglona e Tursi che è nel circondario di Lagonegro.

Le prime colonie di Albanesi venuti nel regno, nel secolo XV, pare siano state tre compagnie di uomini d’armi raccolti da un Demetrio Reres, che li menò agli stipendi di Alfonso I per combattere i di lui nemici nelle Calabrie. Queste compagnie d’armi si trovano dette «colonie scelte e ben guarnite» e la parola del documento43 farebbe credere fossero sprazzi di famiglie, non soltanto truppe di soldati; ad ogni modo, furono compagnie di ventura, a costume del tempo. Nel 1448 re Alfonso creò il Reres governatore della regione che aveva difeso: e dagli avanzi de’ suoi uomini d’armi ebbero le prime origini (è stato detto)44 i paesi albanesi di Amato, di Andali, di Avella, di Vena ed altri in Calabria. Elementi di torbida natura, non conferirono, nei primi tempi, al tranquillo vivere della società tra cui accasarono45.

Ma la tradizione, e la storia che spesso la rispecchia, riferiscono a Scanderbeg e alla sua lotta gloriosa contro i Turchi il passaggio dei coloni albanesi nel regno. Scanderbeg a capo di sue compagnie di armali viene a stipendii, o, come fu detto, in aiulo di re Ferrante d’Aragona: e questi in compenso dona al gran condottiero i feudi di Trani, di Siponto e di San Giovanni Rotondo in Puglia, ove si accasano quelli che furono detti i primi venuti dall’Albania. Morto che fu il grande Scanderbeg nel 1466, e prostrata l’Albania sotto il giogo dei Turchi, i figli di esso, i loro clienti, nobili o popolani, vengono nel regno e si spargono per le terre che i re di Napoli dànno in feudo ai Castriota. La Irene Castriota va sposa al principe di Bisignano; e nei numerosi possessi di questa grande casa per la Calabria pigliano stanza gli Albanesi: e sorgono San Demetrio, Macchia, Vaccarizzo, San Cosmo, San Giorgio, Spezzano, verso il 1470, e poi tra il 1478 e il 1492 Castroregio, Lungro, Firma, Piataci, Falconara, e non so quale altro.

Scutari fu presa dai Turchi nel 1464: una parte del popolo abbandona la patria, e viene nel regno. Di costoro, che furono tra i più antichi coloni fuggiti sulle terre napoletane, un gruppo si allogò nel paese di Barile: la storia scritta non lo dice, ma lo attesta il nome di «Scutariali» dato anche oggi ad una contrada dell’abitato46. Ma quando Corone della Morea cadde in mano ai Turchi nel 1534, Carlo V fece trasportare nei regno, sul suo naviglio, quanti vollero abbandonare la patria soggiogata agli Ottomani, e la popolazione albanese crebbe di altri contingenti nella nostra regione. Allora cento famiglie vennero assegnate alla terra di Maschito, cinquantadue a Barile, trenta alla città di Melfi; altre a Brindisi di montagna47. Fecero capitolazioni di grazie o di vassallaggio col principe Torella di Melfi; e i greci di Barile, allogatisi su terre del vescovo di Rapolla, gli pagarono un censo annuo di otto ducati (che mezzo secolo più tardi, il vescovo volle elevato a dieci) per avere il diritto di fondarvi un abituro, il quale per assai tempo non fu altrimenti che una grotta scavata nel tufo della collina.

Agli esuli Coronei Carlo V concesse privilegi di nobiltà e franchigia, in perpetuo, da pesi fiscali: di quelle lustre di nobiltà molli se ne adornano ancora oggi: e pel godimento di quelle franchigie fin dal penultimo secolo hanno perorato, pro e contro i Coronei di Barile, di Brindisi e di Maschìto, gli avvocati delle comunità di cui i privilegi degli uni si risolvevano in aggravio degli altri. In Melfi il dissidio tra vecchi e nuovi abitatori eruppe più intenso e più presto: e nel 1597 le trenta famiglie dei Coronei, stanziate a Melfi, abbandonarono la città, e si raccolsero a Barile. Il rione da essoloro abitato in Melfi era detto dei Chiucchera, dal casato di una famiglia precipua dei Zuzzera, della quale è nominato il capitano Chiucchera nelle storie del secolo XVI. Il rione oggi ha lo stesso nome, ma è coperto non da case bensì da vigne e verzieri48.

Un ultimo contingente, venne dalla Morea e alle terre di Barile e Maschito dalla città di Maina — povera erede dell’antica Sparta — e fu nel secolo XVII, verso il 1647.

A Rionero quarantacinque famiglie di albanesi vennero quasi a ripopolarlo, però non molto prima del 1615; forse più antica del secolo XVII è la popolazione albanese che venne a San Chirico Nuovo ed a Ginestra di Ripacandida. San Chirico che si dice «nuovo» è detto di Tolve fin dal secolo XIII che fu abitato. Ginestra era un «casale» popolato in origine da coloni lombardi; poiché la si trova denominata «Massa Lombarda». Stremato che fu e vacuo di gente, il feudatario Caracciolo concesse il territorio ad un Giura condottiero degli Albanesi di Scutari, che vi si stanziarono: e il nome etnico del condottiero vi dura ancora, onorato, in Ripacandida.

Quanto a quelle colonie, che fondarono San Costantino e Casalnuovo (o, come oggi vien detto, San Paolo Albanese) nella diocesi di Anglona49, parmi poterne riferire le origini al secolo XVI: non prima del 1526, ma forse non più tardi del 1534, se, come è fama, vennero da Corone gli stipiti della gente50.

Bulgari

Con gli Albanesi di Scanderbeg trassero nel regno quelle colonie di razza e di lingua slava, che popolarono parecchi paesi della provincia di Campobasso; nella quale vive tuttora l’idioma slavo nei tre paesi di Acquaviva Colle Croce, di San Felice e di Montemitri. Queste colonie oggi, da filologi competenti51, non si ritengono come reliquie di quei Bulgari che Grimoaldo I duca di Benevento accasò quivi intorno a Bajano, ad Isernia, ed altrove, nel secolo VII. Invece come reliquie di questi Slavi del secolo VII gli eruditi napoletani ritennero quelli, ond’è venuto (e dura ancora), il nome di Bulgaria ad una montagna che si aderge tra il mare Tirreno sul golfo di Policastro e il paese di Rocca Gloriosa. Il nome non è dubbio che accenni a stanziamenti di Bulgari o Schiavoni; ma dubito che possa riferirsene l’origine a quei barbari d’Aleczone, che la storia ricorda accasati nel ducato beneventano per opera di Grimoaldo. L’Antonini li crede di quell’epoca remota: resta egli indeciso solamente se riferirli ai Bulgari che seguirono Alboino, o a quei di Grimoaldo. E in questo suo dubbio, non omette di riportarsi altresì ad un documento del 1080, che dice esista nell’archivio episcopale di Policastro, in cui Roberto Guiscardo accennerebbe agli utili servizi che a lui resero i Bulgari in finibus Apuliae et Salerni. Benché la fede letteraria dell’Antonini non sia intatta, e il documento che per tutti è ignoto meriti conferma, è vero però che in documenti medievali indubitati gli accenni a Bulgari per l’Italia meridionale non mancano.

Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura52, dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle sue pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlante di grecismo e di monachismo. Nella vita di San Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohé, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di cotesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro laure sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.

Infine, accennerò a coloni venuti di Schiavonia sulle coste adriatiche di Capitanata, ove popolarono Castelluccio dei Sauri: di là si sparsero altrove, e un gruppo ne giunse a Matera, ove abitarono la contrada che è detta Casalnuovo53. Nel feroce tumulto della popolazione contro il Tramontano, conte di Matere, nel 1514, tra coloro che finirono di trucidarlo i documenti uffiziali del tempo annoverano degli «Schiavoni». Altri ne vennero a Spinazzola, al cadere del secolo XV54; altri a Ruoti55 verso il 1511; altri a Montescaglioso, altri a Pomarico; ed altri verso lo stesso periodo di tempo nel secolo XV, nel piccolo paese di Monte San Giacomo, presso Tegiano56.

NOTE

1. Per esempio: Grachium, Caucium, Noue, Boul, Morro, Pestiz, Mesnil, Hamelin, Meulon, Foue, Pelouse, Arapennis, ecc. ecc. di cui vedi al capitolo rpecedente; passim.

2. Cod. Teod. XII, 1, 158.

3. Conf. G.I. ASCOLI, Iscrizioni inedite o mal note, greche, latine, ebraiche di antichi sepolcri giudaici del napoletano. Torino-Roma, 1880. Vedi al § II, pag. 33; — e BELTRAMI nell’Op. citata più giù.

4. Una corniola con tre linee di scrittura ebraica fu trovata testé nelle ruine di Grumento. L’iscrizione nelle due prime linee dice: «Mosè figlio di Emmanuel» e nella terza linea sono le Iettere ebraiche h s z j se che esprimono, forse, il cognome, se non ci è qualche abbreviatura. Così il ch. professore I. GUIDI, dell’Università di Roma.

5. MACCHIAROLI, Diano e l’omonima sua valle. Napoli, 1808. p. 91. La «Giudaica» della città di Salerno in documenti del 1168, ap. UGHELLI, VII, p. 402.

6. ASCOLI, Ibid. pag. 44.

7. Riporto dall’Ascoli questa, che è la 19ª a pag. 61; e che può riferirsi al secolo VI:

Hic . ciscved . (quiescit) Fausthna . Filia . Faustin . Pat . Annorum Quattuordci . Mhnsurum Quinqne Que Fuet . Unica . Parentorum . Quei . (cui) Dixerunt . Trhnus . (zρενους) Duo . Apostuli . Et . Duo . Rebbites . Et Satis . Grandem . Dolurem . Fecet . Parentibus . Et . L’Agremas . Cibitati .

Qui l’immagine del Candelabro a 7 braccia, in mezzo a quattro parole di scrittura ebraica, che significano: «il giaciglio di Lei; requie all’anima; pace». E poi continua:

Que . Fuet. Pronepus . Faustini . Pat . Nepus . Biti . et Acelli . Qui . Fuerunt . Maiores . Cibitatis

E qui un cuore ferito.

8. L’ASCOLI non contradice, accetta. Ibid. p. 45.

9. Della fiorente comunità giudaica di Venosa sappiamo oggi che va ricordato, del secolo IX, un Silano di Venosa

«un tipo (come è detto) ghiribizzoso di dottore, di poeta e di biricchino, il quale man mano che un predicatore di Palestina spiegava nel sabato alla comunità, in lingua ebraica, il Midrasch, veniva voltandone le frasi nell’idioma del paese: segno che la maggioranza della comunità fosse già allora ignara della lingua nazionale».

V. nell’Arch. Stor. prov. Napolet. anno 1897, la recensione del prof. M. Schipa della Cronica di Achimaaz di Oria (850-1054), pubblicata dal dott. Hauffman.

10. Delle iscrizioni sopra-terra ne pubblicò nove, primo di ogni altro, il TATA (in nota alla sua Lettera sul monte Vulture, Napoli, 1878), con la lezione e la versione (non del tutto esattissima) dell’abate SISTI di Melfi (che è l’autore d’una grammatica intitolata: Lingua santa da apprendersi anche in quattro lezioni. Venezia, 1747). La lezione e Ia traduzione di esso fu ripubblicata in appendice al vol. IV degli Annali crit. diplom. del DI MEO. Quelle di Matera furono stampate dal canonico VOLPE (Esposizione di talune iscrizioni esistenti in Matera, ecc. Napoli, 1844); ma inesattamente lette o trascritte. Ultimamente vennero ripubblicate, illustrate e tradotte (però delle materane tre sole) dall’insigne scienziato e linguista nostro contemporaneo nel libro sopracitato: nel quale è delineata anche la pianta dell’ipogeo venosino e il fac-simile di alcune iscrizioni importanti.

11. Vedi bolla di papa Pasquale II del 1102, apud ARANEO, Notizie storiche intorno alla città di Melfi. Firenze, 186, pag. 210. — Nei cedolari dei secoli XII e XIV (di cui nel seguente rapitolo XIV), Melfia cum judeis è tassata per once 287. — Il cenno dei Giudei a favore delle mense episcopali è fatto generico al medioevo. Per Salerno, Ruggiero figlio di Roberto Guiscardo nel 1090 donò all’arcivescovo di Salerno tutta la Giudecca della città con tutti i Giudei che vi abitavano, e tutti i servizi, censi e dazi, che essi dovessero allo Stato. MURAT. Ant. m. aev. diss. XVI, I, pag. 899.

12. I due documenti cu accenno nel testo, sono indicati nella Nota sugli Ebrei di Trani, pag. 73 e 83, in appendice alla importante lettera Degli antichi ordinamenti marittimi della città di Trani, di GIAMB. BELTRANI, Barletta 1873: Nota, che è monografia eruditissima sull’argomento. — Conf. GIUSTIN. Diz. ad v. Melfi.

13. Privilegio di Carlo VIII del 28 marzo 1495. — Dall’Indice mss. dei Privilegi della città di Matera, del 1763; in copia presso di me.

14. Vedi al capitolo precedente ad vv.

15. ANTONINI, La Lucania, pag. 527 (dis. 4, parte III), e propriamente nel 907. Cotesta cronaca è detta dall’Antonini «il manoscritto del Marchese di S. Gio. Bonito».

16. P. GUILLAUME, Essais histor. sur l’abbage de Cave. Cava (Naples) 1879, p. 52, ed Appendice p. XVI.

17. Che fossero trasportati a Lucera, in varie riprese, è ammesso da tutti, ma leggo in GREGOROVIUS (pag. 134 del libro Nelle Puglie, traduzione, Firenze, 1882), e nel LENORMANT (À travers l’Apulie et ta Lucania, I, pag. 278) che furono trasportati dalla Sicilia in Lucera, in Girofalco ein Acerenza: ove ebbero a restare finché non furono concentrati tutti in Lucera. L’HUILLARD-BREUOLLES nella Introd. alla Histor. diplomat. Friderici II, vol. I, p. CCCLXXXII, 5, non fa cenno alcuno di Acerenza, ma unicamente di Lucera. E l’AMARI, autorevolissimo sopra tutti, oltre alla numerosa colonia di Lucera, accenna solo ad una colonia di Girofalco (Stor. dei Musulmani di Sicil. vol. III, parte II, pag. 611. Firenze, 1872). Io aggiungerò anche Stornara, in Capitanata; come da un diploma di Carlo I del 1272 in WINSPEARE (Stor. degli abusi feudali. Napoli, 1811, n. 48 delle note). — Di Acerenza non si parla. — Or non sarebbe improbabile la residenza di coloni saraceni in Acerenza, anche per indiretto argomento che potrebbe trarsi dalla carta del 1300 che accenniamo più giù nel testo: ma prove dirotte e sicure non se ne hanno. E giova affermarlo.

Io penso che l’indicazione del Gregorovius e del Lenormant si fondi unicamente (?) sul fatto che si legge nel Jamsilla (vol. II, pag. 150, dei Cronisti e scrittori sincroni, raccolti da G. DEL RE. Napoli, 1808). Il cronista parla di Giovanni Moro, capo della città o dei Saraceni di Lucera, che macchinando di tradire Manfredi, esce dalla città con mille Saraceni per portarsi dal Papa (pag. 140). Ma non riuscita la trama, e sentendo già Manfredi entro Lucera, si porta in Acerenza: «profectus est recta via in Acheruntiam, ibique moratur. Saraceni vero ibi cum ipso morantes, saputo che ebbero del suo tradimento, lui, che in essi confidava, posero a morte; e avendone fatto a pezzi il cadavere, ne portarono la testa in Lucera, ove fu sospesa alla porta detta di Foggia. Gli stessi Saraceni mandarono loro ambasciatori a Galvano Lancia, zio del principe Manfredi, dimandando che venisse in Acerenza, e ricevesse la terra in nome del Principe…; e Galvano, infatti, vi entrò e la ricevé per parte del Principe».

Or dal contesto di queste parole non può cavarsene la conseguenza del Lenormant e del Gregorovius. Per me, al contrario, è evidente che i Saraceni, cui il cronista dice dimoranti in Acerceza, erano di quei mille che Giovanni Moro aveva condotto seco da Lucera; e che assai breve tempo vi dimorarono con esso, finché non lo trucidarono. Coloni dunque ivi trasportati a dimora dalla Sicilia, non è certo che fossero.

Quanto a Girofalco, il Lenormant (Ibid.) lo dice in Calabria: infatti un paese di Girifalco è in quel di Catanzaro. Ma io dubito che fosse questo di Calabria: e credo invece che si abbia ad intendere di quel grosso fondo di Puglia (oggi disabitato) detto Girifalco, tra Ginosa, Laterza e Matera. A questa affermazione mi decidono: 1° la considerazione che lo Svevo volle allontanare, non avvicinare alla Sicilia i Saraceni, che ne trasportava fuori; 2° lo stesso diploma fridericiano del 15 dicembre 1239, dove è detto: De Saracenis Lucerie et Girofalci, qui occasione negetiationis gerende se conferunt in Calabriam, et deinde in Siciliam transire nituntur…, ed ordina si custodisca e proibisca il passaggio, e si facciano tornare onde vennero (Apud H. BREHOLLES, Op. cit. vol. 5, pag. 588, 90).

18. Nel Syllabus mebranar. ad reg. Siclae Archiv. pertinent. Napoli, 1845, vol. II, parte II, p. 29, 38 e 48. — Presso il villaggio di Lagopesole fu trovata, anni or sono, un acorniola con incisi caratteri arabi, che l’illustre Amari interpretò così: «La mia buona speranza è in Dio. — Nel profeta avventurato. — Nel tutore (cioè Alì) che sa la buona via. — In Husain ed Hasan» (nella Lucania letteraria di Potenza, ottobre 1885). Essa appartenne probabilmente, sia a taluno delle truppe saracene che erano negli eserciti dei re normanni o svevi, sia a qualcuno di quegli ultimi perseguitati da da Carlo II.

Altri indizii dell’incolato loro dai casati, Nella serie dei vescovi di Melfi all’anno 1295 è uno che ebbe nome Saraceno. Vedi UGHELLI e ARANEO, p. 148. — Un lapidumque fabro Leonardo Saraceno si legge in una iscrizione del 1082 (?) che esisteva (ma oggi non c’è più) nella chiesa di S. Eustachio in Matera, se l’iscrizione è veramente di quell’anno, del che dubiterei; come è dubbio per me se nota di casato all’artefice della lapide, o se nota della nazione di esso. Ap. GATTINI, Note storiche della citta di Matera. Napoli, 1882, pag. 222.

19. La vendita è fatta in Gaudiano, e scrive l’atto, in data del 22 gennaio 1301, un Saracenus de Manescalco notarius Gaudiani. Dal che si vede, che se Gaudiano si disse «distrutto» da Federico II nel maggio del 1228 (ob culpe [?] meritum, Imperatore mandante, casale Gaudiani distruitur, come scrisse Riccardo da S. Germano), la distruzione non fu tale o tanta, che non risorgesse di nuovo, se si trova che esisteva nel 1301. Anzi, in una carta del 1280, è menzione proprio della Universitas Gaudiani. Vedi Syllabus, ora citato, vol. II, parte II, pag. 37-85, e vol. I, pag. 192. — Gaudiano è detto casale inhabitatum in una carta del 27 luglio 1409 (Ap. UGHELLI, Ital. Sac. vol. I, c. 935): ma in una precedente (ibid. 934) dell’anno 1382 è nominato un tale Gaudiani Judex. Dové dunque estinguersi al cadere del secolo XVI.

20. L’oncia di oro, di conto, a questi tempi angioini, valutavasi a trenta tarì di argento, ovvero quattro carlini di oro. Ogni carlino costava di oro puro acini 99 ¼; sicché un’oncia di essi conteneva 397 acini. Era pari, altresì, a quattro Augustali. — BIANCHINI, Stor. Finanze del Reg. di Nap. lib. III, cap. V.

21. Conf. Appendice II.

22. Conf. Syllabus Graecar. membranarum. Napoli, 1865. Prefazione.

23. Conf. Studi sui dialetti della Grecia della terra di Otranto pel professore dottor GIUSEPPE MOROSI. Lecce, 1870.

24. Fu pubblicato dallo Zachariae col titolo: Fragmenta versionis graecae Legum Rotharis. Parigi, 1835. — E nei Monum. German. histor. Leges, vol. IV, pag. 225.

25. Syllabus Graecarum membranarum, etc. Napoli, 1865.

26. MOROSI, Op. cit. pag. 191 e seg.

27. Apud MOROSI, Op. cit. pag. 240, lo scrittore greco signor ZAMBELLI, che accenna «a testimonianze di cronisti contemporanei» nella sua opera Ιταλοελληνικα. Atene, 1865.

28. ZAMBELLI, apud MOROSI, Op. cit. p. 199.

29. MOROSI, p. 197. — UGHELLI, Ital. Sacra, vol. I, col. 1039,

monachos, qui ex Oriente in magno numero venerunt tunc temporis Neritonum et ejus dioecesim

30. «Mille nel solo reame di Napoli; e cinquecento in quello di Sicilia»: RODOTÀ, Origine, progres. e stato presente del Rito Greco in Italia. Roma, 1760, vol. II. p. 82, che si riporta alla Storia degli Ordini monastici.

31. ZAMBELLI, apud MOROSI, Op. cit. p. 209.

32. ZAMBELLI, apud MOROSI, Op. cit. pag. 207. — Theophanes continuatus. V, cap. 11 e 75. — Conf. AMARI, Stor. de’ Musulm. I, 442.

33. Presso UGHELLI, Ital. Sac. VII, 25, ma di scorrettissima lezione. — Ricorretta sul testo, in parte, ap. Di Meo, Ann. crit. diplom. ad ann. 1068, 7, che la crede spuria. Ma la dubbia autenticità sua non distrugge il fatto, per cui è citata nel testo.

34. Pubblicata dal TATA, p. 57, nella Lettera sul monte Vulture. Napoli, 1778; e da altri, di poi. In ARANEO, Op. cit. a p. 112.

35. La Cattedrale di Anglona è ricordata dall’UGHELLI (VII, 69), come intus picturis ac imaginibus Graecis ornata.

36. Nel capitolo Cum olim: de Clericis coniugatis (ap RODOTÀ, Op. cit. I, p. 202).

37. A p. 29 dei documenti in Appendice al libro di monsignor ZAVARRONI, Esistenza e validità dei privilegi alla Cattedrale di Tricarico. Napoli, 1719.

38. Vedi Paleocastren Diœceseos synopsis, ecc. Napoli, 1831, pass.

39. Per Laino, Rivello e Cuccaro, vedi ANTONINI, p. 441, 448, 338 e qui in seguito al capit. IX — Per Roccagloriosa, GIUSTIN. Diz. geog. ad v. — Per Polla, GATTA, p. 64, delle Memor. di Lucania, 1732. — Per Tegiano, MACCHIAROLI, Op. cit. pag. 91. — Per Caggiano, UGHELLI, It. Sac. VI, 853.

40. In RICCIARDI, Notiz. stor. di Miglionico: egli inoltre ricorda che una cappella rurale era detta San Giovanni ante porta latinam. — In Latronico è una contrada rurale detta Colle dei Greci.

41. Le carte qui indicate sono riferite per intero nell’Appendice alle Notizie storiche del Castello dell’Abate e dei suoi Casali nella Lucania, raccolte da DOMENICO VENTIMIGLIA. Napoli, 1827, a pag. IX, XXIII, XXX, XXXVI, ecc.

42. Per Laurino, Laureana, La Catona, vedi, innanzi al cap. III. — Policastro è παλαιόκαστρον. — Controne da χόνθος, pietra: aumentativo all’italica, che equivale a Pietragrossa. — Futani, da φυτόν, pianta; equivalente agli italici piantoni, piantate, pastini parole topografiche del dialetto dei nostri paesi. — Monte Corace, Monte Corvaro, o dei corvi, da κόραξ. — Rodio è ῥοδεὼν, roseto (o non dai cavalieri di Rodi, secondo l’Antonini e il Lenormant che lo ripete). — Poderia, da ποδὴρης, quasi Piedimonte. — Cammarota, da καμαρὼτος, avente la forma a vòlta, cioè le «antiche camere» o magazzini del luogo. — Pollica, da πολις οἱκος, in senso di «molte case» in relazione a minor gruppo di case (o «Casalicchio» paese) forse vicine. — Ascea, dubito se del grecismo medievale: credo equivalga a luogo «favorevole all’approdo» da α σκαιός (non sinistro). — Sicilì, vale ficheto, da συκὴ, fico e ὑλη, selva, ovvero συκὴ ὑληεις, selvoso. — Morigerati (Muricerato) dal tema μυρικὴ, che è una specie di ginestra; e vale «terreno pieno di ginestre». (Conf. le due forme italiche «alberato o albereto, vignato e vigneto, olivato o oliveto», ecc.).

Qui non voglio omettere che nella Paleocastren Dioeceseos Historico-Cronologica Synopsis, ecc. Napoli, 1833 (a pag. 111) si legge che «una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro, espulsa che fu dal Duca Guiscardo dalla Calabria e dall’Apulia… Erano di quelle le greche famiglie, che fondarono i villaggi di Battaglia e Morigerati; altre emigrarono a Li Bonati; altre a Cammarota e a Rivello».

L’espulsione del Guiscardo e l’epoca è per me dubbia: ma la testimonianza in genere è pregevole.

Il rito greco durò lungo tempo nella chiesa di questi luoghi, e «nell’Archivio della cattedrale di Policastro si conservano varii Registri di dimissorie rilasciate dal vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco, e specialmente due del 1592 e una del 1608». VOLPE, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento. Roma, 1888, pag. 132.

43. Nel documento, del 1448, che è una lettera-patente di Re Alfonso a Dometrio Reres, uti trium coloniarum Epirotarum duci, se questo documento è del tutto genuino. Apud RODOTÀ, Del rito greco in Italia, vol. III, pag. 52.

44. DORSA VINC. Sugli Albanesi, Ricerche e pensieri. Napoli, 1847, pag. 61.

45. Conf. PAGANO LEOP. nella Monografia di Rossano nei Cenni storici sulle chiese arcivescovili e vescovili, ecc. del regno delle Due Sicilie, raccolti dall’abate DAVINO, Napoli, 1848, pag. 588.

46. Apud TATA, Lettera, etc. già citata. — GIUSTINIANI, Dizion. ad v.

47. In ANGELO BOZZA, Il Vulture, ovvero brevi notizie di Barile, etc. Rionero, 1889.

48. Dal libro testé citato di ANGELO BOZZA, ibid.

49. L’ab. SACCO, nel Dizionario Geografico, Napoli, 1795, riferisce anche S. Martino (d’Agri) «come abitata da Albanesi di rito latino»: ma della notizia non trovo traccia altrove. Credo l’abbia confuso con l’altro San Martino, non lungi da Cosenza, in diocesi di Bisignano.

50. In un documento del 1526, ove sono chiamati «all’ubbidienza» del vescovo di Anglona tutti i curati dei paesi della diocesi, non è parola dei due paesi che sono indicati nel testo (Monografia della chiesa di Tarsi, pag. 724, nei Cenni storici raccolti dal DAVINO, sopracitati).

Con le notizie riferite e da noi raccolte dal libro dell’egregio A. BOZZA occorre rettificare o chiarire ciò che il signor DORSA, Op. cit. pag. 64, scrive: «Venuti i Coronei, … la città di Melfi ne fu piena: talché nel 1597 quelle famiglie, unite con altre loro nazionali, si distaccarono dai cittadini di Melfi e fondarono Barile. Ebbe i suoi Coronei anche Brindisi e Maschito. Anzi, sincera (?) fama racconta che S. Costantino, Farneta e Casalnuovo di Noia riconoscono la fondazione dei padri di Corone».

La fondazione, o piuttosto la ripopolazione di Barile da colonie albanesi è anteriore alla presa di Corone: e la data del 1597, se non è uno sbaglio od un orrore tipografico, non si può riferire alla fondazione di S. Costantino e di Casalnuovo. Queste due comunità, nella numerazione del 1595, si trovano già censite, la prima per fuochi 58, e l’altra per fuochi 46 (GIUSTINIANI, Dizionario, ad. vv.).

51. Per questi, o per la quistione in genere, vedi un notevole saggio del dottor ANTONIO ROLANDO intitolato: Escursione nei paesi slavi della provincia di Campobasso, pubblicato nel Programma, ovvero Cronaca dal titolo: Il R. Liceo Ginnasiale Principe Umberto di Napoli nell’anno scolastico 1874-75. Napoli, 1876.

52. Il soggetto è ancora ben poco chiarito: riferirò pertanto, per ulteriori investigazioni, anche questo passo del Rodotà, che dice:

«… Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore: ed altri ancora… Gli uni o gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi: ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici…» Vol. III, p. 58, Del rito greco, etc.

53. GATTINI, Note storiche sulla città di Matera, pag. 202.

54. Nei Capitoli per l’Università di Spinazzola del decembre 1492, si legge: — Et lo simile se supplica de Joanne Sclavo, quale tene et have bone bache (vacche), et lucatione de caso, et non paga cosa alcuna… — Nel Codice Aragonese etc. Napoli, 1874, vol. III, pag. 336-8.

55. GIUSTINIANI, Diz. geogr. ad v. — Hist. del Tansi.

56. Nel libretto dal titolo: L’osservatore degli Alburni, di GIUSEPPE ALBI-ROSA, Napoli, 1840, si legge: «S. Giacomo, una volta dei Mazzacani di Diano, fondato per abitazione dei Dalmazii, che vi furono condotti dal monte Gargano, ove li aveva approdati il loro principe Sveropoli». Credo che il castello di Sauri, di cui noi testo, siasi mutato in Sauropoli nelle fonti a cui attinse questo non acuto Osservatore degli Alburni, che poi da città lo tramuto in principe.

CAPITOLO V

LO STATO DI MELFI NEI SECOLI XI, XII, XIII

Il reame di Puglia, che fondarono i Normanni nel secolo XII, ebbe per primo nucleo il ducato di Puglia. Del ducato di Puglia fu capo la città di Melfi nei secoli XI e XII. E fu Melfi, disse il Poeta «la ricca terra che li fece grandi»1.

Come capo dello Stato che essi vennero formando, la città di Melfi si trova inviscerata a tutta la storia loro nei primi due secoli delle conquiste e dell’assodamento di esse. Venuta, forse per caso, prima d’ogni altra città in loro potere, fu consciamente fatta centro del loro nascente dominio, perché, posta in forte posizione tra mezzo all’Apulia dei Greci, al Beneventano ed al Salernitano dei Longobardi, potevano di là meglio che altronde esercitare le funzioni del cuneo, che s’inviscera e spacca la massa compatta. Di là si spinsero con fortuna audace e irrequieta alle spaggie dell’Adriatico e del Jonio, poi alla Calabria, e di qua in Sicilia; e quando surse nell’ultima Calabria un altro centro, un’altra sede, che non era sottoposta alla città di Melfi e al capo di essa, si volse allora l’azione loro verso il mare ove sedeva Salerno, Amalfi, Napoli, Gaeta, e si spinse più tardi al di là del Liri verso Montecassino e la Marsica.

Forse fu il caso che li avviò prima alla conquista di Melfi. Avventurieri di poco numero, ma di molta audacia, avevano combattuto un qualche tempo (e già la fama ne parlava alto) coi Greci contro i Saraceni di Sicilia, coi Longobardi di Salerno contro i Greci; e al soldo or di questo or di quel principe o conte longobardo, o catapano bizantino, avevano già cominciato a fondare un piccolo Stato, ma di gente loro propria, nel contado di Aversa. Un dieci o dodici anni prima della metà del secolo XI li si incontra stretti in relazione con un Arduino, sagace e forte capitano di ventura anche lui, ma lombardo di patria, che era ai soldi del Catapano; e con cotesto lombardo entrano in congiura di volgere le armi contro i Greci di Puglia, e poi, chi sa? tagliarsi uno Stato proprio sui loro domimi. Erano in ciò sospinti e segretamente appoggiati dai principi longobardi di Salerno e di Benevento2.

Arduino era Topoterita, ossia luogotenente o vicario del Catapano in parecchie città di Puglia, e credo nella città di Melfi3; ove con sue schiere, forse di nazione lombarda, ma certo di ventura da sé raccolte, era a presidio. Una notte egli aprì le porte della città alle compagnie dei Normanni, con lui accontatisi, che erano venute presso alle mura; e chetato il subito allarme della cittadinanza, già mal disposta contro i Greci, e che pure prendeva le armi per difendersi dagli ignoti assalti, i Normanni divengono apertamente padroni della città. Si sciolgono dal governo bizantino, e proclamano primamente, a quanto può arguirsi, una supremazia uffiziale del principe longobardo di Salerno, o forse di Benevento. Questo primo fatto della lunga epopea normanna avvenne probabilmente nel marzo del 1041.

Accorre da Bari il Catapano con le truppe che ha in pronto; e accadde un primo scontro, che si disse battaglia, presso le sponde dello Olivento, che è una riviera posta in mezzo tra Venosa e Lavello e si scarica nella fiumana della Rendina, non lontana da Melfi. I Greci sono vinti e dispersi; i vincitori occupano altre città il d’intorno, Venosa, Lavello, Ascoli; e nominano a loro capo Atenolfo, fratello del principe di Benevento, a compenso, o gratitudine, od esca alla costui adesione. I Normanni non sono ancora se non dei venturieri.

Ma i Greci fanno un più grande accozzo di genti; e allo stuolo assembrato si aggiungono con dei manipoli d’uomini d’armi anche i vescovi della regione, tra cui è ricordato Stefano vescovo di Acerenza. Si battaglia nella pianura di Canne; anche qui i Greci sono vinti e fugati; e vi rimane morto il vescovo di Acerenza.

Crescono ardire, fortuna e dominii ai vincitori; e la tradizione racconta che fu fatta allora la spartizione delle conquiste delle dodici città, altrove da noi indicate; ma la spartizione è prematura. Era ancora angusto l’àmbito di terre da essi occupate in sì breve tempo; erano ancora vive le forze nemiche. Le quali al comando del novello Catapano che arriva da Bisanzio, si muovono per attaccare Melfi, a cui già i Normanni avevano accresciute le esterne difese. Ma costoro innanzi tutto uomini di armi a cavallo non che farsi chiudere in assedio, escono di contro ai nemici; e si abbattono con essi nelle pianure tra Monlepeloso e Genzano. I Bizantini occupano Montepeloso e Monteserico, che oggi come paese più non esiste. Vinsero anche qui i Normanni; anzi vi fecero prigioniero il Catapano, che menarono a Melfi. La battaglia avvenne nel settembre del 1041; e occuparono fin d’allora Genzano e Montepeloso.

L’anno dopo accadono nuovi scontri, nuove avvisaglie, o battaglie tra i recenti rinforzi di truppe che mandava Bizanzio, e questo pugno di avventurieri ormai signori di terre importanti e popolose, che vengono aumentando le loro schiere con uomini armati del paese stesso. Si combatte presso Oria in quel di Lecce, e poi sotto Matera, della quale si impadroniscono i Normanni, e con molta uccisione di gente. Di Matera grossa e ricca città fu allora da’ suoi compagni eletto a conte Guglielmo di Altavilla4, che era il primo dei fratelli di quella famiglia, che prevarrà poi su tutti gli altri nuovi arrivati: e vuol dire che predominio d’ingegno, di coraggio, di fortuna sugli altri suoi eguali dové fare emergere Guglielmo tanto, che Guaimario, principe di Salerno, gli diè a sposa una sua nipote.

Queste nozze principesche fanno supporre che Guglielmo era stato già eletto capo dei condottieri normanni che poi divennero i dodici Conti; e l’elezione dei dodici condottieri fa supporre che era già avvenuto il partaggio delle terre e delle città; quantunque queste non fossero tutte quelle che la tradizione indicò di poi; giacché Guglielmo, che nel 1042 è eletto, come si è visto, conte di Matera, nella tradizione è detto conte di Ascoli.

Era nel concetto del dritto pubblico normanno che non ci fosse terra senza signore, e non ci fosse signore legittimo senza il riconoscimento o l’investitura del dritto da parte di un signore più alto, o sovrano. Questo che spiegherà le insistenze dei Normanni vincitori e possenti all’investitura da parte del Pontefice, spiega ora il fatto che i dodici Conti, partitesi le terre conquistate, ne fecero omaggio feudale al principe di Salerno.

Costui senza dubbio li aveva aiutati nell’impresa; poteva ancora aiutarli nelle lotte avvenire con i Greci. Con l’omaggio prestato e il possesso ricevuto da un sovrano legittimo purificavano essi, a così dire, il fatto del conquisto. Ed era senza dubbio interesse di Guaimario di estendere i limiti dell’autorità sua sovrana. Esso dunque improntò il suggello dell’autorità sua al fatto compiuto dei condottieri fortunati. E venuto con molto seguito in Melfi investì Guglielmo del titolo di Conte non di Melfi o di Matera, ma di Puglia; ed egli stesso si proclamò duca di Puglia e di Calabria (1042-1043). Era già l’innesto dell’ordinamento feudale franco che s’incalmava agli ordinamenti statuali longobardici.

Delle dodici città di Puglia e di Basilicata divise tra i primi condottieri, abbiamo parlato innanzi5. Melfi, dice la storia scritta, non fu compresa nella ripartizione, e restò dapprima di comune dominio; sicché ciascuno si acconciò un palazzo ed un quartiere nella città6. Non si comprende bene il significato di questa notizia, e la si interpreta variamente7. Ma poiché dell’anno 1044 s’incontra un diploma, che dice principe di Melfi Guaimario principe di Salerno (e principe o per cortesia dei Normanni che avevano lasciata Melfi indivisa, e l’ordinamento feudale non riconosceva terra senza signore; o forse perché Guaimario nell’accordo precedente del 1042-3 si proclamò duca di Puglia), è probabile che la città di Melfi restasse a lui, quasi segno o capo del ducato novello, di cui s’investiva.

Guglielmo muore nel 1046, ed è sepolto a Venosa, secondo una postuma tradizione, quando, legittimata la supremazia principesca degli Altavilla, questi fondarono la badia della SS. Trinità di Venosa come tomba uffiziale di loro famiglia sovrana8.

A Guglielmo succede Drogone nel titolo di conte di Puglia; ed è probabile risiedesse a Venosa di cui era già conte, finché Melfi appartenne, come fu detto, al principe di Salerno, o finché non la ottenne negli accordi delle nozze, che gli portarono a sposa una figlia di Guaimario.

Agli echi di tante fortune nuovi Normanni arrivano d’oltremonti, e tra questi, degno di speciale nota, nel 1047 quel Roberto, che poi fu il Guiscardo. L’altro ed ultimo fratello Ruggiero non venne che alcuni anni dopo, verso il 1056. I nuovi arrivati ottengono o conquistano subito altri appannaggi; ed a Riccardo Querrel è dato il contado di Genzano, che appartenne già ad un Sarulo normanno e ad Asclettino conte di Acerenza; forse a cagione di scambio, di cui non dà notizia la storia. Ad Unfredo, fratello a Drogone, fu dato allora, a quanto pare, il contado di Lavello, che nella divisione primitiva si disse di Arnolino. Roberto insoddisfatto o più ambizioso si volge a maggiori conquiste verso le Calabrie; e comincia quella serie di scorrerie, men da soldato che da masnadiere, per quella valle di San Martino che è al confine odierno tra Basilicata e Calabria.

Altri Normanni si sparpagliano di qua e di là in cerca di bottino o di dominii; e nel 1048, mentre taluni di essi prendono Troja, tali altri intoppano in maggior numero di Greci, che li battono presso Tricarico9.

Intanto erano venuti in tale fama di potenza, che non solo i vicini principi longobardi entrano con essi in relazioni politiche, ma i potenti lontani, tra cui primo il Papa. Questi, che era Leone IX, viene a Siponto ove tiene un concilio; poi nel 1050 arriva in Melfi per indurre, dicono storici, a più miti consuetudini di vivere questi stranieri, che taglieggiavano e devastavano senza pietà il paese dell’Apulia. Ma se fino allora era zelo cristiano che, forse, solamente lo ispirava, quindi innanzi entrano nei computi di sua politica gli interessi terreni, poiché nel 1051 la città di Benevento gli si offre, ed egli entra come sovrano nella città; nella quale cessa da quel tempo il dominio longobardo.

Forse gli accordi tentati allora col Conte di Puglia non approdarono, o forse non furono lealmente serbati: giacché Leone IX entrò in altre pratiche con i Greci, e con l’imperatore di Allemagna contro i recenti invasori del mezzodì. E sperando in questi accordi, fu visto nuovamente mettersi in moto a capo di un esercito alla volta dell’Apulia.

I Normanni gli vanno incontro sul fiume Fortore; e nel giugno del 1053 si battaglia sotto Civitate, che fu città, oggi distrutta, presso all’odierno paese di Ripalta. Vincono i Normanni, e fanno prigioniero il Pontefice, che con ogni dimostrazione di onore menano in Benevento. E qui cambia scena: i vincitori implorano perdono dal vinto; e perché ad essi, surti da ieri, era necessario il crisma della legittimità che non viene altrimenti se non dal tempo, conchiudono una pace col Pontefice, che li assolve delle scomuniche e li benedice. Così entrano in quell’ambiente di legittimità, che dava o la benedizione della Chiesa o l’investitura di un sovrano più alto, secondo il dritto pubblico del tempo.

Una specie di congiura di palazzo aveva ucciso Drogone secondo Conte di Puglia, e a lui era succeduto il fratello Unfredo, quegli che ha vinto il Papa alla battaglia di Civitate; e che benedetto da lui estende verso Capitanata le nuove conquiste. Ma in quelle oscure vicende di forze greche, longobardo-principesche e popolari tra loro in contrasto, anche Venosa, anche Acerenza eransi tolte ai Normanni; e Unfredo le risottomette e le taglieggia nel 1054. Allora poiché è cresciuto di potenza e di dominio e poiché è legittimato dalla benedizione del Papa, si scioglie dall’investitura che il Conte di Puglia chiedeva ai principi di Salerno. Morì nel 1057; e fu sepolto a Venosa.

L’ordinamento feudale franco non portava, di regola, la successione del feudo dal padre al figliuolo; il feudo concesso in corrispettivo di aiuto personale in guerra, non poteva ricadere in donne o in fanciulli. Unfredo lascia in età minore suo figlio Abagelardo; ma nel titolo e negli uffizii di Conte di Puglia avviene che succede quel Roberto Guiscardo famoso, come di proprio dritto, però riconosciuto dai capi della nazione armata. Ma, o che l’elezione sua non fosse unanime tra i Conti compagni, o che egli come semplice bàilo o tutore di Abagelardo usurpasse presto il dritto di cotestui, cominciò da queste origini un partito di opposizione a Roberto, che, ancorché spento, sorgeva e risorgeva sempre.

Quando i due primi fratelli di Altavilla signoreggiavano e distendevano da Melfi i dominii per le terre di Apulia e Basilicata, Roberto e Ruggiero ultimi venuti erano a far bottino per le Calabrie, sequestrando uomini ed armenti, rubacchiando mercanti in viaggio, sorprendendo terre e castella.

Roberto signoreggiava o taglieggiava per la Calabria che diremo cosentina; Ruggiero su quel di Reggio. Gara di ambizione o divisione non equa di bottino metteva mal animo tra i due fratelli, che erano in lotte frequenti. Quando Roberto ne venne a Melfi, quarto Conte di Puglia, Ruggiero mal disposto contro di lui, entra nel paese di Calabria che il fratello diceva suo, e prende Scalea sul Tirreno; anzi avanza tanto per la regione basilicatese che viene a mettere a saccomanno ed incendii le campagne stesse di Melfi. Roberto che già volgeva in mente più vasti disegni, volle cedere in parte alle pretese del fratello; gli riconosce le conquiste che aveva fatte nell’estrema Calabria, e in ispecie la città di Mileto, che divenne capo del Comitato di Calabria; e così la pace è fatta tra loro. Quindi egli entra in nuovi accordi col principe di Salerno, che era necessario avere ai fianchi amico, poiché i Greci non cessavano dall’altro lato di essergli inimici; ed a suggello degli accordi sposa Sicelgaita, sorella a quel principe longobardo, e donna che si mostrò poi di gran cuore. Le nozze furono celebrate in Melfi nel 1059. Egli aveva già ripudiata Alberada, che fu la madre dì Boemondo famoso10. Allora probabilmente egli prese il titolo uffiziale di Duca di Puglia, lasciando quello di conte. Il nuovo titolo significava supremazia sui Conti minori normanni; e spezzava ogni vincolo o titolo di dipendenza dal principe di Salerno.

Questo elevarsi sì alto del povero avventuriero di Calabria sui vecchi conti normanni, era fomite in molti di essi d’invidie e di gelosie. I più forti, i più alteri non volevano riconoscere nei loro possessi vincolo di feudalità, epperò di soggezione al duca di Melfi. Pari alle lotte della conquista, perché uno doveva essere sovrano feudale sugli altri, soggetti? Di qui le continue sollevazioni loro nel primo periodo della storia della conquista.

Fra i più mal disposti o più altieri e più turbolenti era Pietro, conte di Trani. Questi, poiché Roberto è in Calabria, si leva in armi, sorprende ed occupa Melfi; ma tornato senza indugio Roberto, che stringe intorno la città (1059) e abbrucia le messi, gli stessi cittadini si sollevano allo interno, e scacciano Pietro; il quale va a chiudersi e resiste per poco nella città di Cisterna, che era prossima a Melfi, oggi distrutta; dì là si ritrae in Andria, ove gli è forza accettare le condizioni che gl’impone Roberto. Messo in tacere questo più che altri pertinace oppositore, il nuovo Duca chiamò a Melfi i conti di Puglia a prestargli omaggio; ed essi vennero, forse non tutti volentieri.

Intanto era stato eletto papa Nicolò II; e perché le fazioni interne romane gli avevano messo di contro un antipapa, egli invocava congiunte alle celesti le armi terrene; e chiedeva l’aiuto del nuovo Duca di Puglia. Fatti gli accordi tra loro, il papa intima un Concilio in Melfi; e qui si raccolse un grande numero del clero, nel luglio del 1059. Gli atti del Sinodo non esistono, ma fu altamente importante pei Normanni e per la storia della bassa Italia; giacché può dirsi che da questo Concilio del 1059, che fu il secondo tenuto nella città di Melfi, derivasse la piena legittimità della conquista normanna, creando quei rapporti di vassallagio e di dipendenza feudale, che i papi pretesero dipoi sul reame di Napoli. Il conquistatore donava le acquistate terre a S. Pietro, e il successore di S. Pietro le concedeva in feudo al conquistatore, il quale dava giuramento di fedeltà al santo e al suo successore, e prometteva pagarne un censo in perpetuo e aiutarli di soldati contro i loro nemici. Era il crisma della legittimità che la Chiesa impartiva al nuovo arrivato nella famiglia dei re; era la fonte della forza morale che invigoriva il nuovo Duca in faccia ai popoli soggetti.

Era carattere di quest’uomo non solo l’astuzia o la sagacia, onde ebbe il nome di Guiscardo; ma un’attività irrequieta, un’ambizione acuta e cupida, che insofferente di ogni limite, lo spingeva sempre a nuove imprese. Sono ancora torme di Greci in armi sul lembo estremo del ducato ed egli va e viene da Melfi in Calabria per combatterli anche in Calabria; donde già tende gli occhi alla Sicilia. I Greci non cessano dal rinfocolare i tristi umori interni delle città a lui soggette; e secondo che loro giungono, di anno in anno, nuovi rinforzi dall’Oriente, si fanno innanzi; e qui e qua torbidi umori scoppiano in sedizioni e tumulti. Gisulfo, principe di Salerno, adombra all’ambizione del cognato; rode il freno e cospira: rode il freno e cospira quella parte dei conti normanni, che si aggruppava in segreto intorno ad Abagelardo. Ed egli sempre in armi e a cavallo, pieno di accorgimenti e di partiti, li combatte, o li spegne o li soffoca; ma guarda sempre più oltre, e matura ambizione e disegni or verso Salerno, or verso Sicilia. Quindi ad incremento di forze, rabbonisce il fratello malcontento, dandogli in feudo metà della Calabria; e creandolo Gran Conte di Calabria e di Sicilia. Sicché, quando i Greci tornano in armi, e nel 1066 prendono Taranto, Oria, Otranto, e spingendosi oltre per la Basilicata, s’impadroniscono di Acerenza, e fanno punta fin sotto Melfi, i due fratelli, di accordo, tornano da Calabria; riprendono Acerenza, respingono i Greci da Melfi, e per non breve tempo fanno testa ad una marea di eventi non sempre favorevoli. Poiché, come i due Normanni si allontanano da Melfi per combattere in Sicilia, i bizantini da Bari e dalle altre città litoranee che occupano, si levano a nuove imprese nello interno del ducato, rinfocolando i torbidi umori di Conti e città. Ma Roberto ha finalmente Bari, dopo lungo assedio, nel 1071; e presa la città che era sede al capo del governo bizantino, fu dato un colpo mortale al dominio greco nell’Italia meridionale.

A codesti sforzi dei Greci si legavano, di accordo e di tempo propizio, i dissidii e le sollevazioni dei conti Normanni; tra cui primo e sempre pronto alle armi quel Pietro conte di Trani, vinto e depresso più volte, ma non satisfatto e turbolento sempre. Allora anche i conti di Montepeloso, nipoti a Roberto, levano il capo; e come Pietro si impadroniva di Mottola nel 1063, essi prendono Matera e Castellaneta; ma non possono resistere a Roberto che viene a combatterli; e accampano altrove. Qualche anno dopo, risorge alla luce il partito di Abagelardo e con esso i conti di Montescaglioso, parenti anche questi al Guiscardo e signori di una contea di ricche terre, di ampio circuito, di molto dominio. Nel giugno del 1068 Goffredo di Montescaglioso investe e prende la non lontana Montepeloso; altri Conti prendono Gravina ed altre città. Ma il Guiscardo, che aveva ripreso Otranto contro i Greci nel febbraio, assedia Montepeloso, finché non l’ha in suo potere; quindi gli è facile riprendere Gravina e Obbiano, che non so se Oggiano in quel di Lecce, o se piuttosto la città oggi distrutta presso Ferrandina11. Dei Conti ribelli altri punisce, ad altri perdona.

Non ha tregua che per breve tempo; ed egli vuole apparecchiarsi a spingere innanzi l’impresa di Sicilia. Laonde convoca in Melfi nel 1075 un’assemblea dei Conti vassalli per averne l’omaggio e trattare del loro concorso all’impresa stessa. Ma Pietro conte di Trani per protesta di libero dominio o per cautela di propria sicurezza, rifiuta dì venire; e il diniego, che era atto di fellonia all’alto signore feudale, spinge Roberto a correre sul territorio della città, ove Pietro si era asserragliato alla difesa, e con esso i fratelli di Abagelardo. Altri conti o capi d’altre città sursero similmente in armi. Ma non resistono all’impeto del Guiscardo, che in breve tempo prende, o se gli dànno a patti Trani, Bisceglia, Giovinazzo, Corato, Andria, Canne, Lacedonia ed altre. Pietro, che è fatto prigioniero, è menato al seguito di Roberto, e innanzi alle mura di Cisterna, perché i difensori di questa cedessero, viene esposto alla loro vista sopra un graticcio; e Cisterna cede; e Pietro è rilasciato, non so a che patti. Ermanno, fratello di Abagelardo, va prigione a Rapolla. Abagelardo fugge in Calabria, e nel castello di S. Severina continua a resistere per qualche anno ancora. Un’ultima levata d’armi di questo partito di dissidenti e turbolenti accadrà più tardi.

In tutti questi torbidi interni soffiavano, oltre ai Greci, i potentati nemici o sospettosi del Normanno; tra cui il principe di Salerno, suo cognato. Era malanimo tra loro; e il malanimo scoppiò in guerra aperta, quando Gisulfo vuol sottomettere al suo dominio la città di Amalfi, autonoma; e questa si rivolge di patrocinio e d’aiuto a Roberto. Il Duca sconsiglia dall’impresa il cognato, e presta aiuto alla città, che pertanto Io acclama duca di Amalfi nel 1066. Quindi scoppia l’ira e la guerra. Roberto stringe d’assedio Salerno; e non prima di sette mesi vi entra; mentre Gisulfo, nel gennaio del 1072, esce dall’ultimo riparo, e va in esilio, sempre inimico al cognato.

La presa di Salerno farà declinare quinci innanzi l’importanza di Melfi, come capitale degli accresciuti dominii del duca di Puglia. Da una città posta sul mare erano più agevoli le comunicazioni con l’estrema Calabria e con la Sicilia; e inoltre Salerno era prossimo ai ducati di Napoli e di Gaeta, ove ormai Robero appunta le mire segrete. Ma uffizialmente egli risiede a Melfi, quando l’irrequieta natura e le necessità di sua politica gli consentono un momento di riposo.

Di questa sua politica era uno dei pernii il tenersi amico ai papi; affinché costoro non piegassero alle parti dei Greci e degli altri suoi nemici. I buoni accordi durarono tanto, che Alessandro II, succeduto a Nicolò II, convoca un’altro Concilio nella città di Melfi nell’agosto del 1066; ove fu trattato, per quanto si crede (poiché mancano gli atti), delle querele di vescovi e di monaci contro i baroni normanni, usurpatori di terre che spettavano alle chiese12. Ma, con papa Ildebrando, che successe nel 1073 ad Alessandro II, sopravvengono nubi e sospetti, e non tarda di venire scomunicato Roberto nel Concilio di Roma perché egli aveva mosso le armi contro il principe di Capua; e il Papa non intende che uno stato troppo potente gli si cresca ai confini. Ma era interesse manifesto così del Papa come del duca di non combattersi, sì di aiutarsi a vicenda; e poiché la concordanza degli interessi aiuta alla pace, la pace fu fatta nel 1080, mediatore, come pare, il vescovo di Acerenza13. Roberto fu nuovamente investito dei dominii di Puglia, di Calabria e di Sicilia, e ne restava tollerato, da parte del Papa, l’acquisto di Salerno e di Napoli. Egli, a sua volta, ripromise il censo e gli aiuti terreni contro i nemici del Papa. E la promessa mantenne, quando corse a liberare papa Gregorio che era prigioniero dei baroni romani nel 1084; e lo menò a Salerno, ove vecchio ed affranto cessava di vivere, il gran papa, ripetendo, sotto forme cristiane, le ultime angosciose parole di Bruto a Filippi.

Secondo che cresceva in potenza ed in fortuna il duca di Puglia, i torbidi umori interni non che svanire, inasprivano e davano fuori. Una grossa sollevazione di baroni scoppiò nel 1078, e fu tutto un incendio per la Puglia e la Basilicata fino in Calabria, da Ariano a Taranto, da Troia a Bari, da Ascoli a Cosenza. Risolleva il capo il partito di Abagelardo, e con esso i conti di Montescaglioso, battuti altra volta da Roberto.

Ma questi li vince in battaglia sotto Ascoli, che riprende. Ariano cede; Bari e Taranto gli si arrendono; e rioccupa Genzano, Monticchio, Spinazzola, Monteverde, Carbonara. I conti di Montescaglioso, Goffredo e Roberto, nipoti a Roberto, ritornano all’omaggio feudale, e vengono perdonati. Ma crudeli pene, taglie pesanti, devastazioni senza misura ai popoli, ai campi, alle città sono la conseguenza di quest’altra sommossa, tra gli anni 1079 e il 1080, che, come al solito, batté i popoli, perché i suoi capi deliravano.

L’anno 1081 Roberto marita le due figlie, l’una con Raimondo Berengario conte di Barcellona, l’altra con il conte di Champagne, e le nozze di ambedue si celebrano in Melfi. Nella stesso anno, poiché ormai l’ambizione del duca di Puglia di Calabria e di Sicilia si svolge a Costantinopoli, invia suo figlio Boemondo alla conquista della Dalmazia; che sarà la prima tappa a quel principato d’Antiochia, che dovrà rendere famoso questo suo figlio di una moglie ripudiata, e forse non ultimo fomite alle spedizioni prossime dei Crociati.

Ma come le loro forze sono impigliate nella dura campagna al di là del Jonio, ecco risollevare il capo il partito interno dei malcontenti e di Abagelardo, che riprendono Ascoli, Canne e Troia.

Anche Melfi fu fatta insorgere nel 1082; e vi acclamano il dominio sovrano greco; come si arguisce da alcune carte del 1083, in cui si trova l’intestazione dell’imperatore Alessio, che di certo era d’accordo, come sempre, con i sollevati. Ma l’insurrezione ha breve vita: torna il fulmine di guerra; spegne di un soffio queste effervescenze interne de’ suoi domini; va in Roma quell’anno stesso e abbatte i nemici di papa Gregorio; poi ritorna nuovamente in Dalmazia, senza posa in armi, a cavallo, sotto le tende, in guerre, in assedii. Ma la natura a sua volta vinse l’uomo, e all’assedio di Cefalonia muore ivi di febbri malariche, che i suoi molti e grandi nemici dissero di veleno domestico. Un cronista scrisse che morì in Venosa14; ma non è vero: egli forse confonde il luogo della morte con quello, della sepoltura15.

Ciò fu nel 1085.

Il figlio Ruggiero, che è detto Borsa per distinguerlo dallo zio dello stesso nome e conte di Sicilia, gli successe nel ducato di Puglia; e lo zio stesso lo aiuta a vincere le prime difficoltà. Boemondo, figlio della ripudiata Alberada, gli si leva contro a contrastargli la successione paterna; ma dopo fatti di guerra parecchi e durati qualche anno, Borsa cede al fratello terre e città, che formarono quel grosso feudo semisovrano, appannaggio di cadetti reali, che fu il principato di Taranto. Taranto, Oria, Otranto, Canosa, Matera, Montepeloso, Torre di Mare o Santa Trinità, che era l’antica Metaponto, e altre città, tra cui allora anche Bari, fecero parte di quel principato. Il conte di Sicilia fu paciere tra i fratelli, ed il nuovo papa altresì Urbano II. Il quale venuto nel ducato, convoca un Concilio in Melfi pel settembre 1089; ove fu grandissimo concorso di vescovi e abati, di baroni e principi sovrani. Fu di nuovo imposto ai chierici l’obbligo del celibato; fu esortato ai laici di pagare le decime alla chiesa; fu proibito a’ principi d’ingerirsi nelle elezioni canoniche, a pretesto d’investitura feudale. I Baroni furono indotti a firmare la tregua di Dio, che avrebbe dovuto mettere un po’ di pace tra le popolazioni vessate dalle consuetudini di vivere da masnadiere di quei turbolenti, violenti, cupidi e altieri. Il duca ebbe l’investitura e prestò omaggio al Pontefice. Il quale lasciato Melfi, passò nell’ottobre seguente a Matera.

Era già vivissima in Occidente l’agitazione dei popoli pel passaggio in Terra Santa a liberare il sepolcro di Cristo da mano dei Turchi. Bandita la Crociata nel 1095 nel Concilio di Clermont dallo stesso Urbano II, scesero l’anno dopo a frotte, a truppe, gli armati e i pellegrini nel ducato di Puglia per imbarcarsi nei porti di Bari, di Trani, di Brindisi, più prossimi alla Dalmazia. Boemondo, che sentiva troppo angusto campo all’ambizione sua il principato di Taranto e che già era esperto della guerra di oltre mare, prende, di un tratto la croce, e si dà opera a crearsi un esercito; confortato senza dubbio dal fratello che gli dové esser largo di aiuti, perché l’irrequieto s’allontanasse dalla Puglia. Ben settemila uomini si raccolsero alle sue bandiere, tra Pugliesi, Calabri, Salernitani, Basilicatesi16; che irrequietezza o miseria, cupidigia o rimorso di delitti commessi, necessità di espiazione, o più nobili sentimenti di pietà, di gloria e di entusiamo spingevano là dove «Dio voleva» che andassero.

Altro capo è Tancredi, valoroso quanto pio e discreto cavaliere nelle epiche cronache delle Crociate, e sì nobile, delicato ed ideale carattere nei versi del Tasso. Fu anche lui della famiglia degli Altavilla; era figlio, come credono i più, ad un’Emma, sorella di Guiscardo, e ad un Odone Bon, od Ottobono Marchisio, che alcune carte dicono Signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo17.

Fra gli altri baroni del ducato di Apulia, che passarono il mare con Boemondo e con Tancredi, si ha solamente i nomi di Roberto di Ansa, di Goffredo di Montescaglioso e di Roberto figlio di Trostaino. Roberto di Ansa fu senza dubbio il conte o feudatario di Anzi; Goffredo di Montescaglioso, anche lui cugino agli Altavilla, morì in una delle battaglie dei Crociati nel 109718; e quel Roberto di Trostaino fu probabilmente figlio del Tristaino, che fu conte di Montepeloso nelle prime divisioni delle terre conquistate19.

Sarebbe un declinare dalla nostra via il seguire, anche a balzi, Boemondo e Tancredi in Oriente. Dirò invece, tornando in carreggiata, che essendosi ribellato Benevento al Papa, questi venne al duca di Puglia per sollecitarne gli aiuti contro i ribelli; e in quell’anno del 1110 tenne un altro Concilio nella città di Melfi; nel quale lanciò le armi dell’interdetto contro i Beneventani, mentre le armi temporali del Duca andavano a campeggiarne la città.

Ma l’anno dopo, 1111, muore il duca di Puglia in Salerno; e muore nello stesso anno Boemondo, che era già diventato principe di Antiochia: quegli fu sepolto in Salerno, e questi a Canosa, ove ancora si legge sulla sua tomba il roboante epitaffio che gli fu posto. Guglielmo, figlio del Borsa, è investito dal Papa del triplice ducato di Puglia, di Calabria e di Sicilia; e non guari dopo Ruggiero, Conte di Sicilia e suo zio, viene a prestargli omaggio feudale, probabilmente in Melfi.

Fin dai primi tempi della conquista era nei baroni normanni dell’Apulia uno spirito d’indipendenza e di rivolta, che, come abbiamo visto, faceva continui i sollevamenti e le guerre nel ducato. Il concetto dell’individualismo in essi prevalente mal si piegava a riconoscere supremazia dì feudo in altri, cui ieri trattavano di pari a pari. Morti che furono Ruggiero Borsa e Boemondo, ecco risorgere i contrasti dei sottofeudatarii loro; e prima degli altri Alessandro, conte di Matera, leva le armi contro Costanza, vedova di Boemondo e tutrice del figlio. Il conte di Bari fa causa comune con esso; e in un fatto d’armi sul Bradano nel 1120 prendono prigioniera Costanza, la quale è condotta in Matera; e non prima è lasciata libera che essa non abbia rinunziato ai diritti di alta sovranità sui feudi di quelli. Ma la donna in libertà non mantiene la rinunzia estorta dalla violenza; e nel 1121 troviamo lei, insieme al duca Guglielmo figlio del Borsa, a capo di un esercito, che combatte i conti per la stessa valle del Bradano, ove riducono a soggezione il castello della Santissima Trinità sul Basento, che era la miserabile terra succeduta alla gloriosa Metaponto. Di altre fazioni non si sa.

Né contro il duca Guglielmo sono minori allo stesso tempo i contrasti. Mentre alcuni conti normanni gli negano omaggio nel ducato di Puglia, lo zio Ruggiero vien da Sicilia in Calabria, e ne occupa qui e qua terre e castella. Fra tanti avversarli, il duca che non era né di spiriti fermo, né di salute robusto, cede allo zio i suoi diritti sulle città di Sicilia, e ne ha in compenso aiuti di guerra contro i ribelli di terra ferma (1122); sicché può mettere a segno parecchie terre e baroni pei contadi d’Ariano e di Avellino.

Egli muore nel 1127, senza lasciar prole; e nuovi torbidi incominciano. Si sollevano molte città, e Salerno stesso, e la stessa Melfi, e Venosa, Ariano e Troia; mosse alcune dall’ambizione dei feudatarii, ma altre da spiriti di libertà, intolleranti per le obliate franchigie municipali. D’altra parie il Conte di Sicilia accorre per afferrarne prima d’altri la successione del ducato; e si presenta con nerbo di navi e di milizie innanzi Salerno. La città mostra di volergli resistere; ma, promettendo Ruggiero di riconoscerne le consuetudini ovvero leggi municipali di essa, si ammansa e gli apre le porte. E lì prestamente consacrato duca di Puglia, chiama città in franchigie e baroni dei feudi a fargli omaggio. Vengono infatti in buon dato; anche Melfi torna, come pare, all’ubbidienza, e cosi Trani, e forse Venosa. Gli animi parvero quetati, e i torbidi soffocati. Ruggiero parte per la Sicilia; ed approdando a Reggio è acclamato duca di Puglia, nel 1127. Ma non basta; il suo dritto non era legittimo senza rinvestitura del signore alto-sovrano che era il Papa; ed egli la dimanda al Pontefice. Questi invece gliela nega; anzi preso a pretesto non so che offese fatte in Sicilia a certi diritti dei vescovi, lo scomunica. Il vero è che un duca di Puglia, che fosse anche signore di Sicilia e di Calabria, era un temuto avversario e un temibile vicino al confine dei domini della Chiesa. Ma Ruggiero a spuntare le scomuniche usa innanzi tutto la punta delle armi; e va contro Benevento del Papa. E questi che aveva stretta una lega con i tanti feudatarii insofferenti dell’autorità o dell’ambizione del duca di Puglia, non si pèrita di bandire le indulgenze a pro di chi prenderà le armi contro Ruggiero. E con tali ausilii di soccorsi celesti egli entra fiducioso nell’Apulia a capo delle milizie raccozzate dai baroni a sé aderenti. I due eserciti s’incontrano per l’ampia valle del fiume Bradano ove esso scorre tra Matera, Montescaglioso e Ginosa. Ruggiero si afforza alla sinistra del fiume in un punto, oggi ignoto, che era detto il Vado (o guado) Petroso; e nella pianura a destra del fiume si spiega l’esercito del papa e dei baroni inimici. Ma questi non ebbero forse un capitano ardito ed energico, che avesse compreso la necessità di affrettare l’attacco; e badaluccavano senza costruito. Ruggiero, invece, comprendeva quanto a lui convenisse di temporeggiare, perché l’accozzaglia delle varie milizie feudali si sarebbe squagliata dopo il termine consueto del servizio dovuto; ed egli intanto, che aveva non solo milizie a vincolo feudale, ma squadre di Saraceni a impegni permanenti, poteva indugiare; e trattare intanto colla speranza di buon successo. Dicono che restassero a fronte guerrescamente inoperosi quaranta giorni; tempo più che sufficiente a crollare la fede dei collegati e sbandare i militi del feudo; sicché il Papa comprese che era necessità di scendere ad accordi. Quindi dà indietro, e torna a Benevento; ove conchiude la pace, e riconosce Ruggiero per legittimo duca di Puglia e di Calabria, e suo uomo ligio.

Delle città e dei feudatarii avversi molti si affrettano a riconoscere il duca, tra cui la città di Melfi; ma altri non si piegano, e Ruggiero va contro di loro con milizie miste di vassalli armati e di Saraceni; i quali facevano più aspre e crudeli, come ne correva la fama, le conseguenze della guerra. La resistenza fu ostinata, ma vinta; e Ruggiero, depressi i riottosi, può convocare a Melfi, quest’anno 1129, una generale assemblea di feudatarii, vescovi, e città, perché vengano a riconoscerlo e prestargli omaggio. L’assemblea fu numerosa; l’omaggio fu dato; ed egli tornò a Palermo, preparando il cammino a più alti destini. Giacché, crescendo di ambizione come di potenza, non gli basta ormai il titolo di Duca e Gran Conte; egli vuole il titolo di Re, e l’avrà presto, poiché gli eventi generali d’Italia gli davano il destro a tòrre gl’indugi.

Era morto Papa Onorio II, e a succedergli vennero eletti contemporaneamente Innocenzo ed Anacleto; uno dei quali era antipapa per gli avversarli, era legittimo Pontefice pei suoi fautori. La vittoria legale restò poi ad Innocenzo che si disse II. Ma Anacleto intanto viene in Puglia; si accorda con Ruggiero; e convoca e presiede un Concilio in Melfi a riconoscimento dell’autorità sua; quindi spicca una bolla, se in tutto o in parte genuina non monta, con cui s’investe Ruggiero della corona di Sicilia, di Calabria e di Puglia; e questi in Palermo, nel dicembre 1130, viene coronato re dal cardinale, nipote dello stesso Anacleto, tra grande concorso di principi, di baroni, di vescovi e popolo.

Allora la capitale del duplice reame non fu se non Palermo. Però il ducato di Puglia non scomparve, non fu soppresso; restò invece come stato aggiunto per vincoli di unione personale al re di Sicilia; e l’autonomia sua feudale, passò con l’onore di questo titolo, nel re di Sicilia. Continuò quindi ad essere Melfi la città, capo del ducato stesso, non solo allora che la monarchia si fu stabilita con suo centro a Palermo, ma in virtù della consuetudine e della tradizione, anche sotto i re successori a Ruggiero.

Coronato che fu re l’antico duca di Puglia, surse contro di lui un’opposizione armata; e fu delle più formidabili. Ruggiero per domarla sbarca con milizie feudali e con squadre di cavalli e di arcieri saraceni da Sicilia in Salerno; ma è a Melfi che convoca un’assemblea di sottofeudatari del ducato di Puglia e delle regioni contigue per istabilire i modi e il tempo del concorso da loro dovuto contro i ribelli.

Tancredi di Conversano della stessa famiglia degli Altavilla, ed Alessandro conte di Matera sono l’anima dei sollevati: le città scacciano i presidii dell’antico duca; Bari, Troia. Ascoli, Trani, Venosa ed Acerenza si sollevano; Montepeloso apre le porte a Tancredi, e diventerà fra breve l’ultimo e il più forte baluardo della resistenza.

Per sgominare le forze dei sollevati, al re parve opportuno scendere a patti con la città di Bari, cui riconobbe le consuetudini e le franchigie municipali, e vi pose presidio. Ma apportò desolazione di incendii, di sperperi e di morte per le altre città. Prese Troia ed Ascoli, ne abbatte le mura, e ne sbranca il popolo pei casali d’intorno. Molfetta cede. Entra di forza in Venosa, e crudelmente punisce d’incendii e di morte le campagne, la città, i cittadini. Prende Grottole ed altre terre del conte di Matera: ha Matera stessa per tradimento dei difensori; Armento ed Anzi, castelli munitissimi, posti nel cuore della regione basilicatese, cadono; ed in Armento è preso Roberto, figlio del conte di Matera; e in Anzi Goffredo conte di Andria, e tutto il tesoro del conte di Matera20. Più tardi gli apre le porte Acerenza, ma a buoni patti; poiché luogo fortissimo per natura e per arte. La resistenza si raccoglie in Montepeloso. E qui rabbiosa è l’offesa e la difesa; perché vi erano chiusi Tancredi di Conversano con altri dei baroni maggiorenti; tra cui Ruggiero di Flenco. Più volte è respinto l’assalto che danno alle mura i Saraceni; più volte le torri mobili, che gli assalitori avvicinano ai baluardi vengono incendiate o guaste e spezzale nei mobili ponti, con che tentano di agganciare alle mura. Ma i fossati si riempiono di tronchi d’alberi e di fascine; uno de’ baluardi fa breccia; la città non può più resistere; i Saraceni vi entrano, e incendiano, e scannano e vituperano. Tancredi e il conte di Flenco sono tratti prigioni innanzi al re: e il re fa alzare le forche e vi appiccano il conte di Flenco, e s’impone a Tancredi strappi lui la corda che strozzerà l’amico, se vuol salva la vita. E l’ha salva; e lo menano in catene in Sicilia. Alessandro conte di Matera perde tutte le terre della contea, e muore esule in Dalmazia.

L’ultima e grande opposizione contro il re di Sicilia sorge da papa Innocenzo, che trae l’Imperatore Lotario a venirne in Puglia: essi sostengono Rainolfo di Capua come duca di Puglia, mentre spingono i Pisani contro le città marittime fautrici del re. Il quale non fu fortunato nelle prime battaglie, e ne ebbe la peggio: sicché Papa e Imperatore entrano animosi in Puglia nel 1137. Bari accoglie Lotario, e quasi tutte le città di Puglia si danno alle di lui bandiere: di là passa egli nella regione basilicatese e gli si rende dopo alquanti giorni di assedio la città di Melfi; poi Potenza; quindi Salerno; mentre Amalfi è saccheggiata e guasta dagli emuli Pisani.

Papa e Imperatore riposano un pezzo nella città di Melfi e nel prossimo castello di Lagopesole. Il Papa anzi qui tiene un Concilio, che è famoso nella storia dei benedettini cassinesi21; e vi convenne immenso stuolo di uomini di chiesa e di armi, principi italiani e stranieri; e tra essi Bernardo di Chiaravalle, nonché l’Imperatore. E questi ora in un luogo ora in un altro tiene placiti e corti di giustizia, e rende sentenze. In Melfi convoca un parlamento dei baroni di Puglia, i quali ivi eleggono a duca Rainolfo, che poi riceve l’investitura dal Papa e dall’Imperatore, ma da amendue allo stesso tempo, perché il preteso dritto dell’uno all’alta sovranità sul ducato non sottostesse all’altro22.

Ma non tardano a sorgere dissidii tra i due sovrani; e tornando Ruggiero alla sorte delle armi, non tarda fortuna a sorridergli di nuovo. Muore il nuovo duca di Puglia; e Ruggiero, libero dall’avversario, naviga prestamente alle spiagge di Salerno; questa gli apre le porte; di là si spinge innanzi e devasta tutto intorno i contadi di Avellino e di Capua. Dopo altre e varie vicende fortunate, in un fatto d’armi presso San Germano gli avviene di prendere prigione il Papa. Allora questi, come di solito, cede, si accorda col vincitore, e gli dà l’investitura della corona di re, che ormai può dirsi rafforzata sul capo di lui dal giudizio di Dio e dalla fortuna delle armi.

Quando sotto i successori di re Ruggiero la quasi autonomia del ducato di Puglia venne a confondersi nella piena sovranità della monarchia, non perdé l’antica importanza sua la città di Melfi. Fu ancora città primaria e forse prima dell’antico ducato, sia per la giacitura centrale, le fortificazioni mirabili e le tradizioni ancora vive e vivaci d’uno Stato potente, sia per numero e lustro di popolo, floridezza d’industrie e ricchezza di commercii, che Greci, Amalfitani e Giudei vi esercitavano. Ultima, ma ben notevole prova dell’importanza sua è il fatto di quel Codice famoso delle Costituzioni del regno di Sicilia e di Puglia, che fu pubblicato da Federico II appunto nell’assemblea di Melfi, ove avea convocati feudatarii, vescovi e delegati delle città demaniali del regno, nell’agosto del 123123.

Anche dopo Ruggiero, agli altri re di Sicilia che ragioni di guerra o politica chiamavano in terra ferma di frequente, la città di Melfi continuò ad essere residenza non unica, ma preferita. Altri di loro ne crebbe e ristaurò le fortificazioni24; altri ne crebbe le comodità e le attrattive, e come complemento alla residenza dei re, surse da prima il castello di Lagopesole in mezzo a grande boscaglia, che l’abbondevole selvaggina faceva luogo alle nobili cacce distinto. Le prime origini del castello sul poggio presso al lago rimontano, è lecito di credere, ai dinasti Normanni; ma a Federico II si ascrive l’opera fortificata quale oggi si vede; e col castello vi surse intorno un villaggio25. Fu albergo di svago e di caccie per gli Svevi e per gli Angioini; ma albergo a non brevi dimore; poiché ancora si può leggere, con la data da Lagopesole, quello che avanza di una, per lunghi anni succedentesi, corrispondenza diplomatica e cancelleresca dei re di stirpe angioina, e dell’imperatore Federico altresì26.

Quando il re di Sicilia veniva in terra ferma, viaggiava con esso, oltre all’equipaggio della casa del re, il suo gabinetto politico o cancelleria di Stato, e una parte almeno della tesoreria. Una lunga fila di muli recavano di qua e di là in «cofani e sacca » i quaderni o registri di tesoreria. Le carte angioine di archivio ancora superstiti mostrano continuo questo viavai di portafogli insaccati, fra Trani, Brindisi, Melfi e Lagopesole27.

Ma all’alta potenza del re di Sicilia e di Puglia divenuto imperatore, non bastava, come residenza di state in terra ferma, il Lagopesole; e Federico II innalzò altri castelli a Monteserico, a Minervino, a Lucera, ad Andria, e altrove. Scrissero, che anche a Montepeloso; ma io credo si abbia ad intendere appunto del castello di Monteserico, che è in mezzo tra Genzano, Montepeloso e Gravina. Il Vasari ricorda, che tornando da Roma nel regno Federico, dianzi coronato imperatore nel 1221, venne tra il suo seguito un Fuccio, scultore fiorentino, che, secondo l’usanza dei tempi, era anche architetto. Fece egli non so che opere ad alcuni dei castelli della città di Napoli, e inoltre, dice il biografo aretino «un parco cinto di mura per l’uccellagione presso Gravina; e a Melfi un altro per le caccie di verno»28.

Cotesto Fuccio è dubbio se abbia esistito mai, anzi per molti non ha esistito affatto; e quelle opere gli storici le attribuiscono a Nicolò Pisano, celebratissimo. Quanto a me, credo che il parco da caccia presso Gravina sia stato fatto al castello di Monteserico, e il parco da caccia d’inverno non proprio presso la città di Melfi, ma al Lagopesole, destinato appunto a contenere quelle nobili famiglie di cervi e di daini, che se non sono custoditi, difesi e nutricati nel crudo inverno, scompariscono presto, come sono oggi scomparsi.

NOTA-APPENDICE

A.

LA BADIA DELLA SS. TRINITÀ, DI VENOSA. — Gli scrittori napoletani e venosini del passato secolo dicono che la Badia fu fondata dai principi longobardi di Salerno nel 942; e si affidano al Cronico Cavese, pubblicato dal Pratilli, che, sotto quell’anno, dice:

Gisulfus princeps cepit extruere monasterium Sancte Trinitatis de Venusia, ad preces Indulfi comitis et consanguinei sui, qui postea factus est ibi monachus.

E questa comune opinione sieguo l’erudito recente scrittore delle Memorie storiche della SS. Trinità di Venosa. Dott. Gius. Crudo, Trani 1899. — Ma oggi che la critica ha riconosciuto quel Cronico Cavese come un’impostura del canonico Pratilli, l’affermazione manca di sicura base. Tutti i più antichi e numerosi documenti di questo insigne cenobio benedettino di Venosa non vanno esenti da dubii e da accuse di poca genuinità: tale la famosa donazione di Drogone del 1053, — di lui che era già morto il 1051! (In Ughelli, VII, e Crudo, 74). — Quanto alle origini, io richiamo l’attenzione sulla bolla di Nicolò II del 25 agosto 1059, riferita dal sig. Crudo a pag. 117, e già pubblicata negli Acta Pontificnm romanor. inedita da Pflungk-Hartung, Stuttgard, 1884; la quale bolla, confermando donazioni e privilegi al Cenobio, dice… monasterium S. Trinitatis de vetere civitate Venusia, labore (?) extructum a Drogone Comite… — Quanto alla Chiesa, lo storico poeta Guglielmo Appulo, e della chiesa e delle tombe de’ Conti ivi sepolti, dice (lib. V):

His subhumatorum fabricata jussibus horum

Ecclesia…

Ma questa Chiesa è per più riflessi importante, e con moderni scrittori di storie dell’arte occorre indugiarvisi.

La Chiesa è duplice. Quella oggi aperta al culto, di più piccole proporzioni, sta dinnanzi; e dietro di essa, sulla linea del medesimo asse, si prolunga una chiesa che non fu mai compiuta, che è maravigliosa nella massa di pietre squadrate frammentaria, in fasci di colonne e capitelli di preciso lavoro, in un coro con un quasi trifoglio di cappelle absidali, e dietro del coro il «deambulatorio», che non si trova altrimenti nel napoletano se non nel duomo di Acerenza, anche esso, per questo viadotto e per l’austera sua massa, singolare.

La chiesa, più piccola, con qualche mediocre affresco del quattrocento (?), con degli archi minori acuti sotto un amplo arco a tutto sesto, ai due fianchi della navata, lo Schulz la riterrebbe monumento anteriore ai Normanni, del secolo XI, ma rifatta o restaurata dai conti Normanni, nel secolo XII. E pensa che la chiesa grande fu incominciata dai Benedettini nella seconda metà del secolo XIII; e ne rimase interrotta l’opera quando nel 1292 una bolla papale (ap. Ughelli, VII, 171) trasmise il possesso della badia dai Benedettini ai Cavalieri Templarii di S. Giovanni.

Ma il Lenormant (À travers l’Apulie et la Lucanie, I, 209) è di avviso che la Chiesa grande, incompiuta, fu proprio incominciata da Roberto Guiscardo, nel 1065 (?). È una croce latina, a tre navi, 70 metri lunga, 24 larga, con la crociera di 46; dodici enormi colonne con capitelli, di preciso lavoro arieggianti al corinzio, delimitano la nave principale; con un coro lungo 17 metri, e di dietro il «deambulatorio» che dà adito alle tre cappelle absidali; con un disegno del tutto inusitato alla architettura italiana, e derivato direttamente (egli dice) dalla Francia. Anzi ne trova il prototipo, sì di questo sì di quello di Acerenza, nel coro di una chiesa di Caen, in Francia, fabbricata da Guglielmo il conquistatore (che morì il 1087).

Però, di recente, il signor Emilio Bertaux, rilevando che questo coro della chiesa di Caen venne rifabbricato nel 1200, batte dalle fondamenta la tesi del Lenormant.

Il signor Bertaux viene alle seguenti conclusioni, che io accetto. — La Chiesa, minore, non è più quella del Guiscardo; ne conserva il posto e qualche frammento, nella porta d’ingresso, in qualche capitello o base di colonna; ma la fabbrica è grossolana: la pianta è deformata. Egli l’attribuisce ai cavalieri di S. Giovanni, che, a «corto di mezzi per completarla, si dovettero accontentare di erigere qualche muro, o qualche arco a sesto acuto in mezzo ai ruderi della chiesa primitiva, per comporre quella strana chiesuola, degna di un villaggio, nella quale pure rivivono tante grandi memorie».

La Chiesa grande è anteriore al 1200… Ad ogni modo, questa chiesa grande (che anche il Bertaux dice chiesa francese per la sua tettonica) è l’opera de’ Benedettini; o per la decadenza dell’ordine, al quale allude severamente la bolla del 1292, vennero abbandonati i lavori incominciati. — Vedi E. Bertaux, I monumenti medievali nella regione del Vulture, con 48 incisioni. Supplemento alla Napoli nobilissima. Rivista napolet. di arte. Anno VI. 1897. — V. inoltre Bened. Croce, nella stessa Rivista, dell’anno 1893, 179.

La città di Venosa fu donata da Roberto all’Ordine benedettino nel 1080. Ed all’abate Berengario, monaco normanno, fu dato a reggere dallo stesso Roberto il cenobio venosino.

La Chiesa della SS. Trinità è stata dichiarata monumento nazionale. V. Gazz. Ufficiale, 5 gennaio 1898.

B.

IL CASTELLO DI LAGOPESOLE. — Dall’importante monografia del BERTAUX, testé citata, togliamo le note che seguono:

«Il Castello è il più grande degli edifici militari di Federico II: ed uno dei meglio conservati. Esso ha la forma di un rettangolo; quattro torri quadrate sono agli angoli. Il portone a sesto acuto, con le scanalature della saracinesca e con una porta di legno tempestata da chiodi di ferro che rimonta forse al trecento, si apre fra due torri rettangolari più strette. Varcata la porta ed attraversata una galleria con volte a botte, si giunge al gran cortile rettangolare. Di fronte all’ingresso si vede la porta a zig zig della cappella, che è costruzione semplicissima ad una navata, e con abside semicircolare affiancata da due piccole sale: essa è chiusa entro una torre quadrata, che forma, presso uno de’ lati lunghi del parallelogramma, una sporgenza, rispondente a quella delle due torri all’ingresso. Il cortile è diviso in due parti ineguali. Nel recinto più piccolo è un torrione massiccio quadrato, a due piani, murato a grandi pietre tagliate a punta di diamante, come le torri esterne. In fondo al recinto grande una porta in marmo rosso dava ingresso alla parte del palazzo destinato all’imperatore, ma è la parte, sfortunatamente, in rovina. Il primo piano comprendeva sale immense, forse per uso dormitorio di soldati. Le sale erano illuminate da finestre bifore, che sembrano imitazioni grossolane di quelle di Casteldelmonte. Di tanto in tanto delle mensole sono incastrate nelle pareti di queste sale, a riscontro le une con le altre… Nell’ala del palazzo che è rimasto in ruderi, si distingue chiaramente di sopra a simili mensole nel muro, gli avanzi di un arco che poggiava sopra di esso. Le grandi sale di Lagopesole erano, adunque, tagliate da una serie di grandi arcate a sesto acuto, che sostenevano le travi del tetto. Questa è una disposizione rarissima in Italia… Le mensole di Lagopesole, con le loro foglie lunghe e stilizate in forma di uncino, con rami di quercia attorcigliati, non hanno nessuna analogia con motivi bizantini o pugliesi, ma ricordano de’ motivi francesi. Vi si incontra una graziosa sala quadrata con volte a cordoncini, che è la volta francese per eccellenza…».

Il signor Bertaux conchiude:

«Lagopesole dovrà essere stato come testimonio di quella penetrazione davvero strana e stupefacente dell’architettura franceso nelle Puglie e nella Basilicata, fin dal regno di Federico II: si ammetta o no la parte che è attribuita a Philippe Chinard di Cipro (architetto di Castel del Monte) in questa importazione, il fatto è certo; e l’analisi delle parti conservate del Castello di Lagopesole Io conferma. Si noti però che operai e scultori locali hanno avuto gran parte nei lavori; e per molti particolari, il disegno o l’esecuzione non sono delle stesse mani, così lo stile francese delle mensole di Lagopesole è meno puro che nei capitelli di Castel del Monte. Questa collaborazione di artisti della Basilicata con maestri francesi spiegherà i capitelli ad uncini e le volte a cordoncini del Duomo di Rapolla fabbricato sotto il regno di Manfredi da Melchiorre di Montalbano».

Del Duomo di Rapolla, notevole per la storia dell’arte, e per quello di Acerenza, vedi al capitolo XI.

NOTE

1.

«La ricca terra, che ai Normandi

Darà principio a fargli in Puglia grandi».

Orlando Furioso, Can. XV.

2. Sieguo, a principale guida in questo capìtolo, la diligentissima storia dell’Insurrezione pugliese e la conquista normanna del prof. GIUSEPPE DE BLASIIS. Napoli. 1864-1873, nella quale si possono trovare riportate, in fonte, tutte le maggiori autorità o testimonianze dei cronisti contemporanei, su cui procede sicuro e autonomo il racconto. — Vedi, inoltre, pel sentimento storico, segnatamente, l’AMARI nel III, parte I, capitolo I, della Storia dei Musulmani di Sicilia. Firenze, 1868.

3. Vedi Ignoti Barensis Chron. ad Ann. 1112: LEO OSTIENSE, II, 67. E i nostri Paralipomeni, già citati, p. 127.

4. Mense septembris Guillelmus electus est Comes Materae. Lupo Protosp. ad ann. 1042.

5. Nel capitolo II.

6. Guglielmo Appulo dice «dodici palagi e dodici piazze»; e potrebbe significare che si divisero il reddito, che si riscuoteva dalle «piazze» ovvero dalle vendite sui mercati della città.

7. AMARI scrive Ibid. p. 34:

«Le due bande di Aversa e di Sicilia stanziavano a Mlefi accomunate, come ci sembra, e ridivise sotto dodici condottieri, i quali si reggevano a repubblica, e ciascuno si acconciò un palagio ed un quartiere nella città».

E a pag. 37:

«Fatto insieme il partaggio della terra… rimanendo Melfi in comune, come capitale».

8. Di questa Badia detta Trinità di Venosa vedi la nota-appendice in calce al presente capitolo.

9. Breve Chron. Nortm. Ad ann. 1048…Nortmanni iverunt contra Graecos in Calabriam, et invaserunt eam; et victi sunt circa Tricaricum.

10. Il sepolcro di Alberada ancora esiste nella chiesa venosina della SS. Trinità, e vi si legge incisa l’antica iscrizione, in caratteri non antichi:

Guiscardi coniux Alberada hac conditur arca:

Si genitum quaeres, hunc Canusìnus habet;

accennando al figlio Boemondo, sepolto in S. Sabina di Canosa. L’arca sepolcrale è un parallelogramma di pietra, sormontata da un timpano sostenuto da due colonne, addossato al muro. La effige è riprodotta nella importante monografia sui «Monumenti medievali del Vulture», del sig. E. Bertaux, di cui vedi nella nota-appendice a questo capitolo. Egli giustamente deduce, dalla iscrizione di sopra, che il mausoleo di Alberada fu eretto dopo la morte di Boemondo, e probabilmente dopo eretta la cappella funeraria di questo, in S. Sabina, verso il 1112.

Il monumento di Alberada, nello stato cui oggi esiste, non mi pare de’ tempi normanni.

11. Lupo Protosp. ad ann. 1048 februarii:

Robertus dux obsedit Montipilosi, ubi nihil proficiens cum paucis abiit Obbianum, et recepit eum; et traditionem cuiusdam Gotofredi intravit ipse dux in dictam civitatem Montispilosi. — Conf. DE BLASIIS, Op. cit. II, 125.

12. Alfano, arcivescovo di Salerno, si querelò ivi delle usurpazioni sui beni della Chiesa fatte da Guglielmo Conte di Principato e dal Conte Troisio di Rota. — Conf. SCHIPA, Stor. del Principato longob. di Salerno: nell’Arch. stor. prov. napol. Anno XII, pag. 561.

13. Lo argomento dalla lettera ad Arnaldo Episcopo Acheruntino, diretta nel marzo del 1074 da Gregorio VII: estratta dai Regesti del Papa, e ripubblicata dal DE BLASIIS tra i documenti del II, p. 545, Op. cit.

14. Chron. Thur. apud DE BLASIIS, II, p. 324.

15. Da un antico cronista raccolse il Lupoli (Iter venusinum, 199) la iscrizione che fu messa la sepolcro del Guiscardo nella chiesa della SS. Trinità e diceva:

Hic terror mundi Guiscardus, hic expulit urbe,

Quem Ligures (?) regem, Roma, Alemannus habent.

Partus, Arabs, Macedonumque falanx non tegit Alexim,

At fuga, sed Venetum nec fuga, sed pelagus.

In questa stessa chiesa fondata o fatta ricca dai Normanni, furono sepolti e Dragone, e Unfredo, ed Alberada, e probabilmente Guglielmo braccio di ferro, onde Guglielmo Pugliese appunto poté scrivere:

Urbs venosina nitet tantis decorata sepulcris.

Ma i sepolcri de’ Conti normanni, alla civiltà vandalica restauratrice di chiese e monumenti di arte, scomparvero. Disperse le pietre dei loro sepolcri, se ne raccolsero le ossa in uno; e sulla nuda calce del muro venne scritta questa memoria, molto postuma, e poco esatta:

Drogoni Comitum Comiti, Ducum duci, huius sacri templi instauratori. Gulielmo regi (ovv. fratri?). Roberto Guischardo Normanno restauratori; fratribus ac eorum successoribus, quorum ossa hic sita sunt. (Lupoli, ibid.)

Della chiesa della SS. Trinità vedi la nota-appendice in fine al presente capitolo.

16. Un cronista-poeta delle crociate, Folco Carnotense o di Chartres, cantava, con le reminiscenze dotte dell’antichità:

Umbri, Lucani, Calabri, simulque Sabelli…

Aurunci, Volsci…

Quaegue etiam gentes sparguntur in appula rura,

Sub jugo Tancredi et Buemundi corripuere…

Ap. DI MEO, ad ann. 1096.

17. V. DI MEO, Ann. dipl. ad ann. 1096, 4. — Per le carte di Bonati (Libonati?) v. Syllab. Graecar. Membran. p. 80. — Per quella di S. Chirico oltre all’Antonini, Lucan. p. 490, vedi Le notizie del comune di San Chirico Raparo, in appendice alla Vita di Santa Sinfarosa di D. PAOLINO DURANTE. Napoli, 1833, pagg. 136 e 144. — In queste notizie del Durante è una carta, in cui Marchisio, Emma e il loro figlio Roberto, nel 1080, donano alla

Ecclesia S. Arcangeli de Raparo et tibi abati Nympho collapsum castellum nominatum Saracenum cum omnib. tenimentis ejus. Tu vero redificabis et relevabis ipsum ad apparitionem (?) et confectionem, et facies habitationes hominum

Pietro Diacono IV-II, che riferisce i nomi dei baroni che seguirono Boemondo, nomina prima Tancredus Marchesii filius… Troyli, Stor. gen. del reame di Napoli, vol. III, p. 440.

18. Conf. TANSI, Histor. Monast. S. Mich. Montis Caveosi. Napoli, 1746, pag. 188.

19. L’Antonini (pag. 208) annovera, tra i Crociati della regione, anche Alberedo di Cagiano. Ma, in verità, il nome di questo crociato è scritto Alberedus de Caniano o de Cagnano (Conf. DI MEO ad ann. 1096, p. 14 e 18; DE BLASIIS, III, 54); e ci ha un Cagnano nel Gargano e un altro presso Salerno.

Il Dudone di Consa (di cui Tasso cantava nella Ger. Lib. I, 52, e III, 39, 44): «Son qui gli avventurieri invitti eroi… Dudon di Consa è il duce…» non è della città di Conza sull’Ofanto, ma sì di Conti o Conz, nel paese di Treves, al confluente del Saae nella Mosella.

Giova, invece, di ricordare, dalla Gerusalemme conquistata, tra i Crociati della regione, Roberto «Del buon marchese di Ansa ultimo figlio» I, 83; e nel XXI, 53 «Il signor d’Ansa ivi cadeo trafitto Dal Soldan…» e Rinaldo di Venosa, «Cavalier di gran forza e di consiglio» I, 83. — Forse la poesia li fa immortali più che la storia.

20. ALESS. TELESINO, cap. 39, 40:

Devicta itaque Matera, Rex super Armentum munitissimum oppidum, quo Robertus frater praedicti Gofredi inerat, venit… — Post haec vero rex castra movens super arduum et munitissimum castrum nomine Ausum (sic) acceleravit, quo Gofredus Comes aderat: illudque obsidione saevissime circumsedit

E FALCO BENEVENT. (p. 219) ad ann. 1133:

Rex civitatem Matera obsedit, quam proditione populi comprehendit. Quibus ita peractis, civitatem aliam nomine Ansam obtinuit. Revera thesaurum auri et argenti Alexandri comitis invenit.

Tesoro, che Orderico Vitale (XIII, 898) dice di XV minae auri et argenti.

21. Questo di Lagopesole del 1137 è il quinto dei concilii che si dicono tenuti in Melfi (vedi la Stor. di Montecas. del Tosti). Dei quali ricapitolo qui la cronologia: Un 1º nel 1058, presieduto da papa Nicolò II. — Un 2° da Alessandro II nel 1067. — Un 3º da Urbano II nel 1080. — Un 4° da Pasquale II nel 1101.

Un altro concilio nel 1130 si tenne in Melfi da papa Anacleto, ma poiché questi è ritenuto per antipapa, il suo concilio passa nel novero dei «Conciliaboli».

22. GIANNONE, Stor. civ. XI, I.

23. Nel giugno del 1241 furono convocati apud Melphiam, da Andrea de Cigala, Capitano generale e Maestro giustiziero, i prelati del regno, per averne in prestito gli ori e gli argenti di loro chiese. — Riccardo da S. Germano, ad ann.

24. Il castello di Melfi fu fatto costruire, come è fama, da Roberto Guiscardo: mezzo abbattuto dai cittadini in una delle tante sollevazioni o turbolenze interne, di cui nel testo è pure qualche cenno, fu fatto rialzare da re Ruggiero; dipoi rifatto ed accresciuto sotto Carlo d’Angiò. — In una carta del 1280, da parte del giustiziero di Basilicata, Giovanni De Bosco, si fa ordine all’Università di Gaudiano di mandare ogni giorno dieci some di legna por cuocere la calce occorrente pro operibus Castri Melphiae (nel Syllab. ad r. Siclae archiv. pertinent. vol. I, pag. 192).

25. Nelle cronache dell’abate Telesino (morto poco dopo il 1140) si legge: vadit ad oppidum quod vulgo nominatur Lacupesulum (I, 20). Qui, evidentemente, la parola oppidum significa qualcosa più che il Castello. Vecchi scrittori accennano a sue fortificazioni quali opera di Greci-bizantini o di Saraceni: ma di nessuna prova attendibile è cenno in essi.

Di cotesto militare e normanno-svevo monumento vedi la nota-appendice a questo capitolo.

26. Della corrispondenza di Federico II, datata in campis, ovvero in castris propre Lacumpensulum, vedine un saggio nel volume VI, parte II, pag. 780-1, Dell’Historia diplomat. Frider. secundi. — Dei Capitoli, ovvero Leggi angioine sono datati apud Lacum Pensilem quelli di Carlo I che proibiscono di incendiare le ristoppie prima del 15 agosto. — Altre lettere sono indicate nel Syllab. membran. ad r. Siclae, etc. È data apud Lacum pensulem, il 12 agosto 1278, la cedola di distribuzione della nuova moneta dei Carlini alle terre del regno: riferita in parte tra’ documenti (Nº III) della Guerra del Vespro siciliano dell’AMARI. E infine, a tacere di tanti altri, è actum apud Lacum pensilem, in camera palatii, anno dom. 1266, il testamento di Beatrice, Regina di Sicilia (ap. DEL GIUDICE, Codice angioino, pag. 154).

27. Conf. DEL GIUDICE, nell’Introduzione la Codice Angioino, vol. I. Napoli, 1863.

28. VASARI nella Vita di Nicola Pisano.

CAPITOLO VI

DAGLI ULTIMI SVEVI AI PRIMI ANGIOINI

(1250-1300)

Federico II morì nel dicembre del 1250, non in Forenza di Basilicata, come altri scrisse1, ma in «Ferentino di Puglia» che oggi non esiste più, e fu un castello di Capitanata non lontano da Benevento. Succedeva all’imperio ed al reame di Napoli suo figlio Corrado. Ma poiché egli è ancora in Allemagna, prende nel Regno la somma delle cose un giovine di 18 anni, fior di gentilezza, di valore e di senno. Manfredi, che era nato all’Imperatore da una delle sue mogli, Bianca Lancia, e che dal padre fu già investito delle contee di Gravina, di Tricarico e di Montescaglioso2, oltre che del principato di Taranto.

Le fazioni interne ed il partito guelfo rialzano il capo; quello che sarà il perpetuo inimico ai confini del regno ritesse gli intrighi; e le città di terra di Lavoro e dell’Apulia si sollevano.

Manfredi reprime i moti; e tra provvedimenti di guerra e di pace attende che arrivi dall’Allemagna l’imperatore e re, che giugne non prima del 1252. Corrado, di naturale indole fiero ed acerbo, punisce duramente le sollevate città: nel parlamento generale, che convoca a Melfi nel febbraio del 1253, chiede i soliti sussidii in danaro, e manda a riscuoterli, presso le terre tarde e renitenti, schiere odiate di Tedeschi e di Saraceni.

Sospettoso dei fratelli, toglie non che ogni potestà a Manfredi, ma anche i feudi donatigli dal padre; e poiché la trista fama dell’animo duro e chiuso si diffonde, quando avvenne che mancasse alla vita, nel castello di S. Fele prossimo a Melfi, l’altro fratello giovanetto, di nome Arrigo, che era nato a Federico dalla moglie Jolanda, fu detto dai Guelfi che Arrigo ebbe morte di veleno dall’avido Corrado; e fu creduto. Corrado regnò un anno appena, morì di febbre nel maggio del 1294 presso Lavello3, ov’era a campo con l’esercito.

Poiché il figliuolo Corradino è di età ancora bambino e in Alemagna, venne la somma delle cose alle mani prima del marchese Bertoldo, come bàlio del fanciullo, poi di Manfredi stesso. Divampa di nuova lena la politica antisveva della Curia romana, nella quale fu sempre vivo il concetto di non permettere, per quanto era in lei, che alla corona imperiale di Allemagna fosse aggiunta la corona del prossimo reame di Napoli, che era come il principio logico della sparizione del dominio temporale del Papa e della conseguente unificazione d’Italia. Di qui l’indirizzo supremo della politica papale nei tempi precedenti e successivi: di qui i titoli della Casa di Svevia alle simpatie degli Italiani.

Agli incitamenti di questa politica ambiziosi baroni e città divise in parti si sollevano; e un esercito papale entra nei confini del regno. Manfredi provvede, accorre, combatte, assedia città ribelli, e riconquista palmo a palmo lo stato, dalla Campania alla terra di Otranto e di Calabria.

Non possiamo seguirlo in questa lotta, se non per quanto abbia attenenze al nostro soggetto.

Tornava egli dalla invasa Campania verso la Puglia, che era insorta; fa sosta a Bisaccia ed intende di venirne a Melfi. Manda dunque in Melfi, dice il Jamsilla4, «suoi legati Gualtieri di Oria, cancelliere del reame, e Gervasio di Martina, i quali, convocato il popolo, dimandarono fosse ricevuto il Principe nella città. Ma quei di Melfi risposero avere essi giurato fedeltà ed omaggio al Nunzio del Papa, e non volere far opera contro il giuramento; però avrebbero ricevuto il principe se venisse accompagnato da poca gente di armi, e senza Tedeschi o Saraceni». Alla punto gradita risposta il Principe piega a Lavello «ove fu ricevuto a grande riverenza ed onore»: e qui vengono deputati da quei di Venosa, che Io invitano nella città; ed egli vi si incammina, e «la città esce incontro di lui, e lo riceve con grande letizia e tripudio»5 dice il cronista.

Intanto corre la voce che Lucera, sede delle truppe saracene, abbia defezionato dalla causa sveva; gli animi si turbano; e i cittadini di Venosa vengono al Principe dicendo, come essi fossero richiesti da quei di Melfi di fare lega con esso loro, e come non si potessero ricusare, atteso la potenza dei Melfesi, i quali per la vicinanza avrebbero potuto recare alla città di grandi offese; e intendevano pertanto entrare in lega con quei di Melfi, salvo in tutto l’onore e la salvezza del Principe6. Così il cronista: e vuol dire che la città, divisa in partiti, quel che volesse o facesse l’uno, disvoleva o disfaceva l’altro, secondo l’aura del vento o all’una o all’altra delle parti favorevole. E il Principe esce da Venosa, va a Lucera, vi entra di colpo, e fa che torni alla sua fede; e di là va a stringere Foggia, occupata da truppe papali, e l’ottiene. Questa duplice impresa rialza la sua fortuna; sicché egli dando volta verso la Puglia montanina, entrò inaspettato in Venosa, che ancora durava in ribellione, e l’ebbe in suo comando; e i cittadini a impetrare umilmente perdono, arrecando a scusa che non avevano potuto ricusarsi a quei di Melfi ed agli altri ribelli, troppo prossimi ai loro confini7.

Melfi stessa non tarda a mandare ambasciatori al Principe e sottomettersi, non prima però che la prossima Rapolla sia vinta e punita. Rapolla, che era in feudo a Galvano Lancia, zio del Principe, ricusò alle costui premure di tornare alla causa sveva; sicché egli con grande sforzo di cavalli e pedoni venne da Venosa ad oppugnarla.

«Gli abitanti della città, si difesero dapprima audacemente — dice il cronista —, secondoché la posizione del luogo cresceva ardire alla difesa: ma infine la resistenza fu vinta e fu presa la città con grande violenza; molti per la pertinace ribellione vennero messi a morte; e la città fu ridotta al fondo della desolazione, per la stoltezza dei suoi cittadini, non meno che per la vendetta dello esercito principesco»8.

Restava lì d’intorno, contumace alle bandiere sveve, la città di Acerenza: ivi si era chiuso, con forti squadre di saraceni, Giovanni il Moro, capo dei saraceni di Lucera. Questi, che aveva congiurato di darsi alle parti del Papa quando l’esercito papale entrasse in Campania, si portò a Roma, lasciando in mano di un suo parente la città di Lucera, commessa al suo presidio. Ma quando, dal suo giubileo di Roma, seppe per via che Lucera era tornata in fede a Manfredi, egli si ritrasse nel fortissimo posto di Acerenza ad aspettare gli eventi. Ma gli eventi piegando a favore del Principe, dopo l’occupata Foggia, i Saraceni ammutinarono contro l’antico capo; lo fecero a pezzi; e il teschio reciso mandarono a Lucera; e intanto invitarono Galvano Lancia, che era nel proprio castello di Tolve9, di venirne in Acerenza per ricevere da parte del Principe la città. E quegli venne; prese la città; e con essa tornò alla causa sveva tutto il Melfese.

E non dirò altrimenti come, sparsa la voce della morte di Corradino lontano, Manfredi si proclama re del reame; come la Curia pontificia ravviva gli sdegni e le brighe, e lo scomunica: e, in cerca per l’Europa di un re per Napoli e Sicilia, trova e consacra Carlo d’Angiò, il quale viene in Italia, entra nel regno mal difeso dai traditori di Manfredi, e vince definitivamente presso Benevento. Né dirò come Corradino venne alla riconquista del regno; e come all’appressarsi di lui, la parte degli Svevi abbattuta solleva il capo; e terre e città, dall’Abruzzo alla Sicilia, sospinte dai feudatarii, ribollono e fanno novità.

Corradino fu rotto a Tagliacozzo; e lui spento sul patibolo dall’atroce ragione di stato e dall’animo feroce del suo competitore, comincia la vendetta del re per le terre del reame; e la Basilicata non fu la meno contristata d’incendii e di sangue sparso, poiché ivi i suoi baroni non furono meno numerosi e fedeli a Casa sveva.

