# Parte I - La Lucania

# CAPITOLO I

## **LA LUCANIA E IL NOME DELLA REGIONE**

Quella regione dell’antica Italia del mezzogiorno, che dalla sponda sinistra del fiume Sele, tributario al mare Tirreno, si estese, superando la catena degli Appennini, fino al golfo di Taranto sul mare Jonio, fu detta Lucania. Il Sele, che agli antichi fu il Silaro scaricantesi nel golfo di Posidonia, ai moderni golfo di Salerno, segnava, verso l’estremo suo tronco, il confine occidentale della Lucania: la curva del golfo di Taranto ne delineava il limite ad oriente. Verso mezzogiorno, la separavano dal paese de’ popoli Bruzii il fiume Lao che sfocia nel Tirreno, e il fiume Coscile, che è l’antico Sibari e che, commescolatosi al Crati, si perde nel Jonio. Dal lato di settentrione, se è meno certa o meno precisa la linea che partiva il territorio de’ Lucani dai popoli dell’Apulia, ben si può dire, ad ogni modo, che corresse, su per giù, dai campi di Venosa, la patria di Orazio, fino allo sbocco del fiume Bradano nel golfo di Taranto. Al fiotto delle umane vicende durante il corso dei secoli non restarono sempre immutate coteste linee di spartimento. Fu un tempo, nell’antichità remota, che il dominio dei Lucani arrivò fino allo stretto sul mare di Sicilia, e la Lucania, nei tempi più bassi dell’Impero, fino alla città di Salerno. Ma alla età di Augusto i punti estremi dell’ampia distesa di terra che era detta Lucania, furono la foce del Sele e quella del Lao sul Tirreno, e la foce del Bradano sul Jonio.

***I lucani trassero il nome loro dalla Lucania.***

Propostomi di scrivere la storia dei popoli Lucani, trovo sul limitare di essa il problema delle origini del popolo e quelle del nome. Ma il problema del nome è problema filologico, innanzi tutto: e non posso trattenermi dall’entrare nel campo proprio alla sua natura; benché io ben vegga che a mettersi per quella via si esce dal campo della storia che racconta, per entrare nell’arena ove si cerne, si disputa e combatte.

Le opinioni degli antichi sulla origine e il significato della parola Lucania, si trovano raccolte nel libro frammentario di Festo. Ebbe cotesto nome, egli dice

> «o perché la regione era posta dalla parte della stella lucifero; o perché è costituita di terre cretose, cioè di molta luce; o perché le tribù sannitiche che prima la occuparono, ebbero a capo e duce un Lucilio; o perché esse al loro arrivo nella regione la trovarono come tutta una boscaglia».

<span style="white-space: pre-wrap;">Dalla boscaglia, che è il naturale albergo de’ lupi, fu ad altri facile il passaggio al tema greco di </span>**λὺκοσ**<span style="white-space: pre-wrap;">, il lupo, quale radice alla parola dal poco leggiadro significato di «terra di lupi». E poiché da antiche testimonianze era noto, che i popoli Irpini, di stirpe osco-sannitica, furono detti appunto dal tema di </span>**hirpus**, che era il lupo agli Oschi, parve ad altri eruditi arguta e sicura induzione questa, che la parola «Lucani» fosse la traduzione, nell’idioma greco, della parola «Irpini»: lo stesso popolo, della stessa razza osco-sabellica, diviso che fu in due rami o tribù, ebbe due nomi, ma d’identico significato, nei due idiomi osco ed ellenico.

In tanta copia di argomenti sarebbe irragionevole lo scegliere senza un lavoro di cèrnita; ma a questo ufficio non può soccorrere che l’analisi filologica.

Superfluo intrattenersi sulla derivazione da Lucio ([^1](#nota1)) o Lucilio, pretesi capi della gente. Queste personificazioni di popoli in un uomo che, capo o re, dà all’intero popolo l’essere, il nome, e le leggi, sono ai moderni di assoluta inanità, erano invece spiegazioni preferite agli antichi scrittori. In parte, era uno spiccio ripiego di trarsi d’impaccio: in parte, era il criterio, riflesso dalle tradizioni elleniche, che personificarono in un uomo, eroe o capostipite, i varii popoli di loro antica storia; o poi quando, a civiltà progredita, gli Elleni si riversarono di là dal mare a fondare colonie, parve necessità civile e religiosa che alla colonia fosse preposto l’**oichista**, che era guida, capo, e legislatore degli emigranti all’ombra protettrice delle leggi patrie. Invece, le tradizioni italiche indigene seguirono altro indirizzo; e lo sciamare delle genti italiche antichissime per «sacre primavere» posero sotto la guida invisibile del dio nazionale e la guida visibile di un animale sacro all’iddio stesso; ma non di un eroe. La differenza nell’ordine storico è caratteristica.

Filologicamente, Lucio o Lucilio ha nel suo tema un elemento fonetico essenziale che non è nella parola di Lucania; e la nòta mancante è indice di non legittima discendenza di questa da quello.

<span style="white-space: pre-wrap;">Parrebbe men ridevole la derivazione da </span>**lucus**, «il bosco»; perché quale altra regione si può dire più irta di foreste che la Lucania?

<span style="white-space: pre-wrap;">Ma quale altra allo stesso modo e agli stessi tempi non ne fu coperta? Qui sarebbe l’indeterminato che determina, e il generico che s’individualizza; ma se il fenomeno non è raro nello sviluppo delle lingue, pure nel caso in esame manca al preteso tema originario la certezza del suo preteso significato. Giacché non si sa se la selva era detta </span>**lucus**<span style="white-space: pre-wrap;"> nell’idioma osco che parlavano i Lucani: e si sa invece che ai latini </span>**lucus**<span style="white-space: pre-wrap;"> non fu la selva o il bosco in genere, </span>**nemus**, ma fu il bosco sacro e non altro; anzi, secondo il significato suo primigenio che nel nostro caso è nòta più importante, non fu propriamente il bosco o la selva ma sì la radura in mezzo alla selva, cioè la parte che, scema di alberi, luce e risalta dall’opaca negrezza del bosco circostante.

<span style="white-space: pre-wrap;">Queste sono origini derivate da un tema latino. Non meno claudicanti quelle da’ temi del greco </span>**lycos**<span style="white-space: pre-wrap;">, il lupo, o </span>**leucos**, la bianchezza: — la bianchezza cioè delle terre cretose della regione, e queste sono bianche, secondo che osservava il signor Corcia([^2](#nota2)) , segnatamente là dove si apre la valle di Potenza.

<span style="white-space: pre-wrap;">Ora la parola </span>**lycos**<span style="white-space: pre-wrap;">, se è pervenuta all’idioma latino nella fonetica di </span>**lupus**<span style="white-space: pre-wrap;">, i derivati da essa non avrebbero potuto venirvi se non che nella forma fonetica del radicale medesimo; e non altrimenti. Non Lucania dunque, ma </span>**Lupania**<span style="white-space: pre-wrap;"> o, sia pure, </span>**Lycania**<span style="white-space: pre-wrap;">. La stessa radice non può produrre se non lo stesso frutto. E se Lycania da </span>**lycos**<span style="white-space: pre-wrap;">, o Leucania da </span>**leucos**, vorrebbe dire che il nome fu dato alla regione, originariamente, dai Greci e non dagli Osco-italici, e che costoro lo presero dai Greci abitatori della regione ai tempi, forse prima, forse dopo di Sibari, non importa. Ma se fosse derivato originariamente dai Greci, sarebbe il tema radicale della parola rimasto inalterato nel nome della regione «Leucania», come lo stesso tema rimase immutato in tante altre parole — di paesi, di fiori, di gemme, di colori, — venute ai latini da’ Greci[3](https://boock.ancravigliano.it/x01_CAPITOLO_01.xhtml)<span style="white-space: pre-wrap;">. Sarebbe rimasta invariata e sicura ai Greci la stessa grafia della parola Leucania, che vagò, anzi, errabonda tra suoni diversi. I più scrissero </span>**Leucania**, alcuni Loucania[4](https://boock.ancravigliano.it/x01_CAPITOLO_01.xhtml)<span style="white-space: pre-wrap;">; né mancano titoli o monumenti che portano alcuni </span>**Lycania**<span style="white-space: pre-wrap;">, altri, pel nome dei popoli, </span>**Lycianoi**<span style="white-space: pre-wrap;">: </span>**Lycania**<span style="white-space: pre-wrap;"> è in un latercolo militare trovato in una caserma dell’antica Roma ed indica la patria di un soldato eracleota</span>[5](https://boock.ancravigliano.it/x01_CAPITOLO_01.xhtml); Lycianoi è nella leggenda a caratteri greci di loro monete, che Eckel il primo attribuiva ai popoli Lucani[6](https://boock.ancravigliano.it/x01_CAPITOLO_01.xhtml).

<span style="white-space: pre-wrap;">Or che cosa dimostra tutta questa varia lessigrafia, se non appunto la non sicura, ai Greci, origine della parola, e la pronuncia incerta di parola forestiera su bocca di gente greca? Dimostra inoltre la geniale vanità di questa gente, che facendo sé centro ed origine di tutta la cultura umana, quando a volta veniva vaghezza ai loro scrittori di rimontare ad indagini filologiche, non tennero altra lingua per fonte e madre universale che la lingua loro, e a questa riattaccavano la parola etnica delle altre genti. E scrissero, soventi, </span>**saunitae**<span style="white-space: pre-wrap;"> il nome de’ Sanniti, poiché lo derivavano da </span>**saunia**, che era un’asta ai Greci[7](https://boock.ancravigliano.it/x01_CAPITOLO_01.xhtml)<span style="white-space: pre-wrap;">, ma non era ai Sanniti; così, e non altrimenti, derivando da </span>**lycos**<span style="white-space: pre-wrap;"> o da </span>**leucos**<span style="white-space: pre-wrap;"> la parola Lucania, scrissero nelle forme moltiplici che testé indicammo. Ingenui e bambini da un verso; ambiziosi e malati di quella patriottica infermità che in certi arguti popoli moderni è detta </span>**sciovinismo**.

<span style="white-space: pre-wrap;">Ma tutto questo vario miraggio filologico dilegua in faccia alle testimonianze della storia incontestata, che il nome fu imposto dal popolo di razza osco-sabellica quando occupò il paese che era tenuto allora dagli Enotri, e non da’ Greci; tutta questa incerta varietà di scrittura cade in faccia ad una prova di fatto incontestabile, indigena, antichissima, e ancora esistente; e la prova è in quel titolo del famoso sepolcro de’ Scipioni, nel museo Vaticano, ove si leggono ancora scritte sulla pietra le parole: </span>**Sobigit omne Loucana**[8](https://boock.ancravigliano.it/x01_CAPITOLO_01.xhtml). È questa dunque, e non altra, la genuina, autentica, antichissima fonetica e l’ortografia della parola Lucania.

<span style="white-space: pre-wrap;">Resta l’ultima delle opinioni accennate di sopra, che è la più recente e, a prima vista, più accettevole. Per essa la parola Lucani gli è equipollente, anzi traduzione della parola Irpini, perché il lupo che era </span>**lycos**<span style="white-space: pre-wrap;"> ai Greci, era </span>**hirpus**<span style="white-space: pre-wrap;"> agli Oschi, e i Lucani, oschi di lingua, furono in origine quella parte degli Irpini che occuparono la Lucania, e si dissero quindi Lucani per distinguersi dai loro maggiori.</span>

<span style="white-space: pre-wrap;">Si dissero? ma chi li disse? Lasciamo da parte le ragioni filologiche, che pure non soccorrono, come abbiamo visto, alle derivazioni dal tema </span>**lycos**; e dimanderemo all’umana logica, se egli è possibile che un popolo lasci il suo nome, poi lo traduca egli stesso in un’altra lingua che non è sua, e poi lo riprenda tradotto, come una veste logora che è rivoltata e rifatta a nuovo. E questo popolo che parla osco e che continua a parlare osco fino alla più avanzata romanità, avrebbe tradotto il suo nome nazionale in un idioma straniero che non diventa mai il suo idioma! È mai possibile? — Io non dimando il perché di questa metamorfosi glottica, ma la possibilità di questo assurdo etnico.

<span style="white-space: pre-wrap;">Si dirà che il nuovo nome, rifatto in greco, fu loro imposto dai Greci? Ma se fu imposto, non si potrebbe altrimenti, che da padroni a schiavi, da conquistatori a conquistati, da popolo dominatore a popolo soggetto. Ora la storia non parla, non accenna, non fa intravedere soggezione di popoli lucani a Greci: parla anzi del contrario; delle irruzioni, delle guerre, delle conquiste, delle soggezioni di città e popolazioni grecaniche ai Lucani. Tutta la loro storia prima dell’avvento dei Romani, è lì. La storia, dunque, non dà ansa alla congettura; né alla congettura viene suffragio dalle ragioni filologiche, le quali dicono invece, che la radice genuina, onde germinò la parola Lucania, è </span>**luc**; e non altra.

E di qua egli è forza prendere le mosse.

<span style="white-space: pre-wrap;">È nel tema </span>**Luc**<span style="white-space: pre-wrap;"> la radice, onde emerse la parola, di cui rintracciamo il significato. E questa radice </span>**luc**<span style="white-space: pre-wrap;"> (senza pure rimontare al sanscrito, nel quale si riferisce appunto alla luce)</span>[9](https://boock.ancravigliano.it/x01_CAPITOLO_01.xhtml)<span style="white-space: pre-wrap;"> ha significato o riferimento identico a «luce» non soltanto nell’idioma latino, ma (quel che più giova al caso nostro) anche nell’idioma delle genti sabelliche</span>[10](https://boock.ancravigliano.it/x01_CAPITOLO_01.xhtml).

Or partendo da questo dato, che a me pare incontestabile, io credo che il significato originario della parola «Lucania» si abbia a trovare nella prima delle opinioni ricordate da Festo, che la regione era posta dalla parte della stella lucifero[11](https://boock.ancravigliano.it/x01_CAPITOLO_01.xhtml).

Fu dunque detto Lucania, da quelle prime genti osco-italiche, il paese che era posto verso la plaga del cielo onde loro veniva la luce; verso l’oriente. E però non vuol dire altrimenti che «terra orientale». Così tante e tante altre regioni e paesi furono denominati in ragione di loro postura geografica, da popoli antichi o moderni, di diversa stirpe od età, a cominciare, se vi piace, dalla Cina! fino alla Grecia, e dai Franchi ai Sassoni, dalla Australia alla Norvegia. Nankin, Hesperia, Austria, Austrasia, Neustria, Vestfalia, Essex, Wessex, Anatolia, ed altre ed altre, non indicano che terre all’est, all’ovest, al sud di coloro che imposero il nome[12](https://boock.ancravigliano.it/x01_CAPITOLO_01.xhtml).

E, nel caso nostro, il concetto risponde alla realtà.

I Lucani, mossi dalle regioni abitale dalle stirpi osco-sabelliche, per occupare le terre poste sulla sinistra del fiume Silaro, vennero in un paese, che è posto appunto all’oriente delle sedi originarie, onde essi uscirono.

Parte ancora indivisa della grande famiglia osco-sabellica, essi, mentre erano ancora in quelle loro sedi di origine, è lecito di credere designassero col nome di «terre orientali» quella ignota distesa di terre poste al loro oriente, le quali o deserte che fossero di abitanti, o sia pure occupate ma da ignote genti, non potevano altrimenti venire indicate che di un nome generico.

<span style="white-space: pre-wrap;">E quando, spinti da ragioni che poi indagheremo, si mossero dalle sedi ove erano nati, in cerca di nuove terre verso l’ignota regione onde veniva la luce, si mossero appunto diretti «alle terre orientali». Così le denominavano </span>**ab antiquo**, quando si decisero all’esodo: così continuarono a dirle, quando la prima volta le ebbero occupate. Né, pervenuti che furono colà, potevano sentire la necessità di barattare cotesto nome con altro: non esistevano accademie di geografi o di filologi! né ivi si accasarono invitati, chiamati, o come amici dai primi abitatori. O le prime terre da loro occupate sulle sponde del Silaro erano deserte, o se già occupate da altre schiatte d’ignote genti, in queste essi dovettero dare di cozzo armata mano, e distruggerle, o soggiogarle, o respingerle. Presero le terre, i còlti, i ricoveri o le città degli espulsi o soggiogati: non presero il nome, né la lingua dei vinti.

<span style="white-space: pre-wrap;">Occupando una terra, che essi già indicavano col nome generico di Lucania o «terra orientale» vennero a dirsi Lucani, cioè «abitatori delle terre orientali». Il valore dei suffissi </span>**ania**<span style="white-space: pre-wrap;"> ed </span>**anus**<span style="white-space: pre-wrap;"> nell’idioma latino non si oppone, ma suffraga a questo concetto: il primo indica distesa di terre in relazione a genti che vi dimorino, varie sì, ma d’identica stirpe; il secondo accenna a relazione di possesso o di indigenato tra l’uomo e la terra</span>[13](https://boock.ancravigliano.it/x01_CAPITOLO_01.xhtml).

Donde essi mossero la prima volta e quando, sarò detto nel capitolo che segue.

#### NOTE

<a id="nota1"></a>**1.** <span style="white-space: pre-wrap;">PLINIO, </span>**Hist. nat**<span style="white-space: pre-wrap;">. III, 10: — </span>**… Novissime Lucani, Samnitibus orti, dece Lucio**.

<a id="nota2"></a>**2.** <span style="white-space: pre-wrap;"> </span>**Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789**<span style="white-space: pre-wrap;"> di NICOLA CORCIA. Napoli, 1847. Vol. III, pag. 22. — Ma questa «Storia» (a cui ci occorrerà di ricorrere e di citare spesso) non è che la sola topografia antica della regione napoletana.</span>

<a id="nota3"></a>**3.** <span style="white-space: pre-wrap;"> Il tema è rimasto inalterato in </span>**Leuca**<span style="white-space: pre-wrap;"> de’ Salentini, oggi S. Maria di Leuca, in </span>**Leucopetra**<span style="white-space: pre-wrap;"> (Capo di armi) nei Bruzii, in </span>**Leucosia**<span style="white-space: pre-wrap;"> e Leucasia, oggi Licosa, non Lucosa sul mare lucano di Pesto: (</span>**Leucasiamque petit, tepidique rosaria Paesti**<span style="white-space: pre-wrap;"> OVID. Met. XV, 708) e in tante altre parole di fiori, di gemme e di colori derivate a’ Latini dai Greci (come: </span>**leucanthemos**<span style="white-space: pre-wrap;">, occhio di bove; </span>**Leuce**<span style="white-space: pre-wrap;"> o mercurella; </span>**leucocrysos**<span style="white-space: pre-wrap;"> o girasole; </span>**leucon**, airone bianco, ecc.).

[^4.](https://boock.ancravigliano.it/x01_CAPITOLO_01.xhtml)<span style="white-space: pre-wrap;"> Vedi in FABRETTI, </span>**Glossar. Italicum**<span style="white-space: pre-wrap;">. Torino, 1867, </span>**ad v. Loucania**.

[^5.](https://boock.ancravigliano.it/x01_CAPITOLO_01.xhtml)<span style="white-space: pre-wrap;"> In </span>**Corpus Inscript. Latin**<span style="white-space: pre-wrap;">. vol. V, n. 3884, e vol. X, pag. 21. Le parole del latercolo sono queste: </span>**Her**<span style="white-space: pre-wrap;">(aclea) </span>**Lycan**<span style="white-space: pre-wrap;">(iae). — Inoltre, in una epigrafe greca del tempo degli Antonini, è scritta, nientemeno, che </span>**Lycaonias**<span style="white-space: pre-wrap;">! E nel </span>**Corp. Insc. graec**<span style="white-space: pre-wrap;">. vol. IV, n. 6857 è un titolo greco, di incerto luogo e di pessima e oscura lezione, ove la parola </span>**Λεκανιη**<span style="white-space: pre-wrap;"> è per </span>**λευκανίη**.

[6.](https://boock.ancravigliano.it/x01_CAPITOLO_01.xhtml)<span style="white-space: pre-wrap;"> Vedi appresso al capitolo XXI.</span>

[7.](https://boock.ancravigliano.it/x01_CAPITOLO_01.xhtml)<span style="white-space: pre-wrap;"> Si legge in FESTO, </span>**De verbor. signif**.

[8.](https://boock.ancravigliano.it/x01_CAPITOLO_01.xhtml)<span style="white-space: pre-wrap;"> V. al capitolo XV.</span>

[9.](https://boock.ancravigliano.it/x01_CAPITOLO_01.xhtml)<span style="white-space: pre-wrap;"> LÔK — </span>**splendere**<span style="white-space: pre-wrap;">: LOC — </span>**lucere**<span style="white-space: pre-wrap;">: LOCANA — </span>**oculus**<span style="white-space: pre-wrap;">: Ruc — </span>**lucere e splendere**<span style="white-space: pre-wrap;">. — BOPP, </span>**Gloss. compar. linguae sanscritae**. Berolini, 1857.

[10.](https://boock.ancravigliano.it/x01_CAPITOLO_01.xhtml)<span style="white-space: pre-wrap;"> SERVIUS, </span>**ad Aen**<span style="white-space: pre-wrap;">. IX, 589, dice: </span>**Nam linguâ**<span style="white-space: pre-wrap;"> OSCA </span>**Lucetius est Juppiter, dictus a**<span style="white-space: pre-wrap;"> LUCE, </span>**quam praestare hominibus dicitur**.

<span style="white-space: pre-wrap;">Né faccia ostacolo, che, sui più antichi monumenti, la nostra parola si trovi scritta, nel suo tema, </span>**louc**<span style="white-space: pre-wrap;">, e non </span>**luc**; come nell’iscrizione a Scipione Barbato LOVCANAA, e nella moneta, a lettere greche, ΛΟΥΚΑΝΟΜ. È noto per autorità di antichi grammatici, che il latino arcaico, quando l’**u**<span style="white-space: pre-wrap;"> della parola faceva sillaba lunga, soleva congiungerlo all’</span>**o**<span style="white-space: pre-wrap;"> per indicare questo prolungamento fonetico; ond’è che scrissero </span>**loumen, Nountius, Loucetius**. E Mario Vittorino lasciò scritto, pag. 2459, Putsch.:

> **sic u quod apud illos**<span style="white-space: pre-wrap;"> (graecos) </span>**junctum ο literae υ facit syllabam, nostri etiam, quoties ejusdem soni longa syllaba scribenda esset, et ipsa adjungebat o literae. Inde scriptum legitis Loucetius, nountios et loumen**.

[11.](https://boock.ancravigliano.it/x01_CAPITOLO_01.xhtml)<span style="white-space: pre-wrap;"> </span>**Quod eorum regio sita est ad partem stellae luciferae**. FESTO.

[12.](https://boock.ancravigliano.it/x01_CAPITOLO_01.xhtml)<span style="white-space: pre-wrap;"> Hesperia, terra occidentale ai Greci; e Nankin, residenza del al Cinesi; Austria (Oestreich) e Austrasia, regno dell’est, cioè de’ Franchi orientali; Neustria, regno dell’ovest; Westfalia, paese occidentale; Essex, Wessex, Middlesex, regno o contea dei Sassoni dell’est, dell’ovest o del mezzo; Nordfolk, popolo del nord; Norvegia, Normanni, regno ed uomini del nord.</span>

<span style="white-space: pre-wrap;">L’Algarve, provincia del Portogallo, vuol dire il ponente; Anatolia ai Turchi significa appunto il levante; Mauritania e Maghreb, paese occidentale; e Mauri, gli occidentali. Il Marocco è detto dagli arabi Maghreb-el-Aksa, cioè Occidente lontano. Gli arabi stessi la Siria dicono Es-sciam, cioè il paese a sinistra, per un abitante della Mecca che guarda il Levante. Anche l’antica </span>**Hibernia**<span style="white-space: pre-wrap;">, che è l’Irlanda, al tino dal cimrico </span>**vergin**, cioè occidentale.

[13.](https://boock.ancravigliano.it/x01_CAPITOLO_01.xhtml)<span style="white-space: pre-wrap;"> Conf. Sicania, Lusitania, Germania, Hispania; </span>**Pompejanus**<span style="white-space: pre-wrap;">, cittadino di Pompei; </span>**Pompejanum (rus)**, appartenente a Pompeo.

# CAPITOLO II

## DONDE MOSSERO I LUCANI ALLE NUOVE SEDI E QUANDO

  
Tanto Plinio, quanto Strabone lasciarono scritto, che i Lucani furono gente di stirpe sannitica.

E poiché, noi designare la regione che le popolazioni sannite occuparono agli antichissimi tempi, corre di solito al pensiero la regione del _Samnium_, secondo la confinazione che le fu data negli ordinamenti di Augusto, ne venne che la ricerca delle sedi ultime, onde mossero le tribù sabelliche occupatrici della regione che poi fu Lucania, non si fece altrimenti che per la regione del Sannio o per l’attiguo paese degli Irpini, gente sannitica anche essi. Se i Lucani derivarono dai Sanniti, se questo avvenne in tempi posteriori alla derivazione degli Irpini, pareva naturale che dal lembo orientale del Sannio, dove fu la Irpinia, si fossero staccati anticamente i Lucani. E poiché il confine tra la regione degli Irpini e quella dei Lucani non è che un tratto della catena appenninica, sorpassato il quale dal paese degli uni si viene in quello degli altri, pareva chiaro che il concetto della mente rispondesse al fatto del naturale propagamento delle antiche genti. Sorvenne in prova, a conferma dell’argomento, una omonimia topografica tra le due regioni; e fu l’omonimia del fiume Calore: l’uno, di tal nome, irrigava gran parte dell’Irpinia e si versava e si versa nel Volturno; l’altro si versa nel Sele, e irrigava, come irriga, una valle a piè del monte Alburno nella Lucania occidentale. Omonimia unica; ma, grazie al preconcetto della derivazione sannitica, parve sufficiente.

Noi potremmo aggiungerne un’altra, ed è un’altra fiumana detta Calore, che scende dai fianchi occidentali del monte Sirino e dopo breve corso si fonde e confonde nelle acque del Negro, che fu il Tànagro antico del bacino di Diano, che oggi si dice Teggiano. Ma non per ciò alla prova crescerebbe valore. L’omonimia non resta che scarsa: e poiché si tratta di fiumi, scarsamente, a mio modo di vedere, conclusiva.

Il filo delle omonimie topografiche è parso, e con ragione, una guida accettevole pel buio delle origini, ad ormare le traccie delle genti che si versavano da paese a paese. Nella successione delle famiglie nel tempo, il figlio ripete il nome del padre o dell’avo; nella successione delle famiglie nello spazio si ripete similmente di luogo in luogo il nome della patria. È il ricordo della madre comune che siegue e consola, con le tenerezze dell’infanzia, gli emigranti lontano.

Or questo filo delle omonimie, nel problema che intendiamo risolvere, ci guida ad altro paese che non è il Sannio propriamente detto dei tempi di Augusto. Sarà pregio dell’opera il venirle raccogliendo; ma, a farne giusto giudizio, dimentichiamo innanzi tutto il preconcetto che le origini lucane derivarono dal Sannio. Le origini lucane furono sannitiche, in quanto che sabelliche; le due parole, che in processo di tempo furono distinte come di genere a specie, in origine non furono.

Gitti il lettore lo sguardo su di una carta topografica dell’antica Italia meridionale; e investighi segnatamente quella regione a sinistra del fiume Liri, che in parte appartenne al Lazio già abitata dai Volsci, e che si denomina Campania. Segua con l’occhio la distesa di terra che intercede tra i fiumi Liri e Volturno, e quella che dal basso Volturno si allarga a sinistra per le valli pianeggianti del Clanis e del Sarno fino al promontorio di Minerva o della Campanella, che separa il golfo di Napoli dal golfo di Salerno.

Questa ampia distesa di terra, che dalle origini del Liri confina all’alto piano del Fucino, già sede di antiche stirpi sabelliche, e lungo il corso superiore del Volturno attacca con le sedi delle meno antiche stirpi sabelliche che furono i Sanniti, quest’ampia distesa di terra, frastagliata da minori fiumane che si versano nelle due maggiori, fu la regione abitata dagli Oschi antichissimi, anche essi di stirpe e di linguaggio affini ai Sabelli.

Ora in questa distesa di terra che è ai confini del Sannio, ma non è il _Samnium_ propriamente detto, ecco quali conformità di nòte topografiche ci è dato di avvertire con la topografia della regione lucana.

Troviamo dapprima il fiume Melfa o Melfia, che si scarica nel Liri, e bagna quasi nel suo corso superiore l’antica e moderna Atìna dei Volsci. E in Lucania è presso il monte Vulture il fiume Melfa, onde venne il nome alla città, illustre per le prime sedi dei Normanni; l’altra fiumana del Melfa è presso il capo Palinuro, sul Tirreno.

Al riscontro dell’Atìna sul Melfa non aggiungeremo quello di Àtena, che è odierna e antica città lucana sul fiume Tànagro; poiché farebbe ostacolo non sormontabile la non conforme accentuazione delle due parole: ma procedendo oltre, ecco, all’entrare nella Campania propriamente detta, presso l’odierno paese di Presenzano, l’antica Rufria, che ben risponderebbe all’odierno Ruvo (detto di Monte) nel Melfese: e Rufria, ricordandoci il virgiliano Qui Rufrias, Batulumque tenent..., ci richiama all’affinità così di «Batulo» castello della Campania che fu di origini sabelliche[1](x01_CAPITOLO_02.xhtml), come all’odierno paese di Vatolla nella Lucania occidentale, che oggi è il Cilento.

Teanum, sul fiume Sacco, tributario del Liri, ricorda il Tegianum (oggi Tegiano o Diano) poco lungi dall’Àtena suddetta. E il Sacco stesso, che ebbe l’antico nome di _Trerus_, ricorderebbe la Tiera, che é fiumana presso Potenza, defluente al Basento. E nella valle del Liri i documenti cassinesi del secolo X ricordano spesso un possedimento del Gran Cenobio che è detto Monte di Balba[2](x01_CAPITOLO_02.xhtml), onde viene riflesso e al _Mons Balabo_ della tavola Peutingeriana ed all’odierno paese di Valva. E l’antica città di Sora nella stessa valle del Liri non potrà farci dimenticare che la fiumana di Sciàura, defluente nell’Agri, è detta Sora, anche oggi, nel primo suo tronco. Non lontano da Tegianum era (presso all’odierno paese di Padula) la città lucana di Consilinum; che trova pretta corrispondenza nel più antico e famoso nome di Conselinum, sul Volturno, che oggi è Capua. Qui valicando il Volturno, entriamo nella valle del Clanis superiore, ed ecco Atella (oggi Sant’Arpino), Grumo ed Acerra; e prossima a questa, sul confine appenninico tra la Campania e l’Irpinia, Abellinum. Acerrae ricorderebbe sia l’Acerronia lucana della Peutingeriana, sia l’odierna città di Acerenza, se si concede la congettura che questa ebbe in origine la forma osca da Akeru. Grumo, antica, fa riscontro a Grumentum; e Cales (oggi Calvi, presso Maddaloni) può avere riferimento a Calasarna, città lucana, oggi ancora, per vero, di ignota sede. Atella ed Abella, della Campania, ci richiamano ai fianchi del Vùlture e degli Appennini lucani, ove gli odierni paesi di Atella e di Bella, benché senza ricordo di antichità nelle storie scritte, pure testimoniano col nome l’indubbia antichità loro, non senza richiamarsi quest’ultima ai popoli Strabellini che Plinio annovera intorno al nodo del Vulture. E tacendo dell’omonimia che a Niebhur piacque riscontrare tra i popoli Volsci del Liri e i Lucani Volcentes dell’antico Volceium, oggi Buccino, accenneremo con minori difficoltà al riscontro tra il fiume Ufens, oggi Ufento, che, non molto lontano dal superiore corso del Liri, si scarica in mare presso Terracina, coll’Ofanto, il gran fiume dell’Apulia, che prende origine dagli Appennini, ove giunsero gli antichi Osco-Sabellici della Lucania, e che quanto al nome non può riferirsi ad origini greche. L’omonimia è per me certa: incerto da quali antichi popoli passò il nome dall’un fiume all’altro; non incerto che cotesti popoli fossero di quelle razze osco-sabelliche che da Rieti, dal Fucino, dal Liri, dal Sangro, si propagarono fino alle zone delle terre appulo-lucane, anche sedi di genti elleniche.

Questi sono i dati di fatto. E da essi argomentando, a me pare lecito d’inferire, che dall’ampia regione irrigata dal Liri, dal Volturno, dal Clanio e dal Sarno, vennero le antiche genti, che occuparono, all’oriente del fiume Silaro, le terre montuose a cui restò il nome di Lucania. In quell’ampia regione sul Liri e il Volturno abitarono per un tempo, che la storia non può determinare, ma fu senza dubbio ben lungo e remoto, popolazioni italiche antiche, di idioma osco, di razza sabelliche. Di questa stessa razza ed idioma furono quelle che ne vennero sulla sinistra al di là del Silaro.

Sabelliche di stirpe, furono dette di stirpe sannitica da tardi scrittori della civiltà romana; quando il concetto e la parola sannita e sannitico significava più particolarmente il popolo, che si costituì di tal nome a indipendenza di stato proprio, e combatté famose guerre contro di Roma. Ma in origine la parola stessa indicò genericamente le genti derivate dal comune ceppo dei Sabini; e queste propagini di popoli che erano _Sabiniti_ o _Sabniti_, o _Samniti_ nell’idioma degli Oschi, passarono nella forma di «Sabellici» all’idioma dei Latini[3](x01_CAPITOLO_02.xhtml). Di là una promiscuità di sensi, a cui non fu agevole di sottrarsi.

  
A quale epoca rimontino questi antichi tramutamenti delle genti Osco-Sabelliche, non è possibile stabilire con precisione di computi.

All’acume e alla dottrina di Niebhur parve agevole determinarla; e ne abbassò il limite ai principii del secolo V a.C. Io non posso accettare il suo concetto; ma esso domina, convien dirlo, questa prima questione cronologica della nostra storia; ed è seguito (non vale dissimularlo) dai maggiori scrittori stranieri che ne trattino, per incidenza, nelle antiche storie.

Lucani (come sarà detto a suo luogo) si mostrano la prima volta nella storia scritta, quando essi, già arrivati nella valle del Crati, fanno punta contro la città di Turii: a quell’ora sono un esercito di 34 mila uomini; vincono una famosa battaglia contro i Turii o Turini; e lasciano di costoro sul campo del fatto d’armi dieci mila morti, secondo le consuete esagerazioni numeriche degli antichi, quando raccontano di zuffe o battaglie. Tutto questo accadde nel 360 di Roma (ovvero 390 avanti l’era volgare) secondo Diodoro Siculo, che parla e della battaglia e del primo mostrarsi dei Lucani[4](x01_CAPITOLO_02.xhtml). Ma alcuni anni prima del fatto di Turii avvenuto nella valle del Crati, essi si erano già impossessati di Posidonia[5](x01_CAPITOLO_02.xhtml); e se l’epoca precisa è ignota, dal Niebhur e dagli altri si allogherebbe il fatto nel breve periodo di tempo dal 431 al 400 a.C.

Ora il Niebhur fu d’avviso che poco innanzi alla loro conquista di Posidonia arrivassero i Lucani sulle terre alla sinistra del fiume Silaro. Egli nega remota antichità alle loro originarie colonizzazioni; perché Sibari sì forte e potente, e di sì esteso dominio come la storia ricorda, non avrebbe permesso (egli argomenta) alle nuove genti sabelliche di occupare la regione alla sinistra del Silaro; e perché (egli soggiunge) quando Micito fondò Pixo (o Buxentum) sul mare Tirreno (e fu nel 280 di Roma, o 473 a.C.) non ebbe opposizione da chicchessia, né dai Lucani. Dunque non esistevano ancora i Lucani al secolo V. Compariscono invece verso l’epoca della guerra del Peloponneso (dall’anno 431 al 404 a.C.) ad oppugnare Posidonia, e nel 390 oppugnano Turii; mentre che, su per giù verso gli stessi tempi, i Sanniti occupano la Campania, e s’impadroniscono di Capua, nel 314 di Roma ovvero 424 a.C.

Queste date cronologiche si illustrano e ci illuminano, a giudizio del Niebhur: a cui, inoltre, pare del tutto naturale che le genti sabello-sannitiche non si riversassero sulla regione più lontana oltre il Silaro, se prima non avessero occupato il paese della Campania più prossima a loro. E però le immigrazioni lucane non ebbero cominciamento, a suo avviso, che nel secolo V, su per giù, dal 424 al 400 a.C.

La conclusione è recisa: ma mi sia lecito di osservare che le premesse da cui discende non sono altro che argomenti negativi, quando non poggino a congetture di poco sode fondamenta.

Da nessun dato sicuro ci è concesso di asserire che il dominio di Sibari si estese fino all’alta valle del Silaro, e questo è preconcetto necessario a tenere in gambe l’affermazione che Sibari non avrebbe permesso lo avanzarsi dei Lucani all’oriente del Silaro. E che cosa proverebbe la non ostacolata fondazione di Pixo, ancorché non fosse vero come oggi è ritenuto[6](x01_CAPITOLO_02.xhtml), per inconcussa testimonianza di monete, che la colonia condotta a Pixo da Micito, non fu la fondazione prima della città; ma fu di aggiunta a coloni già precedentemente ivi allogati, anche prima del 473? Chi può dire che cosa fece o non fece Sibari all’arrivo delle genti sabelliche, se le storie non esistono? E se queste mancano, chi può dire che cosa fecero o non fecero all’arrivo di Micito i coloni, Enotri od Elleni che fossero, sulle coste del golfo di Policastro? E che cosa può provare questo duplice argomento chiesto alla topografia di città poste alle estreme regioni l’una del mare Jonio e l’altra sul mare Tirreno? Le nuove genti potevano già essere accasate sul dorso occidentale ed orientale della ampia catena appenninica, e Pixo, e Lao, e Posidonia sorgere quai colonie elleniche sulle rive del mare, ignoti i combattimenti alla storia.

I Lucani, arrivando alle nuove terre incontrarono gli Enotri, e non i Sibariti, questo dice la storia. E poiché la storia non dice dove giungesse il confine dell’imperio di Sibari, è lecito argomentare che l’alta cerchia della catena appenninica, all’avvento de’ Lucani non era occupata da coloni greci; e questi, i più antichi e famosi stabilimenti loro, non li ebbero che sulle spiaggie del mare.

Fu un tempo, senza dubbio, che s’incontrarono e vennero alle mani vecchi e nuovi coloni; e questo periodo di lotte nell’interno della regione, prima che si giungesse alla conquista delle città sulle spiaggie, dovette essere lungo, come la stessa natura delle cose ci fa lecito di argomentare; ma non si può sopprimerlo, non lo si può negare, solo perché la storia ne tace. Strabone, questo remoto ed oscuro periodo delle origini lo intravede e lo accenna sinteticamente con le parole: «fu combattuto lungamente tra i greci e i barbari»[7](x01_CAPITOLO_02.xhtml) come egli chiama i Lucano-sabellici venuti sul Silaro. Lunghe lotte, senza dubbio; e si comprende[8](x01_CAPITOLO_02.xhtml).

Se dunque i Lucani si manifestarono già potenti ed aggressori di Turii fin dagli ultimi anni del secolo IV a.C. (390 a.C.–364 di R.); se in quella azione di guerra spiegano in campo un esercito di 34 mila armati, tra cui 4 mila a cavallo; se un dieci o quindici anni prima si sono già impossessati di Posidonia, fiorentissima e forse anche più potente di Turii, è forza di ammettere che molto tempo prima di coteste epoche essi siano giunti, — tribù, genti, o coloni immigranti — all’oriente del Silaro, ed abbiano occupato il paese che si estende dal Silaro al fiume Lao, e al versante orientale del monte Pollino. Se ivi fossero pervenuti dopo che i Sanniti occuparono la Campania, cioè dopo l’anno 424 a.C. o 314 di R. che questi presero Capua, non pare possibile, che in sì breve spazio di tempo avessero percorso — coloni e non banda che irrompe, saccheggia e passa — sì lungo spazio di paese; non pare possibile che in breve periodo di tempo avessero combattuto, distrutti o soggiogati gli antichi abitatori del paese, che erano le genti enotrie, e forse greci.

  
Si dirà forse, che i Lucani, neo invasori del paese oltre il Silaro, anzi che popolo di coloni, fu una banda armata, che come i Longobardi nel medio evo conquistò in pochi anni il paese? E infatti, ai Longobardi parmi li raffronti non so quale dei storici che ne abbassano la cronologia. Ma con buona pace di essi, io dirò che l’argomento involve in sé un circolo vizioso, e mentre arriva ad un fatto che per l’epoca indicata è improbabile, parte da una semplice congettura, che non trova alcun fondamento alla storia.

  
Infatti, a dimostrare la possibilità della conquista lucana delle terre enotrie in breve spazio di tempo, si suppone che i nuovi arrivati fossero un esercito: e a dimostrare che fossero un esercito e non coloni, si mette innanzi il breve spazio di tempo in cui avvenne la appropriazione del territorio dal fiume Silaro al fiume Sibari. E tutto ciò partendo da un dato che è del tutto congetturale, dal dato cioè, che le tribù Sabello-lucane mossero alle nuove sedi dopo la conquista della Campania fatta dai Sanniti.

Ma cotesto esodo loro per l’epoca indicata sarebbe anche più improbabile, chi avverta che i Sanniti occuparono di forza la regione della Campania nemica; e in quei primi momenti, in quel primo periodo della conquista non sarobbe natural cosa che dalle forze del popolo conquistatore si fosse distratto, per altre avventure, un complesso di gente giovine e armata, che assommava, per ipotesi, a più che trentamila soldati.

Del resto, improbabile o no, manca ogni prova, ancorché indiretta, che la nuova gente fosse specie di banda mamertinica di armati che si spingano innanzi a bottino, e invade, distrugge e spazza come un uragano, — esercito e non coloni. Strabone non parla altrimenti che di «coloni dedotti»[9](x01_CAPITOLO_02.xhtml) in quella parte già abitata «dai Conii e dagli Enotri». E Diodoro, che è il testimonio primo della prima comparsa degli eserciti lucani contro Turii, ne fa parola non come nuovi arrivati[10](x01_CAPITOLO_02.xhtml), ma come gente di già accasata nella regione, che aveva già proprio nome ed ordini. È vero che la tarda testimonianza di questi due scrittori non può essere di grande peso per un fatto che è tanto remoto, e che di sua stessa natura sfugge alla testimonianza diretta, e di altra civiltà; gli è vero: ma la tesi contraria non può venir suffragata da simil genere di testimonianze, indirette o postume[11](x01_CAPITOLO_02.xhtml).

Riterremo, adunque, per molto antico l’avvento dei Lucani nel paese all’oriente del fiume Silaro. E se, per la natura e l’antichità stessa del fatto, non si può assegnare un’epoca precisa, possiamo però delineare alcuni limiti estremi alla cronologia, mercé le considerazioni che seguono.

  
Abbiamo detto che gli Osco-sabellici, venendo ad occupare quella che fu, per essi, Lucania, mossero dal territorio che poi fu Campania, abitato _ab antiquo_ dalle genti Osche.

È lecito di congetturare che la loro fu emigrazione forzata, e questa non poté avvenire altrimenti, che per violenza e scampo da novelli invasori stranieri.

Ora è ritenuto che la regione osco-sabellica, che poi fu Campania, venne occupala in antico tempo dagli Etruschi, prevalenti d’imperio prima di Roma nella media penisola, i quali fondarono sul Liri quella che altri disse confederazione Etrusca della Campania, e che pare si estendesse fino al golfo di Salerno, se Marcina (probabilmente posta nei pressi di Vietri odierna) è detta in Strabone «fondazione de’ Tirreni», e se più in Ià sulla destra del fiume Silaro anche il territorio de’ Picentini, nel vecchio tempo, _fuit Tuscorum_ a ricordo di Plinio[12](x01_CAPITOLO_02.xhtml).

Di qua l’origine e la causa della emigrazione di una parte degli Osco-sabellici dalle loro prime sedi, tra il Liri e il Volturno, verso il paese al di là del Silaro. Si sa, a un dipresso, quando decadde o cadde cotesto imperio etrusco-campano; e l’epoca la si vuol mettere ai tempi delle conquiste sannitiche della Campania, il cui culmine si appunta verso il 424 a.C. quando fu presa la città di Volturno ossia Capua, che era il capo (e ne ebbe il nome) di quelle città federali.

Ma se è nolo quando ebbe termine questa Etruria campana, non si può dire quando essa ebbe certo principio. Ad ogni modo, è lecito asserire che non poté aver principio ai tempi che la potenza Etrusca cadde anche essa; ma invece è a ritenere che questa propagò le sue colonie o stabilimenti sul Liri e il Volturno, quando era in fiore di forze e di civiltà.

Ora nel tempo, in cui i Tarquinii furono scacciati da Roma, la potenza Etrusca (mi riferisco alle parole di Mommsen) toccava all’apogeo. Toschi e Cartaginesi, alleati, teneano la signoria del mar Tirreno. E sembra che intorno a cotesti tempi (egli soggiunge, accennando al 500 a.C.) la potenza degh Etruschi venne crescendo anche sul continente. Allora, non altro che il solo paese del Lazio restava in mezzo, non soggetto, tra l’antico territorio etrusco, le città volsche che erano nella clientela toscana e i possedimenti etruschi della Campania. Ma non passò guari, e lo stesso Lazio tu sottomesso dalla lega tosca sotto Porsena di Clusio; quando, contro il concetto storico della leggenda romana, Porsena soggiogò Roma, ne disarmò il popolo, e conquistò tutto il territorio sulla destra riva del Tevere[13](x01_CAPITOLO_02.xhtml). L’imperio etrusco toccò allora al culmine suo.

Messi cotesti insigni eventi, su per giù, verso il 254 di Roma o il 500 av.C.[14](x01_CAPITOLO_02.xhtml), possiamo riferire almeno al secolo II di Roma (che vuol dire il secolo VI a.C.) lo sviluppo della potenza etrusca nella Campania osca.

Questo termine si potrebbe elevarlo ancora in su[15](x01_CAPITOLO_02.xhtml), senza contradizione; ma non si potrebbe, senza contradizione, abbassarlo.

E, di conseguenza, le emigrazioni osco-sabelliche delle genti Lucane nel paese all’oriente del Silaro, non poterono avvenire più tardi del 600 al 550 a.C.

  
#### NOTE

[1.](x01_CAPITOLO_02.xhtml) VIRG. _Æneid_. VII, v. 739\. — Alla parola _Batulum_ SERVIO annota: _Oppidum Campaniae, a Sammtibus conditum_.

[2.](x01_CAPITOLO_02.xhtml) _Apud_ GATTULA, _Access. ad histor. abbat. Cassinensis_. — 1734, vol. I, pag. 82, 131, 140, 161.

[3.](x01_CAPITOLO_02.xhtml) Vedi appresso, al capitolo III.

[4.](x01_CAPITOLO_02.xhtml) Vedi appresso, al capitolo XIII.

[5.](x01_CAPITOLO_02.xhtml) Vedi capitolo XIII.

[6.](x01_CAPITOLO_02.xhtml) Vedi al capitolo IX.

[7.](x01_CAPITOLO_02.xhtml) STRAB. lib. VI, 388, ediz. Amstelaedami, 1707 — πολυν χρονον = _diu_.

[8.](x01_CAPITOLO_02.xhtml) Il DURUY, _Histoire des Romains_, I, p. 57\. (Parigi 1870) scrive:

> «Dopo essersi (i Lucani) _lentamente_ accresciuti nelle montagne, si gettarono sul territorio coltivato delle città greche; e verso la metà del quinto secolo, Pandosia (_sic_: ma vuol dire Posidonia) con le vicine città cadde in loro potere. Padroni delle coste all’ovest, si ricolsero alle coste del golfo di Taranto… Verso il 430? lottavano di già contro Turii; e fecero tanti progressi nello spazio di 36 anni, malgrado che non oltrepassassero il piccolo numero di 34 mila combattenti (DIOD. XIV, 101) e che una grande lega difensiva, la prima che i greci da questo lato (del Jonio) avessero conclusa, fu formata contro di essi e contro Dionisio… Tre anni dopo, tutta la gioventù di Turii, volendo riprendere la città di Laos, fu distrutta in una battaglia, che diè in potere ai Lucani la Calabria (_sic_) quasi intera…»

In nota aggiunge lo stesso scrittore:

> «Da Pandosia a Turii, anzi fino a Reggio, Scilace — che scriveva verso il 370 — non conosce altro che Lucani lungo le coste».

E crede che anche qui Pandosia (città mediterranea) sia posta invece di Posidonia.

[9.](x01_CAPITOLO_02.xhtml) STRAB. IV, 389\. — ἀποικισαντων.

[10.](x01_CAPITOLO_02.xhtml) Il passo di Diodoro, a cui si accenna, è riportato in seguito, al capitolo XIII.

[11.](x01_CAPITOLO_02.xhtml) Gli storici italiani non accettano, in questo problema, il criterio cronologico di Niebhur. Vannucci è di avviso che i Lucani vennero nel paese oltre il Silaro avanti il nascere di Roma (_Stor. Ital_. lib I, c. 4, 288). E Micali, nella _Storia degli antichi popoli ital_. (Firenze, 1832, I, XV) scrive queste parole che giova di riferire:

> «Lo stabilimento dei Lucani, in queste parti estreme successo a quello dei loro confratelli nel Sannio, debbe aversi per molto antico: né ad abbassarne l’epoca della venuta loro al terzo secolo può farsi fondamento sulla circostanza che, fiorendo Sibari, o quando Micito edificò Pixoo, nell’anno 280, non potevano esistere in quei luoghi Lucani (NIEBH. I), perciocché i Sibariti, al pari di tutti gli altri italioti, non avevano dominio per le montagne, e la piaggia dove Micito condusse in suolo lucano (?) la sua colonia reggiana o era inabitata allora per insalubrità del sito, o lasciatasi senza cultura dai paesani…».

[12.](x01_CAPITOLO_02.xhtml) STRABONE, VI. — PLINIO, _Hist. nat_. III, 70\. — In PATERCOLO, I, 7: _Aiunt Tusci Capuam Nolamque conditam ante annos fere 850_. E in STAZIO, del promontorio della Minerva presso Sorrento, si legge: _Saxaque tyrrenae templis onerata Minervae_. — _Selve_, II, 2 e III, 2.

[13.](x01_CAPITOLO_02.xhtml) MOMMSEN, _Stor. Rom_. I, c. IV, p. 327 (Milano, 1857).

[14.](x01_CAPITOLO_02.xhtml) La cacciata dei Tarquinii e la creazione dei Consoli è messa nell’anno 244 di Roma, o 510 a.C.

[15.](x01_CAPITOLO_02.xhtml) DURUY, _Hist. des Romains_, I, p. 35, scrive:

> «Verso la Campania, 300 anni innanzi all’e.v.[a](x01_CAPITOLO_02.xhtml) si formò una novella Etrurla, di cui furono principali città Vulturno, Nola, Acerra, Ercolanoo, Pompei[b](x01_CAPITOLO_02.xhtml). Nello stesso tempo gli Etruschi prendono ardimento a correre pel mar tirreno, e s’impadroniscono di tutte le isole… Allora quasi tutta la penisola, dalle Alpi allo stretto di Messina, venno in loro signoria»[c](x01_CAPITOLO_02.xhtml).
> 
> [a.](x01_CAPITOLO_02.xhtml) Cato ap. Serv. XI, 567-581\. Macrob. Satur. III, 5.
> 
> [b.](x01_CAPITOLO_02.xhtml) Tit. Liv. IV, 37\. Cato ap. V. Paterc. I, 7\. Pol. II, 17\. Il Lanzi vi aggiunge anche Nocera, Calatia, Teanum, Cales, Suessa, Aesernia e Atella.
> 
> [c.](x01_CAPITOLO_02.xhtml) Cato ap. Serv. XI, 567\. — E Tito Livio lo ripete quasi con le stesse parole in più luoghi: I, 2; V, 37.

# CAPITOLO III

## POPOLI DAI QUALI I LUCANI SI DISTACCARONO — DIGRESSIONE: GLI OSCHI E I SANNITI

  
La tradizione, di cui l’eco è a noi pervenuta dagli scrittori dei tempi dell’Impero, disse i Lucani derivati dai Sanniti: e poiché i Sanniti, quando vennero in fama per le tenaci ed aspre guerre sostenute contro di Roma, stanziavano nella regione delle valli del Tamaro, del Sabato e del Calore, influenti dell’alto Volturno, gli scrittori delle antiche storie ritennero questi Sanniti dei tempi storici come i protoparenti dei Lucani. Sarebbe egli dunque contraddizione tra questa remota eco delle tradizioni di tempi più antichi, e l’opinione nostra che li riscontra nella regione tra il Liri e il Volturno, la quale prima che Campania era detta Opicia, all’uso dei Greci che ne abitarono le spiaggie quando l’interno era abitato dagli Oschi?

Ma ogni contraddizione svanisce, se distinguendo tempi da tempi, non si confonda lo stato di fatto di tempi relativamente recenti, cioè più prossimi ai primi scrittori di cose romane, con lo stato di fatto di molto più antica e remota età. Nella quale età i Sanniti non erano ancora, per nome, distinti dalla nazione madre dei popoli Oschi; e la parola stessa «Sanniti» significò, in genere, Sabini o Sabelli; ed erano compresi tra i Sabelli anche gli Oschi della Campania antichissimi.

Ci è d’uopo pertanto discorrere preliminarmente degli Oschi; e di questi diremo quanto basti a chiarimento del nostro concetto.

È un fatto fuori contestazione che i Sanniti parlavano l’idioma osco; non altrimenti i popoli che da quelli si dissero derivati, i Lucani e i Bruzii. È un fatto di non minore certezza che parlavano osco anche le altre stirpi sabelliche, che, derivate dal popolo sabino, si accasarono intorno al Fucino e al Gran-Sasso. Si può, infine, ritenere per certo che anche l’idioma dei vecchi Sabini fu l’osco propriamente detto; o, se piace meglio, la forma madre antecedente, onde derivò l’osco[1](x01_CAPITOLO_03.xhtml).

Il nome etnico di tutta questa grande famiglia non fu quello di Oschi. Questo ultimo nome di Obschi, Opschi e Oschi pare non fosse altrimenti, che di un clan o tribù di essa, e dal nome di questo clan o tribù, forse sugli altri prevalente, passò dipoi per via dei Romani, ad indicare l’idioma proprio a tutta quella grande famiglia diramata dal ceppo sabino[2](x01_CAPITOLO_03.xhtml).

Il nome complessivo della gente si può da noi indicarlo col qualificativo di gente o famiglia «sabellica» che fu ai Romani stessi denominazione complessiva, ed indicò le varie stirpi che rampollarono, lungo i secoli, dal tronco dei Sabini antichissimo. Ciascuna di esse ebbe dipoi un proprio e speciale suo nome, secondo che da tribù surse ciascuna a stato autonomo; e così i Picentini, i Marsi, i Vestini, i Peligni, i Marrucini, i Frentani, gli Irpini, i Sanniti, i Lucani, i Bruzii; e non altrimenti, e forse primi per tempo, gli Oschi.

L’originario significato di tutti cotesti nomi non è ancora noto per tutti. Antiche tradizioni narravano che le genti sabelliche si propagarono per _Ver Sacrum_ — costume etnico, tra il civile e il religioso, speciale a questo razze italiche. — Vivendo esse allo stato di tribù, però già assettata al suolo, la proprietà collettiva alla tribù era divisa in uguali quote alle famiglie (l’_heredium_ di due jugeri, ai romani di Romolo): ma le famiglie crescendo col tempo, e la forma della proprietà rimanendo collettiva alla tribù, composta di tante originarie famiglie e di tante _heredia_, questo stesso obbligava le nuove famiglie all’esodo dalla tribù madre. E le tradizioni italiche aggiungevano che l’esodo della gente migratrice era posto sotto la protezione del loro Dio nazionale, alla guida di un animale sacro al Dio stesso. Per tre di quelle genti è indicato l’animale sacro, che fu loro guida e ragione del nome.

I tre animali furono il Picchio, il Lupo e il Toro; e ne presero il nome i Picenti dal picchio; gli Irpini dal lupo (_hirpus_), e, secondo io penso, gli Oschi dal toro. Della ragione storica di codeste denominazioni tratte dalla fauna locale, parleremo più innanzi.

Dagli altipiani della Sabina e da Rieti, che era come l’umbilico d’Italia, scesero man mano le nuove genti verso meriggio ed oriente, seguendo il corso dei fiumi Aterno, Sangro, Liri, Volturno. Tra i più antichi i Picenti, i Marsi, gli Oschi; tra i meno antichi i Sanniti; tra i più recenti i Lucani.

Gli Obschi od Opsci scesero per la valle del Liri, ed occuparono la valle di esso e del Volturno fino al mare; quindi si propagarono oltre al Clanio, e fino al Silaro. Tutto il paese che poi ebbe nome di Campania fu loro sede. E i Greci la dissero, da essi, Opicia (Opiscia). Ivi forse si confusero con gli Ausoni, più antichi e ignorati di loro, che stanziavano verso le foci del Liri, e che per città o abitacoli rivieraschi al mare tennero il mare. Ivi inoltre si fusero, soggiogandoli, o cacciarono innanzi, verso oriente, sprazzi di Sicoli, che erano le ultime reliquie degli altri già passati oltre il fiume Silaro, e che di là, tribolati e tribolanti lunga serie di anni, trasmigrarono in Sicilia.

Ma questi sono popoli e vicende che precedono la penombra crepuscolare della storia: la penombra traluce appena quando cominciano a mettere piede per le isole della spiaggia campana i primi navigatori, le prime fattorie di gente ellenica, che approdano poi fra breve alle spiaggie, e vi si accasano in cinti che avranno il nome e l’importanza di Cuma. Cotesti più remoti avventori greci delle isole ebbero i primi contatti con gli Ausoni delle prossime coste, verso il Liri, e il mare che questi tenevano dissero da loro Ausonio, e la terra accosta al mare Ausonia. Poi gli Elleni delle spiaggie spinsero i loro contatti per l’interno del paese, e incontrarono gli Obschi; e, o che conoscessero allora gli abitatori dell’interno, o che i montanari dell’interno scendendo al piano arrivassero allora a notizia degli Elleni, questi la terra tra il Liri e il Volturno dissero Opiscia, la terra degli Opsci. Poi i due nomi Ausonia e Opicia, prima diversi e distinti o per linea di confine o per successione di tempo, si fusero in uno; l’uno cesse all’altro; e non restò che Opicia. Gli Ausoni, vinti, distrutti o assorbiti erano scomparsi: e gli Opsci restavano.

Di questo sparso ossame di popolo raccolse, dalle sue fonti, varie tradizioni il geografo Strabone; e quantunque o non concordi tra loro o con i concetti che abbiamo esposti, è d’uopo riferirle qui nelle sue parole, per l’ulteriore svolgimento del nostro concetto.

> «Dopo il Lazio — scrive il geografo[3](x01_CAPITOLO_03.xhtml) — viene la Campania. Sul golfo da Sinuessa a Miseno e sull’altro da Miseno al Capo della Minerva, che è detto Cratere, si estende la Campania, di feracissime terre, circondate da fertili clivi e dai monti dei Sanniti e degli Osci. Antioco narra che essa fu abitata dagli Opici, che si dissero anche Ausoni. Ma Polibio che scrive abitassero intorno al Cratere Opici ed Ausoni, li considera come due popoli diversi. Altri dicono che quando, un tempo, la regione era abitata dagli Opici e dagli Ausoni, venne poi occupata dagli Osci; i quali furono respinti dai Cumani; e questi dagli Etruschi, e questi… (in seguito) dai Sanniti.»

E più giù, parlando dei Sanniti, il geografo aggiunge questo[4](x01_CAPITOLO_03.xhtml):

> «Si racconta, che i Sabini essendo travagliati da lunghe e continue guerre contro gli Umbri, votarono ai loro iddii tutti i frutti dell’anno: e avutane la vittoria sui nemici, parte dei frutti consacrarono e parte immolarono: ma non così dei figliuoli; per cui ne ebbero in pena il flagello di grande carestia. Ammoniti (del fallo), ubbidirono i Sabini: ed anche i figliuoli nati nell’anno consacrarono a Marte. E questa gioventù, giunta che fu nell’età virile, mandarono a fondare colonie fuori il paese, sotto la guida di un toro — _duce tauro_. Il toro si arrestò nella regione degli Opici; e questi respintine, ivi stanziarono, e sagrificarono il toro a Marte. Si denominarono Sabelli, con forma diminutiva dal nome dei loro maggiori (i Sabini): di poi, ma per altra ragione, furono detti Sanniti.»

Strabone, senza dubbio, distingue qui gli Opici dagli Osci od Oschi: ma gli antichi scrittori Iatini, in generale non li distinsero[5](x01_CAPITOLO_03.xhtml); né di certo i moderni. Non dice per quale altra ragione si dissero Sanniti; ma gli Opici ed Osci abitarono, secondo lui, la stessa regione che poi fu Campania. Quindi, e indubbiamente pel geografo, la regione degli Opici fu la Campania; quindi, e indubbiamente ne segue questo che i Sabelli, ovvero discendenti dai Sabini, guidati dal toro, arrestandosi, secondo la leggenda, nella terra degli Opici, non si arrestarono altrove che nella regione di poi detta Campania. Quindi la colonia guidata dal toro dell’antica tradizione, fu colonia dei Sabelli e non dei Sanniti propriamente detti. Quest’ultimo nome fu dato ai Sanniti in tempi posteriori.

Tutto questo emerge, fuori contestazione, dai concetti del geografo: quantunque egli non si desse carico del disaccordo delle varie tradizioni che raccoglie; e quantunque la distinzione, che egli mette tra Opici ed Osci, ingenerasse un equivoco: al quale, perciò, non si sono sottratti alcuni, ancorché dotti, espositori moderni.

Ma la distinzione etnica tra i due popoli non sta.

La parola «Osco» nel latino arcaico è _Opscus_[6](x01_CAPITOLO_03.xhtml) e _Obscus_: non altrimenti _Oqscus_ od _Opscus_ fu ai popoli parlanti l’idioma osco. Da _Opscus_, _Opsci_, gli Elleni delle colonie tirrene trassero il nome di _Opici_, raddolcendo l’asprezza della pronuncia sabellica; e dagli Opici loro, abitatori della regione, diedero a questa il nome di Opicia. In questa erano venuti i remoti coloni sabellici, guidati dal toro della leggenda; e la vecchia sentenza degli interpreti di Strabone, trasportando il viaggio del toro condottiero dei Sabellici nella regione del Sannio, quale questo fu ai tempi di Augusto, confonde epoche e cose. Vennero piuttosto, antichissimamente, nel paese ove scorre il Liri, il Volturno, il Clanio popoli e tribù dei Sabini; e queste propagini sabiniche, quando col passare degli anni da tribù crebbero a popoli, furono indicate ai latini col nome complesso e generico di Sabellici[7](x01_CAPITOLO_03.xhtml). Ma è probabile che dagli Oschi medesimi si dissero, in origine, «Sanniti», se teniamo conto del processo derivativo di questa parola, come ora verremo indicando.

La parola latina _Sabinus_ suppone l’equivalente etnico di _Sabnis_, se si considera che di fianco al Iatino _Campanus_, _Lucanus_, _Brutius_, _Picenus_, si trova l’equivalente etnico o arcaico di _Campas_, di _Lucas_, di _Bruttias_, di _Picens_. Ma l’osca parola _Lucas_ si inflette (come ci fa testimonio una breve iscrizione osca) in _lucanatis_[8](x01_CAPITOLO_03.xhtml); _Bruttias_ è noto che aumentava in _Brutates_[9](x01_CAPITOLO_03.xhtml); _Picens_ si inflette in _Picentes_. Potremo aggiungere il sabino _Curis_, che, pure dando vita al Iatino _Quirinus_, inflette in _Curites_. Da tutte coteste forme vien ragione di affermare che la parola oscosabina da _Sabnis_ s’infletteva in Sab-nitis[10](x01_CAPITOLO_03.xhtml); che poi, addolcendosi la pronuncia, passa naturalmente in Sannita. E ben mostra le traccie di questa antica evoluzione il latino arcaico, che serbò come caso retto di _Samnitis_ la parola _Samnis_. E quanto al significato preciso ai latini, ricordiamo l’analoga forma lessicale del _nostras-nostratis_, e _vestras-vestratis_. In essa, come nelle parole _Lucas-lucanatis_, _Brutias-Brutatis_, è contenuta un’idea di derivazione di famiglia, che indica appartenenza o parentela.

In origine adunque tutte le tribù, o genti, o famiglie di popoli derivati dai _Sabnis_ o Sabini, furono _Subnites_ o Samniti. Ma passano i tempi, forse i secoli, e ciascuna di quelle varie popolazioni sabelliche si distingue per peculiari società o federazioni politiche, per determinati o propri confini: e accade pei popoli quello che per le famiglie uscite dalla tenda del Patriarca. E allora l’individualità del novello consorzio che ha proprio governo e proprio confine, rende necessario l’uso di un nome speciale a designarlo; nome che può venir fuori da mille fonti, di carattere etnico, o storico, o topografico, od altro che siasi. La grande famiglia Sabellica si distinse in Marsi, Marruccini, Peligni, Vestini, Oschi altresì. Il ceppo, i più antichi della famiglia rimasero Sabini; gli ultimi derivati che si accasarono nel paese, al quale poi da loro venne nome di Samnio, resteranno Sabniti o Sanniti; o nel proprio linguaggio (poiché, ultimi venuti, non sentirono la necessità di sistinguersi con altra denominazione, allora quando erano già distinte con altro nome le altre famiglie sabelliche; o nel linguaggio solamente dei Romani[11](x01_CAPITOLO_03.xhtml); i quali avrebbero ritenuto come peculiare e propria alle genti del Sannio quella che era generica denominazione per esse. E allora forse entrò nell’uso della lingua dei latini la parola «Sabelli» ad indicare tutto il complesso delle derivazioni etniche dei Sabini.

Tra le più antiche diramazioni dall’originario tronco dei Sabini furono gli Oschi della valle del Liri e del Volturno.

Io li considero come un _clan_, una tribù, un popolo distinto dal ceppo di origine, non altrimenti che i Marsi, i Peligni, gl’Irpini. Però più antichi degli altri congeneri, essi si confusero nei Sanniti, quando questi invasero ed occuparono la Campania; e forse anche prima, destituiti che furono di personalità, quando la Campania-Osca, ovvero Opicia, fu sottomessa agli Etruschi.

Donde venne il nome etnico di Oschi non è noto. Tenendolo dal tema _Ops-Opis_ (la terra ai latini), alcuni scrittori pensarono significasse i _terrieri_, nel senso d’indigeni; altri, da _opus-eris_, in senso di operai o lavoratori della terra. Ma trarre dal latino l’origine del nome etnico di un popolo che non parlava il latino, pare a me, per ragioni di logica, non attendibile: né il significato di popolo-agricoltore o popolo lavoratore della terra — _ops_ — parrebbe più accettevole che non sia quello di popoli cultori della vigna agli Enotri, o di mietitori ai Morgeti, o di falciatori ai Siculi.

Io riferirei specialmente ai Sabellici o Sabniti delle antichissime tribù degli Oschi la tradizione del toro sacro, guida loro per la valle del Liri.

La trilogia leggendaria delle sacre-primavere guidate dal Picchio, dall’Irpo e dal Toro, si appunta e si compie nel riscontro etnografico delle sole due denominazioni dei Picenti e degli Irpini; ma si arresta per la gente guidata dal toro. Per me sta che anche queste genti presero il nome dal toro; e dal toro si dissero Oschi. La ragione storica indagheremo più giù: la filologica sarebbe questa.

La parola che indica il «toro» nel sanscrito è _ukshan_ (e _vakshas_) dalla radice _uksh_. Dalla radice stessa derivarono, pel moderno tedesco, la voce _ochs_ ed _ochse_; nel tedesco antico _auhso_, e nel gotico _auhs_, nello scandinavo _oxi_, che valgono tutte la stessa parola toro[12](x01_CAPITOLO_03.xhtml). Trovando il medesimo tema tra varii antichi e moderni linguaggi derivati dal ceppo ario, ci è ragione di credere che il tema stesso sia passato nell’antico idioma degli Osco-sabellici, a forma della fonetica loro[13](x01_CAPITOLO_03.xhtml).

  
Ma per quale ragione queste antichissime tribù sabelliche presero il nome etnico loro dalla fauna locale, è pregio di venire indagando.

Fu già detto che la leggenda della guida di un animale, sacro all’Iddio della gente, adombrasse un concetto religioso; bastò di considerare l’animale sacro come simbolo dell’Iddio nazionale; e non fu dato di ficcare più oltre il viso a fondo. Noi daremo un passo più innanzi.

  
Gli usi, i costumi, le credenze di quelle popolazioni di oggidì che siano ancora allo stato selvaggio, sono elementi di fatto accomodati a darci un’idea, per quanto sia possibile, conforme al vero, della condizione storica dei popoli antichissimi. Questo criterio, che è l’unico adeguato a chiarire le condizioni civili delle genti abitatrici delle terremare e delle caverne, non può perdere efficacia di luce, applicato che venga ad indagare le condizioni civili di quegli antichi popoli, che, pure avendo oltrepassato lo stadio di civiltà dei remotissimi inquilini delle caverne o delle abitazioni lacustri non siano ancora che salvaticamente barbari.

Io credo che il simbolo degli animali, guida e insegna e capostipite delle antichissime tribù sabelliche, si possa, fondatamente, riattaccare al costume del _totemismo_, quale esso è stato riscontrato tra le tribù incivili, nonché dell’America, ma dell’Africa e dell’Australia e dell’Asia. Il nome di _totemismo_ è di origine americana, e l’applicarono a quella forma religiosa che prevale fra le Pelli-rosse: però il costume non è solo di quelle tribù e di quel continente.

Il _totemismo_ è una forma di adorazione della natura che si estrinseca nel culto di oggetti naturali, come a dire alberi, laghi, macigni, animali, ma nella specie loro, non negli individui. Nella storia dell’evoluzione del pensiero religioso del genere umano il totemismo è come un passo innanzi del feticismo; dal quale dicono si differenzii in quanto che il feticcio del povero negro è un tale o tale altro oggetto individuo; mentre il _Totem_ si riferisce a tutta una specie; e diventa ogni individuo della data specie oggetto sacro della tale famiglia, o della tale tribù che l’abbia a suo _totem_.

Quel che più fa al caso nostro, si è che le tribù, nonché le famiglie, si differenziano e distinguono l’una dall’altra secondo quel dato _totem_ che è sacro alla tribù o famiglia. Esso lo si considera come il blasone, o l’insegna, o l’arme parlante della tribù che lo venera.

Raccatto dal libro del LUBBOCK:

> «Sull’origine della civilizzazione»[14](x01_CAPITOLO_03.xhtml), alquanti degli innumeri esempii, che egli ha raccolti dalle relazioni dei viaggiatori: e vedrà il lettore se questi dati di fatto non confortino di prove il concetto da noi messo innanzi.
> 
> «Gl’Indiani Tsimsheean della Columbia-Brittanica si dividono anch’essi — dice il LUBBOCK — in tribù ed in _totems_ o blasoni comuni a tutte le tribù. Cotesti blasoni sono la Balena, la Tartaruga, l’Aquila, il Lupo, la Ranocchia. La parentela è più prossima tra gl’individui che portano lo stesso blasone, che tra membri della stessa tribù.
> 
> «Nell’Africa meridionale i Bechnanas si suddividono in tribù del Coccodrillo, del Pesce, della Scimmia, del Bufalo, dell’Elefante, del Porcospino, del Leone e simili. Nessuno oserebbe mangiare di cotesti animali, patroni della tribù. Essi però non li adorano: non ancora si è al culto del _totem_.
> 
> «In Australia quel che diciamo _totem_, vien detto Kobong. Ivi ogni famiglia — dice sir G. GREY — adotta come blasone, o segno distintivo, il Kobong, come ivi lo chiamano, che è un qualche animale, o pianta. Un certo vincolo misterioso esiste tra la famiglia e il suo Kobong: un membro di quella mai non ucciderà un animale della specie del suo Kobong.
> 
> «Questo sentimento di misterioso rispetto al Kobong diventa culto tra le tribù dell’America; quindi nasce la religione del _totem_.
> 
> «Il _totem_ delle Pelli-rosse — dice SCHOOLCRAFT — è un simbolo del nome del primo antenato della tribù: nome ordinariamente di un quadrupede, di un uccello, o di altro animale che sia e che costituisce, se così posso esprimermi, il soprannome della famiglia. Desso è sempre un essere animato; rarissimamente un oggetto inanimato. La sua importanza significativa è in ciò, che ogni individuo fa risalire ad esso la sua genealogia; e quando egli morrà, quale che possa essere l’importanza personale sua, non il suo nome si segna sulla targa (o _adjedatig_) che indica la sua tomba, ma sì il totem. Il _totem_ altresì fa che si possa seguire l’estendersi e il diramarsi d’uno famiglia, allorquando le famiglie si sono sviluppate in tribù e gruppi. La Tartaruga, l’Orso, il Lupo, furono, a quanto pare, i primi _totem_, e i più onorati. Essi occupano un posto distinto nelle tradizioni degli Irocchesi, dei Lenapes, dei Delavvares.
> 
> «Gli Osajes credono discendere da un castoro. E le varie tribù dei Khonds dell’India si distinguono, una dall’altra dal nome dei varii animali, come a dire le tribù dell’Orso, del Daino, del Gufo.
> 
> «Non altrimenti i Kols di Nagpore; i cui _Keelis_ o _clans_ portano il nome di certi animali, di cui non mangiano la carne».

A questi medesimi concetti — continua il Lubbock — si riattacca il culto degli animali; e senza parlare del Bue all’India, al Ceylan, nell’antico Egitto, si sa che le Pelli-rosse venerano l’Orso, il Bisonte, il Lepre, il Lupo; quei della Plata e del Brasile, il Jaguaro; gl’indigeni delle isole Sandwic il Cervo; in Siberia l’Orso polare dai Samojedi, e l’Orso nero dagli Ostiakes. — Che più? — Gli abitanti della Nuova Zelanda — dice Forster — riguardano come uccelli della loro divinità alcune specie di Picchi. — Ecco spiccicato il Picchio sacro a Marte nella leggenda della primavera-sacra Picena![15](./images/#Ns%5Fback-nota-15).

Sì larga diffusione del costume del _totem_ e del Kobong presso popoli ancora selvaggi, o poco meno, se dà un raggio di luce a chiarire il simbolo dell’animale sacro delle emigrazioni sabelliche, ci può dare un altro elemento di giudizio circa il grado di civiltà di quelle antichissime tribù, nostre protoparenti. Se non erano ancora selvaggi, e non adoravano ancora il lupo o il bue, come feticcio, erano in un grado di civiltà poco più avanzata: e se non vogliamo ritenere che l’Osco, il Picente, l’Irpino originarii, non adoravano, come loro divinità etnica, a mo’ del _totem_, il bue, il picchio, il lupo (perché, stando alla leggenda, secondo la sua forma dei tempi storici, il bue, il picchio, il lupo si dicono sacri al dio Marte e da lui a guida mandati) riterremo almeno, come la più naturale spiegazione del dato leggendario, che le tribù sabelliche, avendo passato lo stadio, non che del feticismo, ma del _totemismo_ altresì, quando avvenne la divisione, avevano, come impronta d’individualità propria o distinzione di tribù a tribù, un nome tratto da un oggetto del regno animale; il quale oggetto era stato il loro _totem_ in una età più antica.

  
In quale epoca avvennero le colonizzazioni sabelliche per la regione tra il Liri, il Volturno e il mar Tirreno, non è problema storico che, di sua natura, possa sciogliersi con sicurezza almeno di approssimazione.

Strabone, o le sue fonti, nelle parole che abbiamo riferite di sopra, accennano all’esodo delle colonie sabelliche condotte dal «Toro» come a conseguenza delle diuturne guerre dei Sabini con gli Umbri. Ora se nell’incertezza dell’antichissima cronologia, si vuol ritenere come un presso a poco accettabile il computo di Dionigi, sarà lecito supporre, con gravi scrittori moderni, che la catastrofe e l’assorbimento della popolazione degli Umbri nella nazione e nell’imperio degli Etruschi, avvenne un cinquecento anni prima dell’era romana[16](x01_CAPITOLO_03.xhtml).

Che cosa veramente valgano cotesti computi di cronologia a taccio, in tanto buio di antichità, è superfluo avvertire: sono non altro che punti di richiamo per chi sale o scende la catena dei tempi: punti pei quali il presso a poco è un più o un meno di secoli. Ma poiché, quando i termini mancano, non si può procedere innanzi pel campo senza smarrirsi nel vacuo, accetteremo come un minimo quel mezzo millennio, innanzi all’era romana, delle colonizzazioni sabelliche per la bassa Italia. E queste si erano già accasate e prevalenti nella Campania, quando arrivarono alla spiaggia i navigatori elleni, e vi gettarono i semi di futuri stabilimenti. Cuma, in terra ferma, fu il più antico; e per quanto si abbia ragione di ribattere alla remotissima antichità che molti le attribuirono, surse, senza dubbio, ben qualche secolo prima dell’era romana.

E già codeste prime propagini della civiltà ellenica erano padrone delle spiaggia della futura Campania, e penetrate forse (ma tra quali limiti, è ignoto) nell’interno del paese, quando vi sopravvennero gli Etruschi, scacciando od assoggettando le genti osche; e combattendo le colonie elleniche poste alle rive del mare. L’epoca, a larghi tratti, è stata già da noi indicata nel capitolo precedente. Seguendo essi il costume nazionale dell’Etruria-posta sull’Arno e dell’altra sul Po, fondarono, anche in questa novella Etruria tra il Liri e il Volturno, una lega di dodici città; di cui fu capo la città di Volturno che poi fu detta Capua[17](x01_CAPITOLO_03.xhtml); ognuna delle quali era (si vuol credere) a capo di minori centri, sparsi pel suo contado.

È fama cotesto imperio si estendesse fino al promontorio di Minerva o della Campanella, ove è detto che fu fondazione loro Marcina (che è oggi Vietri sul Mare). Ma distendendosi per la futura Campania, non vi trovarono, di certo, pacifica accoglienza. E le guerre, le conquiste, l’ordinamento federale delle città e dei comuni sottoposti, dovettero senza dubbio essere causa di profonde perturbazioni nello stato politico e sociale delle popolazioni osche.

Non è dato di sapere a quali condizioni di fatto vennero i popoli soggetti; come fu limitata la libertà personale di loro; come ordinato il possesso o l’uso della proprietà; e se questa o suddivisa da capo o assunta tutta o in parte a pro dei nuovi dominatori. Ma questo gran fatto dové necessariamente originare gravi conseguenze sociali. Ond’è che non ci crediamo fuori del vero, se attribuiremo a cotesto complesso di eventi e di conseguenze politiche, l’uscita, o la cacciata, o l’emigrazione di popolazioni osche in cerca di nuove sedi, al di là del fiume Silaro. 

  
#### NOTE

[1.](x01_CAPITOLO_03.xhtml) VARRONE lasciò scritto (_De ling. lat_. VI):

> _Sabina usque radices in lingua osca egit_. E in AULO GELLIO (XI, 1) si legge: _Vocabulum ipsum multa idem Marcus Varro non latinum , sed sabinum esse dicit; idque ad suam memoriam mansisse ait in lingua Samnitum, qui sunt a Sabini orti_.

[2.](x01_CAPITOLO_03.xhtml) I Romani da poiché non vennero in relazione coi Sanniti se non dopo i contatti che essi ebbero con gli Oschi della Campania, e poiché l’idioma dei Sanniti trovarono identico a quello degli Oschi, essi la parola loro nota a significare il linguaggio dei popoli abitanti la Campania, ovvero Opicia, estesero all’idioma dei popoli del Sannio.

[3.](x01_CAPITOLO_03.xhtml) Lib. V, 371.

[4.](x01_CAPITOLO_03.xhtml) Lib. V, 383.

[5.](x01_CAPITOLO_03.xhtml) In FESTO si legge:

> _In omnibus fere antiquis commentariis scribitur_ Opicum _pro_ Obsco_, ut in Titini fabula quinta: Qui obsce et volsce fabulantur, nam latine nesciunt_.

[6.](x01_CAPITOLO_03.xhtml) In FESTO è detto:

> _Oscos quos dicimus, ait Verrius, Opscos antea dictos, teste Ennio…_

[7.](x01_CAPITOLO_03.xhtml) Restò, nel latino, promiscuità di significato tra Sabino e Sabellico — VIRGIL. _Georg_. III, 255: _dentes sabellicus exacuit sus_; e qui SERVIO commenta: _Sabinus: et est species pro genere_. — _Aeneid_. VIII, 665: _pugnant… veruque sabello_. — _Aeneid_. VIII, 510: _Natum exhortat ne mixtus matre sabella. Hinc partum patria traheret_.

[8.](x01_CAPITOLO_03.xhtml) L’iscrizione osca dice: _Vereias luvkanateis…_ MOMMSEN ed altri interpretano: _Concilii_, ovvero _Reipublicae Lucanatis_ o _Lucanae_ (V. FABRET _Gloss. Italic. ad v_.).

[9.](x01_CAPITOLO_03.xhtml) In FESTO:

> _Bilingues Brutates Ennius dixit_.

[10.](x01_CAPITOLO_03.xhtml) Giova ricordare la parola _Scabellum_, _Scabillum_, che deriva da _Scamnum_, ma per l’interposta parola di _Scab-num_.

[11.](x01_CAPITOLO_03.xhtml) Dico «nel linguaggio solamente dei Romani» inquantoché alcuni scrittori avvertono che il nome nazionale dei Sanniti fosse _Safinis_ (come si legge in una moneta della guerra sociale), che io non credo: poiché il _Safinim_ di quella moneta equivale evidentemente a _Sabinim_ (_Sabinorum_).

[12.](x01_CAPITOLO_03.xhtml) Dalla stessa fonte il greco μόσχος, vitello.

[13.](x01_CAPITOLO_03.xhtml) Né il passaggio sarebbe forzato. La gutturale _k = q_ (del tema _Uksh_) passa soventi, come si sa, nella labiale _p_, ai Greci; ed è ben noto il fenomeno glottico all’osco che muta la gutturale _q = k_ nel _p_ stesso (_quid-pid_); e se si consideri che il gruppo delle sibilanti _sh_ nella radice _nksh_ deve rendere il doppio suono della spirante e dell’aspirata, parrà non fuori regola la permutazione della primitiva _Uksh_ in Opsc, Oqsc, che è lo stesso.

[14.](x01_CAPITOLO_03.xhtml) LUBBOCK, _Les origines de la civilisation_ (traduct. de l’angl.). Paris, 1873, p. 129-256; 332.

[15.](x01_CAPITOLO_03.xhtml) conf. SPENCER, _Principes de Sociologie_ — trad. Paris, 1886 — vol. I, capitolo XX, sul «Culto degli animali». Dal quale riferirò ancora qualche altro particolare.

> «… Un tratto caratteristico delle tradizioni dell’Asia Centrale è (dice Mitchell) che ciascun popolo fa derivare la sua origine da qualche animale». Secondo Brooke «i Dayaks della riva del mare si astengono superstiziosamente di mangiare di taluni animali, perché suppongono che questi siano uniti in parentela a qualcuno di loro antenato che furono generati da tali animali, o che li ànno generati».

Livingstone riferisce che

> «presso le tribù bechuane la parola _bakatla_,significa quei _della scimmia_; la parola _bakuena_, quelli _del serpente_ alligatore; _batlassi_, quelli _del pesce_; ed ogni tribù professa un timore superstizioso dell’animale del cui nome essi si chiamano…».

E continua con una serie di simili tradizioni-credenze di popoli selvaggi.

[16.](x01_CAPITOLO_03.xhtml) MICALI, _L’Italia avanti il domin. dei Romani_, I, cap. X. Il DURUY, _Hist. des Romains_, I, p. 34, scrive:

> «Secondo gli annali etruschi (_Varr. apud Censor_. 17) 434 anni (e secondo Dionigi cinquecent’anni) prima della fondazione di Roma fu compiuta la ruina degli Umbri. Al loro imperio successero i Rha-Sena…»

[17.](x01_CAPITOLO_03.xhtml) STRAB. V, 371.

# CAPITOLO IV

## I POPOLI DELLA REGIONE ANTERIORI AI LUCANI. GLI ENOTRI: E DEI SICULI, DEI MORGETI, DE’ CONII E DEI FENICII

  
Quando gli Osco-sabellici arrivarono nella regione all’oriente del fiume Silaro, non trovarono il paese deserto di abitatori.

Plinio il vecchio lasciò scritto queste parole:

> «Incomincia dal fiume Silaro la Regione terza e il territorio lucano e bruzio. Ivi non fu rara la mutazione dei popoli; perocché vi abitarono i Pelasgi, gli Enotri, gl’Itali, i Morgeti, i Siculi, i Greci massimamente; e da ultimo i Lucani, stirpe sannitica, che vi pervennero sotto la guida di un Lucio»[1](x01_CAPITOLO_04.xhtml).

Né questi son tutti; ché Strabone vi aggiunse i Conii[2](x01_CAPITOLO_04.xhtml); e noi dovremo aggiungervi i Fenicii.

Nel breve prospetto di questa serie di nomi che assomma la storia di chi sa quanti secoli, è racchiuso tutto quel poco che dagli scrittori greci e latini è ricordato della storia antelucana. Rivoli derivati da antiche tradizioni o da antichi scrittori che a noi non arrivarono, esse sono acque oscure e scarse: ma è necessità di percorrerle agli investigatori delle origini.

  
_Pelasgi_

Non parleremo dei Pelasgi, che era la _vexata quaestio_ delle origini italiche, nella prima metà dell’ora trascorso secolo. Fra le tante di qua e di là accattate significazioni della parola (o di uomini del _mare_, o delle _pianure_, o di _cicogne_! viaggiatrici, o d’immigranti, o di che altro), a noi piace di ritenerli detti così nel senso di «antichi»; e questo in significalo equipollente ad «aborigini» che vuol dire dei più antichi abitatori delle contrade greche e italiche, ricordati dalla storia.

Gli _autoctoni_, nell’idioma e nella filosofia embrionale della storia greca, sono i «nati dalla terra», gli aborigini: i Pelasgi, nel concetto della storia stessa, sono i «nati, o generati dalle pietre» (πέλα, πέλλα è _lapis_, γένος è _genus_, _origo_): da quelle «pietre» cioè che Deucalione e Pirra, ai sensi dell’oracolo riferito dalla leggenda, gittarono dietro le loro spalle per far nascere, come nacquero, gli uomini, onde ripopolare la terra, già fatta deserta dal diluvio. Sono, i più antichi, i primissimi, i proto-abitatori del suolo ellenico. E quando il concetto stesso dell’«autoctonia» piegò a farsi più umano, Pelasgo, autoctono dell’Arcadia e capostipite dei Pelasgi, è fatto figlio di Zeus e di Niobe, che è la Notte, nel mito delle Niobidi saettate da Apollo-Febo; Niobe fu mutata in «pietra» in quei giorni che Giove stesso aveva conversi tutti gli uomini in «pietre» secondo i canti omerici[3](x01_CAPITOLO_04.xhtml): riscontro anche questo, nella fusione de’ miti, significativo ai Pelasgi. Così i più vecchi, i più antichi abitatori del suolo ellenico, quelli di cui non si conosce altra origine, furono «Pelasgi».

I quali, se come autoctoni, nel concetto della storia greca, emersero a popolare la Grecia, non furono «autoctoni» in Italia: non ebbero qui, non vi acquistarono entità etnica propria.

E, invece, quell’antico sistema di storiografia che riattaccava, per vincolo di filiazione diretta, all’antica Grecia le tradizioni, Ia lingua e l’etnografia dell’antica Italia, condusse anche in Italia, dalla Grecia, gli erranti Pelasgi; poiché se questi furono a capo della storia greca, e se le più antiche colonizzazioni all’Italia erano venute (a giudizio di cotesti eruditi) dalla Grecia, le due furono nazioni sorelle; e vuol dire che gli avi dell’una furono gli avi dell’altra.

Fu un momento che moderni investigatori di antiche cose credettero di avere trovato la prova di questo postulato in quelle singolari costruzioni ciclopiche, a macigni informi accozzati insieme o soprapposti, di cui restano abbondanti e mirabili gli avanzi per la regione montuosa del Lazio o giù di lì. Queste opere le dissero pelasgiche; e il battesimo della parola parve titolo autentico a legittimare lo stato civile della gente.

Ma se queste poderose costruzioni di muscoli erculei, resistendo all’urto de’ secoli, esistono ancora, non esiste ferma la prova, che siano opera di uno speciale popolo che si abbia ragione di dire Pelasgi[4](x01_CAPITOLO_04.xhtml). Sono opere di popoli antichissimi: ma perché fossero opere davvero di un popolo detto Pelasgo, è necessario stabilire prima la esistenza di questo speciale popolo, per tutte le regioni là dove esse si trovano; e non solo nel Lazio e tra’ Volsci; ma in Etruria, in Sicilia e in Sardegna, ove i nuraghi sono ancora costruzioni dello stesso genere inesplicate e meravigliose, e in Spagna, e fra Celti e altrove: perché se la testimonianza dell’opera megalitica bastasse, dovrebbero essere Pelasgi anche coloro che elevarono i _dolmen_ e i _cromleck_ e i _menhir_ dei popoli celti.

Noi, dunque, riteniamo come un elemento intruso, nell’antica storia italica, il popolo dei Pelasgi — se per Pelasgi si voglia intendere un popolo da ogni altro distinto e d’individualità propria. Potrà altri considerarli come un appellativo generico di quelle antichissime genti che vennero in Italia dalla Grecia barbara settentrionale, dall’Epiro o dall’Illirio. Ma di qua venuti in Italia ebbero altro nome, portarono altro nome non quello di Pelasgi. Essi furono Japigii, Conii, Enotrii, Siculi; e dal nome ebbe denominazione la terra che abitarono; la quale non fu mai detta Pelasgia. Invece, la regione nostra fu detta Enotria, dagli Enotri.

  
Gli echi della storia scritta dissero gli Enotri di derivazione puramente ellenica: e Dionigi, riferendosi a ignote fonti, narra la storia loro in questi termini:

> Enotro (che era uno dei ventidue figli di Licaone re di Arcadia), «lasciò il Peloponneso, e con sue navi passa il mare Jonio insieme a suo fratello Peucezio e a molti del loro popolo di Grecia. La prima spiaggia d’Italia a cui approdarono, fu il promontorio lapigio, ed ivi si arrestò Peucezio; e da lui furono detti Peucezii gli abitatori della regione. Ma Enotro, con la maggiore torma dell’esercito, arrivò sul golfo che s’insena in quella parte occidentale d’Italia, che era detta Ausonia dai suoi abitatori, e che oggi, dopo l’imperio marittimo dei Tirreni, è detto mare Tirreno. Ivi trovò molte terre buone a pascoli ed a culture, in parte deserte di popolo, in parte poco abitate; e di qua scacciatine i barbari abitatori, fondò ivi piccole e frequenti città su pei monti, come agli antichi era uso. Questa vasta distesa di terre fu chiamala Enotria, ed Enotri gli abitatori che prima si dicevano Pelasgi[5](x01_CAPITOLO_04.xhtml). Anche Antioco Siracusano, antichissimo storico (continua Dionigi) dice che questa regione denominata Italia, in antico, la tennero gli Enotri, i quali ebbero un tempo per loro re Italo; e da costui essi presero il nome di Itali. A lui successe Morgete, e gl’Itali si dissero Morgeti; di poi Morgete accolse come ospite Siculo, e questi si creò un imperio; onde avvenne che la nazione fu divisa, e coloro che erano Enotri furono dipoi Siculi, Morgeti ed Itali».

Ma se questa successione di re vuol dire successione di popoli nel concetto degli antichi ricostruttori delle leggende, non si può, evidentemente, ritenere come esatta la successione cronologica di quegli strati di popoli, secondo la geografia di Antioco, quale è riferita da Dionigi. Se si trova i Siculi potenti e sparsi in Sicilia a cui dettero il nome; se anche i Morgeti, a giudizio di Strabone[6](x01_CAPITOLO_04.xhtml), lasciarono in una città di Sicilia traccie di loro presenza, vuol dire che non essi si soprapposero agli Enotri, ma gli Enolri cacciarono Siculi e Morgeti fino all’estremo continente d’Italia, e di là in Sicilia. Con l’espulsione o la soggezione dei Siculi o Morgeti, il paese dominato dai vincitori fu potuto dire Enotria, e non Sicilia, e non Morgentia. Poi il nome di Enotria anche esso dilegua, e sorge l’Italia. E vuol dire che un’altra fase della storia, un’altra successione di popoli compie la metamorfosi glottica: ma se costoro fossero Itali, o che altro fossero, vedremo in seguito.

Prendendo le mosse da questo viluppo di tradizioni-leggende, possiamo ritenere che le genti a cui fu dato il nome di Enotri, quando arrivarono alla regione che è posta tra il golfo di Taranto e quello di Posidonia, trovarono altri ignoti popoli, de’ quali ebbero il nome alcuni, di Morgeti, altri di Siculi, secondo Antioco siracusano.

Ma la tradizione che riferisce Dionigi, accenna anche agli Ausoni. E secondo questi accenni di echi remotissimi, lo strato primo, perché più basso, dell’etnografìa italica, sarebbero gli Ausoni. E il primo, il piu antico nome che dettero all’Italia i Greci, dopo quello generico di Esperia ovvero occidentale, fu Ausonia.

Come, quando e donde vennero gli Ausoni è ignoto. Ma nulla deve essere ignoto all’indagine archeologica; e a tali dimande si è potuto rispondere con una congettura che è un postulato, in attesa di future prove: li si dissero, li si dicono «Italici» con una denominazione che non determina, ma confonde. Finora l’etnografia italica ha dato ed accettato la denominazione di «Italici» ai popoli che col nome di Umbri dapprima, si sdoppiarono gradatamente nel ceppo delle genti sabelliche, donde le discendenze sannitiche e le diramazioni Iatine. Il linguaggio umbro, l’osco, il latino de’ vetusti monumenti è la tessera significativa di loro parentela più prossima. A questo originario ceppo etnografico umbro-sabellico appartennero essi gli Ausoni? Non si ha elemento di prova per affermarlo: ma lo si afferma.

L’Italia geografica degli antichissimi tempi, sull’alba caliginosa della storia umana, ebbe — degradando dalle Alpi in giù — questi popoli: i Liguri, gli Ausoni, i Tirreni, gli Opsci o Opici-Campani, gli Enotri. — Tutti costoro sul versante tirreno della penisola. — I Liguri, a piè dell’Alpi, si estesero dal mare di Genova, fino alle odierne provincie di Brescia, Sondrio, Mantova, Parma e Piacenza, e in giù fino al fiume Macra; e questi confini dei Liguri antichissimi, preromani, si può ritenerli, grazie a recenti studi[7](x01_CAPITOLO_04.xhtml), come accertati. La gente ligure, anche essa, come è probabile, di stirpe aria, si estese larghissimamente anche al di Ià del confine orografico italico; ma in Italia restò come popolo non italico, fino ai tempi di Augusto che la raccolse nel confine politico di Roma assimilatrice.

  
_Liguri_

I Liguri li si trova a confine con gli Ausoni vetusti. Chi di essi fu prima arrivato sul suolo italico, non si sa. Ma quando la storiografia de’ Greci disse che il primo nome d’Italia fu Ausonia, dovè credere, e darebbe adito a supporre, che i Liguri successero, ovvero occuparono parte di suolo che fu già degli Ausoni. E questi sarebbero gli autoctoni, se gli uomini nascessero dalla terra come i funghi.

Poi vennero i Tirreni ad occupare ancora una parte dell’Ausonia. I Tirreni che si dissero Etruschi, tennero le spiaggie del mare che da loro prese il nome di Tirreno. Navigatori, civili e potenti, la storiografia de’ Greci disse Tirrenia l’Italia. L’Ausonia scomparve al di loro avvento e scomparve all’avvento di quelle genti di ceppo sabelliche che si dissero Opici, ed occuparono ancora una parte dell’Ausonia, intorno a quel golfo di Cuma ove i primi navigatori greci posero piede, e la circostante regione dissero Opicia.

Al fianco, al confine di costoro, verso il golfo posidionate o di Salerno, la storiografia greca segnala l’avvento degli Enotri: e quell’antica loro Ausonia fu detta allora Enotria.

Ma in tutto questo rimescolamento di popoli restò un substrato de’ primi Ausonii, sulle terre occupate da Tirreni, da Opici, da Enotri? Nessuna risposta può darsi men che dubbiosa e vaga a questa istanza: il buio è all’origine delle cose; e gli Ausoni per noi sono alle origini caliginose della nostra storia.

Mettiamo però in chiaro solamente questo: che tali sparsi, anziché intessuti filamenti di storia non sono pervenuti a noi, che da telai greci. Ed occorre di prenderne nota: perché i Greci, fondando la prima, la più antica colonia loro occidentale, a Cuma, in un tempo che è forse verso il millennio a.C., ma di certo anteriore al secolo VIII, i Greci non ebbero notizia meno generica delle terre esperie se non dai loro coloni o navigatori di Cuma. L’antichissima storia, o a dir più esatto, l’antichissima geografia d’Italia, fu nota ai Greci da Cuma: e dai Greci all’Italia stessa.

Questa è la storia e la geografia dell’Italia antichissima sul versante Tirreno.

Ma sul versante Adriatico, altre generazioni di genti. Qui fu antichissimo stanziamento quello degli Umbri; e di costoro, figliuoli, nepoti e propaggini le tribù sabine, sabelliche, osco-sannitiche, Iatine. È la stirpe italica, autentica. Ma la storiografia greca non fece «autoctoni» gli Umbri antichissimi: essi dalle sedi che vennero occupando nella parte mediana della penisola, cacciarono una più antica gente che si disse dei Siculi.

  
_Siculi_

I Siculi dunque sarebbero i più antichi abitatori delle terre italiche orientali. Parte, forse, della migrazione dei Liguri, o parte, da questi indipendente, di popoli celtici, si diffusero, cacciati dal fato della storia, dal nord al sud della penisola. Stanziarono, più o men lungamente, in questa o in quella parte d’Italia, nel corso del lungo viaggio dalle Alpi fin giù all’Enotria, o dall’Enotria allo Sicilia. L’omonimia dei luoghi segna la traccia della successiva presenza loro: le tradizioni vetuste li fecero abitatori primi dello stesso suolo di Roma, e abitatori anche dell’Ausonia presso Cuma. Secondo questi echi rifratti di tradizioni erudite la storia loro è una perpetua vicenda di guerra: gli Umbri li espulsero dal Piceno; dal Lazio i Latini; dall’Ausonia gli Opici[8](x01_CAPITOLO_04.xhtml); dalla Lucania futura gli Enotri; dal territorio di Locri, al secolo VIII, i coloni ellenici. Passarono nell’isola e col nome ora di Siculi, ora di Sicani, che per me è tutt’uno[9](x01_CAPITOLO_04.xhtml), vi prevalsero, su genti venutevi probabilmente dall’Africa.

Vennero per le Alpi, e prossimamente dall’Illirio, ove ne attestano l’antica presenza quei Siculoti, che ai tempi romani abitavano presso il lago di Scutari o _Labeatis lacus_. Dell’antico progredir loro, volontario o forzato, dal nord al sud, restano le orme nell’onomastica dei luoghi ove abitarono: e ad essi parmi, incominciando, dover riferire il nome dei fiumi del Trivigiano, celebrati nel verso di Dante (_Parad_. IX, 49)

> «E dove Sile e Cagnan s’accompagna»,

e l’altro Sile, del bolognese, che si scarica nel Reno (anche questo riscontro non fuori di luogo), e il Sele che i Greci dissero Silaro, pur tacendo del prossimo torrente di Cagnano. Il fiume Sabato in quel di Rovigo si ripete nel Sabato che fluisce nel Calore in quel di Benevento; vi accenna la denominazione del lago Sabatino, oggi di Bracciano, e rinasce in quella del fiume Savuto, in Calabria. Il Metauro, fiume dell’Umbria, famoso per la rotta di Asdrubale; il Truentus oggi Tronto, nel paese de’ Piceni; il Sagrus, oggi Sangro, in quel dei Peligni fanno riscontro nella regione de’ Bruzii al Metauro, presso l’antica Medma, oggi fiume Marro o Petrace; al Troeis, oggi Trionto, in quel di Cosenza, famoso per la vittoria de’ Crotoniati sui Sibariti, e al fiume Sagra, oggi Sagrano, famoso a sua volta per la vittoria de’ Locresi sui Crotoniati. Aggiungiamo l’_Aesis_, oggi Esino nelle Marche che si perde nell’Adriatico, e i due Esaro, l’uno che si mescola al Coscile in quel di Cosenza, e l’altro presso Cotrone che va al Ionio.

Come negarlo? Sono le orme ancora immanenti del passaggio di vetusti popoli dall’Italia adriatica ai Bruzii, orme che possiamo riferire ai Siculi, ai quali abbiamo associato il nome del Sele, nel paese de’ Lucani.

E se i Siculi furono di razza celtica, e questa dilagò sino all’Iberia, e se i Sicani (parte o affini ai Siculi) furono Iberi, secondo che taluni antichi scrittori ritennero[10](x01_CAPITOLO_04.xhtml), gli è a questa diramazione celtica dei Siculi (anziché ai famosi Pelasgi) che è lecito di riattaccare quelle numerose omonimie topografiche tra le due grandi penisole del Mediterraneo, che moderni investigatori di antiche storie ànno notato[11](x01_CAPITOLO_04.xhtml), a cominciare dal Tiberis o Tebro all’Iberus o Ebro, dall’Eridano al Rodano, dalla Dora al Duero.

Ed io ricorderò, per la sola regione che ci occupa, le città di Eburum, di Vulceium, di Ursentum o Urseium, di Cosa o Consa, che riscontrano ai popoli Cosetani dell’Iberia, agli Ursentini della Betica, ai Vulcae o Volci dell’Occitania celtica, e infine alle tante e tante città di Ebori delle terre celtiche, che non sono, che non possono essere un semplice caso[12](x01_CAPITOLO_04.xhtml); ricorderò ancora una volta il Sele[13](x01_CAPITOLO_04.xhtml), cui riscontra il Sil che dai monti della Galizia corre nel Minho, e aggiungerò che al Tamaris, oggi Timbro, influente nello stesso Minho, fa riscontro il Tammaro, influente nel Calore dell’Irpinia in quel di Benevento. Sono accenni indubbiamente significativi ad affinità celtiche o celto-iberiche di questi più antichi venuti, di cui la memoria degli uomini serbò ricordo. Forse altre genti, ma anonime, ma ferine, casigliane delle caverne, contemporanei alla fauna degli elefanti, e di stirpe turanica, o di culla africana, poté precedere ai Siculi: ma non ànno nome, e non ebbero voce per gli echi della storia. Per la storia sono i Siculi i più antichi arrivati, i più antichi colonizzatori, i più antichi navigatori verso la grande isola, cui dettero il nome, dalla terra ferma da cui furono cacciati.

Ma cacciati da terra ferma in tempi antestorici, è forza ammettere che rimase di loro in terra ferma qualche reliquia[14](x01_CAPITOLO_04.xhtml), se si trovano indicati i Siculi nelle circostanze di Locri, al secolo VIII[15](x01_CAPITOLO_04.xhtml). E forse, se la notizia è giusta, dall’isola ne tornò qualche sprazzo in terra ferma. Ma nell’isola crebbero a popolo che assurse a personalità storica propria; misti, parenti o nemici ai Sicani, e tutti commisti ad altri ignoti elementi etnici venuti dall’Africa[16](x01_CAPITOLO_04.xhtml).

  
_Morgeti_

Con i Siculi stanziati nell’Enotria, si trovano commescolati i Morgeti, nei ricordi di Antioco siracusano e nei cenni di Plinio. Dei Morgeti si sa poco meno del nulla. Strabone li disse cacciati dagli Enotri in Sicilia[17](x01_CAPITOLO_04.xhtml); e argomentando dal nome, fu di avviso fosse fondazione loro la città di Murgantia, che fu non lontana da Catania, e che ai suoi tempi non esisteva più. Un’altra Murgantia era nel Sannio, sul fiume Fortore, ove oggi il posto deserto è detto Santa Maria di Morgara, presso Baselice. Questi i soli indizi di loro presenza in Italia.

Se ci fosse consentito di ritenere anche essi della grande famiglia ariana, potremo per codesto filo risalire all’origine del nome, che indicherebbe o la qualità loro di pastori, mungitori di armenti, o la nòta etnica di popolo forte e valente occupatore del paese[18](x01_CAPITOLO_04.xhtml), e in questo ultimo senso il significato di Murgantia sarebbe di città forte o fortificata[19](x01_CAPITOLO_04.xhtml).

  
_Enotri_

Meno remoto l’arrivo degli Enotri, che è l’anello di congiunzione tra i tempi storici delle colonizzazioni elleniche e i tempi delle tradizioni leggendarie. Stanziarono per la regione interna, che va dal golfo di Taranto al golfo di Posidonia o di Salerno e fu poi il paese dei Lucani; e partendo primamente dalle terre sul golfo jonio o di Taranto, si avanzarono gradatamente per l’interno e discesero sulle coste del Tirreno, ove fu Velia e Posidonia o Pesto. Gli isolotti sparsi a brevi distanze dal lido posidoniate ebbero per loro (se non da loro) il nome di Enotridi; ed Elea fu fondata dai coloni focesi su territorio che Erodoto dice degli Enotri, nel secolo VI a.C.[20](x01_CAPITOLO_04.xhtml). L’Alburno, che è la grande prominenza montuosa, prossima al mare pestano, ricorda, a testimonio, la Liburnia, onde vennero essi e i Japigi. Crescendo di popolo, si estesero per tutta quella penisola che fu poi stanza dei Bruzii. Antioco e i più antichi scrittori di cose italiche portano l’estremo confine dell’Enotria, fino allo stretto di Sicilia. Non avanzarono però dal sud verso il nord della penisola italica, alle rive del Tevere. Questo altro non è che un riflesso, ma falso, della tradizione degli eruditi, che porta Evandro di Arcadia tra i Latini del Tevere; e gli Enotri, secondo essa, venivano di Arcadia. Crebbe forza all’equivoco la trasformazione del nome geografico di Enotria in quello di Italia, poiché se l’Italia comprese le regioni del Tevere anche gli Enotri furono sul Tevere.

Che nelle regioni della Lucania fossero giunti gli antichissimi Enotri nello stato di gente semi-barbara, piuttosto prossimi alle condizioni della vita nomade che all’agricola, si potrebbe arguire dalla leggenda stessa d’Italo; il quale, divenuto che fu loro capo o re, fece sì che lasciassero il vivere randagio, e si assettassero. Ma nel corso dei secoli i germi di quella civiltà, di cui la vita agricola contiene i semi, fruttificarono. È tradizione ricordata da Aristotile che Italo stabilì tra loro le _sissitie_, indizii di costumi umani e civili. Aristotile stesso soggiunge che il costume delle «sissizie» esisteva ancora a’ suoi tempi fra quelle enotrie o già enotrie popolazioni; e questo si legge non senza maraviglia nel grande scrittore. Ma se sissitie vuol dire «banchetti in comune,» io credo indichino istituti, tra religiosi e civili, di feste solenni, con banchetti rituali intorno ad un santuario comune a più cantoni o tribù, legate tra loro da un qualche vincolo federativo. L’agape in comune era pasto rituale della solennità religiosa, condotta ad offerte o spese comuni alle tribù pel santuario federale. In questo senso le reliquie di antichi riti non ci maraviglieranno di soverchio, se le si incontra ai tempi di civiltà progredita[21](x01_CAPITOLO_04.xhtml).

Gli Enotri pervennero in Italia dall’Illirio, sia dalle coste sull’Adriatico, sia da quelle sul Jonio. Un misto di popoli, varii di nome e di linguaggio, occuparono ai remoti tempi l’antica regione che i Greci dissero Tracia, la quale si estese, secondo gli antichi limiti, fino al Danubio. Di là vennero man mano sulle terre italiche. Non appartennero al ceppo italico, umbro-sabellico: distinti dagli Ausonii, distinti dagli Oschi, non si possono dire di stirpe osco-ausonica.

Le omonimie topografiche sull’una e sull’altra sponda dell Adriatico e del canale Jonio sono molte e recise; e quelle della penisola salentina o della Japigia sono affatto caratteristiche.

Sulle terre illirico-liburnee gli antichi scrittori ricordano popoli denominati Peuceti e Japidi; dai quali ultimi venne nome alla Japidia, che era parte dell’_Illiria-Barbara_, e si estendeva a mezzodì sino al fiume Tedanius[22](x01_CAPITOLO_04.xhtml) che oggi è il Zermagno. Strabone accenna ai popoli Galabri nell’Illiria[23](x01_CAPITOLO_04.xhtml); e nell’Illiria altresì erano tanto i Siculoti di Plinio e di Tolomeo[24](x01_CAPITOLO_04.xhtml), quanto la città di Salento[25](x01_CAPITOLO_04.xhtml). Si ha dunque l’addentellato primo alle antiche denominazioni di Japigia, di Calabria, di Salentia e di Peucetia, per la penisola di Terra di Otranto e delle contermini spiaggia pugliesi. Né mancano significativi riscontri di città e di fiumi. Gli Slupini o Lupini sono nominati da Plinio tra i Japidii al nord di Jadere; e la parola ricorda l’antica Lupia, oggi Lecce; Metulum, Andretium, Galatium, Plerae, Menebrium, Arupium, furono città e castelli dell’Illyrium, che richiamano al pensiero le denominazioni delle odierne città di Matera[26](x01_CAPITOLO_04.xhtml), di Andria, di Galatina, di Minervino, di Ruvo, e dell’antica Plera segnata nella Tavola Peulingeriana. Il fiume Genusius che è non lontano da Dirachium, epirota, ricorda Genusium della Peucetia. La stessa celebre Taranto, che la leggenda greca fece edificata dall’eroe mitico Falanto, si riattacca evidentemente ai popoli Taulantini che abitarono sulle coste dove oggi è Aulona, nella valle del Genusus, di fronte alla penisola Salentina. E quegli stessi _Partenii_ che la leggenda medesima faceva congiunti a Falanto per fondare Taranto[27](x01_CAPITOLO_04.xhtml), sono invece e indubbio riflesso dei _Parthini_, popoli che stanziarono all’est di Epidamno o Durazzo[28](x01_CAPITOLO_04.xhtml). Congiunte insieme le due genti esse fondarono Taranto.

E dalle coste epirotiche ove fu l’antica regione denominata Chaonia, vennero i Conii o Coni, che parte etnica degli Enotri, abitarono con essi lo estremo lembo d’Italia al mare Jonio, dal fiume Acalandro (che è la Salandrella di oggidì) nella Lucania fino oltre al sud verso il promontorio Lacinio presso Cotrone. In questo spazio di paese furono quelle che sono dette fondazioni loro antichissime dallo stesso geografo, cioè Crimissa, Conia, la duplice città di Pandosia e il fiume (per molti scrittori duplice anche esso) di Acheronte.

A queste omonimie, ben note agli eruditi, aggiungo l’altra del fiume _Charadrus_ (oggi fiume di San Giorgio), che si scarica nel golfo ambracico ovvero di Arta, e la città di _Charadra_ (oggi Rogus) nell’alta valle del fiume stesso; il quale fiume trova riscontro nell’_Acalandrum_ della Lucania, che si versa nel golfo Jonio, e che se oggi è detto, in forma diminutiva, la Salandrella (a fine di distinguere il fiume dal paese detto di Salandra sulle sue sponde), invece, al medio evo, in carte greco-italiche, è detto appunto _Chelandros_, e in carte latine Salandra[29](x01_CAPITOLO_04.xhtml). Anche il nome di _Cichiros_ che fu città della Tesprozia non lontana dalla Pandosia epirotica presso le foci dell’Acheronte[30](x01_CAPITOLO_04.xhtml), trova riscontro da noi sul Jonio, dove non lontano dall’antica Metaponto e dall’odierno paese di Pomarico, si veggono ancora reliquie di una antica città, che oggi ancora è detta il Castro-Cicurio[31](x01_CAPITOLO_04.xhtml).

Né questi i soli riscontri. Aggiungeremo inoltre i Prustae o Peirustae[32](x01_CAPITOLO_04.xhtml), popoli che abitavano a destra del fiume Drilo o Drin, tributario al mare di Dulcigno, i quali riscontrano agli Aprustani ricordali da Plinio tra i Bruzii, la cui città di Aprustum credono risponda all’odierna Argosto presso Cosenza. Aggiungeremo la città di Consintum nella Macedonia che si ripete in Consentia dei Bruzii; e gli stessi Bruzii riferiremo sia a quei popoli Breuci, che, come i Peirusti, sono detti da Strabone[33](x01_CAPITOLO_04.xhtml) gente della regione Pannonica che si estendeva fino alla Dalmazia, sia a quell’isola di Brattia, una delle Liburnidi, oggi Brazza, di fronte alla Dalmazia. — Che più? Anche i fondatori primi della Venusia appulo-lucana possono riattaccare le origini loro ai Bennassii della Tracia[34](x01_CAPITOLO_04.xhtml), e i popoli Bantini della Lucania alla Bantia che era città posta sul fiume Haliacmon (oggi Vistritza) della Macedonia. Né tacerò di Celetrum sullo stesso fiume, cui potrebbero riferirsi le primissime origini dell’odierno Calitri, sul confine tra l’Irpinia e la Lucania. Una Tebe detta lucana, pure scomparsa ai tempi di Catone, si richiamerebbe alla omonima città della Tessaglia, sede appunto di quei popoli pelasgi a cui i vecchi scrittori congiunsero gli Enotri. Del monte Alburno presso il mare di Posidonia abbiamo parlato.

Sono tutti e del tutto accidentali questi riscontri? Sono troppi ed in una stessa regione rintracciati, e non si può giudicarli del tutto dovuti al caso. Essi riflettono indubbiamente antichissime trasmutazioni di genti dalle coste illirico-epirotiche alle coste tarantino-lucane d’Italia. Di cotesto vario e misto flutto di gente furono, a nostro credere, gli Enotri; i quali se dominarono (secondo le antiche testimonianze) dalle terre della Japigia fino allo stretto siculo, gli è forza ammettere che furono genti, popoli o tribù numerosissime.

Se il nome di Enotri deriva, come altri pensa, dagli Eneti, che, abitatori di terre illiriche[35](x01_CAPITOLO_04.xhtml), divennero famosi nel nome di Veneti, vuol dire che cotesta gente, primeggiando per forze di guerra o di virtù civili sulle altre varie e molteplici, ne ebbe il dominio, e le assorbì tutte nel proprio nome.

  
_Conii_

Ma non poté assorbire i Conii o Caonii, se il loro nome non fu cancellato nelle antiche memorie. Lotte non meno lunghe che sanguinose, dovettero aver luogo tra loro, senza dubbio. Un tempo e in qualche cantone del paese abitato dai Conii ebbero forse a prevalere gli Enotri; se può tenersi per vero quel dato della storia-leggenda, che i re Enotri ebbero per sede regale la città di Pandosia[36](x01_CAPITOLO_04.xhtml), che fu indubitata fondazione dei Conii. Antioco di Siracusa disse i Conii «gente enotria ben composta» che pare voglia dire aggiustata a civili ordinamenti[37](x01_CAPITOLO_04.xhtml). Ma se il nome non fu spento, vuol dire che una parte almeno della gente sopravvisse autonoma. E questa parte io credo fu quella, che, a notizia di Antioco stesso, occupò le terre alle spiaggie del Jonio verso il paese che fu poi la Siritide; ma che prima appunto ebbe il nome di Conia. Ma o autonomi o misti agli Enotri, non stanziarono altrimenti che lungo le spiaggie del mare Jonio dal capo Lacinio alla foce del fiume Acalandro. Gli Enotri invece abitarono l’interno.

  
_Mura ciclopee_

A chi domandi se ancora esista qualche orma visibile di queste remote famiglie di popoli sulle terre che essi abitarono dal golfo di Taranto al golfo di Posidonia, si può rispondere che è probabile siano opere loro quelle costruzioni poderose che un tempo erano dette ciclopiche, o che fu poi moda, ai tempi nostri, di dirle pelasgiche.

Noi le riferiremo agli Enotri. Ma in questa indagine, non è detta l’ultima parola; le indagini del dimani crolleranno forse quelle, affrettate e superficiali, dell’oggi. Aspettiamo. E in aspettando, ecco i fatti[38](x01_CAPITOLO_04.xhtml).

Di costruzioni ciclopiche, o, come le dissero, pelasgiche a difesa di castelli o città fu già recisamente negata l’esistenza per la regione basilicatese[39](x01_CAPITOLO_04.xhtml); ma il caso o più diligente ricerca ne ha fatto incontrare qui e qua molte reliquie a più recenti esploratori: e sarà pregio dell’opera di venirle indicando, sulle orme loro.

E muovendo dalla valle del Sele, è già tempo che vennero indicati avanzi di mura ciclopiche presso Eboli, che è l’Eburum dei Lucani, ma già antichissima sede di gente celto-iberica, che pure testè abbiamo riferita ai Siculi[40](x01_CAPITOLO_04.xhtml). Presso Buccino (l’antico Vulcejum) si veggono due gruppi ancora in piedi di enormi blocchi di pietra sovrapposti gli uni agli altri senza cemento: e sulla fronte di uno di quei massi è rozzamente scolpito un phallus[41](x01_CAPITOLO_04.xhtml), che, simbolo di deità averrunche, si trova non di rado improntato sopra molte delle antichissime opere ciclopiche che ancora esistono in Italia[42](x01_CAPITOLO_04.xhtml). Nell’alta valle del Tànagro, che è un influente dello stesso Sele, tra le poche reliquie di un’antica città, presso la odierna Padula, che sono dell’antica Consilinum, oltre gli avanzi di un’arx di _opera incerta_ che il Lenormant stimava degli ultimi tempi della repubblica romana, si veggono esistenti larghe testimonianze di una più antica cinta fortificata; un recinto di mura costruite di enormi blocchi di pietra calcarea a figura di parallelogrammi irregolari, messi l’un sull’altro senza cemento ed in istrati manifestamente orizzontali, ma con gli spigoli a linea men verticale che obliqua, che è la varietà meno antica e più perfezionata di quel sistema di costruzioni primitive che usa dire ciclopiche o pelasgiche[43](x01_CAPITOLO_04.xhtml). Anche ad Atena non lontano dall’abitato, avanzi di informi opere ciclopiche, ma di diverse età, una antichissima a massi divelti alla terra di straordinaria grandezza, l’altra meno antica che addimostra un qualche uso de’ metalli[44](x01_CAPITOLO_04.xhtml). Nella valle del fiume Platano che si scarica nel Tànagro medesimo, altri avanzi e soprammodo notevoli quelli presso Muro-Lucano; altri presso Baragiano. Quei di Muro, sì nella contrada detta Raia-di-S. Basile, ove si crede fosse il posto dell’antica Numistro, e sì nell’altra contrada in collina che è detta Serra-la-Scala, sono strati di poligoni irregolari soprapposti senza cemento, informi piuttosto, e senza indizio di lavoro fabbrile[45](x01_CAPITOLO_04.xhtml). Anche a Banzi, l’antica Bantia, ne videro qualche traccia; e altre a Tortora, ove oggi si alloga l’antica Blanda[46](x01_CAPITOLO_04.xhtml).

A Velia, che era l’antica Elea sul Tirreno, risalta frammezzo ai molti rottami di costruzioni elleniche e romane, e sul dinanzi del castello che è opera mediovale, un grande pezzo di muro che il Lenormant è di avviso sia anteriore agli Elleni.

> «La costruttura di cotesta opera (egli dice) non è la isodoma ellenica, ma di un più antico sistema; sono blocchi di pietra, tagliati con cura sì, ma in poligoni irregolari, che dei loro spigoli si connettono gli uni negli altri, senza formare però, strati orizzontali. Fondata che fu Hiela dai Focesi nel 536 a.C., non si può ammettere che in quell’epoca gli Elleni abbiano tuttora adoperato un siffatto sistema di costruzione; è da credere invece che quella muraglia facesse parte di una fortezza anteriore allo stabilimento dei coloni focesi, e servisse a difesa di qualche borgata dei Pelasgi-Enotri»[47](x01_CAPITOLO_04.xhtml).

Altre e non poche reliquie dello stesso genere ha, in questi ultimi anni, rinvenuto il benemerito scovritore di cotesti rudi monumenti dell’industria ciclopica dei più remoti abitatori della Lucania[48](x01_CAPITOLO_04.xhtml). Sarebbero qui e qua per tutta la vasta distesa della regione di Basilicata; e propriamente a Tempa-Cortaglia[49](x01_CAPITOLO_04.xhtml) tra i paesi di San Mauro e di Accettura, a Croccia-Cognato ed in altri, tre o quattro punti elevati[50](x01_CAPITOLO_04.xhtml) del gruppo montuoso che è l’ampia boscaglia detta di Gallipoli e Cognato tra Accettura ed Oliveto, come pure a Castro-Cicurio che è presso Pomarico nella valle del Basento, a Monte Coppola nella valle del Sinni; ed altri presso il paese di Cerchiosimo nella valle del Sarmento, influente del Sinni stesso[51](x01_CAPITOLO_04.xhtml). Notevoli sopratutte quelle a Monte Coppola, e a Croccia-Cognato.

Monte Coppola è presso il paese che oggi è Val-Sinni, ed ieri era detto Favale. Ivi sull’alto del prossimo monte esiste ancora una cinta di mura che misurarono 1160 metri di ampiezza, interrotta però largamente da un lato; non lontani da essa altri 360 metri di un avanzo di muraglia che cingeva forse l’acropoli. Le mura hanno uno spessore di cinque metri; i poligoni, l’un per l’altro, un metro lunghi per quattro di altezza. Non informi del tutto; ma ridotti in figura pressoché regolare dal lavoro dell’uomo, indicherebbero un grado più avanzato di civiltà, nella gente che le venne elevando. È ignoto alla memoria degli uomini il nome di questa antichissima sede di popoli.

A Croccia-Cognato, tra Accettura ed Oliveto, una vera città ciclopica, se, come calcola lo scrittore che esplorò la superficie del luogo, la cinta esterna ebbe un perimetro di 1340 metri e la cinta interna, a forma riquadrata che sarebbe stata l’acropoli, di 679 metri. Non tutto questo perimetro era chiuso a mura artefatte, ma solamente Ià dove la roccia naturale faceva difetto alla difesa. Di queste mura rimangono, più appariscenti, quattro o cinque gruppi; uno de’ quali della lunghezza di 13 metri, l’altro di 24, a due strati sovrapposti di massi. Tratti dalla pietra arenaria del luogo, che di sua natura si distacca agevolmente e in linee regolari, essi parrebbero ruvidamente sì, ma dalla mano d’uomo lavorati. Sono parallelepipedi che da 75 centimetri vanno fino ad un metro di lunghezza e 54 centimetri di altezza. Lo spessore delle mura va dai quattro ai sei metri. Nè vuolsi omettere che nell’arca di questo recinto si rinvennero, a breve profondità, frammenti di rozze terre-cotte, e cocci di vasellame fatto a mano, non al tornio[52](x01_CAPITOLO_04.xhtml).

Ulteriori indagini verranno, senza dubbio, ad accrescere la notizia del numero e del campo topografico di tali trovamenti: già se ne videro traccia ad Altamura, a Manduria, a Conversano in quel di Bari: ed anche di recente, ne incontrarono d’ignoti e ignorati per la prossima regione del Cosentino[53](x01_CAPITOLO_04.xhtml).

Questi sono i dati di fatto, che raccolgo dalle relazioni degli osservatori dei luoghi. Occorrono ulteriori indagini, ulteriori studi. È facile, intanto, osservare che coteste ora indicate reliquie di opere ciclopiche sono, la più parte, di epoca meno antica, perché dalla regolarità della sagoma del macigno messo in opera si argomenta l’uso dei metalli.

Escludendo quello speciale popolo Pelasgo, di cui fu parlato di sopra, si può dire che siano fattura di quelle genti enotriche, che pervenute nella regione un mezzo millennio prima di Sibari e dei Lucani, ebbero nel progresso del viver loro, l’uso de’ metalli, se pure la presenza del ferro è attestata dalle tombe nelle prossimità di Sibari, che ci parvero, come si dirà, di genti enotrie.

Ma non si potrebbe escludere che le più antiche, le più informi fossero opera di Siculi, se questi abitarono il paese prima degli Enotri. Né io posso del tutto escludere che quelle reliquie di più regolare fattura, quali vengono indicate ad Eburum, a Vulcei, a Numistro fossero opera piuttosto de’ primi Lucani. E perché no? Sono opere nate dal bisogno della difesa; che è istinto naturale all’uomo. E quando non sia ancora noto l’uso del cemento, che può tenere in piedi congiunte pietre di poca mole, è più consentaneo a natura che egli si sforzi a metter su un qualche resistente riparo, mercè massi di mole più grande, là dove la qualità del luogo ne appresti la materia.

  
_Città enotrie_

Quali nomi si ebbero queste antichissime stazioni umane è ignoto del tutto. Si sanno i nomi di talune che furono indicate come città degli Enotri, ovvero in Enotria; che, a dir vero, non sarebbe la stessa cosa. Stefano, il geografo dei tempi bizantini, ne raccatta e ricorda il nome di dodici[54](x01_CAPITOLO_04.xhtml) e sono: Arinto, Artemisio, Bristacio, Citerio, Cossa, Drio, Erimo, Ixia, Melanio, Menecina, Patico e Ninea. E il Barrio, nella consueta e recisa sicurezza delle sue informazioni, è pronto a dirci a quali paesi esse corrispondano dell’odierna Calabria. Al Barrio tiene bordone quella grande corruttrice della storia che è la boria municipale; e a questa, fa coro la presunzione stessa dello spirito umano, che, come la natura degli scolastici, abborre dal vuoto, e, per non confessare ignoranza, afferma invece e conferma un contenuto storico di fantasia. Se quelle dodici città furono stabilimenti di Enotri, è duopo ricordare che agli Enotri le tradizioni storiche dell’antichità assegnano per dimora tutto il territorio che si estende dalla Japigia allo stretto siculo, e non unicamente la Calabria bruzia. E se il vecchio Barrio può schivare il ridicolo, non può schivarlo chi dei moderni ripete, per esempio, che Patico risponde a Paola odierna, Citeria a Cerisano, Bristacio a Briatico, e giù di lì. La medesimezza di una sillaba parve nòta bastevole alla identità delle due parole!

Di quelle dodici città, Arinto e Menecino potrebbero, forse, reclamare affinità, ancora superstiti, con Mendicino e con Renda, che è paese presso Cosenza, oppure con Arinto che è fiume affluente nel Crati: e il nome di Cossa potrebbe probabilmente rispondere alla odierna Conza, che è certamente di antichissime origini sugli Appennini al confine fra l’Irpinia e la Lucania. L’Ixia dicono rispondesse ad una città detta Asia, nota da qualche rara moneta e in dipendenza di Reggio. Delle altre tutto è ignoto.

Che le varie antichissime genti, abitatrici del paese interno che si disse la Enotria, fossero di stirpe ariana, si può supporre con buon fondamento; l’analisi dell’onomastica topografica più antica ne presta gli argomenti.

I nomi dei fiumi sono di quelli che più resistono alle mutazioni delle genti rivierasche, nel corso dei tempi. Il nome del fiume Siris o Sinno, del Serrante, del Sarmento, del Sera-potamo, del Sauro, dello Sciàura o Sora, del Silaro o Sele che scorrono per la regione lucana, quello di Esaro, che si ripete due volte presso Sibari e Crotone, rampollano manifestamente dalle radici sanscrite «sar» _ire_ e _fluere_; «sol e sel» _ire_ (onde «salila» e «sara» _acqua_) e «snu» _fluo_. La denominazione di _Calore_ a due fiumane della Lucania, e all’altra nella regione degli Irpini, potrebbe riattaccarsi alla radice «cal» _ire_.

Delle antichissime e già da remoti tempi scomparse città prelucane di Scidro e di Lagaria, questa si può riattaccare al sanscrito «nagara» _urbs_; e Scidro al tema «cidra» _cavitas_ o caverna; ed avrebbe l’origine stessa ed il valore dei tanti odierni nomi di odierni paesi, Grottole, Grottaglie e simili. Ad identica origine si può riferire Crotone, e propriamente da «garta» caverna. Se il primitivo significato della vetusta Lagaria è _urbs_, quello dell’antico Grumentum è _pagus_, dal tema «grâma»[55](x01_CAPITOLO_04.xhtml). La città di Antia, che gli oschi ed ellenici cimelii, già scoverti per le sue terre, mostrano antichissima, e che nel medio evo, in grazia della sua postura topografica, fu detta _munitissimum oppidum_, io riferisco al sanscrito «ansala» _fortis_. Valva, nell’alta valle del Sele, dalla radice _val_ o _var_ valse un recinto coperto, ed anche forte si da respingere inimici. Che più? il significato della parola «Vùlture» — quel nome del famoso monte che ha dato occasione, nella letteratura archeologica napoletana, ad un libro famigerato in cui brilla il buon senso per la sua assenza, — quel nome lo si deriva regolarmente dal sanscrito «guatila» che vale _flammans_ e _flagrans_. E vuol dire che ai fuochi, ultimi forse, ma ancora vivi del potentissimo vulcano, si aggiravano popoli sulle terre d’intorno;[56](x01_CAPITOLO_04.xhtml) e questi di origini arie.

Se gli Enotri arrivarono in Italia diciassette generazioni prima della guerra di Troja (è Dionigi di Alicarnasso[57](x01_CAPITOLO_04.xhtml) che se ne fa garante), essi avrebbero durato autonomi un ben lungo periodo di tempo, cioè fino al secolo VII a.C. Nel 720 fu fondata Sibari; e nello sviluppo di sua maravigliosa civiltà estese sì largamente l’imperio suo, che potè sottomettere, serve o tributarie, gran parte delle genti enotrie. Quelle che restarono estranee al dominio di Sibari, o di un’altra delle più potenti città elleniche delle coste, vennero in soggezione dei Lucani, al costoro avvento. Con questi si fondono e confondono: e il nome di Enotri e di Enotria sparisce. Altre tradizioni greche li cancellano dalla storia assai prima dei Lucani; poiché li dissero soggiogati dagli Itali, che mutarono il nome di Enotria in quello di Italia. Ma di cotesti Itali e del nome di Italia, parleremo nel capitolo che segue.

  
_Fenicii_

Qui invece occorre di ricordare un altro popolo, di cui le tradizioni greche intorno all’Enotria non fanno parola; e sono i Fenicii. Assai prima degli Elleni essi fondarono, se non imperii, fattorie e colonie intorno intorno al bacino del Mediterraneo; e passando lo stretto di Gades, si spinsero oltre verso il mezzodì fino alla Senegambia, e verso il settentrione fino alle isole dello stagno. In tanto ardimentoso periplo, se colonizzarono le coste della Sardegna non meno che quelle della Sicilia, non potrebbe dubitarsi non rimanessero intentate le spiaggie dell’Enotria. Le antichissime miniere di rame di Temesa, l’abbondante ed eccellente pece della grande selva silana, il mare di Taranto, — pescoso di quella delicata conchiglia onde veniva fama tra tutti alle stoffe purpuree di Sidone e di Tiro, — danno argomento probabile a stabilimenti fenicii sulle coste orientali della penisola.

Ma altro genere d’indizii sovvengono a complemento. Il nome di Malaca o Macala[58](x01_CAPITOLO_04.xhtml) all’antichissima città che precesse alla Petilia di Filottete, ci richiamerà ad antichi stabilimenti fenicii, se vorremo ricordare il punico nome di Malaca alla famosa città delle coste iberiche, o il nome di _Malqaa_ ad un quartiere di Cartagine. All’antica Malaca, del Bruzio, erano non lontane miniere, di cui oggi ancora fanno testimonianza postuma i nomi di San Marco Argentano e di Longobucco[59](x01_CAPITOLO_04.xhtml). A questa stessa Malaca succede la città ed il nome di Petelia, che è spiccicato il punico _Beth-El_ «casa di Dio» ed indica o l’antico posto di qualche tempio fenicio, o piuttosto di quelle «pietre sacre» che i Greci dissero appunto _betyles_; e che di forma conica, od ovoidi, o piramidali, erano o il simbolo o la casa simbolica del Dio dei culti fenicii. Di tali «pietre sacre» si sa che n’esistevano nei tempii a Biblos, ad Emesa in Siria, a Pafo in Cipro, sede dei Fenicii[60](x01_CAPITOLO_04.xhtml). E a questa Emesa di Siria ed alla Temesa di Cipro stesso ci richiamerebbe la Temesa del Bruzio, con le sue miniere di rame[61](x01_CAPITOLO_04.xhtml), sì antiche, che erano già esauste ai tempi di Strabone. Anche Terina e Lao, prossime a Temesa, possono per certi rispetti far risalire a stabilimenti punici le origini loro anteriori agli Elleni, che le riferivano ai compagni di Ulisse[62](x01_CAPITOLO_04.xhtml). E potrebbe riferirsi all’Ercole Tirio, o Malkarte, quel cane di Ercole, dal quale, secondo la leggenda, venne ai Tarantini scoverta la tintura purpurea della conchiglia del loro mare. Anche sulle coste dell’Epiro ebbero stabilimenti i Fenici; od una città delta appunto Fenice è ricordata nell’antica Chaonia.

La cresciuta potenza di Sibari e i grandi commerci dei Milesii con questa ed altre città italiote, non permisero prendessero piede in Enotria, come in Sicilia, colonie fenicie importanti; e allo stabilirsi delle colonie elleniche le fattorie fenicie disparvero.

  
#### NOTE

[1.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) _Hist. Nat_. III, 10.

[2.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Lib. VI, 388 (Cito dalla ediz. _Amstelaedami_, 1707):

> _Antequam in Italiam Graeci venissent, nulli erant Lucani, sed Chones et Oenotri, loca ea possidebant_.

[3.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) _Iliade_, 24, v. 600\. I figli di Niobe:

> Nove volte il Sole
> 
> Stesi li vide nella strage, e nullo
> 
> Fu che di poca terra li coprisse;
> 
> perché converso in dure pietre avea
> 
> Giove la gente.

[4.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Conf. _I Pelasgi nell’Italia antica, lettura di L. Schiaparelli_ (Negli _Atti dell’Accademia di scienze di Torino_, nel 1879; ed a parte). Torino 1879.

I Pelasgi rivivono, ai nontri giorni, nell’opera dotta del P. DE CARA; che trae l’origine della parola da un vocabolo egizio (_var, val, fral = migrare_): Gli Hethei-Pelasgi, ricerche di stor. e di archeol. orientale, greca, italica del P. CESARE A. DE CARA, vol. I. Roma, 1894\. — Ma per quanto può aver riflesso alle nostre storie, non mi è dato di seguire le dottrine etimologiche di questo libro.

[5.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Intende, senza dubbio «in Arcadia» — DIONIGI, _Antiq_. I, 5.

[6.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) STRAB. VI, 395.

[7.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Vedi: H. D’ARBOIS DE IUBAINVILLE, _Les premiers habitants de l’Europe, etc. Tome deuxième_. Paris, 1894, p.ag. 60 e _pass_.

[8.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) A detta di TUCIDIDE, Lib. VI, 2.

[9.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Siculi e Sicani, come Turduli e Turdetani, Bastuli e Bastetani, e forse Hispalis (Sivigliano) e Hispanus. Virgilio, anche egli, li fa tutto uno (VII, 7-328; XI, 317); non Strabone. Micali ed altri li credono diversi. Ma la radice delle due parole è la stessa.

[10.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) TUCIDIDE, VI, 2 e FILISTO presso Dionigi, I.

[11.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Vedi in VANNUCCI, _Stor. ital. ant_. al cap. II, _Schiar_; e conf. CANTÙ, _Stor. Ital_. I, cap. 2°, e MICHELET, _Hist. de France_, nei chiarimenti al libro I.

[12.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) _Ebura_ dei Turduli della Betica; _Eburobritium_ dei Lusitani; _Eburobriga_ ed _Eburodunum_ in Gallia; _Eburacum_ in Bretagna; gli _Eburones_ sulla sinistra del Reno; _Eburovices_ in Normandia; _Ebura_ oggi Eure…, ed Eporedia, o Ivroa, in Italia.

[13.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Leggo nel PICTET, _Les origines Indo-européennes_, Paris, 1877, pag. 159-1:

> «La forma _sil_ (sanscrito) si trova nell’irlandese _silim_, colare, _silt_, flusso, goccia: onde farebbe presumere un’origine celtica al Silis della Venezia, al Silarus della Cisalpina e della Campania» (cioè Lucania).

[14.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Il vecchio storico della Lucania (ANTONINI, _La Lucan._ I, 59) mise innanzi, con manifesta compiacenza, una singolare opinione, che altri eruditi napoletani ripeterono dopo di lui (CORCIA, _Op. cit_. III, 21). Egli trovava la prova ancora vivente dei remotissimi Siculi e Morgeti nei due paeselli detti _Sicili_ e _Morigerati_, nel Cilento. Ma queste sono denominazioni dei tempi medioevali, derivate propriamente dai greci bizantini, come si dirà a suo luogo (vedi al vol. II, cap. IV, pag. 135).

[15.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Però della presenza dei Siculi in quel di Locri ai tempi storici è lecito dubitare; e ne debitava il CLUVERIO, _Ital. Antiq_. pag. 799\. Anzi HEYNE (_Opusc. Acad_. II, 49), dopo aver riferito il luogo di Polibio, che disse:

> _Locros com Siculis, qui illas terras tenebant, foedus pepigisse_, etc., aggiunge: _Potuit tamen simile quid de barbaris narratum esse, qui haec loca incoluerant: eos Siculos fuiste post haec aliquis scriptor de suo adjecerat_.

[16.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) In questi ultimi anni, alcuni dotti investigatori delle antichità egizie, hanno letto nei geroglifici delle tombe di Karnak e di quelle, meno antiche, di Medineh-About i nomi di Shakalash, di Shardoun e di Thursana, che uniti e confederati con Achei o Licii, avrebbero invaso l’Egitto ai tempi del Faraone Menephtotoh, ovvero Amenofis dal quale furono vinti e scacciati. Il fatto rimonterebbe al XV secolo avanti Cristo: e il nome di Shakalash credettero ricordasse proprio i Siculi della grande isola del Mediterraneo, e gli altri nomi avvisassero ai Sardi ed ai Tirreni. Di qua induzioni circa un grado di civiltà alta e potente a quei Siculi della grande isola. Ma la identità de’ nomi a quei popoli non è ammessa da altri scrittori, che la parola di Shakalash riferiscono invece agli abitatori di Sagalassas nella Pisidia, e di altri popoli dell’Asia minore. Più che d’Itali o di Osci (Uashashan, anche questo nome vi fu letto) come altri pretese, fu una federazione o invasione di popolazioni libiche quella che i monumenti di Karnach o Medineh-About ricordano. Non potremmo, dunque, ritrarre da questi barlumi un qualche filo di luce per casa nostra.

[17.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) STRABONE, VI, 395.

[18.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) In Sanscrito la radice marg, mrg’ è _mulgere_: Mure è _valere_, _potentem esse_, ed _occupare_, _penetrare_.

[19.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Sarebbe una illusione l’accostare il nome di Morgeti alla regione delle «Murgie» nella Terra o provincia di Bari. _Murgia_, nel dialetto vivente dei paesi dell’appennino appulo-lucano, significa una grossa pietra, informe, quasi radicata entro terra, ma che può trovarsi anche alla superficie. E le «Murgie» del Barese significano appunto la linea di colline della Puglia-Petrosa, in opposizione alla Puglia-Piana. La parola murgia si riaccosta a muro.

[20.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) PLINIO, Hist. nat. III, 7\. Contra Veliam Pontia et Iscia: utraeque uno nomine Oenotrides, argumentum possessae ab Oenotris Italiae. — ERODOTO, lib. I, § 167.

[21.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) In CURTIUS, _Storia Greca_ (I, p. 438, Torino, 1877) si legge:

> «Gli Enotri, i quali abitavano il declivio delle montagne (d’Italia) verso il mare, e i Caoni o Coni andavano famosi per la loro squisita civiltà».

Qui è un’eco, indubbiamente esagerata, delle _sissitie_, ricordato da Aristotile: del resto, anche il poeta dell’Eneide salutava la _terra antiqua potens armia, alque ubere glebae_, ecc.

[22.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) PLINIO, IV, 25.

[23.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) STRABONE, lib. VII, 486.

[24.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) PLINIO, _ibid._ — TOLOMEO, II, 17.

[25.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) In Dalmazia: come dalla Tavola Peutingeriana, e dall’itinerario di Antonino.

[26.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) _Metulum_, più probabilmente Matera che Mòttola: Matera in origine _Mateola_, che è conforme appunto a Μετουλον come è scritta in STRABONE (lib. VII, 483) il nome di quella città dei Japidi o Japodi. Mòttola invece non è che il diminutivo di _Motta_, parola del basso-latino, con significato di Castello o luogo elevato e fortificato.

[27.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) STRAB. IV, 278.

[28.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) STRAB. VII, 502.

[29.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) In una carta scritta in greco del 1125 è detto _Chelandros_: vedi nel _Syllab. graecarum membranarum_. Napoli 1805, pag. 127\. — In un diploma del 1124, viene donato al Monastero di San Michele Arcangelo di Montescaglioso _dimidiam partem de terratico terrarum adjacentium inter Basentum et Salandram_, che certamente è il fiume. (Nella _Histor. Monasterii Sancti Michaelis Arcang. Montis Caveosi_. Napoli, 1746, pagine 156-57).

[30.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) STRAB. VII, 499.

[31.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Questa omonimia fu già indicata dal CORCIA, _Op. cit_. III, 325\. Per Ie rovine di Castro-Cicurio, vedi RINALDI, _Notizie storiche di Miglionico, precedute da un sunto sui popoli dell’antica Lucania_. Napoli, 1867, pag. 57.

[32.](x01_CAPITOLO_04.xhtml)  STRAB. VII, 483.

[33.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Lib. VII, 483.

[34.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Ap. CORCIA, _Op. cit_. III, 552\. — STEFANO, _ad v. Bennu_. — Il LUPOLI pubblica nel suo _Iter Venusinum_ (Napoli, 1793, pag. 255) una iscrizione osca, in caratteri dell’alfabeto osco (non interpretata ancora, che io sappia) nella quale alla terza linea si legge _Biinusiessi_ (o _Viinosiessi_?), e, credo giustamente, per Venosa o Venosini.

[35.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) In STRABONE, VII, 830: _Maeandrius Henetos e Leucosyris profectos Troianis in belloopem tulisse ait: inde eum_ Thracis _avectos, sedes posuisse in Adriae sinus angulo_.

[36.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) STRAB. VI, 393.

[37.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) STRABONE, nel lib. VI, 391, riferisce il concetto di Antioco:

> _Successu autem tempore ait_ (Antiochus) _Italiae nomen fuisse, et Oenotriae propagatum usque ad Metaponticam et Sirenitidem_ (o _Siritidem_) _regionem: habitasse enim ea loco Chonas, gentem Oenotricam satis compositam_ (κατακοςμουμηνεν)_; territorioque nomen Choniae fecisse_.

[38.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Per le minute notizie che delle costruzioni ciclopiche si dànno nel testo, non posso altrimenti che riferirmene alla testimonianza ed al giudizio di coloro che le hanno decritte dopo l’esplorazione dei luoghi: ciocché, lo confesso, non ho fatto.

[39.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Da Andrea LOMBARDI, in una nota messa in fine alla 2ª edizione del meritatamente lodato suo _Saggio sulla topografia e sugli avanzi delle antiche città Italo-Greche-Lucane, etc., comprese nell’odierna Basilicata_, pubblicato la prima volta nelle _Memorie dell’Istituto archeol. di Roma_, nel 1834; e poi nei _Discorsi accademici di_ Andrea Lombardi, Cosenza, 1836, pag. 231.

[40.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Nel _Bullett. dell’Ist. arch_. del 1836, pag. 102\. A 200 passi da Eboli, nella collina di Montedoro, dove era l’antico Eburum, si vedono avanzi di un castello, a fondazione di grossi massi. Questo però di costruzione non antichissima. Ma, nello stesso luogo, a poca distanza dal Castello,

> «trovammo (dice lo scrittore nel _Bullett_. suddetto) certe mura massiccie di poligonia costruzione, che è detta altrimenti pelasgica o ciclopica, secondo le varie regioni in cui se ne è trovata. Desse son fatte di marmi (?) assai grandi, lavorati alla grossa col solo martello e aggiustati con la calce. Ogni marmo componente è di mole sì grande, che la forza di tre uomini non lo smuoverebbero un palmo; e fanno la fondamenta di quelle mura grandi massi di pietra viva. Sono due tratti di tali mura. Il primo è circa di palmi 30 lungo e 16 alto, e forma una figura circolare. Al di sopra di questo sta uno spaccato che sembra una loggia. Ventidue palmi più sopra è l’altro tratto, più piccolo del primo per lunghezza ed altezza.»

Qui si parla di calce, quindi di epoca assai meno antica.

[41.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Nelle _Notizie degli scavi di antichità_ del marzo 1884, p. 115\. Ivi si legge che i due gruppi o ruderi sono l’uno della lunghezza di m. 15 o l’altro di m. 7, e si alzano sopra terra da 4 a 5 metri, formati da enormi blocchi rettangolari non cementati, i più grossi dei quali misurano da m. 1.00 a 1.20 in lunghezza. Un phallus è scolpito rozzamente sopra uno dei più grandi di essi. Sono ad un miglio da Buccino, nella contrada _San Mauro_. — Conf. _Peregrinaz. storiche nei territorio dei Lucani_ per Ercole Canale-Parola. Salerno, 1888, pag. 39.

[42.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Conf. VANNUCCI, _Stor. d’Ital_. lib. I, cap. II, p. 94.

[43.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) LENORMANT, _À travers l’Apulie et la Lucanie_. Paris, 1883, vol. II, pag. 117\. — E le _Peregrinazioni_, etc. del CANALE-PAROLA, testé citato, pag. 80.

[44.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Negli _Atti dell’Accad. Pontaniana_. Napoli, 1803, memor. del dottor LA CAVA. — E G. PETRONI, nelle _Notiz. scavi di antichità_, 1897.

[45.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Nel giornale settimanale di Potenza, _La Lucania letteraria_ del 1885, p. 12: descrive queste reliquie il signor dottor Michele LACAVA che primo le ebbe indicate all’attenzione de’ dotti. — Alla Raia di S. Basile i massi di pietra calcare hanno le dimensioni di m. 2.10 x 1.15 x 0.65 e di 1.55 x 1.25 x 0.70\. A _Serra la Scala_ (ovvero dell’Occhiano, lontano un 4 chil. da Muro) è un gruppo di cinque massi in un punto, di cui uno è m. 1.43 x 0.52 x 0.78; e in un altro punto altri massi di 1.30 x 0.78, informi. Questo frammento di muraglia avrebbe uno spessore di 4 metri. Il dottor Lacava è di avviso che quest’ultima città avrebbe avuto un perimetro di tre chilometri.

Le «Vestigia di mura ciclopiche» a Baragiano le trovo unicamente accennate (dal sullodato dottor Lacava) ma non descritte nell’_Album offerto dalla Provincia di Basilicata alle Loro Maestà: Descrizione, ecc_., Napoli, 1884, pag. 11\. Egli accenna altresì a vestigia di una «cinta di mura pelasgiche» nei dintorni e nello stesso abitato di Albano-di-Lucania (nell’_Album_ suddetto, p. 9).

[46.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Per Bantia, CORCIA, _Op. cit_. III, 574\. — Per Blanda, _Notiz. scavi di antich_. 1897.

[47.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) LENORMANT, _À travers l’Apulie et la Lucanie_, II, p. 383.

[48.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Il dottor Michele Lacava, assai benemerito degli studi archeologici dellla provincia, ne scrisse nella _Lucania letteraria_, giornale settimanale di Potenza, del 1885; nella _Lucania_, rivista mensile di Potenza, del 1886; nell’_Eco giorn. della Lucania_ di Potenza, del 1888; e nelle _Notizie degli scavi di antichità_, dell’agosto 1887\. E le sparse notizie furono poi raccolte e pubblicate nella sua opera _Topograf. e Storia di Metaponto_. Napoli, 1891, pag. 135 a 141, e 340 e seg.

[49.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Nella _Lucania letteraria_, del 1885, e nella _Stor_. ora citata. Ivi un recinto di mura che pare si estendesse per 800 m., ma oggi solo in parte esistente, ha parallelepipedi a due strati sovrapposti; però lavorati a mano di uomo. Spessore del muro m. 5.15; lunghezza dei parallelepipedi da 30 centimetri ad 85.

[50.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) E propriamente, come egli scrive, nelle contrade o appezzamenti di «Tempa del Monte, Platola, Pantaleno, Sant’Angelo, Croccia-Cognato, Tempa dei Casaleni». Nelle _Notizie degli scavi, ecc_. di agosto 1887\. E nella _Stor. Metap_. l.c.

[51.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) A pag. 346 della ora citata opera su _Metaponto_.

[52.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Nelle _Notizie degli Scavi, ecc_., dell’agosto 1887, p. 332, ove sono molti altri particolari. L’area chiusa nel perimetro suindicato viene calcolata a 60.383 ettari. Il luogo è detto propriamente «Castello dei tre confini.» Lo stesso dottor Lacava, nella _Lucania letteraria_, di Potenza, anno 1885, faceva parola di parecchi gruppi di massi sovrapposti, che erano mura della distrutta città di Castro-Cicurio presso Pomarico; e riferiva le dimensioni vario di quei massi poco minori di un metro. — Di Castro-Cicurio, antichissima, abbiamo fatto cenno poco innanzi. Però, uno scrittore, che prima descrisse il luogo, il RICCIARDI (_Viaggio alla Siritide, ecc_. Napoli, 1872) nega cho vi siano «grosse pietre poligone come le città pelasgiche, ma di pietra trasportabile a schiena e cementate con terra bolare».

[53.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) A 4 chil. da Pietrapaola. L’egregio ispettore degli scavi Vittorio De Cicco ne dà cenno e dettagli nelle _Notizie degli Stavi_, del novembre 1900.

Egli è benemerito di coteste indagini preistoriche per la regione basilicatese.

[54.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) «Dodici città enotrie sono citate di nome (in Stefano bizantino) secondo l’Εὺρὼπη di ECATEO (_Fragm_. 30, 39, ed. Didot). SCILACE nel Periplo non nomina gli Enotri; ma sì i Campani, i Sanniti, i Lucani (cap. 9-13). Le strette relazioni (di commercio) tra Mileto e Sibari permettevano ad Ecateo di raccogliere notizie sull’interno dell’Enotria». Così il GROTE, _Stor. della Grec_., vol. V, c. IV.

[55.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) È ben noto il passaggio della vocale _a_ in _o_ ed _u_, nelle parole latine o greche derivate, o, se vuolsi, integralmente equivalenti nel sanscrito. Per es.: apas - _opus_; dam - _domo_; naktam - _nox, noctis_; vac - _sermo, vox_; naman - _nomen_; vidava - _vidua_, etc.

Mi sia lecito qui di osserrvare che si potrebbe derivare dalla stessa parola _grama_ (_pagus_) l’origine dibattuta della parola _Roma_. È ben noto il fenomeno che lascia cadere il _G_ innanzi alle liquide: e _integrum_, _nigrum_ diventa intero e nero; _gravina_, ravina; _graspo_, raspo; _gracimolo_, racimolo, etc.

[56.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Vedi capitolo VI seg.

[57.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) _Antiq. roman_., lib. I, p. 5.

[58.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) _Macalla_, secondo i più; ma è _Malaca_ nello pseudo-Aristotile, _De admir. ausc_. CXV, e nello _Scolias_. di Tucidide I, 12, il quale ultimo, riferendone la fondazione a Filottete, spiegava il nome della città dalla μαλάχη, la malva, che sanificava la piaga al piede dell’eroe (Conf. CORCIA, _Op. cit_. III, 262).

[59.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) Longobucco (Lungo-buco) ricorda coil nome i cunicoli scavati a penetrare nelle miniere. Queste furono in coltivazione fino al secolo XVI (GIUSTINIANI, _Dizion. geog. ad verb_.).

[60.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) PIERROT et CHIPIS, _Hist. de l’art dans l’antiquité_ (tom. III, p. 59 e 200). Paris, 1883.

[61.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) STRAB. VI, 393\. Temesa era situata al sud d’Amantea, presso la antica «Torre di Loppa» (CLUVER, p. 1285, e CORCIA, 133, III). Ora, nell’isola di Creta fu stabilimento fenicio antichissimo la città di Loppa, che aveva per porto appunto la città di _Phoenix_. — Taccio che in questa stessa isola di Creta era il porto fenicio di Gortyne, cui potrebbe far riscontro l’italica Crotone — Indizi attendibili, o meramente sogni?