Tra i primi a sollevare l’insegne dell’aquila imperiale è nominato il Conte di Tricarico, che, con molte sue genti dei suoi feudi di Basilicata, entra in terra di Bari a sollevarvi terre e città10. Contro a lui e agli altri sollevati venne Ruggiero Sanseverino, Conte di Marsico, già superstite alle persecuzioni sveve, e stipite di quella grande famiglia, che agitò di congiure, di fazioni guerresche e di rivolgimenti per più secoli il reame di Napoli.

«La prima città a ribellarsi — dice uno storico11, assommando gli sparsi fatti — quando re Carlo era in Abruzzo contro Corradino, fu Lucera; poi Andria, Potenza, Venosa, Matera e (in) Terra d’Otranto, e tutte quelle terre che non avevano rocche, né presidii. Capi della ribellione furono Roberto di Santa Sofia12 con Raimondo, suo fratello, Pietro e Guglielmo fratelli, Conti di Potenza, Enrico il vecchio Conte di Rivello, e un altro Enrico di Pietrapalomba13, tedesco, e appresso di loro le nobili case di Castagna, Scorna, Vacca, Filingiera e Lottiera. Questi, scorrendo la Puglia, Capitanata e Basilicata, ogni cosa rivoltarono, ponendo a sacco le terre che facevano resistenza; le quali furono: Spinazzola, Lavello, Minervino, Montemilone, Guaragnone ed altre. Solo si tennero queste terre, perché avevano fortezze e presidii, Gravina, Montepeloso, Melfi, Troia, Barletta, Trani, Molfetta, Bitonto e Bari».

Ma quando Carlo ebbe vinto, non fu terra, né castello in Puglia, né in Basilicata che non sentisse ruina dai ministri del re, salvo quelle che non ribellarono. Alle vendette regie si mescolarono le reazioni popolari; e si leggono, non senza un sentimento di ribrezzo e di pietà, queste parole dello stesso storico14:

«Potenza in Basilicata, credendo con la perfidia saldar la perfidia, levò il popolo in armi; e andando a casa dei nobili, come causa dei loro mali e della loro ribellione, li tagliarono tutti a pezzi; e tra le altre estinsero due nobili famiglie, Grassinelli e Turachi: ed altri, che erano a loro ricorsi dimandando misericordia, li pigliarono e presentarono al re per gratificarsegli; la quale azione non gli giovò, imperocché la loro terra fu saccheggiata, e buttate a terra le mura».

Roberto di S. Sofia, Enrico di Pietrapalomba ed altri dei principali si chiusero in Corneto, che era un castello di Puglia soggetto ai benedettini di Venosa: ma quei cittadini, che parve dapprima li avessero ricevuti volentieri, si levarono in armi; e presili e spogliatili di tutto, li dànno in mano agli Angioini. Erano centosei: ne furono impiccati speditamente centotre; gli altri tre vennero precipitati giù dalle mura della rocca di Melfi15.

Le feroci repressioni non spensero la parte sveva nel reame. Non tardò guari, e i Vespri siciliani fecero la vendetta di Manfredi e di Corradino. Comincia una lotta per molti anni guerreggiata tra l’isola e la terraferma, tra Carlo d’Angiò e Pietro re di Sicilia, marito a Costanza figlia a Manfredi, genitrice

«Dell’onor di Sicilia e di Aragona»

e l’azione e la reazione delle armi, quando non viene a cozzo sul mare, fa punta ed invade terra ferma, sulle terre rivierasche al Tirreno ed al Jonio, dal Golfo di Salerno e di Policastro al golfo di Taranto.

In questa lunga e triste epopea emerge un uomo e un nome sopra ogni altro famoso nella storia marinaresca dei mezzi tempi: il nome ha relazione domestiche con la storia nostra; l’uomo è l’ammiraglio del re di Sicilia, Ruggiero di Laurìa.

La biografia dell’uomo s’intrama con la storia dei Vespri, e non è il caso di rifarla qui: ma assommando i grandi fatti in brevi accenni, diremo che, creato ammiraglio di Sicilia e di Aragona sotto Pietro, Giacomo e Federico aragonesi, re di Sicilia, batté tante e tante volte, che è difficile ricordarle tutte, Provenzali, Francesi e Pugliesi delle flotte di Carlo d’Angiò, nelle acque di Napoli, di Malta, di Sicilia, di Linguadocca, di Catalogna. Nel 1284, nel golfo di Napoli, accerchia e sbaraglia la flotta e fa prigione il Vicario del regno, figliuolo del re, con gran numero di navi e col fiore dei baroni angioini, in due altre battaglie prende prigioni, con numero sterminato di signori e cavalieri, due altri ammiragli del re di Francia, che vi perdono quasi intero il naviglio, nel 1299, alla battaglia del capo Orlando, vince sifattamente che scampa appena, mezzo tramortito, il re di Sicilia; dal cui servizio egli, poco innanzi, si era rimosso insatisfatto e ringhioso. Tra l’utta e l’altra di tante imprese s’impadronisce dell’isola di Gerbi nei mare di Tunisi (e il Papa gliene dà l’investitura di principe sovrano); scorre, preda, devasta le spiaggie d’Africa, di Morea, dell’Arcipelago, con intenti e fazioni anzi da corsaro, convien dirlo, che da ammiraglio; diffondendo dovunque, temuto e famoso, il nome di Laurìa; e mostrando sempre e dovunque, ardimento, prontezza, sagacia, iniziativa e genio, misti a prepotenza, a cupidigia, ad asprezza, anzi a ferocità d’animo fortissimo. Fu il più grande uomo di mare nei mezzi tempi fino ad Andrea Doria, salvo Colombo.

Se l’uomo nacque proprio a Laurìa, da cui prese il nome, oggi è dubbio: potrebbe la non lontana Scalea, terra de’ suoi dominii, contendere con essa16. Ma Laurìa fu il capo della signoria, che comprendeva i prossimi paesi di Lagonegro, di Castelluccio e Tortora e Aieta, e, probabilmente, Scalea e Rotonda; e Laurìa come capo della signoria feudale die’ il titolo alla famiglia. Il padre, familiare di re Manfredi, e signore di Laurìa17, morì con lui alla battaglia di Benevento; la madre, Donna Bella, nutrice e dama di Costanza, figlia a Manfredi, e moglie a re Pietro d’Aragona, seguì la regina in Ispagna; e menò seco il figliuolo di tenera età. Crebbe in corte di Aragona18; ove il re gli die’ sposa una figliuola dei Lancia, parenti della regina e zii a Manfredi; ed ivi si segnalò capitano di navi catalane in fatti audacissimi sopra i Saraceni19. Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo Laurìa per sé, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Laurìa, di Lagonegro e di Castelluccio20. Ci è noto da altro titolo21 che pel possesso dei castelli di Aieta e di Tortora surse litigio tra Riccardo e Ruggiero; e fu composto con patto che, alla morte del primo, tornassero nel patrimonio della famiglia del secondo. La quale non ebbe il casato di Cloria, come altri ha detto22, o per isbaglio, o per artifizi di genealogisti, ma si di Loria, che è la parola stessa di Laurìa, con fonetismo francese, come è a ritenere fosse pronunziato il temuto nome nella corte francese dei re angioini23.

La guerra di Sicilia, cominciata con cattivi auspicii da re Carlo contro Messina, proseguì quasi sempre sfavorevole agli Angioini, e calamitosa alle città di terra ferma. Abbandonato il mal riescito assedio di quella città, Carlo si riduce a Reggio. Qui vengono a molestarlo Siciliani e Catalani; e sospingendolo da Reggio entro la penisola calabra, vengono essi sperperando ed occupando terre e castelli; mentre le navi siculo-catalane incendiano ed affamano i paesi sulla marina da Reggio al golfo di Policastro e di Salerno.

La prima terra da loro occupata sul Tirreno fu Scalea al principio del 128424, incitati dai fuorusciti della terra stessa, e da qui partono inviti e fomiti di sollevamenti all’interno della regione, e da cotesti incitamenti e dal mancare dei grani, poiché le navi inimiche intercettavano ogni commercio per mare, si resero al re di Sicilia le prossime terre di S. Lucido, di Cetraro ed Amantea, che ne ebbero vettovaglie e presidii. Da questi punti di passaggio all’interno, frotte di quella speciale milizia catalana degli Amulgavari, men soldati che saccomanni e masnadieri, sciolti e spediti, si spingono pel paese interno della Valle del Laino o Mèrcuri e del Noce; e il giustiziere di Val di Crati che va loro incontro con squadre di cavalli intoppa in un agguato, e scampa appena; inseguito, è poi stretto da blocco in un castello presso Cassano. Il conte Federico Mosca, messo da re Pietro a reggere la terra di Scalea, entra in Basilicata con altre torme di Amulgavari, che si spargono per tutte quelle valli fino a Chiaromonte, oltre il fiume Sinni e più in là25. Re Carlo si sforza invano di spegnere questo focolare d’incendi. Dopo l’occupazione di Scalea aveva egli mandato un capitano in Maratea per difendere la spiaggia aperta alle offese; e intanto provvedeva approdassero navi con cento salme di frumento per conforto e sollievo alla penuria di quel paese e sue e sue circostanze, esortando gli abitanti a tener fermo con promosse di aiuti: vi mandò inoltre Riccardo di Sangineto con gente che fu assoldata in Toscana, mentre Riccardo di Chiaromonte ed altri baroni fanno fronte, come possono, con le loro genti a quell’irrompere fulmineo di torme di scorridori, non senza prendere ostaggi essi dai loro vassalli sospetti di intelligenza con i nemici, e chiamando a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali, aperti26. «Matteo Fortuna, scrive l’Amari, condottiero di duemila Almugavari, impavido era rimaso tutta la state (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano, e poscia Montalto, Regina, Rende, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre di Val di Crati e Basilicata».

Molte e molte terre sulle spiaggie jonie e tirrene alzano bandiera sicula-aragonese: fino al 1299 si tenne pel re di Sicilia, con un presidio di Amulgavari, Castellabate nel Cilento, poi vennero a patti; cessero il castello e restarono, a doppio stipendio, con re Carlo27; torme di ventura, senza fede, temuti e temibili non meno agli amici che ai nemici.

Questo è quel tanto che ci è noto dei più lunghi guai sofferti dalle nostre terre nella guerra dei Vespri.

La pace tra Napoli e Sicilia non fu conchiusa prima del 1303: poi nuovi accidenti di guerra sursero tra’ due Stati; ma non dobbiamo occuparcene noi.

NOTE

1. CORCIA, Storia delle Due Sicilie. Vol. III, pag. 571. Vedi innnanzi al cap. III, pag. 62.

2. JAMSILLA, Nei Cronisti napoletani (Ediz. di Gius. del Re), vol. 2°, pag. 107.

3. JAMSILLA, pag. 118. — In campis prope Lavellum.

4. Op. cit. pag. 137.

5. Id. pag. 137.

6. Id. p. 140.

7. Id. p. 155.

8. Id. p. 156.

9. Nel JAMSILLA (Op. cit. 156) è detto qui, che Galvano de romana curia rediens, erat in castro suo, quod Tulle locatur, e poco più giù: castrum suum praedictum quod dicitur Tulle. Io credo si abbia a leggere Tulbe (oggi Tolve) non lontano da Acerenza e da Rapolla, la quale era pure feudo di Galvano. Un paese, detto Tollo, è nell’Abruzzo chietino, presso Ortona. Non parmi probabile che i Saraceni avessero mandato per Galvano Lancia dimorante sì lontano in Abruzzo, quando allora il principe Manfredi era ivi presso, sia a Venosa, sia in Lucera, a cui parmi, si sarebbero piuttosto indirizzati per offrirgli le città. Perciò preferisco di leggere Tulbe, anche perché Tollo si sarebbe detto, in latino, Tullum.

10. In MATTEO SPINELLI, all’anno 1268. — (In Cronisti Napol. di Del Re, II, 732). — SUMMONTE, II, 219.

11. COLLENUCCIO, Stor. lib. IV, e SUMMONTE, Storia, ecc. che ne ricopia le parole. II, p. 220.

12. Santa Sofia era un castrum o paese tra Avigliano e Ruoti, distrutto fin dal secolo XV, nel luogo che ancora è detto «Castelluccio S. Sofia».

13. Pietrapalomba era un castrum a sinistra dell’Ofanto, e il suo territorio oggi appartiene al paese che ha mutato il vecchio nome da Carbonara in quello di Aquilonia. — Il Guaragnone, presso Gravina fu distrutto non più tardi del XV secolo: oggi è una grande tenuta.

14. COLLENUCCIO, Lib. V. — SUMM. II, 236.

15. COLLENUCCIO, Lib. V. — SUMM. II, 236.

16. Nelle Vidas de Españoles celebres il QUINTANA scrisse anche quella di Roger de Lauria; e dicendolo nato a Scalea, aggiunge in nota queste parole:

«Asì consta da una carta latina que se conserva en el archivo real de la corona de Aragon, escrita per Roger al rey don Jaime II, en el 19 de julio de 1297». (V. Obras completas dell’Exmo D. Manuel Jose Quintana. — Biblioteca de autores españoles, vol. XIX, Madrid 1867).

17. È detto e scritto Riccardus de Loria nel Registro del 1239 di Federico II (in Hist. diplom. etc. di BRÉHOLLES); e poiché a lui è dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Laurìa.

18. Nell’Istoria di Saba Malaspina (cap. XVI, p. 399, II, dei Cron. napol.) parlando egli ai suoi equipaggi dice:

Ego, etsi a tempore bone memorie regis nostri in Aragonia educatus, et Catalanorum usu moribus enutritus, sum tamen regnicola natione

19. AMARI, Vesp. Sicil. cap. V.

20. È riferito dall’AMARI nei Vespri Sicil. V, 83, ove sono erratamente scritti «i castelli di Loria e Lagonessa» per Laurìa e Lagonegro.

21. Nella Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grasta (in Aieta) di VINC. LOMONACO (Napoli, 1858), che dice avere avuto le notizie dal ben noto erudito napoletano Minieri-Riccio. — Ap. PALMIERI, Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugg. di Lauria. — Lagonegro 1883 (II edizione, p. 11).

22. In LOMONACO della procedente nota.

23. E questo spiega perché in molti storici italiani più antichi e detto Ruggiero Loria o di Loria. I parecchi tra’ moderni, che seguono la stessa grafia (e tra questi mi spiace di trovarvi l’Amari), hanno torto.

24. In AMARI, Op. cit. secondo l’ultima ediz. cap. X, vol. II, 29.

25. Documento del 2 agosto 1284, in AMARI, Op. cit. cap. XI, 229.

26. I documenti dell’archiv. di Napoli, onde risultano queste notizie, sono cennati partitamento in AMARI, Op. cit. cap. XI, 227.

27. In AMARI, Op. cit. — Append. docum. 34 e 35.

CAPITOLO VII

GUERRE DINASTICHE. GUERRE FEUDALI

(1370-1442)

L’economia del nostro lavoro ci forza, spezzando la catena dei tempi, a sorvolare anni e lustri su per la fitta trama della storia; dalla quale ci è debito di raccattare quelle sole filamenta che si annettono al nostro parziale subbietto.

Muore Carlo II, a cui succede re Roberto; passa anche lui; e fa posto alla nipote Giovanna, che maritata a sedici anni con un suo cugino d’Ungheria, è regina e vedova a diciotto, dopo una tragedia domestica, che, sprizzandole di sangue il nome, fu scusa ai suoi nemici dell’ultimo fato che la spense.

Da questa amabile e sventurata, forse più che colpevole, donna ebbero origine i lunghi guai d’una guerra civile, dall’infecondo seno preparati alla sua patria. Rimaritata a Ludovico di Francia, poi a Giacomo della Marca, e poi ad Ottone di Bruswich, sperando in una prole che non venne mai, infine adottò, mal consigliata, in figlio ed erede alla corona di Napoli, Luigi d’Angiò, secondogenito del re di Francia. Ma Carlo di Durazzo, marito alla nipote della regina, che vedeva venir meno le speranze della promessa a lui successione nel regno, aspetta l’occasione favorevole per levarsele contro come aperto pretendente; e l’occasione non tarda.

Vacando per la morte del Papa la sedia papale, una parte dei cardinali in Roma eleggono a pontefice Urbano VI, già arcivescovo d’Acerenza e poi di Bari: gli altri cardinali di Avignone eleggono Clemente VI; e la regina di Napoli favorisce il Papa di Avignone che è città dei suoi dominii provenzali. Il Papa di Roma scomunica il Papa di Avignone, e con esso la regina di Napoli; dichiara anzi vacante il trono di questo feudo di Santa Chiesa, e ne dà la investitura a Carlo di Durazzo. Carlo re, doveva sostenerlo delle sue forze contro il Papa di Avignone, e largheggiare di ricchezze e dignità principesche a pro di un Prignano, nipote di lui.

Conchiuso il patto, il pretendente con gli aiuti spirituali e temporali di Santa Chiesa entra nei confini del regno. La cittadinanza inacerbita per gli interdetti fulminati da Roma alle chiese si commuove a suo favore; baroni ambiziosi e cupidi tentennano e congiurano, si dànno intanto a rapine e vendette, che il dissolversi sperato e previsto degli ordini stabiliti doveva rendere agevole e impuni. Il Duca di Andria, primo tra i più alti baroni e parente della regina stessa, cavalcò contro la città di Matera; e togliendola di forza ad un Sanseverino conte di Tricarico, pretendeva che la presa città fosse parte del suo principato di Taranto (anno 1371): e poiché la regina non potendo piegare a partiti men violenti cotesto alto prepotente, fu in necessità, per decoro dell’autorità regia, di mandargli contro le sue genti d’armi, il Duca ed i suoi escono dal regno, e congiurando presso il papa, si fanno primo nucleo nell’esercito di Carlo invasore. I baroni della regione prossima alle terre pontificie, aderiscono al re; e questi procede occupando senza intoppo Abruzzi e Terra di Lavoro.

All’invasore e pretendente male si può opporre Ottone di Bruswich, marito della regina; e questa aspetta invano i soccorsi chiesti e non giunti che troppo tardi, dalla sua Provenza.

Carlo entra in Napoli da vincitore; assedia la regina in Castelnuovo, che non può resistere, e capitola, ed egli ricevendola in grazia, mostra di essersi pacificato con Lei, ma indi a pochi giorni, essa è condotta con grande scorta d’armati dal Gran Giustiziero del regno nel Castello di Muro, e Ottone nel prossimo castello di S. Fele: due città in Basilicata che appartenevano in feudo a Casa di Durazzo.

Quello che avvenne tra le intime pareti del castello di Muro non si seppe mai di notizia certa; ma si sa che la regina fu spenta sia di laccio, sia tra i piumacci del suo letto soffocata1. Ne portarono il cadavere a Napoli; e il 20 maggio del 1382 fu dato a pubblica mostra in chiesa, per tarpare ogni speranza di riscossa nei fautori di lei.

Ottone non molto di poi fu liberato dalla sua prigione di S. Fele.

A fare le vendette della spenta regina viene nel regno Luigi d’Angiò; ma dopo due anni di abbattimenti di eserciti, di assalti a città e di sperperi guerreschi, egli muore a Bisceglie; e il suo esercito si dissolve. Carlo a sua volta, ito in Ungheria, pretendente alla corona di S. Stefano, vi è ucciso. Egli era già venuto in cattivi termini con Papa Urbano, iracondo, violento e ambiziosissimo, che vedeva mal satisfatte le sue temporali cupidigie dal re. Chiuso il Papa nel castello di Nocera presso Salerno, che era una città data in feudo al suo nipote Prignano, ogni giorno fa squillare una campanella a richiamo di popolo; e dall’alto degli spaldi, frammezzo a lugubri ceri accesi, scomunica Carlo e le sue genti, che lo stringono di assedio. Un giorno egli è liberato, ma a danaro, dalle forze di Raimondo Orsini e di Tommaso Sanseverino Conte di Montescaglioso, che lo menano a Buccino; e di là alle foci del Sele, ove si imbarca sulle galee genovesi che lo aspettavano.

Menava seco incatenati i cardinali, che sospettava a sè inimici e a Carlo favorevoli; non guari dopo li spense, ma prima li avea dati alla tortura; poi ne fa esiccare entro un forno i cadaveri; e questi chiusi in valigioni onoratamente coperti della porpora e del cappello cardinalizio, se li portava appresso, in dorso ai muli, fra le bagaglie che l’accompagnavano in viaggio; simbolo parlante di pace e di perdono ai nemici del Vicario di Cristo.

Carlo di Durazzo, morendo, lascia un figlio di dieci anni, che nel nome di Ladislao ebbe grande animo, fortunose vicende, e fama di alte geste e di tristissimi fatti.

A quel Luigi d’Angiò, che era morto a Bisceglie, tien dietro, nelle pretese al reame di Napoli, il figliuolo, a nome anch’esso Luigi che si disse II. Quindi, come di solito, lo stato si divide per lotte intestine tra i due competitori; i due papi della cattolicità a favorir l’uno contro l’altro i due, in sostegno della propria causa; e i baroni del reame a parteggiare per l’uno o per l’altro, con quanta onesta letizia, si pensi! dei popoli soggetti.

La città di Napoli tumultua agli incitamenti delle interne fazioni; il giovinetto re e la madre regina si chiudono in Gaeta; ed entra nella città, viceré, per Luigi d’Angiò, Tommaso Sanseverino. Gran parte dei baroni giurano fedeltà al nuovo arrivato, finchè la fortuna arrida. La quale, non guari dopo, piega ai favori di Ladislao, quando egli, sposando una ricca moglie, che ripudierà presto, trova quel tesoro di danaro, nerbo della guerra, che gli dànno abilità di assoldar gente d’armi e capitani di ventura. E con questi ausilii può vincere le resistenze delle terre di Abruzzi e del Duca di Sessa, potentissimo in Terra di Lavoro; e vinti che gli ebbe, ne viene ad assediar Napoli, che gli si arrende a buoni patti. Luigi d’Angiò non può resistere; s’imbarca, e torna in Provenza.

Allora il giovane re, rinvigorito dalla vittoria, intende che la debolezza del potere regio deriva dall’arroganza e dal prevalere dei grandi vassalli, che con le forze di loro grandi feudi dettano leggi al sovrano: e deriva la povertà della corona dallo smembramento dei grandi feudi, dati in appannaggio ai baroni, che di loro forze avrebbero dovuto in compenso servire in guerra al re, ma che ormai invertivano le parti. Prevalevano sugli altri il Duca di Sessa, cui era soggetta mezza Terra di Lavoro; il Principe di Taranto, cui era sommesso il Leccese e gran parte delle Puglie; Niccolò Ruffo, signore della Calabria catanzarese e reggiana; e i Sanseverino, che dominavano quasi tutta la Basilicata, il Cosentino, il Cilento2. Comincia la lotta aperta dello Stato contro il feudo, del re contro il feudatario; e quest’uomo che entra in lotta con quel senso morale del secolo, che si assommerà, nei Borgia, nei tirannelli di Romagna, nei capitani di ventura, marita senza scrupolo alla astuzia il tradimento, la perfidia alla forza. Dimanda in isposa la figliuola del Duca di Sessa; e invece ne svergogna la famiglia, ne abbatte i capi, ne occupa lo Stato. Va con la sua gente contro l’Orsino, Principe di Taranto; ma quegli che vede non poter resistere allo sforzo invadente, gli viene incontro, gli rende omaggio, e si sottomette; poi muore: e il re per averne gli Stati e i tesori, ne sposa la vedova, ma per soli tre dì è marito alla donna che abbandona. Il Ruffo, signore del Catansarese, gli fa resistenza aperta, ma è vinto; perde lo Stato e va in esilio. Usa forza e inganni contro i Sanseverino, numerosi quanto potenti.

E dice uno storico3:

«Ne fa carcerare quanti ne poté avere (e furono undici) in Castelnuovo, ove gli fa strangolare, e poi gittare, nei fossi di quello, ai cani: tra i quali incarcerati fu Tommaso, conte di Montescaglioso, con Guglielmo suo figliuolo; Vincilao, conte di Venosa e di Amalfi, con un suo figliuolo; Ugo, conte di Potenza; Luigi, conte di Melito e Belcastro; Arrigo, conte di Terranova; Gaspero, conte di Matera, e Ruggiero (conte di Tricarico), primogenito del Duca di Venosa con tre suoi fratelli. Alcuni di questi ultimi furono ritenuti prigioni. Gli altri Sanseverino, il conte di Nardò, il conte di Lauria, il conte di Marsico, fuggendo, si salvarono nel Castello di Taranto».

E questa fu la seconda persecuzione dei Sanseverino (conchiude lo storico stesso), essendo stata la prima a tempo dei re svevi.

Mandò ad occupare i loro Stati per la Basilicata e per la Calabria; e dove trovò resistenza pose assedio e prese d’assalto. Abbiamo notizia da superstiti documenti, che un suo condottiero, a nome Giovanni de Tritia4 campeggiò Saponara; e qui erano convenuti a difesa anche gli uomini di Spinoso, paese feudale dei Sanseverino anche questo. La città dopo qualche tempo si arrese nel 1405 ad equi patti; e questi furono: ampio indulto, rispetto alle leggi e consuetudini della città, e ai possessi dei cittadini, mantenimento pel regio dominio, e franchigia per parecchi anni dalle pubbliche gravezze. Qualche anno innanzi la città di Napoli arrendendosi al re che la strinse d’assedio, gli presentò i capitoli del trattato di resa, che il re giurava di concedere sotto forma di grazia5. Così fece la Saponara6.

Cresciuto di potenza, il giovane re aspira a maggiori destini oltre il Tronto; guerreggia a crescere dominio in Italia, e comincia coll’occupare Roma, che già il Papa aveva stretto una lega contro di lui, e chiamato al gran feudo di S. Chiesa Luigi d’Angiò, a cui dà l’investitura. Con questo novello pretendente si raccozzano i baroni ribelli e i Sanseverino; e con le costoro milizie e le papali e quelle che assolda dei capitani di ventura entra l’angioino alla conquista del regno. Ma fortuna o ingegno non lo seconda; il nerbo della guerra, i danari fanno difetto; e pure avendo egli rotto Ladislao sul Garigliano, non può venirne innanzi; e torna in Provenza. Ladislao a sua volta si spinge contro gli stati papali; ed occupa, per la quarta volta, la città di Roma; tratta con lo Sforza, il gran condottiere, che era a servizio del suo avversario; lo prende ai suoi stipendi; e per attaccarlo più stabilmente alla sua causa investe il figlio di lui, Francesco, di molte città e terre feudali nel regno; tra cui occorre di nominare Tricarico, Senise, Chiaromonte, Calciano, Salandra, Craco, Grassano7 che erano già dei Sanseverino. Ma nel fior dell’età e dei trionfi una febbre palustre gli tronca la vita nell’occupata Perugia il 1414. Ambizioso, animoso, irrequieto, astuto, con poche o punto virtù private e con punto scrupolo sulla scelta dei mezzi, ebbe in animo alti disegni, ma impari forse l’ingegno, e, di certo, impari gli strumenti ad eseguirli, che erano le milizie feudali, mal disposte e intermittenti e restie, e quelle compagnie di ventura venderecce e istabili e ladre.

Morì senza figli: la corona passò alla sorella Giovanna II, che, senza figliuoli anch’essa, e governata dalle volubili passioni di femmina, fu causa delle maggiori calamità al paese che le venne in dominio. Il pretendente d’Angiò si apparecchia per venire alla conquista del regno; il Papa le è inimico, perché Castel Sant’Angelo, della già occupata Roma, è ancora in presidio della corona di Napoli: il famoso Braccio di Mentone, ai soldi del Papa, è per venirne alle ostilità sul confine, e gli Abruzzi sono in fermento. Ella manda contro Braccio, l’altro non meno famoso capitano, che era lo Sforza: ma questi è vinto a Viterbo; e poiché tardano le paghe dal tesoro di Napoli (per intrighi dei cortigiani, come egli diceva) il capitano di ventura, secondo gli usi del tempo, lascia il servizio della regina, e si dà al competitore Luigi d’Angiò, che viene alla conquista del regno. Sforza lo precede in Abruzzi.

La regina in tanto frangente adotta per figlio ed erede Alfonso d’Aragona, che è re di Sicilia; e intanto che questi fa apparechi di un’armata di galee in di lei aiuto, essa viene a patti di pace col Papa; prende a soldo Braccio di Mentone contro lo Sforza. I due grandi condottieri, rovesciate le parti, sono a campo l’uno contro l’altro sui confini del regno: e mentre l’Angioino con buon numero di navi si mostra nelle acque di Napoli, lo Sforza per terra, che tende allo stesso obiettivo, è già padrone della linea del Garigliano, e occupa Aversa. Contro le squadre di Braccio, spedisce, a capo di mille cavalli, il capitano Tartaglia che era nato a Lavello, e che benchè avesse il nome di Angelo, è famoso nelle storie dei capitani di ventura pel nomignolo, che gli venne dal difetto all’organo della lingua8. In tutta questa genìa fortunosa di soldati mercenari il coraggio fino all’audacia e allo sbaraglio teneva luogo di ogni altra virtù, che mancava sì nei capi maggiori o minori, sì negli inferiori. Allo Sforza balena il sospetto che il Tartaglia sia entrato in segreti accordi con l’avversario Braccio; e vecchi rancori ripullulando in esso all’assillo del sospetto recente, detto fatto, lo fa prendere, mettere alla tortura, e mozzare il capo nella piazza di Aversa9.

Ma non tarda a cambiar la scena e le parti degli attori in questo dramma, che intramano, a flagello dei popoli, intrighi di cortigiani, passioni di femmine, leggerezze di consigli, ambizioni e invidie de’ grandi.

La regina annulla l’adozione di Alfonso, e adotta invece il figlio del pretendente Luigi d’Angió, che era in Roma. Pertanto lo Sforza viene in aiuto della regina, e tornando le terre dello Stato alla devozione di questa, non rimane al diseredato, ma non vinto Alfonso, che l’estrema parte del reame, la Calabria. E in tanto turbinare di eventi le invidie e le prepotenze dei feudatari accrescono torbidi e anarchia.

Il Principe di Taranto, con molto sforzo di cavalli e di fanti, va contro il Conte di Tricarico e il Conte di Matera, e s’impadronisce di queste ed altre città di casa Sanseverino: la regina gli fa ordini di restituirle; egli indugia, o ricusa; e quella gli manda contro, con molto nerbo di genti, il condottiero Giacomo Caldora e Luigi d’Angiò, che tolgono al riottoso lo stato di Taranto10. Tanto bastava; ed egli si dà alle parti di Alfonso.

Luigi, che da queste fazioni nel Leccese passa nella Calabria per combattervi Alfonso, muore a Cosenza. E la Regina, prima che anche essa muoia poco di poi nel 1435, accresce le divisioni degli animi e le ragioni di guerra, nominando a suo successore il fratello di Luigi, Renato d’Angiò.

Quindi i baroni di parte angioina mandano in Provenza a sollecitare l’avvento di questo Renato; i baroni di parte aragonese mandano in Sicilia a sollecitare Alfonso. In luogo di Renato, che era allora prigioniero di guerra in Borgogna, viene la moglie di lui Isabella; e con essa sono gli aiuti di Genova, sempre avversa ai Catalani, gli aiuti del Papa, e famosi capitani, come il Caldora. La fortuna incomincia dal sorridere alla virile donna; poiché nella famosa battaglia navale nelle acque di Ponza, le navi genovesi sbaragliano la flotta e fanno prigioniero con altri in gran numero Io stesso re Alfonso. Ma questi, dalla sua prigionia presso il Duca di Milano, esce non guari dopo, e più forte: la fortuna e la sua parte nel reame si rialzano; va e prende Gaeta; e assedia, benché invano questa prima volta, la città di Napoli. La guerra pel regno divampa: il Papa manda eserciti con a capo e condottiero un Patriarca, il famoso Vitelleschi, che entra nelle Puglie capitano di ventura, a sostenere la causa di Renato; a pro del quale e contro il Principe di Taranto, che è passato ad Alfonso, viene con le sue numerose forze il Caldora famoso. Il quale in queste fazioni di Puglia, saccheggiando e taglieggiando, secondo gli usi soldateschi del tempo, prende Lavello, prende Venosa, dà il sacco a Ruvo di Monte, e a Pescapagano; poi fa tregua col Principe, e passa in Abruzzo. Non guari dopo Alfonso lo compra a danaro, ed egli con le sue bande lascia in secco Renato, e passa negli Stati del Papa. Tempi, usi, costumi, governi non indegni dei barbari.

La disfatta di tanta forza strema difesa ed animo all’Angioino: gli aiuti genovesi per mare non sono bastevoli; gli sforzeschi ai suoi stipendi sono rotti e sbaragliati da Alfonso in Puglia, e le città della regione si dànno al vincitore. Il quale va contro Napoli; l’assedia nel 1442; vi penetra pel tramite delle acque condotte alla città; e vi è proclamato re.

NOTE

1. Che fosse spenta nel castello di Muro è affermato dal Costanzo, dal Summonte, dal Giannone (XXIII, 5), e sopratutto dalla tradizione.

Altri scrittori indicano invece o Aversa, o San Fele o San Felice (che è lo stesso) o un castello innominato di Puglia. — Nel Cronicon Siculum incerti auctoris, pubblicato la prima volta, con grande apparato di storia dal ch. prof. De Blasio, per incarico della Società di storia patria di Napoli, è detto a pag. 45 (Napoli, 1888):

Ann. dom. MCCCCLXXXII die sabati XXVIII, martii. V indic. dominus rex Carolus misit captivam dominam reginam Johannam et domin. Ottonem virum suum; dominam reginam ad castrum Muri, et dom. Ottonem ad castrum sancti Felis de provincia Basilicate… Que domina regina asseritur fuisse mortua in carcere dicti Castri Muri XII Julii ejusdem anni.

Che la tradizione del Muro fosse da tenersi verace, non fu più dubbio per me, quando nella bolla del 1386 di Clemente VII, trovai espressamente attestato che la regina fu spenta ivi — in eadem civitate, cujus etiam superius dominium ad eam spectabat… crudeliter ineterempta (Ap. UGHELLI, VI, 847). Il prof. De Blasio sullodato, riferendo le diverse affermazioni degli scrittori contemporanei o quasi; si appoggia anch’egli a questa testimonianza della bolla Clementina: a me piace trovarmi d’accordo con sì dotto uomo.

2. Delle diminuzioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle Memorie della prov. di Lucania. Napoli, 1732.

3. Nell’anno 1404. SUMMONTE, pag. 535 e con qualche variante dei nomi in altri scrittori. — Conf. TANSI, Hist. Monast. Montiscav. 105, e GATTA, Memorie della prov. di Lucania, 1732, 170.

4. Tra i condottieri al soldo di Ladislao si trova nominato nel COLLENUCCIO (Stor. lib. V, pag. 213, ediz. Venez. 1611) tra gli altri, un Zanin dalla Trezza, che è senza dubbio questo che è indicato nel testo secondo il documento nostro. È un nome a pronunzia veneta, con un casato o nomignolo, derivato, forse, da sue trecce di capelli eteroclite, come «l’enorme ciuffo, che usciva sulla fronte» ai bravi di D. Rodrigo, reliquie appunto dei soldati di ventura delle epoche procedenti.

5. Nel 1399 assediò Potenza: e della capitolazione con essa era, fino ai tempi dello storico della città, il canonico Viggiani, una Carta data in Campo felici, prope Potentiam, die 10 aprilis 1399 (Viggiani, pagina 78): ma nell’archivio della città oggi non si trova.

6. I capitoli della resa di Saponara, confermati dal re con diploma del 14 aprile 1405, dato in Castro novo (sic: nostro?) Salerni, sono pervenuti fino a noi, che li troviamo trascritti, dalla pergamena originale, nelle Memorie Grumentine-Saponariensi mss. ed inedite del dottor Ramaglia (di cui puoi vedere, se ti piace, la nostra illustrazione alla Leggenda di S. Laverio del MCLXII. Roma, 1881, p. 5).

7. SUMM. III, 553.

8. Angelo da Lavello era nato verso il 1370, come leggo nel libro del Bozza, che ne ha raccolto in un cenno biografico tutto «lo stato di servizio» e vuol dire il mutamento nei soldi e i precipui fatti d’armi, a cui prese parte fino all’anno 1421 che fu spento (ANGELO BOZZA, Il Vulture, ovvero Brevi Notizie di Barile, ecc. Rionero, 1889, pag. 114). — Da un libro di recente pubblicazione — La vita e le rime, di Simone Serdini, detto il Saviozzo, di G. Volpi. Torino, Bona, 1890. — sappiamo che il Serdini, senese, dal servizio di Malatesta di Bologna, passò come «cancelliere» o segretario a quello di Tartaglia; venne con lui nel reame di Napoli, ove cantò rime pel re Ladislao; ma caduto in sospetto dello stesso Tartaglia, per motivo non ben chiaro, questi lo fece imprigionare a Toscanella; ed ivi si uccise in carcere, nel 1419.

9. SUMMONTE, 593-4.

10. SUMM. 616.

CAPITOLO VIII

EMPI DELLA DINASTIA ARAGONESE

GUERRE, INCURSIONI, CONGIURE

Con l’avvento dei Re aragonesi comincia nella storia di Napoli l’albore de’ tempi moderni. Era apparsa manifesta per quasi un secolo, la debolezza del potere regio; si era vista della successione alla Corona la perpetua instabilità, non tanto dal difetto di prole del sovrano, quanto da quella catena canonico-feudale ribadita dai Re angioini, che ligava il reame alla sedia papale; la quale cambiando, o potendo cambiare indirizzo di politica ad ogni breve mutare di papi, manteneva, negli ambiziosi e riottosi signori del regno, speranze sempre vive di prossimi cambiamenti, e, con le vive speranze, fomite di congiure, lievito di rivolture.

La mancanza al potere regio di un esercito stabile, la conseguente dipendenza della Corona dal concorso malfermo delle milizie feudali; e quindi, per vincere o tenere in freno i riottosi dei grandi feudi, la necessità delle compagnie di ventura, che vendereccie e traditrici servivano chi le pagava fin che altri non le comprasse a migliore mercato, rendevano i re men di fatto che di nome sovrani. Emuli di essi e rivali, quando non inimici aperti o cospiratori, i grandi feudatari. Era su per giù la condizione di essere di tutte le monarchie del tempo; e la medesimezza dell’organica infermità portò, per la stessa natura delle cose, alla ricerca dello stesso rimedio la podestà regia nel secolo XV, costituendo nuclei di eserciti differenti dalle milizie feudali, deprimendo i grandi vassalli, ossia i grandi feudatari; e ingegnandosi innanzi tutto di costituire al tesoro regio sicurezza di reddito, mercé stabili contribuzioni.

La nota caratteristica dei Re aragonesi nella storia napoletana fu appunto l’abbassamento cosciente dei grandi feudatarii contro il re, e l’elevamento, non sempre consapevole, della classe borghese, mercé un largheggiare di ufficii o di titoli nobiliari. Alfonso, dai principi del suo regno, intese a stabilire su gli abitatori di tutte le terre, regie o feudali, una contribuzione fissa in ragione dei fuochi; e un certo nucleo, quantunque non numeroso, di genti d’arme stabili. Perché il figlio, che era bastardo, riconoscessero alla futura successione al trono, concesse la giurisdizione anche criminale ai baroni nei loro feudi; il che ne accrebbe verso i vassalli la prepotenza; ma e lui stesso e la sua casa mai non ismisero il segreto intento di togliere o menomare nei baroni la facoltà di avere a loro servizio gente d’armi numerosa, e nei loro stati fortezze con proprii presidii in assetto di guerra; il che era uno dei gravami, di cui si sentivano più vivamente tocchi i grandi baroni.

Questo indirizzo di governo crebbe di efficacia sotto Ferrante successore ad Alfonso e i baroni a rodere il freno, a stringere trame, e, come di solito, a rivolgersi di qua e di là fuori del regno per offrire il cavallo e la sella a nuovo cavaliere. Fatte col re d’Aragona pratiche che non approdarono, trassero all’impresa del regno Giovanni d’Angiò, figlio del già re Renato, auspici primi il principe di Taranto, il principe di Rossano, il marchese di Cotrone, il duca di Atri. Con gli aiuti del Papa, che mai non veniva meno al concetto di torcere filo a tutte le trame interne del reame di Napoli, e con gli aiuti di Francia e di Genova, venne nel regno Giovanni d’Angiò; e le cose di re Ferrante piegano a mal partito. Capitanata, le Puglie, l’estrema Calabria, l’estremo Abruzzo per opera dei baroni aderiscono a re Giovanni; il duca di Melfi, il conte di Avellino, il conte di Pulcino o Buccino vennero a fargli omaggio. «Tutto Principato, Basilicata, e Calabria fino a Cosenza (dice Giannone) alzò le bandiere angioine»1. Ma da tanta iattura salvarono Ferdinando sì l’animo intrepido, sì i soccorsi che gli vennero dal duca di Milano, questa volta da un novello Papa, dagli Albanesi di Giorgio Scanderbeg, e segnatamente dai baroni di Casa Sanseverino.

Il conte di Marsico, di questa Casa, e capo de’ Guelfi, trattò col re; ne ebbe in feudo e in titolo il principato di Salerno, che lo innalzava su tutti i suoi pari di potenza e di bellezza, tal che volle col titolo di principe il diritto sovrano di battere moneta, anzi il re gli riconobbe finanche, per pubblico trattato, il dritto — come si ha a dirlo? — di potere impunemente fare uccidere in qualsiasi parte del regno quei di casa Capano, già suoi vassalli nel Cilento2; a tanto era giunta l’arroganza degli uni e l’abbassamento dell’altro! Questo novello principe di Salerno trasse alla parte del re gli altri numerosi e potenti di casa Sanseverino; e per essi il Principato con il Cilento e con il vallo di Diano, gran parte di Basilicata: e vuol dire che grande parte del paese sul Tirreno di terre sanseverinesche furono col re e l’afforzarono. E sollevandosi per cotesti aiuti la fortuna del re, cadeva l’animo ambizioso degli avversi signori; sicché parve loro spediente di far pratiche di pace, che il Re venne loro concedendo con animo non sempre leale, covando vendette, che gli accrebbero mala fama presso i contemporanei e gli avvenire.

Il fato della storia premeva tutti; la situazione delle cose s’imponeva a tutti. La potestà regia e la feudalità nati e vissuti lungo tempo l’un per l’altro e d’accordo, erano venuti, a termine del loro ciclo, in aperta lotta; il contrasto non poteva altrimenti sciogliersi che col prevalere dell’uno sull’altro; ma col prevalere della feudalità era lo sminuzzamento degli Stati, il disgregamento delle nazioni; col prevalere della monarchia, l’aggregamento di piccoli o minori Stati in grandi, e di popoli in nazioni; e col prevalere di essa man mano l’espandersi dell’eguaglianza civile.

Questo contrasto del momento storico ebbe scioglimento nel Napoletano con la famosa tragedia, che è detta della Congiura dei Baroni. La quale per due atti suoi si svolge in Basilicata, a Melfi ed a Miglionico, per opera non di popolo, e non pel popolo, ma dei suoi signori.

Questi vivevano nei loro castelli in mala contentezza del Re e del Duca di Calabria Alfonso, suo primogenito, che in opere e in parole si chiariva più del re stesso apertamente avverso al baronaggio: ma vennero in più presentanei sospetti di pessimi eventi, poiché il potere della regia casa prendeva vigore per le prospere sorti della guerra d’Otranto; donde aveva cacciato i Turchi.

E giunto che fu allora alla sede pontificia un Papa che si mostrò avverso al re di Napoli, i tristi umori non tardarono a dar fuori in palesi eruzioni, auspice e complice questo papa Innocenzio VIII, cupido di alti destini per un suo figliuolo; e, come genovese che egli era, e giù di mal animo al prevalere dei Catalani, della Spagna, della Sicilia e di Napoli nel Mediterraneo.

I più potenti baroni dei regno, il principe di Salerno, capo dei Sanseverino, e il principe d’Altamura del Balzo distesero la trama; vi concorsero aderendo i ministri stessi del re. E per intessere l’ordito e per accontarsi, dai loro sparsi castelli, in qualche luogo senza dare esca ai sospetti del re, vengono alle nozze, che celebra in Melfi il figliuolo del duca di questa città con una figliuola del conte di Capaccio, di casa Sanseverino, e la sposa in grande pompa e corteo accompagnano dalla terra di Padula, che è nel vallo di Teggiano, a Melfi. Qui l’allegro strepito delle feste copre gli occulti consigli: applaudono alle promesse del Papa che darebbe l’investitura del regno a Renato d’Angiò; aderiscono di mandare sollecitazioni all’uno e all’altro, e intanto si afforzeranno d’armi e scudi. Il Re, che ne ha sentore, si affretta a spezzar la trama d’un colpo, e va e mette mano sulla persona e sugli stati del conte di Nola e di altri feudatarii: e il colpo ardito dà un crollo ai congiurati, che sperano e dubitano di quel Renato, che è sollecitato e non viene. In questo titubare delle due parti il re, o che tema o che simuli, fa note intenzioni di pace e promesse di perdono; e i baroni tra lo sprone dell’odio e il freno della paura si mostrano non avversi agli accordi.

Girolamo Sanseverino, principe di Bisignano e barone di Miglionico, li riunisce nel suo castello di Miglionico; ed ivi stesso il re, invitato agli accordi, inviò i suoi delegati.

I quali convennero in taluni patti, che, essendo condizioni anzi di tregua, gravide di guerra, che di pace, chiariscono lo spirito di quel complesso di cose, onde era emersa la lotta; poiché dimandarono i baroni, e i delegati del re assentirono, fra altri patti, che fosse permesso ai feudatarii di guardare con loro genti le loro rocche, e con loro proprie genti d’armi i loro stati; e che non fossero obbligati a venirne di persona al Re, pel servizio feudale dovuto, o se altrimenti richiesti, ma bastasse invece assolvere al debito o all’invito per via di procuratore. I patti concordati era necessario li approvasse il re, e richiesero che il Re venisse ad approvarli; e il Re venne, il 10 settembre del 1485, nella terra di Miglionico, e con esso la regina, e poi il duca di Calabria. Il Re approvò; e lasciando la terra di Miglionico, i baroni con grande mostra d’onore gli fecero corteo fino in Terra di Lavoro; e qui tolsero commiato da lui con ogni riverenza3. Ma chi delle due parti era in buona fede?

Forse nessuna. E i baroni, a consiglio del principe di Salerno, tentano di trarre ai loro intendimenti il figlio secondogenito del Re, che rifiuta l’offerta corona; ed è tenuto prigioniero: sicché quelli si scoprono, ed alzano bandiere papali rompendo in aperta ribellione. Il re, a tagliar la radice della stessa gramigna in terra sua, va diritto contro le terre del papa; assedia Roma; devasta il paese; e quegli, che non può tener fermo ed è premuto dai cardinali e dai suoi, piega alla pace col re; e negli accordi conchiusi raccomanda il perdono ai baroni del regno; e il re promette.

Ma la parola non mantenne; e con perfidia lungamente covata venne contro di essi a tali vendette che ne risonò l’eco in Europa. I maggiorenti furono spenti o scamparono profughi; i maggiori feudi tornarono al re, che prese possesso delle castella fortificate, provvedendo di persona il Duca di Calabria a visitarle, e ripararne o crescerne i fortilizii, e munirli di castellani e gente fidata.

Nemesi, ministra dell’antico fato, punisce anche chi, in esercizio del suo diritto, offendeva il diritto altrui. Dal sangue di tante vittime non tardò a germogliare vendetta; e venne Carlo VIII, ma venne senza ostacoli (1485); vinse senza combattere; e ripartì senza gloria; e non occorre ripetere qui cose universalmente note e non peculiarmente necessarie al nostro subietto. Partendo lasciò nel regno presidii di gente d’armi e di fanti francesi, inglesi, tedeschi; e il Duca di Montpensier fu suo vicario e capitan generale.

Allora i baroni del regno, mal satisfatti di re Carlo per non concessi premi, e i Napoletani, «gente (è vero) sopra ogni altra mutabile»4, ma già stanca delle cupidigie, delle libidini, delle arroganze degli invasori, volgono gli animi a richiamare il re di Napoli, che era fuggito in Sicilia; e questi viene in terra ferma, ottenuti aiuti d’armi e di naviglio dal re Cattolico, suo parente, che mal poteva gradire il prevalere della Francia in Italia. Con questi aiuti combatte virilmente, e riconquista il regno.

L’ultimo scontro dei due eserciti ebbe luogo presso Atella.

I Francesi, al comando del generalissimo Montpensier, venendo da Ariano, intendevano, per la valle dell’alto Ofanto, di passare pel Melfese in Puglia; ma avendo alle calcagna le squadre del re Ferrante, sostarono al paese di Atella, che cinto qual era di mura e in posto elevato, parve al Montpensier luogo atto alle difese, per aspettare gli eventi; e intanto fa occupare Ripacandida ed altri luoghi d’intorno per provvedere alle necessità delle vettovaglie. Il giorno 18 giugno del 1496 entrò in Atella, che si rese senza resistenza, e, non ostante, fu saccheggiata5, «secondo il loro consueto» come dice dei francesi, nei suoi Diarii, Marino Sanuto, parlando appunto di questa fazione.

Erano un 4200 fanti e 200 uomini di arme.

L’esercito del Re giunse nelle circostanze della città stessa il 23 di giugno, e si apre subito un saluto di artiglieria; il giorno innanzi erano ivi arrivati, avanguardia e foraggiatori, gli stradiotti della Serenissima, alleata al Re. Ma il blocco comincia a stringere quando arriva Consalvo. Quegli veniva dalla Calabria, ove, tra parecchie altre terre, ebbe preso di forza il ben munito caslello di Laino6. Era giunto il 22 a Potenza, il 23 a Muro, e non prima del 24 poté avvivare presso Atella, a capo di mille fanti, di trecento cavalli e settanta uomini di arme. Assai più tardi vennero al campo del re le genti del Papa, alleato con esso; e la città circondarono da tre parti i tre accampamenti delle genti napoletane, delle veneziane e delle spagnuole.

Lieti di aver chiuso in trappola i Francesi, e deliberati di prenderli per fame, fu avvedimento dell’una delle due parti il guardare i passi che dalla città non isfuggissero e non vi ricevessero vettovaglie; fu intendimento dall’altra il mandar fuori foraggiatori sostenuti da uomini di arme a raccattare animali, frumento, strame, e per tenere aperte le comunicazioni per a Venosa che era in potere dei loro, e in loro potere la fiumana sottostante Atella, ad abbeverare i cavalli.

Il 30 di giugno i regi occupano, con grosso presidio, la via per a Venosa, e abbruciano cinque dei mulini posti sul corso dell’acqua atellese; gli assediati, a riparo della temuta e prossima mancanza di vettovaglie, sollevano la piazza da bocche inutili, e nel primo giorno di luglio e nei tre consecutivi, cacciano di forza fuori le mure, con la spada nelle reni, le donne, i vecchi, i fanciulli, inutili braccia alla difesa. Una sortita di Paolo Orsini e di Paolo Vitelli, con grossa mano di uomini di arme e foraggiatori per Venosa, è respinta il 5 di luglio e fatta a pezzi; i capi scampano e con essi i baroni napoletani fautori di Francia7. Diventava sempre più manifesta agli assedianti la necessità di chiudere efficacemente la via per Venosa, onde veniva sussidio di vettovaglie agli assediati, e il Re e Consalvo, l’8 di luglio, vanno all’assalto di Ripa Candida; e questa, dopo onorata resistenza del presidio, si arrende e le comunicazioni tra Atella e Venosa vengono tagliate.

L’investimento si fa più stretto; la condizione degli assediati più grave, quando l’ultimo mulino degli atellesi è bruciato, e il Re occupa di forza la chiesa di Santa Maria di Vitalba, che era agli assediati opera avanzata a guardia del fiume ove abbeveravano i cavalli. La guarnigione è costretta a cibarsi di grano cotto e carne di giumento; e non altrimenti sostentare i cavalli che dei pampini delle vigne.

Cominciano le aperture per trattare un accordo; il giorno 14 va il signor de Persy, legato del Montpensier, alle tende del Re, e le trattative dibattute e respinte, sono riattaccate il 19. L’accordo può dirsi conchiuso il 20 luglio: il Re concedeva ai Francesi un mese di tregua ad aspettare sperati o possibili soccorsi; trascorso il termine, l’esercito, al comando del Montpensier, avrebbe lasciato le terre napoletane. Il trattato che era capitolazione della città e di tutto l’esercito non venne sottoscritto che nel sabato 23 luglio del 1496. E in questo stringere delle cose, con un articolo aggiunto all’ultima ora, la tregua già pattuita di un mese, è ridotta a diciannove giorni, a contare dal 23 di luglio. Quindi la uscita dei Francesi da Atella era stabilita pel giorno 10 di agosto.

Non pertanto essi ne uscirono prima, tra il 30 di luglio e il 1º di agosto; poiché la città fu consegnata al Re, con le artiglierie, le munizioni e i pochi viveri dell’esercito, nel giorno 2 o 3 di agosto.

L’abbreviazione del termine pare avvenuta per un ulteriore patto: mancava al Montpensier il danaro necessario alle paghe arretrate delle sue genti e dei suoi svizzeri tumultuanti, che erano pronti di passare all’inimico; chiese egli al Re un imprestito di diecimila ducati e il Re consentì, ma volle accelerato il termine della tregua8.

L’assedio ebbe la durata di trenta ed un giorno; quaranta circa durò l’occupazione dei Francesi; e con essi di italiani stessi e di svizzeri ed alamanni-lanzichenecchi, ai soldi di Francia.

Anche oggi ai contadino che scava la terra nei campi di Atella accade d’incontrare, stupito, taluna di quelle ferree testimonianze dell’assedio della città, che è una rugginosa palla di cannone. E l’arma blasonica della città ne conserva il simbolo ed il ricordo: una leonessa che levata in alto la zampa palleggia un globo.

Ma non passa molto tempo, e la breve quiete del regno è rotta da una guerra fatta famosa, men per alte imprese di valore, che per uno dei più grandi esempii di perfidia umana.

Ferdinando il Cattolico, che aveva mandato col gran Consalvo forze di terra e di mare in sostegno de’ re di Napoli, suoi parenti ed alleati, contro Carlo VIII, entrò in segreti accordi con Luigi XII, figlio di Carlo testé morto; e convengono, di cuor lieto e leggiero, di spartirsi da buoni amici e cugini lo stato di Napoli. Quindi dall’un capo e dall’altro del reame entrano le loro genti; e quei di Spagna sotto la maschera di aiuto a Federico! Ma è smessa presto la maschera; i due si dànno la mano, e non isprecano fatica a sopraffare il derelitto e tradito re.

Però i regii ladroni non ispartiscono a dovere la preda; e rinasce tra loro la guerra, che è condotta dal gran Consalvo da un lato, e dal Duca di Nemours con i suoi francesi dall’altra. Questo insigne intreccio di un dramma da masnadieri ebbe una scena degna di Truffaldino, nella città di Potenza; ed è debito di ricordarla.

I due eserciti erano di fronte con l’arme in pugno; ma prima di venirne all’urto, i capi trattavano per isciogliere il disaccordo: pomo del contrasto era la Capitanata; qui scendevano a svernare le greggi dell’alto Appennino, e di là fluivano le ricche entrate delle gabelle nel tesoro del re di Napoli. Il Duca di Nemours, che aveva occupata Melfi, e Consalvo che era nella prossima Atella convennero a colloquio a mezza strada tra le due città, e li accolse, nel marzo del 1502, quella chiesetta di S. Antonio di Vienna, che oggi è prossima all’abitato di Rionero9. Ivi i due capi assistono alla messa; nominano i legati alle trattative; poi legati e dottori disputano molto, e su e giù si va più giorni tra Melfi ed Atella; ma non sciolsero il nodo geografico le ragioni degli uni, le pergamene degli altri! Convennero sì in un mezzo termine che aveva l’apparenza di non precludere la via ai futuri accordi; le terre in disputa sul controverso confine si considerassero come possedute in comune, e innalzerebbero perciò la bandiera dei due sovrani; e in comune e in eguali parti si riscuotessero i dazi della dogana delle pecore. Intanto, a segnare la precisa linea di spartimento, dopo raccolte migliori informazioni, si davano la posta nella città di Potenza i due capi supremi pel giorno 15 marzo del 1502.

Questo giorno infatti arriva a Potenza il Duca di Nemours con grande calca di cavalieri e di fautori della causa di Francia, tra’ quali i principi di Salerno, di Bisignano e di Melfi. Aspetta egli tre lunghi giorni; ma il Gran Consalvo non viene. Allora chiama egli alla sua presenza in forma solenne, notaio, giudici e testimonii, ed ordina sia, per atto pubblico, attestato il fatto della fede promessa e mancata; enumera gli aggravi del Re Cattolico alla Francia; si querela della non rispettata neutralità delle terre indivise; protesta dei danni ed interessi; chiama Dio in testimonio; e fa chiudere con le solennità de’ riti curialeschi l’atto che aveva ordinato «a cautela del Cristianissimo Re» e partì.

Dopo alquanti giorni arriva a Potenza con minor seguito, ma non minore sussieguo, un Commissario generale di Sua Maestà Cattolica, e si chiama Don Palacios. Va difilato al Duomo; e fatto quivi venire anche lui «giudice a contratti», notaio e testimonii, fa scrivere un atto che ha la data del 1º aprile 1502, e che porta — ironia delle formole! — l’intestazione solenne delle due Maestà, che si contendevano la preda reale.

In questo atto il notaio attesta che:

«ci portammo alla venerabile cattedrale della Chiesa di S. Gerardo; e quivi perquisimmo diligentemente alcuni libri che furono a noi mostrati dai mostrati dai clerici a preghiera del predetto signore Don Palacio; e in un certo antiquissimo libro intitolato La Leggenda di San Gherardo ritrovammo un Inno, non cancellato, non abolito, non dubbio, né in quale che siasi parte sospsetto; ma di chiara lettera, e franco di qualsiasi viziature; il quale Inno noi abbiamo visto, lo abbiamo letto, ed è del tenore seguente:

Praesens adest memoria Sancti Gerardi gloria,

Quem celebrat Potentia, urbs solemnis Apuliae,

Cujus dotata corpore, tanquam thesauro nobili…

E conchiude:

«Il regio Commissario generale Don Palacio, asserendo essere utile e necessario e confacente molto ai diritti e alle cautele delle Loro Cattoliche Maestà, richiese noi, notaio e giudice, di copiarlo nel presente istromento, che redigiamo in forma pubblica, a cautela delle Cattoliche Maestà, ecc. ecc.»10.

Così la lealtà delle Loro Maestà Cattolica e Cristianissima si rispecchiava nella lealtà dei loro vicarii e luogotenenti. Il dissidio ruppe in guerra; e manomesse le provincie della Puglia, di Calabria, di Basilicata11 e di Principato, la partita fu vinta in fine dalle armi di Spagna, mercé la battaglia ultima, data sul Garigliano nel gennaio del 1504. La pace fu fatta. Il regno di Napoli restò provincia avvinta al carro della Monarchia spagnuola.

Poi la guerra riaccese di nuovo trai due emuli e competitori Carlo V e Francesco I; e di loro gare sanguinose divenne campo l’Italia, a fatale premio di preponderanza pel vincitore.

La lega detta «Santissima» stretta tra il Papa, il Re di Francia e i Veneziani nel 1526 contro Carlo V, Cesare portò i turbamenti e le calamità della guerra per le spiaggie del Napolitano, ebbe a suo danno l’episodio violento e famoso del sacco di Roma, e l’impresa, contro il reame, di triste fine, capitanata dal Lautrec per parte di Francia.

Il Lautrec nel febbraio del 1528 entrò nei confini del regno e per la regione dell’Adriatico si condusse nelle Puglie; mentre lo stesso esercito di Sua Maestà Cattolica che aveva saccheggiato Roma e tenuto prigione il Papa, veniva a difendere il regno, al comando dell’Obigny. Al 22 del mese di marzo il Lautrec arriva nelle campagne di Melfi; e accampando presso il ponte di S. Venere, nel piano della Leonessa12, manda all’espugnazione della città di Melfi il famoso Pietro Navarro.

A difendere la città era già arrivato l’animoso suo feudatario, Ser Gianni Caracciolo con duo compagnie di Spagnuoli e quattro d’Italiani13 e con la sua banda di uomini in armi. Il Navarro moveva all’attacco con fanti guasconi, con le famose Bande nere toscane e con due cannoni. La difesa fu tenace ed onorata, come fu duro l’attacco. Con i due pezzi d’artiglieria puntati all’offesa,

«il Navarro — scrive il Guicciardini — avendo fatto piccola rottura (alla cinta di difesa) i Guasconi si ripresentarono alle mura, e le Bande nere con maggiore impeto, contro l’ordine dei capitani fecero il medesimo. E facendo l’una nazione a gara con l’altra, battendogli gli archibusi dai fianchi, furono ributtati con morte di molti Guasconi e di circa sessanta delle Bande nere. Ebbero la sera medesima una battitura quasi eguale, essendo tornati al tardi, perché era stata continuata la batteria, a dare un altro assalto. Ma la notte vennero in campo nuove artiglierie mandate da Lautrec; con le quali avendo la mattina seguente fatte due batterie grandi, i villani, che vi erano dentro molti, cominciarono per paura a tumultuare: per timore del quale tumulto occupati i soldati, che erano circa seicento, abbandonarono la difesa; onde quegli del campo, entrati dentro ammazzarono tutti i villani e gli uomini della terra. Fu salvato il principe (di Melfi) con pochi dei suoi; gli altri tutti ammazzati; saccheggiata la terra, e morti in tutto tremila uomini»14.

Il Navarro dal suo canto vi perdette un seicento soldati di ogni sorte15. — La tradizione locale non si accorda con la storia scritta; e sarebbe maravigliosa cosa, se la tradizione fosse mai conforme alla storia! essa assevera superlativamente grande la moltitudine dei morti; e, immemore della breccia aperta alla cinta delle mura, dice che i nemici entrarono in città per tradimento di taluni cittadini, dei quali ripete ancora i nomi vituperati; poi, quasi a riscatto del fatto infame, ricorda con vivo orgoglio il nome di un popolano, che con fiero ardimento prostrò a terra nel sangue moltissimi dei nemici, prima di cadere spento egli stesso16. Il 23 marzo giorno della grande ruina, fu detto essere il giorno di Pasqua: una malaugurata Pasqua, onde ebbe principio il decadimento della città dall’antico suo grado di ricchezza e di splendore.

L’atroce caso di Melfi decise le città circonvicine ad arendersi17; e si rese a discrezione la rocca di Venosa, guardata com’era da 250 spagnuoli, non appena il Navarro con i suoi 4000 fanti si apparecchia all’assalto. Vincitore per la Puglia, l’esercito francese volge il cammino alla volta di Napoli, e la stringe di un assedio, che approdò a nulla. La malaria spense Lotrecco, decimò l’esercito; e questo si sciolse. Quindi la pace di Cambrai nell’agosto del 1529 ribadisce il fatto della preponderanza spagnuola in Italia, e, come provincia, attaccata alla monarchia della Spagna, il reame di Napoli.

La perduta indipendenza, la conseguente condizione di provincia, che vuol dire l’assoggettamento degli interessi napoletani a quelli della lontana e grande monarchia; l’annuale reddito del reame consumato non per esso e fuori di esso; l’amministrazione spagnuola di sua natura torpida, ignava e sospettosa produssero quel profondo abbassamento della civiltà napoletana, che è risaputo; e che inoculò nel sangue del paese quella più grave infermità dell’opinione pubblica, per cui l’ideale della vita fu visto unicamente nel fasto e nelle vanità, nel prepotere e nell’ozio.

Però non vogliamo dimenticare questo, cioè, che, almeno, i popoli quetarono dalle calamità delle guerre guerreggiate su per ogni zolla, di terra napoletana, come fu nei due secoli precedenti. Ebbero, è vero, scorrerie di corsati per le mal difese coste, violenze di briganti a schiere per l’interno, soprusi di prepotenti nella convivenza civile; ebbero leggi insane e per le leggi e sulle leggi l’arbitrio; ma ebbero due secoli di pace interna; pace non gloriosa e forse non decorosa, ma di certo più proficua e gradita ai popoli, che non le ricorrenti invasioni, e le perpetue fazioni di guerre dinastiche e feudali dei secoli XIII, XIV E XV.

NOTE

1. GIANNONE, Storia civile, XXVII, I.

2. In BIANCHINI, Storia delle Finanze deI R. napol. 1839, lib. V, I.

3. Il castello di Miglionico, che è ancora in piedi, ma ischeletrito dal tempo, viene descritto in una monografia della città, come

«fiancheggiato da sette torrioni; due dei quali agli angoli di dietro sono formati a doppie torri; più quattro bastioni a scarpa con le loro sommità coronati di merli». (RICCIARDI, Notizie storiche di Miglionico. Napoli 1869, p. 108).

Una grande stanza di questo edificio era ed è detta Sala del malconsiglio, dalla tradizione locale, che ritiene ivi si radunasse l’assemblea cospiratrice. La volta e il pavimento di cotesto grande ambiente (lungo metri 28 e largo 8) rovinarono dal tremuoto del 16 dicembre 1857; oggi è ripartito in minori stanze per uso di abitazioni popolane. (id. ibid. p. 183).

Nelle Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491), di Joanpaolo Leostello, segretario del Duca (pubblicate dal principe Filangieri nei Documenti per la storia delle arti napoletane. Napoli 1883, vol. I, 144) si legge:

«Die XVII (januarii 1488), il Duca venne alloggiare a Matera… Et postea equitavit et ando ad alloggiare a Miglionico, lo quale li villani lo chiamano male consiglio, perché loco (costà) li baroni tutti insieme fecero consiglio et dyeta…».

4. Parole di GIANNONE, XXIX. 2. — GUICCIARD. lib. II, p. 172.

5. Nel giornale del PASSARO si legge (pag. 100):

«Et jonsero (i Francesi) ad una terra nominata l’Atella; et subito si arrendio; et pigliata che l’ebbero… incomensorla a mettere a sacco». — Il Commines, Memorie (lib. 8°, cap, 2), ricorda che il Savonarola predicava che una fiera percossa sarebbe permessa da Dio contro Carlo VIII «per aver tollerato che le sue genti rubino o saccheggino i popoli e così gli amici e quelli che gli aprivano spontaneamente le porte, come i nemici».

6. GUICCIARD. lib. III, c. 3.

7. Specialmente il principe di Salerno o quello di Bisignano Sanseverino, che uscirono da Atella ricorda il Passaro, nel suo Giornale (pag. 102), per fomentare sollevamenti, e molestie contro la causa reale.

Dopo cacciati i Francesi dal regno e incoronato a Napoli il nuovo re Federico d’Aragona, che fece generale amnistia, questo principe di Salerno, Antonello Sanseverino, fu il solo dei baroni che non piegò al re, e si tenne in disparte, sospettoso ed ostile. Fortificò i castelli dei suoi stati, quei di Salerno, di Diano, di Sala (Consilina), di Agropoli, di Castellabate, di Laino, di Rocca Imperiale sul Jonio, ed altri per l’interno, come Lauria, Marsico, Saponara. Nell’ottobre del 1497 il re Federico venne con forte esercito ad assediarlo in Diano: e durò un pezzo l’impresa (v. al cap. X); ma in fine al principe fu forza di capitolare; e cedendo al re le fortezze e i suoi stati, usciva dal regno con i figli e nipoti, il conte di Marsico, il conte di Lauria, e ne andò a Sinigaglia, quindi a Venezia e in Francia, mai non restando d’incitare nemici al re, e invasori al reame.

I capitoli del trattato di resa, con data In nostris felicibus Castris ante Dianum, die 17 decembris 1497, furono pubblicati dal Gatta, Memorie topogr. istor. della Lucania. Napoli, 1732, pag. 446.

8. Conf. una nostra Nota Cronologica sulla Capitolaz. di Atella. Lettera all’on. G. Fortunato, pubblicata nell’Archiv. Stor. delle prov. napolet. Anno 1891.

Le notizie sono tratte, spezialmente, dai famosi Diarii di MARINO SANUTO, di recente stampa, ove è riportato il trattato di capitolazione. — Il Comines dice vituperosissimo il trattato (Memor. lib. VIII). Anche GIOVIO discorre della fazione di Atella, e con qualche larghezza, ma vaga; e qui giova ricordare che nella versione italiana di quelle di lui Istorie (Venezia, 1560, lib. IV, 174), il DOMENICHI, traduttore, confonde, traduce e ripete sempre Aversa per Atella, scambiando l’antica Atella, Campana, con la odierna Atella di Basilicata.

9. Vedi in Rassegna Pugliese, di Trani, febbraio 1898, un bell’articolo di A. Cappiello su questa chiesetta, col passo dello storico spagnuolo Zurìta; del quale però io non accetto la nota cronologica.

10. Gli atti di notaio sono pubblicati nelle «Memorie della città di Potenza» del cantore G. VIGGIANI. — In SUMMONTE, vol. vol. 3°, lib. 6, p. 541, si legge:

«… Il gran Capitano si difendeva con testimonii, scritture e leggi, facendo veder chiaramente che tutte le terre, delle quali si contendeva tra loro, erano comprese nei termini della Puglia…».

11. In una delle molte fazioni di questa guerra, che ebbe imprese di maggior momento in Puglia (ove la battaglia di Cerignola dié un crollo alla causa francese e tolse la vita al Nemours), si trova ricordato presso il Parrino, che «il vescovo Puderico era stato assediato dai Francesi in Laurenzana, terra di Basilicata; ma con grande destrezza e valore la preservò dal loro impeto» (Teatro del governo de’ Viceré. — Vita di Consalvo, vol. I, 102).

Vi si legge inoltre che Consalvo mandò

«Bartolomeo di Alviano contro Luigi d’Arvis, che coi suoi aderenti scampati dalla rotta della Cerignola, eransi impadroniti delle città di Venosa, Atella ed Altamura, dalle quali furono immantinenti dall’Alviano scacciati». — Ibid. 108.

12. GUICCIARDINI, lib. 18, 92. — ARANEO, Stor. Melfi, pag. 344.

13. GIOVIO, Le istorie, ecc. lib. 25.

14. GUICCIARDINI, Le storie, lib. 18.

15. GIOVIO, Istorie, lib. 25, che però non parla di questi tumulti interni del popolo.

16. ARANEO, Notizie storiche di Melfi, pag. 346. — E con le frangie delle fantasie popolari in BRIENZA, Il martirologio della Lucania. Potenza, 1883, pag. 29.

17. GUICCIARD. ibidem.

CAPITOLO IX

LA CHIESA E GLI ORDINAMENTI GERARCHICI ECCLESIASTICI DELLA PROVINCIA

Come e quando la novella religione del vangelo si sparse per la regione della Lucania, non si sa: è lecito supporre che si diffondesse piuttosto dal centro dell’impero alle provincie; anziché, dando fede alle tradizioni di talune chiese, riattaccare le origini di esse ai viaggi dei due principali apostoli a Roma, quando, approdati essi a Reggio o a Brindisi, attraversarono il paese intermedio fino al Tevere. Di queste tradizioni epicorie, se la pietà può esserne edificata, non ne sarà edificata la storia. Né la storia potrebbe riposare sulla fede di quegli Atti di martiri, che narrano le persecuzioni di sangue ai neocredenti dei tempi di Diocleziano, di Valentiniano, di Costantino: sono documenti di pietà, non titoli di storia. Se nella ricca miniera della letteratura agiografica medioevale ogni tratto di paese, ogni città di qualche importanza trova testimonianze domestiche di questi generosi propugnatori dei dritti della coscienza contro le prepotenze dei tiranni civili o spirituali, per la regione nostra non mancano le memorie. E qui incontreremo la falange dei dodici fratelli di Africa, spenti di scure per la fede di Cristo parte a Potenza, parte a Venosa; altrove è S. Vito, un maraviglioso fanciullo nato in Sicilia, che dal luogo ove è spento è detto Lucano, poiché alle persecuzioni di Diocleziano egli muore con l’aio e la nutrice sua sulle sponde del fiume Sele. Altrove sono i tre fratelli Vittore, Cassandro e Senatore decapitati con la madre Numanzia presso Venosa; a Grumento è Laverio, che predicò primo la fede novella ai popoli di quella città e ne fu punito nel capo, ai tempi di Costantino Magno1. Ma, tacendo degli altri monumenti, questi che più da vicino ci toccano, non possono avere valore di storia tanto da appagare una critica ancorché discreta; perché se non fossero (come sono) scritture di tempi molto lontani dai fatti che raccontano, l’intenzione di esse ad edificare l’animo dei fedeli è così spinta e così manifesta, che l’obbiettività del testimonio svanisce, e quello che afferma è sospetto. D’altra parte, lo stesso genere di persecuzioni e la stessa qualità di tormenti che si ripetono da per dovunque, la stessa macchina di un maraviglioso stereotipo, la stessa mancanza di dati obbiettivi peculiari alla storia del tempo c del luogo, lo stesso identico stampo formale della ma¬teria che si manipola, ne mostrano, da un lato, l’inanità loro quanto a titoli di storia; e da un altro lato la loro prevalente affinità ai prodotti poetici della mente popolare. Non vorremo negare però che questa poté trarne la ispirazione e le mosse da pie tradizioni locali; ma della portata di queste a tanta distanza di secoli, non possiamo farci una idea adeguata. Certo è (come in altro luogo fu da noi riconosciuto) che la leggenda di S. Laverio non è del tutto campata in aria; non è, come altri potrebbe credere, tela d’invenzioni ingenue o ingegnose di un intelletto angusto, ma infervorato di pietà; giacché il ricordo di questo personaggio si trova infisso in varii punti topografici della regione, per lungo e per largo. Tale altresì la leggenda di S. Guglielmo di Goleto2.

Alla categoria di veri titoli di storia si avvicinano di preferenza certe agiografie del secolo X e XI, che si riferiscono a pii eremiti di quella età. Tali le leggende di San Vitale e quella di San Luca; i cui ricordi sono ancora inviscerati ai nomi topografici delle campagne poste per la bassa valle del fiume Sauro tra Guardia Perticara ed Armento. Queste due agiografie (non che quella di maggiore importanza di San Nilo il giovane, di Rossano) possono dare qualche filamento alla tela della storia vera nella buia lacuna del secolo X e dell’XI. Rispecchiano, ad ogni modo, Io stato di fatto delle campagne spopolate e deserte; in cui l’anacoreta elevava qui e qua delle sue mani, presso la grotta che abitava, l’oratorio o la chiesetta, e intorno alla chiesetta la porca del verziere, che le stesse mani del pio solitario riquadravano, coltivavano, circondavano di siepe viva. La grotta man mano si tramuta in laura, ad abitacolo di altri solitarii; la laura in cenobio, questo in abazia, l’oratorio si amplia in chiesa, e la chiesa e il cenobio s’incorona di capanne e di case, che fra un secolo diventerà villaggio, paese e feudo.

Le prime notizie sicure degli ordinamenti gerarchici della Chiesa nella nostra regione sono del secolo V e del VI. Un arcidiacono della chiesa grumentina è ricordato in una lettera di papa Gelasio (492-496) del secolo V; un’altra di papa Pelagio del secolo VI, ci dà notizia di vescovi a Potenza, a Grumento e a Marcelliana o Consilino: nei primi anni del secolo stesso intervengono, ai concilii di Roma vescovi di Acerenza, di Venosa, di Potenza; e dalle lettere di Gregorio Magno, al dechinare del secolo VI, si ha notizia delle chiese episcopali di Blanda, di Velia e di Bussento, le quali, orbe di pastore, il gran Pontefice dà incarico di visitarle a Felice, vescovo di Agropoli3. Infine i vescovi di Blanda, di Velia e di Pesto intervengono al Concilio lateranese del 648 contro i Monoteliti4.

Da questi sparsi dati di fatto si può trarre argomento che nel primo e più buio periodo della storia ecclesiastica della regione, tutte le antiche città lucane di qualche importanza, con àmbito intorno di vici o villaggi dipendenti, ebbero a capo della propria chiesa un vescovo5, ma con giurisdizione non più estesa della propria città e contado. Tale era difatti il concetto direttivo antichissimo degli ordinamenti gerarchici, e i Concilii ne fanno fede: ogni città popolata e nobile era stimata degna di avere un vescovo. Quindi il gran numero di città episcopali non pure nell’antica regione lucana, ma per molti paesi della nuova regione, verso il mille; scomparse di poi e non ricordate fuorché in qualche antico documento.

Dal secolo VI ci è forza venirne alla fine del secolo X, senza poter riempire di nessuna notizia la lacuna intermedia. Nulla ci è noto delle vicende religiose dei nostri popoli di fronte ai longobardi, un tempo ariani: nulla di certo e di determinato, di fronte alle persecuzioni iconoclaste di Leone Isaurico, che, di certo, grandi perturbamenti dovettero apportare nelle nostre contrade6.

Verso la metà del secolo X s’incontra un raggio di luce presso il cronista Liutprando vescovo di Cremona, che fu mandato dall’Imperatore tedesco in missione a Costantinopoli: e ne scrisse una relazione nel 968. In essa egli attesta che

«Niceforo ordinò al Patriarca costantinopolitano di elevare a metropolitana la chiesa di Otranto; e di non permettere altrimenti che in tutta l’Apulia e nella Calabria si celebrino i divini misteri in (rito) latino, ma sì in greco. Quindi Polieuto, patriarca di Costantinopoli, mandò privilegio al vescovo di Otranto, dandogli autorità di consacrare i vescovi in Acerenza, in Tursi (Turcico), in Gravina, in Matera, in Tricarico; che è ritenuto appartengano alla consacrazione del Papa»7.

Per cotesti nuovi ordinamenti dei Greci quasi intera la regione basilicatese e i suoi vescovi furono in dipendenza del metropolitano di Otranto; e nulla di autorevole può persuaderci (come pure pretende qualche scrittore) che gli ordini del patriarca bizantino non avessero avuto effetto. L’ebbero anzi, è lecito di credere, finché il dominio greco durò nella regione nostra; ed è lecito di supporre che da codeste disposizioni gerarchiche non poté non ricevere impulsi e favori la diffusione del rito greco anche per le chiese minori.

Negli antichi tempi, e fin quasi al secolo X la gerarchia della Chiesa romana nella bassa Italia non riconobbe metropolitani; tutte le sedi episcopali dipendevano direttamente da Roma8. I Greci e il loro patriarca, causa la lontananza dal centro di Bisanzio, introdussero i metropolitani nelle regioni italiche cui dominavano; e si ha notizia che per qualche tempo, ma prima del 968, Acerenza dipese dal metropolitano greco di Santa Severina. All’epoca di questi metropolitani, italo-bizantini, sursero la prima volta i metropoliti nella gerarchia del rito latino. Sursero probabilmente a premura della potestà civile; quando lo Stato longobardo si sgretolò nei tre Stati autonomi e indipendenti di Benevento, di Salerno e di Capua.

I vescovi di queste città, capo di Stati, ebbero dal fatto una certa prevalenza di lustro e di onori sugli altri delle città minori. Dopo l’elevazione a metropolitano del vescovo di Capua nel 966, e di Benevento nel 969, il principe di Salerno ottenne l’elevazione stessa per quello di Salerno nel 9849. Ma nell’àmbito di questo principato erano due minori città che ebbero assai grande importanza come capo di castaldati, e furono Conza ed Acerenza. In memoria pertanto di questa loro antica importanza avvenne che anche Conza ed Acerenza furono elevate a metropoli ecclesiastiche quasi allo stesso tempo.

Per Acerenza (a cui dobbiamo restringere l’indagine nostra) il fatto non accadde che al tempo dei Normanni nella seconda metà del secolo XI; ma sarebbe, a mio avviso, del tutto inesplicabile questo privilegio dato ad Acerenza sopra altre città della regione, se non si rimonti alle tradizioni dell’importanza sua nella storia e nei tempi del principato longobardo salernitano. Importante strategicamente e guerrescamente la città, importante ed esteso il castaldato così, che nella divisione dei due principati esso, come si è visto, fu diviso in due tra i due Stati per l’ampiezza sua; importante per la parte che ebbero nella storia longobarda i castaldi di Acerenza, la città ne trasse tale lustro e rinomanza che si protrassero anche nei tempi posteriori. Era già la città di Melfi capo del recentemente costituito ducato di Puglia; era dessa già sede di Roberto Guiscardo, fin d’allora potente quanto un re di corona; eravi Venosa, già antico vescovato, e sede di un conte che fu anch’esso duca di Puglia. Come egli adunque poté avvenire che, messe da parte queste città, Melfi, Venosa e Matera, si eleva allora su tutte le altre e per tutta la regione basilicatese, dal Bradano al Sinni, a metropoli ecclesiastica Acerenza, che era allora contea di un conte minore e suffeudatario? Io non ne trovo altra sufficiente ragione che nella tradizione, testé indicata, della precedente importanza della città, se l’elevazione a Metropoli avvenne, come pare, dopo la conquista dei Normanni, e non prima.

La data precisa del fatto, per verità, è incerta; né i titoli mancano, ma si contraddicono. Nella cronica di Lupo Protospata (che era cittadino di Matera, o di città lì intorno) viene nominato l’arcivescovo di Acerenza Arnaldo sotto l’anno 1080; nella lettera del 1074 di Gregorio VII a questo stesso Arnaldo, egli è detto non altrimenti che vescovo. Parrebbe adunque che entro questo breve periodo di anni fosse elevata a metropoli la sede di Acerenza; e l’induzione sarebbe confermata dall’altra notizia, che nel novero dei prelati che assistettero alla dedicazione solenne della chiesa di Monte Cassino nel 1071, Arnaldo di Acerenza non è detto altrimenti che vescovo10.

Il dato cronologico sarebbe pertanto accertato, se lo Zavarroni, vescovo di Tricarico, non avesse pubblicata una bolla del 1060 data da un arcivescovo a nome Godano di Acerenza al vescovo Arnaldo di Tricarico; e se nell’Ughelli stesso non fosse la famosa bolla di Alessandro II, del 1068, all’arcivescovo Arnaldo di Acerenza con l’indicazione di gran numero di chiese suffraganee11. La prima del 1060, che avremo occasione di riferire fra breve, è ritenuta un’impostura manifesta dal critico Di Meo12. La seconda, famosa per le controversie che suscitò pei Tribunali nell’antipassato secolo, è pubblicata in miglior lezione dal Di Meo stesso; che dopo averla corretta sul luogo, cioè presso l’archivio episcopale acheruntino, conchiude sembrargli per lo meno «spuria»13. A questo titolo, se la fede in essa vacilla, non è però tale il dubbio che si possa rimuovere del tutto, come per l’altra del 1060. Laonde mi è forza conchiudere che resta ancora incerta la data precisa della erezione a metropoli della sede episcopale di Acerenza.

Dalla metropoli di Acerenza dipendono, negli ordinamenti gerarchici, quasi tutte le sedi episcopali della provincia di Basilicata, e propriamente (oltre a Matera che le fu unita) quelle di Tursi, di Tricarico, di Venosa, e di Potenza, che comprendono esse sole per otto decimi la popolazione della intera provincia. Restano ai lembi estremi la sede di Muro che dipende da Conza; quella di Melfi che è in diretta dipendenza da Roma; quella di Marsico, che, pure unita a Potenza, dipende da Salerno; e Montepeloso, negli ultimi tempi riunito a Gravina. Restano inoltre, qui e qua, dei paesi, alcuni come Maratea dipendenti dalla sede di Cassano Jonio; altri come Lagonegro, Lauria, Rivello e Trecchina da Policastro. Evidentemente la dominazione politica, a cui soggiaceva questo o quel paese quando fu circoscritto l’àmbito della diocesi, determinò l’aggregazione di cotesto paese piuttosto ad un centro che ad un altro, senza tener conto delle ragioni topografiche di vicinità.

È necessario alla economia del nostro lavoro di accennare almeno le origini di ciascuna di queste sedi.

Nel 968 la città di Tursi, sede di vescovo, fu data suffraganea al greco metropolitano di Otranto, come innanzi fu detto. Se prima di quell’anno avesse avuto vescovi proprii, non si sa; ma li ebbe in seguito per la durata di qualche secolo, come a me pare fuori dubbio da parecchi documenti che saranno indicati. I quali però non bastano a chiarire la storia della sede tursitana; anzi, perché assorgono di contro altri documenti della prossima Anglona, la storia dell’una e dell’altra sede s’inviluppa, e la poca luce si offusca. Anglona (che si crede succeduta all’antica Pandosia lucana) fu città non più lontana anche essa da Tursi che cinque o sei chilometri: ebbe i suoi vescovi dal secolo XII in poi; finché spopolala che fu per cause ignote nel secolo XVI, la sede non ne fu trasferita a Tursi nel 1546; e da allora il vescovo si disse «di Anglona e Tursi». Ma furono esse allora due diocesi riunite insieme, e vissero perciò contemporaneamente, almeno per qualche tempo, il vescovo di Tursi e quello di Anglona? O il vescovo non fu che un solo, e prese nome or dell’una or dell’altra sede, secondo la momentanea residenza sua, o secondo altre ragioni che restano ignote?

A queste istanze male rispondono le congetture di storici locali, e le affermazioni più che sospette degli avvocati delle due città in litigio14. Risponderanno, almeno in parte, i documenti che indicheremo a piè di pagina, se lettore vorrà esaminarli in raffronto tra loro e in serie cronologica15.

Or se le parole hanno un significato proprio anche nei documenti del medio evo, da questi documenti il lettore ritrarrà, la convinzione che Tursi ebbe sede di vescovo sino a tutto il secolo XII (come dal docum. n. 9 del 1201); e fu di rito greco fino almeno alla metà del secolo XI (doc. n. 2). Contemporaneamente alla sede ed al vescovo di Tursi ebbe vita il vescovo della sede di Anglona; e i documenti lo attestano indubbiamente dalla metà del secolo XII in giù (docum. n. III); se prima di questo tempo, è ignoto. Ebbero, inoltre, ambedue le sedi contemporanea esistenza anche per un periodo di tempo del secolo XIII; la cui durata non mi è dato di determinare. Però in questo stesso secolo XIII, a quanto pare, la sede di Tursi cessa e viene incorporata alla sede di Anglona16. La ragione, non che l’epoca precisa è ignota; ma è certo che nel documento (n. XI) del 1320 Tursi è detta «in diocesi d’Anglona», e il vescovo di Anglona e i canonici di Anglona stipulano atti giuridici nella città di Tursi. Forse fin da quel tempo essi, benché detti di Anglona, risiedevano in Tursi (e può trarsene argomento probabile dal documento stesso del 1320); ma di certo la materia è oscura. Continuò ad esistere la sede di Anglona pel secolo XIV e pel XV; ma ai principii del secolo XVI, poiché la città che era venuta spopolando, non dava sicurezza o comodità di vivere a quei che l’abitavano, il vescovo ottenne da papa Paolo III di trasferire a Tursi la sede episcopale, nel 1546. La bolla pontificia non esiste; ma l’Ughelli afferma, che il «Pontefice volle che d’allora in poi il vescovo si fosse detto d’Anglona e Tursi»17; e questo è per me argomento che ancora viveva nel secolo XVI la tradizione dell’antica sede episcopale di Tursi. I vescovi però negli atti non uffiziali si continuarono a dire vescovi di Anglona, e non altrimenti18.

Per la storia interna del vescovato di Tursi non si vuol dimenticare il sinodo che, con l’intervento di vescovi delle prossime regioni, sarebbe stato tenuto nella sua chiesa l’anno 1060. Ne attesterebbe il fatto una bolla dell’arcivescovo di Acerenza Godano diretta al vescovo Arnaldo di Tricarico19, nella quale si leggono queste parole:

«Dopo la Sinodo di Melfi (dell’anno 1059) celebrata dallo stesso santissimo papa Nicolò; dopo la condanna (ivi pronunziata) del vescovo di Montepeloso per simonia ed adulterio; dopo che fu deposto il vescovo di Tricarico, perché neofito; e poiché queste sedi episcopali (è riconosciuto) appartengono alla diocesi della nostra madre chiesa, piacque al santo Pontefice ed a tutta la santa Sinodo di ordinare a me, e al signore Arnolfo, Arcipresule della chiesa Cosentina (quale) vicario della S.R.C. che senza indugio si fosse provveduto alle suddette chiese, per giusti motivi dispensate del loro pastore; anzi si fosse da noi provveduto, affinché, per la vicinanza del luogo, fosse unico il capo di amendue le chiese20. A correggere pertanto le molte enormezze di quella regione, noi celebrammo, secondo il comando apostolico, una Sinodo nella sede Tursicana; ed ivi, con l’assenso della Sinodo e canonicamente, elegemmo Te… al vescovato di Tricarico…, che per mandato apostolico è trasferito da Greco (rito) in Latino…».

Tutti questi minuti ragguagli sarebbero, senza dubbio, importanti per la storia della regione, se fossero veri. Ma la bolla, onde essi emergono, di dubbia autenticità per molti, per molti è falsa addirittura; e per me è tale altresì21.

In un documento del 1526 la diocesi di Anglona noverava 34 luoghi o paesi abitati, più o meno popolosi, ma ciascuno con suo clero, arciprete e cantore. In altro documento del 1670 i paesi sono 37; ma con differenze degne di nota. In quest’anno 1670 facevano parte della diocesi quattro paesi di gente albanese (San Costantino, Casalnuovo, Castroregio e Farneta), che erano surti dopo il 1526; invece, mancavano i paesi di Anglona, di Policoro, di Scansana, di Cinapura, di Agromonte, di Sicileo, di Rubio e di Trisaia (o Santa Laura) che erano nel novero del 152622. Oggi queste denominazioni topografiche vivono ancora, ma infisse a grandi tenute senza ombra di comunità abitate. Come esse si estinguessero, non si sa; men che per Rubio, ove la vista dei luoghi fa argomentare che un grande cataclisma sfranò il terreno all’abitato, che sparve23. Ben notevole cosa, che per non grande estensione di territorio, nella sola valle del basso Sinni, sparvero, nello stesso secolo, tanti centri di popolo! A compenso sursero ivi i due di gente Albanese, Casalnuovo e San Costantino; e poi Bardella al cadere del secolo XVII.

Anche Tricarico nel 968 fu data come sede episcopale suffraganea al metropolita di Otranto dal Patriarca di Costantinopoli. Se ebbe vescovi anche prima del 968 nessuno sa dirlo: anzi negano parecchi scrittori che l’ordine del Patriarca avesse avuto effetto, e che fosse allora Tricarico di rito greco. Ma è negazione che non ha base sufficiente; e quei fatti che uno storico recente della chiesa di Tricarico24 trasse, a prova indiretta, dall’Annalista Salernitano (che è, come si sa, la famosa Cronaca Cavese manipolata dal Pratilli) non provano nulla (se pure provassero qualcosa di per sé); poiché derivano da sì torbida fonte. Sta il fatto indubitato che Tricarico, città e diocesi, ebbero preti greci nel secolo XIII25: possiamo adunque riferircene all’aforismo giuridico, che il titolo di un possesso remoto fa presumere, nel possessore odierno, il possesso intermedio.

La bolla del 1060, che abbiamo riferita poco innanzi, farebbe credere che in quell’anno fosse passato «dal rito greco al latino» il vescovato di Tricarico; dopoché nel concilio di Melfi del 1059 fu deposto il vescovo di Tricarico, perché neofito, dice la bolla. Ma questa non ha valore di storia, come abbiamo visto; e non fa prova. È probabile invece che, al prevalere dei Normanni, poiché la sede episcopale passò dalla dipendenza di Otranto a quella di Acerenza metropoli, così il vescovo dal rito greco venne al latino, sul declinare del secolo XI. Durò non per tanto ancora per lungo tempo il rito greco per le chiese della diocesi; se anche nella chiesa cattedrale del vescovo, e fino al secolo XVIII ne esistevano le reliquie. Monsignor Zavarroni, vescovo di Tricarico alla metà di quel secolo, attesta «che ancora di questo rito se ne conserva nella chiesa cattedrale la memoria, e col cantarsi nelle solennità delle messe l’epistola e il vangelo dal pulpito, come fanno i greci dall’ambone, e colle mozzette negre, le quali usano le dignità e li canonici, che non hanno voluto mai deporre per memoria che il colore nero si portava dai loro antecessori, quando la loro chiesa era governata da vescovi greci»26. E l’uso dura tuttavia.

Una ricca mensa fu donata a questa sede dai dinasti di Montepeloso e di Tricarico, di stirpe normanna; e quantunque le carte, che l’archivio episcopale di Tricarico ebbe date alla luce nei ripetuti litigi in che la mensa fu involta, siano di punta genuinità per molti27, non può negarsi che fin dal secolo XII il vescovo di Tricarico era signore feudale di Montemurro e di Armento, e che per la vasta diocesi ebbe un infinito numero di monasteri ed abazie segnatamente di monaci greci. Un tempo la diocesi comprese trentatre comunità; ma alla metà del XVII secolo, quando ne scriveva l’Ughelli28, già dodici di esse erano paesi disabitati e spenti: tanta mutazione etnica ebbe luogo per la nostra regione nel passaggio dei mezzi tempi ai tempi della storia moderna!

Fra questi centri già spenti di popolo merita speciale menzione la città o castello di Turri che nel catalogo normanno dei baroni è detto «Tur» feudo di due militi, e che era senza dubbio ancora abitata nel 123729. Merita menzione, perché uno dei pochissimi monumenti letterarii del secolo XI e XII si riferisce a questa città; ed accenna ad un vescovo di essa, a nome Giovanni, del secolo XI probabilmente. Questo monumento è la vita di San Vitale, scritta in greco da un monaco di un qualche cenobio delle Calabrie (verso Cassano probabilmente), e in parte, e posteriormente, da un monaco dei monasteri greci di Armento. Dal greco fu tradotta in latino nel 1195, secondo che in essa è scritto; e per ordine, si dice, di un Roberto, che fu, veramente, vescovo di Tricarico nel 117930.

L’agiografia, tra la solita intelaiatura di miracoli e di penitenze strane, ha un fondo storico indubitato, e si riferisce ad un eremita del secolo X, che per la grande fama di santità è ricerco del Catapano di Bari; e che fa salvo il paese di Armento da una scorreria di Saraceni31. Molte delle denominazioni topografiche odierne si rispecchiano in quella antica scrittura, la quale senza dubbio raccolse e ricamò le tradizioni popolari che correvano e corrono ancora pei luoghi in cui visse l’eremita, e che ancora oggi portano il nome di lui. Questa «città di Turri» era tra Armento e Guardia Perticara, a due miglia dal fiume Sauro: ed oggi nei campi a mezzodì di Guardia alcuni avanzi di vecchie ruine la ricordano ancora.

Anche la sede di Matera fu data suffraganea alla metropoli di Otranto nel 968. Gli storici della città sostengono che era già vescovato prima di quell’anno; anzi alcuni di essi riferiscono, per nome e per epoca, una serie non interrotta di vescovi dall’anno 600 a tutto il secolo X e giù di lì32. Ma se questi, mirabili per l’interezza loro, cataloghi di tempi oscurissimi sono scusabili titoli di carità al loco natìo, non sono titoli di storia attendibili. Invece i documenti autentici è finora non’ dubbii mostrano solamente questo, che la chiesa di Matera fu elevata a cattedrale e fu riunita alla cattedra antecedente di Acerenza nell’anno 1202 da Innocenzo III, e d’allora in poi il vescovo si disse di Acerenza e Matera.

Ma, unite in fraterna famiglia, vivono insieme, d’allora in poi, con l’affetto fraterno di Eteocle e Polinice. Quindi attriti e litigi infiniti e incessanti. La prima quistione, che può interessare l’opera nostra, sorge appunto al limitare di questa unione del 1202. I documenti autentici, di cui testé ho fatto cenno, mostrerebbero, per vero, che in quel periodo di tempo Matera non era altrimenti che una città della diocesi di Acerenza, soggetta al vescovo di questa. Invece gli storici della città sostengono che, assai prima di quell’unione, la chiesa di Matera era già cattedra di vescovo, con capitolo proprio e propria diocesi. Oltre al ricordo dell’ordinamento bizantino, già noto del 968, essi affermano che nel Concilio romano del 998 è sottoscritto un «vescovo materano», e che in carte del 1065 e del 1078 del cenobio di S. Michelarcangelo di Montescaglioso, pubblicate dal padre Tansi33, è già testimonianza di uno Stefano e di un Benedetto, vescovi di Matera. E questi dati di fatto, aggiunti a certe sottili interpretazioni grammaticali della bolla di riunione del 1202, bastano ad essi per ritenere come accertata l’antica autonomia della sede materana.

Ma fatto sta che nel Concilio romano del 998 sottoscrive non altri che un «vescovo materanense»34; e se non si vuole aderire al Di Meo, che dice si abbia ad intendere il vescovo di Martorano35, non si potrebbe, senza grande sforzo di fede, ritenerlo per «vescovo materese o materano». E quanto ai vescovi Stefano e Benedetto delle carte del 1065 e del 1078 del cenobio caveosino, le carte non possono attestare nulla di solido, perché esse stesse mancano di fondamento, e sono spurie. Il padre Tansi, storico del cenobio di Montescaglioso e materano di patria, ne difende l’autenticità; ma i colpi di punta e di taglio che le vengono dall’acuta critica del Di Meo sono tanti e sì gravi, che la corazza foggiata dal padre Tansi non basta a difenderle36.

D’altra parte, è tra i documenti autentici riferiti dall’Ughelli37 una lettera d’Innocenzo III a Rainaldo, che fu arcivescovo di Acerenza dal 1198 al 1200, con la quale il Papa ratifica una sentenza che ritornava alla «mensa di Acerenza la chiesa S. Pietro di Matera», già irregolarmente ad altri infeudata per opera di alcuni predecessori vescovi di Acerenza stessa. Non era dunque sede di vescovo la città di Matera nell’anno 1200. Sicché, tutto sommato, l’opinione dell’Ughelli e degli scrittori acheruntini, avversari a Matera, avrebbe maggiore fondamento di vero per questo speciale punto delle origini. E non pertanto io non tacerò di un mio convincimento, ed è che Matera fosse sede di vescovo anche prima del 1202, che è l’anno in cui, mancandone forse il vescovo per cause a noi ignote, dessa fu unita ad Acerenza. Questo convincimento viene in me e dall’importanza stessa della città di molto maggiore che non Lavello, Muro, Rapolla, Gravina; e dall’esempio di tutte le altre città venute in dominio dei Conti normanni, che ebbero per opera loro cattedra episcopale; e, infine, dall’atto stesso di unione del 120238. Se Matera non era altro che una secondaria città della diocesi di Acerenza nel 1202, che ragione si avrebbe avuto non già di elevarla a cattedra, ma sì di aggiungerla contemporaneamente, di «unirla», come dice l’atto, alla cattedra di Acerenza?39

Anzi, perché e come il vescovo si disse allora e poi «di Acerenza e Matera», se non fosse per continuare o far rivivere la tradizione della cattedra materana, un qualche tempo forse intermessa?

Nel secolo XV le due diocesi furono separate, ma non più che per qualche anno. Nelle guerre tra Alfonso di Aragona e Renato di Angiò, il vescovo di Acerenza aveva seguito le parti dell’Angioino; le quali, poiché declinano, il vescovo si eclissa e si elevano invece gli spiriti dei Materani, sempre profondamente avversi all’unione con Acerenza. Essi dunque si eleggono un novello pastore per la sola diocesi materana, mentre il feudatario della città, che era della potente casa dei Balzo-Orsini, chiede al Papa la canonica rimozione dell’antico pastore e un novello e proprio vescovo a Matera. Eugenio IV aderiva in parte, nominando un altro vescovo ad amministrare la Chiesa materana, indipendente da Acerenza. Ma non guari di poi le cose tornarono allo stato primitivo; e nel 1444, congiunte di nuovo sotto un novello arcivescovo le due diocesi, le gare secessioniste vennero quetando, ma sopite un momento, non spente. Dal vecchio germe del malanimo gli attriti e i litigi ripullularono spesso, tenendo desti per secoli gli echi delle curie; mentre, ora a difesa di giusti diritti, ora a schermo di miseri ripicchi, cresceva di opere e di scritture una letteratura litigiosa che, con l’intento di chiarire la storia, l’è venuta offuscando per modo, che i posteri di buona fede non sanno come strigarsi dai lacci degli storici avvocati.

Acerenza fu sede di vescovo fin dagli antichissimi tempi; e, senza prestar fede di storia alle tradizioni della sua Chiesa, che dànno una serie di nomi dal 395 in giù, accerteremo solamente questo, che nel Concilio romano del 499, tra gli altri vescovi, sottoscrive «Giusto Acherontino».

Negli ordinamenti gerarchici dei Greci, dominatori della regione ai secolo VIII, Acerenza è data suffraganea al metropolita greco di Santa Severina di Calabria; ma nel 968 è invece sottomessa, come si è visto, alla metropoli di Otranto. E non vi durò a lungo, poiché al riprevalere dei Longobardi sui Greci, Acerenza tornò al principato di Salerno, e la sua Chiesa si trova suffraganea all arcivescovo di quest’ultima città nell’anno 99340.

Quando, men che un secolo dopo, anche essa fu elevata a metropoli ecclesiastica, è degno di memoria che fu allora innalzato l’edificio della sua chiesa, che è tra i più notevoli monumenti medioevali dell’Italia meridionale, e allora accadde che, a stimolo di zelo efficace nei fedeli, fossero rinvenute le reliquie di S. Canio, a cui la chiesa stessa veniva dedicata41. Un’agiografia prolissa ed incolore dà la storia, di questo, che è detto vescovo di Giuliana, in Africa, il quale, prossimo all’ultimo supplizio, è da un angelo sottratto alla scure del carnefice e trasportato dall’Africa in Atella di Campania42. Di questi stessi tempi il corpo di S. Matteo Apostolo, rinvenuto che fu nella valle del fiume Alento, era trasportato a Salerno, ove fu stimolo o causa all’elevazione del magnifico duomo di quella città. Di questi medesimi tempi venne dalla Licia nella città di Bari il corpo di S. Nicolò, e si incominciò a fabbricare la sua chiesa, che fu consacrata nel 1089; poco tempo innanzi era stato rinvenuto in Taranto il corpo di S. Cataldo e rifatta la chiesa cattedrale43; non altrimenti, secondo il costume dei tempi, avvenne in Acerenza. Dopo la consacrazione del Papa, i Normanni vollero la riconferma del Cielo, e questo intervenne!

La sede episcopale di Venosa va annoverata fra le più antiche; e, considerata l’importanza della città ai tempi romani, non dubiterei di riattaccarne le origini all’èra del cristianesimo antichissimo; senza però che io dia rilevanza storica alla tradizione erudita, che in prova dell’asserta venuta del primo degli apostoli in Venosa, afferma l’esistenza antica d’una chiesetta, che il popolo dice di S. Pietro dell’Oliveto o dell’Olivento (dal fiume omonimo non lontano), e certi eruditi44, correggendo senza diritto, trasformano in S. Pietro de Adventu!

La storia dell’antica chiesa venosina è ricca di tradizioni locali; le quali se valgono alle anime pie più che i titoli autentici, non bastano alla storia45. Oltre ad un vescovo di nome Filippo dei tempi primitivi delle catacombe, ricordano d’un altro a nome Giovanni, che, contemporaneo e quasi emulo di Leone Magno, ripete il miracolo di questo pontefice, arrestando la rabbia di Attila, che nel 443 spingeva le sue orde selvaggie ad oppugnare Venosa, ove non venne mai. Un altro vescovo di nome Austero, è detto coronato del martirio nella stessa città venosina al declinare del V secolo; e il nome del vescovo è ricordato pel 493 negli atti di S. Sabino46; ma questi atti, benché tardi e non sufficienti testimoni di storie accertate, non parlano delle persecuzioni di Austero. Quello che si ha di certo veramente nella storia della chiesa venosina è l’esistenza della sede e del vescovo Stefano, che sottoscrive ai quattro concilii romani dal 501 al 50447.

Sede di vescovo di breve diocesi, Venosa fu data suffraganea ad Acerenza quando questa divenne metropoli nel secolo XI. Anche più piccola e breve era la giurisdizione episcopale della prossima Lavello; la sua diocesi non si estendeva oltre la città; sicché per la esiguità sua fu riunita a Venosa negli ultimi rimaneggiamenti delle circoscrizioni ecclesiastiche del 1818.

Le più antiche notizie dei vescovi di Lavello risalgono al 1060; e parrebbe una di quelle sedi sbocciate agli influssi dei Conti normanni nelle città su cui dominavano; però in una bolla del 102548, che enumera le sedi suffraganee all’Arcivescovato di Bari, sono indicati anche questi paesi che vengono detti Monte Melionis, Labellotatum, Cisterna e Vitalba. Le due ultime sono città scomparse fino dal medio evo; la prima è senza dubbio Monte Milone; e Labellotatum è Labelli oppidum, come, per erronea lezione, io credo sia stato indicato questo Lavello, di cui si parla49. Di Monte Milone come città episcopale, non si ha altra notizia in carte di non dubbia autenticità.

Oltre Acerenza e Venosa, anche Potenza va annoverata tra le più antiche sedi di vescovi per la Lucania. Piacque agli storici della città50, risalendo sino al secolo V, di affermare che quel Faustino «vescovo potentino» che papa Celestino nel 410 e papa Zosimo nel 418 mandarono loro legato in Affrica, fosse appunto di questa Potenza di Lucania. Ma i più autorevoli scrittori di cose ecclesiastiche51 lo dicono invece di quella città di Potenza nel Piceno, di cui si veggono le ruine a qualche miglio dal porto di Recanati.