[62.](x01_CAPITOLO_04.xhtml) All’isola di Thera (Santorino) ebbero stabilimenti i Fenicii di Tiro, e quei di Sidone a Lais de’ Cananei.

Per Ia città greco-lucana di Laos non ometterò un altro raffronto. Alcune sue monete hanno da un lato l’impronta di una o due colombe, e dall’altro il capo di donna velato, con leggenda greca. Le monete di Erice, antichissima e nota sede de’ Fenicii in Sicilia, hanno anch’esse il tipo della colomba; in una si vede una donna che siede, con una colomba sulla palma della mano distesa, e greca leggenda. Di Erice era famosissimo il santuario di Venere-Afrodite; ed Afrodite risponde all’Astarte fenicia. La colomba, si sa, era Ia vittima che si sagrificava ad Astarte; e ad Afrodite altresì. Le colombe delle monete di Erice si riferiscono al culto della Venere (Ericina) succeduto al culto di Astarte. E le colombe delle monete Laine non indicherebbero ricordi di antichi culti fenicii, Iaini, ad una possibile Astarte, mutata anch’essa in una Afrodite, a cui si riferirebbe l’impronta del capo muliebre sulle monete della stessa città?

# CAPITOLO V

## ENOTRIA, ITALIA ED ITALI

  
Le popolazioni enotrie nella bassa Italia stanziarono, come abbiamo visto, dal golfo di Taranto al golfo di Posidonia; e di là si spinsero fin presso allo stretto siculo.

Se vennero in Italia dalle coste illirico-epirotiche, è forza approdassero la prima volta alle terre della penisola salentina, o alle spiagge bagnate dal mare Adriatico. Né parrà impossibile il loro remotissimo avvento per via di mare, chi consideri che in un periodo di tempo non meno remoto approdarono all’isola di Sicilia, nonché alla Sardegna, sia dalle coste di Africa, sia dell’Asia o dell’Europa, popoli non più, o poco più progrediti nelle industrie della civiltà che gli Elleni stessi. Il tragitto dalle coste dell’Albania alla terra di Otranto è non di molto più lungo che dalle coste di Calabria alla Sicilia: nel canale d’Otranto le coste epirotiche e le italiche si danno la mano, poiché sono alla vista le une delle altre. Ma fossero anche venuti per via di terra dal piè delle Alpi, i primi barlumi della storia non li trova che là dove ebbe termine la stanza dei Messapi o dei Peuceti, e comincia quella che poi fu dei Lucani, i quali, secondo i dati della tradizione e della storia, non occuparono se non terre già abitale dagli Enotri.

  
Questa distesa di terre che fu stanza agli Enotri e venne denominata Enotria, ebbe dopo di essi il nome d’Italia, il quale nulla prova che le fu dato dalle stirpi osco-sabelliche, anziché dai Greci; e tutto prova che si venne estendendo di passo in passo da mezzodì a settentrione della penisola, dall’Enotria lucana in su, al piè delle Alpi.

È compito del nostro ufficio di chiarire questo primo momento di una storia, che con la trasformazione di un nome segna i primi albori della grande patria che nasce.

  
«In quale regione propriamente nacque il santo nome d’Italia?» — si domandava, non è guari, il valoroso prof. Cocchia dell’Università di Napoli; e per lui che ripetutamente illustrò il problema[1](x01_CAPITOLO_05.xhtml), fu regione madre del nome quella che di poi ebbe dai Lucani la denominazione di Lucania. La parola, così per lui come per altri dotti uomini, deriva dalla lingua osco-sabellica: venne, dunque, propagata da queste stirpi sabelliche Ià dove di poi si trova geograficamente infissa verso le spiaggie jonie e tirrene: e poiché quivi irruppero dallo stipite sabellico le sacre primavere lucane, quivi essi, primitivi Itali, la portarono e la propagarono.

Il concetto avrebbe un fondamento storico nella parola _Vitelio_ che sulle monete osco-sannitiche della guerra-sociale indica «Italia», ed ha la radice filologica nel postulato che «Vitelio o Italia» significhi il «paese dei buoi» o del vitello, che fu _Vitulus_ agli Oschi[2](x01_CAPITOLO_05.xhtml) e forse ἰταλος agli antichi greci.

Oggi è dubbio a molti, anzi questi negano addirittura che agli antichi greci o ai greci di Sicilia _italos_ avesse il significato di vitello o toro. Non si trova in sicuri monumenti: lo afferma sì, riferendosi a Timeo, qualche scrittore di Roma; ma altri, cioè un greco che fu Apollodoro (del 2° secolo a.C.) la disse voce «tirrenica» che vuol dire per lo meno etrusco, o, sia pure, della media vetusta Italia, ma non greca: e l’antica etimologia del vecchio Pisone, annalista di Roma, a cui fa eco Varrone, vacilla dalla base[3](x01_CAPITOLO_05.xhtml).

Che il nome d’Italia fosse, in origine, dato a tutta o a parte di quella regione che poi fu detta Lucania, è un fatto che, almeno pei tempi del secolo V a.C. è incontestato e incontestabile, come vedremo. Ma da ciò non trarremo che la parola Italia venne ivi, agli antichi abitatori di quella regione, dagli Osco-sabelli o dai Lucani. Non si propagò la parola nel senso dal nord al sud della penisola; ma, al contrario, dal sud al nord.

Se l’originaria parola fosse l’osco _Vitelio_ non si spiega, non si arriva a spiegare, perché essa non giunse nella sua compagine ossea, nelle sue forme sostanziali caratteristiche ai popoli ai quali venne importata: non si spiega come poté avvenire che essa passò monca del suo capo, tanto nel greco della bassa Italia quanto nel latino di Roma. La forma _Vitelio_ avrebbe dato una «Vitalia» o «Pitalia» ai greci, una «Vitulia o Vitilia» ai romani. Le forme osche delle parole geografiche _Velitre_, _Venavrum_, _Volsci_, _Viesti_, _Venusia_ o _Binussia_, _Volsinium_, ecc. _Veios_, passarono nel greco sotto le forme di Οὐέλιτραι, Οὐέναφρον, Οὐόλσκοι, Οὐηστὶνοι, Οὐενουσία, Οὐλσινιον, Οὐηιου. Come non sarebbe passata nella forma stessa la parola Italia?

Né si risponda a questa istanza, che in Ellanico del secolo V (496-411 a.C.) si trova appunto la forma di Οὐτουλίαν. Sarebbe la sola, unica e sola testimonianza contro cento, contro mille! Ma quale gravità di testimonianza è poi desso, se cotesta grafia non si trova che scritta, eco di eco, in Dionigi; e se è inesplicabile, poiché è maraviglioso (ripeto le leali parole stesse del valoroso uomo) «come la forma prettamente latina di _Vitulus_ (Οὐίτουλος) sarebbe conosciuta e registrata da uno scrittore greco del secolo V a.C. quale è Ellanico»[4](x01_CAPITOLO_05.xhtml).

Del resto, sia pure un genuino concetto di Ellanico, altri à già ricordato che prima di Ellanico la parola ἰταλίας è usata da Hippys di Reggio[5](x01_CAPITOLO_05.xhtml) e da Ecateo (549-489 a.C.).

E se questo non basta, dirò ancora: poiché ai Greci venne la parola dagli Oscosabellici, e questi ne omisero il suono capitale _V_,come e perché, venendo essa ai Romani, cadde pei latini anche il suono _V_, quando pure da _Velitrae_, _Venavrum_, _Volsci_, _Venusia_… fecero Velletri, Venafrum, ecc.? E se la parola venne ai romani non dagli Oschi, ma sì dai Greci di Cuma, questo stesso confermerà che ai Greci antichissimi la parola non era, non fu Outulia, o pure Fitalia.

La filiazione, tanto pei Greci quanto pei Romani, sarebbe bastarda.

Tutti gli altri moltiplici nomi che ebbe, nei vetusti tempi, l’Italia, vennero, a notizia della storia, dai Greci, poiché essi i primi scrissero, se non essi i primi scovrirono l’Italia. — Essi la terra che era di là dal mare «all’occidente» loro dissero Esperia: e questa denominazione generica si determina e distingue, man mano che giunge ad essi notizia dei vari popoli che abitavano cotesta «terra occidentale».

I più antichi navigatori greci si stabilirono a Cuma, verso il mille o giù di lì. Essi dissero il paese a loro occidente, dalla gente che vi trovarono abitatrice, Ausonio, e ausonio il mare superiore che ne bagnava le coste, onde fu per essi Ausonia uno dei più antichi nomi d’Italia. Questi stessi Greci di Cuma, all’oriente del loro gruppo di stabilimenti cumei, incontrarono, sulla spiaggia del golfo poi di Posedonia oggi di Salerno, popolazioni di Enotri, che altri naviganti o della Sicilia, o dell’Egeo, o dell’Epiro avevano incontrate sul golfo di Taranto. E il paese dissero Enotria. Un paese e un popolo, che essendo disteso dall’uno all’altro mare, poté avere fama di grande popolo, e dare licenza al poeta di dire:

> Terra antiqua, potens armis et ubere glebae,
> 
> Oenotri coluere viri.

Poi il nome di Enotria si ecclissa, e traluce invece il nome d’Italia.

Come, perché e quando cominciò cotesto nome non si sa dalla storia. Ma si sa dalla leggenda, e il poeta la ricorda :

> Oenotri coluere viri; nunc fama minores
> 
> Italiam dixisse ducis de nomine gentem.

Popoli minori di età, ossia più giovani degli Enotri perché venuti dopo di essi, si dissero, dal nome del loro capo Italo, Italia.

Qui comincia la leggenda, e da qui prende capo la storia scritta.

Giacché lo storico più antico di queste origini è, per noi, Antioco di Siracusa, il quale scrisse «delle cose d’Italia» nell’anno 423 a.C.[6](x01_CAPITOLO_05.xhtml) Un frammento di queste sue storie è presso Strabone e in esso si legge: «L’Italia anticamente si addimandava Enotria, e i confini di questa Italia, ai suoi tempi (ai tempi di Antioco) erano limitati dal fiume Lao verso il mare Tirreno e da Metaponto verso il mare siculo o Jonio; di tal che il territorio di Taranto, di là da Metaponto, era considerato da Antioco (osserva Strabone) fuori d’Italia, e lo chiama Iapigia[7](x01_CAPITOLO_05.xhtml).

> «Ma dai più antichi — continua Antioco presso lo stesso geografo — furono tenuti per Enotri ed Itali quelli solamente che stanziavano entro l’istmo (Scilletico e Lametico), dalla parte che guarda verso lo stretto siculo: poi, in processo di tempo, il nome di Italia o di Enotria fu esteso fino alla regione Metaponlina ed alla Siritide, dove abitavano i Caoni, gente enotria bene ordinata, che diè nome alla Caonia.»

A chiarire qualche oscuro punto di questa duplice testimonianza di Antioco sovviene una frase di Aristotile, che è molto probabile tenesse innanzi agli occhi il libro dello scrittore siracusano quando scriveva:

> «Dicono taluni autori, bene informati delle cose della regione, che quando un tale Italo divenne re di Enotria, gli Enotri mutarono il nome in quello d’Italia; e allora prese il nome d’Italia quella punta di Europa, che è circoscritta tra il golfo Scilletico ed il Lametico, distanti tra loro, i due golfi, una giornata e mezzo di cammino.»

Ad Antioco stesso si riporta Dionigi di Alicarnasso; e di questo giova al nostro ragionamento riferire le parole che dicono:

> «Antioco ricorda che, sotto il regno di Morgete (comprendeva allora l’Italia la sponda da Taranto a Posidonia) venne in Italia un fuggitivo da Roma. Egli (Antioco) dice: poiché Italo invecchiò, tenne il regno Morgete; e sotto di lui arrivò da Roma un fuggiasco dal nome di Sichelo.»

Sono queste le più antiche testimonianze delle origini del nostro nome nazionale.

E per queste testimonianze sta in fatto, da nessuno negato, che al secolo V a.C. (che sono i tempi di Antioco siracusano) il nome di Italia significava quella terra che da Metaponto sul confine di Taranto, al nord, veniva sino al fiume Lao, al sud, che è la zona estrema orientale di quella regione che poi fu Lucania. E comprendeva inoltre (secondo Antioco stesso presso Dionigi) la interna parte della futura Lucania che si estendeva fino a Posidonia, che è Pesto sul golfo di Salerno: — al secolo V. E cotesta ultima linea di confinazione comprensiva riconosce ripetutamente Strabone[8](x01_CAPITOLO_05.xhtml). E se, nel secolo V, la parola si trova progredita da Lao fino a Posidonia (da Laos o Scalea a Pesto); e se un secolo innanzi, cioè nel secolo VI, quando i Focesi fondarono Elea nel 536, questa fu fondata, dice Erodoto, in terra di Enotria (e non in Italia), abbiamo da ciò stesso un indizio attendibile del graduale progressivo estendersi del nome d’Italia, dal sud al nord, dal golfo di Taranto, sul mare Jonio, al mare Tirreno ove era Velia. Ai tempi di Erodoto e di Tucidide il limite geografico della parola Italia vagava ancora, su per giù, presso al confine tra la Enotria e la Campania, e non oltre; poiché l’Opicia, che era l’antichissima Campania, restava, per Tucidide, fuori d’Italia.

Questo pei tempi del secolo V.

Ma in tempi più antichi, dice Antioco, con locuzione che non a tutti è parsa scevra di ambiguità, in tempi più antichi, ossia anteriori al secolo V, il nome d’Italia era ristretto in più brevi confini; tra i confini, cioè, di quell’ultima parte della penisola che dai golfi Scilletico e Lametico (oggi di Squillace e di Santa Eufemia) si volge allo stretto siculo.

E qui giunti, e se nel preciso significato o della parola o del concetto di Antioco non tutti concordano valorosi e recenti investigatori di questo primo problema della storia d’Italia, non pare lecito a noi discostarci dalla più vulgata e generale interpretazione della parola dello scrittore siciliano: lui che scriveva da Siracusa, è probabile che guardasse dal suo punto di veduta la linea di spartimento ideale che si trae dal golfo Scilletico o di Squillace al golfo Lametico o di Santa Eufemia.

Lui, dunque, circoscrisse all’ultimo corno dello penisola Enotria l’antichissima, la più antica, Ia prima denominazione geografica d’Italia. Fu un equivoco il suo? Fu contradizione con sé stesso o con altri fatti accertati?

Noi non abbiamo elementi per contestargli la parola e il concetto che dai frammenti di lui ne riferiscono Strabone e Dionigi: ma non è di solo recenti scrittori il dubbio che nelle affermazioni di Antioco, pervenute a noi di seconda mano, non vi sia una contradizione. E la contradizione a noi è patente per quello die siamo per dire.

  
Gli Enotri, le tradizioni degli scrittori greci dicono che approdarono nella Japigia o Peucezia, e di là si propagarono oltre verso il sud: ma non in senso contrario. Come dunque potè egli avvenire che nell’estremo corno della penisola (oggi di Calabria) succedesse, la prima volta, il nome d’Italia a quello di Enotria, quando gli Enotri non erano pervenuti ivi _ab antiquo_, e prima che in altra parte, dalla prossima Sicilia?

Questo non avrebbe potuto avvenire se non ammettendo, come un presupposto di Antioco, che Italo fosse arrivato in terra ferma dalla Sicilia; e di qua egli partitosi, le prime terre enotrie che venne occupando furono le prime terre del continente poste sullo stretto. E che codesto presupposto non fosse improbabile, sarebbe lecito di affermare, ricordando che da Tucidide (VI, 2) Italo è detto re dei Siculi; e da altri antichi, riferiti da Servio grammatico, ad un dipresso lo stesso.

Ma occorre ricordare altresì che nell’altro frammento di Antioco presso Dionigi già riferito, è detto che quando già Italo era in Italia e già a lui succeduto Morgete, venne ivi Sichele, che è il prototipo dei Siculi, ma venne dalla media Italia, cioè da Roma. Di tal che se l’eponimo dei Siculi venne in giù da Roma, non potè venire in Italia dalla Sicilia; e la contradizione nel concetto primo di Antioco resta; ed il problema, con i dati di Antioco, è insolubile.

Ed è insolubile, perché alla storia si aggroppa la leggenda. È storia, finora non distrutta, nè possibile a distruggere, che la terra cui fu dato il nome di Enotria, fu abitata da popoli Enotri. È leggenda, che questa medesima superficie di terra si disse Italia da un Italo re, il quale mutò il nome dei popoli Enotri in popoli che da lui si dissero Itali. È leggenda, poiché riposa sulla esistenza di popoli propriamente detti Itali, e sul preconcetto che Italo ed Itali, esistendo come popolo o gente autonoma e da qualsiasi altro separata e distinta, diedero il proprio nome al paese che abitarono, e non lo presero, invece, da questa terra che abitarono.

Ed è leggenda; poiché re Italo è della stessa famiglia ideale di re Enotro, di re Peuceto, Dauno, Siculo o Morgete. Deriva non d’altra fonte che dalle tradizioni elleniche; ed è fantasma conforme al processo formale delle tradizioni elleniche, e non a quello delle tradizioni italiche. Queste non hanno capistipite, eroi o re, ma o iddii archiegeti o animali sacri. Latino ed Evandro sono il prodotto delle costruzioni elleniche dell’antica storia d’Italia.

Lo spirito greco, di natura eminentemente poetico e plastico, costruisce il mondo della natura personificando i fenomeni; costruisce il mondo degli uomini personificando le masse, individualizzando le moltitudini. Ma spirito plastico e libero, le personificazioni sue diventano forze libere e plastiche anch’esse. Personificando le forze della natura, creò l’Olimpo, che si rispecchia e ridiscende nei fenomeni infiniti della natura. Personificando le moltitudini sciolte e senza nome, creò lo Stato, che s’incentra in un uomo, il quale lo rispecchia, lo contiene, lo estrinseca in leggi, ordinamenti, consuetudini, istituti. Le forze della natura personificate diventano iddii. Le forze collettive delle moltitudini personificate diventano eroi, semidei, oikisti; finché non s’inviscerino e trasformino nel _demos_, centro unico di tutte le forze dello Stato.

Così dalle tenebre delle origini sorgono sull’orizzonte della storia greca Elleno e i suoi figli e nepoti, Eolo, Doro, Acheo, Jone; e creano i primi popoli fratelli dell’Ellade; essi capistipiti, capi tribù e re li rappresentano, li comprendono, dànno loro il nome e l’essere. Non altrimenti Danao, Cadmo, Tessalo, Pelasgo. In quel modo che incomincia e si atteggia la storia nazionale, così quella di ogni tribù della Grecia. E così non altrimenti è rispecchiata dallo spirito greco la storia di altro popolo, di cui esso ricordi gli eventi remoti.

Nel corso dell’antica civiltà l’Italia non fu abitata, primi sugli altri, da’ Greci, ma fu scoverta dallo spirito greco; perché primi di tutti gli altri i Greci ne delinearono la storia. E allora dalle costruzioni categoriche della filosofia storica de’ Greci, di fronte alla terra detta Enotria, emerse un Enotro che la conquistò e le dié il nome; e un Peuceto conquistatore e dominatore della Peucezia, e un Siculo di Sicilia, e un Italo dell’Italia. Venne il tempo che queste formole iniziali non bastavano a soddisfare ai successivi investigatori delle origini; ed essi, capovolgendo il processo etnico generativo, ritennero che i popoli diedero il nome al paese che abitarono; e dagli Elleni si disse l’Ellade, dai Joni la Jonia, dagli Enotri la Enotria, e non viceversa. Così avvenne per l’Italia, la quale perciò e per essi non ebbe il nome che dagl’Itali. Era anche questo un processo logico di analogia e un processo architettonico di euritmia.

Ma l’euritmia se è qualità della bellezza, non è sempre del fatto e del reale. Se è vero, che gli Elleni diedero il nome alla Ellade, o i Siculi alla Sicilia, o gli Enotri alla Enotria, non è vero che popoli Itali dettero il nome all’Italia. Gli «Itali» non esistettero mai; non furono, cioè, un popolo da altre genti distinto così, che avesse avuto, fin dal suo primo comparire nell’Enotria, un nome suo proprio, e questo fosse appunto il nome di «Itali.»

Gli Itali non si trovano se non nel campo della leggenda; e nello stesso campo della leggenda non si sa donde vennero, quali sedi prima abitarono, a quali stirpi appartennero; non se ne sa nulla, non se ne dice, nè si congettura nulla. Se le tradizioni erudite dei vecchi storici diranno gli Enotri, i Peuceti, i Pelasgi venuti in Italia dall’Arcadia, e i Siculi o Sicani dall’Iberia, o dalla Liguria, o d’altronde, degli Itali tutto è silenzio; tace la storia; tace la leggenda stessa che sa tutto. Niebhur ha dovuto sforzare le leggi della filologia per asserire che Siculi ed Itali erano la parola medesima; premeva senz’altro all’insigne uomo di trovare un gancio qualsiasi a cui attaccare codesti popoli, campati in aria. Ma l’identità delle due parole oggi non è chi possa ammetterla; e gl’Itali restano ancora senza antenati, senza nome e senza terra, finché non sorge il nome d’Italia.

Giacché la verità è che sursero gl’Itali nella storia per spiegare il nome d’Italia. poiché Elleno, Eolo, Doro, Jone, Acheo, Tessalo, capostipiti e capi tribù, diedero essi il loro nome all’Ellade, all’Eolia, alla Doride, alla Jonia, alla Tessaglia, il concetto formale della filosofia della storia greca trovò Enotro che denominò l’Enotria. Poi questa si trova denominata Italia. Oh come egli potrebbe venire altrimenti se non per lo stesso processo ideologico, per lo stesso atto creativo di un capostipile o capo tribù del popolo stesso?

Così nacquero, contemporanei, il rappresentante e i rappresentati; nacquero per una necessità logica del sistema che costruiva in quel dato modo formale l’antica storia delle nazioni, e per un’affinità organica degli stessi prodotti di questa virtù plastica e poetica propria allo spirito greco. Italo ed Itali nacquero, dunque, di un parto, per la necessità logica di spiegare il nome d’Italia.

A questa necessità intendeva di rispondere la tradizione ricordata da Antioco siracusano. E poiché si fonda su di una leggenda, caduta che essa sia, non resta della tradizione che questo intimo significato, cioè, la derivazione primiera del nome d’Italia dall’isola di Sicilia alla prossima punta di terra ferma.

  
L’origine della parola Italia è incerta ancora, perché ne è dubbio il significato. Ma tutto induce a credere che l’uso della parola venne dai Greci; e venne con questa duplice limitazione, che la parola fu data originariamente a quella spiaggia orientale della penisola cui lambe il mare Jonio, e che, nelle più antiche sue accezioni, l’uso della parola non si estendesse se non dalle circostanze di Taranto fino alla punta estrema della penisola ove era il capo Zefirio, oggi capo Spartivento. Da questi antichissimi limiti si slargò di poi, oltrepassando l’Appennino, fino al fiume Lao, e in seguito fino al fiume Sele o Silaro, e in prosieguo man mano più innanzi, verso il nord.

I più antichi documenti finora noti ci dànno diritto di affermarlo.

Ferecide, Erodoto, Tucidide, Antioco siracusano non appresero dai Latini, o dagli Oschi, o dai Tirreni della penisola il nome di Italia. Essi, che sono i più antichi presso cui si trovi adoperata la parola Italia[9](x01_CAPITOLO_05.xhtml), la usarono, senza dubbio, secondo il significato che aveva corso tra Greci della loro patria; e i Greci dell’Ellade, se non è certo, è probabile l’avessero appreso dai loro connazionali della Sicilia, ove approdarono prima che ad altre coste del mare Jonio italico.

Ferecide (di Lero) che fioriva verso l’anno 480 a.C.[10](x01_CAPITOLO_05.xhtml) lasciò scritto, presso Dionigi[11](x01_CAPITOLO_05.xhtml): «Sono denominati Enotri quelli che abitano in Italia, e Peuceti quelli che abitavano sul golfo jonio». Qui, dunque, il limite settentrionale d’Italia è verso il fiume Bradano. Nelle storie di Erodoto, che venne a Turii nel 444 a.C. e vi morì[12](x01_CAPITOLO_05.xhtml), non si trova nè poteva trovarsi la parola Magna Grecia, ma invece, egli usa sempre la parola Italia quasi equipollente di quello che nei tempi posteriori fu inteso più strettamente per Magna Grecia; ond’è che accenna «a Taranto d’Italia», ai «Metapontini che sono in Italia», a quegli opulenti Smintaride di Sibari e Damaso di Siri che «vennero in Grecia d’Italia» e non dall’Enotria: mentre che Elea è, per lui stesso, città fondata dai Focesi nell’«Enotria»[13](x01_CAPITOLO_05.xhtml).

Per Tucidide, i Siculi dal paese posto sullo stretto siculo, dove abitavano, vennero in Sicilia, ed egli dice da Italia; eppure mette Cuma nell’Opicia e non nell’Italia: gli è chiaro adunque il significato restrittivo di questa parola, conforme a quello che Antioco aveva espressamente indicato da Metaponto al fiuem Lao sul Tirreno, nel secolo V in cui visse. E un secolo prima, cioè nel VI a.C. Italia non è pei Greci se non la futura Magna Grecia delle spiaggie jonie: giacché la scuola filosofica insigne pel nome di Pitagora, che ebbe origine e sede a Crotone e a Metaponto, fu detta e fu nota ai Greci e dai Greci al mondo col nome di _Italica_; mentre a poche miglia di distanza, sul versante della penisola stessa al mar Tirreno, surse, quasi agli stessi tempi, in Elea la non meno celebre scuola, nota ai Greci e dai Greci al mondo col nome di _Eleatica_. Elea adunque, non guari discosta da Crotone, ma sul Tirreno, ad occidente del fiume Lao, non era in Italia pei Greci del secolo VI a.C.

Parrebbe anzi che anche Reggio al tempo dei primi Pitagorici non fosse in Italia. Un passo che Vico direbbe d’oro, ed è un frammento di Aristosseno, pitagorico del secolo IV, ed è riferito da Giamblico, dice espressamente che ai moti violenti dei filoniani ed all’esulare che ne seguì dei pitagorici da Crotone e da Metaponto «gli altri pitagorici, meno Archita tarentino, abbandonarono l’Italia e si raccolsero a Reggio ove ristettero».

So che a queste parole di Aristosseno si vuol togliere ogni autorità, perché il frammento presso Giamblico è errato nel nome di Archita, invece di Archippo (e si può concedere), e perché recenti editori di Giamblico hanno dato una diversa disposizione alle membra del periodo di Giamblico, dalla quale risulta un’interpretazione di senso del tutto diverso[14](x01_CAPITOLO_05.xhtml). Ma di tal genere operazioni ortopediche, onde emerge una diversa postura delle _disjecta membra_ del periodo, provano troppo o troppo poco; di tali presidii chirurgici si può sorreggere il pro o il contro di qualunque tesi.

Del resto, di questo concetto restrittivo, antichissimo, della parola Italia è, senza dubbio, un’eco, la espressione geografica di Plinio là dove dice: «Comincia da Locri la fronte d’Italia, denominata (la fronte) Magna Grecia, che s’insena nei tre golfi del mare ausonio»[15](x01_CAPITOLO_05.xhtml), tre golfi o seni che egli enumera, golfo di Locri, golfo di Scillace, golfo di Taranto, tutti sul mare Jonio. Su questi golfi sursero le grandi città achee, Locri, Caulonia, Crotone, Sibari, Metaponto, Turio; e a questa zona fu data dipoi la denominazione di Magna Grecia, e questa zona che era dapprima la Magna Grecia, non comprendeva Taranto, la dorica, nè Reggio, la calcidica.

E con la espressione di Plinio concorda anche Tolommeo (libro 3).

Il significato della parola è ancora incerto per chi non si appaghi alla vecchia spiegazione di vecchi E nuovi eruditi, che, ricorrendo all’arcaica parola ἰταλος dei greci, dell’Eolia, in significato di bue o vitello, tenne valesse la parola Italia quanto terra o paese dei buoi, quasi simbolo adeguato alla ricchezza agricola della _magna parens frugum Saturnia tellus_.

Tutto un sistema etimologico si bilica su cotesto pernio georgico; e derivando il nome stesso di Saturnia dai seminati, quello di Enotria dal vino o dalla vigna, si giunse a troval e il nome dei Morgeti nel covone delle spighe (_merges_), e poi, di passo in passo, il nome dei Siculi nella falcetta (_secula_) che recide le spighe! In questo concetto idillico-georgico non stuonava il nome della «terra dei buoi.» E presso i più dei moderni ha trovato grazia.

Ma se la parola nasce per determinare le cose, si può e si deve chiederle un senso non vago e indeterminato.

Io non negherò che il ricercare le ragioni che determinarono l’onomastica topografica, trascende, non infrequentemente, il possibile; perché non di rado sono ragioni che dipendono da condizioni subiettive, imponderabili, o da fatti accidentali, da impressioni momentanee. Ma qui siamo innanzi ad un problema che ha speciali condizioni di limite, e non è dato di trascurarle. La denominazione antichissima, originaria d’«Italia» fu data alla zona orientale sulla spiaggia del mare Jonio; e questa zona, giova ripeterlo, fu circoscritta a limitati confini, dalla estrema punta della penisola (oggi di Calabria) sullo stretto siculo, fino in su, al posto ove fu Metaponto, cioè alla foce del fiume Bradano, al di qua ma non al di Ià del Bradano: al di Ià era la città di Taranto, che, alle origini, restava fuori d’Italia.

La significazione adunque della parola geografica deve essere adeguata a questo dato di fatto: la ragione del nome deve trovarsi in qualche condizione di uomini e di cose, speciale o propria a quella zona di paese, che volgeva al mare Jonio. La denominazione dei «buoi» trascenderebbe dalla nota caratteristica di codesto limite, e va respinta.

A me pare che la derivazione della parola dalle lingue semitiche, per via dei Fenicii, dà meno incerta soluzione al problema.

I Fenicii avevano già molti loro stabilimenti sulle coste della Sicilia, quando vi posero piede gli antichi coloni greci, a fondarvi, nel secolo VIII a.C.[16](x01_CAPITOLO_05.xhtml), Nasso, Siracusa, Leontinum, poi Catana e Taormina.

Non è ignoto, che dalle coste della Sicilia quegli arditissimi figli di Tiro ebbero relazioni di fattorie e di traffici con la prossima penisola enotria, non tanto, forse, per le miniere del rame e per la pesca del murice, quanto, e più largamente, pel commercio della pece, che l’immensa selva dei coniferi, dai monti del Pollino all’Apromonte, produceva ottima e abbondante. I Fenicii delle fattorie di Sicilia ben potettero indicare come «il paese della pece», dalla parola di fonte semitica «itar»[17](x01_CAPITOLO_05.xhtml), la regione al di là dello stretto, ai primi Greci dell’isola, cui non era ancora nota. E da costoro, antichissimi navigatori dall’Ellade alle terre sicule, ne fu diffuso il nome, siccome l’avevano inteso, ai proprii connazionali che sciamavano verso occidente. I quali, occupando poi le coste, ove man mano sorsero Metaponto, Siri, Sibari, Crotone, Locri, trovarono abitato il paese interno da genti varie e barbare che si dissero enotrie; e l’interno Enotria. Ma il lembo orientale della spiaggia, quando, in meno di un secolo, fu coronato di elleniche città, non poteva dirsi Enotria, perché ivi non erano più Enotri, ma Greci civili e potenti; tenne, invece, il nome generico che essi ebbero inteso dai loro connazionali di Sicilia, quello cioè di Italia.

Il quale restò qualche tempo allo stato latente: ma quando Sibari e le altre città ebbero occupato anche l’interno del paese, e sottomesse le genti enotrie; quando queste perdettero, perché sottomesse, ogni personalità autonoma, allora il nome speciale già al lembo orientale occupato dai Greci, rivisse, e si estese, con il costoro dominio, anche all’interno della penisola.

Cosi l’Enotria divenne Italia, ma ancora ristretta nel secolo VI e nel secolo V entro i limiti dal fiume Bradano sul golfo di Taranto fino al golfo di Posidonia sul Tirreno, che sono i naturali confini dell’antica Lucania.

  
#### NOTE

[1.](x01_CAPITOLO_05.xhtml) Nella _Nuova Antologia_ del 1882, in quella del 1894, e nel volume _Studii latini_, Napoli, 1883.

[2.](x01_CAPITOLO_05.xhtml) Più rigorosamente agli Umbri, poiché la parola non si è trovata che nelle _Tavole Eugubine_.

[3.](x01_CAPITOLO_05.xhtml) Dei Romani VARRONE: _Graecia enim antiqua, ut scribit Timaeus, tauros vocabat ἰταλους_. DE R.R. II, 5, 3 — Apollodoro, in _Biblioth_. II, 5, 10\. E VARRONE stesso: _Denique Italia a vitulis, ut scribit Piso_ R.R. II. Questo CALPURNIO PISONE FRUGI fu console nel 133 a.C.

[4.](x01_CAPITOLO_05.xhtml) E. COCCHIA, pag. 38 de’ _Studii latini. Il nome d’Italia_, Napoli, 1883.

E soggiunge:

> … «In un’epoca in cui il latino non aveva alcuna notorietà, e per giunta a proposito di un nome piuttosto osco che latino. Onde è da sospettare che, piuttostoché da Ellanico proprio, le forme ουιτουλος, ουιτουλια, siano state scritte dall’appassionato storico di Roma, Dionigi, il quale o le riducesse così da una forma o più osca o più greca, in cui Ellanico la desse, o così la concretasse, dietro cenni puramente astratti di Ellanico…»

Identici apprezzamenti presso i filologi, nostri contemporanei.

[5.](x01_CAPITOLO_05.xhtml) Visse ai tempi delle guerre persiane, e scrisse la Κτις η Ἰταλίας (in Suida).

[6.](x01_CAPITOLO_05.xhtml) Propriamente nell’Olimpiade 89 (331 di Roma) secondo Diodoro Siculo XI, 17.

[7.](x01_CAPITOLO_05.xhtml) STRAB. VI, 391.

[8.](x01_CAPITOLO_05.xhtml) Lib. V e VI.

[9.](x01_CAPITOLO_05.xhtml) La parola è ignota ad Omero. Nell’Odissea, libro XXIV, si accenna alla città di Aliba, «in Sicilia»; ed uno scoliaste scrisse che Aliba era l’antico e primitivo nome di metaponto d’Italia.

[10.](x01_CAPITOLO_05.xhtml) SCHOELL, _Ist. della letterat. greca_, Venezia, 1827\. Vol. II, par. 2, lib. 2, pagine 73-160\. Questi di Lero è il _lolografo_; invece «l’_inventore della prosa_» era di Syra. Id.

[11.](x01_CAPITOLO_05.xhtml) _Antiq. Rom_. lib. I, 6.

[12.](x01_CAPITOLO_05.xhtml) SCHOELL, vol. II, par. 2, pag. 75.

[13.](x01_CAPITOLO_05.xhtml) Lib. I, § 167.

[14.](x01_CAPITOLO_05.xhtml) In PAIS, dottissimo quanto acuto autore della _Storia della Sicilia e della Magna Grecia_. Torino, 1894, p. 421, che ricorda il Nauch, editore di Giamblico nel 1884.

[15.](x01_CAPITOLO_05.xhtml) Per la esattezza della frase di Plinio ricordo che egli dice: _A Locris Italiae frons, Magna Graecia appellatus, in tres sinus recedens Ausonii maris_ (III, 10).

[16.](x01_CAPITOLO_05.xhtml) Nasso, di cui in Tucidide si legge _prima urbium a Graecis in Sicilia conditarum_, fu fondata nel 736; Siracusa nel 735; Leontinum nel 730.

[17.](x01_CAPITOLO_05.xhtml) Il MAZZOCCHI, Ad Tab. Heracl. pag. 546, scriveva: _Ostendit Bochartus Chaldaeum Itar (cujus emphaticum Itra) picem significat: ab Itar vero per productionem nominis fit_ Itaria.

E le parole del BOCHART sono queste:

> Itaria _factum ab_ ltar _cuius emphaticum_ itra _pro pice occorrit in tractatu talmudico,_ Gittin _fol. 6\. Vide lexicon talmud. Buxtorfii. Alibi fere scribitur_ itran _cum_ n _paragocicum… Itaquc cum agnus dicitur_ imar, imru _et_ imran; _semen_ bizar, bizra; _studium_ girsa, girsan. _Ita pix talmudicis_ ltar, ltra, _et_ ltran. _Arabes scribunt_ kitran, _et hispani_ alquitran, _et nos vernacule_ goudron. _Hoc videtur esse_ endrium, _de quo Plinius 16, 11_.
> 
> BOCHART, _Geographiae sacrae pars prior, Phaleg_. pag. 661\. Codomi, 1744.

Nell’isola di Cipro era il monte, e, dal monte, la città _Idalium_.

In Cipro stanziarono antichissimamente i Fenicii. Venne il nome al monte, coperto da conifere, anche dalla «pece» che ne estraevano?

# CAPITOLO VI

## LA ENOTRIA: PREISTORIA DELLA REGIONE. — RIVELAZIONI GEOLOGICHE — RIVELAZIONI FUNERARIE. GLI ENOTRI CONTEMPORANEI DI SIBARI

  
Le note di storia dei popoli fin qui ricordati non sono che l’eco refratta di antichissime tradizioni raccolte, cernite o interpretate da antichi scrittori. Punto dati di fatto permanenti che riescano di appoggio alle tradizioni, o di fondamento a sicure induzioni: e quei mal noti avanzi di recinti a massi informi e poderosi di un’industria ciclopica, di recente scoverti, non rivelano niente più che non dica la denominazione loro, convenzionale e generica. Assommando i dati della tradizione meno incerti o dubbiosi, riferiremo a quattro rami di popoli quelli che abitarono, prima degli Elleni, questa vasta estensione di terra che poi ebbe il nome d’Italia e di Lucania. Furono, meno degli altri numerosi, i Fenicii con fattorie di commercio sulle coste jonie e tirrene; più numerosi e più antichi, per l’interno della regione, quelli che si dissero Siculi, diramazioni della razza celtica probabilmente: poi altri venuti, sia per mare sia per terra, dalle coste illiriche e si ebbero il nome di Enotri; con essi infine i Conii, in minor numero e forse affini agli Enotri stessi, di men dubbio nome e provenienza, poiché partirono dalle coste epirotiche. Gli Enotri cacciarono i Siculi, tutti o in parte, verso l’estrema penisola; e soprapponendosi o fondendosi con essi Siculi e Conii, gli Enotri dominarono il paese; da poiché questo fu detto, per loro se non da loro, Enotria.

  
Di questa regione Enotria non sappiamo altro, secondo le fonti scritte, che quel tanto già raccolto nei capitoli precedenti, che è la confusa notizia della confusa successione di antichissime genti: indeterminate linee di una plaga che, per la storia scritta, è poco meno che vuota.

Ma la indagine dello spirito scientifico che per mille vie e svariati campi si spinge, ricerca, scruta e raccoglie, nonché il caso o la fortuna hanno, ai nostri giorni, apportato nuovi dati di fatto all’archeologia geologica e all’archeologia storica di quelle antichissime genti: ed è pregio dell’opera e debito dello scrittore di tenerne ragione.

Non appartiene, è vero, alla storia civile dei popoli quella che abbiamo della archeologia geologica, che é senza dubbio parte della storia naturale della terra, su cui essi vennero intessendo, lungo i secoli, le fila della loro storia.

Ma la età dell’infanzia dei popoli civili ha spinto ai nostri giorni i suoi tentacoli oltre i limiti della storia; ed oggi addiventa, per così dire, un capitolo della storia naturale quella che è storia delle genti in un’età che, sottratta ai termini dell’umana cronologia, è detta età della pietra, età del bronzo.

E per le antichissime genti abitatrici della nostra regione questa età ha con la storia naturale geologica della regione un punto di contatto che non si deve dimenticare, e che giustifica questa scorsa della storia civile nel campo della storia naturale.

  
Recenti studi della giovine scienza geologica hanno ormai stabilito che, durante i periodi dell’epoca quaternaria, grandi conche d’acqua ondeggiarono, qui e qua, dove oggi verdeggiano, in mezzo ai monti appenninici, amene pianeggiatili valli, solcate dal corso dei fiumi. Furono in origine bacini di acque salmastre, perché reliquato del mare che covriva quelle terre che emersero sollevate durante il periodo precedente; si convertirono di grado in grado ad acque dolci per la immissione di quelle che scendevano dai monti circostanti. Queste conche di acque furono i laghi dell’epoca quaternaria, e li dicono, nella terminologia tecnica della scienza, pleistocenici, perché i più recenti nella incommensurabile vita della terra. In essi viveva tutta una fauna di innumerevoli specie di conchiglie, oggi in grandissima parte estinte: intorno ad essi, alle loro rive vennero abbeverarsi l’elefante antico, il cervo-elefante ed altri poderosi mammiferi di specie già perdute. Passò un tempo — di quanto, chi sa? — e quelle masse di acque lacustri, ai nuovi convellimenti terrestri, scomparvero; emersero e si appianarono le amene valli; e in fondo ad esse, di sotto agli strati dei secolari, dei millenarii depositi, un qualche giorno vennero fuori le testimonianze irrefragabili sì della flora, sì della fauna preesistenti: tibie, femori, costole, corna e zanne fossili dei mammiferi scomparsi.

Per la regione nostra la scienza recente ha potuto identificare, e circoscrivere anzi entro i loro antichissimi confini, i maggiori di questi lacustri bacini dell’età quaternaria; e così pel lago del fiume Agri, che occupava una superficie di 140 chilometri quadrati da Marsiconuovo a Saponara, a Montemurro; il lago del fiume Noce, di più che 55 chilometri quadrati, da Lagonegro a Trecchina e Lauria; il lago del fiume Mercuri o Lao, di circa 80 chilometri, da Castelluccio a Rotonda, Viggianello e Laino. Meno ampio il lago che diremo di Baragiano, che si riversò, e scomparve, pel fiume Platano. Quando alla linea di spiaggia del prossimo mare, Jonio o Tirreno, questo si veniva ritirando e abbassava di livello perché la terra sollevantesi veniva fuori, gli emissarii di quei laghi al mare, dopo vuotati i laghi stessi, divennero fiumi ammansati e ridotti; e furono i fiumi Agri, Noce, Mercuri, Lao, Platano, e il Tànagro per l’altro lago della valle di Diano; quindi gli squarciati alvei, le elevate spalle delle sponde attestano e l’antichissimo superiore livello delle acque loro e l’incommensurabile età.

Ma un altro titanico fenomeno emerse alla vita dei secoli in quella giovine età, che è pure la più recente età nella storia della terra. In uno dei periodi dell’epoca quaternaria emerse il gran vulcano del Vulture; e la cronologia nostra non ha termini di riscontro per quando esso nacque, per quanto visse, per quando cessò; la scienza contemporanea investiga le possibili cause del fatto, e attende che la possibilità della ipotesi acquisti la certezza del vero. Ma intanto, con i dati della certezza che può dare l’osservazione diretta, essa stabilisce che quell’erompere di lave, quel necessario sollevarsi di livello e l’accavallarsi di massi, di rupi, di creste là dove era il piano, mutò l’antica idrografia della regione: le acque, poiché ebbero sbarrato il cammino, stagnarono in lago. E spagliarono, intorno al gran ciclope nuovo venuto, due bacini lacustri, che la scienza ha finora riconosciuti nei loro confini, il lago di Vitalba presso la cittadina di Atella, e il lago di Venosa.

Restarono anche essi per lunga età; poi si vuotarono anche essi, e gli antichi emissarii si ridussero alle minori correnti della fiumana di Atella, della fiumana di Venosa. E scomparse le acque lacustri, restarono i sedimenti lacustri, le reliquie della fauna scomparsa, gli emersi prodotti dalla gran fucina ignivoma, che soprapponendosi per lunga età elevarono l’edifizio del gran monte, e che si diffusero, si sparsero trascinati da violente correnti di acque lontano, fin giù a Venosa. — I secoli passarono, e tacquero.

  
La topografia di queste conche lacustri l’ha designata un giovine e valoroso cultore della scienza geologica[1](x01_CAPITOLO_06.xhtml), che nacque e peregrinò per la regione di cui svolse una piega arcana e terribile. Ma, se quella è parte della storia naturale del globo, cui la storia civile dei popoli avrebbe torto d’invadere, ci è rivelato però tra le due un punto di attacco, che si avrebbe colpa a dimenticare.

Visse egli l’uomo intorno a queste conche di acqua, a cui venne ad abbeverarsi l’elefante e il cervo e il rinoceronte e i mammiferi di un’altra età, di un’altra zona geologica?

Visse! e il primo e gramo suo vivere, dopo l’inesplicato miracolo del suo primo emergere alla vita dello spirito, è la tormentosa indagine dell’intelletto dell’uomo civile!

Le deiezioni del potentissimo vulcano si sparsero larghissimamente trascinate dall’acqua e spinte dal vento fino a Venosa. E dal territorio di questa citta è venuta alla luce, ai giorni nostri, tutta una testimonianza di un’età fuori i confini dei secoli, che accompagna alla vita del vulcano in fiamme la vita di esseri umani nell’abbozzo primigenio dell’essere loro.

> «Nei depositi di Venosa — dice il valoroso geologo testé nominato[2](x01_CAPITOLO_06.xhtml) — alle ossa dell’_elephas antiquus_ sono associati avanzi della industria umana archeolitica. Tali manufatti litici sono rappresentati in gran numero da armi del tipo di S. Acheol, vale a dire, di pietre triangolari scheggiate con grossa frattura concoide. Hanno generalmente forma di triangolo isoscele, di cui al massimo la base misura circa 10 cm. e l’altezza circa 15 cm.: qualcuno arriva al peso anche di un chilogrammo. Tutte fatte di arenaria silicea durissima, compatta, o di selce, diffusissima nelle circostanti colline, l’abbondanza con cui esse si sono trovate tutte in un punto, mostra che doveva esserci là un’officina, o delle abitazioni che dovevano trovarsi sopra palafitta in mezzo alle acque del lago. Questi uomini, quindi, che scheggiavano armi di pietra e vivevano con elefanti ed altre specie ora scomparse da questi luoghi, assisterono anche alle ultime conflagrazioni del vulcano ardente nello specchio del grande lago da essi occupato.»

E l’importanza speciale del trovamento è nella accertata qualità geologica in cui quei depositi millenarii giacevano. Un altro geologo osserva che «il calcare lacustre in cui giacevano è sottoposto ad altro calcare lacustre, a cui fan base ceneri vulcaniche, sul quale poggia la _terra nera_ che dà nome alla contrada» in Venosa[3](x01_CAPITOLO_06.xhtml). Le dejezioni del vulcano e, in mezzo ad esse, i prodotti della prima industria dell’uomo erano più antichi dei depositi millenarii lacustri, più autichi della scomparsa dei laghi! E l’antichissima storia dei nostri antenati non comincia che ieri!

Quei primi abbozzi dell’industria umana risalgono all’età archeolitica. Ma più abbondanti si incontrano sparsi i prodotti di una più giovine età, che leviga e pulisce e abbellisce l’arma o l’utensile che ha tratto dalla pietra già spezzata. Per tutta la superficie della regione, da un punto all’altro di essa, si sono trovate finora, e si trovano, le testimonianze di questo meno oscuro crepuscolo di civiltà; da Banzi a Pesto, da Rionero a Metaponto, da Muro Lucano a Potenza, Abriola, Corleto, Stigliano, Melfi, Lagonegro… e pel territorio di Matera massimamente, ove la persistente e intelligente indagine di Domenico Ridola ha raccolte e fatte note le testimonianze abbondanti dell’età neolitica e della età del bronzo più antico, quando esso era fuso in armi od utensili, e non ancora, per posteriori progressi tecnici, laminato.

Nelle alte ed ampie spalle del torrente Gravina, che circonda la città di Matera, sono numerose grotte scavate nel cedevole tufo; esse furono abitacolo all’uomo preistorico, e all’uomo altresì di più avanzata civiltà, e servirono a deposito di tombe, onde la lunga e diligente industria dell’egr. Ridola ebbe tratto infinito numero di freccie, scuri, scalpelli, ascie di selce e di osso, aghi, punteruoli, succhielli, e arnesi di pietra quali macine a triturare cereali, ad affilare armi; e cocci di grossolanissima ceramica, misti ad altri di più raffinato impasto, onde ne viene, per verità, turbata la serie cronologica degl’innumeri trovamenti[4](x01_CAPITOLO_06.xhtml). — Ivi l’uomo ebbe vita e nella età della pietra e nella età del bronzo.

Ma il territorio di Matera è ben ferace di tal genere sorprese all’aspettativa nostra.

Nel punto del suo territorio che è detto Murgia Timone ci vennero testè rivelate le reliquie di tutto un villaggio della età neolitica, che lo esumatore di esso ha denominato «villaggio siculo»[5](x01_CAPITOLO_06.xhtml).

Ivi in breve spazio di campagna si veggono, disposti in gruppi, taluni ammassi di pietra i quali liberati dal ciottolame della superficie mostrarono tutti un ammassicciato di pietre circolare, che furono non propriamente fondi di capanne, ma pavimento a capanne di una prisca anonima gente.

Di non uguali grandezze, misurano variamente un diametro di sei a tredici metri. Talune, hanno nel mezzo due grossi sassi a mo’ di alari, e quivi presso, scavato nel masso, una buca, che è a supporre fosse fondo di uno staggio o trave messo a sostegno di un tetto conico, di paglia o frasche, perché le capanne non potevano essere ivi che coniche e coverte o riparate da materiali caduchi. Avanzi litici di una informe scheggiatura si sono trovati tra quel ciottolame. Ma presso quel gruppo di capanne, oggi di numero diciotto, vennero scoverte quattro celle funebri, e in esse ossami, cocci di ceramica rozzissima di vasi grandi e piccoli, coltellini litici, qualche oggettino da ornamento di bronzo, e paste vitree e resinose. Ma il più importante della scoverta è questo. A quelle camere funerarie precedeva un pozzetto, onde ad esse era dato l’accesso. In uno dei pozzetti, del tutto integro e inviolato, furono rinvenuti, dal diligentissimo e valoroso esumatore, deposti a strati, in epoche diverse, e sotto rozze scheggie di pietra per ogni cadavere, ventitré cranii e scheletri: e tutto questo nel breve spazio di un pozzetto alto non più di un metro e mezzo. Gli scheletri erano deposti ordinatamente, accoccolati con le mani sotto al mento, con da presso qualche tazza o vaso di ceramica e un coltellino di selce; e deposti, osserva lo scovritore, dopo che furono scarnificati poco dopo la morte: poiché è impossibile che integri avessero quei corpi potuto entrare ed a strati ordinati in una sì stretta buca. Lo scovritore raccoglie in questa sintesi, che giova di riferire, il risultato del suo lavoro.

> «Un nucleo di famiglie, che avevano in origine una civiltà neolitica, ma cominciavano a ricevere, per commercio indiretto con le popolazioni costiere, oggetti di metallo e di altre materie, si stabilì in poche capanne sulla Murgia Timone. Queste genti sapevano farsi allora coltelli di selce o di ossidiana, rozze punte di giavellotti o di freccie, ascie od accette di roccia dura, punte di osso, vasi di varie forme. Adoperavano anche dei sassi meglio adatti e di roccia dura per tritare o macinare qualche specie di frumento: certo non avevano istinti nomadi, perché restarono in quel posto oltre due secoli, e dovevano esercitare oltre la pastorizia e la caccia anche un poco di agricoltura, come farebbe già supporre lo sviluppo della loro industria ceramica.
> 
> Facevano talvolta la guerra con altra gente, come indica il cranio (tra i rinvenuti) con ferita perforante l’osso. Avevano per ornamento conchiglie, pietre ed ossa lavorate, e poche e rare conterie che giungevano loro per commercio. Per commercio avevano pure pochi e piccoli ornamenti di bronzo, consistenti in anellini digitali, pendagli, borchiette. Rarissimo, forse privilegio de’ capi, era qualche coltellino di bronzo. Non conoscevano arte muraria propriamente detta, e fabbricavano le loro case in materiale leggero, pur ponendo moltissima cura nella costruzione a massicciata. La loro vita si riassumeva sopratutto nel pasto quotidiano, che prendevano accoccolati in giro intorno ad ampie scodelle comuni ed a grandi vasi per acqua, o per altra bevanda, dove attingevano con tazzine fornite di un’ansa speciale che permetteva di tenerle sospese, e delle quali forse portavano abitualmente una con loro».

E continuando aggiunge:

> «Credevano in una seconda vita, e per qualche ragione inerente alla «salvezza dell’anima» scarnivano i defunti, deponevano lo scheletro in celle funerarie scavate nella roccia...
> 
> «Essi dimorarono in questo villaggio oltre due secoli[6](x01_CAPITOLO_06.xhtml) durante i quali la loro vita non mutò essenzialmente. I popoli Iavoratori di metallo e navigatori che, senza dubbio, dall’Oriente mandavano i loro prodotti sulle barbare coste d’Italia, avevano in questo frattempo inventato la fibula, e già cominciavano a variarne il tipo (varii esemplari di fibule si trovarono ivi) quando il villaggio della Murgia Timone cessò di esistere, lasciando i resti che abbiamo esaminati.»

E l’epoca di questo embrione di società umana rimonterebbe «verso la metà del secondo millennio avanti Cristo». E la gente (egli dice) fu di quei Siculi, di cui è parola nelle fonti classiche.

Alle quali ultime induzioni di ordine metafisico etnico o cronologico sarà forse lecito di non aderire; ma sui fatti nelle particolarità minime loro determinati dal valoroso indagatore, no.

  
Ai Siculi, secondo le sopra riferite fonti classiche, successero gli Enotri.

E di costoro, ma della meno antica età del bronzo, abbiamo, emerse dalle tombe, alcune testimonianze, che ci abilitano a sollevare alquanto il velo di tenebre dell’antichissima età.

Il Governo nazionale, nei passati anni, tentò di esplorare il terreno ove giacque la città famosa di Sibari, allo sbocco del fiume Coscile nel Crati.

Quivi presso, a sinistra del Crati, è una distesa di terra che è denominata Pattursi; e qui e qua si tentò ivi il terreno invocando Sibari; ma la voce di Sibari non ha risposto ancora agli evocatori. Continuarono i tentamenti lì d’intorno; ed a sei miglia circa dal punto ove al Crati si mescola il Coscile, in un alto piglio, compreso tra la fiumana detta Esaro ed il Coscile stesso, che è l’antico fiume Sibari, è un posto che oggi è detto _Torre del Mordillo_; ed ivi la vanga esploratrice si incontrava in una necropoli[7](x01_CAPITOLO_06.xhtml), che dal centinaio e mezzo di tombe finora messe allo scoperto, si può dire non piccola.

Sono sepolcri di gente che non fu nè greca, nè della civiltà romana; ma visse tra l’età del bronzo e la prima età del ferro, e, per essere più determinati, appartenne ad un periodo di tempo che, per l’etnologia della nostra storia, risponderebbe ai tempi tra il secolo VII e l’VIII a.C. Altri li giudica di più recente età. Ad ogni modo, furono popoli, per un certo spazio di tempo, contemporanei di Sibari e a questa senza dubbio soggetti, perché abitarono nel suburbio della grande città. In genere, ben si può dirli di gente enotria.

Un dotto ed acuto esploratore della paletnologia italiana, che è il professore Pigorini, in una considerazione prima e sommaria di questa necropoli, l’ha detta di «popoli italici» e di un’età relativamente recente, cioè di un periodo di tempo che egli si affida di determinare agli ultimi cinquant’anni dell’impero di Sibari, che cadde, come è accertato, nel 510 a.C.[8](x01_CAPITOLO_06.xhtml) Per «italici» egli intende, se bene ci apponiamo[9](x01_CAPITOLO_06.xhtml), non gli antichi Liguri, nè gli Etruschi propriamente detti, ma sì quegli antichissimi che, scesi dalle Alpi, abitarono prima nella grande valle del Po fino alla età del bronzo; e dal Po, venendo in giù con i secoli, occuparono poi, nella età stessa del bronzo o nella prima età del ferro, la media Italia e il paese che poi fu il Lazio; e che in epoca meno antica si propagarono verso il sud della penisola. Quella d’«italici» è dunque denominazione generica che niente preoccupa; e può comprendere così i «prischi Latini» nonché gli Umbri e i Sabini antichi, come, i Siculi stessi discesi dall’Alpi, e gli stessi Enotri che vennero dall’Illiria, ma furono anche essi, siccome Illirici, di stirpe aria.

E che le tombe presso Sibari appartenessero a questa razza di men remoti Italici che abitarono sui colli ove fu Roma, qualche tempo prima dell’età di Servio, lo mostra, secondoché avvisa il professore Pigorini, la conformità de’ riti funebri, della suppellettile e della tecnica delle tombe, quando si comparano tra loro queste scoverte a Torre Mordillo e le tombe arcaiche incontrate sul colle Esquilino di Roma, presso San Martino ai Monti; le quali erano scavate in terreno sottoposto all’«aggere serviano» e contenevano bronzo e ferro. Nelle une e nelle altre è serbato il rito della inumazione e non della cremazione del cadavere; inumazione che è serbata altresì nelle antiche necropoli, di recente scoverte, a Suessula (presso Acerra) ed all’antica Alife nell’Italia meridionale; le quali dotti archeologi non fanno risalire, segnatamente quella di Suessula, ad un’età anteriore al 720 a.C. Il rito della cremazione è molto più antico, afferma il Pigorini; era, sì, di uso agli Italici remotissimi della Valle del Po: ma poi fu smesso, come pare, dagli Italici dell’Italia media, e vi si sostituì l’inumazione, in epoca relativamente meno remota. Inoltre, le tombe di San Martino ai Monti non sono una semplice e nuda fossa scavata per terra; ma invece in esse lo scheletro è circondato ai lati e coperto di sopra da pezzi o lastre in tufo, come anche a Suessula ed Alife. E così le tombe al Mordillo. La conformità adunque della tecnica sepolcrale rivela conformità di riti, di usanze, ed anche di parentela dei popoli ivi sepolti.

Tutti questi argomenti (e il lettore ben lo comprende) non possono avere, allo stato dello cose, un valore certo e incontestabile; nè gli altri, di minore importanza, che vi aggiunse l’acuto paletnologo, fortificano il suo concetto. Accettiamo, in genere, che siano tombe di popoli italici: ma nelle tante varietà storiche, se non tutte etnologiche, degli antichi popoli italici occorre allo storico di specificare; e noi diciamo popoli Enotri; non perché, veramente, al suono di questa voce, cresca di molto la luce o scemi di molto il campo dell’ignoto; ma perché, data la età di quelle tombe, quel paese, secondo la storia, era Enotria, e quei popoli si ebbero il nome di Enotri. Ma, quanto alla età di esse, metterle non prima della metà del secolo VI a.C. gli è troppo basso. A noi paiono (come dicemmo) assai più antiche; e per argomenti che non trarremo dalla paletnologia, ma dalla storia.

Il posto di quelle tombe è lontano non più che 12 chilometri dall’incontro del Coscile nel Crati; e vuol dire qualche chilometro più o meno dal luogo ove sorgeva Sibari. A sì breve distanza fu, dunque, se non proprio entro la cerchia del contado di una città così ricca, civile e potente e popolosa, quanto fra breve diremo, fu di certo in prossimità della città stessa. Questa città, che ebbe signoria su quattro popoli e venticinque città d’intorno, avrebbe avuto, senza dubbio, in signoria, al secolo VI, i remoti abitatori che scavarono le tombe a Torre Mordillo. E se del secolo VI, costoro sarebbero, dunque, vissuti per parecchie generazioni, per qualche secolo forse, in quasi contiguità alle mura della grande città, in dipendenza prossima, famigliare, continuata di questi elleni della colonia. Ma se in tale contiguità di luogo e se in tanta durata di tempo, è egli mai possibile che un qualche influsso dell’ellenismo dell’arte o della industria, o della civiltà, siano pure arcaiche, di Sibari, non fosse penetrato negli usi, nei prodotti dell’industria metallurgica o ceramica di questa gente, che le depose nelle tombe ora venute alla luce? Ma affatto nulla di ciò: punto aria o influsso che accennasse all’Ellenia o a Sibari, opulenta e civilissima del secolo VI. Siamo anzi in piena barbarie. I rozzi e goffi vasi di creta di quelle tombe sono fatti a mano, e si dubita se alcuni siano a tornio; tutti di rozzo impasto, senza ornamenti e decorazione di sorta; qualcuno solamente con qualche punteggiatura o con fasci di lineette tirati di traverso, a rebbii di forcina. Colui che, traendoli dalla terra alla luce, li veniva annotando, agl’intenti della scienza, non li paragona altrimenti di tratto in tratto, che alle ceramiche dello tombe famose dette di Villanova, nella media Italia, che nulla hanno che vedere con influssi ellenici. E nessun saggio o frammento di metalli nobili in tutte quelle tombe finora scoperte; eppure i gingilli di ornamento abbondano: anella, armille, fibule, bracciali, bottoni; eppure Sibari era sì proverbialmente ricca e civile al secolo VI!

Tale e tanta barbarie non si potrebbe ammettere alle porte di Sibari, quando la dominazione di essa avesse durato per parecchie generazioni sulle genti di Torre Mordillo. Queste tombe debbono essere o anteriori alla dominazione di Sibari, o, poiché lìuso del ferro è già conosciuto, almeno dei primi tempi della città, tra la fine del secolo VIII e i principii del VII secolo a.C.

Ed ecco che cosa erano cotesti Enotri in cotesto periodo di tempo. Erano, non è dubbio, in quella fosca alba di civiltà che fu tra l’età del bronzo e l’età del ferro; armi ed arnesi dei due metalli si trovano in una medesima tomba. Delle armi, la lancia a foglia di ulivo, di bronzo o di ferro col suo cannello che s’incalma e s’inchioda all’asta di legno; spade di bronzo a manico di osso o di ferro; coltello di bronzo a larga lama, lunata, come quelli delle altre arcaiche necropoli italiche che dicono rasoi; e che credo aspettino altra luce, all’ufficio loro, dall’avvenire; anche un’ascia in ferro, a taglio arcuato e manico di legno. Ma non reliquie di elmi, o corazze, o scudi, o stinieri, ancora ignoti arnesi di guerra a difesa della persona. Vaghi di ornamenti, uomini e donne, le tombe hanno dato in gran copia fibule, anella, armille o monili da braccia, da polso, da gola, forse orecchini, e catenelle e certi dischi a rotelle, messe entro una nell’altra, del genere che dicono _falere_ gli archeologi: anche gli uomini se ne adornavano, se si incontrano armille e monili nelle tombe dei guerrieri. E tutto in metallo di bronzo, o di ferro o di rame, e alcune di osso; con globetti e paste di vetri colorati ed anche con grani di ambra; ma non oro, nè argento, ignoti metalli, a mio credere, agli uomini di quelle tombe. Le fibule in assai numero; e servivano probabilmente a congiungere e tener ferme le cocche delle vesti; sono in forma di drago, ad arco, con l’ardiglione che si ricalcava nella stoffa; alcune, più vistose, a due dischi di filo metallico avvolgentesi intorno e sopra se stesso; e poi gran numero di piccoli aggeggi, che sono bottoni a callottola sferica con pieduccio forato di sotto, di rame, che parrebbe dovessero servire ad ornare più che fermare le vesti alle donne, ma che potrebbero essere altresì globetti da collane e monili. Gli anelli non sono che strisce di rame o spirali di filo metallico avvolgenti la falange del dito, e alcune forse a uso orecchini; né mancano catenelle ad anelli, che s’intrecciano l’un, l’altro. Opere di fusione, solo taluni tirati a martello.

Oltre a qualche vaso di bronzo della stessa tecnica e rudezza degli altri prodotti in metallo, tutte le tombe hanno un corredo di vasi fittili; e (si potrebbe argomentare) per rispondenze di rito funebre. E lutti, come giù fu detto, di arte rozza, di linea goffa, di pancia obesi; qualcuno di speciale forma che ha l’aria di un’otre enfiata, con manico soprapposto a nastro, che è forma strana, ma punto ignota ad altre necropoli italiche; pochi solamente lavorati al tornio, i più a mano; e vuol dire che il congegno meccanico era da poco introdotto ivi, o piuttosto che questi dal tornio venivano da altri luoghi; tutti di un’industria elementarissima e barbarica. Pure in questi ruvidi artefici di bronzo fuso o di creta ollare cominciava già a destarsi un certo sentimento dell’arte, ma tenue ancora ed indistinto quale è nel bambino che scarabocchia dei suoi graffiti la recente parete. In due o tre di queste tombe si sono rinvenute delle figurine fuse in bronzo, aggruppate a coppia, amendue di faccia, l’una che porta un braccio sull’omero della figura compagna e l’altro braccio punta ad ansa sul fianco; ma il tutto sì indeterminato che gli è dubbio se siano nude o vestite! e non sono che appena accennati, ma da fori irregolari, gli occhi e la bocca. Argomentando dal braccio ad ansa, a cui restano ancora intrecciati alcuni anelli, parrebbero ornamenti pensili di collana; il che, se vero, tradisce anche esso la bambineria dell’artefice che sospende le sue figure umane di traverso.

Che queste genti avessero già dei commerci con popoli lontani, lo dimostrano i pezzi di ambra e delle paste vitree trovate in molte dello loro tombe e il bronzo stesso.

L’ambra e il vetro è probabile l’avessero avuto in baratto dai Fenicii, che, come abbiamo visto, ebbero banchi e fattorie di commercio sulle coste jonie, prima di Sibari; nè importa indagare se costoro ricevevano l’ambra dai remoti navigatori della veneta Atria o la traessero direttamente dal Baltico, od anche possibilmente dalla Sicilia[10](x01_CAPITOLO_06.xhtml). La presenza dei Fenicii non lungi dallo sbocco in mare del Crati è accertata a Malaca, che poi fu Petelia, nei pressi dove oggi è Strongoli.

poiché il bronzo è lega di rame e di stagno, è forza ammettere che dagli stessi Fenicii, o sia pure dai navigatori tirreni, veniva lo stagno che gl’indigeni mescolavano al rame di Temesa bruzia, o il bronzo in pani che essi poi forgiavano. Di miniere antichissime di stagno si sono oggi scoverte le traccie sulle spiaggie dell’antica Etruria[11](x01_CAPITOLO_06.xhtml). Il ferro, se non giunse alla Enotria su navi tirreniche dalle coste elbane o dai Fenicii stessi, era forse offerto dalle stesse terre della penisola che poi fu Bruzia.

Altre funebri reliquie della stessa gente s’incontrarono, alcuni anni passati, a Castelmezzano e a Sala Consilina, e sono testimonianze della età del bronzo. In alcune cave funebri presso Castelmezzano, che è quasi all’umbilico della odierna Basilicata nell’alta valle del Basento, vennero fuori — che è degno di essere notato — una grande fibula in bronzo, dall’ardiglione che poggia sopra un largo disco, e fittili, alcuni di rozzissimo impasto, altri di piu progredita tecnica e decorati a mo’ di quei vasi di Cipro di recente in quell’isola scoverti. La fibula, perché somigliante di forma a quelle di arcaico stampo trovate nelle tombe cornetine ove già fu l’etrusca Tarquinia, ha fatto concludere a valorosi scrutatori del passato che il bronzo di Castelmezzano o pervenne ivi per commercio dalla media Italia, ovvero ricopiato da artefici locali su modelli venuti di fuori; e nei vasi arieggianti a quelli di Cipro, fu vista una importazione dal commercio dei navigatori probabilmente fenicii, prima cioè degli stabilimenti ellenici sulle coste del Jonio; il che vuol dire nell’epoca anteriore al secolo VIII[12](x01_CAPITOLO_06.xhtml).

A Sala Consilina (nelle circostanze di questa città, che è dei tempi longobardici, furono le antiche sedi osco-lucane di Atena, Consilina e Tegiano) si rinvennero, tra Sala e Padula, armi ed arnesi di bronzo, lame corte di spade, pugnali, utensili somiglianti a falcetti ed ascie ad alette; anzi, a piè del colle ove siede la città, un vero ripostiglio di molte di questo genere ascie, insieme a vasi di rozza tecnica, non fatti al tornio. Questa raccolta di ascie era riposta in un grande vaso a gonfio ventre, che parrebbe deposito di industria anziché funebre suppellettile[13](x01_CAPITOLO_06.xhtml). La rozza ceramica ci menerebbe a tempi non posteriori al secolo VIII e già aperti ai commerci.

Ma posteriori a quest’epoca, anzi, a mio credere, non anteriori al secolo VI, i trovamenti del 1890, in tombe scoperte entro lo stesso abitato della odierna Sala, tombe non ordinatamente esplorate, e pel loro contenuto archeologico non classificate, è vero, ma ricche in vasi di bronzo, in vasi arcaici di greca fattura e di imitazioni locali, in armi e utensili in ferro, e oggetti di ornamento in ambra e fibule in argento. La tecnica di essi rivela più avanzata civiltà, e già aperta al commercio, anzi all’incolato degli Elleni, ivi arrivati dalle coste tirreniche del golfo di Elea o di Posidonia[14](x01_CAPITOLO_06.xhtml).

Di trovamenti, dirò, sporadici, rivelanti prodotti di lavoro in bronzo o in rozza ceramica, la regione ne offre saggi ogni giorno in questo o quel luogo. Si può dunque ritenere che per tutta la distesa dell’antica Enotria, dal Basento al Crati e più oltre al fiume Neto, dalla valle del Silaro o del Tànagro fino a Metaponto, dalla cerchia degli Appennini alle sponde del Jonio, vissero genti di civiltà conforme a quella ancora bambina della età del bronzo, verso il secolo VIII e il IX a.C. Costoro la storia scritta ci autorizza di chiamarli Enotri; e la scoperta necropoli della valle del Coscile o del Crati, in quanto al bronzo è commisto il ferro, ci autorizza a dirli contemporanei di Sibari.

Troppo ancora scarsi e incompiuti dati di fatto per poter spingere lo sguardo più oltre: è vero. Molti degli oggetti trovati al Mordillo, a Castelmtzzano, nella valle del Neto[15](x01_CAPITOLO_06.xhtml) — fibule, armille, vasi e decorazioni di vasi — rassomigliano per forma identica o quasi, nonché per tecnica, ai tipi delle tombe di Vitulonia e di Tarquinia (del periodo più vecchio), alle tombe euganee, a quelle di Terni e di Tolentino, tutte arcaiche della stessa epoca del bronzo e della prima età del ferro[16](x01_CAPITOLO_06.xhtml). Una qualche relazione, un qualche nesso, un qualche influsso è forza di ammettere tra i vari luoghi, tra le varie genti; dapoiché è avvertita tra loro una tale, che non può essere figlia del caso, conformità d’industria bambina. O quegli arnesi arrivarono giù nella Enotria per commerci, o vi arrivarono i tipi, imitati di poi sul luogo: o gli è forse, piuttosto, che questi abitatori dell’Enotria del secolo VIII furono già mescolati di dimora, per qualche periodo di tempo, con quelli della media Italia, abitatori per le valli del Tevere o del Velino, là dove ebbero stanza e i prischi Latini e gli Umbro-Sabini?

Ciascuna di queste ipotesi può essere accolta. Anche i popoli che vennero d’Illiria, prische nell’Apulia e nella Lucania, avrebbero avuto — e perche no? — una più antica dimora nell’Italia di mezzo, e di qua, costeggiando l’Adriatico, vennero in giù sul golfo di Taranto.

Per ora fermiamoci qui. L’avvenire — che potrebbe essere anche il dimani — trarrà senza dubbio dalle viscere della terra altri sprazzi di luce, altri testimoni che smentiranno, o confermeranno, o emenderanno le ipotesi dell’oggi[17](x01_CAPITOLO_06.xhtml).

E passiamo oltre, agli Elleni.

  
#### NOTE

[1.](x01_CAPITOLO_06.xhtml) GIUSEPPE DE LORENZO, _Reliquie dei grandi laghi pleistocenici nell’Italia meridionale_. Napoli 1898 (dal vol. IX degli _Atti_ dell’Accademia di scienze fisiche e matematiche di Napoli) — E _Studio geologico del monte Vulture_. Napoll 1900 (dal vol. X degli _Atti_ suddetti).

[2.](x01_CAPITOLO_06.xhtml) _Op. cit_. pag. 192.

[3.](x01_CAPITOLO_06.xhtml) GUISCARDI in NICOLUCCI, _I primi uomini_, ecc. nei Rendiconti dell’_Accademia di scienze fisiche e matematiche di Napoli_, 1882\. — Dei trovamenti dell’età litica nel territorio di Venosa si ha notizia in molte pubblicazioni scientifiche. Ecco quel tanto che me ne scriveva (7 settembre 1887) da Potenza il prof. Emilio Fittipaldi…

> «In una trincea scavata per aprire una strada carrozzabile si trovarono, nel terreno rimasto scoperto e nell’altro asportato, in gran quantità armi di pietra, ossa poderose, denti di difesa di un pachidermo enorme, un dente molare dello stesso animale del peso di circa cinquemila grammi, delle ganghe ossifere, ed un utensile che credo un raschiatoio. Le armi di pietra furono sparpagliale: il professor Guiscardi (dell’Università di Napoli) ne ebbe forse un centinaio; io ne ho avute diciotto. Posseggo il molare che credo appartenga all’_Elephas primigenius_, diversi frammenti di ossa del medesimo pachidermo, dall’avorio fossile, ed un pezzo estremo di un dente di difesa logorato dall’uso che ne fece l’animale. Ho pure un pozzo di selce di tale sagoma, che mi sembra un raschiatoio.
> 
> «Le armi, che posseggo, appartengono indubbiamente all’epoca archeolitica, perché sono poco scheggiate, affatto levigate, di selce nerognola, di gres taluna. È naturale che tutte, comunque di diverso peso e dimensione (ve ne ha una del peso di grammi 725), hanno la medesima forma a mandorla: sono scheggiate nel medesimo modo, tanto che due della medesima dimensione, si confondono per la identica fattura. Quasi tutte sono state ricavate da grossi ciottoli rotondi od amigdaloidi, scheggiate con una precisione meravigliosa. Non una di queste accette presenta segni di essere stata adoperata; quindi sospetto che vi fu nella località un’officina. Molte di esse hanno delle incrostazioni di malta, fatta da calcare sciolto e sabbia; così pure il raschiatoio. Le ganghe ossifere che ho avuto, sono ricche di ossa cilindriche a dimensione delle umane…»

Per Acerenza e Metaponto sono accenni in LENORMANT (_A’ travers l’Apul. et la Lucan_. I, 269-343), che scrive: «J’ai recuilli à Paestum et donné au musèe de Saint Germain deux hachettes de pierre polie.» _Ibid_. — A Rionero, oggetti dell’industria litica presso l’on. G. Fortunato.

[4.](x01_CAPITOLO_06.xhtml) Nel _Bull. di Paletnologia italiana_, note del Pigorini, nell’anno 1890 e nel 1900, e pass. Nelle _Notiz. degli scavi_, ecc., gennaio 1900\. — Nel _Metaponto_ di M. LA CAVA, pag. 133\. Gli oggetti litici trovati a Venosa, a Rionero e altrove sono nel Museo preistorico di Roma. — Nel territorio di Muro Lucano l’on. Francesco Marolda Petilli ne dava notizie di aver trovato, tra altri, tre scalpelli di diorite, un coltellino in selce rosso-avana, un altro in selce bianca, quattro freccie con pieduccio.

[5.](x01_CAPITOLO_06.xhtml) GIOVASSI PATRONI, _Un villaggio siculo presso Matera nell’antica Apulia_. Nei _Monumenti antichi_ per cura della R. Accad. Lincei. Roma, 1808, vol. VIII, pag. 007 (Con numorose fototipie).

[6.](x01_CAPITOLO_06.xhtml) Computo dodotto dal numero degli scheletri trovati nelle celle funebri.

[7.](x01_CAPITOLO_06.xhtml) Quarantotto tombe furono scoverte nel marzo 1888 e descritte nelle _Notizie degli scavi di antichità_, dell’aprile dello stesso anno, dovo la indicazione descrittiva è preceduta da una _Nota_ del prof. Luigi Pigorini, supremamente benemerito della paletnologia italiana. Alla descrizione è aggiunta una riproduzione grafica di alcuni dei bronzi trovati. Posteriormente vennero scoverte, ivi stesso, altre 105 tombe, descritte a pag. 472 e 575\. _Op. cit_.

[8.](x01_CAPITOLO_06.xhtml) Nella _Nota_ accennata.

[9.](x01_CAPITOLO_06.xhtml) Conf. PIGORINI, _I più antichi sepolcri dell’Italia_, in _Nuova Antologia_, di aprile 1885.

[10.](x01_CAPITOLO_06.xhtml) Conf. STOPPANI, _L’ambra nella storia_. Milano, 1886, pag. 159 e seg.

[11.](x01_CAPITOLO_06.xhtml) STOPPANI, _L’ambra nella storia_, ecc. pag. 141.

[12.](x01_CAPITOLO_06.xhtml) Nelle _Notizie degli scavi_, ecc., dell’ottobre 1882\. Il ch. prof. Bernabei ne tenne parola in lettera che è riferita in appendice al libro «Metaponto» del dott. M. La Cava, pag. 361.

[13.](x01_CAPITOLO_06.xhtml) La notizia e i pochi cenni descrittiv del prof. Camillo Marinelli sono nel _Bullettino di paletnologia italiana_, Anno I, 1875, pag. 152.

[14.](x01_CAPITOLO_06.xhtml) _Notizie degli scavi_, ecc., aprile 1896, ove si giudicano dal secolo VII al VI.

[15.](x01_CAPITOLO_06.xhtml) Sulle rive del Jonio, o propriamente a Simeri-Crichi, che è un paesello sulle ultime ondulazioni silane, a 15 chilometri lontana dal mare di Catanzaro, fu rinvenuta una tomba contenente soli oggetti di bronzo, cuspidi di lancia, ornamenti della persona, fibule, anelli, armille da polso o da braccio, conformi a quello di Torre Mordillo; e Ia stessa foggia alle suppellettili funebri, la stessa tecnica alla tomba, anche essa circondata e coperta da lastre di pietra. Poiché non presentava reliquie di ferro, o di ambra o di vetro, nè fittili di sorta, parrebbe dovesse essere più antica di quella presso Sibari: pure una speciale foggia di fibula trovata a Crichi, che si sparte in quattro dischi di filo metallico avvolgentesi sopra se stesso, disposti a croce, me la fa credere della stessa epoca, a un dipresso, e della stessa razza di gente dell’altra sul Coscile, ove la stessa foggia di fibula non manca: gli uni contemporanei di Crotone, come gli altri di Sibari. Questa tomba, trovata nel 1880, e descritta nel _Bullettino di paletnologia italiana_, anno VIII, pag. 93\. Il descrittore diligente, signor Foderare, dice che era a cremazione: e Ia riferirebbe alla prima età del ferro. Dall’analisi del bronzo in essa trovato, si ebbe su cento parti, di rame 93.463, di stagno 6.527; senza nè zinco, nè piombo.

[16.](x01_CAPITOLO_06.xhtml) Conf. nelle _Notizie degli scavi_ dell’aprile 1888, sopra citate, il giornale degli scavi.

[17.](x01_CAPITOLO_06.xhtml) Di recente, nel territorio della stessa Matera, in contrada «Timmari» è in corso di esplorazione, ad iniziativa dell’egregio e benemerito Ridola, la necropoli di una stazione preistorica, che pare ebbe a protrarsi sino alla prima età del ferro. Ivi, in piena e nuda terra, innumeri trovamenti di olle cinerarie, con a coperchio una ciotola rovescia: grossolana e nuda ceramica; povertà di contenuto, fuorché di ceneri ed ossa combuste; solo in una, finora, un arnese di ferro. Sono, dunque, sepellimenti a sistema di cremazione, e non di inumazione, come le tombe a fossa di Torre Mordillo, egli altri ben singolari e più antichi a pozzo di Murgia Timone dell’epoca tra della pietra e del bronzo. — Tre sistemi diversi di riti funebri indicano, oltreché epoche diverse, la diversità di stirpi degl’incenerati dagli inumati? — Conf. Note di RIDOLA e QUAGLIATI, nelle _Notizie degli scavi_, agosto 1900.

# CAPITOLO VII

## LE COLONIE ELLENICHE NELLA ENOTRIA[1](x01_CAPITOLO_07.xhtml) — SIBARI E TURII

  
I popoli che furono conosciuti dai Greci sotto il nome di Enotri occupavano già, da gran tempo, tutta la regione che poi fu la Lucania, e tutta o gran parte della penisola bruzia, quando ivi approdarono le prime colonie elleniche; e fu nel secolo VIII avanti l’era volgare.

Intorno a questo periodo di tempi ebbe principio il movimento delle colonizzazioni degli Elleni nella bassa Italia, se si eccettui la colonia di Cuma; la quale invece rimonterebbe, secondo la cronologia comunemente accettata, ad un’antichità assai più remota; antichità per vero negata da dotti scrittori moderni, ma pure recentemente riconosciuta come attendibile da altri [2](x01_CAPITOLO_07.xhtml).

Nell’Odissea[3](x01_CAPITOLO_07.xhtml), si legge che Mente, re dei Tafii, che ebbero fama di navigatori eccellenti

> Fendendo le salate onde, ver gente
> 
> D’altro linguaggio, a Temesa recava
> 
> Ferro brunito per temprato rame,

Se si potesse essere certi che questa Temesa produttrice di rame fosse la Temesa delle piaggie bruzie sul Tirreno, come, del resto, avvisa anche Strabone[4](x01_CAPITOLO_07.xhtml), sarebbe di ben remota antichità la notizia delle terre italiche ai navigatori dello coste elleniche. A Temesa, come a Taranto, come a Malaca o Macala, e forse a Siri e a Metaponto erano già stazioni di gente «di altro linguaggio» come li dice il poeta dell’Odissea, allorquando i vecchi Elleni vi approdarono, nel corso fortunoso di loro viaggi verso il golfo, ove fondarono Cuma nei remotissimi tempi. Ma questi sono i dati di una storia che è a confine promiscuo con la leggenda; e la storia umana delle colonizzazioni elleniche in Italia non si chiarisce che tra l’VIII ed il VII secolo.

Il quasi contemporaneo sviluppo delle varie correnti colonizzatrici dalla Grecia alle coste italo-sicule nel secolo VIII, ha fatto pensare ad un insigne dotto, che il moto di espansione oltremarino fosse determinato da un fatto non prima di quell’epoca noto agli Elleni, e il nuovo fatto fu la scoperta delle coste enotrie e sicule avvenuta in quel periodo di tempo. Sarebbe infatti appunto di quei tempi il caso che ricorda Tucidide di quel Teocle che «gettato dalla tempesta sulle coste della Sicilia, tornò in patria ad informare i suoi concittadini della ricca regione incontrata, e degli abitatori di essa»[5](x01_CAPITOLO_07.xhtml); e Calcide inviò lui stesso a fondare la colonia di Nasso, che sarebbe la più antica, in Sicilia.

Certo è, veramente, che, da Cuma in fuori, ebbero origini, nel secolo VIII, le maggiori colonie di Sicilia e della penisola italica. Nasso, Siracusa, Ibla, Leontini, Catania, nella grande isola, furono fondate nel breve periodo che va dal 736 al 730; e in terra ferma, sulle spiaggie jonie, Sibari, Locri, Crotone, Taranto, dal 720 al 707\. Di più oscure origini furono forse Siri, ed Aliba o Metabo denominata poi Metaponto dagli Elleni che vi giunsero più tardi.

Nel secolo VII si sviluppa la colonizzazione siceliota; e dal 690 al 600 gitta rami e propagini in Gela, in Reggio, in Zancle o Messina, ed in Acre, Casmene e Cameria. Nel secolo VI si svolge la colonizzazione della penisola lucano-bruzia, e si propaga a Lao, a Scidro, a Posidonia, ad Elea, a Terina, ad Ipponio ed altre.

Queste sono le date cronologiche, che diremo uffiziali, delle colonie ora indicate. Ma è lecito supporre che precedettero ad esse approdi o stazioni, o fattorie, o tentativi di stabilimenti temporanei da parte di gente che, più che coloni legalmente staccatisi dalla madre patria, erano forse banditi, o pirati e filibustieri od altro genere avventurieri poco o punto onorevoli. Poi la distanza del tempo coprì della sua ombra pietosa la parte men pura di codesta gente; e quei primissimi stanziamenti di gente equivoca non emersero che nel concetto posteriore dei nipoti a dignità di colonie, dagli inizii legalmente decretati e solenni. Giacché le colonie dei tempi storici e progrediti erano consacrate dall’oracolo precedente e favorevole della Pizia, ed avevano a condottiero legale l’_oikistos_ od _ecista_, che era il capo, il giudice, e il legislatore designato dalla madre patria. Egli, come tutti i fondatori degli Stati, era in vita venerato come un eroe, e, dopo morte, proseguito degli onori eroici dai coloni.

Da queste solenni consuetudini elleniche dei tempi storici derivò il concetto che fece dai coloni italioti riattaccare la fondazione prima delle loro città agli eroi, popolarmente famosi, del ciclo troiano; e Cremissa e Petilia sono fondate da Filottete, Metaponto da Nestore o da Epeo, Salento da Idomeneo, e chi da Ulisse e chi da Diomede e chi da tale altro dei loro compagni. Ricorrendo alla fonte eroica comune alle genti elleniche, attribuivano alla loro città origini gloriose, grazie al fondatore di essa, e nel nome dell’eroe fondatore attingevano quel battesimo di legittimità, che per la mancanza di un _oikista_ noto era difettiva alla città come alla famiglia venuta su senza gli auspicii e i riti delle giuste nozze. Così ai principii dell’età di mezzo, le chiese delle maggiori città riattaccano l’origine loro agli apostoli o ai costoro primi discepoli: e l’antichità o la santità delle origini religiose erano gloria e conforto all’amore della patria terrena.

Talune di queste colonie predominarono su tutte le altre in un certo periodo di tempo; e in quel momento storico di loro prevalenza furono come il centro della politica dell’Italia e della Sicilia coloniali. Cuma sul Tirreno si eleva ad altezza di stati illustri nelle sue relazioni, pacifiche o battagliere, con le popolazioni della Campania e del Lazio. Nella grande isola ebbe splendore e predominio Siracusa. Nell’ultima penisola di terra ferma, la prima, la più fiorente, la più potente, e la più a diversi titoli famosa fu Sibari; e quando questa cadde e scomparve all’urto di Crotone, ebbe splendore e predominio Crotone; e questa abbattuta da Locri venne il tempo del predominio di Taranto. Le altre città, floride e splendide anche esse, non arrivarono a lustro o larghezza d’imperio pari a quelle ora indicate.

  
Nella cerchia del nostro soggetto non entra che Sibari; la quale estese dominio su gran parte della interna regione che poi fu la Lucania ed il Bruzio; gittò le sue propagini sul Tirreno con le colonie di Lao, di Scidro, di Posidonia; e sul Jonio stesso estese influssi d’imperio e di patrocinio sulle altre città di Siri, di Metaponto, e si può credere di Lagaria e di Pandosia. Fu pertanto il più forte stato politico, che ebbe dominii nella bassa Italia dal golfo di Taranto al golfo di Posidonia, in quel periodo di tempo che intercesse tra il remoto dominio degli Enotri e quello meno antico dei Lucani.

La data cronologica della fondazione di Sibari è una delle meno incerte, anzi si considera come addirittura accertata: è essa nel primo anno dell’olimpiade 15, che risponde all’anno 34 dell’era romana ed al 720 innanzi l’era volgare[6](x01_CAPITOLO_07.xhtml). Fu fondata sulle spiaggie del mare Jonio in quel punto della pianura, dove l’attuale fiume Coscile si scarica nel Crati[7](x01_CAPITOLO_07.xhtml).

I suoi primi coloni vennero dal Peloponneso; i più da città dell’Acaia; ed altri, con essi, da Trezene dell’Argolide. Il nucleo, per numero o per importanza, maggiore uscì dalle città di Ege, di Bura e di Elice, in Acaia. Presso di Ege scorreva il fiume Crati (oggi Akrata) e presso di Bura era la fonte detta di Sibari[8](x01_CAPITOLO_07.xhtml); due nomi che i nuovi coloni riprodussero, nel paese enotrio nuovamente occupato, ai due fiumi che fluivano da presso alla nuova città. Da Elice, che fu la capitale religiosa degli Achei, veniva l’_Oikista_, che era a capo di tutta la gente che fondava e popolava Sibari. Il suo nome è incerto; benché si trovi detto _Iselikeus_ nelle carte di Strabone[9](x01_CAPITOLO_07.xhtml). E deriva da queste origini, anche il tipo delle sue monete[10](x01_CAPITOLO_07.xhtml) che e il toro rivolgente il capo all’indietro, e che per la città fondata da Elicei addiventa un’arme parlante.

Oltre ai Trezenii dell’Argolide ed alle genti dell’Acaia, altri coloni si aggiunsero loro, forse da Rodi o da Locri, giacché solo per la presenza di cotesti gruppi di genti si potrebbe spiegare (come altri ha giustamente osservato) la notizia di taluni miti o leggende che s’intrecciano alla notizia della storia di Sibari.

Ebbe origini, incremento, e fine nello spazio di 210 anni, che e pure un breve spazio di tempo per l’insigne splendore e la potenza a cui pervenne.

La storia della città di Sibari fu meravigliosa a tutta l’antichità; i meravigliosa e fantastica per gli stessi moderni. Città famosa per numero di popolo, per estensione d’imperio, per opulenza di economia pubblica, per raffinatezza di civiltà che parve prossima a corruttela, e per la sua stessa catastrofe repentina e straordinaria, venne la sua causa a mano di tardi retori e sofisti, che, esagerando o impicciolendo o interpretando di traverso tutti i fatti di una civiltà che precorse i tempi e maravigliò i contemporanei, ebbero buon giuoco alle declamazioni in sostegno di una tesi di carattere morale. Sibari cadde troppo presto, e quando, può dirsi, la storia non si era cominciala a scrivere ancora. Il vuoto delle testimonianze contemporanee lasciò libero il campo alle creazioni degli odi di parte e alle infiltrazioni della tradizione orale: all’azione di questa duplice chimica la storia si fuse e confuse nella leggenda! L’odio delle città rivali proseguì, anche dopo che fu distrutta, la memoria della città spenta: e gli odii politici e le teoriche etiche degli istituti pitagorici crotoniati non furono forse gli ultimi forniti che accreditarono presso i posteri le accuse, le fiabe e le arguzie contro Sibari e i Sibariti.

Gli Elleni che fondarono la città nel 720 a.C. trovarono l’interno del paese abitato da popolazioni varie, sotto il nome di Enotri, di Conii e forse di Breuci o Bretti, barbare, o poco meno, di civiltà: giunsero in poco tempo a sottometterle, tributarie, piuttostoché in servitù. Sviluppando celeremente le qualità fattive e assimilatrici di quel misto di vivaci razze venute da’ vari luoghi dell’Ellade, la colonia divenne presto uno Stato potente, così, che potè estendere nell’interno, dall’altro lato degli Appennini bruzii fino alle rive del Tirreno, le sue colonie, tra cui specialmente ricordate quelle di Lao e di Scidro, e forse anche Posidonia; di questa però è dubbio se per via di coloni da Sibari spediti, o da lei staccatisi per secessione di torbidi interni.

Crebbe in popolazione rapidamente così, che parrebbe troppo lontana dalle, ordinarie leggi demografiche, se non soccorresse lo esempio delle odierne, città degli Stati Uniti; e il rapido crescere può spiegarsi dal rapido e largo arrivo dei nuovi coloni dalle terre elleniche, attratti dall’insigne bontà del suolo e del clima; poiché la fama popolare lontana ebbe a dirlo paese di delizie senza spese, il «Bengodi» di quella antica età[11](x01_CAPITOLO_07.xhtml).

Diodoro Siculo, accennando al vasto imperio della singolare città, lasciò scritto che i Sibariti concessero il dritto di cittadinanza a molti «stranieri»[12](x01_CAPITOLO_07.xhtml); e in questo fatto della isopolizia largamente concessa a costoro, parve ai moderni trovar la ragione della immensa popolazione della città. Ma resta il dubbio di quali stranieri intendesse parlare Diodoro: io credo de’ nuovi arrivati di razza ellenica; e dubito se delle genti barbariche circostanti alla città, come quei moderni Scrittori pare che credano. La comunanza piena del dritto dei cittadini concessa ai barbari, sarebbe fatto insueto a tutta l’antichità.

Riferiva Strabone che Sibari tenne I’imperio su quat popoli e venticinque città[13](x01_CAPITOLO_07.xhtml): ed erano senza dubbio le tribù dei semi-barbari circostanti; ma quali esse fossero non è detto; onde corsero libero il campo gl’investigatori delle antiche storie. Erano le popolazioni de’ Messapi, de’ Peucezii, de’ Lucani e degli Enotri, disse già il Mazzocchi[14](x01_CAPITOLO_07.xhtml): ma sulla fede di una semplice congettura, si può ritenere per certo un imperio così ampio da giungere fino alla Japigia e alla Messapia? Mannert, invece, indica le popolazioni dei Conii, dei Morgeti, de’ Siculi, de’ Japigii[15](x01_CAPITOLO_07.xhtml), e dimentica gli Enotri, più che altri storicamente contemporanei e prossimi a Sibari, e ricorda i Morgeti, che non è probabile non fossero già scomparsi dalla terra d’Italia parecchi secoli prima della floridezza di Sibari, nel secolo VII. Grote, con la sobria quanto efficace misura del buon senso, li dice popoli o tribù indipendenti, di ceppo probabilmente enotrio; e questa pare a me la soluzione indeterminata sì, ma meno arbitraria del problema.

Né minori le divergenze sul nome delle venticinque città; e Lao, Scidro, Posidonia, Siri, Metaponto, Lagaria, Cosa, Pandosia fu congetturato che erano del numero. Altri[16](x01_CAPITOLO_07.xhtml) vi aggiunse Macala, Cremissa e Petelia, che, più prossime invero a Crotone, congettura per congettura, è probabile fossero in dipendenza di questa, anziché di Sibari. Ma il numero non torna ancora; e si ricorse in supplemento ai nomi di quelle ignote antichissime città, che in qualche antico geografo si trovano dette «enotrie» come Drio, Bristacio, Cone, e non so che più. Ultimamente il Lenormant aggiunge alla corona geografica di Sibari anche Cerillia, Porto Partenio e Lampetia, e inoltre una città di Sicione, che egli il primo e solo discopre in virtù di una antica moneta e le dà il posto a Scalea; e, infine e con maggior maraviglia, anche la odierna Maratea, che egli crede, dal nome, una Maratia antichissima; ma che per me è nome di origini del tutto medioevali e di popolazioni bizantine! La piena caligine di sì antichi tempi[17](x01_CAPITOLO_07.xhtml) scuserà egli mai questa smania degli eruditi di creare qualcosa, qualche parvenza di cosa, dal nulla?

E vengo alla popolazione: il cui aumento fu, come si è accennato, tanto straordinario che la «la città (riferisce Diodoro) contava 300mila cittadini»[18](x01_CAPITOLO_07.xhtml). Ma cittadini «attivi», come parrebbe dalla espressione dello storico[19](x01_CAPITOLO_07.xhtml); ovvero e non altro che 300mila abitatori? Se cittadini attivi, la popolazione della città dovrebbe ammontare ad un milione e 200mila, in complesso. Or sarebbe egli credibile tanto ammasso di gente, se la città di Sibari abbracciava un circuito di 50 stadii, ovvero un sei miglia e non più[20](x01_CAPITOLO_07.xhtml); e se Crotone, che al secolo V e IV a.C. era ampia di un dodici miglia di circuito[21](x01_CAPITOLO_07.xhtml), non potè un secolo innanzi, cioè nel 510, mettere in campo contro la stessa Sibari che un terzo di armati meno dell’emula città? È forza dunque di concludere due cose: o che i 300mila di Diodoro erano gli abitatori, in complesso, di Sibari, non unicamente i cittadini, politicamente considerati, della città; o che i 300mila della popolazione di Sibari erano abitatori e della città e del contado di essa. Così il meraviglioso cederà il campo al possibile, e la leggenda alla storia.

Al concetto statistico della popolazione si riattacca quello dell’esercito. Diodoro stesso[22](x01_CAPITOLO_07.xhtml) dice che Sibari, nell’ultima campagna di guerra contro Crotone, mise in campo un esercito di 300mila uomini, contro i 100mila dell’avversa città. Evidentemente, nel concetto dello storico siculo i suoi 300mila cittadini tornano qui in campo come soldati; poiché nei supremi frangenti della patria ogni cittadino attivo era soldato.

Un tale sciame di cavallette a foggia di uomini ha fatto credere a coloro che, scrivendo di storia, non dimenticano sui plutei delle biblioteche erudite il senso comune, ha fatto credere, che fosse un esercito tratto non dalla sola città, ma da tutto quell’amplo imperio di Sibari, di cui abbiamo fatto parola poco innanzi. A tale criterio, si avrebbe per tutto lo stato di Sibari una popolazione che può elevarsi fino ad un milione e mezzo.

E gli è forza confessare che non é punto impossibile. Ma poiché tutto è falsato nella storia di Sibari, non ci si neghi lo esame di questa statistica militare. E ricordando che Siracusa, potente forse più della stessa Sibari nel secolo V, sotto l’autorità di Gelone non potè mettere in campo che un esercito di soli 60mila soldati contro i Cartaginesi invasori (i quali da certa storia, eco della fantasia popolare, furono elevati fino a 300mila! annch’essi portati dal vento di Africa), e che la stessa Siracusa, sotto Dionigi il vecchio, con gli aiuti di quelle grandi città che furono Gela, Selinunte, Imera, Agrigento e Cameria, non potè mettere in campo, contro Mozia e i Cartaginesi, che 80mila uomini appena, — chi vorrà credere all’esercito di 300mila soldati di Sibari, spulezzati da non più che 100mila di Crotone, e questi, per giunta, comandati da un atleta? L’esageraziono è strabocchevole; è il seme, onde crebbe, sono i 300mila «cittadini» di Diodoro.

È necessario pertanto fare di gran tara alla statistica demografica diodoriana. E se all’affermazione dello storico sarà lecito di contrapporre quella di un antico geografo, un poco più antico di lui, e che è noto sotto il nome di Scimno di Chio ci troveremo, a mio avviso, meno insicuramente da presso al vero. Scimno[23](x01_CAPITOLO_07.xhtml) dice Sibari «grande, nobile, opulenta e bella città,» popolata non di 300mila cittadini, ma sì di centomila. E questi piuttosto abitatori che cittadini.

A questa stregua, che è più conforme allo sviluppo normale della vita dei popoli, la storia di Sibari, almeno per questo lato, si spoglia di quella esposizione tendenziosa, che ne fecero per ogni verso gli antichi scrittori. Sminuita la cifra dei cittadini, è forza sminuire quella dei suoi eserciti; e pertanto, equiparandosi all’incirca le forze combattenti delle due emule città, la vittoria dell’una e la disfatta dell’altra (di cui parleremo), esce dal campo delle maraviglie, e addiventa un fatto umano, soggetto alle leggi, alle condizioni, alla fortuna delle cose umane.

  
La città, mirabile per numero di popolo, fu meravigliosa per splendore di civiltà e per opulenza. La ricchezza portò presto la raffinatezza dei costumi; e questa parve tanto e sì infinitamente superiore al comune livello delle città dell’occidente, che i filosofi vollero trovare in essa le ragioni dello sùbita caduta dell’imperio di Sibari. E che cosa non fu detto ad ingiuria della singolare città, che cosa non fu colorito in ridicolo, de’ costumi, del tenore di vita, della civiltà de’ suoi popoli? Le «storie sibaritiche» divennero il canavaccio di racconti arguti a trattener le brigate[24](x01_CAPITOLO_07.xhtml); poi passarono a dignità di storia.

Era segno di suprema mollezza agli abitanti di Sibari l’uso delle lane finissime di Mileto, — quando le lane di Taranto non erano ancora filate, e non ancora in telaio le sete di Lione, o i pizzi di Spagna o le tele di Olanda! colà dove il clima ardente alle spiaggie apriche del Jonio obbligava a coverture leggere! Mollezza, che ai fanciulli di ricche famiglie legassero i capelli alla fronte di un cerchio d’oro, anziché da un nastro di lana, e cingessero le membra di vesti purpuree! Mollezza di vivere, che il ricco sibarita visitasse i suoi poderi in lettiga, quando i _brugham_ non erano ancora inventati: mollezza, che per le sue ville suburbane passeggiasse, a schermo del sole, sotto viali coperti a rami di verzura intrecciati, o riposasse negli antri scavati nella rupe dall’arte. Segno di corruzione, che le matrone di Sibari assistessero ai conviti dei loro mariti. Ideale di lusso ridicolo, che ai conviti rituali (_epulae_) delle feste sacre facessero gli inviti un anno prima, e che agli ordinatori più inventivi si desse attestato pubblico, di onore[25](x01_CAPITOLO_07.xhtml). Ma i retori di tarda età che predicano Curio ai tempi di Augusto e Cincinnato ai tempi di Adriano, non si avvedono che manca loro il senso dei tempi; e nel fatto di Sibari trasportano alle consuetudini della vita privata quello che era cerimonia solenne di feste pubbliche o religiose; per cui il rito e la consuetudine predefiniva di avanzo coloro che avessero diritto d’intervenire, e lo stesso limite al concorso della festa solenne doveva fare ricercato quanto onorifico l’invito gran tempo prima.

Il Sibarita dorme — si disse — su letto di rose; e una sola foglia che faccia grinza, non lascia ai molli fianchi di prendere riposo! Li sturbava il canto mattiniero del gallo e il picchiare dei mostieri rumorosi; e questi essi proscrissero dalla città. Che più? Effeminati e molli, imparano ai loro cavalli danzare a suon di flauto; e nelle supreme battaglie della patria gli squadroni dei cavalli da guerra si mutano in cavalli da circo, e ballando cavalli o cavalieri, la patria inabissa! — La città di Turii che successe a Sibari ebbe l’uso dei giuochi equestri, a giostre e caroselli; e di là li imitarono poi i Romani[26](x01_CAPITOLO_07.xhtml). Gli arguti narratori di «storie sibaritiche» a sollazzar le brigate risalgono da Turii a Sibari; i giuochi del circo dell’una si trasformano in istituti militari dell’altra; e mescolando con l’agilità del prestigiatore al tragico il grottesco, arrivano al colmo dell’assurdo e dell’ingenuità! E gli eruditi ingenui che hanno l’ufficio e la gloria di credere e ripetere, fanno eco, e ripetono!

Sibari fu la Parigi dell’antichità. Ebbe il torto di cadere prima che nascesse la storia, e di non lasciare neppure le rovine che attestassero altrimenti la civiltà sua; ebbe il torto di essere caduta in odio ad un sodalizio illustre per sapienza, per fama, per influssi sull’antica civiltà, i pitagorici. I pitagorici ottimati di genio, di spiriti, di carattere, furono la causa occasionale per cui cadde Sibari, già venuta a mano di una democrazia furibonda e plebea. Da loro, dai loro istituti di vita semplice e sobria dovettero venir fuori i primi germi di quella morale condanna, che cestirono in fiore sul terreno dei retori e dei grammatici.

Tanto splendore di vita e così ricantata raffinatezza di vivere fanno arguire un livello di pubblica ricchezza elevatissimo, e una opulenza straordinaria anche pei tempi moderni. Smindaride di Sibari, quando si portava a sposo in Sicione viaggiò con propria nave con un seguito di un migliaio di ogni genere inservienti, che censirono in cuochi, in uccellatori, in pescatori o confettieri. Ed Alcistene della stessa città faceva pompa di un peplo che, donato a Giunone Lacinia presso Crotone, e venuto in preda, con altre ricchezze del tempio, del vecchio Dionigi, questi potè vendere per centoventi talenti[27](x01_CAPITOLO_07.xhtml).

L’opulenza della città venne dai commerci e dalla terra. È ricordata la straordinaria feracità dell’agro tra il fiume Sibari e il Crati, che rendeva, a detta di Varrone, fino al cento per uno; ivi quei campi e quel sole producevano, come producono, abbondantissimi olii, frumento e vini. Sono ricordate le miniere di argento e forse di raem coltivate da Sibari; Temesa, ove era il tesoro sotterraneo del rame, fu probabilmente in dominio di Sibari: erano di certo le miniere di argento nei luoghi, che oggi portano i nomi significativi di San Marco Argentano e di Longobuco. Quanto ai commerci, una congettura del Lenormant è degna di speciale ricordo.

È noto da antichi scrittori che Sibari fu in relazione di commercio e di amicizia con la ricca, industriosa e navigatrice città di Mileto, dell’Asia Minore, e con i Tirreni dell’Etruria, nell’Italia stessa.

Sibari, come è noto, stabilì sue colonie e a Lao e a Scidro, sul Tirreno; e Lao si sa che era posta sul mare all’estremo di una linea retta che vi piaccia idealmente tirare da Sibari sul Jonio allo sbocco del fiume Lao nel Tirreno. Il dosso dell’Appennino onde dilagano, ai due versanti, i fiumi oggi Coscile che è l’antico fiume Sibari, e il Lao, che è lo stesso antico fiume Lao, separa le due città per una distanza di non oltre due giornate di cammino. Sibari non è detto che abbia fatto commerci marittimi: anzi un antica arguzia proverbiava il Sibarita che nasceva, viveva e moriva tra i due ponti del fiume che irrigava la sua città. Il Lenormant è di avviso che Sibari foce il commercio di transito tra le spiaggie del Jonio a quelle del Tirreno per la via interna dell’Appennino; e fu il commesso intermediario degli intraprendenti navigatori Milesii e dei navigatori Tirreni per lo scambio delle ricercate merci asiatico-orientali ai ricchi popoli della Tirrenia etrusca, e delle merci e prodotti italici ai commercianti dell’Asia. Gli uni approdavano nel golfo della città di Lao, gli altri nella rada di Sibari; e queste due città erano come il magazzino di deposito delle merci che i suoi abitanti trasportavano pel dosso dell’Appennino da un mare all’altro. Via scorciatoia che abbrevia la distanza, sopprime i pericoli dello stretto siculo, scansa i rischi della pirateria del mar Tirreno e risponde ad un bisogno vero e grande, non poteva non produrre quei frutti economici che apporta ogni monopolio, naturale o artificiale che sia; quei frutti che trasse Corinto dalla privilegiata posizione sua sull’istmo, sopprimendo distanze e pericoli dello stesso genere. Sibari fece quello che fu Corinto nel commercio dell’Egeo al Jonio, e ne ritrasse la stessa opulenza.

Tutti questi fattori economici di una ricca e raffinata, civiltà, non escluderebbero una causa più alta, che tutti li comprende, cioè una condizione di governo, ottimo, che guarentisse la pace pubblica e l’incremento della pubblica agiatezza. Ma sappiamo punto o poco degli ordini e delle condizioni politiche dello Stato sibarita: e se si volesse giudicare dagli ultimi tempi della sua storia, non si potrebbero arguire condizioni statuali diverse da quelle delle altre prossime città della stessa stirpe. È probabile che i diversi elementi, o di varie origini coloni che popolarono Sibari, non fecero un tutto omogeneo e fuso così, che non lasciassero sorgere lotte ed attriti, sia per privilegi civili, sia economici, i quali turbassero la pace pubblica. È più che probabile, la potenza stessa della città dovè fare ombra alle altre città greche della contrada, e portare tra esse rivalità e gelosie, che poi divamparono tremende all’ultima ora di Sibari. Lo stesso espandersi dei commerci se liga per ragione degli scambi un popolo all’altro, desta le gelosie e le rivalità di tal altro; perché il commercio è per se stesso esclusivo, come ogni interesse; e la concorrenza genera la lotta.

Tra’ pochi ricordi della storia di Sibari è il fatto di una lega tra Sibari, Metaponto e Crotone a danno della città di Siri, sul Jonio. Razze di Achei contro Jonii, i tre alleati facilmente sottomisero la città di Siri. Non si sa quali cause spinsero e quali interessi coalizzarono contro di una le altre tre[28](x01_CAPITOLO_07.xhtml); ma non fu controversia per estensione di confini, perché Crotone non avrebbe preso parte alla lotta contro uno stato che dai suoi confini era del tutto lontano. Furono piuttosto interessi di commercio?

Nella breve serie delle monete di Siri è nota una che fa testimonio di un’alleanza o patto commerciale di essa con la colonia di Pixus, o Bussento, che era nelle circostanze di Policastro di oggi, sul Tirreno. È probabile che Siri, la cui grande opulenza ai tempi della floridezza di Sibari è attestata da numerose testimonianze, facesse anche essa un commercio di transito per le merci che approdavano nel golfo di Taranto dalle coste illiro-epirotiche pel cambio delle merci sbarcate nel seno di Pixo o Policastro. La concorrenza sarebbe stata ben grave, senza dubbio, agli interessi di Sibari; di qua la guerra, o un pretesto qualsiasi alla guerra, che fu vinta in tre contro di Siri. Ma quali condizioni imposte e quali utilità ne ritrassero i vincitori, non si sa: tutto è oscuro o incerto, finanche l’epoca del fatto[29](x01_CAPITOLO_07.xhtml). Nè punto è provato che dall’esito di questa guerra di tre, avvenne la distruzione di Siri, che anzi Siri è ancora in piedi al secolo V.

Il governo di Sibari, come quello delle città italiote, non poteva essere altrimenti che un governo di ottimati, retto però dall’aristocrazia degli alti censiti, anziché della nascita. Che esistesse in essa una classe privilegiata, di quelle famiglie segnatamente che discendevano dai primi fondatori della città, si può con certezza arguire dal fatto, che avvenne nel secolo V alla ricostituzione della città di Sibari sotto il nome di Turii. Allora i superstiti cittadini della distrutta Sibari, riuniti che furono ai coloni della neonata Turii, pretesero sugli antichi campi di Sibari possesso privilegiato di terre, nonché privilegi di onori nella città risorta; onde derivarono dissensioni, lotte sanguinose ed espulsioni definitive dei pretensori sibariti. È naturale il credere, che i primi fondatori di una colonia compongano, di diritto, il Senato o l’assemblea dirigente il governo della nuova città; e che pur crescendo la popolazione di questa, non possa allargarsi di pari passo la cerchia di quella; sicché resti una condizione, per qualche parte, inferiore degli uni, superiore degli altri. Il governo di ottimati, sia di nascita, sia di ricchezze, è naturalmente conservativo; e codesta indole sua dovè piuttosto irrigidirsi, anziché allargarsi e corrompersi, nelle città italo-greche, agli influssi di quegli istituti pitagorici, che furono senza dubbio fomite di educazione morale e scientifica non solo, ma d’indirizzo politico conservativo altresì. Il governo, di per se stesso, è una funzione sociale aristocratica; e poiché non può distruggere se stesso, è di sua natura fondamentalmente conservativo: le sètte o le forze aperte ovvero occulte che lo combattono, per la natura loro stessa, sono evolutive e distruttive finché lottano; ma quando, vincitrici, diventano governo, sono (se esse durano) dal fatto stesso investite della necessità dell’esistenza, che è forza conservativa o centripeta maggiore dell’espansiva o centrifuga. Certo che l’origine dell’uno o dell’altro carattere si rispecchia in tutti gli atti suoi; ma la natura delle cose non si muta. D’altra parte, gli organismi sociali, come tutti i naturali organismi, si corrompono col tempo; e l’osservazione degli stessi antichi scrittori (pure ammettendo una corruzione interna degli istituti sociali, che da aristocratici si trasmutano in oligarchici, e da democratici in oclocratici) ammetteva che da questa stessa corruzione interna derivasse poi la trasformazione da una figura tipica di un organismo nell’altro opposto, con corso e ricorso, che alla tesi contrapponeva l’antitesi e l’antitesi alla tesi, senza un concetto superiore che li avesse ambedue concordati.

Il governo di Sibari, agli ultimi tempi, mutò in una democrazia popolare, stemperata e furibonda, che si appuntò in un Teli, despota o tiranno, come lo dicono gli antichi[30](x01_CAPITOLO_07.xhtml); ma che era il rappresentante della democrazia popolare, accentrante in sé, come Cesare, tutta la prevalente potestà della democrazia. Questa fazione vincitrice (e non si sa dopo quali e quante lotte, e di che genere) cacciò dal governo la parte avversa, aristocratica o timocratica, dei nobili o ricchi che aveva fino allora governato; e di essa cacciò in bando i maggiorenti, in numero, come fu scritto, di cinquecento. Erano dunque tutti i capi-famiglia che componevano il senato della città.

I proscritti ripararono nelle mura della prossima Crotone; e di qua e da quello che successe è lecito arguire che forma di governo timocratico e conservativo dominava altresì a Crotone. Il nuovo governo di Sibari chiede che i suoi proscritti siano non so se consegnati o allontanati dalla città che li accoglieva; e questa, dopo pubblici consigli parecchi ed agitati, decise di non piegare alle dimande della democrazia sibarita. Gli storici dànno il vanto della generosa risoluzione di Crotone all’autorità personale di Pitagora, che perorò per i proscritti. Non è riferito da scrittori assennati, che Pitagora fosse nei consigli del governo crotoniate; ma è probabile che, in un affare di tantissimo momento, fosse richiesto l’avviso di un saggio di tanta autorità, come il capo degli istituti pitagorici. Forse l’autorità sua personale non sarebbe valuta, da sola, a piegar la bilancia a prò dei proscritti, col pericolo di un disastro alla patria; ma membri dell’istituto pitagorico erano membri del governo crotoniate; e l’odio di parte accendere doveva, naturalmente, un governo di ottimati contro un governo di gente nuova e plebea, uscita da recente rivoluzione e che della rivoluzione aveva ancora la intemperanza e la violenza.

E che quella parte dominante a Sibari fosse plebe furibonda e indegna, quanto ignara delle arti di governo, lo mostrarono e gli atti successivi del dramma e la catastrofe. Crotone manda a Sibari ambasciatori per esporre le ragioni del rifiuto; e la plebe che domina a Sibari fa a pezzi gli ambasciatori; anzi, a non dubbio suggello dell’argomento che il governo fosse caduto in preda ai più bassi fondi dell’arena sociale, gettano i cadaveri insepolti al pasto delle fiere: — civile offesa all’umanità dei consorzi civili, che fu tenuta, secondo le idee dell’antica società, come delitto religioso: — e i sacerdoti fuggirono da Sibari[31](x01_CAPITOLO_07.xhtml).

Scoppiò la guerra, e si sa come finì la campagna di settanta giorni. Io non credo ai 300mila combattenti, messi in campo da Sibari, contro i 100mila di Crotone; ma quelli tra gli antichi e moderni scrittori che credettero alla cifra meravigliosa, quanto non avrebbero dovuto accusare, non già la proverbiale mollezza de Sibariti, ma la insipienza, la frenesia, la cecità della parte che reggeva il governo della città, che sciupò una posizione sì straordinariamente potente! Ciompi venuti su dalle convulsioni del basso ventre della società, avendo perduto per sue violenze tutti gli elementi di forza e di vigore che apportano ai consorzii civili i rappresentanti della ricchezza, della nascita illustre e della tradizione di governo, si trovò ai fianchi non altri che gli elementi disgregati di una democrazia plebea che sostituisce alla forza la violenza, al consiglio l’impeto, alla temperanza la passione; e che al primo urto si sfascia, se non ha la fortuna di vincere. All’urto infatti dei Crotoniati essa non tenne testa; si sfasciò e andò in frantumi; e quelli arrivano vincitori sotto le mura di Sibari. Con essi era Dorieo fratello al gran Leonida delle Termopili[32](x01_CAPITOLO_07.xhtml) che, emigrato con molti compagni da Sparta, veniva in cerca di miglior fortuna in Italia. A Sibari la sùbita disfatta produsse, come al solito, il contraccolpo nella stessa parte che era al governo; e la plebe che sui campi di battaglia si era ecclissata, gridando (possiamo credere) al tradimento, fece in pezzi Teli stesso e la famiglia.

Il vincitore entrò nella città, e con la rabbia che divampa dal cozzo sanguinoso delle armi, con l’aculeo della vendetta elevata a dovere dal fanatismo religioso, con l’odio lungamente nutrito verso un’emula e sovvertitrice e prepotente città, incendiò, abbattè, distrusse tutto; cacciò via il resto del popolo; e perché la vendetta fosse eterna, sprigionò (dicono) dal suo letto le acque del Crati, e ne diresse la corsa a sommergere quel che avanzasse della distrutta città. Il popolo superstite si ritrasse a Lao, a Scidro, altrove. E così di Sibari, la più grande, la più splendida delle greche città, anche le ruine perirono![33](./images/#Ns%5Fback-nota-33).

Sibari cadde nel 510\. Non prima di 58 anni dopo, secondo la narrazione di Diodoro[34](x01_CAPITOLO_07.xhtml), i suoi cittadini tentarono di farla risorgere sullo stesso luogo, e sulle sue vecchie rovine; ed anche questo mi abilita a non credere nella procurata diversione del fiume Crati.

Ma vennero i Crotoniati a ricacciarneli da capo. Era dunque necessario di trovare altri potenti che avessero rintuzzato o mansuefatto l’odio dell’inimica Crotone; e gli espulsi mandarono in Grecia a pregare i Lacedemoni e gli Ateniesi perché gli aiutassero a rientrare nella loro antica sede, e prendessero parte con altri coloni alla loro città. I Lacedemoni rifiutarono: ma gli Ateniesi, a consiglio di Pericle, fornirono dieci navi, e mandarono altri coloni ai Sibariti, con a capo Senocrate e quel Lampone, che era un famoso indovino ovvero interprete di oracoli. Avevano già fatto bandire per le città del Peloponneso, che era fatta licenza a tutti di prendere parte a questa colonia; sicché molta gente vi si aggiunse.

E poiché a rendere civilmente e religiosamente legale una colonia, voleva la consuetudine si fosse consultato l’oracolo di Apollo, che, simbolo della greca civiltà, era il divino conduttore di essa ai lontani popoli, Atene ricorse all’oracolo: e questo rispose, dice Dionigi[35](x01_CAPITOLO_07.xhtml)

> «che bisognava fondar la città, là dove vi fosse acqua da bere con misura, ma suolo fertile in vettovaglie senza misura. Sbarcati adunque in Italia, i novelli coloni vennero a Sibari; e cercando il luogo cui accennava l’oracolo, incontrarono, non lontano da Sibari, una fonte che era detta Turia; e da essa sgorgavano le acque per una doccia di rame, che gli indigeni dicevano medimno. Qui si fermarono. E circondando il luogo di un muro, costrussero una città che chiamarono Turii».

Questa è la tradizione. Ma una città detta «Turia» era nel Peloponneso, ed un’altra col nome di «Thyrea» tra la Laconia e l’Argolide, e una terza nominata «Thyrrium» nell’Acarnania. È probabile che il nome alla città del Crati fu dovuto piuttosto al prevalente numero di quei coloni o iniziatori dell’impresa, che venivano da qualcuna delle omonime città ora indicate.

Questa Turii sarebbe surta nel 446 a.C.[36](x01_CAPITOLO_07.xhtml).

È doppiamente notevole tanto che i Crotoniati questa seconda volta non vennero a cacciarneli, quanto che la prima volta, e appena distrutta Sibari, Crotone non occupasse di suoi coloni il territorio della vinta città; eppure una delle intime cause delle intestine discordie delle città italiote tra popolo e ottimati era appunto nella scarsità del proprio territorio, già occupato dagli uni e preteso dagli altri. Giamblico, uno dei tardi biografi di Pitagora, dà come causa della distruzione dell’istituto dei Pitagorici a Crotone anche questa, che, dopo distrutta la grande rivale, fu proposto nel Senato crotoniate di dividere al popolo vincitore il territorio di Sibari, e il Senato ricusò; onde gl’impeti e le violenze e gli eccidi contro l’assemblea composta di Pitagorici. Ma codesto è difficile a credere, osserva il Grote[37](x01_CAPITOLO_07.xhtml):

> «giacché se fosse vero, la distruzione dei Pitagorici avrebbe prodotto di naturale conseguenza la divisione e la occupazione permanente del territorio sibariese; ciocché non accadde mai; giacché il territorio restò senza possessori fino alla fondazione di Turii.»

Anche questa astensione di Crotone è un enigma della storia di Sibari. E quanto alle prime relazioni tra Crotone e la nascente Turii, poiché ogni ira in quella è cessata, è lecito di argomentare, che un qualche trattato intervenne tra gli Ateniesi e i Crotoniati; pel quale qualche guarentigia o soddisfazione fu potuta dare alla polente città dal Capo Lacinio, quella, forse, di non far risorgere il nome odiato di Sibari, o di non toccare al posto della distrutta città; e fu stretta tra loro un’alleanza[38](x01_CAPITOLO_07.xhtml). Allora il confine dei territori tra le due città fu il fiume Ilia[39](x01_CAPITOLO_07.xhtml), che è uno dei corsi di acqua, non bene determinato, tra Rossano e Cariati.

Tra tanti coloni ellenici che vennero a Turii furono, ben degni di ricordo, Lisia il grande oratore, il grande architetto Ippodamo, Erodoto e forse anche Tucidide. Era bene augurata quella spanna di terra italiana che attirava a sé tanti insigni uomini! Erodoto, cittadino di Turii, scrisse ivi gli ultimi sei libri della sua storia: ed ivi morì. Gli antichi lo dissero lo storico di Turii.

Anche Ippodamo fu dello dagli antichi (ancorché nato in Mileto) cittadino Turiese, poiché diresse con arte e regole di simmetria nuove o inusate, la edificazione della nuova città. La quale (dice Diodoro)[40](x01_CAPITOLO_07.xhtml)

> «venne divisa per la sua lunghezza da quattro ampie strade, che ebbero il nome da Ercole, da Afrodite, da (Giove) Olimpio e da Dioniso; e per la sua larghezza fu divisa da altre tre strade, che si dissero Eroa, Turia e Turina. Negli spazi intermedi alle strade i coloni elevarono gli edifizi; e la città ne ebbe (soggiunge lo storico) una bella apparenza.»

I cittadini furono divisi in dieci tribù: le quali parmi siano in relazione topografica con i venti quartieri o sestieri, o rioni, che risultano dall’incrociamento delle sette strade, ricordate dallo storico siculo. I nomi delle tribù si riferirono a luoghi della madre patria onde erano venuti; e tre ricordano il Peloponneso, cioè

> «la tribù Arcadiese, l’Achea o la Eliese,» tre altre avevano nome di Beotica, da’ Beoti; di Doriese, dalla Doride; e degli Amfiziònidi, forse così detta da quelli che vennero dalle _vicinanze_ di Turii, o dai paesi vicini alla Beozia ed alla Doride[41](x01_CAPITOLO_07.xhtml). Le altre quattro furono la Jonia, dai Jonii dell’Asia Minore, l’Ateniese, l’Euboica, e quella «degl’Isolani del Mare Egeo.»

Ebbero nei supremi ordini dello stato un Senato, ovvero una giunta di Governo detta dei «Simbuli»; una magistratura dei «Custodi delle leggi» a intento di sorveglianza o di freno agli abusi dei pubblici uffiziali o dei tesorieri; e senza dubbio, le Assemblee popolari, che sanzionavano le leggi stesse: ordini di governo, in origine, tendenti ad aristocrazia; ma piegarono presto a timocrazia oligarchica, secondo un accenno che ne fece Aristotile. Diodoro Siculo aggiunge che «elessero a legislatore Caronda[42](x01_CAPITOLO_07.xhtml)», ma questi appartenne ad un’età molto anteriore alla fondazione di Turii; e non può essere.

Le città italiote non ebbero svolgimenti di tranquilla esistenza. Quando gelosia di prossimi Stati non ingenerasse attriti di controversie e di guerre, gli intimi germi di intestini dissidi fermentavano in seno alle città, e le agitavano in torbidi e guerre civili.

Sia diversità razze che coabitavano insieme, sia la forma di governo che non giunse a contemperare equamente le forze delle classi alte, delle medie e delle popolari in una società, che si fondava sulla schiavitù e sul concetto del dritto creato dallo Stato; sia la mancanza, nei loro organismi costituzionali, di un potere direttivo, ma forte e indipendente dalle mobili maggioranze dell’agora; sia la mancanza di un organo che rispondesse alla funzione propria a quel congegno tutto moderno che è l’esercito stanziale, quelle città, segnatamente le ordinate a democrazia, versavano in un’attività, che svegliava senza dubbio in alto grado le facoltà intellettive dei cittadini, ma che trasmodava in lotte che non conferivano alla pace pubblica. Ciclo, anziché serie, di demagoghi e tiranni.

La storia di Turii, per quel tanto che sappiamo, non è difforme da questi concetti. Le prime discordie sbocciarono quasi alle stesse origini della città.

> «I sibariti, reliquia o discendenti dell’antica popolazione — racconta Diodoro, XII, 31 — si arrogarono le principali magistrature, e non restarono che gli uffizi di minore importanza ai nuovi e più recenti cittadini arrivati. Essi pretesero che, nelle solennità de’ sacrifizi, le consorti dei cittadini antichi prendessero i primi posti di preferenza alle altre dei venuti dipoi. Nella ripartizione del territorio si attribuirono le terre più prossime alla città, lasciando ai nuovi venuti le più lontane. Ne nacquero di grandi discordie; e avvenne che più numerosi e più forti i nuovi venuti, questi uccisero quasi tutti i più antichi, e restarono essi i padroni della città. Chiamarono dalla Grecia nuovi coloni, e distribuirono loro i quartieri della città e le terre. La colonia arricchì prontamente, governata che fu da ordini democratici.»

E continuando, ricorda Diodoro (XII, 22, all’olimpiade 83, ovvero 445 a.C.),

> «che i Sibariti scampati agli eccidii dei Turini, andarono a stabilirsi sulle rive del fiume Traento; ed ivi dimorarono qualche tempo; finché non vennero i Bruzii che li scacciarono e li dispersero» (verso il 350 a.C.).

Questa città sul Traento, che oggi è fiume di quasi identico nome presso al capo Trionto sull’Jonio, sarebbe una seconda Sibari (anzi terza, se si tien conto di Turii); ed a questa seconda città i nummologi riferiscono le monete con la leggenda di Sibari, in caratteri non arcaici[43](x01_CAPITOLO_07.xhtml) quali si veggono sulle monete incuse dell’antica Sibari.

E qui nasce il dubbio, se questo rivolgimento di Turini che cacciarono gli antichi Sibariti, sia un evento diverso da quello di che è ricordo in Aristotile, il quale accenna ad una simigliante cacciata dei Trezenii dalla vecchia Sibari per violenta opera dei concittadini di stirpe achea[44](x01_CAPITOLO_07.xhtml). I cacciati da Turii fondarono una nuova Sibari, sul Traento; i già cacciati da Sibari fondarono o si aggiunsero coloni a Posidonia, sul Tirreno. Siamo innanzi ad una reduplicazione parallela di un unico fatto? o, in diversi tempi, le identiche cause produssero identici effetti?

Le diversità di razza dei cittadini rinfocolavano senza dubbio le parti politiche della città. Nel corso della sua storia, sappiamo che ciascuna di esse, secondo le origini sue, ricorreva al patrocinio di Atene o di Sparta, i due stati egemonici della madre Ellade. Ciascuna accampava dritti di prevalenza, invocando l’una delle due città come madre patria di Turii; poiché, secondo il costume dell’età e della gente, era dovuto dalla colonia alla città madre, nonché onoranze di ossequio e materiali aiuti in caso di bisogno, ma quella deferenza che ai consigli dei genitori debbono i figliuoli. Nelle diverse e petulanti pretese delle due parti fu interrogato l’oracolo di Delfo; e il senno prudente dell’Iddio rispose che Oikista di Turii non fu altri che Apollo, Apollo il conduttore ideale della civiltà ellenica a’ lontani. A schermo di questa solenne decisione il governo di Turii poté, con giusti intenti di prudenza civile, dichiararsi neutrale nella guerra del Peloponneso tra’ due stati egemonici. Ma nel gioco della guerra fortunosa, e nell’attrito delle interne fazioni pare venisse al governo or l’una, ora l’altra; e si trova scritto che Atene, nel periodo della spedizione di Sicilia (circa il 414 a.C.), ebbe in aiuto dalla città di Turii 700 soldati di grave armatura, 300 arcieri e vettovaglie[45](x01_CAPITOLO_07.xhtml); poi quando la spedizione andò a male, il controcolpo echeggiandone in Turii, portò in auge la fazione contraria; la quale espulse dalla città la parte atticizzante; e in questa era Lisia, che proscritto venne ad Atene (411 a.C.). Turii allora piegò verso la politica di Sparta.

Turii che succedeva a Sibari è probabile che nel primo rigoglio di sua vita politica ambisse agli stessi limiti, alla stessa estensione d’imperio della grande città. Forse ne tentò l’impresa; ma le città d’intorno erano uscite dalla minore età dei tempi di Sibari, e non lo permisero. Per espandersi come Sibari al nord verso la Siritide, nacque la guerra con Taranto; non vinse, non occupò la città di Siri, ma qualche parte del territorio l’ottenne dai Tarantini che prevalsero, come sarà detto più innanzi. Al sud era Cotrone potente e florida, e il breve confine si arrestò al fiume Illia. Fece guerra con la città di Terina[46](x01_CAPITOLO_07.xhtml); ma l’esito è ignoto. Lao, Scidro, Posidonia, se un tempo colonie di Sibari, erano già stati autonomi e forti: nè senza fiere guerre e grandi vittorie queste avrebbero piegato alle pretese di Turii. La quale, al contrario, su quali grandi forze poteva fare assegnamento per soggettarlo, se nel 390 a.C. non potè mettere in campo contro i Lucani che un esercito di soli 15mila uomini? E i Lucani comparvero presto a stringerla e restringerla in brevi confini.

Più fortunata che per altre città italiote, la storia ha raccolto la notizia di alcune sue leggi. Le attribuirono gli antichi a Caronda; e non è vero. Ma il palese anacronismo non ha tolto a taluno di credere almeno ad un possibile accomodamento delle leggi carondiane alla civiltà turiese; anzi tal altro è di avviso che il sapiente aggiustatore fu proprio quel Protagora celebrato, sofista e contemporaneo di Pericle, che da un antico viene detto anche lui legislatore di Turii[47](x01_CAPITOLO_07.xhtml). Ma potremo credere alla sapienza efficace di queste leggi, se desse furono davvero quali si leggono riferite in Diodoro?[48](x01_CAPITOLO_07.xhtml).

E per quanto non convenga giudicare il passato con i concetti dell’età nostra, tanto, come non sorridere all’ingenuità del legislatore famoso, e alla maggiore ingenuità dello storico che le riferisce ammirando? I più antichi legislatori (è vero) non distinguevano, non sapevano distinguere quello che noi si dice il campo della morale dal campo del diritto: ma quale efficacia giuridica poteva esercitare l’assorta legge turiese di Caronda che minacciava di forti ammende coloro che avessero avuto pratica da amici con i malvagi! Anziché legge sarà un consiglio etico; e anziché comando di un Caronda legislatore, sarà opera di uno di quegli antichi sapienti scrittori di versi dorati o di auree sentenze.

Un’altra legge proibiva le seconde nozze al cittadino vedovo che avesse figli; e in pena, sarebbe stato escluso dai pubblici Consigli. Ai tristi che fossero convinti di calunnia era pena lo scherno del pubblico: essi sarebbero tratti per le vie della città, coronato il capo di non so quali foglie, se non fosse l’ortica! I poltroni che non prendessero le armi in difesa della patria, ordinava la legge sedessero alle contumelie del pubblico, tre giorni, ma in veste da donna!

> Misericordia e giustizia gli degna!

Ed assorgendo a più alte sfere legislative, Diodoro ricorda la legge che attribuiva la tutela degli orfani ai parenti del lato materno; e dagli intendimenti di questa legge si potrebbe inferire che a Turii il ramo materno fosse escluso dalla successione ereditaria della famiglia.

Sarebbe ben degna di maraviglia l’altra legge dell’istruzione obbligatoria, che tutti i fanciulli della città dovessero imparare i primi rudimenti delle lettere, e che le pubbliche scuole fossero tenute a spese dello Stato. Anacronismo di retori riferito ai tempi del vecchio Caronda, non parmi pure in armonia con la nòta austera e rigida della stessa legislazione turiese riferita a Caronda stesso. Attribuendo alla mutabilità delle leggi una causa efficiente della mutazione degli Stati, era ordinato, per chi volesse proporre la revisione di una legge, si presentasse all’assemblea deliberante con al collo una corda; che era lì per strozzarlo, se l’assemblea rigettasse la proposta. Era in fondo il concetto jeratico che la legge è santa; che lo Stato è opera divina; che ogni moto è regresso: era il concetto dorico che mal si addiceva alle mobili stirpi achee.

In tutto lo spazio del tempo trascorso da Caronda in poi, tre volte sole (dice Diodoro) e tre soli cittadini di Turii proposero una riforma a qualche sua legge[49](x01_CAPITOLO_07.xhtml); ed egli accenna a quei tre casi quali ha potuto immaginarli un grammatico. Ma non ricorda egli un’altra legge di Turii, che non fu di certo opera di Caronda; ma che è riferita da un uomo di troppo superiore a Diodoro, perché non si abbia a stare al di lui giudizio. Ed è una legge che proibiva di conferire pubblici uffici allo stesso cittadino, se non dopo un intervallo di cinque anni. Aristotile fa le lodi di questa legge[50](x01_CAPITOLO_07.xhtml); e benché altri maraviglia della lode di Aristotile, noi possiamo aderire, di sicura mente, al giudizio del «Maestro di color che sanno».

  
#### NOTE

[1.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Ecco la Cronologia delle Colonie sicilote e italiote della Italia meridionale: una cronologia per la maggior parte di esse approssimativa come di tutte le cose _in fieri_: Cuma, fondata secondo la cronica di Eusebio nel 1050 av.C., secondo altri nel 1031; Nasso, nel 736; Siracusa, nel 735; Ibla, nel 736; Leontium, nel 730; Catana, nel 729; Sibari, nel 720; Crotone, nel 710; Taranto, nel 707; Gela, nel 690; Siri, nel 680?; Metaponto, nel 650?; Locri, nel 683; Reggio, nel 668; Acra, nel 665; Messana, nel 664; Posidonia, nel 650?; Casmene, nel 600; Elea, nel 536; Thurii, nel 446; Eraclea, nel 433.

[2.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Conf. HOLM, nell’_Archiv. stor. delle prov. napolit_. 1886.

[3.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Lib. I.

[4.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) STRAB. VI, 393.

[5.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) TUCID. V, 6\. — STRAB. VI, 310, lo dice ateniese.

[6.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Secondo la cronologia di Eusebio, l’anno 709.

[7.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) La pianta topografica della pianura, ove di ritiene, pure dubitando, che fosse Sibari, si può vedere nelle _Notizie degli scavi di antichità_, pubblicato per ordine del Ministro della istruizione pubblica. Roma, anno 1879, pag. 245.

[8.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) STRABONE, VIII, 592, 3.

[9.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) STRABONE, VI, 404\. — In GROTE, _Storia della Grecia_, vol. V, c. IV, p. 97, è ricordato che:

> «Kramer, nella sua novella edizione di Strabone, dubita, come già il Koray, della esattezza del nome Ισελικευς; il quale, senza dubbio, si allontana dalla solita analogia dei nomi greci… Egli stampa Οικιστής σε αυτης ὀ Ἰσ… Ἐλικευς facendo di Eliceus l’etnicon della città achea di Elice.»

Lenormant (_La Grande Grèce_, Paris, 1881\. I, 256), senza più, dà all’oikista il nome di «Is, di Elice;» e così altri oggidì.

[10.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Il significato della strana posa dol toro sibaritico fu felice intuizione di un dotto archeologo napoletano, Giulio Minervini.

> «Il toro — egli scriveva — è il tipo numismatico degli Achei di Sibari. I tori di frequente sono detti dai poeti ἑλίκη (Odiss. A, 92), e tra le varie spiegazioni di questa parola è anche quella della loro flessibilità (Hesych, _ad v_. ἑλίξ). Bene dunque conveniva al toro retrospiciente di Sibari l’epiteto di ἑλίξ. E se si aggiunga il rocordo del Nettuno Elicenio degli Achei, a cui veniva sagrificato il toro, ben si trarrà da questa duplice fonte il significato del tipo numismatico di Sibari.» (_Bullett. Archeol. Napoletano_. Anno VI, 1858, 178).

[11.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) In frammenti superstiti di antichi poeti greci, è accenno a leggende di paesi di Bengodi o di Cuccagna…

Il comico Metagene, nei suoi _Turiopersi_, fa così parlare un abitante di Turii:

> «Il fiume Crati a noi volge grossissimi
> 
> Pani impastati da sè stessi, e il Sibari
> 
> Gonfio di carni e di stiacciate fluttua,
> 
> E razze già lessate entro vi guizzano.
> 
> Seppie belle e arrostite in ogni rivolo
> 
> E acciughe raccogliamo, e _fragri_ o gamberi
> 
> Fritti, umidi, salsiccie. Giù da l’etere
> 
> Piovon gli arrosti in bocca e a’ piè ci cadono,
> 
> E i pan buffetti intorno a noi fan circolo.»
> 
> (Framm. 6)

Da ETTORE ROMAGNOLI in un articolo «Soggetti e Fantasie della commedia antica,» in _Nuova Antologia_, 16 giugno 1897.

I framm. sono in KOCK, _Comicorum atticorum fragmenta_, Lipsia, 1880.

[12.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) _Bibliot. Istorica_, Lib. XII, § IX.

[13.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Libr. VI, 404.

[14.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) _Ad Tab. Heracl_. 108, n. 71.

[15.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Conf. CORCIA, _Op. cit_. III, 282.

[16.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) CORCIA, III, 281.

[17.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) ERNESTO CURTIUS (_Storia greca_, vol. I, 459\. Torino 1879) tagliò corto, e le 25 città di Strabone dice «colonie» senza più.

[18.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Libro XII, § IX.

[19.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) πολίτης.

[20.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) STRABONE, VI, 404.

[21.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) In LIVIO, dec. III, lib. IV, 3.

[22.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) DIODORO, luogo cit.

[23.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Scimno, o piuttosto l’Anonimo che va sotto il nome di Scimno di Chio, e che scrisse verso l’anno 90 av.C. la sua _Orbis descriptio_, dice di Sibari: _urbe magna, gravis, opulenta, pulchra, decem fere myriades habens civium_ e propriamente: δόκα μυριάδας ἔχουσα τῶν αστῶν σχεδον. — In Geographi Graeci minores; recognovit C. Mullerus, etc. Paris, Didot, 1855, vol. I, p. 210, ver. 340, 5.

[24.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) GROTE, vol. V, 117\. — ELIANO, _Var. Histor_. XIV, 20\. — ARISTOF. _Vespe_, ver. 1260.

[25.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Ad Icaria, sulla strada che da Atene va a Maratona, fu, tempo fa, sterrato un santuari dionisiaco; e in esso una iscrizione del IV o III secolo av.C., che è un decreto della città di Icaria, accenna al dono di una corona offerta al demarca Nicone per avere presieduto con zelo sollecito alle feste dionisiache. — Nel giornale l’_Opinione_, 11 ottobre 1888.

[26.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) TACITO (_Ann_. XIV, 21) scrive: _A Tuscis accitos_ (Romam) _histriones, a Thuriis equorum certamina_.

[27.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) V. appresso, al capitolo X.

[28.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Taluno la «triplice alleanza» contro Siri riferirebbe a queste aprole che si leggono nella epitome di Giustino (XX, 2):

> _Metapontini cum Sybaritanis et Crotoniatibus pellere ceteros graecos Italia statuerunt_.

Ma dalla incoerenza loro si può arguire che qualche cosa manca al periodo dell’epitomatore; onde è, per me, l’assurdità del concetto in esse contenute. Di quali «Greci» e di quale «Italia» si intende parlare?

[29.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) La guerra di Sibari, di accordo con Metaponto e Crotone, contro Siri è posta nell’Olimp. 50, ovvero 580 a.C. da E. Curtius (_Storia greca_, II, 254): e poco dopo, cioè tra il 570 al 565, dal Lenormant (_A’ travers l’Apulie et la Lucanie_, I, 344). Sono computi approssimativi che si fondano sul dato che la guerra fu anteriore alla caduta di Sibari, e sopra l’affermazione di Trogo Pompeo presso Giustino (XX, 2-4).

[30.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Erodoto lo dice anche «re» (V, 44). — È notevole che dalle istorie di Erodoto, il quale pure visse a Turii un secolo dopo, la storia di Sibari non apparisce conforme ai racconti di altri storici e scrittori dell’antichità.

[31.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) ERODOTO, V, § 44, che accenna a Callia, sacerdote o indovino, della famiglia de’ Jamidi, di Elea ellenica.

[32.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Conf. Erodoto, V, 41 e seg. e VII, 205.

[33.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Poiché della storia di Sibari tutto è straordinario e maraviglioso, parrebbe un prodotto postumo di codesti sentimenti anche la notizia dell’appensata diversione del fiume Crati per disperdere fin le ruine della città. Strabone afferma espressamente il fatto; e recenti ricerche topografiche (poiché si allogherebbe l’antica Sibari nei piani tra Serra Pollinara e Caccia Favella, nel territorio del comune detto _Terranova di Sibari_) hanno riconosciuto, a destra de’ meandri dell’attuale Crati, un avvallamento, che oggi ancora è detto «Valle del Marinaro» e il «Crati vecchio». Erodoto, che visse non breve tempo in questi luoghi di Turii, un’ottanta anni dopo la catasgtrofe di Sibari, parlando di un tempio elevato a Minerva Cratiese da Dorieo, lo dice posto «presso il Crati secco» παρα τον ξερον Κραθιν, lib. V. 45\. Questo confermerebbe (secondo il Grote, VI, VI) indirettamente la deviazione del fiume che ne fecero i Crotoniati. Quanto a me, non posso restarmi dall’osservare, che Erodoto, se parla della citta presa dai Crotoniati, non accenna alla rabbiosa distruzione di essa; né, molto meno, al deviamento artefatto del fiume; ed egli, contemporaneo, abitò lungo tempo sui luoghi. Nè Diodoro Siculo ne fa parola; anzi dal suo racconto può trarsi argomento in contrarlo[a](x01_CAPITOLO_07.xhtml). Né posso dimenticare, come quasi tutti quei fiumi che si versano al mare per la pianura del Jonio hanno cambiato di letto, per proprio impulso, o soventi, anche nei tempi da noi non lontani[b](x01_CAPITOLO_07.xhtml). Non sarà egli, dunque, lecito almeno il dubbio per questa ultima vendetta dei Crotoniati, ai quali forse la postuma tradizione addebitò come fatto a disegno un evento naturale? I meandri, che oggi descrive il fiume nella regione «Pattursi» che è il luogo dell’antica Sibari, mostrano che sono piuttosto un effetto dello scarso declivio del suo corso; e credere codesti meandri opera appunto, ovvero conseguenza dell’opera rabbiosa dei Crotoniati del VI secolo a.C. è, parmi, un fare troppo a fidanza con Ia fantasia. Forse bastò ai Crotoniati di tagliare un qualche argine, onde il fiume traboccasse ad allagare la città sottostante; forse il fatto dell’allagamento non fu dovuto altrimenti che alla mancata cura di mantenere appunto codesti argini, onde la città era difesa. Nel silenzio significativo di Erodoto, io accoglierei piuttosto questa ultima congettura.

[a.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Diodoro (lib. XII, § X) non dice altro che questo: «I Crotoniati erano tanto esasperati che non vollero fare nessun prigioniero; uccisero tutti i fuggitivi che poterono raggiungere; fecero un gran massacro; saccheggiarono la città di Sibari e la spopolarono intieramente».

[b.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Il Bradano mutò l’antico alveo in quello che oggi percorre nell’anno 1243\. Le vestigia dell’antico letto si vedono ancora verso il nord, dice l’Antonini, il quale si riferisce inoltre ad un diploma del 1253 che attesterebbe il fatto (_La Lucania_, P. III. v. p. 531). — Anche il fiume Sele mutò di corso, nell’ultimo suo tronco, ai tempi di Carlo II di Angiò (Id. ibid. pag. 197).

[34.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Lib. XIII, 10 e dice: «Cinquantotto anni dopo (447-6 a.C.) alcuni Tessali lo ricostruirono: ma non passarono cinque anni e vennero i Crotoniati a ricacciarneli».

[35.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Lib. XII, § X.

[36.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) È la data di Diodoro, _ibid_. (Olimp. 83.3) e lui seguono Heyne O. Muller, ecc. Invece Raoul Rochette, Clinton, Kruger, Dodwell sono per l’anno 444\. — Conf. THEOD. MULLER, _De Thuriorum Repubblica_, Gottingae (1838), il quale, trattando minutamente delle cose di Turii sino al termine della guerra peloponnesiaca, sostiene, interpretando Diodoro, che furono due le colonie venute a fondare Turii, a due anni di intervallo, nel 446 l’uno, nel 444 l’altra (p. 4, 6). — E sia!

[37.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) _Storia della Grecia_, vol. VI, c. VI, p. 266.

[38.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) DIODORO, lib. XII, c. 11.

[39.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Confr. TUCIDIDE, VII, 35\. 

[40.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Lib. XII, 10.

[41.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) T. MULLER, _Op. cit_. p. 23 (ἀμφι _circum_ e _prope_).

[42.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Ibid. XII, 10.

[43.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Hanno per tipo il toro sibaritico retrospiciente e la testa della Pallade attica, con le parole, in più recente forma di lettere, ΣΙΒΑΡΙ — Conf. GARRUCCI, _Mon. ant_. 145.

[44.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) ARISTOT. _Polit_. V, 3 disse: — «Trezenii ed Achei essendo insieme coloni in Sibari, quando gli Achei crebbero di numero, ne scacciarono i Trezenii; onde ne venne il motto di _scelus sybariticum_.»

[45.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) TUCID. VII, 35, 57\. DIOD. XIII, 11.

[46.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) In POLIENO, _Stratag_. II, 6.

[47.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) HEYNE, _Opus. Acad. Prolus_. VIII e IX. — MUELLER, _Op. cit_. p. 41.

[48.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Lib. XII, §§ 12 a 19.

[49.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) Lib. XII, § 17.

[50.](x01_CAPITOLO_07.xhtml) _Polit_. V, 7\. Egli veramente non accenna se non all’alto ufficio di stratego.

# CAPITOLO VIII

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## LE COLONIE ELLENICHE SUL MARE JONIO: — SIRI, ERACLEA, PANDOSIA E METAPONTO

  
Dopo lo stabilimento di Sibari, e per impulso, in gran parte, di essa, altre colonie elleniche vennero sorgendo alle spiagge dei due mari della regione enotro-lucana. Sul versante al Jonio Siri, Eraclea, Metaponto, Lagaria, Pandosia; sul versante al Tirreno Lao, Scidro, Pixo, Molpa, Elea e Posidonia.

La serie delle colonizzazioni elleniche sulle spiaggie della bassa Italia non furono, per ciascuna colonia o città, fatti isolali e senza seguito; nè fatti che si restrinsero unicamente al lembo di terra, prossima al mare, sulla quale s’impiantarono. O cominciassero, talune, come fattorie di commercio, ovvero tali altre per occupazione violenta di filibustieri, o per impianto legale di colonia propriamente detta, esse ebbero a ricevere man mano, per non breve periodo di tempo, nuove aggiunte di coloni dalle terre elleniche; e, per non breve tempo, mandare fuori del proprio seno altri sciami di coloni per l’interno paese, occupato da barbari, quali dicevano le genti enotrie o gli osco-sabellici. I coloni nuovamente arrivati non acquistavano dritti pari ai primi abitatori della colonia; e venendo, da principio, nella qualità di _penesti_ o clienti, non movevano le gelosie de’ più antichi, mentre erano di prezioso aiuto a crescere le forze delle città contro i barbari delle prossime montagne. D’altra parte, la pronta floridezza delle città sulle nuove terre occupate favoriva l’aumento sollecito della popolazione; e questa era naturale si riversasse di fuori a creare nuove fattorie, nuovi centri, nuove propagini di popolo nell’interno del paese, seguendo il corso dei fiumi, che scendendo dall’Appennino, attraversavano floride valli.

Questo duplice fatto darà luce a molti problemi della storia nostra. La mescolanza di nuovi e vecchi coloni darà ragione delle tante tradizioni diverse intorno alle origini di ciascuna colonia; ogni gruppo di popolo che arrivasse portava seco i suoi numi, i suoi culti, i suoi eroi e le tradizioni sue: e se da prima quetavano sommessi ai più antichi coloni, non tardavano a levare in alto animo e ambizioni; onde la ragione suprema delle interne discordie che le travagliarono tutte. L’espandersi successivo dei nuovi arrivati dalle città sulle spiaggie verso l’interno del paese, spiegherà l’esistenza di tanti elementi ellenici, che lo studio delle omonimie riscontra nella topografia dell’alta Lucania, e dei tanti cimelii riferibili alla greca civiltà, che il caso fa scoprire nella regione stessa men prossima al mare.

  
Fra le più antiche colonie elleniche va posta la città di Siri. Quale stabilimento di gente greca, propriamente detta, essa ebbe origine un quaranta anni dopo Sibari, al cadere del secolo VII, verso il 680\. Ma tutto fa credere che la città preesistesse agli Elleni.

Le origini sono incerte, e le tradizioni si aggrovigliano e confondono. Indica la remotissima età sua uno sprazzo di tradizione, che la sospingerebbe fino ai Morgeti. È piu probabile avesse avuto origini da’ popoli dell’Epiro, specie dai Coni o Caoni, che, come abbiamo visto, ebbero parte alle più antiche colonizzazioni di queste spiaggie. Pandosia, prossima a Siri, che fu detta reggia o residenza di re Enotri, ebbe non dubbia origine da popolazioni caonie delle terre epirotiche. In quell’ampla distesa di terra, ove vissero i Caoni, i Tesprozii, i Molossi antichissimi, dalle coste acroceraunie al golfo strimonio, era, nella valle dello Strimone, una città detta appunto Siri[1](x01_CAPITOLO_08.xhtml).

Di qua i primi coloni della città italiota, arrivati dalla Caonia. Vennero con essi o sopraggiunsero qualche tempo dopo altre genti delle stesse stirpi epirotiche; e queste mossero, come io credo, da quella antichissima città di «Ilio» che sorgeva tra i Caoni e i Tesprozii, alle foci del fiume Tiami, là dove esso sbocca di contro all’isola di Corcira. Esse portarono alla Siri italica il culto della loro Atena, che fu detta «Iliaca» e che, famosa per pietosi miracoli, fu confusa con quella di Troia da più recenti scrittori; e di qua, forse, l’altra tradizione che disse[2](x01_CAPITOLO_08.xhtml) antichi coloni della Siri di Lucania i fuggitivi

> D’Ilio raso due volte, e due risorto.

La colonia propriamente ellenica ebbe origine dai Jonii dell’Asia Minore, specie da quei di Colofone; quando, soggiogata la patria loro dalla conquista de’ re di Lidia (verso l’olim. 25ª, ovv. 680 a.C.) essi emigrarono, schivi di servitù, in cerca di nuove sedi.

Mileto, che esercitava i maggiori e i più lontani commercii marittimi in quella età e che era già in dirette relazioni con Sibari, dovette essere loro di guida o di esempio alle nuove spiaggie di occidente. Vennero gli Jonii da Colofone a prendere terra sul golfo di Taranto alle foci del fiume che dalla prossima città ebbe il nome di Siri, e poiché genti di altra stirpe, non incontrarono che accoglienze inimiche. S’impadronirono a viva forza della città; e atroci scene di sangue fecero tristamente famoso ai popoli circostanti il selvaggio dritto di guerra de’ nuovi arrivati. Gli stessi iddii accennarono a commuoversi; quando i vincitori, ebbri di sangue, scannarono gl’inermi e le donne e i supplicanti a piè del simulacro della Minerva Iliaca, il quale chinò gli occhi di orrore![3](./images/#Ns%5Fback-nota-3) Così la leggenda, eco del senso intimo dell’umanità, ripeteva pietose menzogne ad insegnamento di men feroci costumi, a mitigamento del barbaro dritto di guerra.

I nuovi arrivati pare che dessero alla conquistata città o all’acropoli che vi costrussero a dominarla, il nome di Polieo[4](x01_CAPITOLO_08.xhtml); ma il nome non attecchì e restò o rivisse il nome di Siri. Ivi l’amenità e la ferace natura del luogo attrassero sempre nuovi abitatori nel corso dei tempi dal secolo VII al VI, quando l’onda de’ greci coloni correva pel mare siculo in cerca di nuove terre e di migliore fortuna sulle spiaggie meridionali della Sicilia e dell’Italia.

Sursero allora gran parte delle colonie elleniche in Occidente; e vennero allora a Siri altri coloni da Rodi[5](x01_CAPITOLO_08.xhtml) o forse in maggior numero dalla stessa Atene, se questa poteva vantare dritti di madre patria verso di quella nel secolo V a.C. Quando Temistocle instava presso l’ammiraglio della flotta greca poiché rimanesse nella rada di Salamina a dar battaglia ni Persiani (480 a.C.), Erodoto gli fa dire che «gli Ateniesi con le donne e i figliuoli (a fuggire l’ira dei vincitori) sarebbero partiti per la città di Siri, in Italia: Siri (egli aggiunse) ci appartiene _ab antiquo_, e gli oracoli dichiarano che essa debba essere colonizzata da noi»[6](x01_CAPITOLO_08.xhtml).

Siri crebbe a singolare floridezza negli stessi tempi di Sibari: si levò anzi, nel concetto delle antiche genti, alla stessa raffinatezza di costumi, che fu diffamata per quella città. La straordinaria feracità della terra e i suoi commercii favorirono l’incremento della pubblica ricchezza.

Una rara moneta di federazione tra Pixo e Siri ed una altra tra questa e i popoli Laini[7](x01_CAPITOLO_08.xhtml), possono dare indizio dell’indirizzo dei commerci da Siri verso il Tirreno; e di qua abbiamo tratto argomento, più innanzi, a supporre che un commercio di transito era ordinato per l’interno della regione enotria tra i due mari, per opera dei popoli Sirini, affine di eliminare i pericoli ed i ritardi di una navigazione costiera per lo stretto siculo. A questo concetto abbiamo riattaccato le origini e la ragione della guerru mossa contro di Siri, da Sibari in alleanza con Crotone e Metaponto; ma ignote le ragioni della guerra, ignoti gl’interessi comuni degli alleati, ignote le conseguenze della vittoria a danno di Siri, anche l’epoca è ignota; però non più tardi del secolo VI. Da un breve accenno ci è noto che Locri, in questa guerra d’interessi, volle soccorrere Siri che fu vinta. E che questa infelice guerra disertasse la città di Siri è probabile; che la distruggesse, no; come pure taluno vorrebbe dedurre dalle parole di Temistocle testè riferite secondo Erodoto. Siri rimase in piedi, e stato autonomo, poiché combatté ancora un’altra guerra e fu vinta, nel secolo V.

Verso la metà di questo secolo V cadde la città di Siri, per opera dei Tarantini; e dalla rovina di Siri nel 443, fu detto che surse la città di Eraclea, colonia di Taranto. Ma qui le notizie monche e confuse non si accordano tra loro, nè coi monumenti; e del disaccordo è necessario di fare parola.

  
_Eraclea_

Strabone, sull’autorità di Antioco siracusano, il quale fu quasi contemporaneo ai fatti di cui qui si parla, scrisse che[8](x01_CAPITOLO_08.xhtml)

> «i Tarantini fecero guerra per la Siritide contro quei di Turii; che erano guidati da Cleandrida, esule da Sparta. Dopo fatta la pace fu stabilito che gli uni e gli altri potessero abitare, con eguale dritto, nella Siritide; ma la colonia doveva dirsi dei Tarantini; la quale, posteriormente[9](x01_CAPITOLO_08.xhtml) mutando di luogo, mutò di nome e fu detta Eraclea».

D’altra parte, Diodoro Siculo, senza parlare a affatto dei Turiesi, afferma reciso (sotto l’olimpiade 84, 1º, rispondente al 433 a.C.), che[10](x01_CAPITOLO_08.xhtml)

> «i Tarantini cacciarono gli abitanti di Siri dalla loro patria; e traendovi una colonia dalla loro propria città, fondarono quella che si chiama Eraclea».

Stando a codesti dati, la guerra non poté aver luogo altrimenti che tra il 446 a.C., epoca della fondazione di Turii, e il 433, epoca del risorgimento di Eraclea. Turii — chi sa? — pretese forse di reclamare gli antichi dritti di Sibari sulla Siritide, e surse la guerra con Taranto; o, forse, attaccata che fu la città di Siri da Taranto, Siri invocò gli aiuti di Turii, che era prossima a’ suoi confini; e Turii — _jam proximus ardet Ucalegon_ — intervenne. La vera ragione della guerra è ignota, e non è gran fatto noto l’esito di essa, se si fa capo al ragguaglio di Strabone. Nel trattato di pace delle due città che s’impadronirono della Siritide, fu egli dichiarata di comune dritto coloniale la città di Siri? o il solo territorio? ovvero una parte del solo territorio di essa? E se pure, come è consentito di credere, fu occupata dalle due complici, dopo essere state emule, la città di Siri, come e poiché, dopo qualche tempo, a riferimento di Strabone, essa dovè essere distrutta e la popolazione cacciata via lontano, o tratta di forza ad Eraclea? Se non si può affermar nulla di preciso, sarebbe egli lecito ritenere che dalla guerra sterminatrice di Taranto contro Siri, seguì così la distruzione della città e dello stato di Siri, come la fondazione dell’Eraclea tarantina, nel 433 a.C.?

Poiché qui sorge un grave dubbio; e il dubbio è sorretto dalla muta testimonianza di due rare monete, e preziose ai nostri intenti. L’una già pubblicata dal Sestini, l’altra dal Sambon. La prima[11](x01_CAPITOLO_08.xhtml) porta in caratteri arcaici le parole ϹΕΙΡΙΖ ΗΕΡΑΚΛΕΙΑ, e con esse la impronta di una prora di nave o di un grappolo di uva soprapposto ad un vaso ansato. La seconda[12](x01_CAPITOLO_08.xhtml) mostra da un lato la testa di Ercole imberbe coperta dalla pelle leonina e dall’altro una clava, una spiga e la parola ϹΙΡΙΝΟΣ. Nella prima moneta le due parole di _Seiris-Heracleia_ non potrebbero avere altro significato se non quello di lega o federazione tra le due città; giacché, per unanime avviso dei nummologi, tutte le monete a duplice nome di città, elleniche o della Magna Grecia, non sono altrimenti che espressione di leghe politiche o commerciali. Non occorre apportare testimonianze di autorità; ma non è superfluo ricordare quell’altra moneta della stessa Siris, che porta improntate le parole _Syrinos-Pyxoes_, la quale è ritenuta non solo come moneta di lega tra i popoli di Siri sul Jonio e quelli di Pixo sul Tirreno, ma come un monumento che attesta della città di Pixo l’esistenza anteriore alla data storica di sua fondazione, secondo la notizia che ne dà lo stesso Diodoro[13](x01_CAPITOLO_08.xhtml); e qui il ricordo non è inopportuno.

Di questa duplice nota — _Seiris-Heracleia_ — le spiegazioni che altri ha già date, non approdano. Se sta (come credono) l’affermazione recisa di Diodoro, è assurdo che Eraclea, surta dalla Siri, dispersa e politicamente distrutta nel 433, abbia potuto improntare sulla sua moneta il nome di Siri, che, se non garba di dirla distrutta, era, per lo meno, già vinta e sottomessa. La comune ragione delle cose si oppone. E se si dicesse, come fu detto, che la moneta attesti appunto un fatto conforme a ciò che Plinio lasciò scritto[14](x01_CAPITOLO_08.xhtml) che, cioè Eraclea fu nominata anche, o, alle volte, Siri, io ricorderò che qui siamo innanzi ad un titolo ufficiale quale è la moneta; e aggiungerò, che altro è dare qualche volta per isbaglio il nome solo di Siri alla città di Eraclea, altro il darlo in titoli ufficiali che siano testimonianza di sovranità, il duplice nome di Siri-Eraclea. E chi, infine, da questa moneta volle trarre argomento che Eraclea ebbe i due nomi di Siri-Eraclea[15](x01_CAPITOLO_08.xhtml), tagliò il nodo che non arrivò a sciogliere, e nulla mise in essere; poiché sta invece il concetto, universalmente accettato, che la duplice nòta geografica sulla moneta è titolo di leghe commerciali o politiche tra due città[16](x01_CAPITOLO_08.xhtml).

Resta adunque il fatto indubitato della contemporanea esistenza di Siri e di Eraclea. E checché voglia dirsi della autorità di Strabone o di Antioco o di Diodoro, quel breve pezzo di metallo letterato ha il valore del testimonio di veduta che sfata i testimonii per fama, quantunque autorevolissimi.

E la coesistenza può essere attestata dall’altra moneta dalla nòta di _Sirinos_ e dal tipo dell’Ercole che è il tipo delle ben note monete di Eraclea; ed è, per tale ragione, ritenuto dal Sambon e dal Riccio che la pubblicano, come di lega tra Sirini ed Eracleesi. Ma con questo dippiù, a mio avviso, che la indicazione per lettera del solo popolo de’ Sirini significa la preponderanza o la supremazia dell’una sull’altra città; e questo è assolutamente inesplicabile col concetto di Siri soggiogata e sottomessa ad Eraclea.

Ma la coesistenza delle due città fu, dunque, anteriore alla data cronologica del 433?

Anteriore senza dubbio se a questa data Siri si fa distrutta; anteriore altresì, se Siri è solamente soggiogata o soggetta ad Eraclea, che viene fondata come sua colonia da Taranto. E già incongruente che Eraclea, colonia di Taranto, battesse moneta che è segno di autonomia; incongruo che Taranto, pure avendo soggiogata e distrutta, almeno politicamente, Siri, permettesse a questa di battere moneta, di improntarvi il suo nome e stringere alleanza con Eraclea, colonia tarantina. Tutto induce a credere che la moneta di «Siri-Eraclea» si riferisca a tempi anteriori al 433 a.C. E se in questo anno, in questo periodo di tempo Taranto dedusse una sua colonia in Eraclea, vuol dire che da quell’anno, da quel tempo è la data ufficiale del sorgere di Eraclea come colonia di Taranto, non di Eraclea, città che preesisteva, benché la storia scritta non l’abbia detto finora. È l’identico caso della città di Pixo, preesistente alla colonizzazione di Micito[17](x01_CAPITOLO_08.xhtml).

A costituire la nuova colonia eracleese vennero, come può inferirsi da quanto si è detto, anche quei di Turii. Agli antichi abitatori di Siri, spossessati del loro territorio, fu forza emigrassero; e risalendo il corso del fiume Siri, vennero a chiedere ai barbari dell’Enotria qualche lembo di terra, che la fraterna gente dell’Ellade aveva loro negato. Accasatisi, in povere e ignote borgate, per la valle del fiume in su verso le sue origini (che sono dal monte della catena appennina che oggi ancora è detta Sirino), io credo che costituirono, nelle propagini loro, quei popoli «Sirini» che Plinio annovera tra i mediterranei della Lucania; ben presto fusi e confusi con quei popoli Lucani, che nel secolo V erano già stanziati in grande parte della regione alla sinistra del fiume Silaro.

Alla vinta e smantellala città di Siri non restò che quel tanto di minuto popolo addetto agli uffizii marinareschi, necessarii alla destinazione, che il vincitore impose alla città, di porto e darsena alle navi della prossima Eraclea. Ma presto la congiunta azione sia del mare che ostruisce la foce dei fiumi, sia dei fiumi dilaganti pei campi, ne interrò il porto; e fin dall’antichità il luogo ove sorgeva Siri restò ignoto[18](x01_CAPITOLO_08.xhtml). Quel povero avanzo di antichi Siriti si spense o si ritrasse ad Eraclea; ove già, senza dubbio, aveva dovuto essere trasportato quel simulacro della miracolosa Aténa, che era insigne all’antichità.

Il culto di essa divenne solenne alla nuova colonia; l’elemento acheo della popolazione dovè farne obbietto di sua pietà; come l’elemento dorico fece del culto di Eracle.

E dei due culti precipui delle due razze si veggono i tipi nelle bellissime monete della città: Ercole che strozza il leone; Pallade coperta il capo della bellissima galea, e questa ornata del corpo andropozoo di Scilla.

È particolarità generalmente ricordata della storia di Eraclea che in essa fu la sede de’ concilii o parlamenti federali delle città italiote della Magna Grecia fino ai tempi di Alessandro il Molosso; il quale li rimosse da Eraclea e ne trasferì i convegni e la sede nel territorio della città di Turii. I concilii sedenti ad Eraclea, colonia di Taranto, erano troppo indulgenti alle ispirazioni della politica di Taranto; e l’Epirota, che si ruppe con questa città, volle che altre influenze spirassero nell’ambiente delle diete federali.

Degli eventi di guerra tra Taranto e i Lucani e questo non fortunato re di Epiro, parleremo in seguito; ed ivi sarà detto tra quali limiti di luogo e di tempo vuolsi intendere questa federazione delle città italiote, che ebbero le diete federali in Eraclea. Ma poiché il fatto della sede loro in questa città è fuori dubbio[19](x01_CAPITOLO_08.xhtml), certo altresì il fatto del trasferimento di esse da Eraclea a Turii per opera del re Epirota, è lecito dedurre da questi dati che Eraclea restò in protettorato di Taranto dalla sua fondazione fin verso l’anno 330 a.C., che è un momento intermedio tra l’arrivo dell’Epirota in Italia nel 333 e la sua morte nel 331[20](x01_CAPITOLO_08.xhtml). Verso quell’epoca egli la tolse al predominio dei Tarantini[21](x01_CAPITOLO_08.xhtml): né parrebbe che dopo la di lui misera morte tornasse Eraclea in signoria o in protettorato di Taranto.

Dell’acquistata e mantenuta autonomia sua fanno fede, nel concetto de’ dotti, le sue monete; che non avrebbe potuto coniare, essi dicono, se non fosse stata autonoma: e sono di questi tempi o di posteriore età, ma non prima, quelle che hanno tipi e leggende riferentisi a Taranto stessa o a Metaponto, e sono testimonio di leghe tra loro. Ma questa opinione, se vera, menerà alla conseguenza, che Eraclea, colonia di Taranto, fu piuttosto una _cleruchia_, che colonia propriamente detta: le cleruchie, appunto, non aventi autonomia, non governo indipendente, o magistrati che non fossero nominati o confermati dalla città sovrana, non potevano coniare moneta. Io dubito di asserire tutto questo della città di Eraclea; e ne dubito di fronte alla testimonianza della moneta de’ «Sirini-Eracleesi» che abbiamo riportata dianzi. Le colonie erano autonome e battevano moneta.

Un quarant’anni dopo, cioè nel 278 a.C., che era certamente in pieno suo diritto, essa strinse con Roma, guerreggiante contro i Tarantini, i Lucani e i Sanniti in uno alleati, un patto di federazione; che per larghezza di condizioni benigne fu detto «singolare» dallo stesso Cicerone; e vuol dire molto più ampio che non erano forse i patti di federazione che Roma imponeva, nei tempi del grande oratore. — Essa non cadde mai sotto il dominio dei Lucani.

  
_Tavole di Eraclea_

Durante il periodo di sua autonomia, cioè nel corso del tempo dal 331 al 278, i dotti riferiscono l’epoca del famoso monumento, che è noto sotto il nome di Tavole di Eraclea; dappoiché mostrando esse nella città libero governo di assemblee e di magistrati proprii, tutto questo non avrebbe potuto esistere quando Eraclea fosse stata in soggezione di Taranto. L’argomento per vero non ci sembra sicuro; pure riterremo come probabile quella nota cronologica[22](x01_CAPITOLO_08.xhtml); e trarremo dall’insigne monumento quel tanto che possa chiarire le condizioni politiche ed economiche della città.

A capo del governo della città era il magistrato annuo degli _Efori_; e di essi uno era l’«eponimo», quello, cioè che dava il suo nome all’anno. Altro magistrato erano i _Polianomi_, che, subordinati agli Efori, qualche antico scrittore[23](x01_CAPITOLO_08.xhtml) paragonava al romano «prefetto urbano» o della città; ed io paragonerei ai duumviri o quatuorviri delle colonie e dei municipii italici delegati ai giudizii. Anche questo era magistrato annuo. I comizii del popolo, convocati dai banditori, approvavano o sanzionavano i provvedimenti, nonché di ordine legislativo, ma, a giudicare da queste Tavole, anche amministrativo. La funzione del culto religioso essendo propria e dipendente dallo Stato, anche l’amministrazione dei beni addetti ai tempii era retta dalla potestà civile, come ogni altro negozio pubblico, nei pubblici comizii eracleesi.

Di minori magistrati è, nelle Tavole, menzione dei _Sitagerti_, ovvero ufficiali preposti ai magazzini annonarii della città; degli scribi o notai; degli agrimensori o geometri. La giustizia può inferirsi che fosse resa dai _Polianomi_.

Il popolo era diviso in _obe_ o tribù, come a Sparta; e queste è probabile fossero trenta di numero. Il nome ne è ignoto, e l’indicazione ellittica di alcune di esse che si trova messa innanzi a ciascun nome di persona che accade riferire nelle Tavole, non dà ansa a ricostituire i nomi delle obe, ignoti anche per Sparta[24](x01_CAPITOLO_08.xhtml).

I nomi di persona, oltre che dal monogramma dell’Oba, sono preceduti da una parola-simbolo; e le parole sono queste: caduceo, tridente, giogo, capitello di colonna, grappolo di uva, rostro di nave, tripode, scrignetto, scudo, fiore, correggia di calzare, bagneruola. Le si interpretano come arme o blasone di famiglia, che tiene il luogo del casato ai moderni, e distingueva l’una famiglia dall’altra della stessa _gens_ o parentela[25](x01_CAPITOLO_08.xhtml).

Della condizione personale dei varii ceti della cittadinanza, nulla ci dice di peculiare questo monumento; nè quella singolare classe di «servi ascritti o attaccati al campo» che al Mazzocchi parve di aver scoverti in certe frasi degli atti[26](x01_CAPITOLO_08.xhtml), ha potuto resistere alle investigazioni degli interpreti moderni, ed è svanita. Ma invece le Tavole possono dare molte e non spregevoli notizie sull’economia agraria eracleese.

Scritte in dialetto dorico, che era l’idioma comune alle antiche colonie della Magna Grecia, le Tavole furono incise in bronzo, come ogni pubblico atto importante e duraturo. Due grandi poderi di proprietà sacra ai tempii di Dioniso e di Aténa, già in parte usurpati da privati cittadini, la potestà pubblica che li ha rivendicati, li dà in fitto, dopo che i pubblici uffiziali ne hanno fatta la misura e la delimitazione. Le Tavole contengono i dati della mappa, a così dire, catastale de’ due poderi, e le condizioni del fitto. Ma piucché fitto era enfiteusi, o l’uno e l’altro allo stesso tempo; poiché la ragione del fitto restava immutata per lungo periodo di anni, anzi a vita; ed ai fittuarii era imposto obbligo di miglioramenti agrari, e importanti. Gli obblighi vengono minutamente descritti: piantar viti, olivi e fichi tanti per _scheni_; potare, concimare, rincalzare gli alberi; curare la fognatura delle terre; ogni appezzamento del podere fornire della casa colonica, della stalla de’ buoi, della stanza pe’ foraggi, della concimaia; ogni cinque anni rinnovare le guarentigie de’ fideiussori. I varii appezzamenti misuravano l’un per l’altro, dai 100 ettari ai 25[27](x01_CAPITOLO_08.xhtml); e vuol dire che la e la media cultura si davano la mano nelle pianure eracleesi. Il fitto veniva pagato in natura sui principii di settembre[28](x01_CAPITOLO_08.xhtml); doveva il colono trasportarlo nei pubblici granai della città, ove gli ufficiali designati ricevevano e misuravano al pubblico modulo. La derrata pattuita e pagata per l’annuo fitto, non era (come si potrebbe credere) il frumento, ma l’orzo, l’orzo puro e buono, quale sarebbe prodotto dal terreno dato a coltura. Ricordo che era in orzo e non in frumento, il fitto, ovvero annuo tributo che gli iloti coltivatori delle terre di Sparta pagavano agli Spartiati loro padroni. Ma questa stessa preferenza data all’orzo nelle terre italiote, vuole egli dire, che il pane consueto al consumo del popolo era in orzo, e non in frumento? Così parrebbe[29](x01_CAPITOLO_08.xhtml).

  
_Pandosia_

Questo insigne monumento ha messo fuori contestazione, che, poco lontana da Eraclea, nel territorio tra i fiumi Aciri e Siri, esisteva la città di Pandosia, che fu uno dei più vetusti stanziamenti di gente ellenica, se Strabone potè ricordare la tradizione che una città di Pandosia fosse stata sede de’ re delle genti enotrie[30](x01_CAPITOLO_08.xhtml). Però le città enotrie di tal nome furono due.

Esisteva una Pandosia nel paese dei Tesproti[31](x01_CAPITOLO_08.xhtml), e nella Tesprozia stessa era l’oppido di Cichirio o Cicurio ricordato da Strabone[32](x01_CAPITOLO_08.xhtml). Ora nella regione della Lucania ove fu la Pandosia prossima all’Eraclea, esiste ancora di nome, ma nelle reliquie di sue ruine, un «Castro Cicurio» presso Pomarico[33](x01_CAPITOLO_08.xhtml), che fu abitato di certo fino ai mezzi tempi. Non ricercheremo un più valido argomento per ritenere che la Pandosia presso l’Aciri o l’Agri fu una delle vetuste fondazioni delle genti epirotiche e di quei Caoni, segnatamente, che vennero e stanziarono sul golfo di Taranto. Ebbe pertanto origini anteriori alla stessa Sibari: ma si può credere fosse delle prime a venire occupata da genti elleniche di razza achea[34](x01_CAPITOLO_08.xhtml) in quel più remoto versarsi di questi arditi cercatori di fortuna alle spiagge italo-ionie[35](x01_CAPITOLO_08.xhtml).

Ma un’altra città di Pandosia surse pure nell’intemo delia regione bruzio-lucana verso l’alta valle del Crati, in un posto non ancora determinato; e l’omonimia di due città, prossime e della stessa gente, rende incerte quelle poche notizie che avanzano dell’antica Pandosia. È dubbio se la città, sede de’ re Enotri, fosse quella dell’Agri o quella del Crati; incerto a chi delle due si appartenga la serie delle monete antichissime; dubbio anche presso a quale delle due città cadde morto in battaglia Alessandro il Molosso[36](x01_CAPITOLO_08.xhtml).

Le sue monete, del sistema delle _incuse_, epperò più antiche del V secolo a.C., hanno alcune simboli e leggende che fanno argomentare a federazione con Crotone e con Sibari; altre la impronta della Giunone Lacinia, ed un’altra, che è tra le meno antiche, porta il nome di Pandosia e quello del fiume Crati[37](x01_CAPITOLO_08.xhtml). Se quest’ultima appartenne indubbiamente alla Pandosia Bruzii, le prime saranno da attribuire alla medesima città dei Bruzii per la sola ragione della maggiore vicinanza di essa a Crotone. È probabile: ma sono pure numerose le monete di leghe tra città ancorché lontane tra loro. Nè ometterò di avvertire che la moneta pandosina di federazione con Crotone, ha l’impronta del loro sibaritico retrospiciente: e questo tipo, poiché non si riscontra nella serie delle monete riconosciute della Pandosia sul Crati, fa arguire che sia tipo e moneta propria alla Pandosia dell’Aciri[38](x01_CAPITOLO_08.xhtml). Niente adunque ci resta che non sia dubbio dell’antica Pandosia; e se quella di Lucania è certo dalle Tavole di Eraclea che era situata presso al fiume Agri, è ancora incerto il posto preciso che occupava.

E non è indicato, se non per congettura il luogo che le si assegna là dove si veggono alcuni avanzi presso di Anglona, che fu città del medio evo nel territorio di Tursi, anche essa da più secoli distrutta.

  
_Metaponto_

Là dove mette foce nel mare Jonio il fiume Basento, che è l’antico Casuento, surse e divenne floridissima, in mezzo a feracissime terre, la città di Metaponto. La congerie delle tradizioni intorno alle antichissime origini sue ottenebra e non rischiara il fondo della sua storia: esse mostrano però indubbiamente la multiplice varietà delle genti che composero i popoli metapontini.

Ma anche per Metaponto, come per Siri, occorro distinguere due epoche o periodi delle sue origini.

Ulisse, arrivato che fu in Itaca, si presenta alle sue case, sotto vesti e nome mentito, e dice:

> In Alibante nacqui, ove è un eccelso
> 
> Tetto, e mi chiamo Epirito. Me svelse
> 
> Dalla Sicilia un genio avverso, e a queste
> 
> Piagge sospinse[39](x01_CAPITOLO_08.xhtml).

Questa Alibante od Aliba, che parrebbe città in Sicilia, uno scoliaste di Omero dice che era Metaponto; cioè quella che poi fu Metaponto. La Sicilia perciò dovrebbe significare anche l’Italia, non ancora nota con questo nome ai contemporanei del poeta dell’Odissea.

Non sarebbe da fondare gran fatto su questa singolare testimonianza di un grammatico, se non fosse noto che, nella ricca varietà delle monete metapontine, col ben noto tipo della spiga, ce ne è di quelle che portano sulla rèsta della spiga un bruco che la divora. Questo feroce distruggitore dei campi seminati, che non infrequente devasta a nugoli le pianure sul Jonio e l’Adriatico, ebbe pure nell’idioma greco il nome di _alibas_[40](x01_CAPITOLO_08.xhtml), onde potrebbe inferirsi che fosse tradizione locale antichissima la primitiva denominazione di Aliba alla città sul Casuento. Ma non altro che questo può dirci, nè può dir nulla sulle origini etniche e il tempo di sua fondazione, le quali unicamente per Ia remotissima antichità loro si potrebbero riferire a genti enotrie o japigie, cioè non greci, ma barbari. Aliba mutò poi il nome in quello di Metaponto; e vuol dire per noi che altre genti sopravvennero ad abitarvi: ma gli antichi, per dare una spiegazione etimologica, trassero, al solito, dal nome un eponimo fondatore della città, e grazie alla personificazione di un re Metabo fu per loro spiegato l’enigma.

Alla storia delle origini appresta men torbide fonti l’omonimia topografica. E poiché in Etolia era la città di Metapa (posta in mezzo tra il lago di Hyria e l’altro di Triconio)[41](x01_CAPITOLO_08.xhtml), parve al Millingen, e pare a me, sopra ogni altro, accettevole il concetto di riferire a questa fonte etolica gli incominciamenti della Metaponto italica. Qualcuna delle tradizioni religiose di Metaponto si riattaccherebbe a questo concetto del Millingen, il quale chiamava in prova e le monete della città, che accennano al cuto del fiume Acheloo, e la statua che la città stessa aveva dedicata, nel tesoro del tempio di Olimpia, ad Endimione, padre, secondo i miti, di Etolo, eponimo degli Etolii. Il gran fiume dell’Acheloo, tra l’Etolia e l’Acarnania, era tenuto immagine di divine forze riproduttrici, nei culti di quella parte della Grecia continentale; e al fiume-iddio aveva Metaponto consacrato giuochi solenni; e improntava del nome di Acheloo le monete che offriva «a premio» ed a ricordo della solennità civile e religiosa. In tanto buio di origini, questi a me paiono riscontri sufficienti, benché ad altri non paiono[42](x01_CAPITOLO_08.xhtml).

A codeste più antiche colonizzazioni etoliche se ne aggiunsero altre in processo di tempo; e vennero dalla Focide, dall’Elide e dalla Trifilia: e da questi nuovi rivoli derivarono le molteplici tradizioni che ci trasmisero gli antichi[43](x01_CAPITOLO_08.xhtml) sulla prima fondazione della città. Alcuni ne riportano l’origine a’ Pilii di Nestore di ritorno da Troja; altri agli Epei della Trifilia; altri a Daulo. tiranno di Crissa; ovvero (poiché si sa nulla di questo Daulo, ricordato da Eforo) ai coloni di Crissa e di Daulide, città della Focide[44](x01_CAPITOLO_08.xhtml). A sostegno di ciascuna di codeste tradizioni si indicavano fatti o istituti della città esistenti ancora ai tempi storici; tali erano, per la prevalenza delle origini elee, i periodici giuochi funebri che i Metapontini celebravano in onore dei Neleidi della razza di Nestore; ed a sostegno delle origini da’ coloni trifilidi o da focesi, il fatto, che nel tempio metapontino di Minerva Eilenia i sacerdoti mostravano, autentici!, il martello, la sega, e gli altri arnesi, dai eguali venne costrutta da Epeo[45](x01_CAPITOLO_08.xhtml) la gran macchina del cavallo trojano. — I culti etnici e le tradizioni proprie a ciascuna delle varie genti, a ciascuno de varii strati di popolazioni venute a Metaponto, l’età posteriore raccolse e fuse in uno, quando l’ala del tempo aveva cancellalo le diversità delle origini etniche. Allora quegli echi delle età remote ebbero valore di prova; e servirono a dimostrare l’antichità e le nobili origini della città, che si riannodava per essi agli eroi del ciclo troiano.

Questi primi stabilimenti che sono, per dir vero, al di là della storia certa, non si potrebbe altrimenti assegnarli, pel tempo, che nei limiti del secolo VIII a.C. La cronaca di Eusebio riporta la fondazione di Metaponto al 3º anno della 1ª olimpiade, cioè al 774 a.C.: e se è lecito dubitare di tanta precisione di computo, non si può sconoscere, dal complesso delle tradizioni metapontine, che i primi stabilimenti rimontino a’ tempi non posteriori a Sibari, fondata nel 720: giacché il nome di Sibari si trova congiunto alla fondazione seconda, e dirò legale, di Metaponto, per opera di coloni achei; de’ quali è duopo ora discorrere.

In Strabone si legge[46](x01_CAPITOLO_08.xhtml):

> «Che la città fosse fondata dai Pilii, si argomenta dai riti funebri che celebrava ai Neleidi. Fu distrutta dai Sanniti. E dice Antioco che essendo il luogo deserto, vennero ad occuparlo certi Achei, chiamati dai Sibariti, poiché il luogo invece non fosse occupalo dai Tarantini.»

Qui è parola di una seconda fondazione per opera degli Achei. E mettendo il costoro avvento (tanto per avere un capo saldo alla ragione dei tempi) verso la metà del secolo VII, è forza dire che, prima degli Achei, cioè tra il secolo VIII e il secolo VII, l’antica Metaponto fu distrutta dai Sanniti, secondo Strabone o la sua ignota fonte. Ma fu veramente distrutta dai Sanniti in epoca tanto remota? Molti credono che il passo del geografo sia errato; e lo si emenda[47](x01_CAPITOLO_08.xhtml) e lo si interpetra: poiché non pare loro da potere ammettere la comparsa ivi dei Sanniti nel secolo VII a.C. Anche il Grote è di questo avviso[48](x01_CAPITOLO_08.xhtml).

Noi non crediamo all’infallibilità degli scrittori, per quanto incastonati nel canone dei classici; e non sarebbe improbabile che invece dei «Sanniti» il geografo abbia scritto o voluto scrivere, che la città fu distrutta «dai barbari, ossia dagli Enotri.»

Ma se le parole di Strabone significano (come il processo logico di tutto il discorso dimostra) la distruzione dell’antica città (e non dei riti funebri ai Neleidi) per fatto dei Sanniti, niente di sostanziale si può opporre a questa comparsa dei Sanniti sul golfo di Taranto[49](x01_CAPITOLO_08.xhtml), intempestiva pel secolo VI o VII. Vi si opporrebbe la cronologia vulgata: ma questa non si fonda, per vero, su monumenti o documenti certi, bensì su congetture di moderni, nè sicure, nè unanimi. E se vorremo avvertire che la espressione di «Sanniti» è lì adoperata da Strabone invece di «Sabellici» ossia delle genti di ceppo o di lingua osca, sparse da ben remoti tempi nell’Italia a sinistra del Tevere, sarà accettevole tanto la lettera quanto il senso del passo straboniano. Niente di inverosimile, che una banda di genti sabelliche, superati gli Appennini, onde da un lato sgorga il Calore e dall’altro l’Ofanto ed il Sele, siasi avanzata a scopo di bottino, per la valle del Bradano o del Basento, fin giù alle pianure joniche del golfo di Taranto. Incursione momentanea a scopo non di conquista o accasamenti, ma saccheggiante e sperperando il paese, intoppò nelle forze di Taranto, che li distrusse, o li disperse o li respinse. E ciò verso il secolo VII a.C. o II di Roma. E respingendoli, Taranto restò padrona del territorio, ove era giù sorta la Metapa dei primi coloni etolici o focesi. In tal modo si darebbe adito di attendibilità all’altra tradizione della colonizzazione di Metaponto per parte degli Achei, che li dice condotti da Leucippo. Questi trattando appunto coi Tarantini[50](x01_CAPITOLO_08.xhtml), chiese in grazia di rimanere in quel posto una notte ed un giorno, poi sarebbero partiti: e i Tarantini assentirono. Passato il giorno, rimasero, secondo l’accordo, anche la notte; e passata la notte, secondo l’accordo, anche il giorno che venne, e poi di seguito, richiamandosi gli Achei agli accordi, senza limite certo, di un giorno e di una notte. Così Leucippo restò padrone del posto, dice la leggenda; e così lo spirito acuto della razza achea si ricreava a berteggiare l’ingegno crasso o inculto dei Doriesi. La città ai tempi storici dovè ritenere come suo «oikista» o fondatore legale questo Lucippo; e lo si trova iscritto e rappresentato su molte delle sue monete del secolo IV.

Questa che è la fondazione legale di Metaponto, colonia achea, non si può stabilire determinatamente in che tempo avvenne. Ma, di certo, non più tardi del secolo VI a.C, poiché nel novero delle monete «incuse» che è il sistema monetario di questo secolo, quelle di Metaponto non mancano; e la distruzione di Sibari è del 510\. Millingen, argomentando da questi dati numismatici, ne metterebbe l’epoca verso la 25ª olimpiade, che è il 680 a.C. Altri, la prima distruzione di Metaponto crede avvenuta verso la metà del VII secolo; e la fondazione novella per opera di coloni achei nel corso del secolo medesimo, dal 620 al 610, ad un dipresso[51](x01_CAPITOLO_08.xhtml). È lecito di adagiarsi di qua o di là, ma fra codesti limiti.

Altre tradizioni favoleggiando di Arne (che fu città dei Beoti ed eponimo di essa città) raccontavano che era venuta a partorire i gemelli Eolo o Beoto proprio a Metaponto sul Casuenlo. Ma se l’accenno topografico della favola non intende piuttosto di Metapa, città della Beozia (come io sarei per credere), riterremo, tutto al più, che tra le varie genti elleniche venute colonizzatrici a Metaponto, furono anche sprazzi di genti beote. Nella città, per vero, furono tradizioni e culti di questa Arne, se tra le sue monete si riscontra anche quella di una testa muliebre dalle corna di ariete, che dicono significasse appunto l’Arne eroina, ovvero oikista della città.

Dei primi tempi della achea Metaponto non si sa altro che la notizia di sua alleanza con Sibari e Crotone contro di Siri; e la guerra sarebbe avvenuta verso la metà del secolo VI, come innanzi fu detto[52](x01_CAPITOLO_08.xhtml). Poi i ricordi della storia scritta taciono; e noi, per seguire l’ordine della cronologia, ci è forza venirne al secolo V, ai tempi di Pitagora, pei quali se la storia non è eco della leggenda, la leggenda è complemento della storia.

  
Siamo, adunque, ai tempi di Pitagora, non guari dopo caduta Sibari che fu nel 510 a.C. A Crotone un moto violento, di carattere democratico, pervenne a rovesciare il governo di ordini men popolari della città; nella catastrofe è involto l’istituto dei Pitagorici, inviso per l’indirizzo conservativo e le dottrine favorevoli agli ottimati. Cilone, capo della democrazia vincitrice, mette a soqquadro gli ordini e la città, disperde i governanti e i Pitagorici; e questi, raccolti che erano nella sede di loro riunioni, o nella casa di Milone, illustre cittadino e membro illustre dell’ordine pitagorico, periscono quasi tutti[53](x01_CAPITOLO_08.xhtml) nell’incendio che le plebi appiccano agli edifizi.

Pitagora scampa dalle fiamme, ma si lascia morire di fame, nella stessa Crotone, secondo affermava Aristosseno, o invece a Metaponto, secondo che disse Dicearco: egli già avea vagato, ospite poco gradito, nelle città di Caulonia, di Locri e di Taranto. Ma passa il tempo; e la fantasia popolare, colpita da grandi eventi, li raddoppia, li abbellisce, li integra, li corregge. E Plutarco a sua volta riferirà che l’incendio alla sede delle assemblee dei Pitagorici avvenne proprio a Metaponto, dove l’inseguiva (e si intende poco) l’odio di Cilone; ne scamparono soli, a stento, Liside e Filolao: Liside venne a Tebe e fu maestro a Epaminonda; Filolao trovò ospizio fra i Lucani[54](x01_CAPITOLO_08.xhtml), ma Pitagora vi restò abbruciato[55](x01_CAPITOLO_08.xhtml). Altri riferirà che Pitagora si ritrasse nel tempio di Cerere o in quello delle Muse, a Metaponto, e vi si lasciò morire di fame. I Metapontini non tardarono ad onorare la nobile vittima delle loro plebee democrazie, e denominarono «via delle Muse» quella ove fu l’albergo di Pitagora[56](x01_CAPITOLO_08.xhtml).

È chiaro: i dati della storia pitagorica crotoniate si ripetono per Metaponto; il tempio delle Muse dell’una diventa strada delle Muse nell’altra: variano i nomi di quelli che scamparono con Pitagora; e la fantasia che ricostruisce la storia fuori i limiti di spazio o di tempo, trova necessario che i più celebri tra i pitagorici siano scolari e contemporanei del capo de’ pitagorici stessi, e non altrimenti. La storia fiorisce in leggenda, e la tradizione popolare le dà il suggello di autenticità.

Checché sia, non si potrebbe mettere in dubbio che codesta variante della storia pitagorica aveva corso a Metaponto; Iaquale traeva onore e dall’ultimo albergo dato al savio famoso, e dal culto riverente, di cui la posterità lo proseguiva. Cicerone ricorda che, visitando la città, gli fu fatta vedere la casa ove trasse gli ultimi giorni il filosofo e un posto ove era usato di sedere[57](x01_CAPITOLO_08.xhtml); e, chi nol sa? oggi, a Firenze, si addita alla riverenza degli uomini la casa di Dante, e «la pietra» ove Dante affaticato posava. Nè col passare de’ secoli e col mutare profondo di popoli e di civiltà la leggenda è cessata: oggi stesso nei luoghi ove fu Metaponto, a quelle superbe colonne doriche, avanzo unico di un tempio dedicato a ignoto nume, dànno il nome dalla «Scuola di Pitagora»[58](x01_CAPITOLO_08.xhtml).

Se dunque Pitagora, dopo la catastrofe ciloniana, venne a Metaponto, e sì lui, sì gli aderenti suoi furono perseguitati, vuol dire che anche a Metaponio l’onda democratica si sollevò al vento che spirava da Crotone, e infranse il partito che era al governo di più stretti ordini civili. E poiché nella catastrofe metapontina fu involto, secondo la fama, non soltanto il famoso capo degli istituti pitagorici, ma i membri di essi, vuol dire che gli istituti, le associazioni, gli influssi della società pitagorica si erano già propagati per le città italiote, specie a Metaponto; e avevano già autorità e parte negli indirizzi del governo cittadino. Ma delle associazioni di pitagorici parleremo particolarmente più innanzi.

Il moto violento che si disse antipitagorico nasconde un moto violento contro la costituzione dello Stato. Esso portò al governo un partito; che, se a Crotone ebbe per capi Cilone e Ninone e poi Cilnia, fu senza dubbio a Metaponto dello stesso carattere di sciolta democrazia, che arrivò, forse, come avvenne a Crotone, fino a trarre le pubbliche magistrature a sorte, che è dimandare al caso l’ultimo correttivo delle improntitudini invide, esclusive e fanatiche delle fazioni oclocratiche. La durata e le vicende di questo nuovo ciclo di ordini popolari non sono note; ma ben si può credere non tardassero a degenerare in tirannidi di plebe. Per Metaponto è ricordato un moto interno avverso a tirannidi interne, promosso invero per fatti di carattere privato, da un suo cittadino, che è Antileone. Ma le turbolenze, le lotte intestine, il flusso o riflusso delle fazioni che si laceravano e combattevano in tutte quelle mobili città italiote, giunsero a tale grado di disordini che le precipue città della Grecia intervennero a consigliare pace e temperamenti di concordia tra le concitate fazioni. Atene riuscì a mettere in calma quelle torbide acque. Allora le parti espulse quali aderenti ai sodalizi pitagorici tornarono nelle città: gli ordini interni di queste furono modificati in qualche parte; ma è ignoto in che limiti. Una certa concordia fu stabilita tra quelle città di gente achea, e della concordia fu simbolo e vincolo il tempio innalzato a spese comuni a Giove Omario[59](x01_CAPITOLO_08.xhtml).

Poco chiare vicende anche queste; ed indice, senza dubbio, di nuovi rivolgimenti frenati da interventi o mediazioni diplomatiche, coronati da amnistie. Di essi occorrerà d’intrattenerci più innanzi.

  
Quando Turii, erede di Sibari, guerreggiò contro Taranto per la Siritide, come dianzi fu ricordato, non si fa menzione che nella grave contesa intervenisse Metaponto sì prossima a Siri. Gli storici ne tacciono; e dal silenzio parve fosse lecito dedurre la conseguenza che Metaponto in quel tempo era in soggezione di Taranto. Ma non è prova il silenzio: e in tanta lacuna di storie e buio di eventi a me parrebbe incivile di trarne argomento che, anche dubitando, Io affermi.

Bensì altre reliquie di storie attesterebbero una grave vicenda politica alla vita della città, negli inizi del secolo IV.

Verso l’anno 305 a.C. i Lucani guerreggiano contro di Taranto. Questa assolda in suo aiuto e viene dalla Laconia, con schiere di mercenarii raccolti ivi e in Italia, Cleonimo fratello a un re di Sparta. Cleonimo, condottiero audace, ambizioso, irrequieto e non dissimile dai grandi capitani di ventura del medio evo, capitani e masnadieri, combatte e respinge i Lucani; e poi (e non è chiaro) o alleato a’ Lucani medesimi, o d’accordo e in combutta con essi occupa Metaponto; le impone fortissime taglie di guerra[60](x01_CAPITOLO_08.xhtml), e prende numerosi ostaggi tra le fanciulle delle più alte famiglie della città[61](x01_CAPITOLO_08.xhtml).

I Metapontini non si difesero, non reagirono con l’energia, ancorché infruttuosa, di popolo virile; così parve alle genti delle circostanti città, che sprizzando in sarcasmi l’acredine di vecchie invidie, dissero genti da peplo non da corazza le genti di Metaponto.

Se venne, allora, Metaponto in soggezione dei Lucani, ovvero se fece con essi alleanza, allora o poi, non è chiaro, nonché certo. L’una e l’altra cosa potrebbe inferirsi da alcune delle sue monete. Significherebbe alleanza, politica o commerciale, quella che impronta da un lato la testa di Pallade, chiusa dal casco corinzio, e dall’altro la nota spiga e la parola ΛΟΥΚΑ.

  
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Ma dubito che possano significare unicamente alleanza queste altre monete; in una delle quali è la testa di Damater o Cerere coronata di spighe da un lato, e dall’altro Giove in piedi, scettrato, che in posa energica protende ilè sinistro e scaglia il fulmine; intorno i la parola IEV (zeus) ΛΟΥΚΑNOM (l’Iddio dei Lucani). Di altro conio è lo stesso Giove fulminante che spinge in corsa la biga, e la leggenda in greche lettere è ΛIKIANΩN[62](x01_CAPITOLO_08.xhtml); dall’altro lato

  
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una testa di Vittoria, dagli omeri alati. Altre di piccolo modulo portano, con il capo di Pallade dal casco corinzio, una civetta e la parola OYKANOM: altre, su per giù, gli stessi tipi, le stesse parole, ora in greco, ora in osco[63](x01_CAPITOLO_08.xhtml). Sono piuttosto indizio di vittorie o di predominio dei Lucani sui Metapontini, anziché di semplice alleanza.

Un’altra serie di monete ci richiama ai tempi di Pirro. Portano l’impronta di un elefante, e in alto una vittoria alata che pare lo incoroni: è un disegno, per vero, di assai barbaro stile, non anteriore certamente alle vittorie di Pirro, sui campi lucani, tra il Basento e l’Aciri (280-275 a.C.); e se possono fare arguire partecipazione di Metaponto agli eserciti ed alle vittorie del re epirota, non escludono che possano riferirsi alle guerre di Annibale, come è più probabile, considerata la barbarie del disegno.

Altre monete danno indizi di alleanze, politiche o commerciali, in tempi diversi, con Posidonia, con Taranto, con Crotone, con Eraclea altresì: muti accenni, e per tempo indeterminato, sono alla sua storia di poca utilità.

  
Gli ultimi echi della storia metapontina vengono dal tempo delle guerre di Annibale. Posta sulla via littoranea tra il Bruzio e l’Apulia, onde era il via vai continuo delle forze mobili del grande capitano; ricchissima che era fra le città italiche dei prodotti del suolo, Annibale la tenne come granaio dei suoi eserciti, quartiere alle sue fazioni contro Taranto, e come tappa alle evoluzioni fulminee di sua irrequieta arte di guerra. Non è maraviglia, se di buono o mal grado, essa parve piegasse alla parte del grande e feroce venturiero; sicché quando egli, abbandonato che fu dalla fortuna, si raccolse agli ultimi sforzi nella penisola Bruzia, grande numero dei Metapontini disertò la città, e seguì le sorti di Annibale nel Bruzio per isfuggire alle vendette di Roma. Le quali se furono grandi e feroci ben si può credere; e lo credo: ma se si intende attribuire a quei fatti (come altri ha scritto) la decadenza della città, non parmi si sarebbe nel vero. Quando le grandi città italiote ebbero perduto la pienezza di vita dello stato autonomo, esse decaddero politicamente a città di provincia, a città secondarie: poi man mano, lungo secoli non brevi, cessero al fato di tutte le città poste sui fiumi là dove essi sboccano al mare che li repelle. Da questo fatto venne la morte loro; e di codesta azione deleteria parleremo più innanzi.

Pausania che viveva ai tempi degli Antonini scrisse, è vero, che «della città erano sole reliquie, ai suoi tempi, il teatro e l’ambito delle mura; tutt’altro era caduto al suolo» (lib. VI). Ma si terrà esatta, in tutta la sua cruda realtà, questa notizia del pariegete scrittore? Che il suolo della città fosse ancora continuata dimora di gente, si può inferire anche da questo, che dalle sue veramente distrutte ruine di oggi si sono raccolte monete nonché di Tiberio, ma di Commodo (180-192 d.C.), ma di Costantino (306-337); anzi dei bizantini del secolo IX e del X[64](x01_CAPITOLO_08.xhtml). Il cronista Leone Ostiense, all’anno 980, ricorda con Taranto anche Metaponto[65](x01_CAPITOLO_08.xhtml). Doveva dunque esistere almeno l’ombra della gran città, _magni nominis umbra!_ Le ultime memorie di Metaponto io le trovo in una carta del 1099; e più tardi ancora in una lettera regia del 1303: ma allora non era che un casale o villaggio[66](x01_CAPITOLO_08.xhtml). Diventato un feudo di un qualche dinasta normanno, vi fu innalzata una chiesa che dedicarono alla Santa Trinità; e da questa chiesa il povero casale, reliquia della grandezza ellenica, prese il nome più comune di «Civita della Santa Trinità»[67](x01_CAPITOLO_08.xhtml). L’altro nome di Metaponto le restò promiscuo per qualche tempo. Poi l’uno e l’altro disparve.

L’alta floridezza dell’antica città italiota attestano anche le minime reliquie, anche i frusti delle reliquie che il tempo ha risparmiato, e la terra per caso ricaccia alla luce. La straordinaria fecondità dei terreni di oggi sulle piaggie ove fu Metaponto conferma la prodigiosa libertà dei tempi, in cui la nobile e ricca città improntava del simbolo della spiga matura le sue monete, e mandava a Delfo ogni anno «una state di oro» e vuol dire un covone in oro, a gratitudine e voto di patrocinio verso il dio della luce della razza ellenica. La grande varietà delle monete metapontine, di cui si conoscono più centinaia di tipi diversi, fanno arguire nelle officine monetarie una abbondanza, una energia di produzione senza pari, ed una richiesta di esse, pei bisogni di un esteso commercio, maggiore che in altre città. Se Taranto era il principale mercato delle lane, greggie o lavorate e tinte, Metaponto fu il mercato precipuo dei grani, sulle spiaggie orientali del Jonio.

La bellezza artistica delle sue monete potrebbe, da sola, attestare a quale elevato livello si innalzarono le arti belle; se non esistessero ancora in piedi, vincitrici del tempo e degli uomini, alcune reliquie di un tempio esastilo, dedicato a un iddio che non è noto. Sono quindici colonne doriche, che l’arte greca ha improntate della bellezza delle cose divine, e di quella divina armonia del tutto e delle parti, che busta anche un solo frusto a rivelare l’eccellenza insuperata dell’arte e di artefici insuperati. Esse rimangono vedove! ma in piedi, sull’alto di un poggio, lambito dal fiume Bradano. L’arte ellenica passata in Italia strinse il volo a Metaponto e a Pesto; e vi si arrestò un pezzo. Onore all’Ellade madre!

  
#### NOTE

[1.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) In ERODOTO, VIII, 115.

[2.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) In STRABONE, VI, 405\. — Del resto, se la prima antichissima Siri ebbe origini e nome da una Siri della Peonia, giova di ricordare questo accenno che si legge in Erodoto (V, 13): — A taluni prigionieri, venuti alla presenza di Dario, egli dimandava: «che sono i Peonii e qual paese abitano?» e quelli rispondevano: «La Peonia è situata sullo Strimone, che non è lontano dall’Ellesponto; e noi discendiamo da emigrati troiani».

[3.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Questo atroce episodio di guerra è riportato da altri scrittori a tempi più bassi, e propriamente nella guerra delle tre città (di cui sopra tu fatto parola) contro Siri. Io seguo Strabone e le sue fonti.

[4.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Alcuno interpretò per _oppidulum_. Forse fu il nome dato all’_arx_ o acropoli; dipoi esteso alla città.

[5.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) STRABONE, VI, 405.

[6.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) EROD. VIII, 62.

[7.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Se questa moneta è del tutto fuori dubbio: vedi al seguente capitolo.

[8.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Lib. VI, 405.

[9.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) ὕστερον.

[10.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Lib. XII, 36.

[11.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) SESTINI, _Lettere e dissertaz. numismatiche, le quali servir possono di continuazione ai nove tomi già editi_. Tomo I. Milano, MDCCCXIII — Lettera V, pag. 40.

[12.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) SAMBON, _Recherch. sur les monnaies de la presqu’ile d’Italie_. Napoli, 1870, pag. 284.

[13.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) V. appresso a pag. 191.

[14.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) _Heraclea, aliquando Siris vocitata_. PLINIO, _Hist. Nat_. III, 15, 3: e vuole intendere Eraclea qualche volta fu scambiata o confusa di nome con Siri. — Tito Livio, per un esempio, parlando di Pitagora (che egli fa vivere ai tempi di Servio Tullio, cioè nel 592 a.C.) dice che tenne scuola per la regione _circa Metapontum, Heracleamque et Crotonum_… Questo anacronismo dello storico, che un grammatico giustificherà la mercé di un parola strana — la prolepsi — potrebbe invece da altri essere ricordato in appoggio a ciocché noi si sostiene nel testo; a prova, cioè, che Eraclea, città, esistesse prima della Eraclea, colonia Tarantina del 433.

[15.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) CORCIA, _Op. cit_. III, 110.

[16.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Altri ha detto che, stante il gran numero di Eraclee nel mondo ellenico, la nòta di Siris è titolo di specificazione di essa, come a dire Eraclea del fiume Siri. Ma, a tacere di altre ragioni, basta avvertir solamente che Eraclea non era posta sul fiume Siris, dal quale distava un quattro miglia, ma sul fiume Aciris, al quale era prossima per uno o due chilometri.

[17.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) V. a pag. 191.

[18.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Gli scrittori allogano l’antica Siri «sulla sponda _sinistra_ del Siri, o Sinno, presso la sua foce, a quattro miglia all’oriente di Eraclea; o questa a due miglia e mezza dal mare, sulla collina a sud-est di Policoro, e nelle adiacenti valli, ove precipuamente si osservano considerevoli rottami e numerosi frammenti di tegoli, di mattoni, di vasi fittili sparsi sul terreno». Così scriveva ANDREA LOMBARDI, nel _Saggio di topografia_, etc. citato innanzi a pag. 61\. — Ultimamente il dottor LACAVA negava che a sinistra del Sinno e nel «pantano» di Policoro esistessero rovine: invece egli ne osservò di molte, «frantumi e avanzi di terre cotte, vasi e tegole» _a destra_ del fiume Sinno, nella contrada _Ciglio de’ Vagni_ in territorio di Bollita (oggi Nuova Siri) presso il torrente di S. Alessio «poco discosto dal mare». E qui egli credeva fosse stato il posto di Siri antica (_Del sito dell’antica Siri_. Potenza, 1889). Non ometterò di ricordare un altro scrittore recente. il prof. DOTTO DEI DAULI, che nel suo libro _L’Italia dai primordii all’evo antico_. Forlì, 1880) dice, espressamente: «Recatomi sul luogo (Cigli di S. Pietro o di Vanni) ebbi ad osservare che quei ruderi non possono nè per vetustà, nè per sito appartenere all’antica Siri».

Per me, io resto all’opinione del LOMBARDI, che fu un valentuomo, e che è quella di tutti E aggiunge che il Corcia allogherebbe a quei Cigli di Vagni (e questa parmi parola dialettale per Bagni) l’antica ignota città di Lagaria: e in ciò aderirei al CORCIA. Ma studi, esplorazioni, indagini locali mancano del tutto finora.

[19.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) STRAB. VI, 429.

[20.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Vedi in seguito al capitolo XV.

[21.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) LIVIO, VIII, 24, _Heracleam, Tarentinorum colonia, coepit_.

[22.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) È la nòta cronologica, generica, del Mazzocchi, di Ludovico Adolfo Ahrens, del Franz, etc. (Conf. _Corpus Inscript. Graec_. vol. III, 1853: n. 5774). Il Lénormant (_Grande Grèce_, I, 165) scrive che furono incise nell’ultimo quarto del III secolo a.C.: i più, al principio del IV secolo: che sono i limiti estremi indicati nel testo. — Amadeo Peyron, che trattò largamente di queste tavole, crede che fossero scritte «quaranta anni dopo la fondazione di Eraclea»: prima cioè della federazione con Roma; e ne dà un commentario a diversi titoli importante (nella dissertazione: _La prima Tavola di Eraclea_. Torino, 1869). — Conf. la notevole monografia: _Degli scritti di A.S. Mazzocchi, studii di Felice Bernabei_. Napoli, 1874.

[23.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) DIONE CASSIO, XLIII, 28 e 48.

[24.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Qualcuno ha congetturato che Ia sillaba dell’oba AI delle Tavole eracleesi significasse l’oba dell’Αιγιδος, dell’Egida, che è il solo nome noto tra quelli di Sparta. Conf. _Corpus Inscript. Graec_. ibid.

[25.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Per esempio, uno degli agrimensori è nominato: ΗΕ Καρικειον Απολλωνιος Ηρακλητω; e vuol dire: «Apollonio, figlio di Eracleto, dell’oba, il cui nome comincia «da ΗΕ, e della famiglia che ha per arme o insegna il Caduceo.» — Il Lenormant è di avviso (_Grande Grèce_, I, 166) che siano simboli grafici, quasi impronta da suggello, piuttosto personali che di famiglia: ma non pare esatto, poiché alcuni Ivi nominati hanno la stessa sigla dell’oba e la stessa insegna.

[26.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) MAZZOCCHI, nell’interpretazione della linea 88 della I tavola, pag. 224-6 del suo Commentario.

E qui giova ricordare cosa che mi pare degna di speciale nota.

La parola della Tavola I che il Mazzocchi interpretava per _semivenales sive adscripticii_, quasi servi della gleba, è _geonas_, γαιωνας.

Il Peyron, conforme ad una interpretazione del Franz per un’antichissima iscrizione, interpreta quella parola per _alzata di terra_ («il conduttore non farà alzate di terra oltre le esistenti»). Ora per quei luoghi, suIla plaga marina dol golfo di Taranto dal Bradano e Basento in giù verso il Sinno, anche oggi hanno il nome di _Givoni_ certe umili catene di monticoli, che sono rialzi di suolo rispetto alla non lontana spiaggia jonia; e che io non mi pèrito di riferire all’antichissima parola usata dalle popolazioni metapontine o eracleesi delle antiche città.

[27.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Conf. BERTAGNOLLI, _Vicende dell’agricoltura in Italia_. Firenze, 1881, pag. 57.

[28.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) «Nel mese di Pànamo,» dice la Tavola, ed interpretarono per luglio e il Mazzocchi e l’Heyne ed altri.

Le Tavole di Eraclea (oggi nel Museo nazionale di Napoli) furono trovate il 1732 nel letto del fiume Salandralla, che è l’antico Acalandrum. Le s dicono «opistografe» cioè scritte dalle due parti: esse da un lato portano incisa una legge in latino, e dall’altro lato, in greco, le tavole o titolo, che propriamente si riferisce ad Eraclea. La legge, in latino, ormai è fuori dubbio che sia una parte della famosa _Lex Julia Municipalis_, che Cesare fece passare nel 710 di Roma, ovvero 44 a.C. e che fu, per così dire, la Carta costituzionale comune a tutti i municipii dell’impero (V. _Corpus Inscript. Latinar_. I, 206).

I due atti pubblici di Eraclea, che contengono la misurazione, la terminazione e la concessione in fitto dei due grandi poderi, di proprietà del tempio di Dioniso e del tempio di Atèna, si riferiscono a terreni posti tra la città di Pandosia e l’«Aciri» che sono dati per arcifini negli atti. Vi si accenna anche ad un isolotto, che non vi è più, nel fiume Aciri, o Agri. Erano stati in parte usurpati da privati cittadini, e poi rivendicati al nume dai delegati della città. I due poderi vengono divisi in minori appezzamenti; questi dati in fitto vitalizio; e i due istrumenti ne registrano i confini, l’estensione, il fitto, gli obblighi ai fittaiuoli, il costoro nome e dei loro garanti quinquennali. L’estensione del podere sacro a Dioniso è misurata in 1095 1/2 _scheni_ di terre coltivate, e 2225 di terre salde e boscose, e in esso vigna, oliveto e frutteto. Il fitto complessivo di questo podere fu di 410 medimne di orzo: e fitto immutabile per la durata dell’affitto, vita. Pel mantenimento e ammegliamento della cosa locata, minuto elenco di diritti e doveri ai fittaiuoli; multe in «mine di argento» ai contravventori.

La prima Tavola comincia cosi:

> «Essendo Eforo Aristarco, figlio di Eraclide: correndo il mese Apelleo (dicembre). La città e gli agrimensori Filonimo, figlio di Zopirisco, (_dell’Oba_) VE, (_dall’insegna_) del Tripode; Apollonio, f. di Eracleto, della PE, dal Caduceo; Dazimo, f. di Pirro, della AE, dallo Scudo; Filota, f. d’Istieo, della CN, dal Tridente; Eraclide. f. di Zopiro, della ME, dal Capitello. — A Dioniso. — Gli agrimensori Filonimo… (_e gli altri ora nominati_), deputati per misurare i terreni sacri a Dioniso, hanno eseguito la misurazione, la confinazione e la ripartizione, come siegue qui appresso: approvandolo gli Eracleesi radunati in concilio. Abbiamo misurato a cominciare dal limite che è sopra Pandosia e che divide i campi di Dioniso da quelli di già in possesso di Conea figlio di Dione: e (_il tutto_) abbiamo ripartito in quattro parti, etc. etc.»

La seconda Tavola incomincia così:

> «Essendo Eforo Dazimo. La città e gli agrimensori Filonimo, Apollonio e Dazimo (_con Ie indicazioni di paternità, di sigle e insegne, riferite nella 1ª Tav_.) — Ad Atèna Poliade — Gli agrimensori deputati (_a misurare_) i campi sacri di Atèna, che sono nella bassura o conca (_in Coele sunt_), hanno esguito, etc., approvando gli Eracleesi radunati in Concilio. Abbiamo misurato dal limite che (_luogo detto_) _Coenis_ mena alla via di Trentapiedi, etc. etc.»

La locazione viene fatta: dalla città, da due Polianomi che si nominano, e dagli Agrimensori anche nominati. —Il mese era diviso per decadi.

Sono scritte amendue in dialetto dorico: nella seconda, che si riferisce ai terreni sacri ad Atèna, avvertono forme dialettali doriche di un periodo di tempo più recente della prima: ma (se questo è esatto) l’intervallo tra le due non potè essere che breve; giacché alcuni agrimensori della prima Tavola intervengono alle operazioni nella seconda. — Alla seconda Tavola manca la fine; la prima è intera. — Dell’intero monumento è famoso il Commentario che ne diè fuori il Mazzocchi, nel 1754 e 1755; ove trattò di tutto con abbondanza che parve spesso soverchia (_fuse potiusquam copiose_, disse Heyne negli _Opusc. Acad_. II, p. 234). Ma l’interpretazione che egli ne diede, meno che in qualche punto, è accettata oggi dai dotti. — Conf. _Corpus Inscript. Graecarum_, 1853, vol. III, n. 5774).

[29.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Conf. MAZZOCCHI, p. 511.

[30.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) STRABONE, VI, 393.

[31.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) STRABONE, VI, 393.

[32.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) STRABONE, VII, 499.

[33.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Vedi innanzi al capitolo IV, p. 59, e in seguito al cap. XXII.

[34.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Scimno di Chio, v. 22; Heyne, _Op. Acad_. II, 205.

[35.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Nella Cronica di Eusebio è riferita l’occupazione di Pandosia da parte degli Elleni all’Olimpiade IV, 3 ovv. 762 a.C. — Corcia, III, p. 321.

[36.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Vedi appresso al capitolo XV.

[37.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) LENORMANT, _Grande Grèce_, I, 451.

[38.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) GARRUCCI, _Monete Italia antica_, pag. 154.

[39.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) _Odissea_, lib. 24.

[40.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) L’osservazione è del LENORMANT, _Grande Grèce_, I, 128.

[41.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Oggi sono detti i laghi di Zygos, ovvero di Viaconi.

[42.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) La moneta colla leggenda ΑΧΕΛΟΙΟ ΑΘΛΟΝ «in premio» in lettere retrograde e arcaiche (si crede però di un arcaismo di imitazione) la si assegna, per esempio, alla metà del secolo V a.C. — Il Duca di Luynes fu di avviso che l’Acheloo di questa moneta fosse l’Acheloo della Elide (non dell’Acarnania-Etolia), e ne riattaccherebbe il culto, epperò le origini metapontine, ai coloni Pilii dell’Elide (nella monografia di _Métapont_, Parigi, 1883).

Più gravi obiezioni al concetto del Millingen faceva il signor HOLLANDER (nel libro _De rebus Metapontinis_, Gottingae, 1851, p. 19-20) osservando, che il culto dell’Acheloo era sparso in molte regioni della Grecia, come ad Atene, a Rodi, a Megara e in Sicilia; non perciò si può riferirlo, in tutti codesti luoghi, a coloni etolici. D’altra parte, è attestato da Eforo, che l’oracolo di Dodona, a quanti venivano a chiedore un responso, ordinava di sacrificare all’Acheloo; e l’Osann ha dimostrato, da un passo di Filostrato, che a’ giuochi ginnici presiedeva, come nume tutelare, l’Acheloo. Niente dunque di speciale all’Etolia. Noi, a nostra volta, osserveremo, che per codeste ragioni del signor Hollander, il concetto del Millingin perderebbe di peso; se non stesso il fatto della esistenza di una città di Metapa, in Etolia; a cui riattacchiamo la Metaponto italica.

[43.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) STRABONE, VI, 406.

[44.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) O. MULLER apud HOLLANDER, _Op. cit_. 17.

[45.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Alla confusione creata dalla varietà delle tradizioni, aggiunge tutt’altro che luce la frequente uniformità dei nomi. Questo Epeo metapontino sarebbe l’eponimo degli Epei della Trifilide, socondo alcuni (De Luynes); secondo altri, invece, si riattaccherebbe a Panope o Panopea, città di Epeo, nella Focide, prossima a Crissa e a Daulide: sicché la leggenda del gran fabbro, accennerebbe ad origini focesi. — GROTE, _Stor. della Grecia_, vol. V, cap. IV, p. 108\. HOLLANDER, _Op. cit_., 18.

[46.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Lib. VI, 406\. Qui però il testo non è integro del tutto.

[47.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Mannert, la parola di Strabone (distrutta) «dai Sanniti» Σαμνιτῶν muta in Χωνῶν «dai Conii»; lo Schiller, invece, in Δαυνιτῶν. — Il Cluverio interpreta il passo straboniano in questo senso: «Che Metaponto fosse fondata dai Pilii, si argomenta dai riti funebri celebrati ai Neleidi, che i Sanniti abolirono» (_Ital. antiqua_, p. 1278): altri lo seguono in questo concetto. — Conf. Hollander, p. 22.

[48.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) _Stor. Greca_, V, c. IV, 108.

[49.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Il duca di Luynes, ritenendo la vulgata interpretazione del passo di Strabone, enumera moltissimi luoghi di antichgi scrittori (quali sono lo stesso Strabone, Giustino, Varrone, Plinio, Dionigi, Cicerone e Livio) in cui si accenna alla ben remota «antichità degli stabilimenti sannitici nella parte dell’Appennino prossima alla Magna Grecia». Nel _Métapont_, citato. Parigi, 1833.

[50.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) STRABONE, VI, 406.

[51.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) HOLLANDER, _Op. cit_., p. 26\. — HEYNE, _Opus. Acad_. II, 210, riferisce la fondazione degli Achei all’olimp. 83, 2, che è il 447 a.C., che non dirò, un equivoco dell’insigne critico, poiché i Sibariti del passo di Strabone, riferito nel testo, egli intende pei «Turii» succeduti a Sibari. Anche il Raoul Rochette abbassa l’epoca.

[52.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) A pag. 123.

[53.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Vedi in seguito al capitolo XI.

[54.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Nell’opuscolo plutarchiano _Del genio di Socrate_, p. 682, dell’edizione Francfort, 1605.

[55.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Nell’altro opuscolo plutarchiano _De Stoicorum pugnis_, pag. 612\. — Non altrimenti Arnobio, lib. I, p. 23.

[56.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Ricorderò qui, che dissero trovata nei campi di Metaponto, nel 1794, una iscrizione latina, in cui è parola di una _Aedem Musarum_, ristaurata da un L. Nonio Rufo. — Era l’_Aedes Musarum_, ove Pitagora si lasciò morire di fame, secondo una delle ricordate varianti della tradizione. Ma l’iscrizione è falsa. — V. _Corpus Insc. Latinarum_, vol. X, n. 19.

[57.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) CICERONE (_De Finibus_, V, 4) dice:

> _Me quodam tempore Metapontum venisse, nec ad hospìtem ante divertisse, quam Pythagorae ipsum illum locum, ubi vitam ediderat, sedemque viderim_.

Grote scrive invece che Cicerone vide a Metaponto la «tomba» di Pitagora (vol. VI, pag. 267, nota), e così Lenormant sulla traccia del Grote.

[58.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Così, per verità, il popolo degli eruditi a reminiscenze classiche; ma il popolo vero le dice, invece, Tavole de’ Paladini: nel medio evo si trovano denominate _Mensae Imperatoris_, che è Carlo Magno, l’imperatore e il capo del Paladini. Vedi in seguito, Parte II, capitolo III, pag. 103.

[59.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Tra le monete di Metaponto ve ne ha una (nel Museo britannico) che oltre a META e alla spiga, ha sul dritto la parola OMONOIA — concordia — e la testa di Homonoia, con orecchini e collana. — Potrebbe essa riferirsi ai fatti o ai tempi di cui si parla nel testo.

[60.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Cioè 60 talenti, e vuol dire oltre a 30 milioni di lire. In Diodoro (XX, 304) si legge «seicento talenti d’argento.»

[61.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Vedi in seguito al capitolo XV.

[62.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Nel campo di questa moneta, sotto il ventre dei cavalli in corsa, è una testa di lupo (λύκος), che è il simbolo grafico della parola Lucani. Questo simbolo si scorge anche in altre loro monete; ma (si noti) in quelle che hanno la leggenda in greco, non in quelle, benché di tipo identico, che l’hanno in linguaggio osco.

[63.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) In altre monete è un monogramma che disciolto leggono ΛΥΚ; che io non accetto che possa riferirsi ai Lucani. È più probabile nòta dello zecchiere.

[64.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) In _Metaponto_, del dott. LA CAVA, a pag. 231-32.

[65.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) Ivi è detto: _Otho secundus imperator venit Capuam et abiit Tarentum ac Metapontum_.

[66.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) La carta del 1099 è nella _Histor. Monasterii S. Michael. Archangeli Montis Caveosi_, Napoli 1746, pag. 42, Rodolfo Maccabeo, de’ dinasti normanni, dona alla chiesa di S. Mich. Arcangelo di Montescaglioso màsse, chiese, terre e casali, e inoltre

> _veterem civitatem quae (ad) Arcora vocatur… et medietatem omnium terrarum mihi pertinentium in Metaponto, et medietatem proficui_ (leggi: _proximi_) _portus_, ecc.

Questo documento può dar luogo a duplice congettura, e sono: che la _vetus civitas quae_ (ad) _Arcora vocatur_ indichi la vecchia, ruinata e spopolata città di Metaponto, e che le _terrae in Metapontum_ indichino il territorio dell’antica città, prossimo al porto di essa, che era l’attuale _Lago di S. Pelagina_, che oggi è uno stagno, ma che nel secolo XII non era del tutto interrato.

Che il nome di Metaponto restasse ancora, nel secolo XIV, ad una benché piccola città o paese risulta dalla lettera regia del 1303 (nel _Syllabus membranarum ad r. siclae archivium pertinentium_. Napoli 1824, vol. II, parte II, pag. 100) si legge, e riassume _publicum mandatum regium, quae praecipitur_ al Giustiziero di Terra di Otranto, _ut non compellat homines Metaponti ad solutionem residuam generalis subventionis et doni_.

[67.](x01_CAPITOLO_08.xhtml) V. al capitolo III della Parte II, pag. 102.

# CAPITOLO IX

# LE COLONIE ELLENICHE SUL TIRRENO: POSIDONIA, VELIA, PALINURO, MOLPA, PIXO E LAO

  
Le colonie elleniche sul mare Tirreno non furono propagini dirette (da alcune infuori) dell’Ellade; ma sì delle città italiote già fondate sulle spiaggie del Jonio. Queste, che sursero prime sul mare più noto ai naviganti elleni e men pauroso pei pericoli dello stretto siculo, si propagarono, risalendo i fiumi, per l’interno delle terre italiche; dipoi, oltrepassato l’Appennino, vennero alle feraci sponde del mare inferiore. Non è probabile che arrivassero al mare, se prima non avessero lascialo qui e qua nuclei di abitanti e coloni, per l’interno del territorio enotrio.

Anche delle città ilaliote sulle spiaggie del Tirreno, l’antica storia è quasi muta; forse perché gli antichi scrittori non le ebbero considerate che quali città secondarie, e in dipendenza delle maggiori sul Jonio. Esse erano, inoltre, fuori d’Italia, cioè dell’«Italia» degli antichi scrittori ellenici, e fuori della stessa «Magna Grecia» pei scrittori meno antichi della civiltà romana. Quelle che scamparono alla completa oscurità che le altre involse, non sono se non Velia e Posidonia ovvero Pesto.

Di Lao, di Scidro, di Pixo, di Molpa si sa quasi nulla: nulla addirittura dì Palinuro e Fistelia e Platea e Sicione, se pure queste due ultime furono davvero in Italia. Sursero tutte, o quasi tutte, dai coloni delle spiaggie ioniche, dopo la fondazione di Sibarl, nel corso del secolo VII e VI a.C. Ma è probabile che già prima fossero stazioni di genti anti-elleniche. Nel golfo posidoniate erano già le isole Enotridi, onde è giusto argomento che tutta la spiaggia di contro fosse dominata dagli Enotri; e nelle poche rovine di Velia, a giudizio di un dotto archeologo de’ nostri giorni, sono ancora visibili le vestigia di costruzioni più antiche e diverse dai sistemi delle costruzioni elleniche. E se il significato del nome di Scidro fosse tale quale a noi parve e fu chiarito più innanzi, essa si riattaccarebbe a genti e tempi anteriori all’ellenismo della Magna Grecia. Non altrimenti per Lao, le cui origini altri volle derivare dai popoli Laini della Peonia presso lo Strimone[1](x01_CAPITOLO_09.xhtml); e pertanto sarebbero delle più antiche colonizzazioni di popoli Enotri o più specialmente dei Conii.

Una ugualmente remota antichità fu attribuita alla città di Pesto da chi ritenne che l’antico nome di essa fosse _Paist_, anteriore alla denominazione di Posidonia. Per noi, invece, _Paistum_ è la trasformazione fonetica del nome _Poseidon_, avvenuta in tempo e nel linguaggio della gente oscolucana, che sottomise la città ellenica[2](x01_CAPITOLO_09.xhtml).

  
_Posidonia_

Forse genti enotrie esistevano già sul luogo[3](x01_CAPITOLO_09.xhtml) quando arrivarono ivi gli Elleni e vi fondarono Posidonia. Achei e Trezenii dell’Argolide abitarono insieme nella città di Sibari, secondo che si legge in Aristotile[4](x01_CAPITOLO_09.xhtml); poi gli Achei, cresciuti di numero, cacciarono i Trezenii, per uno di quegli interni dissidii di prevalenza, che furono trama perpetua alla storia delle colonie italiote. Allora i Trezenii della città sul Crati vennero alle sponde del mare Tirreno e fondarono la città che fu Posidonia. Fra le tante congetture delle origini pestane, e lasciando le scorie archeologiche, questa è per me la più accettevole; e se vogliamo assegnarle una data cronologica, si può riferirla alla metà del secolo VII a.C.

I Trezenii, di stirpe dorica, dettero al nuovo stabilimento il nome sia di una città omonima della madre patria originaria che era Posidonia, sia del loro Iddio etnico e tutelare, Poseidon. Anche sulle monete pestane dell’epoca più antica, quali sono le incuse, si trova l’impronta di questo nume oceanico che brandisce il tridente; e dalla leggenda delle monete, che in dialetto dorico è scritta _Poseidan_, si può dedurre che la gente dorica prevalesse nella città nel corso del secolo VI a.C., e conforterebbe di prova indiretta la venuta dei doriesi Trezenii a Pesto. E dalla serie di sue monete finora nota possiamo argomentare che di unita ai Trezenii vennero o sopravvennero coloni Achei, poiché in esse è improntato, oltre al nume che vibra il tridente, la immagine del toro ora cozzante, ora progrediente, talvolta barbato, che è il blasone monetale delle colonie achee; e in altre, col toro, la testa di Pallade dall’elmo attico. Se Posidonia, in origine, fu colonia dell’antica Sibari, fu poi autonoma e confederata con la Sibari risorta che abbiamo altrove accennata,[5](x01_CAPITOLO_09.xhtml); e fu in lega, politica o commerciale che sia, con altre città da essa non lontane, benché la dubbiezza di alcuni conii non affidi del tutto. Una moneta segna il nome in iscorcio della città insieme alla parola FIIS, e un’altra moneta insieme alla parola ΣΕΙΛΑ. Gli scrittori riferiscono, incerti, la parola della seconda chi a culti religiosi dei coloni pel fiume Silaro[6](x01_CAPITOLO_09.xhtml), chi ad una possibile città di Silara o Silaria[7](x01_CAPITOLO_09.xhtml), ancora ignota del tutto; e chi invece, negando la esattezza della lezione, non vi scorge che la parola MEIΔΑ[8](x01_CAPITOLO_09.xhtml). Poco mono incerta la parola FIIS: è nota però, per altri conii, la parola e la citta di ΦΙΣΤΕΛΙΑ in greca lettera e di PIΣTVΛIIS, in osco; ma punto accertato ancora il posto di questa città, la moneta vaga tra le attribuzioni a Puteoli, a Fulsule, a Plistia; nè la dubbiezza è in via di cessare.

Io riferirei a questi più antichi coloni doriesi originati da’ Trezenii, la fondazione, verso lo sbocco del Silaro, del famoso santuario dedicato a Giunone Argia, che le leggende attribuirono agli Argonauti. Era lontano sei miglia da Posidonia, posto, a quanto si crede, presso alla spiaggia del mare, sulla sinistra sponda del Silaro, secondo Strabone[9](x01_CAPITOLO_09.xhtml), sulla diritta secondo Plinio. È probabile che i Trezenii venuti dall’Argolide avessero voluto adorare sulla terra della nuova patria la massima delle deità della patria antica; ed è perciò probabile che il tempio sorgesse in terra posidoniate e sulla sinistra del fiume. Se fu accosto alle rive del Silaro, le alluvioni della torbida fiumana nell’ultimo tronco covrirono delle sue melme le ruine del tempio famoso; ma non è improbabile fosse elevato su uno dei prossimi clivi, in vista del mare[10](x01_CAPITOLO_09.xhtml).

Posidonia divenne prestamente popolosa e florida, grazie alle feraci terre, in mezzo a cui il prossimo e lutulento Silaro si versa nel mare, e grazie ai suoi commercii marittimi; di cui si veggono improntati su molte di sue monete gli emblemi. Con le sue flotte domina sul golfo cui diede il nome; e il nome è indubbio argomento di sua prevalenza sulle altre città marittime della regione. E benché Strabone ricordi l’aria, per le prossime paludi, inquinata della città, non è dubbio che ai tempi della floridezza italiota essa fu ricca di popolo non meno che sede di squisita civiltà.

La storia di Posidonia si divide naturalmente in tre principali epoche, secondo che dalla completa autonomia passò in soggezione dei Lucani verso il 100 a.C., e poi in dominio di Roma nel 273\. Furono tre civiltà che si mescolarono e si sovrapposero: ma poche filamenta ne avanzano, e questo, tessute in pietra o in bronzo, dell’epoca più antica. La splendida floridezza a cui giunse la città greca è attestata dalle maravigliose reliquie de’ suoi tempii che, solenni quanto il Partenone o poco meno, ancora esistono, masse austere e maestose, nell’ampia solitudine dei campi ove surse la città: esse restano ad emulare i più celebrati monumenti dell’arte greca dei tempi più antichi. Alcune dipinture sulle pareti interne di talune tombe posidoniati rivelarono testimonianze di bellezza artistica insigni; gran numero di sue multeplici monete non attestano meno l’eccellenza dell’arte del bulino, e, può inferirsi, anche dello scalpello. La cerchia delle mura che ancora rimangono in piedi a larghi tratti per la pianura, con l’arco ancora intatto delle antiche porte, con torri quadrate sporgenti dalle mura stesse, e queste larghe in fronte così che parrebbero strade spianate a manovrarvi manipoli di cavalli anziché di pedoni, attestano la ricchezza dell’erario, l’accorgimento dei governanti, la potenza della città. Se desse furono rifatte, come altri crede[11](x01_CAPITOLO_09.xhtml) ai tempi di Alessandro il Molosso a mezzo il secolo IV, erano opere di molto più antiche: mentre le moli dei templi, alcuni poderosi e solenni, non men che eleganti per sobrietà e purezza di linee, mostrano l’altezza insigne dell’arte posidoniate nel corso del secolo VI e del V: alcune reliquie di pittura emerse dalle tombe della città testimoniano anche per la plastica una singolare altezza di cultura artistica: ma dì queste maraviglie sarà fatta altra parola più innanzi[12](x01_CAPITOLO_09.xhtml).

La sua potenza non potè salvarla dall’occupazione dei Lucani, ai quali pure poterono resistere ed Elea ed Eraclea. Essi l’oppugnarono e la sottomisero ai principii del secolo V, (probabilmente dal 410 al 400 a.C.), e già dovevano essere popolo forte e numeroso, non tribù sciamata di recente dalle sacre primavere dei sabellici (come alcuni pretesero), se poterono impadronirsi di città floridissima, difesa per torre da mura sì poderose, difesa per mare da flotte, cui nulla potevano opporre i montanari dell’Appcnnino.

Città presa di forza, da popolo di civiltà impari o diversa e molto minore della civiltà ellenica, il governo dei vincitori, in quel primo periodo della conquista, non poteva essere che aspro come in città di conquista e riluttante al giogo. Gli antichi scrittori ricordano che, in una delle annuali solennità che era, forse, di funebre rito, i Posidoniati si raccoglievano insieme a piangere e sospirare gli antichi istituti, gli antichi riti, le antiche leggi della città mutate[13](x01_CAPITOLO_09.xhtml): con i nuovi dominatori era entrata (essi mormoravano) la barbarie, che stentava anche a pronunziare, senza guastarlo, il nome della città. Delle relazioni tra vinti e vincitori nessun’altra notizia ci è nota che questa; ma agli splendori dell’ellenismo anche la ruvidezza della gente Osca dovè cedere e squamarsi: i vincitori non imposero la loro lingua; presero anzi dal vinti l’alfabeto ellenico, e con esso altri sussidii, altri fomiti di civiltà senza dubbio, e, forse, le monete.

Nel secolo III, in seguito alle guerre di Pirro, Roma tolse Posidonia ai Lucani; e nel 482 di R. ovv. 273 a.C., vi condusse una colonia di dritto latino.

E di Roma Pesto ben meritò sempre; sia per la non mai mancata fede alle sorti romane, specie nelle guerre di Annibale, sia per la postura sua sul Tirreno come chiave sul mare che batte alle porte dell’interna Lucania, sin lo stesso fulgore di sua antica civiltà. Quando Roma chiuse tutte le zecche delle città d’Italia, perché volle per sè nel 264 (a.C.) il conio di tutte specie monete, fece eccezione e mantenne le zecche di tre sole città, e tra queste tre Pesto. Anzi Pesto restò sola nel privilegio di coniare la moneta di bronzo, quando, ai tempi di Augusto, il Senato di Roma tenne come suo diritto esclusivo la coniazione del bronzo, e l’imperatore quella dell’oro e dell’argento[14](x01_CAPITOLO_09.xhtml).

Alcune delle sue monete di bronzo mostrano che fu municipio, poiché le improntano i «quatuorviri». Se il libro delle Colonie (che è del primo secolo, ma interpolato) indica anche Pesto tra le «prefetture», fu di certo ai tempi di Cesare o di Augusto colonia romana: il che vuol dire che ebbe l’onore! di dividere i suoi territori con i nuovi arrivati. Altri coloni vi mandò Vespasiano, e propriamente di marinai veterani della flotta di Miseno; e i titoli ricordano la città col nome aggiunto dell’imperiale famiglia «Flavia». Questa e qualche altra notizia spicciola è tutto quello che sappiamo della nobile città nel lungo periodo da poi che essa fu entrata nel fiume della civiltà romana. Al medio evo non ebbe il nome di Lucania, come altri hanno scritto[15](x01_CAPITOLO_09.xhtml); ma probabilmente fu capo del gastaldato longobardico detto di Lucania. Cadde esinanita e spopolata nel secolo X, per quanto si argomenta, causa la malaria delle terre circostanti, più che le devastazioni saraceniche, a cui si riferisce una generale tradizione erudita.

  
_Elea_

Navigando da Pesto verso oriente, si incontra la foce dell’Alento che si scarica nell’insenatura che forma il promontorio di Palinuro. A sinistra del fiume Alento, presso al mare surse Elea o Velia, città a tante altre della Magna Grecia minore per grandezza di dominii o copia di popolo, ma superiore a tante altre dell’antica civiltà per lo splendore che s’irraggia dal suo nome alla storia dello sviluppo dello spirito umano. Poche e poco note reliquie ne restano al suolo[16](x01_CAPITOLO_09.xhtml), oggi deserto per guerra della malaria: eppure per salubrità di clima e per bellezza di paese fu già albergo ricercato di svago ai potenti signori di Roma ed ai filosofi, ai poeti, agli uomini di stato della grande città, capo d’Italia e del mondo.

Elea fu fondata da coloni focesi nel secolo VI a.C. verso l’anno 535-8\. Ma anche prima di questa epoca erano ivi approdati coloni di stirpe ellenica, i quali si soprapposero a più antiche genti che si dissero enotrie. Di queste ultime attesterebbero la remotissima presenza sul luogo le reliquie di costruzioni ciclopiche che si scorgono ancora nelle ruine della citta: delle quali si è fatto cenno innanzi[17](x01_CAPITOLO_09.xhtml), e che ricordano, del resto, come la regione fosse giù tutta occupata da coteste genti.

Gli Jonil dell’Asia Minore, navigatori arditi e sagaci, furono i primi a fondare fattorie e colonie sulle coste di Sicilia e della bassa Italia, appena che caso o ventura scoprì agli Elleni queste terre poste ad occidente loro. Cuma, senza ritenere per certa l’antichissima data della sua fondazione di mille e più anni innanzi l’era volgare, fu senza dubbio fondata non più tardi del secolo VIII; e divenne man mano il veicolo della civiltà, delle dottrine, delle tradizioni elleniche ai popoli del Lazio e dell’Italia mediana. Dopo Cuma, tra le più antiche, è, della stessa origine, Naxo sulle coste orientali di Sicilia, la quale si propagò a Zancle che poi fu Messina, sullo stretto, e di contro a Reggio. Toccarono anche alle coste orientali di Italia, e vi fondarono Scilletium; ma da questa banda prevalsero invece genti achee di Sibari, di Crotone, di Metaponto. Ardimentosi e intraprendenti navigatori quali essi furono, non si arrestarono nè alle fauci dello stretto siculo, nè alle isole del golfo Cumeo: emuli ed imitatori dei Fenici, drizzarono le mire e le prore agli stabilimenti remoti e poco noti di costoro nell’ultimo Mediterraneo, sulle spiaggie iberiche e celtiche. Fondarono Massilia verso il 600; quindi Alalia nell’isola di Cirno o di Corsica verso il 556, e in quel torno di tempo Pisa; fattorie, probabilmente in origine, più che colonie. Sicché, mentre le genti achee e doriche non navigarono oltre la «fronte di Italia» come fu detta di poi la zona littoranea che si specchia nel Jonio, i Jonii vennero oltre per tutto il Mediterraneo occidentale da Reggio e da Cuma in su, fino alle estreme spiaggie di genti barbare del continente occidentale.

In una di queste prime escursioni dei Jonii nel mare Tirreno si vuol trovare le prime origini della città di Elea. Il cui nome non venne dalle «paludi» su cui surse la citta, perché non è natural cosa che essi avessero prescelto a stabilirsi, sull’ampia costa, un luogo offeso dalle acque stagnanti. Invece, il nome di Elea, trapiantato sull’Alento, ci mostra che i fondatori vennero da quella città della Teutrania, che fu detta Elea, posta sul golfo detto appunto _Eleaticus_[18](x01_CAPITOLO_09.xhtml), sul quale sorgevano anche Pitone, Cyme o Cuma, e poco più giù Focea.

La nuova città è probabile fosse surta dopo la fondazione di Reggio che è del 668 in circa; poiché una antica tradizione fa venire appunto da Reggio, ove si erano arrestati un qualche tempo, i coloni di Elea dell’Enotria; ed è probabile che in origine fosse fattoria di commercii, più che colonia propriamente detta. Posta presso lo sbocco del ruine che derivò dalla futura città il suo nome di Alento, mentre essi potevano commerciare con le popolazioni interne dell’Enotria, restava la città a metà cammino tra quelle della stessa stirpe di Cuma da un lato e di Reggio dall’altro, punto intermedio di appoggio alle loro navi, tra’ due estremi. Questa è la ragione delle origini dell’Elea enotria.

Non guari dopo vi arrivarono i Focesi; e allora la fattoria di commercio divenne una colonia propriamente detta. E poiché da costoro aveva cominciamento l’origine legale della colonia, a modo greco, si disse fondata dai focesi, secondo una tradizione che è narrata da Erodoto, e che ci piace di ricordare ad onore del patriottismo infelice, ma eroico.

Verso la metà del secolo VI a.C. l’esercito di Ciro sottomise la Lidia, e assediò Focea (542 a.C.). Le genti sue insofferenti di servitù, quel che avevano di sacro e prezioso raccolsero sulle navi, e salparono pei mari di occidente. È degna della storia più elevata del genere umano la narrazione degli impeti, dei giuramenti, delle vendette di questi generosi contro gli invasori della patria sottomessa; ma io non debbo ripeterla. Dopo errar molto per l’Egeo e pel Tirreno, giunsero all’isola di Cirno che è la Corsica, ove venti anni prima, dice lo storico, avevano fondato Alalia; e, si può aggiungere[19](x01_CAPITOLO_09.xhtml), Massilia sulle coste de’ popoli Celti. Ad Alalia restarono cinque anni; e di là si spinsero, audaci e intraprendenti, commercianti e pirati, sulle coste sarde ed iberiche, su cui dominavano i commercianti punici, e sulle italiche ove dominavano i Tirreni etruschi. I commercii, come gli interessi, sono invidi ed esclusivi. Cartaginesi e Tirreni si accontarono contro i nuovi arrivati: e fu tra gli uni e gli altri combattuta una battaglia navale, famosa all’antichità col nome di Alalia (536 a.C.). I Focesi vinti sul mare, si ritrassero ad Alalia; e presivi i figliuoli, le donne e quant’altro poterono imbarcare, abbandonarono la Corsica, si resero a Massilia, quindi a Reggio. Così narra Erodoto: ma è evidente, che essi furono invece cacciati dai vincitori dai paraggi dell’isola.

Gli scampati dalla catastrofe non restarono a Reggio, continua lo storico[20](x01_CAPITOLO_09.xhtml); ma di là partiti, vennero a fondare la Città della Enotria «che oggi è detta Hiela» dice Erodoto[21](x01_CAPITOLO_09.xhtml). È probabile che la tradizione narrata da Erodoto abbia raccolto, in un solo momento, i primi e gli ulteriori stabilimenti della stessa gente dell’Eolide. Col solo ed unico avvento de’ Focesi da Alalia e da Reggio non si potrebbe spiegare il nome di Elea dato alla città; che ben si spiega invece dall’avvento dei primi venuti dalla regione stessa dell’Asia Minore.

Ma se i primi non diedero se non il nome al primo stabilimento sulle spiaggie enotrie, ove poi approdarono i travagliati esuli di Focea, furono invece questi ultimi che diedero l’essere legale alla città. poiché l’Elea dell’Alento riconobbe appunto Focea per madre patria; come è manifesto dalle sue monete, su cui è improntata la protome e la figura del leone, che è il tipo delle monete focesi. Città e colonia di navigatori esperti de’ mari e della fortuna, essa riattaccò relazioni di commercio con i popoli della stessa sua razza dell’Asia Minore; e di là nuovi coloni le vennero in cerca di fortuna o di avventure, come per tutti i nuovi stabilimenti accadeva. Senofane, il maestro di Parmenide, era appunto di Colofone.

In processo di tempo altri coloni le giunsero da Turii. Elea, forse, per ignote cause, mancava di popolo. Turii, per uno de’ frequenti rivolgimenti interni delle città italiote, cacciava in bando una parte de’ suoi cittadini, i quali è probabile fossero di quel partito degli Attici che fu vinto in Turii e scacciato dal partito peloponnesiaco de’ nobili; quando questi, dopo i rovesci di Atene nella infelice impresa di Sicilia, presero il disopra in Turii, capitanati da Dorieo, rodio, intorno l’olimp. 92, ovvero 372 a.C.[22](x01_CAPITOLO_09.xhtml). Scilace, ovvero colui che ne interpolava il libro, disse Elea «colonia de’ Turii», e se l’interpolatore non volle intendere di Sibari, il fatto, per ragioni di tempo, sarebbe assurdo. Alcune delle monete elleniche portano l’impronta della civetta o della testa di Aténa. Io non so se questo simbolo della moneta voglia significare, come altri ha detto, vincolo di federazione con Atene quando appunto questa città, per la spedizione di Sicilia, faceva politica di espansione e di alleanze sulle coste italiche. Inclinerei a credere significasse invece i nuovi culti della Atena-Pallade attica, introdotti in Elea da’ nuovi coloni turiesi, del secolo IV.

L’ordinamento interno della città non è noto; ma parmi non incivile trarre argomenti di analogia dagli ordinamenti di Massilia, che anche essa, come Elea, colonia di Focesi, anzi sede degli stessi futuri coloni della città dell’Alento, dopo la disfatta navale di cui sopra fu tenuto parola. A Massilia, dice Strabone[23](x01_CAPITOLO_09.xhtml), era governo di ottimati; e i più alti censiti, o timuchi, componevano l’assemblea al numero di seicento. I timuchi dovevano essere capi-famiglia con prole, e da tre generazioni almeno cittadini della città: restavano nel Consiglio per tutta la vita. Era dunque un Senato. Esercitava il potere esecutivo un minore Consiglio di quindici; e tre di costoro erano a capo del governo. Nulla ci vieta di credere che a questi supremi lineamenti di ordini civili si fossero conformati anche i Focesi di Elea: i coloni, come si sa, portavano seco i culti, le leggi e le consuetudini della madre patria.

Ma fin dal primo secolo di sua fondazione quest’ordine civile di cose dové subire qualche, benché passeggero, mutamento. La tradizione dell’antichità ricordava, pressoché unanime, il fatto di Zenone, il filosofo e dialettico celebre della scuola eleatica, che incontrò eroica morte a difesa degli antichi ordini della città. Un tiranno (come i greci dicevano) a nome Nearco, o, secondo altri, Diomedonte, forse capo di democrazia o demagogia trionfatrice, aveva usurpato le pubbliche libertà del popolo eleatino; aveva mutato i supremi ordini dello Stato. L’opposizione delle eterìe per difendere o stabilire gli ordini antichi si accentrava nel filosofo: il quale è preso, incatenato e torturato perché rivelasse i complici della congiura. Ma nei tormenti, svillaneggiato che ebbe il Cesare demagogo ed eccitato i cittadini alla riscossa, si mozzò con i denti la lingua; perché, vinto dal dolore fisico, non avesse ceduto a parole rivelatrici. Il fortissimo esempio scosse ignavi e generosi (aggiunge la tradizione), e cacciarono a colpi di pietra il violatore degli antichi ordini della città[24](x01_CAPITOLO_09.xhtml). Zenone è detto che fiorisse intorno al 460 a.C.

Le condizioni del paese ove fu posta la nuova città non si prestano favorevoli allo sviluppo delle ricchezze agrarie: poco terreno adatto alla cultura di cereali; brevi e anguste valli tra clivi, popolati da bellissimi ulivi, da viti, da castagni, che vegetano con prodotto squisito sì, ma non abbondante. Il mare, invece, invitava alle sue industrie questa audace razza marinara; ed Elea crebbe di floridezza pei suoi commerci e per le sue industrie marittime. Strabone ricorda l’industria sua della salagione dei pesci; ed anche oggi si esercita, segnatamente delle acciughe, per quelle coste scogliose. La manifattura del sale marino completava la prima. Le molte denominazioni topografiche del golfo di Salerno fino al golfo di Lao rammentano ancora, a chi sa comprenderle, l’antico fatto.

I suoi commercii si estesero lontano; lo attestano le sue monete, che si trovano sparse non solo per tutta l’Italia del mezzodì, ma fino sulle coste delle Gallie, ove ebbe strette relazioni con Massilia, e i popoli vicini.

Il dotto archeologo F. Lenormant non si pèrita di affermare, egli riteneva che i Massilioti ricorressero ad Elea, quando i conî sciupati di loro monete era bisogno di rinnovarli e ringiovanirli alle fonti dell’arte greca. Giacché le monete di Elea vanno annoverate tra le bellissime della bassa Italia: uguali o poco meno alle maravigliose di Siracusa, e tra le più belle della numismatica antica. Gli incisori (forse cittadini della stessa città) improntavano del loro nome queste piccole e stupende opere d’arte, per le quali è dato risalire al concetto dell alla cultura artistica della città sull’Alento; quantunque di opere architettoniche o di scultura non avanzino reliquie di sorta.

È singolare Elea tra le città italiote, perché rimase indipendente per tutta la durata dell’ellenismo autonomo della Magna Grecia; e quando Roma ebbe aggiunta al suo carro la bassa Italia, essa venne con Roma in vincoli di federazione, non di sudditanza. Nello assetto definitivo delle città, italiote dopo la legge Giulia, passò tra i municipi; forse prima fu qualche tempo prefettura, ma non colonia[25](x01_CAPITOLO_09.xhtml). Non venne mai in soggezione ai Lucani; che pure occuparono, da Posidonia fino a Lao ed a Terina, le coste tirreniche, e sulle coste joniche, le altre città (meno che Eraclea) di gente ellenica. E se tenne testa ai Lucani, che senza dubbio si provarono ad oppugnarla, ben più agevolmente poté respingere gli attacchi dei Posidoniati, che ignote rivalità di commercio o di vicinanza spinsero contro di essa. Tutto questo, con chiara e giusta intenzione di lode, è attestato da Strabone, il quale ne dà il vanto ai grandi cittadini di Elea, Parmenide e Zenone, che dice Pitagorici, e alle sue ottime leggi, che egli accenna, ed altri afferma opera dei due stessi filosofi. Ma i due non furono Pitagorici, e quanto alle leggi della città, ben si può credere alla efficacia loro sulla potenza dello Stato, sul carattere virile dei cittadini, sulla concordia delle varie classi del popolo, sull’amore alla patria, che aveva innanzi a sé i grandi esempi della città onde ebbe l’origine. Ma queste leggi ci sono del tutto Ignote, e la partecipazione dei due filosofi alla legislazione della città, altri nega, altri spiega non altrimenti che come scritture dottrinali a insegnamento pubblico[26](x01_CAPITOLO_09.xhtml). Ad ogni modo, la nobile città seppe mantenersi indipendente dai suoi vicini emuli, cupidi o inimici, grazie, di certo, ai suoi ordinamenti civili, alla cultura delle classi dirigenti, alla sua politica temperata e sagace, e alla stessa posizione del luogo: perché la città non sedeva in pianura, come quasi tutte le italiote, ma sopra un colle petroso, circondata da mura robuste, di cui ancora esistono gli avanzi. Forse la politica stessa della città contribuì alla costante indipendenza sua. Tutta intenta ai commerci del mare non ambì, non tenne domini entro terra ferma; fu pertanto quasi isola staccata dal continente, sul quale si agitavano e mescolavano i nuovi venuti, a sottomettere Enotri e Italioti. Entrata in vincoli federativi con Roma, diè alle guerre della grande città gli ausilii di sue flotte e marinai; come le altre città marinare e federate. Le diede, inoltre, se non propriamente i suoi culti di Demeter o Cerere, le sacerdotesse di questa dea. Il culto ne doveva essere antico ad Elea, portato forse dai primi coloni; come i primi coloni a Massilia vi portano il culto della Diana Efesina[27](x01_CAPITOLO_09.xhtml). Parecchie delle iscrizioni che altri ha pubblicate a prova di culti eleatici, non sono autentiche[28](x01_CAPITOLO_09.xhtml). Ma gli è accertato questo, che, introdotto in Roma, tra culti forestieri, quello di Cerere, venne istituito un sacerdozio che era di donne: e Roma dimandava le sacerdotesse al collegio delle città o di Napoli o di Velia[29](x01_CAPITOLO_09.xhtml), poiché le parole della liturgia erano in greco; e di greca stirpe le sacerdotesse.

  
Il nome di Elea ha sorpassato i limiti del tempo, e dello spazio più che altre potenti o splendide città, grazie ai due grandi suoi cittadini Parmenide e Zenone, e alla scuola filosofica che da essa ebbe un nome, che la storia dello spirito umano ha riconosciuto e suggellato.

Io non posso ripensare a Velia, senza ricordare di quel «famoso saggio» pel quale la Grecia ebbe il motto di _vita alla Parmenide_, quando volle indicare una vita per atti, per intendimenti, per abiti intellettivi e morali serena, nobile e santa.

  
_Parmenide_

Parmenide _fioriva_, dice Diogene Laerzio, verso l’olimpiade 69 che risponderebbe al 504-500 a.C. Platone, in tre de’ suoi dialoghi, ricorda che Parmenide venne con Zenone in Atene, e che Socrate ebbe agio di conversare con lui. In quel tempo il «grande Parmenide» come dice Platone, era intorno ai 65 anni, e Socrate «in molto giovane età»[30](x01_CAPITOLO_09.xhtml).

Or se ci contentiamo di un pressappoco, e saremo apprezzatori discreti della infallibilità degli antichi autori e dei vecchi manoscritti, si può, per la cronologia di Parmenide, accettare un computo che parte da un dato certo, quale è la nascita di Socrate nel 499-90 a.C. E, in questi computi, dando non più che sedici anni a Socrate giovinetto, quando egli assisteva ai colloqui di Parmenide in Atene, arriveremo, sessantacinque anni indietro, all’anno 519-20 a.C. per la nascila di Parmenide. Il computo intoppa, è vero, nella nòta cronologica del Laerzio, che fa fiorire Parmenide dal 504 al 500: ma critici eclettici dicono che nelle parole dello storico biografo s’intende di fioritura di età, non già «di fama o di celebrità» e così critici eclettici conciliano Diogene con Platone, se non Diogene con sè stesso[31](x01_CAPITOLO_09.xhtml).

Ebbe relazioni di studi, e forse di vita, con taluni de’ Pitagorici, che furono uditori e seguaci delle dottrine di Pitagora: ma non fu della scuola «italica». Guardò il mondo e la realtà da un diverso punto di vista: e senza abbracciare tutto l’àmbito della dottrina pitagorica, si accentrò in un punto che fu il più elevato e profondo della speculazione umana, Non sarebbe agevole riannodare la speculazione di Parmenide alla scuola pitagorica ovvero «italica»: nessun concetto attenente all’etica è nella sua dottrina, che fu pure di un uomo, la cui vita fu onorevole ed onorata quanto quella di Socrate.

Lo spirito umano, nella ancora giovine civiltà del mondo occidentale, si può dire che ebbe dato i primi passi nel campo della scienza speculativa, quando arrivò a concepire l’idea della unità nella varietà infinita degli esseri che si offrivano ai sensi; senza il concetto dell’unità non era possibile la scienza. Ma questa unità Io spirito, ancora ai primi passi della speculazione, non riconobbe altrimenti che nella materia, anzi in uno degli elementi sensibili, a diverso giudizio, prevalente nel mondo degli esseri.

Pei Pitagorici l’unità della materia non era altrimenti che nel numero, poiché dal numero deriva la quantità; e dalla quantità è la forma, la proporzione, l’armonia, l’ordine di tutto ciò che è sensibile. Ma forma, proporzione, armonia, quantità, numero non furono pel filosofo di Elea che parvenze e non realtà: forme dei sensi e non della ragione; espressione assottigliata, sì, ma quantitativa del multepIice, che perciò stesso non è l’uno.

Egli invece, elevandosi più in alto, l’unità di tutto ciò che esiste vide nel concetto dell’ente; è nell’ente l’unica realtà, poiché il contrario dell’ente è il non ente, cioè il nulla, che non è né visibile, né concepibile. L’ente, unica realtà, fuori dello spazio e del tempo, è immobile, indivisibile, eterno: perché «niente viene dal niente.» L’essere non può nè cominciare, nè cessare di essere: esso non è stato, né sarà, egli è in un presente assoluto, indivisibile. Da che avrebbe potuto nascere? Dal niente, ma il niente non è; è il nulla. Dall’ente? e in questo caso, l’essere non produce che sé stesso. L’essere e indivisibile, perché in nessuna parte esiste un essere differente da esso; quindi lo spazio è riempito da esso solo. È immobile, perché occupa sempre un solo e stesso luogo. E il pensiero non è distinto dall’essere; perché al di fuori dell’essere non vi è nulla; ed il pensiero è pensiero dell’essere! Così dalla scuola di Elea fu creata, nello sviluppo dello spirito umano, la metafisica: Parmenide ne pone il problema fondamentale; e si attacca, si concentra, si spazia sul primo termine di esso, negando il secondo termine, che è il non ente. Oggi, dopo tanti secoli, la speculazione eleatica non è esaurita, non è distrutta: il problema dell’essere e del divenire è ancora il problema fondamentale della speculazione umana. Parmenide parla ancora, mentre Elea non è più da dieci secoli.

Elea che col predominio della civiltà latina divenne Vélia, esisteva tuttavia al tempi di papa Gregorio Magno (590-604)[32](x01_CAPITOLO_09.xhtml). Poi non se ne sa altro. Le campagne d’intorno per le acque che ristagnano diventano pestifere; e quei luoghi, ove patrizii ed uomini di stato e di lettere venivano da Roma a svago dalle pubbliche cure o a cura della salute mal ferma, divennero il campo della febbre e della morte.

  
Se di cotesto più famose città rimane non più che un tenue filo alla trama della storia, non avanza delle altre, sparse sulle stesse spiaggie del Tirreno, che il nome appena, e di taluna resta il dubbio se pure abbia mai esistita come città. Tale è il caso di Palinuro; nome antico e moderno al promontorio famoso per la leggenda resa immortale dalla musa di Virgilio[33](x01_CAPITOLO_09.xhtml). Una vecchia opera di fabbrica reticolata sorge ancora piucché a mezzo rovinata sul colle che si protende nel mare; e questa i nostri eruditi ritengono appunto come il sepolcro di Palinuro, che i suoi micidiali, agitati dalla divina vendetta, gl’innalzarono:

> Et statuent tumulum, et tumulo solemnia mittent!

Gli Elleni, stanziati anticamente per questi luoghi, spiegarono, seguendo il loro costume e con gli elementi del proprio idioma, il vecchio nome locale, derivato forse da altro linguaggio; e dalla spiegazione ellenica di una più antica parola nacque la personificazione del «timoniere sagace»[34](x01_CAPITOLO_09.xhtml) e famoso che la leggenda accoppiava ai casi di Enea.

  
_Palinuro e Molpa_

Ma, oltre all’eroo o pio sepolcro all’antico nocchiero sul promontorio del suo nome, alcuni scrittori moderni ritengono che ivi esistesse una città, greca, dello stesso nome di Palinuro. La congettura non si fonda altrimenti che sulla leggenda di una singolare moneta, la quale intendono accennasse a federazione tra la città di _Molpa_ e la città di _Palinuro_; poiché vi leggono, benché in iscorcio, le prime sillabe dei nomi delle due città. Ma finché altre prove non sorreggano la dubbiezza di quest’una, non ometterò di avvertire, che se le due sillabe si congiungano in unica parola, scomparirà la nota di PAL-inuro, e non risulterà invece che solo il nome di Mol-pa[35](x01_CAPITOLO_09.xhtml). E Molpa, come città, non sarebbe nota che da codesta moneta: però è noto da antichi scrittori il nome di Molpa al fiume[36](x01_CAPITOLO_09.xhtml) scaricantesi nel seno che è detto appunto di Molpa dal fiume o da un vecchio castello dello stesso nome, che è forse la tarda reliquia della città antichissima[37](x01_CAPITOLO_09.xhtml). La quale sarebbe stata in mezzo tra la foce del Lambro (che è detto oggi anche fiume di Centola e Molpa altresì ed anche Rubicante) e la foce del Mingardo o fiume di Rocca; poiché queste fiumane vanno sotto varii nomi antichi e moderni, secondo l’uso vivo del popolo o le tradizioni antiche dei dotti. Un paese di Molpa esisteva ivi, senza dubbio, nel secolo XIII.

La paleografia della moneta in quistione indicherebbe Molpa popolata di gente ellenica: ma se fosse proprio di origini elleniche non potrebbe dirsi se non dubitativamente, chi ricordi che lo stesso nome fu dato a fiumi e paesi delle regioni che abitarono gli Oschi, gli Ernici e gl’Insubri[38](x01_CAPITOLO_09.xhtml).

Sul solfo oggi detto di Policastro là dove si scarica il nume Busento, era la città italo-ellenica di Pixos, o Pixoe dei Greci, che divenne Busento ai Latini.

  
_Pixo_

Il posto preciso non è del tutto accertato; ma ai più è presso il paese di Policastro. Il quale parrebbe nome di quel grecismo medievale (_paleocastron_) di cui si parlerà in seguito; come del grecismo stesso delle colonizzazioni bizantine debbe essere il nome di Serapotamo al tronco superiore del fiume che nel corso inferiore, accresciuto di acque, è detto Bussento. Questo è, del resto, l’antico nome ricordato dai latini.

Diodoro Siculo lasciò scritto[39](x01_CAPITOLO_09.xhtml) che «Micito, tiranno di Reggio e di Zancle, fondò la città di Pixo» nel secolo V, verso l’anno 470 a.C. Invece, la numismatica dà argomento che Pixo sia fondazione più antica: perché esiste una moneta antichissima, incusa, che, con l’impronta del bue, comune tipo alle città di gente achea, ha la greca leggenda di «_Pyxoes_ e _Syrinos_»; onde s’inferisce un legame di alleanza tra la città di Siri sul Jonio e di questa Pixo sul Tirreno; e ne abbiamo parlato più innanzi. Le monete incuse sono del sesto secolo[40](x01_CAPITOLO_09.xhtml). Or se, a ricordo dello stesso Diodoro, la città di Siri sul Jonio fu distrutta nel 433 a.C. è lecito conchiudere che la colonizzazione di Micito a Pixo non fu altrimenti che di gente che si aggiunse alla prima già esistente; la quale era di stirpe greca altresì, se riteniamo per certo che dalla abbondanza dell’albero del bosso venne il greco nome al paese[41](x01_CAPITOLO_09.xhtml). Roma vi dedusse una colonia di trecento famiglie, nel 560 della città, o 194 av.C. Dopo sei anni appena, i magistrati che vi andarono in visita la trovarono deserta; ed altri coloni vi si inviarono nel 568 di R., 186 a.C. Le condizioni del luogo non si prestavano acconcie a copia di produzioni agrarie, e la colonia di gente mediterranea, insueta alle industrie marittime, esinanì presto.

Si ha notizia della città fino al secolo VI che era sede di vescovo: poi, non più: e la malaria, e i barbari e i pirati cacciarono i di lei popoli a scampo pe’ luoghi interni, più salubri per aere, e meno esposti sui colli alle repentine incursioni de’ nemici o ladroni per mare[42](x01_CAPITOLO_09.xhtml).

  
_Laos_

All’estremo lembo meridionale della Enotria, sul mar Tirreno, surse tra le più antiche colonie elleniche la città di Laos, che diè il nome al golfo di Lao. Noi abbiamo sospettato ivi un qualche stabilimento de’ Fenicii[43](x01_CAPITOLO_09.xhtml). Altri riferiva le origini ai Laìni della Peonia, come fu accennato[44](x01_CAPITOLO_09.xhtml); e quindi anteriore a Sibari. Ma come città ellenica le poche notizie che avanzano non la riattaccano altrimenti che a Sibari[45](x01_CAPITOLO_09.xhtml). Fondata, almeno nel secolo VI, dai Sibariti, crebbe ben presto a floridezza di commerci e di naviglio, se potè dare il suo nome al golfo su cui sedeva, come Posidonia sull’altro che oggi è di Salerno. Ma se fondata dalla città di Sibari, Lao fu ben presto autonoma, poiché coniò monete sue proprie; e queste che appartengono al sistema delle incuse, non possono essere più recenti del secolo VI. Di queste antichissime e secure testimonianze della sua storia, alcune, con le iniziali di Sibari, indicano legame di alleanza con questa città; altre, (di meno certa attribuzione per me) col tipo del Poseidon che brandisce il tridente, alleanza con Posidonia. Un’altra, forse più importante, se del tutto autentica, ha, con i tipi laìni della colomba e la testa di Mercurio, la leggenda che si riferisce a Siri[46](x01_CAPITOLO_09.xhtml). Già il Lenormant, con l’acuta congettura di cui si tenne discorso, fu di avviso che Lao facesse ufficio di magazzino di deposito ai commercii di transito, che faceva Sibari, pel dosso dell’Appennino, tra I Milesii e i Tirreni. Questa moneta di alleanza con Siri potrebbe indicare un simigliante indirizzo di commercii tra le città de’ due mari, — Siri, emporio delle coste tarantine, adriatiche e forse epirotiche, e Lao delle coste tirrene, durante o poco dopo l’esistenza di Sibari.

Oltre ai tipi frequenti delle colombe e del seme di ghianda, altre copiose monete hanno il tipo del bue a volto umano, come le parecchie città italiote di gente achea, e Sibari altresì; ma il bue delle monete laine è, inoltre, barbato, e in alcune coperto il capo di un casco. Se tra le tante spiegazioni di questo arcano simbolo, potesse preferirsi quella di alcuni moderni eruditi, che nel bue antropomorfo vedono non soltanto l’Acheloo, il gran fiume deificato nei culti degli antichi Elleni, ma il simbolo delle acque fluenti sotto le leggi dell’uomo, dovremmo leggere nelle monete di Lao l’opera civile dell’antica canalizzazione del fiume, prossimo alla città. E se, ad ogni modo, il bue a volto d’uomo si riferisce ai culti dell’Acheloo, simbolo delle forze creatrici della natura, possiamo almeno dedurne che la città della gente ellenica riferiva le origini sue alle terre dell’Epiro, e vuol dire, pel tempo, al di là di Sibari.

Le città, non meno che le famiglie, propendono a ritrarre indietro nel corso del tempo le loro origini. L’antichità è titolo di nobiltà alle une ed alle altre. Ma la nobiltà non si appaga dell’ignoto o dell’anonimo; e rampollano dal lontano buio nome, persone, eroi, semidei. Era presso l’antica Lao un eroo, o monumento consacrato a Dragone che dissero compagno di Ulisse; non altrimenti che presso la non lontana Terina era un altro eroo consacrato a Polite, anche esso uno dei navigatori odisseici pel mar Tirreno. Dragone poiché fu proseguito di culto eroico dai popoli di Lao, vuol dire che era ritenuto come l’_Oichista_ legale della primitiva colonia laina di gente ellenica. Ma la parola ha radici più antiche, al di là dell’idioma dei coloni ellenici. La feconda immaginativa di questi popoli artisti, a spiegare i nomi dei luoghi che erano sede ai loro stabilimenti, faceva sbocciare dal seno dello stesso nome topografico la persona di un eroe, di un semiddio, di un fondatore di città; e merci questa plastica creazione di una viva fantasia poetica, il senso arcano dell’onomastica topografica era trovato; e sorgeva Circe, Scilla, Cajeta, Palinuro, Leucosia, Calipso ed altre vive immagini che animavano gli antri, i seni, i promontorii, le isole. Così similmente da locali nomi topografici trassero vita, sepultura e culto Dragone[47](x01_CAPITOLO_09.xhtml) sul Lao, e Polite presso Terina, compagni di Ulisse, che non fu l’eroe della vinta città di Troia, ma il remigatore fortunoso di mari lontani e prima inesplorati.

Lao fu tra le prime città italiote, delle coste tirrene, occupate dai Lucani, verso il 390 a.C. come si dirà[48](x01_CAPITOLO_09.xhtml); e quivi presso essi vinsero sui Greci una battaglia, che sia per le grandi perdite, sia per le conseguenze politiche che ne derivarono, divenne famosa agli italioti, se potè dare materia ai postumi oracoli, che la tradizione popolare ripeteva fino ai tempi di Strabone[49](x01_CAPITOLO_09.xhtml). Altro di essa non si sa, né della sua fine la quale avvenne, probabilmente, tra l’età di Strabone e quella di Plinio, se si potesse fare sicuro assegnamento sulle espressioni di quest’ultimo, che ne fa cenno come di città che fu[50](x01_CAPITOLO_09.xhtml). O allora o dipoi, sia ragione di sicurezza o di salubrità o che altro, dalla spiaggia presso il mare (ove oggi è Scalea) i Laini si ritrassero nell’interno del territorio, e fondarono una «piccola Lao» in quel _Lainium_ della Tavola di Peutingero, che per me corrisponde al paese che anche oggi ha, in forma diminutiva, il nome di Laino.

Da tutte queste popolazioni elleniche sparse per le coste del Tirreno vennero, senza dubbio, altri stabilimenti, altre colonizzazioni secondarie per l’interno della regione, che si apriva per la grande valle del Silaro e per quell’amenissimo bacino del Tànagro che è uno degl’influenti suoi. Le reliquie di ellenismo nell’onomastica topografica attestano il fatto, e ne faremo cenno a suo tempo. Ma di altre città veramente elleniche, per l’interno paese, non è cenno sicuro nella storia.

  
#### NOTE

[1.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) CORCIA, _Op. cit_. III, 68.

[2.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) Da Poseidon, con punto rara metatesi di lettere, hanno fatto Poeisdon, che la permutazione della dentale affine mutò agevolmente in Poeiston.

[3.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) Argomento tratto dal passo di Strabone (V, 384), tormentato, per vero, in vario senso dagli interpreti.

[4.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) In _Polit_. libro V. 7, e viene interpretato:

> _Cum Troezeniis Achivi Sybarim incoluerunt: deinde Achivi numero aucti Troezenios ejecerunt; unde scelus sybariticum natum est._

[5.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) A pag. 133.

[6.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) SAMBON, nell’opera _Recherches_, etc., citata di sopra.

[7.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) HEAD, _Histor. nummorum_, Oxford, 1887.

[8.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) GARRUCCI, _Monete ital. ant_., pag. 175.

[9.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) Llb. VI, in princ. — PLINIO, Iib. II, 6.

[10.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) V. In seguito, capitolo XX.

[11.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) LENORMANT, _A’ trav. l’Apul. et la Lucan_. I, 203.

[12.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) V. a pag, 217-26.

[13.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) ARISTOSSENO, presso Ateneo, lib. XIV, c. 7.

[14.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) Vedi in seguito al capitolo XIX.

[15.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) Vedi alla Parte II, capitolo I.

[16.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) Descritte ultimamente dal Lenormant nel II volume dell’_A’ travers l’Apulie et la Lucanie_. Paris, 1883.

[17.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) Capitolo IV.

[18.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) Di contro all’isola di Lesbo. Le ruine di questasi additano oggi presso Jalva, a quanto si crede. Il golfo Eleatico oggi è detto di «Sanderlì» ed anche di Fokia.

[19.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) STRAB. II. 270.

[20.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) ERODOTO, I, § 164-7 — STRAB. VI, 387.

[21.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) E sulle monete è YEΛH, e YEΛHTΩN: Ὑέλη tramutate nella forma attica Ἑλεα.

[22.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) È congettura del LENORMANT, _Op. cit_. Il, 318.

[23.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) Lib. IV, 271.

[24.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) In DIOGENE LAERZIO, lib. IX. — CICERONE, _Tusc. quaest_. II:

> _Zeno Eleates, qui perpessus est omnia, potius quam conscios delendae tyrannidis indicaret_.

[25.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) Nel libro delle Colonie si trova indicata _Velinensis praefectura_, e parrebbe Velia. — Una iscrizione che la dice «Colonia» pubblicala già dal Ligorio, è falsa. — _Corpus Ins. Latin_. – vol. X. N. 96.

[26.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) Vedi appresso, al capitolo X.

[27.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) STRAB. IV, 271.

[28.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) _Corpus Insc. Lat_. X, N. 97\*, 98\* — Una brevissima a Cerere, _ibid_. N. 467, è autentica.

[29.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) CICER. _Pro Balbo_, XXIV.

[30.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) PLATONE nei dialoghi del _Parmenide_, del _Teeteto_ e del _Sofista_.

[31.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) È il computo e il ragionamento di FRANCIS RIAUX nell’_Essai sur Parménide d’Elée, suivi du texte et de la traduction des fragments_. Paris, 1840, p. 14\. — La stessa data del 519 adotta Clinton, nei Fasti ellenici.

Il LAERZIO usa la parola ἐκμαζη; ma la stessa parola usa egli sempre per le date cronologiche degli altri filosofi delle sue biografie; e in queste, di certo, non per indicare il «fior della vita».

[32.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) Con l’_Epist_. II, 29, ordina al vescovo di Agropoli di visitare la chiesa di Velia, di Bussento e di Blanda.

[33.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) _Aen_. VI, 380.

[34.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) Da πολυνους ed οὔριος «l’uomo sagace che naviga con buon vento,» ovvero da παλαιω, lottare, e in senso passivo essere vinto dal vento – ούρος – ? — CORCIA (_Op. cit_. III, 55) invece, dà πὰλιν _contra_, ed ὄρος, _monte_, accennando al promontorio.

[35.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) La congettura di cui si parla nel testo è in SESTINI, _Mon. Vet_. 16 (ap. CORCIA, _Op. cit_. III, 58). La moneta è una incusa in argento: - Tipo: - Cinghiale a dr. IAΠ || Cinghiale a sin. IOM. — Inclino a credere, che le due parole siano parte di un’unica parola che sarebbe ΜΟΛΠΑΙ = _Molpai_. E ricordo, in appoggio, che sopra una moneta incusa dell’antica Laos, che ha il bue a volto umano dalle due faccie, è scritto dall’una parte ΛΑΙ e dall’altro IOM = _Lainos_.

[36.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) PLINIO, III, 10: — _Promontorium Palinurum;… proximum huic flumen Melpes_.

[37.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) Le notizie cha si leggono in alcuni scrittori napoletani della esistenza della città di Molpa al medio evo, sono tratte da una cronica inedita riferita dall’Antonini, che è manifestamente inventata. (Vedi in seguito al Cap. XXII). Sul documento dell’Antonini procedono sicuri altri non pochi (CORCIA, III, 68): e citano Eutropio per attestare che nacque a Molpa l’imperatore Livio Severo (461-465), e si ritrasse a Molpa, dopo che ebbe abdicato, Massimiliano Eraclio, il collega di Diocleziano. Ma Eutropio ivi nomina, in generale, la Lucania, o non già Molpa! L’Antonini stesso dice distrutta la vecchia Molpa dai corsari, nel 1464\. — E in questo gli si può credere: — in una carta del 29 novembre 1269 (pubblicata, in sommario, nel _Syllab. membran. ad r. Siclae pertinent_. Napoli, 1824, vol. I, p. 23) io trovo attestata la esistenza di Molpa: poiché vi si dà in fitto, per oncie 22, la gabella di Camerota, di Palinuro e di _Molopae_.

[38.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) Il fiume _Melfa_ presso Aquinum degli Ernici, e l’altro presso Melfi de’ Lucani. Nell’Italia superiore _Melpum_, che pare risponda alla odierna Melzi, nel circondario di Milano. Il CORCIA (III, 58) ricorda inoltre _Melpea_ nel Peloponneso.

[39.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) Lib. XI, § LIX, all’Olimp. LXXII.

[40.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) LENORMANT, _Grande Grèce_, I, 207:

> «Pyxus fondée en 471, cinquante ans environ après l’époque où avait cessé la fabrication des espèces incuses».

[41.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) Πυξεών, _Buxetum_. FABRETTI, _Glossar. Ital. ad v. Buxent_.

[42.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) Vedi in seguito al capitolo XXII.

La lettera di Gregorio Magno a Felice vescovo di Agropoli, a cui il papa commette la visita alle chiese di Bussento, di Velia e di Blanda è stata citata poco innanzi — Presso il DI MEO (_Ann. crit. diplom_.), all’anno 824 è ricordato un tale che si dico de Bussento; ma la notizia è tratta da quella «Cronaca Cavese» pratilliana, che oggi non ha più fede presso i dotti.

[43.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) Vedi innanzi al capitolo IV, pag. 71-2, in nota.

[44.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) A pag. 172.

[45.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) Argomento dalle parole di Erodoto (lib. VI, § XXI) che dicono: «I Sibariti che, dopo la caduta della loro città, abitavano a Lao o a Scidro…» non presero il lutto per la caduta di Mileto, ecc.

[46.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) Testa di Mercurio, col petaso, e avanti ΛΑ; al rovescio, uccello, con corona e ΣΕΙΡΙ.

[47.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) _Durga_, in sanscrito, è _locus difficilis accessu et impervius_; ed altresì _arx_.

[48.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) Vedi al capitolo XIII.

[49.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) STRAB. VI, 388.

[50.](x01_CAPITOLO_09.xhtml) _Hist. nat_. III, 10, ove è detto: _Laus amnis; fuit et oppidum eodem nomine_.

Se l’antica Lao ebbe sede, come da molti accettevolmente si ritiene, presso Scalea, al posto detto «Le Mattonate», I’osservazione di Plinio non ha valore: alle Mattonate si sono trovate monete, nonché di Tiberio e Nerone, ma di Vespasiano.

In LEOP. PAGANO, _Osserv. su Lao_.

# CAPITOLO X

## LE COLONIE ELLENICHE — GOVERNO, POLITICA, ECONOMIA PUBBLICA, CULTURA, ARTI

  
Dall’anno 720 in cui Sibari fu fondata sulle spiaggia ionie d’Italia fino, su per giù, al 420, in cui il novello popolo deI Lucani scende nella valle Crati per oppugnare la città di Turii succeduta a Sibari, corre un periodo di tre secoli circa; che è lo spazio di tempo, in cui l’ellenismo italiota surse, crebbe in floridezza, si estese in dominio, e giunse a quel limite di altezza, onde nella stessa esuberanza di forza incomincia a declinare. In tre secoli, o poco più, le piccole fattorie di commercio, le grame colonie agricole di espulsi o diseredati della madre patria addiventano stati di floridissime città; trasformano le antiche prime capanne in tempii, teatri, odèi, in cui l’arte greca imprime la nòta di una bellezza, che nella pietra, nella creta, nel bronzo, rivela il divino. La popolazione aumenta in numero e ricchezza; si accasa su’ due mari; si distende per l’interno; naviga a studio di traffici a’ più lontani lidi conosciuti; stringe leghe di commercio; le città sul Jonio si estendono sul Tirreno, a da Crotone sorge Ipponio, Medma, Terina; da Sibari Lao, Scidro, Posidonia; i commercii da una spiaggia si protendono sull’altra, e Siri fa lega con Pixo e con Lao, Lao con Sibari e con Posidonia, Posidonia con Metaponto.

Intanto la popolazione di sulle spiaggie si inoltra nell’interno. Ragioni elementari di sicurezza, necessità di prodotti agrarii a consumo dell’aumentanta popolazione, nuovi coloni arrivanti di tempo in tempo dalla madre patria, spirito di avventure, cupidigia di miglior fortuna e la stessa ambizione di dominio, queste ed altre furono cause naturali che le città italiote della spiaggia si propagassero nell’interno della regione a stabilirvi colonie o fattorie di gente della propria stirpe, a soggettarvi i prischi abitatori mercé presidii che erano allo stesso tempo coloni e soldati.

Seguendo, come è naturale supporre, il corso dei fiumi, s’inoltrarono man man nell’Interno, e vi dimorarono. La storia di questa espansione non parla espressamente, se non dell’esteso dominio di Sibari, potentissima su venticinque città e su quattro popoli o tribù; e se (come innanzi fu visto) non è dato d’indicare con sicurezza quali specialmente fossero gli uni e le altre, ben può credersi che, distendendosi lungo le valli del Crati e del Sibari-Coscile, travalicarono l’Appennino e vennero non solamente al Tirreno; ma per la linea dell’Appennino stesso progredirono di qua e di là per l’interno del paese, che fu poscia il Bruzio e la Lucania.

Oltre alle espansioni di Sibari, è probabile, che gli abitatori dell’abbattuta Siri rimontarono l’omonimo fiume, e vennero a stanziare nel paese onde sgorgavano le sue fonti, intorno al monte Sirino. Nessuna città di greche origini è ricordata, intorno alle diramazioni di questa montagna, dalla storia scritta: ma i nomi topografici accennano a stabilimenti ellenici; benché nella identificazione di cotesti nomi si vuol essere guardinghi a non confondere l’onomastica greca di tempi antichissimi ellenici, e quella relativamente moderna dei tempi bizantini. Influenti dell’antico Siris sono fiumi, che ancora oggi hanno il nome di Serapotamo e di Sarmento; il primo è indubbiamente e in tutto di fonte ellenica; il secondo, testimonio di ellenismo almeno nella terminazione sua.

Rimontando l’Agri, che è l’_Aciris_ fiume d’Eraclea, s’incontra, a metà corso, il paese che oggi è detto Armento; e che non è dubbio sia sorto da prossima città d’ignoto nome, ma sicuramente di civiltà greca e floridissima; e ne dànno testimonio gli abbondanti cimelii e notissimi che la terra caccia dalle sue viscere ivi d’intorno, e lungo le fiumane dell’Agri e del Sauro. Più in su, e in quelle vallate dell’Appennino, onde scaturisce lo stesso Agri da un lato e il fiume Platano da un altro, era, per quanto è dato di credere, quella stazione o paese che è detto _Acidios_ negli antichi itinerarii, e che appartiene senza dubbio all’onomostlca greca[1](x01_CAPITOLO_10.xhtml). La stessa forma del nome della città di Grumentum fa sospettare non ad origini ma a posteriori colonizzazioni elleniche; a prova di che non tengo conto nè delle sue monete a greca grafia, di cui parleremo altrove, nè di certe iscrizioni che indicherebbero in essa greci istituti, se non fossero false[2](x01_CAPITOLO_10.xhtml). In tutte quelle contrade cimelii di ellenico carattere non mancano a quando a quando di venir fuori dalla terra, intorno a Marsico nuovo segnatamente dapoiché vasi sepolcrali furono trovati ivi in buon numero.

Simili ritrovamenti per tutta la valle dell’Acalandro, oggi Salandrella, nelle campagne di Tricarico, di Albano, di Campomaggiore, di Accettura, di S. Mauro, dove, pure testé, fu rinvenuta sopra una piccola stele, o piramidetta d’argilla una iscrizione greca arcaica del secolo VI a.C.[3](x01_CAPITOLO_10.xhtml).

Presso un influente dell’alto _Casuentus_ o Basento, che è il fiume di Metaponto, è Anzi, l’antichissima città che rimonta, com’io credo, alle più vetuste immigrazioni enotrie-ariane; ma che fosse sede di popolo ricco e fiorente, lo mostrano ai tardi nipoti i ricchi tesori di vasi dipinti e di altro genere cimelii, che da un secolo in qua sono venuti fuori dalle sue terre.

Quivi molti dei corsi d’acqua secondarii conservano ancora i nomi di origini elleniche. Tali la Camastra influente del Basento, e il Bilioso influente del Bradano[4](x01_CAPITOLO_10.xhtml). Nella valle del Bradano i ritrovamenti di antichi sepolcri di ceramiche greche sono frequentissimi: nè mancano notizie di greche iscrizioni[5](x01_CAPITOLO_10.xhtml). Rimontando l’Appennino, anche tra’ minori corsi d’acqua, che si versano al Tirreno, l’onomastica greca farebbe arguire alla presenza di antica gente ellenica in quella parte più elevata della regione lucana. Tali i nomi del fiume Tànagro, del Plàtano, del Landro, della Botta[6](x01_CAPITOLO_10.xhtml). Qui veramente fu proprio la zona centrale degli antichi stabilimenti degli Osco-Sabellici; però molto piu scarse e dubbie emergono lo relazioni con l’ellenismo.

Di città elleniche di qualche importanza su quei clivi dell’Appennino tace la storia: non si fonda su basi solide la congettura che Tegianum fosse di greche origini, nè è fuori contestazione che da greche origini fosse Àtena. Ma quei sprazzi di ellenismo onomastico testé cennati indicano, almeno, che ivi furono brevi stabilimenti o fattorie di gente greca in dipendenza delle maggiori città più lontane, prossime al mare: stabilimenti al primo arrivo distrutti o sottomessi dagli invadenti Lucani. Dalle monete in greci caratteri non si può trarre argomento per la esistenza di popolazioni elleniche: ma di, ciò sì parlerà appresso[7](x01_CAPITOLO_10.xhtml).

Le relazioni delle città greco-italiche delle splaggie con i popoli che trovarono già abitatori della regione, non si possono determinare mercé dati storici certi. Forniti i nuovi coloni de’ sussidi di una più alta civiltà, essi espulsero o sottomisero presto i vecchi abitatori. I primi venuti dalle coste elleno-epirotiche al golfo di Taranto non si può determinare, se arrivarono a gruppi di filibustieri senza donne, e le acquistarono quindi sulle tribù enotrie che sottomisero, o se fu migrazione di famiglie, come furono certamente le colonizzazioni meno remote. Ma i primissimi stanziamenti di filibustieri o predoni cessero e si confusero presto con i coloni propriamente detti. Se ai primi arrivati la guerra dié le terre e le donne; i coloni che erano legalmente usciti dall’antica patria, e da questa forniti di navi, di viveri, di armi e di capo legittimo, condussero seco senza dubbio e donne e figliuoli. E portavano anche con sè e il fuoco tolto al focolare sacro della patria, e i culti religiosi della propria stirpe, e gli usi, gli istituti, le leggi della madre patria, secondochè derivassero da schiatta ionica o dorica. Fu legge o consuetudine o istituto generale, a tutti, quella, che le famiglie dei primi coloni, fondatori della colonia, avessero e conservassero dei privilegii sulle famiglie posteriormente arrivate, o annesse, o da loro derivate in processo di tempo. Era dunque in tutte quelle città come istituto storico, e, surto dalla stessa natura delle leggi, un ordine aristocratico, che per ragioni di nascita o, a dir meglio, di origine godesse di privilegii prevalenti; i quali io non so (benchè sia probabile) se si estendessero al dominio delle terre conquistate, ma di certo erano privilegii o prevalenze nel reggimento della città. I capi delle antiche famiglie e i discendenti da queste formavano il Senato o maggiore consiglio della città, che decideva di tutti gli affari. Era di mille membri in alcune città, come si trova scritto per Crotone, per Locri, per Reggio, per Cuma ed Agrigento; in altre di cinquecento, come probabilmente per Sibari. Come e in che limiti si esercitasse il potere esecutivo non si sa con certezza; ma è ricordato lo «Stratego» a Taranto, eletto ogni anno; ad Eraclea gli «Efori» (e il primo di essi dava il suo nome all’anno) ed in seconda linea i «Polionomi» o Giudici; a Crotone i «Pritani»; a Locri gli «Arconti» e il «Cosmopolita», ordinatore o moderatore che voglia dirsi, delliordine civile; a Petilia il «Demiurgo» che era eponimo dell’anno; a Sibari i «Nomofilaci» o custodi delle leggi, forse ispettori, forse sindacatori per l’osservanza dei provvedimenti presi nelle pubbliche adunanze consiliari; a Turii i «Simbuli» consiglieri o custodi delle leggi anche essi[8](x01_CAPITOLO_10.xhtml).

Il fondo delle loro leggi doveva essere un diritto consuetudinario conforme a quello delle originarie città onde essi vennero alla novella patria; ma la mistione stessa di coloni di varia provenienza, e le necessità del tempo ebbero a creare un complesso di altre consuetudini, di altri ordinamenti più o meno disformi da quelli della prima età. Per alcune di questo città italiote la tradizione aggiunge alcunchè di più speciale, ed è che a Locri diè le leggi Zaleuco (e sarebbe lui il più antico legislatore, e quelle le più antiche leggi scritte)[9](x01_CAPITOLO_10.xhtml); mentre a Cotrone, a Sibari, anzi a Turii diè leggi Caronda; poi a Turii anche Protagora di Abdera; ad Elea Parmenide, il gran filosofo e cittadino, ed anche Zenone suo discepolo. E talune di coteste leggi, segnatamente quelle di Zaleuco e di Caronda, la tradizione le ha trasmesse a certi storici, che ne riferiscono dei frammenti. Ma se Zaleuco non è un mito, quelle pretese sue leggi sono invenzione tarda di sofisti o di filosofi neopitagorici; e se Caronda, catanese, esistè di fatto, e se diè leggi alle città calcidiche della Sicilia ed a Reggio calcidica, non è agevole capire come e perché un tipo di legislazione di gente dorica avesse potuto comunicarsi accettevole alle città di gente achea; nè molto meno si intende per Turii. Caronda visse assai lungo tempo prima della fondazione di questa città nel secolo V. Delle leggi turiesi carondiane secondo lo notizie di Diodoro, e del contenuto di esse non conforme ai remoti tempi, si è fatto parola innanzi. Sono anche esse invenzioni di retori o sofisti.

La tradizione di sua natura unifica e sintetizza; come la vista alle cose lontane, essa sopprime i particolari, non vede che la massa; e quando nella massa lontana apparisce, come punto luminoso, qualche nome celebre o qualche famoso fatto onde è colpita la fantasia, si aggruppa intorno ad esso incosciente la sintesi della tradizione; e così nasce il mito, che è sovente il prodotto d’incrostazioni, di sovrapposizioni, di trasformazioni di fatti storici. Così Caronda e Zaleuco divennero legislatori universali delle colonie elleniche italiote. Ma il mito rispecchia un fatto, da cui prende le mosse e in cui la fantasia del popolo trova i primi germi. Ed è probabile che la pretesa legislazione carondiana o zaleuchiana per le città, della Magna Grecia significhi non altro che un rinnovamento degli ordini interni delle città stesse, pel quale fu messo termine al periodo delle norme consuetudinarie, che lasciavano di loro natura aperto il varco agli arbitrii delle classi dominatrici oligarchiche; e fu iniziato il periodo delle leggi scritte, che infrenava l’arbitrio e dava il benefizio della determinatezza della legge ai popoli delle città.

Quanto a Parmenide e a Zenone, datori di leggi ad Elea, la notizia, men che tradizione, si trova solo in qualche scrittore di tarda età[10](x01_CAPITOLO_10.xhtml). Non sarò per negarla del tutto; ma, con un dotto autore delle antichità del dritto pubblico dei Greci, ritengo non si trattasse di un «codice di leggi dettate per commissioni dello Stato, affinché avessero a servire all’uso pratico; erano probabilmente non altro che trattati nei quali esponevansi da quei filosofi le opinioni che essi avevano intorno allo Stato e alle migliori legislazioni. E tali io ritengo (egli aggiunge) anche le leggi attribuite al sofista Protagora di Abdera per lo stato di Turii; cioè un lavoro letterario simile ai libri di Platone, intorno alle leggi»[11](x01_CAPITOLO_10.xhtml).

Predominava in tutto, anche in quelle di stirpe non dorica, uno spirito che noi diremo conservativo; e fu generale, del resto, all’antica civiltà, sia per gli ordinamenti di Zaleuco, come per quelli pretesi di Caronda a Turii, è ricordata la prescrizione delliuno e dell’altro, che a cui piacesse proporre mutazioni di legge fosse mestieri di presentarsi nell’agorà con la corda al collo; perché, alla non ammessa proposta, la corda servisse a strozzare l’impronto proponente. La cosa si attribuisce a parecchi altri legislatori antichi, e significa, nel concetto dell’antica sapienza, la necessità ideale della perennità dello Stato e della sua immobilità, come qualità dell’essere perenne, nonchè la opportunità di irrigidire i congegni politici relativi alle innovazioni. Dal che doveva seguire un pessimo effetto, ed era. che con il crescere e con lo sviluppo del corpo sociale sviluppandosi nuovi bisogni, venendo fuori nuove energie, queste e quelli non trovando modi legali come farsi valere, ne veniva di conseguenza un turbamento interno del corpo sociale, e contrasti, e conati, e lotte, e torbidi civili, che man mano crescendo d’intensità rompevano in aperte lotte e guerre intestine. E queste lotte, questi intestini perturbamenti non dovevano essere rari, o transitorii, o di breve importanza alla vita delle città italiote; se si considera ai motivi d’interni contrasti, che esistevano nella compagine di quelle città.

Abbiamo accennato al prevalere delle prime famiglie accasatesi nella nuova colonia di fronte ai coloni arrivati dipoi, e poiché le immigrazioni susseguenti non dovettero essere rare o scarse, durante i primi secoli della Storia elleno-italica, ne consegue, che questo primo e più antico fomite di contrasto interno ebbe sempre più a crescere e farsi vivo con l’andare del tempo. Nè minore esca al fuoco latente aggiungeva la diversità di origini, per patria o schiatta, delle genti ultime arrivate. Da questa stessa condizione di privilegio sorgeva una distinzione tra aristocrazia e democrazia; nè aggiungeremo quelle altre latenti cause di malessere e perturbamenti che è sempre nel sistema della schiavitù. Le qualità dei rapporti tra le città italiote e i popoli Enotrii o Conii, che esse sottomisero nell’interno, non ci sono note per notizie sicure e chiare, non sappiamo se più che schiavitù, fu relazione di colonato, o più che di coloni servi, fu di tributarii. Ma una soggezione tra città dominante e popoli soggetti, come a Sibari, esisteva. Ed è ben probabile, che altre delle precipue città italiote si trovassero nelle condizioni stesse di Sibari verso i popoli circostanti.

Da tutte queste cause e dall’altra più generale, che, per lento lavorìo dello spirito umano, le classi chiuse e privilegiate vengono lentamente a consumare la propria energia di fronte alle classi escluse dai privilegii e aspiranti all’eguaglianza, da tutte coteste cause erano senza dubbio favoriti quei mutamenti interni, che la storia della città italiote adombra; per i quali i così detti tiranni s’insignorirono della sovranità a Sibari, a Crotone, a Metaponto, ad Eraclea, ad Elea, ed altrove[12](x01_CAPITOLO_10.xhtml), e distruggendo o modificando gli antichi ordini, si appoggiavano senza dubbio sulle classi popolari. Ma se veramente quegli interni e universali mutamenti riuscivano a beneficio sostanziale del maggior numero e della universale giustizia, non ci è dato affermarlo con piena cognizione di causa.

Se da cotesti fomiti d’interni dissidii volgiamo la mente alle cause di perturbamenti esterni, non potremo non inferirne che quelle città vivevano, come i comuni italiani al medio evo, in un vivere poco riposato, in una pace poco sicura. Città strette su breve lembo di terra e ciascuna di esse autonoma, rotte da governi a popolo, ancorché il popolo in talune non era altrimenti che delle classi privilegiate; circondate da genti barbare; città dedite ai commerci, che secondo l’antica civiltà non erano che esclusivi e chiusi, non potevano non vivere tra loro in perpetua gara di prevalenza, o di predominio, o di esclusivismo pien di sospetti. Reggio battaglia contro Locri; Locri contro Crotone; Crotone contro Sibari; Sibari contro Siri; contro Siri stessa Taranto, e contro Metaponto; Posidonia contro Elea; taluna di esse è distrutta dalle fondamenta, tal’altra decade dall’antica grandezza; tal’altra sorge e predomina. Taranto guerreggia coi Messapi ed altri barbari dell’interno; così Sibari e Crotone, e Metaponto, ed Elea con gli Enotri degli Appennini. Incursioni di Sanniti si trovano rammentate dagli storici sia verso Metaponto, sia verso la Petilia che è all’oriente del gran groppo silano; e taccio delle ultime dei Lucani, dei Bruzii e dei despoti di Siracusa.

  
L’individualismo dello spirito greco e il concetto dello stato ellenico, che era quello di stato-città e di città predominante su altre minori, non consentivano, che una condizione politica diversa rendesse men precaria la pace tra le varie città italiote; ove non sia un potere, che predomini fra uguali a mantenere intatti i limili e i diritti di ciascuno, gli attriti, le gare, le cupidigie violenti fra’ popoli limitrofi saranno così facili e frequenti, come tra individui viventi nella stessa città.

Si trova fatta parola (è vero) di leghe o confederazioni delle città italiote fra loro, ma le scarse notizie non dànno argomento che d’istituti temporanei, surti dal bisogno della difesa comune contro gli attacchi esteriori. Tale è la confederazione dell’anno 393 a.C. che fu stretta per fare argine alle invasioni delle tribù Lucane, prevalenti ai confini italioti; e poi alla invasione del despota siracusano Dionigi; e ne sarà cenno in appresso.

Né altrimenti, a mio avviso, quella, del secolo V che fu detto avesse la sede dei Concilii generali in Eraclea, e che iniziata, come si fa congettura, da Archita Stratego di Taranto, non durò oltre ai tempi di Alessandro il Molosso. Temporanea e ristretta anch’essa alle città più prossime ad Eraclea, di esse si parlerà più innanzi.

Tra’ dotti de’ nostri tempi fu chi, argomentando dal sistema monetario uniforme, ne ebbe inferito l’esistenza di una confederazione più antica tra le città italiote di stirpe achea. Le città di Sibari, di Crotone, di Caulonia, di Locri, di Turii, di Temesa e Terina, nonchè Lao, Metaponto, Pandosia, Pixo e Posidonia mostrano, per i più antichi tempi, un identico sistema monetario, del quale si parlerà più particolarmente fra breve, ed è quello delle monete incuse o concave, che non ebbe luogo nè in altre città italiote, nè in altra regione. Ma cotesta uniformità monetaria fu in virtù d’una lega politica, ovvero semplicemente commerciale? o fu sistema propagatosi spontaneo, mercé l’esempio e la necessità delle cose, tra popolazioni prossime nonché limitrofe?

Quando la prima colonia italiota, sia stata Sibari, sia Crotone, sia Metaponto, emise, sull’esempio di Corinto, la prima moneta greco-italica sulle spiagge jonie, l’evidente utilità, facendo introdurre presso le altre colonie italiote l’uso del metallo improntato a moneta, era naturale l’introducesse con gli stessi caratteri del tipo che le altre imitavano. Del resto, se pure dall’uniformità della moneta si vuole argomentare ad accordi di leghe, questi non potrebbero estendersi al di là di una lega commerciale monetaria.

Ma anche in questo caso, noi non sapremmo come concordare con essa il fatto di quelle monete incuse che portano impresso il nome di due sole città. Il duplice nome è testimonio indubitato di lega commerciale, se non forse politica, tra le due; tali le monete, che portano il nome di Siri e Pixo, di Metaponto e Posidonia, di Crotone e Pandosia, di Crotone e Temesa, ed anche di Crotone e Imera, ed altre ed altre. Mostrano esse senza dubbio una stabilità corrente di commercii tra le città, del Jonio e quelle segnatamente del Tirreno; mostrano che le monete avevano corso legale tra loro, ossia nelle due città; ma mostrano altresì, per argomento indiretto, che le monete non segnate della leggenda onomastica di duplice città non avevano corso, che entro il territorio o lo stato della singola città che I’ebbe coniata, e non altrove. Una lega, dunque, commerciale-monetaria fra tutte le città che usarono il sistema delle incuse è tutt’altro che certa[13](x01_CAPITOLO_10.xhtml).

Leghe politiche, ma .temporanee, e ristrette ad un certo numero di città, è probabile, è naturale che avessero potuto e dovuto stringersi nel corso di quei parecchi secoli, che ebbero vita autonoma le città della regione che fu detta da’ Romani la Magna Grecia. A questo ristretto e temporaneo ordine di cose si vuol riferire (oltre a quelle leghe di cui testé fu fatto cenno) l’altra, che, come si deduce dalle parole di Polibio, mise termine al grandi turbamenti, onde riarsero le città italiote sul Jonio per lo scompiglio violento (che altrove narreremo) contro i Pitagorici perseguitati come partiti politici. Atene intervenne, e fu accettata come preferita paciere fra le rivali città che si dilaniavano. Un trattato di pace e di amicizia fu conchiuso tra esse, alla metà del secolo V, auspice la città di Pallade-Minerva; ma non è noto, se fu pure trattato di federazione politica offensiva o difensiva. Farebbe crederlo questo, cioè, che le amicate città stabilirono un santuario comune dedicato a Giove _Omario_, che ben si può credere tenesse luogo dì quell’autorità, nonché sacra, politica, che i santuari celebri oracolari non mancarono di esercitare in Grecia, mirando all’unità ed alla difesa degli interessi comuni del corpo federativo. Ma ogni più ampia notizia su questo trattato e sul santuario ci manca; e l’uno e l’altro o non dovè resistere gran tempo, o restò senza influsso sull’andamento delle cose; la storia ne tace interamente; neppure il luogo o la regione è noto dove surse il santuario.

Restate sempre comunità indipendenti, gelose dell’autonomia propria e schive di sminuirne l’imperio con vincoli federali che non fossero transitorii; vissute tali anche nei trambusti delle fazioni interne oligarchiche o democratiche, le città greche dell’Italia continentale mai non ebbero un despota di genio come Dionigi, Agatocle o Gelone, che le imbrigliasse e le stringesse di forza in un complesso unico di Stato. Pure predominando a quando a quando l’una sulle altre o di ricchezza, o di potenza o di autorità, come Sibari prima, poi Crotone, poi Taranto, od altra, non esistè mai né il fatto, né il concetto che le città greche della bassa Italia avessero formato un complesso politico unico; uno stato, insomma, ancorché federativo, ma singolo rispetto ad altri stati dell’antichità, sia pure rimpetto a quello che prevalse su tutti negli ultimi tempi, la repubblica romana. I Romani indicarono col nome di «Magna Grecia» quell’insieme di città elleniche sparse sulle rive del mar Jonio e del mar Tirreno; e questa denominazione latina ha fatto credere qualche volta all’esistenza d’uno stato unico che portasse il nome di Magna Grecia. Ma non fu così. Nè fu altrimenti vero che quel nome venisse dato o fosse usato dalla Grecia per indicare il complesso delle città italiote. Quel nome fu del tutto ignoto agli scrittori greci più antichi; non si trova la prima volta se non in Polibio, che visse nel secolo II, cioè dal 210 al 128 a.C. e non può ammettersi, che fosse stato dato dalla Grecia alle sue colonie dell’Italia, se desso suona, com’è infatti, un concetto di prevalenza, di maggioranza, che la Grecia propria non avrebbe mal riconosciuta in una sua provincia. Quel nome nacque a Roma per distinguere, di un nome ellittico e comprensivo, il complesso delle varie e floride e ricche e popolose città di stirpe greca; uniche (di fronte a Roma) per unità di lingua, di origini, e di civiltà, non per unità di stato[14](x01_CAPITOLO_10.xhtml). Fu nome geografico, e non politico; e cadde dall’uso della lingua del Lazio anche prima che le città, entrate l’una dopo l’altra entro il cerchio della signoria romana, venissero perdendo i caratteri della greca civiltà; ma cadde quando Roma venne a comprendere che quelle città non erano uno stato unico, ma sì città autonome, formanti ognuna uno stato separato ed autonomo.

Questa stessa condizione di cose, per cui ogni città era uno stato autonomo, le portò tutte a quel grado di floridezza, a cui giunsero in una simile condizione di cose i comuni italici del medio evo. Benché non si possa credere a quel numero maraviglioso di armati messi in campo, secondo vecchi scrittori, da Sibari e da Crotone nel secolo VI, l’esagerazione stessa, se altro non fosse, è argomento che la popolazione di quelle floride città era relativamente strabocchevole. Non è dubbio, che la principale e più ricca fonte dell’economia publica loro fu l’agricoltura. La fertilità senza paragone, e non ancora esausta delle terre, ove già furono Metaponto, Eraclea, Siri e Sibari, e Crotone, dà ragione delle ricchezze onde parla la storia, e fa arguire alla importanza de’ loro commerci dai prodotti della terra. Metaponto che impronta alle sue monete il simbolo della spiga, e che manda ogni anno a Delfo, una «state d’oro» come enfaticamente era detto il covone in oro mandato in voto all’Iddio del sole della razza ellenica dovea senza dubbio nutrire col prodotto dei suoi campi, con quelli della prossima Eraclea, tutte le popolazioni montanare de’ circostanti paesi, che poi furono Lucania.

Fra le altre singolari magnificenze di Sibari è ricordato l’aver costrutto canali, che congiungessero alle sue cànove della città le navi del porto già pronte ai commerci. Erano dunque o pel vino o per l’olio opere o congegni come usa oggi, a risparmio di tempo e di fatica, la progredita meccanica delle grandi città industriali a caricare o scaricare negli interni bacini le grandi navi dei loro commerci. Furono lodati fino dai tempi romani e gli oli di Turi, e i vini dolci e fragranti di Lagaria, prossima ad essa. Le tavole d’Eraclea mostrano quali minute cure prendessero ai miglioramenti agrari, alle varietà delle culture, alle irrigazioni, alle costruzioni rurali, alla piantagione di vigne, ficheti, oliveti. Se per le felici campagne sul Jonio l’oleastro vien su spontaneo a preparare boschi di ulivi, i coloni chiedevano alla Grecia migliori specie di uve; e le stesse tavole eracleesi nonché altri monumenti di Petilia[15](x01_CAPITOLO_10.xhtml) ricordano la vite aminea, che essi domandavano alle terre della Grecia per ingemmarne le spiaggie sul Jonio.

Ma la terra, che apriva il grembo fecondo alle città delle spiaggie ionie orientali non era larga de’ suoi sorrisi agli abitatori delle spiaggie tirrene occidentali. E qui l’attività dei popoli si spiegava nelle arti marinare della navigazione lontana e della salagione dei pesci. Così a Velia, a Lao, a Terina; sulle cui spiaggie la caccia al tonno e la produzione del sale dall’acqua marina deve essere sì antica, quanto la salagione delle alici, che ricorda Strabone.

Che queste città esercitassero in larga scala il commercio per via di mare, è stato negato da parecchi: il Sibarita (diceva un ironico proverbio) nasce, pasce e muore tra’ due ponti della sua città; altri soggiunge che non aveano porti; il commercio esterno della bassa Italia era fatto dai navigatori della jonica Mileto e dai Tirreni; all’infuori di Taranto, tutte le altre ebbero punto importanza marinaresca.

Or tutto questo, se non voglia esagerarsi, può essere accettato. Quel che riguarda Sibari non è che una delle consuete amplificazioni dei retori, derivata dal preconcetto che il Sibarita era un’oziosa e molle creatura, e la vita marinaresca è dura e perigliosa. Che cosa sappiamo noi di schietto e di certo sulla vita intima di quella città?