Il dubbio, invece, resta circa un Amanzio o Amando, che sottoscrive come «Vescovo potentino» ai quattro Concilii romani, tenuti da Simmaco nel 501, nel 502, nel 503 e nel 50452. Non manca tra i dotti chi inclinerebbe a credere anche costui vescovo della città omonima picena53; ma in verità niente si mette innanzi onde si abbia ad escludere la Potenza città della Lucania. In quegli stessi quattro Concilii sottoscrivono anche Stefano vescovo venosino, Rustico vescovo bussentino, Ilario vescovo Tempsano; non ci sarebbe ragione, perché non avesse potuto trovarsi con costoro a Roma in quattro anni consecutivi anche un vescovo delle rive del Basento. In ogni modo, l’antichità del vescovato di Potenza è attestata da un titolo incontestabile; ed è una lettera di papa Pelagio a «Pietro vescovo potentino» che si riferisce ad un diacono della chiesa Grumentina che fu eletto vescovo della sede di Marcelliana o Cosilinate. Non è detto se Pelagio I (555-560) o Pelagio II (578-590)54; ma, o dell’uno o dell’altro che sia, alla metà del secolo VI aveva già cattedra di vescovo la chiesa di Potenza.

Nel periodo longobardico si oscura la storia di questa, come di tutte le altre chiese della regione: né si ha notizia che fosse dipesa, un qualche tempo, gerarchicamente dai Bizantini.

Ai principii del secolo XII, e propriamente nell’anno 1111, la tradizione della chiesa potentina mette un Gerardo di Piacenza a vescovo della città, che la tradizione stessa assevera elevato dal pontefice Callisto nell’ordine de’ Santi, appena fu chiusa la di lui vita terrena, piena di grandi virtù, nel 1119. Questa tradizione55 è divenuta storia in un documento della chiesa stessa, che è la vita del pio uomo, scritta da un testimone contemporaneo e autorevole, quale sarebbe il di lui successore alla cattedra episcopale nel 111956. Ma il contenuto di cotesta scrittura del tutto generico e per la parte de’ fatti maravigliosi troppo simile al contenuto di altre agiografìe, non conforta, a credere che fosse un documento scritto davvero nel tempo e dalla persona che in esso si dice. Non si potrebbe però disconoscere che non fosse di antica data, forse, com’io credo, tra il secolo XIII ed il XIV. Questo antico documento già mostra la sede potentina suffraganea ad Acerenza, come è indicata nella bolla ad Arnoldo del 1068, di cui fa fatto parola.

Alla sede di Potenza fu riunita quella di Marsico Nuovo dopo il 1818; ma sì prima che dopo, Marsico è suffraganea alla sede metropolitana di Salerno. Non va posta tra le antiche città episcopali della regione; ed il vescovo Tuderisius Marsensis o Marsicensis o Marsicanus, che si legge sottoscritto ai due Concilii romani dell’853 e dell’86157, e che l’Ughelli riferisce a Marsico Nuovo, era invece della Marsica o de’ Marsi.

Ci occorse già di stabilire in altro lavoro che la città di Marsico fu innalzata o riconosciuta, almeno di fatto, come sede di vescovo nel breve periodo di tempo che intercede tra l’anno 1051 e il 1058. In una bolla del 1051 in cui sono annoverati i vescovi suffraganei a Salerno, non è cenno di Marsico; ma è ben nominata tra i molti suffraganei della sede salernitana in un’altra bolla del 105858.

La sede di Marsico venne sostituita alla sede antica episcopale della prossima città di Grumento, quando questa fu distrutta, com’è tradizione, dai Saraceni, ai principii probabilmente del secolo XI. Questo è lecito inferire da documenti altrove da noi pubblicati59.

E difatti, in uno del 1095, un Giovanni si dice vescovo civitatis marsensis, sedis grumentinae; in altro del 1097 lo stesso si dice vescovo sancte sedis grumentine de civitate Marsico; in un terzo del 1144 un altro Giovanni è detto nel corpo dell’atto Grumentine sedis episcopus, ed egli sottoscrive Marsicanus episcopus. Né manca la sottoscrizione di un Leo episcopus grumentinus in una carta del 1123; e qui non è che, a titolo di onore, il ricordo dell’antica sede grumentina. Caduta per violenza la città di Grumento, il vescovo rifugiò nella prossima Marsico. Qui risiedé di fatto, con l’animo forse di ritornare a Grumento, quando questa risorgesse. Ma questa non risorgendo, e la residenza di fatto continuata in Marsico per lunghissimo tempo, e quando le stesse ruine di Grumento perivano, fu ragione bastevole che fosse prevalso il titolo unico di vescovo di Marsico, mentre questa città cresceva sempre più di lustro pei suoi dinasti di origine normanna e della stirpe stessa degli Altavilla. Ma nel tempo che la sede episcopale fu data suffraganea a Salerno, alla metà del secolo XI, è lecito argomentare, che la città di Marsico non era ancora in dominio dei Normanni, ma sì del principe di Salerno.

La elevazione della chiesa di Melfi a cattedra di vescovi era ritenuta del tempo dei Normanni, e propriamente dell’anno 1059. Ma nel passato secolo fu pubblicata una bolla dell’Arcivescovo di Canosa, che ha la nota cronologica del 1037; e in essa è detto che, a petizione dell’ordine dei chierici e del popolo di Melfi, il vescovo di Canosa distacca la città di Melfi dalla diocesi canosina, la eleva a sede di vescovo autonoma, e le costituisce a mensa e a dotazione i territorii di Salsola, che è forza di credere fossero fino allora appartenuti alla mensa di Canosa60. Questa bolla che si disse scoperta negli archivii della chiesa di Bari dal dotto canonico Calefati, non è per me senza sospetto. Parmi strano, lo confesso, che il capo della diocesi diminuisca l’autorità propria, i diritti, le giurisdizioni e le temporalità della sua chiesa, a semplice petizione del clero e del popolo di un’altra città della sua diocesi. Né al giudizio di genuinità conferisce gran fatto Io stile e la dicitura del documento che è di formole sì spiccie e semplici, quali sarebbero appena convenienti alla donazione d’un censo, di un poderuccio, di un casolare qualsiasi della chiesa stessa. Scrive (ivi si dice) uno «scriniario» suddiacono, e sottoscrive l’Arcivescovo Nicola, nel secondo anno del suo pontificato; senza più61. Dubito, ripeto, della genuinità; anche perché la fede letteraria del Calefati ormai è maculata per altre finzioni di vecchie carte di archivio, che gli vennero contestate da dotti scrittori dei nostri tempi62.

Melfi acquistò importanza grande, quando fu sede dei Conti di Puglia; e allora, si vuol credere, ebbe, per autorità di essi, sede di vescovo63. Se ci è da far meraviglia è questo solamente, che per l’autorità del Guiscardo non diventò metropolita dei vescovi della regione il vescovo di Melfi, che cesse il posto a quello di Acerenza.

In una bolla del 1089 Melfi venne annoverata tra i suffraganei di Bari e Canosa64; e questo non poté avvenire se non dopo il 1071 che Bari fu in dominio del Guiscardo. Essa passò alla dipendenza diretta di Roma da tempo immemorabile65; e così è di presente.

Rapolla, non più che un quattro chilometri distante da Melfi, fu sede di vescovo con propria e separata diocesi fino all’anno 1527, quando venne riunita alla chiesa di Melfi. Senza arrestarmi alle vaghe affermazioni di causidici, che dissero creata la sede rapollana fin dal secolo VIII o IX66, la si dovrebbe riconoscere come già esistente nel 1037, se fosse vera e genuina la bolla del 1037 per la erezione della cattedra di Melfi, che pure testé ci è parso dichiarare sospetta; nella quale bolla viene, per incidente, nominato un Nando (o piuttosto Lando) come vescovo de civitate Rapulla. Accettando senza nessun sospetto l’autenticità di questo documento, uno storico del luogo crede che Rapolla fosse elevata a sede episcopale tra il 1028 e il 1037, in seguito alla distruzione della prossima città di Cisterna che anch’essa aveva vescovo67; ma si sa, per contrario, che un Farnulfo, vescovo di Cisterna, rinunziava alla cattedra verso il 105468. Non resta pertanto accertato che un solo fatto, ed è che alla sedia metropolitana di Bari fu elevato nel 1072 un tale Orso, che era già vescovo di Rapolla; e di qua potrebbe pure inferirsi che allora probabilmente fu attribuita in suffraganea a Bari69. Anche questa sede fu dovuta all’autorità dei signori normanni dominatori della città70.

La sede di Muro invece è suffraganea del metropolitano di Conza. Dicono che fu eretta in vescovato nel 100971; ma poiché manca ogni prova storica, l’affermazione è gratuita e vana. Nel Concilio romano di Leone IX del 1050 intervenne e sottoscrisse un Leone episcopus murensis: e questo sarebbe il più antico testimonio delle sue origini, se il titolo, onde emana, che è una bolla di quell’anno, non fosse ritenuta per spuria da un critico fine, il Di Meo72. Il quale osserva che Muro, in un documento del 109073, è ripetutamente detto non altrimenti che Castellum; e l’avrebbero detto civitas, se avesse avuto dignità di vescovato. Ma dalla osservazione del critico seguirebbe questo, che la sede ivi sarebbe surta molto dopo il 1090: ed io dubito della verità della conseguenza: giacché fin dai primi tempi la sede di Muro si trova attribuita suffraganea al vescovo di Conza, e questo vuol dire, a mio avviso, che quando Muro ebbe vescovo, la città non era stata occupata dai Normanni, e restava ancora in dipendenza del principato di Salerno. Sicché sarebbe erezione della prima metà del secolo XI, anziché della seconda.

La storia interna di questo vescovato mostra una eclissi ed una lacuna nel corso del secolo XIV, degna di essere ricordata.

In quel generale turbamento delle coscienze cattoliche che fu detto il grande scisma d’Occidente del secolo XIV, due papi, l’uno contro l’altro armati, sursero di fronte contemporanei, Clemente VII ed Urbano VI. Quest’ultimo, si vuol ricordarlo, era stato già Arcivescovo d’Acerenza. Giovanna regina di Napoli non riconosceva per legittimo se non Clemente; e con essa aderivano i popoli e i vescovi del reame. Le scomuniche piovono dalle due parti agli avversarli o fautori dei due eletti; ed Urbano bandisce decaduta Giovanna dal trono d’un regno che era feudo della Chiesa; ed invita i re d’Ungheria, progenie degli Angioini di Napoli, ad occupare il reame che egli aveva dichiarato vacante. All’invito risponde Carlo di Durazzo. Al suo arrivo le fazioni interne si commovono; gran numero di terre e città aderiscono a lui; Ottone di Brunswick, marito della regina, è battuto con le sue genti; ed ella che non può oltre sostenersi, è forza si arrenda. Carlo la riceve ad onore; ma, come in altro luogo fu detto74, è mandata in cortese custodia, nel castello di Muro; ed ivi, come Desdemona, fu spenta! Era l’anno 1382.

Il vescovo di Muro, già aderente alla regina ed a Clemente VII, che risiedeva in Avignone, fugge dalla città, ove il popolo gli fa violenze; e quando, dopo morto Carlo di Durazzo, il reame è venuto in gran parte a soggezione di Luigi d’Angiò, già adottato in figlio dalla regina, egli torna, e va a risiedere in Buccino, che è una terra della diocesi; ed ottiene da papa Clemente, che fosse tolta a Muro, città durazzesca, la sede episcopale, e trasferita invece a Buccino. La bolla ha la data di Avignone del 138675.

Questo novello ordinamento diocesano non fu dei tutto effimero; durò anche dopo la morte del vescovo che avvenne verso il 1389; si protrasse probabilmente fino al ristabilimento generale delle cose dopo il Concilio di Costanza. Certo è che da questo fatto ebbe origine la denominazione di Bossinense data al vescovo Murano in documenti che I’Ughelli dice di aver letti76; nonché l’indicazione, nel Provinciale romano, di un vescovo Belsinate tra’ suffraganei di Conza. Negli uni e negli altri documenti è lezione errata invece di Pulsinense e Pulsinate, cioè di Buccino; e l’erronea grafia trasse fuori strada gli eruditi che ne scrissero77.

La città di Montepeloso fu sede di vescovo fino all’anno 1818, quando venne riunita a Gravina. Ma l’epoca delle sue antiche origini episcopali è incerta, né si può fare assegnamento sulla bolla del 1060 al vescovo dì Tricarico, riferita di sopra, che fa parola di un vescovo di Montepeloso, dimesso nel Concilio di Melfi del 1059 per simonia. Veramente l’antichità stessa ne sarebbe attestata anche dalla bolla di Alessandro II del 1068, che enumerando le chiese suffraganee alla metropoli di Acerenza nomina tra queste anche Montepeloso. Ma anche questa bolla è di sospetta fede, come fu detto.

Un Leone, monaco Benedettino e vescovo di Monlepeloso nel 1123, è cennato dall’annotatore all’Ughelli; ma donde egli abbia tratto la notizia non dice, né si sa. Pertanto resta l’incertezza; anzi da quest’ultimo dell’ordine benedettino sorge il dubbio non fosse egli piuttosto un abate, che abbia avuto giurisdizione episcopale di Ordinario per la città. Dapoiché è noto che fino al secolo XIV esisteva presso Montepeloso un’abazia, dipendente ab antico dal famoso monastero di Casa Dei nella diocesi di Clermont in Francia. L’Abazia era detta di Santa Maria di Iuso (o giuso, o giù) fuori le mura della città, in un borgo o casale situato in basso; ed aveva giurisdizione ecclesiastica e dominio feudale tanto su questo borgo, quanto sul prossimo feudo, allora popolato, di Irso78. Scrisse il Mabillon, che, estinto il vescovato di Montepeloso, la giurisdizione ne passò allo abate di Casa Dei, il quale mandava in quella città un suo vicario, che era il priore dell’abazia. Ma non si sa quando avvenne questo passaggio di giurisdizione. Si sa invece che l’abazia di Santa Maria di Giuso venne ad estinguersi (forse in seguito a soprusi cupidi e violenti del feudatario) nel secolo XIV. E allora quel feudatario, che discendeva di regio sangue ed era Duca di Andria e Conte di Montepeloso, ottenne che la sede episcopale di Montepeloso fosse unita a quella di Andria, verso il 1451, che è l’anno in cui si trova il primo vescovo nella serie datane dall’Ughelli79. Non molto dopo, cioè nel 1470, ebbe vescovo proprio; e la sede, disunita da Andria, non fu dipendente se non da Roma fino al 1818; quando per la piccolezza sua venne soppressa e fu riunita a Gravina.

Oltre queste sedi di vescovo in città che esistono ancora, la regione ne ebbe delle altre che non esistono più; ed è debito di farne parola.

Grumento, più volte ricordata in queste carte, ebbe vescovi fino alla distruzione della città nel secolo XI; donde poi si trasferirono a Marsico, come nelle antecedenti carte è stato detto. Di un suo vescovo del secolo VI è testimonianza autentica in una lettera di papa Pelagio a «Giuliano vescovo Grumentino», che è pubblicata nel Decreto di Graziano80. A questo unico, ma sicuro titolo della storia del suo vescovato si aggiunsero poi, qualche secolo addietro, altri titoli, i quali non basterebbe di dire insecuri, poiché foggiati addirittura. Tali sono i così detti dittici della chiesa saponarese-grumentina, che portavano incisi in pietra la serie dei vescovi grumentini del secolo VI al IX, non che l’agiografia di S. Laverio che si dice scritta nel 1162 da Roberto di Romana, diacono della chiesa saponarese. In questo documento, che si allontana dalle consuete stereotipie delle vite dei santi per quel suo contenuto storico che si riferirebbe al lustro ed alla fine miseranda della città di Grumento, è racchiusa una parte di storia, della sede episcopale, che da esso si dice fondata a Grumento fino da’ tempi di papa Damaso nel secolo IV. Ma questo documento non è, malauguratamente, se non fattura, tutta, o in gran parte, del secolo XVI; sicché l’origine tarda e losca non consente punto di fede a ciò che asserisce. Le ragioni, il tempo, lo scopo e le fonti di questa postuma manipolazione di storia le abbiamo esposte in uno speciale lavoro; ed a questo ci è forza di rimandare il lettore che fosse vago di saperne di più81.

Questa stessa agiografìa del 1162 darebbe la più antica testimonianza dei vescovi della sede di Satriano, nel secolo IX; e tutti coloro che non hanno dubitato dell’autenticità di quel titolo storico, vi si fondano. Noi non possiamo fare altrettanto. Ma che la città di Satriano abbia avuto i suoi vescovi fin dal secolo XI, se ne ha testimonianza piu’ sicura in una carta del 110182. La città ebbe coloni greco-bizantini in quel periodo di tempo, come è dato argomentare da carte greche del secolo XII83; onde si potrebbe congetturare che i suoi vescovi, intorno al mille, fossero di rito greco in dipendenza del patriarca di Costantinopoli. Però nulla ci dà diritto di affermarlo; e se furono, la sede tornò con i normanni al rito latino.

L’Ughelli dà la serie, a strappi, dei vescovi satrianesi; e comincia da un vescovo che trova presente al concilio lateranese del 1177. Nella bolla del 1200 dei suffraganei al metropolitano di Conza è anche la sede di Satriano. La quale durò di nome fino al 1525, quando avvenne che fu soppressa perché già caduta e abbandonata la città satrianese: e allora fu incorporata all’altra sede nuovamente istituita di Campagna, nella quale indi poi si fonde e si confonde. Però, caduta Satriano e pria che la sede si tramutasse a Campagna, i vescovi satrianesi risiedettero un pezzo a Sant’Angelo Le Fratte, terra della diocesi. Di là si ingegnarono di rialzare o rabberciare la cadente o abbattuta chiesa cattedrale della già caduta città84; ove fu pure continuato a celebrare gli ufficii sacri in certe speciali festività, durante il secolo XVII.

La città di Satriano, secondo una tradizione raccolta da scrittori locali, fu distrutta nel periodo che andrebbe dal 1420 al 1430, per violenze di masnadieri in veste di regii soldati, condotti da un capitano De Ricciardis della prossima città di Campagna. È fama che ad una donzella di Terlizzi, la quale era in viaggio per servizio della regina, a scorta di cotesto capo di gente di armi, fu fatto gravissimo oltraggio da villana gente di Satriano; ed a vendetta dell’offesa le masnade raccolte dal De Ricciardis abbruciarono Satriano; e ne ebbero meriti dalla sovrana. I cittadini ricoverarono a Tito, a Pietrafesa, altrove; e la città restò deserta. Tale è la tradizione dei luoghi: che già parve all’Antonini «avesse più del favoloso che del vero» e che a noi non è riuscito di chiarire punto85. — Io ritengo che Satriano dové essere deserta prima del 1415; da questo anno in poi non si legge nei documenti di Tesoreria del reame. Oggi di Satriano non esiste altro fuorché qualche reliquie d’una torre quadrata, sull’alto di un colle.

Nel mettere termine, che ormai ne è tempo, a questa arida rassegna, non possiamo passare sotto silenzio che molte altre sedi episcopali si trovano annoverate, per la regione nostra, nella bolla del 1068, già più volte indicata di Alessandro II ad Arnaldo arcivescovo di Acerenza: con la quale il Pontefice gli «concede e conferma l’arcivescovato della chiesa acheruntina con tutte le sue parrocchie e città, cioè Venosa, Monte Milone, Potenza, Tulbea, Tricarico, Montepiloso, Gravina, Matera, Olbano, Turri, Tursico, Latiniano, San Quiriaco, Uriolo, e con le castella, le ville, i monasteri e le pieve sì greche, come Iatine»86. La parola parrocchie qui s’interpreta per diocesi o sedi episcopali87; quindi sedi di vescovo (oltre alle note e già esistenti) in Turri, che è città scomparsa e di cui si è parlato dianzi; in Tulbea o Tolve; in Olbano ovvero Obbiano, che è forse Oggiano scomparsa, per terremoto, e che diè origine a Ferrandina; in Latiniano (Altojanni) scomparso anch’esso; in San Quirico, di cui ne esistono oggi due, quello detto di Tolve o nuovo, e quello ben più antico detto di Raparo; in Uriolo, che se risponde all’odierno Oriolo sarebbe stato ai confini tra Basilicata e Calabria! e infine in Montemilone all’altro estremo dell’ampia regione verso la Puglia. Nessuna altra notizia è rimasta di coteste sedi di vescovo, meno che per Turri e Monte Milone; nessuna tradizione ne corre negli stessi paesi che ancora esistono: e, per vero, tal genere di prova negativa non basterebbe a negare il credito alla notizia. Ma poiché questa famosa bolla è combattuta da molti e dichiarata spuria dal Di Meo88, gli è forza restare in dubbio; finché altri documenti non vengano a chiarire le cose.

A complemento del nostro soggetto, sarebbe non priva d’interesse la indagine che accertasse particolarmente i paesi della provincia nei quali ebbe vigore il rito greco, e il tempo che venne a cessare per le varie diocesi. Della diffusione del rito greco si può solamente affermare questo che fu ben grande, argomentando dalle sparse notizie che più specialmente si riferiscono ai paesi sul Tirreno nella diocesi di Policastro, ed a quelli delle diocesi di Tricarico e di Tursi, che furono raccolte in questo e nel capitolo IV. Cessato il dominio greco e stabilita che fu la monarchia normanna, i vescovi che erano greci, passarono man mano al rito latino: ma da ciò non segue che mutarono allora i riti delle chiese minori. Durarono anzi ancora per non breve tempo che io non esito a dire i secoli XIII e XIV. Ma poiché, con l’andare del tempo, le popolazioni grecaniche si venivano italizzando, e i cenobii dei basiliani, focolari di una certa cultura, mancavano di vita e venivano dati in commenda, l’ambiente proprio diventava pei chierici greci più stretto e soffocante: essi imbarbarivano nell’ignoranza, mentre pei latini l’istituto dei seminarii prendeva origine e incremento. I vescovi latini, tra lusinghe e violenze, premevano: e i cleri, che si sentivano sempre più stranieri in mezzo al popolo tra cui vivevano, cedettero, destituiti di patrocinio, o esinanirono.

Le ultime notizie che riflettono il nostro soggetto sono della chiesa di Rivello in diocesi di Policastro, e di Barile in quella di Melfi e Rapolla. Per Barile, il vescovo Diodato Scaglia (1626-1644) non prima della metà del XVII secolo poté ridurre chiesa e popolo al rito latino, e non senza ostacoli e non senza violenza, dice l’Araneo89.

Nel paese di Rivello erano parecchie, al medio evo, le chiese di rito greco, oltre alle latine; ed è noto, per documenti certi, che durava tuttavia nell’anno 1572 il servizio dei preti greci nella collegiata, unica superstite, di S. Maria del Poggio. Non passò guari e gli stessi preti chiesero a Pio V la dispensa di rinunziare al rito greco; sospinti o forzati (come ragiona il Rodotà) «dagli oltraggi che venivano loro fatti da’ latini, dagl’insulti cui erano tutto giorno esposti, dalla divisione in cui erano tenuti, dalle ingiustizie onde nelle decisioni delle Curie erano oppressi». Venne la dispensa del Papa, quando essi già mutato d’avviso, e pentiti del fatto, richiedevano di continuare nell’antico rito. Ma il vescovo Spinelli tenne duro: e prescrisse reciso che, fra un anno, si provvedessero dei libri rituali latini e cantassero gli uffizii in latino. Così avvenne che si spense il rito greco in Rivello90. Monsignor Spinelli fu vescovo di Policastro dal 1566 al 1572.

NOTE

1. Gli atti del martirio dei dodici fratelli di Africa sono nei BOLLANDISTI, sub die 1 septemb. In essi si legge:

Tandem venerunt in civitatem Potentiam. Tunc sedens pro tribunali Valerianus, quatuor sibi ex fratribus Arontium, Honoratum, Fortanatum et Sabinianum adduci praecepit; quos sacrificare nolentes, capitalem jussit subire sententiam in eadem, civitate, sexto calendas septembris. Alia die abiit in civitatem Venusiam, sanctos secum deferens; et Septimum, Januarium et Felicem, post interrogationem, Christum confitentes, jussit in eadem civitate quinto calendas septembris decollare

Il martirio dei tre fratelli Vittore, Cassandro e Senatore e della loro madre Numanzia è ricordato presso l’Ughelli, Ital. Sacra, vol. VII, col. 172. — Gli Atti del martirio di «S. Vito Lucano» sono nei BOLLAND. sub 15 Junii. — Vito, fanciullo di tre anni, con l’aio Modesto e la nutrice Crescente, vengono dalla Sicilia condotti dall’angelo, ed approdano in loco qui dicitur alectorius, che debbe essere un luogo juxta flumen Siler. Quivi spargono i semi della fede, non meno che in territorio Tanagritano juxta flumen Siler. Di là, manda a chiamarli Diocleziano, affinché Vito risani suo figlio infermo. A Roma maraviglie e supplizii: ma l’angelo li sottrae ai tormenti, et subito inventi sunt juxta flumen Siler, et requierunt sub arbore. Però, dei sofferti tormenti, qui dànno l’anima al cielo; e dopo tre giorni «Florentia, illustre donna», dà sepoltura ai cadaveri. — Siamo innanzi ad una geografia storica, o ad una geografia poetica? Chi vuol trovarvi alcun che di reale, spiegherebbe il territorio Tanagritano come la valle del fiume Tànagro, che è un influente del Sele: e in quella valle è l’odierna Auletta, che ben potrebbe corrispondere al loco qui dicitur Alectorius, se porò questo non si voglia, alla lettera, trovare sulle rive del mare. Il locus marianus (se si legga Malianus) fa pensare all’odierno Magliano Vetere; il quale, se è nella valle del fiume Calore, questo è però anch’esso un influente del fiume Sele. Ma su così labili basi, ogni edificio è vano. — L’agiografia di S. Laverio fu pubblicata dall’UGHELLI (VII, 488), da altri e da noi nel libro: L’agiografia di S. Laverio, scritta nel MCLXII, illustrato. Roma, 1881.

2. Goleto e Goglieto è luogo presso Conza, detto non dai giunchi, come avvisa GIUSTINIANI (Diz. ad v. Conza e Nusco), ma dal basso latino Lolletum come terra coperta o invasa dal loglio.

L’agiografia di S. Guglielmo è nei BOLLAND. sub 25 Junii. Ivi si legge, tra altro, che dimorò, a penitenza, nel bosco Cognato (tra Tricarico ed Accettura), ove costruì una chiesa e un monastero. Un Signore adjacentis villae, che era andato a caccia cum accipitribus et canibus venatoriis, lancia uno spiedo venatorio contro un cinghiale, e ferisce, per errore, S. Guglielmo entro la boscaglia: sicché questi va infermo ad Albano, ove viene a visitarlo un Conte Roberto, e inoltre quidam homo grammaticae professionis, quem scientia sine charitate inflaverat, ecc. — Qui siamo innanzi ad un personaggio storico, senza dubbio, che è ricordato ancora nei nomi topografici del bosco Cognato e Gallipoli. Viveva verso il 1130.

3. Epist. 29, lib. II, (li papa Gregorio del 599, che dice: Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine, ecc. — Le lettere di papa Pelagio (il primo di tal nome pontificò dal 555 al 500, il secondo dal 578 al 590) sono nel Decret. Gratiani, parte I, distin. 76, can. 12; e distin. 63, can. 14. — Le lettere di papa Gelasio, Ibid. parte II, Causa XII, quaestio I, e causa XIII.

4. Pascalis Blandanus, Sabatus Buxentinus, Johannes Paestanus… Nel MANSI, Ampla Collect.

5. Il Concilio di Sardica del 347 dispose:

Can. VI: Provinciae Episcopi debent in iis urbibus episcopos constituere, ubi etiam prius episcopi fuerunt. Si autem inveniatur urbs aliqua tam populosa, ut ipsa episcopatu digna judicetur, accipiat.

6. Le stereotipe tradizioni intorno a vecchie immagini presso alcuni dei nostri più celebrati santuarii, le quali per età vengono riferite alle persecuzioni iconoclaste, sono invenzioni tarde e melense, senza fondamento. Le raccolse nel libro Il Zodiaco di Maria il padre SERAFINO DI MONTORIO.

7. Legatio Liutprandi, in Histor. sui temporis, lib. IV, nei Rer. Ital. Script. II. — Conf. DI MEO, ad ann. 968, 4. — E vedi appresso, nota 15.

8. Conf. FIMIANI, De ortu et progressu Metropoleon. ecc. Neapoli, 1776.

9. Così Ughelli, vol. VII, col. 363. Il Cronaco Cavese del Pratilli dice nel 986: ma chi può fidarsene, se pure sia vero?

10. Conf. DI MEO, ad ann. 1071, 3. — Invece, ed erratamente, vien riferito tra gli Arcivescovi assistenti alla consacrazione, dall’Ughelli e dal Fimiani.

11. L’Ughelli stesso (vol. VII, col. 7 e 24) accenna ad una donazione del 1063, fatta dal duca Roberto alla Santissima Trinità di Venosa, in cui si porta sottoscritto un Gerardo, Arcivescovo Acheruntino, ma né egli pubblica il documento, né dice dove si legge. Identicamente all’Ughelli, il Fimiani e il Lupoli: ma il Di Meo, che l’accenna sulla fede dell’Ughelli medesimo (ad ann. 1082, 5), la dice un’impostura. — Per me, poiché non è pubblicato il documento, mi limito a dirlo inattendibile.

12. Annali, etc. ad ann. 1060, n. 5.

13. Ad ann. 1068, 7, dice:

«La pergamena che si conserva in Acerenza ha ciera di spuria se non si voglia copia: l’inchiostro è nero e il carattere non del secolo. L’anno 1067 coll’indiz. VI è falso. Le parole Alexander Episcopus son di lettere presenti romane; non vi è in fine la comminazione a chi si oppone, né la benedizione a chi vi si conforma; né il Papa, né altri che vi si firma» etc. etc.

È un punto cronologico che restò sempre dubbio per l’acuto critico: Ad ann. 1060, 5 egli dice che Acerenza fu «fatta Arcivescovato nel 1098»; ad ann. 1062, 5 ammetterebbe la genuinità della bolla del 1068. — Non dimenticheremo, ad ogni modo, che la voluminosa opera del Di Meo non fu pubblicata se non postuma a lui.

14. Oltre l’UGHELLI, Ital. Sacr. VII, voi. 68 e 55, conf. NIGRO ANTONIO, Memor. topog. istor. sulla città di Tursi e sull’antica Pandosia di Eraclea, oggi Anglona. Napoli, 1851; e vodi nei Cenni storici sulle chiese arcivescovili e vescovili… del regno delle Due Sicilie, raccolti per l’abate VINCENZO D’AVINO. Napoli, 1848, la monografia di Tursi a pag. 719: il cui scrittore pare si appoggi del tutto all’avvocato Martucci, autore del Ragionamento intorno al pieno dominio della real mensa d’Anglona e Tarsi sul feudo d’Anglona. Napoli, 1790, che io non ho avuto sott’occhi.

L’A. della monografia ne’ Cenni storici suddetti, nega la sede episcopale a Tursi, con una logica, per l’assurdità sua, veramente singolare.

15.

TURSI

1. Anno 968. — Liutprando (Op. e luogo citato):

Scripsit Polyeuctus Costantinopolitanus Patriarcha Hydruntino Episcopo privilegio, quo sua auctoritate habeat licentiam episcopos consacrandi in Acirentia, Turcico, Gravina, Matera, Tricarico, qui ad consacrationem Domini Apostolici pertinere videntur.

2. Anno 1050. — Il monaco Lucio del monastero di Zozimo (Circhiosimo), accennando ad un sinodo tenuto nella chiesa di San Nicola, lo dice celebrato sotto la protezione dell’Imperatore, del gloriosissimi nostri Oecumenici Patriarcha, et gloriosiss. et piissimi ac sanctiss. Episcopi nostri Michaelis — (Nel Syllabus Graecar. membran. Napoli, 1865, p. 45).

Qui non è detto né di Anglona, né di Tursi; ma è di una delle due città (che per me non è dubbio sia Tursi). — Documento importante, men pel nome del più antico vescovo di quella sede, quanto perché dà argomento a ritenere che ancora durasse a Tursi il rito greco.

3. Anno 1068. — Nella famosa bolla di Alessandro II all’arcivescovo di Acerenza (che sarà in parte riferita alla fine di questo capitolo) tra i suffraganei è anche Turri, Tursio, ecc. (Ap. DI MEO, ad ann. 1068, 7; UGHELLI, VII, col. 25).

4. Anno 1077. — In una carta di donazione di Ugo di Chiaromonte al monastero di Sant’Anastasio di Carbone sottoscrive: Simeon, dei gratia, Tursitanae sedis episcopus interfui. La carta è datata da Chiaromonte: era scritta, senza dubbio, in greco. (Ap. SANTORO, Hist. Monast. Carbon. ed UGHELLI, VII, 72).

5. Anno 1106. — Pasquale II conferma all’arcivescovo di Acerenza quaecumque metropolitano jure praeteritis temporibus pertinuisse noscuntur, videlicet Venusiam, Gravinam, Tricaricum, Tursum, Potentiam. (UGHELLI, VII, 29).

6. Anno 1121. — Donazione dei dinasti di Chiaromonte al monastero di Cyr-Zozimo (Circhiosimo). In essa, sul fine, è detto che nello stesso anno e mese fu dedicata la chiesa della Immacolata Vergine Maria a Johanne de Tarma episcopo Tursici et a Vitale episcopo Cassiani (Nel Syllabus Graec. membran. succitato, pag. 116).

7. Anno 1151. — Eugenio III conferma all’arcivescovo di Acerenza i dritti metropolitici con le identiche parole riferite al n. 5, cioè Tricaricum, Tarsum, Potentiam. (UGHELLI. Ibid. col. 32).

8. Anno 1178. — Alessandro III conferma come sopra, con le stesse parole: Tarsum, Potentiam. (Id. ibid. 32).

9. Anno 1201. — Innocenzo III conferma come sopra, con le stesse parole: Tricaricum, Potentiam, Tursum. (Id. ibid. 30).

ANGLONA

I. Anno 1110. — Petrus servus Dei Anglonensis episcopus, una a Grisanto Prete canonico di Anglona ed altri, sottoscrivono come testimoni una carta di donazione fatta da Umbaldo Petrullae Dominator al cenobio di Banzi. — Ap. DI MEO, (ad ann. n. 10) che la dice: «impostura di monaco molto posteriore» di età. — È pubblicata nel Cod. diplom. del Minieri-Riccio. Napoli, 1882, I, 17.

II. Anno 1126. — In una bolla di Calisto II per la consacrazione della chiesa di Catanzaro sottoscrive: Ego Johannes Anglonen. episcop. Ma Io stesso UGHELLI (che vi accenna al vol. VII, 73) allorché la pubblica per intero nel vol. IX, c. 366, la dico giustamente omnino suspectae fidei.

III. Anni 1151-1168. — Nel catalogo dei Baroni normanni, si legge:

Episcop. Anglonensis et homines de Anglona obtulerunt VI milites. — Ugo de Turso tenet in Turso feudum 1 militis.

Si noti che il Guillelmus de Anglona di questo Catalogo non è di questa Anglona, presso Tursi (come dicono gli scrittori locali), ma si di Agnone in circondario d’Isernia.

IV. Anno 1167. — Re Guglielmo II dona castellum quod dicitur Nucara tibi, Vilelme, venerab. Anglonen. episcope. (UGHELLI, VII, 79).

V. Anno 1192. — Nel libro dei censi alla Chiesa romana di Cencio Camerario, del 1192, è nominato L’Episcopatus Anglonensis e non il Tursitano (MURATORI, Antiq. M. Ae. V, p. 855).

VI. Anno 1212. — Innocenzo III scrive ai Canonici Anglonenses circa la validità della elezione a vescovo da loro fatta del cantore di Tricarico, benché nato da prete greco. (Nel Decret. Graziani al tit. De clericis conjugat.).

VII. Anno 1221. — Federico II concede ecclesie Anglone in perpet. casale Anglone, e inoltre, homines quos habet in castris Tursii e Sancti Arcangeli. Inoltre esonera ipsam ecclesiam et praelatos ejus (lacuna), ejusdemqne casalis et dioecesis ejus homines da taglia, collette e servizii. (Ap. UGHELLI, VII, 82) e in BREHOLLES, II, I.

Dubito della genuinità di questo documento. La donazione si fa alla chiesa, e manca ogni nome di vescovo. Manca la nota cronologica: e quel post Curiam capuanam celebratam messo lì, nella data, è del tutto fuor di luogo,

VIII. Anno 1241. — Transazione di litigio fra Roberto, d. grat. Anglonensem episcop. e l’ab. del monastero del Sagittario, in tenimento di Rotunda maris, cioè Rotondella. (UGHELLI, VII, 83).

IX. Anno 1254. — Innoc. IV conferma fra Diodato da Squillace in vescovo Anglonensis eeclesiae (Id. ib. 84).

X. Anno 1269. — Leonardo episcop. Anglonensis riconosce la transazione, di cui sopra al n. VII; sottoscrivono molti canonici Anglonenses (Id. 85).

XI. Anno 1320. — Dominun Marcus. d. g. episcop. Anglonensis et capitulum Anglonense intus in choro S. Michaelis de Tursi, Anglonensis dioecesis, de mandato ipsius episcopi vengono a transazione di lite con l’archimandrita del monastero di S. Elia, di Carbone, Ordinis S. Basilii, dioecesis Anglonensis. — Scrive l’atto il publicus terre Tursii notarius cum judice Tursii Scipione de Laurentiis. — Dato apud Tursium. Sottoscrivono l’episcop. Anglonen. e dieci canonici Anglonenses (UGHELLI, VII, 86).

XII. Anno 1526. — Nella Indictio obedientiae Episcopo Anglonensi praestandae in anno 1526, sono chiamati, prima, l’arcidiacono, il decano, il cantore et omnes canonici Anglonenses, e poi l’archipresbyter et Cantor Tursii (Nel NIGRO e nei Cenni storici, ecc. [p. 724], sopracitati).

16 Nel 1207 Innocenzo III riunì la chiesa e la sede episcopale di Matera alla chiesa di Acerenza. Potrebbe essere degli stessi tempi o dello stesso Pontefice la riunione della chiesa di Tursi ad Anglona? — È una semplice congettura.

17. Vol. VII, col. 101.

18. Vedi gli epitaffii di vescovi del secolo XVI e XVII nell’UGHELLI, Ibid.

19 Pubblicata da monsignor Zavarroni con sue Note in calce alla di lui memoria: Esistenza e validità dei privilegii della Chiesa di Tricarico per le terre di Montemurro ed Armento. Napoli, 10 ottobre 1749. — Riferita la bolla dal DI MEO, ad ann. 1060, 5.

20. Ecco le parole:

ut… citius de pastore congruo provideremus, quinimo, pro loci vicinitate, ut unus esset in utraque ecclesia dispensator

21. Tale è pel DI MEO, di cui vedi ad ann. 1060, 5.

22. Nei Cenni storici, ecc. del D’AVINO, citati di sopra; a pag. 724.

23. Ibid.

24. BONAVENTURA RICOTTI. Monografia di Tricarico nei Cenni storici, ecc., del D’AVINO su citati (pag. 681).

25. Vedi innanzi al capitolo IV, e nel Decretum Gratiani il titolo de Clericis conjuigatis, di cui s’è fatto parola nel capitolo suddetto.

26. A pag. XLI delle Note sopra la botta di Godano, arcivescono dell’Acerenza, spedita l’anno 1060… in calce alla Memoria intitolala: Esistenza e validità dei privilegii… della chiesa di Tricarico per le terre di Montemurro ed Armento di ANTONIO ZAVARRONI. Napoli, ottobre 1749. — A questo proposito occorre avvertire che il RODOTÀ (Rito greco in Italia. Roma, 1758, vol. I, pag. 202), dice che i proti di Tricarico «nella messa pontificale cantano l’Epistola e il Vangelo in lingua greca». Il che è molto più che non attesti il vescovo stesso.

27. DI MEO (ad ann. 1068, 8), scrisse:

«Quasi tutte, se non tutte le carte di Tricarico di questi tempi puzzano d’impostura».

28. Ital. Sacra, VII, col. III.

29. Conf. Bolla di papa Gregorio IX al vescovo di Tricarico, nell’UGHELLl, vol. VII, 149.

30. Fu pubblicala nel volume II delle Vitae Sanctorum Siculorum, ex antiquis monumentis del P. GAETANI (Panorami, 1657), secondo il manoscritto della versione latina che si conservava nella chiesa di Armento. La pubblicazione a stampa è però di stile ringiovanito. Conf. i nostri Paralipomeni, ecc. pag. 79. — L’epoca del vescovo Roberto è nell’UGHELLI, VII, 148, che lo trova intervenuto al concilio Lateranense del 1179. Nell’anno 1195 si troverebbe vescovo, invece, un Enrico. Id. ibid.

31. Un antico quadro esistente nella chiesa di Armento mostra questo episodio sacro-guerresco.

32. In G. GATTINI, Note storiche sulla città di Matera. Napoli, 1882, pag. 218.

33. A pag. 127 e 129 dell’Hist. Monast. S. Michael. Archang. Montis Caveosi. Napoli, 1746. — Si vuol notare che nella carta del 1078 il secondo è detto abbreviatamente episcopo Benedicto de civitate M. e non altrimenti.

34. Gli atti sono nel volume XI dei Sacrosancta Concilia, ecc. studio Labbei et Cassartii. Venezia, 1730.

35. Annali Crit. dipl. ad ann. 1065, 5.

36. Id. id. ad ann. 1065, 5.

37. Vol. VII, col. 35.

38. Non debbo omettere di notare che questo atto, riportato dall’UGHELLI (vol. II, col. 37, con la data del 1203), non è che un frammento della bolla papale, la quale, se fosse nota per intero, si avrebbe forse luce sufficiente a chiarir dubbii e questioni.

39. Nell’UGHELLI (VII, 37) si legge:

«Nell’anno 1203, o per insinuazione dell’(arcivescovo) Andrea, o piuttosto per urgente necessità ed utilità della Chiesa acheruntina, in quel tempo quasi desolata, Innocenzo eresse de novo la cattedrale di Matera…» — Da queste parole il GIANNONE (Stor. civ. lib. VIII, 379) conchiuse che «desolata Acerenza, per le continue guerre, di abitatori, bisognò che a lei, per sostenerla, si unisse la chiesa di Matera».

E il FIMIANI (Op. cit. p. 160) scrisse:

«Acerenza, a testimonio di Lupo Protospata, abbruciò nel 1090. Per la qual cosa (!), essendo deserta di popolo, Innocenzo III, nel 1200, la basilica materana fece cattedrale».

Da che si vede che una mezza congettura dell’Ughelli diventa certezza degli altri; i quali, per rendersi ragione della congettura, risalgono dal 1200 all’incendio del 1090! e la desolazione della Chiesa diventa desolazione della città. — Non è detto che dal 1203 in poi i vescovi lasciarono di risiedere in Acerenza, perché deserta di popolo. Non è detto, né provato. Sicché rimarrebbe senza ragione sufficiente la elevazione di una chiesa di città secondaria a Concattedrale.

40. UGHELLI, VII, col. 376.

41. Il DUOMO di Acerenza merita, a più riflessi, una speciale notizia.

L’epoca di sua fondazione oggi è controversa. Lo Schulz ne riportava la costruzione agli ultimi tempi del secolo XIII; pel Lenormant essa è l’antica opera dell’arcivescovo Arnaldo, cominciata tra il 1080 e il 1098. Occorre di riferire quello che questi ne scrive nel libro À travers l’Apulie et la Lucanie (Paris, 1883, I, 270).

«La cattedrale di Acerenza è un edifizio di una semplicità grandiosa e severa: un po’ nudo, per vero, perché né i capitelli, né i modiglioni dell’esterno sono abbelliti da qualche scultura di fogliami o figure. In tutto il mezzogiorno d’Italia, desso è il monumento più normanno che si possa indicare, nel senso proprio della parola: di tal che parrebbe di vedere una chiesa dei dintorni di Caen o di Rouen del tempo di Guglielmo il Conquistatore. La pianta è simile a quella della chiesa, incompiuta, della Trinità, di Venosa, e vuol dire di forma del tutto francese, e lontana dallo stile delle costruzioni italiano. Anche una galleria (il «deambulatorio» che ivi è detta il circolo) si vedo attorno al coro, oltre alle cappelle absidali. All’esterno l’edificio era fortificato: si possono ancora oggi distinguere sull’alto delle mura le reliquie dei merli e le torrette che si elevavano agli angoli sporgenti delle braccia della crociera (a croce latina). La facciata finisce in culmine acuto e molto alto, e sull’estrema punta vi è messo il busto dell’imperatore Giuliano (?). Ai due fianchi della facciata erano due torri quadre, a uso campanile, ma, già abbattute da’ terremoti, una sola ne fu rialzata, sullo stile del rinascimento, nel 1555 dal cardinale Michelangelo Saraceno, arcivescovo di Acerenza, per mano dell’architetto che fu un Mastro Pietro, nativo della vicina Muro (??). Sulla porta maggiore sporge in fuori un portichetto, che è opera del XII secolo, riccamente scolpito, e che vien sostenuto da due colonne di marmo colorato, avanzo di antichi edifici, le quali posano su due gruppi di una oscenità veramente incredibile: un bertuccione ed una donna da un lato, un uomo e una bertuccia dall’altro.»

«L’opera dell’interno è moderna restaurazione a volta, che ha snaturato l’antico stile… La cripta, o soccorpo, rifatta nel 1523, è una squisita opera di scultura e di architettura. Un ornato in grotteschi covre la volta e i pilastri; i capitelli e le colonne, e segnatamente il bassorilievo in bronzo, posto al disopra dell’altare maggiore, hanno tutta la grazia, la morbidezza e l’eleganza delicata delle opere di Giovanni da Nola…»

Dopo il Lenormant, il signor Bertaux nella importante monografia già citata sui Monumenti medievali della regione del Vulture, ripiglia la questione cronologica. Egli scarta l’opinione dello Schulz e quella del Lenormant.

All’opinione dello Schulz oppone un titolo irrefragabile; ed è una lettera di Carlo I d’Angiò al giustiziere di Basilicata, del 14 febbraio 1281, cui fa ordine di portarsi di persona nella città di Acerenza, con maestri fabricatori ed altri uomini periti per studiare la chiesa «arcivescovile che sta nell’interno della fortezza di detta città, di misurare l’edificio; e poi di scendere verso la città, e scegliere in essa fuori della cittadella, d’accordo con l’Arcivescovo, un posto ove erigere una nuova cattedrale. (In Arch. stor. ital. vol. IV, ser. 4ª, p. 5). — Ora, l’attuale duomo è sul culmine del colle; e più in su non si può andare: dunque, l’attuale edifizio non può essere quello che il re ordinava (cioè dal 1281 in poi) che non fu elevato mai.

Al Lenormant oppone che il «deambulatorio» dietro il coro del duomo di Acerenza è, con quello della badia di Venosa, l’unico esempio di tale forma architettonica in Italia. E poiché a quello di Venosa, per una ragione di fatto già indicata (vedi cap. V, Appendice A) non si può assegnare la data cronologica attribuitagli dal Lenormant, cioè della prima metà del secolo XII, così non si può spingere fino a tale remota epoca quello di Acerenza. All’uno ed all’altro il Bertaux attribuirebbe il tempo della seconda metà del secolo XII; e crede che tra i due fosse edificato prima quello di Venosa. «La pianta francese (così scrive) di una chiesa a deambulatorio è stata importata in Basilicata dai Benedettini (che, venuti di Francia, fabricarono la badia di Venosa) e fu copiala quando accadde di rifabricare il duomo di Acerenza».

È probabile (egli avvisa) che la facciata e l’intorno siano dell’epoca angioina; ma il portone delle scimmie (che è il principale ingresso della chiesa) contornato da un elegantissimo fregio e da ornamenti orientali è di puro stile pugliese; lo giudica però dello stesso tempo, e forse anteriore al coro. La cripta, come dètta la appostavi iscrizione, è del 1524.

Oggi il duomo di Acerenza è dichiarato monumento nazionale. (V. Gazzetta Ufficiale del 5 gennaio 1898).

Occorre ancora uno strano ricordo di questa chiesa!

Il Lenormant afferma, come si è riferito, che il busto in marmo, posto sul pinacolo della chiesa, sia quello di Giuliano Apostata: e la cosa sarebbe veramente singolare. La congettura basa su questi elementi. Il busto, che è una mezza statua, è opera romana: ha il capo coronato di alloro; porta il costume militare del paludamentum, che indica un soldato, ed ha la barba; la barba era portata, come si sa, dall’imperatore Giuliano. È nel Corpus Ins. Lat. una iscrizione dell’antica Acheruntia in onore di Claudio Giuliano Augusto: un altro frammento, testé scoverto, ha questo lettere sole: VLIAN; e si può giustamente arguire, dalla grande proporzione delle lettere, che desso sia parte del piedistallo, della quale era il busto barbato o laureato messo sulla facciata della chiesa. Si sa che S. Canio, protettore di Aceronza, era vescovo di Giuliana, in Africa. Dunque, conchiude il Lenormant:

«Se, come è probabile, il frammento a grandi lettere faceva parte del piedistallo della statua, e se l’umo e l’altra furono tratti dal suolo allo stesso tempo, i chierici di Aceronza, tra il 1090 e il 1100, preoccupati di San Canio più che dell’imperatore Giuliano, avrebbero completata la mutila iscrizione in Julianensis episcopus; e per tal modo l’apostata sarebbe stato trasformato in martire e in protettore celeste!» (Ibid. p. 278).

Ironia del caso e della storia! … se fosse vera.

Intanto, e per la storia vera, riscontri il lettore Le notizie degli scavi di antichità, dell’ottobre 1882 (pag. 883). In esse sono riportate le varie iscrizioni di Acerenza, intere o a frammenti, antiche e dei tempi moderni, relative ai lavori della cripta e del campanile. Questo, che è opera «del buon gusto del secolo XVI», mostra in grandi lettere scritto in una fascia: MASTRO PETRO DE M. che si può interpretare, come affermava il Lenormant ed altri, tanto de Muro! quanto altrimenti. Anche il frammento è riferito in queste Notizie così: VLIANO; e lo scrittore (che è il ch. prof. BERNABEI) dice che la prima lettera «meglio conviene ad un N che ad un V». — Quindi una delle basi della congettura vagella!

42. Si legge nell’UGHELLI, vol. VII, col. 14.

43. Conf. DI MEO, ad ann. 1090, 7 e 1071, 4.

44. Dopo monsignor Lupoli.

45. In UGHELLI, Ital. Sacr. VII, 108.

46. Sono nell’UGHELLI, VII, 594.

47. Nel volume V dei Sacrosan. Concilia exacta studio Labbei et Cassartii. Venet. 1728. — Il vescovo Stefano è nominato altresì nel Decretum, cap. 2°, dist. 96.

48. La bolla, con la data del 1028, è pubblicata dall’annotatore dell’UGHELLI, negli Arciv. baresi (vol. VII, col. 601). — Il DI MEO, invece, la dice dell’anno 1025. Ann. dipl. ad ann. 4.

49. In una bolla del 1102 di Pasquale II al vescovo di Melfi (in UGHELLI, vol. I, col. 924 ed in ARANEO, p. 210) si legge che il papa dispone ne in Lavellano oppido, quod Melphiae proximum est, ullo deinceps tempore episcopalis cathedra statuatur… Ma se la bolla è genuina, dell’ordinata soppressione non si avrebbe altra notizia che questa. DI MEO l’accenna sotto l’anno 1101, 4.

50. BONAV. RICOTTI, nell’opera citata Cenni storici, ecc. pag. 541.

51. Baronio, ap. UGHELLI, Ital. Sacr. vol. V, col. 160.

52. Nel volume V de’ Sacrosancta Concilia ad regiam edition. exacta, studio Ph. Labbei et Cassartii. Venezia, 1728.

53. Nelle addizioni all’UGHELLI, Ital. Sacr. vol. 10, col. 160, il Coleti dice, a questo proposito, res est satis incerta.

54. È nel Decretum Gratiani, pars I, distinct. 76, Can. 12. — Nella edizione di Parigi, 1687, dei fratelli Pitheo, si mette in fronte alla lettera l’anno 556 circa; invece, il DI MEO la riferirebbe, pure dubitando, all’anno 580.

55. La tradizione dell’arrivo del santo vescovo in Potenza è tradotta dal popolo in una pantomima, che si ripete ogni anno, da tempo immemorabile, alla festa popolare del Santo Patrono della città. Questa specie di «mistero» medievale rappresenta una nave che, sulle ruote di un carro, naviga su e giù per la città; sopra la nave è la ciurma dei marinai in veste da turchi e da mori; e presso a l’albero (con la campana che squilla a coffa) è il santo, che fa mostra di predicare alle turbe. Quale relazione interceda tra chi venga da Piacenza in una città mediterranea e la nave con l’esotico equipaggio, non si vede; e si ritiene come uno di quegli anacronismi di tempo o di luogo, che si perdonano, per esempio, a Shakspeare, quando fa approdare i navigli ai mari di Boemia. Ma la costumanza è antica, e niente nasce dal niente. Io credo piuttosto che essa, in origine, si riferiva alla tradizione dell’arrivo dei dodici fratelli di Africa, tre dei quali (Oronzio, Onorato e Fortunato) sotto Diocleziano soffrirono il martirio nella città di Potenza, secondo la leggenda. È risaputo, che uno di questi tre, Oronzio, fu tenuto patrono antichissimo della città. — Negli atti più antichi di questa falange di martiri è detto che Valeriano, preside a Cartagine, con i dodici fratolli e i militi suoi navigio profecti sunt; cumqne navigantes applicuissent remum, relicto navigio tandem venerunt in civitatem Potentiam, ecc. (Nei BOLLANDISTI, sub die 1 septemb.). — La simbolica nave rappresenta dunque la venuta di Santo Oronzio, il quale diventa San Gerardo, quando egli, antico patrono, cede il luogo al nuovo.

56. Fu pubblicata dall’UGHELLI, vol. VII, col. 135, e poi dal VIGGIANI, Storia di Potenza.

57. Conf. FIMIANI, Op. cit. p. 98.

58. Questa bolla del 1058 fu da noi pubblicata (secondo una copia dell’archivio arcivescovile di Salerno) in appendice al libro: L’agiografia di San Laverio del MCLXII, illustrata. Roma, 1881, pag. 74 e 51.

59. Nell’Agiografia, etc. citata.

60. Fu pubblicata la prima volta dal TATA, Lett. sul monte Vulture. Napoli, 1778, p. 57. — E dall’ARANEO, Notiz. stor. della città di Melfi. Firenze, 1860, pag. 112, e nei Cenni storici sopracitati, p. 327.

61. Non tralascerò queste due osservazioni: 1° In questa bolla del 1037 si dona alla mensa di Melfi Castellum quod dicitnr Salsula; il quale fu veramente donato alla mensa di Melfi dal duca Ruggiero con carta del 1093; ma in questa carta non si fa motto o riferimento «a conferma (o altrimenti)» di precedente possesso. (La carta del 1093 è in ARANEO, p. 206; in UGHELLI, vol. I); 2° L’arcivescovo Canosino dice: petentibus vobis, Joannem Episcopum consecravimus, cujus ditioni haberi concessimus Civitatem Melfi, ecc. Or, se la città di Melfi gli si concede in signoria, come parrebbe, è assurdo; se in giurisdizione, è strana ed equivoca dicitura; e perciò stesso sospetta».

62. Alludo alla «Leggenda del prete Gregorio» dell’892, per la traslazione di una sacra immagine da Costantinopoli a Bari, che è ritenuta un’impostura del Calefati, dal Wustenfeld e dal Cantù. V. Archiv. Stor. Ital. tomo X, 69. Firenze, 1859, e tomo XII, p. II del 1860.

63. L’ARANEO, a conferma della esistenza in Melfi nella sede episcopale antecedentemente all’anno 1059, dice che, abbattuta la chiesa parrocchiale pel terremoto del 1851, fu trovato nel maggiore altare di essa, entro un’urnetta di legno, un pezzo di cartapecora e scrittovi su il ricordo che quell’altare era stato dedicato dal vescovo Balduino nel dicembre MXL (Op. cit. 110). — Ma chi assicura, innanzi tutto, che questa memoria fu scritta proprio nel 1040, e non in tempo posteriore? Né della paleografia e integrità della breve cartapecora si sa nulla.

64. UGHELLI, VII, 608.

65. L’ARANEO, Op. cit. 120 210) erede che avvenne verso il 1100, argomentando da alcune parole di una bolla di Pasquale II (Ap. UGHELLI, I, 924).

66. ROSATI, apud CHIARAMONTE, di cui nella nota che segue.

67. FRANC. CHIARAMONTE, scrittore della monografia di Rapolla, nei Cenni storici, ecc., sopracitati, pag. 557.

68. Dall’opuscolo 19 di S. Pier Damiano a papa Nicolò II, apud DI MEO, Ann. dipl. ad ann. 1054, 7.

69. Bolla del 1089. In UGHELLI, vol. VII, col. 608.

70. Importante, per la nostra storia, è il DUOMO DI RAPOLLA.

La chiesa, la vecchia chiesa, porta, in due antiche iscrizioni, inciso il suo atto di nascita.

Il campanile, quadrato, a due piani, fu eretto nel 1209, dopo tre anni di lavoro, sotto l’episcopato di Riccardo, che ne pose la prima e l’ultima pietra. La data del 1209 è scritta sotto ai due bassorilievi (di non fine arte, per vero) del Peccato originale e dell’Annunziazione. L’architetto dell’opera fu Sardo di Muro:

Ille magister erat, si quis de nomine querat,

Murani Saroli, cui cura fuit data soli.

La chiesa aperta al culto, dal vescovo Riccardo, ma non del tutto compiuta (parmi che intenda dirlo la iscrizione medesima) fu compiuta nel 1253 dal vescovo Giovanni (che opus peregit e non peragit, come leggono la iscrizione), compiuta nella parte superiore (partibuis ecclesie [e] conctis… altior); e di questa opera di complemento fu artefice, degno di ricordo,

Clericus Anglonis Albano monte nutritus

Melchior est faber operis laudabilis hujus.

Dell’antica costruzione del secolo XIII oggi è conservata la porta ad arco tondo, con entro al suo timpano fregi a rilievo, e con belle colonne di marmo, che si ritengono derivate da antichi edifizi. L’interna disposizione della chiesa è quella dell’antica pianta; ma il coro è opera della prima metà del 1300; e lo attesta una iscrizione lettavi dal signor Bertaux. Delle acute osservazioni del quale mi giova riferire questo che segue:

«Aveva tre navate, separate tra loro da pilastri di cui due serie si sono conservate: dei pilastri due sono ottagonali, e due altri a forma di croce con otto colonnette incastrate (bellissime). Se ci proviamo ad analizzare il carattere dei pilastri e delle volte, e lo stile della porta, che ha il nome dell’artefice Melchiorre, distingueremo due elementi che spiccano davvero l’uno vicino all’altro. Le volte a botte alte e strette, ricordano gli edifici pugliesi nei quali trionfa l’influenza bizantina; le volte a cordoncini, qui come dapertutto, sono di origine francese. Così il timpano della porta è ornato di rabeschi a rilievo molto basso, il cui disegno pare metà orientale, metà locale; invece le colonnette, le basi, l’archivolto, e soprattutto i capitelli sono un’imitazione di modelli francesi». (E. Bertaux. In Napoli nobiliss. (con 46 incisioni), sopra citata, del 1897. Vedi B. Croce nella stessa Rivista all’anno 1893).

Di SAROLO, di Muro, il Lenormant disse che è un nome normanno.

Di cui la forma francese sarebbe Sarule, il Berteaux invece avvisa che il dotto uomo è in equivoco. — Che sia di origini normanne è possibile: ma Sarolus per noi vale quanto Karolus. Del resto a che pro? Di questo valentuomo abbiamo due altre testimonianze: l’una pubblicata dall’on. G. Fortunato che è incisa sulla porta della chiesa di S. Maria di Pierno presso Atella, ove è detto: Quod scriptura legit Magister Sarolus egit; ivi è nominato «Sardo, Roggiero suo fratello et alii magistri murane civitatis» nell’anno 1189 e 1197 (G. Fortunato, Santa Maria di Pierno. Trani 1899, 11).

L’altra testimonianza è pubblicata dall’egregio L. Martuscelli, scrittore della Storia di Muro Lucano (Nap. 1896, 132) che trovò, in una vecchia cappella a Capotignano, la iscrizione che segue: hoc op. egre | gie p (?) doct | Sarol egt, che io non dubito di leggere a ritmo leonino: hoc opus egregie | quod docet Sarolus egit.

Di prete Melchiore di Montalbano (Jonico) della diocesi di Anglona, non sappiamo altro: e ce ne duole. Avvertiamo solamente che l’arcidiacono Chiaramonte, pubblicando primo la iscrizione (nei Cenni, etc. sopraindicati) crede che il chierico di Montalbano si riferisca alla patria del vescovo Giovanni: ma altri, ed io con essi, non dubito di riferirlo all’artefice prete architetto.

71. Nell’opera citata Cenni storici, ecc. pag. 417-8.

72. Annali critico diplom. ad ann. p. 305-6.

73. Vedi innanzi al capitolo III.

74. Vedi al capitolo VII.

75. Ap. UGHELLI, vol. VI, 847.

76. Vol. VI, c. 813.

77. Nel Provinciale romano di Leone X è detto: «Archiepiscopus Consen hos habet suffraganeos; Muran, Belsinaten (Pulsinaten), Satrianen, Montis viridis, ecc.» — GIANNONE (Stor. Civ. lib. 8, cap. 6) scrive queste parole: «Dell’altro (vescovato) di Belsiense, di cui nel Provinciale romano fassi memoria, come sottoposto al Metropolitano di Consa, non ve n’è ora presso di noi alcun vestigio — È il vescovo di Buccino-Muro, e non altro.

78. Nel Registro normanno dei baroni si leggo: Abbas Sanctae Mariae Montispilosi de eo quod tenet in Irso, obtulit milites X.

79. Da quel tempo trovo scritto che fosse «introdotta l’officiatura secondo il rito greco nella chiesa di Montepoloso». (E PALERMO nell’opera citata dei Cenni storici, ecc. pag. 410). — Non so quale fede meriti la notizia, di cui non trovo cenno altrove: è probabile fosse cavata dall’interpretazione di questo logogrifo, che è un iscrizione sepolcrale posta ad un vescovo, la quale dopo aver detto: Qui è sepolto Ruggiero della città di Atella, aggiunge:

Pontificis titulum, cui graeca salubria quondam

Tradidit, et qui dignus honore fuit.

Ap. UGHELLI, vol. I, 909.

80. Non è detto se Pelagio I o II.

81. Fonti della storia basilicatese al medio evo — L’agiografia di San Laverio del MCLXII illustrata. Roma, 1881.

82. Ricordata dal signor Bonaventura Ricotti, di cui nelle note che seguono.

83. Nel Syllab. Graec. Membranarum, etc. citato, n. 93 e 162.

84. Presso l’UGHELLI (vol. VI, col. 854) è l’epitaffio di un vescovo sepolto nella cattedrale satrianese, che dice:

Fra Augustinus Cajetanus, episcopus Satrianensis, qui templum hoc dedicavit; obiit die 17 martii 1521.

E per verità queste parole non parmi consentano con la tradizione della distruzione della città, verso il 1420.

85. La Lucania, ecc. pag. 570. — Vedi l’Appendice VIII al mio libro: L’Agiografia di S. Laverio, ecc. Roma, 1881. — Conf. inoltre: UGHELLI (Ital. Sacra, nei Vescovi satrianesi, vol. VI, col. 852, e nei vescovi di Campagna, vol. VII, 452) — GATTA, in fondo al libro La Lucania illustrata. Napoli, 1723, per la tradizione suddetta — B. RICOTTI nella Monografia di Conza nell’opera citata dei Cenni storici, ecc. (Napoli, 1848, p. 224): il quale raccolse (da non dichiarate fonti) buone notizie tanto sulla sede affatto nominale di Satriano dopo la catastrofe della città, quanto sulle contese tra le comunità della diocesi satrianese e la Curia di Campagna, e sulle diligenze dell’illustre vescovo Caramuele per restaurare la chiesa di Satriano. Questo dottissimo vescovo preferiva fare dimora in Sant’Angelo le Fratte, terra della diocesi, ove introdusse una tipografia, e vi ristampò una delle tante sue opere, se si può credere a questo titolo che riferisce il Ricotti: Conceptus Evangelii liber, etc.— Recusus Sanctangeli Typis Episcopalibus, anno MDLXII. — Nel libretto di GIUSEPPE SPERA, L’Antica Satriano di Lucania con documenti inediti (Cava de’ Tirreni. Badia Benedettina, 1880) i documenti sono di poca importanza. Nella monografia S. Angelo Le Fratte dell’arciprete LEONARDO GIALLORENZI (Potenza, 1889), si dice che gli abitanti della città di Satriano sfuggirono alla totale violenta ruina, grazie alla pietosa opera del vescovo Andrea de Venetiis. Questi fu creato vescovo di Satriano non prima del gennaio 1421; e di qua la data cronologica della tradizione, di cui nel testo. Ma la data del 1415 da noi indicata è da documenti autentici.

86. Secondo la lezione del DI MEO, riscontrata da lui sul testo dell’archivio episcopale di Acerenza. — Conf Ann. dipl. ad ann. 1068, 7.

87. DUCANGE, ad v. dice:

Parochia, territorium et districtus Episcopi, ut Provincia et Dioecesis, Metropolitani et Archiepiscopi.

88. Vedi sopra.

89. Notizie stor. della città di Melfi, pag. 183.

90. Sono notizie e date che raccolgo dal RODOTÀ, Del rito greco in Italia. Roma, 1778, vol. I, pag. 356. — Non debbo tacere che esse non concordano del tutto con l’Ughelli, il quale scriveva, come de suoi tempi, alla metà del secolo XVII, queste parole:

Rivellum duas habens Parochiales; quarum in una latinus archipresbyter latino, in altera graecns graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat. — Ital. Sacra, nel vol. VII, col. 542.

CAPITOLO X

FEUDO E COMUNE

Nel lungo periodo della dominazione dei Longobardi, quando la nuova evoluzione dell’istituto della proprietà non era giunta ancora all’istituto giuridico del feudo, ma si appressava a divenirlo, in quel periodo di tempo non si incontra nei documenti superstiti, per la regione nostra, altri, fuorché i Conti d’Acerenza, di Marsico e di Potenza. Un Pandolfo dominatore di Conza e di Rapolla nel 967 è in carte di fede sospetta.

Arrivano i Normanni; e non è dubbio che essi divisero il paese a feudi e a brani di feudo tra’ capi maggiori e minori della gente d’armi, che conquistava e manteneva la conquista. Con Guiscardo Duca di Puglia e con Ruggiero re il sistema abbarbica e ramifica: allora avvenne che, non pure un paese abitato, ovvero una tenuta di terra, ma anche un pezzo di terra nel perimetro di quel paese o di quella tenuta era concesso dal sovrano o dal feudatario in capo al sotto-feudatario minore, a titolo di feudo. Allora avvenne che anche i Militi (com’erano detti i nobili, fedeli del re), possedessero qui e qua a titolo feudale tanti «villani ovvero rustici» come li chiamano le carte del tempo, non altrimenti che tanti capi di armento sparsi a pascolo sul feudo. Codesti gruppi di «villani» raccolti a famiglie in capanne sopra una tenuta non altrimenti abitata, costituirono man mano quei paesi che, o esistono ancora o, se già scomparsi, pure da prove multiplici si trae che esistessero ben numerosi innanzi al XV secolo.

Né manca figura di «villani» in dipendenza feudale da un feudatario, che abitavano in città o sul territorio di città dipendente da un altro feudatario: onde derivava un intreccio di relazioni nell’ordine finanziario e militare, che rende confusa la notizia della sorte loro.

È dei tempi normanni, e propriamente della seconda metà del secolo XII, un monumento di grande importanza per la notizia della proprietà feudale nel regno di Puglia; che è noto sotto il nome di Registro dei Baroni. Fu compilato tra gli anni 1154 e 1168 (oltre alle postume aggiunte dei tempi svevi), come ha dimostrato l’illustre B. Capasso1, e non per una mobilitazione di armati a non so che spedizione in Terrasanta secondo l’avviso degli antichi eruditi napoletani, ma per qualche spedizione militare piuttosto all’interno del regno. Delle odierne provincie della regione napoletana non contiene le Calabrie, che erano ancora in quel tempo di pertinenza amministrativa della Sicilia: né mostra un qualche ordine ovvero ripartizione di provincie o giustizierati secondo che questi erano disposti ai tempi di Federico II, o dello stesso re Guglielmo, in cui il registro fu compilato. Desso è, a parlare propriamente, un registro non tanto de’ feudi quanto dell’esercito feudale, secondo che questo era sparso in paese; e poiché l’esercito si componeva di militi o gente di arme stanziati nei feudi, e questi feudi, in ordine al servizio militare, erano aggruppati secondo certe unità superiori, che potrebbero corrispondere a quello che ora diremmo grado di colonnelli o generali; così avviene che si trova inscritto in questo registro il nome del feudo e del suo feudatario coll’obbligazione feudale di tanti soldati; e si trovano i feudi disposti a gruppi in dipendenza di un feudo o di un feudatario superiore. Punto con l’uniformità de criterii dell’oggi, bensì secondo che le condizioni storiche dell’epoca avevano messo un feudo o un pezzo di terra in dipendenza piuttosto di un feudatario maggiore, lontano, che di un altro più prossimo.

In questo importante monumento normanno la regione nostra non va più in là dalla linea del fiume Sinni, come altrove fu osservato: e di tanta distesa di territorio i feudi si trovano disposti sotto i titoli feudali dei Comitali o Contee di Gravina, di Montepeloso, di Montescaglioso, e sotto il titolo della «Comestabulia» di Tricarico, che era l’ufficio di Contestabile o comandante unicamente militare; mentre il Conte, capo del Comitato, era non solo delegato del Sovrano normanno per l’amministrazione della giustizia civile e criminale, ma comandante militare altresì delle forze militari della sua Contea.

Quasi tutti i paesi della regione si veggono, secondo questo registro, infeudati: e quelli che non vi si trovano nominati (per un esempio, Melfi, Acerenza, Potenza, Moliterno, Saponara, Stigliano ed altri) non si può dire se per dimenticanza dello scrittore, o per lacune del documento o se piuttosto per ragione di demanialità ossia appartenenza diretta al demanio del Sovrano.

Dalla Contea di Gravina si portano dipendenti i feudi di Tito, di Laurenzana, di Campomaggiore, di Trifogia (che non è Trivigno) e finanche di Marsicovetere, tanto da Gravina lontano! — Banzi è dal Comitato di Andria.

Dal Contestabile di Tricarico (che pare appartenesse in quel tempo al principato di Taranto), dipendevano Albano, Pietragalla, Tolve, San Giuliano (presso Muro, o presso Pietragalla) oggi distrutto; e inoltre Abriola, Monte Marcone (presso il Lagopesole, e distrutto), Spinosa, che non credo l’odierno Spinoso, Riviesco presso Potenza, oggi distrutto anch’esso, e Picerno, Castelmezzano, Trivigno, Anzi, e i due, che più non esistono, Gallipoli di montagna (presso Accettura) e Gloriosa (forse Arioso, presso Pignola). — Armento e Montemurro erano infeudati al vescovo di Tricarico.

Dalla Contea di Montepeloso dipendevano il feudo d’Irso, che più non esiste, i due Aliano superiore e inferiore, Guardia, Missanello, Pietraperciata (o Pietrapertosa), Corneto o Corleto (?), Gracculo, che non è Craco ma forse Grottole, ed Altojanni che è distrutto, presso Grottole.

Dalla Contea di Montescaglioso: San Mauro, Salandra, Gorgoglione, Monte Albano, Cirigliano, Craco, Garaguso, Accettura, Pomarico, Tursi, Camarda che fu poi Bernalda, e questi altri paesi, oggi tutti distrutti e in parte d’ignoto posto, cioè, Petra, Petrolla (presso Montalbano), Castello di Rocca, Castiglione e Cannano sul basso Agri, Terrazzano, Achio o Accio (presso Pisticci), Ingorgo, Pulleno, e infine un altro che nelle stampe è Milliam, e potrebbe essere, per errore di scrittura, Millionico, l’odierno Miglionico.

Satriano, Pietrafesa, Salvia, Brienza, Marsico, Montesano, Padula, Muro erano contee, ovvero feudi minori nel Principato di Salerno.

Queste aride particolarità al lettor nostro dicono poco; e ne ometto delle altre. Ma non passerò senza nota la singolarità di certi paesi, ove la popolazione contadinesca era feudalmente divisa in sei, o sette, o dieci, o più padroni. Per Bella, ad esempio, il registro enumera per nome dodici Militi che posseggono partitamente chi 28 villani, chi 20, chi 18, chi 8, chi 7, e chi un solo villano; in complesso 121 villani sono divisi a dodici padroni. In Muro sono 115 villani ripartiti tra i Militi feudalarii in otto e più gruppi, da 24 fino ad un solo. E poiché ogni «villano» si può ritenere avesse una famiglia che era soggetta anche essa agli obblighi feudali del villanatico, a questa stregua vedrete come tutta la popolazione di Bella doveva essere nelle condizioni della servitù feudale, che era più che il vassallaggio. Non altrimenti o in poco minori proporzioni, Muro, Brienza, Montesano ed altri, quali risultano dal «Registro».

Come poté egli avvenire un tale frazionamento di popolo fra tanti diversi padroni sullo stesso e breve àmbito di terra? Io non saprei spiegare altrimenti, se non ammettendo che di una città presa di assalto, o sottomessa di forza nei primi tempi delia conquista, la popolazione armata che avea resistito, veniva divisa come servi, se non potevano pagare il riscatto, fra’ capisquadra vincitori. Addetti alle opere dei campi furono essi i villani.

Ma con la conquista normanna non tutta la popolazione fu fatta serva: sbocciò nel suo rigoglio il sistema feudale; ed abbrancò uomini e terre che divennero feudo e vassalli; però la proprietà allodiale non disparve; e gli antichi possessori di terre continuarono a tenerle in pieno dominio. I nuovi dominatori introdussero nuovo genere di prestazioni e dazii e gabelle, sui traffichi, sui commercii, sui capitali investiti nelle industrie agrarie o meccaniche, sulle minute vendite ed altri di tal genere; di cui non occorre occuparci. L’uomo a cui era concesso il dominio feudale di un paese o di un territorio, ne diveniva Sovrano; e come delegato del Sovrano aveva l’alto dominio su tutto il territorio, e il dominio su tutto ciò che non era di proprietà particolare: acque, strade, selve, prati, montagne. Il dominio non aveva limiti che nella consuetudine, che (gran presidio dei tempi meno civili) ha più vigore che non la legge stessa. La consuetudine guarentiva i diritti d’uso dei cittadini su questi territorii non posseduti, o non culti e non chiusi al possesso individuale: ma la scarsissima popolazione e le condizioni civili punto favorevoli allo accrescimento di essa non davano importanza economica alle terre inculte; non c’era richiesta, poiché non c’era interesse; libero pertanto al Sovrano d’usarne a suo talento. E il Sovrano locale ne usava a scopo di pietà, donandole alle chiese, ai monasteri, ai vescovi; ne usava a intenti economici che accrescessero i redditi del feudo o ne scemassero i pesi, sia donandone, con obblighi feudali, a militi e gasindi, sia chiamandovi con obblighi servili quanti volessero venirci a coltivare le terre inculte, poveraglia, randagi, perseguitati; sia affiggendovi alla gleba quei tanti prigionieri di guerra che le turbolenze continue e le rappresaglie creavano innumerevoli, e che la miseria faceva inabili a qualsiasi riscatto a danaro. E donando loro un pezzo di terra e una mezza libertà, il Sovrano locale era in suo diritto di mettere, come metteva, quelle limitazioni d’ordine economico o civile, che oggi, al riflesso della idea del dritto progredito e dell’odierna coscienza umana, paiono immanità di gente violenta e spietata; ma che è forza riconoscere erano allora in armonia al dritto pubblico e alla pubblica coscienza. Erano condizioni non che di sudditanza, di vassallaggio o di servitù; limitazione di libertà, decimazioni sul lavoro, atti di ossequio servili e soventi ridevoli, tutti dai più al meno odiosi; eppure, dirò, giustificati dalla logica del tempo e delle cose!

Ai tempi svevi i «villani e rustici di Sorrento» ricorrono all’Imperatore contro i militi, e contro i capi delle chiese e dei monasteri loro padroni; ai quali sappiamo dai documenti superstiti che avevano l’obbligo di prestare l’opera loro gratuita per ogni settimana due giorni; e pel tempo della vendemmia dieci giorni, oltre al trasporto gratuito del vino da Sorrento ad Amalfi, ed oltre al dono grazioso di un presciutto in carnevale e di tante uova a Pasqua. Ma oltre a questi, avevano l’obbligo di non rendere chierico un figlio senza licenza, e di non maritare le figliuole senza licenza dei padroni2. Il chierico addetto che fosse alla chiesa diventava franco da servitù; e la donna passando in altra famiglia era un cespite di rendita che poteva venire a mancare al primo padrone: ed esso non lo permetteva senza un compenso. Da questo principio discendevano quei diritti innominabili, che la tradizione dei soprusi feudali rammenta come di maggiore offesa alla dignità umana; e che vennero di poi man mano transatti in prestazioni pecuniarie. L’accenno a tal genere di prestazioni non è raro nei documenti di posteriore età nella nostra regione3; ma di quei dritti innominabili non è ricordo altrimenti elio in vaghe tradizioni.

Il Comune

Quando i Normanni s’insignorirono delle precipue città dell’Apulia, io credo che esisteva già in esse il Comune, almeno in embrione. La materia è ancora oscura, e quasi inesplorata: ma non si potrebbe ammettere che popolazioni neolatine avessero vissuto cinque secoli di vita, dal V al X, senza che fosse surta tra esse, quasi spontaneo prodotto della razza e dell’ambiente, la prima, condizione della vita comunitativa, che è il Consiglio comune per interessi comuni. In un importante documento di Melfi dell’anno 1044 io trovo indicati i «buoni uomini della città di Melfi» che vendono, ovvero concedono un pezzo di terra presso le mura della città ad un monaco, che vi edificherà una chiesa e un monastero; e gliene rilasciano un attestato4. Chi fosse il capo dei «buoni uomini» e da chi eletto e nominato, non si sa: ma questo significante indizio di Melfi non può essere un fatto sporadico. I Normanni, a quanto pare, nominarono essi il capo di questi naturali rappresentanti degli interessi comuni; e il capo fu il bajulo o baglivo. Però costui non fu altrimenti che amministratore dei redditi feudali del re o del barone nel comune, anziché degli interessi municipali: si sa che anche il rendere giustizia era più che tutto un cespite di redditi al sovrano; e il bajulo, con suoi consultori o assessori o giudici, rendeva giustizia. Federico II riconobbe alle comunità il dritto di assembrarsi per trattare gl’interessi comuni; ma proibì rigorosamente che eleggessero capi, meno che i sindaci, ossia «procuratori temporanei» a speciali negozii. Era dunque già surto nelle comunità maggiori il concetto della elezione del potere esecutivo municipale, che è la caratteristica essenziale dell’organamento comunale; ed era già riconosciuto espressamente dal sovrano l’istituto del Comune, come entità separata dal feudo o dallo Stato.

Sotto i primi Angioini, sono gli stessi re che ordinano alle comunità di eleggere annualmente quegli uffiziali della polizia che erano detti i mastro-giurati, perché le comunità erano responsabili in complesso dei delitti avvenuti nel proprio territorio quando gli autori ne restassero ignoti. Gli stessi re invitavano le comunità alle elezioni degli «ordinati» o come altrimenti si dicessero i rappresentanti del comune per ispeziali negozii, per ispeciali servizi alla curia del re. Sotto gli Angioini della seconda stirpe, cioè nel secolo XIV, il Comune per una serie di evoluzioni non ancora chiarite, arriva al suo intero, se non compiuto organismo; il quale emerge manifesto nella prima metà del secolo XV, nella duplice caratteristica sì dell’assemblea, fonte del dritto municipale, e sì del potere esecutivo, derivante dall’assemblea stessa, sotto il nome di regimentarii, o di deputati, o di sindaci, ovvero di Eletti a reggere il comune. Accanto ad essi, ma in altra sfera, è il rappresentante degli interessi del sovrano, barone o re, sotto il nome di Governatore, o Luogotenente, ovvero Ufficiale o Capitano.

Nel corso di questo stesso periodo di tempo lo stato delle persone si è venuto trasformando. I servi, gli attaccati alla gleba, i rustici o villani, i raccomandati o difesi, per una serie di oscure vicende di concessioni, di transazioni e permutazioni, lasciano le squame della servitù, acquistano il diritto di muoversi da luogo a luogo, quello di trasmettere o ricevere la proprietà per testamento o per compra e vendita; quello di aprire nuove famiglie col matrimonio; addiventano insomma da servi, borghesi se dati ai mestieri, contadini se alle opere dei campi; ma tutti vassalli del Barone o del Re, come gli altri ceti della comunità. Resta solamente qualche strascico di prestazioni in opere o in denaro a ricordo dell’antico stato, a testimonio delle meno antiche trasformazioni loro.

Costituiti gli organi essenziali del Comune, e determinato, almeno per grandi linee, il concetto delle attribuzioni proprie, non tarda a levarsi il Comune di contro al feudo. Sopra ad essi siede il re.

Altrove la monarchia aiutò il comune ad assorgere per deprimere il feudo. Qui da noi questo concetto storico non apparisce; ma non si può sconoscere che qui e qua il re interviene a proteggere alcuni dei ceti sociali dalle angherie del feudatario, quando essi, sotto incomportevoli soprusi, reclamano. Ma è il re che rende giustizia a chi la dimanda, non il sovrano che metta ordine, crei guarentigie, elevi istituti ad afforzare il comune, a indebolire il feudo.

I feudi, nella perpetua vicenda delle devoluzioni, si concedono e riconcedono dal sovrano; ma nella carta di riconcessione nessuna limitazione a certi dritti signorili che offendessero la libertà, del cittadino; nessuna condizione a difesa di esso, secondo che l’idea del dritto pure si elevava nella pubblica coscienza. E unicamente lo stato di fatto, è unicamente il possesso quello che determina i dritti e i limiti di essi, i doveri e le condizioni di essi tra feudatario e comune; le carte di concessioni e riconcessioni del feudo non sì riferiscono altrimenti che allo stato di fatto. Non è dunque la monarchia da noi, che promuova per consciente politica l’elevazione dei ceti alla libertà e alla dignità umana, o che crei o rafforzi l’organamento del comune. Cotesti ordini infatti avvengono, ma per lenta evoluzione interna, grazie al continuo, benché lento, progresso dello spirito umano.

La feudalità in relazione al comune, al cittadino vassallo e alla terra su cui dominava, non era che una forma speciale temporanea, d’un interesse economico immanente. Il feudatario, in ultima analisi, non era e non si considerava altrimenti, che il proprietario della terra e degli accessorii della terra stessa: così acque, strade, boschi e selvaggina, come caseggiato, uomini e Comune.

L’interesse economico del proprietario era l’interesse prevalente del feudatario; di là i suoi diritti legittimi e le sue pretese abusive. Questo interesse economico si manifesta sotto diverse forme nel lungo scorrere degli anni e nel succedersi delle generazioni: i servigli personali, la limitazione ai diritti umani, la manomorta o l’immobilitazione della persona sulla terra si riscattano con prestazioni pecuniarie, sia censo o capitazione, sia decima o terraggio. Il Comune, dal suo lato, emergendo man mano, compra di volta in volta, ovvero prende in fitto perpetuo dal feudatario qualche parte della giurisdizione signorile; e così, tra le più antiche, entrano nella giurisdizione del Comune quella della bagliva, della catapania, della portolania, la polizia delle fiere e mercati, che costituivano ciò che diremo la polizia urbana, rurale e annonaria delle amministrazioni comunali. Cotesti sprazzi della giurisdizione feudale non erano altro che cespiti di reddito pel barone, ed egli li cede o li vende con poca o punta difficoltà; ma pel Comune non è il reddito che compra, ma parte vera dell’esser suo. Tutto questo era già avvenuto al cadere del secolo XV.

In questo secolo le città più popolose, specie quelle in diretto dominio del Re, ordinano i poteri interni municipali e la partecipazione delle varie classi del popolo all’esercizio dei poteri stessi, mettendo per iscritto e statuendo le modalità già nate o sanzionate dalla consuetudine; quindi, a maggior titolo di stabilità, chiedono in grazia al re che riconoscesse, o confermasse, o sanzionasse questi loro statuti5.

Su questi esempi, le città minori e feudali supplicano anch’esse i feudatarii di grazie e privilegii, che riconoscano certi dritti dei cittadini, certi privilegii della comunità; e cotesto genere di suppliche si ripete e rinnova frequente e continuamente, secondoché muta la persona del feudatario. Questi, sì, aderivano graziosamente, ma non crediate che le concessioni fossero sempre graziose, come parrebbe; troppo soventi erano pagate dal Comune a danaro sonante6, o in territorii patrimoniali concessi a titolo di caccia riservata, o di pascoli alle cavalle del barone, o, quando altro titolo mancasse, per le pianelle della baronessa, per le fasce del principino allora nato. È degno di nota che il contenuto di coteste grazie si eleva lentamente di età in età: per lo più sono suppliche dirette ad eliminare certe reliquie di servitù personale; qualche volta di sbieco fa capolino la dimanda di un dritto politico o di qualche garanzia alla libertà dell’uomo, concessa in grazia a quel comune come privilegio di quei cittadini. Tutto compreso, queste carte contengono, non esito a dirlo, la Carta costituzionale di quel dato comune; Carta venuta su lentamente, pezzo a pezzo, per aggiunte, soprapposizioni o consuetudini, che con altre aggiunte, soprapposizioni e consuetudini scritte e riconosciute, costituiscono il Codice del dritto commutativo di quella data Università o paese.

Un ramo, non meno importante, per quanto a noi moderni non paia, di cotesto Codice comunale, erano gli statuti della Bagliva, e vuol dire gli ordinamenti della giustizia bajulare, o del Bajulo, che, già consuetudini viventi nell’uso, le comunità si affrettarono a mettere in iscritto per renderle più certe e ferme, a guarentigia de’ cittadini. Riflettono la polizia amministrativa, urbana e rurale, annonaria e commerciale, delle comunità: un Codice, che ora diremmo delle contravvenzioni ai «bandi» ossia alle ordinanze del comune; ma che rispecchiano in atto gran parte della vita pubblica di una comunità. Gli Statuti erano sanzioni del parlamento comunale, non ordinanze del feudatario; il quale le riconosceva come tutte le altre consuetudini del comune; e vennero raccolte, ordinate, sanzionate dalle Università a guarentigia cittadina, quando la giurisdizione bajulare che era ancora del feudatario, veniva data in fitto da lui ai pubblicani. Il fondo di essi sono antiche e antichissime consuetudini; alcune delle quali si possono attaccare ai tempi longobardici. Messe per iscritto non più tardi, com’io credo, del secolo XV, hanno durato, con posteriori aggiunte, emende e ricomposizioni piuttosto sobrie, fino alla legislazione dell’età napoleonica7.

Capitoli di grazie

Un complesso di grazie e consuetudini scritte, che costituivano la Magna Carta delle Università, queste le ebbero tutte, dalle maggiori alle minori; ma di ben poche comunità se ne ha notizia per le stampe; e converrebbe che venisse pubblicata dagli scrittori di storie municipali, di preferenza ai tanti arzigogoli loro circa la storia fantastica anteriore al medio evo. Noi non Iasceremo senza un accenno quelle de’ comuni della nostra regione che sono a notizia nostra; poiché viene per esse illustrata la condizione dei comuni e degli abitanti loro; e rivelandosi da quello che chiedono le necessità più urgenti delle popolazioni supplicanti, si può avere un concetto della loro intima cività, che, per vero dire, non era alta gran fatto.

Nel 1497 gli uomini della Università di Lagonegro, che aveva soccorso di vettovaglie e di armati re Federico di Aragona quando assediava il principe di Salerno Antonello Sanseverino nel castello di Diano8, chiesero alcune grazie al re, a cui era devoluto il feudo di Lagonegro, dopo che fu vinta questa potente famìglia dei Sanseverino. Supplicavano, adunque, che il comune fosse tenuto dal re nel suo «regio demanio» in perpetuo, e riconosciute e mantenute le sue antiche consuetudini. Chiedevano potessero i cittadini liberamente servirsi del terreno demaniale senza impedimento di sorta; che vuol dire distinzione, fino allora negata, del territorio feudale e del territorio comunale. Libertà di ritirare ed annullare, fra tre giorni, le querele date. Gli inquisiti di reati non potessero essere rimossi dal paese per venire giudicati altrove; ma nel paese stesso giudicati. Gli ufficiali del re nel comune si debbano mutare ogni anno; e dovranno restare al sindacato. Ai cittadini comandati di servizi debba essere pagato il salario competente; e il comandarli sia escluso dal mezzogiorno del sabato alla domenica. Libertà ai cittadini di vendere e comprare, di aprire osteria ed albergo, tanto di notte quanto di giorno; libertà di avvalersi delle acque correnti nel territorio. E in fine Lagonegro dimandava che

«nel castello, ovvero Motta della città, nel passaggio che faranno le genti di Sua Maestà, non vi debbano alloggiare; occorrendo, essa — diceva il Comune — per la custodia delle donne»9.

Donde è manifesto, se non fosse saputo altrimenti, che le genti di arme di Sua Maestà non erano più disciplinate e corrette che quelle dei baroni, o del turco o dei briganti.

Questa famiglia Sanseverino, possedeva in feudo, per le varie ramificazioni sue, mezza provincia di Basilicata. Anche Lauria, Saponara, Moliterno, Spinoso nel secolo XV erano in dominio di quella potentissima casa.

Nel 1427 Francesco Sanseverino, conte di Lauria, tra altre suppliche di minore importanza, concede per grazia che farà custodire a proprie spese, e non dei cittadini, i castelli di Lauria; promette di pagare le mercedi ai servizii che saranno richiesti dalla sua corte; e dichiara che non mancherà di pagare al prezzo (non si dice corrente), ma che «potrà migliore» le cose necessarie alla sua casa. Concede che l’università potesse ciascun anno, per via di apprezzo dei beni dei cittadini, pagare le spese generali; il che vuol dire che ai principii del secolo XIV non era ancora riconosciuto al comune il dritto suo proprio di ripartire ne’ modi, che credeva meglio, i pubblici carichi. Concede che la querela data presso il giudice del barone potesse venire dalle parti ritirata fra tre giorni; che era il dritto che altri comuni dicevano «del triduo» e che è chiesto insistentemente come guarentigia essenziale, da tutte le popolazioni napoletane infeudate.

Posteriormente, nel 1453, un altro dei conti Sanseverino concede che nei monti e selve del territorio di Lauria gli abitanti possano recidere del legname; e vuol dire che selve e monti non appropriati erano in dominio del barone, non dell’università; concede che non siano costretti a portare gratuitamente paglia, o strame o ferrana alle scuderie del conte, che era una delle pretese signorili più comuni e più resistenti. Libero ad ognuno di tenere alberghi od osterie: lecito a tutti di vendere beni mobili od immobili senza impedimento della corte baronale. Assai più lardi, e non prima del 1600, ottenne il comune di Lauria che fossero dichiarate libere le acque che scorrevano pel territorio, e libero a ciascuno d’innalzarvi mulini, non che «centimoli» entro la città: l’ottenne, sì, dal feudatario; ma dopo che gli ebbe sborsato, tra compenso o transazione di litigio, una bella somma di danaro sonante10.

Le grazie, che concede Ugo Sanseverino alla terra di Spinoso, negli ultimi anni del secolo XIV, indicano come il feudatario avesse ancora il dominio privato di tutto il territorio. Egli concede agli abitanti a titolo di grazia, che possano possedere, franche da censi o da altro che siasi onere di servitù, nell’interno dell’abitato le case; ma pel territorio un tomolo e mezzo di orti, di vigne e prati a capo di «vassallo» e non più. Se da boschi e sodaglie essi caccino, a ferro o a fuoco, terre aratie, ne paghino la decima. Concedeva libera la vendita sul mercato non sempre, ma dal vespro del sabato alla domenica, e prometteva che si sarebbe pagata congrua mercede ai vassalli comandati a racconciare lo acquidotto del mulino. I «forastieri» che venissero ad abitare nella terra saranno franchi dei pesi per un periodo di sei anni, e non tenuti ad altri servizii fuor che alle fortificazioni della terra. È manifesto che il paese era surto da non molto tempo, e per gente raccolta su grandi estensioni di terre signorili.

Nelle grazie del 1437 alla città di Saponara, il feudatario Ugo Sanseverino, oltre alla promessa osservanza delle antiche consuetudini del comune, riconosce il dritto del «triduo» come si è spiegato più innanzi; e concede per grazia che i suoi famigliari non vadano per le case dei vassalli a ghermire coperte e giacigli per apprestare i letti agli ospiti, che arrivino al castello. Questo barone di casa Sanseverino non si pèrita di dirsi per bocca del notaio non solamente principe, ma «Monarca della città»11.

Nei secolo XVI il tenore delle grazie dimandate e concesse si eleva alquanto e si estende. Moliterno insiste che i suoi abitanti, se carcerati, non siano tenuti ai ceppi nella torre del suo castello, che era una triste muda da belve, men che per gli accusati di delitti maggiori, sotto pena di corpo afflittiva. Lagonegro, città del demanio regio, chiedeva al viceré D. Pietro di Toledo, che l’ufficiale del re, mandato a reggere giustizia nella città, fosse non solo annuale, ma nativo di città regia o demaniale e non baronale; e lui e il suo assessore, di terra lontana dal paese almeno dieci miglia. Confesso di non comprendere il valore reale di questa guarentigia; ma ne furono sempre e siffattamente tenaci i suoi abitanti, che più volte negarono il possesso ad ufficiali regii nati in terre feudali, o più in qua del limite segnato. Chiese inoltre che nessuna ingerenza avessero avuta uffiziali regii nel governo della città, salvo l’intervento loro nei pubblici parlamenti (nei quali l’università potesse fare capitoli e statuti); né potessero iniziare procedimenti senza la querela delle parti, le quali avrebbero facoltà di ritirarla fra tre giorni. Stabilita la misura dell’onorario al governatore, e l’obbligo ad esso di tre giorni la settimana a reggere giustizia, e quello di sottostare al sindacato come per le leggi del regno; fu concesso il chiesto privilegio ai cittadini di non rispondere in giustizia civile o criminale, se non innanzi al giudice della propria città in prima istanza, che per essi era guarentigia di quelle che ora diremmo il giudice naturale.

Latronico chiedeva come grazia nel 1523 i dritti elementari della persona nell’umana convivenza. Chiedevano i cittadini in grazia di poter dare albergo ai passaggieri, di poter vendere vino, carni, lane, formaggi, a loro agio, non solamente dopo che la «Corte» del signore avesse venduti i suoi vini, le sue lane, le sue derrate; chiedevano di non essere astretti a tali o tali altri servizii senza mercede; non astrette le donne a filare o tessere per la casa del signore; non prestare speciali opere di arare e mietere o servire in tavola il signore, o trasportare le derrate al porto di Maratea, oltre ad una o due giornate gratuite, di persona o di cavalcatura. E il signore assentiva, però non senza riserva per questo o quel suo privilegio. Ed assentiva a queste altre grazie: che non fossero chiusi i cittadini nelle fosse del castello, per causa di debiti; che l’uffiziale del signore mutasse ogni anno e stèsse al «sindacato» e, in quello stesso anno di grazia del 1523, chiedevano i cittadini che fosse loro permesso di contrarre nozze liberamente, dentro o fuori il paese, e permesso di avviare ad un’arte i loro figliuoli, ed anche a quella di renderli preti. — Era dell’antica catena del villanatico un anello ancora attaccato al loro piede12

Quello che nel secolo XVI era diventato il comune feudale, in virtù di grazie, o transazioni, o prescrizioni, o consuetudini, mi piace indicarlo mercé un documento del 1540, che si riferisce all’università di Senise.

Si faceva in via giuridica l’inventario dei dritti, dei redditi e possessi del principe di Bisignano, che era pure «utile» signore di Senise; e questo comune affermò i suoi dritti di fronte al feudatario, enumerandoli innanzi all’uffiziale delegato all’inventario, partitamente e minutamente. Indicò pei loro limiti e confini le sue proprietà patrimoniali; dichiarò come liberi da qualsiasi onere le case, le corti, le scale e fondaci dei cittadini; libertà della pesca nelle acque correnti e d’irrigazione dal fiume Serapotamo; libertà della caccia, fuorché nelle riserve del principe; libertà di pascolare senza oneri il gregge sul demanio, e di legnare nei boschi, e di chiudere annualmente «a difesa» un tomolo di terra. Affermò libertà di commercio, ma limitata dal sabato alla domenica, e intera durante le due fiere annuali a chiunque venga a vendere vettovaglie in paese. Dichiarò che era già dritto proprio del Comune l’ufficio, la giurisdizione e i proventi della Catapania e della Bagliva. Eleggeva i giudici annuali; ma li confermava il capitano della terra; per l’ufficio di camerario o tesoriere aveva dritto d’indicare quattro nomi al signore che ne sceglierebbe uno, e di questo restava responsabile l’Università.

Ma aveva intero il dritto di eleggere liberamente

«il Sindaco e gli Eletti, quattro dal ceto dei nobili e quattro dei plebei; nonché gli edili, i bajuli, i collettori, gli apprezzatori, senza intromissione degli uffiziali del barone, e col dritto ai sindaci ed eletti di fare decreti, parlamenti e conclusioni valide e ferme come fatte in parlamento dall’intera Università; la quale per congregarci in parlamento ne chiede licenza al signor capitano della terra; meno che quando si faccia parlamento contro il magnifico Capitano stesso, nel qual caso interviene il Camerario».

Espose inoltre minutissimamente quali e quante erano le tasse che si pagavano pei diversi alti di procedura innanzi alle Corti baronali; non dimenticò il suo dritto al «triduo» di cui sopra fu discorso; e tenne in fine a stabilire che i cittadini di Senise avevano il dritto di essere giudicati non altrove che alle corti del proprio paese, salvo che in grado di appello. Di altri minuti dritti e consuetudini mi passo. E, tutto compreso, erano un complesso di franchigie, d’immunità, di guarentigie economiche e politiche, con prevalenza degli interessi economici, più largamente reclamali, perché più generalmente sentiti13.

Reclami e gravami

Compiuto che fu l’organismo interno del Comune, ed acquistati da tutte le sue classi del popolo i dritti sostanziali della libertà umana, Comune e feudatario apparvero come due forze, che non potevano essere amiche. In un momento di tregua o di conciliazione l’uno cercava in grazia all’altro le condizioni essenziali alla sua vita ed al suo sviluppo; e quando non poteva ottenerle in grazia, cominciava la lotta sorda o aperta tra Comune e feudatario.

Soventi i feudatarii, troppo soventi i loro ufficiali non erano fiore di galantuomini; quindi la lotta fra le due forze o si accelerava o si accentuava, quando il prepotere degli uni colmava la misura alla pazienza degli altri. Senza tener conto dei soprusi e delle angherie derivati da un carattere violento e cupido, accadeva allora tra Comune e feudatario quello che è accaduto ai moderni tempi tra la potestà sovrana assoluta e i popoli soggetti. Quella, poiché ebbe riconosciute a questi le guarentigie del dritto privato, parve avere compiuto ogni suo debito: ed ogni menomo dritto politico, che i popoli accampassero a reclamo, non era altrimenti che limite illegittimo al dritto del sovrano assoluto; perché i dritti riconosciuti ai popoli non emanavano che da concessioni, e il beneplacito del concedente era limite o norma di essi. Non altrimenti pel feudatario, che stimandosi sovrano del territorio del comune, non era, se non concessione del sovrano, gratuita o no, il possesso, la proprietà, il dritto de’ suoi soggetti.

Nel secolo XV il possesso feudale che si era venuto trasformando, si avvicinava, si confondeva quasi con la natura della proprietà privata, enfiteutica o allodiale; sicché lo stesso feudatario difendeva il suo diritto delle accessioni feudali con la tenacità, e forse con la coscienza sicura di un proprietario allodiale:

«questo ho comprato, pei miei servigii, dal re, e questo io voglio: questo ho ceduto, per grazia o denaro, a’ miei vassalli, e questo mantengo; ma questo, e non più».

Nell’ambiente ancora indeciso di tali condizioni di cose, le relazioni giuridiche tra feudatario e vassalli restavano ancora indeterminate per molteplici punti, che i signori riguardavano come reliquie non affrancate e non abbandonate del diritto signorile, e i soggetti dicevano abusi, da che il concetto del diritto umano si veniva elevando nella coscienza pubblica.

Dal secolo XVI in poi, appunto per questo più elevato sentimento del diritto, i Comuni, quando non potevano rabbonire il barone a concessioni, ancorché onerose, di grazie e di libertà, ricorrevano al re; e il re, è vero, non indugiava a commettere la causa dei reclamanti al magistrato supremo del Sacro regio Consiglio: ma norma ai giudici e fondamento al diritto delle parti non era, se non Io stato di fatto, cioè il possesso. La storia interna di ogni comune è piena di cotesti reclami, ripetuti o rinnovati a brevi o brevissimi periodi; e sarà utile che le future storie municipali ne tengano conto per le notizie della condizione personale progrediente degli abitanti. Pei comuni minori, che erano la grandissima maggioranza nella nostra regione, i reclami e i soprusi su per giù si rassomigliavano, e se ne può avere un saggio nei gravami che, agli anni 1543 e seguenti sino al 1580, proponeva contro il suo feudatario l’università, di Spinoso, che era un comunello allora di 140 a 170 fuochi, e che mi piace di riferire, in considerazione che quanto meno era popoloso un paese, tanto meno trovava ostacoli a scapestrare la prepotenza del feudatario.

Si querelava adunque il Comune, che il barone comandava la gente alle opere servili di zappare, o mietere, o portare lettere da corrieri senza mercede; anzi tutto il popolo fu obbligato parecchi anni ai lavori che occorsero alla costruzione sì del mulino e sì del palazzo baronale, senza mercede lo stesso: le donne, non pure a tessere o filare per le comodità della casa del feudatario, erano comandate a trasportare pietre, calce, acqua, legnami alle fabbriche, anche senza mercede. Arrivando ospiti al palazzo, i suoi famigli vanno in volta per la terra e prendono ai vassalli coltri, lenzuola e materassi del letto in servizio della corte; e gli animali da soma altresì, se occorrono. A cibare i suoi sparvieri, manda a prendere qui e qua il pollame che razzola per le vie; e ai subiti bisogni della cucina o della scuderia del castello prendono polli, agnelli, foraggi, malgrado le necessità dei padroni; e non sono pagati affatto, o a prezzo minore di quello che corre. Il barone proibiva di vendere, senza sua licenza, i beni stabili ancorché burgensatici; proibiva la vendita al minuto di vettovaglie per entro l’abitato; proibiva dare albergo a mercede; proibiva agli abitanti di uscire dal paese per trasferire altrove il domicilio, e ai contadini l’andare a coltivar terre nel territorio di altri paesi; ma, per concorrenza a rovescio, chiamava altri da altri paesi a coltivare nel territorio del suo feudo. La consueta pena dei bandi elevava a piacer suo da quindici carlini in su; e faceva procedere anche nelle cause minime di ufficio, per accrescere i proventi giurisdizionali. Assisteva di persona all’esame dei testimoni innanzi al giudice; e se la loro parola non garbasse, faceva metterli in carcere. Le donne oneste chiamate a testimonio, non che essere udite nella casa della giustizia, ovvero in chiesa (come reclamava l’università), erano interrogate in casa l’ufficiale del barone. E cotesto barone, se tale o tale altro cittadino gli fosse mal visto o poco accetto, non si peritava di mandare, a vendetta, pubblici bandi per proibire a chiunque di prestargli l’opera manuale a mercede. Infine fra parecchi altri gravami della stessa natura, l’università si querelava che

«quando occorreva che taluno inquisito si avesse da tormentare o giustiziare, le spese della corda e del ministro, fossero pagate dall’università»14.

Quel che riusciva più incomportevole all’università, era, come si vede, la spesa della corda a collare l’inquisito, e non il diritto del barone a collare la gente! Ma quando un barone aveva, come sembrava legittimo al comune, di cotesti diritti, ammireremo tanto più il coraggio di quelli che osavano chiamare abusi e non carezze il ceffone o lo sgrugno venuto giù dalla mano dell’eccellentissimo padrone.

E non era da prendere a gabbo la collera del Signore: i più animosi e riottosi, se non finivano bastonati o freddati da qualche sgherro in maschera o senza maschera, finivano per emigrare dal paese; quando non si aprisse loro altra via di scampo. Negli ultimi tempi trovarono uno schermo negli ordinamenti del Tavoliere di Puglia. I «locati al Tavoliere» avevano, per favore all’erario, il privilegio di giurisdizione speciale presso il magistrato regio della dogana di Foggia. Molti dei cittadini delle comunità feudali si ascrivevano tra i locati o fittaiuoli del Tavoliere, e ne pagavano i diritti, senza che avessero ivi pecore a pascolo o terre a cultura; ma per tale via raggiungevano l’intento desiderato di sottrarsi alla giurisdizione delle corti baronali.

Il Sacro Regio Consiglio non può dirsi non accogliesse i reclami dei comuni, o non proibisse l’abuso lamentato; ma poiché è frequente il caso d’imbattersi in reclami delle stesse comunità che, dopo un non lungo intervallo di tempo ripetevano lo stesso gravame, è chiaro, che la forza prevaleva al diritto. Le generazioni si succedevano, e gli odii, nonché attutire, si accumulavano, tanto più pungenti quanto più si faceva alto il concetto del diritto e quello della umana dignità.

Proclamare al regio Demanio

Era aperta ai comuni una via legale per sottrarsi dal dominio dei baroni, ed era quella, come dicevano, di «proclamare al regio demanio» quando, in caso di vendita o di devoluzione del feudo, la università domandasse d’essere preferita nel prezzo della vendita e lo pagasse: per tale via entrava nel diretto dominio del re. Ma benché il desiderio ne era vivissimo in tutti i comuni, pochi erano in grado di profittarne, perché la maggior parte poverissimi, e il termine all’esercizio della preferenza non era più lungo di un anno. Soventi il feudatario che vendeva e quello che comprava si accordavano ad aumentare fittiziamente il prezzo convenuto o pagato, affine di allontanare il Comune che mostrasse intenti al riscatto: e allora, bisognava piatire dapprima in tribunale. Infine, lo scoraggiamento agghiadava tutti, poiché si fu certi da lunga esperienza che un comune, dopo riscattato se stesso dal giogo feudale e donatosi nel dominio del re, era, fra non lungo tempo, rivenduta dallo stesso governo del re, benché questo avesse data la regia parola di non farlo mai.

La Basilicata non ebbe terre o città «demaniali» cioè in diretto dominio del re, nel secolo XV15. Nel secolo XVI, Maratea, venduta in feudo nel 1530, ottiene, a non so che prezzo, di riscattarsi pel regio demanio nel 1536. Rivello, quivi presso, l’ottiene nel 1576; l’ottiene Tolve nel 1583, pagandone il prezzo al duca di Monteleone; ma nel feudo di Tolve era compreso quello di S. Chirico nuovo, che non ebbe parte al riscatto; quindi l’università di Tolve, libera dal giogo baronale, restò lei barone, ovvero baronessa, come usava dire, di S. Chirico. Nello stesso anno del 1583, il comune di Vaglio si riscatta dal feudatario Marchese di Fuscaldo, ed entra giocondamente nel «demanio regio»: ma a pagarne il prezzo era stata forza di stringere debiti e imporre per estinguerli nuovi balzelli ai cittadini; e i computi e i provvedimenti non approdarono, sicché sette anni dopo, nel 1589, dové (dicono le carte)16 vendere se stesso per pagare i debiti; e fu venduto ai pubblici incanti, in Camera della Sommaria, al reggente Salazar per 21mila ducati; e vuol dire che i cittadini accrebbero senza pro i pubblici pesi, e tornarono in vassallaggio. Lo stesso caso era occorso a Bella che si riscattò nel 1560; ma non poté sopportarne i pesi (dice uno scrittore)17 e fu forza rivendersi, da capo! nel 1564. Lo stesso caso occorse a Marsiconuovo nel 1552; ed occorse a Tursi nei primi anni del seicento: Tursi si ricomprò per 76mila ducati; ma l’ingente debito non potuto estinguere, la tornò al feudo.

Vignola non trovò modo di riscattarsi altrimenti; ma sappiamo che prometteva, nel 1578, di dare cinquantamila ducati! alla Casa Santa dell’Annunziala di Napoli, se e quando avesse comprato il feudo di Vignola18. All’ombra del pio e lontano istituto sarebbe stato men grave il vivere cittadino! e fu comprato.

Più speciale ricordo si vuol fare di Lagonegro, che il suo feudatario vendeva ad un altro nel 1549. Al comune fu mestieri, innanzitutto, distrigare un litigio in tribunale per accertare che il prezzo vero di vendita era non di 25 mila ducati, come dettavano le carte, ma sì veramente 14 mila, che era pronto a pagare: e dichiarava, per piegare a sé favorevole il governo, che avrebbe rilasciato a pro del fisco senza alcun compenso, la giurisdizione civile e la criminale e i proventi di esse.

Ottenne il regio assenso al riscatto nel 1551, ed una ampia e formale promessa, scritta in privilegio, che mai, per qualsiasi causa urgente o urgentissima, avrebbe il fisco rimossa dal regio demanio la città di Lagonegro, che ne era ben degna, diceva lo scritto. Grandi feste nella città, alte grida echeggiate di «libertà, libertà»; i cittadini, emigrati già per le prepotenze baronali, rientrano e fanno a gara per ammannire le somme che erano occorse al pagamento. La città che si sente rinata a nuova vita vuole si chiami Lago Libero; e prende per arma un mergo che immerso nell’acqua risorge a galla col motto «immersum emerga». Non oblia intanto il provvido consiglio di fare sì che l’assenso del viceré fosse sanzionato proprio dal re Cattolico; e manda ad Inspruck i suoi delegati; e questi ottengono la sanzione sovrana. Ma parola di re non liga il viceré: e nel 1649 questi, che era astretto a strizzar quattrini ad ogni modo per soldave truppe alle guerre del re Cattolico, mette in vendita molte città demaniali ossia regie, e tra queste Lagonegro. Ecco nuovi travagli, nuove pene, nuovi dispendii agli ingannati cittadini, che reclamano in tribunale. E qui il fisco a sottilizzare, a cavillare, a fiscaleggiare; finché il comune, a compenso o transazione che sia, gittò nella gola del fisco affamato l’offa di diecimila altri ducati; e così resta nel «demanio del re» che vuol dire lo ricompra da capo.

È non meno singolare la storia della città di Matera, che compra e ricompra a quattrini il mantenimento della fede pubblica e il privilegio del diretto governo del re, attraverso mille vicende, alcune delle quali sanguinose e terribili. I re di stirpe aragonese avevano ben promesso di mantenerla nella regia dipendenza; ed è dubbio, per vero, se fu o no infeudata nel 148619. Arriva Carlo VIII; la città si affretta a chiedere le solite grazie de’ vecchi privilegii e del regio demanio, e il nuovo re li concede nell’aprile del 1495; ma non passa un solo mese, e nel maggio dell’anno stesso la dà in feudo a Guglielmo di Brunswick. Questi muore in battaglia; Carlo VIII lascia il regno; e il re aragonese che torna, crea conte di Matera nel 1497 Gian Carlo Tramontano, il quale viene in città, vi fabbrica il castello, ma vi perde la vita, come e quando diremo più innanzi. Liberata dal giogo feudale, la città manda suoi sindaci in Ispagna a pregare il re, che infatti, con regia lettera del 1518, la conferma nelle grazie e nei privilegii, di cui era allora in possesso. Ma era ella in possesso del «regio demanio»? La città crede che sì, e ne fa festa. Ma invece, non passano pochi mesi, e nel 1519 è venduta da capo, e viene alle mani degli Orsini duchi di Gravina. Poi questi, per delitto di fellonia, decadono dal feudo; la città rientra nel demanio regio, e paga al viceré nel 1530, non so a che titolo, tremila ducati.

Passano solamente tre anni; gli Orsini tornano in grazia al re, e Matera torna al dominio di casa Orsini; finché uno di cotestoro indebitato fino agli occhi non paga, e i creditori ne fanno vendere i possessi allodiali e feudali a’ pubblici incanti. La città di Matera restò aggiudicata in feudo pel prezzo di 48 mila ducati. Allora la cittadinanza fa un grande e nobile sforzo; ammannisce codesta somma; la città si ricompra ed entra a piene vele nel regio demanio l’anno 1527, con la guarentigia scritta d’un privilegio amplo e formale, a sigillo del viceré. Quetò un qualche tempo, anzi fino al 1619; ma in questo anno la città da capo è messa in vendita; però litigando e strepitando in tribunale, arriva a stornare la bufera. Nel 1638 nuovo bando di vendita, e nuove tribolazioni e dispendii alla città, che ottiene, è vero, di restare tra le suddite dirette del re, ma le è forza di pagare in transazione altri 27 mila ducati, e ne ha in cambio un nuovo privilegio di conferma, come sempre, in perpetuo dal viceré. Un nuovo crollo a questa perpetuità viene da nuovi bandi di vendita pubblicati nel 1647; ma fortuna l’assiste, e non hanno seguito. Dopo questa iliade casalinga, non si trova altra memoria di regie truffe a gravame della povera città; e non perché il governo mutasse indirizzo, ma perché nel 1663 Matera fu data a capitale della provincia di Basilicata; e le città capo di provincia, sede a Presidi e a tribunali, era forza restassero al patrimonio diretto della Corona.

Queste le sole terre o città demaniali nella Basilicata a tutto il secolo XVII20. Nel secolo XVIII vi si aggiungono altre due, cioè S. Mauro, e nel 1777 Marsicovetere: in tutto, sette e non più.

Opposizioni violente

Contro un governo così fedifrago e insano, farà maraviglia come durante i due secoli e mezzo che esso ebbe di vita, non fossero più frequenti di quello che furono i conati a insorgere, a ribellarsi delle popolazioni napoletane. Ma occorre di ricordare che l’energia, ancorché latente, dello spirito pubblico era diretta a sottrarsi dapprima dal giogo baronale, che più da presso gravava il popolo, e ne offendeva la dignità. Quando ebbe percorso, con qualche premio di vittoria, questo stadio cominciò a rivolgersi contro il governo assoluto del re; e lampeggiarono allora, con vece assidua, le rivoluzioni politiche. Intanto la lotta sorda tra i comuni e i baroni, quantunque agitata per vie legali innanzi ai giudici, ovvero sospesa un momento per via di grazie, donate o pagate, non poteva non erompere di tratto in tratto in fatti violenti di popolo21.

Nel 1647, alle sanguinose turbolenze della città di Napoli, che si ripercossero, come diremo, per tutte le provincie del regno, il paese di Vaglio tumultuò contro il feudatario; e, lui scomparso, ne saccheggiò il palazzo, le cànove, le scuderie. A rimettere l’ordine venne una compagnia di soldati alemanni; e il comune, che doveva spesarli, non tardò a pregare lo stesso feudatario a sollevarlo dei tanti ospiti, e chiedendo mercé, gli pagava i danni.

Più ferocemente, l’anno stesso, a Carbone ed a Latronico. Carbone, già feudo di un cenobio di basiliani, era allora retto in commenda; e il governo chiesastico non era men grave o meno odiato del laicale. Il popolo dà l’assalto al monastero, e i monaci fuggono; ma uno di essi più inviso, o men fortunato, resta nelle mani delle feroci bande, che gli mozzano il capo e lo attaccano, sanguinoso testimonio di giustizia selvaggia, all’olmo che ombreggia il sagrato22. A Latronico, la plebe che tumultua uccide il feudatario conte Ravaschiero e un costui fratello, a colpi di scure; e poi abbruciano il palazzo baronale. Uguale sorte toccò al feudatario di Balvano23.

Più memorabile l’eccidio del conte di Matera Gian Carlo Tramontano, che abbiamo ricordato di sopra.

Costui, già maestro o direttore della Zecca di Napoli, innalzatosi a larghe ricchezze, ma larghissimo nel modo di vita e nello spendere, era venuto in debiti; e i creditori stringevano. Ai debiti del feudatario per la compera della terra feudale, una antica, ma forse già vieta consuetudine del vecchio dritto feudale napoletano, chiamava a concorrere anche i vassalli! Era il 29 decembre del 1514, di venerdì; ed ecco che cosa accadde in Matera, secondo narra il cronista Passero24:

«Lo giovedì avanti lo detto Conte fece un parlamento dei cittadini di Matera con dire che voleva ducati 24 mila, per causa che esso deve dare ad uno catalano nominato Paolo Tolosa; et li detti citatini di questa stavano malcontenti: pure non possendone fare a meno dissero, che volevano fare tutto quello che era piacere di sua signoria; ma di poi ordinare di lo fare ammazzare; et così fu facto che era andato a messa. Et come enzìo dalla ecclesia, cioè dallo Piscopato, uno Schiavone li donai una ronca in testa et l’ammazzai; et dopo lo spogliaro in camisa; et andare per li sacchiare la casa: ma l’huomini da bene de la terra non lo vollero acconsentire».

Il Parlamento della città, assentendo di buona o malagrazia al donativo domandato dal Conte, dové senza dubbio deliberare un nuovo balzello sulle spalle del popolo; e questo ebbe ad esserne tocco troppo vivamente, poiché scattò con tanta violenza non più tardi del giorno dopo. Ma non è dubbio che l’odio popolare alle nuove gravezze rinfocolassero le ancora vive tradizioni del vivere libero recentemente perduto per lo infeudamento della città al nuovo Conte: non è improbabile che l’ira della plebe sobillarono i nobili25 cioè i ceti superiori della città.

Fatto sta, che la città va in tumulto, rintocca la campana all’armi; e, vociando morte e vita, le turbe vanno in volta col vessillo del re: aprono le carceri; dànno al fuoco gli atti delle pubbliche magistrature; e s’impadroniscono del castello. Il castellano non si trova, ma arrestano la moglie; e penetrati nella casa Conte, comincia l’inventario, che si tramutò presto in saccheggio delle suppellettili sue, dalla camera da letto fin giù alla scuderia. Intanto gli eccitatori, o i moderatori del tumulto assembrano l’Università in parlamento; si tenta di mettere un po’ di ordine col creare due pubblici uffiziali che rendessero giustizia e provvedessero a’ casi; e costoro ricevono in consegna il castello della città, il cadavere del misero Conte, ludibrio alla plebe, non fu abbandonato se non tardi alla religione del sepolcro.

Quanti giorni durasse questa baldoria non so: ma non è superfluo, alla storia dei tempi, di aggiungere questi altri particolari che seguirono al triste fatto. Arrivò in Matera, come regio commissario, un Giovanni Villano per inquisire e processare; e, aperto il processo e sentiti i testimoni, comincia dal contestare la lite, in linea civile, alla Università come a complice dei misfatto: infrattanto quattro, o sciagurati o infelici, scontano spicciamente il fio di loro colpe; e, inoltre, molti spettabili cittadini, involti nella inquisizione del commissario, si compongono col fisco; e pagando nelle mani di quello duemila ducati, rimangono liberi.

Ho detto che il regio delegato contestò la lite, come si diceva in curia, alla Università; ed anche questo a noi, di razza latina, riesce singolare a comprendere; ma è degno di nota. Uditi i testimoni, raccattate le informazioni, scritti i capi d’accusa, il commissario ne dà notificazione legale alla Università e suoi sindaci; le contesta la lite sotto l’accusa di aver ratificata la uccisione del Conte, dapoiché non aveva arrestato gli uccisori di esso in quel Parlamento medesimo ove quelli erano convenuti. L’Università aveva il diritto di difendersi, di presentare suoi testimoni, e spiegare l’attitudine sua: ma poiché non si può litigare, dice l’Università, sine dispendio et labore maximo e l’evento del litigio, per sopraderrata, è dubbio, essa scende «a transazione con la regia Corte» e paga al fisco diecimila ducati, comprese le due migliaia già sborsate al Villano.

Il viceré, inteso il Consiglio collaterale, ammette la città a transazione; e, poiché, esso dice, solia per clemenciam roborantur, intasca per clemenza i quattrini, e cassa ogni accusa contro l’Università e suoi cittadini: però se intasca quei pochi, gli è perché

«è stretto non poco dalle presentì ed urgenti necessità della regia Corte», e, si sappia bene, i danari si convertiranno «a pro delle necessità e delle angustie dello stesso regno»26.

E per le angustie tesse quanti altri odiosi o turpi provvedimenti dello stesso stampo!

A Melfi, nel luglio del 1728, scoppia un grave tumulto popolare contro il governatore della città pel feudatario Doria-Landi, di Genova, e contro i deputali al reggimento del comune, troppo aderenti al feudatario: causa al tumulto fu una nuova o più acerba tassa sulla gabella delle farine. Il governatore si chiude in castello, il popolo sfuria al solito di qua e di là, ma non tarda ad essere represso da soldati venuti dalla regia udienza di Matera. La notizia del fatto è poco determinata, perché gli storici locali ne tacciono27; ma di là ebbe la prima origine una lotta, degna di ricordo, tra un semplice cittadino della città e il rappresentante del feudatario, lotta che è singolare protesta individuale contro il prepotere dei baroni in tempi, per vero, che l’avanzata civiltà, se aveva mozzate le ugne al leone, non era giunta però a proibirgli altro genere di violenze che non fossero di sangue.

Questo cittadino fu il dottore Angelo Antonio La Monica28; uomo d’ingegno agile e culto, di carattere energico e forte, di propositi fermo e perseverante. Nato di agiata famiglia, era stato sindaco del comune, e retto altri uffizii pubblici; aveva avuto tra mani i documenti e i titoli dell’archivio della città prima che questi (per compiacenze interessate dei sindaci, creature del governatore) non fossero stati, a pretesto di sicurezza, tolti alla casa del comune, e depositati in castello, che era la dimora del feudatario. Al tempo del tumulto del 1728 egli non era in Melfi, ma a Genova, e non vi ebbe parte o consiglio, come pure fu accusato di poi. Ma dalle cause prime del tumulto, e dalle repressioni di esso, dalla miseria del popolo, cui la mala amministrazione del comune infeudata al feudatario accresceva di tasse, pure avendo modo di alleviarle altrimenti, fu egli mosso a quelle notevoli campagne di guerra, con cui intese rivendicare al comune molte e vistose proprietà prediali, usurpate dal feudatario. Nel 1729 era stata creata in Napoli dal Governo austriaco una Giunta detta del buon governo per invigilare sopra gli interessi dell’Università. Ed il Lamonica, poiché gli amministratori del comune ricusavano di farlo, inizia a sue spese presso questa Giunta in Napoli la causa dei gravami della città di Melfi contro il feudatario Doria-Landi di Genova. Propose diciotto gravami; ne vinse otto d’importanza grandissima pel comune, che per essi avrebbe integrato al patrimonio dell’Università tre grandi tenute ed altri minori territorii, di un reddito annuo di oltre a mille e cinquecento scudi. A liquidare i frutti indebitamente riscossi, e a chiarire altri capi di gravami proposti ma non decisi nella Giunta, venne a Melfi il caporuota, ovvero presidente dell’udienza di Trani, Capobianco.

Il caporuota avvalorato dal complice malanimo del sindaco, compie il suo incarico con la deferenza dovuta alla eccellentissima casa Doria-Landi. Stabilisce i compensi alle sue fatiche in 1200 scudi, e in sul partire fa ordine al Lamonica di allontanarsi da Melfi e dagli Stati di casa Doria venti miglia. L’ordine gli è fatto intimare a titolo di strenna nella giocondità del primo giorno dell’anno; e quegli, inascoltato, nonché indifeso, gli è forza piegare il capo; parte, e va in Napoli, e ricorre alla Giunta. E con lui ricorre il sindaco. La Giunta annulla l’ordine di sfratto lanciato dal caporuota; il Lamonica può dunque tornare a Melfi, se vuole; ma con la prudenza politica più antica di colui che disse il troppo zelo stroppia, gli si ingiunge di non ingerirsi altrimenti nelle cose dell’Università. Eppure la stessa Giunta aveva fatto ragione a metà dei gravami esposti da lui in pro del comune; non era dunque un litigante temerario.

Il sindaco, come ho detto, ricorre anch’egli alla Giunta, e non crediate pei dritti dell’Università; egli invece dimanda che fosse condannato il Lamonica a pagare lui al caporuota Capobianco quei 1200 scudi che questi chiede al comune. Io non so il nome di questa gemma di sindaco che vorrei tramandare all’ammirazione della posterità; ma so che era figlio al segretario del governatore, ufficiale di casa Doria! Nell’aperto giudizio il Lamonica ribatte i colpi insidiosi del domestico inimico, con temperanza di parole, che è pure un lato non meno ammirevole del suo carattere, ed ha la soddisfazione di vedere rigettate dai giudici le pretese di quell’apocrifo magistrato della città.

Il mandato di non ingerirsi nelle cose del Comune agghiadò l’energia del dottor Lamonica, e tacque. Ma cade il dominio austriaco; arriva Carlo III e un nuovo ordine di cose incomincia. Cadono gli ostacoli all’azione legale del non avvilito Dottore; e il popolo di Melfi lo prega, gli fa ressa perché riprenda le sue difese presso il governo del nuovo re. Ed egli si accinge a partire, quando un bel giorno è arrestato dai birri del Capitano di Giustizia; e con lui altri cittadini zelanti del pubblico bene sono menati in castello sotto voce di sedizione e tumulto; «soliti ritrovati (come egli scrive) degli ingiusti baroni, quando i miseri loro soggetti vogliono fare ricorso al Sovrano». Fu chiuso in segreta, in fondo alla torre del castello; e dopo ventotto giorni, non prima che i suoi parenti avessero ottenuto dalla Regia Udienza di Matera l’ordine di scarcerazione, fu liberato; ma dové restare tra le pareti di sua casa in cortese prigionia, finché il processo del Capitano di Giustizia fosse esaminato. Sollecitò di essere giudicato; ottenne di presentarsi a’ giudici in Matera; pure rinunziò ad ogni difesa; e l’Udienza, lui indifeso, lo dichiarò innocente. Allora fu manifesto, che l’ordine della carcerazione del Lamonica teneva dietro ad una denunzia anonima; e che nessun fatto, nessun indizio di prova sosteneva l’accusa; sulla quale il Governatore aveva ordinato al Capitano, ufficiale suo dipendente, di assicurarsi dell’accusato.

Dopo qualche tempo, novelle premure di cittadini al Lamonica; ed egli si accinge a partire di nuovo per Napoli; ed è di nuovo arrestato; però messo a libertà indi a pochi giorni, dapoiché una turba di popolo, inalberata una croce, vuole uscire dalla città per chiederne giustizia al Preside della provincia.

Egli parte per Napoli, e dal Magistrato Supremo ottiene innanzi tutto un ordine al Governatore di Melfi, che non s’impedisca ai cittadini di fare procura per liti a chi essi stimano meglio. E i popolani si assembrano nella bottega di un intagliatore innanzi al notaio, che roga l’atto di procura al Lamonica; ma nella notte che siegue è fatto arrestare l’intagliatore e messo in carcere con altri nella torre; e al notaio rabuffi e minaccie. E minaccie, blandizie e seduzioni ai caporioni, perché la procura fosse revocata; ed ogni mezzo fu messo in gioco presso il Clero e le stesse Monache, chiuse in chiostro, della città, perché di pubbliche petizioni avessero sconfessato il tribuno. Non aderirono; e le Monache ne ebbero in pena la sospensione di certo reddito annuo, che loro pagava a titolo di «pietanza», cioè pel vitto quotidiano, il Comune.

Furono, inoltre (dice una scrittura)

«trascinati in carcere molti, e legati a guisa di ladroni, tra’ quali un povero artigiano da bene, detto Giuseppe Matera, solo perché andava limosinando tra quei del popolo, per mandare un tozzo di pane agli altri carcerati che si morivano di fame in quelle fetide tombe del Castello. Un altro povero vecchio falegname di ottant’anni, detto Salvatore Navazio, mosso dal solo zelo di pubblico bene mentre non à posteri, era solito portare la limosina di sei grani ogni giorno ai frati conventuali di S. Francesco, acciocché dicessero una «Laude», ovvero orazione al glorioso santo di Padova, pregandolo per l’esito della causa comune. Fu severamente minacciato di farlo morire in prigione, se più tal cosa fatto avesse».

Il Lamonica continuò a litigare a sue spese; e vinse altri diciannove gravami. E intanto altre denunzie, altre persecuzioni contro un suo fratello prete, presso al Nunzio e alla Curia; mentre su pei canti della città affiggevano plebee pasquinate contro di lui, e nel corso del carnevale, era contraffatto in maschera e schernito per le piazze; e non restavano di spargere voci di tradimento alla causa del popolo, pel quale spendeva tutto, ed esauriva non che stremava le sue sostanze. Ed egli non atterrito, non piegato, non sviato in tanto contrasto di vicende, percorse fino all’ultimo la sua via, serbando sempre, a giudicare da’ suoi scritti, un’equanime natura, una temperanza di parole e di frasi che per vero non rifinisce di sorprendermi.

«Tutti questi travagli — egli scriveva — che mi sono sopravvenuti per aver voluto fare un’opera virtuosa e lodevole, gli è sofferto e soffro volentieri per la patria, e per gli poveri oppressi: le lagrime dei quali mi chiamarono alla loro difesa, come è pubblicamente noto in quella città (di Melfi). Laonde io me ne trovo contento; e se un’altra volta avvenisse, tornerei di nuovo con tutto il cuore a farlo, perché umana cosa egli è certamente aver compassione di coloro, che oppressi dalle disavventure hanno bisogno dell’altrui aiuto».

Tempra d’uomo e di cittadino rara pei nostri costumi e per la civiltà del tempo, egli merita, più che altri uomini, così detti illustri, il ricordo della sua natia città; a cui, se queste parole giungeranno superflue al ravvivare una memoria che non è spenta, tanto meglio: ma la storia non doveva dimenticarlo29.

Quando, ai principii dei XIX secolo, la nuova dinastia napoleonica pubblicò quelle che dissero leggi eversive della feudalità, questa che era già spenta come potestà politica, era altresì già da tempo spogliata di tutto quello che era più incomportevole all’umana libertà ed alla civiltà del secolo. Commutate già da gran tempo a danaro le opere e i servigli personali in quasi tutte le comunità del regno30, non restavano in piedi se non i diritti alle prestazioni in derrate sotto nome di decime o terraggi, che era l’ultima nota dell’antica qualità feudale del territorio, e, inoltre, alcuni diritti proibitivi, ovvero monopolii. La magistratura speciale, che venne creata per l’applicazione della legge speciale, giudicò l’infinito numero di controversie tra comuni e feudatari con grande dottrina, non colorata dalla politica, e con equamine giustizia; di cui fu fatta testimonianza postuma, non dirò dalla storia imparziale, ma dalla magistratura della stessa dinastia borbonica, quando questa volle nel 1815 far rivedere i criteri giuridici, che avevano rette le decisioni della Commissione feudale31.

Dallo sviluppo di quelle controversie fu manifesto che in quasi tutte le comunità della provincia basilicatese i territorii erano soggetti al terratico, in gran parte alle decime; e in qualche luogo la decima cadeva anche sul prodotto degli ulivi, o dei lini, o delle civaie. I diritti proibitivi del forno erano in Picerno, in Montemurro, in Pomarico, in Brienza, in Muro; quelli dei mulini in Picerno e Rapone; quelli del trappeto o frantoio delle ulive in Rapolla, Rotondella, Acceltura, Episcopia; quelli di tenere albergo a mercede, o di vendere a minuto in bottega da comestibili in Bella, Acerenza, Viggiano, Viggianello, Palazzo, Ferrandina; ed indicando al lettore queste sole comunità, non intendiamo di escludere altre, a noi ignote. Le opere manuali all’acconcime dei mulini del feudatario erano ancora obbligatorie in molte comunità; i servizii a custodire, senza mercede, gli armenti del barone furono rilevati unicamente nello Stato di Noia, il quale però comprendeva anche i paesi di S. Giorgio, di S. Costantino, di Terranova, di Casalnovo e di Cerchiosimo.

Le «giornate di amore» come le dissero perché gratuite, furono trovate a Viggianello, ad Accettura; Favale è ricordato che le aveva già transatte in grani diciassette e mezzo per ogni contadino. L’«onoratico» che era qualche specie di strenna offerta in capponi od agnelli, a testimonio di onoranza al Signore, vigeva a Rapone; ad Avigliano «la maccaronata» che era certa quantità di farina dovuta dai contadini del feudo agli armigeri baronali. A Pomarico per ogni paio di buoi del contado si doveva una giornata gratuita di lavoro, e un porcellino per ogni troia; a S. Fele per ogni aratro una prestazione, che era detto il dritto del ferro. S. Arcangelo si querelava alla Commissione feudale che il feudatario usasse due pesi e due misure, l’una per riscuotere i suoi diritti di terratico, e l’altra per dare. Picerno, che subì speciali gravezze sino all’ultimo, indicò anche quella che fossero obbligati ai servizii gratuiti della «bagliva» cioè della Corte di giustizia baronale, quelli de’ suoi abitanti che si fossero sposati nell’anno: — ultima e incompresa eco del diritto signorile sul matrimoio dei poveri villani, dopo dieci secoli!

NOTE

1. Sul catalogo dei feudi e dei feudatarii delle provincie napolitane sotto la dominazione normanna. Memoria di BARTOLOMEO CAPASSO. Napoli, 1870.

2. Nullus villanorum, qui habet unicam filiam, vel si plures habeat, non audeat eas maritare sine mandatu dominorum et dispositinone… dice il documento che io leggo nel TUTINI, Dei sette uffici del Regno. Roma, 1666: il pag. 31 dei Maestri giudizieri.

3. Nelle Grazie e Concessioni che fa agli abitanti di Lanrìa Vinceslao de Sanseverino, Miles et Comes Lanreae, in carta del 1453 è quest’articolo:

Item, quod homines universitatis terre nostre Laureae, tempore sponsalium non tenenntur portare Focatias, nec misias (impensas vel praestationes. Ducange) aliquas, seu aliquas (?) Castellano, Vicario, vel aliquibus personis: seu tantum teneantur concitare judices, seu judicem associantem sponsam ad Ecclesiam, et de ecclesia ad ejus domum.

In Manoscritto presso di me.

Vedi appresso per Latronico, in documento del 1523.

Innanzi alla Commissione feudale del 1810 il comune di Picerno si gravò, tra le altre, che il barone esigeva «la prestazione dei servigi gratuiti a titolo di bagliva dagli abitanti, che si erano ammogliati nell’anno». (Sentenza della Commissione suddetta del 6 agosto 1810).

Ma la prestazione che fu trovata dalla Commissione medesima nel comune di Castelgrande, e che vien denominata con parola dialettale, a duplice senso (in SANTAMARIA, Feudalis, 152) non à che fare, per nulla, con quegli innominabili dritti, di cui nel testo.

4. Il documento si legge nell’UGHELLI agli Arcivescovi di Amalfi. Ital. Sac. vol. VII, col. 196; e non è per verità dei più intelligibili. In esso è detto:

Ego Anglo presbyter et monachus, quam abas de eccles. S. Petri, que est ab isto latere montis Vultum (Vulture), declaro me in civitate Melfi ante presentiam domini Ursi… et ibidem adesset Alferi judex et comes… quoniam habeo comprehensam (comprata) a foris muro dominico terram, quam et (etiam?) per concessum de bonis hominibus de predicta civitate Melfi, secundum scriptum atque roboratum de eorum partibus, habeo, ubi talia declarant, ecc.»

5. Nel Codice Aragonese, Napoli, 1874, vol. III, sono pubblicate parecchie di coteste Carte comunali. — Nel 1464 la città di Matera chiese a re Ferdinando di Aragona molti supplicatoria capitula et gratie, che egli concesse; e fra le altre, questa:

«Item, si degni gratiosamente concedere che essa Università possa eleggere venti huomini, duo delli gentiluomini ed due delli puopoli, ciascun anno, per lo regimento di essa città; et quello che per essi sarrà ordinato per lo stato et bene della detta città, si debbia exeguire; et nessiuno cittadino vi possa contradire, alla pena di 25 onze. — Placet Regie majestati, interveniente tamen in electionibus ipsis Capitaneus, seu qui in ipsa civitate pro tempore fuerit». — Ap. Gattini, Note storiche della città di Matera. Napoli, 1882, pag. 79-80.

6. Nel 1579 l’Università di Avigliano, per le capitolazioni o grazie ottenute, e per transazione di altre gravezze, promise di pagare al feudatario Caracciolo ducati 6600; e ne pagò una parte. Il figlio di costui (come è detto nella Sentenza della Commissione feudale del 10 agosto 1810)

«avendo violato le capitolazioni, di cui la somma era il prezzo, dopo avere imprigionato gli amministratori del comune, si fece pagare i ducati 2000 residuo, stipulando allo stesso tempo in suo favore, la totalità dell’intero capitale già soddisfatto».

L’Università di Colobraro nel 1558 pagò ducati 4000 alla baronessa D. Eleonora Comite per 82 grazie chieste e concesse, tra cui quella di non vendere mai la terra di Colobraro. La baronessa rescrisse: placet, ma per 30 anni, e vendendola in questo termine, avrebbe restituito i 4000 ducati. Nel 1580, per ottenere altre grazie o la riconferma delle prime, il Comune fabbricò a sue spese un mulino alla signora baronessa Cicinelli, nipote della precedente. Nel 1608, per ottenere altre grazie e la riconferma delle anteriori, si obbligò di pagare al feudatario Caraffa ducati 80 all’anno. (Sentenza della comm. feudale, 30 giugno 1810).

7. Nella monografia Gli statuti della Bagliva delle antiche comunità del Napoletano, pubblicata nell’Archivio storico delle provincie napoletane, per l’anno 1881, abbiamo tenuto presenti gli Statuti inediti di Lauria, di Molitemo, di Montemurro, di Saponara e di Spinoso. In essi abbiamo pubblicato quello di Moliterno da un codice scritto nel 1539. — Non pare che se ne siano pubblicati altri, dei nostri antichi comuni, per le stampe.

Posteriormente però fu fatta, su un giornaletto locale, la publicaziono dei Capitula-- et Statuta Bagulationis (sic) civitatis Melphis, edita de ordinatione… Joannis Caraccioli, principis Melphiensis, sub anno 1525. (Venosa 1896). Ma, è forza dirlo, la publicazione è siffattamente spropositata che… scribere pudet!

8. Re Federico, essendo in campo all’assedio di Diano, scrisse a tutte le città d’intorno, chiedendo mandassero vettovaglie per l’esercito. Nella lettera a Lagonegro, che è data dagli alloggiamenti presso Polla, il re aggiungeva graziosamente:

«Quando non lo fazati, sarimo costricti proceder contra viu cum l’armi, et farne li dimostrazioni rimanere ad esempio. Et mi doleria fino ad anima, per amarvi e tenirvi cari, che fussimo costricti alla ruina di questa (cotesta) terra. Datum in nostris castris finabus (leggi felicibus) XXII Octobris MCCCCLXXXXII.»

Quanto schietta benevolenza, e cortese!

Questa lettera è pubblicata nell’opuscolo Lagonegro e Paolo Mursicano, discorso di GIOVANNI ALDINIO. Napoli. 1885.

9. Da memorie manoscritte, inedite.

10. Da carte in copie manoscritte, presso di me.

11. In uno dei capi di queste Grazie è detto:

Item statuimus, volumus et de novo concedimus et ordinamus, ut Monarcha, seu Princeps dicte nostre civitatis Saponarie…, etc.

In manoscritti presso di me.

12. Un capitolo dice:

«Item piaccia al dicto eccellente signore concedere alli dicti uomini et citatini della terra di Latronico che si possano insurare et maritare nella terra o fuori della terra predicte, e loro libertà; et che possano fare disciplinare et fare imparare li loro figliuoli, et farli pigliare ordine clericale, secundo et solito e consueto». — Placet. — Capitoli della terra di Latronico del 1523.

MS. presso di me. (L’originale è nell’archivio della Casa dell’Annunziata di Napoli).

13. Da carte manoscritte, comunicatemi dall’egregio prof. Giuseppe Falcone.

14. Da carte manoscritte, presso di me.

15. Così il GALANTE, vol. III, pag. 6, Descrizione storica geografica della Sicilia. Napoli, 1793. — Ma ebbe, forse, Acerenza: vedi in seguito al capitolo XII.

16. Nel Bullettino della Commissione feundale: sentenza dell’8 giugno 1810.

17. GIUSTINIANI, Diz. geogr. ad v.

18. D’ADDOSIO, p. 219, nel Libro sulle Carte della S. Casa dell’Annunziata.

19. Conf. G. GATTINI, Note storiche sulla città di Matera. Napoli, 1882, pag. 89. Da quest’opera, ricca di molti documenti e di svariate notizie, ricaviamo quanto nel testo è detto della città di Matera.

20. Nel Regno di Napoli descritto da ENRICO BACCO, ecc. si dice che (nel secolo XVI) la Basilicata aveva terre e castelli 108; di cui erano demaniali sole quattro, cioè Lagonegro, Rivello, Tolve e Tramutola. Ma è uno sbaglio per quest’ultima, che invece era feudo del monastero della Cava.

21. Circa l’anno 1616 si ha notizia di tumulti del popolo di Brienza contro il feudatario: ma la notizia è vaga o indeterminata, secondo queste parole del Zazzera, diarista e lodatore di quel pazzo e turbolento Duca di Ossuna, Viceré di Napoli:

«… Il Procuratore dell’Università di Brienza, forse tirato da suoi particolari interessi, in ogni occasione faceva tumultuare quella gente contro il loro Signore: il quale modo di togliere l’onore ai Baroni e la robba ai vassalli essendo conosciuto molto tiene da S. Ecc. (il Viceré) l’ha di potenza assoluta (!) fatto andare in galera: mentre armato di molte bugie, con molti uomini sediziosi l’era intorno a turbare». — Narrazioni di Franc. Zazzera, Del Governo del Duca di Ossuno, pag. 479, in Archiv. Storico Ital. tomo IX. Firenze, 1846.

22. Storia del monastero di Carbone di PAOLO EMILIO SANTORO (nelle note alla) traduzione di D. Marcello Spena. Napoli, 1831, p. 101.

23. In GIUSTINIANI, Diz. Geogr. ad vv. Balvano e Latronico; e in monografia di Latronico di GAETANO ARCIERI nell’opera (incompleta) de Regno delle Due Sicilie, descritto, ecc. dedicata a Sua Maestà Ferdinando II. — Altre notizie accennano ad altri tumulti nei quali furono trucidati quattro della famiglia Corcione, che aveva il dominio feudale di Latronico. Conf. Diz. geograf. istorico-fisico dell’abate SACCO. Napoli, 1795. Non sono arrivato a chiarire se sia duplicazione di uno stesso fatto con quello ricordato nel testo, come ne dubito.

24. Giornale di GIULIANO PASSERO. Napoli, 1785. p. 216.

25. Nel GATTINI, Op. cit. pag. 97, sono i nomi di alcuni di quei «Nobili». — La tradizione di Matera (che si trova riferita ed accettata nel libro: Notizie storiche della città di Matera, ordinate ed annotate da FRANCESCO FESTA. Matera, 1875, p. 54-7) accennando, in generale, a violenze del Tramontano contro ogni ceto di cittadini, dice come egli avesse stabilito di far trucidare parecchi dei nobili, invitandoli, sotto sembianza d’amicizia, ad una partita di caccia. Ma due figlie del conte, innamorate a due nobili giovani, svelarono ad essi il preparato tranello, che andò a vuoto. Di qua i signori furono spinti ai ferri corti contro il Tramontano, e cospiravano, anche di notte, raccolti in una piazza presso un masso sporgente ivi, che ancora oggi è denominato, in dialetto, u pizzon du mmal chinsiggiu — «il poggio del mal consiglio». — Ma queste cospirazioni notturne in una pubblica piazza arieggiano alle congiure da melodramma; e la rivelazione di amore delle due fanciulle è un pretto romanzo. Da documenti autentici, pubblicati dal FARAGLIA nel breve, ma notevole cenno su Giancarlo Tramontano (Archiv. stor. delle provincie napoletane, anno 1880, pag. 80), risulta invece che il conte: Fu morto senza figlioli intestato, superstite ad ipso conte, missere Silvestro, frate de patre et de madre, ecc.

26. Nell’Archivio storico per le provincie Napoletane, anno II, 1877, pag. 265-84, pubblicammo l’originale documento di transazione, ovvero Indulto alla città, che è in data di Napoli, 28 maggio 1515. È pubblicato nel GATTINI, Op. cit.

27. Il solo GATTA ne fa breve cenno nelle Memorie topografiche-storiche di Lucania. Napoli, 1782, pag. 41. — Nell’ARANEO non ve n’è ricordo.

28. I documenti (in ARANEO, Op. cit. pag. 475) lo dicono dottor fisico.

29. E non l’à dimenticato la nobile città che volle onorato di publica memoria in marmo l’uomo e il cittadino.

30. Conf. WINSPEARE, alla nota 154 della Storia degli abusi feudali. Napoli, 1811.

31. Conf. l’opuscolo del comm. NICOLA ALIANELLI, intitolato: Dei principii sulla base dei quali furono fondati i giudizi e i ragionamenti della Commissione per le liti feudali (Napoli, 1879).

CAPITOLO XI

GEOGRAFIA E DEMOGRAFIA DELLA REGIONE NEI SECOLI XIII, XIV, XV

FINANZE COMUNALI

I tempi aragonesi che comprendono tutta la seconda metà del secolo XIV, segnano anche pel reame di Napoli la fine del medio evo; e la fine di questo grande periodo storico coincide o di poco precede il grande evento politico, che fu la cessazione della secolare indipendenza del Regno e la mutazione di esso in provincia; in provincia della lontana monarchia di Spagna.

Le tristi vicende di guerre dinastiche e feudali e gl’indeclinabili perturbamenti alla pubblica tranquillità abbiamo delineate, in relazione al nostro soggetto, nei capitoli precedenti. Nel corso dei due ultimi secoli, del periodo mediovale, il potere sovrano non cresce di ordine e di forze, ma cresce la forza del feudo che dilarga e abbarbica tutto; e mentre d’altra parte il comune lentamente e oscuramente viene abbozzando e conformando i suoi organi essenziali agli uffizi delle funzioni sue proprie, comincia, più lentamente la lotta, che durerà ancora dei secoli, contro il feudo.

In quest’ultimo periodo di tempo due fatti, di carattere generale, emergono all’attenzione della storia: essi riflettono la distribuzione demografica della popolazione sul territorio su cui è sparsa.

La popolazione decresce gradatamente di numero, invece di quel naturale aumento che non è negato se non a popoli selvaggi o barbari, decimati da carestie e da guerre.

E decresce il numero dei centri abitati in misura che è forza dire maravigliosa, senza che, per agglomeramenti di popolo precedenti, il totale numero di esso aumenti. Questo duplice movimento di costrizione produce, da ultimo, tale un vuoto nell’etnografia della provincia, che fa sorgere per necessità di cose l’altro movimento d’immigrazione di gente dalle coste del mare, albanesi o greche, sul continente napoletano: genti che ancora ai nostri tempi dopo quattro secoli, non si può dire siano del tutto fuse e confuse con la gente di stirpe italica.

Lo stato demografico della regione a cominciare, come punto di partenza, dai primi tempi angioini si può ricavare dai registri, ancora esistenti nell’archivio di Stato di Napoli, della cancelleria angioina. Questi registri sono i «Cedolarii» delle tasse; e in essi, anno per anno, si leggono allistati i paesi dei «giustizierati» o provincie; e, di fronte a ciascuna terra abitata o città, è annotata, in oncie, tari e grani, la somma della tassa che è imposta al comune in ragione del numero dei suoi fuochi o famiglie. Era la tassa detta del «sussidio generale»1; e veniva ragguagliata alla ragione «di un augustale per ogni fuoco, e alla ragione di quattro augustali per oncia». Ogni oncia, adunque, di tassa rappresenta quattro fuochi o famiglie. In origine fu tassa straordinaria; ma ai tempi angioini era già un’imposta ordinaria annuale, oltre le identiche straordinarie davvero, in casi speciali di gravi eventi allo Stato o alla casa del Re.

Prendiamo le mosse dalla più antica testimonianza del Cedolario, che è dell’anno 1276-1277 (poiché l’anno cominciava a settembre); e il lettore, spero, ci saprà grado, se gli mettiamo, integro sotto gli occhi, in calce a questo capitolo, il fedele quadro statistico dell’importante documento.

Egli per la opportunità dei confronti potrà tener conto delle risultanze del Cedolario dell’anno 1320, che altri già pubblicò per le stampe2.

Nel 1277 i paesi del giustizierato di Basilicata abitati sono di numero 148, e vengono gravati della tassa di 4287 oncie di oro, 5 tari e grani 16. Nel 1320, dopo mezzo secolo, la tassa, per lo stesso territorio, scende (e non per diminuzione di quotità) ad oncie 3670, tari 3 e grani 16, a carico di 140 paesi; il quale numero, però, sale a 154, se si tien conto, come vedremo, di altre piccole terre ovvero «casali» che ivi sono detti omesse.

La prima e la meno importante osservazione, cui ci invita il nostro documento, riflette i limiti del Giustizierato, o provincia, la quale, come è noto, non aveva nessuna importanza amministrativa, e poca importanza politica.

Dal lato di Calabria, sul Tirreno, stendeva un lembo alquanto più largo che non oggi, fino al fiume Laino; e comprendeva Avena e Papasidero (non però Scalea, né Laino città) oggi in provincia di Cosenza. Dalla parte del Jonio, includeva Rocca imperiale, e inoltre Nucara; la quale fu aggregala al giustizierato di Val di Crati nel 1320. Dal lato della provincia di Salerno, mancava, invece, di quei molti paesi della valle del fiume Pergola, quali Brienza, Vietri, S. Angelo Le Fratte, Salvia, che oggi sono in Basilicata, e allora nel giustizierato salernitano. L’Ofanto la divideva dall’Avellinese; il Bradano dal Leccese; dal lato di Puglia si estendeva fino a Lavello e a Spinazzola; ma non giungeva a Montemilone. Su per giù sono i confini della provincia quali si mantennero per tutto il XVIII secolo.

È da notare, innanzi tutto, che tra i 148 paesi e luoghi abitati del 1277 mancano Atella, Palazzo, Barile, Maschito, Ruvo, Grassano, Spinoso, Carbone; e parecchi della valle del Sinni, come San Giorgio, San Severino, Fardella, Francavilla, Terranova, Bollita. Ammesso un possibile errore di omissione per qualcuno di essi (come io ritengo per Grassano, che è già nominato nel registro normanno de’ Baroni, del 1154-1168) la mancanza di tanti altri vuol dire che sursero ad entità di terre abitate e tassate dopo di quest’epoca, che è quella del primo re angioino.

Ma ciò che emerge di più singolare e di più inaspettato, da cotesto elenco, è la scomparsa di molti e molti paesi che esistevano abitati al declinare del secolo XIII, ma che non si troveranno più all’aprirsi del secolo XV. Li abbiamo segnati con l’asterisco, nell’elenco che segue in fine del capitolo, e sono al numero di 43; che vuol dire poco meno di un terzo del totale!

E sono:

Caldane, Tufaria, S. Giuliano, Pulsandra, Perticara, Laurosello, Trifogio, Gallipoli, Rocca di Acino, Pietra di Acino, Satriano, Castrobellotto, Gloriosa, Platano, Santa Sofia, Agromonte, Faraclo, Battifarano, Appio, Anglona, Casale Sant’Andrea, Monticchio, Bellomonte, Armatieri, Montemarcone, Bariano, Gaudiano, Lagopesole, Cervarizzo, Monteserico, Casalaspro, Irso, Rodio, Avenella, Andriace, Scansana, Trisaia, Pristinace, Casale Pisticci, Oggiano, San Basilio, San Nicola de Silva, Terre Tancredi de Guarino3.

Né qui si arresta il limite della lacuna; giacché nel Cedolario dell’anno 1320 (che fu pubblicato a stampa dal Minieri Riccio), oltre ai paesi e luoghi abitati che abbiamo riferiti pel 1276-1277, si trovano questi altri cioè:

1. Casale Rubei; che era nella valle del torrente Rubbio, influente del Sinni, tra Francavilla e San Costantino. Esso è ben diverso dall’attuale «Ruvo di Monte».

2. Casale Santa Marie de Cornu; che era nella tenuta «Incoronata» in territorio di Montescaglioso. Un monasterium S. Maria de Cornu è detto in territorio di Salandra, nella bolla di Lucio IV del 1183. (Ap. Zavarroni, p. 24).

3. Casale quod dicitur Altus loannes; che è l’«Autojanni» presso Grassano.

4. Grassanum, che è l’attuale paese di tal nome.

5. Casali Sancti Mattei — ? —

6. Casali Sancti Lupicosi — ?? — (Una contrada e un corso di acqua detto Lapellosa è in territorio di Venosa).

7. S. Salvator, che era nella tenuta «San Salvatore» sul Jonio, tra i fiumi Bradano e Basento.

8. S. Theodorus; che era alla contrada «S. Teodoro» a destra del Basento in quel di Pisticci.

9. Casale Batayani — ? — che non credo sia né Baragiano, né Barreano.

10. Casale S. Martini de Pauperibus; che è tassato per onc. 22, tar. 14, e che è diverso dal Sanctus Martinus dello stesso Cedolario del 1320, tassato per onde 36 e 10: laonde sono diversi4.

Sarebbero, dunque, altri dieci paesi, abitati nella prima metà del secolo XIV, ma scomparsi poi nel secolo seguente; cioè, in totale, 53 paesi, scomparsi! — Né per verità sarebbero i soli; chi ha rovistato vecchie carte potrebbe aggiungere ben altri, come Vitalba, Cisterna, Castro Cicurio, Montechiaro presso Carbone, S. Nicola della Tempagnata presso Spinoso; Sicileo, Policoro, Acinapura, tutti e tre in diocesi di Anglona fino al 1526, ed altri.

Ma diamo ancora un passo innanzi; e dal 1320 veniamo allo stato delle cose di un secolo dopo. — Nel Cedolario dell’anno 1415 i paesi del giustizierato di Basilicata sono cento ed uno.

Tra questi cento ed un paese del 1415 compaiono già i nuovi abitati di Atella, di Spinoso, di Calciano… che non sono nei documenti del 1276 e del 1320 sopraindicati. Mancano però, e non so se per omissione del documento o se, piuttosto, per diserzione di abitanti, come è certo per Rionero, (vedi a p. 88) i paesi di Avigliano, di Rionero, di Rotondella, di San Chirico da Tolve, di Trivigno, di Cerchiosimo, di Campomaggiore, che erano già tassati, e però abitati nel 1320. Mancano ancora Palazzo, Barile, Maschito, perché non surti ancora a dignità di paesi; e mancano, per la stessa ragione, tutti quelli della valle del fiume Sinni che abbiamo nominati poco innanzi. E non perché spopolati e scomparsi, ma perché compresi nel giustizierato di Salerno, mancano Marsiconuovo, Saponara, Vietri, Brienza e gli altri prossimi paesi della valle del Platano. Ciò non pertanto, le terre abitate nel 1415 sono 101.

In generale, si ha da notare questo, che lo elenco del 1415 è quello che più si avvicina allo stato deffinitivo della geografia della provincia, secondo che essa si venne formando e raffermando dal secolo XVI in avanti. E vuol dire che l’abbandono o lo spopolamento di quei cinquanta e più paesi, di sopra indicati, avvenne prima del 1415, cioè nel secolo XIV: mentre i novelli paesi surti dopo questa epoca, sono quasi tutti della gente albanese, venuta al cadere del XV secolo.

Un altro elenco dei paesi della provincia pel secolo XV porta la data dell’anno 1445 nella stampa che ne fece il Tutini, ed il titolo di «Tassa delle Collette per la coronazione di re Alfonso» (Discor. de’ sette uffiz. Nei Maest. Giustiz. 85). Ma come altri ha dubitato del titolo, io dubito della esattezza di questa data, 1445, che stimo assai più tardi, per speciali ragioni cennate da noi in altro luogo.

Checché sia, sono 97 paesi; che sarà lecito di elevare fino al numero di 100, stante l’omissione di alcune terre demaniali, quale Acerenza. Ma tra quei 97 sono ancora alcuni paesi del tutto scomparsi, e che (si vuol notare) non si trovano annotati nel Cedolario ora accennato, del 1415; e vuol dire che erano aggregati di popolo di recente erezione. Essi sono (oltre Oggiano caduto pel tremuoto del 1456, ed oltre Ferrandina che surse o crebbe dalle ruine di quello) questi altri, cioè:

Ferraccianum, presso Bernalda.

Salchium, che io credo la tenuta detta «il Salice» presso Pisticci.

Aitella: che non è Atella, pure nominata in questo elenco; e che non so se, per errore di trascrizione, corrispondesse al casale Avinella sul fiume Bradano e il mar Jonio; o fosse invece una denominazione diminuitiva di Ajeta, ai confini di Calabria.

Rotinum — ? —5.

Se questi ultimi quattro paesi aggiungeremo agli altri 53 de’ Cedolarii del 1277 e 1320, scomparsi, si avrà il totale di 57 paesi, dileguati, quali centro di popolo, nel corso di due secoli, dal 1250 al 1450!

Questo gravissimo fatto di spopolamento dové decidere i sovrani e i feudatari del Regno a chiamare coloni dall’Albania e dall’Illirio, per ripopolare le terre deserte: quindi fu visto, per la seconda metà del secolo XV e pel XVI, un sorgere di nuovi paesi da gente venuta di là dal Jonio e dall’Adriatico, che fu meno forse sospinta ad emigrare dall’odio ai Turchi invasori, quanto attratta alle larghe promesse ed ai lauti patti, pure non sempre mantenuti, dei feudatari laici ed ecclesiastici e dei re del reame di Napoli. Leandro Alberti, che faceva viaggio pel Regno verso il 1526, scriveva della Basilicata: «vi sono assai luoghi anche ora disabitati».

Abbiamo ricordato, di sopra, che la imposizione del «sussidio generale» era ripartita in ragione di un augustale per fuoco o famiglia. Ogni oncia di oro importava quattro augustali, ovvero carlini sessanta di argento; che davano, come è noto, il valore di sette tari e mezzo, ovvero quindici carlini (lire 6,37) per ogni augustale. Questi autentici dati di ragguaglio porgono facile il modo di risalire alla notizia statistica della popolazione della provincia.

Per l’anno 1277 il totale della tassa (tralasciando le frazioni) è di 4.283 oncie; avremo quindi il complesso di 17.132 fuochi per l’intero giustizierato; i quali se ragguaglieremo a cinque per famiglia, daranno il totale di 85.660; e se, tenuto conto dei sfuggiti al calcolo per omissione o per frodi, ragguaglieremo a sei, si raggiungerà il totale di 102.792 abitanti.

Per l’anno 1320 (come è noto pel Cedolario pubblicato dal Minieri Riccio) la tassa ammonta a 3.670 oncie; quindi 14.680 fuochi; e in questi, a sei per fuoco, 88.080 abitanti per la provincia; che vuol dire una diminuzione di 14.712 in 43 anni.

Per l’anno 1332, l’ammontare della tassa ci è noto da una notizia che ne dava il Galanti6, e fu di 3.673 oncie, 3 tari, 16 grani. Si ha dunque, per 14.692 fuochi, una popolazione totale di 88.142 abitanti; poco maggiore di quella di dodici anni innanzi; che può significare così aumento vero di popolo, come numerazione rettificata e più esatta.

La popolazione dei 148 paesi del 1277 ricadrebbe, in inedia, a non più che 682 abitanti per ogni paese! Ma poiché le cifre medie statistiche, prese da sé e non per termine di confronto, non hanno un valore reale, e niente insegnano che non sia artifiziato e falso, accenneremo invece, senza indugiare altrimenti, alle città, più popolose della regione che erano queste:

Melfi fuochi 1150 ovvero 6900 abitanti

Venosa » 584 » 3304 »

Potenza » 484 » 2904 »

Montepeloso » 457 » 2742 »

Rapolla » 408 » 2411 »

Saponara » 402 » 2412 »

Montescaglioso » 372 » 2232 »

Venivano dopo, in ordine decrescente, Tito, Miglionico, Pomarico, Aliano superiore, Tursi, Stigliano, Muro, Rivello, Lauria, Marsiconuovo, Maratea… e facciamo punto qui, che è inutile proseguire. Il lettore, quando ne abbia vaghezza, potrà riprendere i computi, sui dati del documento.

Ci ha paesi in embrione, sì tenue è il numero dei fuochi che risulta da una tassazione di quattro oncie, di tre, di un’oncia sola! Ma che divario, che sbalzo di cifre per la demografia di alcuni paesi di questo secolo XIII in confronto degli stessi paesi dell’età nostra!

Quale intima e ignota ragione di storia ha potuto portare sì alto, fino a 20 mila abitanti oggidì, il paese di Avigliano che allora noverava non più che 16 fuochi, di fronte al prossimo Ruoti, allora di 27 fuochi, ed oggi anche meno di 4mila abitanti! Sarconi, numeroso per 91 fuochi, di fronte a Moliterno di 18 appena, ed oggi questo sette volte maggiore di quello; e Pietrapertosa allora di 280 fuochi di contro a Laurenzana, di soli 89 fuochi, che è oggi maggiore del doppio; e Rivello allora più numeroso altrettanto di Lagonegro! Nella storia intima e speciale di ciascun paese è senza dubbio la ragione dell’ingrandimento degli uni, dell’esinanimento degli altri. Ma le intime evoluzioni di questa storia ci sono ignote!

Se la tassazione del «sussidio generale» era imposta in ragione di un augustale a fuoco o famiglia, non intenda da ciò il lettore, che, infatti, ogni famiglia pagasse di tassa un augustale, ovvero quindici carlini all’anno. Una scienza finanziaria ancorché bambina non potrebbe aver misurato allo identico peso la capacità contributiva della famiglia del povero, e quella dell’agiato o del ricco: e l’arte della pubblica finanza nel secolo XIII e XIV non era poi sì barbara o bambina come quella dei tempi di Attila o Tamerlano. Gli è dunque da ritenere che anche per questi due secoli, e vuol dire anche pei tempi angioini, il numero dei «fuochi» relativamente alle contabilità finanziarie dello Stato, fosse non altro che una «moneta di conto» come si esprime il Galanti per le numerazioni dei fuochi dei tempi vicereali; un criterio, cioè di ripartizione proporzionale tra paese e paese, e non altro.

Ad ogni modo, la tassazione aveva fondamento sul numero dei fuochi. È necessario, dunque, di ammettere quale un istituto fiscale ordinario dei tempi angioini la numerazione dei fuochi periodica, con emendazioni consecutive in più o in meno. Ma è necessario di ammettere, inoltre, qualcos’altra, ed è questa che siamo per dire.

Nei «Cedolarii» che ancora esistono (come il lettore potrebbe vedere nella stampa di quello più volte citato del 1320) quando si annovera una terra o paese omesso nelle precedenti cedole, o che fosse per avventura di recente origine, si trova scritto: inquiratur, et taxetur per Justitiarium juxta facultates suas. È formola che si ripete sovente. Or poiché non è detto — «si tassi secondo il numero dei fuochi» —; e poiché facultates indica indubbiamente, come in italiano, averi e ricchezze, è forza conchiudere che la tassazione tra i singoli abitatori di una terra avveniva secondo le facoltà loro, cioè redditi o possidenza, mediante qualche simbolo di catasto o di apprezzo, discretivo dei redditi delle famiglie per industria o per lavoro.

Sicché la notizia del numero dei fuochi non serviva altrimenti al fisco (ossia ai Razionali della regia Curia, ovvero Tesoreria dello stato, che spediva le «Cedole» delle imposte, da riscuotere, ai Giustizieri delle provincie) non serviva altrimenti, se non per ripartire tra i varii paesi del giustizierato la somma che la Curia stimava imporre alla provincia secondo il computo della forza numerica demografica della regione. La somma così ripartita e imposta come «contingente» al paese, veniva poi ripartita dall’Università7 con altri criterii, che non erano quelli del censimento individuale o di famiglia.

È facile comprendere che le tasse imposte ai Comuni in ragione del numero delle famiglie, ma pagate dal Comune secondo le «facoltà» di ciascuna famiglia che si determinavano per via di apprezzo, non potevano non riuscire gravosissime, se, esclusa la capitazione, la tassa non avesse dovuto toccare che i ricchi, possessori di terre o di capitali investiti in industrie visibili. Ma la terra di feudo era esente; erano esenti le chiese, gli ecclesiastici, il barone; e in queste piccole e grame comunità rurali le famiglie che non fossero di miseri villani o di poveri artieri restavano troppo scarse di numero a sostenere un peso che nominalmente era di tutti.

Quindi avvenne che le popolazioni del reame chiesero ed ottennero, sotto gli angioini, di vivere, come si diceva, sia per apprezzo, sia per gabella, di fronte alle dimande del fisco. La gabella era pagata sotto forma di dazii, che l’Università del comune imponeva sulle varie forme della produzione, del lavoro e del traffico. La tariffa di cotesti dazii veniva stabilita per statuto, deliberato dall’Università, confermato o autorizzato dal Re, e durava indeterminatamente.

Per la Basilicata ne è stato reso noto di recente, per le stampe8, un esempio unico, che riguarda la città di Rapolla, ed è statuto del 1303: e perché desso, nelle sue linee d’insieme, è presso che simile ad altri parecchi delle principali comunità del Barese de’ tempi medesimi9, si può ritenere come tipico, per le terre maggiori o minori della regione nostra.

Il «dazio», come era detto, di Rapolla, toccava in brevi limiti la produzione della terra; più ampiamente il lavoro e la compravendita delle derrate; non ometteva il capitale investito in industria della pastorizia o sotto forma di fabbricati. Ma il più rudemente trattato è il lavoro10.

Il fine e valoroso autore del Rionero Medievale, che pubblica e illustra questo documento, riduce la tariffa daziaria rapollana, per quanto è possibile, alla misura ed alla moneta dell’oggi, intesa però, come egli avverte, nel solo suo valore intrinseco. Ed alla stregua di questo suo computo, equiparando «un grano di oro» a centesimi 12 di lira, si verrebbe, per la tassa sui salarii, a queste cifre; e sono:

Pel lavoratore della terra, lire 4.80 all’anno; per ogni operaio artigiano (a lire 0,24 per settimana) lire 12,48; pel fornaio, mugnaio, lire 12,48; pel panattiere, lire 6,24, ecc.

Poiché il debito fiscale è commisuralo a settimane, è probabile che dalla totale somma si defalcassero le giornate vacue di lavoro per disoccupazione forzata. E se così fosse, minor danno!

Per un più adeguato giudizio della pressione tributaria, ci manca ogni notizia del salario all’operaio dei campi, all’operaio dell’officina. Ma possiamo pure credere, senza fare cieco atto di fede, che la condizione economica del minuto popolo non era migliore di quella che non fu nei secoli che seguirono al cieco, al barbaro medioevo! Quanto è lento il progresso che intende durare!

APPENDICE

ELENCO dei paesi della provincia, o Giustizierato della Basilicata nel Cedolario dell’anno 1276-1277, con la somma della tassa in oncie, tari e grani, di cui venivano gravati.

Aggiungo un asterisco al nome dei paesi, che oggi più non esistono.

onc. tar. gran.

Melphia cum ludeis 287. 19. 6.11

Rapolla 102. 3. 14.

Venusium 137. 3. —

Petrapagana12 62. 17. 8.

Olivetum 9. 22. 8.

*Caldane13 — 5. —

Salandra 30. — —

Petraperciata14 70. 4. 4.

Raponum 5. 4. 16.

  1. *Tufaria15 8. — 12.

Albanum 27. — 24.

Lauria 60. 8. 8.

Triclina 11. 28. 4.

Rivellum 67. 1. 4.

Lacus niger 30. — —

Moliternum 18. 4. 16.

Marathia 47. 13. 4.

Saponaria 100. 17. 8.

Biyanum16 51. 11. 8.

  1. Tramutola 6. 8.

*Sancto Juliano17 10.

Marsicum novum 57. 3. 12.

Marsicum vetus 4. 25. 16.

Sanctus Martinus 40. 18. 12.

*Pulsandra18 1. 8. 8.

Castrum Saracenum 36. 28. 16.

Calabra19 4. 3.

Sanctus Arcangelus 11. 15. 12.

Missanellum 5. — 12.

  1. Gallucium (sic) 10. 16. 16.

Roccanova 6. 18. 8.

Alianum inferius 10. 3.

Allianum superius 65. 3.

Guardia 25. 3.

Cornetum (sic) 25. 9. 12.

*Perticarum20 60.

Castrum medium 16. 2. 8.

*Laurosellum21 10. 8. 8.

*Trifogium22 35. 1. 1.

  1. Accepturam

Curilianum23

*Gallipolum24 10. 24. 12.

Astilianum 55. 14. 8.

*Rocca de Acino25 — 5. —

Gurgolionum 7. 13. 4.

*Petra de Acino26 1. 18. 12.

Campus maior 3. 22. 16.

Brundisium de Montanea 34. 1. 16.

*Satrianum27 37. 22. 4.

  1. *Castrum Bellot (tum)28 3. 17. 4.

Armentum 25. 24. 12.

Ansia 24. 14. 8.

Laurenzana 22. 10. 16.

Calvellum 41. 5. 8.

Abriola 19. 18. 12.

Trivinea 5. 9.

Vineola 9. 18.

*Gloriosa29 13. 26.

Petra fixa 12. 12.

  1. Petra Castalda*30 9. 1. 16.

Barayanum31 4. 25. 4.

*Platanum32 3. 22. 15.

Picirnum 24. 15.

Murum 53. 18.

Sancta Sofia33 18. 1. 4.

Labella34 15. 26. 8.

Rotum 6. 26. 8.

Acermons35 4. 10. 4.

Tihanum36 16. 19. 16.

  1. Curcosimum37 17. 4. 4.

*Faratrum38 10. 19. 16.

Latronicum 16. 7. 4.

Byanellum39 30. 3.

Episcopia 3. 4. 4.

*Battibaranum40 3. 2. 8.

Clarus mons 21. 6. 12.

Senisium 27. 18. 12.

Noha 20. 9. 12.

Columbrarum. 31. 21. 12.

  1. Tursium 60. 3.

*Appium41 8. 27.

Nucaria cum casalibus42 20. 3.

*Anglonum43 15. 12.

Rotunda maris44 10. 8. 8.

Sanctua maurus 16. 9. 12.

Mons murrus 15. 22. 16.

*Casale Santi Andree45 10. 7. 16.

*Monticulum46 11. 24.

Castrum novum 12. 2. 8.

  1. Castellutium 32.

Cracum 20. 22. 4.

S. Clericus de Valle Sinni47 23. 24.

Avena48 20. 18.

Papasiderum49 12. 16. 8.

*Bellus mons50 6. 9. 12.

Sanctus Felix51 46. 6.

*Armatera52 7. 26. 8.

Rocca Imperialis 98. 25. 1.

*Mons Marconus53 5. 23. 8.

  1. Florencia 70. 12.

Ripacandida 30. 15.

Rivus niger 12. 22. 16.

Lavellum 20. 27. 12.

*Bareanum54 3. 27.

*Gaudeanum55 98. 3. 12.

*Lacus pensilis56

Spinatiola57 40. 27.

Bancia 7. 3. 12.

*Cervaricium58 9. 22. 16.

  1. *Mons Selicola59 22. 27.

Gentianum 13. 16. 16.

Oppidum60 46

Agerentia 23. 13. 16.

*Casaleasprum61 2. 12. 12.

Balium62 8. 26. 8.

Cancellarium 10. 15.

Sanctus Quiricus de Tulbia 42. 8.

Tulbium 33. 3. 12.

Tricaricum cum Cauciano 31. 21. 12.

  1. Mone Pelusius 114. 13. 4.

*Yrsum63 28. 18. 12.

Pietragalla 5. 21.

Criptola 20. 18.

*Rodia64, inquiratur et taxetur

Millonicum 10. 16.

Pomaricum, cum pheudo

Raynaldi de Aspello

et quondam Nicolai

de Garaguso65 66. 3.

Mons Caveosus 93. 3. 12.

Camarda66 19. 4. 4.

*Avenella67 13. 12. 12.

  1. Pisticium 27. 9.

*Andracium68 6. 20. 8.

Mons Albanus 55. 2. 8.

*Scansana69 6. 3. 3.

*Trisagia70 2. 11. 8.

*Prisinacium71 3. — 12.

Fabale 25. — 16.

*Casale Pesticii73 12. 1. 14.

Avillanum 4. 4. 4.

Potentia 121. 5. 8.

  1. *Ogeanum74 100. 29. 8.

Sarconum 22. 22. 6.

Castrum de Grandis 18. 18.

Titum 80. 7. 4.

*Sanctus Basilius75 4. 3.

Rotunda vallis Layni76 28. 4. 16.

*Casali S. Nicolai de Silva77 1. 16. 4.

Garagusum 12. 18.

  1. Terra Tancredi de Guarino78 — 6. —

Summa taxationis generalis subventionis aur. unt. IIII. II. LXXXIII. tar. V. gr. XVI. — Dat. Neap. die XXII. januarii. — (1277).

Sono, dunque, 148 paesi o terre abitate, che venivano gravate della tassa di 4.283 oncie di oro, 5 tari e 16 grani, nell’anno 1277.

NOTE

1. È la tassa Generalis Subventionis, ragguagliata ad rationem de augustali uno pro quolibet foculari, e de augustalibus quatuor per unciam. Così è scritto negli ordini di Carlo I del 1270 e 1280, che si leggono pubblicati dal VIVENZIO: Delle antiche provincie del R. di Napoli. Napoli, 1808, 250-510. — Conf. MINIERI RICCIO, Cod. dipl. I, 44.

2. In MINIERI RICCIO, Notizie storiche tratte da 62 registri angioini dell’archivio di Napoli. Napoli, 1877, p. 177. — È opportuno notare che in questa stampa molti nomi di paesi sono trascritti erratamente; e vi si legge, per es. Crisegium per Trifogium, Acernus per Acer mons, Statrianum per Satrianum, Grisosutrum per Cursosimum, ecc.

3. Per la situazione topografica di esse vedi le note allo Elenco in fine di questo capitolo.

4. Un Casale S. Martini de Pauperibus è indicato nel SyIlab. memb. ad r. Siclae, ecc. (vol. II, p. II, 140), ed ivi è detto appartenete alla Casa dei Templarii, come da carta del 1306. — Leggo nel Tansi (pag. 66, Hist. Coenob. Montiscaveosi) che nel 1160 Giovanni, abate del monastero Caveosano, donò ecclesiam S. Martini de Ostiliano ad Azone, canonico del Santo Sepolcro di Gerusalemme, ecc.; la quale chiesa, dice il Tansi, che ancora ai suoi tempi (1746) apparteneva aj cavalieri gerosolimitani. Da ciò deduco che il «San Martino dei poveri» sia nel territorio di Stigliano, ove oggi è la contrada «Difesa di San Martino»; quantunque non concordino pertettamento le due notizie del Syllabus e del Tansi.

5. Nello elenco a stampa del Titini è pure un Amaglianum (del duca di Melfi), ignoto: ma io credo sia, per errore, invece di Aviglianum.

6. Descriz. geogr. e politica delle Sicilie, vol. II, p. 20; Napoli, 1794.

7. Si può vedere nel Syllab. membran. ad r. Siclae pertin. etc. un gran numero di carte, ove l’Università di tale o tal paese, in eseguimento degli ordini del Giustiziero, elegit taxatores et collectores pecuniae generalis subventionis (v. vol. II, part. II, pag. 158, e pass.).

8. In GIUST. FORTUNATO, Rionero Medievale, con 26 docum. inediti. Trani, 1899, p. 33.

9. Pubblicati dal sig. EUST. ROGADEO, Ordinamenti e commerci in terra di Bari nel secolo XIV. Bitonto, 1900, in-8º.

10. Una più minuta notizia non parrà superflua al lettore.

L’artigiano, barbiere, carpentiere, fabbro, muratore, calzolaio, carrettiere ed altri di tal genere artefici, paga due grani, di oro, la settimana; e i loro «garzoni» un grano.

Gli operai della terra, zappatori, potatori, carbonieri un tari e mezzo all’anno.

Il panattiere, il fornaio, il mugnaio, il venditore di ortaggi o frutta, un grano la settimana.

L’operaio salariato, un grano per ogni tari di salario annuo.

Il «negoziante» ossia chi compra per rivendere, paga per qualsiasi merce (esclusi pannilani, lini o serici) e per ogni oncia di prezzo, cinque grani.

Per ogni «salma» o soma di frumento, di orzo, di legnami un grano, tanto colui che vende, quanto chi compra.

Pel fitto di case, forni o molini, un grano per ogni tari di fitto annuo.

Per ogni cento capi di bestiame armentizio, all’anno quattro tari e mezzo: ma per ogni vacca «indomita» un grano.

Pei prodotti della terra, grano, orzo, vino mosto, aceto, un grano a salma, e se olio due grani a staio, quando però vengano introdotti in città.

Di altre minute voci mi passo.

11. Superfluo avvertire che nel Cedolario le somme sono scritte in numeri romani.

12. L’attuale Pescopagano.

13. Non esiste. Era nella contrada campestre detta tuttavia «Le Caldane» tra Atella e il monte Carmine di Avigliano.

14. L’attuale Pietrapertosa.

15. Non esiste. Era un casale della Badia di S. Lorenzo, verso l’Ofanto, in quel di Pescopagano. (Da comunicazione dell’on. Fortunato).

16. O Byanum. È l’attuale Viggiano.

17. Non esiste. Credo sia il «San Giuliano» contrada nel territorio di Saponara. — Altre contrade dette «San Giuliano» sono nei territori di parecchi altri paesi dolla provincia.

18. Non esiste. Era nel territorio di Noia, oggi Noepoli. (Da comunicazione dell’on. Fortunato).

19. È l’attuale Calvera. Calabra similmente è scritta nei documenti greci del Syllab. graecar. membran. Nap. 1860.

20. Non esiste. Era al nord di Corleto e di Guardia, che ne hanno preso l’appellativo: ivi è la contrada tuttavia detta: «Torre di Pellicani».

21. Non esiste. Era presso Cancellara, ove è la contrada campestre detta Aurisiello.

22. Non esiste. Era tra Pietrapertosa e Campomaggiore. Nel noto Registro normanno dei Baroni è portato come un solo feudo: Campum maiorem et Trifogiam feuda in III militum.

23. L’attuale Cirigliano.

24. Non esiste. Era nella contrada e bosco anche oggi detto di Gallipoli, tra Tricarico, Accettura ed Albano.

25. 26. Non esistono. Erano nella bassa valle del fiume Sauro, là dove il questo fiume si avvicina la fiumana di Cirigliano. Ivi anche oggi è contrada detta «Rocca di Achino».

27. Non esiste. Città, un tempo sedo di Vescovo, tra Tito e Pietrafesa, distrutta nella prima metà del secolo XV. Vedi al capitolo IX.

28. Non esiste. Era in territorio di Laurenzana; ove ancora ne è viva la denominazione.

29. Non esiste. Era presso Vignola o Pignola, e credo risponda a quello che oggi è detto Arioso.

30. L’attuale Sasso, oggi detto «di Castalda».

31. L’attuale Baragiano.

32. Non esiste. Era lungo il fiume «Platano» tra Picerno e Baragiano.

33. Non esiste. Era tra Ruoti e Bolla, nel luogo che anche oggi è detto «Castelluccio S. Sofia».

34. L’attuale Bella.

35. Non esiste. Era nella contrada anche oggi detta Agromonte sul fiume Sinni, tra Latronico e Chiaromonte. Un’altra contrada Agromonte è tra AteIIa e Lagoposole.

36. L’attuale Teana.

37. L’attuale Cerchiosimo.

38. Non esiste. Era Farachum, nella contrada detta «le Calanche» nel territorio tra Carbone, Teana e Chiaromonte.

39. L’attuale Viggianello.

40. Non esiste. Era in quel di Castronuovo S. Andrea, presso la fiumana Serapotamo.

41. Non esiste. Era a sinistra del fiume Bradano, verso il Jonio, in quel di Montoscaglioso. Una contrada detta «Accio» è in quel di Pisticci.

42. Paese che fu aggregato al giustizierato di Cosenza, o Valle di Crati verso il 1320. Tra i suoi casali era, forse, Bollita, oggi Nuova Siri.

43. Non esiste. Era presso Tursi.

44. L’attuale Rotondella.

45. Non esiste. Era sulle pendici del Monticchio o Vulture, come da comunicazione dell’on. Fortunato, che esclude sia l’attuale S. Andrea di Conza.

46. Non esiste. Era nell’attuale contrada di Monticchio o Vulture.

47. L’attuale S. Chirico Raparo.

48. 49. Sono gli attuali paesi di Avena e Papasidero, in provincia di Cosenza.

50. Non esiste: e non è l’attuale Belmonte Calabro. Era, invece, nel territorio di Gravina, al sud, verso la fiumana Basentello; nel luogo che oggi è detto «Benemonte». — V. Syllab. membr. ad r. siclae, etc. volume II, p. II, 38.

51. L’attuale S. Fele.

52. Non esiste. «Armatieri» era tra Atella e S. Fele.

53. Non esiste. Monte Marcone è contrada campestre di Avigliano, al sud-est di Lagopesole.

54. Non esiste. Era in quel di Venosa. Un Casale «Barano» è dipendente dall’Abate della SS.ª Trinità di Venosa nel Registro dei Baroni normanni.

55. Non esiste. La contrada è presso Lavello.

56. Non esiste come paese: è un aggregato dì casupole, in dipendenza amministrativa dal comune di Avigliano. Nel Cedolario non porta tassa: forse franca come villa del Re, che era il famoso castello di Lagopesole.

57. Oggi in provincia di Bari, ma restò in Basilicata fino a tutto il secolo XVIII.

58. Non esiste. Fu nelle vicinanze di Palazzo S. Gervasio — Conf. Syllab. ora citato; vol. II, part. II, p. 150.

59. Non esiste. Ma risponde all’attuale Castello e tenuta di «Monte Sirico» presso Genzano.

60. È l’attuale «Palmira»! secondo la strana denominazione odierna.

61. Non esiste. Era presso Pietragalla.

62. L’attuale Vaglio.

63. Non esiste. Era presso Montepeloso, che oggi ha cambiato il nome In quello di «Irsina».

64. Non esiste, è di ignota ubicazione. Un feudo di «Rodiano» era in territorio di Favale.

65. Uno di codesti feudi era forse «Castro Cicurio» (che oggi non esiste più) nel territorio di Pomarico.

66. È l’attuale Bernalda.

67. Non esiste. È contrada a destra del fiume Bradano, verso il mare, in quel di Montescaglioso.

68. Non esiste. Andriace è contrada nel territorio di Montalbano.

69. Non esiste. È contrada a sinistra del fiume Salandrella, verso il mare.

70. Non esiste. «La Trisaja» è contrada verso il Mare Jonio, in quel di Bollita (oggi Nuova Siri).

71. Non esiste. Era «Pristinace», e fu non lontano o nel territorio di Favule, oggi Val Sinni.

72. L’attuale Val Sinni, già Favale.

73. Non esiste. Era, forse, nella tenuta di «Avena» (diversa da «Avinella» ove un «Casale Sancta Maria de Avena» apparteneva nel 1133 al Monistero di S. Maria di Pisticci.— Vedi Tansi, Hist. Coenob. Montis Caveosi, p. 46.

74. Non esiste. Era presso Ferrandina: e fu distrutto dal terremoto del 1456.

75. Non esiste. La tenuta «S. Basilio» è sul fiume Salandrella, in quel di Pisticci.

76. È l’attuale Rotonda.

77. Non esiste. Un Monasterium S. Nicolai de Silva, cum casali Andriacii, è detto in territorio di Montalbano, in un documento del 1070, presso Zavarroni, pag. 8 dei doc.

78. Ignota. Forse in quel di Montescaglioso. Una contrada «Guarino» è in territorio di Moliterno.

CAPITOLO XIII

MOTI POPOLARI NELLA PROVINCIA, ALLA METÀ DEL SECOLO XVII (1647 E 1648)

Chiuso il periodo delle guerre dinastiche e delle turbolenze feudali col secolo XV, e disceso il reame di Napoli, nel secolo XVI, all’umile grado di provincia della grande e lontana monarchia di Spagna, la regione nostra, come quasi tutte le altre provincie napolitane, non ebbe altre guerre che le domestiche degli esattori regii o feudali contro i vassalli del barone o del re, e le rapine violenti dei masnadieri e banditi scorrazzanti a schiere pei boschi e per le pubbliche vie, e le piraterie dei predoni turchi per le sue spiagge. Ma, nel corso del secolo XVII, a questi perpetui, ma non unici fattori del generale malessere, vuolsi aggiungere un conato di popolo, che scuotendo la generale atonia e le fibre degli abitanti per tutti gli angoli del reame, mostra, forse per la prima volta, in mezzo alle esplosioni violenti di personali cupidigie e di ogni sorta di disordini, l’alba di un sentimento politico; che se non riesce ad esternarsi manifesto, è pure alito che circola segreto nel complesso delle varie vicende di quei rivolgimenti che si svolsero negli anni 1647 e 1648.

Il tumulto della città di Napoli, scoppiato il giorno 8 luglio del 1647, a causa prossima del nuovo balzello sulle frutta, si ripercosse e propagò per le città circostanti e le provincie; e divenne gradatamente, più che tumulto, rivoluzione. A questa diede in segnacolo il suo nome, oggi famoso, Tommaso Aniello di Amalfi; ma non fu, veramente, che capo occasionale del semplice tumulto: egli surse, sovraneggiò e cadde in otto giorni. Il popolo rimasto in piedi proseguì incosciente e fatale l’arco della parabola; e rivendicando diritti e privilegi a pro della città di Napoli, non ebbe che impulsi e intenti e aspirazioni veramente non più che municipali: poi perseguitando, bestialmente, i publicani,e chiedendo, non ingiustamente, parità di diritti e privilegi ai nobili nel governo della città, offese i nobili preponderanti nel governo di essa; e minacciò i ricchi interessati nell’amministrazione delle gabelle ipotecate. Di qua l’elemento della lotta di classe nel tumulto di Napoli nel 1647.

Ma il tumulto, divampato e divampante per motivi economici, poiché non fu potuto reprimere, presto per difetto di forze adeguate, irruppe come fiumana in piena che spezza gli argini; e da feroce trambusto municipale tramutò in moto politico.

Erano tempi che Spagna e Francia contendevano di dominio e di preponderanza politica in Italia; e Spagna prevalendo, Francia tendeva l’occhio e spiava le occasioni per indebolirne il dominio o sopprimerlo. E poiché i tumulti napoletani del luglio duravano e ingagliardivano, rimbalzanti qua e là per le provincie, né gli animi quetavano, i capi del tumulto e i reggitori aperti o soppiatti del nuovo stato di cose, s’incontravano con gli interessi, con le aspirazioni e le mene della Francia; che rinfocolava da Roma le imprese dei male affetti al governo di Spagna.

Quindi nuovi aliti, nuove fasi e incidenti dei moti napoletani.

Il Viceré, Duca di Arcos, da prima cede e capitola col «fedelissimo popolo» insorto: tutte le grazie che vuole, tutte le giustizie, ossia le vendette che pretende, egli accoglie ed esegue; e tergiversando, lusingando, cospirando va innanzi due mesi, in attesa che arrivino i rinforzi dalla Spagna. E quando ai primi giorni dell’ottobre 1647 giunge la flotta spagnola e D. Giovanni D’Austria, figlio del re, nel golfo di Napoli, il Viceré cambia di metro; e chiede il disarmo del «fedelissimo popolo»: ma il popolo fedelissimo l’intende altrimenti: e la flotta cannoneggia la città; e il Duca Viceré riattaccando le segrete fila con i baroni, invisi al fedelissimo, li spinge a raccogliere le forze dei loro vassalli nei feudi per fare punta a Napoli; per sequestrare le vettovaglie che il traffico recasse alla ribelle città; e per impedire gli aiuti che dalle provinole in tumulto vengano, chiesti e sollecitati, alla contumace città capo dello Stato.

In questa entra in scena, a mezza maschera, la Francia, e, trovato che è disponibile a Roma un principe di sua casa reale, corrivo alle avventure come alle galanterie, ambizioso, intraprendente, coraggioso, questi si presenta alla Città, come inviato dalla Francia a liberare il buon popolo di Napoli. Egli era il Duca di Guisa: e il Duca dalla Città in feste viene acclamato generale delle armi e protettore e Duca, o Doge della «Serenissima reale Repubblica» di Napoli: e con esso e per esso al tumulto indeciso della città e delle provincie è dato apertamente il carattere politico.

Allora il contrasto delle forze e degli interessi, latente e indefinito, si scopre e determina. Quindi il reame si divide apertamente in partito popolare e in partito regio: il popolare sotto un’insegna mal definita e non compresa di una «repubblica reale», tende non a forme di reggimento democratico, ma sostanzialmente ad un sollievo delle gravi condizioni economiche nonché all’abbassamento delle prepotenze dei nobili; e l’altro, il partito spagnuolo, che era quello di baronaggio; e con esso ed in esso feudatari, nobili, cavalieri, alto clero e poca o punto borghesia civile; poca o punto, poiché la borghesia era ancora quasi in fascie per numero e importanza; e lo stesso numeroso ordine di chierici, parte e culla della borghesia napoletana, era propenso al partito popolare.

I tumulti della città si ripercuotevano nelle provincie; gl’incendi divampavano dappertutto all’esca della mala contentezza che avvolgeva tutti i cittadini. I banditi che, vecchia e depascente piaga, formicolavano pei boschi a drappelli, si accozzavano in masse, e, insieme alle plebi saccomanne, addivennero eserciti. Le comunità insorgevano, acclamando al governo popolare, e i magistrati regi o baronali fuggivano a scampo. Nella provincia di Lecce fu morto il consigliere Uraca, mandatovi dal viceré a refrenare i tumulti; il Boccapianola, comandante le armi, scampò la vita fuggendo dal castello di Barletta; non altrimenti da Capitanata il conte di Mola e gli uffiziali regii. Tumulti e ribellioni in Abruzzo, contro i baroni Marchese del Vasto e Ferrante Caracciolo, e contro il Pignatelli comandante le armi: ivi i banditi delle Marche, aumentati sterminatamente, erano venuti e raccolti al comando del famigerato bandito del regno, Giulio Pizzola. La città di Bari aveva levato rumore agli impulsi di un Masaniello locale; le altre città pugliesi, benché tenute a freno dal Duca di Conversano, potente, animoso e feroce sostenitore del partito regio, balenavano e rumoreggiavano. Le Calabrie più lontane da Napoli non risposero meno sollecite agli emissari mandati dall’Annese e dal Guisa, tra i quali ci occorre ricordare il nome di un Andrea Marotta, di Tramutola, che fu capo di bande o colonnello, come è detto nelle cronache, e pagò poi del capo la parte presa pel popolo nei rivolgimenti dell’epoca1.

Ma più largamente di tutte divamparono d’incendi e turbamenti la provincia di Terra di Lavoro, che era più prossima al focolare della città di Napoli, e, dopo di essa, la provincia di Principato Citeriore e quella di Basilicata, che il Parrino ed altri cronisti dicono «più contumaci delle altre»2.

Scorrazzavano pel Principato Citeriore tra Scafati, Cava, Salerno ed Eboli, con numerosa massa di gente, Ippolito Pastena, un bandito famoso, pieno di audacia, di accorgimento e di ferocia; e per la Basilicata il dottore Matteo Cristiano, che fu gentiluomo e uomo di lettere, anzi dottore in legge, e che, per gli avventurosi successi della sua impresa contro il governo di Spagna, merita speciale riguardo.

Era nato in Castelgrande, nel Melfese, l’anno 16163, e messosi a capo di gruppi di armati che crebbero man mano a più che un migliaio e mezzo, per la Basilicata e le Puglie delle Murgie ebbe successi notevoli; di tal che il Guisa, riconoscendolo a capo di un piccolo esercito, lo nominò «generale delle armi», e «non ebbe a pentirsene», aggiunge la scrittrice bene informata, che, nella storia dell’impresa napoletana del Duca di Guisa, dà del dottor Cristiano le maggiori notizie4.

Ippolito Pastena o della Pastena, che è un villaggio non lungi da Salerno, ebbe al suo comando, e di un suo fratello Vincenzo, una massa di oltre un migliaio di armati e s’impadronì di Scafati, ove erano i mulini pel vettovagliamento di Napoli, poi della città di Cava e bloccò la città di Salerno, ove era il Serbelloni, Preside della provincia. Salerno tenne fermo; ma, accresciute le forze del Pastena con altre masse di gente di Basilicata condotte dal Dottor Cristiano5, il Pastena, ai principii del dicembre 1647, strinse la città, impedì i viveri, devastò i campi d’intorno, e con l’aiuto dei popolani, che riaprirono nelle muraglie un valico già male asserragliato, vi penetrò, dopo otto giorni di blocco. Il Preside e i gentiluomini difensori fuggirono, e la città fu messa a sacco.

All’annunzio del grave successo tutti i paesi della provincia alzarono bandiera del popolo, e il Pastena, spargendosi intorno, acquistò anche la città di Marsiconovo6, ai confini di Basilicata, e penetrò in questa fin giù a Montepeloso. Eravi con le di lui turbe, secondo un cronista pugliese, anche un tal Francescantonio Fiorito, di Potenza7, con grossa mano di gente; e di certo eravi il Dottor Cristiano e i suoi.

A cacciare i popolari da Montepeloso vennero dal Barese il Duca di San Marco, preside della provincia, il preside della provincia di Lucera, il Conte di Celano ed altri baroni, con 400 cavalli e con 500 armati pedoni: con essi si accodarono drappelli di preti armati dal Vescovo di Gravina, che era Vescovo altresì di Montepeloso. Tutta questa gente scaramucciò con i nemici; ne ebbe alcuni morti e feriti, e, anziché attaccarli, si tenne a bloccarli; ma il Pastena ed i suoi uscirono dal blocco bravamente di notte, e sollevarono altri paesi, tra cui ricordano Oppido, Cancellara e Pietragalla8.

Pertanto, messa in fuoco, dopo Salerno, anche la provincia di Basilicata, il Viceré Duca di Arcos intese a provvedervi. E al Serbelloni, che, come preside di Salerno, pare fosse anche preside per la Basilicata, sostituì per questa provincia il Duca di Martina e sollecitò che egli partisse per quei luoghi in commozione, a restituirvi l’ordine.

Il Duca di Martina9, con una squadra di 50 cavalli, in quattro giorni fu da Napoli a Buccino, che era una sua terra feudale in provincia di Salerno e non ancora occupata dai popolari: e di là spedì messi ai baroni delle due provincie per sollecitare aiuti alla causa reale, dando loro la posta a Marsicovetere, dove egli stesso era per recarsi in compagnia del principe di quella terra Salvatore Caracciolo, che, con la forza di 50 cavalli, era venuto a raggiungerlo in Buccino.

Con questi non larghi sussidii di armati, il Duca si mette in marcia il giorno 23 dicembre alla volta di Marsicovetere, nella Basilicata, conducendo seco la moglie e i figliuoli. Camminò due giorni per vie rotte dalla pioggia e cosparse di neve, e, sceso nella pianura solcata dall’Agri, giunse la sera a piè del colle, al quale è aggrappato il paese di Marsicovetere, ma seppe che esso era già stato occupato da 400 dei popolari delle squadre del dottor Cristiano10; sicché gli fu forza arrestarsi nella boscaglia, ove l’ampia casa baronale diè ricetto alla comitiva. E, mancati i baroni al convegno, chiuso egli in mezzo a paesi già in rivolta e con forze insufficienti anche alla personale difesa, risolse di tornare onde era venuto a Buccino, per mettervi al coperto la famiglia. E, seguendo la via più dritta, si mise in volta pel paese di Picerno, che era anch’esso un suo feudo; e, pure schivando di appressare alla città di Marsiconuovo, che già il Pastena aveva fatta insorgere, non poté scansare pel territorio di questa gli agguati degli insorti, che gli fecero fuoco alle spalle, e uccisero qualcuno della scorta. Passò alla men triste e fu a Picerno la sera, nella lusinga di migliore ventura. Ma il giorno dopo venne da Tito, con trecento armati, un capo de’ popolari per assalirlo; quei di Picerno tumultuano, gli si levano contro, uccidono uno dei suoi famigliari, ed egli con la famiglia scampa alla meglio, ma perde, ricco bottino ai tumultuanti, bagaglio di argenti, di gioie e danaro11.

E cacciato che fu il duca di Martina nella provincia di Salerno, il Cristiano e le sue bande tornano per l’interno della Basilicata. Già Tricarico, notevole città sede di vescovo, si era pronunziata pel partito popolare: messosi a capo del moto un suo cittadino di molto seguito12, che ebbe nome Vincenzo Vinciguerra; i tumultuanti saccheggiarono, secondo il costume, le case degli aderenti alla parte spagnuola; ma non fu tocca quella di un cittadino che era governatore pel re nella città di Gravina; onde è che questi venne in sospetto al Viceré e fu arrestato13. Anche il vescovo era fuggito. A Grottole, prossima a Tricarico, il notaio Evangelista Moriello solleva il popolo: così altre terre d’intorno. Il fuoco dilatava, ed ogni sforzo dei popolari intendeva che avvampasse Terra di Bari e Terra d’Otranto, ove erano città importanti, e dove era raccolta la maggior forza dei baroni aderenti e propugnatori del partito regio.

Il duca di Guisa aveva tratto dalle carceri della Vicaria un Salazar conte di Vaglio, che fu uomo di vita sregolata, ma bravo e intraprendente: e dandogli titolo e ufficio di governatore delle armi, lo mandò a sostenere la causa del popolo, o sua, per la provincia di Principato Citeriore e per le Puglie. Doveva raccogliere le forze popolari in una massa di gente tale da bastare ad imprese notevoli; doveva, mercé raccolta di vettovaglie nei paesi insorti, provvedere all’annona della città capitale, stremata di viveri e bloccata; doveva disperdere le forze dei baroni del partito regio, che si venivano raccogliendo per le Puglie. I varii capi delle bande popolari ebbero ordini di riunirsi al conte, governatore delle armi della real repubblica; e quelli infatti convengono verso il Barese, meno forse l’Ippolito Pastena, sia che sdegnasse sottostare agli ordini di altri, sia perché sentisse i segreti influssi piuttosto del Gennaro Annese che del Guisa.

Giovanni Grillo, genovese di origine, fatto ricco dai commerci e diventato conte di Montescaglioso, era a capo di una delle bande popolari, che dal ducato di Amalfi passò in Basilicata per unirsi al conte del Vaglio.

Qui il Conte si congiunge col dottor Cristiano; ed a forze unite assalsero o presero Rocca Imperiale14, una terra, più che città, sul mare Jonio, fortificata contro i pirati di cannoni e di muraglie. Ne trassero qualche cannone e molta munizione da guerra: la fama e la fortuna delle armi popolari ne crebbe: e i magistrati regi del Barese ne impensierirono e corsero a riparo.

Dalle rive del Jonio il Cristiano piegò a Pisticci, che osò resistere, ma fu presa di forza e punita di sacco: quindi passò a Ferrandina, che aprì le porte di buono o mal grado. Era qui arrivato giorni innanzi il consigliere Gamboa, alto magistrato regio del Leccese, con gente d’armi; ed ivi aspettava, per un’azione comune, il duca di Martina, che da Buccino tornava al governo di Basilicata; ma le vittorie del Cristiano e l’animo ostile dei popoli al governo di Spagna, e l’aperto tumultuare di essi, costrinsero sì il Gamboa, sì il Martina, giunto il giorno di poi, a sloggiare da Ferrandina e ripiegare verso il Barese.

Punita Pisticci, ed occupata Ferrandina, le terre d’intorno si affrettarono a seguire l’esempio della resa; ed oltre a Grottole, già per interno moto sollevata, fecero lo stesso Pomarico, Miglionico, Montescaglioso, Laterza ed altre del Leccese. Allora, o in quel torno, insorsero ferocemente Latronico e Carbone; in quella la plebe trucidò il barone Ravaschieri e due suoi fratelli; in questa uno o due frati della famiglia del Commendatario, che l’aveva in feudo.

Dall’altra parte della provincia, verso il Melfese, erano già pronunziate per la repubblica le terre di Lavello, di Spinazzola, di Genzano, di Venosa, sia che fossero sollevate da Vincenzo Pastena, fratello di Ippolito e capo di minori bande, sia agli impulsi del dottor Cristiano, che era nato, come fu detto, in un paese di quella regione del Melfese, donde erano raccogliticcie le prime sue bande, e che (scrive il cronista) scorreva allagando la provincia come un torrente15.

Laonde ai principii dell’anno 1648 tutta la regione basilicatese parve conquistata al governo popolare del Duca; il quale, riconoscendo il fatto come opera segnatamente del dottor Cristiano, gli conferì titolo e patente di capitano generale16.

Titolo e ufficio identico aveva dato per la stessa provincia Gennaro Annese nel tempo della sua dittatura ad Ippolito Pastena; di tal che non tardò a sorgere gelosia di comando e lotta di competenza tra il Pastena ed il Cristiano: anzi quello, nell’impeto di una natura rotta ad ogni violenza, parve marciasse con le sue bande contro la truppa del Cristiano. Il conte del Vaglio, che era già con sue forze pel Barese, accorse a favore del Cristiano, e dichiarando costui suo luogotenente obbligò il Pastena a ritirarsi.

Allora, che era il febbraio del 1648, congiunte alle forze del conte quelle del Cristiano e quelle del Grillo e di altri capi minori, il conte del Vaglio si trova a capo d’un esercito che è detto di 5350 uomini, se può credersi alla statistica militare della scrittrice sovente ricordata17, e che operava per le zone di paesi tra la Basilicata, la Terra di Bari e la Terra di Otranto.

A tale apparato di forza, e con l’aura che spirava favorevole al governo popolare della città capitale, le terre e città della regione si affrettavano a mandare deputazioni e messaggi ai liberatori, che francavano borghesi dalle prepotenze dei baroni, e borghesi e villani dagli aggravi del fisco.

E i liberatori, entrando nelle città o terre amiche, cominciavano dal fare inquisizioni, non so se dire requisizioni (perché se la parola è di genio moderno, l’idea che rappresenta è tanto vecchia, quanto lo stato di guerra), requisizioni di grani ed altro genere vettovaglie18; e queste per metà spedivano alla volta di Napoli a soccorso dell’annona assottigliata della città, e il resto era ripartito sia tra i denunciatori delle nascoste derrate sia per la necessità dei viveri delle stesse bande. E mentre questo avveniva da un lato, dall’altro il conte di Conversano entrando nelle città amiche imponeva una tassa ai possidenti, per mantenere le sue milizie. È l’eterno e così detto diritto di guerra!

Matera, città ricca e popolosa, allora in terra d’Otranto, accolse il dottor Cristiano, perché la parte popolare sollevantesi l’impose a quei del reggimento, e andò incontro ai liberatori; non altrimenti i paesi d’intorno. Gravina all’appressare dei popolari fu sgombra dal consigliere Gamboa che si ritrasse a Taranto; e fu occupata dal conte del Vaglio; mentre Altamura, importante città murata, fu occupata dal dottor Cristiano. E qui trai due maggiori capeggiane quelle varie masse di armati si rivelò aperto un dissidio per «gelosia di comando» e il dissidio divenne rottura, di tal che il dottor Cristiano si apparecchiava a muovere contro il Vaglio ed occupare Gravina: ma i sopraggiunti ordini del Duca rattennero il focoso dottore. Da Altamura annodò segrete intelligenze con Taranto; e questa città, sommossa da un Donato Altamura, poté gridare, benché per breve tempo, il governo popolare.

Le forze del partito regio delle Puglie, con a capo il Boccapianola comandante le armi, il Duca di Martina, ed uno dei più fieri, audaci e intraprendenti baroni, che era il duca di Conversano, si presentarono due volte, il 29 febbraio e il 2 di marzo, sotto le mura di Altamura, per sollecitare un moto interno contro Cristiano, mentre essi attaccherebbero la piazza; ma le due volte furono respinti dall’animoso e sagace dottore, che aveva avvalorata la difesa di ripari e di trincee. Il Conversano al 2 marzo investì la piazza con quattro cannoni: i difensori anche questa volta fugarono fanti e cavalleria; e in un’animosa sortita s’impadronirono di un cannone; e quelli del Conversano che osarono di ripigliarli, furono tagliati a pezzi, tra cui un Luise Paladino, gentiluomo di Lecce19.

Cresciuto d animo il dottor Cristiano mosse verso Taranto per risollevare la parte popolare, che era caduta, dopo che il Donato Altamura, capo del sollevamento di Taranto fu morto, e il moto dei suoi represso dal duca di Martina. Ma dalla città fu respinto; e questo fu il primo scacco (dice il cronista20), che egli subì; essendo sempre riusciti a bene l’ordinamento, l’avvedutezza nonché la fortuna sua. Tornò dunque ad Altamura, mentre il Vaglio era a Gravina.

In questa alternativa di rovesci, di vittorie, di ribollimenti popolari, per tutte le provincie del Regno, il governo del Viceré ebbe il Sopravvento, da poiché s’impadronì della città di Napoli nel 6 di aprile; e il Guisa, fuggitivo verso il confine romano, fu fatto prigioniero e condotto a Gaeta. Gli animi dei popolari caddero; anzi gli stessi popolari, qui e qua, secondo la solita vicenda dell’aura democratica, imprigionarono quando non trucidarono i capi dei governi locali, a ingraziarsi i vincitori. Così a Tricarico: ove all’avvicinarsi del duca di Martina, e con suo intendimento, fu ucciso il Vinciguerra capo dei popolari, con altri dei suoi seguaci; e la città tornò al governo regio; così tutti gli altri paesi della Basilicata, pei quali veniva cavalcando con una squadra di 200 cavalli il duca di Martina. Al Boccapianola, comandante le armi, si resero similmente Matera, Gravina, Altamura. A Gravina con intendimento e suggerimento del Vescovo, fu fatto prigione il conte di Vaglio; e gli fu troncato il capo nel castello di Barletta.

Matteo Cristiano, invece, che era in Altamura, passò, dicono i cronisti21, «al partito regio» grazie alle pratiche di un Denovellis, barone di Grassano. E così, poco chiaramente, molto deplorevolmente per l’onor suo, ebbe fine l’impresa e la parte del dottor. Matteo Cristiano. Deplorevolmente, perché non pare si trattasse unicamente di capitolazione della città con patto di amnistia per sé ed i suoi. Un cronista barese contemporaneo22 scrisse che egli, il dottor Cristiano, fu fatto governatore della stessa città di Altamura!

Né qui finisce la storia dell’uomo: della quale l’ultima fase ci resta nelle sue cause, non negli effetti, oscura. È accertato che egli lasciò la testa sul palco in Napoli, insieme a Don Pietro Conclubet dei marchesi di Arena, ed a Damiano Tauro: i due primi sul palco, privilegio dei nobili; l’ultimo di capestro, perché di razza non degna della scure23. Ciò avvenne nel 23 agosto del 1653. Tutti e tre, dice il Parrino, furono presi nella state di quell’anno negli Abruzzi, ove erano tra i capi degli insorti e dei banditi di quella regione. Onde è da credere, che il Cristiano, irrequieto e insoddisfatto di sé e degli eventi, o sospettoso di segrete vendette del Viceré, disertò nuovamente dalla parte regia, come il Conclubet medesimo, che era già ufficiale superiore dello esercito spagnolo fino al 1648; e si recò negli Abruzzi, sia per passare esule e fuggitivo negli stati del Papa, sia, di animo deliberato, per riunirsi a coloro, che sui confini mantenevano accesi i fuochi della rivolta a Spagna, prestando esca e speranze l’ambasciatore francese in Roma.

Cadde dunque da nobile sul palco: e noi chiudendo questa pagina di tragica storia, ci è forza confessare che non sappiamo per quali chiare ragioni si levò in armi, per quali politici ideali volle combattere, per quali non ignobili necessità si determinò a capitolare, e per quali nuove ragioni ruppe fede di nuovo al governo accettato. Ed è lacuna spiacevole nella biografia di un uomo che ebbe, di certo, generosi spiriti, ed era degno di migliore fine, e, forse, di più pura fama nella storia.

NOTE

1. CAPECELATRO, nel Diario, di cui il seguito (III, pag. 442) pubblicato in Napoli nel 1854.

2. PARRINO, Teatro dei viceré. — Vita del Duca di Arcos. Vol. II, pag. 163 della ediz. di Napoli, 1876.

3. Le prove di ciò sono nel libro del valoroso magistrato ed uomo di lettore NICOLA CIANCI SANSEVERINO: I campi pubblici di alcuni castelli del medio evo, in Basilicata. Napoli, 1891.

4. Madamigella DE LUSSAN (1682-1758) (che venne detta figlia naturale di Tommaso di Savoia), nel libro: Histoire de la révolution du royaume de Naples dans les années 1647-48. Paris, 1757 (vol. 3°, p. 270). Il libro, di certo, fu compilato su documenti che appartennero al Duca di Guisa.

5. DE LUSSAN, III, p. 349.

6. DE LUSSAN, III, pag. 349.

7. In PETRONI, Storia di Bari, pag. 69, II.

8. In PETRONI, ibidem.

9. Francesco CAPECELATRO, Diario delle cose avvenute nel reame di Napoli negli anni 1647-48. Napoli, 1854, vol. III, pag. 99.

10. DE LUSSAN, III, pag. 354.

11. CAPECELATRO, ibid. — DE LUSSAN, III, p. 354.

12. CAPECELATRO, III, pag. 118.

13. PETRONI, Stor. di Bari, II, pag. 76.

14. DE LUSSAN, III, pag. 349.

15. DE LUSSAN, III, 354.

16. DE LUSSAN, III, 349.

17. La DE LUSSAN, p. 355.

18. Nelle Memorie del Duca di Guisa, lib. III, p. 117, è detto:

«A tenore degli ordini, furono raccolti in Puglia 150 mila carichi di grano, e 80 mila in Basilicata».

19. PARRINO, Le rivoluzioni deI Regno di Napoli negli anni 1647-48. Napoli, 1861, p. 332.

20. DE LUSSAN, III, p. 377.

21. CAPECELATRO, v. III, pag. 118.

22. Il PETRONI, Storia, ecc. vol. II, pag. 86, lo riferisce da una cronaca barese, ancora inedita allora. Ma di recente fu pubblicata dall’egregio E. Rogadeo La cronica della città e provincia di Bari, ecc., di GIOV. BATTISTA PYRRIS. Trani 1804, ed in essa si legge a pag. 47:

«Nell’istesso tempo il signor duca delle Nuci, figlio del conte di Conversano andò in Altamura al quale uscì incontro Matteo Cristiano con lo stendardo reale, avendolo fatto alberare quattro giorni prima: ed entrati insieme in Altamura, detto Matteo Cristiano fu fatto governatore et capitano a guerra di detta terra, con molto gusto delli terrazzani».