L’esistenza dei porti, se la mutata configurazione delle spiaggie non permette che si attesti per Sibari, può affermarsi per Metaponto, per Siri-Eraclea, per Velia, per Posidonia, per Palinuro, e per quell’antica ignota città ove oggi è Sapri: le reliquie visibili sulle spiaggia stesse e le notizie di storici ne fanno certi.

È noto che alla battaglia di Salamina presero parte alcune navi di Crotone. Turii, nella guerra del Peloponneso, mandò in aiuto di Atene fino a tredici triremi[16](x01_CAPITOLO_10.xhtml); e Metaponto due nella guerra di Sicilia, oltre a 300 arcieri. E dalle flotte di guerra non è egli lecito argomentare al naviglio di commercio? Rivalità di commercii diedero origine (come fu detto) alla distruzione della città di Siri per opera di Taranto e di Turii, collegato ai suoi danni; e Siri che avea federazione monetaria d’antichissima data con Pixo sul Tirreno, non mostra già fin dal secolo VI l’estensione, l’indirizzo del commerci tra le due città dei due mari? Quel Sibarita Smintaride che va a Sicione tra gli aspiranti alla mano della figliuola di Clistene, re o tiranno che sia, e mena con sè tale un codazzo di corte e di famigli che ne è piena la storia antica, viaggiò su nave propria con propri marinai[17](x01_CAPITOLO_10.xhtml): il _yacht_ dunque di questo ricco signore può dare argomento all’esistenza delle industrie nautiche della grande città. Le monete di Velia sono state trovate dappertutto, anzi fino nelle Gallie presso Marsiglia e Saint Remi[18](x01_CAPITOLO_10.xhtml). Alcune delle monete di Metaponto sono battute sopra antiche monete di Gela, di Agrigento, di Siracusa; e vuol dire che Metaponto faceva commercio dei suoi prodotti con le città dell’isola.

Argomento di alta civiltà e di floridezza economica singolare è questo delle monete, ed è debito di farne speciale parola.

  
Il più antico sistema monetario delle città greche della bassa Italia è quello delle monete dette incuse, le quali mostrano da un lato il tipo in rilievo, e dall’altro lo stesso tipo in concavo. Questo genere di monete ebbero corso per tutto il secolo VI e per qualche parte del V tra le città di stirpe achea, non pure esclusa Taranto in origine. L’uniformità del peso, del taglio, e della forma fece argomentare, come si è detto, ad accordi monetari tra quelle città; ma se davvero esistettero, furono indipendenti da leghe politiche, poiché nel non breve tempo del corso delle monete incuse molte di quelle città si dilacerarono.

Il metallo tipico che adoperarono non fu se non l’argento, anche per le monete di appunto; la moneta di oro non fu cominciata a battere se non tardi, dal secolo IV in poi, ed in ristretta misura. Esclusero il bronzo, che fu proprio alla monetazione dei popoli italici; esse non l’usarono che negli ultimi tempi di loro autonomia.

Egina fu la prima nell’antica Grecia a battere moneta nel secolo VII; da essa venne il suo sistema monetario alle antiche colonie calcidiche di Sicilia e d’Italia, cioè Cuma, Imera, Zancle e Reggio; le quali tennero anticamente per unità di misura una moneta del peso di grammi 12.40 in argento, conforme a quella di Egina.

Le colonie achee d’Italia seguirono invece il sistema monetario di Corinto; il quale porta per unità di misura il peso di grammi 8.40 d’argento. Tale altresì fu l’unità tipica del sistema attico, secondo la riforma di Solone nell’olimp. 46, ovvero 594 a.C.; ma si distingue dal corinzio pel sistema di suddivisione della moneta tipo. Il sistema attico solonico prendeva le mosse dalla metà dell’intero; il corinzio partiva dal terzo della moneta tipo; per l’attico due dracme erano uno statere; pel corinzio erano invece tre dracme. Mommsen è di avviso che il sistema corinzio fosse più antico dell’attico di Solone; e crede che le zecche delle città achee italiote fossero già in piena attività, quando avvenne in Atene la riforma monetaria solonica. Diremo, perciò, che gl’influssi e le importazioni e i commerci dei navigatori di Corinto sulle spiaggie italiche decisero all’uso della moneta coniata, sulle spiaggie italiche? È probabile. Ed è certo che Sibari batteva moneta di argento molto tempo prima che nell’Italia di mezzo avesse corso l’_aes grave_ segnato; il quale, del resto, non fu eseguito che da artefici avviati alla scuola dei greci italioti.

Il peso effettivo della moneta di queste colonie italiote fu, in media, di grammi 8.20 di argento[19](x01_CAPITOLO_10.xhtml); e questo si considera come peso normale. Tutte hanno lo stesso tipo dalle due faccie, eccetto piccole differenze per qualcuna. Sulle monete di Pandosia e di Crotone è messo insieme, emblema dell’una e dell’altra città, il toro e il tripode. Alcune monete di Posidonia improntano il Nettuno in piedi che brandisce il tridente, e con esso il toro di Sibari; queste sono, al certo, dei primi tempi della colonizzazione da Sibari: mentre le monete posidoniati, che portano il Nettuno dalle due faccie, sono di altra epoca e sistema, appartenendo invece al sistema campano. Le suddivisioni più antiche vanno per terzo, per sesto, per dodicesimo dell’intero, col peso di 2.73, di 1.36, di 0.68 di argento. È ignoto se ebbero il nome dracma, di obolo o qualsiasi altro, presso i popoli italioti che le usarono[20](x01_CAPITOLO_10.xhtml). Il nome di obolo si trova su monete di rame di Metaponto; ma sono di epoca posteriore al secolo IV. Quanto ai tipi, ricorderemo che le monete metapontine, di un sesto della moneta tipo, hanno la testa di bue in concavo; quelle identiche di Sibari, un’aurora; quelle di Lao, una ghianda: sulle monete che sono il dodicesimo, improntano tre mezzelune le metapontine e le crotoniati.

La moneta di oro comparve verso la metà del secolo IV, come fu detto; ma fu coniazione di poca importanza: non è pervenuta fino a noi se non qualche moneta, che è il terzo dell’unità tipo, quasi tutte delle zecche metapontine. La moneta di oro con la legenda de’ popoli «Bruzii» ha fatto supporre una confederazione monetaria o politica delle città de’ Bruzii, ai tempi di Pirro.

Verso la metà dello stesso secolo quando il nomo o _nummus_ era ancora la pricipale moneta di argento, il peso della moneta tipo scende alquanto più basso che nel periodo precedente: nelle monete di Taranto declina fino grammi 6.6; ma per le zecche di Metaponto e di Turii, che mostrano maggior vigore di produzione, il peso normale non va al disotto di grammi 7.5.

È dello stesso periodo di tempo la comparsa del doppio-nomo, e dei mezzi-nomi. Il primo è ben raro, fuorché nelle serie delle monete di Metaponto e di Turii. I mezzi-nomi, che mancano pel periodo più antico, si trovano in copia tra le monete di Metaponto, di Taranto e di Velia, della quale ultima città furono forse originarii. Essi datano dagli ultimi tempi della monetazione di argento in Italia, quando Metaponto non coniava che frazioni di nomi, e non nomi o nummi.

Sulle monete di argento delle città achee italiote non si trovano iscritti i nomi di magistrati, come si leggono sulle monete campane e di Taranto dell’ultima epoca. Mommsen crede che l’invasione de’ Lucani al IV secolo annientò la confederazione achea; e molte di quelle città furono o sottomesse o annichilate. Da quel tempo in poi le città achee non emisero (egli, pensa) che piccola moneta di argento e moneta di rame: mentre Taranto e Napoli continuavano a battere i grossi pezzi di argento. — È una congettura, donde dovrebbe dedursi questo, che la moneta di grosso taglio in argento avrebbe dovuto essere coniata invece, e come per dritto di sovranità, dalla confederazione lucana: ma di cosiffatta moneta di argento non si ha notizia finora.

Nel secolo III, e propriamente l’anno 208, Roma proibì la monetazione in argento in tutta la regione italica che aveva sottomessa; e così fu suggellata la dipendenza statuale delle tante città autonome italiote da Roma. Da questo divieto fu francata soltanto la città di Pesto che era già colonia romana: e mentre questa per singolare privilegio batte ancora moneta di argento (però sul sistema campano dell’unità della litra e non della dracma), alle zecche delle altre città italiote fu permesso di coniare il bronzo pei minuti commercii della vita quotidiana; finché ai tempi imperiali anche questa facoltà venne tolta, perché la coniazione del bronzo restò di dritto, in Italia, al solo Senato.

Se dalla considerazione della moneta come titolo degli ordini economici delle città, si vuole passare a considerazioni di ordine estetico, è a tutti noto che nelle serie monetarie delle città italiote s’incontrano dei veri capilavoro.

> «Nella parte tecnica erano superiori — dice il Mommsen — a quelle della madre patria, poiché invece delle grosse monete di argento coniate da un solo lato (come era uso nella Grecia propria e tra i dorii italioti) le città di stirpe achea italiote, servendosi di due punzoni uguali, parte in rilievo e parte incavato, battevano grandi e sottili monete di argento con le leggende; questo stesso modo di coniare, preservando le monete dalla falsificazione che poteva farsi mediante la facile soprapposizione di fine lamiere di argento a metalli vili, prova il buon ordine e la coltura dello Stato»[21](x01_CAPITOLO_10.xhtml).

Le monete di Velia della prima metà del secolo IV a.C. sono tra le più perfette opere dei monetieri delle città italiote; e vanno messe a paro di quelle maravigliose di Siracusa. Su queste monete eleatiche si legge il nome dell’artefice che le ebbe incise, ora Cleudemos, ora Filistion. Dovevano essere nomi ben celebri all’antichità, e largamente apprezzate le bellissime opero loro. Quando i conii monetarii delle città focesi delle Gallie erano consumati dall’uso e faceva mestieri di ringiovanirli, Massilia (come crede fermamente il Lenormant) si rivolgea agl’incisori che lavoravano per Elea[22](x01_CAPITOLO_10.xhtml).

Che gli artefici improntassero il loro nome sulle monete, non era uso in Grecia; e non si trova se non come rara eccezione per qualche sua città. Ma l’uso era stabilito per la Sicilia e per la Magna Grecia: le monete di Siracusa e quelle di Metaponto, di Eraclea, di Elea, di Pandosia, di Reggio e forse di Turii improntano cotesti nomi, a caratteri minutissimi e impercettibili, sulle loro monete. A quelli finora noti dei due grandi artefici di Elea, si può aggiungere[23](x01_CAPITOLO_10.xhtml) il nome di Aristosseno che è letto sulle monete di Eraclea e su quelle di Metaponto; il nome di Eufronio su altre di Eraclea; quello di Cratesippo e di Egineto per Reggio, il nome di Malide per Pandosia[24](x01_CAPITOLO_10.xhtml).

  
Se cotesti artisti improntarono il loro nome su tiloli sì delicati di Stato, vuol dire che erano uomini liberi, non schiavi. Ma non potremmo concludere da ciò, che era del tutto in mani libere l’esercizio delle arti e delle industrie nelle città italiote, che, come tutto l’antico ordinamento sociale, avevano anch’esse fondamento nella schiavitù. Ma o liberi, o non liberi uomini, a quale altezza portarono essi l’arte del compasso, a quale nobiltà l’arte dello scalpello, a quale eleganza i prodotti della gliptica e della toreutica! Innanzi a quelle maraviglie, di cui non sempre avanza altro che frastagli e reliquie, non si potrebbe non credere all’afflato della dea Libera che invigorisce la mano e l’ingegno di chi le creava, se disse il vero ai suoi Elleni il gran vate; lo schiavo perde metà dell’anima!

Esistono ancora presso Metaponto come poetica corona di un poggio a larghissimo orizzonte, quindici colonne doriche di un tempio dedicato a non si sa quale divinità: ed esse quantunque mancanti come sono di epistilio, di fregi, di basamento, mostrano lo scheletro d’un edifizio, di cui pochi forse avrebbe avuti di più belli l’Ellade; che rese poetica, elegante e serena, come una strofa di Sofocle, il marmo della statua, le colonne del tempio. Quelle reliquie metapontine, elle per la misura più del consueto larga dell’intercolunnio e più del consueto sporgente l’abaco del capitello, mentre rispecchiano la gravità d’un arcaismo sereno e puro, riflettono in chi guarda il concetto, insieme e armonicamente fuse, della leggerezza e della solidità.

Alle opere architettoniche loro forniva ornamento e decorazione l’opera di terracotta, e aggiungeva risalto e gaiezza la policromia. È nota a tutti gli studiosi dell’arte classica quell’ammirevole cimasa ornata di palmettee protomi di leoni schiudenti la bocca ad uso gronda dell’acqua piovana, cimasa che girava intorno all’orlo d’uno dei tempii metapontini, e che dopo tanti secoli è ancora vivida dei colori onde ora dipinta. Frammento di arte «assolutamente classico», come dice il Lenormant, essa si mostra oggi nel museo del Louvre all’ammirazione ed allo studio di quanti amano l’arte greca[25](x01_CAPITOLO_10.xhtml). È reliquia di Metaponto.

Quelle quindici colonne sono gli avanzi di un tempio esastilo, ossia di sei colonne di fronte e dodici per lato: i dotti dei nostri tempi le giudicano opera della prima metà del secolo V avanti Cristo[26](x01_CAPITOLO_10.xhtml).

Più antico, forse di un secolo[27](x01_CAPITOLO_10.xhtml), è il tempio di Nettuno a Pesto, la cui meravigliosa solidità ha potuto farlo giungere, pressoché intero ed unico per l’interezza sua, fino ai giorni nostri:

> «La impressione grandiosa, che irraggia da questo tempio in chi lo contempla, può ragguagliarsi (dice un insigne uomo che è giudice competente) a quella del Partenone. Lungo 56 metri e largo 20, era un tempio ipètro; e vuol dire che la cella, o santuario in cui era allogata la statua dell’Iddio, restava a cielo scoverto. Tempio periptero perché tutto circondato di colonne, che sono 36 di numero, scanalate ed enormi, ne ha dodici per ciascun dei fianchi, e sei per ciascuno degli altri lati: alte ognuna 8 m. 90 e larghe 2.27; l’interno della cella ha 16 colonne di 2 metri di diametro. A primo aspetto l’architettura di questa magnifica opera parrebbe povera di decorazioni esteriori; ma questa stessa mancanza di decorazioni, questa semplicità in cui non si trova altro che il necessario e l’essenziale, fa vibrare anche più viva la nòta di forza, di maestà grandiosa e d’incrollabile solidità dell’edifizio. Le enormi colonne che stringono lo spazio tra l’una e l’altra, il diametro loro che va sensibilmente rastremando dalla base in su, la cornice che sporge molto in fuori, la robusta commessura dell’insieme, la disposizione di tutte le parti semplice e chiara, le nobili proporzioni e l’elegante profilo dell’intera massa… tutto, insomma, è come una rivelazione del genio dorico nella sua maschia austerità.[28](x01_CAPITOLO_10.xhtml)»

Così Francesco Lenormant. Una nòta di grandezza impronta tutto l’insieme, che pare colossale e non è; ma è colossale, è grandiosa, è profonda, è intensa l’impressione che investe colui che contempla questa aurea massa di tufo, che vi avvince, vi tiene immoto e vi sussurra nell’animo una parola di maraviglia e di stupore.

Opera della metà del secolo VI avanti Cristo, in questo periodo di tempo si elevò dunque alla maggiore altezza estetica l’arte delle costruzioni nella città di Posidonia; ma non decadde nei due secoli seguenti. Del secolo quinto sarebbe l’altro recinto di colonne ancora in piedi nei campi di Pesto che è un tempio o una stoa; del secolo IV probabilmente un terzo che è di minori proporzioni e che dicono di Cerere; in essi, per vero, la linea dell’insieme meno grandiosa, la nòta estetica assai meno potente, anzi il soverchio aggetto dell’abaco del capitello sulle colonne del tempio, o stoa che sia, e la rastremazione in alto soverchia delle colonne lasciano una vibrazione di disagio in chi dall’insieme della selva marmorea delle colonne porta gli occhi al potente architrave che le incorona.

È, forse, della stessa ultima età la cinta delle muraglie cho ancora circondano Pesto: anche esse di greco lavoro, sorgevano in tempi in cui l’influsso della civiltà italica, o italo-romana, o campana era pervenuto agli italioti: nelle porte di queste mura che ancora esistono in piedi, si vede la volta a cunei, che non è caratteristica di puramente greco lavoro. Il Lenormant vorrebbe da essa argomentare all’età delle mura, che egli congettura fatte o rifatte al secolo IV avanti Cristo, quando alla città era uopo difendersi dai Lucani invadenti.

Se era giunta a tanta altezza l’arte delle seste o del compasso, non doveva rimanere al disotto I’arte che dipingeva e scolpiva. Una delle tombe a camera scoperte presso Pesto mise in luce delle dipinture (oggi si veggono nel museo di Napoli), che ritraggono scene e costumi della vita italiota, le quali giudicano del secolo III avanti Cristo, quando, per vero, l’arte ellenica accusa una certa efflorescenza di ornamentazione soverchia, e minor purità di concezione, non altrimenti che le pitture ceramiche eseguite agli stessi tempi per l’Apulia e per la Lucania.

Ma la fortuna fece scovrire nei campi della stessa città un’altra tomba, ove comparve alla luce una dipintura di lavoro squisitissimo, che il Lenormant giudica del secolo V avanti C. Di quest’opera non esiste altro (egli diceva, ai suoi tempi) che un semplice schizzo, già disegnato da abile mano di artista, e di tale «ammirabile bellezza» che egli non esita a crederlo dei tempi, se non proprio della scuola, di Polignoto. «Io non conosco nulla (egli aggiunge)[29](x01_CAPITOLO_10.xhtml) che possa dare uniidea dell’opera di cotesto artefice, e in genere, dell’arte del suo tempo; nulla che vi si approssimi più che quel tanto che avanza della pittura della tomba di Pesto, secondo i calchi che ne prese nel 1845 il pittore Geslin, di Parigi. È, sopra ogni altra, bellissima la figura d’un giovine guerriero ferito a morte, che un compagno, montato a cavallo, porta sulle sue spalle; l’arte non saprebbe andare più in là, né di più grandioso e di piu perfetta eleganza produrre[30](x01_CAPITOLO_10.xhtml).

Tra le sparse e poco ancora rovistate ruine di Velia si rinvennero, di recente, delle figurine in terra cotta, che se non hanno la squisita bellezza di quelle di Tánagra, per l’impronta d’un loro carattere particolare sono ben degne d’onore, non somiglianti a quei prodotti comuni d’una comune matrice, come le simili figurine dell’Apulia, esse mostrano, a giudizio del Lenormant,

> «una impronta manifestamente ellenica, che rivela artefici dotati d’una maniera loro propria, non mancanti d’invenzione. Se non arrivano, di certo, alla perfetta squisitezza delle monete eleatiche, nè alla finezza maravigliosa delle figure di Tánagra o di Atene, qualcuna però mostra in piccolo la nòta dello stile scultorio e della grazia elegante di artefici valenti»[31](x01_CAPITOLO_10.xhtml).

Se gl’incisori segnarono il loro nome sulle mirabili monete di Velia, anche gli artefici in ceramica segnarono il loro su quegli antichi vasi, di cui taluni sono pervenuti sino a noi: e la nòta del nome è documento della celebrità loro. Un vaso, venuto fuori dai sepolcri di Velia, porta scritte le parole: «Simone Eleita (di Elea) figlio di zenone faceva», e rappresenta un tratto del mito di Ercole e Jole[32](x01_CAPITOLO_10.xhtml). Altri portano il nome di Astea; e se ne conoscono finora cinque con cotesto nome di artefice. De’ cinque tre furono trovati nei campi intorno di Pesto: era dunque, probabilmente, di Posidonia[33](x01_CAPITOLO_10.xhtml).

Maggior maraviglia destano quei frammenti del museo britannico, noti col nome di «bronzi di Siri» ma che per verità furono trovati invece a Saponara, ove era l’antica Grumento. Sono le reliquie di una corazza in bronzo, ove risaltano in rilievo i due Ajaci che combattono contro la Amazzoni; ma è tale il pregio artistico loro che vengono considerati dagli intelligenti come

> «il più maraviglioso saggio che siasi finora scoverto dell’arte greca applicata all’arte del bronzo in rilievo»[34](x01_CAPITOLO_10.xhtml).

Il Lenormant crede appartengano alla scuola di Scopa anzi che di Lisippo, come altri sostenne: ma giudicandoli egli, per l’eccellenza loro, prodotto dell’arte ellenica e non dell’italiota, io non posso, per vero, che dubitando ed esitando metterli in conto della cultura artistica delle città greche d’Italia. Apparterrebbero per età alla prima metà del secolo IV avanti Cristo.

Di poco meno eguale eccellenza nel suo genere è la corona d’oro trovata, il 1813, in una delle tombe grecaniche di Armento. È una ricca intrecciatura di rami e frondi di quercia. Con un gran rigoglio di fiori a corolle e calici aperti, e smaltati in blu-turchese; alati insetti pare si appoggino sulle estremità oscillanti, pei delicatissimi gambi, de’ fiori; e alcune figure di donne alale poggiano sui rami che piegano in serto. Il tutto in oro. Mirabile gioiello, in cui la libera leggerezza dell’esecuzione, l’avvisato scompiglio dell’insieme e il ricco intreccio della vegetazione dànno al tutto l’espressione della natura viva e reale. Portava scritto, in greca lettera dell’alfabeto euclideo: «Critonio dedicò questa corona»: e se costui fosse l’artefice o il possessore, non so; nè so decidere, tra gli opposti pareri se opera a destinazione funebre, o se piuttosto a destinazioni civili solenni, pria dell’inumazione. La grafia dei caratteri indicherebbe i principii del IV secolo avanti Cristo. È probabile fosse opera grecanica della civiltà italiota[35](x01_CAPITOLO_10.xhtml). Ad Armento (non può dubitarsene dai suoi sepolcri) esisteva un centro importante di civiltà grecanica.

![p_224](./images/p_224.jpg)

Anche prima della distruzione di Sibari il tempio dell’Era Lacinia, lontano un sei miglia da Crotone, addivenne il santuario più famoso e frequente delle stirpi italiote-achee; e crebbe di ricchezze e di opere d’arte maravigliose. La storia ricorda i tesori onde venne saccheggiato e da Pirro, e da Dionigi Siracusano, e da Annibale, e dai Romani. Dionigi vi trovò un peplo, maravigllosa opera di telai asiatici, che Alcistene di Sibari aveva offerto in voto alla Dea: peplo ricamato a zone di animali secondo lo stile orientale antico, e a figure d’Iddii; e di tal valore, che dalla vendita Dionigi ne ritrasse 120 talenti, che i moderni ragguagliano, secondo un computo, a lire 2,767,996, e secondo un altro a 4,432,000![36](./images/#Ns%5Fback-nota-36)

Benché queste cifre della storia sibaritica parmi facciano il paio con quelle dell’ultimo esercito di Sibari, non può negarsi significhino, ad ogni modo, valori enormi; accresciuti forse dal prezzo di adozione ad un ex voto di un santuario famosissimo. Da questo tempio Quinto Fulvio Flacco, censore a Roma nel 581 della città o 175 avanti Cristo, trasse, discoprendolo in parte, i tegoli di marmo, che egli voleva destinati a covrire un suo tempio a Roma[37](x01_CAPITOLO_10.xhtml): e poiché il Senato, per ufficio di lesa religione, nol permise, i tegoli tornarono a Crotone; ma, dicono, non si ebbero artefici abili così da allogarli all’antico posto, e il tempio Lacinio restò scoverto alle non schermite offese dell’aere e della pioggia. Era dunque già tanto in giù la cultura artistica della Magna Grecia nel secolo II avanti Cristo?

In quel tempio famoso ebbero posto le opere di Zeusi, di cui è disputata la patria, ma non la fama altissima. È risaputo che era di Eraclea. Chi non ricorda l’Elena, che con la poesia della leggenda è entrata nella storia dell’arte? La storia dell’Elena che fu il compendio delle bellezze crotoniati[38](x01_CAPITOLO_10.xhtml), significava che il grande artefice eracleota non inventava ma rappresentava la natura, elevandola alla suprema idealità della bellezza. La storia soggiunge che fece progredire l’arte della pittura per nuove virtù che egli trasse dal tono dei colori, dal giuoco sapiente delle ombre, dall’illusione della prospettiva aerea. Niente di più vivo e reale e plastico si era visto fino allora venir fuori dalla superficie piana di una tavola colorata; e la leggenda ne chiama a riprova finanche gli uccelli, che corrono, illusi, a beccare il grappolo dipinto. Forse la ricerca insistente dell’ideale nella rappresentazione della natura dovè fargli trascurare la espressione che è l’afflato spirituale della vita, il lampeggìo del carattere dell’individuo, come il profumo del flore; e di questa mancanza volle forse dargli nòta Aristotile[39](x01_CAPITOLO_10.xhtml). L’uomo divenne celeberrimo per tutto il mondo greco: esponeva i suoi dipinti al pubblico, e il pubblico accorreva e pagava. La celebrità gli portò la ricchezza e l’orgoglio; i suoi dipinti non avevano prezzo, e non li vendeva, li dava in dono. L’orgoglio immiserì in vanità; e poiché non sempre i grandi ingegni sono grandi caratteri, compariva in pubblico alle grandi solennità chiuso nel manto, che mostrava scritto a ricami il suo nome e la patria Eraclea.

Ma è dubbio se questa fosse la Eraclea di Lucania o quella di Sicilia, o quella di Bitinia[40](x01_CAPITOLO_10.xhtml). I più lo dissero dell’Eraclea di Lucania; e i computi cronologici di Plinio, pei quali si allogherebbe al IV secolo avanti Cristo, non si oppongono a quest’opinione che è la meno dubbia per noi[41](x01_CAPITOLO_10.xhtml).

Tempo verrà in cui, grazie al rinvenimento di sepolti tesori artistici (se il caso o la fortuna seconda), si potrà delincare una storia dell’arte nell’Italia ellenica o Magna Grecia. Noi qui non possiamo indicare so non appena un qualche nome di quelli che saranno per emergere nella futura storia, della quale qui — pur troppo! — non potremo accennare nemmeno i supremi filamenti.

Gli inizii ne sono molto antichi, come la civiltà della regione. Tra i più antichi e ricordato un Learco di Reggio, di cui a Sparta esisteva la statua di Giove in lamine di bronzo, che è il monumento più antico del genere; la leggenda, rispecchiando l’antichità e l’eccellenza dell’opera, fece l’autore di essa discepolo di Dedalo. Fanno conto vivesse verso la metà del secolo VI a.C.

Un Damea di Crotone scolpì, per lo stadio d’Olimpia, la statua di Milone, atleta, capitano e filosofo pitagorico crotoniate; sicchè l’artefice ebbe a vivere verso l’Olimpiade 62, cioè 532 a.C.

Clearco di Reggio, uscito dalla scuola di Corinto, fu maestro di quel Pitagora, scultore celeberrimo, anche esso di Reggio, il quale fiorì verso l’olimpiade 73 che è il 488 av.Cr. Questi, contemporanco di Fidia, o di qualche tempo a lui anteriore, scolpì divinità ed eroi, che divennero opere celebri: e nella storia dell’arte è ricordato come quegli che fece progredire la statuaria dalla immobilità serena verso l’espressione e il movimento, ma con giusto equilibrio tra l’idealità divina e la rappresentazione della natura[42](x01_CAPITOLO_10.xhtml). Gli fu dato speciale vanto di avere espresso secondo natura i muscoli, le vene, la capigliatura nelle statue degli atleti e degli eroi.

Reggio, come si vede, fu centro e scuola fiorente di arti plastiche; ed anche nell’arte della pittura ebbe alta rinomanza un Silaro di Reggio, che diffuse le sue opere pel Peloponneso: l’epoca di lui è ignota, nè sappiamo se anteriore o posteriore a Zeusi, che è il lume, come disse Plinio, della pittura, e che egli alloga nell’olimp. 95, o il 400 av.Cr.

Di più tardo periodo di tempo fu Pasitele della Magna Grecia, ma non è detto di quale città; il quale, remotamente antecessore del Vasari e di Leonardo, scrisse libri sulla storia delle arti[43](x01_CAPITOLO_10.xhtml), e fu allo stesso tempo celebrato per opere di sculture e di incisione; visse nella seconda metà del secolo I av.Cr.

Dei nomi degli artefici, incisori insigni delle monete italiote nel secolo IV, abbiamo fatat parola più innanzi; e così di quel Simone di Elea, dipintore in ceramica, di cui l’età è ignota, e di quell’Astea, di Pesto, che scriveva il suo nome sui vasi con grafia che è posteriore al secolo V.

Allo splendore di una civiltà che incideva, scolpiva, dipingeva, innalzava opere che furono capilavoro dell’arte, non poteva restare monco o difettivo quel ramo dell’arte, che fissa il bello nella compagine della parola; nè mancare quell’attività dell’intelletto, che indagando, tentando, speculando il vero, assorge dai particolari al generale, dal mutabile a quel che non muta, dai fatti alle leggi, dall’aspetto delle cose universe all’intuizione dell’uno.

Il pensiero speculativo dei Greci, che si scioglie ai primi passi nella scuola Jonica, si svolge in Italia nella duplice corrente della scuola «Italica» di Pitagora e della «Eleatica» di Parmenide. Il concetto della materia unica nelle infinite manifestazioni della realtà apparve la prima volta con quei di Jonia: il concetto del sistema del mondo ordinato in numero e misura apparve la prima volta nella scuola italica; il concetto della sostanza unica, che non è l’unica materia, ma la contiene, la mantiene, l’agita, la rinnova, la trasforma nelle infinite parvenze d’una realtà immutata, eterna, non vista che all’intelletto, questo concetto della speculazione più alla della mente umana nacque la prima volta in Elea con Parmenide. Pitagora, il concetto del mondo, ordinato dalla divina mente intende si rispecchi nel mondo degli uomini, ordinato dalla mente del sapiente. E nasce l’ordine pitagorico, che è scienza, sapienza, pietà o religione. Questo concetto, tradotto in fatto, agita la più antica civiltà della Magna Grecia; e si riflette per tutta la Grecia: ma la concezione eleatica si riflette nelle regioni del pensiero per tutte le età.

Al moto speculativo degli spiriti dové rispondere il moto delle lettere, come rispose quello delle arti. Ma non si hanno che pochi e soli nomi a delineare le prime filamenta di una storia letteraria. Le poche reliquie che qui si raccolgono daranno indizio della grande ricchezza, che ci è ignota.

Fra i più antichi autori o scrittori si trova nominato un Callistene di Sibari quale storico delle cose di Galazia; ma non so se qui Sibari tenga luogo di Turii. Un altro gruppo di storici è a Reggio; cioè Ippia, che visse nel secolo V av.Cr. e scrisse sulle cose di Sicilia, ed anche d’Italia[44](x01_CAPITOLO_10.xhtml); e un Teagene e un Glauco, di epoca ignota. E di Reggio era quell’Ibico, che, trucidato in viaggio, è celebre sia per la leggenda delle gru vendicatrici cantata da Schiller, sia per le lodi di Platone, di Cicerone, e d’altri che lo dissero poeta di amori ardentissimi e disperati.

Vanno posti tra gli artefici di versi, e tra gli oratori o retori i nomi di Egesippo, di Leonida e di Empedocle, tutti e tre di Taranto. Più nota è Nosside, di Locri, la poetessa del secolo IV av.Cr. Anche di Locri è Senocrito, poeta ditirambico o lirico; e dello stesso genere Cleomene di Reggio. Più famoso di tutti, fu Alesside di Turii, il poeta comico che fu detto «il poeta delle grazie». Fecondo quanto Lopez De Vega, dissero avesse composto ben 245 opere di teatro, che è fecondità singolare più che rara per l’attività dello spirito greco, anelante più che alla copia, alla perfezione. Nelle sue commedia creò dei tipi o caratteri, che, quale il parassito, si trasmisero ai successori. E il suo genio si trasmise al figlio di nome Stefano, anche lui poeta comico; ma, con maggiore gloria, al nipote che fu Menandro. E i poeti comici abbondano in questi frammentari ricordi dell’Italia letteraria grecanica, tali Patroclo di Turii, Cosiliano di Locri, Egesippo di Taranto, e Rintone, anche lui italiota, e inventore di favole drammatiche, che da lui si dissero rintoniche. Quale maggiore prova d’una cultura ampia, elegante, splendida?

Crotone ebbe una scuola di medicina che fu famosa per tutto il mondo greco. Democede, crotoniate, fu medico o chirurgo di Dario in Persia, dove era stato menato schiavo; e dove, venuto in corte e favorito a Dario, s’ingegnò di venirne via, e tornò avventurosamente a Crotone. Alcmeone, contemporaneo, ma più giovine di Pitagora, scrisse di discipline anatomiche e di fisica; contro le sue dottrine dettò Aristotile. All’epoca di Pitagora Crotone si distingueva sulle altre città, dice il Grote,

> «per la superiorità dei suoi medici e chirurgi, e per l’eccellenza dello stato corporale dei suoi abitanti, attestato indirettamente dal numero dei vincitori crotoniati ai giuochi olimpici».

E l’una cosa, forse, influiva sull’altra:

> «poiché la terapeutica del tempo non tanto consisteva in rimedi attivi, quanto nel metodo di vita rigoroso, accurato: e i maestri degli atleti, nel costoro noviziato preparatorio, e i sorveglianti all’educazione dei giovani nei ginnasi pubblici, seguivano gli stessi principi, e applicavano le stesse conoscenze dei medici che curavano la salute. I medici della Magna Grecia (conchiude lo stesso dottissimo scrittore) si mantennero in credito come rivali delle scuole degli Asclepiadi di Coo e di Gnido, durante tutto il quinto e tutto il quarto secolo avanti Cristo»[45](x01_CAPITOLO_10.xhtml).

Ma medici e terapeutici dello spirito furono Pitagora e i Pitagorici da un lato, Parmenide e gli Eleati da un altro, nella penisola greco-italica. E se quel tanto che fu accennato di Parmenide e di Elea basta al nostro scopo, di Pitagora e dei Pitagorici è necessario di parlare di proposito in questo schizzo della storia politica e civile della Magna Grecia.

  
#### APPENDICE

Per restare nel campo del nostro soggetto riporto qui, dall’opera di HEAD (_Historia nummorum_, Oxford, 1887), il seguente

«PROSPETTO CRONOLOGICO DELLA MONETAZIONE DELLA LUCANIA»

  
| 550-480 a.C.     | 480-450 a.C. | 450-400 a.C. | 400-350 a.C. | 350-300 a.C. | 300-268 a.C. | 268-203 a.C. | 203-80 a.C. |
| ---------------- | ------------ | ------------ | ------------ | ------------ | ------------ | ------------ | ----------- |
| Asia?            | ..           | ..           | ..           | ..           | ..           | ..           | ..          |
| Laus             | Laus         | ..           | Laus         | ..           | ..           | ..           | ..          |
| Metapontum       | Metapontum   | Metapontum   | Metapontum   | Metapontum   | Metapontum   | ..           | ..          |
| Poseidonia       | Poseidonia   | Poseidonia   | ..           | ..           | Paestum      | Paestum      | Paestum     |
| Pal (et) Mol     | ..           | ..           | ..           | ..           | ..           | ..           | ..          |
| Syris (et) Pixus | ..           | ..           | ..           | ..           | ..           | ..           | ..          |
| Sybaris          | ..           | Sybaris nova | ..           | ..           | ..           | ..           | ..          |
| Velia            | Velia        | Velia        | Velia        | Velia        | Velia        | Velia        | Velia?      |
| ..               | ..           | Heraclea     | Heraclea     | Heraclea     | Heraclea     | ..           | ..          |
| ..               | ..           | Thurium      | Thurium      | Thurium      | Thurium      | ..           | ..          |
| ..               | ..           | ..           | ..           | Ursentum?    | _Lucani_     | _Lucani_     | ..          |

_N.B. I nomi in corsivo indicano la monetazione in bronzo_

  
La città di _Asia_, nella 1ª colonna del prospetto, non è nota altrimenti che da due rare monete: l’una sicuramente di Sibari, con l’impronta del toro retrospiciente e sul dorso un grillo con le parole retrograde VM (_sy_) e IMA (_asi_) (in SAMBON, _Recherch. sur la monn. de la presqu’île italique_, Naples, 1870); l’latra con lo stesso tipo del toto sibaritico e la parola AΣIA; l’una e l’altra significante sia lega commerciale, sia dipendenza statuale di Asia da Sibari (G. DE PETRA, _Arch. stor. prov. napolet_., 1879, vol. IV, 179). Questa città di _Asia_ oggi si ritiene già esistita nelle vicinanze di Reggio: è detta anche _Tisia_ in Stefano bizantino, e nei frammenti di Diodoro Siculo. Sarebbe, dunque, una intrusa nel prospetto del Head.

Ma mancano al prospetto, ed io l’aggiungerei senza esitazione, la moneta di _Grumentum_, di cui facciamo parola più innanzi al capitolo XXI, quelle di _Pandosia_ dell’Aciris, di cui fu cenno a pag. 155; e aggiungerei, pure dubitando, quella di _Consilinum_, di cui al cap. XXI.

Delle monete di _Fistelia_ d’ignota sede, di _Silaria_ (?) d’ignota esistenza si è fatto cenno più innanzi.

Non si ha notizia di monete di Lagaria, nè di Scidro, Blanda, Numistro, Volcei, Eburum, Potentia. — Una di Àtene è dubbia, o falsa.

Di _Thebae Lucana_, d’ignoto posto e di oscura esistenza fin dai tempi di Catone, fu ultimamente pubblicata una singolare moneta (trovata a Maratea) che ha l’impronta della testa di Pallade galeata con la Scilla, del toro cornupeta, del fulmine, nonché delle lettere ΘE; e questa si è voluta attribuire alla Thebae Lucana (R. Lippi, in _Archiv_. sucitato, 1884, vol. IX). Ma, considerando che il tipo dell’impronta è integralmente quello di Thurium; che la parola Θῆβαι non avrebbe potuto portare che le sigle ΘH, l’attribuzione non è accettata; e si ha ragione di credere che il ΘE della moneta sia sigla, anziché di altro, dello zecchiere o del magistrato monetale.

A _Mateola_ attribuisce il Sambon (opera citata, Naples, 1870) alcune monete sia col tipo di Pallade dal casco corinzio, sia dell’Ercole con clava, o cornucopia, sia di un leone accoccolato che colla zampa sostiene un giavellotto: e in tutte e tre, in monogramma, tre lettere TMA che egli legge _Mateola_. — Io ne dubito.

Le monete di Venusia che ahnno per tipo un cinghiale (da _venatio_?) appartengono al altro gruppo monetale.

  
#### NOTE

[1.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) Vedi per queste e altre indicazioni topografiche, in seguito al capitolo XII. — Αχύριος significherebbe _Pagliaio_. — _Ibid_.

[2.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) Conf. _Corpus Inscrip. Latinar_., vol. X, n. 30\*, 35\*, 36\*, 43\*.

[3.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) Vedi _Notizie degli Scavi_. Marzo, 1882, p. 119 ove è il testo e il fac-simile della iscrizione, la quale, secondo la traduzione del prof. Antonio Racioppi, direbbe:

> _Ave, rex Hercules, cui figulus me consecravit, da autem inter homines opinionem_ (ovv. _gloriam_) _habere bonam: Nicomachus me faciebat_.

[4.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) Per l’originario significato di queste parole vedi, in seguito, al capitolo XXII.

[5.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) Dei popoli Irtini. Vedi ai capitoli XX e XXII.

[6.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) Vedi al capitolo XXII.

[7.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) Al capitolo XXI.

[8.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) Conf. SCHOEMANN, _Antichità greche_, I, _passim_.

[9.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) STRABONE, VI, 397.

[10.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) STRABONE, VI, p. 387\. — Speusippo presso DIOGENE LAERZIO, IX, 23 e PLUTARCO, _Adv. Colot_.

[11.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) SCHOEMANN, Antichità greche, I, p. 208\. — Firenze, 1877.

[12.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) VANNUCCI:

> «Ogni città vide levarsi sul capo un tiranno. Panezio a Leontini; ad Agrigento Falaride; a Gela Cleandro, quindi Gelone; a Zancle Scite; a Imera Tesillo; Anassila a Reggio; a Siracuaa Terone, etc.» .

[13.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) Gli scrittori di cose numismatiche moderni dicono o disdicono, allo stesso tempo, codesti accordi. Anche il LENORMANT nel suo libro — _La monnaie dans l’antiquité_ — Paris, 1878, mentre vi accenna in qualche paret (vol. II, 64) poi a pag. 70 scrive:

> «Più spesso l’unione monetaria tra due o più città pare essersi esclusivamente limitata al suo scopo speciale, e non portava con sè affatto una federazione politica. Niente di simile non si scorge nella storia per le città dell’Italia meridionale che emisero le monete incuse in argento, nè per le città greche dell’Asia Minore occidentale».

[14.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) E dai Romani fu detta Grecia _Magna_ quell’insieme, geografico ed etnico, di città greco-italiche sulla penisola ultima lucano-bruzia, sul Jonio e sul Tirreno, da Taranto fino a Lao, o fino a Pesto, per distinguerle dalla Grecia _Minor_, che era il minore complesso delle città greco-italiche di Cuma e del suo golfo.

[15.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) Vedi nel _Corp. Isc. Latin_. vol. X, n. 114.

[16.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) Di un Eufranore, nocchiero di Turii, è menzione in ATENEO, XI, p. 474\. — Su talune monete della Città si vedono, simbolo di commerci marittimi, le impronte dell’àncora e dell’acrostolio, che era uno speciale ornamento alla prora della nave.

[17.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) SUIDA, _cent_. XII.

[18.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) MOMMSEN, _Hist. monnaie romaine_, vol. I, 317\. Paris, 1865.

[19.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) MOMMSEN, _Histoire monnaie romaine_ — Paris, 1865\. Vol. I, _Introd_. cap. II, c. VIII, p. 148 — e _pass_.

[20.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) «Sappiamo solamente — dice Mommsen — che nelle leggende delle monete principali gli aggettivi Λαινος, Σιρινος, Καυλωνὶατας, Κροτωνὶατας; sono al mascolino; potrebbero, di conseguenza, riferirsi tanto allo statero che al nomo». _Ibid_. 153.

[21.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) MOMMSEN, _Storia romana_, I, p. 123.

[22.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) LENORMANT, _Grande Grèce_, II, 315\. E nell’opera _La monnaie dans l’antiquité_, Paris, 1878, parlando del nome degli artisti incisi nelle monete, ed anche su quelle dell’antica Massilia, dice a pag. 259, vol. III:

> «Cotesti incisori delle monete massilliesi ATΡI…, MA…, ΓAΡ…, e un altro di ancora dubbia lezione, parmi debbono essere aggruppati con quelli dell’Italia; giacché io credo di poter stabilire (in un lavoro speciale, di cui raccolgo gli elementi) secondo analogie di stile notevolissime e ben determinate, che Massilia fece venire più volte da Velia gli artisti per racconciare le incisioni del suoi conii monetarii, quando essi parevano di ricadere nella barbarie».

[23.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) LENORMANT, _La monnaie dans l’antiquité_. Paris, 1878\. Vol. III, pag. 255.

[24.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) Per la cronologia delle altre notizie vedi l’_Appendice_ in fine di questo capitolo, a pag. 233.

[25.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) LENORMANT, _Grande Grèce_, I, 188\. Questo singolare frammento di fine arte decorativa non è più solo. — Vedi negli _Atti dell’Accadem. di archeol. lett. e belle arti di Napoli_ — 1895 Ia nota del prof. G. De Petra. _Il Geison nel tempio di Apollo Lycio a Metaponto_, in cui si ragiona di frammenti di stucchi policromi finissimi trovati in quell’ammasso di ruine presso la «Masseria di Sansone» in Metaponto, ove oggi si crede, con buona ragione, fosse il tempio eretto ad Apollo Lycio, di cui fu trovata ivi l’arcaica iscrizione greca. I frammenti, già enumerati nel _Metaponto_ del dott. La Cava, a pag. 114, sono in questa opera e nella nota suddétta espressi in eleganti riproduzioni policrome.

[26.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) Ossia dal 450 al 500\. LENORMANT, _Ibid_.

[27.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) LENORMANT, _À travers l’Apulie et la Lucanie_, vol. II, 206.

[28.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) LENORMANT, _À travers l’Apulie et la Lucanie_, vol. II, 205.

[29.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) LENORMANT, _À travers_, etc., II, 218.

[30.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) Ne produciamo qui il disegno a contorno. Le reliquie dell’affresco sono nel Museo Nazionale di Napoli.

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Aggiungo quello che, per cotesti lavori di Pesto, si legge nello SPRINGER, _Kunstgeschichte_, Lipsia, 1898, I. 298.

> «Accanto alle opere dei greco-italici meritano anche considerazione quei lavori che rispecchiano l’influenza greca, quale venne elaborata nelle provincie.
> 
> Appartengono a questa categoria di opere alcuni freschi delle tombe lucane, specialmente di Pesto.
> 
> Essi sono dipinti alla maniera più antica, su fondo bianco. E taluno ci mostra una danza funebre; tal altro un guerriero, in breve corpetto dall’elmo a penne erette, che una donna saluta al ritorno. Anche i modelli greci si riconoscono in questi lucani: e, non ostante la semplicità dei mezzi, la rappresentanza assurge ad effetti grandiosi in quelle reliquie di un fresco, nel quale un giovine cavaliere riporta mestamente a casa il corpo del suo compagno di battaglia. Pare rintracciarvi alcun che della maniera di Polignoto».

[31.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) LENORMANT, _A’ travers_, etc., 405.

[32.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) DE WITTE, _Descript. d’une collect. de vases peintes_, pag. 56.

[33.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) Della Ceramica italiota si parlerà al cap. XX. — Nella _Histoire de la céramique grecque_ di RAYET et COLLIGNON, Paris, 1888, pag. 315, parlando di queste opere di Astea, «dallo stile libero e pittoresco, dalla maniera franca e brillante», sono pure le seguenti parole:

> «In quale regione Astea aveva stabilita la sede dell’arte sua? Stando alla provenienza dei vasi, si potrebbe dire in Lucania, giacchè dei cinque vasi, segnati del suo nome, tre furono trovati a Pesto. Ma alcuni indizii ci permettono di riattaccarlo al gruppo dei ceramisti di Taranto. Le iscrizioni dei suoi vasi mostrano lettere dell’alfabeto in uso ad Eraclea e Taranto dopo l’adozione dell’alfabeto jonico: così la H alle volte ha la forma ordinaria, alle volte la forma Ͱ. È inoltre di Astea un cratere che mostra una rappresentazione frequentissima nella ceramica tarantina, ed è una scena di commedia: prova di più della nostra ipotesi».

Ma questa seconda prova non ha valore; e la prima, limitata. Vedi a pag. 464, seguente, nota 1.

Sul vaso dell’Ercole furente (nel Museo di Napoli), la firma dell’artista porta: ΑΣΣΤΕΑΣ ΕΓΡΑΦΕ.

[34.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) LENORMANT, _La Grande Grèce_, I, 447\. — Altri misero in dubbio il rinvenimento di essi nel territorio di Saponara; ed altri li disse provenienti dall’isola Eubea; ma il Bronsted, che li vendè al Museo Britannico per mille sterline, affermava fossero trovati in Lucania, a Saponara. — Nell’opera di Guhl e Koner, p. 260, è riprodotta la figura di questi cimelii. Vedi, in seguito, al capitolo XV.

[35.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) L’inscrizione (nella doppia lezione del Petretti e dell’Avellino) è nel Corp. Inscrip. Graec. Vol. III, n. 5777; e in essa l’editore del _Corpus_ vuole si noti _barbarum usum litterae H pro E_. — Negli Atti dell’_Accad. Ercolan. Archeolog_. del 1822 è la memoria dell’Avellino su questo famoso cimelio. — La corona è nel Museo di Monaco.

[36.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) LENORMANT, _Grande Grèce_, I, 283.

[37.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) LIVIO, deca V, lib. II, 3.

[38.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) L’Elena famosa fu dipinta, secondo Cicerone e Dionigi, per Crotone; ma, secondo Eliano, per Eraclea.

[39.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) Conf. WINKELMANN, _Monum. ant. ined_. Napoli, 1820, vol. I, cap. IV, p. LXIII. Aristotile le opere del grande artiste disse «senza ἠθος» che può significare o senza azione, o senza espressione, in quanto che Zeusi, come interpreta o spiega il Winkelmann, subordinava alla rappresentazione della bellezza finanche la espressione.

[40.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) TETZE lo disse di Efeso.

[41.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) Zeusi fu detto e si disse egli stesso «Eracleota»; ma non fu detto di quale delle venti e più Eraclee che esisterono nell’antichità. I più ritengono cho nacque nella Eraclea della Magna Grecia: ed è

> «ben verisimile (dice un critico dell’arte), considerando alla floridezza delle arti in quella regione, ai tempi della gioventù di Zeusi» (Em. David, _Biograph. Univers_.).

Ma il P. Agostino Gallo, archeologo siciliano, in una lunga scrittura (pubblicata sul _Giorn. Arcadico_ di Roma nel 1882, Genn. vol. XXX) sostenne che Zeusi nacque in Eraclea di Sicilia detta Minoa, la quale fu fondata al più tardi nel 496 av.Cr. (Olimp. 71). Egli si appoggia su due argomenti, e sono: 1º che Zeusi fu discepolo di Demofilo d’Imera, in Sicilia (secondo Plinio); ed Imera fu distrutta nell’Olimp. 92, cioè 409 av.Cr.; 2º che Eraclea della Magna Grecia o della Lucania non esisteva in quel tempo, perché fondata nel 428 av.Cr. Ma di queste due pruove, l’una non prova nulla, l’altra s’impernia su d’un equivoco. Plinio dice che era dubbio se Zeusi fosse stato discepolo di Demofilo d’Imera ovvero di Nasea di Taso. Ma sia pure di Demofilo, che perciò? Si poteva ben venire a studiare pittura dalla Lucania in Sicilia, come si andava da Lucania in Grecia, a Taso stessa, per esempio. E ancorchè distrutta Imera nel 409, la distruzione della città (fosse pure totale) non prova che Demofilo morisse in quel fatto e in quell’anno; ovvero che, dopo distrutta la città, egli non si fosse continuato a dire «Demofilo d’Imera». Non si sarebbe potuto dire altrimenti, anche dopo distrutta Imera, se gli antichi Greci italioti o sicelioti non ebbero casati. Né altro argomento avrebbe un maggior valore. Diodoro (XII, 36) dice la Eraclea della Magna Grecia fondata nell’Olimp. 86; e questa corrisponde all’anno 433 av.Cr. e non al 428\. Alla data del 433, le pretese contraddizioni con fatti e dati accettati della vita di Zeusi cadono.

Il dato cronologico non è meno contestato della patria di Zeusi. Plinio scrisse (XXXV, 36):

> «Mi affretto a giungere ai due luminari dell’arte, e sono: Apollodoro, che spalancò le porte alla pittura, e Zeusi eracleote, che per esse entrò alla franca, l’anno 4 della 95 Olimp. (397 av.Cr.) ma erroneamente: perché non potevano non essere vissuti prima di lui e Demofilo d’Imera e Nasea di Taso, di uno dei quali fu discepolo, benchè di qual fosse dei due è ancora indeciso».

Erano date, fino dai tempi di Plinio, contrastabili nonchè indeterminate, poiché non è spiegato se si riferiscano alla nascita o all’apogeo della celebrità dell’artefice. Ma sta un fatto, nella storia dell’uomo, non contestabile; e questo è che Zeusi, venuto in gran fama donò e dipinse quadri in Corte e nel palazzo di Re Archelao I di Macedonia. Or costui, dopo otto ovvero quattordici anni di regno, fu ucciso nell’Olimpiade 90, secondo il computo di Larcher, e nell’Olimp. 95.3, secondo quello di Clavier, che corrisponde al 398 av.Cr.

Data dunque come indubitata (ed oggi non è) la fondazione d’Eraclea ala 433 av.Cr., Zeusi, nel 398, avrebbe avuto un 34 anni: e noi che sappiamo come Raffaello morisse celeberrimo a 37 anni, e che già fosse celebre a 30, non troveremo Zeusi inverisimilmente celebre celebre a 30 o 34 anni di età.

D’altri dati di riscontro credo superfluo intrattenermi. Né Eusebio, o Plutarco, o Suida furono contemporanei di Zeusi; sicchè le loro notizie cronologiche potessero meritare maggiore fiducia di quella di Plinio e del fatto d’Archelao. Ma non si può tralasciare dall’esame quest’altro dato, che non concorda (presso il Lenormant, _Grande Grèce_, I, p. 171) ed è che

> «Lo scoliaste di Aristofane afferma che esisteva nel tempio di Afrodite, in Atene, un eroe coronato di fiori, dipinto da Zeusi nel 426».

Se questa data fosse vera, Zeusi non potrebbe esser nato nell’Eraclea di Lucania, quando però questa città non fosse sorta prima del 433\. E il Lenormant, diffidando di poter sciogliere il dubbio, conchiude che in tutte le testimonianze degli antichi intorno le cose di Zeusi esiste una confusione inestricabile per noi moderni. Verso il termine delle guerre del Peloponneso e dopo ancora, viveva in Atene, agli stessi tempi che Zeusi, un altro pittore a nome Zeusippo, anch’egli nato in Eraclea: di lui vantano il valore Platone[41a](x01_CAPITOLO_10.xhtml) e Senofonte. L’analogia del nome e della patria dei due artefici ha imbrogliati gli antichi eruditi, che erano posteriori di parecchi secoli ai fatti; e n’è derivata una confusione di epoche, di fatti e di opere tra’ due artefici: talché il più celebre ha assorbito l’altro, che è scomparso. Ed eclissandosi, le ombre s’accrebbero.

E bene sta. Ma non dimentichiamo il nuovo fattore che deve venire in campo nella soluzione del problema, e questo è, che la data della originaria fondazione di Eraclea di Lucania nel 433 av.Cr., non può dirsi oggidì assolutamente certa; anzi è contestabile e contestata dalla moneta, che impronta il duplice nome di _Siris-Heracleia_. Di essa abbiamo discorso noi testo, al capitolo VIII a pag. 144; e come i monumenti sfatano le tradizioni orali e i testimoni _de visu_ sfatano i testimoni per fama, così questa preziosa moneta scrolla il fatto e la data cronologica indicata da Diodoro per la fondazione d’Eraclea. Nel capitolo su citato abbiamo esposto come si possa logicamente intendere o spiegare la notizia data da questo scrittore. La città di Eraclea, sull’Aciri, esisteva già indubbiamente anche prima di quell’anno 433 che indica Diodoro; ma in quell’anno fu abbattuta Siri da’ Tarantini; e dall’abbattuta città la prossima Eraclea ricevé dai vincitori i nuovi coloni, onde cominciò un nuovo ordine di cose che fece dire (al modo greco) nuova fondazione ciò che fu non altrimenti che colonizzazione novella, o, da parte di Taranto, novello incremento di colonizzazione più antica.

[41a.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) PLATONE disse: «Quel giovinetto Zeusippo eracleota, che venne testè in Atene…» Platone nacque nel 430, m. nel 347.

[42.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) E. DE RUGGIERO, _Lez. di Archeol_. Napoli, 1872, p. 372.

[43.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) PLINIO, _Hist. Nat_. XXXVI, 4, 12: Quinque volumina scripsit nobilium operum in toto orbe.

[44.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) SCHOELL, _Stor. Lett. greca_. Venezia, 1827, vol. II, p. II, pag. 72.

[45.](x01_CAPITOLO_10.xhtml) GROTE, _Storia della Grecia_. Vol. VI, c. 6, 255.

# CAPITOLO XI

## PITAGORA E I PITAGORICI DELLA MAGNA GRECIA

  
La Magna Grecia fu celebre nella storia anche per lo splendore che si diffuse dalla «Scuola italica» o di Pitagora. Alla storia di Pitagora si rannoda, per molti riguardi, quella di Sibari, di Metaponto, di Crotone, e si connette alla storia della «Scuola italica» quella degli istituti pitagorici, famosi sia per quello che si sa, sia per quello che è oscuro. 

Pitagora è uno dei personaggi illustri e pure misteriosi, come Omero, Numa, Licurgo; e come Omero, Licurgo, o Pericle, o Platone, o Aristotile, è gloria ad un paese di essere stato culla dell’uomo, o teatro a’ suoi fatti,

> Di poema degnissimi e di storia.

Pitagora fu capo e fondatore di una scuola filosofica, di una società politica, di istituti ascetici. Atteggiò la vita per una triade di intenti speculativi ed operativi, etici e mistici, religiosi e civili, per la riforma sì dell’uomo inferiore, sì delle società civili: tale apparisce Pitagora nella tradizione. Ma la tradizione non è sempre eco della storia: soventi è riflesso della leggenda. Tardi testimoni, e forse non del tutto disinteressati, raccolsero le filamenta della tradizione, e i ricomposti frammenti trasmisero ai posteri in un tutto, che fa mostra di essere saldo ed intero, ma non sì che, visto e tentato da presso, non appaia la saldatura e non si avverta la discordanza di un pezzo dall’altro.

Se la concordanza dei testimoni e la notizia immediata del fatto sono criteri di certezza e condizioni della verità storica, pochi o nessun fatto della storia di Pitagora hanno dritto di dirsi tali. Per gli spiriti meno indulgenti, vi è tanto in quella storia da dirla una leggenda, e tanto nell’uomo stesso da dirlo un mito. Egli è nato a Samo, o a Lemno, ovvero a Metaponto, ovvero a Samo Bruzia[1](x01_CAPITOLO_11.xhtml), o anche in Lucania[2](x01_CAPITOLO_11.xhtml), ovvero tra i Tirreni dell’Etruria. Egli è morto a Crotone, arso vivo nell’incendio della sua casa con altri de’ suoi discepoli, o piuttosto morto volontariamente di fame in Metaponto, ovvero in Taranto. I discepoli che scamparono vivi all’incendio furono di nome Archippo e Liside, ovvero Liside e Filolao. Ma, viceversa, Filolao e Liside non vissero se non un secolo dopo la catastrofe dell’incendio che spense, a Crotone o Metaponto, i pitagorici. Di simile genere contradizioni intorno alla sua famiglia, taccio. Ma non tacerò come anche sia dubbio per molti, che cosa egli, fondatore della scuola pitagorica, propriamente insegnasse: nulla egli scrisse, nulla scrissero i suoi discepoli primi, e il primo che rivelò la dottrina pitagorica fu Filolao, che è posteriore di un secolo al fondatore. Né sono fuori del dubbio il contenuto della sua dottrina, l’ampiezza e lo scopo del suo insegnamento, il carattere vero dell’azione sua. Ebbe questi unicamente uno scopo pratico e civile, quello, cioè, d’influire sul governo della città mediante un’attività, sia pure speculativa, ma non rivolta che ai problemi degli ordinamenti civili? Fu, anzi, il suo un insegnamento e una dottrina unicamente etica e religiosa, ispirata dal concetto di riforma alle credenze religiose del tempo, che non più soddisfacevano agli animi elevati, desiderosi di più pure verità? Fu egli un uomo astuto e intraprendente, un falso taumaturgo? Fu un intelletto pio, sincero, morale, che della dottrina e dell’esempio predicò la fratellanza tra gli aderenti alla sua dottrina, esplicandola in un genere di vita onesta, costumata, ascetica, separata dal mondo? Fu, dunque, un predicatore o un settario, un taumaturgo o un frammassone, un filosofo o un cospiratore, un riformatore di costumi o un impostore? un uomo o un mito?

Queste ed altre dimande si è costretti a fare a sé stessi, quando si legge la storia di Pitagora, come essa vien fuori dai tardi e pure più antichi biografi suoi. La storia si colora ai luccichii della leggenda; il miracolo s’intreccia al fatto umano; il maraviglioso sopraffà ogni tratto il senso storico; e questo si accorge presto che quella storia è opera di parecchie generazioni; ognuna aggiunge del suo; e la fantasia eccitata toglie, modifica, ricompone e crea il poema.

Sceverare dalla leggenda i dati della storia è difficile; e soventi impossibile. La leggenda pitagorica è la storia di Pitagora quale è data dai suoi biografi, Diogene Laerzio, Porfirio e Giamblico. Ma Diogene non visse che al secolo II dopo Cristo, Porfirio nel 3°, e fu di costui discepolo, ed anche più credulo di lui, Giamblico[3](x01_CAPITOLO_11.xhtml). Quanta distanza di tempo, di coltura e di civiltà tra questa epoca e il secolo VI a.C. che fu l’età di Pitagora! Quei biografi, è vero, si riferiscono soventi a più antiche fonti; ma anche le più antiche testimonianze, come quelle di Aristosseno e di Dicearco, sono a pezza lontane dal tempo di Pitagora, se furono di circa due secoli posteriori al filosofo fondatore dei sodalizii pitagorici. Ben vero, Aristosseno conobbe di persona gli ultimi pitagorici; è qualche cosa; ma è poco e pel tempo in cui visse e pel poco che attesta.

Per noi sta che Pitagora, uomo singolare e maraviglioso, visse nella Magna Grecia, e non è sola creazione della fantasia poetica dei popoli tra cui visse. Egli si trova mescolato alla storica catastrofe di Sibari; e benché Erodoto, il più prossimo e il più antico testimone di quella catastrofe, non nomini lui personalmente mescolato agli incidenti che determinarono la guerra crotoniate-sibarita, pure dell’istituto pitagorico è cenno nelle carte del vecchio storico di Turii. La catastrofe di Sibari ebbe luogo nel 510 a.C.; questa data, non dubbia, può servire di termine cronologico per fissare, tra limiti approssimativi, il tempo dell’azione di Pitagora in quell’Italia che fu poi detta la Magna Grecia.

Pare certo che nascesse in Samo jonia[4](x01_CAPITOLO_11.xhtml), e dopo viaggi molti, a intenti speculativi, anziché di commercio, in Asia, in Babilonia, e più sicuramente in Egitto, venne a Crotone, una generazione circa di età prima della data testé indicata di 510\. perché scelse a dimora Crotone, di preferenza, è ricerca oziosa; forse fu attratto allo splendore che quella città diffondeva nel mondo greco per l’insegnamento e la pratica dell’arte medico-igienica[5](x01_CAPITOLO_11.xhtml) e della ginnastica; forse dalla importanza politica di Crotone, punto o poco minore di Sibari, ma men di Sibnri, parrebbe, screditata per mollezza di vita e di costumi.

Fin dal suo primo apparire sulle vie di Crotone erompe il miracolo. Sopprimo alcuni dei più conformi alle agiografie medievali. Egli comincia l’insegnamento; e tutto il popolo, di punto in bianco, cambia consuetudini di vita. I costumi depravati, la mollezza di vivere, gli ozii nella vacuità loro generatori di scandali e di peccali, il lusso e le dissipazioni delle classi alte, spariscono d’incanto; le stesse donne smettono i più ricchi e consueti ornamenti della bellezza, alla parola del taumaturgo. Né basta: Porfirio, con piena semplicità d’animo, attesterà che ben duemila cittadini di Crotone, convertiti dall’eloquente parola del filosofo, si accordano a riunirsi per vivere insieme — donne, consorti e fanciulli — la vita «pitagorica» e si riuniscono (egli aggiunge) dopo aver messo i loro beni in comune. Prima, se non autentica immagine del falanstero!

Queste effusioni maravigliose della storia mostrano, unicamente, che l’azione dell’uomo fu profonda, straordinaria, mirabile. Or non è dubbio che il suo fu insegnamento speculativo, etico e religioso; e non pare dubbio che all’insegnamento dottrinale congiunse l’azione operativa, sia in riferimento agli ordini civili dello Stato, sia per riforma di appuramento o di complemento alla religione del popolo. L’uomo meraviglioso fu, dunque, capo di una scuola filosofica, di un istituto civile, e di ordinamenti religiosi. La tradizione raccolta dai tardi biografi comprese in un tutto indistinto questi tre intenti dell’azione sua, tre caratteri della sua figura. Sceverandoli, si chiarirà e l’uomo e l’azione dell’uomo, nonché l’autorità dell’insegnamento civile e religioso.

L’insegnamento speculativo, che fu certamente I’origine e la fonte di tutta la posteriore influenza sua, pare abbracciasse tutto ciò che può comprendersi per scienza delle cose umane e divine, nel campo indeterminato della giovine riflessione dello spirito greco; e nel tempo, in cui era ancora tutto connesso ed indistinto la scienza e la sapienza, la speculazione e l’etica, quando i filosofi, ovvero gli speculatori sulla entità delle cose erano detti «sapienti». Ma l’insegnamento suo fu del tutto, e innanzi tutto, speculativo e dottrinale: questo emerge dalla tradizione intera della scuola presso i più antichi e i meno antichi storici, ed emerge indubbiamente da questo fatto, cioè, che perseguitati e dispersi che furono i sodalizii pitagorici, restò invece e si propagò per gran tempo la scuola filosofica; cadde la parte che poteva avere d’intenti politici; si trasformò quello che aveva d’intento religioso; ma restò quale era il nocciolo e la sostanza dell’insegnamento di Pitagora, la dottrina speculativa intorno alla natura, al tutto, all’uomo, ai suoi destini mondani e oltre mondani, e alle leggi matematiche, fisiche, etiche.

Non si può, per vero, sceverare in questa dottrina quello che è aggiunto dai discepoli, dalle posteriori età, e quello che è proprio del fondatore: altri nega alcunché di veramente speculativo al maestro, e ne fa dono ai discepoli di lui; altri anzi ne farebbe dono ad una scuola anteriore a Pitagora stesso, che ebbe solo il vanto, per la impronta di sua potente individualità, di darle il nome[6](x01_CAPITOLO_11.xhtml).

Checchessia, è nel capo che s’impersonifica la scuola, e la tradizione ha riferito a lui mirabili pronunziati, che, svolti forse dai posteriori discepoli suoi, anticipano di lunga età la sapienza o la scienza moderna. Lui dunque (fu detto; ed io ripeto le parole condensatrici di uno italiano illustre)

> «dimostrò il teorema del quadrato dell’ipotenusa; diede le prime teorie degl’isoperimetri dei corpi regolari, gli elementi delle matematiche, l’algoritmo, del quale ancora non si conosce il senso; trovò i ragguagli fra la lunghezza della corda armonica e i suoni che ne escono; insegnò che l’acqua si converte in aria e d’aria torna in acqua; sostenne essere opaca la luna, identica la stella del mattino con quella della sera; sferico il sole: per armonia del corpi celesti intendeva probabilmente i rapporti delle loro masse e delle distanze; indicò il vero sistema mondiale, cioè l’obliquità dell’eclittica e la versatilità della terra, con equa distribuzione di luce, di ombre, di calore sull’intiera superficie, tutta perciò abitabile; conoscendo che due opposte forze impresse nei corpi celesti li spingono per una orbita, anticipò di tanti secoli sull’attrazione neutoniana, che Herschell considera come la verità più universale, cui sia pervenuta l’umana ragione»[7](x01_CAPITOLO_11.xhtml).

Questa fu la «Scuola italica» che ebbe cotesto nome, come è noto, perché l’Italia del secolo VI non era altro che il lembo estremo orientale della penisola, dal golfo di Taranto al Capo di Spartivento; e in questo lembo di terre era Metaponto, Sibari, Crotone e Caulonia e Locri ove surse e si diffuse e esercitò i suoi influssi etico-civili la scuola pitagorica.

Ma questa scuola, nell’eco delle tradizioni lontane ripetuta dagli storici, addiventa un istituto politico che si nasconde nel segreto, si afforza del giuramento, quindi si esplica o trasforma in un istituto religioso: di tal che, nella costruzione progressiva della tradizione, la scuola si muta in una setta politica, gli scolari maturano in cospiratori, e i cospiratori si trasformano in un ordine di asceti, tra il monaco e il frate, tra il trappista, il gesuita e il frammassone, congiungendo agli intenti religiosi lo scopo civile.

Questa lenta costruzione del triforme sodalizio di scuola, di setta e di frateria, racconta che i membri del sodalizio erano raccolti dal capo e fondatore con cura scrupolosa: questi leggeva in fronte agli aspiranti l’indole loro segreta; e se venissero ammessi, erano sottoposti a prove, che, secondo le fantasie di Giamblico, diventano cimenti al coraggio degli iniziandi. Il silenzio perfetto dei futuri Trappisti, l’obbedienza assoluta degli ordini monacali, l’annientamento della propria personalità secondo il concetto dei mistici, l’insegnamento misterioso per modo che i novizii non vedevano, ma udivano soltanto la voce del maestro che si nascondeva dietro una cortina; la graduazione dell’insegnamento e della dottrina siffattamente che erano dottrine e scolari _exoteriche_ o pubbliche, e dottrine e scolari _esoteriche_ o segrete; una regola di vità per cibi, per vesti e per usanze del tutto serafica; e abluzioni, e preghiere mentali, e preghiere in comune, e, in comune, pasti, letture e passeggi; l’astinenza dai cibi delle carni animali e da certi pesci e da certi legumi; la stessa parola del maestro, indiscussa, indiscutibile come la legge e santa come la parola di Dio, — questi ed altri precetti, la più parte simbolici, hanno fatto rassomigliare l’ordine pitagorico della tradizione ai conventi dei frati, all’istituto del gesuiti, e alle sette dei frammassoni.

Conviene distinguere, e distinguendo specificare, se non si vuol ridurre Pitagora ad un mito, e il più antico pitagorismo ad una leggenda.

  
Che fonte ed origine di tutta l’influenza pitagorica fosse la scuola, non si può mettere in dubbio: tutta la tradizione dell’antichità lo attesta. Che l’insegnamento fosse non solamente, come ora si direbbe, di scienze, ma di sapienza, può bene ammettersi perché tutto il fascio delle tradizioni riferiscono ad uno scopo civile l’insegnamento di Pitagora; e il contenuto dei «versi d’oro» pitagorici, per quanto non siano opera del primo fondatore, ne è una prova adeguata.

Che cotesto insegnamento etico fosse altresì civile, è da presumere vero da tutto l’insieme della vita di Pitagora, e dalla catastrofe dell’istituto. Che questo insegnamento etico-civile fosse ispirato a principii conservativi e antidemocratici, deve riconoscersi, perché è da tutta l’antichità riconosciuto, come verbo di Pitagora, il concetto che il governo della città fosse dovuto « agli ottimi»: e niuno può dire che ottimo governo dello Stato fosse, per Pitagora, l’oligarchico. Che per ottimi ordini di stato egli intendesse gli aristocratici, è certo: era l’aristocrazia nelle antiche e frazionate società greche la parte prevalente per ricchezza e per coltura della città; e chi ne giudicasse da’ nostri criterii dell’oggi, non sarebbe nel vero.

Ma si trasformò mai, questa scuola, in un istituto segreto politico, con insegnamenti e dottrine arcane, con iniziazioni settarie e misteriose?

La scuola, a mio avviso, non s’immedesimava, non era tutta una cosa sola con l’istituto politico. Gli influssi delle dottrine dell’una s’irraggiano senza dubbio nell’altro, perché la stessa mente presiedeva all’una e all’altro: ma l’una vuolsi distinguere dall’altro istituto.

Se non fossero cose distinte (benché diverse non fossero) e se l’insegnamento è diffusione di dottrina, come renderci ragione di quella cèrnita graduale, di quella selezione dei discepoli, alcuni ammessi, altri no? Se per l’opera dell’insegnamento voleva egli riformare i costumi, l’uomo interiore e la città, come e perché prescrivere i limiti dell’ammissione?

Si dirà che la risposta a questa istanza è nel segreto stesso dell’insegnamento, nel giuramento degli adepti; e vuol dire che era una «setta» e se tale, la limitazione è inclusa nella parola stessa, e, se segreta, vuol dire che la dottrina era qualche cosa di non confessabile alla luce degli ordini dello Stato.

Ma se tale fu come oggi intendiamo un’associazione di setta, si avrà che un dato capitale della storia di Pitagora ci riesca inesplicabile.

La dimora di Pitagora nelle città della Magna Grecia, specie Crotone, durò almeno un trent’anni. Al momento della catastrofe di Sibari, nel 510, egli era in Crotone non solamente, ma in tanta autorità, che fu lui e i suoi pitagorici che consigliarono il governo crotoniate a non espellere i fuggiti di Sibari; onde venne la grande guerra. È detto, anzi, dai biografi che Pitagora fu invitato ad assumere la presidenza del governo di Crotone. Come dunque costui poté restare capo di un istituto segreto e settario, contro naturalmente gli ordini del governo stabilito? La stessa ultima crisi e la persecuzione violenta dei Pitagorici non venne da parte del governo, come a settarii, ma venne dalla fazione opposta di Ciloniani democratici contro aristocratici. E quando dopo parecchi anni la persecuzione contro il nome pitagorico cessò, e tornarono i Pitagorici nelle città della Magna Grecia, l’insegnamento dottrinale continuò, anzi crebbe e si estese. Or se la scuola era sostanzialmente una setta, l’insegnamento pitagorico, dopo la grande crisi ciloniana, non avrebbe potuto continuare e svilupparsi alla luce del giorno.

Dunque è forza di ammettere che l’insegnamento dottrinale, la scuola pitagorica fosse cosa distinta da quella che si dice istituto civile e sodalizio politico dei Pitagorici o di Pitagora.

  
Il sodalizio pitagorico di Crotone fu senza dubbio una Società d’intenti politici; ma se i membri di essa si vincolavano con giuramento, non fu però società segreta, nel senso d’intenti occulti e settarii, contrarii agli ordini statuali costituiti. Non fu, perché l’istituto o Società politica esisté libera e autorevole per indeterminato periodo di anni fino alle violenze posteriori al 510 suscitate dalle ire democratiche ciloniane, e non si à notizia che fosse perseguitata o combattuta dal governo; anzi al contrario.

Il segreto appartenne non a questo istituto, ma ai sodalizii religiosi pitagorici, di cui parleremo.

La società o sodalizio civile dei Pitagorici ebbe intenti politici, ma non fu setta. Si potrebbe paragonarli (e il Grote li paragona infatti) a quelle libere società dei club, che si fondano e vivono presso tutti i moderni governi liberi, ove gli individui si associano per rendere più forti allo assalto o resistenti alla difesa le opinioni, che reggono, in fine, la vita dei governi stessi. L’Associazione crotoniate raccolta all’indirizzo di un alto e pio intelletto nella comunione di intenti politici, che erano quelli di sorreggere, di afforzare, di emendare, occorrendo, il governo degli ottimati, composta di socii appartenenti alle classi elevate della società, ben si può credere che ebbe i grandi influssi che la tradizione attesta, sull’andamento dei pubblici affari.

Non fu setta, perché non ebbe segreto; e fu conforme a simiglianti sodalizii della Grecia: e se ebbe il giuramento dei socii, anche questo fu conforme alle usanze dei tanti sodalizii civili e religiosi dell’antica Grecia[8](x01_CAPITOLO_11.xhtml). Né si obietti che Cilone fu escluso dal sodalizio pitagorico, onde derivarono le sue ire vendicatrici; dirò che questo non si oppone, anzi conferma il nostro assunto. Alle società di intenti politici, moderne o antiche che siano, è naturale non appartengano se non quelli che abbiano gli stessi supremi intenti politici: ma la stessa ultima reazione dei Ciloniani, partigiani della democrazia oclocratica crotoniate, fa arguire, dei sentimenti ultra-democratici di questo Cilone, che non era perciò concorde agl’intenti aristocratici del sodalizio pitagorico; e ne fu escluso.

Ho detto che codesto genere di associazioni politiche non era ignoto alle città libere della Grecia; e questo ben si argomenta da un passo importante di Tucidide[9](x01_CAPITOLO_11.xhtml), che accenna a molte di esse, siccome esistenti in Atene ai tempi della guerra del Peloponneso; e non come sètte raccolte nel buio del segreto, ma notorie e pubbliche, benché, probabilmente, a vincolo di giuramento. Altre società di intenti religiosi ed anche letterarie è noto che erano per la Grecia comunissime[10](x01_CAPITOLO_11.xhtml). Quanto alla legale esistenza di esse nella città di Crotone, basta la notizia di Diodoro Siculo, che afferma avere Cilone contrapposto alla società pitagorica una «grande associazione» o sodalizio, di carattere senza dubbio popolare[11](x01_CAPITOLO_11.xhtml). Ecco, dunque, dei veri club o associazioni politiche; e queste indipendenti dalla scuola, propriamente detta, di Pitagora.

Ai membri di codeste speciali associazioni pitagoriche, era dato (io credo) il nome dei «Fili» o degli «Amici», che venne a mutarsi dipoi nella denominazione di «Filosofi» quando, sciolta dalla violenza l’associazione dei pitagorici crotoniati, gl’individui si sparsero pel mondo greco, e propagarono altri centri di scuola e d’insegnamento unicamente di dottrine filosofiche e speculative. 

La società degli «Amici» ebbe ordini interni e consuetudini proprie che da altre associazioni la distinguessero, come avviene di ogni corporazione. Ebbe probabilmente a giorni stabiliti, a date solennità come altri sodalizii, quei desinari in comune; onde emersero, io credo, le tradizioni delle _sissitie_ pitagoriche. Ebbe tra i suoi dogmi fondamentali quello che «tutto sia comune tra gli Amici» dogma che dal senso simbolico e speciale fu, nel concetto degli interpreti, trasferito nel campo illimitato della comunità dei beni tra pitagorici[12](x01_CAPITOLO_11.xhtml). Gli «Amici» siccome socii di un sodalizio o fratellanza, avevano il dovere di assistenza e soccorso scambievole; di qua anche poté avere origine il concetto degl’intenti settari attribuiti all’associazione stessa. 

È nella natura di ogni associazione di forze vive il trasmettere l’azione propria al di fuori, nell’àmbilo che i suoi statuti le delineano. In ragione dell’energia di cui è dotata. L’associazione politica degli «Amici» composta, come era, di gente che appartenne al ceto più cospicuo della città, sotto l’indirizzo di un intelletto di primo ordine, informato ai più alti ideali speculativi civili e religiosi, non poteva non esercitare un’influenza, prevalente, sulle cose della città, sia nel periodo delle elezioni delle pubbliche magistrature, sia nelle discussioni dell’àgora, o dei processi giudiziarii, o nei pubblici consigli. Non terremo come vero che Pitagora per la grande autorità cui giunse, fosse stato invitato ad assumere la presidenza del governo crotoniate, e che egli rifiutasse; giacché (come osserva Grote) non è conforme ai costumi greci che uno straniero del carattere di Pitagora dirigesse di persona e apertamente gli affari pubblici di una città greca[13](x01_CAPITOLO_11.xhtml). La notizia del resto è cenno di tardi eruditi. Ma l’influenza sua grande e del sodalizio pitagorico non può mettersi in dubbio, sì dentro sì fuori la città di Crotone[14](x01_CAPITOLO_11.xhtml); basta a provarlo la storia dei fatti, onde emerse l’ultima guerra tra Sibari e Crotone; la diffusione dell’insegnamento e delle dottrine di Pitagora mediante l’infinito numero di suoi discepoli, per le città italiota della Magna Grecia; e i moti politici che si svolsero per queste città e contro i sodalizii de’ pitagorici, come diremo.

Un dotto tedesco, il Krische, investigando il carattere degl’istituti pitagorici, ne assomma tutto il contenuto nell’azione politica; e accentuando esclusivamente questa nota, viene alle conclusioni che giova di riferire, quantunque alcune non ci paiono del tutto provate.

> «Lo scopo della Società — egli dice — fu puramente politico: intese a restituire nella primiera integrità sua la potestà agli ottimati decaduta, a rafforzarla ed estenderla. A cotesto supremo intento altri due si aggiungevano, l’uno d’indole morale, l’altro di carattere letterario. Pitagora intese a rendere i suoi discepoli buoni e probi cittadini; affinché giunti che fossero al governo della città, non abusassero della potestà per opprimere la plebe; e questa, fatta sicura che a quelli stessero a cuore i suoi vantaggi, restasse contenta dello stato suo. Poiché un buono e sapiente governo non può aversi se non da prudenza e da cultura d’intelletto. Pitagora stimò necessario lo studio della filosofia a coloro che intendono di mettere la mano al timone dello Stato»[15](x01_CAPITOLO_11.xhtml).

Qui non parmi sia ben distinto l’insegnamento pubblico della scuola dalla società politica; che fu, negli ordini etico-politici, prevalente sì, ma non fu tutto. Ma non è distinto, né accennato ad un’altra faccia singolarissima dell’azione dell’uomo.

Eminenti critici moderni sono di avviso che

> «i misteri dell’ordine pitagorico non ebbero un carattere unicamente politico; anzi dalle meno dubbie notizie si è invece licenziati a credere — conchiude il Ritter[16](x01_CAPITOLO_11.xhtml) — che centro e nucleo dell’istituto pitagorico fosse un insegnamento religioso e mistico».

E il Grote, che non indulge o non si adagia volontieri alla leggenda pitagorica, pure non disdegnando le conclusioni del Krische, pensa che questi non tenga conto della influenza religiosa dell’istituto[17](x01_CAPITOLO_11.xhtml).

Un ultimo e più largo espositore delle dottrine pitagoriche, lo Chaignet[18](x01_CAPITOLO_11.xhtml), vuole si abbia a ritenere Pitagora innanzi tutto o sopratutto un riformatore religioso, non già solamente un riformatore della vita morale e politica delle società greco-italiote. Ma a prova sufficiente del suo concetto egli è obbligato di mettere sulla stessa riga tutte le notizie di ordine ascetico-religioso che si trovano sparse negli scrittori di varie e tarde età, per quanto o contradittorie o assurde o inesplicabili si fossero; pur confessando in precedenza che gli è impossibile di sceverare da coteste frammentarie notizie quello che appartenne a Pitagora e alla sua età, o quello dei tempi posteriori.

Per noi è fuori dubbio l’esistenza di quelli che dissero misteri pitagorici nella bassa Italia al secolo VI avanti Cristo. Nelle storie di Erodoto, che visse a Turii verso la metà del secolo V, s’incontrano queste parole che non consentono di dubitarne[19](x01_CAPITOLO_11.xhtml):

> «Gli Egizii non entrano nei loro tempii se abbiano in dosso vestiti di lane, né seppelliscono i loro morti in coverture di lana; sarebbe un’empietà. In ciò si comportano conformemente agli istituti orfici o bacchici che si dicano, e che sono gli stessi degli egizii e dei pitagorici. Per chi dei _costoro misteri_ (_orgion_) è partecipe, sarebbe empietà seppellire il cadavere avvolto in vesti di lana; la religione loro lo divieta»[20](x01_CAPITOLO_11.xhtml).

Qui è cenno di «orgie» e vuol dire «misteri sacri» orfici, bacchici e pitagorici, come di istituti conformi tra loro.

Due punti sono meno incerti dell’antica dottrina filosofica pitagorica, la dottrina cioè dei numeri, e quella della metempsicosi. Questo dogma pitagorico che afferma la successiva migrazione dello anime di corpo in corpo, a scopo di espiazione e di purificazione di colpe anteriori, è il presupposto ideale di tutte quelle associazioni mistiche che si dissero «misteri» nell’antichità greca, atteggiantisi appunto in riti, e simboli, e pratiche di purificazioni ed espiazioni. Coteste pratiche, se congiunte all’esercizio di una vita pura, conforme alle dottrine nei misteri insegnate, richiamavano, secondo le credenze degli iniziati, il favore del numi durante il corso della vita terrena, e risparmiavano, dopo morte, ai purificati dai riti mistici le ulteriori espiazioni e la vagabonda migrazione delle anime, che risiederebbero invece nelle sedi dei beati.

Gli è quindi del tutto naturale il legame di congiunzione tra l’insegnamento di Pitagora e le pratiche e i riti dei «misteri»; questi si ponno dire il complemento di quello; e l’uno svolgimento naturale dell’altro; non altrimenti che l’insegnamento del catechismo, nella scuola cristiana, si rispecchia e si compie nei riti solenni della chiesa stessa.

Or volgiamo l’attenzione ad un’altra serie di fatti e di tradizioni. E in prima, si consideri alla conformità tra i riti e dottrine di misteri orfici e quelli che sono detti «misteri» o istituti ascetici pitagorici; conformità, che, se non è intera e compiuta, non si può mettere in dubbio per molti riflessi, e per quel tanto che una materia, per sé stessa arcana può aver messo all’aperto. Tali, appunto, la dottrina fondamentale delle trasmigrazioni delle anime; l’astinenza da cibi animali; quella, più peculiare, dal cibo di fave; l’esclusione delle coverture di lana, tanto al cadavere da interrare, quanto, forse, anche alla persona degli iniziati; le abluzioni, le purificazioni, le regole di vita monastiche, e tutto il rituale simbolismo della dottrina stessa morale insegnata dai pitagorici. A queste conformità dànno luce o vigore alcune tradizioni che raccolsero da più antiche testimonianze i biografi pitagorici del II e III secolo avanti Cristo, le tradizioni, cioè, che di alcune jerologie orfiche, anzi di un intero poema orfico sia stato autore lo stesso Pitagora; e che questi sia stato iniziato ai misteri orfici dallo stesso gran sacerdote Aglaofamo, in Libeira.

Questi ultimi dati non hanno certezza di fatti storici; si può, anzi, contrapporre loro fatti meno incerti, che, cioè, autore delle scritture orfiche fu Onomàcrito, che visse, poco piu giovane di Pitagora, sotto i Pisistratidi. Ma se Pitagora non fu autore delle scritture orfiche fino a noi pervenute, è ritenuto che di esse furono autori tutta una serie di pitagorici, cioè Zopiro di Eraclea, Brontino di Metaponto e Cecrope.

Il nesso adunque tra l’orfismo e l’asceticismo pitagorico non pare potersi mettere in dubbio. La tradizione stessa, e della scuola pitagorica e degli orfeisti, lo conferma.

Or questa tradizione e questo nesso si spiega logicamente, a mio avviso, se considereremo Pitagora come colui che introdusse primo i misteri orfici nella bassa Italia.

È ben probabile vi apportasse egli qualche innovazione, conforme all’individualità prevalente di un intelletto superiore. E sia in ragione di questo peculiare aspetto, sia in grazia del gran nome di lui nelle città italiote, sia perché risoluzione venne primariamente da lui in quelle regioni, tutto questo può ben spiegare, perché si dissero «pitagorici» anziché orfici quegli istituti mistici, che il filosofo di Crotone venne propagando come di complemento e corona al suo insegnamento dottrinale. E niente troveremo d’innaturale, nella ulteriore evoluzione del fatto. Quando, cioè, i pitagorici furono dispersi e cacciati dall’Italia grecanica, e si sparsero, individui autorevoli o centro di puro insegnamento dottrinale, per la Grecia, il nome di «misteri pitagorici» che era prevalso nella bassa Italia, grazie alla autorità del nome del filosofo, cadde; e prevalse invece per la Grecia, il nome di «Orfici» ai «misteri» che per la Grecia non avevano a fondatore o introduttore Pitagora.

Questa era l’ultima faccia del poliedro pitagorico che si disse scuola, ovvero istituto, ovvero ordine pitagorico. Io la considero come la suprema espressione dell’azione complessa di Pitagora, nell’ordine intellettivo, politico e religioso delle società italiote.

Ma considero altresì come essenziale il concetto da noi più volte ripetuto, che non vi era ligame assoluto tra l’insegnamento della scuola, l’associazione politica crotoniate e l’iniziazione ai sodalizii mistico-religiosi.

Non era di necessità che il discente all’insegnamento dottrinale facesse parte, come anello necessario di unica catena, s’ della Società politica crotoniate, sì della comunione orfico-pitagorica. Se tra le tre parti dell’azione pitagorica si vuole ammettere un ligame necessario, s’intoppa in contraddizioni che non si ha modo di spiegarle; non ammessa la necessità del ligame, la storia troverà nel suo cammino minori incongruenze.

Non ammesso cotesto vincolo, potrà spiegarsi come avvenne, che la società politica pitagorica, sciolta e dispersa che fu per le città italiote, poté nondimeno vivere liberamente, e per lungo periodo di tempo, come scuola d’insegnamento dottrinale e di ascetismo; diffondendosi non solo per la Grecia e per la Sicilia, ma per le stesse città italiote. Si potrà spiegare più pienamente e naturalmente la distinzione, che parrebbe fondamentale, tra discepoli e ascoltatori exoterici, e discepoli o adepti esoterici: duplice grado e duplice dottrina, che per scuola è assurdo, e potrebbe avero un senso unicamente nelle compagini di associazioni politiche segrete, congiurate contro ai governi costituiti; e tale in Crotone non fu l’associazione pitagorica. Quel duplice grado, quel duplice insegnamento avrà un significato naturale nel solo caso, si riferisce l’exoterico agli uditori della scuola e l’esoterico agli iniziati del misteri orfici. Si spiegherà il senso e il carattere di quella che fu detta «vita pitagorica» nelle sue pratiche ascetiche e mistiche; proprie agli iniziati ai misteri, ma non obbligatorie ai pitagorici unicamente detti. Come, infatti, mettere d’accordo l’azione politica dei membri dei sodalizii attuosi di Crotone o Metaponto o Locri con la vita ascetica, di contemplazione, di abnegazione del sodalizio religioso? Come mettere d’accordo il regime della «vita pitagorica» che era di astinenze e di cibi unicamente vegetali, con la storia, per esempio, di Milone, uno dei precipui pitagorici, uomo di guerra e atleta famoso che ingozza, diceva la fama, lui solo tutto il bue che egli ha portato sulle spalle per gioco? Come concordare la vita in comune tra i pitagorici che avevano famiglia propria? E il famoso _ipse dixit_ non prende un significato adeguato piuttosto in relazione al maestro, capo e istitutore di un sodalizio mistico-religioso, anziché di un insegnamento di dottrine scientifiche? E, per finire, la notizia delle tante donne che si dissero affigliate alle società pitagoriche, troverà migliore spiegazione se si distingue, nel complesso degli istituti, quello si appartenne ai misteri, a cui le donne, pei costumi della vita greca, erano ammesse; senza però voler negare del tutto che la moglie o la figlia di alcun pitagorico avesse potuto aderire, discepola, o uditrice, o consocia, all’insegnamento del grande e venerato maestro.

Fra questi limiti e con i chiarimenti che siamo venuti esponendo, pare a noi men dubbia e meno inviscerata alla leggenda la storia del Pitagorismo e di Pitagora nelle città greche della bassa Italia, al secolo VI a.C.

  
Resta ormai di esporre le ultime vicende del famoso istituto.

Declinando il secolo VI a.C. l’istituto fu violentemente disperso. Varie le cause che ne assegnano; ma piccole e insufficienti, se esse si restringono all’odio di quel Cilone, demagogo crotoniate, che, a vendetta di non essere stato accolto nella società pitagorica, aizzò il popolo contro di essi, e il popolo, subbollendo a violenze di sangue, arse e distrusse i collegi pitagorici. Occasione allo scoppio dell’ira popolare fu (altri riferiscono) che gli oligarchi del governo di Crotone non permisero che le terre della distrutta Sibari si ripartissero al popolo[21](x01_CAPITOLO_11.xhtml). E Cilone spinge il popolo esasperato dal rifiuto contro la Società dei Pitagorici, che era l’animo e la mente della parte conservatrice della città. Essi vengono stretti ed assaliti nella sede ordinaria dei loro convegni che era presso il tempio di Apollo, ovvero, secondo altri, nella stessa casa di Milone, autorevolissimo tra i cittadini e tra i Pitagorici. Le plebi democratiche mettono il fuoco allo edifizio: e gli «Amici» vi restano arsi o soffocati, meno due o tre soli dei sessanta ivi raccolti. Che Pitagora non vi perisse anch’egli, affermano i più; ma non tutti, meno storici che narratori del fatto: egli era lontano dalla città, secondo taluni; secondo tal altri, scampò con i due soli superstiti, che furono Archippo e Liside, ovvero Liside e Filolao. Ma se la storia attesterà che Liside e Filolao vissero un secolo dopo Pitagora, la leggenda dice invece che scamparono, proprio allora, dalle furie democratiche: e Liside andò in Grecia; Filolao tra i Lucani; e Pitagora, cercando ospizio a Caulonia, a Locri, a Taranto, e non accolto che a malincuore, volge, infine, i passi a Metaponto; e qui si lascia morire di fame, secondo la tradizione dei più, o muore di stenti e di miseria, secondo Tetze, che è però tardo richieggiatore del fatto. Certo è che Metaponto tenne ad onore l’aver dato ultimo albergo al grande ospite; e ne mostrò riverente, ai tardi visitatori, le case che lo accolsero. Riterremo adunque, con i più, che qui visse il gran vecchio gli ultimi anni della sua vita, e vi morì di vecchiezza.

Plutarco narra che l’odio dei Ciloniani perseguitò Pitagora fino a Metaponto, ove accadde l’incendio delle sedi pitagoriche, che i più dicono invece a Crotone. Gli è manifesta duplicazione dello stesso fatto, secondo il non insolito strabismo delle leggende, schive di ogni limite di spazio o di tempo; ma la variante plutarchiana può significare e significa questo, che i moti democratici contro gli ordini e i governi aristocratici si diffusero e riecheggiarono, allo scoppio di Crotone, anche altrove, anche a Metaponto. perché è nel carattere dei moti popolari di essere contagiosi. Quando la materia infiammabile è da tempo raccolta, l’incendio si propaga come per riga preparata di polvere.

Nelle città achee italiote era vecchia e latente gara tra i vari ordini della città, tra popolari ed ottimati.

A Sibari, come già fu visto, la democrazia vince con Teli, rovesciata la parte degli ottimati, e degenera in quella furibonda oclocrazia che seppellisce la patria e sé stessa. A Crotone, dopo il demagogo Cilone, vengono ricordati da una parte i nomi di Ippaso, di Diodoro e di Taigete, che agitano il popolo per ottenere riforme delle leggi, e vuol dire della costituzione della città; e dall’altro Demodoce e Metone, che a capo degli ottimati, tenevano testa alla marea democratica irrompente. La quale però (a notizie di Giamblico) non tarda a far breccia negli ordini chiusi dello Stato: gli ottimati cedono in parte; e la fazione popolare ottiene allora che i magistrati vengano al pubblico sindacato degli atti loro; e che anche le classi popolari acquistino dritto all’esercizio delle superiori magistrature delle città, tra limiti e condizioni che ci sono ignote, ma di certo profondamente modificatrici degli ordini statuali.

Analoghi moti accaddero nelle altre città della Magna Grecia, come si sa da Polibio; il quale accennando ai violenti disordini contro i sodalizi pitagorici, ci dà diritto ad inferirne che fu moto generale e profondo delle democrazie italiote contro i governi aristocratici; e ci dà diritto a supporre che l’antico contrasto delle varie parti della cittadinanza si mutò in lotta e in guerra civile, appena un fatto politico più alto, sollevò gli animi da un lato, e lo depresse dall’altro.

I moti pitagorici di Crotone e di Metaponto accaddero, secondo la maggior parte degli scrittori, verso il 504 a.C. Si dirà meglio, a mio avviso, se si assegnino al periodo tra il 509 e il 500; perché i fatti non comportano più precisi limiti.

Ora codesto periodo di tempo coincide con i moti della popolazione achea, che scosse in Atene il governo dei Pisistratidi e iniziò quelle riforme di Clistene, che fu riforma profonda della costituzione ateniese, onde derivarono gli inizii del governo democratico[22](x01_CAPITOLO_11.xhtml).

Questi profondi rivolgimenti degli ordini statuali della madre patria, che aprirono la via agli ordinamenti democratici di una città, che era la più illustre del mondo greco, riecheggiarono tra le città filiali della stessa stirpe sulle coste italiche; e produssero somiglianti rivolgimenti, effetti somiglianti; di cui non restò che un episodio più ricordato e più degno di fama la persecuzione delle società pitagoriche per le città della Magna Grecia. Le vicende della lotta e il tempo trascorso finché le ire e le passioni non quetarono, non è dato di determinare per difetto di notizie. Ma come ebbero termine, e come si sciolsero le difficoltà interne di tutte quelle città che la democrazia aveva esasperate, si trova accennato da Polibio; e le sue parole giova di riferirle, perché sono parte della storia nostra:

> «A quei tempi — egli dice[23](x01_CAPITOLO_11.xhtml) — e in quella parte d’Italia che era detta la Magna Grecia, avvennero incendii di sodalizi[24](x01_CAPITOLO_11.xhtml) dei Pitagorici, e in quel gravissimo perturbamento, che divampò in un medesimo tempo per quelle città, esse perderono nell’inopinato moto i capi della cosa pubblica, e le città di greche origini si empirono di ogni sorta strage, sedizioni e tumulti. Allora da ogni parte di Grecia vennero legati a conciliare (i partiti) alla pace: ma quelle città non s’inchinarono che ai consigli ed alla fiducia del solo popolo degli Achei. Poi non passò guari, e vennero nel comune consiglio di imitare gli ordini del governo degli Achei: e prima i Crotoniati, i Sibariti[25](x01_CAPITOLO_11.xhtml), e i Cauloniti si accordarono di elevare un tempio a Giove Omario, come luogo destinato alle federali riunioni pei pubblici Consigli. Quindi accettarono leggi ed usanze degli Achei negli ordinamenti della cosa pubblica;… e questi durarono fino alle mutate condizioni di cose surte dall’imperio di Dionigi Siracusano, e dalla prevalente pressura dei barbari (Lucani) loro d’intorno»[26](x01_CAPITOLO_11.xhtml).

Ritornata la pace pubblica dopo l’intervento acheo, le parti politiche, già trasformate dal tempo, vengono, come pare, in accordi, poiché rientrarono dal bando quelli che dissero oligarchici e rientrarono (sono espressamente nominati) anche i Pitagorici. Ma i Pitagorici, verso la metà del V secolo, non erano più un partito politico; non era più l’associazione degli «Amici» o «Fili». Tornarono individui, non società o partiti: il tempo, gli eventi, il nuovo moto delle cose avevano dovuto mutare, o modificare lo antico credo politico pitagorico.

Qui finisco la storia del Pitagorismo italico come società ed ordine politico: ma continua, o ricomincia la storia sua come scuola filosofica e come istituto mistico-ascetico. Per quest’ultimo lato, perduta ogni nota, propria o speciale a Pitagora, si fuse e confuse nei misteri orfici: la duplice corrente si raccolse in un tetto, prese unico nome, o riprese l’antico; ed a provare l’identità, o la medesimezza loro continuarono i filosofi pitagorici a scrivere versi e trattati sacri di dottrine orfiche, sia col nome di Orfeo, sia dello stesso Pitagora.

La scuola filosofica, dopo la dispersione violenta del primi pitagorici, si sparse e ramificò pel mondo greco[27](x01_CAPITOLO_11.xhtml); e ne fu aiutata l’espansione dalla stessa diffusione dei misteri orfici. Diogene Laerzio avrebbe dato alla «scuola pitagorica» la durata incredibile di diciannove generazioni: e pure accettando la emendazione del Menagio al testo manifestamente corrotto del biografo, resterebbe un periodo di nove o dieci generazioni, che vuol dire un periodo di tre secoli circa. Gli è forse di troppo? — Ma se si vuol credere piuttosto ad Aristosseno che attesta aver egli conosciuti gli ultimi rappresentanti della filosofìa pitagorica, nelle persone di Senofilo di Calcide e di Fintone, Echerate, Diocre e Palimnesto, tutti di Glisente e discepoli di Filolao; poiché Aristosseno fu discepolo di Aristotile che morì nel 301 a.C., avremmo, dunque, per la durata della scuola pitagorica, dalla vita del fondatore in poi, un periodo d’intorno a due secoli.

Se quanto alla diffusione della scuola pitagorica appaiono evidenti le invenzioni, non è minore esagerazione nel numero dei discepoli, che le darebbero un’ampiezza (a giudizio del Ritter) incredibile. Alla esagerazione del numero contribuì tanto la confusione tra adepti ai misteri orfico-pitagorici e aderenti alla scuola filosofica; quanto la assai facile coufusione tra filosofo «italico» cioè nato in Italia, e filosofo della «scuola italica» o pitagorica, che è ben diverso. Si aggiunga la vanità delle sette religiose o politiche che siano, e la vanità, se non l’impostura, dei tardi neopitagorici.

La storia della scuola pitagorica prende i lineamenti di una qualche certezza non prima dei tempi di Socrate. A Socrate fu contemporaneo Filolao; e questi è, secondo la tradizione accettata, il primo che abbia messo in iscritto le dottrine della scuola pitagorica. De’ suoi scritti rimangono frammenti, che ormai presso che tutti i dotti ritengono come le uniche autentiche reliquie tra tante altre che si dicono pitagoriche. Al nome di Filolao fa corona una pleiade di altri nomi, che concentrano, quasi da soli, lo splendore della scuola pitagorica, e si chiamarono Liside, Clinia, Eurito, Archita. Furono contemporanei o quasi di Filolao; e di lui furono discepoli anche Simmia e Cebete, prima di passare alla scuola di Socrate.

Quanto a Liside, egli, vecchio, fu maestro ad Epaminonda; e ciò basterebbe: ma aggiungeremo che da molti è ritenuta come opera di lui quel famoso catechismo de’ sodalizii pitagorici che sono i _Versi d’oro_, interpolati per vero da scrittori di più tarda età. Archita, massimo come uomo di Stalo e sapiente, insegnò per la Grecia pria di venire a Taranto, sua patria. Qui governò la cosa pubblica e fu stratego nove volte, e nove volte attaccò la vittoria al suo carro: scrisse, forse, di agricoltura, di musica, di meccanica; ma certo di filosofia; e le reliquie delle sue scritture filosofiche vanno oggi tra le meno incerte dei pitagorici.

Fra tanto splendore persiste l’oscurità intorno alle notizie di loro vita, che noi interesserebbero più da vicino. Filolao gli è dubbio se fosse nato a Taranto, o Crotone: visse per la Grecia a Tebe; e poi, gli ultimi anni di sua vita, ad Eraclea di Lucania. Ad Eraclea stessa visse Clinia; ma è dubbio se nacque a Taranto. Eurito visse a Metaponto; e lo si fa nato a Taranto, o a Crotone o piuttosto a Metaponto stesso. Tutte queste dubbiezze mostrano che le notizie delle cose pitagoriche furono raccolte dalla tradizione orale, unicamente.

I nomi degli aderenti, discepoli o seguaci, della scuola pitagorica sono, negli antichi scrittori delle cose pitagoriche, infiniti. Restringendomi alla Magna Grecia, si trovano annoverati ventinove nomi di Pitagorici Crotoniati; non meno di ventotto Metapontini; ventisei di Taranto; otto di Locri; cinque di Caulonia; dodici di Reggio; sette di Posidonia; ed anche da Sibari, dodici[28](x01_CAPITOLO_11.xhtml). Sono inoltre riferiti come Lucani e Pitagorici Ocello ed Ocilo, fratelli, Oresandro, Cerambo, Dardaneo, Malia, Aresa e Polo; ai quali si vuole aggiungere Bindace, sorella di Ocello. Non tengo conto di Eccello, perché storpiatura di Ocello. Di Polo si ha un frammento sulla Giustizia presso Stobeo. Aresa sarebbe stato il capo della Scuola pitagorica dopo di Pitagora, e tra’ primissimi discepoli di lui, perché scampato, secondo alcuni, dalle stragi crotoniati; altri Invece lo ascrive alla seconda generazione dei Pitagorici. Di Ocello, è d’uopo parlarne separatamente, e lo faremo qui appresso.

Della credibilità di codesti dati numerici e dell’epoca dell’esistenza, contemporanea o successiva, di cotesti pitagorici non discuteremo. Abbiamo voluto raccoglierne, in complesso, il dato statistico, unicamente perché serva di elemento al giudizio sulla larga cultura, dal V secolo in poi, di questo ultimo lembo della penisola che fu ai Romani la Magna Grecia.

  
#### NOTE

[1.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) In SAN TOMMASO, _Metaf_. I, 7\. si legge che era nato in Samo, vicino Locri, che gli scrittori calabresi dicono corrisponda a Crepacore (ap. Antonini, 537). Di qui il libro del signor Macri _Discussione istorico-critica sulla patria di Pitagora_. Napoli, 1831.

[2.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) Anche nato in Lucania fu detto, o forse perché nato in Metaponto (secondo un antico innominato presso Porfirio), o forse perché confuso con un Pitagora di Laconia, a cui accenna Plutarco (_Numa_, 1).

[3.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) «Le compilazioni di Porfirio e di Giamblico, copiate su gran numero di autori, contengono — dice il GROTE — tra alcuni fatti senza dubbio veri, un confuso ammasso di notizie o incredibili, o non provate. Anche Aristosseno e Dicearco, migliori fonti, non vissero che un due secoli dopo Pitagora. Meiners ha maestrevolmente esaminato e giudicato la credibilità delle fonti, cui attinsero Porfirio e Giamblico, benché egli esageri i meriti e gli influssi dei primi Pitagorici, e dia troppa fede, in generale, ad Aristosseno. Il giudizio di Meiners su Porfirio e Giamblico è severo, ma giustificato…» GROTE, _Storia della Grecia_, vol. VI, c. 6, p. 288, in nota.

[4.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) Si ritiene dai più (ma per computi approssimativi) che fosse nato nell’Olimpiade 49 (a.C. 584); fosse venuto in Italia nell’Ol. 59 (544); e morto nell’Ol. 69 (an. 504).

Tutte le testimonianze, infinite, delle cose e delle leggende di Pitagora e Pitagorici si possono vedere raccolte e discusse nelle note de _La Philosophie des Grecs_, par E. ZELLER (trad. francese, 1877\. Paris vol. I).

[5.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) È supposizione del GROTE.

[6.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) Lo Zeller è di avviso che l’elemento scientifico-filosofico della concezione pitagorica sia posteriore a Pitagora, e straniero ai di lui intendimenti personali e al di lui disegno primitivo che era del tutto pratico (_La filosof. dei Greci_, I, 303).

In Italia, cominciando dal Vico, secondo il qualo il filosofo greco invece di fondatore doveva chiamarsi seguace della scuola italica, si pervenne all’autore del _Primato_, pel quale Pitagora è nostrale anziché greco, e nudrito della vecchia sapienza dorica, estrusca e pelasgica. (Conf. Nota di L. FERRI, Accad. Lincei, vol. VI, 1890).

Augusto Conti (seguendo il Romagnosi) volle sostenere (_Storia della filosofia_, I, Iez. XIII: prima edizione), che il «Pitagoresimo» come filosofia era nato in Italia anteriormente a Pitagora. — Scorie di patriottismo! di cui l’età presente si è liberata.

[7.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) CANTÙ, _Storia d’Italia_, I, cap. IX.

[8.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) Conf. GROTE, _Storia della Grecia_ (pag. 260, vol. VI, c. VI) che dice:

> «Le società politiche, con membri giurati sotto una forma o sotto un’altra, erano un fenomeno costante nelle città greche».

Grote stesso le indica pare col nome di Club politici, che erano numerosi, notorii e potenti.

[9.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) Ecco il passo di Tucidide (lib. VII, 5), che giova di riferire nelle parole del suo ultimo recente interprete latino, giacché in certe traduzioni italiane che ho sott’occhi (quella, per esempio, del canonico F. Boni, Torino, 1854) il senso è frainteso:

> «_Pisander quidem et conspirationes_ (ξὺνομοστιας)[9a](x01_CAPITOLO_11.xhtml) _quae prius in urbe erant judiciorum et magistratuum causa,_ omnes _adiit; et adhortatus est, ut in unum conjuncti et consilio communiter inito, popularem statum tollerent_». Traduzione latina di F. Haasii, nella edizione Didot, Parissi, 1862.

> [9a.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) ξὺνομοστας da ὄμνυμι _juro_, _jurejurando affirmo_, e ξύν, _attice pro_ σύν, _simul_. — Non ho visto il libro di HULLMANN, De Athenensium Xynomosia.

[10.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) SCHOEMANN, _Antichità greche_, II, 63; III, 450.

[11.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) DIODORO, _Fragm_. lib. X (nel vol. IV, pag. 261 della traduzione di F. Hoefer, Paris, 1846; ed a pag. 556 degli _Excerpta de virtutis et vitiis_). Cilone, escluso dalla società pitagorica,

> «_non potendo sopportare questo affronto, si dichiarò inimico di tutta la setta, formò una grande associazione_ (ἐταιρειαν μεγάλην) _contro di quella, e non cessò di farle guerra con i detti e con i fatti_».

[12.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) RITTER, _Stor. della filos_., suppone che l’obbligo di contribuire, a eguale scotto, allo sissitie o desinari in comune, poté, forse, darà origino alla tradizione, del resto insecura, della comunione dei beni.

E ZELLER dice: «Ciò che raccontano scrittori recenti (_cioè dopo l’apparizione del neopitagorismo_) sulla comunione de’ beni, è certamente favoloso» (_La philosoph. des Grecs_, I, 320, 311).

[13.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) GROTE, _Op. cit_., vol. VI, c. 6, p. 261.

[14.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) Un’eco ultima, benché ingrandita dalla stessa lontananza, è di queste parole di Cicerone (_Tuscul_. I, 16):

> _Tenuit Magnam illam illama Græciam tum honore disciplinae, tum auctoritate_. E inoltre (_Ibid_. V, 4): _exornavit eam Græciam et privatim et publice præstantissimis et institutis et artibus_.

Chi disse, tra l’altro, che Pitagora diede leggi e costituzioni a paracchie città italiche (che non si indicano), forse volle intendere delle leggi di Zaleuco e di Caronda, che asserirono discepoli di lui, e non fu, perché vissero, tra la penombra della leggenda e della storia, un qualche secolo prima di lui. Più determinatamente Diogene Laerzio scrisse che Pitagora introdusse i pesi e le misure nella Grecia, e forse volle intendere la Magna Grecia; ma è lecito dubitare chi pensi a qual grado di floridezza era giunta Sibari alla metà del secolo VI avanti Cristo, cioè prima di Pitagora. Recentemente lo Chaignet (di cui appresso) interpretando il concetto del Laerzio, pensa che si trattasse dell’introduzione nella bassa Italia del sistema eginetico o dorico de’ pesi e misure: ma se questo sistema potesse, per analogia, ammettersi per le città siculo-italiote di origine calcidica, manca l’analogia per le achee della Magna Grecia, ove visse Pitagora.

Alla speciale notizia del Laerzio credo si riattacchi l’opinione di quei moderni che, dall’uniformità del sistema monetario delle _incuse_ presso le città achee-italiote argomentando ad una Iega monetaria tra esse, ne riferirono l’origine o il vanto all’autorità di Pitagora: tarda rifioritura della leggenda pitagorica.

[15.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) KRISCHE, _De societate a Pythagora in urbe Crotoniatarum condita, commentatio_. Gottinga, 1831, p. 101.

[16.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) _Storia della filosofia antica_, vol. I. Iib. IV, c. I.

[17.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) _Op. cit_. vol. VI, c. 6.

[18.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) A. ED. CHAIGNET, _Pythagore et la philosophie pythagoricienne_. Paris, 1878, vol. 2.

[19.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) Lib. II, § LXXXI.

[20.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) Non sarà inopportuno di riportare qui la interpretazione del testo secondo la edizione curata da G. Dindorff (per Didot, Paris, 1862) ove si legge:

> _Nec vero templa ingrediuntur cum laneis amiculis, nec his induti sepeliuntur: nefas est enim. Qui mos congruit cum Orphicis quae vocantur et Bacchicis institutis; quae sunt eadem Aegyptiaca et Pythagorica. Nam qui horum sacrorum_ (orgion) _est perticeps, eum nefas est in laneis vestimentis sepeliri: cuius rei sacra quaedam redditur ratio_.

[21.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) Cotesto si trova in Giamblico; ma GROTE osserva: «Se così fosse stato davvero, la disruzione dei Pitagorici avrebbe partorito, naturalmente, la divisione e la occupazione permanerne del territorio di Sibari, ciò che non fu; perché Sibari restò senza possessori che vi risiedessero, fino alla fondazione di Turii». _Op. cit_., VI, c. 6, pag. 266, in nota.

[22.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) L’osservazione fu fatta dallo CHAIGNET, nell’_Op. cit_. della _Philosoph. pythagor_.

[23.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) Nello storico la indicazione del tempo non è determinata. «Heyne — dice Grote — crede che l’accordo, di cui più sotto fa cenno Polibio, ebbe luogo nell’Olimp. 83ª (= 458) o, a vero dire, dopo la fondazione di Turii sul posto di Sibari (_Op. Acad_., II, Prol. X, 189): ma è difficile poter credere che lo stato di commozione violenta (sedato poi, secondo Polibio, da cotesti accordi) possa aver durato un mezzo secolo; ammessa, per la caduta dei Pitagorici, la data del 504 avanti Cristo…» — GROTE, _Op. cit_., VI, c. 6, 275, in nota.

[24.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) Τα συνέδρια.

[25.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) Lo stesso Grote dice «imbarazzante» questo accenno a Sibari, che, secondo la storia ricevuta, fu distrutta nel 510\. «Parrebbe (egli osserva) che Polibio intenda la storia di Sibari ben altrimenti che essa non si narri comunemente». E conclude: «Le autorità da lui, Polibio, seguite per la storia greca del V secolo avanti Cristo non sono quelle a noi note» (Vol. VI, 6).

[26.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) POLIBIO, lib. II, § 39.

[27.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) Lo ZELLER dice:

> «Dopo la dispersione delle associazioni pitagoriche e per questa dispersione Ia filosofia pitagorica fu conosciuta nella Grecia propria. Le orgie (o misteri) Pitagoriche vi erano arrivate anche prima: e non mancarono pensatori isolati che ne conobbero le dottrine filosofiche, ma solamente a questa si à notizia di scritti pitagorici, e di pitagorici viventi fuori d’Italia». — _Op. cit_. p. I, 237.

[28.](x01_CAPITOLO_11.xhtml) _Ap_. STANLEY, _Hist. Philosoph_.

# CAPITOLO XII

# DI OCELLO LUCANO

  
Di Ocello Lucano è dubbio il nome, l’età, la patria, la scuola cui appartenne, l’autenticità del libro che porta il suo nome, e finanche l’esistenza sua! Anzi, il dubbio si estenderebbe all’esistenza di tutti quei pitagorici che furono detti «lucani» dai biografi di Pitagora. Ma noi non ci occuperemo, particolarmente, se non di Ocello.

Si trova nominato la prima volta (lui e il suo libro «Sulla natura delle cose»)[1](x01_CAPITOLO_12.xhtml) da Filone, che è il filosofo ebreo del 1º secolo dopo Cristo; e questa che è tarda testimonianza dello scrittore giudaico non potrebbe gran fatto assicurare intorno all’esistenza reale dell’uomo, nonché del libro, se non soccorresse la logica, per indiretti argomenti, a testimoniare in pro della verità. Se il libro di Ocello non è genuino ma fittizio, e se fu compilazione del primo secolo avanti Cristo (come suppongono antichi e moderni critici di Ocello)[2](x01_CAPITOLO_12.xhtml) non parrebbe natural cosa, che colui che finse il libro al secolo primo innanzi Cristo, avesse imposto in fronte alle dottrine che voleva accreditare per antiche, il nome di persona supposta o ignota.

Non si fingono libri di ignoti per ingannare i contemporanei su antichi fatti, dei quali, se d’ignoti, la testimonianza val nulla; non d’ignoti per dare credito a dottrine controverse. Se il libro fu messo fuori da un falsario, ai tempi della risorta scuola neopitagorica nel primo secolo avanti Cristo sotto il nome di Ocello, vuol dire che era noto, che era indubitato, allora, che un Ocello avesse esistito, prima di quel secolo, tra filosofi «della scuola italica» o tra i filosofi di origine «italica». E se, al primo secolo avanti Cristo, era ritenuta per certa e nota ai dotti l’esistenza di un Ocello, filosofo e lucano di patria, con quale dritto potrebbe dubitare dell’esistenza dell’uomo la critica di oggi?

Anche del «nome» fu dubitato, e quanto alla genuina grafia sua, e quanto alla derivazione. Ma un titolo osco di Ercolano ha già dato il gentilizio Aukil che corrisponde appunto al latino _Ocelus_ od _Ocellus_: ed un’antica iscrizione latina di Benevento ricorda proprio un’_Ocellia optata_, sicché l’impronta osca e la derivazione italica è pretta e genuina nel nome del filosofo di Lucania[3](x01_CAPITOLO_12.xhtml).

Che se negli antichi manoscritti del libro s’incontra non sempre identica la grafia del nome, gli è un fatto né singolare, né raro. Tra le grafie varie di _Ocelos_, nei manoscritti di stobeo e Giamblico, di _Ocellos_ in Luciano e Filone, d’_Oucellos_ ed _Eccellos_, ed _Ocelos_ ed _Oicellos_ presso altri manoscritti ed editori dei libro[4](x01_CAPITOLO_12.xhtml), ormai è consentila ed accettata da tutti quella di Ocello. Non è questa la maggiore difficoltà contro il fatto dell’esistenza dell’uomo.

È ben più difficile stabilire con certezza l’epoca della esistenza sua. Finché non si dubiti di lui e del suo libro, egli debb’essere riferito al secolo V a.C.; e così fu scritto. Ed è la comune opinione dei vecchi eruditi che trae, partito dallo parole di Luciano, che nomina Ocello tra gli uditori, anzi, a parlare preciso, tra i familiari[5](x01_CAPITOLO_12.xhtml) di Pitagora; e si fonda sulle lettere di Archita a Platone e di Platone ad Archita. Ma Luciano, ch’è del tempo degli Antonini, è troppo tarda testimonianza pei tempi di Pitagora; e le lettere di Archita e di Platone[6](x01_CAPITOLO_12.xhtml) sono ormai tenute, nonché dubbie, supposte; quantunque anche tra scrittori recenti le lettere che vanno sotto il nome di Platone siano accettate come autentiche da un dotto di prima riga, il Grote[7](x01_CAPITOLO_12.xhtml).

Ma occorre fare un cenno di una di queste lettere per una strana particolarità di fatto che in essa s’incontra.

Archita scrive a Platone che, per raccogliere gli scritti[8](x01_CAPITOLO_12.xhtml) di Ocello che lui Platone desidera, erasi recato in Lucania presso i discendendi di Ocello[9](x01_CAPITOLO_12.xhtml) e aveva potuto procacciarsi quattro trattati scritti dal filosofo lucano, sulla Legge, sul Principato, sulla Santità e sulla Genesi del tutto. E li mandava, questi per ora. E Platone, scrivendo in risposta ad Archita la lettera (che è la 12ª della raccolta), loda l’uomo che li scrisse e gli antenati di lui. E

> «ben parmi — egli dice — che Ocello sia degno degli antichi e gloriosi suoi antenati, i quali è fama fossero di Mira, e del numero di quei Troiani, che emigrarono con Laomedonte: tutti gente dabbene, come dalla tradizione antica ci è tramandato».

Or come e donde cotest’associazione d’idee strana tra il filosofo «lucano» e i suoi pretesi antenati di Mira nella «Licia?» lo penso che colui che scrisse la lettera a nome di Platone o confuse un «lucano» — _leucanos_ — con uno della Licia — _lycianos_ — ovvero tenne Ocello come nativo di Crotone, ove fu la sede precipua della scuola pitagorica, e i Crotoniatl, come discendenti dai coloni della Licia, secondo una tradizione che s’incontra in scrittori dei tempi alessandrini[10](x01_CAPITOLO_12.xhtml). — E l’una o l’altra delle due congetture non conferisce valore alla autenticità delle due lettere.

Ma se escludo l’autenticità di queste lettere, non do peso agli argomenti, contro l’autenticità del libro e dell’uomo, che altri traeva dalla quistione cronologica. Al Niebhur piacque di abbassare cronologicamente, e di molto, l’arrivo delle tribù lucane nella regione a sinistra del fiume Silaro: esse, a suo giudizio, non avrebbero potuto venirne alle nuove sedi della Lucania prima che i Sanniti non fossero scesi verso la Campania; e questi non occuparono Capua prima del 330 di Roma, ossia 424 a.C. Di tal che (se così fosse) apparirebbe evidente nonché l’assurdità di «gente lucana» quale uditrice di Pitagora, vissuto nel secolo innanzi, ma l’incongrucnza di Lucani discepoli dei primi filosofi pitagorici, quando quelle genti erano ancora nello stato di civiltà rudimentaria, anzichenò chiuse nelle squame della barbarie. E fu in forza di queste considerazioni, senza dubbio, che il Niebhur stesso poté scrivere:

> «I filosofi lucani del tempo di Pitagora, o di tempi anche molto a lui posteriori, hanno solamente potuto avere esistenza in una recente invenzione; come lo dimostra lo stato della nazione»[11](x01_CAPITOLO_12.xhtml).

Ma il dato cronologico dell’esodo dei popoli lucani, dal Liri al Silaro, ha per noi altri limiti; e per quello che abbiamo già innanzi stabilito[12](x01_CAPITOLO_12.xhtml) l’arrivo di essi nella regione a sinistra del Silaro non potrebbe mettersi piu giù del secolo VI al VII a.C. Avremmo, dunque, l’intervallo di almeno un secolo e mezzo di tempo tra questo limite di tempo e quelli di Pitagora a Crotone. Non è quindi per nulla incongruo l’ammettere che dopo quattro o cinque generazioni dall’arrivo dei Sabellici, nella Lucania, alcuno di codesto giovine popolo avesse potuto farsi uditore di Pitagora, nonché di altri de’ più vecchi pitagorici discepoli di lui, nelle città di Metaponto o di Crotone.

  
Ma in quale delle città della Lucania era nato Ocello? L’inchiesta tentò uno scrittore del secolo passato; e questi fu Vito Giliberti nato in Suponara nel 1756, morto nel 1809, erudito uomo che diè alla luce molte opere attinenti alla legislazione ed alla storia del reame di Napoli. Un suo opuscolo che venne fuori il 1790, rivelava l’antico arcano dello stato civile di Ocello; e la patria era Grumento.

L’opuscolo, che è ormai una rarità bibliografica[13](x01_CAPITOLO_12.xhtml), dopo le antiche testimonianze ben note della esistenza del filosofo lucano, pubblica due antiche iscrizioni funerarie latine, ch’egli dice trovate nelle ruine di Grumento[14](x01_CAPITOLO_12.xhtml), e che riferendosi alla memoria di Ocello e di una donna detta Vibrendinosa Ocella, ben farebbero arguire in Grumento e la culla e la discendenza del filosofo. A me la religione della famiglia non riterrà dal dire che oggi l’opuscolo ha punto valore; né aggiungerò parola sull’autenticità delle iscrizioni, ormai da tutti i dotti sfatate; ma non tacerò la meraviglia come esse abbiano potuto trovar fede presso eruditi napolitani, non tutti d’infima riga[15](x01_CAPITOLO_12.xhtml). Scusabili, forse, quei del secolo passato, se è vero che la educazione letteraria del tempo non faceva contennendo chi, anche fingendo notizie o falsificando documenti, intendesse di accrescere gloria alla patria; ma non scusabili noi, se, per recare onore alla patria, s’indulgesse a fare offesa alla verità e ai dritti della storia.

Fra tutto cotesto fascio di dubbii, non è il meno giustificato quello che meno dovrebbe apparir dubbio, la scuola, cioè, a cui Ocello appartenne. Il primo che lo annoveri espressamente fra i Pitagorici è Giamblico, ch’è scrittore tra il terzo e il quarto secolo dopo Cristo: Filone del primo secolo, non lo dice espresso; ma parmi lo lasci intendere. Diogene Laerzio ne tace; ma Luciano lo annovera tra gli «uditori» di Pitagora.

Gli antichi adunque lo ritennero come un pitagorico, e di là gli scrittori del rinascimento lo considerarono come filosofo della scuola pitagorica. Ma di qua è sorto presso i moderni quel primo germe del dubbio che fece negare l’autenticità del libro del filosofo lucano. Al libro «Della natura delle cose» manca un fondo di dottrine pitagoriche, anche delle più caratteristiche, alla scuola italica, quali la dottrina de’ numeri, della metempsicosi, dell’armonia dell’universo. I critici non ve ne trovano traccia: il libro adunque, per essi, non è autentico.

Ma anche ammesso che ciò sia vero, come egli è vero, non ne segue a filo di logica che questo, cioè: o che il libro quale a noi è pervenuto non sia quello che scrisse il pitagorico Ocello; o che l’autore del libro, genuino, non sia un pitagorico[16](x01_CAPITOLO_12.xhtml). 

Contro la prima conseguenza sta il fatto che lo stesso Filone ebreo accenni manifestamente all’attuale libro[17](x01_CAPITOLO_12.xhtml) nel quale si dimostra I’eternità dell’universo; e non ad altro.

So che si può opporre a questo argomento di fatto la opinione del Mullack e di altri con lui, che il libro fu finto al risorgere del neopitagorismo, nel primo secolo avanti Cristo. Ma come contro a questa speciale conclusione contrasti l’opinione stessa del Mullack, diremo innanzi.

È dunque più sicura la seconda illazione. Gli antichi eruditi poterono annoverare Ocello tra i pitagorici, non altrimenti che altri degli antichi considerarono tra i pitagorici anche Parmenide, Zenone ed Empedocle. Strabone, della stessa epoca di Filone, dice espressamente pitagorici i due capi della scuola eleatica. Ed è di agevole spiegazione l’error loro o l’equivoco. Fu già avvertito[18](x01_CAPITOLO_12.xhtml) che la notizia della esagerata estensione della scuola pitagorica derivò altresì dalla confusione, che fu fatta nei tempi posteriori tra filosofi «della scuola italica» e filosofi di origine, o patria, o nazione «italica». Parmenide, Zenone, Empedocle furono «italici» di patria, ma non della «scuola italica» o pitagorica. Quegli antichi confusero l’una con l’altra qualità. Lo stesso avvenne per Ocello. Fu filosofo di origine, o patria, o nazione, senza dubbio «italica»; e questo bastò, perché nelle carte di storici men diligenti passasse il suo nome tra i filosofi della «scuola italica» o pitagorica.

Diradate, in parte almeno, le tenebre di questo dato storico, occorre venirne al dato della genuinità o della finzione del libro _Sulla natura delle cose_, il cui autore in tutti i manoscritti finora noti[19](x01_CAPITOLO_12.xhtml) porta il nome di Ocello Lucano. E questa trattazione, per le ragioni del nostro subietto, e non ostante l’aridezza e il suo carattere polemico, merita un più particolareggiato discorso.

La prima edizione a stampa del libro di Ocello è del 1539; e a questa tennero dietro altre parecchie nel secolo stesso[20](x01_CAPITOLO_12.xhtml). Un qualche lieve dubbio sull’autenticità del libro non s’incontra la prima volta se non in qualche scrittura del secolo XVII[21](x01_CAPITOLO_12.xhtml); ma la carica a fondo contro l’autenticità è dovuta, innanzi tutto, ad un uomo di acume e di valore grandissimo, il Meiners, sul dechino del secolo XVIII, verso il 1780[22](x01_CAPITOLO_12.xhtml). I posteriori, aggiungendo o rettificando qualche argomento, non mutarono le basi dell’attacco, né crebbero gran fatto il vigore di esso.

Al Meiners si opposero prima il Bardili nel 1788; poi Augusto Federico Guglielmo Rudolph. Questi è, a mio avviso, quegli che abbia studiato con più diligenza, con più amore, con più longanimità[23](x01_CAPITOLO_12.xhtml) la questione di Ocello; e i risultamenti del lungo studio e della minuta analisi sono consegnati nella sua edizione critica di Ocello, e nella non breve dissertazione sull’autenticità del libro, stampata in seguito al testo, l’anno 1801, in Lipsia[24](x01_CAPITOLO_12.xhtml).

La vivace e ripetuta critica del Mainers si svolge in argomenti di carattere negativo e di carattere positivo. È per lui un argomento contro l’antica esistenza del libro il silenzio che tennero di Ocello e Platone, ed Aristotile, e Galeno, e Plutarco, non si potendo prestare fede alle supposte in bassa età lettere di Archita e di Platone. Non è bastevole per lui l’autorità di Filone ch’è tarda; né, molto meno, degli altri posteriori a Filone. Mancano nel libro le dottrine caratteristiche e proprie alla scuola pitagorica; manca quel certo sapore di arcaismo, quell’effluvio di antichità rude e austero, che dovrebbe essere nòta propria a scrittori del secolo V avanti Cristo; vi si trova, invece, una perspicuità anche maggiore che non sia dato incontrare in filosofi del quarto secolo.

Il libro (egli continua) sostiene la dottrina dell’eternità del mondo. Ma questa dottrina non fu messa in corso prima di Aristotile, che apertamente se ne disse e se ne vantò l’inventore; e quel Censorino, che attribuì a Pitagora la dottrina dell’eternità del genere umano, non merita fede, ingannato che fu da libri spurii. Anzi, nei libri di Aristotile, s’incontra tal numero di frasi, e parole, e dottrine simili ed identiche a frasi, parole e dottrine contenute nel libro di Ocello, che è forza conchiudere l’uno le abbia copiate dall’altro. Or si può egli credere che il ripetitore sia Aristotile? Anche di parole e frasi che si leggono nelle opere di Platone, può farsi la stessa dimanda, se desse si leggono identiche nel libretto di Ocello. Infine (e questi argomenti furono aggiunti dal Tiedemann), si scorgono manifeste in Ocello le tracce della fisica di Aristotile; mentre le dottrine sugli elementi e loro permutazioni, che in Ocello si leggono, non sono concetti dei pitagorici; giacché costoro niente insegnano intorno al fuoco, alla terra e ad altri elementi dei corpi, secondo avvertì lo stesso Aristotile[25](x01_CAPITOLO_12.xhtml).

A questo attacco il Rudolph entra in campo a combattere; e per verità non può dirsi che nella lotta egli sfugga, o dimentichi, o attenui qualcuno di cotesti argomenti. Ma, naturalmente, quelli che hanno fondamento in criterii di giudizio subiettivi degli oppositori, non si può con dirette prove ribatterli; come non si può con dirette prove sostenere alcuni dei giudizii del Rudolph, che si fondi anche esso su criteri subiettivi.

Che cosa fa alla questione dell’autenticità il silenzio di Platone, di Aristotile, di Plutarco o di Galeno? Già prima di Plutarco e di Galeno visse Filone; e la testimonianza di Filone reciderebbe ogni valore al silenzio di Galeno e di Plutarco. Ma sono, forse, pervenute fino a noi tutte le opere di Platone, tutte quelle di Aristotile? Non si sa anzi, per converso, che sia perduta l’opera appunto di Aristotile che trattava dei Pitagorici? Ma, del resto, che cosa egli prova nel campo della logica un argomento negativo?

Maggiore importanza è nel pronunziato che la dottrina dell’eternità del mondo non fu insegnata prima se non da Aristotile. Egli stesso se ne disse l’inventore, e se non gli si voglia prestar fede, sarà forza di considerare lui come un plagiario o un mentitore; e questo ripugna alla autorità del «maestro di color che sanno». Ma il Rudolph, con minuta analisi, dimostra che in nessun luogo Aristotile vanta o dice sé stesso inventore di cotesta dottrina. La sostiene egli, sì, e confuta altri filosofi che, come Platone, sostennero la non eternità, cioè il cominciamento del mondo; ma che egli se ne dicesse «l’inventore» è pronunziato questo degli espositori di Aristotile, non di lui. Or basta ricordare gli Eleatici, e ricorrere ai versi del vecchio Parmenide per avvertire che la dottrina della eternità delle cose fu sostenuta prima di Aristotile. E che cosa vuole dire questo per la questione che ci occupa? Può dire, tutto al più, che il libro di Ocello sia posteriore all’età di Parmenide, ma non vuol dire ch’esso è spurio.

Il Meiners raccoglie, qui e qua, frasi e parole, che egli dice proprie della filosofia platonica, o della eleatica, o degli Stoici, o di Anassagora, e non de’ pitagorici: e poiché si trovano nel libro di Ocello, esse testimoniano contro l’autenticità. E il Rudolph lo siegue a passo a passo su questo lubrico terreno. E dopo aver ricordato[26](x01_CAPITOLO_12.xhtml) che il libro, a giudizio di tutti, fu tradotto dal dialetto dorico in attico (il che dovrebbe rendere meno austera l’occhiuta e minuta caccia alle parole) fa notare, come da niun discreto intelletto può negarsi, che è molto arbitrario, è molto imprudente, è molto pretensionoso lo affermare reciso la tale parola non fu usata al tempo dei Pitagorici, ma è del tempo dei Platonici; la tal altra è dei tempi più recenti e non degli antichi: coteste sono affermazioni o giudizii, per limite, elastici, per contenuto, indefiniti e, a ferri corti, indeterminabili. Se speciali parole o speciali concetti ocelliani si trovano negli Elaatici, questo non si oppone all’antichità del libro, anzi la conforterebbe, si opporrebbe unicamente tutto al più, al colore, al carattere della scuola onde il libro si dice procedere. E se tale altra parola è detta che sia propria alla filosofia degli Stoici, il Rudolph avverte che Ocello l’adopera in senso diverso che gli Stoici la usarono; ma se cotesto argomento (egli aggiunge) valesse gran che, anche qualche opera di Aristotile dovrebbe dirsi spuria[27](x01_CAPITOLO_12.xhtml), poiché in essa pure si trova qualche traccia di tal genere parole proprie alla filosofia degli Stoici[28](x01_CAPITOLO_12.xhtml).

Il Rudolph non nega che talune speciali frasi o parole si trovino identiche in talune opere di Aristotile ed in Ocello, e ammette, con piena lealtà, che la identità è siffatta, che l’uno debbe aver copiato o tenuto presente il libro dell’altro. Dire che Aristotile abbia copiato da Ocello, così alla spiccia, farebbe sorridere di pietà. Ma il nostro critico si dà ad un raffronto minutissimo sì dei luoghi ove le identità traspaiono, sì della dottrina che ivi è svolta dai due filosofi; e considerato che in cotesti luoghi Aristotile svolge ampiamente ciò che Ocello solamente accenna; e quegli rifà a pronunziati generali ciò che questi riferisce a pronunziati singolari, e il primo ne cava conseguenze e ne svolge premesse, che in Ocello conseguenze e premesse non sono; e avvertito, inoltre, che in quei medesimi luoghi Aristotile accenna ad _altri_ filosofi e a _più antichi_ filosofi che di quei pronunziati e dottrine da sé, Aristotile, ivi esposte, quelli omisero di trattare[29](x01_CAPITOLO_12.xhtml); considerato infine che in taluni di quei luoghi riconosciuti come identici, la dicitura di Aristotile è più netta, elaborata ed elegante che nelle frasi ocelliane non sia[30](x01_CAPITOLO_12.xhtml), egli viene nella conseguenza che il libro di Ocello sia più vecchio delle scritture aristoteliche, in cui si ravvisarono le identità; argomentando secondo quel processo logico della natura che nello sviluppo organico delle esistenze va dal semplice al composto, dal rude all’elegante, dal sobrio all’ornato, e non viceversa.

Il Tiedemann nella quistione di Ocello mutò due volte di avviso; prima ammise l’autenticità, poi si pronunziò contro. Parvero a lui più che tutto importanti talune affermazioni di Aristolile; il quale se disse (_Met_. I, 7), che nulla insegnarono i Pitagorici (della natura) del fuoco, della terra e di altri elementi della materia, e se in Ocello si trova una sua propria dottrina intorno alla azione degli elementi, vuol dire che il libro è spurio. E a meno che (egli aggiunge) non si voglia dire Aristotile un plagiario, si ha da convenire che «tutta la teoria di Ocello intorno alla materia primitiva informe, e alle qualità opposte, unite ad essa per produrne lo sviluppo, tutta la dottrina intorno alle permutazioni degli elementi per via di queste qualità, nonché intorno all’eternità dell’universo, è dottrina assolutamente e indubbiamente aristotelica[31](x01_CAPITOLO_12.xhtml).

Il Rudolph, a sua volta, non nega che possa dirsi «aristotelica» una dottrina da Aristotile approvata e difesa; ma se si voglia intendere una dottrina concepita e insegnata unicamente da Aristotile, egli avverte che di codesta dottrina (cui si riferiscono le parole del Tiedemann) negò il Patrizio, come già lo stesso Siriano aveva negato che fosse invenzione di Aristotile. Anzi lo stesso Aristotile, nel libro _De Generat. et Corrupt_. (lib. II, c. 1, t. 6) ove della dottrina degli elementi si disputa per instituto, quando parla degli elementi primi, accenna già ad altri filosofi che ne ebbero discorso[32](x01_CAPITOLO_12.xhtml). E questo basta alla causa di Ocello.

Quanto all’affermazione di Aristotile che i Pitagorici nulla insegnassero del fuoco e di altri principii elementari della materia, che fa ciò all’autenticità del libro di Ocello? A filo di logica, la testimonianza aristotelica potrebbe mostrare, tutt’al più, che l’antico filosofo lucano non sia da annoverare tra «pitagorici»: questo e non più.

Il Rudolph non omette di osservare, come in questo libretto, che pure si dice fattura di tardi tempi e prossimi all’era volgare, non si trovino parole o dottrine di tempi posteriori ai primi Pitagorici. Vorrà dire anche questa non altro che una finezza dell’impostore astuto e sagace? E fu detto![33](./images/#Ns%5Fback-nota-33) Ma, e allora, costui ch’è pure ritenuto da tutti come uno scrittore sagace, fine ed astuto, avrebbe, dunque, sì bassamente intoppato nel poco astuto ripiego di copiare, alla lettera talune frasi, talune espressioni di un sì grande e noto filosofo come Aristotile, mentre era sì facile cosa il mutarle di vesti o di colorito?

Da questo fascio di sottili analisi, di minute investigazioni e difese il Rudolph, che pure evidentemente giudica autentico il libro di Ocello, si limita a queste discrete conclusioni, cioè: «essere probabile che il libro sia genuino; non essere probabile che il libro sia finto».

  
Ma il poderoso lavoro del Rudolph non ha chiusa la quistione. Il recente editore del libro di Ocello che è il Mullack, nella raccolta dei _Frammenti degli antichi filosofi greci_, per la edizione del Didot, si dichiara non atterrito dalle argomentazioni di lui; e persiste a credere non autentico il libro di Ocello. Egli è d’avviso che fosse finto nel corso del primo secolo avanti Cristo, quando rivissero i germi della filosofia neopitagorica; e quando furono inventati anche altri scritti di pitagorici antichi, ad intenti di speculazione libraria. In quell’epoca Giuba II, che fu un re della Libia e contemporaneo di Augusto, ebbe intendimento di fondare una sua biblioteca che fosse pari a quella di Alessandria, ed ordinò fosse raccolto quanto si potesse rinvenire degli scritti di Pitagora e degli antichi Pitagorici. Di qui surse una speciale industria di impostori bibliografi; ed il fatto è ricordato da un antico espositore di Aristotile[34](x01_CAPITOLO_12.xhtml).

Ma l’erudita congettura del Mullack, se sarà giusta per la congerie degli scritti fittizii pitagorici, non mi pare che possa valere per il libro di Ocello. Se una delle ragioni fondamentali contro l’autenticità di questo si vuol cavarla appunto dalla non conformità del suo contenuto colle dottrine pitagoriche, gli è chiaro che l’impostore, se non avesse voluto sprecare tempo e fatica a mistificare i bibliotecarii del re Giuba, avrebbe appunto intessuto delle dottrine pitagoriche, o non delle aristoteliche, né delle eleatiche, il libro «Sulla natura delle cose».

Alla prova della genuinità di questo libro manca un solo dato estrinseco, ciò è la notizia sicura del tempo in cui visse Ocello. Se la nota cronologica fosse fuori dubbio, gli argomenti che raccattano per ribattere o per difendere l’autenticità del libro, avrebbero una base solida e un punto di riscontro di sicura importanza. Mancando il dato cronologico, si va e si viene in un circolo che non ha uscita; la creduta non genuinità e non antichità del libro riverbera il dubbio sull’autenticità della persona, e la persona si libra campata in aria, fuori i limiti necessarii alla realtà dell’esistenza, il luogo ed il tempo. Noi, quanto a noi, teniamo fermo all’autenticità dell’uomo; poiché (si vuol ripetere) chi avesse finto il libro per accreditare dottrine antiche, non l’avrebbe attribuito a persona non che ignota, fittizia, e per giunta, di patria «barbaro». Un «barbaro» che insegni ai Greci era l’ironia della scienza[35](x01_CAPITOLO_12.xhtml).

Ma circa il tempo di sua esistenza non dubito di riconoscere che mancano elementi sicuri per allogarlo all’epoca dei primi Pitagorici, che vissero nella seconda metà del secolo V dal 450 al 500 a.C. Se li libro fosse, fuori contestazione, genuino, la quistione sarebbe sciolta, e il libro testimonierebbe a pro dell’autore. Ma poiché il libro, quanto all’epoca sua, lascia almeno dei dubbi; poiché se elementi subiettivi non mancano nel complesso delle argomentazioni contro l’autenticità di esso, non mancano del pari elementi subiettivi nelle argomentazioni a favore dell’autenticità e dell’antichità del libro stesso, parmi ragionevole di appigliarsi ad un partito medio.

La scuola pitagorica si protrasse (come abbiamo visto) fino ai tempi di Aristosseno, discepolo di Aristotile, morto nel 321; cioè fino al secolo IV a.C. Niente, adunque, si opporrebbe a che fosse riferita a questi tempi la cronologia di Ocello. A cotesta epoca, le incongruenze storiche e i dubbi intorno all’uomo e al libro sparirebbero: la nazione lucana già esisteva fiorente di forze e di gioventù, se non di coltura: le dottrine di Aristotile, nonché le eleatiche, erano divulgate, e nulla di men che naturale si opporrebbe a credere che una qualche vena avesse potuto infiltrarsene nel rivolo, derivato o no per opera di Ocello, nell’antico fiume pitagorico. Diminuirebbe, è vero, l’importanza del libro di Ocello, quando non possa assorgere quale monumento antichissimo dell’antichissima dottrina pitagorica. Ma se scema, non perde d’importanza[36](x01_CAPITOLO_12.xhtml); e questo riconoscono anche coloro t i moderni, che ritennero il libro come fattura del I secolo innanzi l’era volgare.

Per noi però non è dubbio che sia di molto più antico del I secolo. Le lettere di Platone erano già conosciute in numero di 13, e riconosciute autentiche dal dotto grammatico Trasillo, che fu contemporaneo di Augusto e fu il riordinatore delle opere di Platone, stesso. Fosse pure non autentica la lettera dodicesima di Platone che è quella relativa ad Ocello, io dirò con le parole di un dotto uomo, lo Chaignet, che se Trasillo s’ingannò sull’autenticità di essa, l’inganno non poté aver luogo altrimenti, che in virtù dell’autorità già nel pubblico acquistata, e vuol dire in virtù d’una prescrizione che non poteva non avere avuto una lunga durata[37](x01_CAPITOLO_12.xhtml). E se nel canone degli autori classici, detto di Aristofane di Bisanzio, furono comprese anche le lettere platoniane, poiché questo dotto grammatico fioriva verso l’anno 260 a.C., saremmo autorizzati di ammettere (conchiude lo Chaignet) che il libro di Ocello, poiché è ricordato nella dodicesima delle lettere in quistione, debbe risalire almeno ai principî del III secolo a.C.[38](x01_CAPITOLO_12.xhtml).

Per tutto questo complesso di fatti vede il lettore discreto che non si potrebbe con piena convinzione di mente aderire all’avviso di chi ha voluto riferire l’origine del libro ai neopitagorici del secolo primo avanti Cristo. Una scrittura di tale origine e di tale epoca avrebbe contenuto della dottrina pitagorica ben altro e ben più che il libro non contiene. Altrimenti la finzione neopitagorica a chepro?

  
#### NOTE

[1.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) Περὶ τῆς τοῦ παντὸς φὺσεως (_De universi natura_), questo è il titolo che si legge nelle prime linee del libretto: tale altresì è in Filone e in Stobeo. Nella lettera di Archita (di cui in seguito) è detto invece: Περὶ τᾶς τῶ παντὸς γενέσιος; e con altra piccola variante si legge in Proclo.

Filone nacque venti anni prima dell’era volgare.

[2.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) In MULLACK, Fragmenta Philosophorum Græcorum collegit, collegit F.C.A. Mullachius. Parisiis, Fir. Didot, 1860, vol. I, p. 383.

[3.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) In FABRETTI, _Glossar. Italicum_, ad verba _Ocellus_ ed _Aukil_. — L’iscrizione osca ercolanese è: _L. Slabiis L. Aukil_, cioè: _Slabius Lucii (filius) Ocelus_.

[4.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) Le varie lezioni sono riferite dal MULLACK, _Op. cit_.

[ 5.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) Ὀμιλητὴς.

[6.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) Presso DIOGENE LAERZIO, nella vita di Archita; lib. VIII.

[7.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) _Storia di Grecia_, vol. XV, cap. IV, pag. 317 in nota. Egli scrive (riferendosi all’Ast, che aveva detto quelle lettere sprezzabili e apocrife)…:

> «Dopo avere attentamente studiato e le lettere in sé ed il ragionamento di Ast, io dissento interamente dalle conclusioni di lui. La prima lettera, che si dice venga non da Plotone ma da Dione, è la sola contro cui mi paiono valide le presentate obiezioni. Contro le altre, non credo che egli abbia esposto ragioni sufficienti a dichiararle apocrife; e però io continuo a considerarle autentiche, come era l’opinione di Cicerone e di Plutarco. Ast stesso ammette che l’autenticità di esse non era messa in dubbio nell’antichità, per quanto a noi è noto». — Delle tredici lettere (quante sono quelle raccolte o conosciute sotto il nome di Platone) meno la prima, le altre sono autentiche pel Grote; segnatamente la 2ª, 3ª, 4ª, 7ª, 8ª e 13ª, che si riferiscono agli avvenimenti di Dione e Dionisio. «La maggior parte degli argomenti di Ast (continua il Grote) si fonda non su pretese inesattezze di fatti, ma sopra pretese improprietà, o bassezza di pensieri, o pedanteria, o misticismo, o insegnamenti filosofici fuori di luogo. Ma tutte queste non sono prove: ciò significherebbe, tutto al più, che Platone scrisse delle lettere, le quali, giudicate alle nostre regole dell’arte epistolare, sono goffe e pedantesche…».

[8.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) Υπομνεματων, ai latini _commentaria_, ovvero trattazioni sobrie, ma diligenti.

[9.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) La parola è ἔκγονοι, che significa «figli o nepoti»: _filius_ in Omero, _Odiss_. III, 123, _nepos_ in Senofonte, _Cyrop_. v. 3, 19: _Ap_. RUDOLPH (di cui appresso), a pag. 370.

[10.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) Al verso di Licofrone, che nomina il fiume Neeto presso Crotone, lo scoliastes Isacio commenta con queste parole, interpetrate e fatte latine dal Cluverio:

> «_Navaethus amnis, ita adpellatus, at auctor est Apollodorus et reliquis; quia post Ilium captum, Laomedontis filiæ, Priami sorores… cum reliquis captivis, quum hoc tractu Italiæ forent, Græciaæ servitutem fugientes, navigia incenderunt: unde amnis Navæthus vocatus est_». In Cluverio, _Ital. Antiq_., II, p. 1312.

[11.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) _Storia Romana_, I, p. 83, in nota, della edizione di Napoli del 1846.

[12.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) Al capitolo II.

[13.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) _Ricerche sulla patria di Ocello Lucano_, dell’avvocato VITO GILIBERTI. Napoli, MDCCXC. — È dedicato «a S.E. il signor D. Guglielmo Hamilton, cavaliere del Real Ordine del Bagno, Inviato straordinario e Ministro plenipotenziario di S.M. Brittanica presso S.M. il Re delle Due Sicilie». Nella dedica, che è da Napoli 1º marzo del 1790, si dice _occasionato l’opuscolo da due lapidi scoperte in Ottobre passato_. L’opuscolo comincia con un «Brieve elogio di Ocello» e seguono le «Investigazioni della di lui patria». — Ne fu commessa la revisione preventiva a Mario Pagano, professore nell’Università, del quale mi piace riferire l’intera lettera, che è questa:

> «Signore (_sic_). Le ricerche sulla patria di Ocello Lucano, dell’avvocato Vito Giliberti, lungi di contenere cosa che offenda i dritti della sovranità o la buona morale, presentando al pubblico delle ragionevoli congetture sul luogo natìo di quel profondo filosofo, alla memoria degli uomini richiama lo stato dell’antica cultura di queste belle e fortunate provincie, di modo che gli animi dei presenti si destino allo splendore dell’antica gloria. Quindi io son d’avviso che sien della pubblica luce degne le fatiche di questo colto ed erudito giovane, se così piace alla M.V., cui rispettosamente m’inchino e bacio le mani. — Della V.R.M. — Napoli, 17 febbraio del 1790\. — Divotiss. fedeliss. suddito, FRANCESCO MARIO PAGANO».

Vito Giliberti tenne pubblici uffizii nella segreteria del Ministero degli affari ecclesiastici, al cadere del secolo XVIII: pubblicò per le stampe, in breve giro di anni, parecchi volumi, e sono: _Saggio della romana giurisprudenza_. Napoli, 1792, in due volumi; _Storia filosofica e politica della fondazione dei reami delle due Sicilie_. Napoli, 1795; _La polizia ecclesiastica del reame di Napoli_, in tre volumi, Napoli, 1793, e ristampata verso il 1840\. — È presso di me un suo manoscritto, ed inedito, dal titolo gli _Elementi di politica per i Principi Ereditari, libri III_, che io credo compoisto prima della rivoluzione francese.

[14.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) Vedi nel _Corpus Ins. Latin_., vol. X, n. 25\* e 26\* delle _Falsæ et alienæ_.

[15.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) ROMANELLI, _Topograf. ant. del regno di Napoli_, I. — GIUSTINIANI, _Diz. geograf. ad ver_. SAPONARA. Dei minori mi taccio.

[16.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) Di Ocello filosofo dice lo ZELLER (_La philosophie des Grecs_, Paris, 1887, vol. I, 291):

> «Quanto ad Ocello di Lucania ed al suo libro sull’Universo, si potrebbe tutto al più dimandare se l’autore di esso sia o no per un antico pitagorico; giacché gli è evidente che non è di quelli. Ma il novello editore (Mullack) di questa opera mantiene, con ragione, che l’autore di essa vuole essere preso precisamente per quell’antico pitagorico, al quale gli antichi l’attribuivano unanimemente, per quanto almeno dei loro scritti è a nostra notizia».

Ma in nessun luogo del libro di Ocello si dice, o si lascia intendere, che egli si professi pitagorico.

[17.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) Ecco, secondo la interpretazione latina, il passo di Filone, nel libro _De mundo non interituro_, p. 728:

> _Sunt qui tradunt, opinionis hujus_ (l’eterntà del mondo) _non Aristotelem primum auctorem, sed Pythagoreos quosdam fuisse. At mihi Ocelli, genere Lucani, inscriptum de universi natura commentarium oblatum esse, in quo quidem mundum esse ingenitumet numquam interiturum non solum protulit, verum etiam esquisitissimis rationibus comprobavit._

[18.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) RICHTER, _Stor. filosof. ant_. Vedi cap. precedente.

[19.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) In una solamente delle due membrane della biblioteca di Parigi è detto non piò che «Ocello filosofo» — Ap. MULLACK, _Op. cit_.

[20.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) Per le edizioni, oltre al Rudolph nella _Præfatio_, si può vedere l’ultimo editore che è il Mullack. _Op. cit_. Paris, Didot, 1860.

[21.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) Conf. RUDOLPH, p. 335 e seguenti.

[22.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) Il Meiners prima nel libro _Histor. doctrinæ de vero Deo_. 1780, e poi nella sua _Storia delle scienze in Grecia e in Roma_.

[23.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) Il RUDOLPH A pag. 437 del suo libro, scrive:

> _Me ipsum septem annorum spatio diligenti examine rem persecutum, et quidquid in studio historiæ philosophiæ atque in legendis philosophis veteribus reperissem, ad hanc quaestionem_ (del libro di Ocello) _referentem, nil contra libri antiquitatem reperisse, quod referre non pudeat, et succedente studio infirmatum non esse_.

[24.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) Il titolo dell’opera è questo: «ΟΚΕΛΛΟΣ Ο ΛΕΥΚΑΝΟΣ ΠΕΡΙ ΤΗΣ ΤΟΥ ΠΑΝΤΟΣ ΦΥΣΕΩΣ — _Ocellus Lucanus, de rerum natura — Græce — ad fidem librorum manuscriptorum et editorum recensuit, commentario perpetuo auxit et vindicare studuit August. Frid. Guilielm_. RUDOLPH _LL.AA.M. et Gymnasii Zittav. Director. — Lipsiae, sumptu Engelh. Beniam. Scwickert, CIƆIƆCCCI_». Contiene: 1\. _Praefatio_; 2\. Il _testo greco_ del libro περὶ τῆς τοῦ παντὸς φὺσεως; con note; 3\. i _Fragmenta_, cioè quello che si trova in Stobeo, della legge, περὶ νόμου; e quindici altri frammenti tratti dalle opere di Fr. Patrizio, che li attribuisce ad Ocello, ma per errore (p. 53-7); 4\. _Commentarius_, lunghissimo, da pag. 59 a pog. 332; 5\. Disputatio de Libelli antiquitate et auctore (p. 333 a 452); 6\. Indici.