Il Capecelatro non ne dice nulla; anzi accenna «alla fuga di Cristiano da Altamura»: ma egli stesso scrisse (come abbiamo riferito) che il Cristiano «passò al partito regio» con parole di molto significato.

23. Negli Atti dell’Accademia Pontaniana, vol. 23 (Napoli, 1893) è una memoria del Comm. NICOLA CIANCI DI SANSEVERINO, sopralodato, ove è pubblicato il biglietto del Viceré, in data 18 agosto 1653, che nomina il Tribunale straordinario che giudicherà

«della causa del dott. Matteo Cristiano, D. Pietro Conclubet, Damiano Tauro e loro complici, dei delitti di ribellione di campagna con altri delitti da loro commossi…»

Pare intendesse dire di scorritori di campagna, come nel napoletano erano denominati i grassatori di strada a torme e brigate, ribelli alla forza pubblica.

CAPITOLO XIII

MOTI POPOLARI NELLA PROVINCIA, ALLA METÀ DEL SECOLO XVII (1647 E 1648)

Chiuso il periodo delle guerre dinastiche e delle turbolenze feudali col secolo XV, e disceso il reame di Napoli, nel secolo XVI, all’umile grado di provincia della grande e lontana monarchia di Spagna, la regione nostra, come quasi tutte le altre provincie napolitane, non ebbe altre guerre che le domestiche degli esattori regii o feudali contro i vassalli del barone o del re, e le rapine violenti dei masnadieri e banditi scorrazzanti a schiere pei boschi e per le pubbliche vie, e le piraterie dei predoni turchi per le sue spiagge. Ma, nel corso del secolo XVII, a questi perpetui, ma non unici fattori del generale malessere, vuolsi aggiungere un conato di popolo, che scuotendo la generale atonia e le fibre degli abitanti per tutti gli angoli del reame, mostra, forse per la prima volta, in mezzo alle esplosioni violenti di personali cupidigie e di ogni sorta di disordini, l’alba di un sentimento politico; che se non riesce ad esternarsi manifesto, è pure alito che circola segreto nel complesso delle varie vicende di quei rivolgimenti che si svolsero negli anni 1647 e 1648.

Il tumulto della città di Napoli, scoppiato il giorno 8 luglio del 1647, a causa prossima del nuovo balzello sulle frutta, si ripercosse e propagò per le città circostanti e le provincie; e divenne gradatamente, più che tumulto, rivoluzione. A questa diede in segnacolo il suo nome, oggi famoso, Tommaso Aniello di Amalfi; ma non fu, veramente, che capo occasionale del semplice tumulto: egli surse, sovraneggiò e cadde in otto giorni. Il popolo rimasto in piedi proseguì incosciente e fatale l’arco della parabola; e rivendicando diritti e privilegi a pro della città di Napoli, non ebbe che impulsi e intenti e aspirazioni veramente non più che municipali: poi perseguitando, bestialmente, i publicani,e chiedendo, non ingiustamente, parità di diritti e privilegi ai nobili nel governo della città, offese i nobili preponderanti nel governo di essa; e minacciò i ricchi interessati nell’amministrazione delle gabelle ipotecate. Di qua l’elemento della lotta di classe nel tumulto di Napoli nel 1647.

Ma il tumulto, divampato e divampante per motivi economici, poiché non fu potuto reprimere, presto per difetto di forze adeguate, irruppe come fiumana in piena che spezza gli argini; e da feroce trambusto municipale tramutò in moto politico.

Erano tempi che Spagna e Francia contendevano di dominio e di preponderanza politica in Italia; e Spagna prevalendo, Francia tendeva l’occhio e spiava le occasioni per indebolirne il dominio o sopprimerlo. E poiché i tumulti napoletani del luglio duravano e ingagliardivano, rimbalzanti qua e là per le provincie, né gli animi quetavano, i capi del tumulto e i reggitori aperti o soppiatti del nuovo stato di cose, s’incontravano con gli interessi, con le aspirazioni e le mene della Francia; che rinfocolava da Roma le imprese dei male affetti al governo di Spagna.

Quindi nuovi aliti, nuove fasi e incidenti dei moti napoletani.

Il Viceré, Duca di Arcos, da prima cede e capitola col «fedelissimo popolo» insorto: tutte le grazie che vuole, tutte le giustizie, ossia le vendette che pretende, egli accoglie ed esegue; e tergiversando, lusingando, cospirando va innanzi due mesi, in attesa che arrivino i rinforzi dalla Spagna. E quando ai primi giorni dell’ottobre 1647 giunge la flotta spagnola e D. Giovanni D’Austria, figlio del re, nel golfo di Napoli, il Viceré cambia di metro; e chiede il disarmo del «fedelissimo popolo»: ma il popolo fedelissimo l’intende altrimenti: e la flotta cannoneggia la città; e il Duca Viceré riattaccando le segrete fila con i baroni, invisi al fedelissimo, li spinge a raccogliere le forze dei loro vassalli nei feudi per fare punta a Napoli; per sequestrare le vettovaglie che il traffico recasse alla ribelle città; e per impedire gli aiuti che dalle provinole in tumulto vengano, chiesti e sollecitati, alla contumace città capo dello Stato.

In questa entra in scena, a mezza maschera, la Francia, e, trovato che è disponibile a Roma un principe di sua casa reale, corrivo alle avventure come alle galanterie, ambizioso, intraprendente, coraggioso, questi si presenta alla Città, come inviato dalla Francia a liberare il buon popolo di Napoli. Egli era il Duca di Guisa: e il Duca dalla Città in feste viene acclamato generale delle armi e protettore e Duca, o Doge della «Serenissima reale Repubblica» di Napoli: e con esso e per esso al tumulto indeciso della città e delle provincie è dato apertamente il carattere politico.

Allora il contrasto delle forze e degli interessi, latente e indefinito, si scopre e determina. Quindi il reame si divide apertamente in partito popolare e in partito regio: il popolare sotto un’insegna mal definita e non compresa di una «repubblica reale», tende non a forme di reggimento democratico, ma sostanzialmente ad un sollievo delle gravi condizioni economiche nonché all’abbassamento delle prepotenze dei nobili; e l’altro, il partito spagnuolo, che era quello di baronaggio; e con esso ed in esso feudatari, nobili, cavalieri, alto clero e poca o punto borghesia civile; poca o punto, poiché la borghesia era ancora quasi in fascie per numero e importanza; e lo stesso numeroso ordine di chierici, parte e culla della borghesia napoletana, era propenso al partito popolare.

I tumulti della città si ripercuotevano nelle provincie; gl’incendi divampavano dappertutto all’esca della mala contentezza che avvolgeva tutti i cittadini. I banditi che, vecchia e depascente piaga, formicolavano pei boschi a drappelli, si accozzavano in masse, e, insieme alle plebi saccomanne, addivennero eserciti. Le comunità insorgevano, acclamando al governo popolare, e i magistrati regi o baronali fuggivano a scampo. Nella provincia di Lecce fu morto il consigliere Uraca, mandatovi dal viceré a refrenare i tumulti; il Boccapianola, comandante le armi, scampò la vita fuggendo dal castello di Barletta; non altrimenti da Capitanata il conte di Mola e gli uffiziali regii. Tumulti e ribellioni in Abruzzo, contro i baroni Marchese del Vasto e Ferrante Caracciolo, e contro il Pignatelli comandante le armi: ivi i banditi delle Marche, aumentati sterminatamente, erano venuti e raccolti al comando del famigerato bandito del regno, Giulio Pizzola. La città di Bari aveva levato rumore agli impulsi di un Masaniello locale; le altre città pugliesi, benché tenute a freno dal Duca di Conversano, potente, animoso e feroce sostenitore del partito regio, balenavano e rumoreggiavano. Le Calabrie più lontane da Napoli non risposero meno sollecite agli emissari mandati dall’Annese e dal Guisa, tra i quali ci occorre ricordare il nome di un Andrea Marotta, di Tramutola, che fu capo di bande o colonnello, come è detto nelle cronache, e pagò poi del capo la parte presa pel popolo nei rivolgimenti dell’epoca1.

Ma più largamente di tutte divamparono d’incendi e turbamenti la provincia di Terra di Lavoro, che era più prossima al focolare della città di Napoli, e, dopo di essa, la provincia di Principato Citeriore e quella di Basilicata, che il Parrino ed altri cronisti dicono «più contumaci delle altre»2.

Scorrazzavano pel Principato Citeriore tra Scafati, Cava, Salerno ed Eboli, con numerosa massa di gente, Ippolito Pastena, un bandito famoso, pieno di audacia, di accorgimento e di ferocia; e per la Basilicata il dottore Matteo Cristiano, che fu gentiluomo e uomo di lettere, anzi dottore in legge, e che, per gli avventurosi successi della sua impresa contro il governo di Spagna, merita speciale riguardo.

Era nato in Castelgrande, nel Melfese, l’anno 16163, e messosi a capo di gruppi di armati che crebbero man mano a più che un migliaio e mezzo, per la Basilicata e le Puglie delle Murgie ebbe successi notevoli; di tal che il Guisa, riconoscendolo a capo di un piccolo esercito, lo nominò «generale delle armi», e «non ebbe a pentirsene», aggiunge la scrittrice bene informata, che, nella storia dell’impresa napoletana del Duca di Guisa, dà del dottor Cristiano le maggiori notizie4.

Ippolito Pastena o della Pastena, che è un villaggio non lungi da Salerno, ebbe al suo comando, e di un suo fratello Vincenzo, una massa di oltre un migliaio di armati e s’impadronì di Scafati, ove erano i mulini pel vettovagliamento di Napoli, poi della città di Cava e bloccò la città di Salerno, ove era il Serbelloni, Preside della provincia. Salerno tenne fermo; ma, accresciute le forze del Pastena con altre masse di gente di Basilicata condotte dal Dottor Cristiano5, il Pastena, ai principii del dicembre 1647, strinse la città, impedì i viveri, devastò i campi d’intorno, e con l’aiuto dei popolani, che riaprirono nelle muraglie un valico già male asserragliato, vi penetrò, dopo otto giorni di blocco. Il Preside e i gentiluomini difensori fuggirono, e la città fu messa a sacco.

All’annunzio del grave successo tutti i paesi della provincia alzarono bandiera del popolo, e il Pastena, spargendosi intorno, acquistò anche la città di Marsiconovo6, ai confini di Basilicata, e penetrò in questa fin giù a Montepeloso. Eravi con le di lui turbe, secondo un cronista pugliese, anche un tal Francescantonio Fiorito, di Potenza7, con grossa mano di gente; e di certo eravi il Dottor Cristiano e i suoi.

A cacciare i popolari da Montepeloso vennero dal Barese il Duca di San Marco, preside della provincia, il preside della provincia di Lucera, il Conte di Celano ed altri baroni, con 400 cavalli e con 500 armati pedoni: con essi si accodarono drappelli di preti armati dal Vescovo di Gravina, che era Vescovo altresì di Montepeloso. Tutta questa gente scaramucciò con i nemici; ne ebbe alcuni morti e feriti, e, anziché attaccarli, si tenne a bloccarli; ma il Pastena ed i suoi uscirono dal blocco bravamente di notte, e sollevarono altri paesi, tra cui ricordano Oppido, Cancellara e Pietragalla8.

Pertanto, messa in fuoco, dopo Salerno, anche la provincia di Basilicata, il Viceré Duca di Arcos intese a provvedervi. E al Serbelloni, che, come preside di Salerno, pare fosse anche preside per la Basilicata, sostituì per questa provincia il Duca di Martina e sollecitò che egli partisse per quei luoghi in commozione, a restituirvi l’ordine.

Il Duca di Martina9, con una squadra di 50 cavalli, in quattro giorni fu da Napoli a Buccino, che era una sua terra feudale in provincia di Salerno e non ancora occupata dai popolari: e di là spedì messi ai baroni delle due provincie per sollecitare aiuti alla causa reale, dando loro la posta a Marsicovetere, dove egli stesso era per recarsi in compagnia del principe di quella terra Salvatore Caracciolo, che, con la forza di 50 cavalli, era venuto a raggiungerlo in Buccino.

Con questi non larghi sussidii di armati, il Duca si mette in marcia il giorno 23 dicembre alla volta di Marsicovetere, nella Basilicata, conducendo seco la moglie e i figliuoli. Camminò due giorni per vie rotte dalla pioggia e cosparse di neve, e, sceso nella pianura solcata dall’Agri, giunse la sera a piè del colle, al quale è aggrappato il paese di Marsicovetere, ma seppe che esso era già stato occupato da 400 dei popolari delle squadre del dottor Cristiano10; sicché gli fu forza arrestarsi nella boscaglia, ove l’ampia casa baronale diè ricetto alla comitiva. E, mancati i baroni al convegno, chiuso egli in mezzo a paesi già in rivolta e con forze insufficienti anche alla personale difesa, risolse di tornare onde era venuto a Buccino, per mettervi al coperto la famiglia. E, seguendo la via più dritta, si mise in volta pel paese di Picerno, che era anch’esso un suo feudo; e, pure schivando di appressare alla città di Marsiconuovo, che già il Pastena aveva fatta insorgere, non poté scansare pel territorio di questa gli agguati degli insorti, che gli fecero fuoco alle spalle, e uccisero qualcuno della scorta. Passò alla men triste e fu a Picerno la sera, nella lusinga di migliore ventura. Ma il giorno dopo venne da Tito, con trecento armati, un capo de’ popolari per assalirlo; quei di Picerno tumultuano, gli si levano contro, uccidono uno dei suoi famigliari, ed egli con la famiglia scampa alla meglio, ma perde, ricco bottino ai tumultuanti, bagaglio di argenti, di gioie e danaro11.

E cacciato che fu il duca di Martina nella provincia di Salerno, il Cristiano e le sue bande tornano per l’interno della Basilicata. Già Tricarico, notevole città sede di vescovo, si era pronunziata pel partito popolare: messosi a capo del moto un suo cittadino di molto seguito12, che ebbe nome Vincenzo Vinciguerra; i tumultuanti saccheggiarono, secondo il costume, le case degli aderenti alla parte spagnuola; ma non fu tocca quella di un cittadino che era governatore pel re nella città di Gravina; onde è che questi venne in sospetto al Viceré e fu arrestato13. Anche il vescovo era fuggito. A Grottole, prossima a Tricarico, il notaio Evangelista Moriello solleva il popolo: così altre terre d’intorno. Il fuoco dilatava, ed ogni sforzo dei popolari intendeva che avvampasse Terra di Bari e Terra d’Otranto, ove erano città importanti, e dove era raccolta la maggior forza dei baroni aderenti e propugnatori del partito regio.

Il duca di Guisa aveva tratto dalle carceri della Vicaria un Salazar conte di Vaglio, che fu uomo di vita sregolata, ma bravo e intraprendente: e dandogli titolo e ufficio di governatore delle armi, lo mandò a sostenere la causa del popolo, o sua, per la provincia di Principato Citeriore e per le Puglie. Doveva raccogliere le forze popolari in una massa di gente tale da bastare ad imprese notevoli; doveva, mercé raccolta di vettovaglie nei paesi insorti, provvedere all’annona della città capitale, stremata di viveri e bloccata; doveva disperdere le forze dei baroni del partito regio, che si venivano raccogliendo per le Puglie. I varii capi delle bande popolari ebbero ordini di riunirsi al conte, governatore delle armi della real repubblica; e quelli infatti convengono verso il Barese, meno forse l’Ippolito Pastena, sia che sdegnasse sottostare agli ordini di altri, sia perché sentisse i segreti influssi piuttosto del Gennaro Annese che del Guisa.

Giovanni Grillo, genovese di origine, fatto ricco dai commerci e diventato conte di Montescaglioso, era a capo di una delle bande popolari, che dal ducato di Amalfi passò in Basilicata per unirsi al conte del Vaglio.

Qui il Conte si congiunge col dottor Cristiano; ed a forze unite assalsero o presero Rocca Imperiale14, una terra, più che città, sul mare Jonio, fortificata contro i pirati di cannoni e di muraglie. Ne trassero qualche cannone e molta munizione da guerra: la fama e la fortuna delle armi popolari ne crebbe: e i magistrati regi del Barese ne impensierirono e corsero a riparo.

Dalle rive del Jonio il Cristiano piegò a Pisticci, che osò resistere, ma fu presa di forza e punita di sacco: quindi passò a Ferrandina, che aprì le porte di buono o mal grado. Era qui arrivato giorni innanzi il consigliere Gamboa, alto magistrato regio del Leccese, con gente d’armi; ed ivi aspettava, per un’azione comune, il duca di Martina, che da Buccino tornava al governo di Basilicata; ma le vittorie del Cristiano e l’animo ostile dei popoli al governo di Spagna, e l’aperto tumultuare di essi, costrinsero sì il Gamboa, sì il Martina, giunto il giorno di poi, a sloggiare da Ferrandina e ripiegare verso il Barese.

Punita Pisticci, ed occupata Ferrandina, le terre d’intorno si affrettarono a seguire l’esempio della resa; ed oltre a Grottole, già per interno moto sollevata, fecero lo stesso Pomarico, Miglionico, Montescaglioso, Laterza ed altre del Leccese. Allora, o in quel torno, insorsero ferocemente Latronico e Carbone; in quella la plebe trucidò il barone Ravaschieri e due suoi fratelli; in questa uno o due frati della famiglia del Commendatario, che l’aveva in feudo.

Dall’altra parte della provincia, verso il Melfese, erano già pronunziate per la repubblica le terre di Lavello, di Spinazzola, di Genzano, di Venosa, sia che fossero sollevate da Vincenzo Pastena, fratello di Ippolito e capo di minori bande, sia agli impulsi del dottor Cristiano, che era nato, come fu detto, in un paese di quella regione del Melfese, donde erano raccogliticcie le prime sue bande, e che (scrive il cronista) scorreva allagando la provincia come un torrente15.

Laonde ai principii dell’anno 1648 tutta la regione basilicatese parve conquistata al governo popolare del Duca; il quale, riconoscendo il fatto come opera segnatamente del dottor Cristiano, gli conferì titolo e patente di capitano generale16.

Titolo e ufficio identico aveva dato per la stessa provincia Gennaro Annese nel tempo della sua dittatura ad Ippolito Pastena; di tal che non tardò a sorgere gelosia di comando e lotta di competenza tra il Pastena ed il Cristiano: anzi quello, nell’impeto di una natura rotta ad ogni violenza, parve marciasse con le sue bande contro la truppa del Cristiano. Il conte del Vaglio, che era già con sue forze pel Barese, accorse a favore del Cristiano, e dichiarando costui suo luogotenente obbligò il Pastena a ritirarsi.

Allora, che era il febbraio del 1648, congiunte alle forze del conte quelle del Cristiano e quelle del Grillo e di altri capi minori, il conte del Vaglio si trova a capo d’un esercito che è detto di 5350 uomini, se può credersi alla statistica militare della scrittrice sovente ricordata17, e che operava per le zone di paesi tra la Basilicata, la Terra di Bari e la Terra di Otranto.

A tale apparato di forza, e con l’aura che spirava favorevole al governo popolare della città capitale, le terre e città della regione si affrettavano a mandare deputazioni e messaggi ai liberatori, che francavano borghesi dalle prepotenze dei baroni, e borghesi e villani dagli aggravi del fisco.

E i liberatori, entrando nelle città o terre amiche, cominciavano dal fare inquisizioni, non so se dire requisizioni (perché se la parola è di genio moderno, l’idea che rappresenta è tanto vecchia, quanto lo stato di guerra), requisizioni di grani ed altro genere vettovaglie18; e queste per metà spedivano alla volta di Napoli a soccorso dell’annona assottigliata della città, e il resto era ripartito sia tra i denunciatori delle nascoste derrate sia per la necessità dei viveri delle stesse bande. E mentre questo avveniva da un lato, dall’altro il conte di Conversano entrando nelle città amiche imponeva una tassa ai possidenti, per mantenere le sue milizie. È l’eterno e così detto diritto di guerra!

Matera, città ricca e popolosa, allora in terra d’Otranto, accolse il dottor Cristiano, perché la parte popolare sollevantesi l’impose a quei del reggimento, e andò incontro ai liberatori; non altrimenti i paesi d’intorno. Gravina all’appressare dei popolari fu sgombra dal consigliere Gamboa che si ritrasse a Taranto; e fu occupata dal conte del Vaglio; mentre Altamura, importante città murata, fu occupata dal dottor Cristiano. E qui trai due maggiori capeggiane quelle varie masse di armati si rivelò aperto un dissidio per «gelosia di comando» e il dissidio divenne rottura, di tal che il dottor Cristiano si apparecchiava a muovere contro il Vaglio ed occupare Gravina: ma i sopraggiunti ordini del Duca rattennero il focoso dottore. Da Altamura annodò segrete intelligenze con Taranto; e questa città, sommossa da un Donato Altamura, poté gridare, benché per breve tempo, il governo popolare.

Le forze del partito regio delle Puglie, con a capo il Boccapianola comandante le armi, il Duca di Martina, ed uno dei più fieri, audaci e intraprendenti baroni, che era il duca di Conversano, si presentarono due volte, il 29 febbraio e il 2 di marzo, sotto le mura di Altamura, per sollecitare un moto interno contro Cristiano, mentre essi attaccherebbero la piazza; ma le due volte furono respinti dall’animoso e sagace dottore, che aveva avvalorata la difesa di ripari e di trincee. Il Conversano al 2 marzo investì la piazza con quattro cannoni: i difensori anche questa volta fugarono fanti e cavalleria; e in un’animosa sortita s’impadronirono di un cannone; e quelli del Conversano che osarono di ripigliarli, furono tagliati a pezzi, tra cui un Luise Paladino, gentiluomo di Lecce19.

Cresciuto d animo il dottor Cristiano mosse verso Taranto per risollevare la parte popolare, che era caduta, dopo che il Donato Altamura, capo del sollevamento di Taranto fu morto, e il moto dei suoi represso dal duca di Martina. Ma dalla città fu respinto; e questo fu il primo scacco (dice il cronista20), che egli subì; essendo sempre riusciti a bene l’ordinamento, l’avvedutezza nonché la fortuna sua. Tornò dunque ad Altamura, mentre il Vaglio era a Gravina.

In questa alternativa di rovesci, di vittorie, di ribollimenti popolari, per tutte le provincie del Regno, il governo del Viceré ebbe il Sopravvento, da poiché s’impadronì della città di Napoli nel 6 di aprile; e il Guisa, fuggitivo verso il confine romano, fu fatto prigioniero e condotto a Gaeta. Gli animi dei popolari caddero; anzi gli stessi popolari, qui e qua, secondo la solita vicenda dell’aura democratica, imprigionarono quando non trucidarono i capi dei governi locali, a ingraziarsi i vincitori. Così a Tricarico: ove all’avvicinarsi del duca di Martina, e con suo intendimento, fu ucciso il Vinciguerra capo dei popolari, con altri dei suoi seguaci; e la città tornò al governo regio; così tutti gli altri paesi della Basilicata, pei quali veniva cavalcando con una squadra di 200 cavalli il duca di Martina. Al Boccapianola, comandante le armi, si resero similmente Matera, Gravina, Altamura. A Gravina con intendimento e suggerimento del Vescovo, fu fatto prigione il conte di Vaglio; e gli fu troncato il capo nel castello di Barletta.

Matteo Cristiano, invece, che era in Altamura, passò, dicono i cronisti21, «al partito regio» grazie alle pratiche di un Denovellis, barone di Grassano. E così, poco chiaramente, molto deplorevolmente per l’onor suo, ebbe fine l’impresa e la parte del dottor. Matteo Cristiano. Deplorevolmente, perché non pare si trattasse unicamente di capitolazione della città con patto di amnistia per sé ed i suoi. Un cronista barese contemporaneo22 scrisse che egli, il dottor Cristiano, fu fatto governatore della stessa città di Altamura!

Né qui finisce la storia dell’uomo: della quale l’ultima fase ci resta nelle sue cause, non negli effetti, oscura. È accertato che egli lasciò la testa sul palco in Napoli, insieme a Don Pietro Conclubet dei marchesi di Arena, ed a Damiano Tauro: i due primi sul palco, privilegio dei nobili; l’ultimo di capestro, perché di razza non degna della scure23. Ciò avvenne nel 23 agosto del 1653. Tutti e tre, dice il Parrino, furono presi nella state di quell’anno negli Abruzzi, ove erano tra i capi degli insorti e dei banditi di quella regione. Onde è da credere, che il Cristiano, irrequieto e insoddisfatto di sé e degli eventi, o sospettoso di segrete vendette del Viceré, disertò nuovamente dalla parte regia, come il Conclubet medesimo, che era già ufficiale superiore dello esercito spagnolo fino al 1648; e si recò negli Abruzzi, sia per passare esule e fuggitivo negli stati del Papa, sia, di animo deliberato, per riunirsi a coloro, che sui confini mantenevano accesi i fuochi della rivolta a Spagna, prestando esca e speranze l’ambasciatore francese in Roma.

Cadde dunque da nobile sul palco: e noi chiudendo questa pagina di tragica storia, ci è forza confessare che non sappiamo per quali chiare ragioni si levò in armi, per quali politici ideali volle combattere, per quali non ignobili necessità si determinò a capitolare, e per quali nuove ragioni ruppe fede di nuovo al governo accettato. Ed è lacuna spiacevole nella biografia di un uomo che ebbe, di certo, generosi spiriti, ed era degno di migliore fine, e, forse, di più pura fama nella storia.

NOTE

1. CAPECELATRO, nel Diario, di cui il seguito (III, pag. 442) pubblicato in Napoli nel 1854.

2. PARRINO, Teatro dei viceré. — Vita del Duca di Arcos. Vol. II, pag. 163 della ediz. di Napoli, 1876.

3. Le prove di ciò sono nel libro del valoroso magistrato ed uomo di lettore NICOLA CIANCI SANSEVERINO: I campi pubblici di alcuni castelli del medio evo, in Basilicata. Napoli, 1891.

4. Madamigella DE LUSSAN (1682-1758) (che venne detta figlia naturale di Tommaso di Savoia), nel libro: Histoire de la révolution du royaume de Naples dans les années 1647-48. Paris, 1757 (vol. 3°, p. 270). Il libro, di certo, fu compilato su documenti che appartennero al Duca di Guisa.

5. DE LUSSAN, III, p. 349.

6. DE LUSSAN, III, pag. 349.

7. In PETRONI, Storia di Bari, pag. 69, II.

8. In PETRONI, ibidem.

9. Francesco CAPECELATRO, Diario delle cose avvenute nel reame di Napoli negli anni 1647-48. Napoli, 1854, vol. III, pag. 99.

10. DE LUSSAN, III, pag. 354.

11. CAPECELATRO, ibid. — DE LUSSAN, III, p. 354.

12. CAPECELATRO, III, pag. 118.

13. PETRONI, Stor. di Bari, II, pag. 76.

14. DE LUSSAN, III, pag. 349.

15. DE LUSSAN, III, 354.

16. DE LUSSAN, III, 349.

17. La DE LUSSAN, p. 355.

18. Nelle Memorie del Duca di Guisa, lib. III, p. 117, è detto:

«A tenore degli ordini, furono raccolti in Puglia 150 mila carichi di grano, e 80 mila in Basilicata».

19. PARRINO, Le rivoluzioni deI Regno di Napoli negli anni 1647-48. Napoli, 1861, p. 332.

20. DE LUSSAN, III, p. 377.

21. CAPECELATRO, v. III, pag. 118.

22. Il PETRONI, Storia, ecc. vol. II, pag. 86, lo riferisce da una cronaca barese, ancora inedita allora. Ma di recente fu pubblicata dall’egregio E. Rogadeo La cronica della città e provincia di Bari, ecc., di GIOV. BATTISTA PYRRIS. Trani 1804, ed in essa si legge a pag. 47:

«Nell’istesso tempo il signor duca delle Nuci, figlio del conte di Conversano andò in Altamura al quale uscì incontro Matteo Cristiano con lo stendardo reale, avendolo fatto alberare quattro giorni prima: ed entrati insieme in Altamura, detto Matteo Cristiano fu fatto governatore et capitano a guerra di detta terra, con molto gusto delli terrazzani».

Il Capecelatro non ne dice nulla; anzi accenna «alla fuga di Cristiano da Altamura»: ma egli stesso scrisse (come abbiamo riferito) che il Cristiano «passò al partito regio» con parole di molto significato.

23. Negli Atti dell’Accademia Pontaniana, vol. 23 (Napoli, 1893) è una memoria del Comm. NICOLA CIANCI DI SANSEVERINO, sopralodato, ove è pubblicato il biglietto del Viceré, in data 18 agosto 1653, che nomina il Tribunale straordinario che giudicherà

«della causa del dott. Matteo Cristiano, D. Pietro Conclubet, Damiano Tauro e loro complici, dei delitti di ribellione di campagna con altri delitti da loro commossi…»

Pare intendesse dire di scorritori di campagna, come nel napoletano erano denominati i grassatori di strada a torme e brigate, ribelli alla forza pubblica.

CAPITOLO XIV

POPOLAZIONE ED ECONOMIA PUBBLICA

Alla storia della vita del popolo mancherebbe la notizia di maggiore importanza, se mancasse quella dell’economia pubblica sua. Noi non abbiamo potuto raccogliere se non pochi filamenti di essa; e pure deplorandone la scarsezza, non ometteremo di intesserli alla tela del nostro lavoro.

Di questi filamenti, il meno difettivo, ma non il più sicuro nella determinatezza sua, è la notizia statistica della popolazione.

Dai documenti autentici dei primi tempi angioini, che abbiamo riferiti nell’antecedente capitolo XI, il numero delle terre abitate nel giustizierato di Basilicata, è di 148; nell’elenco delle terre della provincia stessa, nell’anno 1445, discendono a 96; in documenti ufficiali del 1505, sono 97; nella numerazione dei fuochi del 1561, sono 98; dunque in meno di due secoli, dalla metà del XIII alla metà del XV, il numero delle città o terre abitate è diminuito di un terzo e più, ossia scomparsi non meno di cinquantaquattro paesi!

Quali cause producessero questo fenomeno, che rivela una vera crisi demografica della storia napoletana al finire del medio evo, non abbiamo saputo determinare. Certo è che non fu volontaria agglomerazione di terre, che disertando centri minori, venne ad accrescere gli abitatori degli altri. La popolazione in complesso non crebbe. Fu dunque l’effetto delle guerre continue devastatrici, delle angherie dei prepotenti, delle rapine de’ masnadieri, della insicurezza delle campagne; o fu l’effetto di cataclismi della terremoti, casmi e frane, e incendii appiccati dal caso o dalla malizia agli abituri di legno e di paglia delle misere popolazioni? Quando non si à notizia di ragioni più speciali e determinate, è forza accettare gli effetti di tutta insieme quella complessa condizione di cose. Un terremoto, è fama, distrusse Oggiano a metà del secolo XV, nel 1456, e agli stessi tempi, Casalaspro presso Pietragalla:1 violenze soldatesche distrussero nel secolo stesso Satriano; forse per incendii di masnadieri cadde, nel secolo innanzi, Anglona; Montechiaro, presso Carbone, abbruciò nel 1432; poi non si sa piu nulla.2

Il censimento della popolazione per numero di «fuochi» o famiglie, che già apparisce uno strumento fiscale dei tempi angioini, si ordina quale istituto periodico ai principii del secolo XVI; e per tutto il secolo XVII si ripete e rinnova a larghi tratti di tempo. Ma il civile provvedimento, che era disposto non per altro che agli intenti fiscali di ripartire un carico d’imposte, venne di mano in mano, non avvicinandosi sempre più al vero, ma invece turbando od offuscando ogni condizione di verità. Ciò non pertanto non potremmo non seguire i rivoli, torbidi e scarsi, di questa unica fonte. E da questi ci è noto, che, secondo l’«annotamento dei fuochi» dell’anno 1505, si numerano per la Basilicata fuochi o famiglie 22.295;3 poi nella numerazione del 1561,4 i fuochi crebbero a 38,753, con un aumento in 56 anni di 16.458 famiglie, che, alla ragione di cinque per ognuna, importerebbe un aumento notevole di 82 mila individui. A questa stregua la popolazione della provincia di Basilicata, sarebbe stata, a mezzo il secolo XVI, di 193.735 abitanti.

Ma ottantasette anni dipoi, la numerazione che porta la data del 1648, non trovò se non fuochi 39.201;5 e vuol dire un aumento di meno che 500 famiglie, ossia 2.500 persone, in tre quarti di secolo! Evidentemente le cifre non filano: e per quanto triste e distruttore di ogni prosperità pubblica sia a tutti noto il governo vicereale, non può per verità non sorgere il dubbio che o fu erronea e troppo al di sopra del vero la cifra del secolo XVI, o erronea e troppo al di sotto quella del secolo XVII, come è più probabile che fosse. Ad ogni modo, per testimonianza di questi documenti, nella metà del secolo XVII la popolazione assommava a 196.000 individui.

Negli anni 1656 e 1657 un’acerba pestilenza infierì per tutto il regno, all’infuori delle provincie di Otranto e di Calabria, ove il contagio non giunse. A significare l’intensità del male, gli scrittori del tempo ricordano che nella sola città di Napoli, in un solo giorno, i morti toccarono il numero di 15 mila!,6 e vuol dire che cotesti scrittori riecheggiarono Ie statistiche della fantasia popolare, percossa dallo spavento. Computarono i morti di quel contagio, per tutto il reame, ad oltre 500 mila. Ma su quali labili fondamenti asserirono, ora vedremo.

Il censimento che tenne dietro a questo immane flagello, porta la nota cronologica del 1669; e numerò per la provincia di Basilicata non più che fuochi 27.795; che vuol dire, nel corso di vent’anni dal 1648 al 1669, una diminuzione di 12.500 famiglie. La popolazione era dunque discesa dalle 200 mila alle 139.000: e una tale differenza metterla tutta in conto della peste, non mi parrebbe esatto. La diminuzione dei fuochi per tutto il reame tra l’una e l’altra di quelle numerazioni fu di 104.926; che ragguagliano su per giù alle 500.000 persone, che gli storici dissero mancate al reame per la peste del 1656, e che, come si vede, è un computo non altrimenti derivato che dalla differenza dei fuochi tra le due numerazioni: però d’insecura verità.

Dopo il 1669 e fino al 1736, che vuol dire ai principii del regno di Carlo III, furono fatte altre numerazioni di fuochi pel reame: ma il governo stesso, nonché pubblicarle, non ne tenne conto; di tal che la notizia ufficiale dei fuochi pel 1736, che è data per la Basilicata in numero di 26.019,7 non rispecchia la verità di un fatto demografico; ma è, dirò così, un termine medio artifiziale. Non altrimenti per tutte le altre provincie: essendoché la numerazione del 1736 è uguale, anzi di alcun che minore alla numerazione di 57 anni innanzi. La notizia statistica dei fuochi non serviva altrimenti che a ripartire per comunità, e non per famiglie, certa quantità d’imposte; il governo di Carlo III a non aggravare i popoli nel principio del nuovo regno, volle considerare il numero delle famiglie quale esso era sessant’anni innanzi in seguito ad una grande morìa: e vuol dire, che il nuovo governo, poiché mantenne inalterato l’antico dato di fatto del riparto, intese sgravare ai popoli qualcosa dei tributi fiscali.

Per conoscere, ancorché in misura approssimativa, il numero della popolazione della provincia ai principii del regno di Carlo III, ci è forza di scendere assai più giù; e avvalerci di computi induttivi. Nel 1791 i documenti uffiziali dell’epoca attribuiscono alla Basilicata 365.842 abitanti; trenta anni dopo nel 1823 gliene danno 402.367.8

Tanto l’uno quanto l’altro censimento di queste due epoche furono fatti dai parroci, per numerazione diretta non però simultanea; e non per famiglie, ma per individui: sarebbero pertanto meno discosti dal vero che le vecchie numerazioni per fuoco; e l’ultima del 1822 è di certo meno errata che quella del 1791. L’aumento tra queste due epoche ricadrebbe nella misura di poco meno che 1200 persone all’anno. Supponendo che lo stesso aumento annuo avesse avuto luogo nel secolo XVIII sotto il governo di Carlo III e di Ferdinando IV (ciò che per vero non è dimostrato, ma non parmi esagerato), la popolazione della provincia, nel 1736, avrebbe dovuto essere di 275 mila abitanti.

Ma in tante dubbiezze di computi, tutte coteste cifre statistiche non possono giovare altrimenti che come punti di confronto; ed anche, in termini di confronto, con scarso margine di verità. Come dato di confronto, se ne può dedurre che la popolazione ebbe un vivo impulso all’aumento nella prima metà del secolo XVI; restò ferma e inferma quasi per un secolo, dalla metà del XVI alla metà del XVII; riprende lena e salute dalla metà del secolo XVIII, che furono i tempi di Carlo III; e prosegue aumentando. A queste conclusioni statistiche in parte risponde la storia nota, in parte no; e dove non rispondono, gli è che le cifre non sono l’espressione di un’osservazione diretta e secura; ma indirettamente cavate fuori, per metodi induttivi, da altri dati, di dubbia autenticità anche essi.

Per l’ultimo ora decorso secolo diremo che per l’anno 1832 la popolazione della provincia si disse in numero di 458.242; pel 1841 di 488.463; pel 1851 di 501.222. Queste cifre sono uffiziali: ma raccolte coi vecchi metodi delle dichiarazioni successive, o derivate dalla notizia del movimento annuo dello stato civile, implicano indeclinabili errori di duplicazioni, o difetto.

I metodi di accertamento mutarono pel censimento del 1861, che riscontrò 492.959 individui presenti l’ultimo giorno dell’anno, nell’àmbito della provincia. Poi nel 1871 furono numerati 510.543; e crebbero a 524.505 nel 1881.9 La notte di quest’ultimo anno erano assenti dalla provincia 14.361 abitanti.

Se le cifre de’ due periodi gittassero esatte, si avrebbe in soli 29 anni, dal 1822 in poi, un aumento di popolo di oltre a 98 mila persone; e nei successivi 30 anni, dal 1851 in giù, non più che 23.283 di aumento. Ma le cifre vecchie e nuove non sono rigorosamente comparabili, perché rilevate con metodi diversi, e perché le antiche accumulano in unico computo popolazione presente ed assente; ciocché le nuove non fanno. Dopo il 1860, la novità del metodo del censimento a dichiarazioni simultanee, il sospetto di aggravii fiscali non solo nei cittadini singoli, ma, duole il dirlo, nelle stesse amministrazioni comunali che, se restasse il Comune al di qua di un certo limite di popolo, causavano i fastidii e le gravezze del dazio di consumo; in fine il fatto dell’emigrazione, larghissima nel secondo periodo e quasi nulla nel primo, spiegano la diversità delle cifre accertate dai vecchi o dai nuovi censimenti; i più antichi inesatti per eccesso, i più recenti per difetto. Del resto se la forza evolutiva della popolazione vien diminuendo d’intensità, non vuol dire o significare assolutamente un’inferma vitalità economica; ma è un fatto della fisica sociale che risponde a quel fatto della fisica dei corpi, pel quale il muoversi e il procedere è tanto più faticoso e però tardo, per quanto si fa più denso l’ambiente in cui si procede.

La poca certezza di coteste statistiche demografiche non ci abilita a giudizii di men dubbia certezza su altri fatti dell’economia pubblica, che prendono luce e senso da quelle.

Nel secolo XVI, i 38.753 fuochi numerati per la Basilicata nel 1561 pagavano di contribuzioni fiscali al pubblico erario ducati 58.517; indi ad un secolo, nel 1648, lo stesso numero di fuochi, o poco più, cioè 39.201, giravano ducati 163.393; e dopo la peste famosa del 1656 non ebbero a pagare che soli ducati 125.828 nell’anno 1669.10

Ma queste cifre rispecchiano poco o punto la realtà vera delle cose, e per molte ragioni. Anche a non tener conto che il valore del denaro non fu lo stesso tra il secolo XVI o il XVII, la somma dei tributi al pubblico tesoro non era che sola una parte dei carichi gravanti alle popolazioni; se queste erano inoltre soggette a gravezze in pro del comune e in pro del feudatario che restano ignote. E non rispecchiano la realtà delle cose segnatamente per questo, che il tributo erariale, ragguagliato sì numero di fuochi o famiglie, non colpiva realmente il fuoco o famiglia: poiché il numero dei fuochi non fu che «una moneta di conto» come diceva il Galanti, un denominatore astratto che serviva a ragguagliare tra comune e comune la somma totale richiesta dall’erario alla provincia, e non già a ripartire la somma stessa a ciascuno di quei tanti fuochi che si addebitassero al Comune. Questo invece suddivideva la somma del credito fiscale non in misura uguale a famiglia, ma su tutti i cittadini, e per altre vie, per altri metodi non escluso il testatico, e vuol dire o per gabella, cioè per dazii sul consumo delle vettovaglie, o per èstimo annuo dei redditi presuntivamente cavati dai capitali, dall’industria e dal lavoro; esclusi i ceti o le persone privilegiate, che non erano poche. I sistemi erano più o meno diversi da comune a comune; e più o meno gravi a certe classi del popolo rispetto a certe altre; ma, in conclusione, per l’indagine che ci siamo proposta, le cifre surriferite non ci possono dire nulla di preciso sulla gravezza minore o maggiore dei pubblici carichi. Al cadere del secolo XVIII il computo del tributo erariale che era dovuto per ogni fuoco, ricadeva per la Basilicata a ducati 6,19 a fuoco; pel Principato Citeriore 6,28; per l’Ulteriore 6,29 ½,11 e via dicendo: peso grave senza dubbio per una famiglia del minuto popolo, cioè della grande maggioranza del popolo; ma ricordando che il numero dei fuochi era un dato ideale di riparto di una somma prestabilita al comune, la gravità scomparisce; affievolendosi, di certo, pei meno abbienti, e aggravandosi ancora pei possidenti.

Nel 1793 Giuseppe Maria Galanti, che porta a 359.439 la popolazione della provincia di Basilicata, ragguaglia i pagamenti fiscali o erariali a ducati 171.545; ciò che farebbe, come egli computa, grani 47.08 a testa. Ma i fuochi numerati egli stesso li riferisce a 37.594; i quali se ragguaglieremo al termine medio di cinque individui a famiglia, il risultamento del computo va ben lontano da quel carico già indicato di ducati 6,19 a fuoco pei medesimi tempi. E questo riconferma il concetto che le cifre statistiche date dai nostri storici, nonché avvicinare alla realtà delle cose, ce ne allontanano. Ad ogni modo, ragguagliato il carico del tributo erariale delle popolazioni nostre qual era al cadere del secolo XVIII con quello del secolo XVII, è lecito conchiudere che esso sia realmente minore, tenuto conto del diminuito valore commerciale del donato e del molto cresciuto numero di popolo; e vuol dire che dal nuovo governo che diè l’indipendenza allo Stato di Napoli, i popoli furono davvero sgravati in confronto al governo vicereale del secolo XVII.12

Con la perdita dell’indipendenza nazionale nel secolo XVI, e pel lungo periodo di due secoli e mezzo, quella che più ebbe a soffrire, dalle generali condizioni di cose dell’assetto politico e amministrativo, fu l’economia pubblica del popolo. Sarebbe fuor di luogo, non che superfluo, qualsiasi accenno alla dissennatezza economica delle leggi del governo vicereale, che senza favorire nessun fattore della produzione li offese tutti.

La condizione geografica della provincia di Basilicata era, com’è stranamente singolare. Non ha che poche spanne di coste sul mare, quasi inapprodabili, per contrario, un’estensione maggiore che ogni altra provincia; e per catene di montagne, per mal sicure boscaglie, per ripide balze e per vie dirupate o mal ferme sul suolo cretaceo che si scioglie e si sfrana, la più impervia, la meno accessibile, la più tagliata fuori d’ogni commercio. Per questa complessa condizione di cose, non è maraviglia se nei secoli passati e nei più recenti tempi, essa fu la più chiusa e la men nota di tutte le regioni del regno; e benché non fosse la più scarsa di agiatezza fra tutte le altre, ebbe un popolo per consuetudini di vita tra il patriarcale e il selvatico; e dall’isolamento la selvatichezza, meno in qualche città, posta al lembo estremo della regione, cui erano più agevoli sbocchi verso l’Adriatico e verso la Capitanata, naturali mercati del Regno.

Le speciali condizioni topografiche avviarono lavoro e capitali alla prevalenza della pastorizia, non pure sulle altre industrie, ma su quella puramente agricola. Dell’industria meccanica non conobbero altro genere opificii, che il molino mosso dall’acqua o dalla forza del giumento, la gualchiera a sodar panni, e il frantoio delle ulive, meccanismi o congegni del medio evo. Surse nel secolo XVI, qui e qua, qualche ferriera, a trarre il ferro dalle terre metallifere di molti paesi dei clivi appennini;13 ma non durarono gran tempo; perché la scarsa produttività della terra adoperata e la concorrenza dei migliori prezzi, forzò ad abbandonarle, però non prima di aver distrutto gran parte dei boschi ove ebbero impianto. L’industria manifatturiera non si svolse al di là degli umili mestieri per le necessità prime della popolazione stessa; industria casalinga pei domestici bisogni, la tessitura della lana e del canape, e sulle spiaggie del Jonio quella del cotone. Unicamente la concia delle pelli fece sorgere qualche parvenza di piccole manifatture a Montemurro, a Lauria e non so dove più; e queste, io credo, non da molto tempo innanzi al XVIII secolo; e durano ancora.

Dalle stesse uniche fonti della pastorizia e della cultura dei cereali era alimentato tutto il loro commercio d’esportazione. Ma un commercio che non poteva svolgersi altrimenti se non a schiena di giumenti e quasi affatto per mare, con vie dirupate e rotte d’inverno e sempre malsecure al formicolare perenne dei masnadieri; un commercio che trovava incagli legali nei «pedaggi» che le derrate trafficate dovevano pagare al barone o al fisco, e che non furono aboliti del tutto prima del 1789,14 era poco e misero rivolo alla ricchezza pubblica. I prodotti non avevano prezzo; però nessuno interesse ad accrescere la produzione; quindi nessun mezzo allo scambio dei prodotti, e ristagnamento generale.

La notizia de’ prezzi delle derrate di prima necessità rispecchia questa inferma condizione dell’economia pubblica nostra: ed è debito della storia di spigolare anche tra cotesti elementi di fatto, per quanto minuscoli siano.

Gli Statuti municipali di Lauria15 stabiliscono in unica ed eguale misura (che non so spiegare) il prezzo alle carni di bue, di pecora, o di capra; e questo è, per tutte, di un grano a rotolo! prezzo senza dubbio anteriore all’oro di America: un secolo dopo, lo statuto stesso in articoli supplementari dà alla carne del bue il prezzo di due grani a rotolo!

Nei «Capitoli del ben vivere» di Castelluccio, del 2 luglio 1522, l’università stabilisce questi prezzi alla carni macellate per ogni rotolo, e sono: grani due e mezzo per la vitella, uno e mezzo pel bue, due pel maiale e pel castrato, uno e mezzo per la pecora grassa, che così viene ragguagliata al bue! Non dimenticano la selvaggina che doveva essere abbondante; e i prezzi sono: a due grani le carni di cinghiale, ad uno e mezzo quelle del cervo, e vorranno, forse, intendere del caprio.16

Nello stesso anno 1522 a Moliterno il prezzo medio di una gallina è di grani 5; quello di un galletto di grani due; cento barili di vino mosto valgono 8 ducati, e vuol dire otto grani o centesimi 34 a barile di 43: 63 litri. A Carbone declinando il secolo XVI, dodici barili di vino erano stimati ducati 1,90, ossia poco più di grani 15 a barile (il doppio appena di un barile di vin mosto); nove tomoli di grano ducati 4,50,17 che è mezzo ducato a tomolo, ossia lire 2,13 per 0,55 litri; e questo rimane il prezzo medio di esso per le generalità di quei paesi e per gran tratto di tempo. Che se con le prammatiche18 del 1648 il prezzo del grano pel Principato Citeriore e per la Basilicata fu fissato a ducati 1,80 il tomolo, non è dubbio che siano prezzi di anni di penuria straordinarii. A Melfi, nel 1674, benché esistesse una gabella delle più alte del regno, un rotolo di pane (891 grammi) si vendeva due soldi e mezzo; il miglior vino un soldo la caraffa (centil. 73); il moscadello, prelibato, due soldi; la carne due soldi e mezzo il rotolo.19 Nel secolo XVII il prezzo medio del grano per la Basilicata era di carlini dieci a dodici il tomolo.20

E la penuria che si elevava a carestia, tornava spesso ad affamare quelle stesse popolazioni agricole, che non produceano altro che frumento, e non avevano delle culture succedanee all’alimentazione umana, se non l’orzo; la patata non era ancora nota, e del frumentone la cultura nel secolo XVII era ancora pressoché ignota. Il sistema dell’annona pubblica, negli anni di magri prodotti, diventava un flagello pei produttori; negli anni di fallito raccolto diventava un disastro per le popolazioni. Il commercio nel primo caso era inceppato, nel secondo assolutamente annullato; i regolamenti municipali, le leggi generali, le violenze popolari nulla permettevano uscisse dal paese, e nulla di conseguenza vi entrava; e se in qualche parte le derrate avanzassero al bisogno, non potevano correre là dove il bisogno era maggiore e avrebbero fatto pro al consumatore e al produttore. Questo inveterato sistema di una previdenza a corta vista rovinava le finanze del comune, e affamava le popolazioni.

Nel 1683, la relazione di un perito estimatore per la vendita del feudo di Teana attesta che

«al presente, per la mala raccolta dell’annata passata, gli abitanti sono ridotti in tale miseria, che per non averne grano la maggior parte di essi mangiano erbe per la campagna; e ne sono morti più di quaranta (in quarantuno fuochi di popolo) per non aver che mangiare».21

Ottant’anni dopo, quando il regno procedeva sulla via dei miglioramenti economici dopo acquistata l’indipendenza con Carlo III, ma non erano rimossi i vincoli degli ordinamenti amministrativi per l’annona pubblica, le conseguenze economiche dei cattivi ricolti erano poco diverse. La penuria diventava carestia: e allora torme di pallidi spettri vagavano di paese in paese a limosina d’un pane: le carogne d’animali insepolti erano sbranati, men da lupi o da cani, che dagli uomini! alle porte dei monasteri che dividessero qualche limosina, zuffe di accapigliantisi a chi prima arrivasse alla cànova dispensatrice, e scene di cruccio e di sangue; da per dovunque morìa come di peste, e fin nella città di Napoli, come nel 1764, trecento morti al giorno. Uno scrittore di ricordi contemporaneo dello Spinoso racconta:

«Accadde che nel 1764, mancando il grano a tutte le provincie del regno, e nelli convicini luoghi, si vidde una lame indicibile; tanto che nelli principii di marzo siccome il grano correva a carlini 13 il tomolo, avanzando, avanzando, si alterò fino a ducati cinque il tomolo, qui nello Spinoso, ma in Cilento e Salerno costava sino a ducati sette il tomolo. E non solo che la penuria fu del grano, ma fu la disgrazia per tutto il mantenimento del genere umano: stanteché il pane non si trovava meno di un carlino il rotolo; il vino non meno di tornesi cinque la caraffa; il lardo a carlini tre il rotolo, il caso fresco a carlini due il rotolo, e le fave a un carlino il rotolo. Per tale penuria molti cittadini di qui morirono per la fame, e fra grandi e piccoli, più di 25. Ed in tal corso di carestia (conchiude lo scrittore) se moriva un somaro o altra cavalcatura, non era pasto dei cani, come è solito, ma dei poveri famelici cittadini!»22

L’unico risultamento sicuro del sistema dell’annona pubblica era quello d’indebitare le comunità; poiché qualcuno era forza pagasse la differenza del prezzo tra il dare e l’avere.

L’università di Tito, ad esempio, pel grano che le avea ceduto il suo barone per annona del 1741, gli sborsò in danaro una parte del prezzo, e del restante gli concesse una porzione della tenuta comunale di Morgilongo «come piccolo compenso (diceva il Parlamento del giugno 1744), della perdita che egli aveva fatta sui grani somministrati per l’annona». Per l’annona del 1621 Muro spese quel po’ di danaro che aveve in cassa, e prese a prestito dal suo barone tremila ducati; i quali, è vero, servirono non unicamente ai grani dell’annona, ma, come dicono le carte, anche per «la perdita sofferta nella mutazione della moneta» e credo voglia intendere dell’aggio che faceva la moneta scadente a pagare il prezzo dei grani avuti a credito.23

Per portare, con opere di pietà secondo le idee del tempo, un qualche rimedio alle frequenti carestie e per migliorare le condizioni economiche dei meno agiati agricoltori, sursero dai noi, nei passati tempi, i monti frumentari; i quali ebbero sembianze piuttosto, come ho detto, di opere pie, che d’istituti economici di credito agrario. E mantenutosi sempre vivo questo men giusto concetto di opere di pietà, è avvenuto che ai giorni nostri li abbiamo visti avversati dalle pubbliche potestà, cupide di novità quanto prodighe di promesse luccicanti alle classi minori: sicché promovendone e stimolandone la trasformazione, non si avvidero che sviavano l’unico rigagnolo esistente finora di credito agrario, al quale possa ricorrere l’operaio coltivatore della terra, presso di noi. Agli abusi, generali e inveterati e ben noti dell’amministrazione di questi istituti, non seppero mettere freno o rimedio né l’antica legge napoletana, né le antiche potestà tutorie; gli è vero: ma questo se scusa non giustifica la ressa di trasformazioni e soppressioni, a cui sospinge prepotente una smania malsana di novità.

Noverati nel 1861, cotesti istituti di credito si trovarono essere 137 nei 124 comuni della provincia, con una dote di 62.373 ettolitri di grano;24 rinumerati nel 1878, non erano più che 104.25 Verso il 1790 (se le cifre rispondono al vero: ed io ne dubito) essi erano 75:26 e l’aumento molto notevole, che può ascrivere a sua lode il testé trascorso secolo, è dovuto, può credersi, meno a spinta di pietà (che di pietà non ebbe il secolo veramente che scarsa apparenza) quanto a più diffuso sentimento delle utilità economiche al minuto popolo. Sursero la maggior parte di essi nel secolo XVIII: i più antichi di cui trovo notizia scritta sono quello di Venosa, fondato dal cardinale De Luca che morì nel 1683, e quelli di Rapolla e di Melfi, fondati da monsignor Spinelli, che fu vescovo dal 1697 al 1724.

Agli inceppamenti commerciali dell’annona pubblica aggiungete la mancanza assoluta di strade carreggiabili; e, superfluo a dire, la insicurezza delle pubbliche vie, per cui non si viaggiava altrimenti che in carovana. Ai viaggi dei ricchi unico veicolo di lusso, non di comodo, la lettiga; e i lettighieri di Melfi erano per l’espertezza loro ricercati anche in Napoli.27

La strada carreggiabile che fu detta di poi delle Calabrie, perché doveva arrivare sino a Reggio (e non vi giunse prima del 1813), ai tempi di Carlo III si era spinta, per commodo delle caccie del Re, non oltre il bosco di Persano sulla sponda sinistra del fiume Sele. Nel 1780 o qualche anno dopo fu gittato il ponte sulle fòrre di Campestrino, tra Auletta e Polla che sono sbocco del bacino di Tegiano, ove il governo di Ferdinando IV ricominciava alcune opere di sanificamento all’impaludarsi delle acque del Tànagro. Questa grande arteria stradale delle Calabrie non arrivò a Lagonegro, e vuol dire non toccò al lembo esterno occidentale di Basilicata, prima del 1792: proseguì fino al fiume Mèrcuri, tra Castelluccio e Rotonda, ultimo confine della provincia, non prima del 1808. Dal fiume Sele si spiccava verso borea alla volta di Valva un ramo che s’indirigeva alla Basilicata. Fu detto di Atella, perché ivi era l’estrema meta del primitivo disegno; poi, proseguendo oltre, fu detto ed è detto ancora, con eufemismo ingannatore, strada di Matera, perché questa era allora la capitale della provincia. Cotesto ramo sembra che giungesse a Muro nel 1795, e ad Atella il 1797.

Un’altra diramazione della strada delle Calabrie volgeva dal ponte dell’Auletta alla volta di Potenza. Ma nel 1805 era ancora alle balze del monte Marmo, e non giunse alla città di Potenza prima del 1818. La linea stradale da Potenza a Matera è tutta dei nostri tempi; e nel 1850 non era ancora più in là che a Tricarico. Un ramo di strada carreggiabile alla volta di Melfi non arrivò ivi se non dopo il 1831.

Delle due fonti d’industria agraria predominava, come già fu detto, l’armentizia. La stessa condizione del terreno, coperto a boscaglie e pascoli naturali, favoriva la pastorizia errante e quasi selvaggia: d’altra parte, per ragione di tutto l’assetto economico della società, il capitale non trovava più libero o più sicuro investimento che nell’industria pastorale. Scarso popolo in vasta distesa di terra non sente necessità di dissodare terreni e sminuire i pascoli; tanto più che, pure dissodando o producendo derrate più del bisogno suo, non troverebbe modo di procurarsene lo spaccio. All’estesissima regione basilicatese non erano, che su pochi chilometri di strada, due soli sbocchi sul mare: l’uno a Rocca Imperiale sul Jonio, e l’altro a Maratea sul Tirreno; e a questi sbocchi, come pel resto, non era ligame di strade aperte ai carri dall’arte. Quivi erano le due dogane, per cui avrebbe potuto avere uscita una ragionevole quantità di prodotti agrari; ma a mostrare con cifre la pigra attività commerciale di questi sbocchi marittimi, basti ricordare che, alla fine del XVIII secolo, quando pure l’economia pubblica del paese era uscita fuori dalla morta gora dei tempi vicereali, essi non rendevano all’erario più che ducati 4200.28

Abbiamo pochi dati numerici per significare a che ammontassero i capitali o i prodotti della pastorizia per la provincia. È noto solamente questo, che nella seconda metà del secolo XII furono numerati oltre a 200 mila capi di lanuti dai commissari della dogana di Foggia, che nel 1569 vennero nella Basilicata per tassare le pecore, per le quali fosse rilasciata la «dispensa» dall’immetterle ai pascoli del Tavoliere di Puglia. Qui avrebbero dovuto portarsi, di obbligo, tutte le greggi del reame, secondo i vecchi ordinamenti dei re aragonesi; i quali non si diedero carico altrimenti se ivi i pascoli fossero o no bastevoli a tutte. Per questo legale monopolio del Tavoliere era fatto obbligo a tutti i possessori di «professare», ossia dichiarare alla dogana di Foggia il numero delle loro greggi; e quella li dispensava se essi il chiedessero, ma alla stregua di trentadue ducati per ogni mille capi. Coteste rivele a fine di esenzione mostrerebbero infinitamente stremato il numero delle pecore di Basilicata nel corso del secolo XVII; se non fesse vero piuttosto, che le «professioni» non erano confessioni, e le inquisizioni non approdavano fuor che ad angarie ed a corruttele. Quindi una guerra guerreggiata tra fisco e pecorai. I commissari si postano al varco di Aciniello,29 che è luogo presso il corso del fiume Sauro in quel di Stigliano; ed ivi numerano le mandre che risalgono dai pascoli invernali delle marine jonie agli estivi degli Appennini: e sequestrano quelle che non mostrino il titolo della dispensa. Poi le mandre prendono altre vie; i commissari non sono sordi agli accomodamenti di sottomano; il fisco non riscuote altro che la miseria di poche centinaia di ducati, mentre tutta la provincia è messa in combustione, e ne echeggiano i clamori de’ popoli ai quattro venti. Sicché il Governo si decide «a restituire la libertà alla Basilicata», come dice il Galanti; e questa nel 1660 accetta di pagare in transazione una certa somma annua; che alla metà del secolo XVIII ammonta a 1.665 ducati. In questa transazione non era compresa la comunità di Montepeloso e il suo vasto territorio aperto al pascolo, che ottenne un trattamento peculiare alla stregua di un carlino a capo del suo bestiame.30

Uno scrittore di Lagonegro, nel primo trentennio del secolo XVII, lasciò scritto che pascolassero pel territorio di quel paese un 200mila capi di greggi e di armenti: la cifra è, a mio avviso, superlativamente esagerata. Ma l’esagerazione stessa può essere un indizio che gli altri maggiori comuni ne avessero in larga proporzione. I baroni, le chiese, i monasteri, le confraternite, le Opere pie non investivano altrimenti che in greggi i loro capitali, come oggi nel Debito pubblico; e le grandi estensioni di terre demaniali, cioè aperte al pascolo con lieve o nessun compenso di prezzo, favorivano l’industria stessa. Oggi quelle grandi estensioni, meno che le alte vette dei monti, sono campi affatto brulli di macchie, e dissodate. Gli è mutato l’aspetto della superficie del suolo e la qualità delle culture, poiché vennero mutando le condizioni sociali del popolo, tra il secolo XVIII e il XIX. Tra l’una e l’altra epoca c’è di mezzo il mondo nuovo, cioè l’abolizione della feudalità, l’assetto della proprietà secondo il Codice civile, la sparizione tra certi limiti della mano morta e del fidecommesso, la suddivisione del demanio comunale, l’ordinamento dell’economia pubblica e finanziaria secondo i nuovi concetti del secolo XIX; e il trasformarsi di tutta l’attività e della vita pubblica all’azione di questi fattori sbocciati alla virtù della nuova civiltà, cui aprì le porte e agevolò il cammino quel nuovo Governo, che i poveri di spirito della letteratura napoletana dicevano, e forse dicono ancora! «dell’occupazione militare».

Fino ai primi periodi di cotesto secolo era ancora affatto prevalente l’industria armentizia. Per l’anno 1822 una statistica (che attingeva a fonti ufficiali) numerava per la Basilicata 503.000 capi di pecore, 101.734 di capre, 57.600 di buoi e vacche, e 126.384 maiali.31 Mancano dati numerici degli anni antecedenti a cui raffrontarle; e senza la stregua del paragone le cifre statistiche dicono poco: si può invece raffrontarle a quello dei tempi posteriori, per avere lume a giudizi di progresso o regresso. Nel 1840, un dotto professore di scienza veterinaria nelle regie scuole di Napoli, in un suo computo statistico degli ovini pel regno, numerava per la Basilicata 757.119 capi di pecore; che era la cifra più alta di tutte le altre provincie, e quasi del doppio maggiore di quelle di Capitanata, e di quelle del Barese.32

Scendendo a tempi più prossimi, nell’anno 1881 (se si potesse dare piena fede alle cifre rilevate dalla statistica ufficiale), questa trovò gli ovini ridotti a 359.800 capi; i bovini a 41.300; i suini a non più che 16.500; e un po’ aumentate le capre fino a 112.300 capi. Gran distacco tra il vecchio e il nuovo periodo! La differenza in meno pel secondo periodo non indicherà quel che potrebbe dirsi, in modo assoluto, la decadenza dell’industria armentizia, ma rivela senza dubbio l’avvenuta restrizione di essa; e la restrizione è dovuta a due cause o due fatti che si abbiano a dire, e sono il prevalere della nuda industria agraria, che restrinse i pascoli e dissodò sodaglie e pendici per l’aumentata cultura dei cereali; e la più recente trasformazione del capitale armentizio in danaro sonante per comprarne i terreni degli enti ecclesiastici che il demanio dello Stato gittò in vendita dopo il 1866.

Il prevalere dell’industria agraria sull’allevamento del bestiame fu il fatto prevalente dell’economia pubblica della provincia, ai nuovi fattori della vita civile. Nello stesso anno 1822 la produzione dei cereali veniva stimata a tomoli 2.635.255, ossia ettolitri 1.463.884 di frumento; a tomoli 175.000 od ettolitri 97.232 di frumentone; a tomoli 395.733 od ettolitri 219.830 di avena; a tomoli 280.412, od ettolitri 155.769 di orzo. Un mezzo secolo dopo, verso il 1880, la inedia della produzione toccava pei grani gli ettolitri 1.661.668; pel frumentone ettolitri 546.227, per l’avena ettolitri 715.056, per l’orzo e la segala, in uno, 313.077 ettolitri.33

All’abolizione dei vincoli feudali, all’assetto della proprietà secondo il Codice civile, ed a tutto il nuovo atteggiarsi della società venne mutando non solamente la condizione economica del paese, ma quel che più importa notare, l’assetto sociale.

Quella borghesia, che già era niente, si estende e si rafforza: man mano diventerà tutto, quando i possessi del ceto feudale passeranno, tutti o in parte, nelle mani sue. Sotto l’antico regime la borghesia nelle nostre comunità era poca cosa e di poco numero, tranne il ceto dei preti che era numerosissimo, favorito da tante ragioni, e specie dall’ordinamento tutto locale delle chiese ricettizie, e dalle ricchezze di queste, franche da imposte fino al 1741, e di poi non gravate che per metà dei pubblici carichi. Qualche medico, qualche rara avis di un dottore in legge, qualche notaio che rimaneva ancora sui gradini più bassi della classe civile, qualche droghiere che vendeva sciloppi e farmaci, ecco tutta la borghesia della comunità: ivi i deputati annuali eletti al governo delle Università non sempre sapevano scrivere il proprio nome. In certe comunità esistevano i seggi o sedili e un certo numero di famiglie di maggiore considerazione ad essi aggregate, che si dicevano nobili. Tutte queste nobili famiglie non erano, in generale, che famiglie di piccoli o mediocri benestanti, che vivevano sì e no nobilmente, come dicevano; cioè senza esercizio di arti o professioni, ma con redditi della terra o dei capitali investiti in greggi. Quelle famiglie che si sollevavano un poco più, e si ingentilirono mercé alti e non comuni uffizii di spada o di toga, finirono col trasferirsi in Napoli, quando Carlo III creò corte, uffizii, esercito nazionale, e fomentò questo esodo dalle provincie alla capitale.

Con lo scioglimento della feudalità, la proprietà feudale diventò proprietà borghese o cittadina; e allora gli antichi padroni che risiedevano abitualmente nella capitale del regno, non ebbero altro intento da quello infuori di vendere una proprietà che aveva perduto i diritti della sovranità, e rendeva poco. Tra cure e fastidi di un’amministrazione lontana, non ebbero altro pensiero che di disfarsene quando che fosse; e intanto le davano in fitto a’ primi che le richiesero.

Surse così per ogni comune una classe di gente procacciante e industriosa, che prese in fitto le terre già feudali del padrone lontano, e poi man mano, a pezzi a pezzi, arrivò a comprarne e le terre e i castelli. Questa classe di gente nuova che sfruttò del suo lavoro e della sua energia le nuove condizioni di cose, arricchì in breve tempo; poiché la concorrenza non surse se non molto più tardi a stremare i profitti dell’industria agraria; e intanto l’indirizzo della economia pubblica dello Stato, piegando a stretto protezionismo, faceva più lauti i guadagni dei produttori; mentre che le minori imposte pubbliche e le consuetudini parsimoniose e modeste dei primi capistipite favorivano l’accrescere del risparmio.

Da questa classe di gente nova è surta quasiché tutta la nobiltà nuova della regione, che non è, per vero dire, se non la parte più alta e più doviziosa della borghesia. Sorgendo dall’industria agraria e dalla pastorale, divennero man mano i maggiori possidenti di terre, e soventi di quelle stesse terre una volta feudali, già da loro stessi tenute in fitto, e che essi coprendole di armenti e di greggi, le resero doppia sorgente di lauti profitti.

Intanto la popolazione aumentava; e le terre sode, non sfruttate altrimenti che ai pascoli di una pastorizia errante, aprivano il seno alla vanga e all’aratro; la progrediente coltivazione delle terre di minore produttività, mentre aumentava i redditi della classe, posseditrice di terre, ne veniva mutando l’asse dell’economia pubblica locale; per cui la prevalenza dell’industria armentizia doveva cedere il posto all’agricola. Ma questo spostamento non fu una crisi per l’industria armentizia; poiché gli aumentati prezzi dei pascoli trovavano largo compenso nei cresciuti prezzi dei prodotti per lo sviluppo delle industrie manifatturiere del reame allo schermo d’un indirizzo economico prettamente protezionista. Questo insieme di cose favoriva l’aumento del capitale; il quale correva di preferenza alla terra, ove vedeva più solide guarentigie, e più largo profitto alla industria del proprietario.

Al nuovo indirizzo e al più largo espandersi di tutte le forze sociali, non fu l’ultimo a trarne giovamento il minuto popolo. Quando il capitale aumenta, non è chi non ne profitta per diretta o indiretta via; e se la richiesta del lavoro cresceva, essa non poteva non riflettersi su quella parte del prodotto nazionale, che si versa e ramifica sotto l’aspetto di salarii o mercedi. Ma uno speciale provvedimento della nuova legislazione rifletteva singolarmente la classe del popolo minuto; e fu la divisione del demanio comunale.

Il «demanio», secondo il concetto dell’antica legislazione napoletana, riattacca le origini sue ai tempi della conquista normanna; e se più in su ancora, lascio che altri il chiarisca. Tutto ciò che non fosse proprietà «allodiale» del cittadino nel territorio del feudo; tutto ciò che non fosse «difeso» ossia chiuso per confini certi e visibili, era compreso nel «demanio pubblico» cioè del signore feudale; ma tutto ciò che non era chiuso per certi e visibili confini, restava nell’uso di tutti gli abitanti del feudo, appunto perché non chiuso, salvo l’alta sovranità del signore del feudo.

In origine, tutto questo territorio «aperto» cioè non «chiuso» era così esteso e tanto superiore alla scarsa popolazione del feudo, che non aveva valore. Parco non altrimenti riservato che alle caccie del signore, ivi il legname della foresta cadeva per vecchiezza al suolo, e vi imputridiva: l’erba cestiva, la faggiola veniva giù dall’albero, e non erano di pascolo fuorché alla selvaggina. Quale interesse sarebbe stato nel signore del castello di vietare alle grame famiglie dei suoi villani di raccogliere al bosco il legname per vetustà caduto, la ghianda che assolava inutile sul terreno, il frutto afro del pero selvatico, la manciata dell’erba che sostentasse la pecora o la capra alla famiglia del povero vassallo? Quello che egli vietava e ferocemente vietava era la caccia. Se la famiglia dei vassalli vivesse alla men triste sul territorio del feudo, gli sarebbe un cespite di reddito e pei servigii personali, e pel terratico, o la gabella, o la decima che avrebbero pagato; ma se si estinguesse di freddo o di fame, quale utile a lui, se non fosse invece una perdita? Non aveva dunque interesse il signore a proibire alla famiglia dei suoi villani l’uso del demanio feudale: l’uso era, anzi, un titolo a riscossioni di decime, o di strenne, o di onoratici.

Ma la popolazione del feudo cresce; lentamente sì, ma cresce: ed egli stesso il signore invita altri a dimora; e fa lauti patti ai nuovi venuti, che gli procacceranno nuovi cespiti di reddito. E crescendo, la popolazione occupa con la capanna e con l’orto accosto alla capanna e col suo pezzo di terra coltivato, occupa la terra soda del demanio; interviene allora il barone; e il vassallo per la casa e per l’orto accosto pagherà un censo in denaro o in opere; e per la terra che semina pagherà il terratico. Il lavoro man mano gli porterà qualche agiatezza; i risparmii investirà in un branco di pecore; e queste andranno a pascolo per le terre non chiuse; e il signore interviene a sua volta, e il branco di pecore o pagherà la decima in latte o in capi di agnelli, o, per più benigno convenio, avverrà che quel tanto del branco che serve ai negozii paghi uno scotto, e quell’altro che serve alle comodità della famiglia, usi franco dei pascoli naturali. Poi, come man mano i vassalli si riscattavano dei vincoli personali, così avvenne dei reali; mercé un corrispettivo una volta tanto, mercé un censo che di poi il tempo prescrisse: infrattanto la popolazione continua ad usare del bosco; e su pei monti, sulle terre sode e non appropriate e non chiuse continua a raccogliere il legname morticino, il frutto silvestre, l’erba naturale, la sala della palude, le fragole, i funghi, le lumache. Questi erano gli «usi civici» cioè dei cittadini sulle terre aperte agli usi di tutti.

Le leggi eversive della feudalità, se tolsero ogni diritto politico al feudatario e ai suoi possessi, diedero in compenso alla proprietà feudale l’impronta del diritto comune: ma riconobbero allo stesso tempo un diritto dei cittadini sulla proprietà feudale, mantenuto che era dal fatto più che secolare degli usi civici. Era dunque una proprietà promiscua, che l’interesse dell’economia pubblica chiedeva fosse sciolta; e fu sciolta; e fu ordinato distaccarsi dalla proprietà feudale una parte delle terre, e questa parte venne attribuita al comune non come patrimonio del Comune, ma come retaggio dei minori cittadini, a cui il comune doveva trasmetterla. Queste porzioni distaccate dalle terre feudali in compenso degli usi civici, costituirono i beni demaniali del Comune, eredità futura dei nullatenenti.

I comuni si accinsero a suddividere ai meno abbienti coteste terre; cominciando da quelle più prossime all’abitato o non soggette a vincolo di legge forestale; ma la multiplice operazione della divisione nel suo cammino s’intrigò presto, segnatamente là dove il territorio del comune era più ampio dei bisogni della popolazione del comune stesso, ancora scarso di popolo. D’altra parte, l’interesse della pastorizia prevalendo ancora nell’economia pubblica della regione su quello della coltura dei campi, pareva che il complesso del popolo ritraesse un utile maggiore dall’usare come pascolo al gregge l’erba delle terre comuni; le quali, se suddivise in brevi lotti, addiventavano alla pastorizia inutili, e alla cultura dei cereali poco o punto acconce o per la giacitura loro in pendìo, o per la lontananza dai centri abitati. Non pertanto, nel periodo del governo «decennale» cioè dal 1806 al 1815, furono ripartiti in Basilicata 16.161 ettari di terra demaniale a 13.334 nullatenenti34 che divennero, almeno per qualche tempo, larve se non persone di proprietarii.

Il Governo succeduto a quello che aveva pubblicato le leggi antifeudali, non si curò di questo gruppo d’interessi che si aggrovigliavano in ogni comune, se non quando essi erompevano in lotta aperta. Se il Governo del «decennio» mirò all’intento politico di creare proprietarii dai nullatenenti, e all’intento economico di crear l’agiatezza a questi minuscoli proprietari di terre, secondo la dottrina allora prevalente degli economisti fisiocratici, il Governo, che venne dopo, non perché ebbe migliori e più esatte teoriche economiche, ma perché, schivo quanto ombroso di ogni novità, avendo a bussola di sua politica lo statu quo, non si diè premura a promuovere la piena esecuzione di quello leggi. In quasi mezzo secolo, dal 1815 al 1860, non si arrivò a ripartire per la nostra regione che 8788 ettari di terre a 6.978 contadini;35 che è quasi la metà di quello che era stalo fatto nel periodo di dieci anni innanzi. In tanta lentezza, in tanto complice abbandono degl’interessi popolari, il lievito entro la massa del popolo fermentava.

Dopo il primo trentennio di questo secolo, le condizioni economiche e sociali del paese venivano manifestamente mutando, e, come ci è occorso di dire poco innanzi, gli interessi della cultura dei campi accennavano a prevalere su quelli della pastorizia, pel solo fatto della popolazione die aumentava di numero. L’aumento spingeva alla cullura delle terre anche d’inferiore qualità: crebbe pertanto la ragione degli affitti, e vuol dire, crebbe valore alla terra stessa. Cominciò un moto di accentramento della proprietà terriera; la classe doviziosa o agiata non investiva di preferenza che in campi di terra i suoi risparmii, anche perché nel possesso di un latifondo trovava soddisfazione all’orgoglio borghese, che pareva di sostituirsi ai baroni. Cominciò altresì un moto latente, che fu la lenta, ma continua, ma persistente sparizione delle terre demaniali che ad oncia ad oncia venivano occupando i possessori limitrofi, che non erano nullatenenti. Nel corso di dieci o quindici anni, in tutte le piccole o grosse comunità della provincia il patrimonio «demaniale» del comune si assottigliò e scomparve quasi a gran pezza entro alle tenute dei prossimi possidenti, pure soventi a migliorate culture.

Questo fatto del progrediente aumento del popolo e del conseguente aumento di valore alle terre di qualità inferiori, che prima ne avevano punto o poco, diè origine ad un vero movimento sociale nella provincia. Si sollevò da per tutto una quistione grossa, e fu quella dei demanii comunali.

I nullatenenti chiesero, sollecitarono, incalzarono per la ripartizione dei demanii. Ma la quistione non era di quelle che si poteva esaurire alla spiccia; né tutte le condizioni sociali, né tutti gli ordinamenti politici favorivano lo scioglimento. Le leggi sull’economia forestale vietavano la partizione dei demanii coperti a boscaglia; l’indirizzo politico del Governo, conscientemente e insanamente parziale agli interessi delle chiese e de’ corpi morali ecclesiastici, faceva sospendere le divisioni delle terre che fossero ancora in possesso promiscuo tra comuni e chiese posseditrici di terre già feudali. I grossi possessori di greggi prevalenti, a ragione di ricchezze, nei Consigli comunali, non erano favorevoli a partizione di terre che avrebbero sminuite le estensioni dei pascoli alle greggi erranti: in fine, gli occupatori illegittimi delle terre demaniali, anch’essi prevalenti nelle amministrazioni dei comuni, non avevano miglior còmpito che quello di attutire, almeno con la forza di inerzia, i reclami dei ceti popolari. Il dissidio tra gli interessi opposti, e non conciliati, sempre più inaspriva; e non trovando l’amministrazione pubblica che l’acchetasse con giustizia od equità, l’interesse chiedeva giustizia alla violenza.

Di qua quei moti di popolo repentinamente scoppiati in molte comunità della provincia di Basilicata e di altre provincie, ai nostri tempi; moti più volte repressi, ma che non cessano risollevare il capo ad ogni grande turbamento dello Stato. E allora le turbe, levate in massa, scendono in piazza, armate di scuri, di zappe, di ronche, e fanno ressa al sindaco, perché venga con esse a dare impronta legale al fatto loro, e, volente o nolente il primo magistrato del comune, esse marciano a bandiera spiegata pei campi; e abbattono recinti di mura o di siepaglie ai terreni che la voce pubblica dice al demanio del comune, usurpati: e sperperano e devastano opere di culture ammogliate, vigneti, frutteti, ricoveri di greggi. Così a Melfi nel 1830; e altrove anche dopo. Altre volte si assembrano, tumultuano e forzano i possidenti e il ceto dei signori a venirne nella casa del comune, ed ivi rinunzino, tutti, in massa, per atto pubblico, a quelle terre che esse, giudici e parti, addebitano loro come usurpati al «demanio». Gran che se in quel fiammante ambiente di masse sciolte e riarse dagli odii lungamente covati, dalla fame lungamente repressa, gran che, se non balzino a più bestiali alti, a più feroci episodii di sangue! Così accadde nel 1848 a Venosa, nel 1860 a Matera e a Calciano, ove per cieca ira di turbe forsennate perdettero la vita onesti ed onorati cittadini.

Il Governo nazionale che sopravvenne considerò come questione politica e sociale queste che paiono forse, a chi ne vive lontano, misere quistioni da campanile; e intese di provvedervi dando esecuzione pronta e sollecita alle vecchie leggi sulla materia. Ma l’impulso non fu sempre uguale di intensità, l’indirizzo non sempre identico, la cura non sempre persistente, mentre la quantità, degli opposti interessi di ceti e di persone, in diverso grado prevalenti, aggrovigliano la quistione, e consigliano soventi alla politica indugii o diversivi. Dal 1861 a tutto l’anno 1887 furono suddivisi nella Basilicata 17.238.17 ettari di terre, in 27.611 quote o possessi, che portano ai bilanci comunali un reddito o canone annuo di 208.185 lire. Il fatto non è poco, ma poteva essere dippiù.

Intanto nel corso degli ultimi anni la condizione delle cose è mutata. La proprietà fondiaria ha scemato di valore ed ha perduto di attrattive: la gran massa dei beni del demanio nazionale gittati sul mercato, l’imposta troppo cresciuta e sempre crescente, la concorrenza forastiera alla produzione agraria nazionale, e, piaga locale ma intensa e depascente, l’emigrazione di lavoratori,36 sono i fattori di una infermità sociale complessa, che si rispecchia, per un lato, nello scemato valore della proprietà fondiaria. Quindi la ressa del minuto popolo alla ripartizione dei demanii comunali è allentata, ed all’antico acuto pungolo del desiderio è succeduta la stanchezza: qual pro ad una povera famiglia, oggi, una spanna di terra d’infima qualità, gravata dal doppio tributo all’erario pubblico e al comunale, per compensare il quale non basterebbe il prezzo invilito di un prodotto che non si vende? Un nuovo ciclo incomincia, oscuro e minaccioso!

NOTE

1. GIUSTINIANI, Diz. geog. ad. v. Pietragalla.

2. In SANTORO, Stor. del monast. di Carbone, traduz. Napoli, 1831, p. 49.

3. GIUSTINIANI, Diz. geog. vol. I, e CAGNAZZI, Sulla popolazione del regno di Puglia. Napoli, 1820, vol. I, 273.

4. GALANTI, Op. cit. II, 41.

5. GALANTI, Op. cit. II, 118. — In GIUSTINIANI, Diz. geog. vol. I, pag. CXII, sono fuochi 39,266.

6. GIANNONE, lib. XXXVII, 7.

7. GALANTI, Op. cit. II, 137.

8. GALANTI, Op. cit. I, 124; e DEL RE nel Calendario, ecc., di cui appresso.

9. E ripartitamente:

Pel circondario di Lagonegro 116.410

Id. Matera 113.219

Id. Melfi 109.883

Id. Potenza 184.992

_______

524.505

Ritenuta la superficie della provincia, secondo i più recenti computi, di 10.354 chilometri quadrati, hanno fatto calcolo che pel 1561 (con popolazione di 193.735) si aveva 19 abitanti a chil quad.; nel 1788 (popolazione 361.418) abit. 35; e nel 1881, abitanti 51. — Ma l’esattezza del confronto non è che apparente: la circoscrizione della provincia non fu identica nelle tre epoche confrontate.

10. Ap. Galanti, Op. cit. vol. II, 51, 118, 120.

11. GALANTI, Op. cit. II, 212 seg.

12. I pagamenti «fiscali» dovuti dalla Basilicata furono:

nel 1703 ducati 171.545

nel 1648 » 163.393

_______

In 145 anni, aumento di soli ducati 8.152

Galanti, Op. cit.

13. Per esempio, a Lagonogro, a Spinoso, a Sarconi e parecchi altri paesi. La testimonianza ne sopravvive nella denominazione dei luoghi.

14. Pei «Pedaggi» ovvero «Passi» della Basilicata raccolgo queste notizie dall’Op. cit. del Galanti (però della prima edizione [1786-88] perché nelle seguenti edizioni non furono riprodotte): vol. II, p. 378.

Nel 1469 Ferdinando I di Aragona ordinò una lista dei Passi permessi e dei passi proibiti nel Regno. Fra i «proibiti» nel numero di 176, per la Basilicata trovo indicati questi: Calvello, Castelluccio (?), Castelsaraceno, Castronovo (?), Craco, Francavilla (?), Guardia (?), Latronico, Lavello, Marsiconuovo, Melfi, Montemilone, Muro, Pomarico, Ponte Santa Venere, Potenza, Rionero, Rocca Imperiale, Rotonda, Ruvo (?), San Martino (?), Sarconi, Saponara, Tricarico, Venosa e Viggiano. — Fra i «permessi» che sarebbero 25, non ne trovo alcuno in Basilicata.

Ma le ordinanze reali o non furono eseguite, o si tornò fra non molto da capo: giacché il Tribunato della Sommaria, dal 1570 al 1595, proibì altro numero di pedaggi; tra cui, per la provincia, trovo: Aliano, Anzi, Castelsaraceno, Castelluccio (?), Craco, Favale, Lateana, Marsico Nuovo, e Vetere, Monticchio, Muro di Basilicata, Pietrapertosa, Rocca Imperiale, Rotonda, S. Mauro, Santa Venere, Sarconi, Tricarico, Venosa e Viggiano.

Lo stesso Tribunale, nello stesso periodo di tempo, ne permise altri, tra cui trovo: Laino, Matera, Ponte di Torre di Mare, Rapolla, Ripacandida, Bionoro, Torre-Policoro, Tolve. — Nei pedaggi permessi del 1088 al 1090 vi fu Polla. E tra i pedaggi, di cui (dice il Galanti), «non si ha il decreto, ma le sole tariffe» vi fu Stigliano.

Nel 1777, cioè alcuni anni prima della totale abolizione, ai esigevano per la Basilicata questi «pedaggi» dei quali però il titolo non si sapeva: cioè: Acerenza, Atella, Castel Guaragnone, Ginestra, ossia Lombarda-massa, Montepeloso, Taverna del Palazzo (forse in territorio di Montemurro), Ruvo (?), Spinazzola sotto Pisticcio (sic), Tratturo di Venosa. — Galanti conchiude (pag. 230): «Sommano i pedaggi in tutto il Regno a 245; ai quali dandosi non più che duc. 300 ad ognuno, avremo un pieno di duc. 93.500,… Pagano le mercanzie e le robe de’ particolari, nonostante le tariffe e le condizioni scritte in marmi».

15. In copia mss. presso di me: senza data; ma che credo del secolo XV.

16. Riferiti nella Monografia di Castelluccio Inferiore e Superiore di GAETANO ARCIERI, nell’opera (incompleta) del Regno delle Due Sicilie descritto ed illustr. dedicato al re Ferdinando II.

17. Stor. del monast. di Carbone citata: p. 94: prezzi medii del 1581.

18. Pramm. 38, 39 e 40.

19. Relaz. dell’epoca, in ARANEO, Not. Stor. di Melfi, pag. 604.

20. Da carte dello Spinoso del 1759 carlini 10; un secolo innanzi, nell’apprezzo del feudo, del 1678, il grano è computato a carlini 5 il tomolo, la germana a carlini 4, l’orzo a 3. — Ecco altri prezzi del grano, secondo le testimonianze uffiziali di alcuno Comunità, riferite dal Faraglia, Stor. dei prezzi in Napoli. Nap. 1878, pag. 262-74:

Anno 1720, in Atella, carlini 12 il tomolo, in gennaio;

» 1720, in Maratea, » 15 » in maggio;

» 1730, in Balvano, » 8 » in maggio;

» 1740, in Avigliano, » 7 » da aprile a luglio;

» 1750, in Atella, » 10 » in maggio;

» 1764, in Viggiano, » 12 » in febbraio;

» 1799, in Grassano, » 10 » in dicembre.

21. Parole riferite nella Sentenza della Commissione Feudale del 9 luglio 1810, nel Bullettino della Commissione stessa, vol. I.

22. In memorie mss. presso di me.

23. Sentenze della Comm. Feudale del 1810. — Bullett. Feudale, volume II.

24. E partitamente, nel Circondario:

Di Lagonegro, monti frumentari n. 45 con 10.820,32 ettolitri

» Potenza, » 48 » 23.089,74 »

» Matera, » 23 » 15.341,92 »

» Melfi, » 21 » 12.221,21 »

______________

Totale 62.373,19 ettolitri

V. Stat. del Regno d’Italia. Le opere pie al 1861, nel IX compart. di Basilic. Milano, 1871:

Nel 1843 la dotazione totale dei monti era di tomoli 71.907

» 1845 » 84.427

(Da documenti ufficiali del tempo).

25. Annuario statistico italiano del 1881. Roma, 1881.

26. Dizionario geog. istor. fisico dell’ab. SACCO. Nap. 1895.

27. Relazione del 1674, app. ARANEO, Stor. Città di Melfi, pag. 605.

28. Cioè, nel 1782, Rocca Imperiale duc. 3,400; Maratea duc. 800! — GALANTI, Op. cit. vol. II, 255.

29. Sotto i viceré austriaci, nel secolo XVIII, per meglio determinare i dritti di «passo» dovuti al fisco per le greggi ed armenti di Basilicata, fu incisa in pietra e murata (e si vede ancora) al varco di Aciniello, presso la «Taverna» di questo nome in quel di Stigliano, un’Ordinanza della Regia Dogana delle pecore di Puglia, del 1729, che è la tariffa della tassa alle greggi viaggianti in torme,escluse da tasse le capre. E si chiude l’Ordinanza con questa parentesi ai proposti di uffizio:

«che non possano esiggere, né dimandare ciavarri, agnelli, bifari, montoni, casicavalli, né pelli, anche che si fossero dati sponte dalli padroni e massari».

Ometto di ripublicarla in extenso, poiché la si trova riprodotta in G. PENNETTI, Notizie storiche di Stigliano. Napoli, 1899.

30. Notizie riferite dal GALANTI, Op. cit. vol. II, pag. 309, ma nella prima edizione del 1786-8; non riprodotto nelle edizioni posteriori.

31. GIUSEPPE DEL RE, nel Calendario per l’anno bisestile 1824 (a pagina 153); che era pubblicazione dell’Osservatorio Astronomico di Napoli.

32. GIUSEPPE VALENTINI, Catechismo Veterinario, ecc. Napoli, 1842, p. 227. Aggiungeva queste altre cifre per la stessa Basilicata, cioè: — Territorio per pascolo, tomoli 588.885. — Pecore destinate al macello, 93.110. — Prodotti in lana, cantaia 10.433. — Latte fresco, cantaia 13,979. — Latte per cacio, cantaia 210.283. — Egli non cita le fonti da cui derivano queste sue cifre: ed è male.

33. In GIUS. DEL RE, Ibid. e nelle Statistiche pel 1880, dalle quali trarremo queste altre notizie: — Produzioni di fagioli, lenti o piselli, ettol. 56.822; di fave, lupini e veccie 414.080; di patate, quint. 176.656; di vino, ettolitri 650.920; di olio, ettol. 20.000. — Sono cifre ottenute per via di ricerche ufficiali; ma non più esatte che un presso a poco: essendo medie, strizzate da dati imperfetti o raccolti per via indiretta. La produzione, in generale, dev’essere stata anche maggiore.

34. V. La Basilicata, libri tre, per ENRICO PANI ROSSI. Studi politici amministratici e di economia pubblica. Verona, 1868, pag. 49.

35. PANI ROSSI, Ibid.

36. Nella relazione presentata alla Camera dei Deputati, il 3 maggio 1888, dal deputato Rocco De Zerbi poi progetto di legge sulla emigrazione, si leggono questo parole:

«Dalla sola Basilicata partirono, nel 1880, 10.642 emigranti; nel 1887, 12.128. La popolazione di questa provincia non arriva a 525.000 animo. L’emigrazione rappresenta dunque in quosta «disgraziata provincia non solo il 2,94 per mille — media dell’emigrazione italiana — ma il 23 per mille! L’Irlanda non superò in questo «decennio il 17! E l’eccesso della nascita sulle morti oltrepassa di poco in questo paese il 5, come in Irlanda che è il 5,45. Abbiamo dunque «in questa Irlanda d’Italia una diminuzione annua progressiva che è già arrivata al 23 per mille».

CAPITOLO XV

LINGUA, LETTERATURA E CULTURA DEL POPOLO

Il campo del dialetto basilicatese, se questo si consideri nei suoi caratteri prevalenti, si estende oltre ai confini dell’odierna provincia, e comprende anche le popolazioni che dimorano su pei clivi degli Appennini degradanti alla sinistra sponda del fiume Sele. È il confine dell’antica Lucania. Non pertanto sarebbe ridevole se si dicesse lucano, chi non voglia confondere tempi e cose etnicamente diverse. Né il dialetto dei paesi dell’odierna provincia di Salerno posti sulla sinistra del Sele, si potrebbe dirlo salernitano; giacché le parlate sia della città capo della provincia, sia dei paesi alla destra del Sele medesimo hanno fisionomia e carattere differenti; essi si aggruppano manifestamente ai caratteri, di cui è tipo il dialetto della città di Napoli; il quale non si potrebbe dirlo «campano» se non per convenzione.

Pure stando geograficamente di mezzo tra la Calabria e la Campania, il dialetto degli Appennini lucani non si può dire che sia anello di congiunzione tra il calabro e il salernitano, ovvero napoletano. Ma si può dire, che per la legge de’ suoni, in generale e tra certi limiti, si accosti al calabro; mentre per l’organismo grammaticale ha i caratteri piuttosto del napoletano. In cotesto complesso di differenze e di somiglianze non si ritenga il dialetto basilicatese come un tutto unico e compatto dal Sele al Bradano, dal golfo di Policastro al golfo di Taranto. Ai confini delle cose colori e limili si mescolano; e le parlate dei paesi di Basilicata sulla zona di confine verso la Puglia o il Leccese partecipano piuttosto ai caratteri specifici prevalenti, quanto ai suoni e mutazioni di lettere, in quei paesi dell’Adriatico.

Le differenze più spiccate e di più generale carattere col dialetto napoletano o campano sono queste, che il campano pronunzia tutte le vocali in fine di parola, mentre il basilicatese sopprime l’e finale; e soventi pronunzia come una semimuta anche qualche altra vocale terminativa. Nel calabro predomina il suono dell’u schietto finale dove l’italiano mette l’o; nel basilicatese questa stessa vocale o finale non dilegua, o piuttosto ha un suono indeciso, che per molti luoghi piega all’u. Nel calabro inoltre, predomina la i sulla e; e, nell’organismo grammaticale, va tra i caratteri suoi più spiccati nella coniugazione del verbo la mancanza del passato prossimo, che non fa difetto al basilicatese.

Fra le parlate della regione nostra le diversità appaiono infinite, ossia tante quanti i paesi stessi; ma diversità poco o punto nel lessico, punto nell’organismo grammaticale o sintattico, tutte nella fonologìa e nella permutazione di certe lettere. Queste diversità fonologiche si potrebbe distinguerle per zone; ma nelle stesse zone o tratti di paesi più estesi si avrebbe a distinguere certe, come a dire isole, che manifestano dei fenomeni fonici singolari. Tali sono, per esempio la pronunzia dell’u nella parlata di Viggiano, che ha il suono pretto dell’u francese, e che non avendo riscontro nei paesi circostanti o lontani della regione stessa, non saprei spiegare altrimenti, se non come eredità glottica di un qualche grosso gruppo di coloni francesi ai tempi dei re di razza angioina, o prima ancora, ivi accasati, ma dalla storia ignorati. Tale il mutamento strano della lettera t in r nella parlata di Potenza. Una più larga trattazione che questa non sia, potrebbe e dovrebbe, in seguito a più minuto studio analitico delle parlate nostre, distinguere il campo dialettale appunto a zone, secondo la massima affinità loro, circoscritte forse da limiti di montagne o da grosse fiumane; ma non possiamo scendere a tante particolarità qui, dove non ci è consentilo altro, che di cogliere i tratti generali di affinità. Solo diremo della zona che piega verso il Leccese o verso il mare Jonio nella bassa valle del Bradano e del Basento: qui si avvertono certi caratteri fonici speciali, che la distingue risentitamente dal resto della regione dei paesi in montagna; e questi caratteri indicheremo, più che altri appariscenti, nel gruppo gl che ivi si tramuta in ggh; nel gruppo o sillaba que ove, soppressa l’e, resta una sillaba cu, che dà un’aria singolare e strana a quei parlari; nella perdita del g innanzi alla r nella trasformazione della stessa g in i.

Il carattere più spiccato delle parlate basilicatesi è questo, il dileguo, cioè, dell’ultima vocale della parola; dileguo che è perfetto, se essa è un’e, come l’e muta dei francesi; imperfetto se un’i ovvero un’o; giacché la i finale non dilegua ma si pronunzia debole e quasi evanescente o svanita: e l’o ha un suono debole così che pare svanito, o indeciso tra l’o e l’u. Ma la vocale a resta sempre; e se in qualche parlata pare dilegui, gli è piuttosto che essa sta in luogo dell’e. Anche l’u resta, e non muta. Ma tutte le vocali finali resistono se l’accento vi cade su; e resistono nei monosillabi: però le parole tronche e accentate dell’italiano non le ha, e invece le accresce come nell’antico italiano; anzi in qualche caso accresce anche i monosillabi.1 Se per eccezione mozza una parola, che non è tronca in italiano, vuol dire che l’accento rappresenta e rivela una sincope della parola stessa; come nel caso dell’infinito dei verbi, al quale tronca l’ultima sillaba e accentua l’ultima che resta.2

La permutazione delle lettere siegue leggi costanti, ma variano da gruppi di paesi a paese; tal che coglierne tutte le forme è studio difficile, se non impossibile. Soventi nello stesso ambiente, nello stesso paese si avverte qualche diversità che non si riesce a spiegare: come, ad esempio, perché sulla stessa bocca la parola cassa addiventa cascia, mentre passo e massa restano tal quali, e non mutano.

I gruppi nd, mb mutano costantemente in nn, mm; il pi in chi; il chi in ci; que in chi, cui e que; il gruppo ll generalmente in dd, ed anche, per molti paesi, in ggl’; il gl, dove non muta e dove muta in ggh; il ge, gi in je, j, sci, gi; il ga, gu in ja, ju.

Le declinazioni sono conformi alle leggi grammaticali dell’italiano. Tra le parecchie eccezioni che sarebbe troppo minuzioso indicare, una sola è degna di nota; ed è questa: la parola in cui l’accento tonico cade sull’o piega a duplice mutazione nel plurale, e u (il) fiore, u pastore, u calore diventano i fiuri, i pasturi, i caluri. Questa è legge generale per l’o, tonico: qualche volta, non sempre, accade anche per l’e; e pede, prèvite, érmice al singolare (piede, prete, émbrice) si mutano al plurale in piedi, priéviti, irmici. Questa morfologia grammaticale non si riscontra nel calabrese, ma è nel napoletano.

Manca la forma del superlativo in issimo, e quella del comparativo in ore, benché questo non sia prettamente italico, ma latino; pel superlativo usano raddoppiare, cioè ripetere due volte la parola stessa, che è la forma rudimentaria che spiega la figura del superlativo di alcune lingue romanze. Pei numerali ordinativi non hanno se non la parola primo; per gli altri non usano se non il poi.

Quanto al verbo, è caratteristico questo, che manca della voce del futuro; per cui usa il presente con avverbio di tempo (anche il calabro ne manca): ma ha il passato prossimo ed il passato remoto3 che il calabro non ha. L’infinito in ere, breve, viene sincopato dell’ultima sillaba, e così ragguaglia alla terza persona del presente; gli infiniti in are, ere lungo ed ire o si mantengono, o sincopando si accentuano, come fu detto. Quanto al partecipio, escono, salvo eccezioni, in uto i verbi in ire ed ère, ed in ato quelli in are.

Nel verbo occorre di notare alcune particolarità. La terza persona del passato rispecchia in generale più chiaramente la forma e il tipo del latino; e quello che fu amavit, audivit, è divenuto amau o amav’, sentiv’ o sentï nel dialetto. Ma nel gruppo potentino, per un processo che qui è fuori di luogo discutere, la caratteristica della terza persona del passato esce in aze (con pronunzia dolce, quasi s, del z): e dirà amaze, facéze, venéze, foze per amò, fece, venne, fu. Alcune singolarità più spiccate ricorrono in molti paesi del circondario di Lagonegro; e la parlata di Senise, per esempio «appiccica la pronominale vi e ti alla terza persona singolare del perfetto o imperfetto indicativo, e ti e si alla terza persona singolare del presente indicativo».4 A Castelluccio, la enclitica si è aggiunta alla seconda persona singolare dell’indicativo del verbo attivo (e dicono: dòrmisi, camminisi, ecc.). A San Chirico Raparo qualcosa di simile. A Maratea, l’enclitica ti alla terza persona singolare del presente e del perfetto; e si alla seconda persona del presente. Forme manifestamente latine con l’aggiunta di una semplice vocale: ed idiotismi che non hanno riscontro nelle parlate degli altri paesi della regione; ma lo hanno invece con dei paesi della prossima Calabria. Accennerebbero dunque ad un’antica e viva corrente di rapporti demografici tra questa regione della Basilicata meridionale e la prossima Calabria.

Anziché corruzione dell’italiano è, come tutti gli altri dialetti italici, trasformazione del latino rustico o popolare; e cotesto (se mancassero le pruove logiche) si mostra nell’analisi dei mutamenti delle lettere e nella trasformazione delle parole, che trovano la ragione di essere, o l’addentellato loro nell’originaria parola latina, anziché nell’italiana corrispondente. Quindi il contenuto del dialetto, ossia il lessico, se corrisponde (tenuto conto della fonologia e morfologia propria) alla lingua italica, gli è perché e in tanto che questa corrisponde al latino antico popolare, da cui derivano amendue. Senza rimontare a cotesta antica fonte molta parte delle parole dialettali non si comprenderebbero. Non è dubbio che il carattere, anzi il patrimonio del latino si scorge manifesto in tutti i dialetti dell’ Italia meridionale: ma se in qualche parte più e in qualche parte meno, io dirò che più che altrove si incontra spiccatissimo nelle parlate basilicatesi dei paesi posti sulla spina della catena appenninica, tanto a levante, quanto a ponente. È l’antica sede dei primigenii Osco-Lucani.

Di fronte alla massa di vocaboli redati dal latino antico e popolare, è poca cosa quello che deriverebbe da altre fonti. I Longobardi che dominarono tanto tempo pel principato di Benevento, e di Salerno, e vuol dire tanta parte della regione lucano-basilicatese, ebbero a lasciare senza dubbio qualche traccia del loro originario idioma nelle parlate dei popoli su cui dominarono. Manca ancora del tutto un’indagine sulla derivazione delle parole dialettali da questa speciale fonte; ma da qualche esempio che mi soccorre alla mente,5 parmi lecito ritenere, che le treccie delle leggi longobardiche e della consuetudini originate da esse non mancano nel lessico del dialetto. Qualche elemento di schietta origine araba, o del semitico, è dovuto ai commercii delle popolazioni basilicatesi con quelle che ebbero più lungo contatto con gli arabi di Sicilia, o con le popolazioni giudaiche, che, come fu detto, vissero per lungo tempo in molti punti della Basilicata.6 Di tale o dell’altro elemento spagnuolo è facile rintracciare la fonte, pel tempo non lontana; meno abbondevole e men certo è, a mio avviso, quel tanto che ci abbiano potuto lasciare i re, i signori e le corti che ci vennero dalla Provenza o dalla Normandia. In ogni modo, poca cosa.

Ma un rivolo assai più copioso si deriva dal greco; e qui sorge la quistione se dall’antico greco, o dal medievale o bizantino. Per noi, che siamo venuti rintracciando le minute orme dell’incolato grecanico-bizantino nella provincia nostra e nelle contermine per molti secoli del medio evo, non pare dubbio che a cotesta origine debba riferirsi tutta quella parte del greco che s’incontra nel lessico dialettale delle nostre popolazioni. Non vogliamo recisamente negare che qualcosa non sia direttamente pervenuta dai più antichi abitatori ellenici della Magna Grecia; non vogliamo negarlo, perché non abbiamo ragioni recise a farlo: ma ci si consenta di credere che cotesti possibili pulviscoli lessicali delle antiche colonie elleniche siano piuttosto entrati nella lingua dialettale moderna per via del latino rustico o popolare.

La storia mi dice che tra l’ellenismo delle antiche colonie e l’ellenismo medievale della regione, ci è di mezzo una parentesi di latinismo che investì, avvolse e signoreggiò tutta la convivenza, per oltre cinquecent’anni: la logica mi avverte che tra due cause probabili di un fenomeno, la causa prossima esclude la causa remota. Le antiche colonie elleniche della Magna Grecia imbarbarirono, scriveva Strabone fin da’ suoi tempi; e divenute che furono municipii e colonie romane con in grembo coloni latini, e le leggi latine, e gli ordini giuridici amministrativi, militari e sociali romani, era forza si romanizzassero; così e come e quando si romanizzarono e latinizzarono i municipii che erano già in origine popolati di gente osco-lucana, o bruzia, o sannitico-campana. Linguaggio, civiltà, e signoria latina dura secoli e secoli, si abbarbica, ramifica, si espande e assorbe tutto; e procedendo e sviluppando si trasforma gradatamente, insensibilmente nella civiltà e nel linguaggio italico: su questa poi avvien che s’incalmi un tallo di civiltà greco-bizantina. E questo innesto di grecità cresce a sua volta e si espande nello spazio e nel tempo per onde di coloni che arrivano ad onde e s’incalzano; e quali fondano nuclei di nuovi paesi, aggruppandosi in società particolari; quali si aggregano a paesi o società preesistenti di genti latine; ma gli usi, i costumi, gli ordini famigliari, il culto e il linguaggio originarii essi li mantengono per anni, anzi per qualche secolo e più; tantoché lo Stato pubblica per loro le leggi in greco, dirime e giudica le loro controversie in greco; mentre la chiesa parla, esorta e prega in greco. E tutto questo è durato per la seconda metà del medio evo, fino all’aprirsi dell’era moderna, un cinque secoli addietro! Come dunque si potrebbe ragionevolmente negare una più prossima parentela, una più stretta affinità tra questa più viva e più prossima sorgente, e quei zampilli che si rivelano grecanici nel lessico dialettale della Basilicata e delle regioni contermine poste sul Jonio e sul Tirreno?

Gioverà di raccogliere questi sprazzi di grecismo, che sono quasi ciottoli erratici di un idioma sul campo dì un altro e giova richiamare anche su questo subbietto l’attenzione e la indagine di coloro che vorranno illustrare la storia del loco in cui nacquero. Io ne ho raccolto un certo numero, che è scarso e breve senza dubbio in virtù della grande difesa della provincia;7 ma, per la ragione stessa della cosa, numero che non può farsi maggiore senza l’aiuto dei molti, a cui la parlata di quello o di quell altro paese è familiare. Nel breve peculio che ho messo insieme, è da notare segnatamente il numero delle parole attinenti alla pastorizia. Fu dunque di pastori, di bifolchi e caprai e porcaiuoli la grande massa di coloni che ci vennero di là dal Jonio, ed è naturale; e da non essi unicamente: ad attestare la presenza de’ cultori de’ campi soccorrono i tanti nomi di greca origine, che, infissi alle contrade dei territorii, siamo venuti indicando in un capitolo precedente.8 Inoltre speciali costumanze e traccie di usi popolari ci si rivelano dalle parole della stessa origine: sicché è lecito conchiudere che i varii gruppi di questo genere coloni si sparsero, dove più dove meno, per tutta la regione. E per le limitrofe fu lo stesso.

Non è popolo che non abbia una sua letteratura; e il nostro ha la sua, di cui è organo e forma il linguaggio, del quale abbiamo finora indicati alcuni dei suoi caratteri. È letteratura orale non scritta; e consta, come tutte le letterature di popoli bambini, di canti e di racconti.

La forma metrica di questi canti (non altrimenti che di tutte o quasi tutte le cantilene delle popolazioni meridionali) è quasi esclusivamente in otto versi, ma a due sole rime intercalate; è l’antico strambotto, fonte originaria del sonetto. Una sua impronta più spiccatamente popolare è nell’intreccio assonante e consonante della duplice rima: il verso è l’endecasillabo, fuorché per gli indovinelli; anzi i canti in versi a minore misura dubito siano di origine schiettamente popolare; o vennero d’altronde. Accompagnano i canti con un un motivo musicale, anch’esso popolare e semplice; e di questi motivi il più consueto, il più generale e il più antico per conseguenza, dicono aria capuana, dalla provenienza sua originaria senza dubbio. L’aria capuana è il motivo musicale proprio delle serenate, che gli amanti portano di rito alle fanciulle, e le cantano in istrada, all’aria aperta, a piena notte, con l’accompagnamento grave della zampogna pastorale, od allo strimpellìo di un’arpa e di un violino accordati ad un flauto, ma anche in questi concerti della gioventù più ricca il trovatore o cantore è sempre un canterino del popolo.

Il motivo musicale è creazione anche esso popolare; o chi abbia inteso qualche volta per le aperte campagne gli echi di queste cantilene, che frotte di giovinette gittano all’aria, a letizia del lavoro fatto in comune a sarchiare il grano cestito in erba, a spiccar l’uva dai tralci, a raccattar le castagne che cascano dall’albero, non dimenticherà presto queste quasi voci poetiche della natura viva, quasi profumi brevi ed acuti di fiori silvestri. L’aria musicale del canto vale, nella nuda semplicità sua, più che il contenuto del verso.

Questa facoltà musicale è, dove più dove meno, generale in tutti i volghi dell’Italia meridionale. Per la regione nostra è caratteristica e forse più intensa, nel paese di Viggiano Qui la popolazione maschile è quasi tutta educata alla musica strumentale, sia per istudio di un mestiere, sia per isvago e sollazzo; e poiché vanno in volta pel mondo intero, ormai sono noti da per tutto i «Viggianesi»; e noti oggi per fama non bella, poiché l’arte degenerò in mestiere, e il mestiere in accattonaggio. Ma questo, più che manifestazione musicale, è fenomeno d’emigrazione; e non accade di parlarne qui.

Il tema generale di tutti cotesti canti è l’amore, nelle multiplici manifestazioni sue di desiderio, di gelosia, o disperazione, lamenti, invettive, o preghiere. Affatto ignota la nòta patriottica; ignoto ogni accenno a condizioni politiche, ad avvenimenti storici.9 Appena qui e qua un ricordo fugace de’ Turchi sbarcati alla marina; ricordo e testimonio alle miserie delle popolazioni rivierasche al mare, nel secolo XVI e XVII. Canti storici non ne hanno: solamente nei villaggi albanesi, con la indimenticata tradizione del loro Scanderbeg, si odono canti che si riferiscono ad esso e ad altre avventure epiche dei tempi anteriori alla loro venuta in Italia; ma è lecito dubitare che siano canti di conio autentico popolare. Rammento della mia fanciullezza un vecchio contadino, festevole, arguto e brioso, il quale talvolta ripeteva quasi clandestinamente, su nòta lugubre musicale, un canto per la morte di re Gioacchino; e vi si nominava Trentacapilli, quel capitano di milizia che catturò a Pizzo il re infelice. Morto il vecchio cantore, non è stato possibile di raccogliere un qualche brano del canto; ed alla generazione succeduta al vecchio è forse del tutto ignoto il nome del re, che per la tragica fine e gli epici eventi della sua vita di soldato e di re poteva avere maggiore diritto che altri alla memoria del popolo. Ma la memoria storica manca ai popoli incolti, finché la storia non si tramuti in leggenda: allora il maraviglioso la imprime nella mente, cingendola di una aureola che la tradizione rende viva e perenne.

Di canti religiosi hanno le laudi, le leggende di miracoli, e qualche brano d’inno al santo protettore; e se in tutte coteste manifestazioni di pietà schietta e di arte infantile, il sant’uffizio troverebbe tanto da condannare l’eresia del poeta, e il maestro i solecismi dell’arte, non manca il sentimento poetico e l’ingenuità spontanea che rende amabile il fanciullo. In uno di questi canti, vien dai giudei commesso allo zingaro (genìa straniera e invisa al popolo), lavoro dei chiodi che dovranno configgere alla croce di Cristo; e la povera madre va a pregare il fabbro vagabondo, che faccia men gravi, men pesanti questi strumenti del martirio! e lo zingaro, tristo e villano, risponde che li farà più pesanti che può! In un altro, la madre sgomenta va in cerca del figliuolo, che è già in mano ai carnefici, e picchia all’uscio di casa Pilato, ma di dentro risponde il figliuolo, che non può aprirle, poiché è legato alla colonna, e pure le chiede a sollievo dell’arsura un gotto di acqua, e la madre si strugge, che non glielo può dare!

La leggenda di Sant’Alessio, quella di Santa Cesaria, e per ricordarne un’altra che è delta «il paggio del re» sono trasformazioni popolari ritmiche di racconti agiografici medioevali; intrecciano alla nòta lirica la nòta drammatica; e non dubito dire, che alita in esse un sentimento poetico sì vero e vivo, che vince i pregiudizii di scuola o di setta, e tronca sul labbro il sorriso agli stessi pretenziosi giudici della poesia aulica e coturnata.

Né l’intenzione satirica manca all’opera poetica del popolo e del nostro; nè talvolta certa nota di sensualità, che pure artificiosamente velata, non è opera veramente di popolo. Uno di cotesti canti, che è assai diffuso anche pel suo motivo musicale, lamenta le pene e le venture della vita del pastore con un senso arguto ed equivoco tra il compianto e lo scherno, che esce dalle ingenuità di queste cantilene. Un canto sul mestiere del ramaio ha un ritornello consueto di questi girovaghi per le vie dei villaggi, ma tutto intessuto di frasi a doppio senso; è poesia cantata dal popolo però di fattura forse al di sopra della poesia del popolo. Gli indovinelli10 a parole ritmiche o rimate hanno una loro forma speciale e propria di stile, che è quella di parere equivoci, rasentando la licenza e lo sconcio; ma di fatto non sono. Tutti incominciano con quattro versi di cappello, che si ripetono per ognuno e dovunque.

Che tutto questo materiale ritmico di indovinelli, di laudi, di canti e cantilene siano opera veramente di popolo, non vorrei dire; da quel tanto che delle provincie del mezzogiorno è pubblicato per le stampe,11 è facile scorgere in parecchi il riflesso della composizione letterata, che traduce o piega stentatamente la parola aulica alle forme della parlata dialettale. Qualche letterato del popolo del secolo XVII dovè raffazzonare e mettere insieme di quelle ottave a sentimenti generici di amore, di sdegno, di gelosia, che poi si diffusero oralmente di paese a paese, di regione a regione. Quell’indeterminato e generico che è in tutto questo complesso a me noto di canti popolari, non abilita a potere determinarne la età; ma non mi paiono recenti: sarei per dirli anteriori, o di perto non posteriori al secolo XVII. In un canto che si ripete a Picerno l’innamorato che invita il rivale a scendere «nello steccato con pugnale e spada» accenna per lo meno al XVI secolo. Un canto che va fuori della falsariga ordinaria, perché sul fondo lirico intreccia il dramma e il racconto, narra l’avventura di un marito lasciato in asso dalla recente sposa; in esso è nominata con vocabolo popolare una moneta dei tempi aragonesi, onde si trae con sufficiente approssimazione la logica delle sue origini.12

La letteratura novellista dei nostri volghi è tutta a fondo epico, non perché narri di eroi e di battaglie, ma perché al mondo reale s’intreccia il soprannaturale, ed un ambiente maraviglioso circonda ed investe tutto, uomini e cose. E la concezione di un mondo ideale che non esiste più, ma che un tempo è esistito: e come e perché abbia finito di esistere, essi non chiedono; e perciò la concezione loro resta ancora poetica. Questo mondo ideale è tutto popolato di fate, di orchi, di folletti, di spiriti, amici o inimici agli uomini, e intorno ad essi la fantasia è venuta aggruppando un ciclo di cònti, fiabe e leggende ricco e strano; che sono senza dubbio eco, o ricordo di un materiale epico e novellistico del più remoto medio evo, cristiano e germanico, con sprazzi arrivati dall’oriente, e con qualche reliquia dell’età pagana, ma questa nei nomi anzi che nel contenuto. Derivano da fonte cristiana tutte le fiabe di spettri, lemuri ed ombre di trapassati, che sono tuttavia una grande e viva parte della psicologia popolare; nonché quei racconti delle avventure di Cristo e suoi apostoli in pellegrinaggio pel mondo; di cui è ben noto saggio la ballata goethiana di Cristo e le ciliegie. Nell’antichissima e ricca letteratura dei vangeli apocrifi è, senza dubbio, la fonte originaria di questo ciclo di leggende apostoliche; ma ce ne ha di conio moderno altresì, inventate da spirito meno pio che caustico, ad intenti schernevoli, e talvolta, strano innesto! licenziosi. In tutto cotesto ciclo di leggende risalta per singolare carattere la figura di San Pietro, che è addivenuto un tipo popolare, un po’ attaccabrighe, un po’ ficcanaso, ma in fondo bonaccio e correntone.

Benché tutte derivate dal medio evo, non vi si riscontra niente delle epopee o dei romanzi cavallereschi di quella età; quantunque tra pochissimi libri tuttora letti dai minori ceti del popolo siano, unico e veramente popolare, i Reali di Francia: e vuol dire che i romanzi cavallereschi tanto in voga a quei tempi secondo le storie letterarie, non giunsero nei bassi strati del popolo, e non ebbero altrimenti voga fuor che nella classe elevata della società feudale.

Di fatti o personaggi storici nessun ricordo, nessun accenno; nulla. Sono racconti di una età preistorica, senza nòta di tempo e senza nòta di luogo; benché non si dicano altrimenti che storie. Però di attinenti a tale luogo, a tale società corre di bocca in bocca una serie di brevi racconti arguti e d’intenti satirici contro qualcuno dei paesi della regione loro, a cui si affibbia ogni sorta balordaggini, ingenue o sciocche; e, dirò altresì, contro alcuno dei ceti sociali, specie preti e frati. Ma (degno di nòta più che altro) niente contro i signori, contro i baroni feudatarii, contro i regnanti; nulla: anzi di cattivi re non ne conoscono i cònti popolari; e ciò non per la prudenza terrena del proverbio — poco di Dio, punto del re —, ma perché il re è in terra la giustizia e la bontà di Dio. Ai cònti, alle fiabe veramente popolari ogni intenzione politica manca.

Della cultura letteraria di questo popolo non c’è da dire molto, quando pei tempi nostri, cioè per l’ultimo anello di una catena di più e più secoli, si sono ricordate le cifre statistiche dell’analfabetismo. Le quali dànno per ogni 100 abitanti, da sei anni in su, la proporzione di 85,18 analfabeti,13 che, manco male! discende a 73,25 pei coscritti della leva del 1863, ed a 69,69 per quelli del 1864.

Che cosa dire del passato? Scuole pubbliche volle stabilite nella città di Melfi Federico II:14 ma a prendere le mosse da sì alte origini manca ogni filo di notizie; ed è forza discendere molto in giù il corso dei secoli. La scuola elementare popolare non comincia ad apparire tra le spese del comune prima de’ bilanci dei tempi murattiani, dopo il 1806! E allora, e fino alla metà del secolo nostro, lo stipendio al maestro fu pari, su per giù, alla mercede pagata al sagrestano per dare l’abbrivo mattutino alla macchina dell’orologio pubblico, messo sul campanile della parrocchia! La scuola era detta «pia» forse perché gratuita; ma, tra la disistima e l’incuria pubblica, non ne traeva un qualsiasi profitto, se non la piccola borghesia, o il ceto popolare addetto ai negozii. Fino a tutto il secolo XVIII, non è raro caso il trovare le pubbliche carte sottoscritte per segno di croce dagli amministratori della comunità analfabeti.

La cultura delle classi superiori al minuto popolo non veniva altrimenti che da scuole rette dai chierici; dai seminarii, cioè, e dai conventi. Agli ultimi anni del decimottavo secolo, nel 1795, la provincia di Basilicata numerava 127 paesi; e in questi erano 116 conventi di uomini, 17 di donne e 5 conservatorii di donzelle.

I conventi non avevano obbligo di pubblico insegnamento; ma che un qualche frate, a profitto proprio o della comunità, si occupasse all’insegnamento, è credibile. Tutta l’istruzione secondaria veniva dai seminarii che erano molti, secondo il numero delle diocesi; ed alcuni di straordinaria ampiezza, come quello di Matera, che aveva posti per 250 alunni, e un concorso in proporzione. E degno di nòta, ed è testimonianza di lode alla regione, il non breve novero di sussidii offerti dai cittadini alla istruzione pubblica, nel corso del secolo XVII. Il seminario di Melfi, piccolo per poco estesa diocesi, aveva quattro posti gratuiti pei quattro paesi della diocesi Rapolla, Atella, Ripacandida e Barile.15 Eliseo Gervasio, dotto uomo della stessa città, morto nel 1627, fondò nella sua patria non soltanto una casa e un collegio dei padri Somaschi, ma altri posti per studii a Napoli, a Roma, e nel seminario.16 Il cardinale De Luca di Venosa, morto nel 1683, oltre ad un monte frumentario pei coloni e un monte per doti a povere fanciulle, istituì un legato a sussidio d’istruzione a’ suoi concittadini in Napoli, che esiste ancora. Per Atella fondò due posti di studii Cesare Contursi; per Calvello altri posti un Caselli; altri benemeriti (e mi duole ignorarne il nome) per Tolve; le reliquie di minori sussidii esistono ancora stremate e confuse tra gli ufficii delle opere pie di Vietri, di Brienza e di Montepeloso.17 Un Ferrante Parigi legava le sue sostanze, sotto certe condizioni, ai gesuiti di Napoli, perché avessero aperto un loro collegio a Moliterno: ma le condizioni non si avverarono e la Compagnia non venne: e se fu un bene o un male, altri a sua posta sentenzii.18 Io ricorderò infine l’esempio singolare del feudatario di Ruoti, di casa Capece-Minutolo,19 che fondò in quel suo feudo una scuola di catechismo (e vorrei credere fosse pure scuola elementare) e assegnò al maestro lo stipendio di 40 ducati, che pel tempo non era misera mercede, nè scarsa.

Ai benefici promotori di istituti per la cultura dello spirito mi sia concesso di aggiungere coloro che per ispirito di pietà, intesero alleviare una qualche parte dei tanti dolori che travagliano l’umanità sofferente. Se li mosse spirito di pietà religiosa che importa? non dimenticheremo, che oggi nè quèsto, nè altro di altro genere spirito muove altri a imitarli. Le più antiche notizie per me raccolte ricordano un Berardino Bevilacqua che volle fondato un ospedale per gl’infermi in Rivello; e fu aperto nel 1502:20 a Lagonegro la famiglia Cresci ne istituiva uno per gl’infermi e per i pellegrini nel 1515, e un altro ivi stesso la famiglia Marsicano nel corso dello stesso secolo XVI.21 A Moliterno il vescovo Ascanio Parisi chiama i Padri di San Giovanni di Dio a reggere quello che egli aveva fondato nelle sue case l’anno 1596, che però non durò oltre il 1652 e fu soppresso; a Maratea, nel 1734, ne surse un altro per legato di Giovanni de Lieto; un altro in San Chirico Raparo istituito dall’arciprete Rinaldi; altri, in epoca ignota per origine e per estensione, in Sarconi, in Lauria, in Castelluccio, in San Martino, in Melfi e altrove. Al cadere del secolo XVIII se ne numeravano 15, ed erano nei paesi di Matera, di Montepoloso, di Acerenza, di Venosa, di Muro, di Bella, di Lagonegro, di Ferrandina, di Viggiano (?), di Vietri, di Tursi, di Saponara, di San Fele, dì Miglionico e di Rotonda.22

Ma ai rinnovamenti sociali e legislativi dei primi anni del secolo XIX, poiché anche la pubblica beneficenza ebbe nuovi ordinamenti e trasformamenti e accentramenti, in quel rimescolìo, tra il buono e il reo, non rimasero gli ospedali per gl’infermi che sei, nelle città di Potenza, di Matera, di Melfi, di Venosa, di Maratea e Vietri. Questi ebbero ufficio d’istituti «distrettuali» cioè a pro di tutti i circondarii della provincia; ma in fatto, perda natura loro propria, non possono recare alcun prò fuorché all’incolato unicamente paesano.

E tornando alla pubblica cultura, non vuolsi dimenticare che ai tempi di Carlo III cominciò a spirare altra aura anche da noi: il «secolo dei lumi» illuminava e premeva d’intorno dovunque. Dopo la espulsione dei gesuiti dal reame nel 1769, il governo di Tanucci, ministro, stabilì si aprissero pubbliche scuole per le provincie, a compenso dell’opera degli espulsi, ed a spese degli amplissimi redditi della Compagnia incamerati allo Stato. L’abate Genovesi ebbe grande parte, d’impulso e di consiglio, al nuovo indirizzo educativo. Per la Basilicata furono istituite tre scuole, una a Muro, le altre a Marsico vetere ed a Latronico, e si dissero normali; una «Scuola regia» superiore a Matera, città capo luogo della provincia. In questa era insegnamento di belle lettere, geografia, storia, matematiche, filosofia, medicina, giurisprudenza, dritto di natura, e agricoltura. Era dunque un embrione di Università a prodotto minuscolo, eppure proficuo: ma non durò; il nuovo indirizzo e il nuovo assetto che presero, fra non guari, le cose dello Stato travolse e rinnovò tutto il passato; anzi, pel tempo che essa durò, non credo che assolvesse mai, ancorché in parte, il programma degli studii promesso.23

Che qualità d’insegnamento derivasse da coteste fonti, si potrebbe arguire dai lamenti che in tutte le sue opere non restava di farne il Genovesi, sia pel contenuto, sia per l’indirizzo. Pel contenuto, non era altrimenti occupato che allo studio del latino, come mezzo, fine, e tutto. Istruzione data da chierici, non aveva altro intento, non sapeva proporsene altro che quello di fabbricar chierici. E per questa via che poteva condurre agli altari, s’incamminavano tutti quelli che frequentassero una scuola: il clero era un ceto privilegiato; la via era agevole e corta; e la legge economica della minore spesa di produzione e del maggiore o più pronto profitto determinava tutti verso la speciale sorgente di pubblici redditi destinati ai nativi del paese, che erano le chiese ricettizie. Quindi il numero dei preti era proporzionatamente grande dovunque, e in qualche luogo, strabocchevole.24

Tra questi studiosi chi si elevasse dal comune ed umile livello, andava da maestro nei seminarii della diocesi; o, più rara fenice, veniva in Napoli a patrocinare liti nel foro, con la suprema ambizione di giungere in fine allo stallo dei consigli giudiziarii dello Stato; e, per vero, non sarebbe scarsa la lista di costoro, che, nati nell’àmbito della provincia, e fatti i primi studii nelle scuole di chierici e di frati, vennero da giovani nella città di Napoli, e vi trassero la vita nell’esercizio di alti uffizii e di libere professioni, con splendore di fama e di lucri. Ma a che pro questo rosario di «uomini illustri» (come usa dire gli scrittori delle storie municipali), se la cultura loro, piccola o grande che fosse, non prova nulla, né per la cultura della provincia in cui nacquero, ma in cui non vissero; né per la civiltà delle popolazioni che non li ebbero in mezzo a loro di esempio vivo e presente?

Sorgevano, benché rare, certe spiccate figure di uomini di carattere, che elevandosi sul livello comune sono di ricordo. Di Angelo Antonio La Monica, di Melfi, abbiamo parlato più innanzi. Qui ricorderò, a titolo di onore, quel Carlo Danio, arciprete della chiesa di Saponara, che dirò lo scopritore nonché l’illustratore della sepolta Grumento; poiché da lui sopratutto venne, quel tanto di luce che diffusero su questa città gli scrittori del secolo XVIII. Fece scavi e ricerche a sue spese tra le molte ruine, sparse per fratte e vigneti, dell’antica città; ne raccolse i marmi letterati, li trascrisse; e questi con non poche altre reliquie, sottratte alle macerie che le nascondevano, statue, bassorilievi, arche, colonne; dispose ordinate in un suo giardino, accanto al domestico oratorio, sul cui ingresso aveva scritto «Officina per la salute dell’anima».25 Largamente generoso delle notizie de’ suoi trovamenti e delle inedite iscrizioni agli eruditi napoletani che il richiedevano, si incontra il suo nome, con nòta di onore e di riverenza, nelle opere di molti scrittori de’ suoi tempi. Morì nel 1737; e legò la sua biblioteca ai Cappuccini della sua patria con espressa clausola che fosse tenuta aperta all’uso del pubblico; ed oggi, a traverso lunghe vicende, è del comune. Ma quel tesoro di cimelii è da gran tempo disperso, salvo qualche povera reliquia nell’orto accanto alle case di un onesto operaio, che già furono del Danio.

Si diffuse a quell’epoca un certo generale desiderio di ricerche e di studi per la storia delle città, che è prova di un risveglio intellettuale, senza dubbio. I dotti del luogo, qui e qua, ne lasciarono scritte le memorie, la più parte inedite ancora; ma per chi le ha viste, sono testimonio, pur troppo, d’una cultura bassa e barbarica. Per queste erudite scritture di uomini dotti, l’origine, per esempio, di Saponara era da un’ara della Dea Sapona; Spinoso venne dalla distruzione di Carro nuovo, e questo fu

«paese edificato dal gran Francois troiano compagno d’Enea nella distruzione della bella Troia e di Miento che edificò Grumento»;26

Castelluccio è da un «Castello di Luccio» suo fondatore; Latronico da un laconico, che era il soprannome borioso di Tessalo, ricordato da Plinio come medico di Eraclea, la quale successe alla città di Siri; e dalla distrutta Siri vennero gli abitatori di Siluci, presso Latronico, o Siruci, la quale fu detta quasi Siris huc! — Così scrivevano i dotti della provincia, ai tempi del Muratori; e sorrideremo. — Ma che giudizio faremo della pubblica cultura anche de’ tempi posteriori, quando avremo ricordato che quelle ed altre dello stesso conio notizie di storia si trovano ripetute in libri a stampa di gente tenuta a Napoli per dotta, e talune anche in libri dei nostri tempi?

E di questa stessa epoca una letteratura poetica, che, se fosse a stampa, potrebbe aggiungere un notevole contributo alla notizia della coltura generale della regione; ma per vero nulla perde l’Italia che non sia a stampa; e qualche migliaio di sonetti per vestizione di monache, per morti illustri, pel primo avvento del vescovo nella diocesi, o per le espansioni erotiche di un seminarista, non mostrerebbero tutt’al più che gli influssi del Frugoni, o dei coniugi Zappi aleggianti fin tra le forre e le balze degli Appennini basilicatesi. Sopraggiunse la novità dell’Arcadia, e si belò anche lì, ma poco; perché le officine arcadiche possono tenersi in piedi nelle città, ma nei paeselli di campagna non possono; ivi l’ignoto presta il campo all’ideale dell’idillio; qui la realtà cruda delle cose spezza le ali all’ideale stesso. Scrivendo il latino meglio che l’italiano, non si attentavano di scrivere in prosa, salvo che nei quaresimali dei chierici dotti, nei quali per vero non era se non la spazzatura degli oratori sacri a stampa del secolo XVII.

Era il tempo delle accademie come è oggi dei congressi, teatro degli istrioni dotti e degli istrioni indotti; ma nella estesa provincia non surse a vita ufficiale nessun’accademia, come nella prossima Calabria. Seminarii, conventi e scuole private, ad ogni festività della chiesa o del vescovo, indicevano un trattenimento di accademia pubblico, a leggere prose e versi in latino, in greco, in ebraico, come a Melfi, occorrendo: e questo era l’unico veicolo a un po’ di rinomanza nei tempi che l’istituto del giornale, a tanto la linea, mancava ancora. Ma il contagio era nell’aria; e la febbre accademica affannava tutti. Don Giambattista Pignatelli, principe di Marsiconuovo e singolare uomo per pietà beghina e per dottrina teologica, veniva a passare qualche anno di svago nel suo feudo di Moliterno, e qui — come scrive uno dei due o tre gesuiti che dettarono la biografia del ricco signore27 — istituì nel suo palagio

«un’adunanza accademica, in cui due volte per settimana intervenir dovevano» (corvata feudale di nuovo genere!) i più intelligenti del paese, parte per discorrere e parte per ascoltare: al padre Biancullo, domenicano, diessi la incumbenza di favellare sopra i testi più difficili della Bibbia; il P. Antonio da Potenza, francescano, per filosofiche e teologiche quistioni; tre o quattro giureconsulti i punti più classici della giurisprudenza; ai giovani meno esperti assegnossi a tradurre il Baronio, ad altri a ripetere la somma delle lezioni di Ferdinando Zucconi. Il Principe assegnava le materie e ripartiva i soggetti. Al fine dell’erudito trattenimento dispensare faceva rinfreschi secondo le stagioni, trattone la quaresima».

Se dunque era una corvata imposta ai vassalli del ceto nobile, era almeno una corvata raddolcita dai rinfreschi, tranne la quaresima! Non tutti gli accademici del regno o di fuori potevano sperare altrettanto, bisogna convenirne!

Ma se cotesti gentiluomini accorrevano ai trattenimenti del principe feudatario per prendere i sorbetti e commentare il digesto, non dimenticavano i più allegri passatempi; e dotarono il loro paese di un teatro comunale, che venuto su nel 1772, fino a pochi anni fa era ancora in piedi. Due o tre volte all’anno, alle solenni festività paesane, recitavano essi la commedia; e, poiché non consentita ancora dal costume la promiscuità di sesso sul palcoscenico, radevano i baffi, e il ruolo della prima donna era bello e trovato. Teatro ed attori ebbero non scarsa fama pel tempo.28

L’autore in voga era il Cerlone, un setaiuolo napoletano che scrisse un mucchio di commedie e tragicommedie spettacolose, con un via vai di sultani, di pascià, di principi dell’India e della Persia, con mercanti olandesi, e schiavi e schiave napoletane, e, ingrediente di ogni cibreo, il pulcinella goffo e sciocco e volgare, che, grazie a lui, divenne tipo sempre più goffo e volgare. Più tardi entrò nel repertorio anche il Metastasio. Apparecchiate che erano da lunga mano, le rappresentazioni sceniche addivenivano l’avvenimento dell’anno; e, giuochi olimpici municipali ad entratura gratuita, il concorso della gente era grande e grande la fama d’intorno, ad ammirazione ed esempio. Quindi i paesi più popolosi ebbero anche essi i loro teatri, scene e palco improvvisati e temporanei, anziché stabili: ed ivi la cittadinanza colta faceva le sue annue prove, a gloria della patria e a lustro della festa patronale, come dicevano, con un entusiasmo, con uno slancio che si è mantenuto popolare fino agli ultimi tempi.

I primi esempi ne vennero dai signori dei feudi, i quali dalla capitale vi si recavano a passare una parte dell’anno a svago e ad intenti di economia o di lusso maggiore. Fra costoro, primo tra primi, si trova annoverato il conte della Saponara, don Carlo Sanseverino. Restaurò ed ampliò ivi il castello, al cadere del secolo XVII; lo abbellì a pitture di artefici celebrati; fino la scuderia, amplissima, volle fastosa di ori e di specchi; e alle sale aggiunse un teatro che fu detto «leggiadro» dal viaggiatore e letterato toscano, l’abate Pacichelli, morto nel 1702. E il nostro buon dottore Gatta, che imbocca la tromba epica quando parla di questo signore, attesta che non «isdegnava di inghirlandarsi la chioma di poetici allori, unendo alla gloria delle armi quella delle lettere», e dice che «egli fu il primo che in questa provincia facesse comparire sulle scene lucane (in Saponara) il concento e la melodia nella rappresentazione di quel famoso suo dramma, intitolato l’Elidoro o il Fingere per vivere, fra le epitalamiche fedi di donna Aurora, di lui figlia, col duca di Laurenzana».29 Donna Aurora Sanseverino, nata in Saponara, anche essa scriveva versi: fu anzi dell’Arcadia; e per verità le sue «rime» che si leggono a stampa, valgono forse più che le cabalette solite delle zampogne arcadiche.

L’istruzione continuò ad essere data unicamente dal ceto dei chierici, per tutto il secolo XVIII. Un rivolo da fonti laicali incomincia a filtrare dai tempi tanucciani: ma non si aprì un varco appariscente prima del Governo, che si disse «del decennio» quando cominciò, di regola, anche l’insegnamento dello Stato. Base dell insegnamento secondario continuò ad essere il latino; ma vi si aggiunse qui e qua un po’ di geografia, un po’ di matematiche; ma punto di storia moderna, poco o punto dell’antica; e delle discipline filosofiche quanto si credeva bastasse a spiegare la vecchia nomenclatura della scuola. Qualche sprazzo di greco, non rimase se non in qualche seminario; a Tursi, per esempio, che aveva in diocesi cleri di gente albanese. Nessuna istruzione alla donna, nè prima, né dopo: così per le minori classi del popolo, così, o con rara eccezione, tra le classi elevate. Dopo il 1830 l’orizzonte delle scuole laiche si venne allargando, e aggiunsero al latino lo studio della lingua patria; ma sì l’ombrosa vigilanza della polizia, sì l’angusto ambiente di una regione impervia e chiusa quasi del tutto ai materiali commerci, tenevano le scuole, di conseguenza, chiuse ai progressi delle idee e dei bisogni della civiltà.

Aumentarono gradatamente di numero, specie nella parte montuosa della provincia verso le valli dell’Agri e del Sinno, ove non era piccolo paese che non avesse una o più scuole d’insegnamento secondario, e talvolta anche professionali. Erano ingegni naturalmente svelti ed acuti, che per la picciolezza e l’isolamento del loco natìo non trovavano come altrimenti espandersi e rendersi utili, e si davano a spezzare in briciole il pane delle lettere e delle scienze. Ma scuole rette da un solo maestro, insegnavano la enciclopedia: di qua la debolezza intriseca loro. Pure riescirono utili; e più, in genere, apprezzate che non fosse l’insegnamento ufficiale dell’unica scuola dello Stato e dei molti seminarii; i quali sempre più declinavano nella stima pubblica quali istituti di educazione e d’istruzione, colpa l’ignoranza grande e l’avarizia maggiore dei vescovi, interpreti e complici alla politica dello Stato. Singolare eccezione, ma per brevissima durata, quello di Matera.

Chi non distinguesse istruzione da educazione non avrebbe da aggiungere altro a queste rapide linee di un quadro, che ci è forza di mantenere in proporzioni brevi e sommarie.

Le antiche scuole non attesero; non ebbero pensiero all’educazione dell’animo, non che all’urbanità dei modi; ma curando nei giovani alunni l’adempimento delle pratiche di pietà ordinate dalla chiesa, le vecchie scuole tennero di aver risposto all’obbligo virtuale di ogni insegnamento, che è etico, civile e scientifico. Dopo i rivolgimenti politici e sociali dei primi anni del secolo XIX, onde emerse il nuovo ordinamento della società contemporanea, un nuovo indirizzo s’impose a tutti; e le tradizioni del passato cessero, o si attenuarono. Non è dubbio che un’aura d’incredulità precoce aleggiò per le scuole; ove alle dimentiche o rimosse pratiche di pietà si sostituì il nulla. Il pubblico costume divenne più sciolto; e la scioltezza, per vario ordine di ragioni, diè in licenza.

Venne il periodo della reazione europea dopo il 1815; e si strinsero in pieno accordo Stato e Chiesa a salvare, come dissero, l’ordine sociale. Il grande inimico da tener d’occhio, il grande amico da carezzare era il pubblico insegnamento; e per esso indirizzare la gioventù della nuova generazione al rispetto delle potestà pubbliche, alla devozione per gli ordini stabiliti, all’odio della libertà che era sorella alla licenza. Ma l’immane cómpito andò fallito: il rispetto, la devozione e l’odio potè imporlo il gendarme; la scuola fu muta o vana. Tornati per forza alle pratiche di pietà, queste furono l’unica educazione degli animi; ma imposte per forza, mantenute dalla forza, ripetute per abito, non nobilitate dalla spontaneità, divennero formole e suoni; non scalfirono nè meno la superficie dell’animo: crebbero l’ipocrisia pubblica, o l’indifferenza pubblica.

L’insegnamento, d’altra parte, non restò che formale; e quello studio delle lettere, che ebbero il nome di belle e di liberali, perché erano fatte a liberar l’animo dalla selvatichezza della barbarie e dell’egoismo, e ingentilirlo con l’esempio del bello, quello studio, pure essendo unico cómpito delle scuole, restò non altro che esercizio di memoria, vacuo di contenuto; nè il maestro seppe discoprire luce di ideale all’occhio del discente, nè egli stesso l’avea visto mai. Mancava alla società ogni aura, di quel libero ambiente che vivifica e sana: era nella mancanza di ogni onesta libertà la radice prima di ogni pubblico danno. E allora apparve, suggellato dalla lunga consuetudine, il divorzio tra insegnamento ed educazione; e fu complice del divorzio il concetto teorico virtualmente ammesso da tutti, che l’uno era compito delle scuole, l’altra della famiglia.

Né la famiglia portò alcun rimedio, o fece atto alcuno di protesta, o levò alcun lamento contro questo sostanziale difetto di una funzione sociale, sì delicata e importante, quale è l’istruzione pubblica.

Il nuovo assetto degli ordini sociali, ai principii del secolo, era venuto creando una nuova classe di borghesi, che per numero, per operosità e per inframmettenza divenne in breve tempo la classe preponderante e dirigente. Gente nata il giorno innanzi, non aveva tradizioni domestiche, non usi e consuetudini gentili; né la mano del tempo aveva ancora levigata l’originaria ruvidezza loro dalla selva e dal macigno. Spente, o scomposte ed ecclissate, in una parentesi di trasformazione economica, le antiche famiglie civili e le non numerose signorili famiglie che vivevano ancora al cadere del XVIII secolo, la nova gente venuta su dalle industrie, dai traffici, dalle piccole professioni liberali, prese a rincorsa il campo; e quando arricchì, per merito o per fortuna di un lavoro assiduo o proficuo, si affrettò, sì, a prendere gli abiti esterni e le parvenze della nobiltà vecchia e spenta, ma lo spirito delle classi vecchie o nobili non giunse a compenetrarla. Crebbe la classe, estesa, prevalente ed assorbente dei «galantuomini» come si dissero; ma la classe dei gentiluomini non crebbe. Le antiche tradizioni delle famiglie signorili, la generosità, la lealtà, la rettitudine al di fuori ed al di sopra della legge scritta, la religione alla parola, il sentimento del dovere e quello del decoro, il rispetto di sè stesso, restarono, senza dubbio, doti di alcuni individui, patrimonio di qualche famiglia, segnati a dito; ma patrimonio di classi non restarono. Dal nuovo ordine di cose economico e sociale si era svolto prevalente uno spirito plebeo, un sentore di volgarità, che penetrava tutto e tutti: i nobili ridiventati ricchi, e i ricchi aspiranti a nobiltà restarono, nell’animo, plebe; e se parve non negabile progresso la coscienza del dritto svegliata, è forza aggiungere che la coscienza del dovere non sempre fu desta.

Di questi germi di barbarie sociale le scuole laiche non se ne proposero il rimedio; quelle dei seminarii li accrebbero. La scuola non conferì nessuno aiuto all’educazione pubblica.

Fortunatamente questa è eco di altri tempi, e quasi preistoria dei tempi nuovi: e dei tempi nuovi qui non si parla.

NOTE

1. Virtù — virtute; no, sì — none, sine.

2. Vedere, vedè; finire, finì; fuorché negli infiniti sdruccioli, e per leggere dice lêgge.

3. Ma il passalo remoto è usato poco.

4. Per esempio: Fudditi per fu, accudititi per accadde. — Vedi Parlari italiani in Certaldo nella festa del V centenario di M. Giov. Boccaccio. Omaggio di Giov. Papanti. Livorno, 1875, ove la parlata di Senise è scritta ed annotata dall’egregio professore GIUSEPPE FALCONE: e vedi inoltre l’Appendice III a questo volume.

5. Nel dialetto, Scèrpola è corredo di cose mobili o di ornamenti allo sposa, ma di poco valore; è detta quasi per isprogio. Parola frequente in documenti longobardici del 774, 853, 870, ecc. presso Lupi, Fumagalli, ecc. (V. Gloss. di Bluhme alle Leges Longob. IV, Mon. Germ. Histor.) — Frasciare è abortire, degli animati (legge 328 di Rotari). — Chiovo, in qualche luogo è il vomero dell’aratro (plovum nella legge 288 di Rotari) — Frisenga, è la porca giovine. — Gualano, bifolco o custode di un branco di buoi; ecc.

6. Nel dialetto: Miscisca, carne in conserva sotto aceto.

7. Vedi all’Appendice II in fine del volume.

8. Nel Capitolo III.

9. Sarebbero forse un’eccezione i quattro versi canticchiati in Basilicata, in Terra d’Otranto, in Napoli e in molte altre parti d’Italia, che cominciano

Non mi chiamate cchiu Donna Sabella, ecc.

che per l’accenno, nel quarto verso, alla Basilicata, parrebbero essere nati piuttosto qui che altrove? Qui, per vero, si ripetono a modo proverbiale anche oggi; ma io dubito che sia canto indigeno e proprio della provincia. Esso è riferito nella raccolta CASETTI-IMBRIANI (vol. II, pag. 428). — Si è disputato chi fosse la Donna Sabella così miseramente travagliata dalla fortuna: ed oggi parrebbe accertato che quei versi si riferiscano alla Regina Isabella di Lorena, moglie a Renato d’Angiò, la quale dal 1435 e il 1438 tenne testa nel Regno, virilmente guerreggiando, contro Alfonso di Aragona che alfine vinse (v. al cap. VII): ed ella perde tutto, e si ritrasse in esilio. I quattro versi si trovano già riferiti in un mss. anteriore al 1438. — Vedi nell’Archivio storico delle provincie Napoletane. Napoli, 1888, a pagine 623 e 624.

10. In dialetto: cosa-cosella.

11. Vedi Canti popolari delle provincie meridionali raccolti da ANTONIO CASETTI e da VITTORIO IMBRIANI. Torino, 1871. — In questi sono pubblicati della Basilicata canti di Moliterno, di Saponara, di Spinoso, di Latronico. — Per Matera v. Canti del popolo Materano annotati e pubblicati da LUIGI MOLINARO DEL CHIARO. Napoli, 1882. — Nella Lucania Letteraria, giornale settimanale di Potenza, dell’anno 1885, sono altri di Brienza, di Corleto Perticara, di Matera, di Picerno, di San Chirico Raparo, di San Mauro Forte, e alcuni di San Costantino in greco-albanese. — Canti popolari basilischi (!) di Maratea furono pubblicati nel GIAMBATTISTA BASILE, giornale di Napoli del 15 marzo 1885. — Tutti, da qualcuno in fuori, poco o punto notevoli.

12. È una notevole «ballata» (come si direbbe) che fu gà pubblicata da noi col titolo Fior di ulivo, nella raccolta CASETTI-IMBRIANI (pag. 192, del vol. I. Torino, 1871). Lo sposo tradito reclama dalla traditrice gli restituisca i regali di nozze, e ricorda gli orecchini elle gli costarono 36 zecchini, e l’anello, di cui dice:

«Chisto mi costa trentasei ascelli».

Così nella stampa, secondo il mio apografo ove non erano omesse le varianti (assurde ambedue) di «36 castelli e 36 vascelli». La vera lezione dev’essere «36 aucelle» perché aucella o cella era detta dal popolo una moneta che portava l’impronta dell’aquila, e fu coniata a’ tempi aragonesi. Nel 1468, 55 aucelle valevano un ducato di carlini 11 e gr. 4; nel 1537 le celle correvano ancora e per grano 1 ⅔ ognuna. Conf. FARAGLIA, Stor. dei prezzi. Napoli, 1878, pag. 38.

13. Secondo il censimento del 1881. E suddividendo per sesso, si hanno 77,03 dei maschi; 92,53 delle femmine. E secondo i distretti:

86,52 pel distretto di Lagonogro

85,49 id. di Matera

84,38 id. di Melfi

81,66 id. di Potenza

_____

85,18

Per la provincia di Cosenza si ha la proporzione di 86.36; di Catanzaro, 83.79; di Salerno, 80.04.

14. È nelle Epistolae di PIER DELLE VIGNE (lib. III, n. 14), una dell’imperatore, ove si legge: Tu judex, Jacobe Symbaldi, scholam Melphiae de terris tibi Capitanatae et Basilicatae justitiaratibus studeas ordinare.

15. V. Constitutiones synodales del vescovo Branciforte. editae 1660… Questo libro porta in fronte la data di Melphiae, episcopali palatio, ex typografia haeredum Laurentii Valerii, 1661, superiorum permissu. Non pare potersi dubitare della ignota esistenza di cotesta tipografia melfitana: l’ARANEO accenna ad un altro libro che era l’Officium sancti Alexandri martyris, patroni principalis civitatis Melphiae, stampato nello stesso anno 1661 e nella stessa tipografia. Op. cit. pag. 183.

16. ARANEO, Stor. di Melfi, pag. 481.

17. Conf. Statist. del Regno d’Italia. Le opere pie al 1861, vol. IX. Compartimento di Basilicata. 1871.

18. Da schede notarili del 1630.

19. GIUSTINIANI, Diz. geogr. ad v. — Non debbo omettere che in Ruoti vennero ad abituro gruppi di dalmati schiavoni.

20. Da bolla del vescovo del 1502, in copia presso di me.

21. Da memorie mss.

22. In SACCO, Dizion. geograf. storico. Napoli, 1795.

23. Vedi Not. stor. della città di Matera, di G. GATTINI (Napoli, 1882), pag. 464.

24. Verso il 1730 a Vignola, che era un paese di circa 4,000 abitanti, numerava 70 preti, e 150, dico centocinquanta, chierici! Lo afferma il GATTA che scrisse nel 1732 le Memorie topogr. stor. della prov. di Lucania, a pag. 342. — Nel 1729 Moliterno, paese di un 2,000 abitanti, aveva 31 preti, 4 suddiaconi e 6 acoliti: super giù la stessa proporzione. Così a Saponara nel 1742, che erano 32.

25. Conf. GATTA, Memor. topogr. stor. di Lucania. Napoli, 1732, pag. 260 e 138. E vedi del vol. I capitolo penultimo.

26. Memorie mss. del 1765.

27. La vita di Giambattista Pignatelli, principe di Marsiconuovo, scritta dal P. SAVERIO SANTAGATA, sacerd. d. C. di G. libri 4. Napoli, 1751.

28. Ad una parete interna del palcoseonieo di questo teatro si leggono ancora, scritti sull’intonaco, i «Programmi», ovvero i titoli delle commedie cerloniane e i nomi dei signori che lo rappresentavano. Si scrissero inoltre, a conforto dei giovani attori, un «Memento» di precetti dell’arte drammatica; che non sarà inutile di riferirli qui, a documento della cultura del tempo e del luogo:

«Avvisi a ben incitarsi. — Il suggeritore non si faccia udire dagli ascoltatori. — (L’attore stia) in carattere, e stia fermo col corpo e coi piedi. — Gestisca con la mano destra, raro colla sinistra, e con ambe se impeto di collera o contesa, o esclamazione lo richiedesse, e con cui (?) comincia con quella il periodo terminar si deve. — Badi con cui fa scena, da cui non si distragga con gli occhi e con la mente. — Reciti con voce forma e naturale, andaggio: ma non troppo. — Badinsi sopratutto alle ultime sillabe. — Fuori cantilena o declamazione. — Cangi voce o gesti secondo il senso delle parole. — Cambisi ed acceleri la voce nelle parti di forza. — Chi fa da donna stia col petto verso l’udienza. — Stia accorto all’uscire ed entrare di scena: ed avrà il viva».

Vedi nella Lucania Letteraria, giornale di Potenza del 1885, l’articolo Moliterno, a pag. 110.

29. Memor. topograf. stor. della provincia di Lucania, raccolte da COSTANTINO GATTA. Napoli, 1732, pag. 227-8 e 233-4.

Quando Carlo III, ai primi tempi del suo regno, venne in Matera,«assisté ivi con piacere — dice il suo storico (Giorn. stor. del SENATORE, ap. GATTINI, Op. cit. pag. 147) — ad una commedia rappresentala all’impronta»: ma se rappresentata dai gentiluomini materani lo storico non dice. — A Latronico, nel 1770, alcuni cittadini ebbero il permesso di mettere in iscena la commedia sacra intitolata Il simbolo della Grazia, ovvero La Casilda, del dottor Filippo Itto, «che viene diretta alla perfezione del buon costume» dicono le carte della Giunta dei teatri che ne diè il permesso (ap. B. CROCE, I Teatri di Napoli. Append.) — Fra i titoli di «farse» di Pirro Antonio Caracciolo, contemporaneo del Sannazzaro, trovo riferito questo: «Farsa composta e recitata per Pirro Antonio Caracciolo al cospetto della illustrissima principessa di Bisignano Insenise (sic), in persona di un turcomanno». Credo sia appunto il paese di Seniso, che sino al secolo XVI fu un feudo dei Bisignano. (In Studii di stor. letteraria napolet. di Francesco Torraca. Livorno, 1884, pag. 70).

CAPITOLO XVI

L’ANNO MILLESETTECENTO NOVANTANOVE

Il secolo XVIII ebbe l’epilogo, per lo Stato di Napoli, in un anno glorioso e terribile: glorioso, perché spezzò il guscio onde schiuse lo spirito della nuova età, che fu spirito di libertà e di uguaglianza civili; terribile per la immane catastrofe, che emerse dal contrasto tra lo spirito delle due età.

Cessato che fu il governo dei viceré spagnuoli e austriaci dopo due secoli e mezzo, surse da condizione di provincia ad autonomia propria lo Stato di Napoli, e si avviò a nuovi e più civili ordinamenti, che, pure tardamente svolgentisi, venivano elevando man mano il livello della cultura pubblica, dell’economia nazionale, della pubblica prosperità. Che la Basilicata, per la sua lontananza dalla città capitale dello stato, (irta qual era di monti e di boscaglie, rotta da fiumi indomiti e sciolti, impervia, e senza alcun ragionevole approdo su breve costa di mare) avesse poco o punto tratto profitto, per mezzo secolo, dalle mutate condizioni politiche del reame, è vero: ma ciò non toglie che quell’onda quantunque lenta di progressi non avesse potuto giungere anche a piè dei suoi monti, secondo che crescesse per tutti il livello delle acque. Strade dall’arte aperte pei traffici non ebbe, fuorché le naturali su per il dorso dei monti, fino a tutto il secolo decimottavo; e non fu se non nell’ultimo quarto di quel secolo che si videro decretati anche per essa alcuni minori centri di pubblico insegnamento civile, a pubbliche spese: ma i nuovi ordini politici, i migliori ordinamenti economici circa la proprietà, le imposte, i commerci erano condizioni di vita favorevoli per tutti ai progredimenti civili.

La catastrofe del 1799 avrebbe gettato lo Stato di più secoli indietro, se lo spirito che la produsse avesse durato; ma fortunatamente non durò. Lo spirito dei nuovi tempi rigermogliò, per pubblica fortuna, ai principii del nuovo secolo, il quale può dirsi che ebbe per primo suo anno l’anno 1799. E gli eventi di questo anno ebbero per la nostra regione svolgimento di fatti, che se pure tristi o lieti alla civiltà, è debito e pregio di venirli ricordando con quelle particolarità che si può maggiori.

La morte violenta di un oscuro segretario di ambasciata, che è famoso in Italia sotto il nome di Ugo Basville, trasse in Roma il generale Berthier, che in nome della repubblica francese vi proclamò la repubblica romana. Il re di Napoli, che aveva fatto contro la Francia trattati di alleanza e preparativi di guerra a difesa e ad offesa, spinge innanzi l’esercito ed occupa Roma. Comandava l’esercito napoletano il generale austriaco Mack, che avendo sparpagliate le forze di qua e di là in piccoli gruppi, questi al primo scontro non resistono e si dileguano. Quindi il re abbandona Roma in fuga precipitosa; i francesi, al comando di Championnet, gli vengono alle reni: ed egli, giunto in Napoli, si imbarca con la famiglia e la Corte sui legni che erano in rada; lascia vicario generale del regno il generale Pignatelli; ordina si bruci tutto il naviglio dello Stato che è nelle acque di Napoli, e si ritira in Sicilia.

Napoli è in preda e preda di quarantamila lazzari in armi, che saccheggiano, incendiano, uccidono e si battono anche, in nome della santa fede, con ardimento e tenacia che dà pensiero ai Francesi, già arrivati alle porte della città, ma che in poco numero tentennano. Questi occupano intanto le alture che cingono la città, e afforzati dai cannoni di Castel Sant’Elmo, che per un ardito colpo di mano era già in potere ai patrioti, vengono a sboccare in città. Una colonna di soldati francesi e di cittadini comandati da Kellerman, che era preceduta (dice una carta anonima del tempo)1 dal più gran patriota, il prete aviglianese Nicola Palomba, con lo schioppo in mano, scende dal colle di San Martino; e attraversando la città va ad occupare Casteluovo. Qui innalza la bandiera dai tre colori, bleu, rosso e giallo, a mezzo il giorno del 23 gennaio dell’anno 1790. Ha quel momento si può dire occupata la città.

Il giorno 24, con editto che porta la data del «secondo giorno della Repubblica Napoletana» si ordina la consegna delle armi, e viene costituito un governo provvisorio ovvero, come era detta, la «rappresentanza nazionale della Repubblica» di venticinque cittadini. Questa si suddivide in cinque comitati, e fra i venticinque fu Mario Pagano. Il generalissimo Championnet elegge la «Municipalità» ovvero il consiglio del Comune, di venti membri; tra cui è l’avvocato Carlo Magno di Lauria: e come il Consiglio si insedia, arriva il generalissimo, e pronunzia un discorso, ove era detto che da quel solenne momento

«i Napoletani erano liberi; godessero dunque di tanto prezioso bene; e questo era l’unico prezzo che il governo francese intendeva di ottenere dalle conquiste».

Belle e generose parole, cui tenne dietro l’ordine reciso e prosaico alla città capitale di pagare 10 milioni di franchi, e alle provincie 15 milioni: il tesoro francese ne aveva bisogno per mantenere l’esercito! ed erano, per vero, stati già convenuti nell’armistizio di Sparanise.

Partono per le provincie i commissari «democratizzatori» come li dissero, agl’intenti (scrive il Coco) di organizzare i popoli e rendere gli animi repubblicani. Facile còmpito e spiccio! se poteva assolversi, a quanto pare, con rizzare su per le piazze dei paesi l’albero della libertà imberrettato, con designare un collegio di elettori i quali nominassero a loro volta i novelli municipii, e con aprire la iscrizione delle milizie cìviche.

Giovani ardenti di patriottismo ebbero o tolsero l’incarico di Commissari per le comunità: ma per gli spartimenti territoriali maggiori si ha notizia che fu nominato quale commissario pel dipartimento del Bradano quel Nicola Palomba testé ricordato, che non era giovane, ma che aveva della gioventù l’ardimento, l’impeto, l’irrequietudine, la fantasia accesa e più forte della ragione. Era nato il 1746, e fu prete. Rappresentò nel dramma della repubblica una parte non ultima, e in qualche rincontro non bella ma leale; e dando il nome alla storia, fu prodigo della vita alla causa della libertà.

Le notizie dei grandi avvenimenti della città di Napoli arrivarono prima a Potenza, poi a Matera. A Potenza il 3 febbraio si innalza l’albero della libertà e si acclama la repubblica al grido popolare di «Francia dentro e Ferdinando fuori»; a Matera il giorno 9.

A Potenza era vescovo Andrea Serao, un dotto uomo che già con gli scritti aveva sostenuti i dritti del principato contro lo pretese feudali di Roma sul regno di Napoli: dalla Curia era detto Giansenista; non pertanto, benché a malincuore, fu lasciato consacrare vescovo nel 1783. Dopo gli eventi che narreremo, egli fu tenuto, ancorché vescovo, ascritto alla società dei frammasoni da coloro, amici o inimici della rivoluzione, che credettero o vollero far credere il grande fatto come un prodotto della Masoneria. Io non piego il capo a tanta potenza del famoso sodalizio, in Napoli più che altrove; ma è certo che il Serao, dotto uomo quanto pio, e se filosofo, sacerdote non empio né libertino, aderì di buon animo al nuovo ordine di cose; accettò anzi speciali incarichi dal Governo provvisorio di Napoli, nel quale erano di antichi suoi amici. Egli dunque fu, non so se legale, ma di certo autorevole rappresentante del nuovo governo nella città di Potenza; e a’ suoi consigli e all’autorità sua si ordina la rappresentanza del municipio e un simulacro di guardia cittadina a mantenimento dell’ordine. A presidente della «municipalità» fu eletto l’arciprete della città e vicario del vescovo, Don Domenico Vignola; e tra gli altri membri, tratti dalle varie classi del popolo, era un frate, il Padre Cherubino da Potenza; e, giova notarlo, un gentiluomo d antica famiglia cittadina a nome Nicolò Addone: tutti, e preti e frati e artefici e signori, di liberi spiriti e aderenti al nuovo ordine di cose.2

La proclamata repubblica, sciogliendo gli antichi ordini, sciolse a un tratto quelle squadre di campagna e di fucilieri, che presso le Udienze delle provincie erano le sole forze militari a guarentigia dell’ordine pubblico addette agli ufficii di polizia; e pertanto invise e date in caccia nei sùbiti rivolgimenti popolari. Di tale genìa di sbandati scioperanti erano arrivati a Potenza alcuni in cerca di lavoro o di limosine; e di costoro e di tali altri che vivevano nella città, scherani e bravacci più che soldati, fu composto il primo nucleo di una guardia cittadina a mantenimento dell’ordine. La tradizione paesana li dice calabresi, concittadini del vescovo che era di Castel Minardo, oggi Filadelfia; ma alcuni solamente erano del Cosentino, i più di altre origini.

Il passaggio dal vecchio al nuovo ordine di cose era troppo profondo, e fu troppo reciso e impreparato negli animi; pertanto sursero presto manifestazioni di opposti sentimenti, e quegl’impeti di contrarii moti che il linguaggio della politica usa significare col motto di reazione. Allora li dissero «insorgenze». Non passa che appena qualche settimana dalla acclamata repubblica nella città di Napoli, e sbarca solo in Calabria il cardinale Ruffo, e inizia il moto singolare e leggendario della controrivoluzione. E mentre egli manda encicliche, delegati e messi secreti ad annunziare, a fomentare, a infocolare gli animi, e vien raccogliendo i primi nuclei delle sue bande che diverranno famose, si diffonde per la provincia di Lecce e per la prossima Puglia la notizia che è ivi approdato e già percorre il paese il principe ereditario, figlio di re Ferdinando, con schiere dì soldati russi. Era invece il còrso De Cesare con l’altro avventuriero Boccheciampe, che rappresentavano la farsa dei Menecmi; ma la farsa non fu scoperta se non tardi; allora essa corse stimolo a fare e fondamento a sperare in tutti gli inimici del nuovo reggimento. Questi fatti predisposero per le Puglie e per la prossima Basilicata i conati alla controrivoluzione, prima che altrove; e crearono l’ambiente che maturarono i sanguinosi frutti del 24 febbraio in Potenza e del 9 marzo a Matera.

Il 24 febbraio, e vuol dire dopo soli ventuno giorni da che venne proclamata la repubblica nella città di Potenza, un gruppo d’infima gente, che aveva a capo quei soldati fucilieri delle regie Udienze già messi dal municipio nella guardia cittadina dell’ordine, schiamazzando per le vie «abbasso la repubblica e morte ai Giacobini» va in piazza, e abbatte l’«albero della libertà»; quindi volge verso il palazzo episcopale, e irrompe nel quartiere del vescovo Serao. Egli era ancora in letto, e, con il libro aperto tra le mani, recitava l’ufficio. Si spalanca l’uscio; e a lui che chiede: «che cosa volete?» il primo dì quei ceffi, tra un misto di riverenza o di cruccio, risponde: «Monsignore, il popolo ti vuole morto»; e parte un colpo di pistola, che ferisce il vescovo. È fama che la vittima, levando la mano in atto di benedire, «vi benedico» mormorò; e cadde spento.

Il palazzo è messo a ruba; la testa è spiccata dal busto, e con questo sanguinante trofeo andranno per le vie della città; ma passano alle prossime case del seminario, ov’era preside Antonio Serra, che vi è trucidato; né mai fu nota la ragione di tanto cruccio contro costui, che non era della città, non votato ad ire municipali, non ricco. Procedono oltre, e già il rivolo diventa fiume, poiché la plebe accresce il manipolo degli uccisori e l’onda dei saccomanni; salgono a rapina sulle case dei ricchi di qua e di là; poi si rovesciano alle case dei fratelli Siani, ove questi asserragliati tentano di resistere; ma il fuoco appiccato all’uscio di strada apre la via all’orda dei manigoldi, che uccidono i due fratelli Giovanni e Nicola Siani.

Padroni della città, restaurarono il vecchio governo; ma per verità, se pure copertamente istigati da rancori di parti municipali, nessuno dell’alta cittadinanza s’unì all’informe massa di plebe vincitrice; e l’efimera restaurazione non ebbe seguito.

Ma ebbe seguito la tragedia del 24 febbraio con altra bieca tragedia, il 27.

Questo giorno i capi dell’orda assassina sono invitati in casa Nicolò Addone, a un desinare d’onore per le geste perpetrate, ed a spartire certo gruzzolo di quattrini, che dicevano raccolti tra la cittadinanza a schermo di futura tranquillità. Vi convennero sei della banda dei sicarii: e tutti sei furono spenti di coltello e di scure nelle stanze dell’Addone da lui stesso e da un’altra mano (è forza dirlo) di sicarii e compagni. Poi, altri parecchi furono colti ed uccisi per le vie della città dalla stessa mano vendicatrice. Tra lo sgomento e il sospetto di tutti, l’Addone con i suoi armati va in volta per le vie della città a mantenere l’ordine; e il governo della municipalità rivive.3

È stato variamente non giudicato, ma spiegato questo tragico evento d’una nèmesi espiatrice. Le intense gare cittadine, i rancori di famiglia, le passioni dei partiti politici, il mutare degli uomini e delle parti nel corso degli anni e secondo altri momenti della storia, questi ed altri sentimenti vennero addensando tenebre sul fatto e sulle intenzioni del fatto: tenebre che i rancori dei nipoti e delle parti municipali non diradano, ma accrescono. Dicono che l’Addone, già segreto istigatore ai tumulti ed ai corrucci del giorno 24, avesse voluto, spegnendo i sicarii, rimuovere le prove della colpa; ed è giudizio improbabile: l’Addone era dell’amministrazione municipale, cioè del nuovo governo repubblicano:4 quale ragione adunque contro il nuovo governo? Alla restaurazione borbonica egli esulò; e non fu di ritorno che con la dinastia dei Napoleonidi nel 1806; e allora ottenne uno degli uffizii più largamente retribuiti della provincia.

Altri dicono, che dalle propalate voci della banda omicida era minaccia e sospetto di altre tragedie, imminente quella degli Addone; e questi volle prevenirli; e li prevenne con risoluzione istantanea, con esecuzione fulminea pari al soprastante pericolo. Ed è più verosimile.

Né, a sostegno dell’accusa, vale il richiamare alla memoria la parte non bella che l’uomo rappresentò ai mutamenti dello stato, quando cadde il regno di re Gioacchino; né il ricordare fatti a cui accennano le gravi parole del Colletta, che scrisse: «l’età nostra lo vide accusatore calunnioso di delitti di lesa maestà a pro dei Borboni e a danno degli onesti cittadini». Tra le due epoche intercede poco meno che un quarto di secolo. In tanto moto di eventi erano mutati interessi, e quindi sentimenti e credenze e parti: poiché tale è l’umana natura cupida e instabile, e instabile perché cupida. Qui si parla dell’uomo del 1799, non del 1821.

A Matera l’albero della libertà venne innalzato il 9 febbraio. Il giorno dopo elessero in pubblico parlamento la nuova amministrazione comunale o «municipalità», presidente l’avvocato Fabio Mazzei. Ma città contermine alla terra di Otranto, ove i Corsi avevano iniziato un moto di reazione, nonché prossima alle spiaggie del mare, ove gli Inglesi e gli agenti del re di Sicilia spargevano proclami, emissarii e speranze, Matera, già messa in avviso dai segreti messi del Cardinale, non durò neppure un mese favorevole al nuovo reggimento. E quando si seppe come egli fosse entrato il 1º di marzo in Monteleone, che era importante città della Calabria, e come i popoli l’accogliessero festanti e lo seguissero in armi, gli animi degli aderenti al caduto governo si sollevano; le plebi fermentano, e Matera torna all’antico. Il giorno 6 di marzo, alle ore 22 d’Italia (dice un testimonio oculare, che ne tenne memoria) gli armigeri della regia Udienza recidono in Matera l’albero della libertà, e portano «in giro per le piazze, con feste, spari e tamburi, inalberate le regie bandiere rosse e bianche, coll’ingiunzione a chicchessia di sostituire alla coccarda tricolorata blu, rossa e gialla, la pura rossa». Il giorno che segue viene rieletta in pubblico parlamento una novella amministrazione comunale. Ma i torbidi umori della reazione non tardano a venir fuori; incarceramenti di cittadini e rapine incominciano: dileguano dalla città il Preside Blanch, i magistrati, l’Arcivescovo. «Questi armigeri (soggiunge lo scrittore ora ricordato) resisi con insolenza padroni della città, eransi già messi in comunicazione tanto col Cardinal Ruffo nella Calabria che con gli Anglo-Corsi nelle terre di Bari ed Otranto. Palasciano, Mottola, Grottole, Miglionico spedirono i loro contingenti armati (in Matera); fin Taranto si prestò, e ai 25 marzo fece entrare 25 artiglieri con tre pezzi di cannoni nella città, ove presero quartiere nel seminario. Benché ciò fosse opera di birri, pure — conchiude lo scrittore, testimoniando dell’opinione pubblica della città — non venne anche dai buoni dissentito».5

Anche la città di Melfi, dopo pochi giorni che vi fu proclamata la repubblica, vide un’impronta reazione di infima popolaglia, che abbatté l’albero, e mise a ruba le case dei Grimaldi e dei fratelli Colabelli, segnalati capi dei democratici: ma il tumulto quetò presto; e l’albero tornò in piedi senz’altre offese, fino all’arrivo del Cardinale, che fu segnale di sciogliere il freno alle ire paesane.6

Una trista efflorescenza di popolari tumulti emerse presto e si diffuse spiccatamente per le parti del Melfese. Oltre a Palazzo, che ebbe il vanto di dare il primo numero alla serie, nel giorno 9 febbraio, trucidando un ufficiale pubblico, abominosi fatti di sangue avvennero a Bella nel giorno, rimasto ivi memorabile, del 3 marzo. Il moto partì dalla chiesa, ed a colpi di schioppo cadde ucciso l’arciprete Sansone e il suo accolito all’altare; e dalla chiesa proruppe al castello che male fu di schermo ai signori; dodici dei quali caddero nel sangue il primo giorno, ed altrettanti il giorno dopo; e tra questi la baronessa Anna de Falco, veneranda per antica età e spettabilità di famiglia.7 A Muro, già mal disposto l’ambiente da un focoso e violento parroco,8 si venne a fatti di arme; però i signori in fascio tennero a freno le bieche cupidigie della plebe. Ma al prossimo Castelgrande l’11 marzo eruppero più tristi fatti, più larghi eccidii, tra cui quello della signora Rosa Gasparini.9

Lo stesso Avigliano, che fu tanta parte nella difesa della libertà, ebbe nel primo tempo perturbamenti del minore ceto del popolo minaccioso; finché la «Municipalità» sollecita non soddisfece ai vecchi desiderati popolari per vantati suoi diritti sulle terre feudali di Casa Doria. Il rimedio eroico e gracchiano portò dipoi la vigorosa adesione della numerosa classe popolare ai sentimenti della classe superiore di una cittadinanza altamente degna del ricordo della storia, per l’impeto e la perseveranza con cui difese la causa della libertà.10

Non sarebbero stati, di per sé, gran fatto temibili questi parziali movimenti di popolo contro il recente ordine di cose se non avessero avuto radice e sostegno sia nel fatto, già di pubblica fama, di un esercito regio che veniva dalle Calabrie al comando del Cardinale mandato dal Papa e a difesa del re, sia nei vivi incitamenti di emissarii, precursori, a breve passo, di altre forze del re, partite in grandi masse dal prossimo Cilento dell’attigua provincia di Salerno.

L’esercito del Cardinale comincia come palla di neve, e pure lentamente avanzando, diviene valanga. Esso procedeva, come diremo, dalle Calabrie accennando alle Puglie, per le spiaggie del Ionio: ma per le spiaggie del Tirreno, mandò, coll’aiuto delle navi inglesi, le molte centinaia di galeotti sferrati dagli ergastoli di Sicilia, perché fossero nucleo all’esercito della Santa fede che i vescovi di Policastro e di Capaccio erano intesi a raccogliere per l’aspro Cilento. E in questa regione segnatamente, intorno ad emeriti briganti già guardiani di porci, a scaltri merciaiuoli ambulanti, a sbirri dello regie Udienze messi forzatamente in vacanza, a piccoli, come erano detti, nobili — viventi, che non avevano a vivere né arte, né parte, si aggrupparono le bande numerose. Ebbero imposto a loro primo obbiettivo di guerra quello di guardare il fianco sinistro dell’esercito porporato che avrebbe proceduto lungo l’Ionio; sia, opponendosi alle forze che venissero da Napoli contro di esso, sia reprimendo e sollevando amici e nemici alla causa del re, per l’alta e montuosa Basilicata. La marcia del Cardinale tendeva alle Puglie, ove gli alleati del re, turchi e moscoviti, avrebbero sbarcate truppe di ordinanza.

Queste varie e piccole «masse» raccolte pel Cilento, si aggrupparono in due maggiori corpi: l’uno con a capo Rocco Studuti, passò, al cadere di marzo, dal vallo di Policastro, per le vie di Lauria e di Lagonegro, nel vallo di Marsico che è tutta l’alta valle del fiume Agri; l’altro con a capo Gerardo Curdo, famoso nel nome di Sciarpa, di Polla, tenne a scorrazzare per la parte montuosa, donde, ai due versanti, discendono il Sele, il Platano, il Tànagro, il Calore da un lato, e dall’altro il Basento. Ebbero a minori capi: Nicolò Tommasini per la valle di Sant’Angelo a Fasanella, Antonio Guariglia, Vito Nunziante, ed altri. I fianchi dirupati dall’alto Alburno, le strette di Campestrino, le gole del monte Marmo, onde è dato passare dalla regione piana del salernitano alle zone montuose della Basilicata, furono campo di osservazione e punto di espansione di queste turbe, di contro alla confinante Basilicata.

Alle avanguardie de’ loro primi briganteggiamenti rispose il 24 di marzo S. Chirico Nuovo, piccolo paese di genti albanesi di origine, che innalzò le insegne del re, e tornò clamorosamente al vecchio ordine di cose. Parve alla parte liberale della provincia tale uno scandalo che meritasse una repressione ad esempio.

E in quest’ufficio di pubblico giustiziero all’offesa libertà, emerse la città di Avigliano: surse, operò, fu riconosciuta a capo della parte liberale della provincia, ed a capo di essa parte Michelangelo Vaccaro. Alle nuove di S. Chirico insorto cento militi scendono armati nella piazza di Avigliano, e un pelottone di preti armali tra essi: un altro prete, nei paramenti di rito, benedice alla bandiera ed alla gente in arme. Si parte; e la squadra ingrossa dei contingenti di Pietragalla, Cancellara, Ruoti, Oppido, Tolve; anche Grassano e Tricarico convennero, e piombano sul paese, che era già deserto. Qui la repressione fu, lo dirò, esagerata e deplorevole; ma parve ad essi fazione di giusta guerre, che ha le sue leggi, non scritte ancora nei codici delle genti, ma vecchie, pur troppo, di mille e mille anni!

Questa fazione di guerra fu il primo germe o la prima manifestazione di quella, come fu detta nei ricordi scritti del tempo, concordia, o lega di amicizia, o federazione di comunità, a patti di reciproco aiuto ed a difesa della libertà. Non esiste il protocollo della sua nascita, ma Avigliano ne fu nucleo e centro; e non fu vana mostra di forze in parata da guerra, pigra o contumace alle necessità ricorrenti del momento. Surse da prima a giustizia dell’offesa pace pubblica; si svolse o costituì a difesa del minacciato nuovo ordine di cose. E questa «concordia» delle comunità dell’alta Basilicata fu quella che faceva scrivere al cardinale Ruffo: «egli sperava che la venuta dei Russi nelle parti di Puglia avrebbe fatta crollare la costanza dei montagnoli della Basilicata»11 e fu quella lega che dà ragione alla parola enfatica di Coco che saluta «il dipartimento più democratico della terra» difendente la causa della libertà con le forze di Avigliano, di Potenza, di Muro, di Tito, di Picerno, di Santo Fele.12

Intanto, e volgendo la fine di marzo, Rocco Studuti penetrava con le sue bande nell’alta valle dell’Agri,13 non vi incontra resistenza, e nei paesi d’intorno rialza le insegne reali. E lo Sciarpa, da Polla, si spinge, il 4 aprile, a Vietri di Potenza, a S. Angelo Le Fratte, a Pietrafesa: e il giorno 13, con turbe cresciute di numero, si presenta contro Tito; ma ne furono respinte. Tornano all’assalto il giorno dipoi esse e molto contadiname di Pietrafesa; e questo, con a capo un prete, entrano nel paese, abbattono l’albero esecrato, e numerosi ammazzamenti, incendii e saccheggi in quel giorno e nei seguenti;14 fin quando, verso il giorno 20, intenti ancora i conquistatori dell’albero di Tito a trafugare le masserizie rapinate, ecco arrivare Avigliano e Picerno, con a capo i fratelli Vaccaro; che fugano le turbe sanfedistiche, rialzano l’albero; rimettono l’ordine, e fatti qualche prigioniero e due cannoni presi alle bande del Curcio, irrompono alla volta di Pietrafesa. E qui molti furono i morti e non poco il bottino, il quale fu venduto a pubblico incanto in pagamento dei soldi agli armati. Ben dolorosa memoria per Pietrafesa l’atroce «settimana di S. Marco»! né lieto ricordo a noi di lotte fratricide!

Questi gl’interni turbamenti cittadini durante il mese di aprile, quando il Cardinale e il suo esercito era ancora per le parti di Calabria. Da qui egli mandò, dopo molti emissarii e proclami, un primo corpo a sua avanguardia in Matera; erano un quattrocento armati al comando di un capitano o colonnello prete, il canonico D’Epiro; e furono acclamali ed incontrati fuori la città, il 13 aprile, dai cittadini in festa e dai santi della Chiesa in effigie. Ed ebbero forse ragione di acclamarli i primi, poiché gli armigeri interni mantenevano tutti in sospetto. D’altra parte, per tutte le città minori o maggiori del Materano, dopo che il capoluogo ebbe restaurato un simulacro del vecchio governo, era un turbamento immanente per vivo accanimento di parti ed erompere di violenze a fine o di abbattere l’albero democratico, o di mantenerlo o rimetterlo in piedi, secondo che giungessero notizie dell’appressarsi dei regii dalle Calabrie o dei francesi dalle Puglie, che poi non vennero mai.15 Qui piccole e disgregate forze liberali, mancò ivi un centro di resistenza o d’iniziativa, come non mancò per la parte montuosa della provincia stessa, che preoccupava (e lo abbiam visto) il Cardinale.

Il quale al cadere di aprile tocca il confine di Basilicata a Rocca Imperiale. E la crociata, bandita, predicata, sollevata dall’uomo, è necessario che prenda il posto che le è dovuto, nella nostra storia, che resterebbe un monco episodio e inesplicato senza un’adeguata notizia di esso.

Egli era sbarcato sulle coste di Calabria il giorno 8 febbraio, col proposito d’iniziare la controrivoluzione al governo della repubblica poco innanzi proclamata. Raccolse pochi vassalli e gli armigeri dai feudi di sua famiglia; gli si aggiunsero vecchi soldati in congedo; e poté muovere i primi passi da Bagnara con un esercito di alcune centinaia in armi. Per lettere private e pubbliche, come cardinale di Santa Chiesa e vicario del re, si indirizza ai vescovi, ai parroci, ai popoli, invitandoli a concorrere con essolui alla difesa della fede cristiana e dei diritti del re. Vescovi e parroci commuovono i loro ovili, o mandano senza indugio alla posta data in Palmi bande di gente in armi e senz’armi, precedute dalla croce inalberata, condotte da preti e da frati. In Palmi ebbe da Messina due cannoni; altri due vecchi arnesi gli vennero dal castello di Scalea col parroco della città. A Mileto il 24 febbraio crebbe l’esercito di altre centinaia, in armi. Uno spirito tra il religioso e il politico moveva quei primi passi delle turbe: ben presto vi si aggiunse lo spirito di cupidigia o dell’interesse; e l’impresa divenne un affare di borsa e un affare di coscienza, una crociata facile e promettente, che principia intanto con la caparra di una mercede quotidiana sicura ai crocesegnati tolti alla marra. Furono di nucleo a queste masse i soldati sbandati dall’esercito regio, le squadre delle regie Udienze sciolte, e la gente d’armi dei baroni: vennero dipoi ad accrescerne il numero le masnade dei forzati tolti agli ergastoli per ordine del Re, e da navi inglesi trasportati sulle spiagge di Calabria e poi del Cilento. In breve tempo il Cardinale poté raccozzare un esercito poco armato, punto ordinato, ma numeroso e disposto così a cantare il salterio, come a riempire il sacco dei ladri. E a battezzarlo per un esercito ammodo, fa mettere la croce nel campo della bandiera; una croce di nastro bianco al berretto d’ogni assoldato: e a tutta la ciurma dà il nome di «armata cristiana e reale» che invece la storia mutò in quello che le è rimasto della «Santa Fede».

La grande accolta di gente nel campo di Palmi gittò la trepidazione e lo spavento nei paesi circostanti. Comincia il fermento e i tumulti nelle plebi; i patrioti, di poco numero dovunque, balenano; i governanti dei municipii si eclissano; le città già democratizzate ritornano a «regalizzarsi» come diceva con brutta parola il linguaggio del tempo. Monteleone, che era primaria città del Catanzarese, alla notizia della marcia del Cardinale, apre le porte prima che arrivi, e questi vi entra il 1º giorno di marzo e vi riscuote diecimila ducati di taglia: altri quattromila da Maida. I paesi circostanti fanno adesione; anche la non prossima Cosenza poco di poi si «regalizza» che l’esercito cardinalizio era ancora lontano; ma operava per esso la voce dei vescovi, dei parroci, dei frati, e, più di tutto, la ecclissi del governo di Napoli, di cui non si aveva notizia di forze, non speranza di soccorsi o di aiuti. Ma il Cardinale non s’indugia; e da Monteleone annoda trattative perché insorgessero le marine del salernitano, specie il Cilento; e qui trova i due luogotenenti, poco men di lui famosi e attivi, o come lui prelati, il vescovo di Capaccio, Turrusio, e il vescovo di Policastro, Ludovici, che fecero pel salernitano quello che egli per le Calabrie, o poco meno. Ai loro ordini mandò ivi, su legni inglesi, quel migliaio di galeotti, che la Corte avea tolti ai bagni di Sicilia e spediti in Calabria, e il Cardinale allontanava da sé per pudore delle impronte scelleraggini loro. Mandò inoltre una grossa partita di armati a bloccare Catanzaro, capitale della provincia, ove si erano raccolti i patrioti della regione, che abbandonavano insecuri i loro piccoli paesi. Ma questi non ebbero o forza o fortuna a contenere che non scoppiassero i torbidi umori serpeggianti nelle masse popolari : un gruppo di cospiratori, che altri non erano se non una mano di birri delle regie Udienze, aprono di notte una porta della città, e mettono dentro una schiera di quelli che erano di fuori. Così Catanzaro è presa; o, a dir meglio, presi, uccisi o fuggiti i patrioti, e la città saccheggiata; non tanto quanto sarà fatto di Cotrone e d’Altamura, ma a un dipresso, a mezzo sacco, a mezzo sangue. Nessuna capitolazione adunque; ma un colpo di mano.

Il fiume ingrossa ed allaga. La fortuna aiuta il Cardinale, ma anche il senno; poiché, è forza e giustizia il riconoscerlo, ebbe grandi qualità organatrici, e le qualità superiori dell’uomo di Stato; e se non avesse sostenuta la causa del dispotismo contro la libertà, sarebbe stato degno di altra fama nella storia; la quale se non può lodarlo deve fargli giustizia.

Cotrone era una piazza forte, ed aveva, per giunta, un presidio, per vero non grande, di Francesi. A bloccare la piazza il Cardinale manda un duemila tra i migliori della sua gente; e a questa si accodano, spontanei, tale massa di gente dei dintorni, armati men di armi che di scuri e di ronche, che le campagne intorno alla città ne formicolano; ed erano i corvi accorrenti all’odore della preda. E come ebbe principio dagli assediami il cannoneggiamento contro la piazza, esce da questa una sortita di animosi contro le masse di fuori: ma brevi di numero, furono di leggieri avviluppati da una turba tenuta in agguato dal capo, che ebbe un nome famoso nella storia dei ladroni, «il Pansanera». Quelli retrocedono in disordine; li insegue una mano dei più ardimentosi, i quali impediscono si alzi il ponte levatoio alla porta; e questa dischiusa o sfondata, apre il cammino agli assediatori.

I patrioti si raccolgono nel castello; ma anche questo cedé subito, perché la guarnigione degli antichi soldati regii si ammutina, e abbassa il ponte. La città di Cotrone fu abbandonata, dice lo storico del Cardinale,16 ad un desolante saccheggio, che fu causa di tristissimi effetti, sperperò la città, e fece finire l’esercito del Cardinale. Una sola casa (egli attesta) fu salva dalla rapina, e fu quella del Farina condannato a morte dai patrioti: e in essa prese alloggio il Cardinale, che entrò in Cotrone il 25 di marzo. Poi, compiuta l’impresa dei ladri, tutte le compagnie degli armati (continua lo storico segretario) sparirono nella seguente notte del sabato santo, a fine di trasportare in sicuro la roba involata, e non cedendo né a preghiere né a minaccie; promettevano però di tornare a sacco vuotato, ma non tornarono. L’armata della Santa Fede si sciolse. Non rimasero al Cardinale che i soldati delle milizie regolari, e qualche migliaio solamente di tutte le masse: e queste crucciose perché, lontane, non avevano preso parte al bottino, rimasero alla speranza di rifarsene.

Convenne al Cardinale di ricostituire da capo l’esercito; e si rivolse alla religione dei vescovi e dei parroci, i quali risposero di zelo efficace, e man mano i soldati della sacchetta vennero o tornarono. Quindi si rimette in marcia; entra in Cosenza, riordina il governo, nomina a preside un vescovo; va il 12 aprile a Corigliano; e prima che metta il piede in Basilicata, passa in rassegna l’esercito nelle pianure di Cassano: e trovo scritto17 che numerarono cinquemila di soldati regolari, milledugento su cavalli da butteri o mulattieri, e questi armati di spiedi e spuntoni ad uso lancia; undici cannoni e due obici, ma pochi artiglieri; e, inoltre, di masse armate di ogni genere armi ed arnesi, oltre a diecimila uomini; masse informi e pel numero spaventevoli, ma cui avrebbe spulezzato un breve corpo di soldati veri, agguerriti e ben comandati; il che mancò allora e sempre alla fortuna della Repubblica napoletana.

Al cadere del mese di aprile il Cardinale tocca al confine della Basilicata. E già per un tratto di paese interno le popolazioni in grandissima trepidazione e sospetti abbattono albero e insegne frigie, innalzano a suo luogo la croce, e mandano deputazioni di ossequio al Cardinale. A Rocca Imperiale arrestano i due preti che avevano predicato per la Repubblica e viene mandata una squadra a Rotondella per punire quei del governo che torme di popolo erano venute conclamanti ad accusarli sul cammino del Cardinale.18

Il 3 di maggio sono a Bernalda. Quel giorno per la chiesa cattolica è solenne al ritrovamento della Santa Croce; e alla croce che era insegna alla bandiera ed alle truppe della Santa Fede dedicò un giorno di festa e di riposo il generale in capo. Si ordinano solenni uffizii divini alla chiesa; e il Cardinale, deposto, come Goffredo, l’abito di guerra, la spada di Argante e gli stivali a tromba, riveste la porpora dei giorni di pace; e siede in alto seggio di onore a pregare e benedire. Tuona di fuori il cannone; crepita la fucileria di quei della sacchetta; e il popolo, grande e piccolo, a fare eco e coro col grido dei nuovi crociati: Viva Iddio, viva la Fede, viva la Croce, viva il Re. A tanta festa la commozione era in viso e in cuore di tanti siffattamente, dice lo scrittore di questi ricordi, che egli non può frenare le lagrime in rammentando tanta affettuosa pietà! Era un frate, ma senza memoria: non ricordava, scrivendo, il sacco di Cedrone e quello di Altamura19

Il Cardinale nel giorno 7 maggio fu a Montescaglioso; e l’8 a Matera. La città capo della provincia era già «regalizzata» nei modi e nei termini di sopra riferiti; quindi accoglienza, sopra ogni dire, premurosa e simpatica. La città divenne quartiere generale e punto d’appoggio utilissimo per la prossima impresa, che era quella di sottomettere Altamura: ivi ufficii di viveri alle truppe, spedale pei feriti, depositi a rifornire armi ed arnesi di guerra; ivi convegno degli armati e volenterosi di tutto il Leccese, nonché di molti paesi di Basilicata;20 ed ivi giunse con un gruppo di gente in armi il De Cesare che rappresentò per le Puglie la commedia regia e che, nominato generale con brevetto in regola dal Cardinale, fu inviato all’impresa di Altamura.

Altamura, popolosa città, cinta di alte mura, era diventata in quel momento centro di difesa della libertà e capo di fatto del dipartimento del Bradano. Ripartito il territorio della Repubblica con la legge «del 21 piovoso, anno VII»,21 surse per essa il «dipartimento del Bradano» di cui Matera sarebbe capo, ed uno dei suoi «cantoni» Altamura. Ad «organizzatori» di questo importante spartimento, che comprendeva zone di tre delle antiche provincie, fu destinato oltre il Nicola Palomba anche Felice Mastrangelo. Quegli di Avigliano e, come fu detto, non più giovane, ardentissimo, audace, questi, di Montalbano, giovane e bravo; in origine medico, ma già capitano di cavalli22 fu egli il generale capo della difesa. Ma poiché Matera era in mano al partito del re, i due Commissarii sostarono ad Altamura, contermine a Matera, per gli apparecchi di offesa e di difesa.

Giunsero ad Altamura non prima del 22 marzo, con soli un sessanta uomini armati, accresciuti il giorno dopo di altrettanti, mandati spontaneamente da Montepeloso.23

I Commissarii e la «Municipalità» promossero una cassa «meritoria» di offerte volontarie, provvidero all’assetto delle vecchie mura, all’istituto della guardia civica e di un campo di armati in osservazione fuori la città, raccattarono alcuni cannoni, avviarono a fabbricare polveri e proiettili dal metallo delle campane, e s’ingegnarono si addestrassero al maneggio delle armi improvvisati artiglieri. In tali apparecchi aspettavano le già promesse, le invocate e le non arrivate mai squadre francesi da Bari e da Andria per poter muovere contro Matera. Intanto eccitavano gli animi a fraterni sdegni le quotidiane scaramuccie e depredazioni vicendevoli nei territorii finitimi delle due città, i sequestri di uomini e di animali, le scorrerie di avamposti, le rappresaglie. Questo stato di aspettativa durò troppo! un mese e più. E Vincenzo Coco, eco dei contemporanei vinti o caduti, accusa de’ due commissarii la indolenza e la clamorosa vacuità. «Mastrangelo generale, era tutt’altro che generale (egli dice). Palomba, altro commissario, non aveva saputo mettere in opera i mezzi per riunire e sostenere le forze popolari. Caldi amendue del più puro zelo repubblicano, colle più pure intenzioni, ma privi di quella pubblica opinione, che sola riunisce le forze altrui alle nostre, e di quel consiglio (?) senza di cui non valgono mai nulla né le forze nostre, né le altrui, tutti e due non sapevano fare altro che gridare: Viva la Repubblica! e intanto aspettare che i francesi la fondassero! Nel dipartimento più democratico della terra, colle forze imponenti di Altamura, di Avigliano, di Potenza, di Muro, di Tito, Picerno, Santo Fele, ecc. Mastrangelo perdette il suo tempo nell’indolenza: bravi uffiziali che aveva attorno lo avvertirono invano del pericolo che lo premeva: l’insorgenza crebbe, e lo costrinse a fuggire».

Giudizi acri! — ma pur troppo suggellati presso i posteri non meno dall’ignorata difesa degli accusati, che dal mancato all’impresa successo della fortuna! Essi avrebbero dovuto investire Matera prima dell’arrivo del Cardinale, e Matera avrebbe senza dubbio ceduto: nol fecero. Fu egli difetto di animo, o difetto di informazioni esatte sullo stato dell’avversa città, o difetto delle forze proprie? Che a loro mancasse ardimento e coraggio nessuno potrà dirlo. Ma le forze che vennero con essi non parvero, e forse non erano all’impresa bastevoli. Queste forze essi non ebbero ingegno, autorità o fortuna di accrescerle; e i cittadini armati della città erano per la difesa di essa, non per l’offesa a Matera; intanto l’onda cardinalizia montava su, e il tempo trascorreva per essi a loro danno! Fu colpa loro una sola; quella di non essere morti nella difesa della città! ma morirono per la difesa della libertà sul patibolo! e questo redima ogni colpa!

L’importanza politica e strategica di un centro di difesa posto al lembo di tre provincie, spingeva il Cardinale alla necessità d’impadronirsene ad ogni costo, sia per accordi, sia per la forza. Le industrie degli emissari suoi non approdarono; erano partiti da Matera, sotto fìnte vesti, preti, frati, ingegneri ed altro genere esploratori per informare, tentare, avvertire; ma intopparono nella vigilanza e nelle vendette, non belle né utili, degli avversari, e non tornarono. Anche il parlamentario, che era stato spedito sotto la guarentigia del dritto militare, non tornò. Spinse egli dunque le sue masse a circondare Altamura.

Questo fu fatto l’8 maggio. Il giorno 9 comincia il fuoco dei cannoni dalle due parti; ma l’uno e l’altro di poco frutto sì pel breve calibro dei pezzi, sì per. l’inabilità degli artiglieri. A mezzo il giorno i difensori si ritirarono dalle opere esterne entro la cinta murata della città; le opere esterne che non erano state validamente protette, non potevano più oltre sostenersi, e le munizioni, a quanto pare, facevano difetto, se, come non è dubbio, adoperarono in servizio dei pezzi pure le monete ad ufficio di mitraglia. Continuò ancora la dilesa da su le mura cittadine. Ma ai Commissari parve che la partita fosse già perduta, e con le loro squadre lasciarono la città lo stesso giorno;24 triste giorno non meno all’abbandonata città che alla loro fama! Il fuoco della piazza cessò a 22 ore; ma né segnale di resa fu alzato, né tentata sortita a sbaragliare gli assedianti. Venuta la notte, un gruppo di questi si fa presso alla porta già sfondata dal cannone, e dà mano a sgombrare le scheggie e le macerie; e poiché non trova ostacolo di dentro, si fa a penetrare nella città. Tutto è deserto: non soldati, non guardie, non scolte; la città è come spenta; sicché alla prima alba, della dimane, 10 maggio, il Cardinale, con i consueti accorgimenti del caso, fa occuparla. Essa era vuota di gente; i difensori, il popolo in massa ne era uscito nel dì innanzi; poca e povera gente sbucò allora dai sotterranei, ov’era chiusa.

Triste storia e pur troppo vera la sorte toccata alla città abbandonata, non presa d’assalto! Fu messa a sacco casa per casa, sistematicamente, ordinatamente, palagi, fondaci, botteghe, chiese, conventi, taverne. L’esercito saccomanno prese tutto; e fu una fine operazione di guerra così il prendere la città cinta di mura, come il ripulirla; l’una operazione vinse l’altra di fama e di stupore nella mente degli uomini. Dalla città si andò a rapinare per le campagne, e concorsero all’opera le popolazioni delle prossime città. Il sacco di Altamura restò celebre nella storia napoletana quanto, proporzione fatta, il sacco di Roma.

Ricercare, cui spetti la responsabilità morale di questi brutti e pure comuni fatti di ladroneggiamenti alle città prese di forza, è opera vana e accademica. Sono fatti brutti e comuni delle guerre antiche e delle guerre moderne, dei tempi barbari e dei tempi civili. Ma qui, pel fatto d’Altamura, è un altro affare. La storia scritta nel vivo delle passioni politiche incolpa il Cardinale non della responsabilità ideale di tutti i capi, ma di personale responsabilità: perché «il sacco era stato promesso ai soldati» a fine d’incitarli; perché «dove prima delle altre sue vittorie (dice Coco) il Cardinale aveva usata apparente moderazione, in Altamura, sicuro già da tutte le parti, stanco di guadagnare gli animi che poteva ormai vincere, volle dare un esempio di terrore».25 E parve si prestasse a questo severo giudizio il fatto dell’ordine, che egli diede di tenere chiuse e guardate tutte le porte di Altamura, da una in fuori; e nell’ampio spazzo innanzi di questa furono obbligati i foraggiatori del sacco a venirvi a deporre le robe ladroneggiate «per farne la divisione in regola» dice lo scrittore segretario,26 e fu fatta in regola, in mezzo ai crucci, alle ire, alle bestemmie di chi dava e di chi prendeva; ripartitori i capi, gli uffiziali, i preti, i frati e, forse, lo stesso Cardinale.

Qui potrei arrestarmi, ché ce n’è abbastanza; ma non intendo scrivere storie di partito: e non è onesto che il tribunale non oda la difesa; non è né onesto nè giusto, che i fatti non belli siano coperti di un velo, che i partiti hanno interesse di tenere fermo, e la giustizia della storia ha il debito di rimuovere.

I difensori del Cardinale dicono che egli non promise, né permise il sacco, ma dové subire il fatto; egli, con i capi delle sue torme, aveva precedentemente stabilito che si sarebbe imposta alla città una taglia di guerra, da ripartirsi di poi a tutti gli assedianti; appunto per rimuovere l’evento di un saccheggio. E questa affermazione essi rafforzano della considerazione, che il Cardinale istrutto del fatto di Cotrone, ove dal saccheggio derivò lo sciogliersi delio masse, appunto per mettere in salvo i procacci della rapina, non avrebbe potuto andare incontro alle stesse conseguenze, per le quali, squagliato l’esercito, egli dové rifare da capo la trama e l’ordito. Chi dunque lo permise? — Non è il caso di permissione in quegl’impeti, con quelle orde senza ordini, senza disciplina, senza autorità di comando. Una favilla, dicono, provocò lo scoppio degl’istinti rapaci e ferini: e la storia, se il senso umano ha ancora una corda che vibri, deve fermarvisi: e chi la dimentica, ha colpa; chi la dissimula, delinque.

I primi che al mattino del giorno 10 entrarono nella città, corsero in traccia di quei preti, frati, ingegneri ed emissarii, che non erano più tornati al campo; e, specie tra questi, un Vecchioni, uffiziale dell’esercito regolare, che era andato sotto la fede di parlamentario. Li credettero in carcere, e intesero a liberarli. Ma il governo dei patrioti ovvero i capi della difesa, il giorno stesso del 9 che abbandonarono la città, avevano fatto trasferire nella chiesa di San Francesco quelli ed altri che dissero briganti del Cardinale, ed erano 48 di numero; e in quella chiesa vennero ligati a coppia, e moschettati. E poiché il tempo stringeva e Annibale in porpora era alle porte, si scoperchia una fossa, e vi si precipitano dentro morti e moribondi, cadaveri e viventi, incatenati. Dicono che un giudizio subitaneo di guerra li avesse dannati a morte; e lo credo; e credo anche che in buona fede, come a debito di onore patriottico, si spinsero a questi atti di maniaca sapienza politica quelli che ordinarono, quelli che giudicarono, e quelli che eseguirono. Lo credo, e mi spiego la cecità loro; cecità di partito, cecità di patriottismo, che agita ed agitava allo stesso modo sulla Senna, sul Sebeto, ad Altamura, in altri luoghi, ed anche ieri, come abbiam visto, ai tempi nostri; né la luce e l’umanità dei nostri tempi ha fatto comprendere ancora ai liberali, ai patrioti, che queste sono, più che delitti, sciocchezze; sono micidiali scoppi d’arme che feriscono chi le adopera; e li feriscono di tale ferita che resta in perpetuo, e che, pure materialmente chiusa, gitta sangue.

I nuovi arrivati scoperchiano la fossa, e ne traggono fuori le coppie sanguinanti; i più sono freddi cadaveri; altri non morti ancora, spirano alla pur troppo inutilmente desiata luce; tre dei dissepolti rivivono, e vissero poi molti anni ancora. La cronaca ne dice il nome, le condizioni, l’età: uno fu il parlamentario Vecchioni; un altro era di Matera, ed ebbe nome Emmanuele di Marzio.

Questa fu la scintilla, che diede fuoco alle polveri: e questi sono i fatti. Non è onesto sopprimerli: libero ognuno di giudicarli, spiegarli o scusarli.

La caduta di Altamura diè il crollo alla parte liberale di tutte le Puglie. Il Cardinale vi portò il quartiere generale, e vi rimase quindici giorni, aumentando, riordinando le sue masse; poi lentamente avanzando fu il 24 di maggio a Gravina, il 27 a Spinazzola, il giorno dopo a Venosa, il 29 a Melfi; e qui venne a complirlo l’ambasciatore del Sultano, che dava avviso dello sbarco dei Turchi a Manfredonia, in servizio del re. A Melfi si fermò qualche giorno; vi tenne al fonte battesimale un bambino; e pure mantenute in ordine le bande ladronaie, permise che le ire paesane dei fratelli Martino facessero arresti di patrioti, fin nelle chiese. Da Melfi sarebbe passato a Potenza, secondo che aveva in animo, per mettere a dovere la città: ma poiché la bisogna era già compiuta dallo Sciarpa, come si dirà, piegò invece il 5 giugno pel versante Adriatico. Né finora, in quattro mesi! ha messo un qualche ostacolo al suo fatale andare il governo di Napoli.

La difesa militare della Repubblica non fu né fortunata, né per singoli fatti notevole. I francesi, con scarse forze disponibili di ordinanza, intendevano a combattere gli alleati del re, gl’inglesi che infestavano le spiaggie prossime alla città capitale, i moscoviti e i turchi che sarebbero sbarcati nelle Puglie. Ma i moti interni delle popolazioni avverse alla repubblica avrebbero dovuto reprimerli le popolazioni stesse alla repubblica favorevoli. Al cadere del mese di febbraio il generale Championnet spedì verso le Puglie il generale Duhesme con seimila uomini. Ed iscritta che fu allora, dalle clamorose «sale patriottiche» della città, una accolta di giovani volenterosi, questa col nome di Legione Bruzia ed all’intento di combattere le bande del cardinale nelle Calabrie, partì al declinare del mese di marzo. Era a capo di essa Giuseppe Schipani, che è rimasto in fama alla nostra storia per burbanza alta di parole e vacuità di fatti. La Legione Bruzia fu il giorno 26 di marzo in Eboli: fin lì le popolazioni apparivano amiche; ma non così quelle a sinistra del fiume Sele, donde va sollevando l’immane dirupato dorso il monte degli Alburni, sede di piccole alpestri comunità, e prossime al sovrastante campo di osservazione delle bande dello Sciarpa. Una parte della legione avanzando trovò qualche resistenza in Sicignano, che fu vinta; e questa licenziò i vincitori a fare man bassa nella Chiesa del paese sugli arredi sacri. Schipani, che era in Eboli, restituì alla Chiesa la parte ricuperata degli argenti;27 e volendo proseguire oltre per la via alle Calabrie, passò il Sele, piegando a destra del monte Alburni per la valle del Calore, lasciando a sinistra la valle del Tànagro ove era Sicignano; e donde avrebbe dovuto impigliarsi in su per le strette di Campestrino, difficili a sormontare, facili a difendere, e difese già dallo Sciarpa che sull’alto di esse aveva continue le sue vedette.

Nella valle del Calore e dalla non avversa Roccadaspide vide egli sventolare al vento una bandiera bianca sull’alto del colle ove era aggrappato il paesello di Castelluccia.28 Parve una sfida al generale della repubblica; e decise investire nelle sue mura la terra ribelle. Era il giorno 14 di aprile.29 La investì da due parti: ma mezzi preparati a vincere una qualsiasi cinta di mura non aveva pronti; e l’attacco non riuscì. E la non riuscita fazione più che una ritirata militare, diventò una disfatta politica! E Coco scrisse:

«Schipani fu costretto a ritirarsi, e cadendo in un momento dall’audacia alla disperazione, la sua ritirata fu quasi una fuga».30

I difensori restarono illesi! e i fuggitivi, morti in gran numero inseguiti pei campi. Un testimonio del luogo racconta:31

«Il parroco prima dell’attacco, esortò i cittadini alla più strenua difesa e benedisse la bandiera bianca, che venne rialzata in cima alla Chiesa parrocchiale di S. Nicola. Da quel tempo la festa di S. Cono vien celebrata in memoria della vittoria riportata, e un apposito inno sacro ricorda, insieme con la data, le nove ore dell’accanito combattimento».

Ricordo doloroso, per quanto onorevole, di patriottismo!

Il triste evento ebbe conseguenze gravi e diffuse. Le bande de’ galeotti gittati sulle coste del Cilento vennero innanzi sulla destra del fiume Sele minacciando a Salerno; la parte liberale di questa provincia agghiadò; la città, di Salerno si «realizzò» come dicevano, il 26 di aprile, e benché due giorni dopo fosse risottomessa per aspra repressione da una legione di francesi, tornò il 2 maggio al partito regio.

Ma la disfatta legione Schipani fece libero il passo all’azione dello Sciarpa per l’alta Basilicata, che ben durava ancora fiera di vivo ardimento, nella difesa della repubblica.32 Ritornò egli alla sua Polla e alle strette di Campestrino e del Marmo: e qui incontrò una squadra di patrioti di Muro con a capo un prete, aitante e rubesto, Pantaleone Spicacci, che, fatto prigioniero,33 fu serbato al futuro carcere ed all’esilio. Obiettivo dello Sciarpa era quello di occupare la città di Potenza; e manovrando a questo intento si presenta, una prima volta al cadere di aprile, sotto le mura di Picerno. Accorsero a difesa i patrioti di Avigliano, e con i fratelli Vaccaro e il maggiore Calenda di Picerno respinsero lo Sciarpa, che vi perdé uno de’ suoi minori cannoni.

E poiché — è lecito di credere — lo Sciarpa ebbe aiuti e il concorso dei sanfedisti di Bella, reliquie disfatte del 3 marzo, quelle forze riunite di Avigliano e di Picerno e quelle di S. Fele e di Muro piombarono sopra il paese di Bella; e qui molti eccessi, molte, anzi troppe le case bruciate; e non partirono prima che al luogo dell’albero reciso non messero invece — ironia della pace — un albero di ulivo34 — Lo Sciarpa tornò una seconda volta dinanzi a Picerno; e una seconda volta respinto da quei di Avigliano e dagli altri confederati, vi lasciò ancora un cannone, e piegò verso Tito.

In Tito entrò il 3 di maggio; e non fu lui, per vero dire, ma un suo luogotenente destinato a guardia della piazza che, nel corso del mese, fece eseguire a morte condanna di parecchi incarcerati; ivi il giorno 27 fu spenta la ottantenne signora De Ciutiis della liberale famiglia dei Caffarelli.35

Il piano militare delle forze sanfedistiche si sviluppava con logica dritta ed ordinata. Le bande celentane vengono concentrandosi a Polla, e qui era convenuto, il 4 maggio, monsignor Ludovici di Policastro, capo politico attivo e intraprendente delle insorgenze del salernitano; ivi arrivarono con due cannoni ed artiglieri alcuni ufficiali della squadra inglese, tra dei quali è fatto il nome di Guglielmo Arley, capitano di artiglieria.36

E tornano ad assalire Picerno la terza volta37

Era il giorno 10 maggio: lo stesso giorno cadeva Altamura; lo stesso giorno cadde Picerno. Le forze delle comunità confederate erano nuovamente accorse in sostegno della città, ed a capo, come sempre, quei di Avigliano; ed energica fu la difesa; ma in troppo gran numero gli assalitori, diretti da uomini di guerra, sostenuti da cannoni, imbaldanziti dalle propalate vittorie regie, e la città dové cadere; ma non cèsse prima che decimali i difensori, mancate alle armi le cartuccie, e colpiti al cuore dal nemico piombo i due Aiaci della rivoluzione Michelangelo e Girolamo Vaccaro! Lo stesso giorno altri drappelli di Aviglianesi erano accorsi in soccorso: ma, a mezza via, dall’alto dei prossimi colli videro che Picerno ardeva già!

E qui fu il fine della resistenza. E Vincenzo Coco poté scrivere: «I paesi della Lucania fecero prodigii di valore, opponendosi all’unione di Ruffo con Sciarpa; e se il fato non faceva perire i virtuosi e bravi fratelli Vaccaro; se il governo avesse mandati loro non più che cento uomini di truppa di linea, qualche uffiziale e le munizioni di guerra che loro mancavano, forse la causa della libertà non sarebbe perita».

Morti gloriosamente i fratelli Vaccaro, nell’indifesa città irruppero i sanfedisti, e dei primi furori dei micidiali e ladroni restarono vittime donne ed uomini inermi, e specialmente ricordato il sacerdote Nicola Caivano ucciso a colpi di pietra in chiesa, mentre presentava la immagine di Gesù crocifisso agli irrompenti campioni della Santa fede.

Giustino Fortunato, che dell’epopea tragica di questa nostra storia à voluto interrogare minuti, ignorati, ma sicuri e insospettabili documenti, nei libri mortuarii delle parrocchie, à risuscitato i nomi dei caduti «in conflitto» nella giornata del 10 maggio. Sono settanta nomi, tra cui diciannove donne.38 Delle quali il Colletta poté scrivere acclamando

«alla virtù delle donne picernesi che vestite come uomini combattevano a fianco dei mariti e fratelli, ingannando il nemico meno dalle mutate vesti, che per il valore».

Tale fu la voce che ne corse: alle vittime ben si addicono i fiori!

Lo Sciarpa si preparava per venirne a Potenza. Ma i suoi confederati di Bella vollero la rivincita e la vendetta dei patiti danni recenti, e con essi e per essi egli retrocede con le sue bande a Muro. Qui la resistenza non manca, ma con facile manovra è vinta da un contrattacco e le bande entrano in Muro il 15 maggio. Tredici i morti, abbruciati i palazzi signorili, e un generale saccheggio da predoni domestici e da avventizii per furto o vendetta:39 tale fu lo epilogo della campagna.

Il colonnello Sciarpa manda ai circostanti paesi l’ordine di sottomettersi, e saranno rispettati. Parve vana ogni resistenza; e cedettero. Gli eventi ebbero contraccolpo di sangue in taluni paesi lì d’intorno, specie a Biella. Sciarpa trionfatore entrò il 19 in Potenza: non vi fu saccheggio, ma qualche ammazzamento, come a dire straordinario, per sopraderrata, di qualche patriota mal capitato o in ritardo. La città sborsò prontamente 1500 ducati a «Don Gerardo Curcio per pagare le regie truppe» dice un documento del comune; Don Gerardo Curcio, che era lo Sciarpa di ieri, oggi è colonnello, dimani barone! e le regie truppe erano l’esercito famoso della «Santa fede».

Il quale esercito, allagando e trionfando, giunse alla città di Napoli il 13 di giugno; il 19 il Cardinale venne a patti di giusta capitolazione con i presidii e i patrioti chiusi nei castelli Nuovo e dell’Ovo; quella capitolazione che Nelson, corsaro non ammiraglio nella rada di Napoli, disdisse e infranse. I patrioti chiusi nel castello di Sant’Elmo non capitolarono col Cardinale: essi furono venduti a suon d’argento dal barattiere francese, che, comandante del castello, stabiliva i patti e il prezzo con i delegati di Nelson. Al Cardinale Ruffo la storia, almeno per questo punto, ha fatto giustizia: egli vide, agì, consigliò da uomo di Stato; ma Nelson agì da pirata; la regina da tigre; il re da tanghero. I patiboli si alzarono a Napoli e per le provincie. La fama delle illustri vittime empì il mondo: gloriosi nella storia, poetici nella leggenda!