[25.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) _Ap_. RUDOLPH, p. 341-345, e pag. 432-434.

[26.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) Pag. 408-9 — Il frammento di Ocello precisa Stobeo è in dialetto dorico. Epperò la trascrizione del libro _De rerum Natura_ in dialetto attico, ai ritiene fatta dopo Stobeo, cioè dopo il V secolo di Cristo, quando il dorico era diventato nonché poco comune, ma quasi non inteso se non dai dotti. Anzi il Mullack è d’avviso che questa riproduzione del libro di Ocello in veste meno arcaica sia opera di eruditi bizantini del medio evo, forse del secolo IX o X, quando, siccome è noto agli eruditi, Cristiano Basso, per ordine di Costantino Porfirogeneto, ritradusse o ridusse in attico parecchie opere di geoponica e di altre scienze. — (MULLACK, nella prefazione ad Ocello, _Op. cit_., Paris, 1860).

[27.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) RUDOLPH, pag. 408\. Nelle _Physicæ auscultationes_ di Aristotile, lib. IV, 86, è la parola ἀπάθεια, ch’è Ia famosa parola degli Stoici.

[28.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) Il MEINERS scrisse: _Attenti quivis huius libri lectores facile observabunt, eum, licet maximam partem ex Aristotelicis centonibus consutum, multis tamen Platonicis verbis, tanquam gemmis distinctum esse_ (_Ap_. Rudolph, 342). E coteste gemme le indicò egli dipoi, e conviene notarle, e sono: 1\. παρά τ’αὺτο και ωσαὺτως, ἰσον και ὃμοιον αὐτο έαστου, che sono proprie ai Platonici e agli Eleatici; 2\. ἐπιγεννήματα, che attribuisce a Crisippo (degli Stoici); 3\. νεῖκος e φλοσις, che rigetta ai Pitagorici; e 4\. διακόσμησις, che egli dice di Anassagora (p. 342). Il Rudolph risponde (p. 409): alla 1ª che, se appartenne anche agli Eleatici, non può offendere l’antichità di Ocello; allo 2ª, che la parola è adoperata da Ocello in diverso senso che dagli Stoici (le prove di ciò sono esposte dal Rudolph a p. 105), il che conforta alla tesi dell’antichità e genuinità del libro, non il contrario; alla 4ª, se consta che fu usata da Annasagora, non consta che questi, il primo, usasse Ia parola a significare «l’ordine del mondo»; né questa è parola del tutto filosofica oe remota dall’uso di altro genere scrittori. Infatti, Omero già usa διακόσμειν e διακόσμεισθαν, e si trova presso Erodoto e presso lo stesso Aristotile, che l’adopera nell’esporre i concetti di Pitagora (a pag. 257-8); alla 3ª risponde che è usata da Empedocle, e può bastare. E, inoltre tutti gli scritti dei Pitagorici sono forse noti per asserire che φῦσις non sia parola dei Pitagorici? — Il Rudolph non trascura anche la parola ὕλης che Tennemann disse essere più reecente di Platone e invontata forse da Aristotile, opponendo acute ragioni alle affermazioni dubitative del Tennemann. — Ma, in verità, si può egli fondare giudizii solidi e schietti su argomenti così elastici e, di loro natura, approssimativi e indeterminati? Ed il Rudolph conchiude: — «Il dubbio intorno ad una parola _sola_, intorno, cioè, all’antichità di cotesta parola, può essere egli, infine, da tanto che valga a far dubitare della stessa antichità del libro?»

[29.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) RUDOLPH, pag. 446-7.

[30.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) ID. pag. 193.

[31.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) TIEDEMANN, _Geist der spek. Philosophie_, I, p. 91, in RUDOLPH a pagina 432-4.

[32.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) RUDOLPH, pag. 435.

[33.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) Conf. MULLACK, _Op. cit_. che lo dice altresì _callidior antiquitatis simulator_, etc., e aggiunge: _technicus posterioris ætatis voces — vitavit ut vetustatis speciem præ se ferret_, etc.

[34.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) L’espositore è propriamente David, armeno, che visse nel secolo V dopo Cristo. Conf. MULLACK, _op. cit_.; e CHAIGNET, _Pytag. et la Philosoph. pytagoric_. vol I, p. 175.

[35.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) Il Niebhur, che non crede all’antichità di Ocello e del libro, fa questa osservazione:

> «I compilatori degli scritti pitagorici non si sarebbero serviti di nomi immaginari (?) di scrittori lucani, se non si fosse saputo che in quel paese quella filosofa era adottata, e che i Lucani scrivevano in greco». _Storia Romana_, I, p. 83.

Ma (sia lecito dimandare) se gli studi e l’insegnamento della filosofia pitagorica avevano corso in Lucania, che cosa vi è di assurdo o d’incredibile che un uomo chiamato Ocello si fosse occupato di questo genere di studii?

[36.](x01_CAPITOLO_12.xhtml) Conf. MULLACK, _praef_. ai _Fragmenta_, nell’_Op. cit_. — Il prof. A.E. CHAIGNET nel libro _Pytagore et la philosophie Pytagoricienne_, Paris, 1873, vol. I, p. 182, scrive:

> «Anche in questa ipotesi (della tarda compilazione) il libro di Ocello ha un valore; e, se altro non fosse, mostrerebbe ciò che era divenuta la filosofia pitagorica verso il primo secolo a. Cristo. Il libro si distingue per la precisione delle idee e Ia logica del ragionamento. La dottrina in esso contenuta dell’antichità del mondo non ha niente che sia contrario alle vere dottrine pitagoriche; e se gli argomenti dello scrittore ricordano Aristotile e Parmenide, nulla può concludersi contro l’autenticità del libro, giacché la scuola ha vissuto fino ad Aristosseno, discepolo di Aristotile.»

[37](x01_CAPITOLO_12.xhtml) CHAIGNET, _Op. cit_. vol. I, 181\. — SCHOELL, _Storia della letteratura greca profana_, vol. II, par. IV, 98, edizione di Venezia, 1827.

[38](x01_CAPITOLO_12.xhtml) CHAIGNET, I, pag. 181.

# CAPITOLO XIII

# I LUCANI — PRIME SEDI E VICENDE. DAL FIUME SELE ALLO STRETTO SICULO [1](x01_CAPITOLO_13.xhtml)

  
Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi.

Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordine alfabetico: «gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini, e, a loro congiunti, i Numistrani». Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi aggruppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate ovvero propagatesi dalle prime, epperò di meno antiche origini e di men piena, se così può dirsi, autonomia.

Chi consideri il posto che occuparono questi originarii o più antichi cantoni, vedrà che essi si distendono, tutti, intorno alla spina arcuata degli Appennini lucani orientale e occidentale: sono paesi posti sulla parte più elevata della montuosa regione, onde hanno origine i fiumi che solcano la parte pianeggiante e piana che dechina al mare; E poiché di stanziamenti propriamente lucani non si vede che si innoltrino nella parte pianeggiante verso il mare orientale e meridionale, vuol dire che le prime genti e nei primi tempi sostarono ivi, sui clivi degli Appennini, poiché trovarono occupata la parte pianeggiante della regione da genti più forti e avanzate in civiltà, che è a credere elleniche.

Seguendo gli indizi, che emanano dal dato topografico ora indicato, si può congetturare che, arrivati prossimi alla linea del fiume Silaro, occuparono innanzitutto Eburi, che la prima si parava loro innanzi sui poggi soprastanti alla larga pianura solcata dal fiume stesso.

_Eburum_ era già stazione di antichissima gente che ci è parso di riattaccare ai Siculi, per le ragioni di omonimie altrove indicate[2](x01_CAPITOLO_13.xhtml), e di stirpi od origini celtiche.

Le reliquie di costruzioni a poligoni irregolari e massicci che si veggono tuttavia presso l’odierno Eboli[3](x01_CAPITOLO_13.xhtml), restano a testimonianza dei più remoti abitatori che precedettero ai Lucani.

Proseguirono, seguendo a monte il corso del Silaro e dei suoi maggiori influenti; e per l’alto Silaro occuparono _Vulceium_ (dove oggi è Buccino), anche questa stazione già abitata da gente antichissima, il cui nome ricorda, e non per caso, i _Volcae_ della Gallia Narbonese oltre il Rodano, e nell’lberia la città _Veluca_ o Vulca[4](x01_CAPITOLO_13.xhtml). Anche a Buccino si riscontrano gli avanzi di costruzioni a poligoni massicci o ciclopici. Prossimo a Vulcei era Ursei o Ursento, che (per quello sarò per dire in appresso) io allogo nel paese che si estende tra Vietri (di Potenza) e Caggiano. Anche Ursento era già stazione di popoli remotissimi, che ricordando le città di Urso e Ursao nella Betica, ci hanno dato ansa di riattaccarli ai Siculi, rivoli della fiumana celtica.

Numistro, che risponde, non improbabilmente, a un luogo dell’odierna Muro, era a confine con il paese degli Ursentini; e fu occupato. Anche qui testimonianze ancora visibili di costruzioni ciclopiche, forse di gente anteriore ai Lucani

Eburi, Vulcei, Ursento, Numistro furono, senza dubbio, tra i primissimi e più antichi stanziamenti dei nuovi arrivati Osco-Sabellici. E poiché l’antichissimo nome rimase al paese, abitato anche dopo l’occupazione lucana, vuol dire che vi rimase tutta o gran parte della popolazione antica, in soggezione senza dubbio a quei che di forza si soprapposero.

Di qua, allora stesso o poco di poi — chi può dirlo? — si diffusero le propaggini osco-lucane più verso il nord, intorno al grande nodo del Vulture, e fondarono ivi dappresso e Atella e Abella, che ricordano omonime sedi della gente osca tra il Vulturno e il Liri. Quindi occuparono Bantia, l’ultimo contado settentrionale della federazione lucana che è posta verso le prime fonti del Bradano, all’estremo termine della regione che è in confine con la Japigia. Bantia era stazione di gente enotria, forse di Conii[5](x01_CAPITOLO_13.xhtml).

Influente maggiore del Silaro o Sele è il fiume Negro, che è l’antico Tànagro; e risalendo per la sua valle, si arriva all’altopiano, amenissimo, ove fondarono, su’ poggi che l’incoronano, e Àtena e Tegianum e Consilinum, con nomi che erano ricordi delle sedi antiche loro tra il Liri e il Volturno. Più innanzi, all’estremo sud-est dello stesso bacino, fu fondata Sontia; di cui, dopo tanti secoli, non è altro ricordo che il nudo nome dell’odierno paese di Sansa.

Queste sono stazioni appartenenti all’alta valle del Sele, al versante che diremo meridionale della catena appenninica della regione. Di qua, proseguendo innanzi, scesero altri loro sciami di gente sul lato orientale della catena stessa; ed occuparono sedi che sono per le alte valli e bassi clivi, onde declinano i fiumi che, frastagliando la regione lucana propriamente detta, si scaricano nel Jonio. Da questo lato surse, tra le prime stazioni loro, Grumento, nell’amena pianura ove ha il primo suo corso il fiume Aciri, oggi Agri; e se Grumento non era già abitata da più antiche genti, i Lucani che l’occuparono vennero ivi, probabilmente, propagatisi o staccatisi dagli stanziamenti dell’alta valle del Tànagro o Negro.

Anche Potentia nella valle dell’alto Basento fu uno dei primi impianti della gente lucana; benché è probabile abbia ricevuto, in seguito, il nome che ancora porta, da quei coloni picentini che Roma trasferì dall’Adriatico sul golfo Pestano, e di che farò cenno più innanzi.

Tutte queste città sono alle origini delle valli e dei fiumi che le solcano; e Bantia ai principii del Bradano, Potentia del Basento, Grumento dell’Agri, come Vulceio, Ursento e Numistro delle valli del Platano; e Consilino, Tegiano ed Àtena lungo il primo tronco del Tànagro, influente del Silaro.

Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiume Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di «Sirini». Non è finora noto né il nome, né il posto della città, capo del contado che essi abitarono; né se ne trova menzione anche in Plinio: vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai gioghi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta.

Coi popoli Sirini si completa la enumerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è degno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra per la valle di quell’altro e notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formano le valli del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti.

I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando, intopparono dapprima in genti di razza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi scrittori dissero Siculi. Ma incontrarono sopratutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero I Lucani. Si estendevano dalle spiaggia del Mar Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata nel secolo VI, lì era gente enotria[6](x01_CAPITOLO_13.xhtml). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e l’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII o VII, poiché si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del groppo del Pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alle valli dell’Appennino.

I Lucani che si avanzarono all’oriente del fiume Sele, non poterono non incontrarsi negli Enotri prima di giungere ai possedimenti ellenici; e gli Enotri, rimasti in mezzo tra le due invasioni, soffrirono la peggio. Urtati, riurtanti, guerreggiati, furono, senza dubbio, sottomessi; e poiché dai nuovi arrivati venne un nuovo nome alla regione che era detta Enotria, vuol dire che essi prevalsero in tutto, padroni delle terre e delle genti. È ignota la condizione che fu fatta ai vinti; ma al certo di tributarii o di servi, se non di schiavi. Era la condizione naturale delle cose e dei tempi.

Sibari ora ancora florida e potente, quando accaddero, sugli alti Appennini enotrii a ponente del monte Pollino, questi rimescolamenti di popoli. Essa dominava per tutta la vasta valle del Crati e dell’odierno Coscile, fino al Tirreno verso il fiume Lao e verso II fiume Siri dalla parte del Jonlo; mentre i barbari si saccheggiavano, si guerreggiavano, si urtavano all’estremo confine dei suoi dominii, sui monti. Doveva, forse, importare ad essa gran fatto, se codesti barbari, al confine, si chiamassero Enotri, ovvero altrimenti? importava tenerli a freno sul confine; e si può ben supporre lo facesse; così lei, come altre città italiote fiorenti sulle spiaggia del Jonio, quali Metaponto, Siri, Pandosia.

L’espansione dei Lucani dalla catena appenninica alle pianure lungo il mare, fu dunque primamente arrestata dalla resistenza che facevano ai barbari in genere codeste fiorenti città della Grecia italiota, e precipuamente da Sibari.

Ma quando questa fu distrutta nel 510 a.C. e all’impero sibaritico non altro ne successe per Ia bassa valle del Crati, l’ostacolo più grande all’espandersi di loro giovanili forze fu tolto; ed essi procedettero oltre, verso ed oltre il monte Pollino e giù per le valli delle fiumane scaricantisi al Jonio e al Tirreno ove erano colonie e stabilimenti di genti elleniche. Urtarono in quel periodo di tempo nei Greci: e il periodo lungo ed oscuro delle incursioni, delle rapine, delle guerre tra le genti di diversa, stirpe confinanti, o delle conseguenti conquiste dei più giovani coloni sui più vecchi di genti greche o grecaniche, questo lungo ed oscuro periodo è indicato nella frase sintetica del geografo che disse: «lungamente fu fatta guerra tra barbari della Lucania e gli Elleni delle coste»[7](x01_CAPITOLO_13.xhtml) finché codesti barbari non giunsero al mare.

  
Gli Elleni italioti, oltre le grandi e celebri città sulla riva del Jonio e del Tirreno, ebbero stabilimenti e città di minore importanza per l’interno della regione, su per le valli di quelle fiumane, al cui sbocco sul mare le città maggiori a noi più note sedevano. Sarebbe necessario al nostro subbietto di segnare ove i precisi confini delle due genti arrivassero, ma non si può indicarli che in digrosso e senza la determinazione del tempo in cui la espansione avveniva.

Risalendo a monte per le valli del fiume Casuento o Basento si trova, nella parte superiore, Antia, che fu greca probabilmente, ma di gente osca altresì: e forse (argomentando dal nome) di origini antichissime coni-enotrie: ma non sapremmo dire quale delle due genti, di Oschi o di Elleni che l’occuparono, fosse anteriore. Per la valle dell’Aciris o Agri, a monte, furono stabilimenti ellenici presso l’odierno paese di Armento, ove fu città fiorente ed ellenica, di ancora ignoto nome alla storia, ma che io suppongo fosse Halesa o Halaso, o Calasarna, come si trova scritto il nome in Strabone. Per la valle stessa era in su verso gli Appennini un minore stabilimento, che fu detto «Acidios», e ricorda col nome grecanico le umili origini di tugurii coverti di stoppia[8](x01_CAPITOLO_13.xhtml). La precisa giacitura di esso non è nota; altri, pure dubitando, l’allogherebbe non lontana dalle origini del fiume Agri, presso la odierna Brienza.

Per la valle del Siris o Sinno (oltre alla città di Lagaria) fu forse quella Tebe lucana, che è tra le più antiche città della regione e in remota età scomparse, che perciò stesso non si ha modo di stabilire, ancorché per indizii, ove ebbe posto; giacché è semplice congettura di quelli che vollero fondarla nelle vicinanze dell’odierna Castelluccio. I popoli superstiti alla violenta distruzione della città di Siri nel 433, come fu detto, dovettero prendere stanza per questi luoghi, forse in aumento di più antichi coloni usciti precedentemente dalla città stessa.

Dalla parte del mare Tirreno, risalendo per le valli del Sele, del Calore e dell’Alento, le popolazioni italo-elleniche della spiaggia tirrena si sparsero anch’esse, ma in minori proporzioni, pel paese interno verso gli Appennini. Non se ne ha traccia finora, che verso Eboli, a giudicare da sepolcri greci scoverti pei suoi campi[9](x01_CAPITOLO_13.xhtml), benché questo sia indizio leggiero al peso della prove. Né posso aggiungere, come fondazione ellenica, la città di Àtena nel vallo di Diano, oggi Tegiano; perché la diversa accentuazione tra questa parola e l’altra omonima mi tiene in bilico; e se la diversa accentuazione non fa, quel nome potrebbe indicare origini greche non meno che osche[10](x01_CAPITOLO_13.xhtml). La stessa onomastica topografica darebbe indizii di stanziamenti ellenici su quelle parti dell’alto Appennino donde propriamente hanno origini le fiumane che corrono al Sele. Ma perché non è impossibile, che codesti lontani, dal mar Jonio o dal Tirreno, stabilimenti ellenici avessero potuto aver luogo anche quando i Lucani dominavano fino ai mari stessi, non può concludersi, che l’origine loro fosse precedente all’espandersi de’ Lucani.

In conclusione, possiamo ritenere, così in di grosso (come si addice a tempi tanto remoti e anteriori a testimonianze di storia scritta), che gli stabilimenti ellenici delle colonie greche si protrassero entro terra fino agli ultimi contrafforti della catena appennina lucana. Restava la parte montuosa della regione agli stanziamenti degli Osco-Sabellici, finché Sibari non ne arrestò l’espandersi oltre. Ma scomparsa Sibari, e surte nuove condizioni di cose per le vecchie popolazioni enotrie a Sibari soggette, le giovani tribù montanare che erano in vedetta al confine occidentale, ebbero a giovarsene; e se ne giovarono. L’epoca dell’espandersi loro per la valle del Crati non è nota: ma se appoggio di congettura è consentito in tanto buio, parmi ammissibile che verso il 450 a.C. fossero già su pei clivi e le circostanze dell’altissimo groppo del Pollino, dai cui fianchi orientali fluisce il Coscile; e che nel 448 avessero già piede fermo su pei monti d’intorno, quando fu rifondata Sibari col nome novello di Turii. Se la storia non ricorda invasioni, o guerre, o di altro genere ostacoli de’ Lucani alla novella fondazione di Turii, dal silenzio non può giustamente arguirsi che essi fossero ancora di molto lontani. Non potevano essere di molto lontani dal fiume Coscile presso cui surse Turii, se si tiene conto di tutto il conseguente evolversi della storia dei Lucani, che in men di un secolo, dopo la fondazione di questa città, si trovano signoreggiare per tutta la penisola che poi fu detta Bruzia.

Quando, discesi dalla catena del Pollino, si fecero innanzi per le valli de’ fiumi Coscile e Crati, alla metà del secolo V, incontrarono, su per la spina degli Appennini, quel gruppi di genti che un secolo dopo prendono nome e posto nella storia col titolo di Bruzii; ma che venuti commisti con le migrazioni enotrie, erano già rimasi in soggezione di Sibari, finché essa restò in piedi. Delle origini loro parleremo più innanzi: qui diremo solamente, che i Lucani li sottomettono e li incorporano, non si sa in quali condizioni di sudditanza o protettorato, nel loro politico dominio; e per queste conquiste od acquisti, diventati più forti e temibili e temuti, si apparecchiano agli ulteriori ingrandimenti che si estesero fino all’estremo della penisola.

È questo l’evento culminante della storia dei popoli Lucani.

Da esso e per esso cresciuti di forze, di animo, di fama, la giovane nazione può dirsi addiventi uno Stato, che ha coscienza di sé, se si propone uno scopo e lo prosegue. La federazione primitiva si trasforma, o si stringe, o si accentua alle nuove condizioni di cose; e, se fosse lecito congetturare, parmi che allora, in questa condizione di cose, in questo periodo di tempo, agli antichi ordinamenti militari dei cantoni primitivi dové aggiungersi un nuovo ordinamento, quello di un esercito mobile, di una banda mobile armata destinata alla conquista non di stanziamenti per sé, ma di popoli o città soggette. E si volsero allora verso le spiaggie ove erano genti e città in più florida e ricca civiltà. Tutto questo periodo di eventi dové svolgersi dal 440 al 400 a.C. Tra il 420 al 400, la storia scritta li trova e li nomina la prima volta in guerra con le città greche delle spiaggie; e non guari dopo Ii incontra in alleanza col famoso despota di Siracusa, Dionigi il vecchio. Erano essi dunque in quel tempo già forti, già per precedenti fatti dalla fama segnalati nonché allo estremo della penisola, ma fino a Siracusa, la più potente allora e florida città ellenica dell’Italia meridionale e insulare. Non erano dunque allora allora sbocciati alla vita delle nazioni.

Dionigi, che aveva dominio ormai assoluto in Siracusa e per gran parte di Sicilia, intendeva estendere l’autorità sua al di là dello stretto, sulla prossima penisola italica, popolata delle fiorenti città di genti elleniche. Aveva già autorità di signoria o di protettorato, in sembiante di alleanza, sulla città di Locri: tentò di prendere Reggio di forza; non riuscì, ma non smise gl’intendimenti di avere in mano questa chiave dello stretto. Comprese egli di leggieri quale partito poteva trarre favorevole ai suoi disegni da quel novello popolo che si affacciava in armi dalla parte boreale della penisola stessa. Egli dové de’ suoi consigli o di aiuti stimolare e sospingere innanzi i Lucani. Entrò anzi, non guari dopo, in accordi con essi loro a danno delle città greco-italiche. E queste, poste in mezzo alle due correnti minacciose, si affrettarono a provvedere come nelle contingenze di grandi sgomenti, e strinsero tra di loro una lega difensiva.

I primi urti, la prima irruzione dei Lucani verso le città greche pare che avvennero contro la città di Turii.

Questa oppose ad essi le sue milizie comandate da Cleandrida, uno di quei capitani o soldati di ventura di Sparta, che, come quelli del medio evo, si davano al soldo delle città greche, piuttosto commercianti che guerriere, sulle coste italiche. E perché cotestui è, indubbiamente riconosciuto come il padre di Gilippo, del quale è cenno in Erodoto, si è potuto fare il giusto computo, che l’irruzione dei Lucani contro Turii, difesa da Clenndrida, avvenne intorno al 420 a.C.

Turii probabilmente non fu presa allora; essendo certo che i Lucani tornarono all’attacco un trent’anni dipoi, nel 393\. Nel periodo che intercede tra queste due epoche, può ritenersi come accertato che essi si impadronirono della città di Lao sul Tirreno, e come probabile che occupassero allora anche Posidonia, più forte e fiorente di quella. L’anno preciso non si può designarlo, ma l’epoca approssimativa gli è questa[11](x01_CAPITOLO_13.xhtml). Elea però dové resistere, allora e dopo, ai loro attacchi, come aveva resistito a quelli dei Posidoniati[12](x01_CAPITOLO_13.xhtml); invece Terina, sulla costa occidentale tirrenica, al di là di Lao, cadde in loro dominio.

Cresciuti di animo, di forze e di fama, tornarono agli attacchi contro di Turii nell’anno 390 a.C.; e allora si fece manifesto il duplice fatto, di cui è menzione in Diodoro Siculo[13](x01_CAPITOLO_13.xhtml), l’alleanza cioè de’ Lucani con Dionigi di Siracusa e la lega delle città italiote, a scambievole difesa contro costoro che li minacciavano.

Lasciamo che parli Diodoro, fonte unica e credibile degli eventi: ma non cerchiamo altrimenti nella sua cronologia che una nòta di approssimazione.

> «Qualche tempo dopo (cioè dell’impresa non riuscita contro Reggio da parte di Dionigi, nel 390, e del trattato di lui coi Lucani) i Lucani invasero il territorio di Turii; e questa si affrettò a richiedere di pronta difesa i suoi alleati; da poiché le città greche[14](x01_CAPITOLO_13.xhtml) d’Italia avevano stipulato tra loro un trattato di mutuo soccorso, nel caso il territorio di una di esse fosse invaso da’ Lucani; sotto pena di morte ai capi militari di quella città che mancasse agli impegni.
> 
> Alla voce di allarme di Turii le alleate città si prepararono ad entrare in campo. Ma quei di Turii non aspettarono; e prima degli altri mossero contro i Lucani, confidando nel loro esercito di oltre a 14.000 uomini a piedi e di quasi 1000 a cavallo.
> 
> A questa mostra di forza i Lucani si ritirarono nel loro paese; quindi i Turii ad inseguirli, invadendo essi la Lucania, impadronendosi di una fortezza e facendo molto bottino. Ma questo primo e favorevole successo riuscì loro a disastro, quando con imprudente consiglio s’impigliarono in certe gole di monti precipitevoli, all’intento di impadronirsi della fiorente città di Lao[15](x01_CAPITOLO_13.xhtml). Pervennero ad una pianura chiusa tutta intorno da una corona di monti scoscesi; e qui furono attaccati dai Lucani, che riapparvero di su quei monti con un esercito di 30,000 uomini a piedi e di circa 4000 a cavallo.
> 
> I barbari discesero al piano; e attaccarono i Greci spaventati dal subito apparire di un nemico in numero sì grande[16](x01_CAPITOLO_13.xhtml). Nel combattimento gli Italioti, soverchiati dal numero, perdettero oltre a 10,000 uomini; i Lucani avevano ordine di non dare quartiere. Il resto dei Turii disfatti, parte si salvò su un’altura prossima ala mare[17](x01_CAPITOLO_13.xhtml); altri, vedendo in mare delle lunghe triremi e credendo fossero di quei di Reggio, si gettarono a nuoto e arrivarono alle navi. Ma queste erano navi non di italioti, ma sì di Dionigi Siracusano, che le aveva spedite in aiuto ai Lucani sotto il comando di suo fratello Leptine. Questi nondimeno accolse umanamente i fuggitivi; li ritornò a terra, e impegnò i Lucani di essere contenti di una mina di argento[18](x01_CAPITOLO_13.xhtml) pel riscatto di ciascun prigioniero; che erano oltre il migliaio. Lui stesso si diè mallevadore del patto; anzi promosse la pace tra i Lucani e gli Italioti. Ma se cotesta benevola intromissione conciliò a Leptine maggiore stima da parte dei Greci ai quali recava vantaggio la cessazione della guerra, non riuscì gradita a Dionigi, il cui interesse era quello di fomentare dissensioni e ostilità tra gli uni e gli altri, a fine di agevolare i suoi disegni di dominio in Italia. Laonde tolse il comando della flotta a Leptine, e vi pose invece l’altro suo fratello Tearide»[19](x01_CAPITOLO_13.xhtml).

Dove egli accadde rimboscata e la vittoria, che qui si narra, dei Lucani sugli eserciti della città di Turii? Le parole di Diodoro, quanto al luogo, nulla determinano; e le diverse induzioni topografiche dei moderni non sono che congetture. Strabone accenna ad una sanguinosa battaglia vinta dai Lucani sugli Italioti «presso all’edicola delta di Dragone, posta nelle vicinanze della città di Lao»[20](x01_CAPITOLO_13.xhtml); battaglia che, per l’importanza e le conseguenze sue, diè occasione allo spaccio postumo di una delle solite profezie oracolari amfibologiche che egli ricorda. Se questa battaglia è la stessa di quella, ben importante e sanguinosa, che narra Diodoro e che infatti altri scrittori moderni identificano, io metterei il luogo della imboscata e della battaglia in quella che oggi è detta valle di San Martino, a quasi metà cammino tra la valle orientale ove era Turii e la spiaggia occidentale dove era Lao; e che, circondata da alti monti, si presta conforme alle indicazioni generiche del fatto.

Forse Turii non cadde allora in dominio dei Lucani. Ma non poté riuscire ad essi senza frutto una sì strepitosa vittoria. Crebbero sempre più, nonché di animo, di fama. La recente sottomissione dei Bruzii, portandoli nella regione silana, li avvicinava a Petilia, e ne faceva loro apparire necessaria l’occupazione: giacché, sedendo questa città dove oggi è Strongoli, poco lungi dal mare Jonio, era per essi un posto, come ora diremmo, strategico di prima riga: sia perché dalla natura del luogo fortissima, sia perché, prossima alla spiaggia jonia, avrebbe aperto ai Lucani una via al mare Jonio, e scalo opportuno alle relazioni ed agli aiuti per mare del sovrano di Siracusa. Era inoltre cuneo che disgiungerebbe un possibile congiungimento di forze tra Turii e Crotone; e opportuno approccio di offesa contro quest’ultima città. Petilia fu dunque investita ed occupata dai Lucani verso il 380 a.C. o in quel torno. Il luogo, di per sé munitissimo, essi non mancarono di fortificare anche di opere murarie, che Strabone, per facile e probabile equivoco, riferisce ai Sanniti[21](x01_CAPITOLO_13.xhtml). Fecero anzi dippiù, chi voglia intendere alla lettera un accenno dello stesso geografo: e Petilia divenne per essi metropoli[22](x01_CAPITOLO_13.xhtml) ovvero capo dei possedimenti, che venivano acquistando dal fiume Crati al sud della penisola che poi fu Bruzia.

Ma anche limitata all’ufficio di capitale dei possedimenti lucani nel Bruzio[23](x01_CAPITOLO_13.xhtml), il posto ci parrebbe poco adatto. Posta qual era verso alle spiaggie del Jonio, non è dubbio fosse ben atta alle comunicazioni marittime, specie con Siracusa; ma non è dubbio che restava, a così dire, staccata dalla regione continentale per forza di quell’amplo e immenso altopiano che è la foresta della Sila. Tagliata fuori per topografici ostacoli fortissimi dal resto della penisola, se mai fu capitale o centro militare del governo lucano pei possedimenti del Bruzio, non poté essere se non per poco tempo, finché la conquista non si estese. Conviene dunque interpretare altrimenti la frase del geografo; nel senso cioè di «città primaria» e fortezza importante dei nuovi possedimenti Lucani; di capitale non già.

Con la sottomissione dei Bruzii i Lucani ebbero Cosenza. E padroni di tutta l’ampia valle del Crati, e dell’amplissimo groppo della Sila e di Petilia, era naturale che, con l’impeto che impenna la vittoria e la fortuna secondi, si spingessero oltre al sud, alla meta dello stretto siculo. A questo ultimo limite, infatti, disegnerebbe il contine della Lucania il «Periplo» che va sotto il nome di Scilace; giacché per esso sono in Lucania, nonché Posidonla, Elea, Ipponia e Terina e la poco nota Platea[24](x01_CAPITOLO_13.xhtml), ma anche Reggio, Locri, Caulonia, Crotone, oltre che Turii[25](x01_CAPITOLO_13.xhtml).

E poiché il «Periplo» dello pseudo Scilace è, per tardi accenni, riconosciuto siccome scritto in gran parte tra il 390 e il 360 avanti l’èra volgare[26](x01_CAPITOLO_13.xhtml), si può ritenere che i Lucani occuparono la penisola, che poi ebbe nome dai Bruzii, nella prima metà del secolo IV avanti Cristo. Ma l’occupazione o non fu durevole, o vuole intendersi della parte interna e montuosa della regione; giacché, lo confesso, avrei difficoltà ad intenderla, sulla lieve e indiretta indicazione di un libro interpolato, fino a città come Reggio o Locri; per le quali non si hanno, da altre fonti, notizie o indizii che confermino il fatto.

Tanto e sì pronto espandersi della giovine nazione ebbe speciali ragioni, che solo in parte ci è dato di apprezzare.

Un esercito, o diremmo meglio una forza armata di un trentaquattromila uomini, quanto i Lucani ne misero in moto agli attacchi di Turii, era forza davvero formidabile, se diretta da mente eletta, animosa, ed energica, di fronte segnatamente ad avversarii o non compatti ed unanimi, o fiacchi. Li favoriva la politica guerresca e diplomatica dei despoti di Siracusa, che, tendendo a dividere, per avervi autorità di dominio, le città italiote, era naturale incoraggiasse la giovane nazione ad esse inimica, che si affacciava alla storia. Ma ai giovani ardimenti dell’una conferì sopratutto la immanente fiacchezza dell’altra parte: le città italiote pel naturale antagonismo degl’interessi e di stirpi, per le acute rivalità di vicinato, per l’instabilità degli ordini interni, agitati da i fermenti democratici, mai non pervennero a costituirsi in corpo compatto, se non unico: e le fragili leghe, quanto laboriosamente conchiuse, tanto sollecitamente disciolte.

Ma l’ardore battagliero dei Lucani intoppò presto negli intenti supremi della politica di Dionigi. L’estremo corno della penisola bruzia, per la qualità della gente e per postura geografica e, da tempi antichissimi fino ad oggi, piuttosto un’appendice della Sicilia che parte del continente; il breve stretto di mare non che disgiungerli, fa di Reggio un sobborgo di Messina; mentre i contrafforti dell’Appennino interno separano, per distanze impervie o malagevoli, il Reggiano dalla superiore Calabria. Siracusa nell’evolversi di sua potenza, ebbe intendimento perenne di tenere un piede nella Ellade della prossima terra ferma: Locri e Reggio dovevano essere posti avanzati delle sue milizie e delle sue flotte per aprirgli le porte e spianargli le vie al predominio dell’Ellenia italica. I Lucani, avanzando di troppo, offendevano gl’intenti di questa politica; e Dionigi che li ebbe alleati, non si perita di averli a nemici; lo strumento agli intenti suoi non occorre, ed egli lo spezza. A cotesti intenti si riattaccano i disegni (che altri riferisce al vecchio Dionigi, altri al giovane), di separare l’ultima punta della penisola Bruzia dalla restante Italia mediante un muro, ovvero un fossato o canale che sia, lunghesso l’istmo da Scillace sul Jonio a Terina sul Tirreno[27](x01_CAPITOLO_13.xhtml): un disegno che non ebbe seguito, sia le difficoltà, sia l’inanità sua.

A’ Lucani che molestano le città italiote sul Jonio, egli si oppone, mollemente, quando essi dànno pensiero alle prime; ma li combatte di forza, quando appressano al territorio tra Locri e Reggio. Poi fa la pace con essi, e Diodoro Siculo scrive, accennando a fatti che ci restano ignoti:

> «Dionigi, dopo aver fatto mollemente per qualche tempo la guerra ai Lucani, sui quali aveva riportato molti vantaggi, mise termine ben volentieri alle ostilità»[28](x01_CAPITOLO_13.xhtml).

Dionigi il giovane successe al padre nel 368 a.C.; e la notizia del trattato di pace che è ricordato da Diodoro, andrebbe riferita tra questo anno e il 370\. Il trattato che mise fine alle ostilità riconobbe forse, da parte dei Lucani, l’obbligo di non oltrepassare il confine dell’istmo che egli voleva separare di fatto dal resto d’Italia; ma non basta: contenne qualche cosa dippiù, se è lecito argomentare da taluni fatti posteriori. Dové contenere impegni di guerreschi aiuti alle future imprese di Dionigi; aiuti militari, senza dubbio, di cui non è dato precisare il carattere; ma che non è improbabile avessero qualche somiglianza con quella condotta di truppe e capi di ventura, che, in quegli stessi tempi e per gli stessi luoghi, venivano a stipendio de’ Cartaginesi, de’ due Dionigi e di altre città, dalla Campania intorno al Liri e al Volturno: mercenarii tristamente noti sotto il nome di Mamertini, che erano Campani di stirpe sannitica. In molteplici fazioni di guerra avevano levato, nonché fama, terrore del loro nome; avevano anzi occupato una città, cui da loro venne il nome di Mamerto.

Dionigi il giovine, circa l’anno 366 a.C. cacciò da Siracusa in esilio Dione, uomo e cittadino eminente, anzi membro della stessa casa reale di Dionigi. L’esule venne in Italia, cioè nell’ultima penisola; poi andò in Grecia, e nell’una e nell’altra parte procurò soccorsi di armi e di navi; e con essi favorito che era dall’opinione pubblica e da sua alta mente, tolse Siracusa al dominio di Dionigi, che a sua volta venne lui in esilio, a Locri. Era l’anno 357 a.C. Ora è ricordato da Strabone, che Dione, per offendere di tutte le armi il despota di Siracusa, indettò le genti del Bruzio, che erano in soggezione ai Lucani, di ribellarsi al giogo, affinché a Dionigi fosse mancato l’aiuto dei Lucani in guerra. Ecco perché da noi si è testé argomentato che il trattato di pace del 368 tra Dionigi e i Lucani, avesse contenuto clausole di aiuti militari da parte di costoro alla politica dionisiana. Certo, l’insurrezione dei Bruzii era un diversivo poderoso e contrario ai disegni di Dionigi; essa, obbligando i Lucani a combatterla per reprimerla e sottometterla, li forzava di restare sull’arma nei proprii confini.

E i Bruzii, infatti, si sollevarono contro i Lucani verso questi medesimi tempi; e Diodoro riferisce la loro prima comparsa nel campo della storia verso l’anno 356\. L’epoca coinciderebbe, su per giù, con la notizia che è data da Strabone. Ma di essi riparleremo.

L’evento, certamente gravissimo alla nazione Lucana, è uno dei punti capitali della storia loro più antica. Dal grave fatto derivarono due conseguenze: cessò, da un lato, l’espandersi de’ Lucani verso il sud della penisola, e si restrinsero in quelli che furono i naturali contini della Lucania. L’altra conseguenza fu, che quindi innanzi, rivolsero l’energia loro conquistatrice verso il nord-est della regione stessa; ove erano città e stati ellenici dell’importanza di Taranto, di Metaponto, di Eraclea, ed altre minori.

Ma restringendosi nei propri confini, non vuol dire che essi si tennero al nord del fiume Lao e del Sibari-Coscile fin da quel primo apparire nella storia del popolo bruzio. Le lotte fra gli antichi padroni e i nuovi popoli rivendicati a libertà dovettero ripetersi e continuare un periodo di tempo, che non possiamo determinare, ma che non si può credere brevissimo. Un trent’anni dopo questo tempo, quando, cioè, Alessandro il Molosso, chiamato in aiuto dai Tarantini, combatteva contro i costoro nemici, che erano appunto i Lucani e i Bruzii, verso il 331 a.C. si legge in Tito Livio che il Molosso prese Cosentia ai Lucani, quindi Terina ai Bruzii[29](x01_CAPITOLO_13.xhtml).

Non fu dunque che all’assetto della penisola, dopo la morte del Molosso e non prima, che i Lucani restrinsero il loro dominio alla regione intorno al Pollino, che è il gruppo dei monti onde hanno le prime origini il Lao ad occidente e il Sibari-Coscile all’oriente, i quali indi poi furono appunto considerati come il confine idrografico dei due popoli e delle due regioni.

  
#### NOTE

[1.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) Ecco la cronologia relativa a questo capitolo, dal secolo VI al IV avanti C.

> Av.C. 600-550\. — Arrivo dei Lucani nel paese ad oriente del fiumo Silaro.
> 
> 510\. — Sibari cade.
> 
> Dal 500 al 450\. — I Lucani si avanzano verso i Bruzii, al sud del monte Pollino.
> 
> 448\. — Turii fondata non lontana dal mare Jonio. — I Lucani restano su pei monti, intorno Consentia (?).
> 
> Dal 440 al 410\. — Progressi dei Lucani oltre il fiume Crati, verso il sud. — Continua in questo periodo la sottomissione dei Bruzii.
> 
> 420\. — Irruzione dei Lucani contro la città di Turii, difesa da Cleandrida.
> 
> Dal 410 al 400\. — Sottomettono Posidonia.
> 
> ? 394\. — ? 390\. — Trattato de’ Lucani con Dionigi il vecchio (Diodoro XIV, 100).
> 
> 393\. — Le città italo-greche si collegano contro i Lucani.
> 
> 302\. — I Turil sono battuti da’ Lucani presso la città di Lao. — I Lucani assoggettano la città di Lao.
> 
> ? 380\. — I Lucani s’impadroniscono di Petilia.
> 
> Dal 380 al 870\. — I Lucani arrivano fino allo stretto siculo (secondo Scilace).
> 
> 370-368\. — Ha termine una guerra tra Dionigi e i Lucani (Diodoro XVI, 5).
> 
> 356-350\. — I Bruzii si staccano da’ Lucani.
> 
> 350-300\. — Guerra tra Bruzii e Lucani (durante una generazione?).
> 
> Dal 300 in poi. — I Lucani si volgono all’oriente, contro Metaponto, Eraclea, Taranto.

[2.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) Al capit. IV, pag. 53.

[3.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) Al capit. IV, pag. 62.

[4.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) Per _Veluca_, v. in CANTÙ, I. 35, _Stor. Ital_.

[5.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) Vedi innanzi al capitolo IV.

[6.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) Vedi innanzi al capitolo IV.

[7.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) _Diu inter se Graeci ac barbari bello certaverunt_… STRABONE, VI, 389.

[8.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) V. in seguito, al capitolo XXII.

[9.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) Nella «Storia» del CORCIA, vol. III, 294) egli vede una prova di stabilimenti ellenici nelle circostanze della odierna Campagna di Eboli, là dove era l’ora distrutto villaggio di _Tuori_: e argomentando da questo nome, ricorda proprio la città di Turii! Ma è fallace e falso argomento. Le parale topografiche di _Tuori_, o _Toro_, o l’accrescitivo _Torone_, o _Tirone_, ecc. sono del tutto medioevali: significano prominenze o montagnuole, e non altro.

[10.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) L’Àtena lucana, ha l’accento tonico sulla prima sillaba; e sulla seconda I’«Atìna» della Campania osca, che in origine fu _Antinum_.

[11.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) HEYNE dice (_Opusc. Acad_. II, 204):

> _Non constat quo tempore Posidonia sub Lucanorum ditione cesserit; etsi cessisse satis constat_: (STRABO, v. 390) … _Hinc Lucani in Thuriorum fines excurrere; et eodem anno_ (390 a.C.) _proelio facto magna clade Graecorum copias afficere. Ab iis itaque temporibus magnum fuit Lucanorum nomen: et tum factum probabile fit, ut Posidoniam cum aliis graecis civitatibus, ut Velia occuparent_.

Non però Velia.

NIEBHUR (_Stor. rom_. I, p. 89) scrisse che Ia conquista di Pesto dai Lucani debba riportarsi intorno ai tempi della guerra del Peloponneso; e vuol dire dal 431 al 404 a.C.

STRABONE dice de’ Lucani: _et superatis bello Posidoniatis, atque eorum sociis_, etc. (V. 391), ma non dice chi erano codesti alleati dei Posidoniati.

[12.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) STRAB. in principio del VI…, _et Lucanis resisterunt Eleatæ, et Paestanis_…

[13.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) DIODORO, lib. XIV, § 101, all’_Olimp_. XLVII, 3\. — 390 a.C.

[14.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) MICALI qui dice: «le città greche di stipre achea», ed è giusta limitazione (_L’Ital. av. i Romani_, vol. II, p. 121).

[15.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) Di qua apparirebbe che i Lucani fossero, già prima del 390, padroni di Lao. — Ma non debbo omettere di ricordare, che la relativa frase del testo diodoriano è emendazione del Niebhur, che il Grote dice ingegnosa e che accetta anche lui (_Stor. gr_. XVI, c. II, p. 100); mentre le vulgate edizioni dicono: «all’intento di rendersi padroni di un popolo (λαων) e di una città molto ricca».

[16.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) Il LENORMANT (_Grande Grèce_, I, 310) dice che «l’imboscata e il fatto di armi avvenne, per quanto sembra, nelle vicinanze di Lagaria, o della attuale Rocca Imperiale», e vuole intendere sul terreno versante al mare orientale o Jonio. GROTE è di contrario avviso. Vedi nota che segue.

[17.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) Il GROTE (vol. XVI, c. II, p. 100), che narra il fatto quasi con le parole di Diodoro, qui aggiunge «mare meridionale» e intende sempre del mare Tirreno, sul quale era la città di Lao. Evidentemente egli ciò intende, in causa della emendazione di Niebhur al testo Diodoriano, della quale ho fatto cenno in una nota precedente. — Io non posso dir altro se non che nel testo di diodoro è un’anfibologia: ma non si potrebbe accettare, come indubitato, che lo stanziamento della flotta di Leptine e lo scioglimento ultimo del dramma da parte di costui avvenisse nel mare Tirreno, al golfo di Lao. Se i Lucani cominciarono con operare contro Turii, che è sul Jonio, e se Dionigi mandò la sua flotta col Leptine «in aiuto dei Lucani» come afferma Diodoro, gli è assurdo il credere che la flotta fosse stata mandata altrove, che non sia nel mar Jonio, là dove sedeva Turii. Per trovarla nel mare di Lao, al Tirreno, bisogna non ritenere, come è dato, il racconto di Diodoro; e in tal caso manca ogni base al fatto e al racconto. O si vuol egli ammettere che il piano di guerra, che si svolge nello stratagemma della ritirata, fosse stato già combinato con Dionigi? Non impossibile; né improbabile: ma molto moderno. Deve inoltre, e giustamente, supporsi che i Turini, sbandati e fuggitivi, avessero preso la via verso il versante jonio, piuttostoché verso il Tirreno; perché sul versante Jonio era Turii. — Anche Vannucci dice «la grande sconfitta» avvenuta presso Lao; e intende, senza dubbio, del mare o golfo di Lao (_Stor. d’Ital_., lib. III, cap. 3, 369).

[18.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) Una mina sarebbe uguale a lire 96.25 circa.

[19.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) DIODORO, XIV, 101 e 102\. — GROTE metet il fatto all’anno 398 a. Cristo.

[20.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) STRABONE, lib. VI, 388.

[21.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) STRABONE, VI, 390:

> _Petelia Lucanorum metropolis censetur… Urbs est natura loci munita: itaque et Samnites aliquando castellis extructis se contra eam tutati sunt_.

[22.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) «Metropoli» portano tutti i codici di Strabone, come nella nota antecedente. Questa parola ha dato campo a molte e varie opinioni; e noi ne riparleremo più innanzi.

[23.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) È la spiegazione che ne dà il LENORMANT, _Grande Grèce_, I, 386.

[24.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) MAZZOCCHI: vedi la nota che segue.

[25.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) Ecco come è interpretato il passo di Scilace dal CLUVERIO (_Ital. Antiq_., II, 1253):

> _In ea_ (Lucania) _urbes graecae sunt istae: Posidonia, et Elea Thuriorum colonia, Pandosia_ Plataeum, _Terina, Hipponium, Medma, Rhegium promontorium atque opidum_. E poco dopo: _Post Rhegium sunt opida haec: Locri, Caulonia, Croton. Lacinium, Templum Minervae et Calypsonis insula, ipsi Crathis et Sibaris amnis; oppidumque Thauria. Hi in Lucania Greaci sunt_. — Il Mazzocchi non accetta la emendazione di Cluverio del _Plataeum_, ciòè «dei Plateesi» riferendoli a Pandosia, ma ritiene la parola _Platees_, come portano le vulgate edizioni, e crede che Silace accenni proprio ad una città di Platea. (_Ad Tabul. Her_. 101 e 554). Altri vorrebbero leggere, nel luogo controverso di Scilace, _Clampetia_ — Conf. CORCIA, _Op. cit_., III. 170.

La città di Platea, finora, è del tutto ignota.

[26.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) NIEBHUR era di avviso che fosse dell’epoca tra il 370 e 390 a.C. la parte del «Periplo» che riguarda l’Italia meridionale. — Letronne opina per la fine del V secolo, o del principio del IV a.C. E così, su per giù, i moderni tutti. — Conf. VIVIEN DE SAINT-MARTIN, _Hist.de la géographie_. Paris, 1873, pag. 98\. — Scilace non fa menzione dei Bruzii; quindi anteriore al 356.

[27.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) GROTE, _Op. cit_., vol. XVI, cap. 2\. p. 634:

> «Egli (Dionigi il vecchio) progettò di costruire una linea di muro Traverso al non Iargo istmo della penisola, da Sciletium ad Ipponium, per modo di separare il territorio di Locri dalla parte settentrionale d’Italia, e a metterlo completamente sotto il suo controllo. Ostensibilmente il muro era destinato a respingere le invasioni dei Lucani: ma in realtà (ci dicono) Dionigi intendeva interrompere le relazioni di Locri con gli altri Greci del golfo di Taranto. È detto che questi ultimi ostacolassero l’impresa: ma le difficoltà naturali erano di ben grande ostacolo: né al sa che il muro fu mai cominciato»[27a](x01_CAPITOLO_13.xhtml).

[27a.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) STRAB. VI, 261 e PLIN. II, n. III, 1\. Questi parla di istmo di 20 miglia, _intercisum_. Strabone invece parla di muro trasversale che è più probabile.[](x01_CAPITOLO_13.xhtml)

[28.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) Lib. XVI, § 5.

[29.](x01_CAPITOLO_13.xhtml) TITO LIVIO, lib. VIII, dec. I, 24.

# CAPITOLO XIV

## I BRUZII: ORIGINI, NOME, E PRIME VICENDE

  
Prima di procedere oltre occorre, per non estranea digressione, ricercare chi erano i Bruzii; onde venne l’origine e il nome, e quali le loro prime vicende poi che si staccarono dai Lucani, _originis suae auctoribus_, come si espresse lo storico Giustino.

In Diodoro Siculo si legge che,

> «nella CVI Olimpiade (398-401 di Roma — 356-353 a.C.) una moltitudine di gente di ogni razza, e in gran parte di servi[1](x01_CAPITOLO_14.xhtml) fuggitivi, si raccolse nella Lucania. Vissero dapprima la vita dei predoni; e quel continuo agitarsi in mezzo a incursioni violente e a sospetti di attacco, li temprò acconci agli esercizii di guerra. Poi la potenza loro venne in auge, quando nelle mischie che sostennero con gli abitanti del paese, ebbero la meglio. Vennero primamente all’assalto della città di Terina, e presala, la saccheggiarono: sottomisero in seguito Ipponio, Turii ed altre città: e stabilirono un governo proprio. Fu dato loro il nome di Bruzii, perché erano servi la maggior parte; e nello idioma del paese quel nome è dato agli schiavi fuggitivi[2](x01_CAPITOLO_14.xhtml). Tale è l’origine della gente dei Bruzii in Italia»[3](x01_CAPITOLO_14.xhtml).

Strabone aggiunge[4](x01_CAPITOLO_14.xhtml)

> «che a cotesto genere di gente venne il nome di Bruzii dai Lucani, i quali denominano appunto così i loro disertori[5](x01_CAPITOLO_14.xhtml) o ribelli. Erano, a così dire, pastori dei Lucani; e dalla costoro indulgenza[6](x01_CAPITOLO_14.xhtml) ottennero la libertà quando se ne staccarono: questo avvenne ai tempi che Dione, per muovere guerra a Dionigi, concitava un contro l’altro i popoli».

Dione fu sbandito da Siracusa circa l’anno 367.

Ma, secondo la natura delle cose, non va cotesto racconto delle origini bruzie. Una guerra di secessione tra una parte e l’altra della gente originaria lucano-sabellica, può comprendersi; ed esempi antichi e moderni non mancano. Antagonismi permanenti d’interessi o di sentimenti, sia per postura geografica, sia per diversità di credenze, possono a lungo andare erompere in guerre di secessione tra le parti di un corpo politico. Ma, nel caso narrato dei Bruzii, siamo innanzi al fatto di schiavi e padroni, o di servi e padroni; di schiavi (si vuole notarlo) non sparsi per tutta la distesa della regione lucana, ma raccolti in una parte estrema della regione stessa, che era quella intorno alla Sila e alle vaste valli del Criati: poiché è lì che si costituisce la gente, e lì d’intorno sottomette le città di Terina, di Turii ed Ipponio, e non città della Lucania propriamente detta. Ora la schiavitù, o servitù di gente soggetta a padroni non indica nella storia antica comunanza di schiatta, o fratellanza di origini, o identità di genti. Indica invece sottomissione violenta di una gente ad un’altra: il vincitore diventa padrone e dello Stato e delle terre del vinto; diventa azi padrone della libertà del vinto, quando questi non è spento, o non emigra in massa lontano. Il vinto diventa schiavo, o almeno, per meno gravi condizioni di cose, servo dell’altro.

E se questo è fuori dubbio, i Bruzii che sono detti schiavi fuggitivi o, sia pure «servi rurali»[7](x01_CAPITOLO_14.xhtml) dei Lucani, non furono altrimenti che genti antiche della contrada, sottomesse per diritto di guerra ai vincitori. Se fossero state parti etniche anche essi delle stesse tribù Lucane od Osco-lucane, non avrebbe spiegazione adeguata il fatto del primo sorgere loro a nazione separata e distinta.

Chi fossero coteste genti è agevole arguirlo in genere; ma non è possibile determinarlo con qualche certezza. Se, a testimonianza concorde delle antiche notizie, la regione era abitata dagli Enotri e dal Conii quando vi arrivarono i Lucani, le genti che, nei tempi storici, compariscono sottomesse ai Lucani sull’alto Crati e intorno al grande groppo della Sila, parrebbe non fossero altrimenti che reliquie di quei popoli che vennero indicati sotto la denominazione di Enotri e di Conii.

Ma questa denominazione comprese, secondo il nostro concetto, genti varie e molteplici. Se gli Enotri non fossero che unica schiatta di popolo, e se i Bruzii della storia non fossero stati altrimenti, che gente enotria della stessa famiglia, della stessa nazione, dello stesso corpo, a così dire, civile che fu quella gente abitatrice dell’ampia regione lucana dal fiume Bradano in giù verso il sud, noi non si saprebbe spiegare, perché unicamente gli Enotri accasati intorno al groppo della Sila e sull’alto Crati si sarebbero rivoltati contro gli antichi padroni; quasi che gli Enotri dell’interna regione fossero stati sommessi a men dura condizione di vivere politico o civile; né si saprebbe spiegare (se così fosse) perché tale diversità di condizione tra una parte della gente enotria e un’altra parte della stessa gente.

È dunque probabile che i vetusti stanziamenti di popoli intorno alla Sila e all’alto Crati, non fossero altrimenti che di genti separate ed autonome, non propriamente identiche agli Enotri, benché probabilmente compresi e confusi nella stessa denominazione generica di Enotri. Se affini e in che vincoli etnici affini a costoro, non può sapersi; vennero dalle stesse plaghe di là dal mare con lo stesso flutto di genti che si diffusero per la Peucetia, la Japigia e l’Enotria; abitarono un cantone separato; furono forse tributarii di Sibari, ma tornarono liberi quando la grande città fu distrutta.

Fra il largo flutto di genti, che ci vennero dalle terre illiro-epirotiche, indicammo già[8](x01_CAPITOLO_14.xhtml), oltre i Japidi o Japigi e i Calabri, i Peuceti e i Sallentii, anche i Breuci, e i Peirusti, i quali insieme agli Andizetii, ai Diasnoti ed altri Strabone fa abitatori del paese tra la Pannonia e la Dalmazia[9](x01_CAPITOLO_14.xhtml).

I Peirusti abitavano sul fiume Drino che si scarica nel golfo di Dulcigno: nella penisola bruzia le loro traccie si trovano nei popoli Aprustani, indicati da Plinio nella penisola stessa. E i Breuci della bassa Pannonia sarebbero, a nostro avviso, i progenitori appunto di quelli che furono Bretii ai Greci, e Brutii agli Osco-Latini[10](x01_CAPITOLO_14.xhtml). Confusi dagli Ellenici delle coste nel nome generico di Enotri e di barbari; tributari o no della città di Sibari; sottomessi dopo Sibari al predominio dei Lucani, quando infine ne scossero il giogo, risorse con l’acquistata indipendenza l’antico nome.

Diodoro, come testé fu ricordato, ne riferirebbe il nome all’appellativo di «schiavi fuggitivi» che tale sarebbe stata ai Lucani, oschi di linguaggio, la parola Brutii. Non negherei attendibilità a questa chiosa filologica di Diodoro[11](x01_CAPITOLO_14.xhtml). E ben posso supporre, che i padroni irritati non ristettero, di certo, dal lanciare anche l’arma dell’ingiuria alle spalle dei ribelli e contumaci. Che questi raccogliessero l’ingiuria, rialzandola fino all’onore di un nome nazionale, è, per verità, supposizione più conforme all’ambiente in cui si agitano i caratteri poetici e gli attori dell’epopea, anziché della vita reale. Se i _gueux_ delle Fiandre rialzarono l’ingiuria del nome che loro gittavano in viso gli idalghi delle Spagne, essi liaccattarono come arma di guerra contro arma di guerra; fu tratto di freccia respinto dallo spirito borghese che ricordasse all’orgoglio dei nobili come essi erano stati vinti appunto da quei cenciosi e paltonieri, derisi e sprezzati: ma non elevarono la parola d’ingiuria all’onore di dare il nome alla nazione. Barbari o civili, il fondo della natura umana è lo stesso: e non poté accadere altrimenti tra i Breuci e Brutii[12](x01_CAPITOLO_14.xhtml).

Preferisco invece di credere che rivisse, o, più giustamente, che rifulse allora, con l’acquistata autonomia, l’antica nota etnica della stirpe.

L’avanzarsi dei Lucani dalle radici del monte Pollino verso il mezzodì della penisola, ed il commescolarsi di essi con i Bretii, non poté accadere più tardi del secolo V a.C., dopo cioè caduto l’imperio di Sibari. Accettando cotesti limiti di tempo, la soggezione dei Brutii ai Lucani non sarebbe durata che un secolo e mezzo, quanto ne corre all’incirca fino al 356-60, che è la data storica della secessione di una gente dall’altra. Non sappiamo di che precisa natura fosse la soggezione di un popolo all’altro, se di schiavi, o servi o tributari. Ma gli uni perdettero la loro lingua, e vuol dire la propria personalità; gli altri imposero la loro. I Bruzii dei tempi storici furono oschi per linguaggio, e al commescolarsi coi Greci, divennero ellenici altresì, onde furono detti bilingui dai Romani. Ma perché la gente «bruzia» che non fu di razza sabellica, ma di probabili origini enotrie o illiriche, avesse potuto appropriarsi l’idioma osco, occorrevano due condizioni, indeclinabili, di cose. Occorreva, cioè, che la gente sottomessa non fosse molto numerosa in confronto della gente che li sottomise; e che un certo periodo di tempo non breve avesse potuto maturare la trasformazione. Bastò egli un secolo e mezzo? Per verità, ai Longobardi bastò anche meno in Italia.

La storia non dice quali conati di libertà agitarono da prima i Bruzii; quali lotte ebbero poi a sostenere con essi I Lucani. Fatti tanto gravi quale è l’affrancamento di un popolo dalla soggezione di un altro; quale è la secessione violenta di una parte di esso da un altro dominante e contrario, non potrebbero essere successi, come nelle favole tragiche o nella unità poetica della leggenda, di un tratto, per impeto subito ed unico, per scenica e solenne vittoria e non contrastata. I conati di rivolta ripetuti, i tentativi mal riusciti e repressi, i contrasti, le sommosse, le lotte, le guerre rinnovate finché non sorvenne la pace tra i due popoli, dovettero consumare almeno una generazione; che vuol dire un periodo di tempo almeno di un trent’anni.

> «Da principio — dice Giustino[13](x01_CAPITOLO_14.xhtml) — non furono che appena un mezzo centinaio di contumaci, datisi a predare attorno pei campi; poi per cupidigia di preda aumentati in grande multitudine, infestavano la regione. Quindi fecero guerra ai Lucani, autori della loro propria stirpe; e venuti su in ardimento dai successi, della vittoria, poterono fare la pace con essi e ad equi patti ottenerla».

Di certo, tutte le rivoluzioni di popoli, tutte le violenti mutazioni di Stati non cominciano altrimenti che da piccole origini, conati e congiure di pochi per impeti brevi di gente audace, che altri dirà briganti e filibustieri, altri dirà martiri ed eroi. Giustino, nelle parole che abbiamo riferito, scrive come lo storico uffiziale dei popoli lucani.

Costituita la novella nazione, i confini della Lucania, che erano giunti fino allo stretto siculo[14](x01_CAPITOLO_14.xhtml), nel corso del secolo IV a.C., si ritrassero indietro; dapprima intorno alla Sila e al Crati; dipoi definitivamente intorno al groppo del Pollino. Consentia è detta ancora dei Lucani ai tempi delle guerre con Alessandro il Molosso, circa il 330 a.C. In quei fatti di guerra i Bruzii erano d’accordo coi Lucani; ed è probabile che nell’assetto delle due regioni, dopo liberate dalla invasione tarantino-epirotica, Cosenza venne in dominio ai Bruzii; i quali, poiché non erano ancora padroni della restante penisola, essa fecero metropoli o capo del loro primitivo Stato, e vuol dire sede dei loro Consigli federali.

Essi tendevano ad espandersi verso il mezzogiorno della penisola, e scendere al mare, dove erano città floride e ricche di altra razza, di altro linguaggio. Crotone, più che ogni altra, doveva tentare la cupidigia loro; ma era men difficile cominciare dalle minori città: e troviamo che verso il 353 s’impadronirono di Terina e di Temesa, città grecaniche sul Tirreno, non che di Pandosia, che non è quella dell’Aciris in Lucania. Se queste erano città in legame di dipendenza, come pare, da Crotone, e se ebbero di conseguenza aiuti da questa città, vuol dire che, essendo riuscito vano il costei soccorso, la potenza greca italica era al suo declino. Si spinsero innanzi e presero Ipponio, che pare fosse in dipendenza da’ Locresi. Si rivolsero allora verso Crotone; ma intopparono in un ostacolo inaspettato.

Dopo caduta Sibari, e pria che Taranto sorgesse a prevalenza egemonica, Crotone era la più notevole delle città greche italiche della penisola. Ma non si sentì forte tanto da respingere da sola l’urto dei neo-barbari dei monti; e ricorse di aiuto a Siracusa. La grande città dell’isola era il più potente Stato della Grecia coloniale all’Occidente, e per quasi secolare politica ambiva egemonia, nonché sulla Sicilia, sulle colonie elleniche della penisola vicina.

Siracusa mandò una flotta e soldati a difendere dai Bruzii Crotone. Ciò avvenne nel 319-320 a.C., ed è memorabile il fatto alla storia generale, non tanto perché i Bruzii furono respinti e Crotone liberata; quanto perché come chiliarca dei soldati siracusani si mostra la prima volta nella storia Agatocle, che il genio guerresco e politico, la energia e la ricchezza del carattere, l’atrocità e la grandezza dei fatti, e la fortuna fecero uno dei più grandi e singolari uomini della storia antica. Fra audaci e subdole imprese e fortunosi eventi, egli di umilissimo stato arriva al fastigio del potere in Siracusa; e ripigliando i disegni e la politica del vecchio Dionigi, combatte i Cartaginesi per cacciarli di Sicilia; rinnova le antiche imprese sulla penisola italica; si spinge oltre fino all’Adriatico, nonché alle isole di fronte all’Epiro, per dominare tutta la distesa del Jonio, e pirateggiare i commerci dei popoli rivieraschi a profitto delle flotte siracusane.

Quando egli addivenne sovrano in Siracusa, continuò la politica di combattere i Bruzii e soccorrere Crotone, ma con l’intento manifesto di acquistare dritto di protettorato su quella delle maggiori città grecaniche della penisola, continuando i disegni di Dionigi, che si era fatto protettore e padrone della città di Locri, e aveva combattuto i Lucani.

A Crotone, intorno a quei tempi e per uno di quei perpetui rivolgimenti delle città greche di stirpe achea, il partito democratico aveva cacciato in bando quelli che si dicevano gli oligarchici del Governo; e questi, ritiratisi nella prossimo Turii, tentarono non guari dipoi, con forze raccattate qui e qua, di rientrare in Crotone. Ma i democratici di Crotone li vinsero in battaglia e li dispersero; uno dei strateghi vincitori diventò il capo, o sovrano, o tiranno del governo crotoniate. Ebbe nome Menedemo; e vi rimase diciannove anni sovrano, a contare dall’anno 318 a.C.

Vivendo ancora costui, Agatocle giunse a gittare i suoi artigli su di Crotone, con uno di quei tratti di perfidia, consueti e al suo carattere e alla politica di quei tiranni siciliani, che parvero men greci di animo e di sensi, che punici e barbari. Mandava sua figlia Lanussa sposa al giovine Pirro re di Epiro, e chiese che la sua flotta approdasse da amica per rifornirsi nel porto di Crotone. Ma le navi accolte da amiche non tardano a scoprire la impresa de’ pirati: di un colpo di mano la flotta si impadronisce della città; la mette a sacco e sangue; e lascia guarnigione nella sua rocca. Quelle ricche e fiorenti città della democrazia achee, non avevano a difesa nucleo di eserciti stabili: e il popolo sovrano e armato di Crotone, allora dormiva! Questo accadde intorno al 299 a.C.

Mentre egli insidia le città greche per mare, i Bruzii non cessano di espandersi dall’interno Appennino verso le coste; onde è che quelle città per difendersi dai barbari piegavano meno inimiche al protettorato siracusano. È detto che nel 301 a.C. la flotta di Agatocle, costeggiando la penisola, incendia e devasta e s’impadronisce di parecchie città marittime dei Bruzii: di queste è ignoto il posto e il nome; ma il fatto mostra che già gli ingrandimenti della nuova gente erano giunti fino al mare.

L’anno dopo, mentre la flotta di Agatocle naviga pel Jonio con l’intento di operare sopra l’isola di Corcira, sbarca una parte delle truppe sulle coste dei Bruzii, sotto gli ordini del di lui figlio Archagathos, per combattere i barbari; e vuol dire che il protettorato di Siracusa era già accettato dalle città italiote. Ma, non pagate del loro soldi, le truppe ivi rimaste ammutinano: e Agatocle, che al ritorno di Corcira vuole punirle, non le dècima, ma le distrugge tutte; e dicono fossero duemila!

Quindi assedia, sulle stesse terre dei Bruzii, una loro città che Diodoro dice Ethas, e che è rimasta finora del tutto sconosciuta[15](x01_CAPITOLO_14.xhtml). Ma i Bruzii sorprendono il campo degli assedianti; ne uccidono (portano le cifre) per quattromila! e la grave perdita, stremando le forze di Agatocle, lo costringe a levare l’assedio e ritirarsi a Siracusa.

Non guari dopo egli torna con 30,000 fanti e 3000 cavalli. Padrone, pei suoi presidii in Crotone e Locri, delle coste ioniche, si volge alle coste italiche sul Tirreno; e assedia e prende Ipponio, che era già dei Bruzii. Questi vengono a non so che accordi di pace col vincitore, e gli dànno a guarentigia di fede seicento ostaggi: ma non appena il vecchio guerriero ha lasciato la penisola, i Bruzii rompono la tregua; liberano gli ostaggi, riprendendo la città dove erano chiusi, e scuotono il giogo di Agatocle[16](x01_CAPITOLO_14.xhtml).

E fu fortuna per essi che quegli morisse allora nel 289: perché, rimosso al loro fatale andare l’ostacolo di un grande inimico, poterono estendersi e raffermarsi. Vincono di poi e sottomettono le città grecaniche maggiori: sono respinti, è vero, da Locri (come ricorda un epigrammma della poetessa Nosside che era locrese); ma s’impadroniscoo di Caulonia. Quindi ingrandiscono sempre più a danno dei greco-italici delle coste.

Le turbolenze interne perpetue, il predominio delle sètte democratiche che di loro natura non fanno politica oltre la cerchia interna dello Stato, la mancanza di eserciti stabili, e quell’individualismo incurabile di ciascuna città grecanica, furono la causa immanente del loro declino e della graduale sottomissione loro alle nazioni circostanti, meno civili, meno culte, meno ricche: ma più forti, perché più compatte, in virtù di un’origine comune e di un legame federale, che non cessò mai, se non quando la forza prevalente di Roma ebbe annichilita l’indipendenza politica loro come Stato.

#### NOTE

[1.](x01_CAPITOLO_14.xhtml) Δουλῶν, nel testo diodoriano.

[2.](x01_CAPITOLO_14.xhtml) Δραπέτοι.

[3.](x01_CAPITOLO_14.xhtml) Lib. XVI, 15.

[4.](x01_CAPITOLO_14.xhtml) Lib. VI, 392.

[5.](x01_CAPITOLO_14.xhtml) Ἀποστάτας.

[6.](x01_CAPITOLO_14.xhtml) Ἀνεσις.

[7.](x01_CAPITOLO_14.xhtml) Così sono detti dal GROTE, _Op. cit_., XVI, cap. IV.

[8.](x01_CAPITOLO_14.xhtml) Capitolo IV.

[9.](x01_CAPITOLO_14.xhtml) STRAB. VII, 483:

> _Gentes Pannonum sunt Reuci, Andizetii, Diasnotes, Peirustae, Daesitiatae, Mazaei, aliique miores et oscuriores, conventus. Pertingit Pannonia etiam usque ad Dalmatiam_.

I _Breuci_ sono pure nominati da Plinio, lib. III, 25, e da Tolommeo.

[10.](x01_CAPITOLO_14.xhtml) Nelle iscrizioni latine sono detti anche _Britii_. Conf. βρειτισιον che diventa _Brundisium_, e poi _Brindisi_.

[11.](x01_CAPITOLO_14.xhtml) La parola _brtya_, nel sanscrito, vale per _servus_ e _famatus_. BOPP. _Gloss. comp. ling. sanscr. ad v_. — Dalla radice _brt_ — _ferens, gerens, sustinens_.

[12.](x01_CAPITOLO_14.xhtml) Il fatto della secessione dei Bruzii dai Lucani è troppo determinatamente attestato da Diodoro, da Strabone e da altri antichi scrittori, perché possa validamente revocarsi in dubbio, come fanno parecchi scrittori moderni della penisola calabra; alcuni dei quali al spingono anzi tanto oltre da negare altresì che i Lucani estesero i confini del loro dominio fino allo stretto siculo. Il Grimaldi, per esempio, non riconosce «la unione delle due regioni bruzia e lucana, se non quando i due popoli ai Romani furono soggetti» che è troppo rigido concetto (_Studi archeolog. sulla Calabria Ultra Seconda_. Napoli, 1845, p. 18).

Egli nega addirittura ogni fede alle testimonianze di Diodoro, di Strabone e di Giustino, e di fonda du una serie di testimonianze per tempo, a suo giudizio, anteriori al 356 a.C. che è la data diodoriana dello stato civile del Bruzii. E le testimonianze sono: 1° un frammento di Aristofane, ove è una parola della lingua (non già della pece) bruzia; 2º un frammento della poetessa Nosside, di lmera, che accenna ad una vittoria dei Locresi sui Bruzii: 3º il titolo «Brezia» dato ad una commedia, perduta, di Alesside di Turii; 4º il passo dello stesso Diodoro (XII, 22) che alla Ollmp. 83-445 a.C. nomina i Bruzii.

Or, cominciando da quest’ultimo, le parole di Diodoro sono queste:

> «I Sibariti che scamparono dalle violenze di un rivolgimento (intestino dei Turii, v. a pag. 133) andarono a stabilirsi presto il fiume Trionto, ove dimorarono un certo tempo: ma anche di là furono scacciati o uccisi dai Bruzii».

Da queste parole non si può cavarne la conclusione che i Bruzii scacciarono i Sibariti el 445; li cacciarono intende Diodoro, dopo questa epoca, in un periodo di tempo che è indeterminato. Ed è perfettamente corretto interpretare, ove sia dubbiezza, un autore con le teoriche, i fatti e i concetti dell’autore stesso; altro sistema è incivile. — 2° L’età di Alesside è incerta; ma al più è del IV secolo a.C. e non del V: e taluno lo dice nato nel 394 e vissuto fino 106 anni! (LENORMANT, G.G. I, 311) è certo che fu avo di Menandro; e poiché questi visse dal 340 al 290 a.C., è lecito ritenere come possibile che Alesside abbia vissuto dieci, o quindici, o vent’anni, ossia un certo periodo di tempo dopo l’anno di nascita del nipote: e questo basta. — 3° La poetessa Nosside non fu contemporanea di Saffo, corno dice l’A., ma sì di Anitea di Tegea, che fiorì verso l’Ol. 120, cioè 300 a.C. (SCHOELL, _Stor. Ietter. greca_, vol. III, p. I. pag. 47).

3º Resta il frammento di Aristofane, che, nella raccolta, va sotto il n. 719\. È tratto da Stefano Bizatino, ove si legge non più che così: ARISTOPHANES, Nigra gravis lingua Brettia aderat. Non altro; né cenno se di Aristofane il comico, o di altri. Ma esisté anche un Aristofane di Bizanzio, che fu celebre uomo di lettere del III secolo a.C. e che oltre ai commenti di Omero, di Alceo, di Pindaro, e dello stesso Aristofane comico, scrisse di cose di lingua, e fu il primo compilatore del famoso «Canone degli autori classici» (SCHOELL, _Op. cit_. III, II, 78). Quale dei due Aristofani è quello del frammento sulla lingua bruzia? — Prima di rispondere aggiungo che in Fozio si trova un altro frammento così: ARISTOPHANES, Melaina pars navigii pice illita et mari immersa. Anche questo frammento è riferito nelle edizioni di Aristofane il comico; ma il Dobrey dubita che possa essere piuttosto di «Aristofane il grammatico» (Vedi in ARISTOPHAIS _Comoediae et deperditarum fragmenta_. Parisiis, 1880, Didot; a pag. 533, il primo frammento sotto il n. 719; e a pag. 534 il secondo sotto il n. VIII dei _Fragm. dubia_).

Tra i due, non è lecito il dubbio? —- Ma considerando che il framm. 719, attribuito che sia al Comico, intoppa in una notizia che è determinata e precisa in Diodoro e che pure concorda con altri storici antichi, ogni discreta ragione interpetrativa consiglia di riferirlo piuttosto al Grammatico del III secolo.

E questo io ritengo per fermo; e chiudo l’incidente.

[13.](x01_CAPITOLO_14.xhtml) Lib, XXIII.

[14.](x01_CAPITOLO_14.xhtml) V. capitolo precedente.

[15.](x01_CAPITOLO_14.xhtml) DIODORO, _Framm_., lib. XXI, 272.

Il fiume _Neæthos_ o Neeto, al nord e non lungi da Cotrone, si scarica nel Jonio. È probabile fosse una città presso quel fiume.

[16.](x01_CAPITOLO_14.xhtml) DIODORO, Framm., lib. XXI, p. 276.

# CAPITOLO XV

## I LUCANI NELLE GUERRE CONTRO LE CITTÀ ITALIOTE E NELLE GUERRE TRA IL SANNIO E ROMA [1](x01_CAPITOLO_15.xhtml)

  
Torniamo a’ Lucani. La secessione dei Bruzii da’ Lucani alla metà del IV secolo a.C., e il costituirsi a Stato di questa novella gente pel gran dorso del groppo silano in giù verso lo stretto siculo, troncò l’espandersi de’ Lucani per la penisola bruzia; e fece sì che s’indirigesse ad altri obiettivi l’attività loro. Da quel tempo in poi si volsero contro ai possedimenti delle città greche poste sul golfo di Taranto, poiché erano già in loro dominio tutte o quasi tutte le città sul golfo di Posidonia, al mar Tirreno.

Come avvenuta breve tempo prima della battaglia di Cheronea, che fu nel 338 a.C., Diodoro Siculo fa parola[2](x01_CAPITOLO_15.xhtml) di una guerra de’ Lucani contro la città di Taranto. È probabile che essi, prima di spingersi fino a Taranto, già avessero fatto punta contro di Metaponto, più prossima ai loro confini, e, di certo, meno potente se non meno ricca di Taranto. Se giunsero ad impadronirsene fin da quel tempo, non lo affermo; ma è molto probabile che, sia per gli attacchi contro Metaponto, sia contro Eraclea in dipendenza più diretta di Taranto, ebbero a sorgere le ragioni delle ostilità dei Lucani con i Tarantini.

Taranto, città marinara e commerciante, se ebbe nerbo di flotte e di ricchezze maravigliose, non ebbe esercito di terra; e tutta la sua storia mostra che trovasse più proficuo o più cauto il ricorrere, nei momenti di grandi strettezze sue, ad assoldare eserciti di mercenarii e soldati di ventura, anziché creare un esercito stabile contro i nemici di terra ferma: temeva i tiranni militari domestici, come per le città greche di Sicilia. Aveva naturali inimici, da un lato, i Messapi: ora venivano in campo i Lucani. In quel frangente «chiese soccorso — dice Diodoro — ai Lacedemoni donde ebbe origine; e questi lo concessero volentieri, in considerazione dell’antica parentela», come dice lo storico, o piuttosto per quegli intenti di egemonia, che Sparta ambiva sulla nazione greca. «Sparta adunque, riunì prontamente un esercito ed un’armata; e vi mise a capo Archidamo»; che era uno dei due re dei Lacedemoni, e per costumi e spiriti militari lodato. Archidamo, dopo aver vinto non so che fazione di guerra nell’isola di Creta, «venne in Italia; portò soccorso a’ Tarantini, ma cadde gloriosamente (dice Diodoro) in un combattimento; e non guari dopo, tutti i suoi mercenarii furono tagliati a pezzi dai Lucani»[3](x01_CAPITOLO_15.xhtml). La battaglia così funesta ad Archidamo accadde, se si vuol credere a Plutarco, proprio lo stesso giorno della battaglia famosa di Cheronea (a.C. 338); ed ebbe luogo probabilmente[4](x01_CAPITOLO_15.xhtml) presso la città di Manduria. Rimangono ignoti i risultamenti politici che ne trassero i vincitori.

Nella bassa Italia era cominciato da qualche tempo un movimento di spinta, di pressioni guerresche tra quelle genti, che i Greci ai loro confini dicevano «barbari» (ed erano di certo meno civili di loro), e i possedimenti della Ellenia italiota. Se i Lucani e i Bruzii premevano sulle città costiere del Jonio e del Tirreno, i Messapi, di cui poco è noto, premevano dal canto loro contro le città greche della penisola salentina. E intanto i Romani dal Tevere facevano punta di anno in anno contro le popolazioni all’oriente del Tevere stesso. Era egli semplice rigoglio di forze giovanili in quei «barbari» tratti allo splendore o spinti alla cupidigia delle ricchezze elleniche? O gli era anche il pullulare di un concetto politico più alto e segreto di qualche popolo prossimo a loro? — I «barbari» dunque ribollivano da tutte parli contro le città greche della costa; e queste, disunite, senza nerbo di esercito stabile, con instabili governi e torbidi umori interni separatisti, piegavano e cadevano.

La rotta di Archidamo non poté se non accrescere le strette dei Lucani contro Taranto; la quale, non potendo oltre resistere ai «barbari» collegati ai suoi confini, dopo pochi anni ricorre di nuovo a nuovo esercito di mercenarii. I Lucani e i Messapi pare agissero secondo un disegno comune; era dunque lega tra loro; e che alla lega accedessero anche i Bruzii, è manifesto da che la guerra che ne seguì ebbe grande sviluppo nella regione dei Bruzii più che tra’ monti lucani: ma non è del pari manifesto per noi quale interesse avessero i Bruzii della regione silana contro la non prossima città di Taranto. Erano, forse, ancora in qualche dipendenza dai Lucani? La storia non lo dice.

Taranto adunque ricorre di aiuto ad Alessandro Epirota, Re de’ Molossi, che era zio e cognato allo stesso tempo di Alessandro il Grande. Ed egli arriva in Italia verso l’anno di Roma 422, che è 6 il 332 a.C.[5](x01_CAPITOLO_15.xhtml).

Fu detto che egli venisse col segreto pensiero di crearsi un regno in Italia; ed è probabile; già suo nipote riempiva il mondo della sua fama, portando i confini del regno macedonico fino all’ultima Asia. Ma se il grande Macedone trovò a debellare in Asia femmine piuttosto che soldati (come disse amaramente lo zio, combattuto in Italia), questi si trovò di fronte a gente maschia, valorosa ed energica, che volse diversamente i destini della storia. Però l’impresa sua non fu soltanto d’impeti audaci di un capitano di ventura; si sorresse anche alle industrie della diplomazia, fece lega coi Pediculi, che erano inimici e contermini a’ Messapi; strinse patti con la città di Metaponto, mandò ambasceria ai Romani, che combattenti nella bassa Italia contro i Sanniti, potevano riuscire di accordo favorevoli alle operazioni guerresche di lui contro le genti di razze sabelliche. Suscitò nuovi antagonismi, e degli antichi dissidi abilmente profittò, tra le città e tra i partiti della federazione lucana; giacché è risaputo che nell’esercito di lui era un nucleo di Lucani che sono detti sbanditi, e questi sarebbero appunto i secessionisti dalla federazione, messi al bando, come è naturale, dal governo della gente lucana.

È particolarmente, ricordato dell’indirizzo politico suo il fatto memorabile che tramutasse a Turii, dalla città di Eraclea ove prima avevano luogo, la sede delle assemblee delle città greche italiote; e ciò, come fu detto, per allontanare dall’eminente dei pubblici comizii le influenze tarantine prevalenti nella dipendente città di Eraclea.

Non è una delle perdite più deplorevoli dell’antica storia della Magna Grecia, questa oscurità intorno alle relazioni federative delle varie città di esse.

Stato propriamente ed essenzialmente federativo non fu mai quel tratto di paese che ebbe poi dagli italici il nome di Magna Grecia. Né gli scrittori antichi lo dicono o lo fanno arguire; né la natura stessa delle cose, e, vuol dire, le diversità di origini, di razze, di età, d’interessi di quelle popolazioni elleniche avrebbero consentito ad un ordinamento federativo di regola, che, innanzi tutto, richiede identità di razza. La Magna Grecia, come la Grecia madre non fu che un’accolta di città o popoli, autonome ciascuna, soventi inimiche, sempre tra loro rivali ed emule. Sopravvenendo grandi pericoli esterni che minacciassero vitali interessi di due o più di codesti popoli o città, era natural cosa che essi si accontassero in un accordo, in una lega che durasse fin quando cessasse il pericolo. È probabile che in un gruppo di città più prossime e autonome, ma non di eguale importanza, si stringesse un qualche accordo di interessi comuni a difesa sia d’interessi commerciali, sia d’indipendenza; con prevalenza manifesta di una di quello città, come capo della lega, sull’altra. È probabile che ai tempi di Archita[6](x01_CAPITOLO_15.xhtml), stratego in Taranto, alcune di codeste parziali leghe abbia potuto essere stretta tra le città greco-italiche del golfo tarantino. E in questo senso, limitato per luogo e per tempo, può ammettersi che si adunassero in Eraclea, città in protettorato di Taranto, i solenni concilii delle città collegate, di cui è parola in Strabone[7](x01_CAPITOLO_15.xhtml). Non parmi si possa ragionevolmente allargare il concetto di coteste leghe; tenuto conto delle diversità di razze e di origini di quella gente e degli interessi non perdurantemente concordi delle une dalle altre città. Quando i Lucani, d’accordo con Dionigi di Siracusa, oppugnavano le città greco-italiote della penisola bruzia, queste allora si collegarono a difesa comune contro il comune pericolo. E quando, intorno a questi tempi, Messapi e Lucani irruppero di accordo contro lo stato di Taranto, è ben probabile che sorgesse allora contro di essi una concorde lega tra le città del golfo tarantino; è probabile che queste fossero appunto Metaponto, Eraclea, Pandosia, forse Tebe, Lagaria, Turii, nonché Taranto. Questa lega ebbe i suoi concilii federali ad Eraclea, che era punto centrale ai greci delle città d’intorno[8](x01_CAPITOLO_15.xhtml).

Lo sviluppo delle operazioni guerresche del Molosso si protrasse nella bassa Italia per circa otto anni; nei quali gli interessi si aggrovigliarono e sursero antagonismi inaspettati.

I Tarantini avevano creduto di comprare la spada di un soldato di ventura; temettero invece di essersi messi in casa un pretendente. Ben presto il poco accordo tra Alessandro e i Tarantini scoppiò in aperta rottura che finì in guerra; se questo significhi (come pare manifesto) l’accenno di Livio, che egli prese, tra altre città, anche «Eraclea dei Tarantini»[9](x01_CAPITOLO_15.xhtml). E di qua, sia dissidio profondo, sia guerra aperta tra Taranto e il Re dei Molossi suo condottiero, che faceva interessi e politica propria come i tanti condottieri delle città italiane dei secoli XIV e XV si spiegherebbe il fatto del tramutamento dei pubblici concilii della lega da Eraclea a Turii. Qui, nella regione turiese, sulle rive di un suo fiume, che erratamente è detto Acalandro nelle carte di Strabone, Alessandro fece circondare di opere opportune alle comodità e alla difesa i luoghi dell’assemblea; e proseguì la guerra[10](x01_CAPITOLO_15.xhtml).

I Lucani trassero dalla loro parte i Sanniti; i quali già sospetti ed avversi allo espandersi di Roma da un lato, non potevano assistere senza sospetto al crescere di potenza di una città o di un re, dall’altro lato. Si strinsero in lega; e gli uniti eserciti loro vennero a giornata con le falangi di Alessandro nelle campagne intorno a Posidonia. In questa città, che egli già aveva presa ai Lucani, si trovava con l’esercito il re; onde è dato arguire che avesse attraversata, se non tutta sottomessa, la regione interna lucana, dal mar Jonio al Tirreno[11](x01_CAPITOLO_15.xhtml). Nella battaglia di Posidonia furono vinti i Lucano-Sanniti[12](x01_CAPITOLO_15.xhtml); e il Molosso poté spingere l’esercito suo, per la più corta via della spiaggia tirrena, verso le terre poste oltre il fiume Lao, che erano ancora in dominio dei Lucani, poiché Cosenza era ancora una loro città. Scorrendo il paese e guerreggiando, è ricordato che prese Terina ai Bruzii e Ipponio[13](x01_CAPITOLO_15.xhtml) sulla spiaggia tirrena; quindi risalendo ai monti prese Cosenza ai Lucani ed altre città di nome ignote. Infine accampò presso Pandosia.

A Pandosia avvenne la battaglia, memorabile alla storia nostra, nella quale Alessandro fu morto. Lasciamo che la parola di Livio narri le vicende del fatto:

> «Trovandosi il Re non molto discosto dalla città di Pandosia, vicino ai contini dei Bruzii e dei Lucani, si pose su tre monticelli alquanto l’uno dall’altro divisi e lontani, per scorrere quindi in qual parte volesse delle terre dei nemici; aveva intorno a sé per sua guardia un duecento Lucani sbanditi, come persone fedelissime, ma di quella sorta d’uomini, che hanno, come avviene, la fede insieme con la fortuna mutabile. Avendo le continue pioggie, allagando tutto il piano, diviso l’esercito posto in tre parti, in guisa che l’una all’altra non poteva portare aiuto, due di quelle bande poste sopra ai colli, le quali erano senza la persona del Re, furono oppresse rotte dalla subita venuta ed assalto dei nemici, i quali e poi tutti si volsero all’assedio del Re, e mandarono alcuni messaggi ai Lucani loro sbanditi. I quali avendo pattuito di essere restituiti alla patria, promisero di dar loro nelle mani il Re vivo o morto. Ma egli con una compagnia di uomini scelti fede un’ardita impresa che urtando si mise a passare, combattendo, fra mezzo dei nemici; ed ammazzò il capitano dei Lucani, che d’appresso lo aveva assaltato; ed avendo raccolto i suoi dalla fuga, tra essi ristretto, giunse al fiume, il quale mostrava qual fosse il cammino con le fresche ruine del ponte, che la furia delle acque aveva menato via, il qual fiume, passandolo la gente senza sapere il certo guado, un soldato stanco ed affannato, quasi rimbrottandolo e rimproverandogli il suo abbominevole nome, disse: _dirittamente sei chiamato Acheronte_. La qual parola, posciaché pervenne alle orecchie del Re, incontan+ente lo fece ricordare del suo destino, e stare alquanto sospeso e dubbio, s’ei si doveva mettere a passare. Allora, Sotimo, un ministro dei paggi del Re, lo domandò _che stesse a badare?_ e l’ammonì che i Lucani cercavano d’ingannarlo; i quali poiché il Re vide da lungi venire alla sua volta, in uno stuolo, trasse fuori Ia spada ed urtando il cavallo, si mise arditamente per mezzo del fiume per passare; e già uscito dalla profondità dell’acqua, era giunto nel guado sicuro, quando uno sbandito lucano lo passò dall’un canto all’altro con un dardo. Onde essendo caduto, fu poi trasportato il corpo esanime dalle onde, con la medesima asta insino alle poste del nemici, ove ei fu crudelmente lacerato, perché tagliatolo pel mezzo, ne mandarono una parte a Cosenza e l’altra serbarono per straziarla; la quale, mentre era percossa dai sassi e dardi per scherno, una donna mescolandosi con la turba, che fuori di ogni modo della umana rabbia incrudeliva, pregò che alquanto si fermassero; e piangendo disse: Che aveva il marito ed i figliuoli nelle mani dei nemici e che sperava con quel corpo del Re, così straziato come egli era, poterli ricomprare. Questa fu la fine dello strazio; e quel tanto che vi avanzò dei membri fu seppellito in Cosenza, per cura di una sola donna, e le ossa furono rimandate a Metaponto ai nemici: e quindi poi riportate nell’Epiro a Cleopatra sua donna, e ad Olimpiade sua sorella, delle quali l’una fu madre e l’altra sorella di Alessandro Magno»[14](x01_CAPITOLO_15.xhtml).

Lo strazio contro il cadavere del re, se accusa la inciviltà dei vincitori, prova altresì (come osserva il Niebhur)[15](x01_CAPITOLO_15.xhtml) che l’epirota erasi mostrato assai crudele nel corso delle sue vittorie. Le ricchissime armi del re essi consacrarono, trofeo di vittoria e di pietà, ai loro iddii in un tempio di Grumento, che era forse o la città capo della federazione in quel tempo, o la precipua delle città lucane. Ai principii del trascorso secolo furono trovate, tra le ruine di essa presso Saponara, ed oggi si ammirano, preziosissimi cimelii della grande arte greca, nel museo britannico[16](x01_CAPITOLO_15.xhtml).

I mutilati avanzi del corpo del re furono mandati in Epiro; ed a ragione di riscatto, in cambio di essi fu rilasciato uno dei capi degli eserciti lucani, che era prigioniero del re al di là del mare. Un’antica tradizione, serbata da un grammatico greco dei bassi tempi, accenna sì al cambio, e sì al nome del generale lucano, che era Tarquinio, o conforme alla pronunzia osca, Tarpinio[17](x01_CAPITOLO_15.xhtml). La battaglia, che liberò i lucani dall’invasione tarantino-epirota, avvenne nell’anno di Roma 428 (326 a.C.), o secondo un altro computo cronologico, intorno al 331 o 332[18](x01_CAPITOLO_15.xhtml). La notizia del luogo ove fu combattuta, è dibattuta anche essa; ma viene indicato, con maggiore probabilità, presso la Pandosia dei Bruzii, non molto lontano da Cosenza[19](x01_CAPITOLO_15.xhtml).

Conseguenza immediata della disfatta di Pandosia fu che tornarono alla dipendenza dei Lucani Cosenza e le altre città d’intorno; alla dipendenza dei Bruzii Terina ed altre[20](x01_CAPITOLO_15.xhtml). Quali condizioni di cose, e quali successi di eventi seguirono subito allora tra Lucani e Tarantini non è detto; ma dalla ulteriore successione degli eventi ben si argomenta che continuarono le pressure de’ Lucani sui confini e a danno di Taranto, sia per virtù di propria politica, sia per impulsi della politica di Roma a fine di rattenere Taranto a dar soccorso ai Sanniti.

Infatti, non passano un vent’anni dalle mal riuscite imprese di Alessandro il Molosso, e Taranto ha bisogno di altre forze per fare argine novellamente ai Lucani. E ricorre di nuovo a Sparta; e viene di là sui vascelli di Taranto, Cleonimo, nipote di un re spartano; ma cupido, astuto e perfido come un soldato di ventura. Aveva seco cinquemila già assoldati in Laconia; ad essi si aggiunsero in Italia le bande dei Messapi, i contingenti di altre città italiote e della stlessa Taranto, e formarono un corpo di 25mila soldati. A tale apparato di forze, i Lucani piegano alla pace con Taranto[21](x01_CAPITOLO_15.xhtml): ma (per quanto è dato ritrarre da scarsi e oscuri ricordi di uno storico) condizione di pace fu che essi potessero impadronirsi di Metaponto, annuenti i Tarantini, e favorenti all’impresa le forze di Cleonimo. Il quale entrò in Metaponto; impose una taglia di seicento talenti di argento; prese in ostaggio duecento fanciulle[22](x01_CAPITOLO_15.xhtml); e mal rispettò in esse la fede data e l’onore.

Fu d’allora che venne la città in governo de’ Lucani[23](x01_CAPITOLO_15.xhtml). Non passò guari e il perfido spartano, a capo di avventurieri e briganti, pervenne a tanto da rendersi odiato e temuto agli amici più che ai nemici. Tenne infatti Taranto, mercé un presidio che le mise sul collo, più da signore assoluto che da generale ai stipendii di essa; e con le navi tarantine della sottomessa città andò a sorprendere Corcira, per farne un posto acconcio come era alla pirateria di mare, che intendeva di aggiungere alla pirateria di terra.

I Tarantini tentano di abbattere questo giogo pesante e si sollevano; ma egli torna da Corcira per punire i ribelli.

> «Approda — dice Diodoro[24](x01_CAPITOLO_15.xhtml) — presso una città che era difesa dai barbari; la prende di assalto; vende gli abitanti all’asta, e sperpera il territorio d’intorno. Prende inoltre d’assalto la città di Triopio, e vi fa tremila prigionieri. Allora i barbari (continua Diodoro) accorrono da tutte parti; attaccano di notte il campo di Cleonimo; vi fanno un migliaio di prigionieri e un duecento morti. Cleonimo, stremato di forze, fuggì a Corcira».

Chi erano codesti barbari? Probabilmente i Messapi e i Lucani[25](x01_CAPITOLO_15.xhtml). Altro non si sa. Senonché da fugaci ricordi di Livio[26](x01_CAPITOLO_15.xhtml) parrebbe che Roma mandasse nella penisola salentina o il Console Emilio Paolo ovvero Giunio Bubulco dittatore, che sostenne gl’indigeni contro Cleonimo; e vuol dire che Roma, a sembiante di giustizia contro il masnadiere e di protezione a favore dei deboli, coglieva il destro d’intervenire, onde crescere, se non forse di dominii, di autorità.

  
In questo periodo di tempo la storia del mondo italico è riempita dal duello a morte tra il Sannio e Roma; e nella lunga serie delle imprese di guerra, nei segreti o palesi accordi che ad esse s’intrecciano, si trova di frequente mescolato il nome dei Lucani, ora in favore dell’uno ora dell’altro dei due grandi atleti della stirpe sabellica e della famiglia latina.

Finora la federazione Lucana aveva vissuto, si può dire, Stato a sé, o senza altre relazioni che con le città o Stati grecanici delle spiaggie. Adesso, entra in vita di relazioni con altri Stati di terra ferma; e però l’indirizzo di sua politica si complica, si affina, e rispecchia una più sviluppata coscienza dello Stato. Non cessa la lotta di assimilazione delle popolazioni italiote: ma a questo e allo intento supremo dell’indipendenza propria aggiunge quello dell’equilibrio. Posti ai fianchi di varii popoli che si combattevano; sollecitati dagli uni o dagli altri sia di aiuti, sia di neutralità, i Lucani si vennero atteggiando col fine proposito che l’uno di codesti popoli non prevalesse, per vittoria e conquiste, sull’altro sì tanto, che potesse poi mettere in periglio l’indipendenza dei minori Stati confinanti. Fu politica di cuneo e di equilibrio.

Incominciato l’urto tra Roma e il Sannio, la politica di Roma era quella d’isolare il nemico; premeva di rimuovere i Lucani dal favorire i Sanniti[27](x01_CAPITOLO_15.xhtml); conveniva, anzi, rivolgerne verso Taranto l’ambizione e l’irrequietezza giovanile, per ottenere che Taranto non fosse in caso di sostenere i Sanniti. Opposti intendimenti è naturale avessero i Sanniti. I Lucani, piegando, come si vedrà, or dall’una ora dall’altra parte, mostrano che la nazione era divisa di concerti sulla via da battere; mutava, forse a seconda del prevalere, noi comizii nazionali, or dell’uno or dell’altro dei partiti interni, l’indirizzo della politica nazionale. Nella lunga guerra sannitica la politica dei Lucani non sempre fu libera; ma nelle varie vicende sue non parmi in complesso favorevole del tutto ai Sanniti. Niuno Stato, avendo libertà di scelta, preferisce di avere ai suoi fianchi Stati forti e potenti, anziché Stati di minore forza e potenza; e i Lucani, poiché Roma era più lontana e i Sanniti confinanti ai loro fianchi, comprendevano di leggieri che la assoluta e ferma prevalenza del Sannio sarebbe stata per essi una minaccia prossima; e tra due pericoli, l’uno remoto e l’altro prossimo, non è il remoto che si precorre a combattere.

I Sanniti, per decidere i Lucani in loro favore, premevano ai di loro confini; e i Lucani, se si può credere a Livio che inneggia all’epica Roma pacificatrice di dissidii e protettrice dei deboli, richiesero di venire in fede di Roma[28](x01_CAPITOLO_15.xhtml), affinché fossero assicurati dalle offese dei Sanniti. Roma manda i suoi legati e invita i Sanniti a desistere; e desistettero infatti, perché non ancora apparecchiati dei tutto alla guerra. Tale è l’accenno di Livio a questa prima alleanza tra Roma e i Lucani[29](x01_CAPITOLO_15.xhtml); ma furono forse piuttosto gl’inizii di un accordo: poiché una alleanza tra essi non fu conchiusa altrimenti che tre anni dipoi; e allora i Lucani e gli Appuli promisero armi ed armati alle guerre di Roma, e furono ricevuti, dice lo storico, in solenne alleanza[30](x01_CAPITOLO_15.xhtml).

Ma l’alleanza ben presto fu infranta: e la strana figura del fatto è ricordata nelle storie di Roma.

Siamo all’anno 429-325; e alcuni giovani lucani, sanguinanti della persona battuta a verghe, vengono innanzi ai magistrati della nazione, levando alte querele contro alla soldatesca romana e al loro generale, che avevano fatto offesa di battiture e di oltraggi ad essi appressatisi da amici al prossimo accampamento romano. Alla vista degli offesi che sanguinano e vociano, il popolo va in fiamme; i sobillatori soffiano dentro; scoppia un tumulto, e si conclama che i magistrati convochino senz’altro il Senato: il governo si lascia o si fa vincere la mano, e decidono come le turbe in piazza comandano. Mandano subitamente oratori ai Sanniti a trattare una lega; e questa non meno subitamente è conchiusa che ribadita da ostaggi lucani dati ai Sanniti e da presidii sanniti ricevuti dentro le fortezze lucane. Dicono le storie di Roma, che la scena del dramma fu tutto un tranello sannitico: l’oltraggio era inventato dai giovani stessi, già prezzolati dall’oro di Taranto; e qui, scoverti, fuggirono: intanto era vano il pentimento; poiché avevano sul collo i presidii sanniti e nel Sannio i loro ostaggi. Ma se questa veramente fu la figura delle cose, vuol dire che o troppo leggero, o troppo giovanilmente impronto era il governo della cosa pubblica lucana. Forse resteremo nel vero, se le mutazioni sùbite dell’indirizzo politico riferiremo ai mutamenti frequenti che apportar doveva nei capi del Governo la elezione popolare.

Intanto i Sanniti, rafforzati dalla alleanza dei popoli circostanti, rialzano la loro fortuna: vincono alle famose strette di Caudio nel 433-321, e prendono la forte Luceria, l’anno dopo. I Romani la riprendono presto: costringono la fortuna della guerra a piegare a loro favore, ed i Sanniti sono forzati a dimandare una tregua che viene concordata di due anni.

Libera dal grande inimico, Roma vuol punire i fautori di esso; e porta la guerra nel paese de’ Frentani, degli Appuli e dei Lucani, devastando i còlti, bruciando i campi e le città, come era il costume dell’epoca. Gli eserciti suoi sono al comando di C. Giunio Bubulco e di L. Emilio Barbula, consoli. «Domata l’Apulia — dice Livio[31](x01_CAPITOLO_15.xhtml) (437-317) — e impadronitosi, il Bubulco, di quel gagliardo arnese di guerra che era Acherontia, passa in Lucania, ove subitamente sopraggiunge Barbula, e prende di forza Nerulo». Sicché da Acerenza a Rotonda o Castelluccio di oggidì, la Lucania è tutta da un capo all’altro corsa e devastata: e non pare dubbio che le vittorie di Roma imponessero ai vinti altri governanti della parte a Roma favorevoli, e favorevoli patti di alleanza. La quale alleanza è probabile non riuscisse assai grave ai Lucani; inquantoché Roma aveva bisogno allora, se non dei loro aiuti diretti, dell’inazione loro a favore de’ Sanniti.

Cessata che fu la tregua, riarde da capo la guerra feroce tra Roma e il Sannio; vi s’intrecciano gl’interventi bellicosi degli Etruschi nel 403-311, degli Umbri, dei Peligni e dei Marsi nel 448-306: ma Roma or l’uno or l’altro li vince tutti, e chiudo nel 419-305 uno dei periodi più atroci della guerra sannitica con la presa di Boviano, piazza forte e città capitale ai popoli del Sannio, che parve suggello alla sottomissione di essi.

Ma la forzata sottomissione non durò guari; e dopo men che dieci anni (456-298) riprendono le armi.

> «Poiché l’ultima guerra era stata decisa — come scrive il Mommsen[32](x01_CAPITOLO_15.xhtml) — precipuamente dalla lega della Lucania con Roma e dalla conseguente inazione di Taranto, i Sanniti si rivolsero a’ Lucani, por istrapparli, bene o mal volentieri, all’inazione loro; e, per sforzarli alla guerra colla guerra[33](x01_CAPITOLO_15.xhtml), fecero punta devastando sul territorio de’ Lucani. Allora il governo di questi ricorre, secondo i trattati, a Roma; e Roma manda i feciali, ordinando che ritirassero gli eserciti dal territorio de’ suoi socii, i Lucani»[34](x01_CAPITOLO_15.xhtml).

Ma i Sanniti, nonché piegare agli ordini dei prepotenti, rimandano indietro inascoltati i feciali e con parole di minaccia; e la guerra si riaccende.

Tale è il racconto di Livio; ma i monumenti superstiti non si accordano del tutto al racconto. Se fu il governo lucano che chiese la protezione di Roma contro i Sanniti, non avrebbe dovuto sorgere allora una guerra di Roma contro i Lucani; ma la guerra invece riarse per la Lucania. Roma entrò con i suoi eserciti non solamente nel Sannio, ma nella Lucania altresì; questa anzi sottomise tutta, e ne portò via gli ostaggi. Il famoso monumento funebre a Lucio Cornelio Scipione Barbato, che fu Console appunto in quell’anno 456-298, ne dà la prova[35](x01_CAPITOLO_15.xhtml). È probabile che gli umori della nazione, non essendo della medesima tempra, una parte di essa si accordasse con i Sanniti contro la politica del governo legale: e tutto il paese ne fu punito.

Rotta adunque nuovamente la guerra, Roma vince nel Sannio a Tiferno, a Malevento; e devastando e abbruciando sistematicamente il paese, aspetta che i Sanniti si pieghino; ma questi indomiti montanari stringono relazione con l’Etruria; e quando questa si leva in armi contro Roma, essi, arditissimi, passano con un esercito in Etruria a soccorrere e infocolarne l’azione pericolante.

E mentre ivi si combatte e gli eventi apparecchiano ai Romani la vittoria egregia e feroce di Sentino, che obbligò l’Etruria alla pace (455-299), l’altro esercito romano che era rimasto nel Sannio, s’impossessa ancora qui e qua di luoghi fortificati; devasta abbruciando il paese per dove passa; fa punta nella Lucania: e qui abbassa il partito che prevaleva favorevole ai Sanniti[36](x01_CAPITOLO_15.xhtml). A capo dell’esercito devastatore era il Console Manlio Curio Dentato (a.C. 290), il quale per questa sua campagna di Lucania ebbe la «ovazione» ma non il trionfo; e vuol dire che la guerra ivi guerreggiata fu tenuta di minor importanza, ma non fu, certamente, di minore ferocia.

I Sanniti fanno ancora un ultimo e grande sforzo; ammassano nuovi eserciti; ricorrono al riti misteriosi della loro religione e si votano a morte; maraviglioso popolo e degno dell’epopea! Ad Aquilonia (Lacedonia) grande battaglia e grande vittoria ma dei Romani (460-294). Poi nuovi scontri, nuove battaglie, nuova vittoria della fatale città contro gl’indomiti e ferrei popoli al comando di Caio Ponzio, figlio o nipote del vecchio e glorioso Ponzio delle forche caudine. Taranto sollecitata ad accorrere, non si mosse: i Lucani erano entrati nella lega di Roma dopo la campagna devastatrice di Curio. E il Sannio, nonché stremato di forze, ma esausto di sangue, deve piegarsi alla pace; e fu fatta nel 464-290\. Roma fonda la colonia di Venosa con l’ingente presidio di ventimila coloni (463-291); e questa addiventa una piazza forte, che sarà la bastiglia, come fu detta da uno storico moderno, piantata in su’ confini a tenere in rispetto Appuli, Tarantini, Sanniti e Lucani. Era durata la lotta per un periodo di tempo di oltre una generazione: — una generazione non di uomini, ma di eroi!

Bruciati i còlti, saccheggiati i campi, puniti i capi, multate in una parte del loro territorio le sforzate citta, entrarono i popoli vinti come «socii» nella lega di Roma; ma associati anzi che socii, non politicamente eguali né indipendenti. Sommesso che fu il Sanno, Roma ormai signoreggiava quasi tutta la bassa Italia: non restavano indipendenti ancora che Taranto, parecchie città italo-greche, e i Bruzii; i quali per vero in tutto questo intrecciarsi di guerre, di sollevazioni, di urto di popoli, non si trovano nominati, o forse perché vengono compresi, dagli storici, nella denominazione dei Lucani, o perché, ristretti al dosso degli Appennini, non vagheggiavano altre conquiste che sulle ricche città grecaniche delle coste.

I Lucani, senza dubbio, entrarono allora anche essi da «socii» nell’alleanza di Roma: ma, probabilmente, non fu sciolta la federazione loro statuale; né cassa del tutto la indipendenza politica della nazione. Poiché, non passano molti anni, e, verso il 472-282 a.C., li troviamo di nuovo in guerra contro i Turii. Era antico obiettivo, antico stimolo di cupidigia o di ambizione loro la conquista di Turii; ed oggi che è chiusa all’attività loro la via per Taranto, si rivolgono dall’altro canto, verso il meriggio, alle rive del Jonio. Dominavano, come pare, in Cosenza; e la città di Turii era vicina. Non si sa se, dopo i fatti di Cleonimo e l’intervento romano nella penisola salentina, restasse Metaponto in suggezione ai Lucani: non era Eraclea, che fra breve stringerà famosi patti di federazione con Roma. Turii, dunque, quasi incuneata nei possedimenti oltre il monte Pollino della federazione lucana, conveniva ai loro interessi.

Spinte più volte le ostilità sul territorio turiese, alfine la strinsero intorno d’assedio. Impotente più oltre a resistere, essa ricorse a Roma. Ogni altra città d’intorno, di greche origini, era senza dubbio di forze ineguali all’urto dei Lucani, né vincoli di politica comune ligava quelle città autonome ed isolate. Roma, invece, prevaleva di fatto, ed ambiva mostrarlo, in tutti gli stati italici: essa, inoltre, usava di fare larghi patti di alleanza e lasciare più ampio campo d’indipendenza alle città poste sul mare. Turii dunque chiese ed ottenne l’alleanza di Roma; Roma intimò a’ Lucani di desistere; e appoggiò l’intimazione ai riottosi, inviando sul luogo un esercito al comando del console C. Fabrizio Luscino.

Non fu senza resistenza e senza sangue che il console attraversò il paese, e giunse a Turii: anzi è da credere che l’impresa fu dura quanto formidabile la resistenza, se la stessa leggenda, che ebbe corso a Roma, attestava il miracolo della presenza di Marte padre combattente tra le file dei Romani contro i Lucani[37](x01_CAPITOLO_15.xhtml). La resistenza fu dura ed unanime; e lo proverebbe la somma del bottino ladroneggiato, se potesse prestarvisi fede del tutto. Dissero che Fabrizio, tornato da questa campagna, depose nel tesoro pubblico quattrocento talenti; largì col restante bottino ampie ricompense ai soldati, restituì ai cittadini quel tanto che essi avevano pagato nell’anno per tassa militare, ed ebbe il trionfo[38](x01_CAPITOLO_15.xhtml).

> «I risultati di così produttive campagne — ben dice a questo proposito uno storico moderno — facevano amare la guerra; e tutti, nonché l’ambizione dei grandi, ma l’attività dei poveri, vi trovavano il loro tornaconto»[39](x01_CAPITOLO_15.xhtml).

Quei di Turii fecero elevare in Roma una statua al Console liberatore; e tanto parve grande il pericolo da cui furono scampati, che onorarono di una statua e di una corona anche il tribuno della plebe Caio Elio, che aveva promosso la legge di soccorso alla città[40](x01_CAPITOLO_15.xhtml). Intanto il nome del capo militare dei Lucani è mal noto; altri lo disse Stazio Statilio, altri Stenio Statilio. Egli cadde nella mischia; e rimase ignorato, come i tant’altri — _quia carent vate sacro!_

Alla difesa di Turii, oltre alle legioni per terra, Roma aveva mandato ausilio di navi armate, tra cui erano i contingenti di Velia e di Pesto. Sciolto l’assedio, le navi veleggiando pel Jonio vennero, un giorno di pubbliche feste, nelle acque della città di Taranto, sia che vi fossero spinte da mare fortunoso, sia di piena volontà onde rifornirsi di vettovaglie al viaggio per l’Adriatico. Di qui l’umile scintilla che accese l’incendio famoso della guerra di Pirro. Un vecchio trattato tra Roma e Taranto, stipulato forse verso l’anno 406-348[41](x01_CAPITOLO_15.xhtml), aveva fatto obbligo ai Romani di non spingere il loro naviglio oltre il promontorio Lacinio; riconoscimento alla supremazia di Taranto sul golfo del suo nome, e guarentigia di esclusione a pro dei suoi commercii. L’arrivo della flotta romana parve un’infrazione del trattato ai Tarantini, già pieni d’ira e dispetto contro la fortunata e prepotente città, e il popolo si commove; fa impeto; corre al porto, e catturano e sommergono parecchie delle navi nemiche; e dichiarano schiavi e vendono le ciurme di esse. Né il governo della città, democratico, affrenò o corresse, allora o dopo, il mal fatto. Anzi a Roma che chiede riparazione all’oltraggio, fa altri e superlativamente sozzi oltraggi, nella persona dei legati di Roma, la plebe briaca. Ma erano briachi tutti, governo e governati. Questo precipita gli eventi. E Roma dichiara la guerra a Taranto.

  
#### NOTE

[1.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) Cronologìa di questo capitolo:

> A.C.— ? 340-338\. — Guerra dei Lucani contro Taranto.
> 
> 338\. — Battaglia dei Lucani presso Manduria contro i Tarantini e Archidamo, che vi rimane morto.
> 
> 332\. — Arrivo di Alessandro il Molosso, chiamato da Taranto contro i Lucani.
> 
> ? 330\. — Lega dei Lucani e dei Sanniti contro il Molosso. Battaglia di Posidonia, o Pesto.
> 
> 326\. — Battaglia di Pandosia. Morte di Alessandro.
> 
> ? 330-327\. — Alleanza dei Lucani con Roma.
> 
> 325\. — L’alleanza con Roma è rotta: altra coi Sanniti.
> 
> 321\. — Disfatta dei Romani alle Forche-Caudine.
> 
> 317\. — Guerre di Roma in Lucania. I Romani prendono Acheruntia e Nerulo.
> 
> 310-305\. — Cleonimo chiamato dai Tarantini contro i Lucani. Pace dei Lucani con Taranto. Occupazione di Metaponto. Fuga di Cleonimo.
> 
> ? 297\. — I Sanniti contro i Lucani.
> 
> 298\. — Campagna di Scipione Barbato nel Sannio e in Lucania. Sottomissione di questa.
> 
> 290\. — Campagna di Curio Dentato in Lucania.
> 
> 293-290\. — Battaglia di Lacedonia, vinta dai Romaoi sui Sanniti. Pace del Sannio con Roma.
> 
> 291\. — Colonia di Roma in Venusia.
> 
> 282\. — I Lucani contro Turii. Morte di Stenio Statilio.

[2.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) Libro XVI, 62, 63.

[3.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) DIODORO, XVI, 63.

[4.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) Περι Μανδυριον, in PLUTARCO, _Vita di Agid_. III; ma nell’edizione Didot è detta Μανδονιον, e CORCIA crede per errore. _Op. cit_. III, p. 407.

[5.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) GROTE, _Stor. Grec_. vol. XIX, p. 142, dice: — «Tito Livio (VIII, 3.24) stabilisce la data di questa spedizione un po’ prima: ma è da tutti riconosciuto che è un errore». — E MICALI, vol. II, p. 134, avea scritto: «Secondo Livio, Alessandro sbanrcò in Italia l’anno di R. 414 (= 340); ma si può credere alle ragioni di Dodwel, che pone la venuta otto anni dopo, cioè nel 422 (= 332); oppure nel 420 (= 334) secondo la cronologia del De Saint-Croix».

[6.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) È opinione del Lenormant: ma non è che una supposizione. _Grande Grèce_, I, 35.

[7.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) STRAB. VI, 429, secondo l’interprete dell’edizione Casaubono:

> _Alexander communem «Graecorum isthic degentium conventum solemnem»_ (πανέγυριν) _qui ex more Heracleae Tarentinorum agebatur, in Thuriorum fines, abalienato a Tarentinis animo, voluit transferre; jussitque apud Acalandrum amnem locus iis conciliis_ (συνοδοι) _aptum communiri_. — Giova notare che le parole del geografo, che abbiamo messe fra doppia virgola, il Mazzocchi le interpreta per _concilium Graecis omnibus in vicino positis_. _Ad Tab. Herac_., pag. 106.

[8.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) Nella nota precedente abbiamo indicato la interpretazione di Mazzocchi alle parole di Strabone, cioè: — _concilium Graecis omnibus_ in vicino _positis_.

[9.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) LIVIO, VIII, 24:

> _Ceterum quum saepe Bruttias, Lucanasque legiones fudisset Heracleam, Tarentinorum coloniam, Consentiam ex Lucanis; Sipontumque_ (?), Bruttiorum Terinam, alias inde Messapiorum et Lucanorum cepisset urbes; et trecentas familias illustres in Epirum, quas obsidum numero haberet, misisset: haud procul Pondosia urbe, imminente Lucanis ac Bruttiis finibus, tres tumulos, aliquantum inter se distantes, insedit:…

[10.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) L’_Acalandrum_ antico, nominato da Plinio (III, 11), da Strabone ecc., risponde manifestamente all’odierno fiume detto la Salandrella, che in carte greche medioevali del 1125 (_Syllab. graec. membran_. p. 127) è detto _Chelandros_. Desso è al nord di Eraclea, assai più prossimo a Taranto, che non a Turii. Non poteva, adunque, intendere di questo fiume Strabone; pertanto gli eruditi si dettero alla caccia di un altro Calandro; e gli scrittori di Calabria asseriscono che al fiume detto «del Ferro» di oggidì rispondesse già il nome di Calandro (_Ap_. Corcia, _Op. cit_., III, 306). Ma su quali prove, non è detto. — Ultimamente il Lenormant vien dicendo che il fiume presso Turii ove Alessandro stabilì la sede dei Concilii, fosse il Racanello (_Grande Gréce_, I, 222). E sarà vero questo, come un altro; — ma poiché finora non si ha indizio sicuro di un altro antico Acalandro più da presso a Turii, anzi che a Taranto, io posso ben dire errato il luogo di Strabone.

[11.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) Il LENORMANT (_Grande Gréce_, I, p. 40) fa che l’esercito del Molosso, partendo dalla regione tarantina, circuisca per mare tutta Ia penisola; e sbarcato a Posidonia, vinca sui Lucano-Sanniti. Ma io non veggo Ia ragione di questo lungo periplo: né so quali antichi autori egli segua. È forza notare, che le narrazioni storiche in quella sua opera, per tanti riguardi pregevolissima, procedono, sì, spedite, ma tra rinfagottamenti e raffazzonature di fantasia.

[12.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) LIVIO, lib. VIII, 17:

> _Samnites bellum Alexandri Epirensis in Lucanos traxit: qui duo popoli adversus regem, excursionem a Paesto facientem, signis collalis, pugnaverunt. Eo certamine superior Alexander_.

[13.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) Nel passo di Livio (VIII, 24) riferito nella nota a pagina antecedente, si legge secondo le vulgate edizioni _Consentiam ex Lucanis, Sipontumque, Brutiorum Terinam_, ecc. Il Lenormant (_Op. cit_. I, p. 445 e 454) propone di leggere _Sipheum_ in luogo di _Sipontum_ (città de’ Dauni, che qui è in disagio), e invece di Terina vuol leggere, come sta in molti Mss., _Acerinam_, che egli crede sia la moderna Acri e questa l’antica _Acherontia_ dei Bruzii. Cluverio correggeva _Sipontum_ in _Metapontum_; ed anche egli _Acerinam_ in luogo di _Terinam_ (_Ital. Ant_. II, 1318). Mommsen non pare se ne dia carico: e nomina Siponto (_Stor. rom_., I, pag. 364). Io leggerei _Hiponium_ in luogo di _Sipontum_: lo scambio di una sola lettera nell’ultima sillaba avrebbe reso più facile l’errore del copista.

[14.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) LIVIO, VIII, 24; traduzione del Nardi.

[15.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) _Istor. Rom_. III, 75, Napoli, 1846-1851.

[16.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) Sono noti sotto il nome di «bronzi di Siri». È però congettura del LENORMANT (_Grande Grèce_, I, p. 447) che essi siano reliquie delle armi di Alessandro di Epiro. — Qualche dubbio circa il luogo del rinvenimento, non manca. Vedi appresso, al Capitolo X.

[17.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) Nei commenti di Tetzeo an Lilcofrone; di cui vedi quello che ne dice il LENORMANT, _Op. cit_., I, 447\. — Ma prima di ogni altro tra i moderni, il fatto fu notato dalla grande erudizione e dal grande acume del Niebhur nella sua _Dissertazione sull’epoca di Licofrone_ (nel vol. I, p. 51 della _Stor. rom_., ediz. di Napoli, 1846).

[18.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) Per Mommsen è il 332 a.C. — 442 di R.

[19.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) La quistione topografica della Pandosia, che, per intendersi, io dirò di Alessandro, è combattuta vivamente, calorosamente, _pro aris et focis!_, fra gli eruditi napoletani, basilicatesi e calabri. — Gli elementi sodi della questione, sono questi: 1º La Pandosia (ove cadde Alessandro) è indicata come «posta un pò al disopra di Cosenza» da Strabone, lib. VI, 393, e come «imminente al confine tra’ Lucani e i Bruzii» da Livio (_luogo cit_.). — 2° Strabone dà il nome di Ἄκιρις al fiume che sarebbe prossimo alla Pandosia Eracleota o lucana, e dà il nome di Αχέρων al fiume choe era prossimo alla Pandosia di Alessandro (lib. VI, p. 405 e 393). — Nelle _Tavole di Eraclea_ il fiume presso la Pandosia Eracleota è detto Aκιρις e non altrimenti: e la iscrizione riferita dal Romanelli (_Ant. topogr_. I, 258, in Corcia, III, 318) come trovata tra Eraclea e Metaponto, e posta _Numini Herculis_ ACHERUNTINI, ECC. è semplicemente falsa. — 3° Pausania disse il Molosso morto _in Lucanis_ (_Attic_.), e Teopompo presso Plinio (III, XI) dice: _Pandosiam Lucanorum urbem in qua Alexander occubuerit_. Ma queste, benché paiano testimonianze precise, riescono ambigue: perché Livio, nello stesso racconto della battaglia di Pandosia, avendo indicata Cosenza come «appartenente ai Lucani» e la Pandosia degli scrittori calabresi, essendo prossima a Cosenza, il valore di codeste testimonianze di Pausania e di Teopompo attenua, se non scomparisce. — 4º Tra Castelfranco e Mendicino, presso Cosenza, gli scrittori di topografia calabresi indicano un luogo che è detto ancora _Pantusa_. E non può dubitarsi di questo dato topografico, poiché tale fu detto nei Cedolarii angioini delle tasse pel 1276 ove è nominata, tra altre terre, _Serra_, _Amantea_, _Pantusa_, _Cusentia_: e perché nella cronica del Jamsilla, presso il Muratori, _Rer. Ital. Scrip_. VIII, 567 (manca il passo neolla edizione di Del Re, del 1844) si legge che Pietro Ruffo con l’arcivescovo Pignatelli _…eundi Cusentiam iter accipiens, cum pervenissent ad quoddam casale quod vocatur Pantosa, invenierunt viros fere mille_, etc. — 5º Altri tra Castelfranco e Mendlcino ricorda il nome di un piccolo fiume _quod incolae Arconte vocant_. Così i vecchi scrittori Quattromani (nel 1606) e lo Aceti, nelle note al Barrio: però cotesto corso di acqua dai moderni è detto «Marenzato» (CORCIA, III, 181), onde Ia testimonianza vacilla. Ma pure tralasciando questo ultimo dato, pare a me che Ia indicazione topografica medioevale risparmia di battere Ia campagna di qua e di là, per trovare altrove il posto dell’antica Pandosia de’ Bruzii: né le lucubrazioni ideali e recenti del Lenormant valgono più di quelle meno recenti del Duca de Luynes. — La «letteratura» di questa quistione è molto abbondante, non meno che molto ciarliera.

[20.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) Argomento dallo stesso passo di Livio.

[21.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) Sono notizie che si trovano unicamente in DIODORO, lib. XX, § 104\. Ma in esse il luogo, là dove si parla di Metaponto, evidentemente è in lacuna: e perciò gli storici interpretano ognuno a modo suo. — Mommsen dice: «Con questo esercito (Cleonimo) costrinse l Lucani a far Ia paco con Taranto: e ad istituire un governo devoto ai Sanniti, per cui, certo, fu loro fatto il sagrifizio di Metaponto». _Storia Romana_, pag. 377, Micali fa che Metaponto fosse occupala da’ Lucani, quando Cleonimo venne ad attaccarla (_Ital. av. Rom_. II, p. 191). Niebhur dice (II, 119) che Cleonimo «costrinse i Lucani a marciare contro Metaponto sempre ricca e sempre indipendente da Taranto». — Per Lenormant, Cleonimo non li «costrinse» ma li «eccitò ad attaccare Metaponto». (_Grande Gréce_, I, p. 44). — Io sieguo Mommsen.

[22.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) ATENEO, XIII, 8; DIODORO, XX.

[23.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) A questa occupazione di Metaponto si vogliono riferire le monete Lucano-Metapontine, da noi riprodotte innanzi, a pag. 167.

[24.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) Lib. XX, § 105.

[25.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) Evidentemente (secondo le parole di Diodoro, riferite nel testo) Cleonimo sbarcò nella penisola Salentina, e di una città di questa regione intende parlare lo storico. — Infatti Mommsen accenna ad «assedio messo innanzi Uria» (_Ibid_., I, 377) emendando le parole di Livio dove si legge che Cleonimo «_Thurios urbem in Sallentinis cepit_» (X, 2). Al contrario, il Lenormant (_Grande Grèce_, 1, 45) fa discendere Cleonimo nei Bruzii; e la città, che Diodoro nomina _Triopium_, egli dice che fu Tropea. — Però nel III vol. della stessa opera (Paris, 1884\. p. 236) trovo che fu corretto lo sbaglio.

[26.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) Lib. X, 2.

[27.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) Perché la nazione dei Sanniti, come lo storico di Roma si esprime, _nec satis validam, quando Lucano defecerit_. LIVIO.

[28.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) _Ut in fidem reciperentur_. LIVIO, Lib. VIII, dec. I, 19.

[29.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) Nel 424 di Roma — 330 a.C. secondo la cronologia di Livio; ma debbe essere di alquanti anni più tardi.

[30.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) _Lucani atque Appuli, quibus gestibus_ nil ad eam diem _cum romano populo fuerat, in fidem venerunt, arma virotque ad bellum pollicentes: foedere ergo in amicitiam accepti_; così LIVIO, VIII, 25, all’anno 427-327.

[31.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) Libr. IX, 20:

> _Apulia perdomita, nam Acherontia_ (altri _Ferento_) _quoque, valido oppido, Junius potitus erat, in Lucanos perrectum. Inde repentino adventu Aemilii consulis Nerulum vi captum_.

[32.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) _Storia Romana_, I, 379.

[33.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) _Belloque ad bellum cogere_. LIVIO, X, 11.

[34.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) _Decedere agro sociorum, et deducere exercitum finibus lucanis juberent_: — così LIVIO, X, dec. I, 11 e 12; all’anno di R. 456-298 a.C.

[35.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) L’osservazione del disaccordo tra Livio e I’iscrizione a Scipione Barbato, fu fatta dal Micali (Vol. II, cap. II, 194). — È ben nota la celebre iscrizione funeraria a _Cornelius Lucius Scipio Barbatus Gnaivod patre prognatus… qui… Taurasia. Cisauna Samnio cepit , sobigit omne Loucanam, opsidesque abdoucit_.

[36.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) MOMMSEN, I, 380.

[37.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) In AMMIANO MARCELLINO (lib. 24) si legge:

> _Existimabatur Mars ipse (si misceri hominibus numina majestatis jura permittunt) adfuisse castra Lucanorum, invadenti Luscino_.

[38.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) Negli ACTA TRIUMPHOR. CAPITOLINA (_Corp. Ins. Latin_., I, 457) è scritto: — _C. Fabricius. C.F.C.N. Luscians. An. CLXXI. Cos . de . Samnitibus . Lucaneis . Brattieisque . III . nonas . Mart_.

[39.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) DURUY, _Hist. des rom_. I, p. 273: ma a Niebhur non pare credibile tanta Iarghezza di cifre (III, p. 189): 400 talenti corrisponderebbero a lire 22,436,000.

[40.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) PLINIO XXXIV.6.

> _Publice autem ab externis posita est_ (statua) _C. Aelio Trib. PI. lege perlata in Stenium Statilium Lucanum, qui Thurios bis infestaverat… Iidem postea Fabricio donavere statua, liberati obsidione_. — Conf. Valer. Max. I, 8\. 6.

[41.](x01_CAPITOLO_15.xhtml) È l’epoca cui si riferisce il MOMMSEN, I, 415: altri accennano a tempi posteriori.

# CAPITOLO XVI

## GUERRA DI PIRRO [1](x01_CAPITOLO_16.xhtml)

  
L’intervento di Roma a favore di Turii contro i Lucani dové eccitare in Taranto gli spiriti del partito nazionale, che considerava come un’offesa alla dignità ed alla potenza di Taranto sia l’ingerenza romana, sia la sottomissione dei Turii a Roma. Violenta manifestazione di cotesti spiriti fu lo scoppio delle ire popolari contro la flotta romana, e le sconcezze plebee contro i legati di Roma. Quel partito nazionale che era o venne allora al governo, atteggiò i suoi intenti politici al concetto di opporsi alle ingerenze di Roma nella estrema parte d’Italia, e di affermare con maggiore energia la supremazia di Taranto sulle città costiere italiote. E, tratto il dado, iniziò o strinse accordi con le prossime popolazioni italiche malcontente di Roma, i Sanniti, i Lucani, i Bruzii; con i Messapi, e con le città, che le origini o la comune civiltà predisponevano maggiormente favorevoli al disegno dei Tarantini. Ma non bastava cotesto fascio contro Roma, strapotente, dopo che essa aveva vinti e prostrati Sanniti ed Etruschi. Cercarono un alleato e un condottiero di eserciti dalle terre oltremare, onde sempre vennero soldati mercenari a Taranto. Il gran nome, lo spirito irrequieto, la politica ambiziosa di Pirro, re di Epiro, dovevano essere ben note alle città italiote tanto prossime all’Epiro: e i Tarantini ricorsero a Pirro.

E infrattanto vollero punire i Turil e cacciare i Romani, che in Turii avevano lascialo presidii, quasi avanguardia del loro avanzarsi nella penisola greco-bruzia. Attaccarono la città; e sbaragliato il presidio romano, esiliarono i maggiorenti del partito avverso, dopo aver messo a bottino la città stessa. Se questa, allora, fu data in presidio ai Lucani, come è probabile, non consta.

Il Senato di Roma, prima che si aprisse la guerra, volle tentare pratiche di pace, purché Taranto avesse fatto riparazione delle offese ai legati; e ritornato Turii all’antico stato: il che non significando altrimenti che un ritorno alle condizioni di cose, onde Taranto aveva voluto sottrarsi, non era possibile fosse accettato. Alcuni tra i moderni scrittori stimano astutamente insincere queste pratiche di pace, e lodando Taranto dei suoi spiriti nazionali d’indipendenza, vituperano Roma della sconfinala ambizione sua. E sta bene; ma non è giustificabile né quel risolvere gli affari supremi di Stato, che involgono l’esistenza di una nazione, per impeto di piazza, per rettorica da demagoghi, per violenze di plebe; né l’attitudine altera di Taranto, quando era sì destituita di forze proprie, sì sfibrata d’interne virtù come e quanto si scovrì all’arrivo di Pirro, e sì corrotta di costume da far possibili, non che le scene sozze del teatro tarantino nelle persone dei legati di Roma, ma a quelle scene l’adesione e l’applauso. Certo, gli uomini savi e temperati non mancavano, ed è nominato un Agide come capo o generale della parte temperata della cittadinanza, ma l’impeto delle turbe prese il sopravvento; mutarono, forse di un colpo di mano, il governo; e cassata la nomina di codesto Agide ad alte funzioni civili o militari della città, prevalse la parte demagogica, che di sua natura violenta, sa scatenare le tempeste e non sa acquetarle.

Gli ambasciatori di Taranto mandati a Pirro promisero molto; e Pirro anch’egli dové promettere molto: quelli accertarono di un esercito di collegati italici per oltre a 350mila fanti! e 20mila cavalli; questi, forse, accettò di attenersi ad un compito strettamente militare, al governo unicamente militare della guerra da intraprendere. Il re mandò un’avanguardia di esercito con un abile generale, Milone, e con un abile ministro, Cinea. L’avanguardia occupò la cittadella di Taranto: argomento preliminare che mostrerebbe Pirro non meno sagace politico, che condottiero di eserciti valente. Ricordando il sùbito disaccordo e l’aperta rottura tra i Tarantini ed Alessandro Re dei Molossi, loro capitano e alleato cinquant’anni innanzi, volle in tutti i modi, premunirsi contro gl’incostanti disegni e i mobili spiriti dei governi popolari: avute in sua mano le forze degli alleati, volle comandar lui davvero e dirigere gli eserciti e le cose della guerra non solamente sul campo di battaglia, ma nei consigli e nei provvedimenti civili che apparecchiano la vittoria.

Arrivato Pirro in Italia (474 di R. – 280 a.C.), Taranto sentì incontanente la mano di ferro che le si aggravava sugli omeri. Invano ricalcitra; invano leva querele; le fu forza di provvedere a danari e a leve di soldati della gioventù sua; le fu forza di dare ostaggi a guarentigia di fede. Era sbarcato con Pirro, dopo una fortuna di mare che ne disperse in parte le navi, un esercito non numeroso, ma aveva — nuovissimo arnese da guerra — un treno di trenta elefanti: l’esercito, con le leve dei greci italioti e con i sussidi dei Tarantini, numerò in tutto ventimila fanti e tremila cavalli.

Non pare che in cotesto numero fossero compresi Bruzii e Lucani: questi, probabilmente, in sul primo sviluppo della campagna di guerra non ebbero tempo di entrare in lega agguerriti. Giacché Roma fu pronta di mandare nella bassa Italia due eserciti; l’uno sotto il console Emilio Barbula, contro i Sanniti; l’altro al comando del console Valerio Levino, contro Taranto e suoi più prossimi alleati. Levino appoggiò l’azione sua intorno alla piazza forte di Venosa, onde tenere in soggezione l’Apulia e la Lucania. E nella Lucania egli entrò ben tosto, per tenere in freno i Lucani che non si unissero a Pirro. E questi, quantunque avesse voluto ancora indugiare, spiegò le sue forze per le pianure lungo il mar Jonio tra il Basento e l’Aciri e fino al Siri o Sinno.

Il Console attraversò la Lucania: intendeva forse portarsi verso i confini meridionali della regione, per disgiungere i Bruzii dall’unirsi a Pirro e ai Lucani. Lo troviamo presso l’ultimo tronco del fiume Siri, a destra, dove i colli dell’alta Lucania scendono degradando alla pianura Jonia sul mare. A sinistra del fiume, tra le città di Pandosia e di Eraclea, era il campo di Pirro.

A questi faceva giuoco lo attendere: non faceva al Romano, e si decide ad attaccare; ma non so con quanto accorgimento si accinse, per farlo, a guadare il fiume, e a venire su campo adatto allo spiegamento della cavalleria tessala e tarantina, e degli elefanti. E passò il fiume; e sbaragliate le prime schiere di Pirro si svolge l’azione in campale battaglia tra la sinistra del Sinno e la destra del fiume Agri, tra Pandosia ed Eraclea, che oggi diremmo tra il colle di Anglona e il villaggio di Policoro.

La mischia fu viva e pertinace: è detto che sette volte si rinnovò l’assalto da una parte e dall’altra. Pirro pagava di persona; e ferito lui stesso, e ucciso uno dei suoi generali che aveva vestite, a guarentigia del re, le armi del re si avvolse tra i suoi combattenti a capo scoverto per farli certi che non era altrimenti caduto. Infine, sia a rompere la catena delle legioni, sia ad aprire la breccia in esse all’urto della cavalleria tessala, entra in campo la truppa degli elefanti. Masse di offesa ignote agli uomini ed ai cavalli, e terribili maggiormente per l’ignoto, i cavalli, più che i soldati, non possono sostenerne l’urto, nonché la vista e il sito; e adombrando, impennando, scalciando, dànno volta spaventati e feroci: le coorti vanno in rotta, ed urtano, sgominano, calpestano le stesse legioni del loro campo che non reggono, e sono avvolte nella rotta e nella fuga. Sangue e morti senza fine da una parte e dall’altra; ma la vittoria è a Pirro. Il quale, se pure, secondo la leggenda, si dolse di una vittoria troppo sanguinosa, non ne poté mostrare altro che gioia, e ringraziò gli dei, mandando ai nazionali santuarii in Epiro parte del bottino, a nome suo e di Taranto.

L’esercito che è battuto, si ritrae per l’alta Lucania verso l’Apulia; che vuol dire va a raccogliersi e riordinarsi a schermo della piazza forte di Venosa. E sgombra che fu la Lucania, accadde quello che di solito tien dietro ad ogni vittoria, ad ogni sconfitta grande: i dubbiosi, i tiepidi, i timidi si pronunziano per chi vince, e accrescono forze al vincitore. Allora i Lucani, i Bruzii, i Sanniti entrano apertamente nella lega e nell’esercito epirota–tarantino; cedono a Pirro, defezionando dalla causa di Roma, le città greche delle coste jonie–tirrene, fuorché Reggio; la quale nondimeno soffrì strazii e orrori dalla guarnigione di quei mercenari campani che in essa aveva mandato Roma; o che fattisi signori della città vi perpetrarono scelleraggini senza nome.

Pirro, accresciuto di forze, e di fama, muove per l’Apulia e pel Sannio verso la Campania; e pare voglia tendere a Roma. Ma lasciate alle sue spalle l’esercito raccozzato dal console Levino che gli tien dietro, non parrebbe che disegno di un’audacia temeraria, se egli non avesse avuto intelligenze con gli Etruschi sollevati e combattenti contro Roma, a fine di congiungere le forze e stringerla da due lati. Spopola e devasta la Campania, che era ai Romani[2](x01_CAPITOLO_16.xhtml): e spintosi fino ad Anagni o Preneste, dié volta: poiché gli Etruschi in quel mentre erano stati vinti, e l’esercito vincitore tornava a grandi giornate per difendere Roma. Il colpo mancato fé divergere gli arditi disegni dell’audace battagliero, che tornò verso Taranto per isvernarvi. A primavera, riesce in campo, per l’Apulia: in Ascoli ha luogo la famosa battaglia (475–279), ove egli con un esercito di 40mila uomini tra suoi Epiroti, Sanniti, Lucani, Bruzii e Tarantini urtò altrettanti Romani, in un combattimento sanguinoso, che se fu vinto da lui, fu di poco o punto profitto al vincitore. Egli tornò a Taranto.

E l’anno dopo, da Taranto va in Sicilia. E questo proverebbe se non la suprema delle pazzie, la irrefrenabile e perigliosa irrequietezza dell’uomo, se a tanto intervallo di tempi, e a mancanza di documenti non fosse prudente di frenare la petulanza dei giudizii. Si mosse agli inviti premurosi dei Siracusani in guerra con i Cartaginesi, ed aspro di sdegno contro di costoro, che avevano conchiuso un trattato con i Romani avverso a lui, Pirro. Parrebbe dal detto di un antico storico che, in seguito alla battaglia di Ascoli, egli avesse conchiusa una tregua con i Romani, e durante la tregua poté, con i suoi epiroti e gli elefanti, imbarcarsi per la Sicilia (476-278). Ivi valorosamente e fulmineamente operò a pro di Siracusa contro i Cartaginesi: ma non passano due anni, e senza aver nulla fondato e nulla acquistato, se non fosse una enorme quantità di bottino, tornò in Italia: verace capitano di ventura.

Se dopo Ascoli fece tregua con i Romani, non v’incluse i suoi alleali. Lui partito per la Sicilia, Sanniti, Lucani, Appuli e Bruzii restano bersaglio alla vendetta di Roma.

In prima, nell’anno 476–278 il console Fabrizio fu abile di conchiudere con la città di Eraclea una separata pace; e, mirando a più alti intenti, con sì largiti patti di equa alleanza che sono sovente ricordati, con singolari parole, da scrittori romani[3](x01_CAPITOLO_16.xhtml). La politica di Roma volea, purché salva la sostanza dell’alta supremazia romana, dare esempii di animo benevolo alle altre città, specie a quelle sul mare. Ma aspra e feroce si scatenò la devastazione e la guerra per la regione dei Lucani e dei loro alleati. Locri si diè ai Romani, consegnando, ossia tradendo, il presidio epirota. Crotone, validissimamente difesa da un presidio di Lucani, tien fermo un pezzo contro il console Cornelio Rufino che l’assedia; ma ritiratisi i Lucani, la città fu presa, e soffrì danni ed onte senza fine[4](x01_CAPITOLO_16.xhtml).

Gli eserciti consolari arsero e devastarono città e paesi, vinsero in iscontri e battaglie, sottomisero genti e città: città, genti e vittorie che non vengono particolareggiatamente ricordate dagli storici; ma che sono accertate, in complesso, dai fasti consolari, quando registrano con alta e perenne fortuna, all’anno di Roma 475–279, il trionfo del console Fabrizio Luscino «sui Lucani e Bruzii» e nell’anno dopo 476–278, il trionfo del console Giunio Bruto Bubulco «sui Lucani e sui Bruzii»; e poi nel 477–277 il trionfo di Fabio Gurgite «sui Sanniti, sui Lucani e sui Bruzii». Tanta continua e fiera devastazione di guerre pertinaci avrebbero già sottomessi nella quiete della tomba gli alleati contro Roma, se al ritorno di Pirro da Sicilia in terraferma non fossero risorte le speranze della rivincita e delle vendette. E Pirro riordina le forze militari sue e degli alleati; le divide in due corpi per opporle ai due eserciti consolari che gli stanno di contro, l’uno nella Lucania al comando di L. Cornelio Lentulo, l’altro nelò Sannio con a capo Manio Curio. Marcia contro l’esercito che manovra nel Sannio; disegnando di batterlo, pria che avesse potuto crescere di forza mercé gli aiuti dell’altro della Lucania[5](x01_CAPITOLO_16.xhtml).

E avvenne lo scontro nei «campi taurasini»[6](x01_CAPITOLO_16.xhtml) non lungi da Benevento: e vinsero i Roamni, pur lasciando, e gli uni e gli altri, grande numero di morti e di prigioni. Crebbe pompa al trionfo per le vie di Roma del console vincitore la lunga catena de’ Sanniti, Messapi, Bruzii, Lucani ecd Epiroti prigioni di guerra, e lo spettacolo di quattro elefanti che non erano stati prima veduti in Roma, e che ebbero dal volgo il nome di «buoi lucani» dal maggiore animale, di cui avevano contezza e dal luogo ove erano stati veduti la prima volta[7](x01_CAPITOLO_16.xhtml).

La stella di Pirro era tramontata: e lui, irrequieto e mobile, o che intendesse davvero portarsi in Epiro per raccogliere aiuti da quei dinasti e tornare alla guerra d’Italia, o che comprendesse ormai inutile ogni suo sforzo contro l’idra sempre risorgente di Roma, lasciò l’Italia nel 474-275 e con poco onore, minor lealtà e nessuna fortuna tornò in Epiro Né quivi sostò guari: ma cacciatosi tantosto in nuove imprese, fu morto il 482-272 in Argo, di un colpo di tegolo, che nella mischia di un fatto d’armi, gli venne sul capo.

Lui partito, capitolò la guarnigione che aveva lasciato nella cittadella di Taranto. La città si sottomise al suo fato, e fu smantellata delle sue mura; ebbe però conservata una certa autonomia i cui precisi limiti non è dato designare; ma di certo non restò lei padrona di poter disporre di sue forze armate di mare e di terra. A quali vendette si sciolsero tra le sue mura i Romani non è detto, ma è facile concepire. Quindi, senz’altro indugio, i tre più fieri e più forti degli alleati, i Sanniti, i Lucani, i Bruzii, si sottomettono e dànno ostaggi; i fasti registrano nell’anno di R. 401–273 il trionfo del console C. Claudio Canina dei Sanniti, dei Lucani e dei Bruzii; ed altri trionfi nell’anno seguente di Sp. Carvilio e di Papirio Cursore[8](x01_CAPITOLO_16.xhtml). Restarono ancora, qualche tempo, per le devastate regioni nuclei di resistenza e di brigate armate irrompenti a vendetta non meno, come suole, che a rapine; poiché Lollio, uno degli ostaggi sanniti fuggito di Roma, era venuto a mettersi a capo delle bande che si raccozzano (nell’anno 485–269); ma il moto durò poco; duramente represso dagli, eserciti e dalla scure di Roma.

Vinto il paese, Roma intende assicurare l’imperio con presidi posti nel luoghi forti, e con le colonie, che erano non meno arnesi di guerra, anche esse, che propaggini di romanesimo. Per la Lucania, allora mandò coloni e a Pesto ed a Cosa (481–275), la quale ultima non so se risponda all’antica città di tal nome nel territorio di Turii, verso il paese che oggi è detto Cassano sul Jonio, o se risponda a Cosa, posta sui monti tra gl’Irpini e i Lucani, che risponde all’odierna Consa. Non molto tempo dopo, colonie pel Sannio a Malevento, che allora diventò Benevento, nel 486-268; poi ad Isernia nel 491–263; e, vinti i Salentini, a Brindisi, testa di ponte ai mari ed alle terre del mondo greco–asiatico.

A questi stessi tempi (486–267) i Picentini posti sull’Adriatico si levarono in armi: ma dopo due anni di fiera lotta furono vinti dagli eserciti di due consoli, e Roma ne prese straordinaria vendetta. Temendo futuri dnnni per possibili accordi di questi popoli con i Celti loro finitimi, tutta, o gran parte di tutta la gente trapiantò dalla regione adriatica al golfo posidoniate sul Tirreno, nelle piane campagne poste tra la città di Salerno e il fiume Silaro. Non è detto se trovarono qui altri popoli o se terre spopolate o deserte, che invero rendevano l’aere malsano le acque malamente fluenti; né è ricordo di città tra Eburum e Posidonia da un lato del fiume Silaro e Salerno, e Marcina dall’altro lato.

Furono «trecentosessantamila Picentini che, al dire di Plinio[9](x01_CAPITOLO_16.xhtml), vennero in fede del popolo romano»; e che fede! ma tutti di certo non avevano colle armi in mano combattuto. Furono piuttosto le famiglie di tutto un popolo che mutava sede di forza, con esempi rari sì, ma non ignoti alla politica di antichi e moderni prepotenti. Roma stessa tramutò nel Sannio genti intere di Liguri delle Alpi Apuane; e i despoti siciliani di Siracusa tramutarono dal continente nell’isola popolazioni intere a rinforzo delle desolate città. Di altri non dissimili spostamenti se tace la storia scritta, può dare argomento la omonimia geografica.

Nelle terre della Campania a destra e non lontane dal Silaro fondarono allora una città che, a ricordo delle patrie sedi, fu detta Picentia, e fu capo di minori sedi del popolo stesso. Oggi se di altri paesi loro non esiste vestigia, esistono qui e qua reliquie di nomi antichi[10](x01_CAPITOLO_16.xhtml). Ma 360mila coloni erano di troppo per quelle distese di terre; ed è probabile che una parte di essi s’internò tra i monti della Lucania a colonizzare altre terre, ad occupare altre sedi: ed io credo che una parte di questi esuli, sostando in quella valle della Lucania cui solca il fiume che dai Greci del Jonio aveva avuto il nome di Casuento, vi fondò una città, che ricordasse loro l’antica patria perduta, e la dissero Potentia, alle origini del Basento.

  
#### NOTE

[1.](x01_CAPITOLO_16.xhtml) Cronologia di questo capitolo:

> Av.C. 280\. — Arrivo di Pirro in Italia. Battaglia di Eraclea.
> 
> 279\. — Battaglia di Ascoli.
> 
> 278\. — Alleanza di Eraclea con Roma.
> 
> 279-277\. — Trionfi di generali in Roma per vittorie nel Sannio e in Lucania.
> 
> 275\. — Battaglia ai campi Taurasini, presso Benevento.
> 
> 275-4\. — Pirro abbandona l’Italia.
> 
> 273-2\. — Sottomissione dei già alleati di Pirro, Sanniti, Lucani, Bruzii — Trionfi di generali romani.
> 
> 273\. — Colonie a Pesto e a Cosa.
> 
> 265\. — Popoli del Piceno trasferiti sulla destra del fiume Silaro.

[2.](x01_CAPITOLO_16.xhtml) EUTROPIO, lib. I:

> _Pyrrus, conjunctis sibi Samnitibus, Lucanis, Bruttiisque, Romam perrexir, omnia ferro igneque vastavit, Campaniam depopulatas est, atque ad Praeneste venit_.

[3.](x01_CAPITOLO_16.xhtml) A detta di CICERONE _singulare foedus_; o _amplissimum foedus_, nell’orazione _pro Archia poeta_. — Archia, nato in Antiochia, venuto tra i clienti o amici di Lucullo, ottenne Ia cittadinanza di Eraclea: e poiché questa era città federata con Roma, Archia, cittadino eracleese, ebbe dritti di cittadino romano, in Roma. Questo gli vonlra conteso; e il grande oratore e avvocato perorò a favore di Archia.

[4.](x01_CAPITOLO_16.xhtml) FRONTINO, _Strateg_., III, 6°:

> _Cornelius Rufinus Cons._ (la seconda volta C. nel 477-277) _cum aliquanto tempore Crotona oppidum frustra obsedisset, quod inespugnabile faciebat assumpta in praesidia Lucanorum manus, simulavit se coepto desistere:… Crotonienses… demisere auxilia, destituisqae propugnatoribus… capti sunt._

[5.](x01_CAPITOLO_16.xhtml) PLUTARCO, in _Pyrrum_:

> _Quidquid autem habebat Pyrrhus copiarum in duas divisit partes: quarum una in Lucaniam misit ad detinendum alterum consulem, ne subvenire posset collegare; alteram ipse duxit contra M. Curium, qui tuto loco circum Beneventum sedebat: manens ex Lucania auxilio_.

[6.](x01_CAPITOLO_16.xhtml) «Campi Taurasini» è la correzione di Cluverio, da tutti ormai accettata, alla primitiva lezione _in Arusinis campis_ di Frontino, di Floro e di Orosio; i quali ultimi li dicevano in Lucania. Floro, I, 18:

> _Lucana suprema pugna_ (di Pirro) _sub Arusinis quos vacant campos_. Orosio, IV, 2: _Tertiumque id bellum contra Epirotas apud Lucaniam in Arusinis campis gestum est_. Frontino, _Strat_. IV, 1: _Romani, victo eo in campis Arusinis, circa urbem Statuentum…_;

che in altri Mss. è _Fatuentum_. Questa parola è stata corretta in _Maleventum_, seguendo giustamente la indicazione di Plutarco. Infatti, Curio non era in Lucania, ma nel Sannio, onde la necessità della correzione della parola _circa urbem Maleventum_, o _Beneventum_, che è lo stesso, e l’altra correzione dei «Campi Taurisini» o di Taurasia nel Sannio.

Gli scrittori basilicatesi accettarono la lezione dei «Campi Arusini» in Lucania; e gl’indicarono nelle campagne a piè del monte «Arioso», presso Pignola e Potenza. L’Antonini, invece (I, 153), fu di avviso che per _Arusinis campis_ dovesse leggersi _Acherusinis_, campi di Acherusia o Acerenza; e la lezione di _Statuentum_ o _Fatuentum_, voleva si leggese _Ferentum_, che risponderebbe all’attuale Forenza, prossima, infatti, ad Acerenza. E potrebbe dirsi correzione plausibile, se non stesse in fatto che la battaglia fu vinta su Pirro dal console M. Curio Dentato; e questi campeggiava nel Sannio, e non in Lucania, ove guerreggiava invece il console Lentulo.

Mommsen dice (Vol. I, p. 410): «Campo arusino, presso Benevento».

[7.](x01_CAPITOLO_16.xhtml) PLUTARCO, in _Pirro_.

[8.](x01_CAPITOLO_16.xhtml) Ecco la serie dei «Trionfi» ai generali romani per fatti di armi in Lucania, secondo che si trovano registrati negli ACTA TRIUMPHOR. CAPITOLINA (in _Corpus Insc. Latinar_. vol. I, 457):

> Anni di R.
> 
> 476\. — _C. Fabricius . C.F.C.N. Luscinus . II . an. CDLXXV . Cos. II . De Lucaneis . Tarentin . Samnitibus . Idib. decembr. et . Bruttieis . non . Jan_.
> 
> 477\. — _C. Junius . C.F.C.N. Brutus . Bubulc. An. CDLXXVI . Cos. II . De Lucaneis et Bruttieis . non . Jan_.
> 
> 478\. — _Q. Fabius . Q.F.M.N. Maximus . An. CDLXXVII . Gurges . II . Cos. II . De Samnitibus . Lucaneis . Bruttieis . Quirinalib_.
> 
> 479\. — _L. Cornel. T.F. Serv. N. Lentul. A. CDLXXIIX . Candin . Cos. De Samnitibus . et. Lucaneis . K. mart_.
> 
> 481\. — _C. Claudius . F.C.N. Canina . An. CDXXC . Cos. II . De Lucaneis . Samnitibus . Bruttieisque . Quirinalib_.
> 
> 482\. — _Sp. Carvilius . C.F.C.N. Maximus . II . An. CDXXCI . Cos. II . De Samnitib. . Lucaneis . Bruttieis . Tarentineisque_.
> 
> 482\. — _L. Papirius . L.F. Sp. N. Cursor . II . An. CDXXCI . Cos. II . de Tarentineis . Samnitib. . Lucaneis . Bruttieisque_. 

[9.](x01_CAPITOLO_16.xhtml) PLINIO, III, 18: — «_CCCLM Picentium in fidem Romani populi venere_». — STRABONE, V, 251, dice di loro: _… avulsa Picenorum particula quaedam_. E Niebhur scrive: «Una parte della nazione fu trasferita sul mare inferiore». Vol. III, 233.