Condannati della Giunta di Stato, famosa, morirono sulle forche, nella piazza del Mercato di Napoli, il 13 luglio del 1799, Nicolò Carlomagno di Lauria;40 il 14 ottobre Felice Mastrangelo di Montalbano Jonico, e Nicola Palomba di Avigliano; il 12 dicembre Nicolò Fiorentino di Montalbano stessa, ma nato a Pomarico, e Michele Granata di Rionero, frate e professore; il 1° febbraio del 1800 fu spento Cristoforo Grossi di Lagonegro;41 e, sopra tutti famoso, Mario Pagano impiccato con Domenico Cirillo, con Ignazio Ciaia e con Giorgio Pagliacelli, il giorno 29 ottobre del 1799 nella stessa piazza della città di Napoli. Era nato l’8 dicembre del 1748 in Brienza.

Speciali Giunte di Stato vennero costituite per le provincie e mandati con queste Giunte i «Visitatori speciali», per restaurare l’ordine antico, punire i ribelli e riavviare il pagamento delle imposte. Il marchese della Valva fu «visitatore» per quattro provincie, e tra queste Basilicata. Ed egli, per regia delegazione, nominò i suoi assessori, dando loro le facoltà d’inquirere e giudicare le cause dei rei di Stato con i procedimenti spicci e subitanei del tempo di guerra.42 — A rivoluzioni vinte, ieri come oggi, è vana, del resto, la ipocrisia delle forme!

Del naufragio delle rivoluzioni le reliquie sono, come sempre, innumerevoli; innumerevoli le domestiche nostre. È affermato da uno scrittore de’ nostri tempi, che dice di averne i documenti,43 ed io lo ripeto, che la Delegazione di Basilicata ne condannò all’esilio 189; oltre alle non numerose, per vero, condanne di morte. Poi le confische secondo la legge del tempo, ed i sequestri de’ beni coronarono l’opera44

Fu tratto al patibolo nella città di Matera, il 30 dicembre del 1799, per delitto di stato e per condanna della regia Udienza, Oronzio Albanese, prete di Tolve, di 51 anno di età; ma di quale speciale delitto politico fosse accusato, è ignoto.45 Anche il tenente Vincenzo Tirico era stato dannato a morte, e spento in Muro Lucano il 16 dicembre dell’anno nefasto46 Poi trassero al patibolo stesso, nella stessa città di Matera, il 15 marzo del 1800, sei cittadini di Potenza, che furono Michelangelo Atella, prete, Romualdo Saraceno, Rocco Napoli, Giosuè Ricciardi, Gerardo Molinaro, Gerardantonio Vaglio, «per delitti di perduellione ai tempi della iniqua anarchia» dice la lugubre nota che ne scriveva il parroco della chiesa di Matera sui suoi registri dei morti. La regia Udienza o il Visitatore dettò processi e sentenza; ma gli atti scritti non esistono più: e fu dubbio per quale speciale figura di delitti di stato vennero sentenziati a morte essi, che non ebbero parte al governo repubblicano della città; non furono membri del municipio, meno che il Napoli. Che fossero stati i biechi strumenti di quel Nicolò Addone alla sanguinosa vendetta che venne presa sugli uccisori del vescovo Serao (e da ciò il processo e la condanna), oggi non è più dubbio.

La tarda nemesi della storia, con vereconda mano, ne vela i nomi. Essi non furono compresi nella lapide commemorativa che, ai nostri giorni, per pubblico decreto, venne posta, nell’aula del Consiglio provinciale di Potenza, a coloro che «dettero la vita sul patibolo per la patria e la libertà».47

APPENDICE

I.

Notamento dei REI DI STATO, condannati dalla DELEGAZIONE DEL VISITATORE GENERALE della Provincia di Basilicata, e di già esportati dai Reali Dominii»

Di MURO. — 1. Antonio Scoino, condannato alla esportazione dai Reali Dominii per anni 15. — 2. Carlo Albini, id. per anni 7. — 3. Consalvo Marolda, sacerdote, id. per anni 5. — 4. Carmine Danza, id. — 5. Decio Lordi, id. per anni 7. — 6. Ferdinando Farenga, sacerdote, id. vita durante (con la confisca dei beni). — 7. Francesco Maria Marolda, id. per anni 5. — 8. Francesco Lordi, id. per anni 3. — 9. Giovanni Cerone, id. per anni 15. — 10. Antonio Marolda, id. per unni 10. — 11. Giuseppe Pepe, id. — 12. Giovanni Martuscelli, id. — 13. Giuseppe Pope, quondam Donato, id. per anni 5. — 14. Innocenzo Pascale, id. per anni 7. — 15. Nicola Lordi, id. per anni 10. — 16. Nicola Catamone, id. per anni 5. — 17. Pantaleone Spicacci, sacerdote (colla confisca de’ beni), id. vita durante. — 18. Ruggiero Albini, id. per anni 7. — 19. Sorafino Farenga, id. per anni 5. — 20. Vincenzo Pascale, id. per anni 15. — 21. Vincenzo Pistoiese, id. per anni 10.

Di TOLVE. — 22. Antonio de Erario, condannato alla esportazione dai R. Dominii, vita durante. — 23. Carmine Scaccuto, id. — 24. Canio de Erario, id. per anni 15. — 25. Filippo Riccio, id. — 26. Francesco Paolo Mona, id. — 27. Giuseppe Albanese, id. per anni 20. — 28. Giacomo Cancellara, id. — 29. Giuseppe Flora, id. per anni 15. — 30. Giovanni Maria Armilla, id. — 31. Giuseppe Maria Armilla, id. per anni 3. — 32. Michele Cancellara, id. vita durante. — 33. Matteo Prese, id. per anni 15. — 34. Michele Ballottino, id. — 35. Nicola Cataldo, alias Iucigno (di S. Chirico di Tolve), id. vita durante. — 36. Nicola Frisara, sacerdote. id. per anni 10. — 37. Raffaele Albanese, id. per anni 5. — 38. Saverio Albanese, id. per anni 7. — 39. Tommaso La Torre, id. per anni 15. — 40. Vito di Stefano Cotrone, id. vita durante. — 41. Vito Antonio Baldassare, id. por anni 15.

Di OPPIDO (oggi Palmira). — 42. Agostino Giannone, condannato alla esportazione dai R. Dominii per anni 3. — 43. Gennaro Caronna (della Terra di Oppido), id. per anni 3. — 44. Gennaro Pepe, id. per anni 10. — 45. Gennaro Sesta, id per anni… — 40. Nicola Pepe, id. per anni 10.

Di BRINDISI (di Montagna). — 47. Innocenzo di Stefano, id. per anni 7.

Di TRICARICO. — 48. Vito Russo, id. vita durante.

Di GRASSANO. — 49. Dionisio Bronzino, id. per anni 5. — 50. Notaro Donatantonio Tortorelli, id. per anni 10. — 51. Giuseppe d’Artizio, id. vita durante. — 52. Giuseppe Lo Guercio, id. per anni 5. — 53. Giuseppe Primavera, id. — 54. Innocenzo Primavera, id. per anni 10. — 55. Paolo Caputo, id. vita durante. — 56. Pietro di Giovanni Bellettiero, id. — 57. Pietro Vignola, id. per anni 20. — 58. Pietro Nardone, id. per anni 5.

Di GROTTOLE. — 59. Pietro Filippo Cecero, id. per anni 20. — 30. Pietro Guerrieri, id.

Di SALANDRA. — 61. Sacerdote D. Francesco Nicola Zigamia, id. per anni 3. — 62. Silvestro Calanco, id. per anni 5.

Di CALVELLO. — 63. Donato La Varra, id. per anni 5. — 64. Giuseppe Buonomo, id. — 65. Pasquale De Rosa, id. — 66. Rocco Zotto, id.

Di SASSO. — 67. Arciprete D. Andrea Taurisano, id. per anni 7. — 68. Giovan Battista Giacchetti, id. per anni 3.

Di POTENZA. — 69. Gaetano Genovese, id. vita duranto (colla confisca dei beni). — 70. Giuseppe Viggiano, id. per anni… — 71. Nicola Felice Muro (colla confisca dei beni), id. vita durante.

Di PICERNO. — 72. Antonio Coletta, id. per anni 5. — 73. Antonio Figliuola, id. 74. — Domenico Tancredi, id. — 75. Don Felice Figliuola, id. per anni 10. — 76. Felice Cerbasi, id. per anni 15. — 77. Gerardo Russo, id. per anni 10. — 78. Arciprete Don Giulio Salvia, id. per anni 7. — 79. Michelangelo Cerbasi, id. per anni 20. — 80. Nicola di Mauro, id. per anni… — 81. Nicola Gigantiello, id. per anni 15. — 82. Nicola Carelli, per anni 5. — 83. Saverio Sproviero, id. per anni 15. — 84. Tommaso Capece, id. per anni 20.

Di VIGGIANO. — 85. Sacerdote Giuseppe Antonio Nigro, id. per anni 20.

Di VAGLIO. — 86. Daniele Carbone, id. vita durante (colla confisca dei beni). — 87. Francesco Carbone, id. per anni 15. — 88. Giuseppe Ottavio de Turris, id. vita durante (colla confisca dei beni). — 89. Giuseppe Antonio Santangelo, id. per anni 10. — 90. Nicola La Capra, id. vita durante (colla confisca dei beni). — 91. Rocco Marmo, id. per anni 5.

II.

«Condannati dalla SUPREMA GIUNTA DI STATO, stati asportati in Marsiglia, e sotto pena della morte nel caso che ritornassero nei rr. Domini senza il real permesso».

Di SENISE. — 1. Fortunato Antonio, di anni 25. — 2. Della Ratta Leonardo, di anni 54.

Di CASTELLUCCIO. — 3. Salerno Biagio, di anni 10.

Di LAURENZANA. — 4. Motta Evangelista, Padre maestro monaco dei minori conventuali, di anni 54. — 5. Romano Leonardo, di anni 30.

Di RAPOLLA. — 6. Rosati Flaviano, di anni 23 circa.

Di PISTICCI. — 7. De Sio Tommaso Vincenzo, di anni 42 circa.

Di ANZI. — 8. Pomarici Francescantonio, sacerdote secolare, di anni 43.

Di AVIGLIANO. — 9. Palomba Gennaro, di Giovan Francesco, di anni 40. — 10. Corbo Giulio, di anni 22.

Di ROCCA IMPERIALE. — 11. Zucchini Giuseppe, di anni 22.

Di BELLA. — 12. Cardone Giovan Lorenzo,48 del fu Giuseppantonio, di anni 57. — 13. Sansone Vincenzo, di anni 42.

Di GROTTOLE. — 14. Cecere Gerardo, di anni 27.

Di MATERA. — 15. Torricelli Giovambattista, di anni 23. — 16. Grisolia Raffaele, di anni 23.

Di CANCELLARA. — 17. Basile Gaetano, di anni 25.

Di CASTELSARACENO. — 18. Giacobini Vito, di anni 28.

Di LAURIA. — 19. Mazzillo Giuseppe, di anni 23. — 20. Melchiorre Paolo, di anni 36.

Di BALVANO. — 21. Mantenga Gianlorenzo, di anni 28.

Di CARBONE. — 22. Brando Urbano, di anni 35.

Di FRANCAVILLA. — Gramigna Marzio, sacerdote secolare, di anni 54.

Di GENZANO. — 24. Lepre Pasquale, di anni… circa.

Di MURO. — 25. Selvaggi Pierantonio, di anni 36.

Di SAN CHIRICO RAPARO (?). — 26. Giuseppe Lombardo.

III.

«Condannati ad essere sfrattati dai Reali Dominii in conseguenza della Real determinazione del 1° agosto 1799»

POTENZA. — Ascanio Sinni, di anni 34. — Ferdinando Siani, di anni 40. — Raffaele Atella, di anni 31, sacerdote secolare.

PISTICCI. — Bernardino Plati, di anni 52.

CALVELLO. — Diego Falcone, di anni 38. — Diodato Siniscalchi, di anni 27, dottore in legge.

MONTALBANO. — Francesco Lo Monaco49 (Filiazione): figlio di Nicola e di Margherita di Fiorenza di Montalbano, di anni 24, capelli e ciglia castagni scuri, occhi cervoni, viso bislungo, tarlato di vajolo, naso grosso, statura 4.4.

EPISCOPIA. — Giacomo Astore, di anni 24.

BALVANO. — Giuseppe Antonio Mantenga, di anni 25. — Valerio Lazzaro, di anni 28.

SANT’ANGELO LE FRATTE. — Giuseppe Gianlorenzo, eli anni 28.

TRIVIGNO. — Andrea Volino, di anni 21, tenente di truppa civica.

AVIGLIANO. — Francesco Corbo, di anni 21. — Paolo Morlino. — Vito Santoro, tenente di truppa di linea.

PICERNO. — Giovanni Amendola, di anni 24, servitore di Carelli. — Giuseppe Carelli, di anni 24, municipalista aggiunto al proprio paese. — Tommaso Cappello, di anni 21, soldato civico.

BARILE. — Nicola De Rosa, di anni 20, soldato civico.

LAGONEGRO. — Pietro Maria Picardi, di anni 27.

SASSO CASTALDO. — Rocco Beneventano, di anni 22, soldato civico.

ABRIOLA. — Vincenzo Sarli, di anni 23, legale.

RIPACANDIDA. — Franc. Sav. Braca, di anni 26, tenente della guardia nazionale (sic?).

ANZI. — Francesco Paolo Pomarici, di anni 32.

MARATEA. — Giuseppe Arzo, di anni 25.

GENZANO. — Luigi Manturi, di anni 25.

CASALNUOVO DI NOIA. — Vincenzo Smilare, di anni 34.

SAPONARA. — Vincenzo Cunto, di anni 43.

IV.

Confische e sequestri dei beni

(Dai documenti al libro di L. CONFORTI, Republ. napolet. e l’Anarchia Regia — Avellino, 1890. pag. 220)

MURO. Vincenzo Tirico, condanna a morte; eseguita, e ordinata la confisca dei boni.

TOLVE. Sacerdote Oronzio Albanese; condanna a morte; eseguita, e ordinata la confisca dei beni.

MURO. — Sacerdote Pantaleone Spicacci, condannato alla perpetua esportazione dal Regno vita durante, colla confisca de’ beni. — Sacerdote Ferdinando Farenga: esportazione vita durante, colla confisca dei beni.

V.

«Sequestro dei beni per disposizione della speciale Giunta e del Visitatore Marchese di Valva» a carico di:

(in L. CONFORTI, ibid.)

Saverio Carelli, di Picerno. — Lelio Mazzei, di Matera. — Gioacch. (o Giacomo) Amato, di Montepeloso. — Giuseppe M. Laurenziello, di Melfi. — Giuseppe de Nigris e Pasquale Masino, di Calvello. — Biaso, Antonio ed altri fratelli Brando, di Carbone. — Antonio Satriani e Francesco Matella, di Sant’Arcangelo — Prospero Martelli, Nicola Delfino, di Alianello. — Vincenzo Siderio, di Sant’Arcangelo. — Maurizio La Greca, Antonio Fiorentino e Luca Quinto, di Montalbano. — Giovanni Massari, Pietro Ant. Rosano e Tomaso Sion, di Pisticci. — Maurizio Mastrangelo, di Montalbano. — Giovanni Maiolino, di Latronico. — Tommaso barone Brancalasso, dì Episcopia. — Giovanni Giura, di Chiaromonte. — Ottaviano Ricci, Vincenzo Sarubbi, Bruno Cuppari, Bruno Abitante, Domenico Ciminiello, Vincenzo Santalucia, Biase Fardella, di Francavilla.

VI.

Morti in carcere, a Matera

(dal libro, citato, di R. SARRA, pag. 30)

Domenico Cavaliere, di Ferrandina. — Francesco Scorpione, id. — Giovanni Pordi, id. — Pasquale Martocci, di Stigliano. — Tommaso Santassiero, di Avigliano. — Giuseppe Buonomo, di Calvello. — Francesco Schiavone, di Stigliano. — Antonio Marrese, di Picerno. — Mattea Vaccaro, di Avigliano. — Giuseppe Pirrotti, di Ferrandina.

NOTE

1 In SACCHINELLI, Memorie storiche del Cardinale Fabrizio Ruffo. Napoli, 1836, pag. 72.

2 I nomi sono riportati nella Cronica Polentina del professore RIVIELLO, di cui appresso.

3 Conf. Cronica Potentina dal 1799 al 1882 del prof. RAFFAELLO RIVIELLO. Potenza, 1885, in-8°, libro lodevole, inquantoché tenne conto di documenti autentici paesani. Inoltre, pel Serao: BRIENZA ROCCO, Il Martirologio Lucano, 2ª ediz. Potenza, 1883, pag. 55-72. — GIAMBROCONO FRANC. Consideraz. intorno alla vita ed agli scritti di monsignor Andrea Serao. Potenza, 1887. — Nella recente Rivista storica Lucana. Potenza, 1991, fasc. 1 e 2, è pubblicata una relazione uffiziale, non però sincrona, in data 13 febbraio 1808, ove i morti della giornata si dicono 17, e dove l’intenzione di favorire la causa dell’Addone è manifesta.

4 Fu nominato propriamente uno dei «Pacieri». Vedi la Cronica Potentina del prof. RIVIELLO.

5 Ap. GATTINI, Op. cit. pag. 150. E inoltre: RAFFAELE SARRA nel libro: La rivoluzione repubblicana del 1799 in Basilicata. Matera, 1901, pass.

6 ARANEO, Not. stor. di Melfi, pag. 366.

7 Dall’opuscolo (che fu pubblicazione a cura del Comune) col titolo: Nuove ragioni in difesa del Comune di Bella per la conservazione della pretura. Napoli, 1889, all’Append. II. La signora De Falco fu morta il 26 maggio, secondo i dati raccolti dall’on. Fortunato in Scritti varii, 211.

8 In MARTUSCELLI, Muro Lucano. Ricordi storici. Napoli, 1896, pag. 473.

9 G. FORTUNATO, Scritti varii, 204, di cui alla nota che segue. Conf. CIANCI SANSEVERINO, Da Castelgrande a… Muro Lucano. Napoli, 1889, 74.

10 Per questo torbido periodo della nostra storia sono stati pubblicati, ultimamente, due documenti di capitale importanza.

L’uno è una breve Nota di G. FORTUNATO dal titolo Il 1799 in Basilicata (in Arch. storico napol. giugno 1899, e poi in Scritti varii. Trani, 1900), nella quale è una vera ricostruzione cronologica degli avvenimenti e di loro tragiche fasi, mercé muti, minuti e insospettabili testimoni del momento, i libri parrocchiali de’ morti. La Nota, nella sua rapida brevità, assorge per me a titolo di documento: e da essa traggo le date cronologiche del testo.

L’altro è il Documento inedito sopra i fatti politici di Avigliano durante la repubblica partenopea 1799, pel dott. Angelo Telesca. (Potenza, 1892, di pag. 70, in 12). Il dottor Telesca ne è il benemerito editore; ma il documento è il riassunto che del voluminoso processo politico faceva «Gaetano Lanzara, attitante delegato» (sic), in data di Potenza, 8 febbraio 1800. In questo riassunto la storia interna della città emerge maravigliosa. L’originale processo non esiste.

11 In Arch. stor. napol. anno 1883. Lettere di Ruffo, p. 623.

12 V. COCO, Saggio, § XXXII.

13 Arch. stor. nap. 1883. È una lettera dello Studuti del 27 marzo da Moliterno. Egli si dà il titolo di «Comandante generale». Era di Torraca — Domenico Romano (di Scido) è con lui, Tesoriere.

14 Vedi in FORTUNATO, Scritti varii, 208.

15 Conf. il libro del SARRA, sopra citato: pass.

16 In SACCHINELLI, Op. cit. pag. 131.

17 In SACCHINELLI, Ibid. pag. 151.

18 Nel Diario della spedizione del Card. Ruffo di DOMENICANTONIO SAVOIA (di Bagnara). Reggio Calabria, 1889, a pag. 18, si legge:

«Partiti la mattina del 28 aprile da Rocca Imperiale presimo la via appena per quei piani, che trovammo tutta la popolazione di Rotondella, che era di circa 400 donne con pochi uomini, le quali domandavano giustizia contro alcuni Giacobini, che l’avevan non solo danneggiati, ma discacciati ancora fuori del paese (??), coll’aiuto di una masnada di fuoriusciti, che lor mantenevano per guardia de’ palazzi dove abitavano… Andarono le truppe, ed avendo assaltato i due palazzi, ove abitavano i Giacobini tiranni, carcerarono quei che vi erano e li portarono a S. Eminenza, di unito a molte somme di danaro, argento ed altri mobili…».

Di Bernalda il diarista en touriste! scrive:

«La mattina del 4 maggio partimmo da Bernalda, da dove le donne per andar vestite tutte di color di porpora sembravano tanti cardinali».

19 Itinerario… della spedizione dell’emin. card. Ruffo, vicario generale di S.M… per sottomettere i ribellati popoli di alcune provincie… fedelmente descritto dal padre Fra ANTONIO CIMBALO dell’O.d.P. Napoli, 1799, a pag. 21.

20 Nei Racconti storici di GAETANO RODINÒ (pubblicati postumi, nell’Archiv. stor. per le prov. napolet. Napoli, 1886) si legeg che le truppe del Cardinale, oppugnatrici di Altamura, erano state

«aumentate dalle masse Leccesi e Materane (cioè della provincia di Matera); quello comandato, tra gli altri capi, da D. Felice Strada di Ginosa; e queste da D. Domenico Asselta di Laurenzana e dal famigerato Sciarpa…».

Non vi poteva essere lo Sciarpa, perché lo stesso giorno 9 e 10 maggio egli ora all’attacco di Picerno.

21 Cioè del 9 febbraio 1799.

22 GAETANO RODINÒ nei Ricordi storici (Arch. stor. prov. napol. 1886, 408), dice di lui: «per poco tempo o per compro impiego, capitano di cavalli». Era nato il 1773.

23 La data dell’arrivo dei Commissarii, il numero degli armati che erano con essi, quello dei patrioti di Montepeloso (e il fatto non è ricordato da altri) sono accertati nella importante monografia: Altamura nel 1799 (con documenti e cronache inedite) di OTTAVIO SERENA (Roma, 1899, Altamura, 1900, pag. 22, 25, 52), particolareggiata di notizie fondate a documenti, che occorre di leggere per una giusta idea delle condizioni della città, dei provvedimenti a difesa e ad offesa di essa nello svolgimento di un episodio clamoroso della storia dell’anno.

Il SACCHINELLI, nelle Memor. stor. del Card. Ruffo, di cui fu il segretario, lasciò scritto, nel 1886:

«La Commissione esecutiva del Governo provvisorio di Napoli aveva destinati a difesa di Altamura due generali, cioè Mastrangelo di Montalbano con due squadroni di cavalleria, e Palomba di Avigliano che conduceva tutti i patrioti, e specialmente 700 facinorosi aviglianesi. Questi due generali avevano rinforzato Altamura con numero grande di difensori, ecc. ecc.»

Facinorosi da un verso, briganti da un altro! — così scrivono la storia i contemporanei: — è forza dunque ripetere: hanc veniam petimusque damusque vicissim! Ma i due squadroni e i 700 aviglianesi si condensano tutti nelle cifre assommate dalla monografia documentata dell’on. Serena! Io aggiungerò solamente che un ultimo nucleo di Aviglianesi furono condotti in difesa di Altamura dai fratelli Raffaele ed Antonio Palomba sui principii del mese di maggio, contemporaneamente agli altri che con i Vaccaro partirono alla difesa di Picerno; — e questo risulta dal processo di cui alla nota 10, pei fatti di Avigliano. E con cotesti ultimi, tutto sommato, si arriva appunto ai 150 «uomini armati» dei quali è tenuto conto dall’egregio autore della monografia sullodata.

24 Il giorno 9 maggio: vedi a pag. 58 della monografia dell’on. SERENA. — È ricordato che erano con i Commissarii in Altamura Titta Marone di Potenza, Giacomo Rossi di Marsiconuovo, Urbano Brandi di Episcopia, Giuseppe Venite di Ferrandina, un Cecere di Grottole, e un prete di Potenza, forse il Michelangelo Atella. — Ap. SARRA, Op. cit. 23.

25 COCO, § XLV.

26 SACCHINELLI, p. 168.

27 Vedi la lettera di Giuseppe Schipani del 2 aprile 1799, «al popolo di Sicignano e Terranova» e l’altra di Alessandro Schipani «colonnello dei reali eserciti, comandante l’accantonamento di Sicignano» che è del 4 aprile. In F.P. Cestaro, Studii storici e letterari. — (Il vescovo di Policastro e la reazione borbonica del 1799). Torino, 1894, nei docum.

28 Oggi il paese è detto Castel Civita.

29 La data, già controversa, oggi è fuori dubbio. Vedi la nota cronologica nei Scritti varii di G. FORTUNATO, 1900, pag. 234.

30 Saggio storico, § XXXIII.

31 In lettera all’on. FORTUNATO. V. Scritti varii; docum.

32 Ad una lettera del Ruffo (in Arch. stor. nap. anno 1883) del 21 aprile, da Cassano, era aggiunto un notamento, senza data, nel quale si legge:

«Luoghi tuttavia democratici nella provincia di Basilicata! — Tolve, Tricarico, Lo Palazzo, Genzano, Spinazzola, Montepeloso, Potenza, Oppido, Cancellara, Pietragalla, Minervino, S. Chirico di Tolve, Brindisi di B., Trivigno, Vaglio, Banzi, Avigliano, Picerno, Acerenza, Porenza, Maschito, Ripacandida, Venosa, Barile, Rapolla, Melfi».

33 In Arch. stor. prov. napol. (luogo citato, 633). Lettera di Sciarpa al Cardinale del 1° maggio.

34 Nel documento del Telesca; e in Fortunato, Scritti varii, 210.

35 Le date cronologiche e alcune particolarità sono nella Nota cronologica dell’on. Fortunato.

36 Vedi in CESTARO, Op. cit. 356. — E fu cantato anche in versi! dalle mute sanfediste Gulielmus anglicanus, e messo alla pari con lo Sciarpa Gherardus… patriâ Polla, ecc. Id. Ibid.

37 Il tre volte rinnovato attacco di Picerno risulta da un documento irrefragabile, che è il processo di Avigliano, di cui in nota 10.

38 È una funebre pagina di storia, pubblicata già nel bel libro I napoletani del 1799 di G. FORTUNATO, Firenze 1804, e poi in Scritti varii, ecc.

39 In MARTUSCELLI, Ibid. 484 seg. ivi è detto: «non si lasciò una casa sola dal frugare e rifrugare», 490.

40 Nelle Vite degli Italiani benemeriti della libertà di MARIANO DI AYALA (Roma, 1883, pag. 135) è detto che era nato a Verbicaro, verso il 1761. Nacque, è vero, nel 1761 o 1760, ma in Lauria. Nello «Stato delle anime» o censimento di Lauria, fatto dal curato De Mellis nel 1766, che ancora esiste, la famiglia di Giuseppe Carlomagno, figlio di Niccolò e padre del nostro, è così riferita:

«Magnifico Giuseppe Carlomagno, di anni 33; Magnifica Caterina, moglie, di anni 32; Nicola, figlio, di anni 5; Angela, figlia, di anni 10; Maria Carmela, figlia, di anni 8; Eufemia, figlia, di anni 12».

Nello «Stato delle anime» del 1772 a Nicola si dà il titolo di Magnifico (che era quello di borghesi benestanti e civili) ed è detto di anni 12. Ebbe a moglie Elisabetta Quarelli, e due figli, Giuseppe e Giambattista.

41 Fu testé pubblicato nel libro di A. SANSONE, Gli avvenim. del 1799 nelle due Sicilie. Palermo, 1901, e di R. SARRA, Op. cit. il sunto ufficiale della ignorata sentenza contro Cristofaro Grossi, ed altri giovani dell’Ospedale Incurabili, tra i quali Gasparo Pucci e Giambat. Torricelli (di Matera). Vi si dice che nel largo delle Pigne essi fecero fuoco sul popolo che si opponeva all’entrata dei francesi. In quel luogo medicavano i feriti francesi e davano morte (?) ai feriti del popolo, e fra questi è individualmente nominato il Pucci. Innalzarono l’albero della libertà nel cortile dell’Ospedale: svillaneggiando e bruciando i reali ritratti. Vestirono uniforme repubblicana, e il Grossi fu alla spedizione di Ponticelli, e vantavasi aver carcerati molti realisti. — Egli fu il 27 gennaio condannato a morte col Pucci; il Torricelli ed altri all’esilio dal regno.

42 Il dottor RAFFAELE SARRA, nel libro La rivoluzione repubblicana del 1799 in Basilicata. Frammenti di cronache inedite (Matera, 1901, a pag. 57), pubblica questa lettera del marchese Della Valva al signor D. Raffaello Buonfanti:

Potenza, 20 settembre 1799.

A tenore delle facoltà comunicatemi da S.M. (D.G.) nel disimpegno della speciale straordinaria delegazione della visita di quattro provincie del regno, destino V.S. Ill.ma per assessore nei seguenti luoghi: — Chiaromonte, Tursi, Senise, Sanseverinello, Fardella, Francavilla, Carbona, Episcopia, Castronuovo, Calvera, Terranova e Teana. — Con tale carattere avrà Ella le facoltà di inquirere e giudicare le cause dei rei di Stato, che liquiderà nei luoghi suddetti con delegazione more belli et ad horas, e con risorbare la revisione delle sentenze che sarà per promulgare a me ed al mio assessore Togato:42a il tutto a norma delle istruzioni che qui allegate riceve (mancano in essa). Sicuro ecc. ecc., resto costantemente raffermandomi.

Di vostro obbl. serv.re

Il marchese Della Valva.

Gli altri assessori suoi furono per il «riparto» di Tricarico, Ignazio Massimi, caporuota della R.U.; per quello di Melfi, Pietro De Salvo, avvocato fiscale; per Lagonegro, Domenico Antonio Pionati ed Angelo Lo Fruscio. — In SARRA, 27.

42a Era il consigliere Crescenzo de Marco.

43 A pag. 202 del libro Napoli nel 1799, critica e documenti inediti per LUIGI CONFORTI, Napoli 1886. — Occorre di aggiungere che il dottor Sarra, nel suo libro, raccoglie i nomi e la patria di quelli che morirono nelle prigioni di Matera, a pagina 30: e qui sono anche molte minute notizie di varii gruppi di incarcerati, che per mesi e mesi ivi arrivarono da Venosa, Tursi, Melfi, Ferrandina, Grottole, Tricarico, Potenza, Tito, Latronico, Rotonda…

44 In APPENDICE a questo capitolo pubblichiamo il nome de’ condannati o mandati in esilio (di Basilicata), come si leggono negli ELENCHI a stampa del tempo; dei quali elenchi è un esemplare nella Biblioteca della Società di storia patria, in Napoli.

45 Mancava di lui qualsiasi documento; e quello, unico, testé pubblicato a pag. 81 del libro del SARRA, ora citato, non rischiara gran fatto le tenebre. — È un atto notorio, in cui tali testimonii attestano che il 15 luglio 1799 da Oronzio Duni fu arrestato (dove?) il ribelle D. Oronzio Albanese «uomo inquietatore del genere umano, infame repubblicano,… pernicioso individuo». Aggiungono che il Duni, montato a cavallo, si affrettò di darne notizia allo popolazioni di S. Chirico, Montepeloso, Oppido, Cancellara, che ne giubilarono: ed in Tolve al capitano Mozzino «che era stato (ivi è detto) da esso Albanese in tempo della repubblica posto in fuga, saccheggiato, venduti e disfatti tutti li suoi averi». Non altro; e dubito che su questo fatto avesse potuto aver fondamento la condanna suprema di lui.

46 Di questo valoroso e sventurato giovane vedi la Storia di Muro dell’egregio L. MARTUSCELLI, a pag. 503.

47 Composta che fu la patria ad unità, fu generoso universale pensiero di onorare quelli che caddero spenti nelle lotte per la libertà e la grandezza d’Italia. E, tra noi, Brienza elevò una statua, opera dello scultore Achille D’Orsi, a Mario Pagano; Montalbano Jonico una lapide a Nicolò Fiorentino, a Francesco Lomonaco e Felice Mastrangelo (pure aggiungendo, paribus impar, a questi tre il nome del molto erudito monaco Placido Troyli); Muro Lucano, una lapide alla memoria degli esuli e dei morti concittadini del 1799; Lagonegro una lapide a Cristofaro Grossi. E la provincia di Basilicata, per deliberazione del suo Consiglio, scrisse in marmo il nome di quelli che «Per la patria e la libertà dettero LA VITA SUL PATIBOLO E NELLE BATTAGLIE: 1799-1800, 1822-28, 1848-49, 1860, 1866». — Giustino Fortunato mediante ricerche lunghe e pazienti, devoto ai gloriosi nomi non meglio che alla verità, reverente al decoro della patria, raccolse i 43 nomi scritti nelle cinque liste del marmo decretate: ed il 20 settembre del 1898, nella sala del Consiglio provinciale, commemorò i martiri della patria, con eloquio che sonò alte ai giovani di ammonimento e a tutti di civile sapienza. — V. Scritti varii, più volte citati.

48 È l’autore del famoso Tedeum dei Calabresi. — Fu pittore e poeta; nacque a Bella nel 1743 e vi morì nel 1813, come è provato dall’on. G. Fortunato; di cui vedi I napoletani nel 1799. Firenze, 1884, pag. 79, e l’altro suo opuscolo Il Tedeum dei Calabresi (1787-1800) di G.L. CARBONE. Roma, 1885. — E in Scritti varii, cit.

49 È l’autore del famoso Rapporto sui fatti del 1799 a Carnot; professore di Lettere (storia e geografia) alla Università di Pavia; annegato nel Ticino.

CAPITOLO XVII

I PRIMI SESSANT’ANNI DEL SECOLO XIX

I caduti del 1799 risorsero vincitori nel 1806. Napoleone Imperatore col decreto del 30 marzo 1806, richiamandosi ai dritti che conferisce la conquista, si proclamava signore dei reami di Napoli e di Sicilia: e vi nominava a re suo fratello Giuseppe.

L’assetto della società contemporanea napoletana ebbe principii e impulsi da questo attuoso periodo di tempo del governo dei due Napoleonidi, Giuseppe e Gioacchino Murat, che mutò di smisurato progresso ordini civili, militari, economici, usi, abitudini, vestimenta, sentimenti, tutto. La provincia di Basilicata ebbe non soltanto la divisione amministrativa in distretti e circondari, come tutte le altre provincie; ma mutò di capitale, sede alle alte magistrature che da Matera vennero a Potenza; e ne abbiamo tenuto parola a suo luogo. E a suo luogo abbiamo toccato del grande fatto economico che fu l’abolizione della feudalità, del conseguente trasformarsi della proprietà fondiaria, e del nuovo atteggiarsi dei ceti sociali al trasformarsi della proprietà stessa e al novello spirito che informava i nuovi ordinamenti politici e sociali.

La storia politica della provincia per questo periodo di tempo si estrinseca in tre gruppi di fatti, e sono; la resistenza di una parte del popolo al nuovo ordine di cose; il presto trasformarsi della resistenza in brigantaggio, e il diffondersi dei sentimenti e delle aspirazioni a più liberi ordini statuali, mediante la stufa calda di quelle segrete associazioni di nome famoso, che poi maturarono i frutti nel periodo storico che segue.

Napoleone, vincitore ad Austerlitz, mandò Massena a trarre vendetta del re di Napoli, che aveva rotto il trattato di neutralità conchiuso con la Francia. Un corpo d’esercito col generale di Saint-Cyr venne occupando le Puglie, un altro al comando di Reynier marciò sulla Capitale. Capua capitola il 13 febbraio del 1806; il 14 Reynier entra in Napoli; e dopo pochi giorni di sosta insegue le truppe napoletane, che si ritirano per la via delle Calabrie alla volta di Sicilia.

Il giorno 6 di marzo l’avanguardia dell’esercito francese raggiunse i Napoletani verso Lagonegro, e qui avvenne un breve fatto d’armi, che fu un primo scontro. A tre miglia dalla città, i napoletani del reggimento «Sannita», tagliato che ebbero il ponte in legno sul torrente Lacalda, parve intendessero di opporsi al passaggio delle prime schiere francesi; con essi cooperando, di fra le macchie del colle soprastante, bande raccogliticcie di Trecchina, di Lauria, dì Rivello, di Lagonegro e del Cilento: ma fu un simulacro di resistenza; si ritrassero presto e sbandarono. Né fu resistenza nella stessa città di Lagonegro: ove però, in piazza, cadde morto da colpo di moschetto, tratto di agguato, il colonnello e capo dei sopraggiunti francesi. Luigi Remaker; e il fatto singolare fu occasione a soprusi soldateschi, che la tradizione dice saccheggio.1

Procedendo oltre, i francesi furono il giorno 9 a Campotenese, tra Castelluccio e Morano Calabro: e qui in una fazione più calda e generale le truppe napoletane vennero attaccate e disfatte; Reynier entra la sera stessa a Morano, ove la licenza soldatesca dei vincitori, non provocati, dà un saggio di quel che sarà per fare. Procedono innanzi, a spron battuto, il 13 a Cosenza, il 29 finalmente a Reggio: tutto il regno pare sia conquistato; e il 13 aprile entra in Reggio, come re di Napoli, Giuseppe Napoleone.2

Gl’Inglesi sbarcano un corpo di seimila uomini nel golfo di Sant’Eufemia; e Reynier il giorno 6 luglio li attacca presso Maida, ma è battuto: il duplice fatto solleva gli animi degli aderenti alla caduta dinastia e i bollori guerreschi delle popolazioni, su cui soffiano emissari e partigiani in armi. Accadono scontri, saccheggiamenti e violenze feroci da una parte e dall’altra; ché capi e soldati dell’esercito francese non sono da meno dei partigiani, che essi denominano briganti. A sostenere Reynier e vendicare l’affronto, parte da Napoli in persona Massena con un corpo di seimila uomini.

Egli giunge a Lagonegro il 4 agosto; ivi sa che un battaglione di polacchi francese è perito ultimamente presso a Lauria. Infatti, il battaglione che indietreggiava da Rotonda è fieramente aggredito da bande borboniane e da cittadini armati del paese, i quali credettero o dissero temere dei saccheggiamenti alla città da parte dei francesi: il battaglione, pei molti morti e feriti, fu disperso,3 e una parte di esso, nei campi del villaggio di Nemoli, perì del tutto: altre avvisaglie ed agguati mortali pei campi di Torraca e di Sapri verso il mare Tirreno.

Massena ordinò fosse dato un esempio a terrore: e fu dato.

Il generale Lamarque va al suo còmpito, pei paesi lungo il mare: il generale Gardanne per a Lauria. La città si affretta a difesa: ma all’annunzio dell’arrivo la bieca ira popolare divampò subitanea contro il dottore Antonino Segreti e il figlio Pietro, accusati di fede republicana, e li pose in pezzi, e li diè al fuoco, e intanto, come poté meglio, sbarrò di travi e macigni il ponte sul profondo torrente, pel quale è la strada di accesso alla città partita in due: la gioventù paesana si postò su per le case a schermo e difesa, sostenuta dalle ivi raccolte bande di partigiani scorrazzanti per le campagne. Tra le bande emersero i fratelli Cucchi, già briganti emeriti, del paese stesso. Era il giorno 8 di agosto, e Gardanne arriva. La lotta fu aspra: la difesa energica; respinti una prima e seconda volta dal ponte gli assalitori, che si arrestano indecisi tra mezzo ai loro morti e caduti. Ma nuove schiere arrivano, e la resistenza è vinta; il ponte è spazzato; passano fanti e cavalli; la numerosa soldatesca irrompe, e le due città furono date recisamente al fuoco, alle violenze, alle rapine, ordinate.

«Circa mille cittadini (dicono i ricordi di uno scrittore paesano) caddero sotto il ferro nemico. Centoquarantadue case furono preda alle fiamme in Lauria superiore; e due terzi di tutte le altre in Lauria inferiore; e in esse le due chiese madri ed il magnifico convento dei Minori osservanti. Il saccheggio fu generale, generale il pianto, la desolazione, il lutto».4

Massena assisté al fumante spettacolo della città; e tornò a Lagonegro.5

Era la giustizia sommaria dei tempi di guerra a intenti di vendetta e di terrore! era la nota fosca e continua di quei fatti d’arme. Un reggimento di francesi, in marcia alla volta dì Taranto, è sulla via di Cassano Jonio: contadini e paesani scendono incontro a far loro festa ed onore, poiché li hanno scambiati per soldati inglesi, fautori del re caduto; e nell’espansione dell’animo caldo si vantano di avere uccisi tanti francesi in questo scontro e tanti in quell’altro, e tante armi hanno prese, e ne mostrano a vanto. Il reggimento tra queste bieche accoglienze arriva a Cassano: e allora attrappa di quel gentame cinquantadue; e la sera stessa li fucilano sommariamente, allegramente sulla piazza pubblica. E Paolo Luigi Courier, che era anch’egli degli ufficiali del reggimento, e testimone e narratore del fatto, aggiunge che furono fucilati per le mani dei loro stessi compatrioti che dimandarono a favore! l’onore del macello. Ecco le feste di Sibari! conchiude lo scrittore soldato, che, dimenticando ogni gentilezza di umane lettere, non trova una parola di sdegno o di pietà per tanta bieca giustizia, e si rifugia nell’archeologia.6

Al governo già caduto del Borbone non restava in Basilicata se non Maratea, che era difesa dal suo castello posto sull’alto di una roccia dai fianchi dirupati e impervii. Il castello avea a presidio un mille e duecento armati, con due cannoni e due spingarde, e a comandante Alessandro Mandarini, nativo della stessa città. Altri corpi di partigiani si tenevano postati nelle vicinanze, con a capo quel Rocco Studuti ed altri, che furono i condottieri delle masse celentane del 1799.

Il generale Lamarque del corpo di esercito del Massena viene ad attaccare il Castello di Maratea, con 4.500 uomini e quattro cannoni. Il 4 dicembre, postate che furono le artiglierie su prossime alture, circondata la piazza da tre lati, egli intende a tòrre ogni possibile comunicazione per la via di terra. Intima la resa, che è respinta; e comincia l’offesa: la quale si fa più viva ed efficace, quando sopravvengono da Lagonegro altri due cannoni di maggiore calibro, e da Sapri il colonnello Pignatelli-Cerchiara con cinquecento soldati, che dovranno tener fronte alle torme de’ partigiani raccoltesi a Castrocucco sotto il comando del maggiore Giuseppe Necco, ed alle altre venute dai paesi intorno a Sicignano, guidate da un Tommasini. Queste sparse bande di partigiani tentano di apportare aiuto per via di mare agli assediati, il giorno 7; ma una loro barca con quaranta animosi non pure tocca la riva che è presa, e quelli morti o prigioni. Intanto l’artiglieria degli assedianti continua a battere le torri che difendono la porta del castello; un assalto di sorpresa è tentato nella notte dell’8, mentre dai barili delle apportate polveri si fa scoppiare una mina. Non riesce il colpo di mano, e lasciano a piè delle mura non pochi morti e feriti. Pure le opere di approccio e i mezzi di offesa abbondanti e vivi tolgono animo al presidio, che è di gente, in gran parte, raccogliticcia, e mal provvista in munizione da guerra e da bocca: onde piegano orecchio alle nuove e più oneste proposte del generale che aveva fretta e bisogno di procedere oltre; e accettano una capitolazione onorata7 per la quale, ceduto il castello, i soldati di ordinanza s’imbarcano per la Sicilia; e i partigiani delle bande a massa vengono nella chiesa di Maratea, ove, fra riti ordinati solenni degli uffizi religiosi e un sermone del parroco, danno giuramento sulla immagine del Cristo, che non avrebbero mai prese le armi contro i francesi: e furono mandati liberi. Ciò fu il 10 decembre. Le torme sicignanesi, al comando del Tommasini, passarono ai servizi del vincitore: Alessandro Mandarini non volle, pure fatto segno a speciali lusinghe, ma si ritirò in Sicilia, ove visse di onesti commerci a Cefalù, finché la restaurazione borbonica non venne a rialzare le sue fortune.8

I partigiani della caduta dinastia, non indugiarono gran fatto a smascherarsi in briganti. Mancava ogni idea nobile e generosa che li tenesse in armi: il concetto di legittimità fu idea esotica, come la parola, importata più tardi per covrire di men laida vernice istinti ignobili e ferini; e coloro che sursero a capo dei gruppi oppositori erano gente piena di ardimenti, ma non culta per istudii, o per educazione liberale; non generosa per nascita signorile; zotici e cupidi e plebei quanto le abbiette masse raccogliticcie. Messi su con un simulacro di bandiera politica dagli emissari della Sicilia e dagli inglesi veleggianti sulle coste del Tirreno, quando questi fomiti di fuori non più giunsero a tenerli in animo, smascherarono quella che era la propria natura loro: soldati disertori, fuggitivi di galera, grassatori di pubbliche strade e ladri volgari, che disonorano nel fango la bandiera che dicono difendere. Ma le offese, le rapine, gli incendi e il sangue, di che essi sparsero quasi ogni strada, quasi ogni cespuglio delle Calabrie e della Basilicata, mantennero in profonda perturbazione gli animi delle popolazioni non meno che in continuo stato di guerra il Governo e sue agenti; di talché vennero soventi anche questi a danni, ad offese, a violenze di sangue non disformi da quelle de’ briganti; sinché Manhes non giunse — nell’ottobre del 1810 in Monteleone quindi in Cosenza, e nel 1811 a Potenza — Dio terribile di giustizia e di vendetta; vendetta e giustizia violenta, cieca, spietata, ma efficace; del quale non si può tacere, ma si può lasciare che altri lodi, se vuole, ed ammiri: io non ho l’animo di farlo.

Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvivare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e di Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte, e massacrano tutti i soldati. Al Gualdo, tra Lauria e Castelluccio, attaccano e disperdono la schiera che era di scorta a un convoglio di arredi militari; nella mischia cadde uccisa anche la signora Gerard, moglie ad un uffiziale che fu poi sgozzato anch’esso dai briganti in Calabria; e le nappe e le spalline luccicanti dei militari adornarono per un pezzo le casacche brigantesche. Non dissimile sorte toccò, tra le aspre forre, del Marmo, al distaccamento che scortava il generale de Gambs; il quale vi restò morto con una sua donna, nell’imboscata che gli aveva tesa la banda famosa del Quagliarella.

Anche più famosa quella del brigante Taccone, che osava assaltare paesi e città. Un giorno del luglio 1809 raccoglie in uno le sparse bande di minori assassini Izzo, Nigro, La Petina: e in più centinaia irrompono nella piccola terra di Abriola, e bloccano nel suo castello, ove si erano subitamente raccolti, il barone Tommaso Federici e molti de’ notabili del paese. Passano più giorni e nessun soccorso arriva agli infelici; mancano i viveri e l’acqua a dissetarsi: i briganti promettono salva la vita ai rinchiusi se consegnino il Federici: questi non lo fanno; ma lo abbandonano, e per via di scale apprestate dagli stessi assalitori, si traggono fuori del recinto. Allora il Federici, votato alla morte, fa che si aprano le porte; ed è massacrato, e con esso la moglie.

Lo scempio continua, e si propaga tra larghe scene di sangue e sozze scene di nozze per la misera terra. E la relazione uffiziale dell’atroce evento prosegue e dice:

«Gli infelici figli del barone erano stati dalle balie e dalle nutrici ridotti in casa di un tale Lancieri, il solo uomo di pietà che volle accoglierli. Svelato il loro asilo, fuggirono nella chiesa, credendosi in salvo. Sopraggiunse il sicario La Petina, e l’un dopo l’altro scanna la piccola Maria Lorenza di anni tre, Maria Vincenza di anni nove ed il piccolo Girolamo di anni otto. Dopo che prende il primo genito di anni tredici, e lo brucia vivo sul cadavere dei genitori…»

Non prosieguo oltre a leggere in questo documento! e mi sforzo di credere che la infinita pietà del caso abbia aggiunto colori alla terribilità stessa dei fatti.9

Da Abriola, sempre aumentando di numero, la banda ne venne nelle campagne di Potenza; e tentò penetrare nella città capoluogo, ove non era presidio di soldati; ma di sole milizie civiche. Queste e i cittadini tennero fronte ai primi assalti; incoraggiando e provvedendo alle difese quel Domenico Corrado, animoso uomo, che i posteriori eventi fecero alla provincia famoso. Accorsero in aiuto della città le milizie civiche del distretto di Avigliano, guidate dal capo battaglione Francesco Antonio Corbo; e le torme aggreditrici furono respinte; ma nel conflitto restò morto Gerardo Antonio Corbo: non primo, né solo danno, per causa di libertà, ad una famiglia, per vari titoli nota e benemerita alla provincia.10

Guarite che furono, ancorché col ferro e col fuoco, queste profonde piaghe sociali, l’atteggiarsi della rinnovata società napoletana veniva procedendo per le vie di mirabili progressi: non erano, a dir propriamente, ordini liberi che la reggessero; ma ordini liberalmente civili in tutte le manifestazioni dell’attività pubblica. Poi, ravvivata e maturata da questi stessi ordini civili, cominciò a serpeggiare nelle classi culte un’aspirazione a più liberali ordini di governo. Germogliarono le Società segrete, di cui sparsero i semi gli uffiziali stessi degli eserciti venuti dalla Francia, nonché i partigiani, superstiti, assottigliati, trasformati, ma non spenti, della grande rivoluzione. Lo stesso Governo di Napoli, non che inimico al propagarsi di esse, vi tenne mano; intendeva dirigerle, quando che fosse, a intenti arcani supremi, e dominarle.

Rivissero le associazioni dei Franchi-muratori; pullularono con più copiosa fioritura di proseliti quelle dei Carbonari: dal 1812 in poi sursero e s’interzarono, tra «loggie» degli uni e «vendite» degli altri, a Moliterno l’Aurora Lucana, a Lagonegro la Filarete Lucana, a Sala la Consilina Cosmopolita, a Polla la Neo-Sparta Febea; e, allora o poi, a Marsico Nuovo la Scuola dei costumi, a Melfi i Figli di Bruto e il Vulture illuminato; altrove i Figli o Nepoti di Codro, ed altre ed altre a me ignote.11 Un bel giorno il Governo di re Gioacchino le proscrisse con ordinanze severe: perché talune delle ramificazioni dei Carbonari, piegando l’orecchio ad emissari inglesi e siciliani, intendevano alla restaurazione dei Borboni, però con una costituzione liberale sullo stampo di quella del 1812, che vigeva in Sicilia all’ombra della bandiera inglese. Ma le severe ordinanze non si chiarirono altrimenti che armi di polizia per ferire quelle, che non si aggirassero nel circolo arcanamente autorizzato dalla polizia stessa. E continuarono a vivere; alcune, mutando nome, sotto il patrocinio segreto dello stesso Governo del re; altre, con maggior segreto e pericolo, per la sperata restaurazione liberale dei Borboni. Una di quelle ramificazioni in lega col Governo si disse allora, con nuovo nome che attecchì poco o punto, Società degli Agricoltori o dei Buoni coloni, e si diramava non più in vendite, ma in Pagliaie: ne fu a capo il generale Colletta, lo storico.

L’altra ramificazione, che divenne famosa sotto il nome da scherno di Calderari, aveva avuto la denominazione uffiziale di Veri Amici o di Trinitarii, forse dal mistico simbolo che aveva preso ad insegna; ma da noi fu detta anche dei Rivellesi, dal paese di Rivello, ove è prevalente il mestiere del ramaio girovago. Tutto segretume non ancora chiarito bene, neppure negli intenti ultimi; ma chiaro in ogni modo per mala fama, resa anche più fosca dalla fama del principe di Canosa tristissimo, che ne fu il capo allora o dopo.

La nuova fase della Carboneria favorevole agli ordini liberi, ma a governo di re Gioacchino, non ebbe tempo di svolgersi; ché gli eventi precipitarono: certo è che l’azione di essa si rispecchia in quella costituzione liberale nata morta, e postuma alla falsa data che porta del 30 marzo 1815, da Rimini. A questa data re Gioacchino aveva dichiarato contro l’Austria la guerra d’indipendenza: la breve, infelice, ma non inonorata campagna, crolla la sua fortuna; la battaglia di Tolentino ai 2 di maggio precipita la sua caduta. D’altra parte il re di Sicilia, con pubblico editto del 1º maggio, da Palermo, invitava i Napoletani alla riscossa, promettendo il mantenimento degli ordini stabiliti, de’ pubblici uffici in chi li covriva, dei beni nazionali in chi li possedeva, lasciando anzi sperare, con parole ambigue, lustre di ordini liberi.

Questo duplice ordine di fatti solleva gli animi degli aderenti ai Borboni: e i «Calderari» di Basilicata si agitano per sollecitare una restaurazione regia a Potenza. Il 7 maggio del 1815 si dànno la posta a Santa Maria di Fonti in quel di Tricarico i «Calderari» di Tricarico, di Albano, di Montepeloso, di Tolve, di Vaglio, alle sollecitazioni d’un Catalano di Vaglio, di un Cupola e di un Putignano di Tricarico, di un Simeoni di Stigliano, socii o strumenti di quel Nicolò Addone di Potenza, famoso per la bieca tragedia domestica del 1799, e per la nuova e bieca parte che oggi rappresenta.12

Era con essi un manipolo di gendarmi, disertori agli ordini che li raccoglieva in Napoli per essere spediti all’esercito combattente sulle frontiere; e tutti insieme si marcia su Potenza. Ma qui trovano una resistenza inaspettata nelle milizie cittadine, che il capo della provincia aveva in fretta raccolte; e la massa informe, e già titubante nei più, si sbandò; e ne seguirono processure, cui troncò a mezzo il sùbito mutamento di governo, non più tardi dello stesso mese. Allora, al nuovo ordine di cose restaurato, i capi di quel miserabile moto processati vollero la rivincita; e accusando di fellonia gli alti magistrati della provincia, avvenne che furono di un tratto messi in carcere l’Intendente della provincia Nicola Santangelo, il Segretario generale dell’Intendenza stessa Saverio Carelli, il Colonnello delle milizie provinciali Diodato Sponsa, il Maggiore Francescantonio Corbo, e il Direttore del Demanio Giulio Amodio. Ma sia la non provata accusa, sia lo spirito che aleggiava dalla recente convenzione di Casalanza non del tutto retrivo, avvenne che fossero prosciolti dopo qualche tempo. La provincia non ebbe altri turbamenti politici sino al 1820.

La rivoluzione politica del 1820 scoppiò il 2 luglio sulle alture di Monteforte. Strumenti di essa le associazioni della Carbonaria estesissime, e l’esercito. L’esercito ne fu la culla, e ne divenne il braccio. La restaurazione borbonica non seppe, o non poté arrestarne la diffusione. Propagate per ogni terra o città «loggie o vendite o pagliaie» che si dicessero, fu dalla stessa necessità dell’azione aperto l’àdito in esse ai meno puri elementi delle classi cittadine; e da noi, come da pertutto altrove, esse addiventarono combriccole spesso di malfattori, sempre di prepotenti. Tale è la rea fama che hanno di sé lasciata.

Le vendite si vennero aggruppando in «Tribù» con nomi chiesti all’antichità classica: amiternina, irpina, consilina, petilina. Una superiore «Magistratura» ne accentrava e dirigeva «i travagli». Fin dall’anno 1817 era costituita un’«Alta Magistratura Carbonaria» nella (come venne detta) Regione Lucana, e pare ne risiedesse il centro a Salerno; perché, non guari dopo, la Magistratura stessa fu divisa e denominata «della Regione Lucana occidentale» e della «Regione Lucana orientale»; e questa risiedeva a Potenza. Poi cotesto centro d’impulso si trova detto «Senato» e Senatori i suoi membri, delegati dalle vendite o Tribù. E questo Senato, anche prima del mese di luglio, venuto agli accordi con altre provincie pel periodo dell’esecuzione, aveva nominato Diodato Sponsa e Francescantonio Corbo, di Avigliano, a Generale e Colonnello «per dirigere le forze carbonarie ed opporsi al dispotismo» dice una carta del tempo.

Scoppiato il moto militare il 2 luglio a Monteforte, ebbe la prima immediata ripercussione da noi in Balvano, ai confini dell’Avellinese, per opera di Giuseppe Mantenga. E proclamato che fu in Napoli al 4 luglio il nuovo ordine di cose, a Potenza il giorno 6 il Senato della Regione Lucana orientale pubblicò una «dichiarazione in nome di Dio e sotto gli auspicii della nazione Napoletana». La dichiarazione conteneva le basi della futura costituzione, quali il Senato intendeva che fossero, ma non vi era accenno della costituzione spagnuola: prometteva diminuzione di imposte al sale ed alla tassa fondiaria, esortava i cittadini a concordia, vietava ogni offesa a coloro che «avessero sin allora spiegata opinione contraria alle idee liberali»; ed ordinava, vacuamente, che tutti i pubblici uffiziali avessero giurato fedeltà al Re ed alla costituzione.

Gli alti uffiziali del Governo centrale, in quel trepido momento, restarono infra due, inerti: il Senato si atteggiò a governo legale; ed il giorno 8 pubblicò questo

«Avviso. — Il Senato della R. (regione) Lucana orientale rappresenta il popolo della Basilicata e ne sostiene i diritti a costo del proprio sangue. Sino a che non sarà data la Costituzione da Ferdinando Primo, ed accettata dai Deputali del popolo di tutte le provincie del Regno, niun atto o decreto dell’abbattuto governo sarà da oggi innanzi pubblicato ed osservato nel territorio della Lucania orientale, o sia nella Basilicata. Le autorità sì amministrative che giudiziarie eserciteranno le loro funzioni in nome della Costituzione e del Re, e saranno esattamente osservati gli articoli contenuti nella Dichiarazione stampata a Potenza il 6 luglio 1820, che è stata proclamata dal popolo di Basilicata, sino a che non sarà data la suddetta costituzione. Chi ci si oppone è dichiarato nemico della patria e degli interessi del popolo. Il comando delle forze costituzionali della Lucania orientale è affidato al generale Sponsa, ed al colonnello Corbo, i quali essendosi bene distinti nella difesa della nostra causa, ànno meritato la riconoscenza della patria, in forza dell’art. XI della citata Dichiarazione».13

Si era in quel primo momento d’incertezza, se il Re, pure avendo aderito ad un ordinamento costituzionale, avesse o no accettata la costituzione di Spagna del 1812, come i capi del moto militare pretesero. E «il Senato carbonario» in quel dubbioso atteggiarsi degli eventi rattenne e vietò si inviassero alla Tesoreria centrale dello Stato le entrate pubbliche già riscosse; e il grave atto, e i vociferati propositi di sfratti violenti agli alti funzionarii dello Stato, crebbero la trepidazione pubblica. Allora il Governo centrale chiamò a Napoli lo Sponsa, che si ritenne il capo del segreto atteggiarsi del partito; e inviò a Potenza il generale Pignatelli a calmare gli animi: e poiché il re piegò ad accettare le basi della chiesta, acclamata costituzione spagnuola, le assemblee «del popolo carbonaro» come in pubblici atti si proclamavano, chetarono; e il Senato si ecclissò.

La popolazione della provincia, accolse con gioia le ottenute libertà; né opposizione, né reazioni politiche o proteste avvennero: elesse, a suo tempo, i suoi deputati al Parlamento per duplice grado di scrutinio;14 istituì le milizie provinciali a tutela dell’ordine che vecchie e nuove bande di malfattori mai non cessarono di turbare; e un battaglione di legionari, al comando del maggiore Nicola Corbo, mosse il 27 febbraio del nefasto 1821 per i confini del regno, che gli Austriaci venivano per invadere. — E su questi mal difesi confini, nel seguente mese di marzo, i destini della napoletana libertà si decisero e si sciolsero, dissolvendosi un simulacro di esercito, con poco onore di popolo, con brutto nome ai soldati, ai capi, al re. E in coda agli Austriaci rientrò da re assoluto il re sleale, accumulando eredità di odi sul capo de’ suoi nepoti, che verrà tempo e la nemesi della storia non dimenticherà.

Ed entrando gli austriaci nel regno, avvenne il tragico dramma di Oppido,15 che diè immagine tarda, ma viva di quelle guerre di casate e «consorti» dei Comuni italiani medievali: un fatto, che se non ebbe veramente intendimenti politici, si tinse ai riflessi della politica, accusandosi l’un l’altro, gli attori, di carbonari e di calderari. Per due giorni fu una strage pazza di sette uccisi; con altri strascichi, tardi e pietosi.

Ma alla nuova restaurazione degli ordini assoluti la Basilicata fu teatro di scene luttuosissime; e, per vero, non a gastigo di fatti avvenuti durante il periodo dei nove mesi di libero reggimento, ma per eventi occorsi dopo l’instauramento del vecchio ordine di cose. In questi eventi, che ebbero un’eco ripercossa oltre i confini della provincia, emersero tre nomi; e furono del capitano Giuseppe Venite di Ferrandina, del capitano Domenico Corrado di Potenza, e di Carlo Mazziotti di Calvello: men noto quest’ultimo dei due primi ricordati nelle storie del reame, ma forse più degno di memoria.16 I fatti, per sconsigliato impeto e per luttuose conseguenze notevoli e miserandi, avvennero a Laurenzana e a Calvello.17

Cessata la costituzione del 1820, venne, come di solito, l’amnistia a guarentigia di oblio e di perdono dei fatti politici nel breve periodo dell’ingannatrice libertà; ma non mancarono inique e astute eccezioni, che permisero di rizzare i patiboli pei fatti di Monteforte. Il capitano Domenico Corrado in quel periodo di tempo aveva ucciso, per causa d’onore, un giudice del tribunale di Potenza; e la giustizia, che aveva fino allora taciuto o sonnecchiato, si ridesta ai nuovi calori del tempo; e incominciata del fatto l’inchiesta giudiziaria, il Corrado si mette alla macchia.

Non diversamente, ma meno scusabilmente pel capitano Venite. Questi, al cadere del febbraio del 1821, a capo di un manipolo di militi era in cammino da Tricarico a Tolve; ove avrebbe passato in rassegna le altre milizie civiche dei prossimi paesi che si apparecchiavano a muovere per i confini del regno, contro gli Austriaci. A mezza via si incontra in Marcangelo Liuzzi, milite anche egli e in divisa, il quale disertando dai suoi camerati di Tolve, si dirigeva alle sue case di Pomarico. Venite il rampogna aspramente, ed ordina dia volta con esso loro ai quartieri di Tolve: e quegli ubbidisce e si mette in via di conserva con gli altri; quando rompe l’aria uno scoppio di moschetto, e l’uomo cade fulminato a piè di un cespuglio presso la ripa del Bilioso. Si disse allora che il soldato di ordinanza del capitano Venite incespicando cascasse al suolo, e all’urto arme scattò e uccise per triste caso il Liuzzi, che gli si trovava dinanzi. Così fu detto; e nessuno contraddisse. Ma la verità si è che un muto cenno del capitano a ordinanza sua spinse questa macchina all’atto cosciente scellerato: tra il giovine ucciso e il cognato del Venite di Miglionico pare fossero vecchi e profondi rancori sì per ragioni d’interessi, sì per sospetti di onore offeso; e il Venite, impetuoso e violento, volle vendicare sé stesso e il cognato.

Al nuovo ordine di cose si apre il procedimento inquisitorio; e il Venite anche egli è costretto a tenersi nascosto; restò a mezz’ombra, tra le grandi simpatie e le grandi paure dei suoi concittadini, qualche tempo nelle case sue stesse di città o di campagna; ma fu infine forzato a sgombrare, a vagare di qua e di là sperando e cospirando.

Cadute che sono per violenza di fatti le rivoluzioni, non mancano subiti e impronti conati per farle risorgere: i più violenti o i più ingenui credono facile ad un gruppo di animosi di tornare in vita ciò che i più o la maggioranza non ha saputo mantenere o difendere. Questa credenza tien vivo il fuoco sotto le ceneri che non indugia a mandar fiamme; la fiamma tien desti i sospetti e le pressure a spegnerlo. Quindi a Napoli i sodalizii segreti, disfatti non spenti ancora dalla restaurazione vincitrice, non tardarono un momento a riattaccare le fila; incoraggiati da fuori, incoraggiano dentro a sospingere e a fare: cambiano di nomi, si agitano ed agitano; quindi emerge un associazione segreta, che si dà il nome di «Lega europea: sezione del mezzogiorno» la quale ai soliti intenti di libertà aggiunge l’altro notevole «della Indipendenza d’Italia»: notevole, perché mostra riattaccasse le origini agli ultimi tempi di re Gioachino; e perché parve qui voce senza eco, e, oso dire, senza senso. Da questa e da altri simiglianti centri segreti partono impulsi per le provincie; e queste qui e qua rispondono più o meno corrive o tarde a fare, secondo che il caso ha disseminato esche all’incendio più infiammabili e pronte.

Più solleciti e caldi degli altri, gli associati del vallo di Diano nella provincia di Salerno e del contermine vallo di Marsico nella provincia di Basilicata si accontano ad un’impresa che doveva ripetere il fatto di Monteforte; ed agl’impulsi di Vincenzo Parisi di Polla e di Angelo Pessolano di Àtena, drappelli di Polla, di Àtena, di Sala, di Montesano, di Padula, di Brienza, di Pietrafesa, di Marsico, di Moliterno, ed altri si dànno la posta il 21 aprile 1821, alla cappella detta di San Michele sul monte Vivo, che divide le due provincie. Ivi giungerebbero altri in gran numero, e avrebbero nuovamente proclamata la Costituzione caduta. Ma pochi drappelli giunsero alla posta; le molte migliaia promesse non si videro; e quelli si sciolsero, non però disanimati i capi a ritentare nuovi accordi, che pure non fruttarono se non processure e condanne a coloro che convennero al campo di San Michele.18

Gl’intramatori delle rivoluzioni nella città di Napoli facevano, per la Basilicaia, grande assegnamento sul capitano Venite, che lo si sapeva deciso uomo, animoso e in gran nome alla provincia; e di poco minore nome, non di ardimenti, il capitano Corrado: questi si sarebbero messi alla testa dei drappelli, che le associazioni segrete avrebbero dovuto mandare in armi a giorno fìsso. L’associazione della «Lega Europea» s’impegnava di disciplinare e indirigere ad unità di intenti e di atti cotesti impronti spiriti di libertà. Aveva spinto i primi, più che propagini, tentacoli in Basilicata per mezzo di Carlo Mazziotti, medico di Calvello; che, battezzato, a moda del tempo, nel nome di Marco Bruto, era fatto Commissario generale della Lega per la provincia; ove era deputato ad istallarne altri per distretti e circoscrizioni minori. L’azione del Commissario si svolse anzitutto pei circondarii limitrofi di Calvello e di Laurenzana; e si intrecciò e si accalorì agli eccitamenti agli impulsi che partivano dal Venite; cui premendo ai fianchi l’aculeo dell’inquisizione giudiziaria ravvivata, non si restava di andare in volta a preparazione di eventi.

Gli associati di Laurenzana nel mese di giugno del 1821 si erano riuniti alla contrada detta «la Caffarella» per un accordo che riescì a nulla, poi in maggior numero vennero alla posta detta del Crocifisso nel gennaio dell’anno seguente, e qui fu deciso di operare subito, appena il Venite, infermo allora, risanasse. Il giorno 2 di febbraio Carlo Mazziotti riunisce nella cappella di Santa Maria degli Angeli i suoi collegati di Calvello e dei prossimi paesi; un fratello del Venite vi porta la costui parola e la promessa solenne che si metterebbe a capo del moto; tutti prendono impegno di tenersi pronti al primo cenno degli aspettati sbarchi di aiuti esterni, francesi e spagnuoli, che avrebbero guidati i generali Pepe e Rossaroll: e intanto si giurarono aiuto e soccorso scambievole in ogni periglio. E il periglio surse subito, inaspettato; e precipitò gli eventi.

Venite infermo si teneva nascosto, or qua or là, nelle case di taluni di Laurenzana; ormato dalla polizia, fugge; ma viene arrestato un tale Jula, ospite suo. I suoi compagni dei segreti sodalizi si accozzano subitamente, e lo strappano di forza dalle mani dei gendarmi, nella lotta scorre il sangue; e il paese è in tumulto. Questo il 3 di febbraio. Il giorno 7 è arrestato in Calvello, per complice consenso alla fuga del Venite, un frate Luigi da Calvello: e due giorni dopo, la notte del 10, un gruppo di sessanta associati assalta le carceri; sfonda usci e cancelli; oppugna e ferisce guardie civiche e gendarmi; ne trae fuori il frate e si allontanano; ma per via si abbattono in un uomo; e, sia coperta ira settaria, sia timore reale d’essere riconosciuti piombano sopra l’infelice e lo stramazzano a terra semivivo. Quindi, invitano il frate a mostrare che animo si avesse: e il frate a chieder loro un coltello, e a colpi di coltello finisce la vittima innocente. Duole il dirlo, ma non tacerò: era a capo di questi violenti e brutali, e non li rattenne, Carlo Mazziotti!

Si diedero alla macchia tutti, sperando in una generale riscossa. Il Governo ne fu vivamente turbato; e non stimandosi sicuro pel presidio, di uno dei reggimenti di austriaci, che era venuto a Potenza un mese innanzi, dà fuori il regio decreto del 18 febbraio del 1822,19 che mette «sotto il Governo militare» i circondari di Laurenzana e di Calvello; istituisce una Corte marziale in sui luoghi, che giudicherà i colpevoli, e farà eseguire il giudizio fra ventiquatt’ore, ancorché di morte; sospesa unicamente per coloro dei rei che si presentino spontanei. E senza indugio, la Corte marziale siede nel vecchio castello di Calvello; molta forza militare batte la campagna; lo sgomento prende tutti: e i più dei fuggitivi si presentano spontanei. Non si arrendono, ma vengono arrestati dalle milizie civiche il Mazziotti, il frate micidiale, altri cinque e il Venite, che, mezzo infermo, è preso nelle campagne di Pietrapertosa. Gli trovarono indosso un cifrario, e la carabina famosa, su cui era scritto «Onore e Patria».

Nello spiccio processo molti, a paure e lusinghe, piegarono; anzi qualcuno era già segreto arnese di polizia venuto in mezzo tra essi. Carlo Mazziotti, dignitoso e sereno, deviò le inchieste del giudice inquisitore; e all’accusa di non aver rivelato il Venite, ricoverato in sua casa quando era già messo al bando dalla legge sulle liste dei pubblici inimici, rispose che le leggi dell’ospitalità, erano per lui anche più sacre. La Corte marziale, riunita il giorno 12 marzo, giudicò cinquantadue accusati; ne condannò a morte ventiquattro; all’ergastolo nove; altri a minori pene: ma sospese la condanna di morte per quei che si presentarono; e mandò in confortatorio, la stessa notte, nove; e questi, in confortatorio, si tennero sereni e dignitosi; taluno fierissimo. Il giorno seguente, era 13 marzo del 1822, ad ore 18, caddero spenti di moschetto, in Calvello, il capitano Giuseppe Venite e suo fratello Francesco, Francesco Paolo Giusti, siciliano e animosissimo, che era stato sotto uffiziale nell’esercito, Eustachio Ciani, prete, fra Luigi da Calvello, Rocco Labella operaio, Giuseppe Sagaria sarto, Giuseppe La Rocca domestico, e, degno del perenne ricordo della nostra storia, Carlo Mazziotti, medico. Era nato il 1789. Dopo otto giorni la Corte stessa mandò allo stesso supplizio cinque operai Calabresi. Erano stati sorpresi, forse non per caso, nelle campagne di Spinoso, e menati a Calvello come complici del Venite, e a tale titolo di pietoso ricordo onorati; ma non erano che volgari malfattori.

Quindi la Corte marziale si tramuta a Potenza, e il 12 aprile giudica gli incolpati dei fatti di Laurenzana del 3 febbraio. Erano giudicabili quarantasette; ne dannò a morte diciassette; sospese la sentenza per quindici di essi; ma furono moschettati il giorno 13 aprile, a Potenza, Giuseppe Cafarelli e Leonardo Abate.

Tre giorni innanzi era caduto spento della stessa pena, dello stesso piombo, nella stessa città, il capitano Corrado.

Si era potuto tenere alla macchia parecchio tempo, perché ben visto a tutti e da tutti favorito di aiuti: non fu scritto sulle liste dei fuorbando, se non tardi, a premure, anzi pressure dei governanti sulla Commissione provinciale che doveva sancirle. Viveva quasi sicuro in una sua casa di campagna, e gli agguati per iscovarlo non approdavano: una volta sfugge ardimentosamente, e i persecutori, a vendetta, abbruciano la fattoria. Il fatto parve si strano e iniquo e impolitico al Frimont, generalissimo dell’esercito austriaco di occupazione, che ne scrisse d’uffizio al Governo20

«invitandolo ad esaminare, se tali misure violente siano conformi alle leggi e alle consuetudini del regno, e se potessero contribuire a calmare gli spiriti»

parole poco o punto note, ma autentiche, che io ripeto ad onore del Frimont, e — a che tacerlo? — del Governo austriaco; quanto a disdoro del governo nazionale, che vantava volere educati i popoli alla giustizia, e pure mancava di rispetto alle più elementari leggi di giustizia e di umanità!

Cadute che furono le vane speranze di riscossa suscitate dagli apparecchi di Laurenzana e di Calvello, il Corrado si traeva di notte verso le Puglie per imbarcarsi a Barletta; ma spiato e tradito dagli ospiti pastori, inseguito dalle milizie civiche di Genzano condotte dal comandante Mennuni, ferito e feritore in conflitto, fu preso il 3 aprile che giaceva spossato in una pagliaia del bosco. La Corte marziale, che giudicò di lui il giorno 9 aprile, non fece se non certificare la rispondenza della persona al nome scritto nella lista dei fuorbanditi; e lo sentenziò a morte; e l’eseguì il giorno appresso. La cronaca paesana ricorda ancora le fiere parole, che egli profferiva, avviandosi, alta la fronte, al supplizio: «Io sono un uomo d’onore e un patriota; e voi calderari abietti» aggiunse all’indirizzo di quelli che, sogghignando plebeamente, villanamente, miserabilmenle l’oltraggiarono.

Il Governo militare fu tolto dai due circondarii di Laurenzana e di Calvello col regale decreto del 27 agosto 1822; e vuol dire non altro, se non che in luogo di quelle Corti marziali, spiccie e sommarie, per cui è visto

Piovere sangue donde son passato,

presero il campo le Commissioni militari, poco meno spiccie, sommarie e micidiali. Il presidio degli austriaci fu richiamato da Potenza, verso gli stessi tempi, dal Frimont, e le istanze delle alte autorità politiche perché restassero non approdarono. Ma la provincia si accasciò sotto il peso di sì immane repressione; e non ebbe parte a quei conati, a quei ribollimenti di libertà che, dopo il ritiro degli austriaci dal regno, dettero fuori, qui e qua, per un periodo di oltre ventanni. Quel Giansante di Rionero, che s’incontra tra i fucilati a Salerno pei moti politici celentani del 1828, si trovava già chiuso nelle carceri di quella città per cagione di comuni misfatti; ivi prese parte ad un complotto di prigione, ad intenti di fuga; che scoverto lo trasse, molto sommariamente, ma in onorata compagnia a morte.

Rifiorì l’albero della libertà in Napoli l’anno 1848; e per verità non per opera di sette. Al gran moto degli spiriti cui diedero un più pronto abbrivo i fatti straordinarii del novello pontefice, che ebbe il nome di Pio IX, scoppiò la meravigliosa rivoluzione di Palermo. Al contraccolpo della rivoluzione siciliana vincitrice, e ai movimenti che le tennero dietro dei patrioti napoletani nel Cilento, (e che parvero segnale di vasto incendio per le provincie di terraferma; e non era che poca scintilla, cui avrebbe spento un soffio, senza i moti di Sicilia), il re di Napoli cedé ai pubblici voti, e concesse lo statuto il giorno 24 febbraio. Non farò la storia di questo breve periodo di libertà, giurata, manomessa e tradita dal re; ma non sarò eco delle storie di parte che ne dànno la colpa tutta ed unicamente al re; storie unilaterali e soggettive, non c’insegneranno mai nulla; né la verità, né la saggezza. Grande colpa ebbe il re, che fu sleale, e mancò ai giuramenti di re, alla parola di galantuomo; ma non minore colpa ebbe la parte liberale, e, maggiore di ogni colpa, la dissennatezza. Divisa, come egli accade, e fin dai principii, in parte più o meno spinta di propositi, più infocata o meno di aspirazioni ideali e dottrinarie; quanto l’una parte andava innanzi sbrigliantesi, sbrigliata, petulante e leggiera a vociare, a chiedere, a calunniare, a sopraffare governanti, esercito, magistratura e re; tanto l’altra si traeva indietro nel suo guscio di testuggine; taceva, lasciava fare, in bilico tra il sì e il no; e non per connivente consenso alle dottrine o alle aspirazioni di quella; ma unicamente per non perdere, per non isminuire la popolarità che veniva dalla piazza. Mai fu parte politica più inetta al politico magistero dello Stato quanto la parte moderata napoletana del 1848! E questo mostra — il dirò io? — l’impreparazione del paese, delle classi dirigenti del paese alle condizioni della libertà.

Le rivoluzioni di Parigi, di Vienna e di Berlino crebbero animo, aspirazioni e pretese alla parte più avanzata, che da allora si licenziò da ogni freno Gli ordini costituzionali introdotti nel resto d’Italia, pure afforzando il moto napoletano, vi introdussero gli influssi di un nuovo elemento, quello della guerra d’indipendenza. Quindi comincia a Napoli l’azione di un profondo contrasto che disordinò il moto interno, debilitò le forze conservative; e portò un periodo di confusione, che mise capo nella giornata del 15 maggio.

Ai nuovi fatti dell’Italia superiore i governanti di Napoli ottengono dal re che Napoli prenda parte alla guerra di indipendenza; e i soldati del re partono, anche prima che fossero concordati i patti di alleanza fra i sovrani, che dovevano combattere l’Austria nella valle del Po. E intanto la Carta dello statuto pubblicato ed acclamato ieri, non bastava più oggi!… e bisognava modificarlo, o «svolgerlo» almeno! Quindi l’interna lotta, che una minoranza petulante e conciamente spingeva innanzi, agitando tutto e tutti, mentre una maggioranza inerte lasciava fare e dire; e il Governo, senza l’appoggio delle forze d’una parte conservativa, era trascinato verso l’ignoto. La voce del Parlamento avrebbe potuto mettere un filo di ordine nella pubblica baraonda; e si convoca il Parlamento. Ma una minoranza della minoranza fa per la città le barricate! a sostegno e a difesa del convocato Parlamento; e quando la maggioranza dei deputati, che si erano accordati col re in un partito medio, invitarono, pregarono, supplicarono di rimuovere le barricate, affinché il Parlamento si potesse aprire la dimane 15 maggio, poiché il dissenso tra Camera e re era composto; quella minoranza di popolo sovrano non volle: respinse la deputazione della Camera, che veniva in piazza pregando di rimuovere l’imminente occasione di conflitto; li disse traditori; e vociando che la patria è in pericolo, e picchiando sui tamburi delle guardie nazionali, credette — chi sa se in buona fede? — di fare i miracoli di Cadmo, disseminando i rulli di tamburo per creare soldati e combattenti! E accadde ciò che era forza accadesse, quando due forze armate inimiche stanno di fronte: parte il primo colpo di fucile, non si sa da chi, o si sa pur troppo! un soldato, un uffìziale de’ regii stramazza al suolo; e allora irrompe un conflitto per le vie della città, micidiale più che tutto agli inermi e agli innocenti, vecchi, donne e fanciulli, che non possono uscire dalle case prese d’assalto, e saccheggiate, e bruciate dai soldati saccheggiatori e dai lazzari, che li seguivano a tenere il sacco.

Gl’istigatori che scamparono ne dettero la colpa al Re; fu lui che, per segreti emissarii, fece le barricate, tirò il primo colpo, ordinò i massacri, i saccheggiamenli e gli incendi: nel regio tranello era caduta la nazione; e bisognava vendicarsi. Non una voce si elevò allora, o poi, tra i liberali a condannare e smascherare questi tartufi della politica! questi impresari delle rivoluzioni. I quali lasciano Napoli, e per la via di Roma o di Malta vanno in Calabria.

L’eco degli eventi del 15 maggio commosse tutte le provincie. Partirono incontanente dai paesi prossimi alla città schiere di guardie nazionali; ma come giunsero le notizie dell’indomani che un regio editto dichiarava di mantenere le libertà concesse, tornarono senz’altro alle loro case; non però il sollecito ritorno tolse i loro capi alla marea della reazione montante.

Anche in Potenza, alle prime e incerte notizie, la commozione fu profonda. Era già istituito nella città un convegno di liberali riunioni tra i cittadini, che aveva preso il nome di Circolo Lucano, e che surto a moda generale del tempo, voleva parere men luogo di svago ai componenti, che convegno a consulta sull’andamento di pubblici negozi. Pallide reminiscenze dei famosi clubs della gran rivoluzione di Francia; non stretti a segreto (e non pertanto furono di poi sindacate e punite come riunioni illecite! in tempo di libertà) parvero allora ai più un opportuno, anzi necessario complemento degli ordini liberi, a fine di dare un indirizzo alla opinione pubblica e mantener vivo, come si diceva, il fuoco sacro della libertà.

Il Circolo adunque, alle prime notizie, invita a consulta la cittadinanza; e in quella generale e naturale concitazione degli animi, nel dubbio degli eventi di Napoli, nel sospetto ragionevole di regie offese allo Statuto, elegge, suo potere esecutivo, un comitato di guerra, di finanza e di sicurezza pubblica; decide di spedire mille uomini delle milizie cittadine a difesa del Parlamento; richiede un contingente ai comuni della provincia; e da alcuni paesi, quali Albano e Pietragalla, accorsero a Potenza animosamente e sollecitamente. Ma poiché sopraggiunsero ulteriori notizie dalla capitale, e fu letta nei pubblici editti la parola del Re che manteneva le libertà concesse e avrebbe aperto il Parlamento, tra il credere e il non credere, il Circolo licenzia le milizie arrivate, pure inviando ai municipi pubbliche lettere che esortavano a tenersi apparecchiati a prossimi inviti; aprissero allistamenti e sorteggi di milizie civiche da mobilitare; si addestrassero intanto all’esercizio delle armi. Presidente del Circolo era Vincenzo d’Errico.

Erano già atti di pubblica autorità, pure restando a posto i magistrati del governo costituito, benché esautorati, e incerti, e tenuti d’occhio. Ma — pubblica e nazionale sventura! — la lealtà del Re non affidava nessuno: questa avrebbe salvato tutto: la sfiducia in lui avvalorata dalla vecchia e triste storia di sua famiglia, precipitò tutto.

Alla generale sfiducia non partecipava meno degli altri il Circolo Lucano; e questo generale sentimento si tradusse incontanente in atti del Circolo che non paiono svolgimento naturale e progrediente dei primi passi; ma mostrano come un salto, che fa supporre altre cause perturbatrici intervenissero ad accelerare il movimento. II Circolo adunque, il giorno 21 maggio pubblicava gli ordinamenti per la mobilitazione del quarto delle milizie civiche d’ogni comune, e per l’uso dei pubblici danari a mantenere i militi; prometteva in premio ai volonterosi doppia quota di demani comunali da dividere, e minacciava pene ai contumaci. Un patto di federazione faceva noto che si sarebbe stretto tra la Basilicata e le prossime provincie; e del patto sarebbero venuti a concordare i capitoli in Potenza i delegati dei Circoli di esse, rappresentanti davvero l’opinione pubblica. Quindi convocava pel 15 giugno a Potenza una dieta provinciale, perché i delegati dei Circoli dei comuni avessero eletto i rappresentanti della Basilicata alla federazione medesima.

Questa nuova e più accentuata fase del Circolo, che dal nome infuori assunse i poteri d’un Governn provvisorio, non si potrebbe spiegare, se non si colleghino queste vicende potentine a quelle di altre provincie.

La parte dagl’impronti propositi, che aveva fatto le barricate per la città di Napoli e fu sconfitta, pensò alla riscossa per le provincie. Parve agevole e sicuro di accendere la rivoluzione nelle Calabrie, le più prossime alla Sicilia, quando il Governo di questa aiutasse all’impresa; e presi infatti con questo gli accordi di pronti e larghi aiuti di armi e di capi militari, sparse i suoi agenti per le provincie a sollecitare moti di adesione e di cooperazione a quelli di Calabria. Quindi le piccole fiamme emersero in incendi; le passioni che accennavano a quietarsi divamparono di nuova lena; quindi la nuova e battagliera attitudine del Circolo Lucano, e il concetto suo della federazione delle provincie; concetto antico che se fosse riuscito a qualche cosa, sarebbe stato il fatto capitale dei nuovi moti del regno, ma che non riuscì a nulla per difetto di preparazione adeguata. Il giorno 2 di giugno si insedia in Cosenza un Governo provvisorio, e le Calabrie sì mettono in armi; si mobilitano le milizie cittadine; e queste vanno raccogliendosi qui e qua in campi militari che i capi s’impromettono esse difenderanno ad oltranza. Il Governo provvisorio convoca pel 15 giugno in Cosenza i deputati al Parlamento nazionale, che era stato sciolto il 15 maggio, prima che legalmente riunito. Ma nessuno tenne l’invito.

Intanto lo stesso giorno 15 giugno si riunisce la Dieta provinciale dei Circoli convocata a Potenza; tre soli delegati mancavano. Il presidente del Circolo Lucano aperse la Dieta, ed espose l’intento supremo di tutti che era il leale mantenimento dello Statuto, col diritto già concesso dal re, di svolgerlo legalmente. La Dieta discusse se convenisse di muovere incontanente in aiuto delle Calabrie, già insorte; ma, escluso il partito, deliberò si afforzasse intanto l’impresa di uomini e denari; consentì, approvando, al fatto della federazione da stringere tra le provincie; e ciascun delegato prese impegno di far concorrere il suo comune ai patti medesimi; nominò un decemvirato che rappresentasse la Basilicata alla federazione, e si sciolse.

Allora non restava se non d’infocare gli animi di tutti a partiti d’azione, e spingerli ai fatti; e i delegati del Circolo vanno in volta di qua e di là a questi uffici di galvanizzamento; e chi s’impromette di studiare punti strategici di passi da afforzare, e ponti da minare; chi va procacciando bronzo di vecchie campane a fondere cannoni per un esercito di là da venire, e chi si porta in Molfetta a comprare di vecchie e sgangherate bocche da fuoco, di barche mercantili. Era una commozione e una trepidazione generale; ma molto moto e poco frutto.

Convennero intanto a Potenza, il 25 di giugno, i delegati per la Federazione, che i Circoli di Bari, di Lecce, di Capitanata, e di Molise avevano designati a stringere il patto delle cinque provincie. Quella di Salerno non tenne l’invito di farne parte: dichiarava che farebbe da sé, ed aggiungeva: non parole, ma fatti. I convenuti concordarono che il moto partisse da Basilicata e fosse retto da un Comitato di guerra presieduto dal D’Errico; stabilirono al 10 di luglio il giorno del generale movimento; indicarono le poste ove i contingenti delle provincie si radunerebbero e gli ufficiali che verrebbero a capitanarli; e non so quali altri provvedimenti decisero a creare il nerbo della guerra, che sono i danari. Questi furono i patti segreti della lega; ma, allo stesso tempo, fu dato al pubblico per le stampe un atto che era di protesta al governo del re, e che fu famoso nel nome di Memorandum. Nel quale, dopo aver ricordato «gl’incendi, i saccheggi e gli enormi fatti di militare licenza» nella giornata del 15 maggio, le conseguenti provvisioni del governo che usurpavano la potestà legislativa del Parlamento; la illegale revocazione «del patto del 3 aprile» e l’abbandono della guerra dell’indipendenza italiana; pei quali fatti già protestavano in armi le Calabrie, «in tanta gravità di avvenimenti (dicevano) qual sarà il contegno delle altre provincie?»

«Le provincie di Basilicata, Terra di Otranto, Bari, Capitanata e Molise, rappresentate ciascuna da delegati speciali convenuti in Potenza, dichiarano nell’attuale condizione dei tempi: 1º Volere a qualunque costo il sincero e leale mantenimento del regime costituzionale; 2° Volere dalla rappresentanza nazionale, eletta sulle basi della legge del 5 aprile, lo svolgimento dello Statuto, con la facoltà di modificarlo e correggerlo in ciò che vi à d’imperfetto, e meglio adattarlo al progresso reclamato dall’andamento della civiltà dei tempi; 3º Volere l’annullamento di tutti gli atti del Governo promulgati dal giorno 15 maggio in poi; 4º Non soffrire che la rappresentanza nazionale si riunisca senza guarentigie che assicurino la libertà del suo voto, e quindi non riconosce lo esercizio della sua legislatura, se non verrà richiamata in servizio la Guardia Nazionale illegalmente sciolta; e se i castelli non saranno messi nell’impotenza di nuocere alla città. Essere risoluti di mantenere a qualunque costo queste loro dimande. Epperò ove siffatte giuste pretese verranno spregiate, protestano innanzi a Dio ed al cospetto di tutte le nazioni incivilite della necessità, in cui si potranno trovar collocate. Potenza, 25 giugno 1848».21

La cospirazione alla luce del giorno pareva andasse a vele gonfie; le autorità locali non fiatavano; e il Governo di Napoli pareva lasciasse fare, e infatti non se ne preoccupò grandemente, perché era facile comprendere che il focolare di tutti questi incendii era veramente nel moto di Calabria, sostenuto dal Governo di Sicilia; e quello occorreva di spegnere subito. Però il re si affrettò di richiamare dall’Alta Italia il corpo di esercito che il Ministero del 3 aprile aveva inviato a difesa del Veneto con Guglielmo Pepe: e di questo richiamo gli fecero colpa, superiore ad ogni perdono, tutti coloro che gli attizzarono la rivoluzione in casa, e lo accusarono poi, con ingenuità maravigliosa, di avere tradita la causa della indipendenza italiana. E infatti il richiamo inaspettato di quel forte nerbo di truppe, cui non fu dato arrivare sui campi lombardi, fu causa a rovesci che si trassero dietro altri rovesci; sicché, rimontando di anello in anello, potrebbe dirsi la causa suprema della vinta dall’Austria battaglia di Custoza e dell’armistizio Salasco! Ma chi dà colpa al re di Napoli, perché, prima che ad altrui, volle provvedere al soccorso di casa propria, quando la casa gli era messa da tutte parti in fiamme, sarebbe nel giusto se riconoscesse con lealtà, che di quelle acerbe conseguenze alla causa della indipendenza d’Italia è da darne non minore colpa agli assalitori. Sicché il sorite delle storia dovrebbe, come deve, rimontare fino a costoro, fino a quegli avventati che provocarono la catastrofe del 15 maggio, e messero gl’incendii alle Calabrie. Così la giustizia della storia, pesando in eguali bilancie gli errori e le colpe dall’una parte e dall’altra, potrà, con secura coscienza, dannare nel re di Napoli la slealtà dell’uomo e le colpe del re.

A reprimere i moti di Calabria il re inviò per mare alle spiagge del Catanzarese con un corpo di truppe il generale Nunziante, e per via di terra, all’obbiettivo di Cosenza, il generale Busacca, che il giorno 28 di giugno ebbe uno scontro con le milizie calabresi nelle circostanze di Castrovillari. Intanto il generale Lanza con altre truppe sbarcava a Sapri, sostava a Rivello e attraversava senza ostacoli la Basilicata per sostenere il Busacca: poi tutti e tre dovevano stringere in mezzo il movimento della provincia di Cosenza, ov’era il governo provvisorio.

Sul confine tra Basilicata e il Cosentino, alle forti posizioni di Campotenese era postato un corpo di milizie cittadine, che, capitanate da valorosi uomini di lettere, si tenevano sicure e salde così da respingere i regii: quando il giorno 30 giugno si videro girate di fianco dalla facile strategia del general Lanza; e non ressero, e si sbrancarono. Quindi il Lanza si congiunge al Busacca: senza colpo ferire è presa la sede del Governo, Cosenza; mentre dall’altro lato spazzava i poco validi ostacoli il generale Nunziante nel Catanzarese.

Il 2 luglio il Governo provvisorio di Calabria, che aveva vissuto la vita di un mese, si sciolse: la rivoluzione calabra è finita.

Questi eventi accaddero pochi giorni dopo che fu sottoscritto il Memorandum della Federazione potentina. E furono la doccia fredda, che spense ogni fuoco d’entusiasmo negli spiriti degli agitatori e degli agitati. I Circoli agghiadarono: ma nella città di Potenza la parte giovanile, che pronta, come gioventù consiglia, a partiti che paiono tanto più generosi quanto più audaci, male aveva visto gl’indugi e le riserve prudenti di quelli che erano a capo del Circolo diventato governo; questa parte tentò allora di spingere le cose ai partiti estremi, che sono i solo atti a salvare le cause perdute, secondo gl’ingenui o i poeti, che confidano nell’arcana virtù di certi nomi, o nell’energia miracolosa dell’ignoto! In una tumultuaria riunione del Circolo Lucano dell’8 luglio si tentò di metter su un governo provvisorio, con la conseguente proclamazione della «patria in pericolo» e con la relativa bandiera nera che avrebbe scossi dalle loro tombe anche i morti per la libertà! Ma fu commozione di pochi, e spettacolo di un momento; che non trovò adesione nella maggioranza del Circolo e del paese; la quale anzi allora si fece viva, e respinse l’impronto conato, e risparmiò alla temerità altre inutili ruine.

La parte dei giovani, allora e poi, la costoro moderazione dissero non altro che paura; e con i loschi rancori delle parti vinte, si piacquero spiegare i tentennamenti e gli indugii e i patriottismi a vivide mostre con la facile parola di tradimento. Fatto sta che tutto era impreparato e immaturo: i più, anzi tutti, erano contenti allo Statuto, e non comprendevano quella passione di nuovi ordini statuali e di nuovi rivolgimenti, che rischiava di mettere in forse, al giuoco di una carta, la fortuna di tutti; mentre d’altra parte le milizie cittadine, su cui unicamente facevano assegnamento i tessitori di trame e rivolgimenti, non erano né disposte a seguirli, né alte a sostenere il minimo urto di forze disciplinate!

Così finì un tentativo di rivoluzione, che cominciata come unanime protesta dei più contro le temute conseguenze illiberali del 15 maggio, degenerò ad un tratto in un moto di indeterminati propositi e di aspirazioni mal velate, per opera dei pochi che tiravano i più, e per la inerzia dei più che lasciavano fare, tra il sì e il no, tra l’andare e il restare; mal persuasi della bontà dello scopo; non persuasi della equivalenza dei mezzi allo scopo. Condizione di cose generale alle provincie!

La marea della reazione non tardò a sopraggiungere; ma montò lentamente, poco a poco. Le cause prossime della rivoluzione furono molteplici; e non prima che esse fossero tutte vinte e cadute, il re si sentì in grado di gittar via la maschera, e cassare gli ordini liberi, e ordinare ai giudici di punire. E la marea veniva su, oncia ad oncia, di passo in passo, a misura che la rivoluzione era spenta in terraferma, ed era vinta in Sicilia, dopo che era caduta sui campi di Novara la rivoluzione italiana, e dopo che la perfetta restaurazione dell’assolutismo papale non trovò limite o freno nel liberalismo della repubblica francese.

E alla marea che veniva innanzi, si empivano le carceri di arrestati, le campagne di latitanti; processure seguivano a processure; istruzioni giudiziarie ripetute, ad istruzioni giudiziarie dal piè di piombo, affinché (è un segreto di stato, ma molto umile segreto) anche coloro, cui non giungesse a colpire di pena la legge scritta, avessero intanto a ricordo ed in conto un qualche anno di carcere! E intanto la polizia premendo, vessando, pettegoleggiando da un lato contro la nuova foggia del cappello o il taglio delle basette, e dall’altro la politica generale del re a vedute losche ed arcigne aumentavano nei popoli un turbamento, che, non che pacificare gli animi e disporre alla quiete, smovendo e rimovendo il terreno, lo apparecchiavano a maturare nel seno le inimiche sementi.

Fino a tutto giugno del 1852 il numero degl’incarcerati nella provincia per reati politici fu di 1.116: dei latitanti non si ha notizia. Degl’incarcerati, piu che la metà, cioè 533 furono (ma dopo mesi ed anni di carcere) messi in libertà dai giudici con la formola del conservarsi gli atti in archivio:22 e vuol dire che, arrestati per poliziesca libidine d’ingiurie, o per esempio di terrore, ebbero una pena, ma non ebbero colpa di fronte alla legge del paese. I condannali alla pena dei ferri furono 68.23

Ma arresti e condanne, pressure dell’alta o soprusi della bassa polizia, vincoli di ogni sorta alla libertà del muoversi, inceppamenti e sospetti ai pubblici commerci non spensero l’arcana virtù di quei semi di libertà che l’ala del tempo aveva sparsi nell’animo del paese; e che malgrado la cruda temperie del clima, pure mettevano germi che si schiudevano uno spiraglio di luce all’aperto.

Ai primi tempi dell’ancora peritosa reazione si distese da Napoli in Basilicata qualche propagine di quell’associazione segreta, che nel nome dell’Unità Italiana venne famosa non per ciò che fece a pro dell’unità, ma pei nomi illustri, intorno a cui furono tristamente intramate e combattute le giostre giudiziarie nella città di Napoli. In Basilicata le mancò il tempo a distendersi; e non ebbe altra eco, all’infuori di un giudizio anche esso localmente famoso pel caso strano, onde venne alla luce, da un chiostro di monache, l’archivio segreto della società allora nata.

Qualche anno dopo rivissero i segreti accordi per moti di libertà; ma gl’impulsi ai paesi della provincia vennero d’altronde che non da Potenza; e i gangli se ne accentravano altrove che in quella città. Su questi accordi della provincia di Basilicata faceva assegnamento, e non a caso, il disegno fortunoso di Carlo Pisacane. E interrotti un qualche tempo ai tragici rovesci della sua spedizione di Sapri, non passò guari, e l’indomito amore al libero vivere ne riannodò le filamenta, e queste si estesero, si diffusero, si intrecciarono così che per esse e in grazia di esse (ma non di esse solamente, né maggiormente) poté erompere per la Basilicata quel grande moto di popolo, che scrive il suo atto di nascita il giorno 16 agosto del 1860 in Corleto; incalza e sia accentra il giorno 18 a Potenza, e, in nome di Vittorio Emanuele re d’Italia e del generale Garibaldi dittatore delle Due Sicilie, proclama l’Unità d’Italia; costituendo nella città di Potenza un governo «Prodittatoriale» per dirigere (come era detto nel pubblico editto)

«la grande insurrezione Lucana, avendo a capo i cittadini Nicola Mignogna e Giacinto Albini, Prodittatori, e segretari: Gaetano Cascini, Rocco Brienza, Giambattista Matera, Nicola Maria Magaldi e Pietro La Cava».

Del quale complesso di eventi, e delle cause che li prepararono, degli effetti che ne seguirono, degli uomini che vi ebbero parte, delle attinenze tra i grandi avvenimenti dell’epoca e questi minori della provincia e delle provincie contermine, fu già partitamente e largamente scritto in altro lavoro, che qui non si intende di ripetere. Al 1860 finisce un’epoca; un’altra incomincia: erompe un nuovo ordine di cose, che investe, agita e trasforma la società nella pienezza della sua vita: si apre un nuovo periodo di storia, che succede, ma non continua il periodo precedente.

Nasce nuovo ordine di tempi! Possa la storia avvenire dar materia a racconti di più lieti fatti, di più onorate imprese, di piu saggi propositi, di più veraci, sane e giuste utilità, che non ha potuto esporre, a chi legge, lo scrittore di queste carte!

NOTE

1. In Note storiche di Carlo Pesce sulla Rivista Lucana di febbraio 1894. Roma, 1894.

2. Giuseppe Napoleone, quando toccò Lagonegro il 7 di aprile, ordinò, con decreto di questo giorno, da questa città, il restauramento del ponte La Calda, tagliato; e il giorno 8, da Rotonda decretava che la strada consolare giunta che era e non oltre a Lagonegro, fosse proseguita, e in brevissimo tempo, fino a Rotonda: ciò che avvenne presto, ma non prima del 1808. — Nelle Note su indicate.

3. In taluni ricordi, manoscritti, del tempo si legge questo che segue, e che non concorda con le reminiscenze macabre del capitano De Montigny-Turpin, di cui nella nota della pagina appresso 458:

«Il fuoco durò molto: dei Laurioti nessun morto o ferito; dei Polacchi, quarantasette soldati e tre ufficiali morti; il resto feriti e prigionieri. I cadaveri furono seppelliti nella chiesa del monistero, ed i feriti sequestrati nello stesso locale, dove sarebbero morti d’inanizione, se la pietà di Monsignor Ludovici (vescovo di Policastro, che risiedeva in Lauria) non li avesse soccorsi. La cassa militare (aggiunge il manoscritto) ricca di trentamila ducati, fu rubata dai fratelli ***, vicino al giardino di Fittipnldi».

4. RAFFAELE LENTINI, Cenno biografico del gran servo di Dio D. Domenico Lentini. Napoli, 1843, pag. 23.

Nella Chiesa, ricostruito dopo l’incendio, è questo iscrizione a ricordo:

D.O.M. Commune sacerdotum sepulchrum — Quod diruto antiquiori templo — XV declinante saeculo - Heic fuerat extructum — Luctuosum incendium — VI. id. augusti 1806 — Una cum ecclesia oppidoque peremit — Ecclesia iterum in formam elegantiorem — Civium aere collato aedificata — Restitutum cleri cura — Et dedicatum est. — Ab incendio anno VII.

Quanto al numero dei morti, mancano, causa l’incendio, i registri parrocchiali. Ma in quelli della chiesa di San Nicola, che era una delle due parrocchie, il parroco ne raccolse i nomi — per quantum potuimus, egli dice — e li scrive: e sono 144 nomi, tra cui 36 donne. Manca ogni nome di gente estranea al paese.

5. Vedi tra i Documenti dell’APPENDICE I a questo volume la Lettera-ragguaglio che, intorno all’occupazione di Lauria, ne scrisse, nel 1852, il generale francese De Montigny-Turpin, che fu già capitano nello stato maggiore del generale Gardanne. Benché in essa l’esagerazione si mostri evidente, e la rettorica da battaglione vi abbondi, abbiamo, ad ogni modo, una testimonianza dell’onorata resistenza della città. — Poco o punto nel libro di Pietro Ulloa, di cui alla nota nelle pagine appresso.

6. Lettera di P.L. Courier del 16 ottobre 1806 da Mileto, nelle Oeuvres complètes di P.L. COURIER. Tomo IV, Bruxelles, 1833, pag. 134. — Il macello di Cassano avvenne il 4 agosto.

7. Vedi l’atto di capitolazione nell’APPENDICE I a questo volume.

8. Dagli Annali di Citeriore Calabria dal 1806 al 1811, per LUIGI MARIA GRECO. Opera postuma. Cosenza, 1872, vol. I, pag. 180-6. — Le brevi notizie che si leggono nel libro di Pietro Ulloa — La sollevazione delle Calabrie contro i Francesi. Roma, 1871 — non sono punto esatte.

9. Dell’atroce fatto pubblichiamo per intero nell’APPENDICE I a questo volume la relazione ufficiale dell’autorità, della provincia al Ministro, in data 1° ottobre 1809.

10. Nel libro: Notizia storica del conte generale Carlo Antonio Manhes, scritta da un antico uffiziale dello stato maggiore deI generale Manhes nelle Calabrie (il colonnello Quintavalle?). Napoli, 1846, pag. 80, si dice che Taccone e la sua banda entrò in Potenza, che gli aprì le porte; e così afferma, copiando a colori forti, il DUMAS, Stor. dei Borboni, VII. Ma gli scrittori di Potenza giustamente negano: e il Colletta scrisse:

«Potenza, investita e non espugnata, perché chiusa di mura o a tempo soccorsa» (Lib. VII, c. I).

11. Nel giorno 11 agosto del 1820 si tenne in Potenza una «Grande Assemblea del popolo Carbonaro della Regione Lucana orientale, o sia di Basilicata» e v’intervennero da 88 «vendite» della provincia ottantotto delegati. Quasi ogni paese ne aveva, dunque, una. — Il processo verbale di questa Grande Assemblea porta per data: «il 10 del XII mese dell’A… 2 (undeci agosto 1820, dell’era volgare)».

12. Vedi la Relazione del Primo Presidente della Corte criminale di Terra di Lavoro al ministro di giustizia, del 26 settembre 1816, pubblicata da noi in appendice alla Storia dei moti di Basilicata, ecc. nel 1860. Napoli, 1867.

13. Questo «Avviso» è sottoscritto da:

«I Senatori: il presidente Carlo Corbo, il 1º assistente Gaetano Scalea, il 2º assistente Gerardo Marone, l’oratore Egidio Marco Giuseppe, il segretario Giuseppe Cicorella, Gaetano Corrado, Nicola Lacapra, Luigi Spera, Bonaventura Marone, Pasquale Manta, Gerardo Bognulo, Pasquale Cilento, Francesco Marone G.M. dei Pitiliani»

e vuol dire Gran Maestro della tribù Petilia, la quale fu detta capo dell’antica Lucania, oppure qui si dove intendere di Potenza.

L’Avviso e la Dichiarazione furono pubblicati nel primo numero del Giornale patriottico della Lucania orientale, a Potenza, li 10 luglio 1820.

14. Questi furono: Paolo Melchiorre, di Lauria; Innocenzio De Cesare, di Craco; Domenico Cassini e Francesco Petruccelli, di Moliterno; Diodato Sponsa e Carlo Corbo, di Avigliano. Furono supplenti: Gaetano Marotta di Trecchina, e Diodato Sansone, di Bella.