[10.](x01_CAPITOLO_16.xhtml) Nel luogo che oggi è detto Sant’Antonio di Vicinza era l’antica Picentia. — Aversano e Persano, quivi presso, sono dai gentilizii _Versius_ e _Persius_, proprietarii dei presidii: Tusciano è nome di un corso di acqua, ma prese il nome dai prossimi predii, tusciani da un _Tuscius_. — Conf. FLECHIA, _Sui nomi del napolet. deriv. da gentilizii italici_. Torino, 1874\. — V. in seguito, nella parte II, il capitolo III.

# CAPITOLO XVII

## LE GUERRE DI ANNIBALE, PER LA LUCANIA, NELLA BASSA ITALIA

  
Da Pirro ad Annibale, i due più formidabili invasori della bassa Italia ai tempi di Roma, corre lo spazio di poco più che mezzo secolo; e in questo periodo di tempo i popoli di stirpe sannitica quotarono in pace coi Romani, come essi medesimi dissero ad Annibale, per testimonio di Tito Livio[1](x01_CAPITOLO_17.xhtml), Accettando del tutto per vera, anche pei Lucani, la quieta pace di mezzo secolo dello storico di Roma, passiamo ai tempi procellosi di Annibale; nei quali avvenne che la regione posta in mezzo tra il Bruzio e l’Apulia fu uno degli obiettivi strategici continui dell’azione militare dei Romani, i quali ivi venivano, e, se respinti, incessantemente tornavano, agl’intenti d’intercludere i passi al gran nemico che manovrava pertinacemente dal Bruzio all’Apulia. In quel lungo avvilupparsi di zuffe, di assedi, di attacchi e battaglie, gli è evidente che uno dei persistenti obiettivi di Annibale era quello di tenere occupata la regione dei Bruzii come testa di ponte alla Sicilia, prossima a Cartagine, e dove egli teneva e cercava alleati. L’altro obiettivo mirava a Taranto, la più ricca città greca del mezzodì, che gli avrebbe assicurato il dominio della penisola salentina come testa di ponte alla Macedonia, da cui s’imprometteva soccorsi e diversivi ad offesa di Roma. Questa d’altra parte, occupando e rioccupando la terra della Lucania, poteva, allo stesso tempo, minacciare o combattere i Cartaginesi intorno Taranto, combatterli o tagliarli fuori del Bruzio; raffrenare o punire, o avere amico un popolo fiero e bellicoso quale i Lucani. Fu pertanto la Lucania campo di battaglia continuo in quella lunga e feroce epopea; onde è facile comprendere quali danni ed offese ebbero a soffrirne i popoli.

La battaglia di Canne avvenne nel 538 di Roma, o 216 a.C. Con ardimenti, audacie, pericoli, e vittorie, e fortune che sorpassano le maraviglie delle leggende, Annibale aveva corso dalla Spagna alle Gallie, alle Alpi, alla Valle del Po, all’Italia di mezzo fino nell’Apulia; e qui prostrò Roma a Canne. Cominciò allora nella bassa Italia una lotta feroce tra Roma e un uomo feroce e grande; e la lotta durò per dodici anni. Seguir questa lotta passo a passo, anno per anno, non ci è consentito dai limiti del nostro subbietto. Ma a chiarirne le vicende più ponderose, sarà opportuno di avvertire che essa ebbe quattro fasi, quattro grandi eventi, che divisero come in quattro atti la grande e tragica epopea. Nella prima fase della guerra, Capua, la maggiore città dell’Italia dopo Roma, si dà ad Annibaie, e il successo, come dopo la disfatta di Canne, irraggiò altri successi favorevoli al vincitore. Nella seconda, gli obbiettivi si intrecciano; Roma intende a riprendere Capua; e Annibale mira ad impadronirsi di Taranto. Nella terza fase Capua cede prostrata a Roma, Roma la punisce con l’atroce ferocia di cui i suoi storici accusano Annibale; e Taranto apre le porte a questo. Nel quarto ed ultimo atto è lo scioglimento del dramma. Annibale aspetta invano i soccorsi che sperava di fuori, mentre quelli della sua patria o non gli giungono o gli vengono negati; egli cede alla fortuna di Roma, e dalla spiaggia insanguinata del Bruzio abbandona definitivamente l’Italia.

Il disastro di Canne decise i dubbi e mal disposti popoli della bassa Italia a pro del vincitore. Dal campo di Canne emissari e coorti si spargono d’intorno per fomentare e promuovere il moto delle città. Suo fratello Magone muove per la Lucania alla volta dei Bruzii[2](x01_CAPITOLO_17.xhtml), ed egli risale la Valle dell’Ofanto per venirne in Campania, ove mirava a Capua e alle belle città grecaniche del Tirreno: preme intanto a destra e a sinistra sugli Irpini e sui Lucani. Alle sorgenti dell’Ofanto sedeva la città di Compsa. La cittadinanza era divisa tra le fazioni di due grandi famiglie, quella dei Mopsii e quella dei Trebii. I Mopsii, potenti per favore di Roma, prevalevano: ma poiché Ia fortuna di Roma a Canne declina, Stazio Trebio si volta ad Annibale. I Mopsii fuggono; Ia città si dà ai Cartaginesi senza contrasto e ne accoglie i presidii[3](x01_CAPITOLO_17.xhtml). — La storia dei Bianchi e dei Neri ha molte antiche radici in Italia.

L’incendio, poiché l’esca era pronta nel malcontento dei popoli, divampa celerissimamente. Dopo Canne, dice Livio[4](x01_CAPITOLO_17.xhtml), si diedero alla parte di Annibale gli Atellani, i Calatini, gli Irpini, una parte dell’Apulia, tutti i Sanniti eccetto i Pentri, tutti i Bruzii e i Lucani, ed oltre a questi, i Surrentini[5](x01_CAPITOLO_17.xhtml), le città sul mare abitate dai Greci, quei di Taranto, quei di Metaponto, di Crotone, di Locri, e i Galli Cisalpini, e vuol dire tutta la bassa Italia dal Volturno allo stretto siculo. Ma non sì che qui e qua egli non trovasse resistenza, come vedremo, a Petilia, a Cosenza, a Crotone, altrove. Gli stessi umori interni delle città non dappertutto favorivano la causa del vincitore; è ricordato dagli storici, che i Senati e vuol dire i benestanti della città erano piuttosto favorevoli a Roma, mentre le plebi erano per Annibale. Lo stesso ordinamento federativo di quelle comunità, con vincoli indubbiamente ben larghi, nonché le fazioni in esse prevalenti, facevano sì che l’indirizzo della cosa pubblica non fosse nello stesso tempo uno ed uguale.

Annibale, avuto Consa, passa il Silaro, ed entrato nella Campania, tenta Napoli, ma vanamente. Però Capua, la maggiore delle città italiche dopo Roma, divisa che era da interne fazioni, e queste abbattute o elevate di animo, secondo gli umori, dal disastro di Canne, si dà con equi patti ad Annibale; poiché aveva invano richiesto soccorso ai Romani; e il fatto piega a non dissimili esempi i popoli circostanti.

Allora Annibale fa Capua centro strategico delle operazioni di guerra; e pur mirando ad avere a sé l’altro punto importantissimo che era Taranto, manovra quind’innanzi, di continuo, tra questi due estremi. Prende e saccheggia Nuceria; stringe d’assedio Nola: ma qui accorre Marcello, che ha il disopra nella mischia; e l’assedio è rotto; prende invece ed incendia Acerra, e assedia Casilino che gli si arrende per fame.

Il verno che sopravviene sospende i fatti di guerra; i Romani restano per le città intorno Capua; e i Cartaginesi in Capua, a quegli ozi che furono soggetto a tante declamazioni di retori, trasmutati in generali di eserciti. Un’altra parte degli Africani era in Apulia.

In questa forzata sospensione di arme Annibale rimanda Annone nei Bruzii; ed alle operazioni di questo luogotenente e fratello del gran venturiero vuolsi indirigere, pel nostro istituto, l’attenzione nostra.

Attraversa la Lucania occidentale per entrare nel Bruzio, come Magone, dopo Canne, aveva attraversata la Lucania orientale. Le popolazioni sul suo passaggio si dànno in fede agli invasori, e se resistono, ne hanno saccheggiate ed arse le campagne d’intorno alle città, che era costume di guerra non solamente africano, ma romano altresì. Un esercito di Roma gli tien dietro, secondo la tattica di tutta quella guerra, ed ora l’esercito al comando di Tito Sempronio Longo. Annone piegò il cammino verso Grumento per isforzarla; ma sopraggiunse il Console, e nella pianura intorno alla città, s’impegnò il fatto d’armi che fu battaglia, perché vi rimasero uccisi, dice Livio[6](x01_CAPITOLO_17.xhtml), piucché duemila dei soldati di Annone e non più che duecento ottanta dei soldati del Console, il quale vi prese 41 insegna militare. Annone riparò nel Bruzio. Altre città e castella sul confine degli Irpini furono riprese dai Romani; tali Vercellio, Vescellio e Sicilino, già datasi ai Cartaginesi; e i capi delle dedizioni ai nemici furono (dice Livio) decollati. Guerra per ogni verso, ferocemente spopolatrice e immane.

Nella campagna punica del Bruzio fu e restò memorabile l’assedio di Petilia. I Petelini, quasi soli tra’ Bruzii[7](x01_CAPITOLO_17.xhtml), perseveravano nella fede a favore di Roma. Onde erano stretti e combattuti non solo dai Cartaginesi invasori della regione, ma dagli stessi popoli di loro gente, perché appunto si erano separati dai comuni consigli[8](x01_CAPITOLO_17.xhtml).

Messi fieramente alle strette, mandarono a chiedere soccorsi a Roma; ma i suoi oratori invano pregarono, supplicarono e piansero invano, prostrati a terra, sul passaggio dei senatori che entravano alla Curia. Roma che aveva Annibale alle porte e i suoi eserciti sparsi in tanti luoghi, non trovò opportuno di soccorrere un piccolo alleato nel lontano corno della penisola. Il Senato rispose a Petilia che essa aveva dato grande e nobile testimonio di sua fede a Roma; poteva dunque decidere da sé ormai, come stimasse opportuno. A questa risposta gli animi non caddero, il Senato di Petilia decise di resistere; rafforzò le difese, e raccolse entro le mura quello che dal contado parve utile e necessario.

L’assedio durò parecchi mesi: consumate le biade e gli animali d’ogni sorta, dettero mano ai cuoi, alle erbe, alle radici, alle cortecce più tenere di arbuscelli e cime di rovi disbruscati. E non furono sforzati prima che mancassero loro interamente le forze di poter stare in piedi in su le mura, e sostenere il peso delle armi. Vinti dalla fame, più che dalla forza, cessero al fato; ed entrò nella cittò Imilcone, luogotenente di Annibale. Quello che ivi fecero i vincitori, non è scritto; ma può supporsi. Roma, memore di tanta fede e di tanti danni, tenne sempre Petilia tra le città federate e più favorite.

Dopo Petilia, i vincitori vennero a Cosenza; ma questa fu difesa assai men pertinacemente, e tra brevi giorni si diè a patti. Con i Cartaginesi cooperavano consenzienti i Bruzii, sia per cupidigia alle ricchezze delle greche città, sia per tenerle in dominio con il favore e l’aiuto del vincitore di Roma. Ma questi, mirando a ben altro che a far grande la gente Bruzia, non li favoriva quanto essi speravano o desideravano; e ne erano mal soddisfatti. Con le schiere di Annibale essi assediavano Crotone, mentre Amilcare, capitano di Annone, stringeva di blocco Locri. Crotone già così nobile e potente città per copia di ricchezze e di abitatori, dopo le molte ruine e le molte vicende interne ed esterne, non aveva a quei giorni che una popolazione di ventimila uomini appena, la quale occupava meno della metà dell’antica città, che ai tempi di Pirro abbracciava lo spazio di dodici miglia[9](x01_CAPITOLO_17.xhtml).

La scarsezza di popolo mal rispondeva al grande cerchio delle mura; e queste mal guardate, fecero agevole ai Bruzii di sorprenderla, e ai malcontenti interni di tradirla. Una fazione di popolari aprì le porte ai nemici che entrarono in città: ma la rocca restò in mano al governo ed al Senato che in essa si ritrasse. Né, in sulle prime, volle cedere agli accordi, che Annone, sopraggiunto, proponeva: la città era spopolata e decaduta, i Bruzii, mescolati ai Crotoniati, l’avrebbero ripopolala di loro gente. Gli Elleni risposero che preferivano la morte; con i Bruzii, in città, avrebbero avuto i padroni in casa, e con essi e per essi perduto l’indipendenza, le proprie leggi, le proprie costumanze, finanche la propria lingua! Però la difesa si chiarì manchevole; la rocca cedé, e gli ottimati si ritrassero (consenziente Annone che pareva favorirli contro i Bruzii) nella città di Locri, venuta in mano dei Cartaginesi.

Locri anch’essa si era preparata alla difesa; e quanto di foraggi e di scorte esistesse pel suo contado, faceva entrare in città. Un giorno i suoi foraggiatori furono tagliati fuori da Amilcare, il quale, a mezzo di essi, trattò della resa della città, e con buoni patti; poiché Annibale faceva politica generosa con le città greche poste sul mare e prossime alla Sicilia. Fu a Locri garantito di reggersi con le proprie leggi[10](x01_CAPITOLO_17.xhtml) e conchiuse un patto di mutua difesa, che vuol dire garantita dalle offese immancabili al ritorno dei Romani. La guarnigione di questi che era nella città fu lasciata imbarcare e ne venne a Reggio, che era la sola città rimasta ai Romani in quel corno della penisola.

Se era importante per Annibale l’avere a sé favorevole il paese e le città greche del Bruzio, come aumento di forze e come posto avanzato agli aiuti che non cessava di sollecitare da fuori, era, invece, di suprema necessità ai Romani il riprendere Capua, e cacciare l’inimico dalla Campania, tanto prossima a Roma. Qui dunque si concentra il nerbo della difesa e della offesa dei due grandi inimici.

Per opportuno apparecchio, alla presa di Capua Fabio comincia dallo stringere la città di Casilino sul Volturno, e intanto chiama a rinforzo l’esercito di Tito Sempronio Gracco che era a Lucera. Annibale, da sua parte, chiama dal Bruzio Annone. Questi aveva un esercito di ben diciassettemila uomini a piedi, e in essi la maggior parte Bruzii e Lucani[11](x01_CAPITOLO_17.xhtml), oltre a mille e duecento a cavallo, tra pochi Italici e i più di Numidia e Mauritania. Le forze di Gracco erano torme di raccogliticci e di servi, offertisi volontari a combattere per avere in premio la libertà.

Tendendo da diversi punti di partenza allo stesso obbiettivo, i due eserciti si scontrarono sul fiume Calore presso Benevento. Fu combattuto dalle due parti fieramente: e poiché Gracco, a inanimire le sue torme tolte agli ergastoli, aveva bandito che sarebbe data la libertà a chi avesse portato al campo il capo di uno degli inimici, quelle, non che colpire ed abbattere, straziavano gli avversari caduti o feriti. Vinsero le insegne di Roma; e fu vittoria sanguinosa: scamparono dell’esercito di Annone men di duemila, e Ia più parte a cavallo; prova del valore grande, ma sfortunato, dei vinti; mentre i vincitori non ebbero che un duemila morti, se si vuol credere allo storico di Roma. I vincitori entrarono in Benevento con bottino di armi, di prigioni e di bestiami, tolti al campo del vinto, e forse alle popolazioni circostanti. La città li accolse in gran festa: furono imbandite le tavole in pubblico sulle vie e le piazze; i soldati sedettero a mensa coperti il capo col pileo e con le bende di lana bianca, simbolo e premio della ottenuta libertà![12](./images/#Ns%5Fback-nota-12)

Annone con le reliquie delle sue forze torna verso il Bruzio. Gracco lo segue per la Lucania, e in questa fa accolta di soldati, tra coloni e popoli amici[13](x01_CAPITOLO_17.xhtml); e una scapigliata schiera di costoro, tra villici e servi[14](x01_CAPITOLO_17.xhtml), guidati da un Pomponio Veientano o di Veio, temerario uomo e di mala fama, si spargono senza ordine, a guasto e a saccheggio, per le terre dei popoli favorevoli agl’inimici. Annone li coglie di sorpresa, e li batte con danno loro grande e non minore, dice lo storico, che egli aveva sofferto presso a Benevento. Pomponio vi restò preso; e la sua cattura fu il minor male del fatto di arme. Il quale ove propriamente accadesse, non posso dire altrimenti che sui confini tra i Bruzii e i Lucani[15](x01_CAPITOLO_17.xhtml).

Tito Sempronio continua la sua campagna devastatrice in Lucania: e combattendo qui e qua, prende molte castella, che per la poca nobiltà loro, non furono a noi tramandati di nome dagli storici[16](x01_CAPITOLO_17.xhtml): i quali invece ricordano, che passò oltre tra i Bruzii, e dei dodici popoli Bruzii che si erano dati in fede ai Cartaginesi[17](x01_CAPITOLO_17.xhtml), due tornarono in soggezione ai Romani, cioè quei di Cosenza e quei di Turii, i più prossimi alla Lucania.

Intanto Casilino, non potuta soccorrere a tempo da Annone, fu presa da Fabio, che ne disperde qua e là gli abitanti. Poi mettendosi sulle peste di Annibale, che, con la sua tattica di volteggiatore instancabile, si ritira verso l’Apulia, percorre devastando il paese de’ Sanniti, e prende le città di Telesia, di Compulteria, di Mele, di Furfule, nonché di Consa sul confine Irpino-Lucano. Di qua fa punta nella Lucania settentrionale e s’impadronisce di Bantia[18](x01_CAPITOLO_17.xhtml). Quindi passa in Apulia, inseguendo il grande avversario che manovra tra Taranto e Salapia. Ma Annibale si chiude in Salapia; e con l’intento di prendere i quartieri d’inverno, fa che essa si approvvigioni dei frumenti che vengono trasportati da Metaponto e da Eraclea[19](x01_CAPITOLO_17.xhtml); il che vuol dire che i campi devastati della Apulia poco o punto avevano reso agli infelici abitatori di essa, e che men devastate da Annone e da Romani furono allora le pianure lucane sul Jonio. E vuol dire altresì che in quel tempo Metaponto aveva già ceduto ad Annibale; e si sa che essa si arrese non appena il presidio romano della città fu chiamato invece a rinforzare la difesa di Taranto, che era sempre più stretta dai Cartaginesi[20](x01_CAPITOLO_17.xhtml).

In questo mentre, a rinfocolare gli animi mal disposti delle popolazioni dell’estrema Italia, sopravvenne un fatto che fu occasione a grandi eventi. Roma, a guarentigia di fede, aveva presi ostaggi dalla città di Taranto, e questi un giorno fuggirono dalla custodia loro; però, venuti di nuovo in mano al Romani, furono atrocemente puniti; prima con le verghe battuti nel Foro, poi, a clamore di popolo, gettati giù dalla Rupe Tarpea[21](x01_CAPITOLO_17.xhtml). L’eco del fatto si ripercosse atroce nella cittadinanza Tarantina. Una congiura di nobili giovani entra in accordo coi Cartaginesi; e la città col favore delle interne intelligenze, viene presa di assalto, non restando al Romani che solamente la rocca, ove continuarono a difendersi gagliardamente col rinforzo del presidio che richiamarono da Metaponto. Questa allora si dà ad Annibale; e l’esempio ne è seguito non guari dopo da Turii, ove non può opporsi agli interni moti del popolo il presidio romano.

In questo avvolgersi di fazioni guerresche, il principale obbiettivo di Roma era sempre quello di riprendere Capua. Il più grosso suo esercito si stringe intorno a questa città; un altro è nel Sannio intorno a Benevento; un terzo in Lucania al comando di Sempronio Gracco; i quali due ultimi dovevano, nonché difendere le regioni occupate, ma opporsi a che Annone dal Bruzio e Annibale dall’Apulia venissero in soccorso degli assediati di Capua. Questa pertanto cominciava ad affamare; ed Annibale ordinava ad Annone di raccogliere quanto di vettovaglie potesse per venire in soccorso alla travagliata città; e questi infatti, raccogliendo e predando arriva a mezza strada sul cammino per Capua; ma è sorpreso e battuto dalle legioni romane, che raccattano l’ampio bottino, e l’obbligano a ritirarsi precipitosamente nel Bruzio.

  
Profittando di questo fatto, i Consoli muovono l’esercito da Benevento per stringere dì maggiori forze la città del Volturno; e affinché fosse chiuso il passo ad Annibale che dall’Apulia venisse a soccorrerlo, fu fatto ordine a Tito Sempronio Gracco, che dalla Lucania sollecitamente con la cavalleria e i fanti più lesti fosse venuto a postarsi in Benevento, lasciando il resto delle legioni in guardia del paese ammessogli a difesa[22](x01_CAPITOLO_17.xhtml).

Gracco era per portarsi alla posta indicatagli; ma egli, che è in segreti accordi per un’impresa profittevole agl’interessi di Roma, vuole innanzi tutto menarla a termine; sperava anzi di poterlo fare senza indugio, poiché le intelligenze erano molto innanzi. Dà invece in un agguato, colpa il tradimento da un verso, e l’indulgenza o l’inesperienza sua militare dall’altro. Livio racconta il fatto con queste parole[23](x01_CAPITOLO_17.xhtml):

> «Una parte dei Lucani essendosi data al Cartaginesi, era Flavio Lucano capo di quella parte la quale teneva con i Romani, e ai medesimi creato «Pretore» era già stato in magistrato un anno. Essendo costui subitamente mutato di animo, e cercando di acquistar grazia presso i Cartaginesi, non gli parve meritare abbastanza, ribellandosi egli, il tirar seco gli altri Lucani a ribellarsi, se non fermava e consacrava la lega col nemico mediante la vita e il sangue del suo capitano ed ospite insieme, da lui tradito.
> 
> Entra adunque in trattative con Magone che era nei Bruzii; e conviene che i Lucani entrerebbero con le proprie leggi nell’amicizia dei Cartaginesi[24](x01_CAPITOLO_17.xhtml), e a suggello della lega direbbe Gracco In mano ai nemici. Magone viene al luogo predesignato con grande moltitudine[25](x01_CAPITOLO_17.xhtml) di fanti e cavalli, e dopo esplorato da tutte le parti, ivi si agguata.
> 
> Quindi Flavio viene a Gracco, e gli dice e lo fa persuaso che egli era a mezzo di una grande impresa, aver cioè persuaso i pretori di tutti i Lucani[26](x01_CAPITOLO_17.xhtml), che erano passati in fede di Annibale dopo Canne, che tornassero alla fede dei domani; poiché le cose dell’avventuriero declinavano, e i Romani non erano gente dura (diceva) a perdonare. Ma costoro (continuava) volevano la fede di Gracco: stringere con esso lui le destre[27](x01_CAPITOLO_17.xhtml) in pegno di fede e di amicizia; ed avevano stabilito al convegno un luogo, fuor di mano, ma non molto discosto dal campo dei Romani. Venisse egli dunque, e tutta la nazione dei Lucani tornerebbe in fede ai Romani[28](x01_CAPITOLO_17.xhtml). Gracco si partì pel convegno con Flavio, non da altri accompagnato che dai littori e da una squadra di cavalli.
> 
> E giunto al luogo designato, che era una valle chiusa da selve e da monti, diè nell’agguato. I Cartaginesi gli furono sopra, e Flavio con essi; Gracco e i cavalieri mettono piede a terra; e avvoltosi al braccio sinistro il paludamento a difesa (perché essi non avevano portato seco gli scudi)[29](x01_CAPITOLO_17.xhtml), danno dentro ai nemici che li saettavano dall’alto. Fu mischia calda e dura; Gracco vi giacque morto. E morto, e con i fasci de’ suoi littori, Magone ne mandò il corpo ad Annibale, che gli fece solenni esequie. Questa è la vera fama del fatto (conchiude Livio); e il fatto avvenne nelle terre dei Lucani, presso ai piani chiamati Campi Veteri[30](x01_CAPITOLO_17.xhtml)»: — benché non manchi chi dica invece essere caduto Gracco presso Benevento, o che si bagnasse nel fiume Calore, o che quivi presso fosse colto da scorridori numidi.

Per verità, le narrate circostanze del fatto, se sono vere come Livio le racconta, non darebbero del generale romano un grande credito nelle cose di guerra. Se si può scusarlo della sua sùbita fede ai detti dell’ospite infido, e se è lecito forse non credere alla non meno ingenua circostanza che la scorta del capo dell’esercito era armata a mezzo, le particolarità essenziali del fatto non è lecito di mettere in dubbio; e però come altrimenti giudicare un generale che fa agevole ai nemici di tendergli insidie, con grande numero di soldati, non lungi dai suoi accampamenti, in tempo di guerra, e in paese non amico per animo di popoli, o per aspra accidentalità di terreno anzi acconcio agli agguati di guerra? Io confesso che tutto il racconto della congiura non mi ha l’aria di un’autenticità schietta; parmi piuttosto una di quelle ricostruzioni fatte dalla fantasia popolare ai grandi eventi che la colpiscono.

Il luogo ove accadde l’agguato e la morte di Sempronio Gracco è ignota alla topografia della regione. La giacitura dei campi detti già «Vecchi» dai Romani dei tempi di Livio, se vuol riferirsi (come fanno i nostri scrittori) al paese che oggi è detto Vietri di Potenza, è del tutto arbitraria. Anziché a questo odierno Vietri, che è tra gli Appennini presso ad un influente del fiume Sele, il luogo dell’agguato dové, invece, essere non molto discosto dai confini dei Bruzii; se Magone _con ingente schiera di fanti e di cavalli_ poté venirne in Lucania, non lontano dagli accampamenti romani, senza che alcun sentore ne arrivasse a costoro. Il tragitto dai Bruzii ai «Campi Veteres» non doveva essere che discretamente breve, perché il traditore avesse potuto fare assegnamento sulla riuscita della congiura.

L’uccisione di Gracco elevando per la Lucania gli spiriti avversi ai Romani, dové dare principio a moti ostili di popolo, che, nel silenzio della storia, è facile arguirlo dal fatto ricordato, che il di lui esercito, composto che era di raccogliticci, alla di lui morte si sbandò[31](x01_CAPITOLO_17.xhtml), e che il console Appio Claudio dalla Campania venne in Lucania, mentre in Campania l’altro console Fulvio era entrato, ad offesa, sul territorio di Cuma[32](x01_CAPITOLO_17.xhtml).

Ed in Lucania lo segue Annibale; che, in tutto lo svolgersi di questa guerra, va, viene, ritorna, piomba all’improvviso, si ritrae e ricomparisce qui e qua con una prontezza, una astuzia, una strategia di un venturiero di genio; e che sconcertar doveva tutti i disegni della consueta arte di guerra dei Romani, mentre tant’alto sovrastava dell’intelletto ai capitani di questa. In Lucania or dà la caccia ad Appio, or da questo è cacciato: poi d’un tratto scomparisce e si mostra a Capua; ma non dimora, e ritorna in Lucania, ove si scontra con un grosso gruppo di armati raccogliticci, che avevano a capo un Centenio Penula[33](x01_CAPITOLO_17.xhtml).

Era costui un centurione segnalato per grandezza di corpo e di coraggio. Aveva chiesto al Senato il comando di qualche legione; promettendo, esperto che era dei luoghi e della tattica di Annibale, avrebbe fatta guerra di partigiani. Ed ebbe infatti un 8000 uomini, tra cittadini di Roma e soci: con essi e con altri che raccolse per via, giunse in Lucania col doppio di armati. Ma intoppa presto in Annibale; e non era dubbio l’esito dello scontro tra vecchi agguerriti soldati e gente impronta e novella. I soldati di Centenio furono nonché rotti disfatti, e lui vi trovò la morte.

Queste varie e tentate da tutte parti diversioni di Annibale, non giungevano a illanguidire lo sforzo dei Romani, che si concentrava contro di Capua. Nell’anno 541 (211 a.C.), che fu l’anno nefasto a questa nobile ed infelice città, quando il blocco si strinse, egli lo si trova nei Bruzii, e di là, con le truppe sue di ordinanza leggiera, ne venne subitamente a Capua, seguitato dipoi dal grosso treno dei suoi elefanti. E poiché non è riuscito nell’attacco di sbaragliare i Romani, forma l’audace disegno di correre sopra Roma, forse a sorprenderla, indifesa, con un colpo di mano; forse a diversione delle forze inimiche stringano Capua. E struggendo e sperperando pei luoghi che attraversa, venne prossimo a Roma: abbeverò i cavalli numidi nelle acque dell’Aniene; picchiò quasi dell’asta alle porte della città, ed empì la città di tale spavento, che ne passò la memoria paurosa alla più lontana posterità, anche per via del linguaggio. Ma il disegno non riuscì; e ritraendosi fieramente onde era venuto, non indugiò a Capua; passò oltre nelle terre di Lucania, quindi nei Bruzii, infino a Reggio, e con tanta prontezza, che parve ai poveri paesi il fulmine che spazza pria del lampo che accenna[34](x01_CAPITOLO_17.xhtml).

E andò lontano perché gli giungesse men dura l’eco della resa di Capua! la quale, stretta dalla fame, prostrata di animo pei non più possibili soccorsi di fuori, cèsso ai Romani; e ne fu così atrocemente, così violentemente punita, che il suo è uno dei fatti più miserevoli e spietati che ricordi la storia, miniera copiosa di tragedie, ed ecatombe di popoli e di città.

Capua apre le porte. I senatori non supplicano, non pregano; banchettano all’ultima ora della patria, e nell’ultimo nappo prendono il veleno, propinando a Giove liberatore: Taurea Iubellio, dopo avere spenti e moglie e figliuoli onde sottrarli all’ignominia e ai supplizi di Roma, si passa di sua mano il petto con un coltello, in faccia al feroce proconsole che gli fa villania.

Il disastro di Canne levò gli spiriti delle popolazioni italiche a favore di Annibale; il disastro di Capua fu il contraccolpo a favore di Roma.

Da quel tempo il gran capitano, aspettando soccorsi, non manovrò altrimenti che tra la Apulia e i Bruzii. I Romani invece avanzando, intendevano di stringerlo sempre più tra quegli estremi contini con manifesto e giusto disegno: ma non ebbero generali sì valenti o ingegnosi da batterlo o da chiuderlo per modo che gli fosse forza di darsi per vinto: e fu d’uopo di ancora altri anni di lotta e di sangue. Due eserciti gli stavano di contro, l’uno appoggiandosi a Venusia correva il campo per l’Apulia, l’altro nella Lucania, che mirando al Bruzio, completava il cerchio che doveva stringerlo in mezzo. Ma quel continuo mutare di generali romani ogni anno, come ogni anno mutavano i consoli, non era fatto per accrescere tesoro di esperienza e di accorgimento, né per colorire compiuti disegni da parte de’ generali romani.

Il console Marcello prende alcune città dei Sanniti, ed ha Salapia per tradimento. Gneo Fulvio, proconsole, si accosta a Erdonea; ma accorre Annibale e lo batte; abbrucia la città che non può difendere e ne mena gli abitanti a Metaponto e a Turii[35](x01_CAPITOLO_17.xhtml). Marcello, che gli corre dietro dal Sannio, incontra Annibale in Lucania, presso la città di Numistrone[36](x01_CAPITOLO_17.xhtml). Quegli accampa alla pianura, e questi tiene il poggio. E il giorno dopo si azzuffano le legioni con tutto lo sforzo punico, composto di Numidi, di Spagnuoli, di frombolieri delle isole Baleari, di volontari italici, e degli elefanti. L’urto si rinnova più volte: alle schiere stanche e disfatte sottentrano altre fresche, finché sopravviene la notte e rimane la battaglia indecisa. Ma la notte Annibale toglie il campo, e dà volta verso l’Apulia: e Marcello, lasciati i suoi feriti in Numistrone, gli va alle spalle. Accadono tra loro verso Venosa e lì d’intorno altre mischie, altre zuffe che nulla decidono e a nulla approdano, se non è di stremare sempre più le forze del condottiero.

L’anno dopo, che è il 545-209, vengono a comando degli eserciti Fabio Massimo e Q. Fulvio Flacco. Quegli deve operare contro Taranto, e questi in Lucania e i Bruzii; mentre Marcello con altre legioni appoggiandosi sempre a Venosa intende a coprire l’Apulia dalle scorrerie di Annibale. Questi, come sempre, apparisce e sparisce fulmineo; batte i Romani sotto Canusia; ricombatte il dì dopo con Marcello che ne ha la meglio; ritorna lampeggiando nei Bruzii, e al suo arrivo scioglie Caulonia dall’assedio dei Romani.

Intanto Fulvio Flacco dal paese degli Irpini viene in Lucania, e riceve sottomesse Vulceio, Grumento[37](x01_CAPITOLO_17.xhtml) ed altre città, le quali vacillano alla fortuna d’Annibale che tramonta, e consegnano ai Romani i presidi cartaginesi. Egli accoglie clementemente le popolazioni che si sottomettono e non altrimenti li castiga che di parole, contro l’uso romano[38](x01_CAPITOLO_17.xhtml); e questo cenno di saggia politica ebbe frutto, perché vennero a lui dai Bruzii i costoro legati, Vibio e Pactio, di nobile stirpe, i quali dimandarono pei Bruzli gli stessi patti che pei Lucani. Fabio d’altra parte prende Taranto, che era l’altro obiettivo massimo di Roma dopo Capua; e nell’immenso bottino che ammassano dalla ricchissima città, sono ricordate ottantatremila libre d’oro, gran quantità di argenti, statue, dipinture, e, ricchezza di armenti! trentamila teste di servi. Annibale che accorre in aiuto non arriva che a Metaponto, e gli è forza tornare nel Bruzio. Ma la caduta di Taranto sempre più precipita la sua fortuna, la quale è certo che saprà rilevarsi se gli giungono a tempo gli aiuti esterni, che attende e che sollecita con premura, cui mal rispondono gli esterni nemici di Roma.

Il nuovo anno 544–208 portò a capo degli eserciti i nuovi consoli T. Quinzio Crispino, e Marco Marcello. Questi restava con uno degli eserciti intorno a Venosa, quegli[39](x01_CAPITOLO_17.xhtml) prese il comando dell’altro per la Lucania e il Bruzio. Geloso delle imprese di Fabio a Taranto, Crispino spinge parte delle suo forze all’assedio di Locri, ma a nulla approda, e vien tolto l’assedio all’apparire di Annibale. E poiché questi con la mobile strategia del guerrigliero tornava verso l’Apulia, Crispino torna anche esso nella Lucania settentrionale e si congiunge all’esercito di Marcello verso Bantia[40](x01_CAPITOLO_17.xhtml).

Non era discosto gran tratto il campo di Annibale, e tra’ due accampamenti si ergeva un colle selvoso che parve al Console fosse utile di occuparlo pria che nol facessero i Cartaginesi. Volle egli pertanto portarsi ad osservare di persona la importanza e le circostanze dei luoghi; e con esso andò invitato l’altro console Crispino e molti degli ufficiali superiori, affidati da poca scorta di cavalieri. Quivi dettero in un agguato dei non lontani inimici: nella mischia restò morto Marcello, morti e prigioni gran parte degli ufficiali, e Crispino fu ferito sì gravemente, che ne mori non guari dopo[41](x01_CAPITOLO_17.xhtml). Con sì infelici accorgimenti di guerra da parte dei supremi capitani di Roma, non è forse difficile di spiegare come Annibale poté restare per tanti anni padrone della bassa Italia; egli, lontano dalla patria, in mezzo a popoli di altre razze, di altra lingua, di altra civiltà.

In luogo dei due consoli uccisi furono designati M. Livio ed M. Claudio Nerone. A quello fu commesso di opporsi contro di Asdrubale, che già era arrivato nelle Gallie alla volta d’Italia in soccorso di Annibale; ed a M. Claudio Nerone fu dato l’incarico di tener testa ad Annibale per la Lucania[42](x01_CAPITOLO_17.xhtml); mentre II pretore Q. Fulvio teneva il campo con due legioni nei Bruzii[43](x01_CAPITOLO_17.xhtml).

Claudio Nerone si recò all’esercito che stanziava intorno a Venusia, e raccolto, a scelta, sotto il suo comando 40,000 pedoni e 2500 cavalli mosse contro Annibale, che dai Bruzii veniva per la Lucania. I due eserciti si scontrarono nel territorio della città di Grumento, che è nell’alta valle dell’Agri; e sostarono l’uno contro l’altro non molto tra loro distanti. Per quanto è dato arguire dal racconto confuso e incompleto di Livio e dalla notizia de’ luoghi, Annibale accampò sul colle, ove oggi siede la Saponara, postando le squadre de’ cavalli alle radici orientali del colle stesso, verso la fiumara di Sciàura, sicché pareva attingesse alle mura di Grumento[44](x01_CAPITOLO_17.xhtml). Ma con altra parte delle sue schiere dové occupare anche il prossimo colle che è detto «del monte» e che avanza i suoi sproni tra ponente e il minor colle che è detto di Sant’Elia

Questa arcuata e breve catena di poggi domina dal lato meridionale la pianura che è solcata dal fiume Agri; il quale ivi serpeggiando si avvicina di molto ad essi. E i Romani, che venivano dall’Apulia, traversato l’Agri a monte, sostarono, ad un millecinquecento passi dai nemici, sul colle che separa il paese di Tramutola di oggi dall’Agri; e spingendo innanzi l’avanguardia verso gli ultimi accampamenti cartaginesi, questa stanziò sul colle ora detto Monte delle Vigne. Era ivi il posto elevato, onde più acconciamente si potesse dominare la via che da Grumento per Potenza si spingeva nell’Apulia. Fra due campi, così postati di contro, restava in mezzo la valle pianeggiante che ora è detta di San Giuliano[45](x01_CAPITOLO_17.xhtml).

La mischia si attaccò in questa valle fra le due avanguardie del colle «alle Vigne» e dall’altra «a Sant’Elia»; ma non tardò a svolgersi in battaglia per i campi posti sull’Agri, se vi prese parte un grosso esercito[46](x01_CAPITOLO_17.xhtml) dall’una e dall’altra parte, nonché Ia cavalleria de’ due contendenti e il treno degli elefanti.

Pare che Annibale intendesse di passare oltre il fiume pel cammino all’Apulia, schivando i Romani o forzando il passo ai Romani; sicché con tutte le sue forze spiegate in battaglia scese dai colli, su quali accampava[47](x01_CAPITOLO_17.xhtml). Ma i Romani, perché non fuggisse, l’attaccarono, e quello tenne fermo all’urto di questi, finché non giunse alle spalle delle schiere cartaginesi una grossa mano di fanti e di cavalli di Romani e loro socii, che il Console aveva mandato, la notte innanzi, per altra via[48](x01_CAPITOLO_17.xhtml) a girare le posizioni dei nemici. Questo decise della giornata che fu vinta dal Console C. Nerone con la perdita di soli cinquecento uomini, a detta di Livio, mentre Annibale ebbe ottomila uomini uccisi, due elefanti morti[49](x01_CAPITOLO_17.xhtml), altri quattro presi, ed otto insegne perdute. Il vinto si ritirò negli accampamenti, e vi restò chiuso qualche dì; mentre il Console il giorno di poi fece raccogliere i morti delle due parti e insieme seppellirli; poi una notte, tenuti accesi i fuochi del campo per illudere l’avversarlo, Annibale uscì chetamente e passò l’Agri in giù, verso Spinoso; e il Console non se ne avvide che al tardi. Ma gli tenne dietro; e lo raggiunse presso Venosa, ove si venne nuovamente alle mani, e dove i Cartaginesi lasciarono nella zuffa tumultuaria duemila soldati, dice lo storico di Roma[50](x01_CAPITOLO_17.xhtml), che (è forza dirlo) attingeva notizie statistiche forse da bullettinl di guerra o di origini troppo popolari, o troppo favorevoli alla fortuna di Roma. Di là Annibale piega a Metaponto, poi torna di nuovo a Venosa; e il Console sempre alle spalle a dargli la caccia. E poiché quegli pare accenni a disegni nell’Apulia, Claudio mirando anche egli all’Apulia abbandona la Lucania; ma vi chiama, a coprirla, il Proconsole Fulvio che era nei Bruzii[51](x01_CAPITOLO_17.xhtml).

Il gran volteggiatore schivava di affrontare, di proposito, le forze inimiche; era necessità di risparmiare le stremate sue truppe, mentre aspettava i soccorsi, che gli arrecherebbe il fratello Asdrubale, il quale era già arrivato in Italia, e scendeva appunto per le spiaggie adriatiche. E in questa che Annibale lo attende per l’Apulia, vennero a mano di Claudio i segreti messaggi di Asdrubale, che ragguagliava il fratello de’ suoi disegni, del suo cammino, de’ punti di congiungimento e di arrivo. Un lampo di genio illuminò la mente del Console; ed ideò il disegno arditissimo, onde venne il colpo mortale ad Annibale, e a sé fama insigne nella storia de’ fatti di guerra. Ideò di congiungere le sue forze a quelle di Livio Salinatore che erano nell’Umbria, per combattere, inaspettato, Asdrubale, pria che questi si congiungesse ad Annibale, e senza che questi ne avesse sentore. Il difficile era eseguire il disegno con celerità, con segreto e sicurezza di evento; e a queste soddisfece pienamente l’animo, l’ingegno e l’energia del Console. Scelse, dai migliori del suo campo, per ottomila uomini; ordinò in precedenza lungo il cammino i provvedimenti dei viveri e dei trasporti; uscì inavvertito dagli accampamenti; percorse in soli sei giorni duecento cinquanta miglia; si congiunse al collega Livio; e, insieme uniti, battono al Metauro l’esercito di Asdrubale, che ne è disfatto, e lui morto: e non appena ebbe vinto che ritorna con la celerità stessa fulminea, in altri sei giorni, ai suoi accampamenti di Venusia nell’Apulia; e Annibale non ne ha sentore, se non quando gli casca ai piedi, lanciato dalle macchine romane, il teschio di Asdrubale ucciso. L’insigne movimento strategico di Claudio, e la precisione singolare con cui venne eseguito, decise allo stesso tempo del fato di Asdrubale, di Annibale e di Roma. Annibale accasciato s’inselva, come l’orso ferito a morte, ne’ Bruzii: mena seco i Metapontini, e quelle schiere di Lucani che avevano seguito le sue sorti; e abbandonando quindi innanzi ogni tentativo per le terre di Lucania e di Apulia, si asserraglia nell’ultima penisola, alle ultime difese, agli ultimi partiti.

Era già il sedicesimo anno della lunga guerra (di R. 546-207 a.C.); e il combattere Annibale nei Bruzii toccò ai nuovi Consoli L. Veturio Filone e Q. Cecilio Marcello. Arrivati che furono nel paese dei Bruzii cominciò il saccheggio e lo spopolamento, al modo usato, sul territorio di Cosenza; e poiché la preda già fatta parve per allora sufficiente, dettero volta: ma intopparono in un agguato di gente Bruzia e Numida, che ritolsero una parte delle prede, e li posero al pericolo di essere schiacciati[52](x01_CAPITOLO_17.xhtml). Si cavarono alla meglio dalle distrette inattese, e ripararono, con danno e vergogna, nei confini della Lucania onde erano mossi, la quale poi, prostrate le sorti di Annibale, era tornata senz’altri sforzi di combattimenti ai Romani vincitori e padroni[53](x01_CAPITOLO_17.xhtml).

L’anno dopo (547) non accaddero notevoli eventi tra gli eserciti avversarii, poiché la peste travagliava i campi d’ambedue, e la moria si diffondeva per le regioni limitrofe della Lucania, ove il Romano avea stanze e retroguardo. Ma fu presa Locri dai Romani che unirono allo sforzo i loro presidi di Reggio e di Sicilia; e in Locri le crudeltà, le enormezze che vi commisero alcuni degli ufficiali superiori (indipendentemente dalla punizione inflitta alla città stessa da Scipione) furono tali e tante, che ne arrivò l’eco fino in Senato, il quale, insolitamente, ordinò un’inchiesta e il castigo dei rei.

L’ultimo anno della ostinata e feroce guerra fu il 548-204\. Ai consoli P. Sempronio e Q. Licinio si dànno man mano, sforzate più che volontarie, le città dei Bruzii, che ebbero il nome di Clampezia[54](x01_CAPITOLO_17.xhtml), di Cosenza, di Pandosia, di Uffugo e Verge, Besidia, Otricoli e Zifeo. Il nemico che avanza, incontra qui e qua Annibale; il quale se qualche volta ha il disopra, non può a lungo sostenersi in aperta campagna e si chiude in Cotrone. Ma poste alle strette, le sue schiere si difendevano disperatamente: in un ultimo fatto di armi con le legioni di Licinio, le perdite degli africani furono tali, che la fama ne parve esagerata anche allo storico di Roma.

A Cotrone aveva fatto raccogliere gran numero di navi; e col segreto disegno di lasciare l’Italia, fece la cernita delle forze che gli restavano: il fior fiore tenne intorno a sé per imbarcarle a tempo opportuno; il resto mandò a presidio per le terre dei Bruzii. Allora nel tempio di Giunone Lacinia fece scolpire il suo testamento di odio, di gloria e di vendetta, numerando sul marmo del monumento il nome delle battaglie vinte, delle città sottomesse, delle tante altre gesta compiute. Imbarcò con le sue genti dell’Africa anche i Lucani, i Bruzii, gli Appuli e i Greci che erano in esse; e confortò con molte promesse gl’Italici che avevano combattuto tra le sue schiere, di venirne con lui a Cartagine. Accettarono quelli che non speravano pace o perdono o fortuna, se tornassero alle loro genti; i più ricusarono: e questi furon tratti, per finta arte dei capi, nel recinto del tempio della Giunone Lacinia. Ed ivi, o vendetta ultima e vana di un animo feroce e selvaggio, o castigo a preteso ammutinamento di soldati agli ordini del capo, li fece saettare tutti a morte, come belve nel chiuso; atrocemente! dice Livio[55](x01_CAPITOLO_17.xhtml) e ben dice; ma che pure non sempre condanna egualmente le non minori atrocità romane.

  
#### NOTE

[1.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) III Deca, lib. III, § 42.

[2.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) Argomento dalle parole di Livio, lib. III, deca III, § 2.

[3.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, lib. III, deca III, § 14.

[4.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, deca III, lib. II, § 61\. Lo stesso Livio in un altro luogo, lib. III, deca III, § 11, dice che sola _partem Samnitum ac Lucanorum defecisse ad Poenos_.

[5.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) DURUY, _Histoire des Romains_, I, p. 391-2, invoce di «Surrentini» vuole si legga «Salentini», e sembra giusto. Egli dice, per esagerazione, inesatta l’enumerazione in questo passo di Livio; e giustamento avverte, fra l’altro, che «i Greci del golfo di Taranto restarono fedeli; Petilia non cadde che dopo disperata resistenza; Crotone, Locri e Ia lucana Cosenza dopo un assedio, e nel 215: Taranto nel 212, e per sorpresa. Metaponto e Turii defezionarono, ma nel 212 e 213 (Liv. XXV, 1, 15), cioè quando Annibale era stato respinto dalla Campania nella Magna Grecia; Reggio (XXIII, 50) e Brindisi restarono sempre fedeli. Quanto ai Cisalpini, la battaglia di Canne non cangiò nulla alla loro sorte».

[6.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) Libro III della deca III, § 37:

> _Quibus diebus Cumae liberatae sunt obsidione, iisdem diebus et in Lucanis ad Grumentum T. Sempronius, cui Longo cognomen erat, cum Hannone Poeno prospere pugnat. Supra duo millia hostium occidit, et ducentos octoginta milites amisit: signa militaria ad quadriginta unum cepit._ Ibid. § 20.

[7.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO. — _Uni ex Brutiis_.

[8.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) Id. ibid.

[9.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, lib. III, deca III, § 30.

[10.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, lib. IV, deca III, 1.

[11.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) _Maxima ex parte Brutii et Lucani_. Così LIVIO, lib. IV, della deca III, § 15.

[12.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, IV, deca III, 16.

[13.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, IV, deca III, § 20:

> _Gracchus in Lucanis aliquot cohortes, in ea regione conscriptas, cum praefecto sociorum in agrum hostium praedatum misit_.

[14.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) _Inconditae turbae agrestium, servorumque_… dice LIVIO, lib. V, deca III, § 1.

[15.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, al lib. V, deca III, § 1, accennerebbe ai luoghi «nei Bruzii»; ma al § 3, _ibid_., dice invece:

> … _T. Pomponium Vejentanum populantem temere agros in Lucanis_. Costui è detto _Praefectus socium_, al § 1, _ibid_.

[16.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, lib. V, deca III, § 1:

> _Sempronius Consul in Lucanis multa proelia parva, haud ullum dignum memoratu, fecit; et ignobilia oppida Lucanorum aliquot expugnavit_.

[17.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, lib. V, deca III, § 1.

[18.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, lib. IV, deca III, § 20:

> _Fabius in Samnium ad… recipiendas armis quae defecerant urbes processit. Oppida vi capta, Compulteria, Telesia, Compsa, Melae, Fulfulae, et Orbitanium. Ex Lucanis, Blandae, Apulorum Aecae appugnatae… Haec inter paucos dies gesta_…

Qui, in luogo di _Blandae_, io penso si abbia a leggere _Bantiae_. Blanda, se non fu a Maratea, fu di certo prossima al mare Tirreno, sulla spiaggia che corre da Pesto a Laino; ed oggi, con probabilità maggiore, è allogata a Tortora. — In Lucania era Tito Sempronio, mentre nel Sannio era Fabio, di cui (dice Livio ivi stesso) _circa Luceriam provincia erat_. Non pare, dunque, verosimile che Fabio dal Sannio, od anche da Consa, venisse ad oppugnare Blanda sul Tirreno, e tornasse quindi subito nel Sannio e in Apulia, ove prende Eca; mentre, invece, nelle terre prossime a Blanda era l’esercito di Tito Sempronio. Questa inverisimiglianza è rimossa del tutto, se, nel passo di Livio, si legga «Bantiae».

[19.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, _ibid_.

[20.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, lib. V, deca III, § 15.

[21.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, V, deca III, § 7.

[22.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, lib. V, deca III, § 15:

> _Ne Beneventum sine praesidia esset… Ti. Gracchus ex Lucanis cum equitatu ac levi armatura Beneventum venire jubent; legionibus stativisque ad obtinendas res in Lucanis aliquem praeficeret_.

[23.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) Lib. V, deca III, § 16.

[24.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) _Liberos cum suis legibus venturos in amicitiam Lucanos_.

[25.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) _Ingentem numerum_.

[26.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) _Omnium populorum Praetoribus_…

[27.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) _Praesentisque contingere destram: id signum fidei secura ferre_…

[28.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) _Ut omne nomen lucanum in fide ac societate romana sit_.

[29.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) _Nam nec scuta quidem secum extulerant!_ (LIVIO, ibid. § 6). Ma è credibile? o che si abbia invece a leggere _extulerat_, cioè lui Gracco?

[30.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) _Haec vera fama est: Gracchus in Lucanis ad campos qui veteres vocantur, periit_. Lib. V, deca III, § 16.

[31.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, V, deca III, § 20.

[32.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) _Inde Consules, ut averterent Capua Hannibalem… diversi, Fulvius in agrum Cumanum, Claudius in Lucanos obiit_. LIVIO, _ibid_., § 19.

[33.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, _ibid_., § 19.

[34.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) _Ex Lucanis_ (Hannibal) _in Brutium agrum ad fretum vero ab Rhegium eo cursu contendit, ut prope repentino adventu incautos oppresserit_. LIVIO, lib. VI, deca III, § 12.

[35.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, lib. VII, deca III, § 6:

> _Herdoneam… multitudine omni Metapontum ac Thurios traducta, incendit_.

[36.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, _ibid_. VII, deca III, § 2:

> _Consul ex Samnio in Lucanos fransgressus, ad Numistronem in cospectu Hannibalis loco plano, cum Poenus collem teneret, posuit castra_.

[37.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) Argomento da LIVIO, lib. VII, deca III, § 61.

[38.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, VII, deca III, § 15:

> _Iisdem fere diebus ad Q. Fulvium Consulem Hirpini et Lucani et Vulcentes, traditis praesidiis Hannibalis, quae in urbibus habebant, dederunt se se; clementerque a Consule, verborum tantum castigatione ab errorem praeteritum, accepti sunt_.

[39.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, VII, deca III, § 25:

> _Consulum alter T. Quintius Crispinus ad exercitum, quem Q. Fulvius Flaccus hobuerat, cum supplemento in Lucanos est profectus._

[40.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) _Itaque in Apuliam ex Brutiis reditum, et inter Venusiam Bantiamque, minus trium millium passuum intervallo, Consules binis castris consederunt._ LIVIO, lib. VII, deca III, § 25.

[41.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, VII, deca III, § 27\. Il luogo dell’agguato dové essere non lontano da Venosa e da Banzi, verso l’Apulia.

[42.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, VII, deca III, § 35.

[43.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) _Ibid_., § 36.

[44.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, lib. VII, deca III, § 41: _Grumenti moenibus prope junctum videbatur Poenorum vallum_.

[45.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) I dati topografici della battaglia di Grumento (in Livio, lib. VII, deca III, § 41) sono questi:

> _Eodem_ (loco, Grumenti) _a Venusia consul romanus contendit; et mille fere et quingentos passus castra ab hoste locat: Grumenti moenibus prope junctum videbatur Poenoram vallum: quingenti passus intererant. Castra punica ac Romana interjacebat campus: colles imminebant nudi sinistro latere Carthaginiensium, dextro Romanorum, neutris suspecti_…

Le indicazioni dei luoghi, nel testo, secondo le denominazioni moderne sono congetture dello scrittore. Gli eruditi locali indicarono altri luoghi. A tacere del dottor Gatta, che fu accampare Claudio Nerone a Spinoso, lontano o fuor di mano dalla dalla strada che poteva battere Annibale per andarne in Apulia, il Rosselli (_Stor. Grumentina_, p, 80) intende che Annibale accampasse a «Serra Calcinara» e i Romani a «Serra San Pietro» che sono due piccole eminenze amendue sulla destra dell’Agri, e non lontane da Grumento. Ma oltre che la distanza tra queste due «Serre» o piccole colline è brevissima (assai troppo discosta dai 1500 passi di Livio), pure concesso che ciascuna di esse avesse potuto contenere accampamenti per 40mila uomini e 2mila cavalli, non si capisce come a «Serra San Pietro» l’esercito romano chiuderebbe il passo per l’Apulia ad Annibale; né si vede quali fossero, da quei luoghi, «i colli a sinistra dei cartaginesi e a destra dei romani» che ricorda lo storico. Del resto, che qualcosa manchi nel racconto di Livio a chiarire la vicenda e i luoghi del fatto d’armi, è facile credere: egli non fa menzione del fiume Agri, sulle cui rive sicuramente ebbe a svolgersi la battaglia.

[46.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) _Ipse_ (Claudio) _luce prima copias omnes peditum equitumque in aciem eduxit_… LIVIO, _ibid_.

[47.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) … _In modo Romanum quaerere apparebat, ne abire hostem pateretur. Hannibal, inde evadere cupiens, totis viribus in aciem descendebat. Ibid_.

[48.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) Probabilmente girando per le contrade Chiriconi, Bungi e San Nicola, arrivarono alle spalle de’ combattenti sulla destra dell’Agri.

[49.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) Molti scrittori napoletani, da quelli del secolo XVIII ad altri fino ai tempi nostri, riferivano a questi due elefanti uccisi ad Annibale le ossa fossili, che più volte si sono rinvenute nella pianura sul fiume Agri, ove sedeva Grumento. Mi que’ fossili appartengono alla fauna di età geologiche, di quanto più remote età dai tempi di Annibale.

[50.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) _Ibid_., § 42.

[51.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) _Hannibal, copiis ejus_ (Hannonis) _ad suas additis, Venusiam retro quibus venerat itineribus, repetit, atque inde Canusium procedit. Nunquam Nero vestigiis hostis obstiterat, et Q. Fulvium, quum Metapontum ipse proficisceretur, in Lucanos, ne regio ea sine praesidio esse, arcessierat_. — LIVIO, Ibid., § 42.

[52.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, Ibid., § 11.

[53.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) In saltu angusto a Brutiis jaculatoribusque Numidis turbati sunt… Major tamen tumultus quam pugna fuit: et praemissa praeda, incolumes et legiones in loca culta evasere. Inde in Lucanos profesti. Ea sine certamine tota gens in ditione populi romani rediit. LIVIO, lib. VIII, deca III, § 11.

[54.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) LIVIO, deca III, lib. IX, § 38, e lib. X, § 19.

[55.](x01_CAPITOLO_17.xhtml) _Ibid_., § 20.

# CAPITOLO XVIII

## LA GUERRA DEI SOCII CONTRO ROMA

  
Della storia degli antichi popoli italici sappiamo tanto, quanto ce ne è pervenuto di scritto dagli antichi storici di Grecia o di Roma. Dopo le guerre di Annibale non ricompariscono altrimenti nella storia d’Italia i Lucani, che nella guerra Marsica, o dei Socii contro noma. È un intervallo di centoventi anni circa che potrebbe farci esclamare: «beati i popoli che non hanno storia!» se il silenzio non potesse significare lacuna nella catena delle memorie.

Quale fosse l’assetto politico dei popoli lucani che parteggiarono per Annibale dopo che questi fu vinto, non è detto; e l’ignoto può dar luogo a varie e pure probabili congetture. Una parte di essi datisi in fede al console Fulvio Flacco[1](x01_CAPITOLO_18.xhtml) furono accolti ad equi patti da costui: poiché i Bruzii è ricordato che chiesero, poco dopo, i patti stessi. Ma codesti equi patti potrebbero riferirsi a condizioni di resa puramente militare, e non implicare condizioni permanenti di equo assetto civile. Potrebbe averli mutati il Senato di Roma dopo le ulteriori vicende della guerra annibalica, e nel definitivo ordinamento delle cose italiche secondo le norme della politica generale romana verso i popoli vinti. Sappiamo, infatti, che i Bruzii, stretti più lungo tempo al carro di Annibale, furono più aspramente colpiti dal vincitore, se restò nella storia la notizia che essi vennero ridotti alla condiziono di servi pubblici e corrieri ai magistrati romani. Intendere la cosa come castigo a tutto un popolo sarebbe assurdo; è probabile significasse che furono esclusi dall’onore di servire come soldati nelle coorti, ma adoperati unicamente ai bassi servizi dell’esercito, o in corpi separati di castigo; oltre ai carichi ed ai vincoli imposti negli ordinamenti civili delle vinte città.

Che fossero allora sciolte dal vincitore le antiche federazioni dei Lucani, dei Sanniti, degli Irpini, dei Bruzii, si può ben credere: e si può affermare, ad ogni modo, che venisse tolta ai governi supremi di essi ogni potestà che attenga al dritto di guerra o di pace, agli ordinamenti e al comando dell’esercito. Tutto ciò che si riferisce all’alta sovranità dello Stato passò senza dubbio a Roma. Non riacquistarono di certo il diritto di battere moneta, ma il complesso del dritti di un governo di propria elezione non dové essere tolto alle città: io credo che esse addivennero appunto municipii romani, però senza il dritto di suffragio politico di cittadini romani, e salvo senza dubbio le maggiori restrizioni a quelle singole città, che, sottomesse o riconquistate di viva forza, furono per singolare castigo depresse al grado di Prefettura.

Più oscuro è l’ordinamento che ebbe a subire la proprietà dei cittadini dopo la grande catastrofe della lunga guerra: ma secondo le note consuetudini del dritto di guerra di Roma, i vinti popoli dovettero essere multati a pro di Roma di una parte del loro territorio, o furono almeno sottoposti a tributi speciali e da noi ignorati.

Non pertanto, li si trova entrati, anche essi, come «Socii» nella confederazione latino-italica, di cui a capo era Roma. La quale quando scioglieva le singole federazioni delle genti italiche, intendeva che entrassero in una federazione maggiore, che era un complesso di città socie sotto il protettorato di una città capo dello Stato. Ma i «Socii» italici della grande federazione romana non avevano gli stessi diritti dei Socii romani, o a dir meglio, dei cittadini romani nella lega costituita da Roma. Questa associazione di popoli italici a Roma era non altrimenti che una famiglia civile, in cui la somma dei diritti si accentrano nel primogenito che è il capo; e i cadetti non hanno che una parte. Il bottino di guerra, ad esempio, non era diviso in proporzione uguale alla quota parte dei socii che fossero entrati negli eserciti di Roma: i socii potevano ascendere a gradi alti sì, ma non supremi, dell’esercito federale; essi servivano nelle coorti, e non nelle legioni; e, quanto a pene militari, i socii potevano essere puniti nel capo o battuti delle verghe nella persona; mentre i cittadini di Roma, soldati nelle legioni, erano esenti da coteste pene infamanti. Il cittadino di Roma era uno delle braccia, uno delle membra, una delle parti del Sovrano che è Roma: ma i socii non erano che compagni, aiuti, ausiliatori di Roma, non già membra e parti della sovranità. Erano socii di Roma, non cittadini di Roma.

La guerra Sociale, o dei Socii, avvenne appunto (a quanto vien detto) per la conquista di cotesta parte di sovranità, che ai socii mancava. Fu, si dice, per la conquista dell’uguaglianza politica tra i socii di Roma e i cittadini di Roma. Il diritto di cittadinanza romana, il _jus civitatis_ del cittadino perfetto comprendeva tutti i diritti politici e civili che costituivano il cittadino _optimo jure_, il cittadino che sia particola di sovranità.

Se la guerra del Socii ebbe gl’intenti di conquistare non altro che il diritto di cittadinanza in Roma — il _jus civitatis_ — vuol dire che, dai tempi di Annibale alla guerra sociale, in centovent’anni circa, la fusione delle genti italiche, dall’Esino o dal Tevere al Jonio, era compiuta; e benché i vari linguaggi o dialetti sussistessero ancora, non sussistevano più le genti, le tribù, i popoli come enti che si sentissero autonomi, ed aspirassero ad autonomia. Se il movente della guerra fu l’aspirazione al _jus civitatis_, fu dunque guerra non d’indipendenza, non di secessione, non di autonomia, ma sì di compenetrazione, di ripartizione, di uguagliamento di diritti.

Ma fu veramente tale, e non altro, il supremo movente della guerra Sociale?

Il diritto di cittadinanza romana comprendeva condizioni e facoltà attinenti al diritto pubblico, e condizioni e facoltà attinenti al diritto privato. Le prime, e più importanti e più avaramente concesse facoltà comprendevano il diritto del suffragio e degli onori, e vuol dire il diritto all’elettorato ed alla eleggibilità per le funzioni del governo di Roma. Comprendevano, inoltre, quel diritto di provocazione o di appello, che è vera guarentigia di libertà personale; poiché al cittadino romano, se condannato dal magistrato, dava diritto di richiamarsene al giudizio di popolo raccolto nei comizi, e l’affrancava da certe pene infamanti. Superfluo intrattenersi delle facoltà di diritto privato, che si fondava sul diritto al connubio ed al commercio, onde derivavano i diritti della famiglia e della proprietà, estrinsecantisi i primi nei diritti di successione, i secondi nella guarentigia del dominio, del possesso e della prescrizione alla proprietà.

Ma quel diritto del suffragio e degli onori, a cui si dava maggiore importanza politica, era nulla fuori delle mura di Roma; non aveva esplicazione di sorta, se non fosse esercitato di persona nella cerchia delle mura. Il diritto di appello o provocazione al popolo era veramente di guarentigia importante alla persona del cittadino; come è guarentigia di giustizia ogni decisione in grado d’appello. Ma il difetto nel cittadini italici di codesto speciale diritto di appello o provocazione non significa che essi fossero del tutto eslegi, o non avessero nessuna guarentigia giuridica nelle leggi del proprio comune; significa unicamente che, in confronto alle guarentigie del cittadino romano, questi avesse dritto, oltre al giudizio del primo giudice, ad un giudizio in appello; mentre l’italico, come soldato nello stesso esercito romano, era manchevole dell’identico diritto di provocazione al popolo romano, perché non era cittadino del romano. E quanto alle facoltà di diritto privato, il diritto di cittadinanza romana non significava già che gl’italici non avessero proprie leggi e proprio diritto civile cittadino; significava, invece, che se l’italico, ottenendo il diritto di cittadinanza romana, diventava cittadino romano, egli doveva, per conseguenza logica e necessaria, investirsi del diritto e della legge del cittadino stesso. Se questo era un diritto, era altresì un dovere, in quanto era conseguenza del primo.

La guerra dei Socii che divampò in odii profondi, feroci e generali dalla Sabina allo stretto Siculo, che sollevò popolazioni in massa, e le spinse, nonché a battersi ferocemente, a seppellirsi sotto le ruine della patria anziché cedere; questa guerra che, in somma, fu impeto unanime e moto profondo di dieci e più popoli, e di centinaia di città autonome, o appena legate da vincoli federali non stretti, questa guerra così disastrosa e così generalmente combattuta, poteva essere mossa e sostenuta per la dimanda di un semplice diritto al soldato, o di una guarentigia, sia pure importante, ma di certo non assoluta alla tranquillità della vita civile, quale il diritto al soldato italico di provocazione o di appello? Giacché il diritto politico, che Roma invero considerò più importante, quale era quello del suffragio di elettore o di eletto, io confesso che non poteva a pezza essere esca da divampare in sì gran fuoco. Poteva codesto diritto essere ambito da cittadini nobili e ricchi del municipi, ai quali la piccola politica del loco natio non bastasse a soddisfarne le ambizioni, ma non poteva menomamente toccare l’ambizione, i bisogni, gl’interessi delle migliaia e migliala di cittadini italici; i quali, se ambivano il diritto, dovevano recarsi a proprie spese dall’estremo Bruzio, dai monti del Sannio, dall’Etruria, dai confini dell’Impero, entro le mura di Roma per dare, un suffragio! Quale utilità, quale onore, quale beneficio ne veniva loro? Benché è falso criterio il giudicare con i criteri e i pregiudizi delle nostre età i criteri e i pregiudizi di un’altra età, pure il fondo della natura umana non cangia: ed una guerra popolare, tenace e sanguinosa, mossa dai popoli italici per conquistare non altro che il diritto di recarsi a Roma, a proprie spese, per deporre nelle urne di Campo Marzio la tabella del voto, mi ha tutta l’aria di una guerra, che oggi intraprendessero i cittadini del regno d’Italia per acquistare il diritto di sedere giurati innanzi alla Corte di assise! E ai giurati di oggi non mancherebbero le indennità di via e le ferrovie!

Né la partecipazione alle leggi civili di Roma poteva meglio deciderli. Essi avevano leggi proprie e proprii istituti e quel complesso di usi e consuetudini che tengono luogo di leggi; e non comprendo come una massa di popolo possa trovare accettevole, possa anzi dimandare con le armi alla mano che le sue proprie e antiche leggi, le sue proprie consuetudini, i suoi propri ordinamenti fossero surrogati, di punto in bianco, da leggi straniere. Anzi, l’esperienza della natura umana ci consiglia a credere piuttosto alla immanente ritrosia di un popolo a ricevere le leggi straniere.

Tutto questo non basta (a mio avviso) per spiegare il fatto: né basta la notizia di quelle piccole prepotenze, di quei soprusi di qualche patrizio o magistrato romano, che gli storici raccattano. A Teano Sidicino arriva, in viaggio da Roma, il console col grosso codazzo di uffizio e la moglie: questa desidera di prendere un bagno; e poiché non sgombrano sollecitamente le pubbliche terme, la dama si altera di umori, e il console marito fa somministrare una buona dose di bastonate al Meddis–tutico, ovvero sindaco della città. Per la via Appia, presso a Venosa, passava, portato in lettiga sugli omeri dei suol servi, un giovine patrizio di Roma; e il pastore che era a guardia del gregge, sul ciglio della strada, ride di quel delicato che si fa trasportare a braccia come un morto; ma il vivo, invece, ordina che il mal capitato sia preso e battuto; ed è battute, colle cinghie della lettiga, a morte. Altri di simile genere soprusi altrove: ma quanti non accadono tutto giorno, di, su per giù, poco dissimili scatti e improntitudini e prepotenze di ufficiali pubblici o privati, o civili o militari, nella vita dei popoli, senza che uom voglia a questi deplorevoli accidenti dare maggiore importanza, che non meritano? Certo, che il Romano, vincitore e parte di uno Stato che dettava leggi a popoli e a Re, doveva credersi da più che un povero magistrato di un comunello di provincia, nonché di un povero bifolco che guarda i maiali nei boschi di Bantia o di Venosa; certo che nell’assetto della società italica era manifesta e legale la prevalenza dell’elemento romano sull’italico, la non eguaglianza perfetta dell’uno all’altro. Di qua una mala contentezza delle due società, ond’è naturale il credere, che cotesto stato degli animi scontento cooperò anch’esso allo scoppio, al progresso dell’incendio. Ma non basta a spiegare il fatto. Non basta a spiegare l’unanimità e l’estensione del moto una bandiera su cui fosse scritto _diritto di cittadinanza romana_, se questo diritto, in quel dato momento, non comprendeva altro, che i diritti, poco concreti o poco appetibili ai più, che abbiamo indicati.

Un giorno un Greco di Creta proponeva a Cesare di rendergli non so che grande servigio, e patteggiava una ricompensa. Cesare prometteva di farlo cittadino di Roma. Altro! ribatte il Greco sogghignando: e che vuoi che io mi faccio di cotesti ninnoli? L’aneddoto è narrato da Diodoro[2](x01_CAPITOLO_18.xhtml). Voi direte che cotesta è filosofia da Sancio Pansa. E sarà. Ma in fondo a tutte le spiegazioni della storia scritta della guerra Sociale io non ci veggo, se non lo filosofia del Greco di Creta. Forse il movente vero e primo sarà a trovarsi nell’ordinamento della proprietà degli italici dopo la guerra di Annibale, e precedenti. Ma, è forza di dirlo, mancano i dati per una conclusione accettevole.

Vengo a ciocché se ne sa. L’aspirazione degli Italici al «diritto di cittadinanza piena» di Roma si era manifestata molto prima che non scoppiasse la guerra per ottenerla. Se ne diffuse, se pure non ne surse il primo fomite nell’animo degli Italici, dagli stessi partiti, che dai Gracchi in poi agitarono la vita politica della grande città. I capi di queste parti, o fazioni della città, sia che servissero all’evolversi delle aspirazioni democratiche, sia al mantenimento rigido del diritto aristocratico, fecero assegnamento sul concorso degli Italici per la vittoria dei loro principii. L’interesse stesso dei partiti all’interno era evidente. Era naturale che essi cercassero, mercé l’ammissione degli Italici alla cittadinanza romana, di accrescere il numero degli elettori amici; era naturale la diffusione pei paesi italici di cotesta speranza. Ed è probabile che, ad accrescere il numero di cotesti elettori favorevoli, i Tribuni, i capi-popolo o capi-parte incominciassero man mano, con artefizii, con sotterfugi, dall’aver fatto iscrivere al censo tra cittadini romani gl’italici che dimorassero di fatto a Roma, ma non erano cittadini di diritto.

Ad eliminare cotesto illegale genere di elettori fu rogata la legge del 659-95 dei consoli Q. Muzio Scevola e L. Licinio Crasso, che ordinava un severo sindacato, onde fosse impedito di goderne i diritti a chiunque non fosse cittadino legittimo: e quella legge fu esca al malcontento degli Italici.

Il fermento adunque era da parecchio che bulicava nella massa di questi; e al tempo del tribunato di Marco Livio Druso quel fermento si era venuto concretando in una associazione segreta, la quale oggi si sa che era stretta a vincolo di giuramento, ed era pronta all’appello di Druso stesso. Ma questi fu ucciso da una mano di sicari nell’autunno del 663–91 a.C., e il pugnale anonimo, se distrusse il centro di unione alle segrete file sparse per l’Italia, aguzzò invece gli animi alla vendetta; e questa precipitò gli eventi.

La cospirazione si diffondeva, si agitava, si organizzava; ostaggi erano celatamente dati e ricevuti tra collegati di città e città. Roma ne ebbe sentore; e intese a scovrire, a rattenere, a folgorare pria di colpire. Ascoli nel Piceno era indicata al Senato come uno dei centri dell’agitazione inimica. C. Servilio, uomo consolare, va col suo legato Fronteio nella città; e al popolo che era raccolto in teatro, dice aspre parole, che sono lampi di ammonimento e minaccia. Gli animi già commossi, divampano; la turba ribolle, e infuria, e scoppia in tale tumulto che fa a pezzi il console e il legato; trucida quanti si trovano in città, e incrudelisce in selvaggi impeti fin nelle donne; poi si fa governo, e proclama la rivolta da Roma.

L’insurrezione, che era già pronta, scoppia subitanea nell’inverno dal 663 al 664 di Roma, o 90-91 a.C. Marsi, Peligni, Marrucini, Frentani, Vestini e Picenti si stringono concordi; e non guari dopo aderiscono i Sanniti e i Lucani[3](x01_CAPITOLO_18.xhtml). E i Lucani danno principio al moto in casa loro con fare prigione Servio Galba; ma i particolari del fatto e la liberazione di Galba, che avvenne per opera di una donna, restano ignoti[4](x01_CAPITOLO_18.xhtml).

Gl’insorti si ordinarono con grande prestezza; gli otto popoli testé indicati[5](x01_CAPITOLO_18.xhtml) strinsero da prima la lega, vi aderirono un po’ più tardi gli Appuli e i Campani (in parte almeno): quanto ai Bruzii ed agl’Irpini, che non sono nominati mai in questa guerra, è probabile che figurassero compresi nel novero dei Socii sotto il nome di Lucani o di Sanniti. Costituirono un governo federale, con sede di esso a Corfinio sul fiume Pescara, che era città precipua del Peligni[6](x01_CAPITOLO_18.xhtml). Cinta di forti mura, fu scelta perché in luogo centrale ai popoli che primi si strinsero in lega (prima cioè, a mio credere, che i Sanniti e i Lucani aderissero), e la si distinse allora col nome d’_Italica_ o degli Italici[7](x01_CAPITOLO_18.xhtml). In questa sede del governo ordinarono un Senato di 500 membri, delegati senza dubbio dei popoli stretti in federazione; ma ci sono ignote le condizioni, i modi di elezione e i limiti sovrani di cotesto Senato. Il quale inquadrò gli insorti in esercito, e nominò i capi che gli storici indicano col nome di Consoli e di Pretori.

Anima della cospirazione, ai tempi di Druso, pare fosse stato Q. Popedio Silone, dei Marsi, e questi fu uno dei due Consoli o capi supremi degl’insorti nella guerra che era per erompere; l’altro Console o capo fu Cajo Papio Mutilo, de’ Sanniti. Dicono che i due capi o consoli fossero due a somiglianza del Consoli di Roma; io credo piuttosto che il primissimo nucleo della federazione delle genti Sabelliche elesse a capo militare Silone: quando, non guari dopo, aderirono Sanniti e Lucani, fu Capo del nuovo esercito Papio Mutilo.

Di ciascuno dei popoli alleati vennero eletti i pretori: e di questi se ne incontrano nominati tra dieci o dodici, e sono: T. Vezio Scatone, dei Marsi; C. Guidacilio, di Ascoli; Erio Asinio, dei Marrucini ; Mario Egnazio, Campano; L. Arunzio dei Sanniti, e sannita quel Ponzio Telesino che è detto strenuissimo da Velleio; un Gutta di Capua o di Campania; e un P. Presenteio, un P. Ventidio, un Afranio o Lafrenio; e infine, tra i più valorosi e pugnaci, Marco Lamponio dei Lucani[8](x01_CAPITOLO_18.xhtml). A questi lo studio delle monete che vennero coniate dal governo degli insorti ha fatto aggiungere anche il nome di Numerio Lucio o Luculeio, e il nome di un Minio Jegio[9](x01_CAPITOLO_18.xhtml) d’ignote nazioni. Più certo a mio avviso è il nome di Tiberio Clepizio o Clepzio, dei Lucani, che s’incontra nei frammenti di Diodoro[10](x01_CAPITOLO_18.xhtml): e che parmi giusto di aggiungere alla lista dei valorosi.

I due capi supremi si divisero la somma della guerra secondo l’etnografia degli eserciti loro; e mentre Silone campeggiava pel paese intorno all’alto piano del Fucino e verso l’Adriatico, Papio Mutilo avrebbe operato per la Campania in giù ad oriente, cioè pel paese dei Campani, dei Sanniti, dei Lucani, e in gran parte della Apulia.

Il nuovo governo incomincia a battere monete a segno d’imperio, ed a rivendica del diritto già usurpato da Roma; e intanto giova ricordare che delle monete, che giunsero fino a noi, tanto quelle a leggenda in osco, quanto quelle in latino, rappresentano alcune il rito sacro delle alleanze dei popoli; altre hanno simboli di vittoria; altre raffigurano Libera coronata di ellera: ed altre, a significato non dubbio, portano il Toro, simbolo della gente osca, che batte ed abbatte la Lupa del Tevere. Su di esse ora è improntato il nome di Q. Silone, ora quello di C. Papio Mutilo, con la qualifica di «imperatore»; ed ai nomi si aggiunge ora quello di «Italia», ora quello della gente Sabellica[11](x01_CAPITOLO_18.xhtml). L’idioma delle leggende e i caratteri ora sono in latino ora in osco; e può inferirsi che i Marsi e i popoli vicini erano già di lingua latinizzati, ma oschi ancora i Sanniti.

I confederati misero in armi una forza di eserciti, che fu detto toccasse ai centomila uomini; altrettanti ne raccolse Roma sotto i due consoli dell’anno, cioè P. Rutilio Lupo, che si oppose a Silone per il Piceno, la Marsica e l’alto Sannio, e Lucio Giulio Cesare che doveva combattere Papio Mutilo per la Campania, il Sannio e la Lucania. Negli eserciti romani combattevano ausilii di gente celtiche o numidiche.

La storia deve deplorare la perdita delle fonti sincrone, la confusione e le lacune delle poche che restano; onde non può farsi un concetto esatto delle vicende e dei procedimenti della feroce guerra che si apparecchiano a combattere Italici e Romani. È ricordato che gl’insorti, prima di rompere le ostilità, avessero mandato al Senato che accedesse alle giuste domande dei popoli italici, concedendo il diritto alla cittadinanza, e il Senato a rispondere che deponessero prima le armi, e poi Roma avviserebbe. Le armi nonché deposte, furono brandite; e colpirono.

Presso che ignorato alla strategia di quella età il concentramento di grandi eserciti per le battaglie decisive, erano essi invece frazionati in grandi unità tattiche che proseguivano, ad offesa dell’inimico, singolari azioni. In mezzo alle regioni dei Socii erano città e piazze fortificate che, o che per presidii romani, o per decisione dei governanti, non aderirono al moto dei concittadini; e contro costoro furono volte le prime imprese. Silone oppugnò prima la città di Alba Fucense, e poi Firmo, Adria e Pinna; Mutilo oppugnò Isernia, Luceria e Benevento, e campeggiò contro Pesto e contro Nola. Ma gli attacchi non furono fortunati.

Nei primi anni delle guerre ebbero pronti e grandi vantaggi i confederati. Silone comincia dal battere Perpenna, uno del Legati del console Rutilio Lupo; e non guari dopo Publio Vezio Scatone sconfigge il Console stesso, il quale nella battaglia del giugno 664-90 vi lasciò la vita, con non meno che ottomila dei suoi soldati, se si vuol credere alle cifre date dagli storici, che qui, in seguito, e sempre è a credere che esagerino, attingendo piuttosto all’eco delle voci popolari che ai documenti di Stato, se esistettero mai. Al Console morto in guerra succede nel comando Cepione, e questi, tratto che fu in un agguato da una finta dedizione dello stesso Popedio, vi muore trucidato, lui ed il suo seguito, dai Vestini. Mario, il vecchio e famoso Mario, succede a Cepione, e prende la rivincita, e vince una prima battaglia in cui è morto Erio Asinio, capo di Marucini, ed una seconda non guari dopo sui Marsi, ove è detto che restarono sul campo ben seimila di costoro.

Gneo Pompeo Strabone, che guerreggia con altro corpo d’esercito nel Piceno, è battuto anche lui dalle forze riunite dei tre comandanti italici, Guidacilio, Scatone e Lafrenio. Il vinto si chiude in Fermo; e quivi i vincitori lo stringono di assedio, mentre Guidacilio per le coste adriatiche si porta nell’Apulia, ove con le forze riunite degli altri insorti apuli o lucani s’impadronisce di parecchie città, tra cui Canosa, e, più che altra importante, Venosa, piazza forte del Romani. Qui fanno molto bottino, raccolgono molti armati, e liberano Oxinta figlio di Giugurta, che Roma teneva prigioniero di guerra in Venosa. Oxinta entra a combattere tra gli Italici; i quali intendono fare di lui un istromento a provocare le diserzioni dei Numidi, che erano nella cavalleria delle coorti romane in Campania.

A Pompeo che è chiuso in Fermo, va a portare aiuto Servio Sulpicio, il quale vinse sui Peligni una giornata che fu gravissima ai Socii, perché vi cadde morto Vezio Scatone: fu forza di togliere l’assedio a Fermo, ed obbligò i Socii a chiudersi essi in Ascoli, ove, a sua volta, li stringerà d’assedio lo stesso Gneo Pompeo Strabone.

Dall’altra parte l’esercito di Lucio Giulio Cesare, raccoltosi nel febbraio dello stesso anno 664-90 in Campania[12](x01_CAPITOLO_18.xhtml), non è fortunato nei primi attacchi contro i luogotenenti di Mutilo. Vezio Scatone lo respinse sul Liri con grandi perdite ai Romani; e il contraccolpo della sconfitta fu che Venafro si diè agli insorti.

Cesare aveva spedito i corpi d’esercito dei suoi luogotenenti, Metellio nel Sannio, quelli Silla nella Campania, e quei di Publio Licinio Crasso nella Lucania. Ma Metello assediato dai Socii nella forte Isernia, non è potuto soccorrere da Silla che viene dalla Campania; e la piazza dopo parecchi mesi di assedio capitola per fame.

In Lucania, Publio Crasso è battuto da Lamponio, il quale anzi lo assale corpo a corpo quasi a finire la guerra con un duello, e lo costringe a chiudersi in Grumento dopo aver lasciato un migliaio di morti sul campo[13](x01_CAPITOLO_18.xhtml).

Guidacilio, come abbiamo detto, dopo stretto Strabone in Fermo, era giunto nell’Apulia. E questa defezionata da Roma, e Metello stretto in Isernia, e Crasso chiuso in Grumento, dettero agio al supremo comandante dei Sanniti di avanzarsi contro il maggior corpo d’esercito di Roma, che era in Campania, e di provocare ad aperta adesione le città Campane, titubanti e tenute in soggezione dai soldati di Cesare. Allora la forte città di Nola si dà a Mutilo; il quale sia per diritto di guerra a noi ignoto, sia per rappresaglia di simili fatti, fa sgozzare il comandante romano, e dalla guarnigione accoglie tra i suoi soldati chi volle seguirlo, e chi non volle castigò a morte. La Campania all’oriente del fiume Sarno si commuove tutta; e si dànno man mano a Mutilo vincitore Stabia, Pompei, Ercolano, Linterno, Salerno e altre città, fuorché Nocera, di cui egli guasta ed incendia le campagne. Dalle ora sommesse città trae bene o mal volentieri, diecimila uomini; e va a stringere di assedio Acerra; si spinge anche più in là contro il non lontano campo del console. Ma questi tien fermo; poi all’ora propria esce fuori degli steccati; respinge il nemico e gli fa la perdita di seimila uomini uccisi. Roma celebrò questa vittoria come augurio sicuro di felici eventi; mentre i soldati acclamavano Imperatore il Console vincitore[14](x01_CAPITOLO_18.xhtml). Però non guari dopo i vincitori stessi sono assaliti da Mario Egnazio, con sì gravi perdite, che il Console a rinfrancarsi è costretto di chiudersi in Teano dei Sedicini. Cotesto primo anno della guerra, fu piuttosto che ai Romani, favorevole all’impresa dei Socii, nella somma delle cose.

  
Ma l’anno che segue (665–89) la fortuna si dichiarò avversa agli alleati; e la prudenza civile del Senato di Roma ebbe reso agevole il cammino alla fortuna. Nell’autunno del 664–90 il Console Lucio Giulio Cesare fece passare la famosa legge, che il fino allora tenacemente negato diritto alla cittadinanza di Roma si concedesse a quelle città, che non erano entrate nella lega nimica, mantenutesi invece all’amicizia di Roma. Qualche mese dopo di essa, ai principii dell’anno 665-89, passò l’altra legge dei tribuni Plautio e Papirio, che dava la cittadinanza della città a coloro degl’italici che, domiciliati in Italia, dichiarassero fra sessanta giorni al Pretore la volontà loro di essere ascritti alla cittadinanza romana.

Queste leggi scrollarono il fascio guerreggiante degli Italici; e affievolendone l’impeto e fiaccandone la resistenza predisposero alla resa tutti coloro, che non altro veramente dimandavano, quando presero le armi, se non ciò che oggi, senz’altro spargimento di sangue, si concedeva. Ma non cessò di un tratto la resistenza. Gl’insorti, cui era supremo interesse lo allargare il cerchio dell’insurrezione, fecero punta a quest’intento nell’Umbria e nell’Etruria, ove un moto antiromano era cominciato; ma Pompeo Strabone ebbe la fortuna di sorprendere il largo esercito de’ Marsi, che marciava alla volta dell’Etruria; e li mise in completa disfatta.

Il nuovo anno portò nuovi Consoli e nuovi comandanti a capo degli eserciti di Roma. E mentre in Campania al console Lucio Giulio Cesare succede il pretore Silla; il console Lucio Porcio Catone prende il comando delle forze contro i Marsi. Ma, nonché poco fortunato nei suoi primi fatti di armi, egli è battuto e morto presso il Fucino. Allora Pompeo Strabone che era l’altro Console dell’anno, raccoglie in uno le forze sue e le altre dell’estinto collega, e va all’assedio di Ascoli. Qui l’impresa fu dura e lunga. Guidacilio corre con otto squadre di armati in soccorso della patria pericolante; ma se rompe la cerchia dei nemici e penetra nella piazza, non riesce a sperdere gli assedianti che invece raddoppiano di sforzi. La difesa della città fu feroce e disperata; disperata e feroce la fine.

Quando egli che ordinava e spronava tutti alla difesa della patria, fu certo che ogni resistenza era impossibile, scioglie ogni freno alla vendetta; fa man bassa su i Romani prigionieri, e, con più truci e vani propositi, su quanti avevano dissuaso da una resistenza disperata ed Inutile. Poi convita all’ultimo banchetto funebre i capi dell’esercito e della Curia, e il banchetto è allestito nel vestibolo del tempio. All’ultimo nappo prende il veleno, e quando crepitano le vampe dell’incendio che egli stesso ha ordinato, si stende sul triclinio che debbe servirgli di rogo. Così finì Guidacilio: con esempio non nuovo alle genti italiche, ma per noi e per tutti stupendo, se lo spettro della tarda vendetta contro gl’inermi della città non sorgesse ad offuscarne lo splendore. E la truce vendetta mutò di posto, quando Pompeo ebbe messo il piede nella vinta e disfatta città. Flagellati, e spenti o schiavi i cittadini; smantellate le mura; cassato il Comune; confiscate le terre! Ascoli insorta, diè il primo impulso al moto italico; Ascoli vinta, segna il principio al declino di esso.

I Marrucini, sconfitti presso Rieti, piegano ad accordi; i Marsi si sottomettono a Metello ed a Cinna; i Vestini e i Peligni tentennano, poi cedono anch’essi, l’anno dopo; e intanto Cosconio corre per l’Apulia, sforzando e sottomettendo città potenti, quali Salapia e Canne; e acciuffando la fortuna, batte gravemente al passaggio dell’Ofanto Egnazio[15](x01_CAPITOLO_18.xhtml) che vi muore. Non ancora è caduta Venosa, fortissima piazza; ma l’Apulia può già considerarsi soggiogata.

Quando i Marsi e i Peligni ebbero deposto le armi, il governo federale abbandona Corfinio, e si tramuta nel Sannio, a Boviano. Quinto Silone va col Governo, e, insieme a Papio Mutilo, è a capo degli animosi che proseguono nella resistenza. Alla quale ormai non rimangono che i Sanniti, i Lucani e alcune delle città campane da costoro occupate.

Silla, a capo dell’esercito meridionale, comincia la nuova lotta; in cui rifulsero e i talenti militari dell’uomo, e i favori di quella dea che lo fece nominare fortunato e felice. Dalla Campania mira al Sannio e alla Lucania. Al cadere dell’aprile del 665-89 arriva ad impadronirsi di Stabia e la distrugge; poi Ercolano; poi, dopo maggiore sforzo, Pompei: e invano venne in soccorso della città il sannita Cluenzio, che fu, invece, aspramente battuto e disfatto da Silla. Nola, fortissima e da forti petti difesa, resiste; egli ne stringe l’assedio; e passa nell’Irpinia, e manda Aulo Gabinio con altro esercito in Lucania, a manovrare di conserva sui confini dell’una e dell’altra. Nell’Irpinia attacca la città di Eclano, che resiste, ma non tanto che possa giovarle l’atteso e invocato soccorso dei Lucani, rattenuti o indugiati che furono da Gabinio: Eclano cede; ed è fieramente punita dall’uomo inesorabile, che vuol punire ed atterrire. Quindi piega a destra, appressandosi al centro della resistenza sannitica, che è a Boviano e ad Isernia. Vince Papio Mutilo nelle vicinanze d’Isernia; sicché gli e più facile di stringere Boviano, e far che questa, disperando di resistere, capitoli, dopo che il governo federale l’ebbe abbandonata, ritirandosi in Isernia.

Al chiudersi dell’anno, non restavano all’insurrezione che, qui e qua, punti staccati di resistenza, quasi isole nel mare occupato da’ Romani: e tali Nola in Campania, Isernia nel Sannio, Venosa nell’Apulia, qualche altra citta nell’alto Sannio, e della Lucania e del Bruzio quella parte non breve che non fosse occupata da Aulo Gabinio. La condizione dei confederati era evidentemente disastrosa; trassero argomento di nuove speranze dalla guerra, che era ormai dichiarata tra Roma e Mitridate, e che sarebbe stato diversivo e indebolimento indeclinabile alle forze dell’inimico.

Anzi non mancò il Governo degli ultimi confederati a quegli accorgimenti diplomatici e militari, che la condizione delle cose imponeva. E mentre accresceva gli eserciti crudelmente stremati, incorporandovi gli schiavi donati di libertà, rinnovò pratiche in sul lontano Ponto con Mitridate, affinché, come già Pirro ed Annibale, avesse portato la guerra contro Roma in Italia; che era già in armi e provata alle sconfitte e alle vittorie. Parrebbe che uno del legali presso al Re del Ponto fu appunto quel _Minius Jeius_, che si trova scritto sulla moneta d’oro della guerra Sociale fino a noi pervenuta[16](x01_CAPITOLO_18.xhtml). Ma Mitridate non venne in Italia; aspettò l’urto di Roma in casa propria, non restando però dall’infocolare di consigli, di speranze, di aiuti indiretti i confederati. Pei quali oggi è risaputo che fece coniare nelle sue zecche quelle monete d’oro ora accennate; che vuol dire li soccorse in danaro, il quale portò naturalmente l’impronta italica, perché avesse corso in Italia.

Il terzo anno della guerra, che fu il 666-88, vide precipitare a ruina le sorti italiche. Era ancora Quinto Pompedio Silone a capo dei confederati, nel Sannio; ed ebbe egli la fortuna di riprendere su i Romani la città di Boviano. Ma nella battaglia che tenne dietro a questo felice fatto di guerra egli rimase morto, e morti sul campo seimila dei suoi. E intanto che Pompeo Strabone, vincendo gli ultimi conati di resistenza dell’alto Sannio, sottomette del tutto i Vestini e i Peligni, Cajo Cosconio, che I’anno innanzi aveva conseguito fortunati successi in Apulia, espugna la forte Venosa, e vi fa tremila prigionieri; sicché tutta l’Apulia ormai può dirsi doma. In Lucania Aulo Gabinio aveva cominciato la sua campagna con buone sorti, impadronendosi di parecchie castella della regione, ma cadde morto in uno di codesti assedii; dei quali la storia non dice né il nome né i fatti di guerra[17](x01_CAPITOLO_18.xhtml). Per tale evento, abbattuto che fu l’esercito romano, Marco Lamponio restò libero per la Lucania; e si trova scritto che egli con Tiberio Cleptio, altro comandante dei Lucani[18](x01_CAPITOLO_18.xhtml), corse per la penisola Bruzia fino a Reggio per impadronirsi di questa città che era in fede ai Romani. Il colpo di mano non riuscì; ma mentre l’intento di esso è per noi poco chiaro[19](x01_CAPITOLO_18.xhtml), mostra d’altra parte che tutta la regione dalla Lucania all’estremo Bruzio era libera dai Romani, i quali si concentravano nella Campania.

In questo stato né di vittoria ai Romani completa, né di sottomissione degli Italici intera, durarono le cose parecchi altri anni. In gran parte del Sannio perdurava la resistenza; e per tutta la Lucania e pel Bruzio non restarono a Roma che le città greche sul duplice mare. Gli è evidente, che il moto incominciato, come è detto, con lo intento di conseguire la cittadinanza di Roma, proseguendo mutò di carattere: e i Sanniti e i Lucani e i Bruzii continuarono a combattere, ma per l’indipendenza.

In questo tempo accaddero a Roma gravissimi eventi, che ebbero azione sul corso della storia del mondo e sull’interna costituzione della grande città. I moti dei popoli Italici passarono in ultimo luogo; ma, infine, entrarono anche essi come elementi modificatori della storia della città stessa; poiché le fazioni che si combattevano in Roma pel governo della città e del mondo, compresero che per vincere la resistenza era d’uopo appoggiarsi sulle popolazioni italiche non ancora vinte, quali i Sanniti e i Lucani. Sollecitati di accordi, accettarono, e intervennero direttamente nella lotta sanguinosa delle due parti cittadine. Perciò i fatti del loro intervento s’intrecciano a quelli delle grandi fazioni di Roma; e prendono parte a quella guerra civile, che avviò gradatamente e giustificò ultimamente la caduta della turbolenta Repubblica e l’avvento dell’impero.

Riassumeremo brevemente questi massimi fatti.

Sulpicio Rufo, tribuno della plebe, nell’anno 666-88, venuto a capo della parte democratica della città, fece passare la legge, che, soddisfacendo alle più recenti e più giuste domande degli alleati ammessi con le leggi Giulia e Plauzia–Papiria alla cittadinanza di Roma, li distribuiva equamente, per l’esercizio del voto, in tutte le 35 tribù; e non li lasciava come prima, rilegati tutti in complesso, nelle ultime otto tribù. La ragione e la conseguenza di questo diverso modo di iscrizione alle tribù non accade ripeterlo, che è risaputo.

Il Senato che prima fieramente si oppose alla equa distribuzione di nuovi cittadini in tutte le tribù, dové cedere; e Silla, capo della parte aristocratica e conservatrice, si ritrasse, torvo ed acerbo, all’esercito che era intorno a Nola. E con questo esercito, benché egli già legalmente dimesso dal comando, viene a Roma inimico e ribelle; scaccia la fazione opposta dei Mariani e di Sulpicio Rufo; cassa i nuovi ordinamenti di costoro, e dà mano alla prima delle sue restaurazioni degli antichi ordini. Forse passò i limiti e la misura; e la reazione contro i suoi fatti e i suoi intendimenti portò a console Cinna, che non gli era amico. Siila non rifece allora né una novella insurrezione militare, né un colpo di Stato; ma a capo dello esercito di Nola va in Oriente contro Mitridate. Lasciò l’Italia ai principii del 667-87.

Cinna con Mario ed il partito democratico ripropone allora, tra altri provvedimenti, quello della regge Sulpicia, per l’eguaglianza politica ai neo-cittadini italici ed ai liberti. Il Senato e la parte dei conservatori si oppone: ma accesi gli animi, dalle due parli si viene alle armi; e la mischia addiventa una vera battaglia campale, se dissero il vero gli storici che parlano di diecimila cadaveri sparsi per il Foro e per le vie della città! Cinna è dimesso da console e cacciato in bando; ed egli, con Mario e seguaci, corrono a tentar l’esercito di Roma che è sotto Nola, e si spargono per le città d’Italia a chiedere, per la causa comune che si combatte a Roma, aiuti di uomini e danaro. E col danaro compratine, come dissero, i capi, l’esercito si pronunzia per Cinna; e marciano su Roma tutti in un corpo, legionari, italici e schiavi liberati. Il Senato, messo alle strette, fa la legge che ridà ai comuni italici, vinti nella guerra Sociale, la cittadinanza di Roma; ed apre pratiche di pace e di concordia con i Sanniti, che non approdano, perché le condizioni che impongono gli Italici, non le accetta il Senato. Ma Cinna, invece, le accetta; ed entra in Roma vincitore, con ai fianchi Mario, che prende, se non il nome, la somma delle cose, e commette quegli eccidi, quei massacri, quegli orrori, quelle vendette pazze, che le grandi e tragiche e straordinarie commozioni della storia mettono a carico di classi intere, di moltitudini senza nome, d’impeti di belve collettivi, ma di individui soli non già.

E intanto che Mario, pazzo, lastrica la via a Silla, calcolatore e cosciente, Mario muore di natural (morte ai principii dell’anno 668) e l’umanità respira.

Cinna col nome di console e con autorità dittatoria si mantenne quattro anni (dal 667 al 670); e per eseguire uno dei patti concordati con i Sanniti e i Lucani, fa sanzionare, con Senato consulto, la legge Sulpicia, che ripartisce gl’italici neo-cittadini equamente nelle 35 tribù. Quali altri patti egli facesse a costoro non si sa: e se altri crede che, a tenerli in armi amici e compagni ai futuri eventi, bastasse il diritto al voto nelle 35 tribù della città, io, quanto a me, indugio a credere, e passo oltre.

Intanto Silla, che ha fatto la pace con Mitridate, torna in Italia; sbarca con l’esercito a Brindisi nell’aprile 671-83, e afforzato da quanti erano in esilio o perseguitati dalla fazione dominante, viene pel Sannio in Campania. Qui stringe d’assedio Capua, batte l’esercito di Norbano; accoglie nelle sue bandiere l’altro esercito che, sobillato, abbandona Scipione; e marcia innanzi per occupare Roma. Intanto Cinna è fatto a pezzi dai suoi soldati insorti in Ancona, il governo della città è preso da due consoli novelli, Carbone e Cajo Mario, figlio di Mario. Questi va incontro a Siila, e combatte fierissimamente a Sacroporto. Ma egli è battuto, ed è costretto a chiudersi in Preneste. E il vincitore lascia una parte dell’esercito a tener l’assedio della città, e con l’altra va in Etruria per combattere Carbone e Norbano.

I due centri di opposizione alla fortuna di Silla sono in Etruria e in Preneste. In Etruria, Norbano in sulle prime batte l’esercito di Lucullo, che si chiude in Piacenza; ma vinto egli stesso da Metello, l’esercito gli si sfascia e passa al nemico. Succedono altri scontri favorevoli ai Sillani; e l’esempio delle diserzioni diviene contagioso, e disertano alle bandiere soldati e ufficiali.

In fatti, una legione (come Appiano la dice) «lucana» (e non si sa se di gente di Lucca o di Lucania)[20](x01_CAPITOLO_18.xhtml) passa a Metello; e il suo comandante, a nome Albinovano, par che resti in fede, e rientra in Arimino. Ma il demone della fortuna lo assilla; ormai, soldati di ventura e non cittadini, non pensano che alla carriera; Albinovano non sarà migliore degli altri. Quindi invita a cena nella sua tenda gli ufficiali di Carbone e di Norbano che erano ivi con loro; e fra le mense e i vini i suoi sgherri li tagliano a pezzi, ed egli fugge ai vincitori.

Perduta che fu l’Etruria e la Cisalpina non resta lo sforzo che a Preneste. Qui accorrevano gli avanzi dei carboniani dall’Etruria, e Perpenna si moveva dalla Sicilia; ma senza indugio arrivano dalla bassa Italia quaranta in settantamila armati tra Sanniti, Lucani e Campani[21](x01_CAPITOLO_18.xhtml), al comando di Ponzio Telesino, di Marco Lamponio e di Gutta di Capua[22](x01_CAPITOLO_18.xhtml). Un pronto e giusto concetto della situazione politica e militare traeva costoro a Preneste; ammesso però che un trattato di alleanza aveva già dovuto predisporre coteste sparse o già inimiche forze a convergere dov’era il pericolo.

Ma una parte dell’esercito sillano arriva prima di loro a Preneste ed occupa posizioni vantaggiose così, che i confederati italici non riescono a rompere; sono anzi minacciati di essere chiusi in mezzo dall’altro esercito di Silla che è per arrivare, al comando di Pompeo, dal settentrione. Allora Ponzio e Lamponio, che sono rimasti i due capi supremi degli Italici[23](x01_CAPITOLO_18.xhtml), prendono un’audace risoluzione, che se non è chiaro quali probabilità avesse di vincere, rispecchia, senza dubbio, i supremi ardimenti di Annibale, e comanda l’ammirazione.

Girano inavvertiti le posizioni di Silla; e con celerità fulminea piombano inattesi innanzi alle porte di Roma. Era il primo giorno di novembre dell’anno 672-82; e Ponzio dall’alto del Celio, additando la grande città, ancora involta nei vapori mattutini del Tevere, dice ai Sanniti, ai Lucani, ai Campani, schierati in armi: — Ecco la tana maledetta dei lupi devastatori d’Italia! bisogna distruggerla, o non avremo pace! — E si spingono innanzi.

Invano le poche forze interne raccolte in fretta dal Senato uscirono incontro a rattenerli, e furono schiacciate. Ma i Sillani, a briglia sciolta, sopravvengono da Preneste: è l’avanguardia dell’esercito. Questo arriva in due grandi corpi, sul mezzodì: l’uno, capitanato da Silla stesso, è vinto e disfatto; ma l’altro, al comando di Marco Crasso, più fresco o più fortunato, vince a sua volta.

Alte prove di valore, supremi atti di energia, soprumani furori covrì l’oblio; ma è chiaro argomento della disperata virtù degli uni e degli altri, sia la resistenza lunga, durata un giorno e mezzo e una notte, sia gl’innumerevoli infiniti cadaveri che coprirono i campi intorno alle mura.

Fra i morti e i moribondi fu trovato Ponzio Telesino, col viso rivolto al cielo, e con lo sguardo, dice lo storico[24](x01_CAPITOLO_18.xhtml), non di chi è vinto, ma di vincitore; e gli troncano il capo a trofeo di guerra! Tra i morti anche Gutta di Capua. La sorte che toccò a Marco Lamponio, strenuo e degno di fama quanto altri mai, è rimasta ignota[25](x01_CAPITOLO_18.xhtml).

Silla ha vinto: e vincitore trionfa, percuote, abbatte, incendia, uccide, massacra, confisca, proscrive; e premia chi uccide e impicca e massacra e incendia. Ebbe odii immortali e vendette contro i democratici della città: ebbe odii immortali e vendette contro popoli e nazioni intere. Tra questi i Sanniti. Ottomila prigioni di guerra dei Sanniti, dei Lucani ed altri italici, fece restringere nel recinto del pubblico edificio dei comizi in Campo Marzio: intorno intorno dispose un cerchio di soldati e di sgherri; e quelli a colpi di frecce vennero spenti, fino all’ultimo, tutti! I clamori delle vittime prorompono nell’aria, quando egli, in quel momento, perorava in Senato, che era ivi presso adunato nel tempio di Bellona. All’urlo disperato dei mille che si ripercuote nell’aula, i Senatori, infra due, allibiscono; e l’oratore che amabilmente vuole inanimirli: — «Non vi indugiate, dice egli, Padri coscritti; sono un branco di faziosi che ricevono per mio ordine il castigo che si meritano» — e continuò amabilmente a perorare.

E continuò ad uccidere, a proscrivere, a confiscare. E poiché parvero esaurite le punizioni contro i privati, egli si voltò, dice Appiano, contro le città, «le quali puniva variamente; facendo a chi spianar le fortezze, a chi sfasciar le mura; imponendo a ciascuna pubbliche condanne, o affliggendole con intollerabili tributi; e di molle altre città trasse i propri abitatori ed in loro luogo mandò ad abitare colonie dei suoi soldati, per tenere dette città in luogo di propugnacoli o di fortezze; assegnando particolarmente a ciascun soldato secondo i meriti e la fede loro la porzione di terra, così delle case, come delle possessioni di tali città…»[26](x01_CAPITOLO_18.xhtml).

Fortissimi esempi di una difesa disperata diedero molte di queste; tra cui, segnalate Populonia e Vetulonia; ma il fato della storia premeva tutte e tutto!

Nola non fu sgombrata dai Sanniti che nel 674-80\. Isernia nell’anno stesso presa da assalto; quindi tutto il Sannio fu arso, devastato, spopolato dalle bande nere di Silla. Non furono, non potevano essere meno feroci contro la Lucania le vendette romane. Quando quetarono, era il deserto e il sepolcro! Ma il grido delle immani sventure passò di età in età. Floro scriveva: né la guerra di Pirro, né la guerra di Annibale, che durò quattordici anni, apportò all’Italia tanta ruina! Velleio ricorda che non meno di 800mila uomini costò questo duello a morte tra Socii e cittadini; e Diodoro, con istupore pauroso, dice la guerra Marsica «la più grande guerra» che avessero combattuta mai i Romani[27](x01_CAPITOLO_18.xhtml). E intanto la causa degli Italici che parve e fu perduta con la vittoria di Silla, tornò vincitrice non guari dopo, senz’altro sforzo dei popoli, ma per la stessa necessità dei tempi e delle cose. Gli è dubbio ancora[28](x01_CAPITOLO_18.xhtml), per vero, se il Dittatore avesse o no cassata anche la legge Sulpicia che dava il diritto di cittadinanza agli Italici: forse stimò impolitico ed inutile di farlo; ma cassata o sospesa che fosse dal terribile uomo, essa rivisse di nuovo in breve tempo: e la cittadinanza romana dopo Siila si trova data irretrattabilmente agli Italici, che vennero distribuiti equamente nelle 35 tribù.

Ma questa vittoria ideale per l’eguaglianza perfetta del cittadino d’Italia al cittadino di Roma, fu scontata a ben caro prezzo dalla generazione che ebbe parte alla lotta!

Tra le lacune e le oscurità della storia di questo gran moto civile, quello che apparisce men dubbio è la crisi cui andò soggetto il possesso della terra nelle città vinte e battute. Oltre alle confische ai privati cittadini che emersero sugli altri, le città e le regioni vinte perdettero una parte del territorio loro. Era questa una conseguenza, che è forza dire legittima! delle vittorie di Roma; perché conforme al diritto pubblico o internazionale delle città. Ma fu una necessità politica degli intendimenti di Silla. Aveva egli centoventimila soldati da compensare; aveva migliaia di popoli e città da tenere in freno. E venne su il sistema politico delle colonie, che da allora in poi, per lui e da lui, furono puramente militari. Le più belle città dell’Etruria, dell’Umbria, del Lazio, della Campania, del Sannio, della Lucania fu forza si stringessero nelle antiche sedi per far posto ai soldati di Silla, che venivano, ospiti armati di spada, a dividere i raccolti e mantenerle tranquille. La lista è ben lunga, e non si può dire ancora che sia interamente nota. Nominerò, al mio intento, queste solamente, cioè Pesto, Bussento, Grumento, Salerno, Temesa, Crotone, Scilacio, Taranto, Siponto, Telesia; e Capua, e Vulturno, e Puteoli, e Pompei, e Nola, e Linterno, e Minturno, e Abella, ed Abellino, ed altre ed altre, lì dove non vennero gli ospiti armati ad occupare i territori, questi restarono al dominio di Roma per future colonie, per futuro dealveazioni del popolo romano.

Come si acconciassero i cittadini a tante ripetute spartizioni di terre e a perdite di possessi, io non so; ma si può ben immaginare il profondo turbamento che doveva apportare alla civil comunanza questo violento e frequente turbinio di possessi, base alle famiglie e all’ordine sociale. Se a nome della Repubblica avveniva la spogliazione legale chi poteva, dunque, affezionarsi a questa Repubblica spogliatrice, che aveva d’uopo di scaricare periodicamente i turbolenti proletari di Roma sui pacifici cittadini delle provincie? E aprirono le braccia all’impero!

Ma se la legge della storia umana è inesorabile, questa, nelle infinite varietà sue, è sempre la stessa! Oggi i vinti non pagano più in tanti ettari di terra salda o di campi coltivati ai vincitori; ma invece pagano in lire e centesimi i milioni e i miliardi delle tasse di guerra; le quali, anticipate in massa sul credito dello Stato, si ripartono poi su tutti, ma a goccie, a centellini, a quote di respiro, che gravino meno ai presenti e un po’ anche agli avvenire. Ecco i temperamenti del progresso, le attenuanti della civiltà! E quegli usurai e publicani odiosi ai vecchi Italici e ai vecchi Romani, mutati oggi in banchieri, e non meno odiosi a certe ultime reliquie delle antiche plebi nella presente civiltà, cooperano a questi progressivi mitigamenti delle grandi calamità, esercitando nell’ordine delle cose la funzione della nube, che assorbe i vapori impercettibili della terra, e li ridà alla terra in massa di acque feconde.

  
#### NOTE

[1.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) Vedi capitolo precedente a pag. 367.

[2.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) _Fragmenta_: al lib. XXXVII. _Excerpt. Vaticana_, p. 120.

[3.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) LIVIO, _Epitome_, lib. II, decade VIII:

> _Italici populi defecerunt; Picentes, Vestini, Marsi, Peligni, Marrucini, Lucani, Samnites: initio belli in Picentibus moto_.

[4.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) LIVIO, _ibid_.:

> _Servius Galba a Lucanis comprehensus, unius foeminae opera, ad quam divertebatur, captivitate exemptus est_.

[5.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) Otto guerrieri si veggono raffigurati sulla nota moneta della guerra Sociale: ove essi, disposti in due gruppi, giurano l’alleanza sulla porca, che è levata in alto sulle sue braccia da un soldato, posto in ginocchio a piè di un’asta infissa la suolo. Ma, a questo proposito e sul numero dei popoli collegati, Mérimée osserva che le notizie degli storici sono varie e difformi:

> «Tito Livio — egli dice — ricorda nove popoli, Velleio nomina sette capi, Appiano dodici popoli e altrettanti capi. E, spigolando negli antichi che scrissero della guerra Sociale, quattordici e forse quindici capi: vero è che per un solo popolo soventi si incontrano nominati più capi, e per altri (come pei Vestini e pei Peligni) il nome dei capi o degli uffiziali loro nella lega s’ignorano. Altre monete della guerra sociale mostrano quattro guerrieri, e tal’altra due solamente».

Mérimée conchiude che dalle monete suddette non può trarsi argomenti valido (_Essai sur la guerre sociale_ negli _Études sur l’hist. romaine_, pag. 80, ediz. Paris, 1867).

[6.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) Metropoli dei Peligni la dice Strabone, VI.

[7.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) VELLEIO PATERCOLO, lib. II: _Caput imperii sui Corfinium legerant, quod appellavent Italicum_ — io leggerei _Italicum_ per _Italicorum_. Strabone la dice _Italica_.

[8.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) Cotesti nomi non si trovano uniformemente scritti presso gli antichi storici. Mérimée ha raccolto le varianti, molte e per taluno strane. Vedi _Essai sur la guerre sociale_, negli _Étud. sur l’hist. romaine_, pag. 31 dell’ediz. citata

M. Lamponio è scritto _M. Aponios_ unicamente in Diodoro Siculo.

[9.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) VANNUCCI, lib. V, cap. III, pag. 175, vol. III, dove riporta cotesti nomi, e la figura delle monete, riferendosi al Friedlaender _Monete osche_. — Conf. Fabretti, _Gloss. Italic_., tav. 53\. — Vedi inoltre nota [16](x01_CAPITOLO_18.xhtml).

[10.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) Per Clepizio vedi nota [18](x01_CAPITOLO_18.xhtml).

[11.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) Il LENORMANT (nel libro _La monnaie dans l’antiquité_, Paris, 1878, vol. II) fa una distinzione che non trovo in altri, e che, anche a maggiore e opportuno chiarimento al nostro soggetto, riporterò in esteso:

> «Gl’Italioti insorti — egli dice — nella guerra Sociale limitavano in tutto le magistrature, le leggi, gli usi della costituzione romana; e inoltre calcavano le loro monete su i _denari_ di Roma. Ora gl’Italioti (_sic_) improntarono allora dai Romani la doppia fabbricazione parallela della moneta urbana (che relativamente a loro vuolsi appellare moneta civile) e della moneta militare.
> 
> Questa loro moneta civile porta solamente per leggenda di Stato il nome dell’Italia ITALIA su’ pezzi latini (FRIEDLAENDER, _Oskiske Munzen_, tav. X, n. 14, 18) o (in caratteri oschi retrogradi) VITELIA sui pezzi oschi (Id. t. IX, n. 1 e 7) senza nome di monetiere. Le loro monete militari hanno il nome dei generali rivestiti dell’_imperium_ con o senza la leggenda di Italia. E così vi leggiamo i nomi dei due consoli nominati a Corfinio nel 90, il Marso Q. Popedio Silone, e il Sannita Q. Papio Mutilo, che le hanno emesse in questo stesso anno, come consoli comandanti gli eserciti, o piuttosto nel seguente anno, come rivestiti dei poteri di proconsoli. Il primo è scritto in latino Q. SILO. (Id. t. X, n. 10, il secondo sempre in osco[11a](x01_CAPITOLO_18.xhtml) e la forma più completa è questa (_in caratt. oschi retrogr_.) G. PAAPI G. MVTIL: egli comincia dal mettere il suo nome solo senza il titolo[11b](x01_CAPITOLO_18.xhtml), poi vi aggiunge la qualifica di EMBRATVR corrispondente al latino _imperator_, del quale titolo era stato salutato dai suoi soldati.
> 
> S’ignora se il Numerius Luculeius o Lucilius figlio di Marco ignoto alla storia, e del quale i denari offrono il nome sotto la forma osca (_retrograda_) NI LUVKL MR (FRIED. pag. 77\. t. IX) era un generale o un questore militare. Gli storici sono anche muti sul conto di Minius Jeius figlio di Minius, ossia _Mi. Jeiis Mi_. il cui nome si legge sulla moneta d’oro[11c](x01_CAPITOLO_18.xhtml) che Mitridate fece fabbricare in Amisos per gli Italioti: ma egli aveva evidentemente un comando militare Importante, ed era il principale personaggio dell’ambasciata mandata al Re del Ponto».

[11a.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) «Anche in una moneta bilingue in cui si vede al dritto la leggenda latina _Italia_». FRIED. t. X, n. 21.

[11b.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) «Sopra un denaro si legge al dritto il nome del generale _Mutil_, ed al rovescio quello dei Sanniti _Safinim_. FRIEDLAENDER, t. X, n. 3.

[11c](x01_CAPITOLO_18.xhtml) «FRIED. pag. 73\. Pinder e Friedlaender, _Beitraege_ I, pag. 176\. MOMMSEN, M.R. Vol. II, pag. 126, n. 225».

[12.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) APPIANO, _Bell. Civ_., I, pag. 23, lo dice Sesto Cesare (e così pure il Mérimée, _Op. cit_.) e Sesto Cesare quegli chiama il console collega a P. Rutilio Lupo. — Nell’anno di Roma 663, furono consoli Lucio Giulio Cesare e P. Rutilio Lupo.

[13.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) APPIANO, _Bell. Civ_., I, pag. 23, dice:

> «Marco Lamponio uccise circa ottocento di quelli di Licinio Crasso, e il resto inseguì fino alle mura di Grumento»

In DIODORO è questo frammento (al lib. XXXVII, _Excerpt. Vatic_. 120):

> «Lamponio si slanciò contro Crasso: nel suo concetto non era il popolo che doveva combattere per i capi, ma i capi per il popolo».

[14.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) A questo periodo di tempo vuolsi riferire ciò che si logge in OROSIO, il quale, però, nel riassumere le fonti a cui attinge, è tutt’altro che esatto:

> _L. vero Julius Caesar, postquam apud Aeserniam victus aufugerat, contractis undique copiis, adversos Samnites et Lucanos dimicans, multa hostium millia interfecit. Cumque ab exercitu Imperator appellatus esset… Senatus… sagum deposuit_, lib. V. c. XVIII.

[15.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) In Appiano è detto Trebazio.

[16.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) LENORMANT (_La monnaie dans l’antiquité_, Paris, 1878, nel vol. 2º, pag. 121) a proposito della moneta di oro suddetta, scrive:

> «Parrebbe del tutto accertato, tenuto conto del peso, del conio e del tipo di cotesto pezzo di oro, che esso fu fatto coniare in Amisos da Mitridate, pei ribelli d’Italia, quando ricevé la loro ambascieria (BOMPOIS, _Les types monétaires de la guerre Sociale_, p. 27\. Conf. _Zeitschr. f. Num_. II. p. 88), e che Minius Jeius il cui nome vi si trova iscritto, era uno degli inviati. Il Re del Ponto amava di multiplicare tal genere di sfide alle pretensioni di Roma».

[17.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) In LIVIO, _Epitom_. Iib. VI, della deca VIII, si legge:

> _A. Gabinius legatus, rebus adversum Lucanos prospere gestis, multis oppidis expugnatis, in obsidione castrorum hostilium cedit_.

In FLORO si legge (lib. III, cap. 18):

> _Cato discutit Etruscos, Gabinius Marsos, Carbo Lucanos, Sylla Samnites, Strabo vero Pompeius omnia flamnis, ferroque populatus_.

[18.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) DIODORO (_Fram_. al lib. XVIII, pag. 441) nomina tre volte, a proposito dei Lucani o di fatti in Lucania, un Cleptio, un Clepitio, e un Tiberio Clepitio. Mérimée pensa che sia errore di codici, e che invece di Clepitio si abbia a leggere Cluentio, che fu uno sei Sanniti. Ma non essendo né impossibile, né improbabile un Cleptio o Clepitio tra i comandanti de’ Lucani, non veggo su quali solide basi possa adagiarsi l’avviso del dotto uomo. La ripetizione inoltre, e in diversi luoghi (cioè lib. 37.441, _Fram_.) dello stesso nome, è argomento contrario al concetto del Mérimée.

[19.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) DURUY, _Hist. des romains_, II, 190, dice:

> «Nella speranza di ridestare la guerra Sociale in Sicilia… si gittarono nel Bruzio, e cercarono di sorprendere Reggio…».

Lo stesso aveva detto il Micali.

[20.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) APPIANO, lib. I, pag. 55\. — «Truppe Lucane» dice Mommsen, vol. III, pag. 303 — Mérimée dubita che si abbia piuttosto ad intendere di una «legione di Lucchesi»; ed osserva:

> «Il tradimento di una truppa di Lucani parrebbe poco probabile, tenuto conto delle disposizioni della loro patria; né, oltre a ciò, saprei spiegarmi come i Lucani si sarebbero trovati nell’esercito di Carbone». — _Op. cit_. pag. 181.

[21.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) Settantamila dice Appiano, lib. I, pag. 55; quarantamila dice Velleio, lib. II.

[22.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) FLORO, di questo periodo di tempo (lib. III, c. XXI), scrive:

> _Lamponius atque Telesinus, Samnitum duces, atrocius Pyrrho et Annibale Campaniam, Etruriamque populantur; et sub specie partium se vindicant_.

Ed è vero; ma non è vero che essi arrivassero fino in Etruria.

[23.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) EUTROPIO, _Hist. Rom_., lib. V, dice:

> «_Rursus pugnam gravissimam habuit_ (Sylla) _contra Lamponium et Carinatem, duces partis Marianae, ad portam Collinam. LXXX millia hostium in eo proelio fuisse dicuntur_. Similmente, OROSIO (V, c. 20): _Sylla deinde cum Lamponio Samnitum duce et Carinatis reliquis copiis, ante ipsam urbem portamque Collinam… signa contulit: gravissimoque proelio tandem vicit. Octoginta millia hominum ibi fusa dicuntur, XII se se dederunt_.

Vedi, innanzi, il passo di Floro, che indica come capo Lamponio.

[24.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) _Victoris magis, quam morientis vultum praeferens_. VELLEIO PATERCOLO, lib. II.

[25.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) La iscrizione funeraria ad un Lamponio, che l’Antonini dice trovata ed esistente in Maratea, è falsa. Vedi _Corp. lnsc. Latin_., n. 91\*, vol. X.

Ma ogni spiracolo di luce non è lecito di trascurare, ed io aggiungerò questo. — Il P. Mannelli, del secolo XVII, nel suo Mss. inedito _La Lucania sconosciuta_, riferisce come esistente nei campi sotto Diano (_Tegianum_) sua patria, una greca iscrizione, o ne dà l’apografo: che poi venne pubblicata dal Corcia (_Stor_. III) e dal Macchiaroli (_Diano e la sua valle_, Nap. 1868) con significato più che dubbio, oscuro. Questa iscrizione, dagli apografi mannelliani mandati da Mommsen, pubblicò il CORSEN (_Ephem. epigr_. II, 153); e sarebbe una iscrizione di lingua osca in lettere greche. Ometto la lezione greca; ma la traduzione che ne dà il Corsen sarebbe questa:

> A. LAMPONIUS PAQUII _f_. / OPPIUS PIUM SACRUM HOC / _dedit_ / SALVUS VALENS (ovvero: _pro salute_). — In ZVETAIEFF, _Sylloge inscr. Oscarum_. Pietroburgo, 1868, p. 79.

[26.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) APPIANO, lib. I, 59.

[27.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) _Framm_. al lib. XVIII.

[28.](x01_CAPITOLO_18.xhtml) Mommsen dice che mantenne ferma la massima proclamata dal Governo (dei democratici): ogni cittadino di un Comune italiano essere di sua natura anche cittadino di Roma. Vedi lib. IV, C. 10, nel vol. III, pag. 317\. Di contrario avviso è il Mérimée. _Op. cit_. 197 c.s.

# CAPITOLO XIX

## GLI ORDINAMENTI DELLA REGIONE DOPO LA GUERRA SOCIALE

  
La guerra sociale fu l’ultimo atto della vita autonoma dei popoli italici; e la legge Giulia, che apre loro a doppio battente le porte della cittadinanza romana, chiude invece la storia loro. Restano ancora le differenze etnografiche, non restano le diversità politiche: quelle si verranno man mano attenuando e confondendo nel gran popolo che resterà italico, benché si dirà romano; e queste scompaiono nel grande fiume della grande città, che, assorbendo tutto nelle sue onde, non permette ormai più distinguere i rivoli minori.

La legge Giulia, che è il punto d’origine dell’assimilazione legale dei popoli italici a Roma, è del 664 di R. o 90 a.C.; ma alle politiche condizioni di cose che essa creava, imposte o consigliate che furono a Roma dalle stesse vicende della guerra Sociale, non tutti gl’Italici parteciparono da quell’anno. I Lucani ed I Sanniti, soli nel gruppo degli Italici stretti in alleanza contro la grande città, respinsero i benefizii che Roma lor presentava sulla punta della spada con la legge Giulia e Plautia–Papiria. E continuarono la guerra. Infine, Lucani e Sanniti ottennero il dritto di cittadinanza romana con un Senato–Consulto dell’87[1](x01_CAPITOLO_19.xhtml). Divennero cittadini di Roma; e posarono le armi.

Giova chiarire le relazioni di diritto che congiunsero i popoli alla novella patria, prima e dopo il grande fatto della cittadinanza, data od ottenuta. È un nuovo periodo, che incomincia per essi nella storia dei tempi.

Per molti secoli Roma chiuse lo Stato nella cerchia del suo pomerio. Ingrandiva di territorio, aumentava di popolo; ma lo stato era sempre entro il primitivo recinto sacro che aveva segnato l’aratro di Romolo. Ingrandiva per un processo di aggregazione, non di assimilazione. Soggiogò man mano i popoli circostanti; e i vinti non ridusse schiavi, ma non fece cittadini: se non furono soggetti, uguali non furono; li diceva con cortese parola «socii» che non implica uguaglianza, ma concorso; un rapporto d’amicizia, sì, ma per concorrere insieme allo scopo fatale di fondare il popolo romano, _romanam condere gentem_.

Poiché lo Stato era entro il recinto sacro del pomerio, cittadino vero e perfetto dello Stato non poteva essere se non colui che avesse il domicilio entro il recinto sacro. Di qui il diritto di cittadinanza ambito, negato e concesso ai popoli socii. La concessione non avvenne che per gradi; non tanto spontanea, quanto forzata; e fu un processo di aggregazione, prima che giungesse all’assimilazione completa mercé la legge Giulia.

Cotesti gradi furono i varii rapporti di diritto pubblico che si stabilirono tra Roma e i popoli e gli Stati o le città, in seguito alle guerre, alle alleanze, e alle conquiste che estendevano il nome e l’imperio del popolo romano.

Con quel ristretto numero di Stati o città, con cui entrò in relazione d’amicizia sul piede che pareva d’eguaglianza, Roma creò in Italia un rapporto d’«alleanza»; e le città perciò furono dette federate. Le quali restarono in condizione di Stati sovrani, poiché non perdettero il dritto di battere moneta, né le leggi e le assemblee e i magistrati loro propri: ma in verità la federazione non fu se non dritto di protettorato, più o meno esteso, se alle città federate non restava il dritto sovrano di pace o di guerra. Dovevano anzi alle guerre di Roma contribuire, tra certi limiti e condizioni, aiuti in danaro e di uomini, sotto specie segnatamente di navi e di marinai per le città federate poste sul mare.

Tutte le altre città che non fossero le «federate» quando, dopo sommesse o soggiogate, entrarono in relazione di diritto con Roma, vennero in dipendenza non mascherata; e si dissero «municipii». Per alcune città o più ricalcitranti, o più resistenti, o piu temute, i vincoli di dipendenza si strinsero ed accrebbero sino ad essere come un castigo; e queste ebbero il nome di «prefetture». I municipii, entrando nell’àmbito del dritto pubblico romano, conservavano il comune, le assemblee, ed i magistrati propri; perdevano l’autonomia sovrana loro, e, quelli sottomessi di forza, una parte di loro terre; davano tributi e contingenti alla città e alle guerre di Roma: ma in compenso Roma li considerava come socii, ossia come parte della «lega romana». Gli abitanti del municipio diventavano anche cittadini di Roma; ma cittadini, dirò così, cadetti o di secondo grado; poiché partecipi al dritto privato del Romani, che si fondava sul _connubium_ e sul _commercium_, ma non partecipi al dritto pubblico di Roma, e vuol dire non ammessi al dritto attivo e passivo del voto politico, per cui solamente la persona era cittadino ossia _optimo jure_, cioè perfetto.

Il municipio ebbe dunque la _civitas_ o cittadinanza senza suffragio. I cittadini dello «prefetture» ebbero anche essi i dritti minori di cittadino romano; ma il comune, le assemblee, i magistrali propri alla città, le erano tolti e così anche le leggi proprie; Roma mandava ogni anno a reggerle quello che noi diremmo Commissario regio e che essa diceva Prefetto. Questo stato di pubblica interdizione era, naturalmente, temporaneo.

Soggiogando i popoli, Roma scioglieva le loro federazioni; proibiva le loro assemblee politiche, e puniva la giusta resistenza loro, mercé una specie di taglia di guerra, che consisteva nel terzo del territorio della città soggiogata.

Questa terza parte o era venduta, o data in fitto a lunghi termini, per conto del popolo romano, a quei patrizi, a quei pubblicani nobilitati: i quali, dopo un qualche periodo di tempo, mutando il possesso in dominio, diedero causa alle leggi agrarie. Coll’estendersi delle conquiste crebbero le estensioni di queste terre italiche, venute al popolo sovrano come ragione alle spese di guerra: e Roma le diede in dono ai suoi proletari e ai suoi soldati. Così, accanto ai municipii, sorsero le Colonie.

Queste furono in origine di cittadini della lega latina e di romani, quando Roma era a capo della lega latina: perciò si dissero colonie latine. Ebbero un complesso di dritti che non occorre pel caso nostro di specificare; ma tale ad ogni modo che può dirsi ragguagliassero le colonie latine alle città federate. Ma sciolta che fu la lega latina, Roma mandava fuori, nelle nuove colonie, i suoi cittadini, per isgravarsi dei torbidi elementi interni, e poiché allo stesso tempo fossero presidio di soldati tra i popoli soggiogati, coloni armati della spada e dell’aratro.

Questi ultimi coloni, quantunque fuori di Roma, continuarono ad essere cittadini romani con tutti i dritti al doppio elettorato; poiché la colonia si tenne come una particella staccata da Roma. Le leggi di Roma erano le leggi della colonia; ma perciò stesso non era sovrana di sé, e non poteva battere moneta. Ma si governava da sé, con le sue assemblee comunali, con i suoi magistrati e le leggi romane. Però «Colonia» non era che il comune costituito dall’insieme dei coloni romani; essi soli cittadini e partecipi al governo della colonia: gli antichi abitatori furono, tutt’al più, considerati come cittadini romani, ma senza il doppio suffragio, e non pare avessero parte al governo e alle assemblee della città. La patria era dunque per essi una specie di «prefettura» aggregata alla colonia; ibrido innesto che dovea perpetuare uno stato di sentimenti ostili, tra vecchi e nuovi abitatori.

Tutte codeste diversità di dritto pubblico caddero alla pubblicazione della legge «Giulia» di Lucio Giulio Cesare (nel 664-90), che non si vuol confondere con la legge «Giulia municipale» di Cesare dittatore. — Tutti vi acquistarono, meno forse le città federate.

Per la Lucania le _città federate_ furono Pesto, Velia[2](x01_CAPITOLO_19.xhtml), Turii[3](x01_CAPITOLO_19.xhtml), Eraclea[4](x01_CAPITOLO_19.xhtml). Di Eraclea fu celebrato, più che altro, l’_equum foedus_, che Cicerone dice «singolare» per qualche speciale disposizione, che però ci è ignota; e fu stretto nel 278 a.C. L’alleanza con Turii fu nel 302; e queste sono le sole nòte cronologiche, che ci è dato indicare per le città federate della Lucania. Dopo la legge Giulia, Eraclea stette in forse, se accettare o no la cittadinanza romana; accettando, era d’uopo sottoporsi alle leggi di Roma; e quella, ancorché larva d’indipendenza, del battere moneta era perduta. Se Metaponto fu federata, non so: ma è probabile. Nei prossimi Bruzii, furono tali Petilia, Locri, Reggio.

Le città che restarono per un certo periodo di tempo nel triste stato di _prefetture_, dovettero essere ben numerose, tenuto conto dell’aspra resistenza dei Lucani a Roma, e del non infrequente mutare di umori o di politica nel governo della loro federazione. Cessarono, è lecito di credere, quando ai Lucani fu data la cittadinanza. E se nel «libro delle Colonie» (che è forse del I secolo dopo l’era volgare) si trovano indicate con la nòta di «Prefetture» Vulceio, Pesto, Potentia, Àtena, Consilino, Tegiano, Grumento e Velia[5](x01_CAPITOLO_19.xhtml), o la notizia si riferisce ai tempi anteriori alla legge Giulia, o si vuol dubitare che quella qualifica si abbia ad intendere piuttosto di colonie; poiché non è dubbio, per titoli autentici, che infatti furono colonie parecchie di quelle città, come Pesto e Grumento, anche prima dei tempi imperiali.

Colonie _latine_, o, a dir meglio, col dritto delle colonie latine, che su per giù si ragguagliano, come fu detto, alle federate, furono: Venusia, fondata nel 201 a.C.; Pesto, nel 273; Cosa (ed è dubbio se la città della Campania, ovvero Cosa tra gli Irpini e i Lucani) nel 273; e Copia, che fu Turii mutata di nome, nel 193\. L’anno dopo, Vibo Valentia nei Bruzii; Benevento nel 268; Isernia nel 265; Brindisi nel 244\. A Turii, ossia Copia, è noto dagli storici che furono assegnati 30 jugeri di terra ad ogni soldato a piedi, 60 ai cavalieri. A Vibo o Vibona, ove mandarono 4mila coloni, 15 jugeri ai fanti e 30 ai cavalieri[6](x01_CAPITOLO_19.xhtml). Quasi tutte furono fondate nel corso del III secolo avanti l’era volgare.

Nel secolo seguente il II a.C. ebbero sviluppo le colonie cittadine o _romane_: e mentre che per la Lucania non si trova indicata che Bussento nel 191-4 a.C., vediamo, in questo stesso breve periodo di tempo, fondarsi colonie romane a Vulturno, a Pozzuoli, a Salerno, a Temesa dei Bruzii; e vuol dire che Roma mirava allora alla sicurezza del littorale, mentre di guardia all’interno erano le colonie precedentemente fondate. Così per l’altro littorale Jonio e Adriatico.

Dopo la guerra Sociale, per quel sistema politico che inaugurò Silla a compensare i suoi soldati, e che imitarono così i Triumviri come Augusto e i suoi successori, crebbe il numero delle colonie romane. Colonie fondate probabilmente da Silla, ma di certo prima della morte di Cesare, furono, nella Lucania, Bussento una seconda volta poiché la si trovò spopolata dei coloni mandativi undici anni prima; Pesto[7](x01_CAPITOLO_19.xhtml), che era stata già colonia latina, come si è detto;e Grumento. Fondata dai Triumviri fu Venusia, di nuovo, nel 711, ovvero 43: e in questa espropriazione forzata dei vecchi possessori a favore dei soldati vincitori a Filippi, il campo e la casa del padre di Orazio passò ai veterani; ed egli si disse[8](x01_CAPITOLO_19.xhtml)

> Inopemque paterni et laris et fundi!

mentre all’altro capo d’Italia Virgilio lamentava della sua Mantova la troppa vicinanza a Cremona! La città di Blanda che in un titolo epigrafico[9](x01_CAPITOLO_19.xhtml) si trova detta _Blanda Julia_, parrebbe fosse colonia fondata da Ottavio prima del 727, o 27 a.C., ovvero da Cesare.

Ma sia per fondazione di colonia, sia piuttosto in parziale assegnazione di terre a gruppi di coloni, specie veterani, in antichi municipii, questi fatti continuarono dopo l’Impero. Grumento ebbe nuovi coloni, probabilmente da Claudio; e pare ne traesse il nome[10](x01_CAPITOLO_19.xhtml). Pesto ebbe da Vespasiano coloni che furono i classiarii della flotta a Miseno; e allora prese il cognome di Flavia[11](x01_CAPITOLO_19.xhtml).

Le leggi che davano ai popoli Italici la piena cittadinanza di Roma, non crearono, non riconobbero un diritto di rappresentanza; non abilitavano i cittadini a dare il voto nella propria città per sanzionare le leggi o eleggere i magistrati dello Stato. Questo dritto supremo non poteva esercitarsi altrimenti che nei comizii della grande città, e recandosi l’elettore a Roma! Qui dunque era mestieri fossero iscritti tutti I novelli cittadini, neoelettori d’Italia; e la tessera del loro novello stato civile era l’ascrizione ad una delle romane tribù. L’ascrizione avvenne per città; e più tardi anche per intere provincie. Per la Lucania, grazie alla letteratura lapidaria, sappiamo che le città di Potentia, di Grumentum, di Àtena, di Vulceium, di Buxentum furono ascritte alla tribù Pomptina; Pesto invece alla tribù Moecia; Eburum alla tribù Fabia; Venusia alla tribù Horatia; Turii, ovvero Copia, alla tribù Aemilia; Petilia alla tribù Cornelia; Velia alla Romilia.

Venute che furono le colonie latine e le città federate nella piena cittadinanza di Roma, perdettero del tutto il dritto di battere moneta. Questo dritto era passato già per varie vicende. Della monetazione delle colonie latine per la nostra regione si conoscono di Venusia le monete di bronzo, e di Pesto quelle di argento e di bronzo, che improntano la nòta dell’autorità del loro magistrato municipale[12](x01_CAPITOLO_19.xhtml): esse furono battute alla metà del secolo III a.C. Ma quando cominciò in Roma la monetazione dell’argento, e fu nel 486-263, venne tolto a tutte le città soggette o protette che fossero, il diritto di battere moneta di argento; però restò libera la coniazione del bronzo. Poi anche questa facoltà fu tolta, verso il 496-264; ma fu fatta una eccezione solamente per tre sole città; e queste furono Pesto, Venusia e Brindisi. Però ebbero l’ordine superbo di dare alla loro moneta di bronzo un peso inferiore a quella di Roma; e così avvenne che in quelle città fu coniato l’asse semiunciale un secolo innanzi che fosse battuto a Roma; dove non prima della legge Plautia-Papiria l’asse cessò di avere il peso di un’oncia, e scese a mezza[13](x01_CAPITOLO_19.xhtml).

Sotto l’impero, il dritto di battere moneta d’oro o d’argento fu riservato all’Imperatore; restò al Senato il privilegio di coniare, nella sua zecca di Roma, tutta la moneta di bronzo che circolasse in Italia. Ma anche allora fu fatta un’eccezione per la città di Pesto. Il Senato ne dié licenza alla città del Silaro; e la nòta della graziosa concessione si trova espressa sulle monete pestane[14](x01_CAPITOLO_19.xhtml).

Unificata l’Italia e i cittadini dalla legge di L. Giulio Cesare, Augusto, per rendere agevole anzitutto il censimento e la riscossione delle imposte, ripartì l’Italia in undici regioni. Fu, secondo l’ordine, regione _prima_ la Campania, dal Tevere fin presso al fiume Silaro; _seconda_ l’Apulia e la Calabria all’Adriatico; _terza_ la Lucania e i Bruzii fino al Jonio e allo stretto siculo; _quarta_ il Sannio tra il Nar, il Tevere e il Frento; _quinta_ il Piceno l’Esi e l’Aterno; le altre regioni sino all’undicesima si estendevano fino alle Alpi.

Per cotesta ripartizione di Augusto gli scrittori sogliono dare allo spartimento della Lucania il fiume Sele per suo confine con la Campania. Ma poiché Plinio nomina espressamente tra popoli lucani la popolazione di Eburum, che siede nei campi alla destra del Sele, è d’uopo ritenere, che il vero confine fra le due regioni fu piuttosto il Tusciano che è una breve riviera alla destra del Sele stesso. Se il fiume Silaro o Sele fu linea di confine tra Lucania e Campania, non poté essere limite altrimenti che verso le foci sue, non già nel corso superiore più prossimo all’Appennino; giacché gli _Eburini_ non si potrebbe assegnarli alla Campania[15](x01_CAPITOLO_19.xhtml).

Dal lato di settentrione fu confine della regione il fiume Bradano; e quanto al suo ultimo corso, non è dubbio, poiché Metaponto, a sinistra del Bradano, era compresa nella Lucania[16](x01_CAPITOLO_19.xhtml). Ma è dubbio quanto al corso superiore. Questo fiume ha le origini prime dalle acque del Lagopesole e si sbranca in diversi rami. Or se per linea di confine settentrionale alla Lucania si vuol segnare, nel tronco superiore di questo fiume, quel ramo precipuo che sgorga dal lago suddetto (come fanno parecchi cartografi) resterà fuori della Lucania non soltanto Venusia, Ferentum ed Acheruntia, ma Banda altresì e quei popoli Bantiti, che Plinio espressamente enumera tra i Lucani, non altrimenti che aveva fatto per gli Eburini. È forza dunque ritenere come confine settentrionale della regione il Bradano, sì, ma per tutto il suo corso; compresi quei varii suoi rami influenti che hanno sulle mappe i nomi generici di «fiumarella» di Acerenza, di Banzi o Genzano. Per tal modo, i popoli bantini rientrerebbero nel territorio dell’antica loro gente; il territorio di Venosa resterebbe prossimo o contiguo al confine: e il colono venosino avrebbe arato una terra che, come scrisse il poeta, poteva dirsi appula e dirsi lucana, non altrimenti che lui stesso il poeta ben poteva rimanere in dubbio, se fosse appulo o lucano[17](x01_CAPITOLO_19.xhtml). Pel contrario, dato il confine della Lucania dal Bradano del Lagopesole, Orazio non sarebbe altrimenti che appulo; e questo mal risponde alla parola di lui, contemporaneo di Augusto.

Del confine fra la Lucania e il Bruzio si può indicare come certi i due punti estremi del fiume Lao sul mar Tirreno, e del fiume di Turii o Coscile che si mescola al Crati, sul mare Jonio; però una linea che congiunga questi due punti estremi, può disegnare il confine interno delle due parti della regione, ai tempi di Augusto o di Strabone[18](x01_CAPITOLO_19.xhtml). Che coteste linee non restassero sempre immutate, si può dubitare. Ai tempi costantiniani, il territorio metapontino appartenne piuttosto alla Calabria (dei Salentini) che alla Lucania, e Bussento ai Bruzii più che alla Lucania[19](x01_CAPITOLO_19.xhtml); e, d’altra parte, alcune iscrizioni poste in Salerno ai _Correttori_ di Lucania e dei Bruzii dànno a credere che Salerno fosse aggregata alla regione della Lucania in quel medesimo periodo dei tempi costantiniani[20](x01_CAPITOLO_19.xhtml).

La ripartizione amministrativa di Augusto non pose a capo delle regioni un magistrato che accentrasse in sé tutti i poteri, per l’àmbito della regione; non recò offesa alla indipendenza dei municipi, secondo i termini della legge Giulia municipale. Ma nel corso del II secolo dell’Impero l’autonomia dei municipii qualche iattura venne a soffrirla; e cominciò allora il mutamento della competenza giudiziaria delle città. Adriano (117-138) divise l’Italia in quattro circoscrizioni giudiziarie; e preponendo a ciascuna di esse un Consolare, accentrò in loro certi ordini di affari, specie dell’amministrazione della giustizia. Poi i Consolari ai tempi di Marco Aurelio (161-169), a quanto pare, ebbero il nome di _Giuridici_; ma di essi poco si sa, e punto del loro numero e delle circoscrizioni cui erano preposti; le quali non ebbero, forse, stabile assetto o delimitazioni immutate. Fra i pochi nomi conosciuti dei giuridici, un titolo epigrafico ha conservato quello di «Q. Erennio Silvio Massimo, Giuridico per la Calabria, per la Lucania e i Bruzii»[21](x01_CAPITOLO_19.xhtml).

Un altro titolo recentemente scoperto ad Ostia, ricorda «come Procuratore della Lucania» un L. Calpurnio Modesto, a cui metteva un titolo onorario la corporazione dei mercanti di grano[22](x01_CAPITOLO_19.xhtml). Questa specie di procuratori erano ufficiali incaricati alla riscossione delle imposte fiscali, subordinati al capo della regione, come già nelle provincie senatorie i questori. Dal titolo non si comprende l’epoca di cotesto «Procuratore della Lucania»: io credo del IV secolo.

Una novella partizione dell’Impero fu fatta, come si sa, da Diocleziano. Ma nel non breve periodo che intercede da Aureliano, anzi da Traiano a Diocleziano, gli altri magistrati per l’amministrazione pubblica delle province o delle regioni, si trovano indicati col nome di _Legati_, di _Prepositi_ ed anche di _Correttori_. Un titolo epigrafico ha conservato il nome di M. Antonio Vitelliano, che è detto «Preposto al territorio dell’Apulia, della Calabria, della Lucania e dei Bruzii con speciale incarico di ristabilirvi la pubblica sicurezza»[23](x01_CAPITOLO_19.xhtml). Un’altra epigrafe parla di un «Preposito all’Umbria, al Piceno ed all’Apulia». Erano dunque commissari in missioni speciali con competenze o giurisdizioni mutabili.

Il «Correttore» che dopo la partizione dioclezianea fu il supremo magistrato proprio della Lucania e Bruzii, e di due o tre altre regioni, ebbe in origine ufficio, competenza e giurisdizione più alta d’un capo di provincia, poiché sin dai tempi di Aureliano si trova, più e più volte, nei titoli epigrafici il _Corrector Italiae_.

La nuova divisione dell’Impero avvenne nel 292; e l’Italia fu spartita in dodici circoscrizioni. La VII provincia, o regione, o circoscrizione comprendeva: Ia Campania e il Sannio; l’VIII l’Apulia e la Calabria; la IX comprendeva la Lucania e i Bruzii. Poi al IV secolo, disgiunta che fu la Campania dal Sannio, si tenne come IX regione la Campania, come X la Lucania e i Bruzii, come XI l’Apulia e la Calabria, come XII il Sannio.

A capo della duplice regione _Lucania et Brutiorum_ e dell’altra _Apulia et Calabria_ era il Correttore. È dubbio per me se il nome gli venne, come in antico, dall’incarico _ad corrigendum statum Italiae_, ovvero dal nuovo fatto che il _Corrector_ era messo a capo di due regioni o spartimenti dello Stato, che, uniti in un corpo, egli reggeva insieme allo stesso tempo; e infatti il _Corrector_ si trova a capo non solamente della X regione Lucania e Brutii, e della XI Calabria e Apulia; ma anche dell’VIII Tuscia ed Umbria, e della XIII Flaminia e Piceno, suburbicarii, fino al 364\. Due titoli epigrafici farebbero menzione altresì del _Corrector Apuliae et Lucaniae_, ma i titoli inventati o interpolati, non hanno valore[24](x01_CAPITOLO_19.xhtml); e il congiungimento amministrativo di quelle regioni è ignoto alla storia.

I Correttori che furono in origine magistrati straordinarii per speciali missioni, diventano dopo la riforma dioclezianea governatori di provincia con grado mezzano tra’ consolari e i presidi. Dipendevano dal _Vicarius urbis Romae_; al quale era devoluto l’appello dal Correttore. Come Capi di una provincia o regione, hanno la sorveglianza amministrativa sulle città; ne verificano i conti, come già era uffizio dei _Curatori_; curano la riscossione delle imposte, la coscrizione delle leve militari, l’esecuzione delle pubbliche opere dello Stato, la manutenzione delle pubbliche strade; e in fine rendono giustizia sì nel civile, sì nel criminale, fino all’ultimo supplizio. E quando i Capi delle provincia furono detti Presidi, restarono i Correttori unicamente per la Lucania–Bruzii e per l’Apulia–Calabria. Essi sono gli ultimi magistrati supremi, di cui si abbia notizia per le due regioni suddette, fino al cader dell’Impero.

In quale parte della regione risiedessero non si può dire con sicurezza. A Reggio, a Grumento, a Pesto, a Velia[25](x01_CAPITOLO_19.xhtml), a Salerno, furono trovati dei titoli epigrafici posti a qualcuno dei Correttori della Lucania e Bruzii; ma non si potrebbe concludere che in qualcuna di quelle città residessero essi come di norma. Da altri indizii parrebbe meno improbabile la residenza loro a Reggio o a Salerno[26](x01_CAPITOLO_19.xhtml). Forse era a loro scelta il preferire l’una o l’altra città della regione[27](x01_CAPITOLO_19.xhtml). Salerno, ad ogni modo, era compresa nella regione IX della Lucania e Bruzii, ai tempi costantiniani.

  
#### NOTE

[1.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) Argomento tratto da LIVIO, _Epitome_, lib. X della decade VIII.

[2.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) CICERONE, _Pro Balbo_, 24, 55\. LIVIO, lib. VI, dec. III, 39.

[3.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) PLINIO, 34, 32.

[4.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) CICERONE, _Pro Balbo_, 8, 21.

[5.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) Nel libro delle colonie si legge (Vedi _Gromatici veteres, ex recentione Caroli Lachmani_ — Berolini 1848, pag. 208):

> _In provincia Lucania Prefecture iter populo non debetur_ (altro cod. _debebatur_) _— Vulcentana, Pestana, Potentina, Atenas et Consiline, Tegenensis, quadrate centuriae in jugera n.cc. — Grumentina, limitibus Graecanis in jugera n.cc. Decimanus in oriente, Kardo in meridiano — Veliensis actus n. Xq. per XXV_.

[6.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) LIVIO, Iib. V, dec. IV, 40.

[7.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) Conf. _Corp. Ins. Latin_., vol. X, pag. 53.

[8.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) _Epist_. II, 2, 50.

[9.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) _Corp. Ins. Latin_., vol. X, n. 125.

[10.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) MOMMSEN dice:

> _Fieri potest ut a Claudio cognomen traxerit, nam in laterculo praetorianorum_ (vol. VI, n. 2382, C.I.L.) _inveniatur Q. Vibius, A. f. Cla. Neoptolemus. Grum_. (In _Corp. Ins. Latin_. X, pag. 27). — Conf. la nota seguente.

[11.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) _Corp. Ins. Latin_. X, pag. 53, ove si ricorda il latercolo: — _T. Atilius T. f. Fla. Rufus Poesto_.

[12.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) Alcune monete pestane, invece della sigla SPDSS (_Signatum Paesti De Senatus Sententia_), hanno le altre SPDDS, cioè: _Signatum Paesti Decreto Decurionum Sententia_; ed altre SPDD, _Signatum Paesti Decreto Decurionum_. Conf. LENORMANT, _La monnaie dans l’antiquité_. Paris, 1878, vol. III, p. 215.

[13.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) LENORMANT, _La monnaie dans l’antiquité_. Vol. II, pag. 202, 5\. — MOMMSEN, _Hist. monn. romaine_, I, 139\. III, 182 e _pass_.

[14.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) LENORMANT, Op. cit., vol. II, 212, dice:

> «Di Pesto si hanno delle piccole monete di bronzo con la testa di Augusto e di Tiberio, con i nomi dei _duumviri_ municipali e con la leggenda — PAE(sti) S(ignatum) S(enatus) C(onsulto) ovvero SPSC S(ignatum) P(aesti) S(enatus) C(onsulto), ovvero _De Senatu Sententia_».

[15.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) Conf. _Corp. Ins. Latin_., vol. X, pag. 49.

[16.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) PLINIO scrisse (III, 15): _Oppidum Metapontum, quo tertia Italiae regio finitur_. Non altrimenti Strabone, che comprende Metaponto nella Lucania.

[17.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) HORAT. _Sat_. lib. II, I:

> Sequor hunc, Lucanus an Apulus, anceps;
> 
> Nam Venusinus arat finem sub utrumque coloniam
> 
> Missus ad hoc, pulsis (vetus est ut fama) Sabellis,
> 
> Quo ne per vacuumRomano incurreret hostis;
> 
> Sive quod Appula gens, seu quod Lucania bellum
> 
> Incuteret violenta.

[18.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) STRABONE indica i coinfini della Lucania con parole chiare, che però taluni interpreti (ediz. Amstelaedami, 1707, I, 302) per mala punteggiatura rendono oscure, e dicono:

> «Dal Silaro al Lao (_sul Tirreno_), da Metaponto a Turii (_sul mare Jonio_), e nell’interno da’ Sanniti (_cioè, dagli Irpini, ovvero dall’alto Ofanto presso Conza_): l’istmo che si stringe da Turii a Cirella presso il Lao misura 300 stadii». Lib. VI, 392.

[19.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) Ciò si ricaverebbe dal «Libro delle Colonie» se il testo può ritenersi incorrotto, ove si legge (V. _Gromatici veteres_ del LACHMAN, sopracitato, pag. 208):

> _Provincia Brittiorum… Ager Buxentinus_ (altro cod. _Buxentianus_) _a_ (triunviris veteranis?) _est adsignatus in cancellationem limitibus maritimis_. — Conf. MOMMSEN, in _Corp. Ins. Lat_., vol. X, pag. 85.

[20.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) V.N. 517 e 519 nel _Corp. Ins. Lat_., vol. X.

[21.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) _Corp. Ins. Lat_. vol. X, pag. 85\. È un’iscrizione di Telese: _Q. Herennio Silvio Maximo C. V… Jurid. per Calabr. Lacaniam Brittios_, etc. — In un’iscrizione greca lo si trova indicato per l’Apulia, Ia Calabria e la Lucania: δικαιοδότης (_juridicus_) Απυλιας Καλαβριας Λυκανια (_sic_); — _Apud_ MOMMSEN, _Ephem. epigr_. IV, p. 224.

[22.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) Nelle _Notizie degli scavi di antich_. del Dicembre, 1880:

> _Q. Calpurnio C. F. Quir. Modesto. Proc. Alpium Proc. Ostiae ad ann. Proc. Lucaniae Corpus mercatorum framentariorum_, ecc.

[23.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) _Corp. Ins. Lat_. vol. IX, N. 324:

> P.P. (Praepositus) _tractus Apuliae Calabriae Lucaniae Bruttiorum, ob… singularem industriam ad quietem regionis servandam. Postulatu populi D.D.P_.

[24.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) Conf. _Corp. Ins. Lat_. vol. IX, n. 29\* e 180\*. Sono due iscrizioni di Ceglie e Mirabella, l’antica Eclano, che il Pratilli, il Lupoli, il Corcia ed altri riferiscono per vere.

[25.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) V. _Corp. Insc. Lat_. n. 468 del vol. X.

[26.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) La costituzione di Costantino Magno 319 (nel Cod. Teod. di cui _infra_) si dice ricevuta dal Correttore Ottaviano in Reggio. Quella di Valentiniano I, nel 364, si dice (_ibidem_) ricevuta dal Correttore Artemio in Salerno. — Conf. GIANNONE, _Stor. Civ_. lib. II, c. 3, § 3.

[27.](x01_CAPITOLO_19.xhtml) Dei _Corrector Lucaniae et Brutiorum_ sono finora noti i nomi che seguono (Conf. GIANNONE, _Storia Civile_, lib. II, c. III, § III. ANTONINI, p. 113\. MARQUARD, _L’amm. publ. romana_, pag. 252\. — _Corp. Ins. Lat_. vol. X, _pass_.):

1º Il primo sarebbe quel _Tetrico_, che, preside di Aquitania, venne de’ suoi soldati sollevato allo Impero: ma vinto che fu, per segreti patti, da Aureliano, questi lo nominò di poi «Correttore della Lucania» secondo _Eutropio_ (9, 13), _Vopisco_ (_Aurel_. 39) ed _Aurel. Vietor_ (_Caes_. 35); e ciò tra il 270 e il 275\. Ma Trebellio Pollione (_Trig. tyr_. 24) scrisse, invece, che Aureliano _Tetricum Correctorem totius Italiae fecit, id est Campaniae, Samnii, Lucaniae, Brutiorum, Apuliae, Calabriae, Etruriae, atque Umbriae, Piceni et Flaminiae, omnisque annonariae regionis_. Il Marquard, nella prima edizione dell’opera sull’Amministrazione romana, suppose che i Correttori, potevano, forse, prendere il titolo di _Correctores Italiae_ per opposizione delle provincie fuori d’Italia; e così il Correttore della Lucania si sarebbe appellato ufficialmente _Corrector Italiae, regionis Lucaniae_; che poi scrittori poco diligenti, per brevità, confusero nei titoli. Ma, nella posteriore edizione dell’opera stessa, è venuto nella sentenza del Mommsen; il quale fondandosi non solamente sul passo surriferito di Trebellio Pollione, ma su cenni di parecchi testi epigrafici, è venuto nella conclusione (da noi seguita nel testo) che fino al 290 l’Italia stette sotto un solo _Corrector_; e che solamente solo dopo Diocleziano fu aumentato il numero di questi magistrati, e furono messi a capo di alcune circoscrizioni o provincie, di quelle create da lui. Gli scrittori che accennano a Tetrico quale _Corrector Lucaniae_, avrebbero dunque attribuito i titoli del loro tempo ad un periodo più antico. Ma la materia, per vero dire, non è ancora fuori discussione.

2º _Claudio Ploziano_ (Dalle lettere del 314, nel Cod. Teodosiano, lib. II, tit. 29, 1).

3º _A. Meihilio Hilariano,_ nell’anno 316 (Nel Codice stesso, lib. 9, tit. 18, 1\. E nel Cod. Giustinian. 1, 15, _de decur_. lib. X).

4º _Ottaviano_ (Da lettera del 319, nel Codice Teod. \[lib. VII, tit. 22, 1\] ricevuta dal _Corrector_ in Reggio).

5º _Alpinio Magno_ del 323–6 (Da una iscrizione di Salerno. — _Corp. Ins. Latin_. vol. X, n. 517).

6º _Atenio_, o _Artemio_ (Da due costituzioni di Valentiniano a lui dirette nel 364 \[_Cod. Teod_. lib. 8, tit. 3, 1\] una delle quali ricevuta dal _Corrector_ in Salerno).

7º _Q. Aurelio Simmaco_, nel 365\. — L’Antonini (pag. 115) riferisce anche il nome di _Q. Aurelius Nicomachus V. C. Corrector Luc. et Britt_.: che è lo stesso di questo Q. Aurelio Simmaco, famoso.

8º _Britius Praesens, V.C_.: in un marmo trovato tra Velia e Pesto. Fu certamente non il suocero di Commodo, né probabilmente uno dei suoi figli o nipoti (a cui si riferisce l’Antonini); ma altri dello stesso nome, e del IV secolo. — Conf. _Corpus Ins. Latin_. n. 468, vol. X.

9º _Rullus Festus V.C_. (Da una iscrizione di Grumento. — _Corp. Ins. Latin_. vol. X, n. 212).

10º _Annio Vittorino V.C_. (Da una iscrizione di Salerno. _Corp. Ins. Latin_. n. 519, vol. X).

11º _Venantius Vir spectabilis_: dei tempi di Teodorico (526). Da lettere in Cassiodoro, _Variar_. lib. III, 8, e in Marini, _Pap. dip_. p. 138.

Nello stesso Cassiodoro sono quattro lettere, una diretta a «Vitaliano V.C.», due ad Anastasio, ed un’altra a «Maximo V.S.», intestate a ciascuno di loro come a _Cancellario Lucaniae et Brutiorum_ (_Variar_. lib. XI, 39, e XII, 12, 14 e 15). Erano per le provincie Ufficiali superiori dell’ordine finanziario, come Ragionieri o Ricevitori delle imposte, anziché, come oggi diremo, Segretarii Generali delle Prefetture o Correttorie.

# CAPITOLO XX

## CONDIZIONI CIVILI, POLITICHE E RELIGIOSE DEI POPOLI LUCANI

  
Plinio ricorda undici popoli che costituivano la nazione Lucana; e furono, secondo egli li nomina per ordine alfabetico, i popoli di Àtene, di Bantia, di Eburi, di Grumento, di Potentia, di Sontia, e i Sirini, i Tergilani, gli Ursentini, i Vulcentini, e quei di Numistrone. Sarebbe egli probabile che qualche altro nome mancasse a questo catalogo di undici nomi? Livio accenna a dodici popoli del Bruzio[1](x01_CAPITOLO_20.xhtml): è il numero dodici si sa che era misteriosamente sacro a parecchi dei vecchi popoli italici.

Quegli undici o dodici popoli erano dunque le membra organiche e capitali della antica federazione delle genti lucane, pria che non fu sciolta, come tutte le altre, da Roma che li vinse e sottomise. Ed io penso che furono essi le primissime tribù, i primi _clan_ che occuparono le terre all’oriente dei Silaro: e, come primogeniti o primivenuti, costituirono poi le città prevalenti, ovvero gli Stati Uniti della federazione lucana.

Ciascuna di esse era come un cantone ovvero un distretto dello Stato federale; ed a ciascuna erano aggregate e politicamente dipendenti altre popolazioni sparse pel circondario della città stessa; e raccolte in vici, o paghi, o fori, o castelli, o conciliaboli, come li chiamò l’ordinamento amministrativo di Roma repubblicana. In origine, l’embrione ovvero il nucleo della città non fu che un _arx_, o recinto fortificato, a cui ricorrevano, con la famiglia e il bestiame, le popolazioni sperse pei campi d’intorno, a riparo di pubbliche violenze e di guerre.

L’_arx_ man mano divenne centro dello Stato embrionale, in cui il capo del _clan_ e il _meddis–tatico_ della tribù rendeva giustizia, e sacrificava agli iddii della gente nelle pubbliche solennità. E, come altrove, anche ivi il giorno delle pubbliche riunioni, o per adire il giudice o per assistere a pubblici sagrifizii, fu giorno delle transazioni dei piccoli commerci e del pubblico mercato. L’_arx_ ben presto crebbe in curia, in foro, in tempio. Ma le popolazioni continuarono sempre a vivere sparse, a gruppi di case, pei campi: è noto anzi dagli storici, che i Sanniti vivevano appunto _vicatim_[2](x01_CAPITOLO_20.xhtml). Era costume e tradizione di tutta la razza italica.

Quand’essi arrivarono invasori o coloni forzati nella regione, non erano al certo in un grado di civiltà progredita. Erano anzi, a mio avviso, in uno stato che diremo più prossimo a barbarie che a civiltà. Ma non dimenticheremo che l’uno e l’altro concetto è idea relativa: e ricordiamo, se vi piace, che l’arrivo di essi nella regione che fu detta Lucania, avvenne, secondo i nostri computi cronologici[3](x01_CAPITOLO_20.xhtml), assai tempo innanzi all’epoca tarda che alla loro migrazione assegnerebbero il Niebhur ed altri. Essi, di stirpe osco-sabellica, parlavano l’idioma osco; ma non avevano ancora l’uso della scrittura: ed anche questo è conferma al nostro concetto della maggiore antichità di loro venuta.

Che non avessero ancora l’uso della scrittura, è lecito arguire dal fatto che tutti i monumenti scritti, fino ad ora noti, de’ popoli lucani, non sono altrimenti che in caratteri greci o latini, quantunque la parola sia di lingua osca. Non sono in caratteri oschi, ovvero umbri, o falisci, o etruschi, quali si riscontrano nelle iscrizioni osche del Sannio, e in quelle delle razze sabelliche, non che delle etrusche[4](x01_CAPITOLO_20.xhtml). I Lucani dunque non conobbero la scrittura, se non dopo che essi ebbero relazione con i Greci, cioè non prima dell’anno 400 a.C.; se questo fu, come si crede, il primo ovvero uno dei primi loro incontri con gli Elleni di Posidonia. E se ad altri piacesse supporre che avessero tolto l’alfabeto greco ai Greci della Campania (che è il paese di loro origine secondo che per noi fu detto) noi non ci opporremo; ma la congettura avrebbe bisogno di un qualche indizio di prova; e per ora non c’è.

Occuparono la regione di viva forza, com’è da credere; perché il paese era già in possesso di altri popoli, Enotri, reliquie dei Siculi e frammenti di più vetusti popoli, nonché dei coloni greci delle città alle spiaggia sul mare. E l’occupazione di viva forza suppone, per quel remoti tempi, o l’esterminio o la cacciata totale del primi abitatori, ovvero, più probabilmente nel caso nostro, la sottomissione loro al nuovi arrivati. E di qua una condizione di cose, negli ordini sociali, che fu o di schiavitù, o di servaggio, o di dipendenza almeno tributaria dei vinti ai vincitori, dei vecchi ai nuovi coloni. Che questo stato intermedio tra la schiavitù e la dipendenza servile esistesse nell’antica società lucana, se ne ha la riprova dal fatto ben noto dei Bruzii, che o pastori, o ribelli, o servi fuggitivi che si dissero dai Lucani, indicano senza dubbio una classe sociale in sottomissione politica o in dipendenza tributaria da un’altra superiore. Nè quando i Bruzii si staccarono dai Lucani può credersi che cessasse ogni condizione di schiavi o di servi nel sociale ordinamento di questi ultimi: tutta l’antica società aveva uno de’ suoi fondamenti sulla schiavitù: le continue guerre, quando non sterminassero i prigionieri, li facevano servi; le leggi e le consuetudini rendevano servi i debitori insolvibili; e se schiavi erano presso la nazione sannita (quando nelle ultime vicende della guerra dei Socii Quinto Silone e Papio Mutilo accrebbero i loro eserciti del Sannio con gli schiavi che liberarono), si ha ragione di credere nella stessa condizione di cose per il paese abitato da gente della stessa razza. Ne avremmo anzi pei Lucani una pruova diretta, se si potesse fare assegnamento sicuro sulla interpretazione della iscrizione osca di Antia; che scritta in lettere greche (e però non potrebbe essere più antica del secolo V a.C.) fa parola di «_servi pubblici ed artefici, che di loro pecunia innalzarono_» certo monumento funerario[5](x01_CAPITOLO_20.xhtml).

Indipendentemente dagli schiavi, era la società lucana divisa in classi, che qualche accenno di storici romani dicono «di plebei e di ottimati» i quali, come in tutte la antiche società, erano probabilmente divisi tra loro di nascita e di autorità politica, non soltanto di averi e ricchezza. La diversa fortuna doveva fin d’allora essere fomite o radice[6](x01_CAPITOLO_20.xhtml) a gravi moti intestini (e lo attesta Livio), e questi moti ribollivano e rinfocolavano nei tempi di guerre, secondo la natura delle cose, e con quei forse non dissimili paurosi fenomeni che si ripetono all’età moderna. Ai tempi d’Annibale (scrive Livio) «una medesima malattia, quasi come una certa pestilenza avea occupato tutte le città d’Italia: che le plebi fossero discordanti dagli ottimati, e che il Senato fosse volto ai Romani, e la plebe al favore dei Cartaginesi»[7](x01_CAPITOLO_20.xhtml).

Non abbiamo elementi di fatto superstiti onde si possa arguire il grado di civiltà loro propria, indipendentemente dai Greci, e prima dei Romani. Le reliquie che ancora avanzano, poche ma splendide, le opere di fabbrica o di disegno o di scalpello, appartengono tutte o alla civiltà della gente ellena delle città italiote, o alla civiltà latina dei tempi, senza dubbio, molto posteriori all’autonomia della Lucania. Male, dunque, si arguirebbe Ia civiltà o la cultura artistica di questa nazione dagli avanzi meravigliosi dei tempii di Pesto e di Metaponto, dalle monete di conio stupendo di Velia, di Eraclea, di Metaponto, o dalle sculture, dai musaici, dalle terracotte di Metaponto o di Velia, dalle opere della toreutica o di gliptica scoverte ad Armento, a Pesto, e in altri luoghi della Basilicata, che sono opere greche; nè si arguirebbe meglio dagli avanzi di tempii, di teatri, o anfiteatri a Grumento, a Tegiano, ad Àtena, a Venosa, altrove, nè dalle opere di scalpello, quale è il magnifico sarcofago scoverto a Rapolla che è scultura romana dei tempi di Claudio, o l’altro bellissimo scoverto a Barile, di arte greca, e del tempo degli Antonini[8](x01_CAPITOLO_20.xhtml). Tutte opere di un’età quando la Lucania era già romana, i lucani erano già italici, e l’Idioma osco aveva ceduto al latino.

Ma chi può dire a quali sorprese non sia per serbarci l’avvenire, prossimo o lontano che sia?

Pure testé un eminente archeologo, esaminando in Acerenza alcuni cimelii venuti fuori dal territorio di quella città, crede di aver trovato un’opera dell’arte lucana indigena, riscontrando in essa un’impronta affatto nuova alla scienza dell’antichità, È una statuettina in bronzo che servì di pinacolo al coverchio d’un vaso, e rappresenta, di un lavoro grossolano, una donna interamente panneggiata, con un partito di vestimenta punto somigliante a quelle delle genti greche o romane[9](x01_CAPITOLO_20.xhtml). Un gruppo in terra cotta, trovato in Àtena, è giudicato dallo stesso archeologo come opera dell’arte indigena lucana, verso il secolo IV a.C.: rappresenta una donna in lunga veste a pieghette, con un mantello a cappuccio eretto sul capo; si reca in braccio un fanciullo, e un altro le viene da presso, e questi con in ano un uccello: opera di rozzo stile e barbarico, anziché arcaico; ma, di certo e per molti rispetti, importante[10](x01_CAPITOLO_20.xhtml).

Né, a giudizii di loro cultura, troveremmo miglior fondamento nel lavoro delle monete delle loro città; la leggenda greca che esse portano, e la conformità intera di esecuzione a quelle dei Bruzii, anch’esse in greci caratteri, faranno restare in dubbio, se eseguilte da artisti italioti, o da artisti indigeni alla gente lucana. Ma se mancano i monumenti, non perciò ci arresteremo alla parola di Strabone. Egli li dice barbari, e si riferisce ai Lucani invasori delle città greche, e però dei tempi più remoti, e in confronto, senza dubbio, ai Greci: pei quali era barbaro chi non parlasse la divina lingua di Sofocle o Platone. Ma se di fronte ai Greci dell’Ellade o delle città italiote, erano di certo men progrediti nelle industrie della civiltà e negli splendori della cultura, erano men corrotti di costumi, meno sopraffatti dai raffinamenti della stessa civiltà.

Venuti nella regione all’oriente del Silaro, o che si voglia per isciami di «sacre primavere» o per violenza d’invasori, poiché erano parte di quella numerosa gente osca, onde diramarono Sabini, Marsi e Sanniti, anche i Lucani, si ressero a forma di governo, che fu proprio di quelle genti, cioè a sistema federativo di città, o Stati che abbiano a dirsi, indipendenti.

Quando stanziarono nella regione lucana, erano già usciti dallo stato di _Clan_, o tribù retta a governo patriarcale. La storia li incontra nelle condizioni, proprie alla civiltà italica antica, di aggregazioni, cioè di popolo retto a consigli pubblici dei capi-famiglia, che eleggono temporaneamente o periodicamente chi amministri per tutti. È l’embrione del municipio, che Roma perfezionò e trasmise ai popoli oltre i confini d’Italia. Le sparse aggregazioni della stessa migrazione, vivendo in mezzo a popoli d’altre razze e nemici, era natural cosa si stringessero in lega per ragione di difesa e d’offesa.

Avanzando i tempi e la storia facendosi più chiara, si incontra i Lucani come una federazione unica, retta da unica potestà sovrana; e benché in certi momenti d’agitazioni intestine, anche essa la federazione fosse scissa in parti, o in fazioni (come può arguirsi dai fatti delle guerre di Alessandro epirota o di Annibale) ciò nulla toglie alla verità del concetto, che era federativo il sistema politico, ond’erano retti. Anche quella loro moneta, che porta appunto la leggenda di _Loucanom_ cioè «moneta del popoli Lucani» è prova diretta del sistema federale delle loro città.

Strabone ricorda che si reggevano a governo popolare; però in tempo di guerra si creavano un re[11](x01_CAPITOLO_20.xhtml): e vorrà forse intendere dell’_embratur_, che era la parola osca a significare il capo degli eserciti delle genti sabelliche: e che fu il tipo dell’_imperator_ ai Romani.

Ma da un frammento di Eraclide Pontico si caverebbe[12](x01_CAPITOLO_20.xhtml) che i Lucani si reggessero a re, e che un loro re aveva nome Lamisco. Ma quale assegnamento può farsi su questa notizia di fatto nonché frammentaria, ma del tutto contraria e difforme dall’ordinamento politico delle stesse genti, onde i Lucani derivarono? Chi voglia accettare la testimonianza di questo lontano scrittore, del secolo IV a.C., pervenuta a noi in frammenti messi insieme nel medio–evo, si decida a riattaccare il Lamisco al periodo dei tempi di re Latino, di re Pico, di re Fauno, di re Evandro, che appartengono alla leggenda, o all’era dell’ordinamento patriarcale che è al di là della storia.

Quale città fosse il capo politico della confederazione lucana non si sa. Eppure, era necessario che un qualche luogo fosse stabilito come il centro, ove si raccogliessero i concilii delle genti, e vi risiedesse la potestà suprema della federazione. Forse era diritto che toccasse di periodo in periodo ad una, e poi ad un’altra, delle città degli Stati Uniti; e questo potrebbe spiegare, perché nessuna notizia è giunta a noi della città capitale dello Stato. Ma quante notizie non ci ha involate il tempo! Un cenno di Strabone farebbe credere che «la metropoli» (com’egli la chiama) dei Lucani fosse Petilia[13](x01_CAPITOLO_20.xhtml); città ancora ai suoi tempi ricca di popolo e forte di opere naturali e artefatte.

Questa parola di Strabone ha fatto sorgere nella storia della Lucania una questione topografica e storica; che la boria municipale ha di solito gonfiata, e la poca lealtà degli storici municipali ha svisata.

E innanzi tutto, di quale Petilia intende parlare Strabone? Si ha sicura notizia di una Petilia, di greche origini, nella regione dei Bruzii, sui contrafforti della Sila verso il Jonio, ove oggi è posta Strongoli, non lungi di Cotrone. Fu forse questa la città «metropoli» dei Lucani? — Chi per la greca parola «metropoli» del geografo intende, all’uso moderno, capitale d’uno Stato, è d’avviso che una città capitale dello Stato non potesse restare ad un estremo lembo dello Stato stesso; anzi ben lontana dalle sedi prima occupate dalla stessa gente. Onde vennero nel concetto che un’altra Petilia era mestieri fosse esistita nella Lucania propriamente detta, diversa da quella presso il mar Jonio là dove è Strongoli. Messi quindi alla caccia di quest’altra città, ecco il barone Antonini, che afferma aver trovato delle lapidi scritte, onde era manifesto che la Petilia, veramente lucana, esisteva già nella regione dello odierno Cilento; anzi (diceva luì) fosse stata proprio là dove si vedevano certi ruderi antichi sul monte della Stella, nella valle del fiume Alento. Ma l’amore di patria abbarbagliò l’Antonini: le sue lapidi sono roba falsa, a giudizio di autorevoli quanto illustri dotti moderni[14](x01_CAPITOLO_20.xhtml); e il miraggio antoniniano è scomparso. Però sorvennero altri, i quali fondandosi sopra un marmo scritto che è d’autentica fede[15](x01_CAPITOLO_20.xhtml) e ancora esiste nella odierna Àtena nel vallo di Tegiano, trasportarono cotesta Petilia, capitale della gente lucana, a Polla che è presso Àtena stessa.

Che sia esistita una «Petilia lucana» è possibile; ma non basta ad affermarlo né il senso del passo straboniano, nè le vaghe congetture di qualche scrittore, né le sforzate interpretazioni nostre a qualche frase di scrittori antichi. Nella enumerazione degli undici popoli della nazione Lucana che ne fa Plinio, non sono i Petelini; e se la loro fosse stata città capo della federazione, il silenzio di Plinio sarebbe inesplicabile. Resta dunque dubbia, chi non voglia negare del tutto, l’esistenza di cotesta Petilia lucana; ma ad ogni modo, il posto di essa a Polla è ancora meno ammissibile, che al monte della Stella presso l’Alento[16](x01_CAPITOLO_20.xhtml).

Ma la Petilia del Jonio fu dunque la città capitale dei Lucani? Niebhur disse che l’affermazione di Strabone era per lui inesplicabile; e passò oltre senza pronunziarsi[17](x01_CAPITOLO_20.xhtml); altri dotti giudicarono che il luogo straboniano fosse guasto; e corressero, sostituendo ivi la parola «Conii» (di cui sarebbe stata metropoli la Petilia) alla parola «Lucani» dell’edizione volgata[18](x01_CAPITOLO_20.xhtml). Altri, ricordando che le territoriali conquiste dei Lucani si estesero, per la penisola Bruzia, fin presso allo stretto siculo, nonché all’istmo scilacio, vogliono che si abbia ad intendere che «Petilia fu metropoli degli stabilimenti lucani in questa regione che poi fu dei Bruzii»[19](x01_CAPITOLO_20.xhtml). In tanta discrepanza di opinioni quello che a me pare certo (se giudico dal contesto del discorso del geografo) si è che il luogo di Strabone è guasto; e penso che, ad ogni modo, il valore di quella parola «metropoli» abbia a significare non città capo di una regione, ma «città primaria» della regione[20](x01_CAPITOLO_20.xhtml). E pertanto il problemi della capitale dei popoli Lucani resta ancora insoluto.

Gli storici di Roma chiamano «Senato e magistrati» in genere l’assemblea deliberante ed il potere esecutivo di cotesto ordinamento federativo[21](x01_CAPITOLO_20.xhtml). Non sappiamo altro; né del senno e della energia di cotesto organo possiamo farci un concetto esatto, poiché mancano i fatti che non siano fatti di guerra: questi però bastano a darci di essi un’idea alta di patriottismo, non che di tenacità, di energia e di sagrificio per l’indipendenza della patria.

Ma tra le tante notizie delle cose loro che andarono perdute, troviamo, con giusta meraviglia, questa, che tra le ambascerie mandate da vari popoli a complire Alessandro il Grande di sue vittorie nell’Asia, vi furono gli ambasciatori dei popoli lucani[22](x01_CAPITOLO_20.xhtml). Ecco un testimonio indiretto della vista acuta e lontana del governo politico lucano; testimonio che accenna a combinazioni e relazioni diplomatiche di uno Stato che è già uscito dall’isolamento della barbarie, e fa giusto giudizio delle forze anche morali, per l’autonomia e l’equilibrio degli Stati.

Le loro città, che furono capo di minori aggregazioni ovvero cantoni, non si ressero altrimenti che a forma di municipio. Ebbero Comizi e Senato; ed è ben noto che il capo della città era detto _medix touticus_, con parola che risponderebbe a _judex_ di tutti, o del popolo, o della città. Nei monumenti scritti di altre genti osche si trova menzione anche di un _medix degetasius_ e di un _medix vesune_[23](x01_CAPITOLO_20.xhtml). Forse i _meddices_ erano due in ogni città, come i due Consoli a Roma: nelle iscrizioni osche di Pompei si trova anche il _Kwaistur_ o questore e l’_aidilis_.

Pei popoli lucani esiste un singolare monumento in lingua osca che è la famosa tavola di Bantia. Conteneva un complesso di leggi, delle quali quelle che avanzano si riferiscono indubbiamente agli ordinamenti amministrativi e giudiziarii della città di Bantia. Ragioni intrinseche ed estrinseche fanno credere che il prezioso monumento sia del II secolo a.C., e propriamente di quel periodo di anni che corrono dal 573 al 636 di Roma, ossia dal 181 al 118 a.C.[24](x01_CAPITOLO_20.xhtml). Importante quale è per la notizia della costituzione dei municipi italici prima della legge Giulia e della guerra Sociale, il monumento bantino non è però lo Statuto municipale di Bantia; ma contiene un certo numero di articoli, che sarebbero di aggiunte o modificazioni allo Statuto della città; se si può rettamente giudicare da quel tanto che resta dalla tavola che è monca. Queste che ne avanzano sono disposizioni relative al censo, alla giurisdizione civile, ed all’ordine gerarchico delle magistrature bantine, e in sì breve campo monumento di non breve importanza.

Coteste leggi, coteste modificazioni ovvero aggiunte allo Statuto della città le ebbe sanzionate il popolo di Bantia nelle sue politiche assemblee? Così parrebbe, se Bantia era una città autonoma; e parrebbe tale, se ebbe magistrati suoi propri, comizii pubblici, giudizii popolari, e se faceva da sè il censimento de’ suoi cittadini. Ma gl’interpreti non sono, tutti, di questo avviso. La tavola di Bantia, secondo il Breal, verrebbe da un _praefucus_ o prefetto di Roma; ovvero da commissarii incaricati dal Senato Romano di rivedere la costituzione del municipio, forse all’occasione del _foedus_ di sua alleanza con Roma. La interpretazione non in tutti i particolari filologici del monumento incontrastata, non lascia senza dubbii lo storico[25](x01_CAPITOLO_20.xhtml).

Fra i magistrali municipali di Bantia, vi si fa menzione certa del _Censtur_ o Censore, che faceva il censimento, e del _Praefucus_, che corrisponderebbe alla parola _praefectus_. Inoltre gl’interpreti vi trovano menzione anche del _Praetor_, del _Quaestor_, e di _Tribunus populi_ o _plebis_. Il Pretore presiedeva ai giudizi, che però erano resi dal popolo: ed il _Praefucus_ o prefetto probabilmente (poiché l’interpretazione è dubbia) era a Bantia un magistrato di ordine inferiore al Pretore, di cui faceva straordinariamente le veci. Ma per verità a queste tre ultime parole corrispondono, nel monumento bantino, unicamente delle sigle o lettere iniziali; e queste gl’interpreti affermano recisamente, che tale, e non altro, è il nome del magistrato che all’abbreviazione grafica risponda.

Un articolo di cotesto novello statuto di Bantia ordina cosi:

> «Quando i censori di Bantia faranno il censimento della popolazione, chiunque sarà cittadino di Bantia dovrà esser censito lui e la sua possidenza (_esuf in eituam — ipsum et pecuniam_) secondo la legge, che i censori stabilirono al censimento. Ma se qualcuno non venisse a farsi iscrivere per mala fede, e fosse convinto di ciò, egli nei comizi (_comonei_) sarà venduto (_lamatir_) dall’autorità del Pretore (_Pr. meddixud_), alla presenza del popolo, per la di lui frode: e si venderà il rimanente di sua famiglia (_in amiricatud alio famelo in ei sivom_) e lui. E tutto quanto non sarà stato censito sarà del pubblico»[26](x01_CAPITOLO_20.xhtml).

La durezza della pena (se la interpretazione è del tutto certa) non faccia senso: è la stessa che a Roma nel tempo della Repubblica confiscava i beni e vendeva come schiavo chi, in frode della legge, si sottraesse al censimento.

Altre somiglianze con gli ordinamenti di Roma scernono gli interpreti nella tavola di Bantia. Così in ogni giudizio per «fondo o pecunia»[27](x01_CAPITOLO_20.xhtml) il magistrato non terrà l’assemblea che dovrà rendere il giudizio, se non dopo che siasi annunziato quattro volte l’affare innanzi al popolo: alla quinta volta sarà pronunziata la sentenza. Il popolo adunque, rendeva giudizio anche in materia civile; e la sentenza non era resa se non dopo quattro intimazioni.

L’ultimo frammento della tavola accenna al corso degli onori nella città: e si prescrive che a Bantia non si potrà essere Censore, se prima non si fu Questore e di poi Pretore: con lieve differenza dell’ordine delle magistrature in Roma.

Fra’ magistrati è fatto cenno di un _t. pl_. o _Tribunus plebis_: ed è un riferimento importante all’istituto del Tribunato nell’ordinamento statuale delle città italiche antiche.

Questi monumenti sventuratamente dànno poco, però quel poco è sodo. Ma tale non è, a mio avviso, il ricordo di alcune leggi delle genti lucane, che ci pervennero, raccattate ad intenti etici, da alcuni antichi scrittori. Una di queste leggi prescrive che il mutuo fatto a persona data all’ozio e al largo vivere, non trovi, come ora diremmo, azione giuridica presso il magistrato[28](x01_CAPITOLO_20.xhtml): e sarebbe legge di popolo molto civile (cioè di avanzata civiltà) e molto ingenuo. Un’altra legge puniva chi avesse negata ospitalità sotto il proprio tetto al viandante che la richiedesse[29](x01_CAPITOLO_20.xhtml); e mostrerebbe un tempo di civiltà, quanto a commercii, ancora embrionale; che se fu bisogno d’una legge punitiva a promuovere la virtù dell’ospitalità, questa non più fu virtù: la virtù era dileguata. E intanto Eraclide, dei tempi di Aristotile, disse «i Lucani, ospitali e giusti»[30](x01_CAPITOLO_20.xhtml); e questa è testimonianza di voce pubblica che arrivò lontana; e perciò di maggior valore, che non siano i due frammenti di legge testé ricordati, raffazzonature di retori, o invenzioni di moralisti. Di queste invenzioni etico-idilliche abbondano le letterature di carattere «alessandrino», a cui manca il senso storico dei tempi e dei luoghi. E per non uscir molto dal nostro soggetto, ricorderò quello che fu detto dei Sanniti[31](x01_CAPITOLO_20.xhtml) (e si dovrebbe credere lo stesso dei Lucani), che, cioè, per eccitare gli animi alla virtù, avevano istituita la «bella» costumanza, come la qualifica Montesquieu, che vietava ai genitori di dare essi il marito alle loro figliuole; queste dovevano essere di ricompensa ai servizi resi alla patria. Quindi nei giorni solenni e nel foro delle città si radunavano a branco da un lato le giovinette, e da un altro a branco i giovani; gli anziani erano giudici: la più bella delle fanciulle, la più nobile e ricca al più savio, al più valoroso dei giovani; la men bella al meno savio; e la più brutta al più tristo. Che più! Se lo sposo ricompensato oggi dalla bellezza venisse il dimani a mutar di costumi, i magistrati di quest’Arcadia dipinta gli toglievano la sposa… Per me, quello che sorprende in tutta questa storia della valle di Tempe! è la estasi di Montesquieu a raccontarla![32](./images/#Ns%5Fback-nota-32) Lui, un uomo di quell’acume e di quel senno!

Ma più che agli storici moralisti e al filosofo civile del secolo XVIII, crederemo al Poeta nostro, che in versi immortali descrive la virtù maschia e l’educazione dura della gioventù sabellica, che con Roma vinse Pirro, Antioco, Annibale, gioventù assueta a costringere la gleba a produrre i tesori della ricchezza, e domare i buoi e soggiogarli all’aratro, e portare la sera al focolare domestico sugli omeri invitti il fascio della legna, che aveva recise il giorno a comando della madre severa[33](x01_CAPITOLO_20.xhtml). E Silio Italico[34](x01_CAPITOLO_20.xhtml), quando ricorda la gioventù

> Lucanis excita jugis, Hirpinaque pubes;
> 
> Hos venatus alit, lustra incoluere, sitimque
> 
> Avertunt fluvio, somnique labore parantur,

renderà dell’educazione maschia dei Lucani testimonianza poetica, ma, nella sua sobrietà, più credibile che non siano le amplificazioni dei raffazzonatori di vecchie storie, quale è Giustino il compendiatore di Trogo[35](x01_CAPITOLO_20.xhtml). Educazione maschia: assueta da teneri anni alle opere virili di lavoro e di forza; schiva di allettamenti che le raffinatezze del lusso consentono e impongono; educazione austera conforme al concetto tipico della virtù delle razze latino-sabelliche, per cui la civiltà era un vivere semplice e schietto, chiuso negli affetti di famiglia, poco incline alle consuetudini di vita aperta e pomposa. Di qua il tratto, che gli antichi ricordarono come caratteristico alla gente lucana, la gelosia, cioè, per le loro donne. Era, in fondo, caratteristica di tutta la razza italica, che per bocca di Roma loda la virtù della matrona che tutta la vita resta a casa a filar lana; ma fu pei Lucani qualità che ebbe a rivelarsi più spiccata nelle relazioni con i loro vicini e soggetti, i popoli greci, dai costumi facili e leggieri, dal vivere splendido e festoso.

Se sappiamo tanto poco degli ordinamenti politici della gente lucana, sappiamo anche meno dei loro istituti religiosi. Dei culti, delle credenze, degli istituti religiosi delle razze osco-sabelliche (materia oscura, confusa, inconcludente per tutte le genti italiche e per la stessa Roma innanzi al travasamento, poco spiegato, di tutto l’olimpo greco nelle credenze romano-italiche) non è arrivato fino a noi si può dire che l’ignoto o l’assurdo. Degli Iddii proprii alle antichissime genti lucane non potremmo indicare altro che un «Iddio _Comnaro_» adorato dai popoli Irtini, che abitarono per la valle dell’alto Bradano, intorno al colle che anche ora è detto _Irso_, presso Montepeloso, che oggi si dice Irsina. Ma il significato che attribuirono al nome di codesto Iddio è ancora ignoto; anzi non debbo omettere che è messa in dubbio l’autenticità della stessa iscrizione, ove è cenno del dio Comnaro e dei popoli Irtini[36](x01_CAPITOLO_20.xhtml).

A Compsa, oggi Conza, che era al confine tra Lucani ed lrpini, è ricordato da Livio il «tempio di Giove Vicilino»[37](x01_CAPITOLO_20.xhtml). Erano probabilmente numi epicorei o di qualche tribù: ma generale a tutta la gente era Giove Lucezio[38](x01_CAPITOLO_20.xhtml), il Dio massimo delle antiche popolazioni osco-italiche, perché Dio della luce, del ciel sereno, e forse dell’ordine cosmico e sociale. Altro massimo Iddio loro era Mavors, Mamers, o Mars, che fu, innanzi tutto, dio della distruzione e della morte: dio terribile, a cui nelle pubbliche calamità si sagrificava tutto ciò che nascesse in primavera sul territorio della tribù, non esclusi i fanciulli: finché in tempi di minore barbarie questi sciamarono, sacrati all’Iddio, per altre sedi, simbolo incruento della primitiva primavera sacra. A Mars si dissero sacri il lupo distruggitore del gregge, e il picchio che del suo forte becco batte e martella il tronco dell’albero, e caccia e fa guerra alle formiche. Ma oltre che dio della distruzione, dovè essere anche dio della fecondazione e della vita, per quell’immanente legame cosmico tra i fenomeni della vita e della morte.

Se le credenze e gli istituti religiosi sono tra le più tenaci credenze e tra i meno mutevoli istituti dei popoli, non sarebbe inopportuno di trarre lume alle credenze religiose dei Lucani da quelle che erano presso gli antichi Sabini, loro antichissimi progenitori, o dai meno antichi Sanniti, loro consanguinei. Ma anche qui il campo, quando non sia vacuo del tutto, è seminato d’incognite o di enigmi. Secondo Varrone, sarebbero state deità dei Sabini queste che egli dice onorate di are e d’iscrizioni dal re dei Sabini Tito Tazio, e sono: Opi, Flora, Vediove, Saturno, il Sole, la Luna, Vulcano, Summano, Larunda, Termine Quirino, Vortunno, i Lari e Diana Lucina. Ma il significalo preciso per la stessa promiscuità dei nomi, ci manca; sicché l’utile che se ne può cavare è poco meno che nulla.

Un monumento sannitico, di ordine jeratico, contiene davvero una litania di nomi di iddii, che furono probabilmente del Panteon sannitico e delle genti osche; ed è la tavola in bronzo, che è detta di Agnone, e che venne trovata intatta nel 1848, fra le rovine ove fu _Bovianum vetus_. Qui sarebbe stato un tempio della federazione sannitica, e gli Iddii della tavola sarebbero gli Iddii di quella federazione; ai quali, se la interpretazione ha dato nel chiodo, si dedicano delle are e dei posti nel recinto del tempio.

Vi si nomina un dio a «Vescis» che risponderebbe a Pan che pascola, cura e protegge gli armenti; un dio «Evius» che identificano all’Hebone della Campania greca e al Jacchus–Sabatius dei Sabini; e un dio o dea «Ceres» che vuolsi sia Cerere; tre deità che presiederebbero, nelle adorazioni sannitiche, ai pascoli, alle vigne, ai cereali.

Altre are si dedicano a «Futris» dea della riproduzione, ovvero della gestazione del feto; ad «Intersita» che vogliono sia Vesta, ovvero il nume che protegge la stabilità del limite nel campo; are ad un «Amma» che sarebbe l’afflato fecondatore dei venti; are alle «Linfe»; are ad un dio o dea del «possesso legale»! Vengono poi i nomi di altra classe d’iddii, cioè: «dèi sotterranei, dèi del mattino», quindi Giove, detto una volta Pubblico, un’altra volta Regnatore; quindi Ercole; poi la dea «Patana–Fidia» che è la Fede e risponde al non ignoto Deus-Fidius dei Sabini; ed in fine la dea «Geneta» o delle generazioni[39](x01_CAPITOLO_20.xhtml). La litania è lunga: ma poco male, se si avesse più luce che ombra! e intanto noi si ripete la litania della tavola di Agnone non altrimenti della povera donna, che biascica il latino del suo rosario.

Tito Livio chiama Giove il dio supremo dei Sanniti, e ricorda antichi riti solenni, che i sacerdoti e i magistrati rinnovavano per rendere i giuramenti terribili e sacri ai guerrieri che si votavano alla vittoria e alla morte. È il noto giuramento in Aquilonia dei Sanniti, guerreggianti i Romani l’anno 449 di Roma, o 293 a.C.

Allo sforzo delle armi i Sanniti, dice lo storico[40](x01_CAPITOLO_20.xhtml), avevano aggiunto anche gli aiuti degli iddii, avendo quasi iniziati i loro soldati in un certo antico rito di sacramento ed ordinato per legge che chi dei giovani non si presentasse alla posta di guerra, o chi senza licenza si partisse, il capo di esso fosse consacrato a Giove. Tutto l’esercito fu condotto ad Aquilonia, ed erano 40.000 uomini. Colà, in mezzo agli accampamenti, era un luogo chiuso, di tavole e di graticci, e coperto di tele: dugento piedi lungo per ogni lato. Quivi si fece il sacrifizio, secondo l’ordine letto in un antico libro di lino, da un tale Ovio Pactio, sacerdote di grande età, il quale affermava aver tratto i riti di quel sacrifizio dall’antica religione dei Sanniti.

Compiuto il sacrifizio, l’araldo chiamava uno per uno i soldati; i quali messi dentro al recinto venivano innanzi ad un altro apparecchio di sacrifizio, alto a muovere gli animi con la riverenza della religione, perché ivi erano altari, e intorno le vittime del sacrifizio uccise, e appresso i centurioni con le spade nude in mano. Il soldato che entrava era fatto accostare all’altare quasi a mo’ di vittima anziché di adorarne, e gli si chiedeva giurare che nulla avrebbe manifestato di quello che avrebbe visto ed udito. Di più era costretto a pronunziare una terribile formula di giuramento, invocando gran male sul suo capo e dei suoi e della sua famiglia, se egli non andasse in guerra là dove i capi lo guidassero, o se si fuggisse dalla battaglia, o se altri che ne fuggisse, non ammazzasse. Chi ricusò di darlo, fu trucidato, esempio agli altri che tentennassero. Da essi il capitano elesse dieci, i primi: e impose che ognuno di loro eleggesse un altro uomo, e così successivamente seguitassero fino al numero di sedicimila. A cotesti eletti furono date elette armi e prestanti, appariscenti con elmi e pennacchi. E costoro furono quella legione, come si disse, «linteata», consacratisi a morte con riti solenni e misteriosi della patria religione. — E vi tennero fede.

Il trasformamento dell’antica religione delle genti italiche nella religione ellenica, e l’amalgama del Panteon delle une con quello delle altre avvenne non meno per Roma, che per le popolazioni della stessa Italia. Il processo intimo di questo oscuro e grande fatto è ignoto, nonché ignorato, e non se ne ha notizia che per gli ultimi risultamenti. È probabile che per le popolazioni di lingua osca, quale Bruzii e Lucani, accadde anche prima che in Roma; poiché erano più prossime agl’influssi della splendida civiltà delle città elleniche italiote.

Le monete dei popoli «lucani» che hanno la leggenda in greco, e che dai caratteri è lecito riferire non oltre al secolo IV a.C., portano la impronta di Pallade armata; di Ercole coperto il capo della pelle leonina; di Giove con l’aquila e il fulmine; di Marte galeato; di Cerere coronata di spighe. Era dunque il Panteon ellenico già penetrato, anzi già vincitore del Panteon delle popolazioni lucane al secolo IV a.C.

Superfluo intrattenersi delle divinità che le monete delle città italo-elleniche ricordano: come di Ercole, di Pallade e di Apollo laureato ad Eraclea; di Cerere, di Pallade, di Apollo o Giove laureati, e di Mercurio a Metaponto; di Nettuno, di Pallade, di Diana a Posidonia; di Pallade, di Nettuno, di Apollo e di Diana a Sibari; forse di Mercurio a Siri; e l’impronta di Pallade, d’Ercole e di Giove laureato a Velia.

Coll’estendersi della dominazione romana, col flusso e riflusso del coloni che Roma mandava nelle interne città della Lucania, nuovi culti, nuovi istituti religiosi s’aggiungevano a quelli della nota religione dei Romani. Il culto verso gli imperatori fatti divini dai riti dell’apoteosi dopo la morte, mostra testimonianze copiosissime in tutte le città, di cui avanzano monumenti epigrafici. Augustali e ministri dei Lari degli Augusti a Potenza, a Grumento, ad Àtena, a Volcei, a Pesto. Auguri a Grumento e a Potenza. Flamine di Roma e del divo Augusto a Potenza, Flamine di Tiberio Cesare a Pesto; e del divo Vespasiano a Volcei; ove fu pure il flamine perpetuo del divo Adriano.

A Potenza, culto di Cerere, con un collegio di sacerdotesse quindecemvirali[41](x01_CAPITOLO_20.xhtml): culto a Venere Ericina e culto alla Mefiti, che è detta, e non so spiegarlo, Utiana: la quale avrebbe avuto culto e sacrarii anche presso l’odierno paese di Tito, ove sono polle di acque putenti di zolfo; se è vero che ivi fosse stata trovata una iscrizione, per me ignota, alla dea Mefiti[42](x01_CAPITOLO_20.xhtml). A Grumento, culto e collegio a Venere, collegio di sacerdotesse a Giunone, culto a Silvano. A questo antico dio delle foreste, che poi ebbe culto con preghiere e banchetti sacri (e non so perché) per la salute degli imperatori, sono testimonianze di un collegio e di banchetti sacri periodici a Volcei e suo contado[43](x01_CAPITOLO_20.xhtml). Culto d’Esculapio ad Àtena, e forse a Tegiano. Culti orientali di Mitra, che è il Sole nella pienezza della sua forza diurna, furono a Grumento ed a Venosa, importativi senza dubbio da quei soldati veterani, che ebbero stanza e beneficio di campi nel territorio di esse. Culto alla madre magna, che fu Cibele, ad Àtena; culto e sacerdozii alla Mente Bona in Pesto. A Velia fu celebre il culto di Cerere; e di là ne venne probabilmente la prima volta a Roma; le sacerdotesse di Cerere in questa città dovendo essere di nazione greca sia per tradizione di antico rito, sia perché la liturgia era in greco, esse non vennero altrimenti che o da Velia o da Napoli[44](x01_CAPITOLO_20.xhtml).

A sei miglia da Posidonia, verso il fiume Silaro, era il famoso tempio di Giunone Argeia, o Areia. Il posto del tempio, se a sinistra o a destra del Silaro, era ed è in dubbio presso gli scrittori; oggi è dubbia anche la denominazione se Argea o Areia. Ma è più importante la notizia, per cui ci occorre di farne parola in questo luogo.

Quando pei soverchianti influssi dell’aria pestifera fu abbandonata la città di Pesto, gli abitanti si ritrassero là dove surse nel medio evo quel paese di Capaccio, che oggi è detto «vecchio» a breve distanza dell’odierno Capaccio. In Capaccio vecchio è la vecchia e vasta chiesa cattedrale: e in questa esiste ancora oggi una statua in legno dorato, in atto di sedere in trono: la quale è detta la _Madonna del granato_, perché porta in mano appunto una melagrana. Fu recentemente notato, che questa statua, segno di antico e recente culto di popolo devoto, ha lo stesso attributo del granato, che aveva in mano la famosa Era di Argo nella statua scolpita da Policleto, e descritta da Pausania[45](x01_CAPITOLO_20.xhtml): e fu parimenti notalo che su qualche antica moneta di Posidonia è improntato un ramo d’albero, e la figura della melagranata[46](x01_CAPITOLO_20.xhtml). L’erudito uomo che fece questo raffronto, venne nell’avviso, che

> «l’origine di questa Madonna del granato, il cui culto dové essere trasferito nel principio del medio evo da Pesto a Capaccio, si abbia a ricercare nella Dea del granato degli antichi, che era la Giunone Argia. Ai tempi della conversione delle popolazioni di Posidonia–Pesto al cristianesimo, la Vergine Maria ebbe a soppiantare Era nel santuario alle sponde del Silaro; e nella sostituzione dell’una all’altra deità era naturale, che il simbolo speciale o l’attributo plastico dell’una si trasmettesse all’altra»[47](x01_CAPITOLO_20.xhtml).

Dal che, se è vero, com’è lecito credere, seguirebbe questo, che la Giunone del Silaro aveva, come quella d’Argo di Policleto, il simbolo del granato; e che il tempio di essa, di dubbia sede, era posto nel territorio appartenente alla città di Pesto; però alla sinistra, e non alla destra del Sele: anzi per questi rapporti (non esiterei a crederlo) proprio là dove surse, al dileguare del culti pagani, la chiesa della Madonna del granato, sul colle del vecchio Capaccio[48](x01_CAPITOLO_20.xhtml), prossimo e in vista del mare

  
#### NOTE

[1.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) LIVIO, lib. V, dec. III, § 1; ma ivi per verità è indicazione ambigua.

[2.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) LIVIO, lib. IX, dec. I, § 13\. _Samnites ea tempestate in montibus_ vicatim _habitabant_.

[3.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) Nel capitolo II.

[4.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) L’unica iscrizione osca, e in grafia osca, di Venosa non contradice all’osservazione nostra. Venosa fu tenuta dai Sanniti (STRABONE, VI, 390\. ORAZIO, _Sat_. II, 1); ed essa, ai confini della Lucania, fece poi parte dell’Apulia.

[5](x01_CAPITOLO_20.xhtml) Questa iscrizione fu trovata nel territorio di Anzi, alla contrada San Giovanni, un chilometro dall’abitato: oggi è fabbricata in una casa del paese (in LACAVA, _Metap_. 8, 1891). Andrea Lombardi ne rilevò la copia, che fu pubblicata nelle _Memorie dell’Istituto archeologico_ di Roma (t. II, 231): e del Lombardi ho sott’occhi due apografi, con qualche lieve diversità tra loro (per esempio, nell’ultima linea, l’uno ha IEOIBPA… e l’altro, come nelle stampe, IEΣOIBPA…) — È scritta in lettere greche. — Fu pubblicata nel _Corp. Insc. Graec_. vol. III, n. 5776, e nel FABRETTI, _Glossar. Ital_. tav. LVI, senza interpretazione; nel CORCIA (_Op. cit_. III, 81) con la spiegazione del Jannelli; nel DE RING, _Histoire des Peuples Opiques_, Paris, 1859, al n. 37 delle tavole: e in questo ultimo libro la interpretazione, cui accenno nel testo, direbbe (pag. 292):

> _Quod publicorum servorum et opificum casas purgaverit, atque illico sevigaverit, sua_ (pecunia) _illud puratum grati libentes_.

Cataldo Jannelli, dottissimo uomo, che per vie oggi non consentite, intese a spiegare l’osco, l’umbro, l’etrusco e i geroglifici egizii, mediante il semitico, ne aveva tratto quest’altro significato:

> _Aedes ad corporum reliquias populi_ EINCA (Anzi!) _appellati. Primores populi occupent medium, extremum occupabuntur tenuiores. Servat reliquias populi haec aedes_. — (Nel libro _Veterum Oscorum Inscriptiones_, etc. Neapoli, 1841, pag. 114).

L’editore della iscrizione nel _Corp. Insc. Graec_. pubblicando il testo del Lombardi, nota:

> _Vix haec graeca inscriptio est, licet graecis literis concepta. Prima vox videtur esse Πωτεολ, quod in memoria revocat Puteolos — ?_

Ma la si giudica osca; e CORSSEN interpreta:

> _Quod extruere cinerarium et ollarium Cahus pollicitus est, in eo collocavit sic id votum Meiaianae_.

Un’altra interpretazione ne promise _Buecheler_, che la crede scritta in versi saturnini: ma non so se pubblicata.

[6.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) LIVIO, lib. X, dec. I, § 18:

> _L. Volumnius consul… et Lucanorum seditiones, a plebeis et egentibus ducibus ortas, summu optimatum voluntate Q. Fabium proconsulem, missum eo cum celeri exercitu, compresserat_. L. Volunnio fu console Ia prima volta nel 447 di R.-307 a.C., Ia seconda nel 458-296.

[7.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) LIVIO, lib. IV, deca III, § 2; e lib. V, deca III, § 16.

[8.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) Il grande sarcofago di Rapolla fu trovato nel 1856 nella contrada _Albero in piano_, a sei miglia da Venosa; oggi è in Melfi. Il Lenormant, che lo descrive brevemente (_à travers l’Apulie et la Lucanie_, I, pag. 175), lo stima uno dei più belli ed importanti del genere. Ha intorno alla cassa sedici nicchie con altrettante statue in alto rilievo, tra cui distinguono Venere, Marte, Apollo, Atalanta e Meleagro. Sul coperchio è distesa, come su letto, una donna che dorme: e dalla foggia di acconciatura dei suoi capelli il Lenormant è tratto a pensare che l’opera sia dei tempi di Claudio o Nerone. Il Minervini, che lo descrive largamente nel _Bullet. Archeol. Napolet_. del 1856 (riprodotto in Araneo, _Notiz. stor. di Melfi_. Firenze, 1856, pag. 586), lo ritiene opera non anteriore ai tempi degli Antonini.

Il sarcofago di Barile fu descritto da Raoul-Rochette negli _Annali dell’Ist. archeol_. del 1832, vol. 4, ove sono pure due riproduzioni grafiche (una però molto abbellita dall’artista) delle figure del monumento. È scolpito sulle quattro faccie, ciò che lo rende opera singolare e notevole: Riproduce dieci figure in tre distinti gruppi, di cui la composizione principale è Achille in Sciro. Sul fronte aveva incise queste sole parole: METILIA TORQUATA, a cui forse fu posto. Il Raoul-Rochette lo stima opera generica di qualche officina della Grecia, e di là trasportata al luogo ove era destinato; dell’età, probabilmente, prossima al secolo degli Antonini. — Oggi è nel Museo Nazionale di Napoli. — Se ne vede una riproduzione grafica nella _Illustr. Ital_. di Milano, 3 luglio 1898.

[9.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) LENORMANT, _à travers l’Apulie et la Lucanie_, Paris, 1883, I, 287, dice:

> «Petite statuette en bronze d’une femme entièrement drapée; l’exécution est grossière, le costume de la femme tout particulier. C’est une œuvre lucanienne indigène, d’un caractère nouveau pour la science».

Fu acquistata pel museo del Louvre.

[10.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) Segnatamente se rappresentasse il costume della gente. Il LENORMANT, _Op. cit_. II, 86, descrivendo il gruppo si esprimeva così:

> «Ces différents personnages sont vêtus de longues robes plissées à plusieurs étages de jupes peintes en rouge ou en bleu foncé. Ils ont des colliers à plusieurs rangs de gros grains qui tombent bas sur la poitrine, avec d’énormes bulles comme pendants de milieu. Un grand voile d’étoffe épaisse, qui semble de grosse laine, ou plutôt une sorte de manteau à capouchon, qui a été coloré en rouge, est posé sur Ia tête de Ia femme et l’enveloppe par derrière, en descendant raide, sans pli, jusqu’à ses pieds. Comme type d’art et de costume tout à Ia fois, ce groupe est des plus courieux».

[11.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) STRABONE, V, I, 391:

> _Popularis reipublicae apud eos gerebatur administratio, sed in bellos rex ab iis creabatur_.

[12.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) Eraclide di Sinope, detto Pontico, fu discepolo di Platone, di Speusippo ed anche d’Aristotile; scrisse un’opera «sugli Stati» di cui non si ha che frammenti ed estratti.

Il frammento, di cui nel testo, trovasi in Eliano, _Var. Histor_.

[13.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) STRABONE, VI, pag. 390\. Petilia Lucanorum urbs primaria: — μητρόπολις τῶν Λουκανῶν.

[14.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) Vedi Corpus Insc. Lat., vol. X, fra le «Falsae et suspectae» ai nn. 105\*, 113\*, 114\*, 116\*, ecc. — Già Pasquale Magnoni, uomo dotto, di fine giudizio e dello stesso Cilento, le aveva dichiarate false allo stesso Antonini nella — Lettera al barone Giuseppe Antonini contenente alcune osservazioni sui di lui discorsi della Lucania (Napoli, 1763). — Ma di cotesta Petilia si parlerà ancora più innanzi, al capitolo XXII.

[15.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) È riferita la n. 338 del _Corp. Insc. Latin_., vol. X. È un titolo di Onore che posero ad A. ANTONIO PELAGIANO POM. IIII VIRO EQUITI ROM. CUR. R. P. ET PATRONO DECURIONES, AUGUSTALES ET PLEBS PETELINORUM; il quale Pelagiano era, probabilmente, _civis_ di Àtena, perché esistono ivi al di lui nome anche titoli sepolcrali.

Da questo titolo onorifico posto al _Curator reipublicae_ dei Petelini, e in considerazione che sia quasi impossibile che un marmo da Strongoli, sul Jonio, l’antica Petili, fosse trasportato, senza una nota ragione, in Àtena del vallo di Tegiano, dedussero i nostri eruditi che una città di Petilia esistesse nelle prossimità dell’odierna Àtena.

Ma è d’uopo ricordare questo, che i _Curatores reipublicae_, surti dopo i tempi di Traiano, erano nominati dall’Imperatore; e (scrive il MARQUARDT)

> «di regola, non fra i cittadini della stessa città, ma o da un altro municipio, o fra le classi più ragguardevoli dell’Impero. Il _Curator_ stette per grado molto al di sopra de’ magistrati municipali: egli non usò guari di prendere dimora nella città cui era preposto, ma esercitò il suo ufficio, di ispettore, sovente in più di un municipio contemporaneamente.
> 
> Tale condizione di cose mutò forse dopo il governo di Severo: perché da allora in poi il _Curator_ è un magistrato ordinario scelto tra i cittadini medesimi» (MARQUARDT, _L’amministraz. publ. romana_. Vol. I, pag. 174, trad. it., Firenze 1887).

E dopo di ciò, il fondamento della induzione dei nostri eruditi svanisce. Il popolo di Petilia onorò il suo _Curator_ o Patrono con un titolo nella di lui nativa città, di Àtena.

[16.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) Nelle vicinanze dell’odierno paese di Polla imbocca sotterra (in certe circostanze) una parte del fiume Tanagro, per scaturire, come si crede, fuori dalle grotte di Pertosa. — E Plinio ricorda (II, 105) che appunto quel fiume scomparisse _mersus in Atinate campo_. Questo semplice accenno esclude del tutto la esistenza di una Petilia ivi presso a Polla, poiché il territorio della moderna Polla appartenne invece all’antica Àtina nominata da Plinio. — E questo dato di fatto non mi consente di aderire alla opposta sentenza dell’egregio F. CURCIO RUBERTINI, autore di una notevole _Storia della Lacania dalle origini ai tempi nostri_. Napoli 1877, della quale mi duole non sia ancora pubblicato il 2º volume.

[17.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) NIEBHUR, _Le istor. Romane_, I, 80 (Napoli, 1846): — «In qual senso Petelia è chiamata metropoli dei Lucani, e Cosenza dei Bruzii? È un enigma».

[18.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) CORAY, e dopo di lui MILLIGEN (_Ap_. CORCIA, _Op. cit_. III, 266).

Ma anche ammessa questa correzione, il luogo del geografo non cesserebbe dal parermi guasto.

[19.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) LENORMANT, _Grande Grèce_, I, p. 386\. Ma anche a lui non doveva sembrare corretto il passo di Strabone: poiché mentre questi ivi parla dei «Sanniti» che circondarono di fortilizii la Petilia, egli invece attribuisce coteste opere di fortificazione ai Lucani, quando costoro «verso il principio del VI secolo (cosi è scritto, ma vuolsi leggere IV a.C.?) estesero la loro dominazione verso il sud».

[20.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) E Infatti lo stesso Strabone, allo stesso luogo, lib. VI, dice: _Siegue Cosenza metropoli dei Bruzii_, e si esprime come intendesse dei suoi tempi. Ma ai suoi tempi la confederazione dei Bruzii non esisteva più da secoli: nè esisteva autonomia loro di sorta; giacché i Bruzii erano allora compresi nella IV regione _Lucania et Brutiorum_ di Augusto. Epperò Cosenza non poteva essere «città capitale» dei Bruzii, ma «città primaria» sì. In numismatica, sono note le monete di gran numero di città, che portano scritto il titolo di Metropoli. «Roma (dice il Barthélemy) diede il titolo di metropoli a gran numero di città, di tal che nella stessa provincia se ne numerano parecchie, e allora la più potente era μητρόπολις πρωτη» (_Manuel de numismatique ancienne par J.B.A.A. Barthélemy_, ediz. 1866, p. 25).

[21.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) LIVIO, lib. VIII, dec. I, § 27:

> … _Concitati homines (lucani) cogunt clamore suo Magistratum Senatum vocare; et alii, circumstantes concilium, bellum in Romanos poscunt: alii ad concitandam in arma multitudinem agrestium discurrunt_.

[22.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) ARRIANO, _De spedit. Alexand. Mag_. lib. VII, 475: _Ex Italia quoque Brutii, Lucani ac Tusci… legatos miserunt_.

[23.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) Sul cippo di Abella, e in iscrizioni di Antinum o Milionia dei Marsi.

[24.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) La _Tavola_ di Bantia è scritta da due parti: da una è lo Statuto bantino, in lingua osca, ma in caratteri insolitamente latini: dall’altra è inciso un plebiscito, in latino, che è una legge di Roma, e non ha relazione col primo. Quest’ultimo è pubblicato nel _Corp. Insc. Latin_., vol. I; nel _Gloss. Ital_. del FABRETTI, p. CCCXI, n. XLI.

L’epoca dello Statuto municipale bantino è stabilita secondo i dati che seguono:

> «Nel plebiscito latino è fatta menzione dei triumviri _agris dandis adtribuendis_, che furono istituiti da Tiberio Gracco verso il 621 di Roma o 133 avanti Cristo: e che come _treviri agris dandis adtribuendis judicandis_ perderono questo ufficio giudiziario nel 625-129, e furono soppressi nel 636-118, o poco prima: dal che si deduce che quel plebiscito non potè essere reso che nel corso di questi quindici anni. Si può dunque avere per certo che lo Statuto municipale di Bantia sia anteriore a cotesta epoca.
> 
> Ma in questo Statuto è detto che l’ufficio di Censore non si può ottenere prima dell’ufficio di Pretore, e questo non prima di aver esercitato l’ufficio di Questore: grado e procedimento gerarchici, imitati senza dubbio dal diritto romano, secondo un principio sviluppato, a quanto pare, nella legge _Villia annalis_. Questa legge stabiliva che i candidati ad una carica curule dovevano avere una certa età, determinata: da che ebbe a seguire senza dubbio un certo ordine gerarchico di gradi; quantunque non fosse stabilito espressamente dal legislatore: dovè quindi, col tempo, derivarne un dritto consuetudinario, di cui troviamo le traccie in questa legge di Bantia… Ora, se il plebiscito romano è degli anni tra il 621 o 636 di Roma (133 o 118 avanti Cristo), e se la legge _Villia annalis_ fu promulgata, come si sa, nel 573-181; ne viene che lo Statuto municipale di Bantia fu dato fra queste due epoche; e che perciò si vuol riferire alla fine del sesto, o ai principii del settimo secolo di Roma». — _Ap_. MAX. DE RING, _Hist. des peuples opiques_. Paris, 1859, p. 216.

[25.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) All’APPENDICE, in fine al volume, riportiamo il testo osco della _Tabula_, con la interpetrazione datane da M. BREAL nel 1881.

Il lettore Italiano vegga lo _Studio_ di CARLO MORATTI, _Sulla legge Osca di Bantia_, Bologna, 1894 (estr. dell’_Archiv. Giurid_.)

[26.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) Secondo l’Interpretazione del BREAL segnatamente delle parole _lamatir, amaricatud, famelo, etc_. — La interpetrazione del MORATTI ne tempera la durezza, e traduce: _et venum dato illum servum, et pecunia ex toto, quae ejus erit, quae incensa erit, publica esto_.

[27.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) Giudizio «di fondo o pecunia» interpreta il Breal. Altri interpretava giudizio «de capite et pecunia» cioè criminali e civili. Pertanto l’uno e l’altro ordine di giudizio sarebbe attribuito al popolo.

[28.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) Presso STOBEO, _Sermones_, 42:

> _Lucani ut aliorum eriminum , sic etiam luxuriae et alii causas agunt. Quod si quis homini luxurioso mutuasse aliquid convincatur, privatur mutuo dato_.

[29.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) ELIANO, _Var. Hist_., lib. IV, cap. I:

> _Lucanorum lex sic se habet: si sub occasum solis venerit peregrinus, volueritque sub tectum alicujus divertere, et his hominem non susceperit, muletetur: et poenam luat inhospitalitatis_.

[30.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) In ANTONINI, p. 28.

[31.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) STRABONE, lib. V, p. 383.

[32.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) _Esprit des lois_, cap. VII, cap. XVI.

[33.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) HORATIUS, lib. III, ode VI. Mi sia consentito di ripetere le indimenticabili parole del poeta:

> Non his juventus orta parentibus
> 
> Infecit aequor sanguine Punico,
> 
> Pyrrhumque et ingentem cecidit
> 
> Antiochum, Hannibalemque dirum:
> 
> Sed rusticorum mascula militum
> 
> Proles, sabellis docta ligonibus
> 
> Versare glebas, et severae
> 
> Matris ad arbitrium recisos.
> 
> Portare fustes; sol ubi montium
> 
> Mutaret umbras, et juga demeret
> 
> Bobus fatigatis, amicum
> 
> Tempus agebns abeunte curru.

[34.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) _Punic_., lib. VIII, 571.

[35.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) GIUSTINO, lib. 23:

> _Lucani liberos suos iisdem legibus quibus et Saprtani instruere Soliti erant: quippe ab initio pubertatis in silvis inter pastores habebantur, sine ministerio servili, sola veste quam induerent, vel cui incumbarent, ut a primis annis duritiae parsimoniaeque, sine ullo usus urbis assuescerent. Cibus his praeda venatica, potus lactis aut fontium liquor erat. Sic ad labores bellicos indurabantur._

[36.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) Questa iscrizione fu pubblicata la prima volte dal MARTORELLI (_De Theca calamar_. Nap. 1756, p. 503) che l’ebbe dal Zavarroni, vescovo di Tricarico, in copia «storpia o malconcia». Fu trovata verso il 1753 nel territorio di Grassano, che confina con i clivi detti di _Monte Irso_, in quel di Montepeloso. Alla Iscrizione che è scritta in dorico, mancavano pressoché intere le due prime linee, e Martorelli le suppliva, congetturando, e traduceva: (Aegrotabat Achlles, et Aurelia) _coniux ipsisus votum solvit jovi Comnaro et jovi Liberatori_ (διι Κωμναρωι και διι ελευθερωι) _pro ipsisus et civium Hirtinorum_ (πολιτῶν Ιρτινων) _salute horum omnium auctori_. Per la parola _Comnaros_ ricorse al semitico: gli parve significasse _æstuans ignis_, e di qua il concetto dell’intera iscrìziorio come posta ad un Iddio detto _vindex et ultor_, perché aveva liberato da un contagio, per bruciante caldura, le terre ed i popoli Irtini (_lupiter pestiferum hunc ardorem immittens_ κομναρος _nomine salutatus est_). Mons. Lupoli, vescovo di Montepeloso, supplì le lacune con altri nomi, e il _Deus Comnaros_ spiegò _Giove Pluvio_: perché la pioggia aveva fatto cessare il contagio! Per CORCIA (III, 575) è Giove _auxiliator_. — Il Mommsen, ricordando la fede letteraria non incorrotta del Zavarroni, disse recisamente parergli fittizia la iscrizione (_Corp. Insc. Latin_., vol. X. p. 21); ma a tanto non era arrivato il dotto editore del _Corp. Insc. Graecar_. (vol. III, p. 762\. n. 5874), il Franz, che si contentò di un dubbio, e scrisse: _si genuina est haec inscriptio, satis antiqua est_ (non però anteriore al 405 av.Cr., poiché è in lettere euclidee). Giova notare, in proposito, che il Franz scrisse da prima (ivi, a p. 762) che non _Irtinon_, ma _Irpinon_ dovesse leggersi: però nelle _addenda et corrig_. del volume stesso (p. 1260) riconosce che Ia vera lezione è Ιρτινων. Nel CORCIA si legge (p. 574) che il titolo lapideo «si conserva nel villaggio di Grassano» (e lo asseriva sulla fede specialmente del Lupoli): ma ivi non esiste più, né se ne ha ricordo; e le più recenti investigazioni fatte, ae premure, dall’on. F.P. Materi sono riuscite infruttuose. — Non pertanto, quanto a me, io non metto in dubbio l’autenticità dell’iscrizione. — Non credo però all’autenticità del frammento — IOVI IRSINIENSI SACRUM — in lapide che si dice trovata in Irsi (_ap_. lanora, _Mem. Montepeloso_, 1901, p. 518): e che se fosse vero confermerebbe il _lovi Comnaro_: al quale… io credo ancore, perché non veggo la ragione della falsificazione addebitata a Mons. Zavarroni; e perché il titolo fu vinto dal Lupoli a Grassano, ove era stato trasportato dal Mons. Checcoli: prove estrinseche queste all’autenticità di esso.

[37.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) TITO LIVIO, lib. IV, dec. III, § 44:

> _Et in locis Vicilini templo, quod in Compsano agro est, concrepuisse…_

[38.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) SERVIO ad Aen. IX, 569:

> _Sane lingua osca Lucetius est Jupiter dictus a luce, quam praestare hominibus dicitur_.

[39.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) Secondo una non recente interpretazione di Mommsen.

Ultimamente da noi CARLO MORATTI ne ha dato una più specifica interpretazione, nella _Rivista di filologia classica_, e in estratto: _L’iscrizione osca di Agnone e gli indigitamenti_. Torino, 1899\. Nel tempio o piuttosto recinto sacro (_hurtin_) di Agnone erano are per le divinità, nella tavola indicate:

> «… Le prime 10 sono protettrici e fautrici dello sviluppo del grano affidato al grembo della terra; seguono 3 divinità protettrici e regolatrici dell’integra e giusta misura del podere e della casa erettavi; le 2 seguenti sono divinità che presiedono alla fecondazione ed alla nascita degli uomini e animali nel recinto domestico del podere; l’ultima è la divinità, personificata in un’ara che guarda puro il fuoco e la santità domestica».

Erano gl’iddii protettori della semenza, della inviolabilità del fondo, e del domestico focolare.

[40.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) LIVIO, lib. X, dec. I, § 38.

[41.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) _Corp. Ins. Latinar_., vol. X, n. 129: — _Cereri… Bovia Maxima Sacerdos XV viral_.

[42.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) Ne è cenno presso il CORCIA, _Op. cit_., III, 84\. — Ma nel _Corp. Ins. Lat_., vol. X, non si trova.

[43.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) _Corp. Ins. Latinar_., vol. X, n. 444.

[44.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) V. CICERO, _pro Balbo_, 24, 55\. — Val. Max., I, 55.

[45.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) _Descrizione della Grecia_, II, 17, 14.

[46.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) _Malum punicum_, dice CARELLI: _Numis. Vet. Ital_., n. 55-56.

[47.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) Parole dol signor GAETANO FEROLLA, in una sua lettera a F. Lenormant (pubblicata nella _Gazette archéologique de Paris_, 31 juillet 1883): ma la congettura fu già messa innanzi dal signor GIOVANNI RICCIO, suocero del Ferolla, nel suo libro: _Storia e topografia dell’antica Lucania_, parte 2ª, p. 51, Napoli, 1876; al quale vuolsi riferirò il primo concetto.

Il LENORMANT dice la congettura del Ferolla (Riccio) «ingegnosa e certa» e aggiunge:

> «La Madonna della cattedrale di Capaccio vecchio merita d’essere ormai ricordata come un esempio delle trasmissioni di attributi e simboli, che i culti locali del paganesimo fecero ai culti cristiani, che li surrogarono. Ed io credo (egli conclude), che si può ritenere come certo che la Hera del tempio alla foce del Silaro portasse in mano il _granato_, come quella di Argos». — _Gazette archéologique de Paris_: luglio, 1883.

Lo stesso illustre uomo (nell’_À travers l’Apulie et la Lucanie_, II, 221) parve dubitare della vera denominazione di _Hera Argeia_ e preferiva quella di _Areia_; perché la _Juno martialis_ dei Romani sarebbe appunto traduzione di _Areia_: e perché i «migliori» (come egli dice) manoscritti di Strabone hanno _Areia_. Infatti, in un paio di Codici si legge qualcosa come _Ariae_, _Areiae_ e _Arieie_ secondo che si attesta dagli editori di Strabone, nella edizione Didot del 1853, a pag. 974.

Il signor Riccio sullodato (nell’opuscolo: _Osservazioni sulle ultime opere di F. Le normant, relative al tempio di Giunone Argiva_, ecc., nella 2ª edizione di Napoli, 1883-84) sostiene, contro il Lenormant, che il nome della Giunone del Silaro era Argia o non Areia. Olirò la coincidenza del granato della dea di Argo, egli si appoggia ad un’iscrizione posta a _Junoni Argeiae_ «da C. Blando procons.» (_ap_. Muratorl, _Thes_., I, p. XIV), ed alle edizioni vulgate di Strabone.

Per noi, la disputa ha poca importanza. — Vogliamo solamente aggiungere che la iscrizione a Giunone _Argivae_, che monsignor Zavarroni disse trovata in Metaponto, è falsa. — Conf. _Corp. Insc. Latinar_. X, n. 17\*.

[48.](x01_CAPITOLO_20.xhtml) Anche questa è congettura del signor RICCIO: _Topog. ant. Luc_., II, pag. 52.

# CAPITOLO XXI

## CONDIZIONI ECONOMICHE

  
Fu tendenza degli scrittori del secolo XVIII quella di esagerare il numero della popolazione dell’antica Italia, nonché della città di Roma. Secondo Giuseppe Maria Galanti, quello che era il reame di Napoli dei suoi tempi, dal Tronto allo Stretto, avrebbe avuto un dieci in dodici milioni d’abitanti, poco prima del IV secolo a.C.: per altri, era anche poco, e si spinse più in su, fino ai 19 milioni! Lo splendore della civiltà greco-romana abbagliava tutti e ingrandiva tutto.

Ma l’analisi accurata dei minuti fatti sociali, che la scienza dell’antichità è venuta di lunga mano raccogliendo, ha potuto ridurre tra giusti confini la sconfinata popolazione della città di Roma, per opera di storici ed economisti moderni. Noi non possiamo darci allo stesso lavoro di analisi per la ragione di cui siamo venuti delineando la storia: le notizie che ci restano non sono che troppo scarse.

Verso il 226 a.C., che è il 528 di Roma, questa che, temendo una novella invasione di Galli, apparecchiava i provvedimenti alla difesa, fece il computo degli armati che i confederati d’Italia potevano darle in aiuto per respingere i barbari. Le tavole militari pervenute a Roma portavano, a testimonio di Polibio[1](x01_CAPITOLO_21.xhtml), che il Sannio avrebbe mandato 70mila soldati a piedi e 7mila a cavallo; i Marsi, i Marruclni, i Vestini e i Frentani, 24mila uomini in complesso; la Lucania 30mila a piedi e tremila a cavallo, che è quasi la meta delle forze sannite. — L’anno 392-90 a.C. o 368 di Roma, i Lucani invasero il territorio di Turii, per oppugnare la città, con un esercito dello stesso numero o poco più, cioè, come ricorda Diodoro Siculo[2](x01_CAPITOLO_21.xhtml), 30mila soldati a piedi e quattromila a cavallo.

Fra questi due termini corre un periodo di poco meno che due secoli; e però la cifra, che pei due termini è la stessa, vuol dire che i due fattori non rappresentano identiche condizioni di cose. La prima del 226 esprime, si può credere, il contingente dei soci alle guerre, dirò esterne al loro paese: ed è diverso e indipendente dal contingente militare che restava, com’è probabile, a casa pei bisogni interni. La seconda cifra del 399 che è la più antica, rappresenta, a mio avviso, il bando di guerra della gente lucana, nazione autonoma e indipendente, e nel periodo di sua floridezza.

Ma, per verità, che cosa possono significarci queste cifre, se non sappiamo in che relazione numerica era presso gli antichi italici il soldato col cittadino, il cittadino con lo schiavo? se ci è ignota ogni notizia degli ordinamenti militari loro; ignoto se esistesse oppur no per la federazione lucana un primo e un secondo, e un terzo bando di guerra! L’aritmetica, politica degli storici del XVIII secolo considerava i combattenti come il quarto della popolazione totale[3](x01_CAPITOLO_21.xhtml). Troppo alta proporzione pei casi ordinari, e per le guerre che non involgessero lo sterminio o la minaccia alla indipendenza di tutta la gente.

Ma pure ammessa cotesta ragione di computi, si avrebbe, circa l’anno 390 a.C. cioè alla fine del secolo IV, una popolazione di 136 mila persone per tutta la nazione o federazione lucana: che per verità non è molto. Ma non entrano in calcolo gli schiavi, che non si ha modo di ragguagliare in qualsiasi misura per quanto approssimativa si voglia; non vi entra (come è chiaro) la popolazione litoranea, sul duplice mare, degli Elleni–italioti. Un secolo e mezzo più tardi, nel 266 a.C., la popolazione sarebbe, invece, diminuita, se si applichi la stessa ragion di calcolo al contingente di guerra lucano contro all’invasione dei Galli. Ma è forza dubitare o della esatta ragione del computo, o degli elementi di cui esso si compone. È probabile che l’offerto contingente non fosse se non una parte, ancorché maggiore, degli uomini atti alle armi, che restavano a presidio delle città lucane. È probabile, anzi certo che nella somma totale non entri il contingente delle floride e popolose città italiote della regione. È inoltre da non omettere l’avvertenza che il progredire dei popoli sulla via della civiltà favorisce e non deprime l’aumento progressivo della popolazione. Con questi criteri, ma non altrimenti che congetturando, ci sia lecito indicare la popolazione lucana, alla metà del III secolo a.C., dalle 200 alle 250 mila persone. Né taceremo, che questa somma aumenterebbe di un terzo e più, se ai numeri della statistica militare, ricordati da Polibio, si applicassero proporzioni che vengono date dalle statistiche italiane dei nostri giorni tra gli atti alle armi, dai 20 ai 40 anni, e la popolazione, che stanno in ragione di circa un undicesimo dell’intero. Ma, per verità, computi poggiati su basi ipotetiche e per tempo, per civiltà, per ordinamenti civili, militari ed economici diverse, non possono dare se non larve di vero, che non chiariscono, ma abbagliano.

  
Non si abbia a credere che tanto numero di popolo fosse unicamente agglomerato in quelle quindici o venti città dell’interno e del littorale, che sono finora conosciute alla topografia della Lucania. Quelle città non furono altrimenti che centri o capi di contado; ma altre e forse in numero maggiore esistevano sparse per la regione. Le tante denominazioni di _civita_ e le numerose denominazioni topografiche di _vietri_, _vetrano_, _vetrice_, _vecchio_, _antico_ date oggi ancora a luoghi, anche inabitati, mostrano, che ivi, nei tempi remoti, erano sedi di popoli; città, o fori, o paghi, o conciliaboli, od oppidi, che si dicessero[4](x01_CAPITOLO_21.xhtml). Ma di ciò in seguito.

La stessa trasformazione dell’agricoltura, che, per tutta Italia e per ragioni generali, passò dalla piccola proprietà al latifondo, dové crescere sui latifondi il numero dei piccoli centri di popolo coltivatore, che di _rus_ crebbero in _vici_, e quindi in paghi. Ai quali piccoli antichi centri dei tempi romani possono attaccare le loro origini una grande parte dei paesi oggi esistenti; benché non appariscano altrimenti alla penombra della storia, se non quando se ne incontra il nome nelle carte feudali dei tempi intorno al mille. Con l’avvento dei barbari le tenebre s’addensano, e la catena della storia si spezza; ma la catena della vita dei popoli non si spezza.

Che il latifondo, causa della perdita d’Italia, secondo la dubbia dottrina economica di Plinio, si estendesse come forma prevalente della proprietà agricola anche in Lucania dai tempi dell’Impero in avanti, si può ricavarlo da parecchi indizi. Nell’alta valle del Silaro, in un Oppido, per noi anonimo, ma dipendente sia dalla città di Eburum, sia da Vulcei, sono nominati i fondi _Junianus_, _Sollianus_, _Percennianus_, _Statulijanus_, _Quaesicianus_, _Gallicianus_, che «con le loro ville» ovvero case coloniche, il proprietario di essi L. Domizio Faone donò al Collegio del dio Silvano del luogo, in voto di certe solennità perpetue che il Collegio sarebbe tenuto di fare per la salute dell’Imperatore[5](x01_CAPITOLO_21.xhtml). Se il latifondo diminuiva il numero dei minori proprietari, era necessità si accrescesse il numero degli schiavi addetti alle culture; e la Lucania doveva averne, al paragone, una quantità strabocchevole, se Giovenale[6](x01_CAPITOLO_21.xhtml) poteva dire a Pontico, che aveva sortito un tristo arnese di servo,

> Nempe in Lucanos, aut tusca ergastula mittas.

Ivi crebbe il numero di quegli infelici, sia per la cultura del latifondo, sia perché coperta la regione di selve, fratte o boscaglie adatte alla pastorizia, era bisogno di frotte di pastori per custodia delle numerose greggi.

Fra questa selvaggia popolazione, usata alle lotte e alla caccia degli orsi[7](x01_CAPITOLO_21.xhtml), dei lupi e dei cignali, che popolavano i densi boschi del territorio, reclutava le sue truppe feroci Lollio, o Spartaco, o Catilina, e quanti insorgessero contro l’ordine stabilito delle cose.

Ma il latifondo, se pure fu prevalente in certa epoca, non diremo che distruggesse del tutto la minore proprietà, la piccola cultura. Sarebbe assurdo. La piccola cultura, libera ed esercitata da liberi coloni, non doveva mancare. Forse più che l’affitto a brevi termini, fu in uso quello a lungo termine, quasi enfiteusi. Le tavole d’Eraclea ne danno un esempio famoso; ma anche da meno illustri monumenti epigrafici si può cavare lo stesso concetto; tali sono certi frammenti di marmi letterati di Tegiano e di Vulcei, che ancora esistono; nei quali si leggono incise le quantità di fitto in moneta, ovvero in moggia di frumento, che dovevano i coloni, che sono indicati nel marmo pel loro nome o pel nome del fondo locato[8](x01_CAPITOLO_21.xhtml).

Un altro marmo letterato, che è il famoso detto della «taverna di Polla» accenna a lotte d’interessi tra aratori e pastori. La bella e fertile pianura di Tegiano, sottratta che fu alle acque stagnanti dalle colmate naturali e dai lavori artificiali di scolo, acconcia quale era a feracità di pascoli, doveva essere tutta invasa da greggi ed armenti; finché la popolazione, crescente per lo stesso aere sanificato, non venne reclamando maggiore spazio all’aratro per la coltura del frumento. Quindi l’antagonismo degli interessi eruppe in lotte di classi; e Roma intervenne. Popilio Lena (che fu console il 622 di Roma, o 132 a.C.), nel celebre marmo itinerario di Polla si vanta, che egli il primo mise a dovere i turbolenti, facendo che «i pastori cedessero agli aratori»[9](x01_CAPITOLO_21.xhtml): indizio di popolazione accresciuta.

Cotesti leggieri indizii non sono se non dei tempi, quando Roma dominò, repubblica e impero, sull’Italia; ma dei tempi più antichi, quando il popolo lucano era a stato indipendente, ogni notizia ci manca, ogni indizio fa difetto. Certo che l’agricoltura dovette essere il fondamento degli ordini economici loro, e dell’economia rurale condizione ordinaria la piccola proprietà e la piccola coltura, anziché la grande. Quando la gente passò il Silaro, non era allo stato nomade o pastorale, ma all’agricolo; e non vennero in terre del tutto selvaggie, se queste già abitate d’altri popoli, i quali erano allo stato agricolo, almeno quelli sottomessi all’impero di Sibari. Del resto, al mostrarsi dei Lucani nella storia le coste marittime erano già abitate da gente relativamente civile; e se quelli non portarono seco dalla Campania onde mossero, la vite, l’ulivo, il fico, ed altri testimonii di una cultura agricola progredita, di certo li trovarono di già introdotti sia dagli Elleni, sia spontaneamente nati sulle spiaggie orientali del Jonio.

Altra e maggiore fonte dell’economia pubblica della gente fu la pastorizia. Numerose mandre di pecore coprivano tutto l’anno le terre della Lucania[10](x01_CAPITOLO_21.xhtml), trasmutandosi alle frescure montanine della state dalle pianure pugliesi e tarantine, o svernanti dagli Appennini nevosi lucani alle pianure sul Jonio. Le razze del buoi lucani furono singolarmente famose[11](x01_CAPITOLO_21.xhtml); forse originate dalle razze rinomate all’antichità dell’Epiro, più che dalle coste illiriche. Il bue della moneta di Sibari è di forme straordinariamente poderose. Ma il maiale è l’animale proprio o pressoché indigeno della regione montuosa, popolata della quercia e del faggio; una razza speciale, a lunga setola e nera (che oggi dicono della Calabria silana), si propagò per la Lucania intorno al monte Pollino, forse dall’incrociamento col cignale, che era abbondantissima selvaggina nei boschi lucani, e che era oggetto alle caccie dell’industria indigena per pascerne le cene signorili all’opulento romano[12](x01_CAPITOLO_21.xhtml).

L’allevamento dei suini fu prevalente nell’economia rurale della regione fin dagli antichi tempi e fino al basso impero. All’epoca di Costanzo e di Teodorico, poiché le Imposte erano pagate in natura, i Bruzii mandavano i loro buoi al fisco romano, e gli abitanti della Lucania provianda di lardo e di carne salata; e la rettorica di Cassiodoro teneva glorioso per gli uni e per gli altri il pascere l’epa di Roma[13](x01_CAPITOLO_21.xhtml). Le carni di maiale battute a minuzzoli e insaccate con sale fu uno dei capi maggiori del loro tutt’altro che largo commercio d’esportazione; i soldati ne portarono a Roma il gusto e il nome[14](x01_CAPITOLO_21.xhtml).

Dell’industria propria alla regione non ci è dato ricordare se non questo. Salagione del pesce, specie le acciughe, sulle coste tirrene da Velia a Posidonia; manifatture di pannilani indigeni ed opifici di fulloni in abbondanza, in causa del clima rigido della regione, dell’uso generale dei pannilani, e della stessa abbondanza della produzione, lanigena. Senza dubbio, fabbriche di armi; e ci è noto che una speciale foggia di scudo fatto di vimini e coperto del cuoio di bue, era proprio dei Lucani[15](x01_CAPITOLO_21.xhtml). Le arti e i mestieri d’importanza limitata al consumo locale, dovettero prendere, come pel resto dell’Italia romana, la forma delle corporazioni. Titoli epigrafici della regione ricordano collegii di «dendrofori» e di «fabbri» ad Eburum, ad Àtena e alle città dell’alto Sele, onde surse quella che oggi è Laviano; a Potenza collegio di mulattieri e d’asinai[16](x01_CAPITOLO_21.xhtml): però cotesto genere di associazioni, se fanno supporre un certo ordinamento di arti a corporazioni, furono innanzitutto «confraternite» che avevano culti, feste, e sepolture proprie.

Ma la Lucania romanizzata mostra avanzi di monumenti e di opere plastiche degne di attenzione, specie in fatto di anfiteatri e teatri, e reliquie di templi e statue, a Grumento, ad Àtena, a Tegiano, a Potentia, a Venosa, altrove. Gli artefici erano senza dubbio della regione, poiché sono scolpite in pietra del paese molte di quelle reliquie che ancora esistono. Più importanti avanzi a Grumento di frammenti di decorazioni architettoniche e di opere statuarie in pietra che non è marmo; ed altre in marmo statuario[17](x01_CAPITOLO_21.xhtml): ma che queste ultime siano opere di arte o di artefici, indigeni, non si può dire di sicuro.

Abbondano delle arti plastiche grumentine le incisioni in pietra dura, di cui ogni giorno si scovrono prodotti per le terre vignate, dove sedeva l’antica città. Non è dubbio che erano a Grumento officine da ciò; ma non debbo tacere che, da quante io ne ho viste, nulla che sorpassi il fare comune del mestiere e la nòta volgare dell’industriale, più che dell’arte: sono, in genere, pietre di appena abbozzate figure; linee grossolane e convenzionale disegno.

  
_Ceramica_

In parecchi punti della regione furono rinvenute, e si rinvengono tutto giorno abbondantissime reliquie dell’arte ceramica italo–greca; e fu dubbio, se questi prodotti del vasaio-artista fossero tutti o parte di fabbricazione indigena alla regione, o se non fossero importati piuttosto dalla Grecia stessa, o dall’Apulia, e dalle fabbriche nolane. Vasi istoriati di fine lavoro vennero fuori dai sepolcri di Pesto, di Armento, di Anzi, e nei campi intorno a Castelluccio. Ma non in queste sole parti della regione i trovamenti; il caso ne ha fatto scovrirne in tombe singolari quasi dappertutto; e così a Miglionico, a Pomarico, a Pisticci, a Matera, a Missanello, a Roccanova, a Sant’Arcangelo, a Vaglio, ad Albano, a Vietri, a Brienza, a Marsiconuovo, e dove no?[18](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Anche a Spinoso, a Moliterno e a Saponara che è surta dall’aulica Grumento: di questa però la necropoli non è scoverta ancora.

I primi ritrovamenti avvennero per caso a Montescaglioso fin dal 1536[19](x01_CAPITOLO_21.xhtml); i ritrovamenti in Anzi, abbondantissimi, rimontano agli ultimi anni del secolo XVIII, nel 1796\. Quelli di Armento, poco meno abbondanti, dai principii del secolo testé passato. Sono la suppellettile rituale delle tombe di gente greco-italica, e di Italici osco-latini, ma iniziati, probabilmente, ai misteri dionisiaci o baccanali.

Delle antiche provincie della bassa Italia tre sole regioni hanno offerto finora abbondanti testimonianze dell’antica ceramica artistica italo-greca, e questa come accessoria necessità di riti funebri. Quelle regioni sono l’Apulia, la Campania e la Lucania; e i trovamenti in esse più abbondanti in taluni luoghi anziché in altri, hanno fatto ritenere che fossero ivi più che altrove officine artistiche pei bisogni della gente. Per l’Apulia si indicano Taranto, Canosa, e Ruvo precipuamente; per la Campania, Nola, dai vasi di singolare finezza, e l’antica Cuma, e, tra altri minori o men noti, Saticula che era presso all’odierna S. Agata del Goti.

Per la Lucania tre centri di produzione sono riconosciuti come certi. Pesto o Posidonia, Anzi, l’antica Antia, e Armento, probabile sede d’ignota città. Pesto ebbe influssi artistici e sbocchi di commercio per la prossima Campania segnatamente. Difettano i trovamenti pel campi di Metaponto e di Eraclea; ma i campi dei circostanti paesi ne hanno dati: — forse, ai bisogni di quelle città, prossime a Taranto, provvedeva il mercato di Taranto, che è poi da altri stimato come la sede precipua dell’arte ceramografica dell’Apulia.

Fu dapprima messo in dubbio che officine di ceramica artistica esistessero per la Lucania.

Il Gerhard, non recente, ma sempre autorevole per studii comparativi nella speciale materia, riconobbe primo una affinità, quasi di scuola e di processi tecnici, tra la produzione ceramica dell’Apulia e quella della Lucania; però nei prodotti scoverti in Basilicata è una tinta assai più pallida, segnatamente nei vasi a campana, che li fa differenti dai prodotti scoverti in Puglia. Conformità dunque di procedimenti tecnici, o di scuola, non identità di provenienza. Nei ritrovamenti avvenuti in Anzi furono dissepolti di vasi incompiuti[20](x01_CAPITOLO_21.xhtml); che è prova manifesta di fabbricazione locale. Nella copiosa raccolta (oggi dispersa) del signor Fittipaldi in Anzi, il Gerhard distingueva prodotti finissimi dell’arte nolana; altri meno perfetti dell’arte appula, ed altri dell’arte indigena o locale, che però a lui parevano di pregio minore di quelli che venivano fuori dai sepolcri dell’antica e ignota città dove oggi è Armento. Questa ebbe fabbriche locali di copiosissimi prodotti e segnalatissimi.

> «Tra tutti i luoghi di Basilicata Armento soltanto egli credeva possedesse un tempo la tecnica più perfetta, anzi la sola che si possa determinare come propria a quella provincia»[21](x01_CAPITOLO_21.xhtml).

A Taranto la fabbricazione ne era cominciata, si può dire, fin dalla metà del secolo IV a.C.[22](x01_CAPITOLO_21.xhtml), ad impulso ed imitazione dell’arte ellenica pura; e, partendo da questa data, si è detto che la fabbricazione nella Lucania ebbe principio un po’ più tardi, nel secolo III. Ma, a mio credere, questa data cronologica dovrebbe elevarsi anche più in su. Molto prima del secolo III il paese della Lucania era popolalo da gente di stirpe greca e di greca civiltà: e la suppellettile ceramica era parte del rito funebre della gente; onde la necessità in larga misura di un prodotto che se ebbe a fornirlo dapprima il commercio di fuori ben si può credere che Ia stessa legge economica della larghezza e intensità della richiesta non poteva tardare a far sorgere una industria indigena, sia pure ad impulso primo di artefici dell’Apulia o della Attica stessa.

Nel secolo III prese, anziché origine, incremento l’industria, nata anche prima; si svolse con la tecnica introdotta di fuori, ma apportandovi, senza dubbio, col progresso del tempo, quel carattere individuale, per così dire, alla regione, pel quale gli studiosi recenti di queste materie distinguono da prodotti di altre regioni quelli delle officine Lucane[23](x01_CAPITOLO_21.xhtml).

Nella storia dell’arte i prodotti di queste officine (come anche quelli dell’industria appula) vengono classificati al periodo della decadenza dell’arte, in relazione, senza dubbio, a quelli dell’arte attica. Nella ceramica Lucana, che è a figure di colore rosso su fondo nero (e tale è il sistema dell’arte meno antica) lo stile per abbondanza e profusione di elementi decorativi addiventa e lo si dice pesante; il disegno pittorico è poco accurato o incompiuto di finitezza; l’aggruppamento delle figure è affollato onde vengono soprapposte a zone; grande copia e svariata di colori, dal rosso cupo al giallo, al verde, al bianco, che se è ricchezza non è eleganza; belle le sagome dei vasi, ma ricercate, esagerate o strane le foggie dei manichi a volute, a nodi, a rotelle, a maschere gorgoniche. Eppure, uno dei moderni autorevoli in questa materia ha potuto scrivere:

> «Se i vasi delle fabbriche di Sant’Agata dei Goti, di Ruvo, di Armento, e in generale i vasi dell’Apulia o della Lucania sono riguardati come i tipi dell’arte in decadenza, s’incontrano non pertanto dei bellissimi vasi a Sant’Agata dei Goti e ad Armento: i più notevoli ànno la forma dell’oxibaphon e del cratere»[24](x01_CAPITOLO_21.xhtml).

Ma questi di più fine artificio sono di produzione indigena, o di officine attiche, trasportate ivi dal commercio?

I soggetti più comunemente designati sono le fatiche di Ercole, le sue nozze con Ebe; combattimenti delle amazzoni o dei centauri; scene erotiche, di nozze, di toletta; onoranze funebri all’estinto, o alla stele del suo sepolcro; e sopratutto abbondanti le scene bacchiche riferentisi al ciclo di Dioniso ed Arianna, riflesso, o richiamo o simboli, secondo alcuni, dei misteri che ebbero speciale corso nella Magna Grecia.

Che gli artefici ceramisti e dipintori fossero italioti si può affermare con sicurezza, chi ricordi i nomi di Astea e di Simone eleita, dei quali fu fatto parola più innanzi. Se furono anche nonché italioti, lucani, si può credere. Gli abbondantissimi tesori della ceramica italo-greca finora raccolti per le tre regioni, di sopra indicate, hanno dato finora iscritti quattro nomi di artefici, e sono Asteas, Python, Lasimos e Simone eleita, del quale non può essere dubbia la patria che egli ricorda.

Anche di Astea non dovrebbe essere dubbia la patria, che fu Posidonia; le obiezioni altrove accennate non riescono salde[25](x01_CAPITOLO_21.xhtml).

Uno dei più recenti e ormai autorevoli indagatori di questo speciale ramo di produzione artistica, il signor Giov. Patroni, mercé lo studio comparativo dei prodotti, è di avviso che anche la ceramica segnata dal nome di Python era delle officine pestane; Lasimos apparterrebbe, invece, alle officine di Canosa. Si avrebbero dunque, sui quattro singolarmente nominati, tre che appartennero al paese dei popoli Lucani.

E in verità sarebbe molto strano, che mentre lungo il periodo di più secoli le varie genti di varie origini venivano fondendosi, non fosse accaduto un principio di fusione anche nell’esercizio delle arti e dei mestieri, quando le condizioni di fatto locali e le consuetudini della vita generale, non che ostacolare, favorivano l’estendersi di questa speciale industria, che rispondeva ai bisogni di riti funebri, di riti mistici e religiosi, nonché alle necessità della vita di ogni giorno.

> «Non è agevole l’immaginare — dice De Witte[26](x01_CAPITOLO_21.xhtml) — quale quantità maravigliosa di vasi dipinti a soggetti baccanali, mistici e funebri sono stati scoverti nelle tombe della Magna Grecia. In essi, Bacco eternamente giovane, e satiri, e menadi, e genii dalle forme muliebri e alati. Tra queste rappresentazioni del ciclo bacchico e le rappresentazioni numerosissime di soggetti mistici del ciclo delle divinità eleusine i dotti (benché ancora la materia sia oscura) scovrono relazioni affini, degli stessi dati e delle stesse idee che hanno ispirati i soggetti dell’uno e dell’altro ciclo»[27](x01_CAPITOLO_21.xhtml).

Ora è risaputo che codesti prodotti della ceramica dipinti servivano, in grandissima parte, alla celebrazione dei misteri; erano parte rituale della suppellettile funebre degli iniziati. Si sa inoltre (a tacere dei misteri orfici introdotti o no nella Magna Grecia da Pitagora), che ebbero durata di secoli ed estensione larghissima i baccanali, che si diffusero non soltanto per l’Etruria e nelle maggiori città come Roma, ma pei villaggi stessi d’Italia, come Livio attesta[28](x01_CAPITOLO_21.xhtml); fino a che il Senato di Roma, a tutela di pubblica moralità, come diceva (e si resta in dubbio, se credergli in parola o no) non li proibì severamente col famoso Senato-consulto del 568 di R. o 186 a.C. Da quest’epoca in giù non cessarono di un tratto i culti segreti dionisiaci, ma venne man mano esinanendo la celebrazione e la iniziazione ai riti mistici; e di conseguenza andò mancando la industria dei vasi dipinti, che a quei riti si riattaccavano.

  
Del commercio esterno della regione, se non guardiamo altrimenti che alle nobili e fiorenti città poste sul mare Jonio e sul Tirreno, Metaponto, Siri, Eraclea, Turii, Lao, Velia, Pesto, non si può non credere a floridezza dei loro commerci marittimi coi popoli limitrofi e con lontani. La ricchezza indubitata di quelle città, la copia straordinaria dei tipi monetarii di alune di esse quali di Metaponto, la ricchezza dell’agricoltura di quelle sull’Jonio, la nota industria della salagione de’ pesci in quelle sul Tirreno, le flotte stesse di guerra mandate come ausilii di federazione alle imprese di Roma, o come aiuti di libere alleanze nelle guerre greco-sicule, ci hanno fatto arguire alla estensione e alla durata dei commerci di queste città greco-italiche. Ma ben altro e ben poco è quello che può dirsi della gente lucana. E benché Stazio[29](x01_CAPITOLO_21.xhtml) non si periti di chiamar «lucano» il mare, che bagnava le spiaggie della sua patria,

> An facili te praetermiserit unda
> 
> Lucani rabidi ora maris;

la Lucania non poté avere altri commercii che non fosse l’interno baratto dei suoi prodotti agrarii e pastorali. Mercati o «Fora» sursero senza dubbio, all’evolversi della civiltà romana, per la regione; e marmi letterati e nomi topografici ne fanno fede; e ancorché pei bassi tempi Cassiodoro non ricordasse, con parola rettorica, il grande concorso dei popoli della regione ai convegni religiosi e commerciali del santuario di San Cipriano[30](x01_CAPITOLO_21.xhtml), può ben credersi che la necessità stessa delle cose li fece sorgere e moltiplicare, nel corso de’ secoli. Né forse sarebbe assurdo dì riattaccare in alto, fino ai tempi della gente lucana, quei convegni sacro-profani ai santuarii famosi, che sono oggi fra’ più antichi, più noti, e più frequenti del concorso divoto delle due provincie; di talché si può crederli succeduti (mutati iddii) alle vecchie divinità pagane.

Né a documento di larghi commercii possono dar luce le loro monete; delle quali occorre di parlare in questo luogo: dopo che fu già fatta parola più innanzi, al capitolo X, del sistema monetario delle città della Magna Grecia.

  
_Monete della Lucania_

Le monete dei popoli Lucani furono, per quanto finora ci è noto, di bronzo; e sono rarissime: ma quelle del loro, forse breve, predominio in Metaponto sono in argento[31](x01_CAPITOLO_21.xhtml).

Distingueremo le monete attribuite a Città lucane da quelle dei popoli o della Federazione lucana. Le prime hanno la leggenda in caratteri e lingua dei greci. Le seconde occorre distribuirle in duplice serie che improntano la leggenda in greca lettera; però una serie porta la la parola della leggenda in osco, l’altra in greco: né questa è la sola differenza.

Le monete finora conosciute delle Città lucane sarebbero di Àtena, di Consilino, di Ursento[32](x01_CAPITOLO_21.xhtml), e di Grumento[33](x01_CAPITOLO_21.xhtml); oltre a quelle di Venosa: ma (da queste ultime in fuori) è forza dire che l’attribuzione ne è dubbia. Meno dubbia la moneta degli Ursentini; e meno dubbia, per me, quella di Grumentum.

La grafia delle lettere mostra, a prima vista, che non possono rimontare oltre al secolo IV: sarebbe tra le più antiche quella di Grumentum, a scorcio di sillabe. L’estremo limite della monetazione non potrebbe discendere oltre ai tempi dell’autonomia delle genti lucane, che ebbe vita, senza dubbio, fino ai tempi di Pirro; e pertanto sarebbe di quasi due secoli il periodo di circolazione delle loro monete. Probabilmente Ia monetazione delle singole città fu anteriore alla monetazione federale, e questa dové sostituire quella: ma, è forza dirlo, ogni dato di fatto manca ad un discreto giudizio.

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La monetazione dei «Popoli lucani» è doppiamente singolare[34](x01_CAPITOLO_21.xhtml). I conii di questa duplice serie portano gli stessi tipi in ambedue; l’una serie, come testé fu detto, impronta il nome del popolo in lingua osca, l’altra in greco. Ma un’altra più singolare differenza ci è dato di avvertire. La moneta osca ha il nome del popolo quale esso era infatti, ΛOYKANOM «de’ Lucani»; e la serie greca, in tutti i conii che finora sono noti, ha ΛYKIANON.

Come spiegare questa strana diversità?

Che fosse un errore materiale dello zecchiere non si può ammettere, chi consideri che la identica grafia della parola è nei conii diversi della serie, anche in quella di modulo diverso e di diversa età e metallo quali i conii che già innanzi riferimmo di Metaponto.

![p-471_1](./images/p-471_1.jpg)

La simiglianza anzi la identità dei tipi, per alcune, mostrano all’evidenza che amendue le serie appartengono all’unico popolo, non dei _Licii_, ma dei _Lucani_.

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L’Eckel, che primo e giustamente attribuì ai Lucani anche questa moneta dei _Liciani_, ne riferiva lo errore alla barbarie della nazione che si volle dire _Loucani_, mentre erano a dirsi _Leucani_, come gli elleni — maestri e duci! — li nominarono[35](x01_CAPITOLO_21.xhtml); ma questo concetto non sta e non si attaglia alla complessività del caso. Essi erano e si dissero Loucani, non altrimenti Lycani, e molto meno Lyciani: e nel concetto del grande nummologo resta inesplicato e inesplicabile come poté avvenire che un titolo uffiziale di pubblica potestà, quale è la moneta dello Stato, avesse portato iscritta, su tutta una serie di conii, una variante (non uffiziale, si vuol credere) del nome etnico del popolo che regge lo Stato. Spiegheremo la duplice serie come conseguenza della federazione dello Stato, che era di gente e città greche e di gente e città osco-lucane; il governo federale volle attribuire eguali diritti alle due schiatte. E sia! ma dovremo ammettere, altresì, che la variante, per noi strana, della pronunzia fosse generalmente adottata e riconosciuta dall’autorità dello Stato; il quale suggellava, in titoli di Stato, la doppia fonetica della parola etnica nazionale! — È il meno assurdo che si possa concepire.

E non basta. Un’altra singolare particolarità è che le monete dalla leggenda _Lyciani_ hanno, in qualche parte del campo e in brevi proporzioni, una testa di lupo, e questo minuscolo emblema non lo hanno le monete di perfettamente identico tipo a leggenda in osco.

Ed anche questo è un enigma!

I tipi di alcune monete improntano il dio supremo dell’Olimpo, Zeus, forse _Lucetius_ nella serie in osco; forse Zeus _Likaios_ nella serie greca; e con esso tipo l’aquila, ministra del fulmine. Giove fulminatore è nelle monete lucano-metapontlne. Sulle altre sono i tipi degli iddii della forza e della guerra: Marte, Ercole, Pallade galeata che muove armata di asta e di scudo.

È notevole che il tipo di Pallade con asta e scudo che muove concitata in guerra, si trova identico su monete dei Bruzii; in esse altro non varia che il nome etnico del due popoli. La conformità potrebbe significare patti di lega per impresa di guerra, in comune.

Un ultimo dei finora conosciuti esemplari non ha riscontro nella serie greca; ed è conio a manifesta memoria di imprese guerresche. È la _Nice_ dei ΛOYKANOM, dall’ali spiegate che incorona un trofeo di armi; a testimonio di sicuri fasti di guerre nazionali, di epiche gesta, ma ignote.

![p-473](./images/p-473.jpg)

Quando i Lucani divennero «Soci» di Roma e la federazione dei popoli lucani fu sciolta, il diritto di battere moneta è probabile lo perdessero allora. Ma lo perderono di certo quando, dopo la legge Giulia, da soci divennero cittadini della grande città. Una sola eccezione fu fatta, tanto per la Lucania, quanto per le provincia della stessa Italia, e fu che Pesto e Venosa continuassero a coniare moneta; Pesto anche d’argento prima della legge Giulia; e poi monete di bronzo, per singolare privilegio, anche sotto gli imperatori. Delle quali condizioni privilegiate fu fatto cenno innanzi.

  
_Le strade_

Né ai commerci della regione, frastagliata ed estesissima, ebbe ad apportare grande profitto il sistema e l’estensione delle strade carreggiabili. Roma che per le provincie le fece eseguire, ebbe di mira, senza dubbio, in sulle prime i fini strategici o militari, anziché gl’interessi commerciali dei popoli soggetti, alleati o sudditi.

Le strade per la Lucania, fatte o per consorzio di città autonome dapprima o per l’impulso dello Stato Imperiale da poi, possiamo a mala pena delinearle in digrosso sulle traccia degli itinerari scritti, e delle tavole dipinte, quale è la Peutingeriana. Questa, che fu opera del tempo di Alessandro Severo, agli inizii del 3° secolo d.C., è monca per la regione lucana al versante Tirreno: è una carta postale, ma come documento topografico è troppo grandemente errata. Manca la linea della strada Popilia, che il marmo, superstite, di Polla ci attesta ancora indubitato; manca di una linea (e non poteva mancare) dal fiume Sele a Pesto e a Velia; manca, a mio avviso, anche di quella linea che dal Sele, per la valle del Calore, si svolgeva parallela quasi alla Popilia della valle del Tànagro. È meno incerta per la Lucania settentrionale; ove le strade diramavano dal centro, strategicamente importante, di Venosa. Anzi in essa due centri o gangli emergono, da noi, importanti, Venosa e Grumento; e vi si può aggiungere all’estremo confine Nerulo.

Da Venosa (oltre alla linea per Silvio \[o Garagnone\] a Brindisi) una lunga traccia di strada veniva giù per tutta la Lucania, e da Venosa, per _Pisandes_ (d’ignoto posto), per _Lucos_ (o _Lacos_? che può essere o Lacopesole, ovvero «i boschi» del Lagopesole) viene a Potentia, ad Anxia, a Grumento, e di qua, piegando con errata spezzatura, si avvia a Nerulo, donde poi a Murano nel Bruzii. Attraversava l’intera Lucania dal nord al sud; fu denominata Erculea, perché ricostruita da prima, ovvero restaurata da Massimiano Erculeo, che fu compagno all’impero con Diocleziano e abdicò nel 305[36](x01_CAPITOLO_21.xhtml).

Un altro ramo scendeva dalla stessa Venusia ad Eraclea sul Jonio: desso è indicato nell’itinerario dell’imperatore Antonino con una sola stazione a Celianum che non pare possa essere né l’odierno Cirigliano, né, per migliore lettura, Aeleianum, che corrisponderebbe all’Aliano di oggidì.

  
_La Via Appia (Aquilia o Popilia)_

La famosa via Appia veniva da Capua, per Nocera e Salerno, ai confini occidentali della Lucania; e passato il Silaro, attraversava il versante meridionale o tirreno della regione fino a Nerulo (o Rotonda), e di qua a Murano ed oltre nei Bruzii per attingere Reggio e lo stretto siculo. Questa grande arteria ci è nota pel famoso e superstite marmo detto della «taverna di Polla»; ed occorre ricordare che fino a poco tempo fa, essa venne indicata da storici ed archeologi col nome di strada _Aquilia_[37](x01_CAPITOLO_21.xhtml); ma oggi invece dai moderni è denominata, con piu sicura parola, «via Popilia». Il marmo ci fa noto che il «Pretore» autore della strada, fondò ivi, ove il marmo venne trovato, un «Forum» e alberghi o case a pubblico uso; e la Peutingeriana, pure non designandone Ia linea, scrive però e nomina un «_Forum Popilii_». Da qui si argomenta che autore della strada fosse un C. Popilio Lenate che fu console nel 622 di Roma (a.C. 132) e qualche tempo innanzi fu pretore; egli fondò ivi un Foro o mercato, e sedò, come il marmo ci attesta quale impresa degna di ricordo, le liti violente tra i pastori e gli agricoltori della fertile piana sottratta alle acque stagnanti[38](x01_CAPITOLO_21.xhtml).

  
Ma questa via che da Capua a Reggio è detta di 321 miglia dal marmo pollano, e che fa supporre già redente dalle acque le terre sottostanti alle città di Àtena e di Tegianum, questa importante via non è segnata, con sicura notizia, nella Peutingeriana; non è indicata (ed è singolare cosa) nell’Itinerario di Antonino. Nell’Itinerario, invece, è segnata (come a me pare indubitato) un’altra strada, ed è quella per la valle (non del Tànagro, come la Popilia) ma sì del fiume Calore. Questa strada costeggiava le spalle a mezzogiorno del gran masso dell’Alburno; s’indirizzava alla volta di Nerulo, sul confine lucano coi Bruzii: aveva una stazione, che è scritta _ad Tanarum_ o (come in altro codice) _Canarum_. Questa stazione era, a mio avviso, presso alla fiumana che anche oggi è dotta «Sammaro» accosto al paese odierno di Sacco; desso è uno dei corsi originarii del Calore; e da questa stazione _ad Samarum_ giungeva a Marcelliana, che indubbiamente era nello estremo superiore orientale del bacino o pianoro di Tegiano; e da Marcelliana piegava a destra per a Cesariana (non ancora di sicuro allogata) sia a Rivello, sia a Sapri o Acquafredda[39](x01_CAPITOLO_21.xhtml).

Forse il tronco della strada per la valle del Calore a Marcelliana sostituì la strada per la valle del Tànagro a Marcelliana e Nerulo, sia perché parve di più breve e di retto percorso, sia per le ricorrenti inondazioni della pianura Pollana, che o per difetto di non mantenute o mal riparate opere di risanamento dell’estremo punto settentrionale del bacino, o per fenomeni straordinari del suolo, rendevano questa parte del piano atinate tutto un lago spagliante alle acque meteoriche. E questo stato di cose dové aver luogo dall’epoca del marmo pollese, che è del 132 a.C. o poco avanti, e i tempi dell’Itinerario che può ritenersi siano i tempi antoniniani, circa l’anno 150 dopo C.: un periodo di oltre due secoli, bastevoli a mutamenti e rimutamenti di Stati e città!

Per siffatte opere di pubblico interesse è giustamente famosa la civiltà romana. I privati cittadini gareggiavano con i poteri pubblici; e la letteratura epigrafica, per quel tanto che a noi ne è giunto, ne fa ampia fede. Altri restaurava a proprie spese le mura della città[40](x01_CAPITOLO_21.xhtml); altri gli acquidotti; altri elevava o restaurava e dedicava templi, pure non dimenticando di dire ai posteri che regalava di vini e dolciumi i decurioni e il popolo, nella solennità della dedicazione[41](x01_CAPITOLO_21.xhtml). Era veramente zelo di pubblico bene e di pietà, o solite industrie di candidati a’ pubblici uffizi della città per ingrazianirsi o ringraziare il corpo elettorale? Del resto, regalare di feste, spettacoli, e tavole imbandite il popolo sovrano era debito di consuetudine a tutti gli eletti ai pubblici uffizi cittadini. Ma la vita pubblica municipale di quell’età aveva vigoria e debiti civici ignoti ed ignorati a noi dell’età moderna. Per essa era fatto di ogni giorno lo aggiungere al danaro dell’erario pubblico municipale quello di volontarie contribuzioni dei cittadini per elevare opere di pubblica utilità o di pubbliche onoranze: quindi sorgevano frequenti opere e monumenti, e si attestava ai posteri il duplice concorso. Ne abbiamo un bell’esempio nel ponte sul fiume Bianco, che i magistrati del municipio di Volcei fecero costruire a spese comuni e liberali; e il ponte e il titolo epigrafico ancora esiste[42](x01_CAPITOLO_21.xhtml).

Tra i ponti di aulica costruzione si dicono dei tempi romani quello sul Tànagro presso Polla e l’altro detto di Siglia presso Tegiano; il ponte sul Calore, presso Controne[43](x01_CAPITOLO_21.xhtml); il ponte detto della Rendina, presso Melfi, ov’era la stazione _ad Arundinem_ degli antichi itinerarii. Né questi i soli: benché, pressoché soli, abbiano potuto resistere a lunghi secoli d’abbandono[44](x01_CAPITOLO_21.xhtml).

Tra le maggiori antiche opere di pubblica utilità sarebbe da comprendere il sanificamento delle acque stagnanti del bacino, che è ed abbiamo indicato col nome di Vallo di Tegiano o di Diano. Questo amenissimo bacino, che ha la lunghezza di un 23 chilometri e la larghezza in media di 4 e mezzo[45](x01_CAPITOLO_21.xhtml), e che negli antichissimi tempi, senza tempo anteriori alla storia dell’uomo, fu fondo di lago, è solcato per mezzo da un fiume, che nel primo suo tronco ha il nome di Calore, e nel secondo ha quello di Negro, e corrisponde al nome antico di Tànagro, col quale anche oggi è conosciuto. Il fiume, che ha le prime origini dal monte Sirino e di passo in passo aumenta di acque, giunto che è presso il paese di Sant’Arsenio, scarica una parte del suo volume in una sotterranea voragine che è detta _La foce_; poi prosegue oltre fino al paese di Polla, ove si sperdeva (ma oggi non più) in certi antri o fenditure del monte di Polla, che sono dette «le crive e le grave»[46](x01_CAPITOLO_21.xhtml); e si crede che ricomparisce, dopo un due miglia di cammino sotterra, nella grotta di Pertosa, onde sgorga impetuosa e perenne una grande massa d’acqua. Plinio ricorda questa ecclissi del Tànagro, che si Immerge nei campi di Àtena e ricomparisce piu in giù; ma le sue misure del corso sotterraneo non sono esatte[47](x01_CAPITOLO_21.xhtml).

Oggi il Tànagro corre tutto allo scoperto, ed esce allo scoperto dal bacino di Tegiano, precipitando per le terre di Campestrino nella stretta valle sottoposta di Pertosa ed Auletta: però quando, per impeto di acque temporalesche soprabbondanti o per necessità di restauro all’alveo artefatto avviene che si diverge dalla mano dell’uomo il corso del fiume verso le «crive» inalzandone pertanto artifizialmente il livello, solamente allora torna il Tànagro a immergersi e scomparire nelle fenditure delle colline di Polla, secondo l’antico suo corso.

Quando il fiume non aveva altra uscita fuorché da questi sotterranei meati delle «crive», era necessità delle cose che essi non bastassero a smaltire le acque ordinarie, nonché le temporalesche, dall’ampio bacino; ed esse impaludavano; e il fiume, per gl’interramenti delle acque precipitevoli venute giù dai clivi circostanti, elevava insensibilmente il livello del letto; divergeva il corso e traboccava eslege qui e qua; onde l’aria era impestata, e i terreni, quando le tarde acque esiccavano o sminuivano di spaglio, erano campo alle erbe palustri, pascolo ai greggi e dominio dei pastori. Questa condizione di cose deve essere stata antichissima, oltre al nome stesso del fiume che significava ai greci _melmoso_[48](x01_CAPITOLO_21.xhtml), oltre ai nomi medievali di parecchi luoghi circostanti, lo dimostra il fatto che le antiche città di Àtena, di Tegiano, di Consilino e di Sontia erano poste, non in basso alla amena pianura, secondo che gli antichi prediligevano, ma sui colli d’intorno.

Ma queste stesse città, floride e civilissime nel periodo della civiltà romana, non può credersi non avessero pensato a sanificare l’aere e i terreni della sottoposta pianura; si può affermarlo anzi, chi consideri che, in tempi meno antichi, sursero, men sui colli che sulla pianura, altri centri abitati della gente lucana, quali Marcelliana presso Consilino, il Foro Popilio in giù presso Àtena, e i paghi di Tegiano; la postura delle quali, paghi e città, farebbero arguire già migliorate le condizioni topografiche e igieniche della contrada.

Questo io credo e ritengo. Ma l’affermare che le opere quali ora ivi si veggono di bonificamento e che verremo accennando, siano state già compiute da’ Romani e non altrimenti cehe rifatte dipoi in tempi moderni, è affermazione di scrittori locali, che, quantunque echeggiata da un dotto scrittore[49](x01_CAPITOLO_21.xhtml), è priva di tutt’altro fondamento, che non sia una congettura, o una iscrizione falsa. Né mancano altri tra gli eruditi napoletani, che di codeste opere di bonificamento al bacino del Tànagro ne danno il vanto agli Elleni, che primamente, e innanzi ai Lucani, vennero dalle spiaggia jonie e tirrene ad abitare per questi luoghi! Ma i ragionamenti a cui si affidano, sono, per virtù di logica, siffattamente singolari, che gli è forza credere che in certi climi, o in certe epoche l’erudizione sia uno spegnitoio del senso comune![50](./images/#Ns%5Fback-nota-50)

Le opere di bonificamento a cui abbiamo accennato, sono queste precisamente. Oltre all’allineamento del corso del Tànagro dal paese di Sassano in giù, l’alveo, quando il fiume approssima al paese di Polla, ne è fatto più largo e ne è murata la spalla dell’una e dell’altra sponda: inoltre, vennero aperti da mano di uomo altri canali, ovvero alvei laterali. Questo tronco di alveo a sponde murate e allineate è detto il «Fossato» dagli abitatori della città di Polla[51](x01_CAPITOLO_21.xhtml), i quali affermano che una iscrizione latina attestava che il «foxatum» era opera di Roma, e di Roma altresì il ponte a cinque archi che cavalcava il fossato. Ma la parola è dei bassi tempi; la iscrizione, a cui si accenna, è una creazione[52](x01_CAPITOLO_21.xhtml) di dotti di epoca non molto antica; e basta la vista oculare della muratura sì delle sponde all’alveo e sì del ponte che lo cavalca, per persuadere che dessa è opera del tutto recente, ossia non più antica o di poco più antica del XVII secolo.

Se prima di questi tempi avesse esistito opera muraria romana alle sponde dell’alveo, nessuno può dirlo: e il trovarne la prova in un frusto d’iscrizione antica (e non falsa) ove non si legge altro che il nome di un Caio Luxilio e la parola _stagno_ e l’altra di arma[53](x01_CAPITOLO_21.xhtml), è fede maravigliosa che ci sia lecito di perdonare, rispettosi, all’amore di patria.

Io credo, che opere di bonificamento agli stagni del Tànagro furono fatte dalle città lucane nominate di sopra, non già dai Greci, di cui niente ci è noto: e Roma, unificata l’Italia, forse provvide anche, a spese delle città stesse. Quelle città erano municipii, cioè Stati, a così dire, indipendenti, che dovevano e potevano bastare a provvedere alle proprie utilità e alle supreme necessità locali.

Quando le avessero eseguite non può dirsi; ma è lecito congetturare che fossero almeno iniziate anche prima dell’intervento del pretore Popilio Lenate che fu console nel 622–132 a.C., e che nel suo famoso marmo itinerario, ripetutamente da noi ricordato, volle pubblicata Ia sua sentenza che i pastori cedessero agli agricoltori. I terreni un tempo acquitrinosi o paludosi non erano che giuncheti e campi di erbe palustri, non adatti che al pascolo di armenti, e non godute che da pastori. Ma quando venne procurato un più celere corso alle acque o incanalate, e colmati gli stagni, i terreni divennero acconci all’agricoltura: di qua lotta di classi. Il pretore Lenate diè leggi al pascolo errabondo di greggi invadenti i terreni atti alla semina; e poco dipoi Caio Gracco, famoso, venne a dividere questi stessi sanificati terreni ai coloni di Roma[54](x01_CAPITOLO_21.xhtml): e questi nuovi arrivati, raccolti forse allora in colonia, è probabile avessero continuato a provvedere di opere acconcie il risanamento, finché la floridezza della città non decadde, e la civiltà non cadde del tutto alla venuta de’ barbari. Lì cadute, distrutte o imbarbarite Consilino, Àtena, Tegiano, Sontia, Marcelliana… i terreni tornarono stagni e paludi, là dove queste oggi non più esistono, ma dove le scovre la onomastica dei luoghi[55](x01_CAPITOLO_21.xhtml).

Quali precisamente fossero le antiche opere di sanificamento io non so dire. Ma di sicuro può dirsi che l’avvallamento tra i due colli, pel quale oggi scorre allo scoperto l’acqua del «Fossato» di Polla, cioè il Tànagro, precipitando per le forre di Campestrino, l’avvallamento è manifestamente un fatto naturale; non già prodotto da mano di uomo.

La mano dell’uomo dové però rendere più basso o profondo l’alveo alla fiumana dal punto dell’avvallamento stesso all’insù, affinché si accelerasse lo scarico del tronco superiore di essa, e lo impaludamento durasse meno. Queste opere di scavamento dell’alveo accaddero, al certo, in epoche diverse: ed è dovuto a questo fatto se il Tànagro cessò dal correre naturalmente all’antico scarico delle «crive» da poiché il suo livello ne era fatto più basso. Se Plinio ricorda, come singolarità geografica, che il Tànagro, presso Àtena, scompariva sotto terra per risorgere più in giù, possiamo ritenere che fino ai tempi di Plinio[56](x01_CAPITOLO_21.xhtml), il fiume Tànagro non avesse, per tutto il volume delle sue acque, l’uscita scoperta nelle forre di Campestrino.

Nel medio evo sorgono ivi i paesi di Padula, di Montesano, di Buonabitacolo, e i nomi indicano che ivi presso, specie a Padula, era un gran ristagno di acqua o padule; dal quale si gloriavano non inquinati gli altri due paesi dai nomi di buon augurio ora indicati. Di là non lontano è il paese di Sanità; e nei suoi campi è un posto detto il Lago, ed oggi lago non è. I grandi ristagni di acqua che erano ivi, nel primo medio evo, scomparvero all’azione naturale continua delle alluvioni di ghiaie e detriti dei clivi circostanti. Trovo scritto che qualche opera si fece ai tempi dei primi re Angioini[57](x01_CAPITOLO_21.xhtml); surse allora, nel 1308, a piè della Padula, nell’alta zona del bacino, il nucleo primo di quella che fu poi la famosa Certosa di S. Lorenzo, fondazione di un Sanseverino conte di Marsico. Ma nella inferiore zona del bacino questo non restava di essere un lago, se nel 1525 fra’ Leandro Alberti, viaggiando per i luoghi, ricorda un lago di un due miglia di circuito da presso a Polla[58](x01_CAPITOLO_21.xhtml), e se continuò il lago ad esistere, a notizia di scrittori dei primi vent’anni del secolo XVIII. Ma al cadere del decimosettimo secolo, un Capecelatro, feudatario di Polla, fece o tentò opere di allargamento al letto del fiume[59](x01_CAPITOLO_21.xhtml) affinché delle stagnanti acque ne scaricasse un maggior volume. Un secolo dopo, queste opere si ripigliano, si proseguono, si migliorano, sotto l’indirizzo dell’architetto Carlo Pollio; ma non già che allora venisse aperto, come altri disse, il nuovo corso al Tànagro per le forre di Campestrino. Fu allora, invece, allineato il fiume per ben due miglia da Diano in giù: e la fossa, ovvero alveo, fu abbassata — _depressa_ —[60](x01_CAPITOLO_21.xhtml) affinché le acque soprabbondanti del Tànagro e le altre incanalate nello stesso corso del fiume trovassero più ampia via e più celere deflusso alla valle sottostante. Questi ultimi lavori fecero pro, ma non del tutto risposero all’intento: furono ripigliati ai tempi murattiani, e continuarono ai nostri tempi con allargare la sezione dell’alveo e scavarne il fondo, per farlo capace di accogliere maggiore volume delle acque paludose.

  
#### NOTE

[1.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Lib. III, 11, 24.

[2.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) DIODORO, lib. XIV, § 109, dice nell’Olimp. XCVII, anno 3°, cioò 390 av.C. — Vedi innanzi al cap. XIII.

[3.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) È la proporzione che si rincontra esatta in talune minute cifre statistiche date da Cesare per i popoli dell’Elvezia (_Bell. Gall_. I, 16); e da Strabone per la gente dei Salassi, vinti e poi venduti da Augusto (Lib. IV, 315).

[4.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Per un esempio: nel frammento della grande iscrizione di Volcei, a che è del 323 d.C. (_Corp. lnscr. Latin_. X, n. 407) sono nominati, nel territorio di Volcei, quattro paghi, cioè: _Pago Forense_, _Pago Norano_, _Pago Aequano_, _Pago Trasmaciano_.

[5.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) _Corpus Insc. Latinar_. vol. X, n. 444.

[6.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) _Satira_ VIII, v. 180.

[7.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Nel boschi di Basilicata oggi non esiste più l’orso: ma ai tempi di Roma imperiale era casigliano indigeno ai boschi del Vulture e dell’Appennino, se Orazio (_Odor_. III, 4) ricordando l’errar suo vagabondo da giovinetto pei boschi di Banzi, accenna alla maraviglia di quei di Acherontia e di Ferento, che egli si addormisse lì tra i boschi senza pericolo:

> _Ut tutu ab atris corpores viperis_
> 
> _Dormirem, ut ursis_.

Ed Ovidio (_Halieutic_. 57):

> _Foedus lucanis pervolvitur ursus ab antris_.

Anzi, venivano di Lucania gli orsi, che allo sbranar l’uomo nei circhi di Roma, sollazzavano i nipoti di Romolo. E Marziale, facendo dello spirito di cattiva lega, scriveva (_De spect_. 8):

> _Dedale, lucano cum sic lacereris ab urso_
> 
> _Quam cuperes pinnas tunc habuisse tuas!_.

Quanto fossero diffusi per la regione anche al medio evo, si può indurlo dallo tante e tante denominazioni topografiche dall’orso che ancora esistono infisse ai luoghi. Gli ultimi rappresentanti della razza furono uccisi, a ricordo del nostri storici, nei boschi di Sanza, verso la metà del secolo XVIII. — ANTONINI, _Lucan_. II, 8\. — TRYLI, _Stor. gen_. I, par. I, 105.

[8.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) _Corpus Insc. Latinar_. vol. X. n. 290, pel marmo ancora esistente in Tegiano, ove viene detto «legge agraria». E n. 407, pel marmo ancora esistente in Buccino: ma questo è dell’anno 323 d.C.

[9.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) _Corpus Insc. Latinar_. vol. I, n. 551, e vol. X. n. 5950\. È la famosa iscrizione itineraria che disegna la strada da Capua a Reggio; le ultime linee dicono:

> _Eidemque Primus fecei ut de agro poplico Aratoribus cederent pastores forum aedisque poplicas Heic fecei_.

Gli scrittori locali non contenti di questo decreto agrario del pretore Popilio (che fino a pochi anni fa gli eruditi dissero del proconsole M. Aquilio Gallo) si riferiscono ad un altro, che sarebbe ricordato da Marino Freccia, feudista del secolo XVI, il quale scrive (nel libro _De subfeudis_, pag 377, lib. 2°, Venez. 1529) di aver visto nella valle di Diano un marmo, su cui il Console destinato dai Romani a derimere le questioni tre pastori ed aratori, aveva fatto scolpire il suo decreto — ut pastoribus cederent aratores — ed aggiunge che nel marmo vi si leggevano alcune parole, tra cui quelle di _Vallis rationis_: onde è che la valle di Diano odierna egli crede si chiamasse _Vallis rationis_.

Riporto, qui in calce, tutto il passo, perché si trova riferito inesattamente da’ scrittori locali (MACHIAROLI, _Diano e l’omonima sua valle_. Napoli, 1868, p. 14)

> Lib. II, p. 377: — _Dum essem ego in Valle Diani inspecturus limites agrorum terrae praedictae et domoni Baronis Sancti Petri, Marmoreum quoddam saxum reperi, in quo quaedam legi poterant verba et vallis rationis legebatur, ob quam hodie vallis Diani Vallis rationi nuncupabatur (sic), dum inter pastores et aratores quaestio esset, quis eorum in eo agro potior esset in pascendo vel arando, destinato a Roamnis Consule decretum fuit ut pastoribus cederent aratores, et in eadem valle ingens copia pecudum a mensi aprilis pascua sumit_.

Così nella stampa del 1529: ma parmi che qualche cosa vi manchi che renderebbe più chiaro il periodo.

Questi scrittori ricavano dalle parole del feudista archeologo due conseguenze; o sono, che un’altra e diversa quistione agraria era surta tra pastori e agricoltori, diversa da quella sedata dal Pretore del marmo (ancora esistente) di Polla: anzi l’acume divinatorio di uno di loro va tant’oltre, che scovre il nome del Pretore che decise a prò de’ pastori; e quel nome è Caio Luxilio: un nome che si trova inciso su un frusto di antico marmo in Tegiano. L’altra conseguenza è che la valle di Diano fu detta anticamente _Valle della ragione_ o della _giudicatura_, siccome luogo destinato dai Romani ad un quissimile del «Tribunale dei Locati al Tavoliere di Puglia» secondo l’antico dritto pubblico del napoletano.

Ma esisté davvero l’altro marmo con quelle parole che disse di avervi lette Marino Freccia? Se vi fossero incise davvero, ricordiamo due cose, e sono: 1º che i Latini non ebbero la parola _ratio_ nel senso che nell’italiano si dà alla frase — _rendere ragione_ — per giudicare; 2º che presso i Latini _arationes etiam dicebantur agri publici populi romani, gai aratoribus colendi dabantur impositis decumis_. (Vocabol. _ad. v_.) — Dal che seguirebbe che, se le parole esistessero davvero, era da leggervi piuttosto _vallis arationis_ o _arationum_.

Ma io non credo che esistessero: io non credo ad altro che ad un equivoco, ad un _lapsus memoriae_ del celebre giureconsulto della costa di Amalfi. Il quale (è pure necessario notare questa strana particolarità) facendo, in quel luogo del libro, brevemente la storia del Tribunale della Dogana di Foggia, con l’intento manifesto di riattaccare la catena dei precedenti fino ai Romani antichi, fa precedere alle parole del passo in quistione, fa precedere — nientemeno! — che la iscrizione oggi esistente in Polla, dalla prima all’ultima linea: ma dice che essa si trova presso Telese, _prope Thelesim ad basim_, e che la ricopiò, lui, dal libro a stampa di Pietro Apiano, che infatti la pubblica con la indicazione topografica: _In Principatu, ad basim_. Singolare davvero questo doppio miraggio!

Io voglio ritenere Marino Freccia in buona fede. Ed è probabile che, citando egli di memoria, e non potendo ammettere che fosse identica cosa la iscrizione che ha sottocchi a stampa nel libro dell’Apiano e che crede di Telese, e quella che ricordava di aver letta un tempo sul marmo scoverto nel territorio tra San Pietro e Diano, è probabile egli fosse tratto da una di quelle allucinazioni psicologiche, non ignote agli scrittori, e spiegabili in virtù della associazione delle idee e della energia della fantasia, fosse tratto a ritenere che erano due e diverse le iscrizioni: e diversi, di conseguenza, i dispositivi delle due sentenze pretorie: epperò, se diversi, l’una doveva essere pro, l’altra contro agli agricoltori. Ed io preferisco di credere piuttosto ad un’allucinazione psicologica, che a mala fede dello scrittore fendista.

[10.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) CALPURNIO: Egl. VII, 16:

> _Non tamen aequabit mea gaudia, nec mihi, si quis_
> 
> _Omnia Iucanae donent pecuaria silvae._

Ed ORAZIO: _Ode_ 1ª, _Epod_.

> _Pecure Calabris, ante sidus fervidum_
> 
> _Lucana mutet pascua…_

[11.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) LUCILIO: Lib. 6, _sat_. 6:

> _Quem neque lucanis oriundi montibus tauri_
> 
> _Ducere sub telo validis cervicibus possunt._

[12.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) ORAZIO: _Satir_. VIII, lib. II:

> _In primis lucanus aper: Ieni fuit Austro_
> 
> _Captus, ut aiebat coenae pater._

E in _Sat_. III. lib. II:

> _In nive lucana dormis ocreatus, ut aprum_
> 
> _Coenae ego._

[13.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) CASSIOD. _Var_. lib. XI, C. 39.:

> _Hinc fuit ut montuosa Lucania sues penderet: hinc ut Brutii boum pecus praestarent… Erat quidem illis gloriosum Romam pascere_. — Ved. _Cod. Teod_. tit. 37 _de suariis_.

[14.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) VARRONE, 4, _De Ling. Latin_.: — _Lucanicam dicunt quod militem a Iucanis didicerunt_.

E a questo proposito ricorderò l’aneddoto, che Elio Sparziano riferisce dell’imperatore Caracalla:

> _… Et quum Germanos subegisset (Caracalla), Germanicum se appellavit: vel joco, vel serio, ut erat stultus et demens asserens si Lucanos vivisset, Lucanicum se appellandum._

E voleva dire (autobiograficamente): _Un salame!_

[15.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Va tra i frammenti, sparsi, di Sallustio questo che si riscontra in un antico scrittore:

> _Sallustius dixit de Lucanis, quod de vimine facta scuta coriis tegebant_.

[16.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) _Corp. Inscr. Latin_. X. n. 337, per Àtena; n. 445, per Laviano; 451, per Eboli; 113, per Potenza.

[17.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Molte di tali opere furono raccolte in un suo giardino dal benemerito arciprete Carlo Danio di Saponara che è onoratamente ricordato da tutti gli archeologi napoletani del XVIII secolo. I pochi avanzi di quella raccolta, pressoché distrutta, si veggono ancora oggi nell’orto stesso, che fu del Danio. — Del Danio si parlerà nella parte II.

[18.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Vedi _Bull. Ist. Archeol_. anno 1829, p. 151, su vasi scavati in Eboli con leggenda di cui più giù. — _Ibid_. a pag. 183 e seg. per altre località. — A Sala Consilina nelle _Notizie degli scavi_, 1897.

[19.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Se ne ha notizia in PIER VETTORI, _Prose fiorentine_, parte 4ª, vol. 4, lett. 68\. — Per Anzi, vedi _Documenti per la storia dei musei_, etc. Roma, 1879, II, 2.

[20.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) GERHARD dice:

> «Santangelo (che fu poi il Ministro degli Interni del re di Napoli) mi fece consapevole, che negli scavi fatti in Anzi, si trovassero vasi imperfetti». _Bullett. Ist. Archeol_. 1829, come infra.

[21.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) _Bullett. dell’Ist. Archeol_. anno 1829, p. 166 «sui vasi italo–greci». Credo opportuno di riferire tutto ciò che il Gerhard dice di Anzi e di Armento.

> «… Negli alpestri paesi dell’interna Lucania usarono fabbricazioni diverse da quelle che nelle coste sul golfo tarantino furono in consuetudine. L’accennata raccolta del signor Fittipaldi in Anzi, la quale, oltre molti dei suddetti vasi a campana di pallida tinta, di comune disegno, e di poco rilevanti soggetti, ed oltre i bellissimi articoli di arte nolana, contiene non poche altre stoviglie, che sì per la vernice, forma e mole, sì pel disegno, si concordano assai con quelle delle Puglie, è priva nondimeno di vasi di quella maniera, che si ritrova nel gran vaso a campana del R. Museo (di Napoli) col dipinto della favola di Trittolemo, scoperto in Armento insieme colla celebre corona di oro (V. pagina 224) e che in altri pure a campana della stessa provenienza si rileva. Il qual fatto ci dimostra che in quella città (Anzi) l’artifizio (_la tecnica?_) delle fabbriche straniere meglio fosse adoperato (_che dalla?_) dell’arte indigena; e mi conferma nelle sovrapposte opinioni che Anzi avesse avuto la maggior parte de’ suoi vasi da esterni artefici colà (_sic_) residenti… Tanto i monumenti, quanto le notizie che da colà (Basilicata) mi pervennero, mi fan credere che, tra tutti i luoghi di Basilicata, Armento soltanto possedesse un giorno l’artifizio (_la tecnica?_) più perfetto, e forse il solo che, come proprio, potesse a questa provincia assegnarsi… I sepolcri di Armento, oltre i vasi a campana di buon disegno o con rappresentazioni svariate ed importanti, come quello di Trittolemo, somministrarono non poche delle più grandi foggie di Puglia: e specialmente un gran vaso, in cui combattimenti di Amazzoni sono figurati…»

Lo stesso, ivi, a pag. 170, accenna a grandi vasi scoverti a Missanello

> «particolari nella diligenza dei lineamenti sottili, e rappresentanti più soggetti (siccome quella della favola di Perseo, in tre ordini distribuito), benché di un disegno anzi mediocre che no».

In un vaso trovato anche a Missanello era dipinto l’alfabeto jonico: e se ne parla nel _Bullett. Istit. Arch_. del 1875, p. 56 (V. nel _Metaponto_ del LACAVA, pag. 123). — Di vasi trovati ad Eboli con iscrizione greca, in dialetto dorico (e diceva: _II vaso è di Dionisio, figlio di Matalo_), si parla nel _Bullett. dell’Istit_. del 1870, p. 151\. — Altre notizie sono nel celebre «Rapporto Vulcente» del Gerhard, che è negli _Ann. dell’Istit_. del 1831.

[22.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) RAYET et COLLIGNON, _Histoire de la céramique grecque_, Paris 1888, pag. 297.

[23.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Io debbo in proposito segnalare al lettore l’opera notevolissima del dott. G. PATRONI, di cui nella nota a pag. 464.

[24.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) J. DE WITTE, _Études sur les vases peints_, Paris, 1865, p. 107\. A pag. 100 dice:

> «Il più gran numero di vasi della decadenza furono fabbricati nell’Apulia e nella Lucania. Ce ne ha di grandissime proporzioni; e questi grandi vasi si considerano come di lusso e di ornamento. Ma l’esagerazione della proporzione nuoce soventi alla eleganza delle forme…»

Dalla _Histoire de la céramique grecque_ di RAYET et COLLIGNON, Paris, 1888, riferirò queste parole (pag. 310):

> «Erano frequenti le relazioni commerciali tra le città dell’ltalia meridionale; epperò le officine di ceramica hanno esercitato un influsso reciproco tra loro. Nella Basilicata, l’antica Lucania, si rinvengono vasi che, pure appartenenti a fabbriche locali, hanno stretta parentela con quelli della Puglia. Le ceramiche del gruppo lucano si trovano, sopratutto, ad Armento, Anzi, Pisticci e Pesto: e quest’ultima pare sia stata un gran centro industriale della regione…»
> 
> «Però i vasi lucani, che la loro esecuzione meno accurata permette di attribuire ad epoca più recente, presentano particolari degni di nota. La terra è sovente di un rosso scuro; il color bianco vi è profuso; i dettagli sono delineati mediante una gradazione di giallo chiaro. Inoltre, certe particolarità delle vestimenta alle figure mostrano qualcosa di straniero all’ellenismo. Sopra un vaso del Museo di Napoli (_Ann. Ist_. 1865) è una scena (di frequente ripetuta) in cui due guerrieri ricevono le libazioni che offre loro una donna, sopra una patera. Essi portano degli elmi impennacchiati di tre grandi piume, con un vestito in tunica assai corta, che arriva appena all’alto delle coscie, ed ornate di rotelle in metallo; l’asta che portano in mano è ornata di banderuole. Anche il vestito della donna arieggia piuttosto a quello delle contadine di Terra di Lavoro e degli Abruzzi, che dei Greci. Tipi e costumi, senza dubbio, degli indigeni della Lucania, stirpe sabellica, che, come i Sanniti loro maggiori, ebbero un gusto prevalente per gli adornamenti brillanti e i colori smaglianti. Identici dettagli di costume si veggono nelle pitture delle tombe di Pesto, eseguite nel corso del IV secolo, che mostrano una curiosa mescolanza di stile greco e di elementi del tutto locali (_Monum. ined_. VIII, 21, Helbig, in _Annali_, 1865, 262). In esse i guerrieri portano anche gli elmi impennacchiati, le _galeae cristatae_, che Tito Livio ricorda come parte dell’armatura dei Sanniti» (V. al cap. XX, pag. 329: queste pitture sono nel Museo Nazionale di Napoli).
> 
> Cotesti vasi di stile misto si riferiscono agli ultimi tempi della dominazione lucana, che durò un secolo e mezzo. Nella seconda metà del V secolo i Lucani si impadronirono di Posidonia; Greci ed Oschl si mescolarono in pace: né il carattere ellenico della città fu modificato. Se le pitture murali, di cui è cenno, mostrano l’impronta del gusto (?) lucano, l’ispirazione e la tecnica è greca. Solo al cadere del IV secolo l’elemento lucano venne a prevalere…»

Gli autori conchiudono:

> «Dobbiamo riconoscere le ceramiche di Basilicata come prodotto dell’industria indigena? Sono esse opera di vasai lucani cho ebbero adottata la tecnica greca? L’ipotesi non ha nulla che non possa essere vera; se si consideri che le pitture di Pesto mostrano, nei loro autori, una maravigliosa attitudine ad assimilarsi lo stile e la maniera degli artisti greci. Ad ogni modo, la industria locale non poteva sopravvivere gran tempo alla colonizzazione di Pesto, che nel 273 fu colonia latina».

[25.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) A pag. 222 riferimmo le obiezioni, cui qui si accenna, del Collignon: ivi rimase in tronco la risposta, che venne data dal Patroni nella sua opera: _La Ceramica italiana nell’Italia meridionale, memoria del dott_. GIOVANNI PATRONI, premiata dall’Acc. di Archeol. lettere e belle arti (negli _Atti della r. Accad_. vol. 19, Napoli, 1898). In essa il valoroso scrittore archeologo scrive:

> «… Lo stesso Winnefeld rileva la presenza dello stesso segno Ͱ sopra le monete di Metaponto. Inoltre il Ͱ è comune sopra vasi pugliosi, la cui origine tarantina è tutt’altro che dimostrata; e sul vaso di Missanello (v. pag. 461) si tratta di un H con la seconda asta verticale più corta: ma se pure fosse un segno assolutamente identico, la provenienza di Missanello (nel cuore della Lucania) starebbe più presto a dimostrare che il segno Ͱ non è esclusivamente tarantino. E lo troveremo anche su vaso campano. Il Kretschmer aggiunse a questi dati la presenza del segno Ͱ in iscrizione di Heraclea, fondata da Taranto, di Crotona, di Asculum, e nella epigrafe osca presso Mommsen (_Unter. Dial_. 215, 1)».

[26.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) _Op. cit_. pag. 111.

[27.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Op. cit. pag. 112.

[28.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Per _fora et conciliabula_. LIVIO, lib. IX, dec. IV, 14.

[29.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Lib. III delle _Selve_. — È stato detto che sua patria fosse Velia.

[30.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Dalla lettera di Cassiodoro (_Variar_. Lib. VIII, 33) ricordala nel testo, si ha che una grande fiera o mercato si assembrava, alla festa del natale di S. Cipriano, in luogo amenissimo, suburbano alla città di Consilina: luogo che parrebbe detto della Leucotea (_Lucaniae concentus, qui prisca superstitione Leucothea nomea accepit_). Quella lettera è notevole per parecchi riflessi. Alla fiera traeva numeroso concorso di popoli, dall’Apulia, dal dai Calabri, dai Brutii, dalla Campania: attendamenti temporanei di fresche frondi ne accoglievano le genti e la ingente massa e varia di merci, di derrate, di bestiame. Nella esposizione delle merci a baratto lo scrittore annovera

> «fanciulli e fanciulle, di vario sesso ed età, che non Ia loro schiavitù porta al mercato, ma sì la loro libertà stessa, giacché i loro genitori (_merito!_) ben li mettono In vendita, in quantoché la condizione di famulato è ad essi giovevole; non essendo dubbio che migliorano di sorte i servi che dal lavoro dei campi si tramutano ai servizii della vita cittadina».

Oh si! Era, dunque, come alla città della nota Operetta, un quasi ufficio di collocamento, una borsa di lavoro!

Questo assembramento di commerci che si teneva in luogo detto Leucotea, dalla bianchezza delle acque limpidissime di una fonte, come pensa lo scrittore, era tenuto per la festa del natalo di S. Cipriano. Ora il natale dei Martiri, che era quello di loro morte cruenta, cade per San Cipriano al 16 settembre.

Che il luogo di questa grande fiera fosse in un qualche punto della vasta pianura al piè del colle dell’odierna Padula, deve, ormai, essere fuori contestazione; poiché il recente marmo, ivi scoperto, rende incontestabile che il posto di Consilina città fosse appunto sul colle presso Padula (vedi a pag. 498). E di qua io non mi pèrito di affermare che all’antichissima fiera di S. Cipriano, a metà settembre, nel luogo per bianchezza di terre anzi che di acque detto Leucotea, raffronta, per luogo e per tempo, la fiera detta di S. Bruno, già insigne di larghissimo concorso, che ancora oggi si raccoglie pei campi presso la grande Certosa, a piè del colle di Padula, non lontana, anzi prossima, a luoghi, che la bianchezza del calcare montanino fa dare il nome di _arena bianca_ al piccolo villaggio che vi è surto a mezza costa: — e raffronta, quasi alla medesima epoca dall’antica, la fiera del 2-6 ottobre, che è la festa di S. Bruno. Io non dubito che anche questa propaggine dei tempi moderni abbia fònda radice nell’antlchità remota!

[31.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) V. pag. 167.

[32.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Eccone la indicazione specifica. Ad ÀTENA, nella valle di Teggiano, l’ECKEL (_Doct. nummor. veter_. I, 151) attribuisce la moneta che descrive così:

> _Caput Palladis; pone quatuor globulis_ ATINIΩ (retrogrado) _noctua stans; in aream vas et glob_. Æ III.

Ed aggiunge:

> _Similes typos habet etiam numus quem Rybastinis Apuliae tribuimus_.

Altri la dicono o falsa, o di altri popoli e non di Àtena.

A CONSILINO il SESTINI attribuiva la moneta dalla leggenda spezzata NYΛ-KOΣI in mezzo ad una ghirlanda, che il MILLINGEN, invece, leggeva NYΛKOΣI. Il dubbio è piuttosto a quale Consilino appartenga, se a quello di Lucania, o all’altro nei Bruzii, presso Caulonia.

Dei popoli di URSENTO si conoscono tre tipi di monete in bronzo:

1\. Testa di Diana faretrata — Apollo nudo in piedicon tra mani patera ed arco. OPΣANTINΩN. 2\. Testa giovanile, coronata di edera: in monogramma XPY — Cerere in piedi: tra mani spighe e fiaccola. OPΣANTINΩN. 3\. Testa di donna — Donna seduta con in grembo un bambino. OPΣANTINΩN. (Nel SAMBON, op. cit.). V. APPENDICE al cap. X di questo volume.

[33.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Uno dei tipi delle monete GRUMENTINE è descritto da ECKEL: _Caput muliebre_ ΓPY _Equus saliens: ae. III_: l’attribuisce a Grumento; e così altri. Ed ECKEL aggiunge queste parole che a me occorre di riferire:

> _Numum hunc vidi Romae in museo abatis Chaupy: non dubitabat vir eruditus isti eum Lucaniae urbi largiri, cum praeterea prope eam reperiri illum contingerit. In eadem sententiam seriam fuit etiam A. Combius, qui numum similem ex museo Hunteriano vulgavit_.

Il GARRUCCI attribuisce cotesto conio a Grumo Appula.

Alla notizia del Chaupy presso l’Eckel, io debbo aggiungere che in scavi fatti nell’ottobre 1898 in Paterno di Marsiconuovo (contrada campestre a poche miglia distante dall’antica Grumentum) è venuta fuori un’altra delle monete grumentine col tipo del cavallo e Ia leggenda ΓPY: dessa oggi è conservata nel museo provinciale di Potenza, cui volle darla in dono lo scovritore di essa, A. Greco.

Il tipo del cavallo brioso sarebbe quasi un’arme parlante (?) da χρεμετίζω, nitrire. Un altro conio porta: Testa maschile a dritta — Bue cornupeta, e di sopra ΓPY. Il Garrucci scrive (pag. 119): «Io non so spiegarmi come nelle più alte (?) e fredde montagne della Lucania si voglia collocare la sede di cotesta zecca, lasciandosi indurre da una immaginaria etimologica origine di γρy quasi da Κρύμοεις (Niebhur)… Il Minervini pensa che i tipi del toro corrente e del cavallo confermano la congettura che Grumento di Lucania fosse colonia di Turio». — Lasciamo pure da parte questa sottile congettura del Minervini: ma che valore possiamo dare ad un ragionamento che negherebbe dritto di monetaggio od autonomia ad una città solamonte perché posta tra alte e fredde montagne? E fosse vero! Dessa è posta in amena pianura sulla destra del f. Agri: città per imponenti reliquie di fabbriche, ancora oggi notevole.

[34.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Eccone la descrizione numismatica, secondo le tavole del Carelli (_Ap_. FABRETTI, _Gloss. Ital_. CCLXVIII):

1\. _Caput Martis galea tectum_ — ΛOYKANOM: _Pallas galeata stolata irruens dext_.

2\. _Caput Joriv d_. — ΛOYKANOM: _Aquila stans_.

3\. NIKA: _caput muliebre sin_. — ΛOYKANOM: _Juppiter nudus gradiens d. elata fulmen intorquet_. (Vedi cap. VIII).

4\. _Caput Herculis d_. — ΛYKIANON: _Pallas galeata stolata irruens dext_.

5\. _Caput Jovis d_. — ΛYKIANON: _Aquila stans_.

6\. _Caput Victoriae alatum diadematum_. — _Jupiter vitis bigis: in exergo_ ΛYKIANON. (Vedi cap. VIII).

[35.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Egli scrive:

> … _Ut iidem_ (Lucani) _perversa ortographia in praecentibus numis dicere se poterant_ Λουκανους _pro_ Λευκανους, _ita errore altero se se dixisse_ Λυκιανους, _dictione hac sponte ex adoptato semel_ Λουκανοι _Latinorum fluente, vetere inter Y Graecorum et V Latinorum concordia; nam quod Graeci_ μυς, κυβος, _idem Latini dixere mus, cubus… Et in numis Cretae Lupus Procos, scribitur graece_ ΛΥΠΟΣ. (_Doctrina numorum veterum_, tom. I, pag. 150).

Ma qui la difficoltà vera non è avvertita: la difficoltà non è nella prima sillaba di _Lycianos_, ma nella seconda.

[36.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Indicherebbero la direzione di questa strada le colonne miliarie trovate pei campi di Lavello, di Melfi, di Venosa, di Lagopesole, di Marsico nuovo; e riferite nel _Corp. Ins. Latin_. X, nn. 6966 e 6975\. — In quelle di Venosa e di Lagopesole vi si legge il nome della via e di Massenzio, che _viam Herculiam ad pristinam faciem restituit_. (anno 311 d.C.).

Nei campi di Sala (Consilina) venne fuori un’altra colonna dei tempi costaniani (v. _Corpus_ ecc. n. 6973). E da questa traggo argomento che dal prossimo Marsico nuovo, un ramo, passando per Consilinum (Padula) scendeva nel vallo di Tegianum, attaccando colla via Popllia, presso a Marcelliana. — Di questo ramo è traccia nella Peutingeriana.

[37.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Perché i primi editori della iscrizione avevano supplito la prima linea col nome di _M. Aquilius M.F. Gallus procos_.

[38.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Della lapide di Polla ecco la lezione del Mommsen, nel _C.I.L_. X, n. 6950 —: la prima linea è supplemento.

> VIAM . FECEI . AB . REGIO . AD . CAPUAM . ET
> 
> IN . EA . VIA . PONTEIS . OMNEIS . MILIARIOS
> 
> TABELLARIOSQUE . POSEIVEI . HINCE . SUNT
> 
> NOUCERIAM . MEILIA . LI . CAPUAM . XXCIIII
> 
> MURANUM . LXXIIII . COSENTIAM . CXXIII
> 
> VALENTIAM . CLXXX/ . AD . FRETUM . AD .
> 
> STATUAM . CCXXXI/ . REGIUM . CCXXXVII
> 
> SUMA . AF . CAPUA . REGIUM . MEILIA . CCCXXI/
> 
> ET . EIDEM . PRAETOR . IN
> 
> SICILIA . FUGITEIVOS . ITALICORUM
> 
> CONQUAEISIVEI . REDIDEIQUE
> 
> HOMINES . DCCCCXVII . EIDEMQUE
> 
> PRIMUS . FECEI . UT . DE . AGRO . POPLICO
> 
> ARATORIBUS . CEDERENT . PAASTORES
> 
> FORUM . AEDISQUE . POPLICAS . HEIC . FECEI

[39.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Ecco le indicazioni dell’Itinerario Antoniniano: 

> A.
> 
> _A Mediolano per Picenum ad Columnam_.
> 
> Venusium civitas 31\. M.P. XXVIII.
> 
> Opino M.P. XV.
> 
> Ad fluvium Bradanum XXIX.
> 
> Potentia M.P. XXIIII.
> 
> Acidios M.P. XXIIII.
> 
> Grumento M.P. XXVIII.
> 
> Semuncla M.P. XXVII.
> 
> Nerulo M.P. XVI.
> 
> Summurano M.P. XVI.
> 
> Caprasis M.P. XXI.
> 
> Consentia M.P. XXVIII.
> 
>  
> B.
> 
> _Ab Urbe, Appio via, recto itinere ad Columnam_.
> 
> Nuceria M.P. XVI.
> 
> In medio Salerno ad Tanarum (_al. cod_. Canarmn) M. P. XXV.
> 
> Ad Calorem M.P. XXIIII (\*).
> 
> In Marcelliana M.P. XXV.
> 
> Caesariana M.P. XXI.
> 
> Nerulo M.P. XXXIII.
> 
> Summurano M.P. XIIII.
> 
> Caprasis M.P. XXI.
> 
> Consentia M.P. XXVIII.