15. Oggi Palmira.

16. Molte delle notizie che intorno a questi tre nomi si leggono nelle Vite degli italiani benemeriti della libertà, ecc. di MARIANO D’AYALA (Roma, 1883), sono non pure inesatte, ma, per postume ricostruzioni di chi le riferiva allo scrittore, fantastiche.

17. Su varii fatti di questo e del precedente periodo di storia ha raccolti da fonti autentiche numerosi documenti l’on. GIUSTINO FORTUNATO i quali avendo egli messo con signorile generosità a mia disposizione, intendo con queste parole significargli tutta la mia gratitudine.

18. Dopo incidenti varii e protratti, e non prima del 1829 furono giudicati i 28 incarcerati delle due provincie, dalla Commissione Suprema per reati di Stato. Il regio decreto dell’11 maggio di quell’anno commutò le 18 condanne di morte a minori pene di ergastoli.

19. È nella collezione delle Leggi delle Due Sicilie.

20. Lettera da Napoli, il 2 gennaio 1822, del generalo in capo Frimont alla R. Commissione di Polizia Generale; tra i documenti dell’onorevole Fortunato, indicati di sopra.

21. Sottoscrissero il Memorandum come Delegati di Basilicata: Vincenzo d’Errico, cav. Emanuele Viggiani, Gaspare Laudati, Nicola Alianelli, Francesco Coronati, Raffaele Santanello, Paolo Magaldi, Carlo Cecere, Luca Araneo, Vincenzo di Leo. — Vedi la nostra Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermine nel 1860 (Napoli, 1867), a pag. 17. — Il memorandum è riferito per intero nella Cronica Potentina, già citata, del prof. RIVIELLO, pag. 202.

22. Nella Cronica Potentina, citata, il prof. RIVIELLO scrive (pag. 227):

«Gl’imputati di reati politici a tutto il 6 luglio 1852, furono 1116, oltre un numero grandissimo di persone arrestate per ordine della Polizia, o sottoposti alla sua promurosa sorveglianza. Di essi 3533 furono giudicati con atti in archivio: 268 ottennero la liberti provvisoria; 12 quella assoluta; per 181 venne abolita l’azione penala in virtù di sovrani rescritti; 69 furono condannati al terzo o al primo grado di ferri o ad altre pene inferiori; e 53 sottoposti ad accusa nella celebre causa potentina».

Dei 69, alcuni passarono, per nuove condanne, in altra categoria di pene maggiori. — Nell’opera La Lucania, studii storico-archeologici di ANGELO BOZZA (Rionero, 1888), i «condannati» della provincia si portano a 1303 (pag. 383).

23. Una statistica demografica dei «Bagni penali» del Regno di Napoli accertava, di condannati ai ferri pei fatti politici del 1848 e anni seguenti, secondo la provincia di origine, le cifre che seguono: cioè, delle provincie: di Napoli 59; di Caserta 27; di Avellino 19; di Salerno 143; di Potenza 67; di Foggia 25; di Bari 22; di Lecce 18; di Cosenza 123; di Catanzaro 117; di Reggio 100; di Chieti 2; di Aquila 44; di Teramo 65. Totale 831. Inoltre: siciliani 7; beneventani 1; esteri 2. — In complesso 841, di soli condannati alle pene dei ferri.

APPENDICE I

DOCUMENTI1

A.

INCENDIO DI LAURIA — AGOSTO 1806

La ignota o poco nota relazione che segue riferiamo dal libro intitolato — Grands épisodes inédits et causes secrètes de la politique et des guerres sous le Directoire exécutif, le Consulat et l’Empire, etc. etc. Lettres à Mr. le Général Pelet, directeur du dépôt de la Guerre, Sénateur; à MM. Thiers, Lamartine, La Guerronière et Delamarre, par M. CHARLES DE MONTIGNY-TURPIN, général rétraité. — Paris, de Soye, imprimeur, 1852, in 8".

Queste lettere furono pubblicate a grande distanza di tempo e di luogo dagli avvenimenti che lo scrittore ricorda; e i pallidi riflessi della memoria lontana hanno, forse, conturbati in chi li raccolse i contorni delle cose. In più parti l’esagerazione dello scrittore è evidente, a cominciare dalla prima e più grossa:

Ils (les insurgés) se réunirent au nombre de trente mille! élite des chasseurs, composant l’avant-garde, à Lauria.

E l’esagerazione era quasi necessaria, sia per rilevare il valore delle armi francesi, sia per giustificare la barbarie selvaggia degli ordini dati ed eseguiti!

… L’insurrezione per attirarci nell’interno, si ritirava verso un centro di difesa, e spingeva contro i nostri fianchi i montanari del Cilento e di Basilicata, chiamando quelli di Salerno e di Molise alle nostre spalle, con le vecchie bande di briganti.

Essi si riunirono al numero di trentamila (!!), avanguardia di scelti cacciatori, a Lauria, città fortificata dalla natura meglio che non avrebbe fatto l’arte di Vauban o di Carnot (!).

Massena a Lagonegro aveva avuto notizia che a Lauria era perito tutto un battaglione di polacchi; ed a Torraca ed a Sapri era perito, sorpreso da numero maggiore, un battaglione francese. Il maresciallo ordinò a Max Lamarque di dare un esempio di terrore, punendo di ferro o di fuoco paesi ed abitanti.

Lo stesso ordine fu dato a Gardanne, che marciò contro Lauria. Con noi restava il maresciallo e il suo stato maggiore.

La marcia fu lenta e circospetta, perché le vie erano acconcie ad imbuscate: ma, poiché il nemico voleva attenderei a Lauria, non incontrammo né abitatori, né bestiami; campagne e villaggi vuoti o silenziosi; pace che dissimulava la guerra.

In cammino verso la funesta città, all’altezza di Rivello, la testa della colonna si arrestò, prosa da orrore e da sdegno; essa ora giunta al luogo ove, del battaglione polacco massacrato a Lauria, gli ammalati e l’ordinatore Marchand, inseguiti, avevano subìto il martirio. L’avanguardia aveva dovuto opporre una forte resistenza, per almeno due ore, e lo mostrava quella gran quantità di avanzi di cartuccie bruciate e sparse sul terreno. E si vedevano i resti di più che duecento cadaveri fatti a pezzi: e qui torturati gli uomini della cassa con l’ordinatore; là sgozzati gli ammalati, più in là spiedi e reliquie di un festino da cannibali (!!): in una parola, l’ambulanza aveva avuto la stessa sorte che il convoglio dei prigionieri di Orleans a Versailles l’8 settembre 1792; i mostri si rassomigliano dappertutto!… E ci stava di faccia la città colpevole! E lì la massa dei nemici; lì la vendetta! — e ci spingiamo innanzi.

La città è circondata da due larghi e profondi fossati scavati e percorsi da acque temporalesche, che convergono quando si avvicinano verso là dove vanno a sboccare noi torrente La Fiumara. Al punto tra essi meno largo è un ponte, anzi due ponti in pietra: e questo era stato asserragliato da enormi pietroni. Dietro della barricata sono gl’insorti, le cui masse profonde e strette si appoggiano ai muri della città per tutta la lunghezza del burrone al di là del ponte. Le terrazze e le finestre delle case sono occupate da armati di schioppo; altri dietro al riparo di macigni, e di là giungono a noi, da ritta e da manca, palle di due oncie, che ci tolgono degli uomini. Ma non ci si bada; e noi si arriva al piè del primo burrone, al grido di avanti! avanti!

Gardanne va dinanzi a tutti: granatieri e volteggiatori di corsa avanzano in mezzo un nembo di piombo, e son già alla barricata del ponto. Il fuoco nemico incalza. Cadono i primi arrivati: altri li rimpiazzano; cadono anche questi, ed altri sovvengono: la strada è ingombra di caduti. Si fa un momento di sosta per sgombrare il passaggio, per soccorrere ai feriti. Ma i calabresi credono che i francesi siano scoraggiati; e balzano dalla barricata e scannano quelli che raccolgono i feriti. Si vedono intanto venir giù verso il passaggio del ponte — quasi fiotti di mare in tempesta — le masse profonde dei neri cappelli a punta. Ma le baionette dei francesi ricevono a dovere i calabresi dai coltelli terribili; poiché con i loro coltelli, e col fucile in ispalla, osano attaccare i bravi. Puniti di tanta audacia, mordono la polvere; una cinquantina appena si salvano, fuggendo; e sono inseguiti dai nostri, fino alle loro masse. I nostri fuochi di plotone e le omicide baionette non arrivano a farlo retrocedere; ma o cadono o si piegano per terra, e in quello stretto ammasso né i più valorosi possono combattere, né i vili fuggire. E noi stessi, per aprirci il varco, dobbiamo abbattere quosta muraglia di uomini immobili (!!)

Infine, il ponte è spazzato: lo stato maggiore e i dragoni vi passano a quattro di fronte, tanto esso è stretto. All’apparire delle spalline e degli elmi luccicanti, un fremito generale pervade quelle masse di uomini: ed una scarica che parte da finestre e terrazze prende di mira, come alla selvaggina il cacciatore, ufficiali e dragoni. Le trombe suonano la carica: cavalli, ufficiali e dragoni sono uccisi, ma uccidono e schiacciano. La sciabola fa il suo mestiere: né grazia, né pietà. È sfondato, schiacciato, sciabolato tutto ciò che s’incontra per la lunga strada di Lauria che dal ponte in dritta linea va alle Calabrie. Allo sbocco della strada verso Castrovillari incontrammo un’altra barricata. Qui una grandine di palle vomita dalle finestre; e per fare cessare il fuoco la fanteria sfonda le porte.

Furono viste delle donne, donne in gran numero ed anche giovinette, difendere la soglia tutelare e proferire la morte alla violazione del focolare domestico: armate di pugnali, colpire gli assalitori, e intrepido dare e ricevere la morte. O inutile virtù, o fanatismo del focolare, o atroci vendette, ultimo sforzo di un coraggio barbaro ed immortale, chi oserà pronunziare se voi foste degno di lode o di biasimo?

Spose e fanciulle di Lauria! moderna Sagunto! il vostro eroismo ecclissato, macchiato dagli atroci delitti dei vostri mariti, figli e fratelli, i delitti di tutto il paese che è necessario di punire e spaventare, tanto eroismo, ahimè! non troverà grazia al tribunale di Scipione!

Massena arriva con la riserva. Il fuoco già consuma le prime case della città di basso; non ne resterà una sola: e bivaccheremo tutti, maresciallo e soldati, sulle pietre insanguinate di una città che è una fornace ardente.

E sperperata per ferro e per fuoco la città di basso, restava la città alta: ma anche essa investita dalle fiamme e dal fumo non fu difesa che dalle bande straniere al paese. Gli abitanti più ricchi, avendo ricevuto un’educazione di seminario e civile, quasi vernice che rode i pubblici costumi addolcendo il coraggio, erano fuggiti dall’abitato, e le bande di fuori occupavano le case dei fuggiti e continuavano a battersi. Gardanne si avanza: e l’attacco decise questi forsennati a fuggire da tutte parti.

Fu notato, e non senza un senso di stima, che neppure un solo, in mezzo al generale spavento, ebbe gittato via la sua arme. La guardia muore e non si arrende! Il calabrese fugge, ma come il Parto in fuggendo colpisce il nemico: e finché esso tiene in mano la sua schioppetta, non si arrende. Il valore non è esclusivamente francese. Dio, padre degli uomini, l’ha dato a tutti i suoi figli.

Non inseguimmo il nemico… E così abortiva il piano di lord Stewart e della insurrezione, la quale si raccozzava in Cosenza, dove andammo per iscovarla.

B.

CAPITOLAZIONE DEL CASTELLO DI MARATEA — 1806

Dal castello di Maratea, 10 dicembre 1806.

Al signor GENERALE LAMARQUE — Campo di Maratea.

Signor Generale,

Gli articoli da essere approvati sono i seguenti:

1. Che gli uffiziali si rinvieranno in Sicilia sulla loro parola d’onore di non più servire contro S.M.

2. I soldati tutti che sono nel Forte sono tali per averli dichiarati S.M. Ferdinando IV con dispaccio del 12 agosto corrente anno. Posto ciò, a tenore del 2° (sic) articolo accordato, devono imbarcarsi tutti coloro che lo vogliono; e ritornare nelle loro patrie coloro cui ciò piace.

3. La truppa francese darà libero e sicuro il passaggio, sino al luogo dell’imbarco, a quella del Forte, facendola scortare da uffiziali, ai quali si consegneranno le armi.

4. È stato accordato che si sarebbero fatte rispettare la vita di tutti e le proprietà sulla parola di Generale d’onore.

Col suo aiutante speditoci ieri tutto ciò rimase conchiuso, onde siamo pronti di cedere la piazza e di osservare la nostra parola.

ALESSANDRO MANDARINI

Vice-Preside di Basilicata

1. Accordato, dove brameranno andare.

2. I paesani saranno mandati alle loro case con una carta di sicurezza, segnata dal sig. Generale, mediante la quale saranno rispettati; ma prima giureranno sopra il Cristo di non più prendere le armi.

3. La porta sarà aperta entro mezz’ora, e cinquanta granatieri ne prenderanno il possesso. Il Generale lascerà i passaporti ai paesani che verranno successivamente a deporre le armi al quartier generale.

4. Sulla parola d’onore del Generale la vita di tutti sarà rispettata.

MAURIZIO2 LAMARQUE.

C.

ECCIDII DI ABRIOLA, NEL 1809

Matera, 1° ottobre 1809.

Il Relatore al Consiglio di Stato, commissario straordinario del Re nelle due Calabrie e Basilicata, a S.E. il Ministro dell’interno.

Eccellenza. Io devo a V.E. il quadro de’ mali che hanno in questi ultimi mesi straordinariamente afflitto la Basilicata, e che oggi mercé le saggie sovrano disposizioni veggonsi in gran parte cessati. Ma sino a che un tale quadro giunge al grado di verità, o di esattezza degno de’ sguardi del Principe, permetta l’E.V. che io non differisca di vantaggio il lagrimevole racconto delle stragi accadute in ABRIOLA; luogo ove sovra qualunque altro hanno campeggiato la fedeltà, ed il coraggio da un lato, la perfidia, e la più immane crudeltà dall’altro.

L’ex barone di Abriola, signor Tommaso Federici, sin dall’anno 1806, serviva con zelo e con intrepidezza il Governo, in qualità di tenente colonnello delle guardie civiche. Nell’ultima organizzazione della legione essendosi ridotto il numero degli uffiziali, egli perdé il suo grado. Infinitamente sensibile a questa perdita, il suo ardore non ne fu perciò rallentato. Continuò a servire con la medesima energia, ed a far guerra a’ briganti come per lo addietro.

Intanto fermentava sordamente in Abriola un desiderio di rivolta.

I fratelli Oronzio, Vincenzo Bruno, il signor Michele Passarelli, il signor Ettore Rossi, tenente dell’espulsa dinastia, il monaco francescano Giovanni Paladino, e sopra tutti Rocco Buonomo alias Scozzettino ne erano i principali elementi. Quest’ultimo in Aprile corrente anno si pose alla testa di una banda, e cominciò a battere l’aperta campagna. L’ex barone Federici unì anch’egli della gente, e, secondo le occasioni, or inseguiva i ribelli, or si difendeva da essi.

Così furono impiegati i mesi di maggio e di giugno. Ma in luglio, moltiplicato il numero de’ facinorosi, e nate le comitive di Taccone di Laurenzana, Izzo, Nigro di Tricarico, e la Petina di Marsicovetere si unirono tutte tra di loro, e con quella di Scozzettino; e forti in circa 400 uomini si diressero la sera 19 luglio sopra Abriola.

Il signor Federici sorpreso dalla notte, e dall’improvviso assalto, ebbe appena il tempo di rinchiudersi nel castello con 24 tra galantuomini e suoi dipendenti del luogo, e con 30 legionari del distretto che erano colà di passaggio. Le rispettive famiglie degli assediati eran seco loro.

Il sito del castello era forte ed eminente, ma scarso di viveri, e di munizioni da guerra, mancava interamente di acqua. Ciò nonostante i rifuggiati si distinsero con coraggio, ed i due primi giorni furono spesi ad un vivissimo vicendevole fuoco.

Nel terzo giorno riuscì al signor Federici far pervenire al signor Intendente, scritte sopra un lembo di tela le seguenti parole: «come sapete, io sono qui assediato con una partita di galantuomini e legionari da tre giorni. Ci manca la provisione di bocca: ci manca la munizione: o ci soccorrete subito, o siamo morti».

Il signor Intendente trovavasi in quel momento senza truppa, senza gendarmeria e senza forza di sorta alcuna. Uscì egli medesimo sulla pubblica piazza di Potenza. Fece emanare un bando, col quale invitava gli abitanti ed i legionari di quella città a marciare in aiuto degli assediati. Promise per ogni individuo la paga di dieci carlini. Ma non fu ascoltato. Temendo tutti per le proprie famiglie si ostinarono a non voler uscire dall’abitato.

Il quarto giorno, i briganti cominciarono in Abriola le uccisioni, presentando per terrore le recise teste agli ocelli degli assediati. Rivolti indi al signor Federici gli promisero pace e vita purché consegnasse loro tre vittime designate, o scelte tra i suoi seguaci. Egli si ricusò con nobile orgoglio, degno di un miglior fine, e raddoppiò di severità e vigilanza.

Ma le offerte che non poterono scuotere la sua virtù, a danno de’ suoi compagni, fecero vacillare l’altrui a danno proprio: giacché avendo i scellerati assalitori fatto sperare piena libertà a chiunque lo sacrificasse, niuno lo tradì; ma quasi tutti lo abbandonarono, domandando agli assassini delle scale per discendere dal castello, come praticarono.

Ridotto il signor Federici con pochissimi suoi fidi, risolvé finire di morte magnanima, e generosa. Fece aprire le porte del castello, ed armato tentò fuori strada (sic) in mezzo a’ briganti, che lo massacrarono.

La moglie baronessa Francesca Vassallo cadde estinta a’ suoi fianchi.

Il vecchio Pasquale de Stefano con tre suoi figli, Michele, Vincenzo e sacerdote D. Luigi furono uccisi. Maria Michelina Mocciola, vedova del primo di detti figli, rimase semiviva sotto sette colpi di arma da fuoco.

Il decrepito Egidio Sarli, padre del sindaco della Comune, fu fucilato.

Valentino Fanelli, Anna di Giulio, Egidio Passarelli, Giuseppe Antonio la Rocca, ed altri subirono il medesimo destino.

Le case di tutti questi infelici furono saccheggiate, i loro cadaveri straziati ed arsi.

Rimanevano una sorella del sindaco Sarli, due figlie nubili del morto de Stefano, e cinque figli impuberi del signor Federici. La Sarli fu disonorata da un capo massa. Delle sorelle de Stefano una fu trascinata agli altari, e forzata a sposare il brigante Taccone; e l’altra era destinata a consimile sozzura con Scozzettino se la morte non lo toglieva di mezzo. I figli infine del signor Federici furono tutti condannati miseramente a morire.

Il brigante la Petina va in traccia di essi per eseguire la truce sentenza. Gl’innocenti fanciulli erano stati balie e dalle nutrici ridotti in casa di un tal Lancieri, il solo uomo di pietà che volle accoglierli. Svelato il loro asilo, fuggirono nella chiesa credendosi ivi in salvo. Ma sopraggiunge il sicario, ed uno dopo l’altro scanna la piccola Maria Lorenza di anni 3, Maria Vincenza di anni 9 ed il giovinetto Girolamo di anni 8. Dopo che, prende il primogenito di anni 13 e lo brucia vivo sui cadaveri de’ genitori; e come il disgraziato figliuolo si sforzava uscire dalle fiamme, egli con la punta della baionetta vel riconduceva!

Eccellenza. Le famiglie di tante vittime della loro fedeltà meritano certamente compenso: ma specialmente lo meritano i superstiti delle famiglie Federici, de Stefano e Sarli in cui il sacrifizio è stato contemporaneamente di fortuna, di onore e di sangue. Rimane ancora della prima il giovinetto Carlo Federici di anni 10, il quale fu nella confusione dei colpi trafugato dal sacerdote Giuseppe Rivelli. Trovasi oggi in Napoli presso il di lui zio signor Vincenzo Federici, capitano di fregata al Real servizio di S.M.

Della famiglia de Stefano è sola viva la nominata vedova Michelina Mocciola che guarita dalle ferite sta attualmente in Potenza con una figlia bambina.

Della famiglia Sarli poi esistono il sindaco di Abriola, ed il signor Vincenzo, giudice nella Corte criminale di Teramo; magistrato che riunisce a’ lumi necessari non poco ingegno e moltissima probità.

Se l’E.V. oltre i soccorsi pecuniari la di cui misura non può essere che la liquidazione dei danni, potesse spandere su questi individui dei benefizi personali, l’umanità e la giustizia le farebbero plauso.

In fine sono degni di Abriola di essere commemorati con lode i ridetti Lancieri e Rivelli, ed il signor Gennaro Passarella: e con biasimo quell’arciprete signor Verga, ed il P. predicatore Doti, i quali lungi dall’opporsi a’ progressi del locale brigantaggio, si vuole che lo abbiano promosso e favorito.

Gradisca V.E. il mio profondo rispetto.

POERIO

NOTE

1. Posti a mia disposizione dall’on. G. FORTUNATO, che ringrazio.

2. Così nell’apografo; ma Lamarque ebbe nome Massimiliano.

APPENDICE II

PAROLE DEL DIALETTO DI ORIGINE DAL GRECO

A complemento di quanto è stato detto nel capitolo XV di questo volume, abbiamo messo insieme qui in seguito un elenco di parole del linguaggio popolare, che hanno origine prossima dal greco.

Se si potesse di ciascuna parola indicare la sua, a così dire, circoscrizione glottica, non è dubbio che il dato geografico sarebbe di non incerta utilità alla indagine etnografica sull’incolato dei popoli, o sul passaggio di coloni da un punto ad un altro, da regione a regione. Le parole che qui sono raccolte hanno corso, la maggior parte, in quella zona della provincia che è l’alta valle del fiume Agri, ove è detta il Vallo di Marsico: ma non tutte in tutti i paesi di quella zona. Da luogo a luogo, a breve distanza e sovente a confine tra loro, s’incontra degli strani fenomeni linguistici, di cui non si sa come rendere ragione. Moliterno, per un esempio, è meno che dieci chilometri lontano da Spinoso, alquanto più da Armento. Ora la «lucertola» è detta così a Moliterno; ma è detta «caramusa» a Spinoso, «salecrega» ad Armento: diversità inesplicabili, così e quanto le diverse foggie e i colori delle vestimenta alla famiglia dei contadini, tra paese e paese.

Per la derivazione di talune delle parole che seguono ci siamo valuti delle pubblicazioni di: Teodoro Cedraro, Ricerche etimologiche su mille voci e frasi del dialetto calabra-lucano. Napoli, 1885. — Vincenzo Solimena, Ricerche linguistiche sul dialetto basilicatese. Rionero, 1888; di pag. 29. — Giuseppe Volpe, Dilucidazione di una lapide in Matera, ecc. Napoli, 1825. — Vincenzo Dorsa, La tradizione greco-latina nei dialetti della Calabria Citeriore. Cosenza, 1876.

________________________

Abbarabiso, dicono a Matera volendosi, per gioco, occultare il vero; da παρά, che in composizione è malamente, e βύζω, io occulto. — Volpe.

Abbrucato, si dice di chi ha la voce rauca; da βραγχώδης, rauco, o βραγχός, raucedine; con l’a inforzativo.

Accinicato, ostruito; dicono di un canale, acquedotto, o foro che sia ripieno o chiuso da materie estranee: da α privativo e κενός, vacuo o vuoto.

Acquintato, dicono del muro che sia costrutto non a perpendicolo, ma inclinato in dentro; da κλίτος, declività, con l’a inforzativo.

Airale, specie di ampio crivello che usano nell’aia a mondare il grano; da αἰρέω, io scelgo.

Alerta, stare in piedi, alzato in piedi, da ἀερταζω, io innalzo.

Alierti, lunghe pertiche a sostenere dal basso in alto i palchi dei muratori.

Alliffato, alliffare; azzimato, specialmente dei capelli lisciati e ben acconci, e per estensione, di tutta la toletta; da ἀλεἰφω, ungere.

Ammannare, dicesi della ghianda, o castagne, noci, ecc. quando prima di loro maturità cascano dall’albero, per manco di umori, da ἀμενηνὸω, che presto manco o indebolisco: ἀμενὸς, debole.

Appio, in mela appio, da ἀπλόω, che vale anche estendersi, espandersi in senso di «doppio»; o da ἅπιον? pera.

Apprettare, importunare o stimolare; da επι, ultra, ed ἐρεδω, irritare. — Cedraro.

Àpule àpule, soffice, o propriamente ciò che, toccato, acconsente ed avvalla: da ἁπαλός, molle e soffice.

Ariddi, i vinacciuoli dell’uva (forma diminutiva italica); da ῥάξ, grano di uva.

Arpagone, Arpaio, arnese del bottaio, o rampone; da ἅρπαξ, αγος, rapace.

Arrampaggio, rapina con violenza: da ἅρπγή, rapina, ratto.

Arrappato, corrugato; da ῥάπτω, io rattoppo: perché ogni rattoppatura fa rughe?

Arrassare, allontanare; da ῥάσσω, allontanare urtando.

Arrasso, non accosto, lontano. Dallo stesso tema.

Arrociliare, avvolgere attorno a mo’ di ròcciola o piccola ruota, da χυλίω, volgo o raggiro.

Àscimo, è detto del pane di pasta non bene fermentata; da ἂζυμος, non fermentato.

Attàne ed anche Tata, padre, da ἂττα.

Babasone, parola d’ingiuria per balordo, scemo di mente; da βαβάζω, mandare fuori voci inarticolate.

Bùttero, giovane bifolco aggiunto alla custodia de’ buoi o ai servigii della masseria; da βοτήρ, ῆρος, pastore, o piuttosto da βουτρόφος, pastore di buoi.

Caccavotto e Càccavo, laveggio; forma più prossima a κακκάβη, χάκκαβας, laveggio.

Cacone, il cocchiume della botte, o qualsiasi buca fónda e aperta; dall’antico χάω, apertus, vacuus sum. — Cedraro.

Cafarone, nel senso di macilento e sparuto per infermità; da ψαφαρός, arido, squallido, putrefatto.

Calanca, frana; da χαλάω, che al perfetto fa κεχὰλακα, rilasciare, rallentare, far discendere, lasciar cadere.

Calandra, l’allodola; da ἀκαλαντίς, che però è cardellino.

Calavrone, scarafaggio e scarabeo; da κάραβος, scarabeo.

Calima, calore, ma del corpo umano; da καῦμα, calore.

Camasta, Camastra, arnese di ferro ad anella ed anche di legno, appeso al focolare, con un gancio all’estremità per sospendervi il laveggio sul fuoco; da χαλαστόν, catena, o da κρεμαστήρ, che appende.

Cansierro, è propriamente il prodotto ibrido del cavallo coll’asina, e, per estensione, figlio illegittimo; da κάσῙ, fratello o sorella, e εισρων, che simula. — Cedraro.

Canta-ciesso, parla-ciesso, si dice a chi parla non domandato; da , κὶσσα, che è la gazza? — Il sig. Cedraro da ἑκούσιως, spontaneamente.

Cantuscio, veste antica da donna, di cui si è perduto l’uso e la notizia precisa; da κάνδυς o κανδύνη, che il vocabolario spiega per veste persiana? Cantuscio, adunque, significherebbe una veste sontuosa, da nozze, venuta da lontano.

Capitabascio, la lucciola (a Moliterno, ecc.); da κατάβασις, ovvero da κατά, giù, e βαίνω, io discendo. E, infatti, è caratteristico il moto in giù della lucciola: la fosforescenza del corpicciuolo apparisce al chiudersi delle alette dell’insetto per venire in giù.

Caramusa è la lucertola (a Spinoso, ecc.), da ασκαλαβος, che è una specie di lucertola; o piuttosto da κάρα, testa, e μῦς, sorcio, quasi animale a testa di sorcio: e così è infatti.

Carapuccio o cappuccio, che è tabarro con covertura del capo; forma più prossima al radicale κάρα, capo.

Carratiello, vaso da vino in legname, da più del barile, da meno della botte, forse da κόρταλλος, che vale recipiente.

Caruso, il taglio dei capelli; e carosare le pecore, vale tosarle; da κείρω, io toso; απόκαρσις è tonsura.

Catananna, (a Matera) i parenti in generale; da κατά, vicino e κάννη, sorella del padre o madre. — Volpe. — Nello stesso paese è usuale la frase: l’una cosa ’ncata all’altra, cioè presso. — Volpe.

Cataparienti, parenti di grado non prossimo; da κατά, come; quasi gente tenuta come parenti, ma non tali di fatto.

Cataratta, botola che copre la buca onde si passa alla camera posta in giù; Κατορύττω, io scavo o sotterro; κατά, in giù, e ῥάσσω, io rompo.

Catojo e Catogio, stanza di sotto, o a terreno, a uso cantina, da κατάγειος, sotterraneo.

Càttara, esclamazione equivalente all’italiano: capperi! da κατάρα, esclamazione.

Catuso, doccia di argilla cotta, ad uso acquidotto; da κάτω, di sotto, in giù, e σωλήν, canale.

Cenìse, cenere con minuta bragia; forma piu prossima a κόνις, νεως, polvere, cenere.

Centra, la cresta del gallo; da κέντρον, punta acuminata.

Centrella, piccoli chiodi, e precisamente bullette; da κέντρον, punta acuminata. Diminutivo di cui non esiste, in senso di chiodo, il positivo centra.

Cetrìno, coloro giallo; da κίτριον, il cedro.

Chiascione, il lenzuolo; originato da πλαξ, ακός, tavola larga, ovvero piano. Nel Syllab. Graec. membran. e segnatamente nella lista di corredo ad una sposa, sono nominati i chiascioni, che i traduttori hanno interpretato per «tavole»: e vuol dire lenzuola (docum. del 1196, pag. 325).

Chiatto, grosso o grasso; da πλατύς, largo e spazioso.

Ciavarro, il montone; la seconda parte della parola da έῤῥαος, che è montone, cinghiale o verro; la prima parte da χειος, prodigo? — Altri, da κυρηβἀζω, cornibus pugno, por metatesi. Cedraro.

Cìbia, vasca artefatta: da κυβα, tazza per raccogliere gl’infiltramenti di acqua che alimentano la fontana; o da κυβή, capo; perché dessa è il capo al condotto che porta l’acqua alla fontana.

Cìgoli-cìgoli, zufolino di cannuccie, cui i ragazzi dànno fiato la notte di Natale a rendere suono del garrire degli uccelli; da κυγκλος, sorta di uccello.

Cimoliello è il grumolo della lattuca, indivia, ecc.; da κῦμα e κύημα, frutto nel corpo materno.

Coccìa. Il giorno 1° di maggio in molti paesi si fa minestra d’ogni sorta chicchi, grano, fagioli, fave ed altre civaie cotte insieme, e si ministra ai poveri, che vengono a chiederla, cotta e condita. Questa è la «coccìa» da κόκκος, granello.1

Còcola, la palla giuoco, e le gallozzole all’albero; dalla stessa parola κύκλος.

Cocozza, zucca; forma più prossima da σογκος, zucca (metatesi chogsos, e chogosos).

Còfano, cesto di vimini o simili, più alto di parete che largo; da κόφινος, cesto.

Conessa, scoppio molto rumoroso di petardo, moschetto, ecc.; da κόναβις, strepito o suono.

Corpone, quella parte della camicia che dal seno scende alle gambe; da κολπος, seno o grembo.

Cottonèra, la veste della donna del popolo; è di pannolano, meno che in qualche paese verso il maro Jonio, ove è di cotone. Da χιτών, ῶνος, che vale tonaca. La parola ὀθόνη è data nei vocabolari per un pezzo di tela, lenzuolo, tovagliuolo o simili. Nel Syllab. Graec. membran. pag. 80 (documento del 1097), questa parola è tradotta per tunica. Χιτωνάριον è tunicula. (Quindi, riferendomi a questa origine, la cottonera deve essere la seconda sottana delle donne, sulla quale ce n’è un’altra (che poi si rialza per covrire il capo), come nel costume delle donne di Potenza.

Cozzetto, l’occipite; da κοτίδα, accrescitivo di κοτίς, l’occipite. — Dorsa.

Cruopo, letame (a Senise, e altrove) da κόπρος, letame.

Cuclo, chiamano in molti luoghi la schiacciata o focaccia; da κύκλος, circolo, cerchio. — Solimena. — Infatti la focaccia in molti luoghi è a forma di cerchio.

Dare il cottone ad uno, suonarlo in significato di percuoterlo; da κώδων,ωνος , sonaglio; come a dire dargli il sonaglio.

Èncete, a Forenza, per ruggine o rancore vecchio; forse da ἒχθος, inimicizia. — Solimena. — O piuttosto da κότος, che vale vecchia ira.

Enchire, empire; forma più prossima a ἐγῆέω, infondere, versare dentro.

Ermo, luogo deserto, da ἐρημος, deserto.

Fazzatòra, la madia: quasi massatora? da μάσσω, che è anche impastare e μάσσα, pasta.

Femo e Fomiero, il letame; da φύμα, ατος, fimo.

Ficétola, il beccafico, uccello; forma più prossima a συκαλίς, ίδος, il beccafico: per metatesi fìcadolis.

Flaulo, il flauto, forma più prossima ad αυλός, tibia e flauto.

Follone, il covo della lepre; da φωλεός, covo, tana.

Forra, quantità di acqua o di altro liquido che erompe e si versa con impeto; da φορά, che ha pure il significato di movimento rapido, e corso. — Cedraro.

Frattine, luogo intricato di basse macchie e spine; da φρακτός, ovvero luogo chiuso.

Galetta, vaso a doghe di legno con manico, per contenere acqua, diverso di barile; da γαλακτικός, «di latte?» perché forse in origine fu a tale destinazione.

Gattigliare, titillare; da τιλλω, svellere.

Gnutticare, piegare in due o in più, panno od altro: da γνάμπτω, piegare. — Cedraro.

Golluòppolo, impotente, menno, eunuco: da γάλλος, eunuco e πόλος, polledro: in origine: cavallo castrone.

Gorgia, la gola; da γοργύρα, canale.

Grasta, coccio di vaso o che altro frammento di un fittile; da γάστρη, fondo di vaso e vas ventricosum.

Grogna, grosso nicchio marino, da cui si cava un suono cavernoso, e al suono usano di raccogliere nel bosco il branco de’ maiali disperso al pascolo, (altrove tofa - tuba); da γρώνη? caverna; se non piuttosto dal latino cornea, di corno.

’Mbroscinare, avvoltolarsi per terra; da προσκαλιω, avvoltolarsi.

Incamato o ’Ncamato, malsano per vizio organico; da καματηρός, defaticato o misero; e κάματος, malattia.

’Ncasare, premere e calcare, da κασσσιω, ficcare sotto. — Cedraro.

’Nchiemare, imbastire; da in, e ἀκέομαι, rammendare?

’Ncogna, angolo rientrante nella curvatura di due pareti; da γωνια, angolo o luogo nascosto. — Dorsa.

’Ndogne e Indogne, gli ami da poscare, a Saponara: da ἔνθεν, di qua e di là, e δοχμός, curvo, cioè arnese curvo di qua e di là, come l’Ancora.

’Nfanzia, quasi simiglianza; da φανθεις, partic. da φαίνω, apparire. — Cedraro.

’Nfuto, per profondo o molto scavato; forse da βάθος, profondità.

’Ngegnare e Ingegnare, cominciare ad usare una veste e simili, da ἐγκαινζω, rinnovo, ristauro.

’Ntorro, dicono a Saponnra quel ciottolo che sospeso al subbio del telaio, fa da contrappeso al volume dolla tela che si vien tossendo: da ἀντιῤῥοπος, che fa contrappeso.

Iojata, convocio; da ἰωή, clamore. — Cedraro.

Isc’, isci, voce del mulattiere che comanda alla sua bestia di formarsi; da ἲσχω, fermare. — Cedraro.

Iss’-piglia o Aiss’-piglia, voce con che si aizza il cane contro qualcuno; da ἀισσω, venire addosso con impeto.

Iuz, dicono a Forenza, e altrove loz, por indicare alcun che di rugginoso, feccioso o polveroso; da ἰός, ἰοῦ, ruggine. — Solimena.

Làgana, lasagna; da λάγανον, lasagna.

Lamaturo, è il deposito di terriccio o melma che fa ne’ suoi gorghi e alla riva l’acqua corrente; da νάμα, νάματος, corrente d’acqua.

Langella, vaso da tenere acqua; da λάγηνος, orciuolo, ma da vino. Le povere popolazioni migrate da noi, per manco di vino, l’applicarono all’acqua.

Lapazzo, erba a foggia ugnacavallo che viene lungo i corsi d’acqua; da λαπάζω, ammollisco, perché adoperata per ammolliente, come la malva.

La penta, cioè la mano, nel linguaggio affettuoso della madre al bimbo (in Matera); da πέντε, cinque. — Volpe.

Lòllaro, (che altrove è gliògliaro) sciocco; da λολως, stupido, e λωλαρα, stultitia. — Dorsa.

Lontro, pozzanghera, o piccolo stagno di acqua sulla strada; da λοντρόν, che il vocabolario spiega lavacrum, acqua in cui si bagna, ed acqua torbida.

Macàri Dio! esclamazione e voto; da μάκαρ, αρος, beato.

Malloni di lino; da ἂμαλλα, ης, manipolo.

Màngano, la maciulla; da μάγγανον, macchina bellica; la maciulla era la macchina per eccellenza ai poveri coloni. Di qua: il «mangone» ordigno di legno a triangolo che si fa passare intorno al collo del maiale, perché esso sia impedito a mettersi per gli sdruciti della siepe che chiude l’orto.

Mànnera, è la mandra o recinto, per lo più scoperto, accanto alla masseria, ove pernotta il gregge; da μάνδρα, stalla o spelonca.

Mantèca, è il burro chiuso in una scorza indurita di formaggio; da μανδάκη, cuoio o scorza.

Mara me! esclamazione di danno o malanno; da ἀμοιρημα, disgrazia.

Màrtora, in certi luoghi è la madia; da μάκτρα, la madia.

Maruca, la lumaca. Se non si ha da preferire la metatesi rumaca, verrebbe da νάρκη, torpore, o μάλκη, freddo che intorpidisce.

Matassa, di seta, o cotone, o filo; da μέταξα, che è serico.

Matrèia, madrigna; forma più prossima a ματρυιά, madrigna.

Màttoli di bambagia; da εἲλημα, ατος, per metatesi matoele, involto. — Cedraro.

Matuntato e ammatuntato, per ammaccato, pestato, specie delle frutta; da μάττω, per μάσσω, che vale comprimere o stringere.

Menare, comunissimo por lanciare, gittare. — «Potrebbe avere un riscontro di origine in άμύνω, respingere, allontanare». — Solimena.

Mischino, in significato di piccolo e gramo; da ἰσχνός, magro e gracile; per protesi ischinos.

Mesciaruolo, il fungo prugnolo; da μὺκης, fungo, con la desinenza italiana diminutiva nolo.

Mollìca, il midollo del pane; da μαλακός, molle.

Montone, mucchio (acervus); da θημῶν, mucchio, per metatesi. Montone come aumentativo di monte sarebbe illogico.

Morra di pecore, porzione o branco di pecore o altri animali gregarii quanti ne può menare e custodire un solo pastore col suo garzoncello; da μοῖρα, parte.

Moscariello (in Saponara), vezzeggiativo di compassione ai bimbi; da μόσχος, ramo tenero, o germe novello.

Musco è l’omero; da μασχάλη, ascella.

Naca o nacare, culla e cullare. Anziché metatesi di cuna, viene direttamente da νάκη, pelle col vello, perché questa deve essere stata la prima cuna.

Onghiare, gonfiare; forma più prossima a ὀγκόω, io gonfio, o ὂγκος, tumore.

Orgiante, dicono di donna petulante a male parole e manesca; da ὀργίζω, provoco a sdegno, e ὀργή, ira.

Òrio òrio, (avverbiale) per ramingo, errabondo, quasi profugo; da ἀόρατος, invisibile, o ἀορὶα, tenebre? quasi andare pel buio, come i profughi.

Paccone, in pera paccone, specie di pera dalla molta, ma non delicata polpa; da παχύς, grasso e paffuto. — Dorsa.

Paraciello è il piccolo abituro fatto al maiale, a parete di stecconi o anche a muro, ma sempre accosto alla casa della massaia o padrona; da παροικέω, abito dappresso, o παροικία, dimora.

Pazziare, per divertirsi, scherzare; il gr. ha παιζω (che potrebbe essere metatesi di un primitivo παζιω, giuocare, scherzare, burlare). — Solimena.

Pecce, pane succonericcio a Saponara; da βέκος, pane.

Pede catapede, piede innanzi piede; da κατά, presso, vicino.

Pegnone, catasta di legna da ardere a forma circolare; da πῆγμα, ammasso di legna.

Pellusiello, dicono i pastori di quella specie di latte rappreso, o cacio recente, che si fa raccogliendo tutti i rimasugli del latte rappreso in fondo alla secchia, e che si manipola a forma di palla; altrimenti detto, se di migliore qualità, casello, piccolo cacio. La radice della parola è in πέλλα, secchia ove si munge; e il resto della parola (pella-oso) in ὂψον, companatico, quasi «companatico dato dalla secchia al pastore» come è infatti.

Pelto, folto, come in «bosco pelto»; da πλέτω, riempio, o πλῆθω, abbondo.

Peperito, fungo dal sapore pizzicante del pepo; da πέπερι, εως, pepe.

Perna, ammasso, a forma di piramide, di rami in frasche da servire da foraggio agli animali nel tempo dall’inverno; da ἒρνος, ramo.

Pernecocca, pianta e frutto dell’albicocca, o albercocco; da ἒρνος, ramo, e κόκκος, cocola.

Perone, chiodo grosso col capo ricurvo, ad uso di appiccare o fermare alcun che; da περόνη, fermaglio: περῶ, ponetrare, forare.

Pilucca, la parrucca; forma più prossima πλόκος, capello ritorto, o riccio.

Pinsone o Panzone, il fringuello: da σπίνος, il fringuello, per metatesi pinsos.

Pìpeli, i fiorì (in Avigliano); da παιπάλη, che è fior di farina.

Pizziddo, osso a…, è il malleolo; diminutivo di πεξα, malleolo.

Pizzillo, merletto a trina, in genere; da πεζις, ιδος, frangia od orlo.

Pizzo, (all ’mpizzo, in pizzo), estremità, orlo; da πέζα, orlo e margine.

Pràscini, le frutta del pero selvatico; forse a causa del colore e della piccolezza sua; da πράσινος, di porro.

Pruna, albero e frutto del prugno; da προύνη, prugna.

Quatrara, giovinetta nubile. Forse da κόρη, fanciulla, e τᾶλις, donzella nubile: coretalis, e per metatesi e aferesi coetrala?

Ràcana, per disprezzo, stoffa d’infima qualità; da ῥάκος, cencio, e ῥάκα, veste lacera.

Ràdica è la radice; forma più prossima a ῥάκις, ιδος, ramo; per metatesi ràdocis.

Ranfe, e altrove granfe, artigli degli animali; da ῥάμφος, che però è rostro.

Rasco, rascagno e rascare, sgraffio o graffiare; da σχάω, scalfire; la sillaba re indica la ripetizione.

Rima, corrente del fiume prosso alla riva; da ρῦμα e ρεῦμα, corrente.

Riotta, strepito con rissa e tumulto; da ῥοχθέω, strepito, e ῥόθος, strepito e tumulto.

Roagno o rovagno, vaso in generale, piuttosto piccolo che grande; da ὀργάνιον, che il vocabolario traduce piccola macchina o strumento. E, in genere, un arnese qualsiasi, come il «roagno» un recipiente qualsiasi.

Romato è letame; da λῦμα, ατος, mondiglia, immondezza.

Ronciglio, ronca piccola e ricurva; da ἀγκύλος, curvo e adunco; ronca - ancilos.

Rosicare, rosicchiare, e mangiando cose dure; da βρώσκω, mangio e rumino; per protesi berosco.

Rùmmolo, ciottolo, ovvero pietra arrotondata; da ῥόμβος, figura geometrica non solo romboidale, ma che abbia del rotondo. — Dorsa.

Salamorra, la salamoia; forma più prossima a ἁλμυρίς, salamoia.

Salecrega (ad Armento) la lucertola. La prima parte della parola è contrazione di σαῦρα, lucertola (σαυ = sal); la seconda è metatesi di κέγχρος (chregos), che vale grano di miglio e, inoltre, serpens quidam, qui quasi milii granis conspersus est, che è propriamento il ramarro, quel lucertolone di un verde chiaro, sparso e brizzolato di punti neri o bigi, quasi di miglio.

Salma, soma; forma più prossima a σάγμα, soma.

Sarciùta di mazzate, una buona dose di bastonate; da σαρκαξω, strappar le carni, lacerare le carni.

Sauredda, lucertola in parecchi paesi, che altrove è caramusa; da σαῦρα, lucertola, con la terminazione diminutiva italica.

Scàffia: 1º testo, in cui si pianta l’erba odorifera sul davanzale della finestra; 2º piccoli ripiani di terra, listati intorno da mattoni o altro per piantare erbe mangereccie; da σκαφή, barchetta e fossa.

Scalandrone, lunga pertica con piuoli di traverso a uso scala per montare sull’albero a cogliere frutta: dal tema che segue.

Scaliere, spregiativo detto a persona alta e secca; da σκάλις, ιδος, pertica e palo.

Scaliero, foglia del carciofo delle più tenere che si usa mangiare crude: da σκόλυμος, carciofo.

Scanare la pasta, è manipolarla per renderla dura o raffrenarla dallo stato liquido al molle, dal molle al duriccio; da ἰσχανάω, raffreno.

Scanata è la pagnotta di pasta (già cotta) di due «rotoli» e mezzo per lo più; dallo stesso tema. In origine: porzione di pasta raffrenata.

Scaponare e scerponare la terra, dicono gli agricoltori di un lavoro di zappa profondo, e che rompe le zolle. Le due parole (che non sono perfettamente sinonime) derivano una da σκαπάνη, che è zappa e cavamento, e l’altra da σκεπαρνίζω, che è percuotere di scure, e, per analogia, fendere la terra con la zappa di un lavoro profondo.

Scarapazzo, un ceffone; da κάρα, capo, e pactum, da pangere, conficcato (pangere oscula).

Scarare, pulire il capo ai fanciulli con pettine fitto, che è detto scaraturo, dallo stesso precedente tema, quasi ex-cara-re.

Scarazzo, recinto coperto per chiudervi il gregge; da σκιαρός, ombroso o coperto, e jactum, da jaceo, giacere; onde: agghiaccio coperto.

Scarcella, forma di fichi secchi contesti a foggia di piramide o romboidale: da συκάς, fico, e ἀργεινος, bianco. Quelle appunto più fine e pregiate sono di fichi che, rimondati dalla buccia o curati, imbiancano o candiscono al sereno

Scattone, piatto largo e fòndo; da σκάπτω, scavare?

Sceniflegio, cosa malconcia da violenze e battiture, o l’atto plesso; da αἰνοπλήξ, ῆγος, che gravemente percuote.

Sceppare, strappare con impeto; da σκήπτω, scaglio con impeto.

Scherda, lisca o piccola tacca di legno pungente; da ἀχερδος, spina.

Schima, vento freddo e asciutto che accenna a neve prossima; da χεῖμα, inverno e tempesta.

Schimato, dicono dell’albero con spaccatura; da σχίσμα, fessura, e σχίζω, fendo.

Schizza, goccia o stilla, di un liquido, sia vino, acqua o fango; da σχίζα, piccolo pezzo, ma di legno? Di qua anche Stizza? che vale stilla.

Scibbia, gangheri delle imposte; da ἲσχω, ritengo; o piuttosto dal latino scipio, -onis, sostegno?

Scisciare o sciescio, stracciare e laceratura; da σχιζω, lacerare.

Scoitato, senza pensiero, e celibe. Senza pensiero dal latino cogitare; ma celibe da ex e ἀκοίτης, moglie.

Scopino, sacchetto di cuoio da conservarvi monete, ed anche per portarvi il latte; da ἀσκοπήρα, sacco di cuoio.

Serrentella, vento secco e sottile; da σείρω e σειραίνω, seccare, e ἂημι, soffiare.

Serrone o serrazzone, forte brinata (a Saponara) che secca i teneri germogli; dallo stesso tema.

Seta o setella, staccio fino; forma più prossima a σήδω, crivello e vaglio.

Sfizio, desiderio intenso (levarsi lo sfizio); da σφύζω, desiderare con ardore.

Sima, cicatrice; da σῆμα, segno. — Dorea.

Sìrico è il baco filugello; da άσίρακος, sorta di locusta.

Smorfia, faccia o tipo deforme; da δυσμορφία, deformità.

Spara, il cércine, che è fatto di un pannolino bislungo piegato e ravvolgentesi a circolo; da σπάργανον, fascia.

Spàtola, la scotola del linaio; da σπαθη, spatola.

Spellecchione, parola d’ingiuria e spregiativa; da σπέλεθος, escremento.

Spurìa, (a Castelluccio o altri paesi più prossimi alle Calabrie), «zona o porca che si apre fra due solchi per regolarvi il getto della semente»; da σπόρος, seminagione.

Ssitt, grido del pastore per menare innanzi raccolte le capre, e Scitt, grido della massaia che caccia via dalla cucina i gatti; da σίττα, che è grido de’ pastori per chiamare le pecore, o da σιτίζω, pascere.

Statera, stadera; forma più prossima a σταθηρός, stabile e fermo.

Staurieddo è (in Saponara) il piccolo abituro del maiale, costrutto specialmente di pali e legni connessi; da σταυρός, palo acuto ed eretto. Altrove è detto zaccaniello, dalla stessa ragione etimologica. V. zaccano o paracieddo.

Sterpa, pecora sterile, e

Sterpone, albero invecchiato, senza rami, e però infruttuoso; da στέριφος, infruttifero.

Straccie, pezzi di mattoni o di pietre stiacciate, con i quali giuocano al gioco delle straccie, ital. stiaccio. Forma più prossima al ὀστράκινος, che è di terra cotta.

Strambo, storto di cervello, o degli occhi; da στραβος, strambo, e στραγγός, guercio.

Strangula-prèviti, sorta di pasta casalinga tagliata a foggia di gnocchi; altrove detti cavatelli,perché cavati con i tre diti medii della mano (epperò altrove vengono detti Triscilli = tresdigiti). Il signor Cedraro ne dà la derivazione στρωγγύλος, rotondo e πριθείς, tagliato. Anche «maccaroni» (alla cui specie appartengono i suddetti) è dal greco μακρός, lungo, e per epentesi μακαρός, e vuol dire pasta lunga.

Strifelare, «per istorcere», disfare l’ordito: da στρέφω, volgere, curvare, torcere, passato in significato negativo per analogia all’s privativa. - Solimena

Strìfoli, cenci pendenti dal lembo del panno consunto; da τρύφος, pezzi o rimasugli.

Struòffoli, pasta dolciata, tagliata a foggia di grossi gnocchi e fritta all’olio; da στρόφη, volgimento, perché invero è pozzo di pasta avvoltolata.

Struòmmolo, trottola; da στρόμβος, trottola.

Stufare il panno, dicono del pannolano che si mette aIl’azione dei vapori dell’acqua bollente; da τύφω, affumicare.

Succisso, (a Castelluccio), l’edera; da κισσός, edera.

Suzo, chiamano a Forenza una conserva di carne sotto aceto; da σώζω, salvare, conservare, custodire. — Solimena.

Tallo, il tenero germoglio della indivia, della zucchetta; da θαλλός, germoglio.

Tann’, per «allora» è comunissimo. «Forse da ὂταν, allorché, quando». — Solimena.

Tappine, pianelle di infima qualità; da ταπεινός, umile e basso? (sottint. scarpa).

Tarascone, sorta di ballo oggi in disuso; da θρώσκω, saltare?

Taròcciola, carrucola; da τροχιλιον, carrucola.

Tattarielli, pianticella parietaria, le cui foglioline rotonde sembrano tritate a pezzettini; da ἀττάραγοι, bricioli di pane. Altrove «tattarielli» sono le paste tritate minutamente o grattugiato o cotte in brodo.

Traccheggiare, tenere a bada con pretesti; da τρακτένω, io negozio. — Cedraro.

Tròccola, strumento che rende un ingrato stridore mediante una linguetta di legname che scatta e batte su una rotella dentata mossa da un manubrio: l’usano i ragazzi nella settimana santa in luogo del suono della campana; da κρόταλον, sonaglio, per metatesi: τρόχος è ruota.

Trofa, la ceppaia del castagno ricca di più fusti o polloni; da τρέφω, nudrico; quasi la nutrice del castagno.

Tumpagno, fòndo della botte e del barile; da τύμπανος, tamburo, alla di cui forma somiglia il tumpagno.

Tuppe tuppe, frase onomatopeica che significa il battere alla porta; da τύπτω, battere.

Turso, tòrsolo o fusto, specie del cavolo con o senza qualche foglia d’intorno; da θύρσος, asta con fronda di erba.

Tuttofare o trozzoliare, bussare la porta; da τρύζω, far rumore.

Ulmo; al gioco del vino dicono restare ulmo, o fare ulmo a quello solo dei giocatori cui si nega il vino, mentre si dà bere a tutti gli altri; forse da ὂλλυμι, perdere, apportare danno? Il signor Cedraro da ἐρημος, privato, isolato.

Ungalo, baccello delle fave fresco e ripieno; da γογγύλη? che però e radice.

Uòsimo, certa specie di odore, specie del latte; da ὀσμή, odore.

Utrio, l’utero della donna; forma più prossima ad ιτριω, basso ventre.

Vallone, fosso stretto e fóndo che è alveo al torrente; da αὐλόν, valle stretta e canale.

Vantèra, grembiale di pelle ai fabbri od altri artefici; da ἀντί, contro e ἒντερα, intestini.

Varàngolo, misura di lunghezza tra l’indice e il pollice distesi; da βραχύς, breve, o ἀγκύλη, cubito, piccolo cubito, ossia piccola misura?

Varo, apertura o squarcio artefatto in mezzo alla siepe; da σπάρασσω, squarciare.

Vettìne, grosso vaso circondato di vimini; da ποτίνη, dello stesso significato.

Viluozzo, è l’uovolo, fungo; da βωλίτης? uovolo, per metatesi bilotto.

Viscìòle, vescichette; diminutivo da φύσκη, vescica. — Cedraro.

Vittìma, per razza, come nella frase: di buona vittìma; da φυτον, pianta e stirpe. — Dorsa.

Vòmmola, vaso di creta dal collo stretto, per trasportare acqua; da βομβύλη, che ha lo stesso significato.

Vramare, voce di fremito o lungo desiderio di certi animali, specie del maiale, diverso dal grugnito; da βριμάομαι, fremere, βρόμος, fragore.

Vròtaco, (a Castelluccio e paesi prossimi alle Calabrie), è la rana; da βάτραχος, che è lo stesso.

Zaccaniello, a Saponara, l’abituro del maiale domestico, fatto di pali; dal tema che segue.

Zàccano, palo o bastone da sostenere le reti; da κάμαξ, palo e pertica; per metatesi xacam e saccam.

Zapòtero (a Saponara), fanchiglia, melma; da σαπρότης, σαπρός, e il comparativo σαπρότερος, fango.

Zeaglia, Iigaccia da calze; da ψαλίον, freno e collare.

Zella, infermità immonda del cranio che cagiona la calvizie; da πτίλος, cui mancano i peli delle palpebre, o da τίλλω, svellere i peli.

Zelone, la testuggine (in certi paesi verso il Jonio); da χελώνη, testuggine.

Zenca, un pezzettino, mi frammento di checché; da ρίσκος, minuzzolo; per metatesi simcos.

Zico, stesso significato; da ψιξ, ψιχός, briciole.

Zìmmaro, il caprone; da χίμαρος, capro.

Zimmìli, sono due sacchi accoppiati a forma di bisaccia, a dosso di asino, per trasportarvi arena, letame, ecc.; da συμπλεκής, connesso e accoppiato, (zimmileci).

Zinno, piccolo; da τυννός, piccolo.

Ziriò, ziriò! voce di allarme del pastore che dà grido per fugare il lupo venuto presso alla mandra; da θερίον, fiera e belva; quasi: il lupo, il lupo! belva per eccellenza.

Ziro, vaso di creta a forma di orcio panciuto, per tenervi olio ed anche vino; da χύτρος, pentola e caldaia? per metatesi chtiros.

Zitella, ancella, serva nubile di casa; da κτητή, l’ancella.

Zito è lo sposo; da ζευκτός, congiunto?

Zivolo, sorta di uccello, della specie de’ passeri; da κίγκλος, uccello?

Zizze, mammelle; da τίτθη, mammelle.

Zoccoletta, pezzo di legno che inchiodato alle due estremità congiunge e tiene fermi due pezzi di legno; e vale anche nottolino; da ζυγόω, congiungere, con la desinenza italiana del diminutivo.

Zòria (a Sapri ed altri paesi del Cilento), giovinetta; da κόρειος, virgineo; e κὸρη, donzella.

NOTE

1. In Calabria si dice Cucìa, e il Borsa spiega: «grano bollito preparalo nel giorno festivo del Santo Patrono del villaggio per distribuirsi ai poveri». Ed aggiunge:

«La parola cucìa in Calabria fu introdotta col rito greco cristiano dai Greci del medio evo, e risponde al κούκια o κούκιον = κύαμος, fava nel linguaggio greco barbaro. L’uso del grano, favee altri legumi bolliti è rito delle feste cristiane de’ Greci; e nel libro delle loro preghiere (εὐχολογιον) vi è la relatica preghiera εὐχή εἰς κοκιν ἅγιον».

APPENDICE III

SAGGI DEI DIALETTI DELLA PROVINCIA

Nel libro dal titolo I parlari italiani in Certaldo alla festa del V centenario di messer Giovanni Boccacci — Omaggio di Giovanni Papanti,1 vennero raccolti i saggi di 700 dialetti o vernacoli di paesi italici; e non vi mancano i linguaggi stranieri parlati entro la cerchia dell’Italia geografica, e sono l’albanese, l’arabo, il greco, il rumeno-slavo, lo slavo e il tedesco.

I varii e multiplici saggi sono versioni di un unico testo: e questo è la Novella IX della Giornata I del Decamerone di messer Giovanni Boccacci.

In questa preziosa raccolta sono pubblicati, per la provincia di Basilicata, i saggi dei vernacoli di Ferrandina, di Matera, di Melfi, di Moliterno, di San Martino d’Agri, di Saponara, di Senise, di Spinoso, di Tito, e un saggio dell’albanese parlato a Barile.

Della utilità della pubblicazione del Papanti, se qui ne fosse il luogo, sarebbe superfluo il parlare. La filologia e la storia avranno in essa un materiale non pure indispensabile ai confronti, ma necessario alla notizia intima e intera del dialetto, che non si troverebbe raccolto in altra parte. Vero è che la fisonomia del dialetto, l’efficacia sua pittorica, l’atteggiarsi delle sue intime energie, gli scorci della sua sintassi non possono riuscire se non dimezzate o malconcie dai cancelli di una versione. Ma la uniformità del testo era condizione necessaria ai confronti. Quindi, altri ha continuato a seguire la medesima via per aggiungere un ulteriore contributo alla storia dei dialetti; e il signor Mario Mandalari nel libro Canti del popolo Reggiano, ecc. (Napoli, 1881) ha pubblicato della stessa novella, prescelta dal Papanti, le versioni di altri paesi della provincia di Reggio che nella raccolta di questo non erano comprese.

Continuare il lavoro medesimo e aumentarne al più possibile le filamenta era nostro intendimento e proposito, per maggiore sviluppo a quello che fu detto nel capitolo XV di questo volume, e per indispensabile materiale ad uno studio, che l’economia e la natura del nostro lavoro non consentiva più ampio. Giova inoltre raccogliere pei lontani e fissare per gli avvenire studiosi di filologia, le forme e le gradazioni dialettali, che il tempo senza dubbio, anche per esse, verrà, lentamente mutando, e che pel passato, mancando i dati di fatto, non si ha modo di verificare. Ma il disegno non ci è riuscito di delinearlo, se non in brevi proporzioni. Non tutti cui fu richiesto di cortese aiuto, risposero all’opera: la difficoltà di rendere con la grafia dell’italiano suoni che non hanno rispondenza nell’alfabeto italico, scoraggiava molti, che pure erano disposti al promesso concorso. Io spero che altri ripiglierà con migliore successo il disegno, oggi appena sbozzato.

Pubblico qui appresso il materiale raccolto; e non stimo superfluo di aggiungervi anche i saggi compresi nel libro del Papanti,2 sì perché non è agevole di trovare il libro, e perché a mettere insieme quelle simbole dei nostri vernacoli concorsi anche io del mio meglio.

Ho posto di fronte tra loro i parlari dei quattro paesi capiluogo de’ quattro circondarii dalla provincia, perché il confronto ne riesca più agevole. Di tutti e quattro i circondarii sono esempii tra quelli che pubblico: ma è, senza dubbio, deplorevole la mancanza di saggi relativi segnatamente ai paesi prossimi alle Calabrie, e la scarsezza di quelli prossimi al mare Jonio ove fu la sede delle città grecaniche.

La letteratura a stampa de’ nostri vernacoli è assai poca cosa: alcuni canti popolari brevissimi (di cui abbiamo indicato la bibliografia nel capitolo XV, nota 11, e la cui stampa non ebbe a speciale proposito le ragioni filologiche), e alcune composizioni in versi scritti da uomini di lettere: ecco tutto.

Ricorderò tra questi il Saggio di traduzioni e poesie originali in dialetto Materano per Francesco Testa (Matera, tip. di P. Conti, 1872, di pagine 37, in-12º), notevoli per efficacia e spontaneità poetica. Versi in dialetto di Potenza, di Ferrandina e di Avigliano sono pubblicati nella Lucania Letteraria, giornale settimanale di Potenza dell’anno 1885. Nel Cenno storico, ecc. della città di Ferrandina, del canonico Nicola Caputi (Napoli, 1859) è un «Laudo della Madonna» di un poeta del popolo della città; ma in esso il dialetto sente troppo del letterario. In coda all’opuscolo Blanda e Maratea, ricerche storiche per B. Tarantini (Napoli, gennaio 1883, di pagine 62, in-12º) è del vernacolo marateota un dialogo sprizzante di verità. Ultimamente, del dialetto di Rionero ha dato saggi di una verità crudamente viva ed efficace, sia per la forma dialettale, sia pel contenuto della vita del minuto popolo, il prof. Vincenzo Maria Granata, in volumetti di Poesie in dialetto rionerese, stampati dal 1897 al 1900; (Tipogr. Ercolani in Rionero; Liccioni in Melfi; Vecchi in Trani).

Di altri non so.

Il testo della novella del Boccacci, cui si riferiscono le versioni, è questo che segue:

NOVELLA IX DELLA GIORNATA I DEL DECAMERON DI M. GIOVANNI BOCCACCI.

Dico adunque cho ne’ tempi del primo Re di Cipri, dopo il conquisto fatto della Terra Santa da Gottifrè di Buglione, avvenne che una gentil donna di Guascogna in pellegrinaggio andò al Sepolcro, donde tornando, in Cipri arrivata, da alcuni scellerati uomini villanamente fu oltraggiata: di che Ella senza alcuna consolazion dolendosi, pensò d’andarseno a richiamare al Re; ma detto le fu per alcuno che la fatica si perderebbe, perciò che Egli era di sì rimessa vita e da sì poco bene, che, non che Egli l’altrui onte con giustizia vendicasse, anzi infinite con vituperevole viltà, a lui fattene sosteneva; in tanto che chiunque avea cruccio alcuno, quello col fargli alcuna onta o vergogna sfogava. La qual cosa udendo la donna, disperata della vendetta, ad alcuna consolazion della sua noia propose di volere mordere la miseria del detto Re; et andatasene piagnendo davanti a lui, disse: Signor mio, io non vengo nella tua presenza per vendetta che io attenda della ingiuria che m’è stata fatta, ma, in soddisfacimento di quella, ti priego che tu m’insegni come tu sofferi quelle le quali io intendo che ti son fatte, acciò che, da te apparando io possa pazientemente la mia comportare; la quale, sallo Iddio, so io far lo potessi, volentieri ti donerei, poi così buon portatore ne se’.

Il Re, infino allora stato tardo e pigro, quasi dal sonno si risvegliasse, cominciando dalla ingiuria fatta a questa donna, la quale agramente vendicò, rigidissimo persecutore divenne di ciascuno, che, contro all’onore della sua corona, alcuna cosa commettesse da indi innanzi.

POTENZA

Diggio nzomma cca a queddi stascioni de lu primo regnant de Ciprio quann pigliaze la Terra Santa Guttfreu do Buglione, avveneze cca na bona femmena de Quascogna fasceze la fratocchia, e geze a vede lu subbulecro, e quann sene tornaze a Ciprio da cert marranghini, caini barbari, foze sfresara, e iedda piccïann penzaze dde gi a rreclamà a lu regnant; ma uno gni disceze: Clio gni vai a fa? gni perdd li pass, ppecchè iedd sta mmalato e mmalato nnfine, e se nno, senza chiacchere e pataracchiele, t’avvria fatt la grazia e t’avvria trattà ccomm na ranna signora. Ma iedda era testa tosta e ndista, cca javvria ruseà ccu li angali tutt li malann de lu regnant. Ccu lu piccio lu geze a truvà e gni diceze: Maistà, nnun ti viegno a truvà pe grazia du lu schiaff cca aggio autto, ma pe nu cuntento mio mm’ai da dì: ccomm fai tu quann te fann nu curriv, pecchè accuscì m’imparo a fa io pure. Lu sa dommenaddie se lu pozz fa, te darria stu cuore pecchè si nu bon’omo.

Lu regnant cca sino a tanno stascìa sturdure, tutta na vota se struveglia e accommenzaze a dì cca vulia fa la vendetta nica, e la fasceze, e da tanno deveneze comr nu cane arrabbiare, muzzuava quant’ nno gni gienno a pelo. Da tann nno la perdonaze a nisciuno.

ROCCO BRIENZA

LAGONEGRO

Pocca vi vogliu cuntà c’a li tiempi ri lu primu rre ri Ciprr, roppu la véncita fatta ri la Terra Santa ra Guffrè ri Buglioni, succirivu ca na brava signora ri la Guascogna ivu ’mpilligrinaggiu a lu Santu Sibburcu. Ora mo quannu si nni turnava ra dda, arrivata chi fo a Cipru, cetti sciliratuni la ’nzurteriu ri na mala manera. Ri sta ’ngiuria iedda non si nni putïa proprïu cunzulà, e ssi nn’era tanta affesa chi pinzava ri ì a ricorri a lu Rre; ma li ricéru ca iera tiempu pirdutu, piecchè lu Rre iera tantu n’animella e accussì ’nzignificante, chi nun sulu nun castigava l’ingiustizii ri l’àvuti, ma nun s’ncarricava mancu ri li ssubbirienzi chi facïanu a iddu, e nni li faciïanu ca nni li facïanu! e ppi cchessu tutti chiddi chi avïano a ripità quarchi guai, si lu ppagavano cantènnuli nu saccu e mienzu ri corni. La povira signora quannu sintivu accusì, spranzata ri avè giustizia, pi si piglià almenu n’anzonca ri suddispazïoni, pinzavu iedda puru ri ì nnanzi a lu Rre pe li rà na bella murtificazïoni, e accussì feci ca si prisintavu nnant’ a iddu lagrimennu, e li ricivu: Maistà, i nun zo binuta nnanzi a bui pi avè giustizia ri la ’ngiuria chi mmi ann fatta, ca nun bogliu ra nncommitu a 1\ Maistà Bosta; ma si l’Ussignuria mmi vuo’ aiuti senza ntrissïa, ti pregu ri mmi ’mparà a chïcà la groppa comi fai tu quannu ti mancanu ri rispetto, ca accussì quannu mmi l’aggiu mparatu vogliu fà i puru corno fai I’Ussignoria, ca i puru tegnu la croci mia, e ccu ttuttu lu cori ti la cirírrïa a tte, si lu pputessi fa, ca tu li ssai purtà megliu ri me.

Cancaru! ricìvu lu Rre ntra ri iddu, aggiu capito, e non fo cchiù chiddu ri prima, comi si si fossi rivigliato po’, e succirivu ca nun zulamenti castigavu chiddi chi avïanu ’ngiuriatu la signora chi eppi tutta la suddispazioni chi vulivu, quannu ca ra tannu ’mpoi poviri a chiddi chi facïanu ancuna cosa contru a lu Rre.3

GIUSEPPE dott. FIEGO

MICHELE SIERVO

*MELFI

Dunc io dico, ca a lu timpu du lu primo Re de Cipro, dopp la cunquista fatta de la Terra Santa da Gottifré di Buglione, success ca na bella signora de la Uascogna sceze mpilligrinaggio a lu Santo Sebbulico, e tornanno e arruata a Cipri fote da cert’avanzi de galera assai maltrattata. La povera signora se rammaricaze, e le venne mbinsiero di sci a ricorrere a lu Re; ma le foze ditto ca era fatica persa, picchè lu Re non solamente non si ncaricava de ri ngiustizie fatte a l’àute, ma neanche di quere fatte a hisso stesso; e pi quesso chi sceva a ricorrere era trattato male. Sentenno sti cose la signora, penzanno di vennecarsi de r’ uffese ricevute, rimproveranno a lu Re ca no faceva la giustizia, tutta chian’ genno sceze da lu Re, e li disse: «Maiestà, io non zo venuta pi vo’è esse vennicata di ri ngiurie che m’hanno fatto, ma pi sapè come tu faie a soffrì quere ca ti fanno, accussì mparanno io pozzo soffrì la mia; e re sape Gesi Cristo ca io te la darrì a te la ngiuria ch’aggio avuto, na vota ca tu te ripurti nsanta pace».

Lu Re, che era stato sempe linto e rincrisciuso, come se si rivigliasse da lu sunno, accominzai dalla ngiuria fatta a quera signora pi fa vennetta di tutti, e divendaze persicutore fïro di qualunque malitrattamento.

Prof. ABELE MANCINI

*MATERA

Dunch dichit ca a-ri tìmp du prim Rre dë Cipr, dopp ca fu pigghiàt la Terra Sant da Ghilfrêd dè Bigliôn, siccidì ca ’na signiîr dë UaschEgn seì ’mpilliîrinagg ó Subbulc, ed ó riturn, arrivât a Cipr, da cert scillarât d’ûmn fu dë ’nammala maner aggimintât; e dë chessa côs ied nan si pîten dà’ pasc’, pinsò dë scîrs a lagnà ó Rro; ma ’u fo ditt da anchiîn e tânt bûn a niîd, ca nan sulament ca nan castiâv chi gistizîa l’affès dë l’âlt, ma pir ’n abbiîss ca n’eran stàt fàtt ad iîd chi tanta virvegn si ri suquâv; tant ca ciuuch avev chi diîn ’n’ anquiêt, së la siuquâv iîd stess, facenl anchiîn striîd o ni curn. Sintênn la femn chessa côs, disprât ca nan si pitêv divinicà’, pi fars paasa’ ’nzicli u cancr, si mittì ’ncâp dë vilè’ sci’ a pong’ cûr mischin du Rre; e vinît chiangên ’nnant ad iîd, diss: «Signôr mi, i’ nan vegn ’nanz’ a têch pîd avè’ vindêtt dë la ’ngiuriî ci m’è stât fâtt a mêch, ma pi riparà’ a ched ti preî ca ti mî mmizzass cóm suffr ti chír ca i’ sent ca so stát fâtt a têch, pirciè ca ’mparann da têch, i’ pitêsz ’mpacienz siffrì’ la me: ca, Crist u i sàp, ci i’ la pitêss fa’, chi tutt’u chêr të la dariî, pirciè ti si’ tant bûn a siffrirl».

U Rre, ca era stât finch a tan côm ’ni mavlôn, côm ci si rivigghiass d’ó sunn, acchiminzân dall’affês ca era stât fâtt a chessa femn, ca pe iîd divinicò côm si dêv, si fêsc ’nu quân arraggiàt chi dognîn ca ’ncontr’ a-r’ anôr dë la crêna so’ anchiîna côs facess da cûr mëmênt.4

Prof. GIUSEPPE RUGGERI

RIONERO

DunC’avita sapè ch’ai tiemp d’ lu prime Rrè di Cipre, ropp la conquiste d’ la Terra Sant, fatt da Luffrere lu Buglione, jé succiess ca na giuntilironn di Uascogne jè sciut’impilligrinagge a lu Sant Suburc, e turnann ra ddà, arruat a Cipre, da zerte sciullirate jè state ’mbamament’assunurate. Di sta mal’azione, la puvredd, lamintannese senza nisciuna consulazione, avïa pinzate ri scï a ricorr ndò lu Rrè; ma ’nc’ è state chi l’ave ritt ca ’ngi pirdìa gli pass e ri fatighe, picchè quìri minave na vit’ accusì stracurate, ca nunn’ era buone nè ppi Dïe nè ppi lu munn, e ppiqquess nun sule nun s’incaricave di rivinnicà cu giustizie ri ’ngiurie di glàute, ma n’avïa tante di ri ssoïe, e cumm si niente foss, si ri sucave e citt; fin’ a lu punte ca chiunche tinïe ’ncuorpe nu rispiacere, lu sfugave facenn’ a lu Rrè quarche ’ngiurie o vrigogne. Sintenn sti ccose la Signore, ndisperate ri la minnetto, pi si cunsulà d’ lu rispiacere suïe, have pinzate ri scì a cimintà gli guaïe d’ lu stess Rrè; si ni jè sciute chiangenn nnant’a Idd, e have ritt: Maistà, ïe nummengh’ a la priseuza toïe pi la minnett ch’aspittave d’ la ’ngiurie chi m’hann fatt, ma pi na certa quere, ti preghe d’inzingarme cumm fai Assignirïe pi suffrì quèrie che, cumm’ àgge ’ntìse, ti fann’ a ttè, picchè, ’mparanne da lussignirïe, ïe pozz cu cchiù paciènz suppurtà la mïe, che Die ri ssape, si ri putess fa, cu tutt lu core te la rialarrïe, na vote ch’assignirïe accusì bell ri ssàie tullirà.

Lu Rrè, fin’a tann ’ndifierent e mùscie, cumm si s’arrivigliass da lu suonn, accumenzànn da la ’ngiuria fatt’ a quera fèmene, ch’ave pròprie a la crurele rivinnicate, jè rivinntate pirsicutore senza misiricòrdie ri tutte quìrie che contr’ a l’unore d’ la crona soïe, ’naquarche ccos’ avèssene fatt dà quire mument ’mpoi.5

GIOVANNI PLASTINO

AVIGLIANO

Lu fatte ja quisse. A tiempo ri lu prime Rignante ri Cipre, roppo che Uffrere ri Buglione sciuppava ra minane agli Turchi la Terra Sante, succerive, che na Signora granne ri la Uascogne, scive ra pellegrine a bisità lu Sebburche ri nostre Signore, e a ru menì a n’acqua, arruata a Cipre, si la pigliarue gli male vivente, e te la sbruugnarne. L’assicchianate! tante ri la pena granne, nu se putije cunsulà: glie venne ncape re sci a ricorro a lu Rre: ma avènnele quaccherune ritte, che era tiempe perse, e che nu nce avirrie accansate niente, perché lu Rre era nu mingharile e buone a niente: che nunn’ avrie barate a fa la vinnette pe re ’ngiurìe fatte aglie àute, e ra vilacchione che era, nun s’incaricaie manche re ri come soie, e re gli strire fatte a hidde stesse! vire quante che se ancune avie quacche ndregne ra luarse, sope a hidde sfuquaie la raggia soie re tutte manere, e te la facie stoppe! La povra Signora, sentuta accussì, e perse ogni spranze re avè la giustizie, po sfuguà la pena soie, pinsava ri fa na scola granna-granne a Iu Rre e chiagnenne a stuozze re lagreme quanto nu pugne si presentave ra hidde e gli resse: Maiestate! vanghe a trovi la pirsona toje non po avè la vennette re tante strire che me hanne fatte, ma aimene pe na certe surisfazione ti preghe a nsengarme cume scumpuorte tu quedde cose che te so fatte, e che hije sola cumprenne, e accussì mparanno ra te, putesse cu la pacienzie scumpurtà la sorta mie buzzerata! Ssà grazie aimene mi la puoje fa: ja cose, che se putesse, re sape Die, ti runarrie cu tutte roie re mane, pecche tu si accussì pacientuse.

Lu Rre che fine a tanne nu s’era ncarecate re niente, manche pe suonne, pigliave a piette a fa la vennette ri tante purquarie fatte a la Signora; e ra tanne npoie mintive nu regore granne pe chi facesse cose ncontra l’unore ri la crona soie.6

MARCO SABBIA

*TITO

Divu dònca, ca a li tempi de lu prìmu Rè dè Cipru, dòoppo ca fo conguistàda la Terra Santa da Guffrè dè Buglione, succedè ca ’na gentili donna dè Guascogna gè ’mpellegrenàggiu a lu Sebbùlcru, dònne mente ca turnava, venùda a Cipru, da certa mala gente fo senza criànza sbròugnàda: pè quèssu ègghda ’ntravagliàda sceppànnese li cavègli, penzò dè gì a lagnarse ’nfàccia a lu Rè; ma gne dèssero cèrte persone ca gn’avrìa perdù li passi e le parole, pecchè quègghdu menava ’na vita accuscì meschina, e senza fà bè a nisciuni, ca non divu ca ègghdu vulesse vennecà li guài dè ghd’ ati, ma ’mmòco assài affése ca gne fasciènu cò sbreugnàdu scaacciù se tenìa: ’mpirò chicionca avìa ’nu travàglia, cu ’nsultàrlu e ngiuriàrlu la rràbbia sfuhàva. Quèssu sontènnu la fèmmena, desperàda dè se la rrènne, pè ’nu sfiziu a consularse dè lu travàgliu ca avìa patù, crenzò dè vulè pônge stu Rè meschinu; e se ne gè tutta chiangènnu ’nanci a lu Rè, e dèsse: «Signore miu, jè non so menù qui ’nfaccia a tti pè vèndecarme l’affèsa, ca m’ è stà fàtta; ma sibbè, ’mmece pè pahàrme la spesa, te prèhu ca tu me ’mparasse còmme fài a supportà quell’affese, ca sèntu di’ ca te fànnu; azzò ca ju ’mparànnu da tti, pudesse cu paciénza tenèrme lu travàgliu miu ca jè, Diù lu sa, si non te vurrìa rrialà, si se pudèsse, pecchè accuscì si’ bònu a suppurarli».

Lu Rè, ca sinu a tànnu se n’ iera sta scurdadu e scelòsu, comma se se scetàsse da lu sonnu, accommenzànne da la ’ngiuria fasciùda a sta fèmmena, ca senza sparàgnu fèze pahà, deventò terribbele, e persecutò chicionca, pè fà briògna a la curòna sòva, ’nquàcche mala azzione fascèsse da tànnu ’mpoi.

Sac. Prof. GIUSEPPE SPERA

VIGGIANO

A li riempi di lu primu Rei di Cipri, doppe la vincita di la Tierra Santa fiatta pi Guffrero di Buglione, accarette che na gentildonna di Guascogna scette a lu Sipiulcro pi nu vioto, e cumo a Cipri arrivette, di riturn’, fu trop malitrattata da li birbanti. Chiangìhi, chiangìhi, ma visto che iera tiempi perdiuto, a lu Rei si ni scette pi l’hà cusà. Ma li fu riutto7 cà non ci avria niente conchiuso; cà lu piovero tartiufo ni suffria chiù di tiutt, senza mennetta piglià. E la pobra ronna si crirett dispirata; a lu Rei si ni scetto chiangenno, nu p’ avè giustizia, ma pi lu firì. Cume arrivette alla presenzia siua, li ricette: Nu biengo pà cusà chiuri8 chi mian9 fatt male, ma pi sapè cume fai pi li siupportà, azzocchè mi pioz rigulà. E oh! si piutessi rialarti ciocchi mian riata,10 chà tu bin l’accittirissi; lu fiarria cu tutti chïore.11

Lu Rei rurmiglïuso paret chà ra lu sunno si scitesse, e la ngiuria vindichette, e pirsichiutori12 si facette di quianti la sua curona di Rei li spiurcassero.

Canon. F. P. CAPUTI

*SAPONARA DI GRUMENTO

’Nzomma rico c’ ai tiemp’ r ’u primo Rè ri Cipre, rop’ r’ ’a vèncita re Terra Sant’ fatt’ ra ’Uffrere Buglione, accari-e che ’na gintlronna ri Guascogna scì-e ’mpilgrinaggio a ’u Sant’ Saburch’; e, turnènn’, arvàt’ a Cipre, ra cert’uomnn’ scilrati fu mùlito malitrattata, e pi’ quis’ iedda fort’addulurata pinzaie ri sci’ nd’ ’u Rè a fa’ lagnanz’; ma li fo ditt’ che nci perdirïa li prate,13 pi’ che id’ iera ’nu taba-taba, che non sulo nu’ pigliava giusta mnetta, ma mulit’ aute affese suffrïa; e quan’uno nci ’a portava cu’ id’, cu’ fari’ ’nu riscpiett’ ss’ ’a facïa passi’. Sintènn’ quist’ quedda ronna, e nu’ putènn’ fa’ ’nu scfoco, se pose ’ncapo ri menarl’ a cucca.14 Corsa chiangenn’ a id’, rèss’: «Maiestà, i’ nu’ bonch’ a presenza vost’ pi’ me rènn’ ’a pariglia, ma vurrïa sapè’ cum’ facite vui quan’ vi fann’ ’n’affesa, pi’ chè putess’ suffrì’ ’a mia. E che nu’ farla pi’ vi potè runà questa fatt’ a mi, pinzan’, come ’a gente rice, che vui ne nzaccate tant’…?!»

’U Rè fin’ a tan’ stato ’nu patatucco, come se fòss’ rivgliato ra lu suònn’, cumzènn’ r’ ’a’ ngiuria fatt’ a ’sta ronna, ch’ ’a fece pagà’ cara, pigliae a persicutà’ la gent’, che contro l’unore ri la crona ssua ancuna cosa cumttess’ da osci ’nnant’.

Canon. F.P. CAPUTI

*MOLITERNO

Duncch’ vogliu cuntà, ca li tiempi ri lu primu Rre di Cipru, roppu chi Gruffeu ri Buglioni si feci patroni ri la Terra Santa, ’na signora, gintilironna ri la Guascogna, ’scivu ’mpilligrinaggiu a lu Santu Sibburcu ’u Gierusalemmi; e quannu fo a lu rituornu, passavu pi Cipru, e ddà certi sbrihugnati sfurcati I… li liveru l’unori. La puviredda mo’, chi pi’ st’affrontu rava ri cap’ a li mmura, pinsavu ri si riprisintà’ a lu Rre, a circà’ giustizia; ma li rèssiru ch’era tiempu pirdutu, picché chiddu Rre iera homu roboli e bilacchioni, chi nun sulu nu’ barav’ a pinisci cu’ la leggi li tuorti chi unu facìa a ’n autu, ma a iddu stessu nni li facìanu ’mpinìti ogni ghiuornu, e si li gnuccava cummu ’nu tabaranu; e tantu chi chiunch avìa quarch’ zirra o aucunu càncaru pi’ la capu si li ffacì passà’ sopra ri iddu, a botti’ r’ affrunti e brihogni chi li cantava. Chedda signora sintennu ’sti ccosi, pirdivu la spiranza ri fa’ vinnetta, e quasi pi’ si cunsulà ri lu guai suu, si posi ’ncapu ri ’sci a minà’ iedda puru ’nu picca ri burla a lu Rre. E ’nu iuornu si nci riprisintavu tutta chiangennu, e li ressi: «Maistà, ie nun so’ binuta pi circà’ vinnetta ri lu rannu chi mm’ è succiesu, ma sulu pi’ ’na certa suddisfazioni, vi prehu ri mmi ’mparà’ cumm’ faciti vui a suppurtà’ l’affesi chi mmi rìcinu cala genti vi faci, acciocca pozza puru i’, cu’ l’esempiu vuostu, apprenni’ a suppurtà’ cu’ pacienza la risgrazia mia, chi, Diu lu sapi, cu’ cchi ccori nni farrìa ’nu riali a bui si lu pputessi, ca sacciu cumm’ sai abbuttà».

Lu Rre, chi fignu a tannu iera statu ’nu ntim-ntam, a ccheddi pparoli, cumm’ si fossi ruvigliayu ra ’nu suonnu, accuminzavu prima a castigà’ ri ’na manera tirribuli chiddi ch’ aviano sbrihugnata la gintilironna, e pò’ rivintava ’nu firoci contra a tutti chiddi chi ra tannu ’mpoi avessiru sparlatu o affisu l’unori suu e de lu tronu.15

FERDIN. CALABRÒ

*SPINOSO

A li riempi ru primi Re ri Cipro, rop che Guffrore ri Buglione ss’impatrunivi ra Terra Santa, success’, ca ’na bella giovine ri ’nu paisi chiamato Gascogna scive a bisità’ ’u subburc, e ’ò rituorn’, cum’ arrivave a Cipro, venn sbriuguata ra certi pirsuni scilirati. ’A puviredda, scippannisi ’a faccia, nu’ ’nsinnì putia cunsulà, e pinsavi ri ’sci’ a ricorre’ ’ó Re; ma lle fu ditt’ ra uno, ca nci avirrìa pirduti li passi, piccì chid’iera tant buono, ca nun sulamente facìa ponte e passa sopa li mmancanze suffert’ ra l’ate pirsoni chi ne vuliene giustizia; ma si facìa piscià’ ’nfaccia, pi’ dici accussì, ra vere minchione; e pi’ chiss, civonga avìa ’n’ affronte, pi’ dispiett circava r’ ’u ’scì a sfugà cu’ cantarli li calenn’ ’ncasa sua. Chedda puviredda, sintenn’ chist’, cchiù ss’arrabbiave, piccì nni vulìa vinnetta, e risulvivi r’ ’a sfugà’ cu’ gì’ a ghirrà’ nnanzo ’u Re; e chiangenn’ chiangenn’ abberamente ’ngi ’scìv’ e li ress: «Maistà, i’ nu’ begni ’nnanzi a te p’ avè’ vinnetta r’ ’u sbriuogno ch’ haggio avuto; ma pi’ mmi ni pirsuarisci, fammi ’nu piacere, rìcimi cam’ ti firi ri sustantà’ tante mancanze che ti so state fatte e che vurrìa ti facessene, pi putè’ i’ gliott’ cu’ pacienza ’u vilene ri ’sta risgrazia ch’haggio avuto; ca, ’u ccanosce Dio, ca si putess’, ’a riallirìa a te ca ti la firi ri parìa’».

’U Re fine a tann iera stato buono e caro, e, cum’ si foss rivigliato r ’ô suonn, nun si firave cchiù r’ abbuttà’; e, ra cci sintive ’u fatt ri chedda femmina, pi si nni rivinnicà’, rivintave ’nu cane arrabbiato, o rett ordini, «ca civonga ra tan ’mpoi avess fatt’ ’na mancanza a Maistà ssua, avrìa avuto ’nu buono rupuIone ri si n’ arricurda’ pi’ cchiù dì ’nu iuorno».16

V. DEL GIUDICE

*SAN MARTINO D’AGRI

A li tiempi di lu primo Re di Cipri, dopo la conquista fatta di la Terra Santa da Gottifrè di Buglione, accadive ca ’na gentildonna di Guascogna scive pi divuzione a lu Sant Siburch, e quanne si ni turnau, da certi ’nfami assassini fo malitrattata. ledda ni rumase assai conturbata, e pensau di sci’ a farne ricurso a lu Re; ma certe pirsune li dissene ca jera tiempo perduto, e che non avirrìa cacciato niente, ca lu Re non s’intricava di li disgrazie di li poveri mbelici, mmece protiggìa li mariuoli, l’assassini e li ’nfami. Sintenne chist la povera disgraziata femmina, pi gulisci di vinnetta, e pi sfucà la bila da lu stummco suio, si mese ’ncapo di sci’ a dì quat friz proprio a lu Re pi lu suio male guverno; e chiangenne si presentaje a id, e li des: «Maiestà, i so binuta qua nu’ picchè mi aspetto vinnetta di l’affesa che mi hanno fatto, gnernò, nu’iè chisto chi voglio da ussignorìa. I so binuta a darti ’nu prighiero: m’haia di’ cumme suffre li mancanze che ti fanno, picchè, pi l’arme di mi sire, io ti vurrìa rialà pure l’affronto fatto a me, se io potesse, mo chi saccio ca tiene la pacienza di Sant Giobbe».

Lu Re, che fino a tann non si jera ’caricato di li bisuogno di la povera gente, e di li supruso che fanno li ricch a li poveri, come se si rivigliasse da lu suonno, accuminzaie da la mancanza fatta a chesta povera femmina, che vinnicau, a jesse lu persicutore di tutti chidde, che facìano male.17

TERESINA DE PIERRO

LAURIA

Dunca dicu ca ntiempu d’u primu Rre di Cipru, doppu d’a conquista d’a Terra Santa fatta da Guttifrè i Bugliuni, succidiu ca na Signura i Guascogna ivi mpilligrinaggiu u Sipulcru, e mentri si nni turnava, arrivata a Cipru fù pigliata a forza e livatu unuri da certi uomini scillirati. Idda nu nsi potti dà paci, e si nn’accurai tantu, chi pinsau di si nni i a lagnà cu Rre; ma li fu ditta da unu ca nci pirdirria a fatiga, picchi Iddu minava na vita tanta arrimisa, e era tantu pocu purtatu a fa beni, chi nu nsulu nu npunìa cu’a giustizia l’affrunti i l’àuti, ma comi nu vilacchiunu, si tinìa puru li tanti e tanti chi li faciènu a iddu stissu, di manèra tale, chi cuiuca avia odiu cu iddu s’u sfucava cu farli quacchi mala crianza o vrigogna. Sintennu quistu a donna, senza speranza i vinnitta, pi ssi cunzulà nu pocu d’u currivu suiu, si misi ncapu i vulì stazzicà a vigliaccaria d‘iu Rre; e arrivata chi fù nnanzi a iddu, chiangennu li dissi: Signuru miu, ïu nn bengu a prisenza toja picchì aspittissi vinnitta d’affruntu chi m’è statu fattu; ma pi nu piaciri, ti preu di mi mparà comi fai tu a suffrì quiddi, chi mi pari ca ti vènunu fatti a ti, picchì, struita da ti, ïu putissi suffrì c’u a santa pacienza affruntu miu, chi si t’u putissi dà puru a ti, Diu sà cu quantu gustu t’u darria, na vota chi tu li sai suppurtà accussì bellu.

U Rre chi finu a tannu era statu musciu o pullitrunu, comi si si riviglissi da dòrmi, accuminzenna d’a ngiurìa fatta a sta fimmina, chi vinnicau amaramenti, si fici u cchiù fieru pirsicuturu di cuiunca cummuttissi, da quiddu juornu npoi, quacchi mancanza cuntra unuri d’a curuna soia.18

GIUSEPPE SCALDAFERRI

RIVELLO

A tiempo do primo Rrè de Cipro, doppo che Guffriedo de Buglione conquestette a Terra Santa, succedette che na genteledonna de Guascogna jette mpelleggrenaggio ò Sepolecro, dònne tornanno fòie malamente nzurtata da ciert’uommene scellerati: de tale cosa essa s’affriggìa e non si potìa consolà, pensette annà a recorrere a o Rrè; ma quaccuno le decette che avria perduta a fatiga, pecchè Isso menava na vita tanta vascia e poca bona, che nnò solo nnò castiava laffrunti fatti all’àuti, ma co’ vregogna soia, ne suppurtava tanti fatti a Isso stisso; de manera cha ognuno c’àvìa quacche nuzzole nganna, sfocava facennole ngiurie e mancanze. À femmene sentenne questo, perdette ogne speranza de vennetta, e pè avè quacche consolazione da pena che sìntìa, pensette de fà na satera a stu citrulo de Rrè; e jutàsene chiangenno nnanzi a Isso, decette: Segnoro mio, nnò vegno a presenzia toia pecchè m’aspetto vennetta da ngiuria ch’aggio avuta, ma ncangio de essa, te prego de m’emparà comme tu suppuorti quelle, che, seconno sente, so’ fatte a ti, azzocchè, mparanno da ti, ije pozza co’ pacienza sopportà à mia, che se potesse, o sa Dio, che te la darrìa co’ tutto o core, pecchè tu si così buono a suppurtà.

O Rrè che nfino à tanno era stato liento o pigro, comme se svegliasse do suonno, comenzette da ngiuria fatta a sta femmena, che venneco’ co’ regore, e d’allora mpoie addivenette n’aspro presacotore de chiunche facesse quacche cosa contro l’onore da corona soia.

GIACOMO BURAGLIA

*SENISE

Dich’ dunch’ di’ a li tiemp’ d’ ’u primo Re ddi Cipr’, dopp’ chi Guffrede di Bugghione s’ebbiti ’mpatrunuto di Terra Santa, accadivit’ che ’na gintilidonna d’ ’a Gascogna iv’ ’impilligrinaggi a lu Sibburche, e a lu rituorno chi faciete, arrivata chi fúdditi a Cipr’, fúdditi cafuniscamente scurnata da zerti sbirruni di strata; e ppi’ ’stu sbriguogn’ idda si affrigieti ’nta l’arma, e pinsave di si n’ ì’ a ricurre adduv’ ’u Re; ma ddi fúdditi ditto da uno cha cci pirdirriet’ ’u tiemp’, ppicchì quiddu Re minàviti ’na vita tanta minnìca, e ghiériti tant’ ’nsignificante, che non sulo non s’incarricàviti di cunnannà ’ppi ghiustizia quiddi chi facìeno male all’aute; ma si sucàviti e citto i corn’ senza cunto chi facìeno a iddo stesso; di manera cha agnauno chi àviete ’nu filatorio, s’ ’a sfunnáviti cu’ iddi, e ’ddi cantàviti i fiest’, cha ierit’ ’nu’ struverio. Quidda signura sintenn’ quiss’, si dispràviti ca non si putiet’ divinnicà’, e ppi’ si sficatà’ ’nu pich’, si risuluviv’ di si n’ ’i a rifilà’ ’u vistitu ’ncuodd’ a quiddu sciuoff’ di Re; e dìttimo fatto si prisintav’ chiangenn’ ’nnant’ a idd’, e dìssiti: «So Maistà, io non bengh’ ’nnant’ a ti a circà vinnitta d’ ’a mancanza che m’è stat’ fatt’, ma ppi’ non ci rista’ curriva, o ppi’ nu sfiziu mio, ti pregh’ di m’imparà’ come ti fìdisi di passà’ ppi’ supa a li malicrianz’ chu ’u prubbich’ dìciti che ti su fatte; ca accussì appuratu ’stu sacreto da te, i’ mi pozz’ pigghià’ ’mpacienza ’a ’ffesa mia; ca, a parlà’ chiar’ si va, si ’i putiss’ com’ azzert’ Dio, cha t’ ’a riallirrìa, ’na vota ch’ ti suóffrisi ’a ’ffruont’ cu tanta civilizza».

’U Re, che fign’ a tann’ iériti stato scuitato e pâriete ’nu ’mbrono, come se si fùssiti rivigghiato da ’nù suonno, si mìsiti ’mpara a fa’ vinnitte tremend’, accumminzanno d’ ’a ’ngiuria fatta a quidda signura; e da tann’ si sbutav’ com’ a ’nu Cap’ Cifr’ cuntra a tutti quiddi chi si arrisicavano du malancà’, e ’di cummitt’ ancuna cosa ’ndissanore d’ ’a crona suia.19

GIUSEPPE FALCONE

MONTALBANO JONICO

Rico ment c’a lì tiemp ru prim_o_ Re di Cipr, ropp’ a cunquist_a_ fatt ra Terr_a_ Sant_a_ ra Gutfree ri Vugghion_i_, ni ven_n_ ca na Signur_a_ ri Guascogn_a_ scì mpielligrinagg a u Sbulc, raddò turnan_n_, arrivat’a Cipr, fu ra ciert nfamacchiun_i_ com’a na viddan_a_ malitrattat_a_: ri cust fatt ied_d_ scunzulat_a_ lagnannis_i_, pinzai_a_ ri scì a ncor_r_ da u Ré, ma li fu ritt ca nci pirdirri_a_ u tiemp, ca idd ier_a_ tant minchiaril_e_ e no bali_a_ a nudd, ca no sul_o_ no sapi_a_ rivinnicà, pi giustizi_a_, l’affise ri l’àut_e_, ma ra sbruvugnat_o_ fitent_e_ si ni surchiav_a_ tant e po tant ca ni facian’a idd stess, ri manor_a_ ca ci avi_a_ na rabbi_a_, sa sfucai_a_ come vuli_a_, dicénnil_e_ ngiuri_e_ e sbruvugnamient_o_. Sintenn sta cosa a Signur_a_, rispirata ca no si puti_a_ rivinnicà, pi sfucà npart a zirr_a_, pinzai_a_ ri pongerl’a u capicierr_o_, e sciùtan_e_ chiangenn nnant’a idd, accussì li ricii_a_: Signor_e_ mi_o_, i no begn_o_ a prisonzia tui_a_ p’avè minnitt_a_ r’angiuri_a_ ca m’aggh’avut_o_, ma nsoddisfazion_e_ ti prei_o_ ri mparà tu com_e_ fa_i_ a suffrì chedd ca i sent ca t’ann fatt, accussì sop_a_ ri te mi pozzo capacità a suppurtà cu pacienza pur’a mi_a_, ca u sape Di_o_, se u putiss fa, pi tutt’ u core ti la darri_a_, virenn ca ni sì tant capac_e_.

U Re ca sin’atann ier_a_ stat_o_ lient e musci_o_, come se si fusse ruvigghiato r’a u suonn_o_, accuminzann r’angiuria fatt a sta femin_a_, c_a_ cu sagn’a l’uocchio rivinnicai_a_, rivenn d_a_ tann npò nu carnett pirsicutore ri chidd ca affìnnien_o_ annor_e_ ra cron_a_ sui_a_.20

Dott. VINCENZO DE LEO

*FERRANDINA

Dich’, dunq’, ca a li tiemp di lu primo Re di Cipri, dopo lu conquist’ di la Terra Santa fatt’ di Gottifrè di Buglion’, successe ca ’na femina, nata bona di Guascogna, scì in pelliirinaggio a lu Sipulcro, daddov’ tornann’, arrivat’ a Cipr, fu fortemente maletrattata da cert’ uomin’ senza cuscienza: di chesta cosa iedda dispiaciut’, senza consolazione, risolvè di scì a fa la quarera a li piedi di lu Re, ma’ li dicerono, ca ’nci perdeva la fatìa, perché trascurat’ non sulamente ca non castiava l’offes’ fatt’ a l’olt’, ma manc’ chedd’ fatt’ a id, anz’ chiunq’ ci portav’ odio, sfucava cu id facennogli onna e vervogna. Chesta cosa sentenn’ la femina, non potenn’ avè la minnett’, pi consolazion’ di lu suo dispiacer’, si mitt’ in cap’ di volè stimilà la ’ndilfferenz’ di lu Re, o scenn’ chiangenn’ innanzi a id, diss’: «Signor’ mio, io non vegno alla presenza toa pi ottennè minnetta di la ’ngiuria ca agh’ avut’, ma pi tenerm’ content’ ti preo ’mpararm’ come suoffr’ chedd’ ca io saccio ca a ti son fatte; acciocché da te ’mparann’, pozza cu pacienz’ suppurtà la mea, la quale, lu sap’ Iddio, se io lu potess’ fa’, con tutto lu core ti perdoneria, perche buon supportatore ne sì».

Lu Re, ca fin’ a tann’ era stato turd’ turd’, come si ruvighiass’ da lu suonn’, cominciann’ da la ’ngiuria fatt’ a chesta femina, ca vinnicò fortemente, divenn’ poi fier’ pirsicutor’ di tutti chidd’ ca pi l’avvenì commettesser’ qualche cos’ contro l’onore di la crona soa.

Canon. NICOLA CAPUTI

MARSICO NUOVO

Richi pocc c’a li tiemp ri lu primu rignant ri Cipri, ropp ca Uffreni ri Vuglioni s’avihi pigliata la Terra Santa, succirihi ca na signora granna ri la Uascogna si nni ihi mpilligrinaggi a lu Sabburc ri Crist. Mo, a lu turnà ci facîa, arrivat’a Cipr, succirihi ca zert brihant la malitratternri na brutta manera. Quera povra signora nu nzi nni putrà cunzulà: vulìa scin ’a ricorr’ addò lu rre, no Ili ricern: Vi ch’è tiemp fors; ca hidd era accussì cinoti, ca si zucava nzanta paci tutti quiri ca faciian ’a hidd proprii: civonca nci l’avrà quacc muzzc, n ’auta manera nu nsi putrà sfucà si nu malitrattànnili: viri mo si putrà ess buoni pi l’ant. Sintenn sta cosa quera nnisgraziata signora, firnihi ri perd tutti li spranzi soi; mme puri, ntrament, pi si nni cunzulà na nzenga, pinzáhi ri nni sci a dici roi a quiru citrulu ri rre. Chiangenn chiangenn pocc si prisintáhi nnanz ’a hidd, e Ili ricihi: Maistà, nu bbeng ddo assigniria ca vogli rinnetta pi quiri ci m’ hani fatt; sulu, pi na cunzulazioni mia, ti preu mparammi cumm fai ssignirìa pi ti zucà tutt quiri ci m ’hani ritt ca ti fácini, mi putess tinè cu na santa paciienza sta ripigrazia mia: accussì ca ti la purtessi ceri, già ca si nu ciucciù accussî babut.

Quiru rre, fin ’a tann accussì babbasoni, cumm si si fossi ruvigliati tann proprii ra lu suonn, accumminzahi ra fa cuntenta la signora, e Ili facíhi rinnetta ri na brutta manera: e ra tann mpoi nu la pirdunahi chiù manc ’a lu Patratern, si quaccaruni nci facia na sbrihugnarìa.

MICHELE G. PASQUARELLI

NOTE

1. Livorno, coi tipi di Francesco Vigo, 1875, di pagine 736, in-8°.

2. Essi, nelle carte che seguono, sono segnati di un asterisco.

3. Nota dei traduttori; — L’i finale, della parola al numero singolare, si trova sempre in luogo dell’e, perché il suono di questa, quando è accentuata, si avvicina più all’i che all’e; anzi si accosta alla pronunzia dell’e muta de’ francesi. — L’o finale di quasi tutte le parole viene trasformato in u. — Ripità… guai: avere un torto, soffrire un dispiacere, quasi ripatire. — ’Ntrissìa, interesse o incommodo. — ri, ra per di, da.

4. Nota del traduttore. L’i nel dialetto materano ha un suono che non si può indicare se non col vivo della voce; e si potrebbe dire che avesse il suono di due i, dei quali il secondo inclina all’u francese; come nella parola egli, che in onore dicesi iid, stringendo un po’ le labbra. L’u italiano è quasi sempre profferito per i, come si sente nel ti pronome, anzi qui solamente l’i ha il suono di perfetto italiano. L’e dialettica, oltre il suono naturale, ha talvolta quello dell’e muta francese; in tal caso fu distinta in questo saggio coi due puntini. L’accento circonflesso segnato sulle vocali indica un certo trascino di voce, con cui vorranno essere profferite specialmente le penultime vocali delle parole, tutte mancanti delle vocali finali.

5. Tutte le e finali, non accentate, sono mute. — La doppia dd ha un suono particolare indefinibile, che si ottiene puntando la lingua tra i denti e il palato, quasi volendo pronunziare insieme il d e l’r duro. — Le sillabe di, da facilmente si scambiano in ri, ra. — G.P.

6. La e in fine di parola, che non sia monosillabo o accentuata, è muta. — Ri e ra per di e da.

7. Detto.

8. Quelli.

9. Mi hanno.

10. Dato.

11. Cuore.

12. Il Chiù e ghià gutturale, intraducibile, caratteristico di questo dialetto.

13. Prate, pedate.

14. Cucca, burla. — Ra, r’ e ri per da, de è di.

15. Tabaranu, dappoco; e Ntim-ntam, lento e dappoco. — Zirra, stura. — Abbuttà, sopportare. — Ri e ra di e da.

16. Civonga, chiunque. — Sustanta, soffrire. — Repulone, il domare del cavallo da parte del cavallerizzo, che lo stanca sforzandolo.

17. Tutte le vocali finali, che non siano accentate, si sopprimono nella pronunzia — T. de P.

18. Nota del traduttore: — Nella coniugazione del verbo, la terza persona del passato remoto si fa con la persona prima, come: iddu coltivai a vigna (egli coltivò la vigna), ovvero con la desinenza in au, come coltivau, parlau. — Nu nsi ni potti, non se ne potè… Invece di potti, potò, si dice anche putiu, pronunziando l’u isolato.

19. Nota del traduttore: — Nella pronunzia si sopprimono le ultime vocali delle parole. Alle voci di terza persona singolare del preterito perfetto o imperfetto dell’Indicativo si suole appiccicare la pronominale vi o ti; e ti e si alle voci di terza persona numero singolare del presente dell’indicativo. — Nu struverio della versione significa nu subbisso. — Sciuoff’ storpiatura di goffo. — Viniminninni mo, vanghiamocene ora. — Nu Cap’ Cifr’, Lucifero — Du malancà, di sparlarne.

20. Le vocali finali scritte in corsivo sono mite o semimute. Il d si pronunzia r, tranne quando vi fosse altra r vicina. — V. de L.