(\*) Qui lo errore tipografico è manifesto. L’Ortelio scrisse già le parole: _ad Calorem inclusa aliena manu sunt_. Il Romanelli emendava l’_ad Tanarum_ in _ad Silarum_. Mommsen, invertendo l’ordine delle linee, mette prima la stazione Ad Calorem e poi l’ad Tana(g)rum. lo accetto la inversione: però osservo che tra il f. Calore e il f. ci è di mezzo il grande groppo dell’Alburno, che dal Calore obbligherebbe la strada ad un tortuoso, lungo ed inutile percorso, per risalire al Tanagro. La soluzione che presento nel testo parmi che, rispondendo a dati di fatto certi, elimina difficoltà.

  
> C.
> 
> _A Capua Equo Tutico_.
> 
> Mediolanum M.P. XXlII.
> 
> Baleianum M.P. XII.
> 
> Ad Pinum M.P. XII.
> 
> Ypnum M.P. XXXII.
> 
> Caelianum M.P. XL.
> 
> Heraclia M.P. XXVIII.
> 
> Ad Vicesimum M.P. XXIIII.
> 
> Turios M.P. XX.
> 
>  
> D.
> 
> Sub Romula M.P. XXII.
> 
> Ponte Aufidi M.P. XXII.
> 
> Venusio M.P. XVllI.
> 
> Ad Silvium M.P. XX.
> 
> Sub Lupatia M. XXI.
> 
> Idrunto M.P. XXV.

[40.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) _Corp. Ins. Latin_. — Vol. X: Regio III, _passim_.

[41.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Ibid. n. 333, in Àtena.

> _A. Antonius Horus Aedem Matri Magnae et porticum qui est ante aedem et cellam Sacerd. ab solo pec. sua fec. D.D. cujus dedicatione Decurionibus et Augustalib. et Populo crustum et muls. ded_.

[42.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) È non lontano da Buccino, presso alla stazione detta di Ponte San Cono, sulla ferrovia Eboli-Metaponto. La iscrizione, reincisa sul marmo modernamente, esiste in doppio alle due spalle del ponte. Dessa è autentica, benché il Magnoni volle crederla falsa, per sospetto alle frodi dell’Antonini che prima la pubblicava. — È nel _Corp. Ins. Latin_. vol. X, N. 411.

[43.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Il ponte a cinque archi sul Tànagro, presso Polla, non è opera di molto antichi tempi, ovvero romana, come dicono scrittori del luogo. Il Lenormant lo disse di «costruzione romana, ma _fortement remaniée_» (II, 78). Del ponte di Siglia, il Lenormant stesso disse opera romana il solo primo arco dal lato di occidente: il resto è ricostruzione medievale. Anche il ponte presso Controne è detto meno antico dal valoroso scrittore e geologo prof. Cosimo De Giorgi, nel suo libro di escursioni nel «Cilento».

[44.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Parecchi altri, che si credettero opera romana, non sono. Tale il bellissimo ad ampio arco di ponte sull’Agri, tra Spinoso e Montemurro, di cui preparò la rovina la secolare incuria amministrativa, finché venne giù per impeto di acque nell’ottobre 1857\. Desso era opera del secolo XV: e mi piace qui riferire la iscrizione che vi si leggeva fino al 1708:

> _Tertio idus julii 1440 collato aere civium Spinusii et Montis Marri Faber Marinus Milone Civitatis Cavae incepit Kalendis vero octobris anni currentis 1444 complevit. Posteri orate pro nobis Deum_.

Nel giornale _Il Poliorama Pittoresco_ di Napoli, del 1856, è la figura del ponte, scomparso.

[45.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Cifre esposte in una relazione ufficiale del Ministero dei lavori pubblici, dal titolo: _Sulle bonificazioni idrauliche italiane — Cenni monografici_. — Roma, 1878, in fol. pag. 91.

[46.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Nei _Cenni monografici_ suindicati si dice che «il principale di quei meati sotterranei è detto Vasiente». Da βῆσσα, valle e quindi apertura; o βασσα, da βᾰθύς _concavitas_. (Greci-bizantini ebbero stanza a Polla. Vedi in seguito alla Parto II, capitolo IV). — _Crive_, primitivo perduto, donde l’italico diminutivo _crivelli_. — _Grava_, parola del b.I. in significato di _fossa_ (Ducange, ad v.) dal tedesco _graven_, _fodere_. Di qua il franc. _graver_, incidere, _ravine_, burrone; l’italico _Gravina_, ecc.

[47.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) PLINIO, _Hist. nat_. II: _In Atinate campo fluvius mersus post XX m.p. exit_. Invece, il corso sotterra non avrebbe che un paio di chilometri, su per giù.

[48.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Vedi al cap. XX.

[49.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) LENORMANT, _À travers l’Apul. et la Lucanie_, II, p. 78:

> «Le canal transversal qui rassemble toutes les eaux du bas de la vallée pour les diverser dans le lit de la rivièro est aussi l’oeuvre des Romains».

[50.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Ecco, per es., quanto scriveva il sig. CORCIA, _Op. cit_. III, p. 101\. Egli suppone, innanzi tutto, che Tegiano prossimo a Polla sia fondazione «pelasgica» dei coloni della Beozia, e dice:

> «Tutti i nostri scrittori accennano come un artifizio della natura il sotterraneo canale nel quale il Tànagro scomparisce: ma i maravigliosi emissarii, gli argini, i canali ed altre simili opere idrauliche costrutte nella Beozia, danno a credere, che una qualche opera simile ebbe ad essere il cunicolo già detto»!

Non meno leggermente il Lenormant, che dice aver visitato i luoghi, quando scrisse:

> «La caverna (di Sant’Angelo a Pertosa, cioè quella onde sgorga in massa di acqua che si crede del Tànagro da Polla) la caverna è interamente (!) scavata da mano di uomo: dessa forma lo sbocco di un _tunnel artificiel exécuté par les Romains_» (_Op. cit_. p. 83, II).

Un’affermazione recisa, quanto maravigliosa! — Ma basta avvertire al dislivello tra Polla e Ia caverna per comprendere che un cunicolo scavato da mano di uomo tra quei due punti estremi e prossimi è assurdo. E se non fosse assurdo, sarebbe inutile. A che scavare un cunicolo, con la pendenza a precipizio, quando si avrebbe raggiunto lo stesso scopo mediante un canale qualsiasi aperto, con poco sforzo, al fianco del collo o monto di Polla nella forra di Campostrino? — Io metto in conto di Lenormant viaggiatore, non di Lenormant archeologo questi granchi a secco. E alla celerità del viaggio è dovuto l’altro suo concetto (_Op. e luogo cit_.) che trova la spiegazione del virgiliano — _et sicci ripa Tanagri_ — in quel «tunnel artificiale che scavato da’ Romani» fece restare a secco un protoso antico letto del Tànagro. Questa fu opinione venuta giù da quel nostro buon abate Troyli, che ebbe il criterio critico in ragione inversa della molta erudizione del suo gran carro a bagaglio denominato _Istoria generale del Reame di Napoli_ (vol. I, par. I, pag. 85). VIRGILIO ricorda nelle _Georg_. III, v. 151, l’assillo che travaglia gli armenti del monte Alburno e de’ boschi sul Silaro, sicché ne echeggiano, ai muggiti furiosi, _silvaeque, et sicci ripa Tanagri_: e il Tànagro del vallo di Diano è distante ancora un tratto, ma un bel tratto, dall’Alburno e dal Silaro. Dove il Tànagro si versa nel Silaro o Sele, il letto si slarga siffattamente in un lago di ciottoli e ghiaia, che la fiumana, alla state che ne scema le acque, pare del tutto scomparsa, da poiché la si raccoglie tutta presso la sinistra ripa ombrata di vetrici e carpini. A chi guarda dall’alto, e in distanza, pare davvero un letto di fiume essiccato.

[51.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) _Fossatum, posterioris latinitatis vox est; et significat vel fossam, vel munimentum fossa factum_. È l’autorità del Vocabolario! e fa appuntino al nostro caso.

[52.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Conf. _Corpus Ins. Latinar_. vol. X, n. 69\*, e il LENORMANT, _Op. cit_. II, p 79\. L’iscrizione diceva: _Pontem et Foxatum Roma P. fecit_. (al: _Romani f_.) Il Lenormant interpreta il _P_. per _publice_; io vi scorgerei un esametro, che direbbe: _Pontem et Foxatum Romana Potentia fecit_.

[53.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) È nel _Corpus_ suddetto al n. 293; e porta solamente: _C. Luxilio A_… _Idem Stagno_ (sic)… Idem arma… Su questo tanto di pietra può elevare un edificio? Eppure anche il Lenormant, viaggiatore, lo mette in fabbrica!

[54.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Vedi nel capitolo seguente.

[55.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) È chiarissima nei nomi degli odierni paesi di Padula (_palude_), di Montesano, di Buonabitacolo.

[56.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Argomento, per vero, di limitato valore: anche oggi libri o scrittori dei nostri tempi continuano a dire che il Tànagro scomparisse a Polla e ricomparisse a Pertosa, senz’altra spiegazione.

[57.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Leggo nel BIANCHINI, _Storia delle finanze del R. di Napoli_ (lib. III, cap. V) che scrive:

> «Nel registro di Carlo II del 1306 si veggono certi ordini per togliere, a spese del conte di Marsico e delle vicine Università, gli ostacoli che potevano opporsi al libero corso del fiume nel vallo di Diano: le acque del fiume impaludandosi rendevano malsana l’aria, e impedivano che si coltivassero le terre».

[58.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) LEANDRO ALBERTI, _Descriz. di tutta l’Italia_. Venezia, 1596.

[59.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) GATTA, _Lucan. illustr_. pag. 35\. — Ettore Capecelatro, duca di Siano, signore di Polla, tentò, al cadere del secolo XVII, alcune opere che _latum aquis praebuere alveum_, come diceva una iscrizione che poi non fu messa perché l’opera rimase incompiuta. — Conf. GIUSTINIANI, _Dizion_. ad v. Diano.

[60.](x01_CAPITOLO_21.xhtml) Questo emerge dalla iscrizione, che Niccolò Vivenzio, avvocato fiscale, ne compose e che io leggo nel GIUSTINIANI, _Op. e luogo citato_:

> … _A clivo Dianae ad montem Pollae… Fossa per millia passuum II — Rectaq. adversos per montes et saxa — Ingenti molimine_ depressa _— Qua exundantis Tanagri — Et circumsurgentibus jugis dilabentes aquae — In subjectam vallem profluerent… An. MDCCXCVI_.

# CAPITOLO XXII

## TOPOGRAFIA ANTICA DELLA REGIONE

  
La notizia delle sedi, che le popolazioni lucane occuparono fino alla trasformazione barbarica del mondo romano, dovrebbe essere la parte meno oscura e più largamente conosciuta del loro passato, dapoiché i maggiori lavori dell’archeologia napoletana si concentrarono appunto sulla topografia degli antichi popoli della bassa Italia: ma ciò non è vero che in parte. Dopo l’opera amplissima, e pel suo tempo accurata, del Cluverio nel secolo XVII, poco ebbe ad aggiungere alla esatta notizia dell’antica topografia della bassa Italia l’erudizione napoletana del secolo XVIII; e nell’ora trascorso secolo altresì, che pure nella prima metà ebbe raccolte quasi tutte le sue cure intorno alla numismatica ed alla topografia. Qualche punto oscuro o dubbio, per verità, è chiarito; qualche congettura è rettificata: non pertanto il campo non è sgombro d’altre congetture, d’altri dubbii; né mancano lacune che riempirà forse l’avvenire, quando i trovamenti, o fortuiti o domandati espressamente alla terra avranno messi alla luce titoli e monumenti, che la certezza della storia desidera ed aspetta.

Noi tratteremo brevissimamente questa parte del nostro subbietto per tutto ciò che è fuori contestazione e riconosciuto.

  
I popoli Eburini, i primi dei Lucani mediterranei, che si incontrano alla destra del fiume Sele, ebbero sede nell’antichissima Eburum, che risponde all’attuale città di Eboli. Meno di un duecento passi dall’odierna città si veggono ancora alcune reliquie di costruzioni a massi poligonali, che erano parte delle fortificazioni della città antica[1](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Fu una delle più remote sedi di abitazione umana; se egli è vero che le antichissime genti di razza celto-iberiche, che si dissero Siculi lasciarono ivi orma di loro passaggio, secondo che ci fu dato arguire dall’onomastica topografia. La stessa posizione della città prossima al Sele dové farla una delle prime conquiste e accasamenti dei Lucani, che ne cacciarono i più antichi abitatori. Se poi gli Elleni delle spiaggia posidoniati vennero a stanziare fin là, non si può affermarlo; ma non mancano trovamenti nelle sue campagne di antichi sepolcri con suppellettile ceramica che indica gente greca, i quali furono forse di piccole colonie o di singoli individui di stirpe italiota, ivi residenti[2](x01_CAPITOLO_22.xhtml); altro non si può concludere, per ora. Non si conoscono monete di questa città.

Essa doveva avere un contado, o circondario di minori aggregati di gente, che costituivano quello che gli antichi dissero popoli Eburini: ma più di così, nulla ci è noto.

  
_Vulceium_

Prossimi ad essi, i popoli Vulcentani o Vulceiani abitarono _Vulceium_, che risponde all’odierno paese di Buccino. Nelle sue vicinanze si veggono ancora gli avanzi di costruzioni a poligoni irregolari: e su di essi è parso di scorgere scolpito l’emblema del fallo, che pure si è intraveduto su per altre costruzioni simiglianti nel paese del Lazio e de’ Volsci. Fu anche questa, a nostro avviso, stazione antichissima di gente celto–iberica: e ne fu fatto cenno più innanzi[3](x01_CAPITOLO_22.xhtml). La città ebbe importanza al tempi dell’impero, come la sua letteratura epigrafica dà argomento a credere. Forse in questa città ebbe sede la famiglia, che fu certamente di origine lucana, di quel Bruzio Presente, la cui figlia Crispina fu moglie a Commodo Imperatore[4](x01_CAPITOLO_22.xhtml).

  
_Paghi di Vulceium_

Aveva intorno buon numero di paghi. Di quattro di essi si ha il nome in un titolo epigrafico di tempi costantiniani che ancora esiste in Buccino[5](x01_CAPITOLO_22.xhtml); e sono il _pago Forense_, il _pago Norano_, il _pago Aequano_ e il _pago Trasmunc_(iano). Nello stesso titolo è ricordato il fondo _Sicinianus_: e non è dubbio che ad esso risponda (come già fu avvertito da altri) il prossimo paese di Sicignano. Ma anche gli odierni paesi di Laviano, di Colliano, di Ricigliano[6](x01_CAPITOLO_22.xhtml), come indica la uscita del nome, furono vichi o gruppi di case coloniche dei tempi romani, in dipendenza di Vulceio. Non altrimenti pel prossimo San Gregorio; ove la denominazione della contrada di monte _Vetrano_ indica manifestamente (come in seguito sarà chiarito) che ivi esisteva un paese abitato[7](x01_CAPITOLO_22.xhtml).

La moderna denominazione del paese non è altro che il diminutivo di Vulceino, onde Vulcino e Pulcino nelle carte del medio evo[8](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Al cadere dell’Impero, quando le antiche città già stremate di floridezza e di popolo furono distrutte o disfatte dai barbari, le scemate e mal difese popolazioni, abbandonando l’antico posto, si traevano a’ prossimi monti, o a prossimi luoghi più acconci a difesa. La nuova città che sorgeva, in condizioni di popolo, di fama, di civiltà tanto diminuite, non lasciava sempre l’antico nome; bensì questo, rispondendo alla nuova condizione delle cose, veniva a prendere la flessione del diminutivo. Gli esempii sono numerosi e significativi[9](x01_CAPITOLO_22.xhtml).

  
_Numistro_

A settentrione, e prossimi a Vulceium, erano i popoli _Numistrani_; e la città, capo del loro contado, che fu Numistro, sedeva nelle vicinanze del paese che oggi è detto Muro Lucano. Non si hanno argomenti sicuri dell’identità topografica, ma è molto probabile. Nella enumerazione di Plinio i Numistrani pare fossero a confine coi Vulcentini e con gli Ursentini; e nel territorio di Muro esistono reliquie di antichi paghi, e si scovrono anticaglie e marmi letterati[10](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Ad un due miglia lontano dall’abitato, nella contrada detta «Raia S. Basile», sono vestigie di antiche costruzioni a grossi poligoni di sagome irregolari, soprapposti l’un l’altro senza cemento; e questi è a ritenere reliquie di un _arx_ dei tempi remotissimi, anteriori ai Romani. Lì propriamente dovè essere il posto dell’antica Numistro; la quale, ad ogni modo, era non solo tra i Lucani e non molto discosta dall’Apulia, anziché nei Bruzii[11](x01_CAPITOLO_22.xhtml), ma era prossima ai Vulcentini.

  
_Urseium_

A confine coi Vulceutini e coi Numistrani, io allogo i popoli Ursentini.

Dell’antica Ursentum è ancora dubbio il posto; è dubbio per me il nome stesso della città[12](x01_CAPITOLO_22.xhtml); di certo non altro avanza che qualche rarissima moneta su cui è il nome degli «Ursentini»[13](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Seguendo una mezza analogia di parole, alcuni allogarono la città nel villaggio di _Orsomarso_, tra i confini di Calabria e Basilicata al versante tirreno; altri, con maggior seguilo, a Contursi, che è infatti non lungi da Buccino. Ma Contursi è denominazione medioevale dei tempi longobardi, rispondente ad un _Castrum Comitis Ursi_[14](x01_CAPITOLO_22.xhtml): d’altra parte, le denominazioni topografiche moderne dal tema di «Orso» sono frequenti presso di noi, e numerose.

Io credo, che i popoli Ursentini stanziarono nel territorio, che è intorno e tramezzo ai due paesi odierni di Vietri di Potenza e di Caggiano. Testimonianze di antichi abitatori per quei territori non mancano, grazie a scoverte di epigrafi e di altro genere anticaglie.

Ma dalla stessa nomenclatura topografica d’oggigiorno le prove risultano copiose, e per me evidenti, l.e parole di «Vietri, di Vetere, di Vetrano, di Avetrano, o Vetrana, o Vetrice, o Vecchio, o Antico» infisse a punti topografici, sono denominazioni-indice: esse mostrano senza alcun dubbio, che ivi era il posto di «antiche» città, ovvero vichi, o fori, o castelli, o luoghi «anticamente» abitati. Oltre che il nome stesso di Vietri al paese odierno è già argomento dell’antichità sua, si trovano nel suo territorio, a un due chilometri in linea retta al nord-ovest dell’abitato, il luogo detto «Vetranico», e un po’ più discosto, verso il nord-est, l’altro che è detto il «Vetrice»; che io credo indubbiamente sedi di antichi paghi, o antiche abitazioni di popoli, probabilmente Ursentini. Confina al territorio di Vietri quello di Caggiano (due paesi a brevi distanze tra loro); e nel territorio di quest’ultimo, non più che un tre chilometri discosto dall’abitato, è al sud-est, verso la contrada detta il «Casale» l’altra contrada che è denominata «Veteranurso»[15](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Tra il _Casale_ e _Veteranurso_ è una contrada che è detta «Tempa di tiesti»; e qui è accertato che furono rinvenuti antichi sepolcri in mattoni e accenno di antiche fabbriche[16](x01_CAPITOLO_22.xhtml), e ben si sa che la parola _tiesti_ del dialetto equivale a cocci di terra cotta. Altri indizi di antichità sono le denominazioni stesse dei paesi Caggiano, Balvano, Romagnano, nonché Satriano (oggi diruta città), che circondano intorno intorno il territorio di Vietri. Tutte pruove per me che ivi erano sedi di popolo frequente, sparso per ville e città. Che quel popolo fosse degli Ursentini non ho prova diretta; ma in difetto di ogni altro spiraglio di luce che ci guidi a stabilire il posto dell’antica città, basta, mi pare, la denominazione topografica di «Veteranurso» nelle vicinanze di Caggiano, e la certezza dell’incolato colà di antiche genti[17](x01_CAPITOLO_22.xhtml).

Né si opponga (quanto a Vietri di Potenza) che questo nome risponde non a città, ma ai _Campi Veteres_ che sono ricordati di tal nome in Tito Livio, là dove cadde morto in imboscata traditrice il console Sempronio Gracco. Altrove abbiamo esposte le ragioni intrinseche, per cui quei famosi «Campi» non potevano essere a Vietri[18](x01_CAPITOLO_22.xhtml); e passo oltre.

  
_Fiume Tanagro_

Tutte queste città erano poste per l’alta valle del fiume Silaro, e prossime ai corsi di acque che si scaricano in esso, e che prendono il nome di Platano, di Botta o di Bianco. Il primo è nome di antiche origini, e forse anche il secondo[19](x01_CAPITOLO_22.xhtml); l’ultimo è così detto sia perché corre per letto di pietra satura di carbonato di calce, sia per contrasto al fiume «Negro» nel quale il Bianco si scarica. Il Negro, promiscuamente e in istile nobile è detto col nome antico di Tànagro; e questo io penso sia derivato dal τέναγος greco[20](x01_CAPITOLO_22.xhtml), che risponde preciso alla condizione topografica antica; poiché significa appunto «un luogo paludoso per limo, carici ed acque stagnanti» com’era il bacino del Tànagro nei remoti tempi, prima che esse fluissero di corso regolare e abbondevoli tanto entro ai meati sotterranei naturali presso l’odierna Polla, quanto per quei lavori che eseguirono in lontani tempi le floride città lucane circostanti, come fu detto nel capitolo precedente. Dopo le antiche opere di sanificamento le acque delle scomparse o diminuite paludi, raccolte o avviate che furono per l’alveo creato o depresso, avvivarono il corso perenne del fiume; il quale prese allora, com’è naturale, il nome stesso che aveva la palude, di cui era e il prodotto e lo smaltitoio.

  
_Sontia_

Nella valle superiore di questo fiume, la quale si dilarga in un bacino amenissimo, furono le sedi antichissime dei popoli Atinati, Tegianesi e Sontini. Di Sontia, che era la città di questi ultimi popoli, non resta niente più che il nome nell’odierno paese di Sansa[21](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Tutto perì! E se la mancanza di qualsiasi vestigio o ricordo di anticaglia non è prova valevole, pure potrebbesi arguire che la città non ebbe incremento di coloni dopo i tempi della repubblica romana, come avvenne per tutte le altre città antiche lucane, forse perché l’aria inquinata dai paludi sottostanti alla città[22](x01_CAPITOLO_22.xhtml) e dagli altri non molto lontani stagni presso al fiume Calore, ebbe a respingere di là ogni novello arrivo di gente, ed esinanire ogni virtù prolifica nell’antico suo popolo. Non si ha di essa né marmo scritto, né moneta, né cenno che fosse colonia o prefettura. Forse l’aria pestifera era già sovrana, quando la regione fu sottomessa ai Romani.

  
_Tegianum_

Questo non accadde per le città di Tegianum e di Àtena, che erano prossime anche alle acque ristagnanti dello stesso bacino. Benché non sia ancora noto per titoli o monumenti sicuri che il nome dell’antica città fosse Tegianum, pure è nota per titoli la _respublica Tegianensium_[23](x01_CAPITOLO_22.xhtml), e questo, nonché il nome moderno di Diano a cui risponde l’antica città, fanno certi del nome antico della città stessa[24](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Che questa fosse situata nel posto appunto che oggi occupa l’abitato di Diano o Tegiano, si argomenta, a giudizio di Mommsen[25](x01_CAPITOLO_22.xhtml), da alcune assai grosse basi di pietra esistenti nella città odierna; le quali avendo fatto ufficio di sostegno alle antiche statue di imperatori poste per decreto dei decurioni, non è presumibile che dalla sottostante pianura fossero state trasportale ove è Diano sul colle. Ma è prova anche più concludente questa, che ancora è dato di scorgere nella cerchia della città odierna le fondamenta di due antichi tempii, e di un anfiteatro, o teatro od odeone che sia[26](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Le reliquie di antiche ed eleganti opere architettoniche che furono scoverte a piedi del colle non bastano a provare la verità delle opinioni di scrittori locali, che la città di _Tegianum_ sedesse piuttosto nel piano, alla contrada detta oggi di San Marco; come non basterebbe per vero a sostenere la tesi opposta la considerazione che l’aria palustre, di più intensa malvagità nella pianura, consigliava anzi di abitare in alto sul colle che in giù prossimamente agli stagni.

E infatti, un quattro in cinque chilometri all’oriente di Tegiano, ben lontano dal ponte detto di «Siglia» sul Tànagro[27](x01_CAPITOLO_22.xhtml) è una contrada denominata «Cozzo la Civita». Qui esisteva, senza dubbio, un’antica città in posto poco elevato dal piano sottostante. Non era qui certamente l’antico _Tegianum_. Io credo invece che ivi fosse l’antica «Marcelliana» che è indicata nell’Itinerario di Antonino[28](x01_CAPITOLO_22.xhtml), e viene indicata siccome prossima, anzi suburbana alla città di Consilino, da Cassiodoro[29](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Il «Cozzo la Civita» non è più che un sette chilometri lontano dal grosso paese di Padula, presso di cui era, senza dubbio, l’antico Consilinum. L’azione malefica dei grossi paduli dovè spopolare del tutto codesta Marcelliana, che fu pure nel primo medio evo sede del vescovo, quando la sede abbandonò Consilino.

Consilino, che è ricordata come prefettura nel libro delle Colonie, e con la denominazione di _Castrum_ da Plinio[30](x01_CAPITOLO_22.xhtml) è scritta _Cosilianum_ nella non molto corretta tavola peutingeriana[31](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Tra dubbie indicazioni di posto, oggi deve ritenersi accertato che esistesse presso l’odierna Padula nel luogo, un qualche chilometro all’oriente là dove è appunto detta la «Civita». Ivi esistono ancora molte vestigie di antichità: tali quelle di un _arx_ e di una torre quadrata, che dalla costruttura ad opera (come dicono gli archeologici) incerta, il Lenormant considera dei tempi della repubblica, circa l’epoca sillana. Vi si veggono inoltre gli avanzi, in qualche parte ben conservati, di una robusta cinta fortificata dei tempi antichissimi, anteriore forse ai Lucani. È costruzione a blocchi enormi irregolari; e di essi abbiamo fatto cenno altrove[32](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Non mancano all’epigrafia lucana iscrizioni latine trovate nei dintorni di questa città[33](x01_CAPITOLO_22.xhtml).

Qualche moneta dei tempi di Costantino rinvenuta nei ruderi della Civita presso Padula, fa prova che esisteva ancora nel secolo IV dopo C.: esisteva al V perché ricordata da Cassiodoro. Ma al secolo VI, non pare esistesse più. Ai primi tempi della Chiesa, Consilino fu sede di vescovo: ma da una lettera di papa Pelagio riferita nel Decreto di Graziano, è forza ammettere che, alla seconda metà del secolo VI, la sede episcopale di Consilino erasi ridotta a Marcelliana[34](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Il tramutamento fa arguire che Consilino era già caduta in quei tempi che corrispondono al diffondersi per la Lucania dei Longobardi del ducato di Benevento. Allora, nella geografia ecclesiastica, Marcelliana prese il posto di Consilino, e non già di i Chiusi, come Consilino è detta (certamente per errore) in talune edizioni del Decreto. Una Chiusi di Lucania non si sa che abbia esistito mai[35](x01_CAPITOLO_22.xhtml).

  
_Àtina_

Non lungi da Tegianum, ma a destra del Tànagro, era l’antica Àtina, dove oggi è appunto il paese di Àtena, sopra un colle alquanto elevato dalla pianura malsana. Ivi sono ancora reliquie di antiche costruzioni, tra cui riconoscono le vestigie d’un anfiteatro. Un discreto numero di antiche epigrafi latine che vennero trovate nel suo territorio indicano che fu città ai tempi imperiali fiorente. Che fosse stata un certo tempo «prefettura» è noto dal libro delle Colonie: dové quindi resistere, con le altre città lucane, contro la conquista romana. Da suoi titoli epigrafici è manifesto che ebbe le magistrature di municipio: forse fu colonia altresì, in seguito alla divisione de’ suoi terreni fatta da Cajo Gracco famoso[36](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Fu certamente tra le più antiche città lucane; ma è dubbio se di origini osco-sabelliche, fondata da quei primi coloni della regione che vennero dalla Campania, ove è pure un’antica città di Atìna; o se da origini elleniche, come credono i nostri scrittori. Questi si fondano sul nome che risponde (essi dicono) a quello della celebre città dell’Attica e alla divinità sua tutelare; si fondano inoltre su d’una moneta a leggenda greca e dai simboli d’Atena-Pallade, che si attribuisce alla città lucana. Ma l’attribuzione della moneta a questa città è dubbia, e da altri negata[37](x01_CAPITOLO_22.xhtml): e la grafia greca della moneta stessa proverebbe nulla; perché, come si è detto, fu la grafia di tutta la gente lucana, che non ebbe altri caratteri pei suoi monumenti, finché non prese l’alfabeto latino dopo la fusione con Roma.

Quanto al nome, parmi impossibile di ammettere la pretesa relazione col nome o della città di Atene, o della dea Atèna Pallade. Osta l’accentuazione diversa delle due parole, che è diversità sostanziale: onde sorge, per lo meno, un dubbio, che attende altre ragioni ed altre prove per venir dileguato[38](x01_CAPITOLO_22.xhtml).

  
_Forum Popilii_

Fra i paghi in dipendenza di Àtina è molto probabile che fosse quel _Forum Popilii_, che si trova indicato nella Tavola peutingeriana, e di cui si può ben arguire l’esistenza in questo luogo dal marmo itinerario detto di Polla, più volte ricordato.

Il pago o villaggio ebbe origine da quel Pretore P. Popilio Lenate, Console nel 622-132 che costruì la strada da Capua a Reggio; e ne abbiamo fatto ripetutamente parola, e di lui, e del suo marmo famoso[39](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Che un «forum» con «aedes publicae» egli costruisse in questa amena valle del Tànagro, ove fu posto il marmo, lo afferma l’iscrizione che egli vi fece incidere, ed è indubitato. La strada che non poteva salire sul colle di Àtena, provvide alle comodità pei viandanti al piano che è ai piedi del colle; e quivi le necessità del commercio e dei cultori dei campi ebbero creato un villaggio. Il quale, se può ritenersi che risponde all’odierna Polla, non fu proprio là dove è l’abitato di Polla; né le trasmise, _parce detorto_, il proprio nome[40](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Polla ha nome ed origini medioevali; e dalla polla di acqua perenne, che rampolla a pie’ di essa con linfe abbondanti e fresche, venne il nome al luogo, ove surse il primo nucleo del villaggio[41](x01_CAPITOLO_22.xhtml). La derivazione da Apollo, fatta femmina, è un supposto d’eruditi moderni; ammesso anche per vero, che alcuni antichi ruderi in certo punto delle campagne di Polla fossero reliquie d’un tempio dedicato ad Apollo[42](x01_CAPITOLO_22.xhtml); né punto contradetto, che i lauri cresciuti intorno ai ruderi stessi testimoniassero, postumi di tanti secoli, in favore di Apollo!

Nell’antico «territorio di Àtina»[43](x01_CAPITOLO_22.xhtml), come scrisse Plinio, ed oggi prossimamente all’odierna Polla, il fiume Negro o Tànagro si scaricava, e in certe circostanze si scarica (come fu detto) nelle viscere del monte di Polla per balzar fuori spumeggiante sia dagli spechi che si aprono nella forra detta di _Campestrino_, sia, come si crede, un par di chilometri più in giù dalla grande spelonca che è prossima al paesello di Pertosa, a cui diede il nome.

  
_Ad Nares lucanas_

Senza tener conto delle opere che le antiche città lucane Àtina, Tegiano ed altre eseguirono per incanalare le acque stagnanti del bacino (opere che non ci è dato indicare con più determinatezza di quella che si disse nel capitolo precedente), dirò che qui presso, dove si chiude a settentrione il bacino di Tegiano e il Tànagro s’imbuca, e dove esso riapparisce dalle spelonche, come Plinio ricorda, qui io riferisco la stazione topografica che è detta _Nares lucanas_ nella tavola Peutingeriana, e che si trova indicata in un frammento di Sallustio; la quale parmi prendesse il nome appunto dalle bocche di scarico del fiume medesimo[44](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Prossima a questa stazione è segnato, nella tavola suddetta, il _Forum Popilii_ e una stazione detta _Acerronia_. Se il Foro Popilio fu (come è probabile) a San Pietro presso Polla, ben risponderebbe la stazione _Ad Nares lucanas_ nel luogo che noi si indica tra Polla in giù e Pertosa od Auletta, donde divergerebbe quella linea di strada verso il nord, che riattacca alla strada per a Venosa e per a Potenza. L’Acerronia, che è di ignoto posto, ma che fu senza dubbio quivi intorno, vorrei trovarla in uno di quei luoghi di antiche abitazioni già accennati presso Vietri di Potenza, se altri non voglia là dove oggi è detto _Massa Vetere_, non lungi da Caggiano[45](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Gli eruditi napoletani l’allogano invece al paese di Brienza, ove è un luogo che è detto Cerrana[46](x01_CAPITOLO_22.xhtml): ma la fonetica della parola non toglie il dubbio; né dalla poca precisione della Peutingeriana si può trarre argomento a più precise indicazioni. Del riscontro, pure non indegno di riflesso, tra Acerronia e la stazione denominata _Acidios_ sarà detto più innanzi.

  
_Caesariana_

La stazione _Ad nares lucanas_ era all’estremo lembo settentrionale della vallo o bacino che ora è detto «Vallo di Tegiano». Allo estremo limite opposto, verso il sud-est, era l’altra stazione detta _Caesariana_; di cui è incerto ancora il posto preciso; né certa del tutto la flessione del nome, che è Cesernia nella tavola di Peutingero, e nel geografo ravennate del medio evo che la ricopia. L’Olstenio volle trovarne il posto in quel Casalnuovo che oggi è detto Casalbuono; argomentando egli dal dato itinerario che gli faceva riconoscere Marcelliana in Polla, e seguendo da questo punto il dato della distanza, arrivava a Casalnuovo. I nostri eruditi si fermarono a Casalnuovo per Cesariana, ma non a Marcelliana per Polla; e vuol dire die accettarono una conseguenza di cui negavano la premessa. Per noi Cesariana deve trovarsi verso l’odierno paese di Rivello; là dove nel suo territorio sono avanzi di antiche fabbriche e il ricordo ancora d’una «Civita» o città[47](x01_CAPITOLO_22.xhtml). A. questo posto si conformerebbero le misure dell’itinerario di Antonino, se si parte dal punto che abbiamo indicato per Marcelliana. E se è vero che nella Peutingeriana è allogata più prossima al mare, avverto che in essa è posta a sinistra, non a destra di un fiume che erratamente ivi è detto il Crater, e non può essere altrimenti che il fiume Noce: onde mal risponderebbe a Sapri, ma piuttosto ad Acquafredda (secondo il Lenormant); se non paresse del tutto improbabile la linea di una strada militare, che dal bacino di Tegiano scendesse giù alla spiaggia del mare per di là risalire a Nerulo (oggi Rotonda o Castelluccio), fra gli alti Appennini dei Bruzii. Rivello, del resto, non è che a poche miglia dal mare.

  
_Popoli Sirini_

Per le città di Marcelliana e di Cesariana la via militare, che fu la Popilia, correva oltre per la Lucania fino a Nerulo e a Submurano, quindi a Cosenza, quindi a Reggio. Al di là di Cesariana è il monte di Sirino, da cui trae la prima origine il fiume Sinno[48](x01_CAPITOLO_22.xhtml), che è l’antico Siris. Quivi intorno fu la sede di quei popoli lucani, che Plinio disse Sirini. Ma nulla sappiamo della loro città capo-contado, né di città secondarie loro. Ebbero essi una città detta Sirno, o Sirino o Siri (diversa però dell’italiota nel Jonio), donde trassero il nome? o vissero, sparsi in oppidi e villaggi di poca importanza, per l’alta valle del Siris? ovvero dal nome generico della valle derivato a questa dal fiume che la percorre, ebbero, appunto per la poca importanza loro propria, il nome di Sirini che loro è dato dalla storia? Questa seconda ipotesi è più probabile. Su tutta la distesa di terra da Cesariana a Summorano, a piè dell’odierna Morano, gli itinerarii non ricordano che _Nerulum_ e _Semuncla_: quello era un oppido o città di qualche importanza; questa una stazione, che forse fu un vico. Però i campi qua e là mostrano ancora vestigie di antiche fabbriche, e vi si scavano sepolcri, armi, utensili, monete antiche: indizii di terre sparsamente e forse largamente abitate.

  
_Nerulum_

_Nerulum_ si suole situare all’odierno paese di Rotonda: ma ivi non è vestigio di antiche fabbriche[49](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Invece, tra Rotonda e Castelluccio, è un luogo largamente sparso di ruderi; ove avvennero ripetuti trovamenti di antichi cimelii. Qui crederei, piuttosto, la giacitura di Nerulo: e le misure degli antichi itinerari non si oppongono, anzi conforterebbero. In quei ruderi alcuni dei nostri eruditi vollero vedervi quella antichissima Tebe lucana, la quale essendo distrutta, a ricordo di Plinio, fino dai tempi di Catone (che morì nel 605 di Roma, o 149 a.C.), è vano pensiero di potere oggi riscontrare dove ella si fosse.

  
_Laos_

Meno insecuro parrebbe di allogarvi invece l’antica e greca Laos, chi volesse argomentare dal posto della odierna Laino che non è lontana da quei ruderi, a cui abbiamo dianzi accennato. Ma Strabone dice la città di Lao «poco discosta dal mare»[50](x01_CAPITOLO_22.xhtml); e Laino è tra’ monti, un trenta chilometri circa lontano dalle acque del Tirreno. La sede della grecanica Laos si ritiene, dai più, presso l’odierna Scalea in un luogo ove sono sparsi mucchi di antiche rovine; e dove ultimamente un viaggiatore archeologo ha creduto vedervi invece il posto dell’antica Temesa[51](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Tanto si va ancora a tentoni per le strade dell’antica patria nostra!

Per me, l’odierno Laino sorse da frammenti di popolo della città di Lao che era prossima al mare, nel territorio intorno all’odierna Scalea; né veggo ragioni prevalenti per allogare qui Temesa; né allogare presso al Laino di oggi, ove sono ruderi di fabbriche laterizie, l’antica Laos; se questa, a testimonio dell’antico geografo, era più prossima al mare[52](x01_CAPITOLO_22.xhtml).

  
_Forum Annii_

Fra Laino e Blanda (che oggi si allogherebbe non a Maratea, ma a Tortora) fu un _Forum Annii_, che occorre di aggiungere alla topografia della Lucania. ll nome non è noto altrimenti che da un frammento di Sallustio sotto la forma di _Anni forum_; né finora è stato oggetto alle investigazioni degli eruditi. Illuminati dall’onomastica dei luoghi, crediamo che rispondesse alla contrada campestre che oggi è denominata _Vannifora_, posta tra i due paesi di Ajeta e Scalea.

Il frammento sallustiano parla di Spartaco guerreggiante tra i Bruzii e la Lucania, e dice:

> «Preso, egli, a guida uno dei prigionieri picentini, venne dai gioghi di Eboli, non visto, alle _Nares Lucanas_ (tra Polla ed Auletta); quindi al Foro di Annio, che faceva giorno, e non avvertito dalla gente dei campi»[53](x01_CAPITOLO_22.xhtml).

  
_Semunela_

Anche alla stazione detta _Semunela_ non sappiamo quale preciso posto assegnare. La parola arieggia al fiume _Semnum_ o Sinno, secondoché già avvertì e volle correggere il Cluverio: ed io preferisco di allogarla presso al fiume medesimo, e non alla contrada che è detta Serra del Sambuco[54](x01_CAPITOLO_22.xhtml), ove per falsa analogia d’allitterazione fu posta dal barone Antonini nostro e da altri. L’itinerario dell’imperatore Antonino indica _Semuncla_ sulla linea stradale in mezzo tra Grumenlo e Nerulo; quindi la Semuncla dovrebbe trovarsi in vicinanza dell’odierno Latronico o di Agromonte, ivi prossimo: il primo dal significato del suo nome ricorderebbe fabbriche o reliquie di laterizi; il secondo è campo di antichi ruderi e di travamenti di vario genere anticaglie.

Alla stazione di Semuncla faceva capo la strada, di cui fu già parlato, che da Venusia scendeva a Potentia e per Acidios e Grumentum toccava a Nerulo e a Sumacurano, pei Bruzii.

  
_Grumentum_

Grumento, che ci è parso di poter noverare tra le antichissime stazioni de’ Lucani e forse degli Enotri, era capo-luogo dei popoli Grumentini, e fu città importante non solo a’ tempi dell’autonomia lucana, ma ai tempi romani.

Strabone, è vero, ne fa cenno come città di poco momento: ma se il suo non è sbaglio, vuol dire che ai tempi del geografo, dopo i travagli delle guerre dei Soci[55](x01_CAPITOLO_22.xhtml) e delle civili, era assai decaduta. Ma dovè presto assorgere a civile importanza dopo le consecutive immissioni di coloni da parte di Roma, tenuto conto delle notizie che si ricavano dalla superstite massa della sua epigrafia, o dai larghi avanzi, ancora visibili tra le sue ruine, di monumenti e publici edifizi, come teatro, anfiteatro, acquidotti, portici, porte e mura della città. Fu tra le più antiche sedi di vescovi della regione; e questo indica l’importanza sua nei bassi tempi: però tutto quanto si attiene alla storia del suoi antichi vescovi e alla sua totale distruzione per ingiurie saraceniche, è ottenebrato da falsi documenti e guasto da falsi monumenti[56](x01_CAPITOLO_22.xhtml).

Fu capo di minori paghi de’ popoli grumentini sparsi ivi d’intorno; dei quali si può avere un indizio dallo studio dei luoghi che ancora vi accennano pel nome topografico[57](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Ma molte false indicazioni e false tradizioni erudite è facile che sviino l’indagatore. Di sicuro, io non accenno se non al luogo che oggi è detto di «Grumentino»; ivi presso a un posto che lo si dice «Il Casale» ed un altro che viene nominato «Ponte Pagano» e vuol dire dei paghi o del pago. Quando la città fu distrutta, il grosso del popolo si accasò a «Grumentino» che sostituì, diminuita di popolo, d’importanza e di nome (secondo che più innanzi fu avvertito) l’aulica città; poi ai torbidi tempi le ragioni di difesa consigliarono i neo-Grumentini a raccogliersi sull’alto del colle presso le torri del signore feudule; e surse, indubbiamente da Grumento, la Saponara. Il nome di altri sei o sette paghi è ricordato nelle tradizioni della chiesa saponarese; ma i luoghi non ne serbano vestigia di sorta; e ragioni estrinseche di controversie giuridiche dànno argomento che siano tradizioni inventate in tempi postumi. Gli scrittori, invece, non si pèritano di dire antico il prossimo paese di Sarconi, e questo sarebbe, per la pretesa antichità del nome, uno degli antichi paghi della città. Nulla, per vero, osta che ivi fosse stato un antico pago o vico suburbano alla città di Grumento; ma il nome Sarconi ha origini del tutto medioevali, ed ha significato suo proprio nel basso latino[58](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Un altro degli antichi paghi dovè sorgere presso Tramutola al luogo detto «Tempa di Chiesa», ove si vedevano vestigia di antichi ruderi fino ai tempi nostri[59](x01_CAPITOLO_22.xhtml); un altro forse alla contrada «Salemme» ove s’incontrano, scavando, frequenti reliquie di antiche cose, un altro presso a Moliterno, nel colle ove le attuali denominazioni topografiche di «Vetere», di «Fabricata» e di «Muraglie» attestano indubbia dimora di antica gente.

  
_Mendicoleo?_

Qui a Moliterno alcuni scrittori allogarono, pure dubitando, quell’enigma topografico che nella Peutingeriana è scritto _Vico Mendicoleo_[60](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Ma nulla autorizza a credere; e questo resta ancora un enigma.

Nell’amenissima ed alta valle dell’Agri, ove sedeva precipua città Grumento, altre città minori esistettero senza dubbio a destra e a sinistra del fiume stesso, là d’intorno dove oggi sorgono Marsico Vetere, Marsico Nuovo e Paterno. Non discosto dal due primi paesi sono ancora dei luoghi che vengono detti la «Civita». Indizio sicuro di antiche dimore; un’altra contrada «La Civita» è presso l’origine della sorgente Alaggia, a destra dell’Agri. Paterno, nell’onomastica topografica latina del bassi tempi, è parola generica, che indica il luogo della «patria di origine»[61](x01_CAPITOLO_22.xhtml), dal quale un altro paese ad essa prossimo è surto. Ma io non sono in grado d’indicare quali antichi nomi si ebbero quelle auliche città; e le congetture, più che opinioni degli indagatori, è inutile rilevarle qui[62](x01_CAPITOLO_22.xhtml).

  
_Acidios_

La stazione di _Acidios_ è segnata nell’itinerario di Antonino tra Grumentum e Potentia: ed è d’incerto posto anche essa. L’antico storico della Lucania l’allogherebbe all’incrociarsi del fiume Sauro con l’Agri, ov’è il luogo detto «Aciniello»: ma la testimonianza autorevole dell’Itinerario non consente sviarci sul basso Sauro o sul basso Agri, ma ci avvia sull’alto Agri alla linea Grumento-Potenza. E seguendo questa linea, fu chi ha voluto trovare l’_Acidios_ verso Marsiconuovo, meno perché dal prossimi monti ha le prime origini l’_Aciris_, ovvero l’Agri; quanto perché di qua correva la strada per a Potenza; e lì fu trovata una colonna miliare del tempo di Diocleziano[63](x01_CAPITOLO_22.xhtml): e sarebbe indicazione accettevole, se non ostassero le distanze segnate nell’itinerario stesso, le quali ci menano invece ad un posto tra Marsiconuovo e Brienza, e più prossimo a questa: là dove i nostri eruditi hanno allogata l’Acerronia della Peutingeriana[64](x01_CAPITOLO_22.xhtml).

  
_Potentia_

La città di Potentia, capo dei popoli potentini, giaceva nel piano presso alla fiumara del Basento, a piè del colle, sul quale oggi siede Potenza, capo della provincia di Basilicata: ivi il luogo è sparso di ruderi, e attesta col nome di «Murate» le antiche reliquie. Potentia ebbe il nome, probabilmente, da quei popoli picentini che la dura politica romana trasportò di forza dalle spiaggie dell’Adriatico alle spiaggie del Tirreno, nei campi tra il Silaro e Salerno, ove oggi ancora il luogo di Sant’Antonio di Vicenza ricorda la città Picentia che essi fondarono. Erano 300mila famiglie! cacciate da un luogo ad un altro; e poiché forse la terra alla destra del fiume Sele faceva difetto alle comodità di tanto popolo, qualche sprazzo di esso passò l’Appennlno intermedio, scese nell’alta valle del Basento, e vi fondò una città che ricordando Potentia Picena, dava un novello nome a un più antico posto di abitazioni umane. La città crebbe d’importanza, come può desumersi dalla latina epigrafia che ne rimane: e se un tempo fu prefettura, passò poi, come le altre per la legge Giulia, a municipio. Non si ha notizia di sue monete che attestassero autonomia; né di altro genere titoli che indicassero prevalenza sua su altre città nei tempi della federazione lucana[65](x01_CAPITOLO_22.xhtml); ma è probabile avesse in sua dipendenza vichi o paghi per i terri torii d’intorno, e non mancano a quando a quando trovamenti di pietre scritte, di suppellettili funebri e di oggetti d’arte nelle campagne che largamente la circondano.

Dicono che l’antica città si tramutasse dalle sponde del fiume sul colle ove oggi è posta, non prima del secolo XIII, quando il tremuoto del 1278 l’aveva tutta guasta e disfatta[66](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Ma che esistesse anche prima là dove oggi è, basta a provarlo il fatto di talune iscrizioni del secolo XII che ancora si leggono incise sulle mura di taluni antichi edifizii dell’odierna città. Del resto, all’assetto lungo, oscuro e penoso della nuova società dopo la venuta dei barbari, quale delle antiche città lucane che era in pianura non risalì ai prossimi colli, per ragione di sicurezza e difesa?

  
_Antia_

Da Potentia (agli indizii della tavola peutingeriana) partiva un altro ramo di strada che toccava alla città di Antia. Questa antichissima sede degli Osco-lucani, e forse (argomentando dal nome)[67](x01_CAPITOLO_22.xhtml) di gente anteriore allo stesso popolo osco, non è improbabile che avesse avuto dei coloni ellenici. La grandissima quantità di ceramica dipinta che si è venuta scoprendo negli antichi sepolcri del suo territorio, è un indizio, se non argomento del loro incolato, Di questa industria promiscua all’arte del vasaio e del dipintore, e della produzione propria alla città abbiamo parlato dinnanzi; e abbiamo fatto cenno di una iscrizione osca in lettere greche, che è antico e singolare monumento della civiltà della città lucana nei tempi anteriori, probabilmente, di sua soggezione a Roma. Null’altro avanza dell’antica Antia, fuorché il nome: e quel che ne avanza non l’ha conservato che il sepolcro!

  
_Atella, Abella, Rufo_

A Potenza stessa faceva capo la strada Erculea (di cui si è discorso al capitolo precedente), la quale, distaccandosi dal centro di Venusia, si veniva sviluppando pei luoghi intorno al famoso monte Vulture. E qui intorno sono Atella, Bella o Abella, Rufo o Ruvo (di Monte); le quali benché ignote agli antichi storici, io credo furono sedi antiche di popolazioni lucane: i nomi attestano antichità premedievali; e le antiche città omonime della Campania e dell’Apulia confermano la congettura.

  
_Melfi, Vitalba, Rapolla_

Non altrimenti di Melfi che ebbe lustro, ma non origine dai Normanni; e trasse il nome dal fiume Melfi, omonimo all’altro fiume Melfi che si scarica nel Liri. Di un’antica città di Vitalba, presso i paesi di Atella e di San Fele, tutto è ignoto: nessuna notizia in titoli o scrittori, prima del mille[68](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Non è antico però (come si pretende) il nome della prossima Rapolla: e solo una falsa analogia di allitterazione l’ha potuta riferire alla città di Strapello, di cui Plinio nomina i popoli _Strabellini_ nella regione II d’Augusto[69](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Rapolla è parola dei mezzi tempi[70](x01_CAPITOLO_22.xhtml). A cotesti Strabellini risponde meglio la ora indicata Abella o Bella, che per noi, senza dubbio, è di origini anteriori al medio evo.

  
_Venusia_

Il paese intorno al Vulture era antico e indeterminato confine tra le genti appule e le lucane, tra Peuceti ed Enotri: Venusia, la città illustre e capitale di quel distretto, se appartiene all’Apulia nella ripartizione che fece Augusto, non fu precisamente appula, né fu tenuta come tale prima di Augusto; poiché lo stesso suo gran lirico e cittadino resta in forse se si avesse a dire lucano, ovvero appulo. Fu città di antichissime origini, sede di popolazioni enotrie, occupata anche dai Sanniti, e quindi, indubbiamente, dai Lucani. Roma la volle una delle più poderose sue colonie in Italia, se ebbe a mandarvi, una sola volta, fino a 20 mila coloni, numero che non fu raggiunto in nessun’altra deduzione di colonia dalla grande città. Punto strategico di primo ordine, perché, posto che era in mezzo a confine di più popoli, doveva essere di freno e di sprone agli Appuli, ai Salentini, ai Lucani, ai Sanniti, restò sede di guarnigione militare numerosissima. Ivi risiederono e si commescolarono soldati, ausiliari e legionari di tutte le parti d’Italia e del mondo romano. Ivi si raccoglievano gli eserciti consolari della bassa Italia, sia per rifornirsi se vinti, sia per disporsi all’azione dell’entrare in campagna. Un’epigrafia abbondantissima latina, che dai tempi della Repubblica va sino all’Impero in declino, attesta la civiltà della cittadinanza; non manca qualche iscrizione osca dei tempi remoti dell’occupazione sannitica; né mancano finanche iscrizioni ebraiche che mostrano la presenza di una colonia giudaica nel secolo V dopo l’era volgare[71](x01_CAPITOLO_22.xhtml); dal che è facile arguire la civiltà e la perdurante floridezza della città, che è ancora delta «splendida» in titoli del IV secolo d.C. Splendida in tutto, incise in pietra la serie dei nomi dei suoi magistrati, duumviri, edili, questori, e il calendario delle sue feste; e, per quanto ne avanza, anche il nome di quelle «famiglie di gladiatori» che, o per magnificenza dei suoi opulenti cittadini, o per mercimonio dei suoi pubblicani, combattevano nell’arena di quell’anfiteatro, di cui restano ancora le poderose costruzioni.

  
_Bantia_

Prossima a Venosa era Bantia, sede precipua di «popoli bantini»; e, benché accosto alla regione pugliese, appartenne indubbiamente alla Lucania, se Plinio annovera i Bantini tra i popoli lucani. Ebbe origini remotissime, forse da popolazioni dell’Epiro anteriori anche alle colonizzazioni greche[72](x01_CAPITOLO_22.xhtml). La storia delle guerre romano-lucane la nomina qualche volta; una pietra letterata ne ricorda la «Repubblica» cioè il Comune: ma non è altrimenti nota ai moderni che per la famosa tavola di bronzo in lingua osca, del cui contenuto abbiamo parlato innanzi[73](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Un povero villaggio ne conserva ancora l’antichissimo nome; e le dense boscaglie che lo circondano ancora, richiamano alla mente i _saltus bantini_ del gran poeta del luogo; il quale del tocco del suo bulino immortale ama a quando a quando disegnare dal vero i campi della regione ov’egli visse fanciullo. Presso di Bantia era la fonte Bandusia _splendidior vitro_, che il poeta stesso ha reso illustre e famosa, e gli archeologi hanno coverta di tenebre e resa introvabile. Ma è indubitato per documenti autentici, che presso di Bantia era, nel medio evo, un villaggio detto «Bandusio» che fu nome di qualche pago o vico in dipendenza della città, e di antiche origini anch’esso[74](x01_CAPITOLO_22.xhtml).

  
_Oppidum_

Altro pago di Bantia era senza dubbio Genzano, che è paese moderno, ma ha forma di nome antico. E tra i popoli Bantini parmi si potessero annoverare con certezza così le popolazioni di _Ferentum_ come di quell’Oppido, già noto ai dotti per la ora ricordata tavola osco-latina di Bantia, che fu trovata nel suo territorio. Oppido, che un malsano amore di patria ha voluto battezzare modernamente nel nome di «Palmira» è nome antico; e parecchi scrittori vogliono che corrisponda alla voce di _Opino_, che è stazione dell’Itinerario di Antonino, messa in mezzo tra Venusia e l’altra stazione _ad Fluvium Bradanum_. Fatto sta, che Oppido-Palmira non è in mezzo tra questo fiume e Venusia; à, invece, sulla destra del fiume; e questa è prova evidente che la voce «Opino» non può indicare l’Oppido moderno. Io non so a che risponda l’«Opino» dell’Itinerario; e poiché le distanze tra Venosa, il Bradano e Potenza sono in esso superlativamente scorrette, non si può cavarne fuori neppure un dato di approssimazione[75](x01_CAPITOLO_22.xhtml).

Però il nome odierno di «Oppido» non è che voce generica: e il nome specifico che esso ebbe nell’antichità è perduto.

  
_Ferentum_

Anche il _Ferentum_ presso Bantia è ricordato da Orazio; e poiché lo disegna coll’aggettivo di _umile_, vuol dire che giaceva alla pianura, e non sul colle ov’è l’odierna Forenza, che gli corrisponde.

  
_Acheruntia_

Prossima a Ferentum era _Acheruntia_, nel luogo stesso ove oggi è Acerenza, che ben risponde alla nòta topografica dello stesso poeta, che la disegnava come un nido di aquila in alto! _celsae nidum Acheruntiae_. Se fondazione di coloni ellenici, o dei primissimi oscosabellici, gli è dubbio. Propenderei a riferire le origini a genti osco-sabelliche, ricordando l’_Akere_ (oggi Acerra) degli Oschi della Campania, onde i Lucani si dipartirono, e considerando alle flessioni di _Acherun_, _Acheruns_, che hanno manifesta parvenza di affinità all’idioma osco. Fu di certo una delle antichissime sedi di popoli: e reliquie dell’industria dell’età litica; reliquie d’un’arcaica arte lucana; epigrafi, benché scarse, latine; sepolcri e suppellettile ceramica dipinta; monete dei tempi imperiali, attestano la successione antichissima delle genti che l’abitarono. Il luogo fortissimo per natura dové preservare gli abitatori dalle offese delle perpetue guerre che distrussero di violenza o di esaurimento tante altre città. Il forte sito la fece accetta ai Goti, e più lungamente ai Longobardi; tra i quali fu arnese di guerra validissimo a duchi ambiziosi e ribelli: perciò Carlomagno ordinò si smantellasse.

  
Ad assolvere le notizie che ci restano della topografia mediterranea della Lucania, occorre indicare le tre mansioni, a cui metteva capo, secondo l’Itinerario d’Antonino, la via interna che da Venosa scendeva ad Eraclea sul Jonio. Dipartendosi dall’Appia presso Venusia, toccava, dopo 12 miglia, la stazione _Ad Pinum_, che alcuni, per dubbia analogia fonetica, stabilirono a Spinazzola; e non può ammettersi; giacché sarebbe assurdo che avesse potuto svilupparsi per Spinazzola una strada che non si drizzava a Taranto, cioè all’est di Venosa, ma scendeva ad Eraclea, che piega al sud-est.

  
_Ad Pinum_

Io allogherei l’_Ad Pinum_ nelle campagne al sud-est dell’odierno Genzano, e propriamente al luogo che oggi è detto _Aia Vetere_, in contrada «Serra gravinese». Ma è affatto ignota l’altra stazione di _Ipnum_ o _Ipinum_, o _Impinum (_secondo le varie trascrizioni dei codici); è dubbia l’altra di _Caelianum_, che in taluni codici si trova scritto _Celeianum_.

  
_Aeleianum_

Quest’ultima stazione, per analogia fonetica, fu fatta rispondere all’odierno Cirigliano; ma è lecito il dubbio, chi consideri che l’evoluzione linguistica accorcia piuttosto che accrescere l’estensione della parola, come di tutte cose fanno l’uso e l’attrito. Io vorrei leggere nell’Itinerario piuttosto _Aeleianum_; e risponderebbe la stazione nelle vicinanze dell’odierno Aliano. Ma la somma delle misure itinerarie essendo largamente sbagliata per tutta la distesa geografica tra Venosa ed Eraclea, manca un criterio accettevole. non che una guida alla soluzione del problema.

  
Le coste sul mare Jonio e sul Tirreno erano abitate dalle popolazioni di origine elleniche, che caddero solamente in parte sotto la supremazia dei Lucani, finché agli uni e agli altri si impose l’imperio di Roma. Fra le popolazioni di razza ellenica e quelle di lingua osca non fu mai buon sangue; la vicinanza stessa cresceva forse, non attenuava le ragioni de’ conflitti. Non si fusero e confusero che dopo molto scorrere di tempo, quando Roma, unificata l’Italia, comprese nello stesso scompartimento amministrativo Lucani ed Elleni, e quando con l’espandersi della sua civiltà e delle sue colonie la civiltà ellenica e l’osco-lucana venne a confondersi nella civiltà latina.

Delle sedi che occuparono gli Elleni sulle coste della regione lucana si è fatta speciale trattazione in altro luogo[76](x01_CAPITOLO_22.xhtml); e si sa, per quanto riflette le spiaggie sul golfo di Taranto, che i popoli Metapontini stanziavano presso al mare, tra’ fiumi Bradano e Basento; quei di Siri e d’Eraclea, tra il Siri o Sinno e l’Aciris, che oggi è Agri; Sibari e Turii nella valle dell’attuale Coscile. La Pandosia lucana aveva territorio e confine coi campi di Eraclea; e la città, di non indubbia sede, giaceva probabilmente ove oggi sono le reliquie della città medioevale di Anglona.

  
_Lagaria_

È ignota la postura di Lagaria[77](x01_CAPITOLO_22.xhtml), che Plinio, accennando alla bontà dei suoi vini, erratamente fa prossima a Grumento; e che i più degli scrittori moderni, tratti alle parvenze di una monca allitterazione, vorrebbero riconoscere nell’odierno paese di _Nucara_. Questo nome è del tutto medievale, ed avendo derivazione sicura dal frutto, di cui è od era ferace il territorio, non ha niente che vedere col nome antico.

  
_Cicurio_

L’oppido o castello che ebbe il nome di _Cicurio_, e fu di origini epiroliche antichissime[78](x01_CAPITOLO_22.xhtml), era nel territorio della dizione metapontina, presso l’odierno Pomarico, nel luogo che serba le ruine ed il nome di Cicurio. La _Leutarnia_ di Licofrone non era in Lucania.

  
_Popoli Irtini, Vertìna_

Nell’àmbito dello Stato di Metaponto, a sinistra del Bradano, erano i popoli Irtini; dei quali altro non avanza che un’arcaica iscrizione greca (di cui ho fatto parola)[79](x01_CAPITOLO_22.xhtml) e il nome di Irso, che tuttavia ritiene una collina presso Montepeloso che oggi si denomina Irsina. lo riferisco a cotesti popoli Irtini la città di «Vertìna» che Strabone ricorda[80](x01_CAPITOLO_22.xhtml) tra le minori e meno chiare città della Lucania, e di cui è ignota finora ogni altra meno improbabile situazione.

  
_Calasarna, Armento_

Insiememente a Vertina Strabone stesso ricorda il nome di Calasarna: ed anche questa è di affatto ignoto posto. Ma, innanzi tutto, è per me dubbio se quella parola comprenda una o due città, la sola Calasarna, ovvero due: Halesa ed Arna[81](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Tutte e tre avrebbero riscontro in altre omonimie geografiche: in Halisarna, città della lega etolica; in Halaesa, città greca della Sicilia, tra Cefalù e Caronia presso Pettineo; in Arna, città antica in Tessaglia, e nell’Umbria a Civitella d’Arno, presso Perugia. Questa ignota Calesa, Calasa, o Calesarna io sarei per allogare là, dove i numerosi e ricchi sepolcreti dell’odierna Armento fanno fede di una città greca a cui appartennero, e che finora è ignota di nome a tutti. Ricchi sepolcri, ma muti, non però muto forse del tutto il territorio; nel quale è un luogo ancora oggi denominato _Galaso_, e le ruine di un monistero che nelle carte medievali è detto Monasterium Galasi[82](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Basta egli questo povero accenno a ricordo di un popolo, le cui reliquie scoperte dal caso fanno credere di civiltà floridissima e ricca? Bastasse almeno a richiamare su quel punto l’attenzione degli studiosi, e le ricerche degli amatori delle antichità patrie!

  
_Nomi dei fiumi_

Tutta la regione che va dal mare alle pendici della cerchia appennina fu abitata da coloni elleni. Essi dalle grandi e note città della spiaggia si diffusero in su entro terra, più innanzi di quello che non si crede. L’onomastica del territorio, o quella dei maggiori fiumi anzitutto lo dimostra. Presso Roccanova nella vallata dell’Agri, come non ammettere presenza di gente greca nei luoghi del territorio, che hanno ancora il nome di «Nice e di Ardea?»[83](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Tutti i grandi fiumi della regione ebbero nome greco: e Bradano da βραδὺς e δινέω, tardo al moto e vorticoso[84](x01_CAPITOLO_22.xhtml); Basento, copioso e profondo, da βασσα _concavitas_[85](x01_CAPITOLO_22.xhtml); l’Agri, che è detto ἀκιρις e non altrimenti sì nelle Tavole d’Eraclea e sì in Strabone[86](x01_CAPITOLO_22.xhtml), è ἀκιρός, cioè «senza moto, ovvero lento e tardo» anche esso, come il Bradano. La Salandrella, che nell’ultimo tronco al mare è detta oggigiorno anche Cavone (accrescitivo di «cava») è di greca origine anch’essa, sia che ricordi il fiume _Chelandrum_ dell’Epiro, sia che risponda al greco χαράδρα, che vuol dire cava, è via scavata dalle acque, è letto di torrente[87](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Il «Bilioso», che è un influente del Bradano, da οὔλιος, pernicioso (ai campi) o dal guado periglioso; e la «Camastra» o Canastra, influente del Basento, ben si riattacca al greco ἀναστρέφω che indica forza che sovverte ed allaga[88](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Il «Caulo», piccolo torrente che si versa nell’Agri non molto discosto da Grumento, è nome derivato dal greco αὐλος[89](x01_CAPITOLO_22.xhtml); e sarebbe l’equivalente della parola «vallone» nel significato che le si dà nell’idioma popolare della regione.

  
_Lainium Laos_

Se ci rivolgiamo alle coste del mar Tirreno, troveremo non minore numero di città elleniche, e le due famosissime, a diversi titoli, di Elea e di Posidonia, di cui fu già discorso a lungo. La città di Laos era al confine tra il territorio della Lucania e quello dei Bruzii; giaceva poco lontana del mare[90](x01_CAPITOLO_22.xhtml); e quantunque il posto non sia fuori di ogni dubbio, si vuol ritenere probabile al luogo detto le Mattonate presso Scalea. Cadde, per ignote cause, tra i tempi di Strabone e quelli di Plinio; e tutti o parte dei suoi popoli si ritrassero nell’interno delle terre, ove fondarono un paese, che è il _Lainium_ della Peutingeriana, oggi Laino, e che con la inflessione diminutiva del nome, come tante altre città, significava la diminuita importanza della città che risorgeva[91](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Dalla nuova città prende anche nome il fiume, che nel primo suo corso ha il nome di Mèrcuri.

  
_Blanda_

Non lontano da Lao e Laino era la città di Blanda; che oggi, con maggiore probabilità, è allogata, non a Maratea, ma prossima a Tortora, ove si riscontrano ruderi, lapidi scritte, reliquie di mura ciclopiche. È probabile fosse stata un posto di coloni ellenici o italioti. Non si conoscono monete sue; e non si trova nominata che una sola volta (e a mio credere[92](x01_CAPITOLO_22.xhtml) erratamente) nelle guerre dei Romani in Lucania. Un titolo epigrafico, di recente scoverto, la indica come colonia romana dei tempi augustei; e quanto alla storia di meno antichi tempi, è noto solamente che nel VI secolo fu città sede di vescovo. — E come cadde è ignoto; se per incursioni longobarde, o saraceniche o piuttosto se infestata dalla malaria, non altrimenti che altre città della costa.

  
_Scidro_

Ma tutto è ignoto della città di Scidro: né monete, né titoli epigrafici, né di notizie altra se non questa, che fu probabilmente colonia di Sibariti[93](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Chi indicò la odierna Sapri come rispondente all’antica Scidro, fu tratto in errore dall’errata lezione di Sipron per Scidro in una edizione dì Erodoto. È probabile fosse sul golfo della stessa Lao: ma dové essere abbandonata in ben remoti tempi, se non ha lasciato di sé nessun altro ricordo, che il nome nelle carte dell’antico scrittore che fu detto il padre della storia, e di là nella magra compilazione di Stefano Bizantino[94](x01_CAPITOLO_22.xhtml).

  
_Buxentum, Pisciotta_

All’occidente di Sapri, nelle vicinanze dell’odierno Policastro, era Pixo, fondazione ellenica, che divenne ai Latini Bussento, quando Roma vi mandò, una sua prima colonia nel 558-196, e una seconda dopo sei anni. Anche il fiume che le è prossimo ebbe lo stesso nome di Pixo, dai macchieti dei bossi lussureggianti per le verdi sue sponde. Da una sua rarissima moneta, di cui fu altrove fatto cenno, si argomenta alle antichissime origini sue, che la farebbero contemporanea a Siri, e del secolo VI avanti Cristo. Gli eruditi ricordano che Stefano Bizantino la disse città della Enotria: il che sarà vero, se vuolsi intendere di città fondata sul territorio che fu degli Enotri, come accadde per Elea; ma non sarebbe, se si intendesse come di città fondata e denominata da genti enotrie; per le quali non è punto stabilito che parlassero il greco. Era città sede di vescovi nel secolo VI. Poi scomparve, non altrimenti che le altre greche città di queste spiaggie. L’aere pestifero del suo fiume che impaluda al versarsi nel mare, costrinse senza dubbio gli abitanti della città a mutare di posto; e si trasferirono al luogo ov’era un’antica arce (_paleo–castrum_) forse della stessa città; onde dall’antico castello ebbe origine il moderno nome di Policastro[95](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Ma à probabile che un gruppo del popolo stesso ebbe a trasferirsi al di là del promontorio di Palinuro, dove diedero origine alle prime sedi del _piccolo Pixo_, o _pixoctum_, che è il paese odierno di Pisciotta. Il nome ha la forma diminutiva dell’italiano, che era già nato e parlato dal minuto popolo; ma mutò di genere, da maschio in femmina, riferendosi a «villa» o paese non murato. «Pisciotta» nell’idioma italico non ha tema che significhi l’albero del bosso.

  
_Molpa, fiumana del Lambro_

Navigando dalla foce del Bussento verso Pesto, poco prima di giungere al promontorio di Palinuro, si incontra la fiumana del Lambro, che viene anche indicata con l’antico nome di Melpa o Molpa. È dubbio per me se il nome di greco significato[96](x01_CAPITOLO_22.xhtml) al Lambro sia dagli antichi greco-italici o piuttosto da quelle colonizzazioni bizantine, che nel medio evo ebbero larga stanza per questa regione, come ci occorrerà dimostrare nella seconda parte. Da esse altresì venne il nome di «Serapotamo» ad un influente del prossimo fiume Mengardo. Ma la prossima Molpa come antica città italiota, non è nota altrimenti che da una moneta rarissima e singolare; e che farebbe allo stesso tempo arguire alla esistenza dell’altra ignota città di Palinuro, di che fu già parlato innanzi al capitolo IX.

Nient’altro è per me noto dell’antica Molpa dei tempi ellenici o romani. Ma agli scrittori napoletani è nota qualcos’altra; ed è un erudito brano di cronaca inedita, che da un monistero del Cilento venne detta di San Mercurio; brano pubblicato dall’Antonini: nella quale cronaca, di un frate celentano del secolo IX, sarebbero le peregrine notizie d’Imperatori romani, che ebbero nascimento e dimora in quella città. La cronaca si dice inedita, ma è del tutto ignota, ed il brano è del tutto falso: e chi dei moderni ne ripete le notizie senza punto di dubbio[97](x01_CAPITOLO_22.xhtml), non ricorda lo stato della cultura nel secolo IX; pel quale è un anacronismo stridente la minuta erudizione del frate, che ivi parla di Pelasgi e di Tirreni! L’Antonini che inventa marmi letterati e titoli notarili a sostegno d’immaginarie città, non si smentisce, se allo stesso scopo inventa cronache del secolo IX.

  
_Amalfi_

È probabile che da questa città di Molpa (e non da Melfi della Lucania mediterranea) venne la popolazione, che andò a fondare Amalfi, in territorio appartenente allora al ducato di Sorrento. Il vico, l’oppido, il castello che essi fondarono, prese nome dai «Molpitani» ovvero _A Molpa_, o _Castrum a Molpa_, donde aveva origine: e sollevandosi man mano vincitore il neoidioma italico sul latino, l’affisso divenne parte integrante della parola: e surse Amalfi, pronta a conquistare lontani mari ai suoi commercii, e raccomandare il glorioso nome alla storia.

  
_Petilia_

Di Velia, che seguiva a ponente verso Molpa[98](x01_CAPITOLO_22.xhtml) e di Pesto, non occorre altro discorso, dopo quanto fu detto altrove, al capitolo IX. E della Petilia, che l’Antonini disse lucana, e che egli volle impiantare sul monte della Stella, nella valle dell’Alento, non diremo altro, se non questo, che il Maglioni, uomo di fine giudizio, aveva già significato allo stesso Antonini la inanità delle pruove da lui messe innanzi: e se ci è da fare le meraviglie, è la persistenza di molti eruditi napoletani nel concetto dell’Antonini. Nonché città capitale della Lucania, essa non ebbe posto in Lucania, né per la valle dell’Alento, né per la valle del Tànagro o di Tegiano. Per l’una e per l’altra opinione le prove mancano del pari[99](x01_CAPITOLO_22.xhtml).

Triste e singolare fenomeno! Tutta questa ricca corona di popolose e illustri città, innalzate dagli antichi Elleni sulle coste italiche del duplice mare, scompaiono tutte col cadere dell’antica civiltà; e non rimangono in piedi che tre sole, Taranto, Reggio e Napoli; quelle tre sole città che Strabone affermava sì fattamente, che spesso ne è ignoto, nonché dubbio, il posto che occuparono?

La causa generale e complessa delle invasioni barbariche non basta; perché di altre città italiote, si ha notizia fin verso il mille, quali Cuma, Pesto, Metaponto… — Né basta l’altra delle incursioni saraceniche dalla Sicilia, che si suole mettere in conto a complemento della prima, e che, del resto, è piuttosto supposizione per molte di esse, che fatto provato.

Le cause furono complesse e multiplici: alcune tumultuose e temporanee, altre non impetuose ma persistenti. Lo stabilimento dei barbari pel mondo romano, e il conseguente assettarsi in un dato modo della società feudale dovè predisporre le cause generali che verremo determinando. Le città antiche erano, in generale, poste in pianura; venute in florida civiltà, crebbero a numeroso popolo; quindi una non breve cerchia di mura le difendeva. La società feudale si ordinò, per sue ragioni intrinseche, non per le città e le pianure, ma in castelli, sui monti. L’uomo del settentrione non amava il chiuso delle città, preferiva le campagne: poi la divisione delle terre ai vincitori portò il conseguente sorgere di abitazioni umane sui nuovi possessi per ricoverarvi i cultori della terra e il signore di essa.

Questi nuovi nuclei di città dovevano di necessità esercitare influenza di attrazione sulle popolazioni delle vecchie città, in ragione dei favori e dei privilegii che il signore delle terre concedeva a quei che venissero a crescere il numero dei cultori e dei vassalli.

D’altra parte, le stesse antiche città cadevano d’importanza, ed esinanivano di popolo. Non erano più un centro di governo da poiché il governo era presso il signore feudale; e il popolo non che crescere diminuiva, quando lo stato di guerra, i ladronecci, le rappresaglie erano la condizione ordinaria della società; e la guerra, se non distruggeva popoli con cannoni e mitraglie, argomenti dei secoli civili, devastava i campi, abbruciava i còlti; onde lo stato economico ordinario era penuria e carestia. Spenti o asserviti i ricchi nelle prime invasioni; poste barriere di dogane e di passi chiusi tra feudo e feudo, cioè tra un paese e l’altro contermine, non fu altra classe di popolo che il colono; e a lui la guerra dell’anno toglieva di che vivere nell’anno.

Esinanita con le stremate agiatezze la forza prolifica delle popolazioni, il paese in meno d’un secolo dovè spopolarsi. E là dove e quando, o per emigrazioni, o per le piaghe delle guerre, o per le strettezze dell’economia pubblica il popolo mancava o assottigliava di numero, mancava alla cinta murata della città il numero di armati bastevoli a guardarla e difenderla. Ne seguì per necessità delle cose che le città furono, dove ristrette di cerchia, dove abbandonate del tutto. Per parecchie il fenomeno si manifestò fino nel nome, poiché le nuove sedi che occuparono, ripeterono, sì, l’antico nome, ma (come fu già osservato) in forma diminutiva.

Scegliendo nuove sedi, è naturale si conformassero alle condizioni generali dell’epoca; corsero al prossimo colle che era facile difendere con poche opere fortificate, ma preferirono i posti più impervii e dirupati, che la configurazione del suolo faceva più agevole alla difesa.

Questo spopolamento graduale delle città antiche fu, in taluni luoghi, causa ed effetto, allo stesso tempo, di un altro fatto determinante: e questo è il prevalere della malaria. Le città prossime allo sbocco dei fiumi nel mare, nel tronco inferiore, ov’essi hanno poco declivio, si spopolarono, più che tutto, per causa della malaria. Decadenti e decadute per mancata residenza di governo, per l’inesistenza dei ricchi, per la popolazione stremata, era conseguenza immanchevole che i campi d’intorno inselvatichissero, i còlti si restringessero, la pastorizia nomade prendesse il di sopra sulla cultura dei campi. Ai fiumi mancarono le opere di difesa, e le acque stagnarono per manco di cura alle opere di scolo. Ma stagnarono per un’altra causa, per un altro fatto naturale e costante: e questo fu l’azione fatale del mare sulla spiaggia. L’onda che flagella la spiaggia accresce ostacolo al libero scolo d’ogni fiume; e il fiume che incontra intoppo, si contorce, diverge, allenta il còrso, depone man mano il peso che convoglia, si eleva sul proprio letto, trabocca, impaluda; e così questa lotta d’ogni giorno tra le due opposte forze, perdurando secoli senza che la mano dell’uomo intervenga a rimuoverne o a temperarne le conseguenze, avviene che regioni fiorentissime e liete diventino afose solitudini dominate dallo squallore e dalla morte.

Questo è lo stato, queste le cause e le conseguenze che operarono per tutta l’ampia curva di spiaggia, che è detto il golfo di Taranto, dove già sorgevano Metaponto, Siri, Eraclea, Sibari, Turii, Pandosia, Lagaria. Non altrimenti per Lao, per Molpa, e Bussento e Velia e Pesto. Ivi, se la vita circola e si agita sana durante i tepori d’un mite inverno, la state non è che il regno della malattia e della morte. La malaria scacciò l’uomo; all’abbandono dell’uomo tennero dietro le ruine; quindi le acque violenti e scomposte covrirono di limo le ruine stesse. Oggi bisogna cercare ancora sotto il limo dove fu Sibari, dove Eraclea, dove Siri, e Turii, e Caulonia, e Temesa, e Lao, e Molpa, e Marcina, e Cuma!

  
#### NOTE

[1.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Vedi innanzi al capitolo IV.

[2.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Vedi innanzi al capitolo XXI.

[3.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Al capitolo IV.

[4.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) V. _Corp. Insc. Latin_. vol. X, n. 408\. — Della _gens Brutia_ sono numerosissimi i titoli epigrafici per le città lucane, a _Grumentum_, n. 249: e _pass_. nel _C.I_. per vallo di Tegiano. A Bruzio Presente (due volte Console, e la prima nell’892-138 d. Cristo) è diretta da Plinio (62-107 d. Cristo) la epistola 3 del VII libro, ove si legge:

> _Tanta ne perseverantia in modo in Lucania, modo in Campania? Ipse enim (inquis) Lucanus, uxor Campana: juxta causa longioris absentiae, non perpetuae tamen_…

[5.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) _Corp. Insc. Latin_. vol. X, n. 407.

[6.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Frammenti di antichi musaici e di iscrizioni sepolcrali vennero scoperti a due chilometri da Ricigiano; e se ne fece cenno nella _Lucania letteraria_ di Potenza del 1885, pag. 155.

[7.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Ivi è anche una contrada detta _Teglie_, sincope di Tegole, dai grandi frammenti ceramici antichi: e qui fu scoverta di recente una iscrizione sepolcrale dei tempi vespasianici, posta a un C. Mettio Rufino… _Curatori reipublicae Volcejanorum_. (In _Notizie degli scavi di antichità_, Settembre, 1880); e nel _Corp. Insr. Latin_. X, n. 413.

[8.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) «Comitatus de Pulcino» è detto nel Catalogo normanno dei Baroni. (Nei _Cronisti Napolet_. edizione Del Re, I, p. 588).

[9.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Ricorderò: Palestrina da _Preneste_; Ferentino da _Ferentum_; Carini da _Hiccari_; Mistretta da _Amastra_; Lentini da _Leoontium_; Taormina da _Tauromenium_ (?); Barletta da _Bardulum_; Minervino da _Minerbium_; e Buccino, Laino, Grumentino (casale), Pisciotta, da _Vulceium_, _Laos_, _Grumentum_, _Pixos_.

[10.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Dei molti titoli epigrafici pubblicati dagli scrittori napoletani come appartenenti a Numistro o trovati in quel di Muro, parecchi sono giudicati apocrifi dal Mommsen. — Conf. _Corp. Insc. Lat_. vol. X, n 78\*, 79\*.

[11.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Conf. LIVIO, lib. VII, deca III, 2, ov’è discorso della battaglia tra Annibale e Marcello sotto Numistro, della quale vedi innanzi al capitolo XVII.

[12.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Negli antichi titoli e scrittori non si trova che la parola _Ursentini_. È per me dubbio se il nome della città fosse Urseio o Ursento. Plinio ricorda, nella sua enumerazione, _Ursentini_ e _Vulcentani_ (in Livio, _Vulcientes_): e non pertanto il nome della città di questi ultimi fu _Vulceium_ o _Vulcei_ (_Corp. Ins. Lat_. X, 436), onde si legge nelle epigrafi _civitas vulceiana_ (_Corp. Ins. Lat_. X, 407). Ricordo che nella Betica era la città di _Urso_. Non potrebbe dunque la città degli Ursentini di Lucania essere _Ursei_ o _Urseium_, come l’indubbio Vulcei?

[13.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Vedi innanzi al capitolo XXI.

[14.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) In GIUSTINIANI, _Diz. Geogr. ad v_. «Contursi», è citato il libro De omni vero officio di ANTONIO PEPE di Contursi, nel quale è detto che il paese «avesse surta la sua denominazione da Orso conte di Conza, che nell’840 andò in aiuto di Siginolfo principo di Salerno». — Io non ho potuto trovare, nelle biblioteche pubbliche di Napoli, questo libro del Pepe. Ma leggo nelle addizioni all’UGHELLI (_Ital. Sacra_, vol. VI, p. 800, ediz. Venezia, 1720) queste parole:

> _Ex eadem progenie_ (di Radelchi di Conza) _dicitur fuisse Ursus Comes Compsanus, qui nomenclaturam dedit oppido Conturnii ejusdem dioecesis_.

Gli è vero che nel territorio di Contursi trovano sparse reliquie di antichità, specie alle contrade di _Tuori_ e di _Sainaro_. Di quest’ultima gli eruditie fecero il nome di una pretesa antica città di _Saginaria_, donde sarebbe poi surto Contursi al medio evo (GIUSTIN. _Dizion. Geogr. ad v_., ANTONINI, 201, Corcia, III, 92). — Ma Sainaro deriva da _saina_ o _sagna_ del basso latino, che significarono un’erba palustre, della specie dei giunchi; onde _Sainaro_ o _Sagniaro_ (o non Saginaro) (conf. _Felicaro_, del dialetto, _Salicara_, etc.) valse luogo ferace di giunchi. — Per _Tuori_, vedi innanzi al capitolo XIII, n. 9.

[15.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Vedi la carta topografica dello Stato Maggiore, foglio 199, IV. Le distanze, ma in linea retta, sono date secondo questa carta. Ricorderò, a rincalzo delle denominazioni ben _frequenti_ dall’_Orso_, che anche presso l’abitato di Caggiano è una contrada detta di Orsomanno, che non ha che fare nulla con l’antica Urseio.

[16.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Da lettere, all’autore, dell’egregio signor arciprete Giallorenzi.

[17.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Dalla _Monografia di Caggiano_ del canonico ALESSIO LUPO, nell’opera: _Il Regno delle Due Sicilie descritto ed illustrato_ (per cura di F. CIRELLI) che rimane incompleta, traggo queste notizie:

> «I ruderi degli antichi Vichi intorno Caggiano sono ancora visibili; ritengono tuttavia i loro nomi, cioè _Massa_, _Massavetere_ e _Casale_, nomi indicanti luoghi abitati, come viene confermato dagli avanzi di antichità che si van discoprendo, consistenti in aquidotti di creta e di piombo, monete romane, consolari ed imperiali; qualche moneta urbica, specialmente di Turio, di Velia, di Taranto, di Metaponto, ecc., ed in tumuli di opere laterizie e da fabbriche con iscrizioni sepolcrali» (pubblicato nel _Corp. Insc. Latin_.).»

> «Nelle vicinanze del primo dei detti Paghi eravi un pubblico bagno, e i ruderi ne erano visibili nella contrada ancor oggi detta il Bagno…»

Nel 1795 furono trovate, nell’abitato di Caggiano, un tesoro di oltre a 4500 monete romane «tutte consolari», di argento battuto tra il VII ed VIII secolo di Roma. — Frequenti i trovamenti di antichi vasi o sepolcri. Non meno notevole questo:

> «Non ha molto, nel farsi uno scavo, in luogo poco distante dall’abitato, fu rinvenuta una fornace piena di tali vasellini, quivi messi a cuocere. Oltre a ciò, quando nei contorni dell’abitato si scava il terreno a qualche profondità, si rinvengono sepolcri di opere laterizie».

[18.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) V. al capitolo XVII.

[19.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Platano, fiume di Muro, da πλατυς, largo. La parola Botta sarebbe reliquia popolare dell’antico ποταμος?

[20.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) La _s_ finale, per il noto fatto del _rotacismo eolico_, passa soventi in _r_. Nel latino _honos_ ed _honor_; _arbos_ ed _arbor_; _intus_ ed _intra_; e poi _munus-eris_, _Iepus-leporis_, etc. Quindi il _tenagos_ (e doricamente _tanagos_) delle popolazioni greco-italiote passò alle popolazioni latino-italiche di _tanagos, tanagoris_. Avvertì VARRONE, VII, 27, che gli antichi Iatini pronunziarono _s_ dove più tardi fu pronunziato _r_; e dissero _plusimi, asena, Casmena, janitos_ per _plurimi, arena, Casmena, janitor_. A conferma del Τέναγος ricordiamo che τὲναγιζειν è spiegato: _Fluvius vel mare dicitur quum decrescens limum reliquit_.

[21.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Secondo il ROMANELLI (_Topog. ant_.) che lo ripeteva dal Lanzi (_Ling. etrus_.) in una greca iscrizione su lamina di piombo trovata a Strongoli, ove era l’antica Petilia, si legge il nome Sontia in greco; ma è un equivoco. Quella parola è Σαοτις, nome di donna, e non di Sontia. Vedi _Corp. Ins. Gr_æ_c_. e in CORCIA, Op. cit. III, pag. 263.

[22.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) La contrada detta il «Lago», all’est di Sansa, ricorda ancora gli antichi paludi.

[23.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Vedi nel X vol. del _Corp. lnsc. Latin_. pag. 33.

[24.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) In tutte le edizioni di Plinio, la denominazione che si dà ai popoli di _Tegianum_ è di _Tergitani_: lezione guasta, probabilmente d’un _Tegejani_, o _Tegiiani_. Nel _liber Coloniar_. è detta _Tegenensis_ la prefettura. — Che la città, in origine, fosse detta «Tegira» come un’omonima città della Beozia, e che perciò fosse di fondazione ellenica, è supposizione gratuita del CORCIA (_Op. cit_. III, 99). — Pel «vico» artificiosamente detto «_Tergia_», negli atti di S. Laverio, che hanno voluto riferire a questa _Tegira_ o _Tegianum_, rimandiamo al nostro libro: _L’Agiografia di S. Laverio del 1162 illustrata_, Roma, 1881, pag. 121.

[25.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Nel _Corp. lnsc. Latin_. vol. X, pag. 33.

[26.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) LENORMANT, che visitò i luoghi, _À travers l’Apulie et la Lucanie_, II, pag. 91.

[27.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Ponte di «Siglia» dice il popolo; e gli eruditi, che hanno le pretese di correggere il popolo e nobilitare i dialetti, dicono invece «ponte di Silla», e argomentano, su questo dato, a fondazione di un Silla, non so se il dittatore o chi altri.

Nell’epigrafia tegianese sono due titoli che accennano ad un C. Luxilio (_Corp. Ins. Lat_. n. 293 e 304). Io credo che alcuno di cotesti marmi, già incastrato nelle mura del ponte porché non andasse perduto, diè giusta ragione alla denominazione del popolo, secondo la sua propria fonetica, e però non alle correzioni erudite.

[28.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Vedi al capitolo precedente.

[29.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) CASSIODORO, _Variar_. lib. VIII, epist. 33:

> … _Est enim locus ipse camporum amoenitate distentus, suburbano quondam Consilinatis antiquissimae civitatis, qui a conditore (?) sacrorum fontium Marcilianum nomen accepit…_

Questo accenno topografico di Cassiodoro farebbe ritenere come più certa l’opinione di quelli che allegano Marcelliana a piè del colle di Padula, ovvero di Sala.

Ma la lingua e lo stile di Cassiodoro non affida come quella di uno scrittore classico: — e la linea di strada per la valle del fiume Calore a Marcelliana (di cui è parola al cap. XXI) mi porta piuttosto a darle posto a sinistra, anziché a destra del fiume Tànagro.

[30.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Lib. III, 15.

[31.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) In un latercolo militare la città è detta _Cosilino_. — Vedi _Corp. Insc. Latin_. vol. X, _pars_ II, pag. 961.

[32.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Cap. IV. — Conf. LENORMANT, _À travers l’Apulie et la Lucanie_, II, pag. 114-9.

[33.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Vol. X del _Corp. Ins. Lat_. al cap. XVI (_Tegianum_).

Lo accertamento del posto di Consilinum alla «Civita» di Padula oggi ci è dato dalla iscrizione ivi trovata (in due frammenti) nel 1880, che dice:

> M. VEHILIUS PRIMUS
> 
> CUR. R. P. COSILINATIUM
> 
> PORTICUM HERCULIS
> 
> A SOLO IMPENSA R. P. INS
> 
> TANTIA SUA F. C.

La iscrizione si conserva dal benemerito prof. A. Rotunno, in Padula. — Fu pubblicata nelle Notizie degli Scavi, 1900.

[34.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) La lettera di papa Palagio (non è detto se il primo o il secondo di tal nome) è nel _Corpus Juris Canonic. Pars I, dist. 76, Can. 12_.

[35.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Per le varie lezioni del passo del _Decretum_, e per le questioni relative, conf. Ia nostra illustrazione dalla _Agiografia di S. Laverio_, già citata, pag. 38.

[36.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Nel territorio di Àtena è stato rinvenuto di recente (_Notiz. scavi antich_. 1897) un cippo o termine graccano che porta queste parole: C. SEMPRONIUS T. F. — (CAjo Gracco) — AP. CLAUDIUS C. F. — P. LICINIUS P. F. — III VIR. A. I. A. (_agris judicandis adsignandis_), e dall’opposto lato: K(ardo) VII. Un Identico cippo era stato trovato, qualche anno innanzi, nel prossimo territorio di Sala Consilina, e se ne legge il frammento nel C.I.L. X, 289.

Sono i nomi dei triumviri che per la legge Sempronia, rogata da Tiberio Gracco (621 di R.-133 a.C.) ebbero lo incarico con la potestà di dividere ed assegnare l’agro pubblico del popolo romano e la potestà giurisdizionale di dirimere le contestazioni per confini od usurpazioni sull’agro stesso. Durò questa speciale magistratura _agris adsignandis et judicandis_ fino al 624, ma non guari dopo, nel 630 al più tardi, la potestà speciale di giurisdizione, _judicatio_, le venne tolta. Morto miseramente il primo di quei triumviri, che fu Tiberio Gracco, gli viene sostituito il fratello Caio, che è questi del cippo di Àtena.

E nel breve periodo di tempo, dal 621 al 636, 133 al 121, i triumviri Caio Gracco, Appio Claudio e P. Licinio Crasso delimitarono, nel territorio di Àtena o contigua città, quella parte del territorio che era stato dichiarato pubblico del popolo romano, e venne suddiviso in centurie per le assegnazioni ai cittadini romani, sia proprietari semplici, sin costituiti in colonia.

A questo fatto si connette senza dubbio il fatto del pretore Popilio che sedò le contese violenti tra pastori e agricoltori. È dubbia solamente la nota cronologica. Le contese agrarie sedato dal pretore si dibattevano o combattevano sull’«agro pubblico», certamente del popolo romano. Era esso, dunque, già in dominio della grande città. E ben può inferirsi che sull’agro pubblico, o demaniale romano, dato temporaneamente a corrispettivo di canone e in aspettazione di assegnazioni colonarie, si agitarono le violenti contese, per uso o abuso dei dritti di pascolo delle greggi degli uni sui còlti degli altri, che invocavano forse la guarentigia del concedente. Il pretore venne a frenare ovvero a disciplinare i dritti, e l’uso del pascolo vagabondo sui fondi, assegnati o no, dell’usuario cultore: finché l’agro demaniale non si assegnasse o vendesse. E il passaggio da «agro pubblico di Roma» a territorio ripartito a coloni, fu opera eseguita dai triumviri del cippo di Àtena: e qui dové allora prendere stanza un popolo di coloni da Roma.

[37.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) V. al capitolo precedente.

[38.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Dirò come semplice congettura che potrebbe riferirsi, per apocope dell’ultima sillaba, alla parola greca α-τέναγος e indicherebbe «luogo non palustre», cioè «sano» (vedi innanzi per la parola Tànagro); e perciò equipollente antichissimo! ai nomi moderni dei paesi Montesano e Buonabitacolo dello stesso bacino del Tànagro.

[39.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Vedi innanzi al cap. XXI.

[40.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Il Foro Popilio à probabile sorgesse al piano, ove al medio evo venne su il villaggio di San Pietro presso alla fontana, il quale, essendo detto _S. Petri ad Pollam aquae_, trasmise il nome abbreviato la paese che surse ivi presso, sul colle vicino. 

[41.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Parve al LENORMANT (_Op. cit_. II) che la parola «Polla» fosse appunto una contrazione di Popilii. Pure ammessa (e dubiterei) la contrazione in _Poplii_, il supposto _Poplius_ o _Poplus_, non avrebbe potuto dare che _Pioppo_, non _Polla_. — Della strada _Popilia_, se ne è parlato al capitolo precedente. — Quanto alla città di Petilia, che alcuni vollero allogare a Polla, ne fu fatto cenno al cap. XX e se ne discorrerà in seguito.

[42.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) ALBIROSA, _L’osservatore degli Alburni_, Napoli, 1840, pag. 25.

[43.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) _In campo Atinate_, sono le parole di Plinio.

[44.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Il frammento sallustiano sarà riferito più giù. Esso mostra che nella Peutingeriana non è errore, come molti dei nostri scrittori hanno ritenuto, il _Nares Lucanas_, che essi emendarono in _Marcelliana_. — Ricorderò che erano dette appunto _Nares_ dai latini (VITRUVIO, VII, 4) _extremae canalium partes, per quas humor egeritur_.

[45.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Qui l’allogano alcune moderne carte tedesche.

[46.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Il luogo presso Brienza è detto _Cerrana_, Come già scrisse il Lombardi (nel _Saggio_, ecc. XXXIV), e non _Cerrona_ come si legge nel Corcia (p. 96, III). E poiché è infatti Cerrana e non altrimenti, la permutazione dell’_a_ in _o_ sulla sillaba dove cade l’accento tonico, mi lascia dubitare della equipollenza dell’antica alla nuova parola.

[47.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) È al sud–est di Rivello la «Serra la città». L’Antonini a pagina 412 scriveva:

> «Credo bene che Rivello non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne e nei suoi luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi «La Città» molte medaglie e statuette di bronzo… In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigie di antiche fabbriche laterizie, e chiaramente ivi s’osserva la ruinata figura di un circo».

Non ometterò di dire che egli, pure dubitando, vorrebbe mettervi Blanda, la quale oggi si riconosce a Tortora.

[48.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) La parola _Sinno_, per derivare dall’antico _Siris_, presuppone un _Sirnus_ o _Sirinus_. Se la si deriva dal «monte Sirino» non si elimina ma si allontana la difficoltà etimologica che resta. Si potrebbe, forse, considerare come un diminutivo italico di _Siris_, il fiume della Siritide, quasi il «piccolo Siris», come è naturalmente alle origini sue.

[49.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Lo attesta il Lombardi, nel _Saggio sulla topografia_, ecc. _delle città italo-greche, lucane_, ecc. _comprese nella Basilicata_, § XLI. Negli _Opuscoli accademici_, ediz. Cosenza, 1836, p. 220.

[50.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Lib. VI, 388: _paulum supra mare_.

[51.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) LENORMANT, _Grande Grèce_, vol. III, chap. II.

[52.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Vedi appresso.

[53.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) _C. SALLUSTII CRISPI, quae supersunt, recensuit Rud. Dietsch_. — Lipsiae, Tuebneri, 1859, nel vol. II. È il Framm. 67 del libro III, _Historiar_. (già pubblicato da parecchi e dal Mai), e dice:

> … _Et propere nanctus idoneum ex captivis ducem Picentinis, deinde Eburinis jugis occultus ad Nares Lucanas atque inde prima lucepervenit ad Anni forum ignaribus cultoris_…

Nell’edizione citata è dato il fac-simile del frammento, secondo il Codice vaticano, in lettere maiuscole: in esso è scritto _Naris lucanas_.

[54.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Da _Semuncla_ non potrebbe derivare, nel nostro italico, che _Semonchia_ o _Semoglia_; ma Sambuco (_sammuco_ o _savuco_ del dialetto) è impossibile.

[55.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Per le origini del nome vedi al cap. IV. Per le battaglie ivi combattute, v. capitoli XVII e XVIII.

[56.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Conf. l’_Agiografia di S. Laverio_, ecc. di sopra citata.

[57.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Nel _Corp. Ins. Lat_. X, parte II, al n. 1093\. È un’iscrizione grumentina (dell’anno 711 di Roma, 42 avanti Cristo), ove è cenno di un portico innalzato da T_. Vettius. Serg_(ia) _architectus de peq. pagan_(ica).

[58.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Vedi appresso alla Parte II, capit. III.

[59.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Lo attesta il Lombardi, che era nativo appunto di Tramutola, nel _Saggio_, ecc. citato poco innanzi.

[60.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) CORCIA, _Op. cit_. III, pag. 74, il quale però, a pag. 109 dello stesso volume, muta di avviso. Il Romanelli l’allogava a Lagonegro.

Ai futuri indagatori della topografia lucana mi sia lecito indicare, al nord dol paese Casaletto Spartano, un luogo che è detto _Monte Collo_.

[61.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Vedi nella Parte II, capit. III, numero 59.

[62.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Alcuni (Corcia per esempio) allogherebbero qui l’_Abellinum Marsicum_, che è nominato da Plinio nella «seconda regione dell’Italia di Augusto», che era limitata dall’Ofanto: ma Ia troppa distanza dall’Ofanto all’Agri non conforta la congettura. Altri allogarono a Marsico Vetere l’ignota _Vertina_ (ricordata da Strabone) in grazia all’allitterazione delle due parole, che non hanno punto affinità fonetica tra loro. Altri, a Marsiconovo o Paterno, vollero trovarvi Consilino: e si appoggiavano ad un frusto di marmo letterato, che Mommsen non crede autentico (_Insc. R. Neap_. n. 109\*). — La parola Marsico, come si dirà altrove (Parte II, cap. III), è dal basso Iatino medievale.

[63.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Nel _Corp. Insc. Latin_. X, 6975 innanzi ricordata.

[64.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Sorge un dubbio che non fosse un duplice nome di unico luogo equivalente ad _Acirronia_, di cui sopra. — Io credo l’_Acidios_ un posto in antico di quegli Elleni che colonizzarono l’interno del paese dalle coste tirreniche. Nel greco avrebbe il significato di «pagliaio», argomento delle umili origini sue. Nelle tavole di Eraclea, la parola che ha significato di pagliaio è appunto ἀχυριος[64a](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Nello stesso significato si ha ἀχυρών che si inflette in ἀχυρῶνος[64b](x01_CAPITOLO_22.xhtml). Le due forme collimano. Sarebbe pertanto uno stesso paese a duplice forma di nome? Secondo questo concetto, la nomenclatura ufficiale sarebbe _acidios_, e la nomenclatura popolare (che è quella che comunemente siegue la tavola dei bassi tempi) darebbe _acirona_.

[64a.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Vedi MAZZOCCHI, pag. 229.

[64b.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) E significa: _Receptaculum palaearum_ ed _acervus palaearum_: lo scambio fonetico della χ in κ non osta nell’onomastica della regione. Conf. _Acherontia — Aceruntia_ ed _Acerenza_, _Archiepiscopus — Arcivescovo_, etc.

[65.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Che fosse sede di Presidi della Lucania nei tempi imperiali è affermazione (ANTONINI, 564; CORCIA, III, 83, ed altri) che a fonda unicamente sugli «Atti del martirio dei dodici fratelli d’Africa» (di cui vedi al capitolo XI della Parte II): ma quanto degli Atti è titolo, per ragioni intrinseche ed estrinseche, di nessuna autorità.

[66.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Lo affermò prima il GIUSTINIANI, _Diz. geog. ad v_.; e ripeté il Corcia.

Le iscrizioni, di cui è cenno nel testo, sono del 1180 e 1200, già pubblicate dall’Ughelli (_Ital. Sacr_. VII, 133) e più esattamente dal dottor M. La Cava nella _Lucania Letteraria_ di Potenza, dell’aprile 1885.

[67.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Vedi al capitolo IV.

[68.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) PLINIO, III, § XVI. — Opinione del D’Anville. _Ap_. CORCIA (_Op. cit_. III, 561) che vi aderisce, ricorrendo ad una strana etimologia greca di Strabelli dai «tortuosi anfratti»! del Vulture, o, meno strana, da «pini»: mi che, ad ogni modo, non ha che fare con la parola _Rapolla_.

[69.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Vedi alla Parte II, capitolo III.

[70.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Vedi al capitolo III, n. 86 della Parte II.

[71.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Se ne parlerà alla Parte II, Cap. IV.

[72.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Vedi al capitolo IV.

[73.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Nel capitolo XX. Vedi Append. I, a questo volume.

[74.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Questo vico o «Castello Bandusio» è nominato in una Bolla del 1103 di Pasquale II, che si legge nel _Bullar. Roman_. (vol. II, 123) e nell’Ughelli (_Archiep. Acheruntini. Ital. Sacra_, VII, col. 20). L’abate Capmartin de Chaupy, nell’opera _Découverte de la maison de campagne d’Horace_. Rome, 1767, fu il primo a ricordare questa Bolla, in cui non solamente è parola di un castello o villaggio, ma di un _Bandusio fonte apud Venusiam_. Le parole sono queste:

> _Tibi… concedimus, confirmamus coenobium ipsum_ (Beatae Mariae de Banzi) _et omnia que ad illum pertinent… videlicet ecclesiam S. Salvatoris cum aliis ecclesiis de Castello Bandusii_… (sieguono altre chiese e «casali») _ecclesiam SS. Martyrum Gervasii et Protasii in bandusino fonte_ (o monte?) _apud Venusiam_.

Di qua l’abate De Chaupy trae valido argomento che la _Fons Bandusiae_ dell’ode 13, nel libro III, era non già in Sabina, ma qui in questo pago tra Bantia e Venusia: non senza aver ricordato come il P. Sanadon, uno degl’interpreti del poeta, accertasse che i «migliori manoscritti» di Orazio portassero _Bandusiae e non Blandusiae_, come altri legge.

Il De Chaupy venne in pellegrinaggio scientifico sui luoghi, per trovare questo ascoso tesoro di fonte «dalle chiare acque che mormorano, difese dall’atroce ora della canicola che ferve e fiammeggia, grazie all’ombra dei lecci, cui vengono a chiedere ristoro di frescura i buoi sciolti dall’aratro e le mandre che vagano in pascolo». E stimò di averla trovata presso l’odierno paese di Palazzo San Gervasio (a sei miglia da Venosa) nel luogo che era detto appunto la _Fontana Grande_, ma di cui non restava allora che l’ombra del gran nome! come egli mestamente si esprime (_Op. cit_. vol. III, pag. 363 e 537). Ma i nostri dotti non si acquetarono a questa sentenza: e Andrea Lombardl (nel § XVII del citato _Saggio sulla topografia delle antiche città lucane_, ecc.) trova le testimonianze visibili della fonte oraziana in certi avanzi di antiche condutture scoverte il 1830 nel _boschetto di Paglione_, che è ad un chilometro da Palazzo, là dove fu posto a nudo un tratto di antico acquedotto, e di lì poco lontano «un ampio serbatoio costruito da mattoni con pavimento laterizio»; mentre non guari discosto è anche la fontana del Sambuco, anche essa pretendente agli onori del gran poeta. Nel bosco comunale di Palazzo un’altra fontana ha il nome di _Frontiduso_ (?); e questa l’Ingenua erudizione locale traduce e sincopa in _fons_ (ban)_dusa_! — Tra tanta copia, scelga il lettore: io mi astengo! — Fra i molti contraddittori al De Chaupy è singolare l’anonimo traduttore francese del _Vogage de H. Swinburne dans Ies deax Siciles_. Paris, 1785\. Nel volume II, pag. 208, contro la indicazione della celebrata fontana a Banzi, egli argomenta, con tutta serietà, così:

> «Se fosse stata in Lucania, come mai il poeta avrebbe detto alla fontana: _dulci digne mero… Cras donaberis haedo_. Orazio non aveva cànova (!) in Venosa, e non ne acquistò mai in quei luoghi da che ne parti di otto anni…»

Oh eruditi esilaranti! Se non aveva cànova, se non aveva fattori, dove egli avrebbe preso un nappo di vino e il capretto occorrente al sacrificio quel povero poeta!

[75.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) MOMMSEN (_Corp. Ins. Lat_. X, p. 710) inclina a credere che questa linea dell’Itinerario, la quale segna: 1\. _Venusia_; 2\. _Opino_; 3\. _ad Bradanum_; 4\. _Potentia_, siasi confusa con l’altra linea dell’Appia antica, che da Venosa si dirigeva a Taranto, e in quest’ultima linea sarebbe stato l’«Opino», che egli crederebbe (pare) lo stesso che l’_Ad Pinum_ dell’Itinerario medesimo. — Vedi al cap. XXI.

[76.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Ai capitoli VII, VIII e IX.

[77.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) In un diploma del 1099, Rodolfo conte di Montescaglioso dona alla di San Michele di questa città molte terre e chiese, quali sono, tra le altre, San Nicola _de Appio_, San Benedetto _de Acina_, San Giovanni _de Arenella_, e inoltre la chiesa di _Sanctae Mariae de Lacaria_ (p. 142 della _Histor. Cronolog. Monast. S. Michaelis Arcang. Montis Caveosi_, del P. TANSI. Napoli, 1746\. A questa _Lacaria_ (come scritto nella stampa) dovrebbe corrispondere, a mio credere, l’antica _Lagaria_: ma non mi è riuscito di trovare ove precisamente fosse posta la contrada detta _Lacaria_; benché non è dubbio per me fosse posta nelle pianure del Jonio dal Bradano al Sinno, o fiume di Canna. Presso Montalbano Jonico, a sinistra dell’Agri, è una contrada detta _Isca_ o _Lacara_. Qui corre II pensiero a prima giunta: ma sorge il dubbio che il _Lacara_ fosse il plurale antiquato o popolare di laghi, come _càmpora_, _lòcora_, _dònora_, ecc. di _campi_, _luoghi_, _doni_, ecc.

[78.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Vedi al capitolo IV.

[79.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Vedi al capitolo XX.

[80.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Lib. VI, 390: _Oppidula exigua Lucanorum, Grumentum, Vertinae_ (Ουερτιναι), _Calasarna_.

[81.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Non debbo passare sotto silenzio che tutti i parecchi manoscritti consultati per la edizione del Didot di Strabone scrivono Ia parola, a quanto pare, in unico contesto.

[82.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) _Galasium_, nel privilegio del 1123 contenuto nella Bolla di Callisto II; _Galasum_ in Bolla del 1111; in un atto del 1070 è detto _Castellum Armenti et in ejus territorio Monasterium Galasi_, ecc. _apud_ ZAVARRONI, _Esistenza e validità dei Privilegii alla chiesa di Tricarico_, Napoli, 1740: all’Appendice, p. 22, 25 e 29.

Le reliquie del «Castello Galaso» si veggono tuttora a tre miglia da Armento, verso oriente, presso quella _Serra Lustrante_ o _Lustratica_, ove si sono rinvenuti i più ricchi antichi sepolcri.

[83.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Avverto però che ivi tu incolato di gente greco-bizantina al medio evo. Vedi Parte II, capitolo IV.

[84.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Ovvero sincope di βραδυδυνὴς. — CORCIA, il primo, disse da βραδὺς, _Op. cit_. III, pag. 88.

[85.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Donde βασσων profundior: così il CORCIA, III, pag. 325.

[86.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) ακιρῶς _remisse_, e _sine motu_, ap. Hesych. ἀκιρός, _nihil agens_, ap. Theocr. Si noti la grafia _Aciris_ e non _Acheros_, che pel fiume lucano non si trova mai scritto: e la iscrizione di _Numini Herculis Acheruntini Vitalis_, etc. che si dice scoverta presso Eraclea (_ap_. Romanelli , _Topog_. I; CORCIA, III, 318) è falsa. — L’italico «Agri», anziché dal latino _Aciris_, è derivato dal greco ἀκιρòς: che, pronunziandosi come dattilo, fa possibile la contrazione che ha avuto luogo nella parola italica.

[87.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Era detta Salandra al medio evo. Vedi al capitolo IV.

[88.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) ἀναστρέφω — _subverto_; αναστεφομαι — _versor in aliquo loco_.

[89.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Aυλων e αυλος, alveo e canale.

[90.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Vedi innanzi.

[91.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Contro Ia mia affermazione non voglio omettere di riferire l’acuta congettura del valoroso geologo G. DE LORENZO, di cui ricordammo al cartolo VI le profonde investigazioni sulle _Reliquie de’ grandi laghi pleistocenici nell’Ital. merid_. — Scelga il lettore. — Egli di Laino scriveva (pag. 29):

> «Qui Strabone parla di un golfo di Lao, mentre ora II fiume Lao termina a mare con un delta prominente, simile al triangolo isoscele ottusangolo: è chiaro quindi che questo gran delta, largo alla base più di 10 chilometri, si è formato dopo i tempi di Strabone; e che prima dell’era volgare esistesse in suo luogo uno spazioso golfo o seno (κολπος), che dai promontorii di Scalea e di Cirella s’intornava molto nelle terre, fino ad incontrare le acque del fiume Lao. Ciò va d’accordo con la «poca distanza» che separava la città dal mare».

[92.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) V. al capitolo XVII.

[93.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) In ERODOTO, lib. VI, 21, si legge non altro che queste parole:

> «I Sibariti che, dopo Ia perdita della loro patria, abitavano Lao e Scidro… non presero il lutto per la distruzione di Mileto», ecc.

[94.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) La pretesa relazione tra l’antichissima _Scidro_ e l’attuale paese di _Papa Sidero_ non è menomamente attendibile. Questo paese come l’altro di Abate Marco, non Bate Marco, di Circhiosimo, di Cironofrio sursero nel medio evo da _Laure_ o conventuoli di monaci, specie basiliani, all’avvento delle popolazioni bizantine per le regioni bagnate dal Jonio e Tirreno. Lo dimostra il loro nome: _papa. cir_. V. II Parte, Cap. IV; e per Circhiosimo ivi.

[95.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) CORCIA, _Op. cit_. III, 64.

[96.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Λάβρος — rapido.

[97.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) CORCIA, Op. cit. III, 58; ANTONINI, pag. 69, e 377, 378\. — Vedi innanzi, al capitolo IX.

[98.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) A tre miglia da Velia, gli eruditi napoletani trovano una villa del vecchio Catone (che veramente ebbe ville in Lucania, a ricordo di Plutarco) in quel luogo sparso di ruderi, che è detto _La Catona_ (CORCIA, III, 54; RICCIO, 100; ANTONINI, 329, ecc.): ma è un falso vedere. Un posto detto _La Catona_ (che è denominazione non infrequente nel Napoletano) si trova, per esempio, presso Reggio; un altro presso Terranova del monte Pollino: la parola ha origini medievali dal greco-bizantino, e significa (tra altri sensi) «magazzino e guardaroba»; e per estensione, come a Reggio e qui presso Velia ebbe senso di «scalo o stazione di navi» (Conf. AMARI, _Stor. musulm_. III, 672).

[99.](x01_CAPITOLO_22.xhtml) La questione di una _Petilia Lucana_, sollevata prima dall’Antonini, e da altri scrittori accettata e difesa con gli stessi argomenti dell’Antonini, per qualunque verso si pigli, non regge in gambe. Le iscrizioni da lui pubblicate per darle posto sul monte della Stella sulla valle dell’Alento sono false[99a.](x01_CAPITOLO_22.xhtml); e falso il brano di un atto di notaio del secolo XVI, che egli ricorda.

Si fonda egli, inoltre, sopra alcune frasi di Plutarco, nella vita di Crasso, le quali, dopo di Iui, servono di falsariga alle identiche argomentazioni di altri scrittori; e a questo titolo non si può trascurarle. — Crasso combatteva contro Spartaco nei Bruzii; di qua il gran ribelle era fuggito agli inseguimenti del console. Una parte delle truppe di Spartaco si separa da lui, e, al comando di Casto e di Gannico, accampano presso «la palude Lucana». Crasso li attacca e li mette in rotta. Dopo la costoro strage (continua Plutarco) Spartaco, nel ritornar che faceva[99b](x01_CAPITOLO_22.xhtml) verso i monti Petelini, era stretto alle spalle da Quinto, legato di Crasso e dal questore Scrofa, che gli venivano alle reni. Ma il Trace si volge loro di fronte: i Romani turpemente fuggono, e il questore vi tocca una grave ferita. Questa vittoria gonfiando gli animi, perdé Spartaco: i suoi non vollero andare innanzi, e, ammutinati, lo sforzano armata mano a condurli per la Lucania contro i Romani.

Dov’era la _Palude Lucana_? — Qui il nodo della questione. — Era presso la città di Pesto, ovvero tra Pesto e il prossimo Capaccio, pel Cluverio, per l’Antonini, pel Romanelli, pel Corda, pel signor Riccio ed altri ancora. Ma, chi gliel’assicura? dimanderemo. — Frontino, facendo parola di certi stratagemmi di Crasso nelle guerre contro Spartaco, accenna ad un monte detto _Calamario_ o _Calamacio_. Per Cluverio e gli altri scrittori, Calamacio è lo stesso che Capacio o Capaccio: e da ciò segue che Ia _palude lucana_ è quella appunto indicata di sopra, tra Pesto e Capaccio. Ma chi assicura a Cluverio la identità di Calamacio a Capacio? — Io penso, egli risponde, che il vero nome fosse _Calamatius mons_; donde poscia fu fatto il volgare _Calmatio_, e ben presto _Calpatio_ e finalmente Capacio[99c](x01_CAPITOLO_22.xhtml). — Che questa genesi filologica paresse giusta ad uno scrittore (del resto dottissimo ed acuto) del secolo XVII, non fa maraviglia: ma fa maraviglia che per i dotti scrittori del secolo XIX cotesto processo filologico sia parso sì naturale e legittimo da non aver bisogno di prova. Ma la prova resta ancora da darsi: e resta da darsi non già nelle permutazioni, cui si riferisce Cluverio del _l_ in _c_, ma nella mutazione trascurata della lettera _m_ nella _p_, che è assai strana metamorfosi alle leggi foniche del nostro idioma. E Capaccio, d’altronde, non ha le sue prossime e più giuste origini filologiche da _Caput aquae_, ovvero, meglio, da _Caput aquagii_?[99d](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Resta dunque dunque campata in aria la identità della «Palude Lucana» con gli stagni presso Pesto, o con quali altri si voglia tra Pesto e Capaccio[99e.](x01_CAPITOLO_22.xhtml).

Se ricorriamo ad altro genere argomenti, si può forse ritenere come «probabile» che esistesse la grande Palude in qualche parte dell’ampia valle del fiume Sele, comprese in essa le valli o i bacini dei molti influenti del Sele medesimo. E dico «probabile» se raffronto al passo surriferito di Plutarco le parole di Paolo Orosio e un breve frammento di Sallustio, relativo a Spartaco. Crasso (scrive OROSIO, V, 24) «fece battaglia coi fuggitivi e ne uccise seimila: ma prima di assalire Spartaco, che accampava a Capo Sele — _ad caput Silari fluminis castrametantem_ — batté i Galli e i Germani compagni di esso, e ne uccise 30mila!! Trattengo ogni osservazione su queste cifre sbalorditoie, e vengo al frammento di Sallustio (v. innanzi), ove è detto che Spartaco «prende a guida uno dei prigionieri picentini, e nascostamente va dai monti di Eboli — _Eburinis jugis_ — alle _Nares Lucanas_: e di poi, sul fare del giorno, pervenne al _Foro di Annio_» — che era, come si è detto, alquanto al di là di Maratea. Credo siami lecito di ritenere che questi gioghi o catene di monti di Eburum siano i medesimi che quelli onde ha origine il fiume Sele, il _Caput Silari_ di Orosio; e che i fatti di armi indicati nelle parole specialmente di Orosio siano gli stessi di quelli narrati da Plutarco. Di qua il giudizio di probabilità cho ho espresso di sopra: e di qua le conseguenze che mi pare lecito di trarne; ed è che Ia _Palus lucana_, di cui è parola, si dovrebbe trovare nell’alta valle del Sele, che indicherò verso Palo Monte, o S. Gregorio Magno: quello, che del suo nome indica appunto un’antica _Palus_, e questo ove era un amplissimo «pantano» di recente scomparso, fanno testimonianza alle antiche storie.

Ora, tornando al passo di Plutarco, non mi par dubbio che ciò non dà nessun appoggio alla tesi dell’Antonini e dei suoi molti seguaci. Spartaco, intesa la disfatta dei suoi, retrocede, o ritorna, o s’incammina verso i monti Petilini, e questi monti non è necessario che fossero presso Pesto o Capaccio: perché le parole del biografo non dicono che si ritirò o si salvò nei monti di Petilia, come interpreta l’Antonini (p. 96) e gli tien bordone il signor Corcia (III, 41). Spartaco, battuto, era naturale retrocedesse verso i Bruzii onde era venuto, e dove era la sua base d’operazione più prossima alla Sicilia.

I monti Petilini o erano nei Bruzii, o sul cammino che menava al paese dei Bruzii: più di così non può significare il luogo di Plutarco. Chi, pertanto, volesse riferire cotesti monti alla Petilia Bruzia, oggi Strongoli, che è la sola conosciuta, non sarebbe fuori la grazia di Dio e degli interpreti imparziali.

Ma, per lealtà di critica, un’ultima osservazione non debbo tralasciarla, ed è questa: Se la lezione dei «monti Petilini» in Plutarco è esatta; se non ci ha qualche lacuna nel contesto (che per vero non pare), io mi domando, come mai, se la battaglia, perduta dagli schiavi insorti, avvenne nella gran valle del Sele, se fu pertanto presso al confine occidentale della Lucania, e se da questo punto Spartaco retrocedeva verso il Bruzio, come mai ha potuto venire in mente ad uno scrittore diligente di indicare quale indirizzo della ritirata del Trace un punto così lontano, come i monti di Petilia (o Strongoli) posti all’estremo Bruzio orientale, al di là della Sila sul Jonio? Interpreta ivi Plutarco il pensiero intimo di Spartaco? Ovvero è naturale induzione dello scrittore alla prossimità della meta a cui il Trace tendeva?

Qui, per vero, io resto in dubbio; e, infra due, dirò che, o Plutarco pei monti Petilini voleva intendere i monti della grande Sila, e in questa ipotesi il suo concetto sarebbe meno illogico, meno innaturale; ovvero volle intendere di una regione montuosa di qualche Petilia, che fu davvero in Lucania.

Ma se esisté in Lucania, e dove, lo dirà l’avvenire; di presente è lecito negarlo.

[99a](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Vedi nel _Corp. Insc. Latin_. vol. X, dal n. 99\* al 120\* delle _falsae vel alienae_.

[99b](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Ovvero: retrocedendo; ἀναχωρουντι nel testo.

[99c](x01_CAPITOLO_22.xhtml) _Ital. Antiq_. pag. 1256\. Io ignoro dove sia questa «Calamacio» di Frontino, poiché la sua identità con «Capaccio» è un supposto senza fondamento. Intanto, ai fututri investigatori di questi dati topografici, accenno che presso il Di Meo (_Annali Diplomatici_, VIII, 185) è ricordata una carta del 1079, in cui un Pietro dona al monastero di Cava la chiesa di _San Nicolò di Colmagio in Procolo_, di Nocera. Frontino non dice che il suo Calamacio o Colamcio fosse in Lucania, benché si argomenti che non fosse lontano dal Silaro. Non sarebbe, perciò, fuori di posto, se in quel di Nocera.

[99d](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Ho sempre dubitato che fosse del tutto esatta la derivazione da _Caput aquae_; perché il _qu_ latino davanti allo vocali _a_, _o_, _u_ non muta; e perché non si spiegherebbe, nella ipotesi, coma la terminazione femminina di _aqua_ sia cambiata nel mascolino Capaccio. Vuoilsi invece ritenere che la parala originaria fu _Caput aquagii_; e ricordo che Festo disse: _Aquagium, quasi acquae agium, id. est. aqueductum_. Dunque: _Cap_ (ut aqu) _aggio_, il capo dell’acquidotto che portava le acque a Pesto.

[99e](x01_CAPITOLO_22.xhtml) Debbo aggiungere che di questa _Palude lucana_ Plutarco dice che contiene acqua «in certi tempi dolce, la altri salsa e non potabile». L’Antonini ha trovata la sua Palude presso Pesto di acque sempre di eguale sapore (p. 222), ma il signor Riccio (_Top. Ant. Luc_. par. II, 22), che sta per la situazione della palude a _Capo di fiume_, presso _Capaccio vecchio_, dice che quella un «grazioso laghetto» formato da sorgenti di acque dolci e di altre acque salse: e perciò gli è questo, senz’altro, il luogo cui accenna Plutarco. Ma se è un _grazioso laghetto_, non è una palude od uno stagno, e se «laghetto» non intendo come un nappo di acque minuscolo avesse potuto ricevere il nome sì ampio di palude _Lucana_.

# APPENDICE I

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# APPENDICE I.

## LA TAVOLA OSCA DI BANTIA

  
Della Tavola osca di Bantia, di cui è fatto parola nel capitolo XX, riportiamo il testo e l’interpretazione latina che ne dava l’illustre professore M. Bréal nei _Mémoires de la Société Linguistique de Paris_. Tome IV. Paris, 1881, pag. 381.

Egli omette le prime linee della Tavola perché troppo guaste da lacune; e comincia dalla linea 4ª.

 § 1.

_Svae pis partemust pruter pan \[pertemest,\]_ | 

Si quis (comitia) peremerit, priusquam \[peremet\], |

_deivatud sipus com\[e\]nei perum dolom mallom siom ioc comono mais egm\[as touti-\]_ | 

jurato sciens in comitio sine dolo malo se ea magis rei publicae |

_cas\[a\]mnud pan pieisum brateis auti cadeis amnud, iuim idic siom dat sena\[teis\]_ |

causa quam alicuius — aut — causa, et id se de senatus |

_tanginud maimas carneis pertumum. Piei ex comono pertemest, izic eizeic zicel\[ei\]_ |

sententia maximæ partis peremere. Cui sic comitia peremet, is illo die |

_comono ni hipid_.

comitia ne habeat.

  
§ 2.

  
L. 8\. _Pis pocapit post_[1](x01_APPENDICE_01.xhtml)_exac comono hafieist meddis dat castrid loufit_ |

Qui quandoque post hac comitia habebit magistratus de fundo vel |

_en eituas, factud pous touto deivatuus_[2](x01_APPENDICE_01.xhtml) _tanginom deicans, siom dat eizaisc_[3](x01_APPENDICE_01.xhtml) _idic tangineis_ |

in pecunias, facito ut populus jurati sententiam dicant, se de illis (rebus) id sententiæ |

_deicum pod valaemom touticom tadait ezum, nep fefacid pod pis dat eizac egmad min\[s\]_ |

dicere quod optimum publicum — esse, neve fecerit quo quis de illa re minus |

_deivaid dolud malus. Svae pis contrud exeic fefacust anti comono hipust, molto etan_ |

juret dolo malo. Si quis contra hoc fecerit aut comitia, habuerit, multa tanta |

_to estud n. CIƆ CIƆ. In svae pis ionc fortis meddis moltaum herest, ampert minstreis aeteis_ |

esto n. CIƆ CIƆ. Et si quis eum forte magistratus multare volet, dumtaxat minoris partis |

_eituas moltus moltaum licitud_.

pecuniæ multæ multare liceto.

  
§ 3.

  
L. 14\. _Svae pis pru meddixus altrei castrous anti cituas_ |

Si quis pro magistratu alteri fundi aut pecuniae |

_zicolom dicust, izic comono ni ni hipid ne pon op toutad petirupert urust sipus perum dolom_ |

diem dixerit, is comitia ne habeat nisi cum apud populum quater oraverit sciens sine dolo |

_mallom, in.trutum zicolom_[4](x01_APPENDICE_01.xhtml)_touto peremust petiropert. neip mais pomtis_.

malo, et definitum diem populus acceperit quater, neve magis quinquies.

  
§ 4.

  
(L. 15.) _Com preivatud actud_ |

Cum reo agito|

_pruter pum medicatinom didest, in. pon posmom con preivatud urust, eisucen ziculud_ |

prius quam judicationem dabit, et quum postremum cum reo oraverit, ab illo die |

_zicolom XXX nesimum comonom ni hipid. Svae pis contrud exeic fefacust, ion svae pis herest meddis moltaum, licitud, ampert mistreis aeteis eituas licitud_.

diem XXX proximum comitium ne habeat. Si quis contra hoc fecerit, eum si quis volet magistratus multare liceto, dumtaxat minoris partis pecuniæ liceto.

  
§ 5.

(L. 18.) _Poncenstur_ |

Quum censores|

_Bonsae tantam censazet, pis cevs Bantins fust censamur esuf in. eituam, poizad ligud_ |

Bantiae populum censebunt, qui civis Bantinus fuerit censetor ipse et pecuniam, qua lege |

_iusc censtur censaum angetuzet. Aut svae pis censtomen nei cebnust dolud mallud_ |

ii censores censere proposuerint. At si quis in censum non venerit dolo malo |

_in. eizeic vincter, esuf comenei lamatir Pr. meddixud toutad praesentid perum dolum_ |

et in eo convicitur, ipse in comitio vendatur prætoris magistratu populo præsente sine dolo |

_mallom: in. amiricatud allo famelo in. ei sivom; poci eizeis fust pae ancesto fust_, |

malo: et veneat cetera familia et is simul; quæ ejus fuerit quæ incensa fuerit, |

_toutico entud_.

publica esto.

  
§ 6.

  
(L. 23.) _Pr. svae praefucus pod post exac Bansae fust, svae pis op eizois com_ |

Prætor sive præfectus qui post hac Bantiae erit, si quis apud illos cum |

_atrud ligud cum acum herest, auti pru medicatud amnim aserum eizazunc egmazum_ |

altero lege agere volet, aut pro judicato manum asserere illarum rerum |

_pas eixascen ligis scriftas set, ne pim pruhipid mais zicolois X nesimois. Svae pis contrud |_

quæ hisce in legibus scriptæ sunt, ne quem prohibeat magis diebus X proximis. Si quis contra |

_exeic pruhipust, molto etanto estud n. CIƆ. In. svae pis ionc meddis moltaum herest, licitud_, |  

hoc prohibuerit, multo tanta esto: n. CIƆ. Et si quis eum magistratus multare volet, liceto, |

_\[ampert\] minstreis aeteis eituas moltas moltaum licitud_.

dumtaxat minoris partis pecuniæ multæ multare liceto.

  
§ 7.

  
(L. 27.) _Pr. censtur Bansae_ |

Prætor censor Bantiæ |

_\[ni pis fu\]id nei svae Q. fust, nep censtur fuid nei svae Pr. fust. In. svae pis Pr. in. svae_ |

ne quis sit nisi quæstor fuerit, neve censor sit nisi prætor fuerit. Et si quis prætor et si |

_… in nerum fust, izic post eizuc Tr. pl. ni fuid. Svae pis_ |  

… magisterium — fuerit, is post illud Tr. pl. ne sit. Si quis |

_… \[facus f\]ust, izic amprufid facus estud. idic medicim cizuc_ |  

… \[factus\] erit, is improbe factus esto. Id magisterium illo |

_… medicim … um VI nesimum_ |

… magisterium … Vi proximum |

_… um pod_ |  

… quod |

_… medicim_ |  

… magisterium |

_…_  

…

  
La tavola di Bantia si conserva nel Museo nazionale di Napoli. Fu trovata verso il 1790 nel territorio del paese di Oppido di Basilicata, che oggi è detto Palmira. È una lastra di bronzo, alta 25 centimetri e larga 38, scritta dai due suoi lati: da un lato è incisa una legge o plebiscito, in latino, d’ignoto contenuto; dall’altro è l’iscrizione osca: però anche questa scritta, come quella, in caratteri latini, i quali ai paleografi indicano i tempi del secondo secolo av.C. Manca il principio, la fine e la parte destra dell’iscrizione.

Non vi è relazione di sorta (come oggi è accertato) tra la iscrizione osca e la latina. Il testo osco fu pubblicato primamente nel 1795 dal Marini (nei _Fratelli Arvali_); poi dal Rosini, e nel 1820 dal Guarini, in fac-simile, ma da tutti e tre senza interpretazione. Grotefend e Klenze tentarono la spiegazione di qualche passo. Tra noi, Cataldo lannelll (_Veter. Oscorum Inscript_. Neapoli, 1841, pag. 119-126) spiegando, per mezzo del semitico, alcune linee qui e qua della Tavola, stimò che contenesse le norme pei convivii tribali, che i popoli della stessa razza o tribù, congregati al santuario di un loro Iddio, solennizzassero di banchetti comuni nelle periodiche solennità. Ma nessuno accettò né la spiegazione sua, né la via su cui si era messo.

Mommsen il primo diede un’interpretazione di tutta la Tavola, aggiungendo alla spiegazione lineare un commentario «che non è (dice il Brèal) la parte migliore del suo grande lavoro». Fuorviato (questi continua a dire) dalle cifre numeriche che si trovano nella Tavola, e da qualche parola come _ziclom_, _carneis_, _posmom_, ecc. che interpretava per _jugerum_, _cardo_, _pomum_, volle vedere nella Tavola osca di Bantia una legge agraria, con la quale i Romani concedevano agli abitanti di Bantia il godimento di una parte dell’_ager publicus_. Da alcune scorrezioni che si incontrano nel monumento (per esempio, una volta _dolud mallud_ e un’altra _docud malud_, _Sansae_ per _Bansae_, ecc.), egli suppone che la Tavola fu incisa in Roma da un artefice ignaro dell’osco.

All’interpretazione di Mommsen si oppose il Kirchhoff, che in una lettera diretta allo stesso dottissimo uomo nel 1853, mercé uno studio rigoroso della parte grammaticale e con grande forza di ragionamento, stabilì che non si trattava di _ager publicus_, ma sì del dritto municipale di Bantia, e segnatamente de’ comizii, del censo, e del _cursus honorum_. Mommsen non pare che accettasse l’interpretazione del Kirchhoff; ma non pare altresì che perdurasse nella sua prima spiegazione.

Dopo i lavori del Lange (1853) che ebbe il merito di determinare il valore giuridico di un certo numero di parole e la conformità tra certe disposizioni della legge di Bantia e quella di Roma; e dopo un altro lavoro di Huschke (nel 1856), notevole per la scienza del dritto, ma non per la parte grammaticale della interpretazione (Brèal). Il Bücheler diè una traduzione intera del testo che fu pubblicata nei _Fontes juris romani antiqui_ di Bruns (Tubinga 1876); ed è riportata nell’importante opera del professore all’Università di Mosca I. Zvetaieff, dal titolo: _Sylloge inscriptionum oscarum ad archetyporum et librorum fidem. Pars prior textum, interpetrationem, glossarium continens_. Petropoli in 8º. La seconda parte contiene le tavole; infolio. Lipsiae, 1878.

L’interpretazione del Bréal, che concorda in massima con i concetti e la spiegazione di questi ultimi interpreti, se ne scosta per più lati e per ragioni filologiche. Egli vi aggiunge un commentario di carattere segnatamente filologico, che noi si omette di riportare in questa edizione.

Il Bréal conchiude il commento filologico con queste osservazioni:

> Resta a dire alcunché sull’epoca probabile e sull’origine del monumento Bantino. Ch’esso sia della età dei Gracchi, o ad un dipresso, gli è ammesso da tutti. Mommsen suppose che la parte latina e la parte osca presentino una sola e medesima legge in due lingue diverse; e tenendo conto dei nomi romani delle magistrature e sopratutto dei _tribuni del popolo_, egli crede che sia una legge romana mandata nella traduzione osca agli abitanti di Bantia. Epperò i magistrati, di cui è parola nella tavola, sarebbero magistrati che esercitarono loro funzioni a Roma.
> 
> Ma questo sistema soffre delle gravi difficoltà.
> 
> La parte osca della Tavola è incisa sulla faccia di dietro o _versa_ della lastra: od è poco verosimile che un testo di legge, che debba essere a notizia di tutta una città, siasi scritto nella parte che va di contro al muro a cui si affìgge.
> 
> Le due o tre formole che si riscontrano identiche nelle due leggi, latina ed osca, vuolsi attribuirlo ad una coincidenza fortuita che ben può spiegarsi per la rigidità e Ia continuità della lingua giuridica. Ma la prova manifesta che la legge è fatta per Bantia è nelle parole della linea 27: _Prætor censor Bantiæ ne quis fuerit…_ Evidentemente Ia legge non parla qui di magistrati romani: e da ciò si arguisce altresì che i tribuni del popolo nominati nella parte osca sono, anch’essi, magistrati di Bantia.
> 
> Che cosa egli è dunque questo testo di legge che tratta di sì varie e diverse materie, quali sono comizii, giuramenti di magistrati, cause o giudizi civili, censimento, cariche pubbliche; e che adopera nomi romani e lettere latine per regolare gli affari di una città della Lucania? Anche in questo ci pare che il Lange abbia raggiunta Ia verità. Bantia è una repubblica indipendente, un municipio: ma riceve le sue leggi da Roma; forse a sua domanda. Gli antichi scrittori riferiscono in molti luoghi, che il tale personaggio eminente di Roma ha dato le leggi a tale città d’Italia. Il pretore L. Furio, per esempio, dà le leggi a Capua (Tito Livio, IX, 20); il pretore C. Claudio Pulcher alla città di Halaesa (Cic. _Verrin_. II, 49); Scipione le dà ad Agrigento (_Ibid_. 50). L’espressione consacrata era questa: _leges dare_ o _jure statuere_; e nel testo della nostra tavola, al § VI, lin. 23, si leggono queste parole in plurale: _illarum rerum quae hisce in legibus scriptae sunt_. Questa ipotesi spiegherebbe le particolarità che abbiamo segnalate. Non si tratta di una costituzione formata tutta di un pezzo; invece le leggi si riferiscono solamente ad un certo numero di punti controversi: così le leggi di Halaesa trattavano _de senatu cooptando_; e per quelle date ad Agrigento, ecco le stesse parole di Cicerone:
> 
>> «Agrigentini de senatu cooptando Scipionis leges antiquas habent, in quibus et illa eadem sancta sunt de aetate hominum, ne quis minor XXX annis natu, de quaestu quem qui fecisset ne legeretur, de censu, de ceteris rebus…».
> 
> Questa mescolanza è caratteristica.
> 
> La Tavola adunque emanerebbe da un _Praefucus_ romano incaricato della revisione allo statuto del municipio di Bantia. Il che risponde, bisogna dirlo, al virgiliano:
> 
>> Tu regere imperio populos, Romane, memento.
> 
>  

#### NOTE

[1.](x01_APPENDICE_01.xhtml) Nel testo _Pocapit_ è scritto _pocapi.t_, e due volte si ripete _post. post_: errori manifesti dell’incisore; e non i soli. Nella tavola ciascuna parola è seguita da un punto, meno qualche eccezione.

[2.](x01_APPENDICE_01.xhtml) Così probabilmente invece di _deivantuns_.

[3.](x01_APPENDICE_01.xhtml) Nel testo è scritto: _eizasc_.

[4.](x01_APPENDICE_01.xhtml) Nel testo è scritto: _zico_.

# APPENDICE II

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# APPENDICE II.

## NOTE ED INDIZII RIFERENTISI ALLA TOPOGRAFIA ANTICA DELLA REGIONE

  
Le città, gli oppidi, le stazioni e villaggi che abbiamo indicati nell’antecedente capitolo XXII, non sono che appena una parte della geografia etnica della Lucania.

Sono quasi tutti i luoghi di cui si trova cenno in scrittori o in monumenti antichi fino a noi pervenuti. Ma di altre parti di territorio su cui ebbero stanza i Lucani o i Greco-Lucani, se i monumenti e i documenti finora taciono, parlano invece, a chi intende, le denominazioni ancora viventi e ancora infisse a luoghi che essi abitarono.

Tutte le contrade che portino ancora la denominazione popolare di _Civita_ o _Citade_; tutti i luoghi ai quali è ancora infissa, o, negli ultimi secoli, era infissa la parola di _vetere_, _vetrano_, _avetrana_, _vetrice_, _vetrale_, _vietri_, _vecchio_ e _antico_, indicano (come in più rincontri siamo venuti mostrando), che ivi fu posto di stazioni etniche: di cui la memoria è forse scomparsa dalle tradizioni degli uomini, ma resta inviscerata nella onomastica topografia del minuto popolo che coltiva e pascola il gregge sui luoghi. Anche le denominazioni di Terranova, di Castronuovo, di Casalnuovo e simili, indicano, per ragione di contrarii, stazioni umane. Ivi presso e più antiche; ma se di un’antichità antecedente al secolo V, ovvero se del medio evo, non può dirsi con certezza; benché io propenda al concetto che si riferiscano a paesi dell’epoca medievale.

A complemento della illustrazione topografica della Lucania, aggiungeremo qui sotto, in elenco, gl’indizii che delle antiche e ignote abitazioni etniche si possono raccogliere dall’odierna topografia della regione, dal fiume Sele al monte Pollino — L’elenco, è, senza dubbio, incompleto.

  
_A) Nella provincia di Salerno, al versante Tirreno:_

Capaccio Vecchio.

Presso Castelcivita, ai fianchi meridionali dell’Alburno, è «Monte Civita».

Tra Castelcivita ed Aquara è una contrada detta «Tempa (o Terra?) Vetrana».

Magllano Vetere, paese: e nel suo territorio, Pigna Vecchia.

Al nordovest di Gioi e all’ovest di Stio è il paesello di «Vetrale».

Un altro «Vetrale» nel territorio di Perdifumo (Domen. Ventimiglia, _Notiz. di Castellabate_: in diploma del 1187, p. 93).

«Vetrale» casale di Matonti (che è villaggio di Laureana Cilento) (Franc. Ventimiglia, _Stor. princip. Salerno_, p. 344).

Orria, paese odierno, ma d’indubbia denominazione antica. Intorno ad esso sono quattro paesi con terminazione in _ano_. (Peor siffatta desinenza topografica, vedi alla Parte II, capitolo III).

«Vetrale» villaggio di Orria (V. censimento del 1881).

Moio della «Civitella» presso Vallo della Lucania.

«Cuccaro Vetere» presso il paese di Cuccaro.

Presso Sapri le «Camerelle»: indizio di antiche abitazioni.

Al nord di Rocca Gloriosa ed al nordovest di Castel Ruggero sono visibili le reliquie di un’antica città, di cui s’ignora il nome. La tradizione erudita del paese le dà il nome di «Stilicona», invenzione manifesta di un’erudizione tarda e bastarda, che preteso rimontare ai greci (στήλη — colonna ed ἴχνος — vestigia o traccia); e infatti traccie di antiche opere, o avanzi di colonne, di tegoli, e di mura si scovrono ivi tuttogiorno. Quivi intorno sono luoghi denominati dal popolo «le derròite o derrute», che significano «le ruine». Il signor Corcia (_Op.cit_. III, 59) fu di avviso che fosse ivi il posto dell’antichissima _Fistelia_, di cui si hanno monete, anche di concordia con Pesto, ma d’incerto posto sinora. (Vedi innanzi).

«Carilla». — L’Antonini ed altri ritennero che una città di Carilla fosse esistita tra il fiume Sele ed Altavilla odierna. Dessa non sarebbe nota altrimenti che pel verso di Silio Italico,

> Nunc quem Picentia Paesto,
> 
> Misit, et exhaustae Poeno Marte Carillae,

se ivi non si avesse piuttosto a leggere _Cerillae_, come leggono i più, e riferiscono a Cirella. Ma punto preoccupati da questo dubbio, volle l’Antonini trovarla ad Altavilla (Selentina), tratto senza dubbio al suono dell’assonanza; altri in territorio di Acquara là dove si dice _Carritello_, che è invece _Carratello_ ed ha significato preciso nel dialetto che altrove spiegheremo, e che non ha nulla di comune con Carille. Da ultimo il signor Riccio l’alloga, di sicuro, in Altavilla, dove una porta «conserva ancora, egli dice, il nome di _Carina_» (pag. 18, par. II, _Stor. e Topog. antica nella Lucan_. Napo. 1867). Ma questa _Carina_ non sarebbe piuttosto dal greco κάρηνον — _capo_ o _sommità_; quasi porta _da capo_, ovvero _al sommo_ del paese? Se è così, come credo, ogni identità tra le due parole svanisce.

  
_B) Per l’alta valle del Sele:_

Presso l’attuale paese di Valva (che è nome antichissimo) è il posto di «Valva Vecchia». Quivi presso è il monte di Valva, che credo corrisponda al _mons Balabo_ della Peutingeriana.

Presso Caposele, un poggio denominato «Oppido».

Quivi intorno a Valva, i paesi di Colliano, Laviano, Castelnuovo…

Palo, dall’antico _palus-dis_.

Presso San Gregorio è «Monte Vetrano». — Tra San Gregorio e Buccino è «Costa del Casale»; all’intorno di Buccino i paesi di Ricigliano, Romagnano, Sicignano, Terranova, Balvano.

«Vietri» di Potenza, e nel suo territorio le contrade «Vetranico» e il «Vetrice».

Presso Caggiano la contrada «Vetranaurso» e le altre di «Massa Vetere» e di «Casale». — Qui, intorno Vietri e Caggiano) gli antichi popoli Ursentini, e l’antica «Urseio», come innanzi fu detto: v. cap. XXII.

«Satriano», cittù distrutta.

Presso Tito è «Tito Vecchio».

  
_C) Per la valle del Sele, rimontando il Tànagro:_

Presso Sassano, la contrada «Cozzo la Civita». Quivi era l’antica Marcelliana, secondo che noi si disse.

Presso Padula, «la Civita», ove fu l’antica Consilinum.

Tra Tegiano-Diano e San Rufo è un «Casalvetere», indizio di antico pago di Tegianum.

  
_D) Rimontando la valle del Platano, influente del Tànagro:_

Presso Muro Lucano la contrada detta «Le Antiche»; è qui un qualche pago della città che fu Numistrone.

  
_E) Passando oltre nella valle della Fiumana di Atella:_

Tra San Fele ed Atella, contrada «Civita», che forse si riferisce alla città medievale di Vitalba, di cui si ha notizia fino al secolo XII.

Atella, Bella e Ruvo, nomi di antiche sedi.

Di contro, e presso Aquilonia, la contrada «Vetrano».

Presso Rapone, «Rapone Vecchio».

  
_F) Per la Basilicata, al versante Tirreno:_

Presso Rivello, «la Civita», ove ci è parso di allogare Cesariana o Cesernia.

Tra Ajeta e Scalea è la contrada detta «Vannifora», cho risponderebbe al pago _Anniforum_, indicato nel frammento di Sallustio, relativo a Spartaco, di cui fu fatta parola nel precedente capitolo.

Quivi presso a Belvedere è «Tempa di Civita»; poco distante, la contrada di «Vedria».

  
_G) Per la valle del Sarmento, influente del Sinno:_  

«Terranova» di Pollino; e al sudest di Terranova è la contrada di «Viltria».

Presso San Giorgio Lucano è «Pietra Vecchia».

Presso Noia o Noepoli, in carta greca del 1112, è indicato un luogo _ubi dicitur Lu Betranus_, il «Vetrano» (_Syllab. Graec. Membran_. pagina 96).

  
_H) Per la parte dell’Agri:_

«La Civita» presso Marsicovetere. — Più giù, «il Casale».

«La Civita» presso Marsico Nuovo.

«La Civita» presso Capo Loggia, nel territorio di Marsico Nuovo.

«Paterno»; di cui vedi alla Parte II, capitolo III.

Presso Moliterno la «Madonna del Vetere» ed ivi presso «Le Muraglie» e «la Fabbricata»; non molto discosto «Le Camarelle».

Nel territorio di Moliterno è la contrada «Forlutolo». — Indicherebbe forse un _Forum_ o _Forulum Tullii_?

Presso Montemurro «Castel Vetro».

«L’Aria Antica» in territorio di Spinotto.

Presso Gallicchio è «Gallicchio Vetere».

Presso Armento, città greca, ignota: forse Halesa, o Calasa, o Calasarna.

Fra Armento e Guardia, antica città detta «Turri», ancora esistente nel secolo X; (di cui vedi nella parte II, capitolo VI).

Tra Corleto e Guardia è «Torre di Porticara». Qui un’antica città o paese di «Perticara»: ma forse di origini medievali piuttosto (vedi parte II, capitolo III). Castelli medievali, oggi diruti, abbondavano per questa valle del Sauro e dell’Agri.

Tra Tursi e Anglona, è contrada detta «Murata».

  
_I) Nella valle della Camastra:_

Presso il Monte Caporino, all’oriente di Laurenzana, contrada detta «Pago».

Presso Calvello, contrada «Aria Antica».

  
_K) Per la valle della Salandrella e del Basento:_

All’est di San Mauro Forte è il «Piano del Vecchio». 

Salandra paese di denominazione antica. All’est di Salandra, «Le Murate».

Tra Salandra e Ferrandina, contrada di Vituro (_Vetere_? o _Vèturo_?)

Presso Ferrandina, loe rovine dell’antico «Uggiano».

Tra Oliveto Lucano e Calciano, la contrada di «Serra Antica».

A quattro miglia da Tricarico, nella difesa Rocchetta, è la contrada «Piano della Civita».

Presso la stessa Tricarico, sopra un colle della contrada Serra del Cedro, sono «le reliquie di una città distrutta, ove tra avanzi di umili edifizii, si rinvengono grossi tegoli e frantumi di vasi; anche antichi sepolcri si scovrono ivi»[1](x01_APPENDICE_02.xhtml).

Presso Pomarico è «Pomarico Vecchio», che corrisponde ed è detto altresì «Castro Cicurio».

Presso Pisticci, il «Vetrano».

  
_L) Per la valle del Bradano:_

La «Civita», che è la parte più antica della città di Matera.

Al nordest di Bernalda è «la Madonna del Vetrano», nella contrada Selvapiana e Campagnuolo.

A sinistra del Bradano, in quel di Ginosa (?), è «Rocca Vetere».

«San Vito Vetrano».

Presso Montepeloso (oggi Irsina) è «Monte Irso, Madonna di Irso, Tufara di Irso». — Qui «i popoli Irtini» e probabilmente qui la città di «Vertina» ricordata da Strabone (v. innanzi, cap. XVIII).

Presso Genzano, contrade: «Aja Vetere» e «Fontana Vetere».

L’odierna Palmira, fino a pochi anni or sono era detta Oppido, che risponde ad un antico «Oppidum».

Nel territorio di San Chirico Nuovo è Ia Piana dei «Casalini» e «Tempa la Urra».

Presso Montoscaglloso: — In un diploma del 1009, da Rodolfo conte di Montescaglioso sono donate al Monastero di San Michele Arcangelo di Montescaglioso[2](x01_APPENDICE_02.xhtml), tra le altre:

1\. _Ecclesiam S. Mariae qnae_ Veterana _vocatur_, (che io credo presso Montescaglloso).

2\. Il luogo detto «Murro» e

3\. _Veterem civitatem quae_ (ad) _Arcora vocatur_.

Presso Montescaglloso è ancora oggi un «Monte Vetere».

Nelle carte medievali del secolo XI e seguenti, riferentisi al Monastero di San Michele di Montescaglloso e pubblicate dal P. Tansi, si ricava queosto, cioè che a «Monte Vetere» di oggi era al medio evo una _Civitas Montis Veteris_ o _Veteris Montis_, come è indicata nei diplomi del 1078, del 1095, ed altri, e in questa città era posto il Cenobio di San Michele. Prossimo a cotesta _Civitas Veteris Montis_ era il paese o Castro di _Mons Caveosus_ o _Scabiosus_. Il P. Tansi, storico del famoso Cenobio, scrisse così:

> «Rodolfo Macabeo, figlio del conte Unfredo, avendo fabbricato un castello presso alla chiesa di San Nicola e alla Torre Severiana, che ancora esiste in gran parte[3](x01_APPENDICE_02.xhtml) dietro la chiesa di San Simeone, dilatò le mura di cinta, e comprese in esse sì il paese di Monte Caveoso e sì la _Civitatem Veterem_. Dal che seguì che il Cenobio di San Michele non più venne indicato nei diplomi come posto nella Città Vetere, ma sì nella città di Monte Caveoso. Anzi, poco di poi, avendo aggiunto altri edifizi ed elevata la Torre, il paese di Monte Caveoso mutò di nome: ed è detto «la Città Severiana» nei diplomi (quali, ad esempio, quelli del 1009, del 1101 e 1005). Dal che è manifesto (aggiunge il Tansi), che vanno lungi dal vero coloro che deducono l’etimologia di Città Severiana dall’imperatore Severo: giacché fino al 1101 non si hanno punto notizie di essa».

Così il Tansi (ibid. pag. 6-7): ma la prova che egli trae dal silenzio è negativa, e val nulla: e, d’altra parte, come e perchè è detta Severiana una torre, che edifica il conte Rodolfo al cadere del secolo XI?

È probabile che la _Civitas veteris montis_ del secolo X e XI avesse avuto già l’antico nome di _Severiana_, o _Severianum_. Gli è vero che Emma, moglie a Rodolfo (e che in più diplomi si dice _Comitissa Civitatis Severianae_), si riferisce in uno del 1110 (pag. 145 dell’_Hist_. del Tansi) alla _Civitas Severiana quam vir meus_ (ella dice) _una cum mecum construxit_; ma si vuole intendere, come bene osserva il Tansi (pag. 7), non altrimenti che di averla accresciuta di edifizii, e datale il lustro di città nuova e rinnovata. Che il nome di _Severiana_ preesistesse alla contessa Emma, non è dubbio per me. Esso ha la forma dei tanti antichi nomi topografici derivati dal possesso dei predii, che negli ordinamenti e negli usi della civiltà romana prendevano nome appunto dal possessore; come: Sabiniano, Corneliano, Pompeiano, Sicignano, ed altri mille (vedi alla Parte II, capitolo III). Ben poteva dunque essere venuto il nome al pago, nucleo di futura città, dal possesso di un Severo. Ma che questo Severo sia proprio l’imperatore Alessandro Severo non fu altro che divinazione del Padre della Noce; e gli eruditi che scambiano le congetture con la storia, si servano pure; ma non ànno ragione di dire demolitrice alla critica che non si acqueta, senza prove, alle divinazioni dei taumaturghi. Agli eruditi medesimi parrebbe certo che, sul colle dell’attuale paese di Montescaglioso, esistessero, verso il 1000, contemporaneamente tre paesi o città: la _Civitas vetus_ o _veteris montis_, la _Civitas Severiana_ e il _Mons Caveosus_.

Per noi, fino a prove maggiori, la _Civitas vetus_ e la _Severiana_ è tutt’uno.

  
#### NOTE

[1.](x01_APPENDICE_02.xhtml) Così nel libro: _Viaggio alla Siritide e particolarmente a Pandosia_, ecc. per TEODORO RICCIARDI da Miglionico. Napoli, 1872\. Nell’appendice pag 94-95.

[2.](x01_APPENDICE_02.xhtml) _Apud_ TANSI, a pag. 141-2, _Historia chronolog. Monast. S. Michael.Arcang. Montis Caveosi_. Neap. 1746.

[3.](x01_APPENDICE_02.xhtml) In Monte Scaglioso: così scriveva nel 1746.